11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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L'11 gennaio 2008 iniziava la straordinaria saga di Midda's Chronicles...



... sul Diario, un piccolo pensiero celebrativo di questa occasione!

Sean, 11 gennaio 2018

lunedì 22 gennaio 2018

2434


Che Midda Bontor, a seguito delle prime schermaglie già occorse, fosse lì ancora in piedi, in buona salute e, soprattutto, desiderosa di combattere al punto tale da ricercare, ella stessa, il confronto con la propria controparte; avrebbe avuto a dover essere intesa qual dimostrazione più che palese, più che evidente, più che trasparente di quanto probabilmente superficiale avrebbe avuto a dover essere considerato l’approccio adottato dalla sua avversaria, nell’ipotesi quietamente smentita di poter concludere quello scontro in maniera rapida e banale, erroneamente giudicando la fama pur esistente attorno a quel nome, attorno a quell’individuo, qual fondamentalmente immeritata, evidenza più di un eccesso di rumore attorno a lei che di meriti reali, di risultati concreti.
Che Lles Vaherz, a seguito delle prime schermagli già occorse, fosse lì ancora in piedi e in buona salute, per quanto forse non più così fiduciosa in un quieto e scontato esito in proprio favore, in una banale vittoria priva di particolari sforzi; avrebbe avuto a dover essere intesa qual comprova più che indubbia, più che incontrovertibile, più che indiscutibile di quanto certamente non così infondata avrebbe avuto a dover essere intesa la sua sicumera, quel suo approccio sprezzante nei confronti della minaccia altresì per lei giudicabile qual rappresentata dalla propria antagonista, nell’aver invocato, addirittura preteso, la possibilità di uno scontro nel confronto con il quale, l’esito finale non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto tanto ovvio così come aveva creduto sarebbe allor stato.
Che gli uomini della masnada, quei predoni e tagliagole, a seguito delle prime schermaglie già occorse, fossero lì ancora in piedi e immobili, a delimitare indomitamente il perimetro dell’area designata per quello scontro, senza né ipotizzare una qualunque fuga dalla scena, né, parimenti, intervenendo in essa, a sostegno del proprio capitano; avrebbe avuto a dover essere intesa qual evidenza più che solida, più che inattaccabile, più che ovvia di quanto assolutamente non così retorica avesse a dover essere intesa la loro fedeltà e la loro fiducia nei confronti della stessa, così come della sua possibilità, malgrado tutto, di quieta vittoria nei confronti di quell’avversaria che, pur, stava dimostrando con ardore incommensurabile quanto, effettivamente, avesse lì a dover essere riconosciuta qual temibile.
Che tutti gli uomini, le donne, umani e chimere, lì attorno radunatisi, fermatisi ad assistere al conflitto in atto, fossero lì ancora in piedi e immobili, a osservare silenziosamente l’evolversi di quella sfida, di quel combattimento, in necessario silenzio laddove, nella velocità della progressione dello stesso perdersi in chiacchiere avrebbe ineluttabilmente significato anche perdersi parte dell’evoluzione del medesimo; avrebbe avuto a dover essere intesa qual testimonianza più che inappellabile, più che concreta, se non, addirittura, banale, di quanto macabramente interessati avessero tutti loro a doversi riconoscere innanzi all’eventualità della morte di una delle due contendenti, attendendo quasi con voracità il sanguinoso epilogo loro promesso senza possibilità di dubbio alcuno nel merito di qual genere di morale guidasse le loro esistenze.
Nulla, in tutto ciò, nel confronto con la situazione in tal maniera osservabile, avrebbe potuto obiettivamente sconvolgere la Figlia di Marr’Mahew, abituata, nel proprio mondo, a dinamiche sociali tali per cui, anche tutto quello, avrebbe avuto a poter essere ritenuto persino normale. In effetti, anzi, la sfida lì riservatale, la folla lì attorno in attenta attesa della conclusione del conflitto e, persino, il proprio più o meno disgraziato allontanamento dai propri compagni della Kasta Hamina, non avrebbe potuto ovviare a riportare all’attenzione della sua memoria una scena non dissimile vissuta molti anni prima, in quel dell’Arena di Garl’Ohr, là dove, invero, in luogo a un singolo antagonista, a un’unica controparte, in sua offesa, a sua possibile condanna, erano state schiera una sequenza di uomini e bestie, concluse, addirittura, da una creatura mitologica, tali per cui, forse, tutto quello avrebbe avuto a doversi ritenere persino banale, addirittura noioso, se non fossero passati, suo malgrado, dieci anni da tutto ciò… e se, in questo, per quanto spiacevole ad ammettersi, ella non avrebbe avuto a doversi più considerare la giovane irrefrenabile che avrebbe potuto essere giudicata un tempo. Non che, sino a quel momento, lo scontro in atto, la sfida lì postale da Lles avesse avuto occasione di porla realmente a rischio, nelle dinamiche proprie di un ordinario duello fra due donne straordinarie: ciò non di meno, nel profondo del proprio cuore, non avrebbe avuto occasione per potersi considerare certa di poter uscire nuovamente trionfatrice dall’Arena di Garl’Ohr, laddove le fosse mai stato richiesto di rientrarci: fortunatamente, però, tanto il suo mondo, tanto il regno di Gorthia, avrebbero avuto a doversi considerare così distanti da non poter correre alcun rischio a tal riguardo. La sola preoccupazione, la sola sfida che, in tutto questo, avrebbe mai avuto a poter attrarre la sua attenzione, pertanto, avrebbe avuto a dover essere identificata nella stessa donna dalla pelle bronzea con la quale, in quel momento, in quel preciso istante, stava scambiando una nuova sequenza di rapidi attacchi di spada, sequenza ancor mantenuta a un ritmo sì martellante, sì incessante tale per cui, alla stessa, non avrebbe potuto essere riservata alcuna possibilità di offesa, alcuna occasione di replica a suo discapito, a meno di non voler rischiare, nell’ipotizzare un attacco, di esporsi, mortalmente, alla sua lama.
A favore della propria antagonista, in verità, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto mancare di riconoscerle un meritato tributo guerriero, sicuramente con l’aiuto dei propri arti artificiali, ma altrettanto indubbiamente in grazia anche di una mente attenta e straordinariamente focalizzata su quanto lì in atto: poche, pochissime, nel corso della sua vita, erano state le persone in grado di dimostrarsi capaci di sostenere una prova del genere in maniera sì prolungata, senza, in tutto questo, perdere fede in una possibilità di vittoria o, più semplicemente, nella speranza di sopravvivere a quanto in atto. Il capitano Vaherz, in tutto ciò, non soltanto sembrava riuscire a essere animata da simile positività, ma, ancor più, malgrado tutto, sembrava ancor in grado di offrirsi serena innanzi a lei, per quanto, inevitabilmente, concentrata sul mantenersi ancora in piedi e in buona salute.
A confronto con tutto ciò, quindi, facile sarebbe stato presumere quanto quello scontro avrebbe potuto proseguire ancora a lungo, prima di sancire una vincitrice e una sconfitta, in un discernimento non tanto scontato, non tanto ovvio così come, entrambe le parti in causa, avrebbero probabilmente avuto piacere a poter considerare. Ciò non di meno, nel lasciarsi coinvolgere da quegli eventi, da quella donna e, soprattutto, dalla necessità di salvare i due pargoli, quei due proclamati figli adottivi che, con tanto ardore, stava cercando di riscattare dal proprio fato di prigionieri; Midda Bontor aveva necessariamente finito con il trascurare un particolare tutt’altro che banale, un dettaglio del quale ella non avrebbe più avuto a potersi considerare inconsapevole e che, nella foga della battaglia, aveva pur totalmente obliato: nel suo sangue, così come nel sangue dei due pargoli, avrebbe avuto a dover essere ancora considerato presente quel particolare sistema di tracciamento tale per cui i suoi antagonisti originali, gli uomini in nero della Loor’Nos-Kahn, avrebbero avuto facile occasione di rintracciarli, per ridestinarli, quietamente, ognuno al proprio destino. Un destino al quale, nel suo particolare caso, nel suo valore, per così come definito da una regolare asta, di ben dieci miliardi di crediti, difficilmente quell’organizzazione avrebbe mancato di volerla indirizzare… non, per lo meno, dopo tutti i danni che ella aveva loro inflitto, non dopo tutte le morti che ella aveva loro causato, tali per cui, quella cifra, altro non avrebbe avuto a dover essere intesa che la minima aspettativa di risarcimento.
Così, ritrovatasi allor distratta dal pensiero della minaccia pur rappresentata dalla Loor’Nos-Kahn, la Figlia di Marr’Mahew si era concessa l’opportunità di impegnarsi in tutto quello a testa bassa, concedendo, ineluttabilmente, ai propri inseguitori occasione di ritrovarla, di raggiungerla, e, soprattutto, di circondarla…

« Fermi tutti! » ordinò, pertanto, una voce estranea al contesto, alla sfida lì in atto, irrompendo sulla scena dall’esterno della folla lì attorno radunatasi « Quella donna è di nostra proprietà… e chiunque le farà del male dovrà vedersela con noi, con la Loor’Nos-Kahn! » sancì, con tono arrogantemente imperioso, nel definire quel nome, e, con esso, nel pretendere che la questione avesse, repentinamente, a doversi considerare già risolta.
« … Thyres… » sussurrò la donna dagli occhi color ghiaccio, immediatamente ricondotta alla realtà antecedente a quello scontro e, in tal senso, non potendo ovviare, nel profondo del proprio cuore, a insultarsi pesantemente per essersi permessa di obliare a un dettaglio simile, per esserci concessa l’occasione di dimenticarsi dei propri primi antagonisti.

domenica 21 gennaio 2018

2433


Consapevole che, al di là delle straordinarie capacità per lei derivanti dalle proprie protesi robotiche, tanta velocità e tanta forza a nulla sarebbero valse senza l’attento controllo della propria mente, controllo che, ineluttabilmente, avrebbe potuto venir meno nel momento in cui, nel continuo, costante e ossessivo succedersi di attacchi a suo discapito, l’avrebbe posta a confronto con i limiti della propria pur intrinseca natura umana; Lles Vaherz non avrebbe potuto ignorare quanto l’assedio a lei imposto avrebbe avuto a dover terminare, e terminare nel minor tempo possibile, per permetterle di sperare di sopravvivere al medesimo. Così, a ogni nuova, necessaria parata, ella non avrebbe potuto ovviare a tentare di invertire i loro rispettivi ruoli, evadendo dalla posizione di costretta difesa entro la quale l’altra sembrava averla intrappolata, per poter assumere nuovamente un approccio offensivo e, in ciò, sperare di dimostrarsi egualmente temibile qual pur, in tutto ciò, la sua antagonista si stava dimostrando essere. Purtroppo per lei, tuttavia, la sua desiderata preda sembrava star offrendole finalmente quanto da lei richiesto, quanto da lei preteso in quella stessa sfida, a lei alfine proponendosi degna della propria fama, degna della propria nomea, e degna, probabilmente, anche degli altisonanti titoli dalla medesima proclamati a proprio stesso riguardo, qualunque cosa avrebbero avuto a dover significare parole come “Marr’Mahew” o “Kriarya”: in conseguenza a ciò, malgrado ogni suo sforzo, ogni suo impegno volto a tentare di rovesciare la situazione in proprio favore, nonché malgrado la maggiore velocità a lei assicurata dalla mirabile tecnologia delle proprie protesi; quell’avversaria, quell’antagonista sembrò in grado di poterle tenere serenamente testa, senza palesare il benché minimo affaticamento in tutto ciò, quasi quella, in effetti, altro non avesse che a doversi considerare una mera attività ricreativa, ancor prima che una letale sfida. Comprendendo, proprio malgrado, di non avere molte altre alternative rispetto a un gesto meno elegante rispetto a quello che non avrebbe voluto riservarsi; nel fugace intervallo concessole fra un colpo e il successivo, troppo breve per poter riprendere il controllo della propria arma e, con essa, tentare di contrastare il costante evolversi di quel flusso d’attacco, la donna pirata ebbe a riservarsi l’occasione utile per sferrare un rapido colpo, con la propria mancina libera, direzionato al basso ventre della propria antagonista, non tanto nella speranza di raggiungerla e di riservarsi occasione d’offesa a suo riguardo, ma, piuttosto, pregando affinché, in conseguenza a tutto ciò, l’altra avesse a rendere propria premura di evaderla e, in ciò, di allontanarsi da lei, interrompendo, di conseguenza, la propria sequela di colpi potenzialmente letali.
Ancora una volta, tuttavia, l’incommensurabile familiarità che la donna da dieci miliardi di crediti avrebbe potuto vantare nei riguardi della guerra, e non di una guerra moderna, elegante e sovente persino priva di reale contatto fisico fra le controparti, quanto e piuttosto una versione più antica e più pura della guerra, una versione più carnale e violenta, tale per cui la benché minima esitazione, il più effimero errore avrebbe potuto comportare di ritrovarsi con un pugnale, apparentemente comparso dal nulla, infilzato nell’addome, le permise di vanificare il pur plausibile desiderio della controparte di sorprenderla, e di sorprenderla in quel gesto tanto veloce da risultare fondamentalmente impercettibile agli sguardi meno esperti, meno attenti, e pur, altresì, straordinariamente palese all’attenzione di chi, nel dettaglio rappresentato dal più banale fremito di un muscolo avrebbe avuto a dover distinguere la differenza fra la vita e la morte, fra la propria vita e la propria morte. Così, benché alcun errore avrebbe avuto a dover essere attribuito all’esecuzione sostanzialmente perfetta della controparte, Midda Bontor fu in grado di comprendere quanto lì sarebbe avvenuto forse persino prima di rispetto a una qualsivoglia maturata consapevolezza a tal riguardo da parte del medesimo capitano di masnada, in termini tali per cui, la sua, non avrebbe avuto a dover essere intesa qual una reazione, quanto e piuttosto un’azione concorrente a quella mossa a propria ipotetica offesa, azione utile, allora, a schierare il proprio destro a propria difesa, a propria protezione, impiegandone la metallica solidità allor cromata, così come già quella a essa antecedente in nere tonalità dai rossi riflessi, qual uno scudo fra sé e ogni avverso destino potenzialmente promessole.
A nulla, in tutto ciò, valse lo sforzo della donna dalla bronzea pelle, la quale, con disappunto, ebbe lì a guadagnare soltanto un fugace intervallo di tempo utile a comprendere di aver fallito e, in ciò, a saltare all’indietro, cercando, se non in termini assoluti, almeno da un punto di vista squisitamente relativo di riuscire a guadagnare quel distacco, quello spazio fra loro idealmente utile a permetterle di riorganizzarsi. Ipotesi di fronte alla quale, ancora una volta, la donna guerriero non volle permetterle di riservarsi alcun successo, nel proporsi, nuovamente, con straordinaria prontezza, innanzi a lei, in termini che, pertanto, ebbero lì a costringerla a compiere quella che, necessariamente, sarebbe stata interpretata qual un’estemporanea ritirata, il tentativo di ripiegare quanto allor sufficiente per riprendere quantomeno fiato, occasione che ebbe così a riservarsi richiedendo alle proprie gambe un nuovo straordinario sbalzo verso l’alto dei cieli, unica direzione entro la quale, sino a prova contraria, l’altra non sarebbe stata in grado di seguirla.

« Thyres… » ebbe, a tal riguardo, a lamentarsi la Figlia di Marr’Mahew, invocando il nome della propria dea nel vedersi sottrarre il proprio bersaglio, la propria preda, la propria antagonista, in quanto, per un fugace istante, ebbe a risultare persino qual una mistica sparizione, salvo poi essere correttamente interpretato per quanto effettivamente avrebbe avuto a dover essere inteso, ossia un nuovo, straordinario salto compiuto verso l’alto dei cieli.

Un balzo, il secondo, che ebbe a superare in altezza il primo, elevando Lles addirittura per una quindicina di piedi, prima di vederla, necessariamente, ridirigersi a terra e trovare nuovamente contatto con il suolo, tuttavia, non nella medesima posizione prima occupata quanto, e piuttosto, a una più prudente distanza di nove piedi dalla controparte, distanza utile, in tutto ciò, a garantirle non soltanto l’intervallo da lei sperato, ma, anche, occasione per riprendere voce e per cercare, almeno verbalmente, occasione di giustificare quel proprio gesto, mistificandone le effettive motivazioni dietro al consueto sarcasmo che, sino a quel momento, aveva voluto dimostrar qual proprio…

« Stupefacente ardore, dolcezza! » dichiarò pertanto, sorridendole e lasciando ricomparire, dopo tutta la necessariamente tesa concentrazione degli attimi precedenti, le fossette ai lati delle proprie labbra « Scusa se mi sono voluta sottrarre a te, ma avevo paura che, nell’insistere con tanta foga, potesse venirti un principio d’infarto… » ironizzò, sperando in tal maniera di rigirare la questione su di lei ancor prima che su di sé, o, quantomeno, di provocarla quanto sufficiente a non permetterle di elaborare il reale perché di tanto impegno da parte sua.
« Potrei sbagliarmi, ma non ti darei più di trent’anni di vita. » sancì Midda, per tutta risposta, lasciando roteare la spada attorno a sé prima di assumere una nuova postura di guardia, e una postura volta a preludere a una nuova carica nei riguardi di quell’antagonista, a dimostrazione di quanto, ancora, non avesse a doversi fraintendere qual stanca di tutto ciò « In questo, posso dire con assoluta certezza di aver iniziato a usare l’ironia come arma psicologica nei miei combattimenti prima ancora che tu fossi in grado di soffiarti il naso da sola, mia cara. » puntualizzò, ammiccando appena « Non sperare, quindi, che tutto questo tuo chiacchierare possa distrarmi tanto facilmente… »

E prima che la donna pirata potesse aver nuova occasione di argomentare la propria posizione, probabilmente impegnandosi a smentire le pur corrette intuizioni della controparte nel merito dei propri intenti; la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe nuovamente a proiettarsi verso di lei, desiderosa di concederle quella battaglia per la quale tanto aveva insistito, quel combattimento per il quale tanto si era prodigata a sfidarla, non ancora, purtroppo, pienamente consapevole di qual genere di antagonista, di avversaria, allora, avrebbe avuto occasione di trovarsi innanzi.

sabato 20 gennaio 2018

2432


Se Midda Namile Bontor non avesse trascorso tre quarti della sua intera esistenza, sin da quando poco più che bambina ancor neppur definibile qual fanciulla, a combattere, e a combattere qualunque genere di battaglia le fosse offerta, contro uomini e stregoni, contro mostri e dei, sicuramente quell’attacco, quel movimento sì rapido e altrettanto straordinariamente preciso non avrebbe mancato di raggiungerla, di ferirla e, forse e persino, di condannarla a morte, sancendo la conclusione di quello scontro tragicamente breve. Laddove, tuttavia, i suoi forse altisonanti titoli, qual Figlia della dea della guerra Marr’Mahew, o Ucciditrice di Dei, non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual espressione di mero vanto, quanto, e piuttosto, testimonianza concreta dei suoi straordinari successi, delle sue incredibili imprese, anche posta a confronto con tanta straordinaria velocità di esecuzione e precisione di movimento, ella ebbe a permettersi possibilità di sopravvivere e di sopravvivere, nel dettaglio, attraverso uno non di meno straordinariamente rapido movimento discendente, verso il suolo, che la esclude dalla traiettoria di quella lama e che le permise, allora, di tentare di condurre un contrattacco, una degna risposta, in un’ampia spazzata, un movimento rotatorio imposto a tutto il proprio corpo per spingere le proprie gambe a colpire quelle di lei e, in ciò, a privarla del proprio equilibrio, precipitandola al suolo.
Ma, se pur, l’evasione alla propria prospettiva di morte, allora, ebbe piacevole successo, non identico risultato ebbe a poter vantare nei riguardi della propria nuova offensiva, la quale si vide parimenti vanificata, nel proprio risultato, da un balzo, e un balzo estraneo a qualunque umana possibilità di movimento, tal da proiettare, sopra la propria testa, e sopra le teste di tutti, la sua controparte per quasi una dozzina di piedi rispetto al livello del suolo. Un salto sovrumano, quello in tal maniera compiuto, che non volle ovviare a riservarsi l’opportunità di trasformarsi in un nuovo, estemporaneo tentativo d’offesa a suo riguardo, trasformando l’ineluttabile ricaduta al suolo in una mossa volta a inchiodarla sotto di sé e, nel dettaglio, sotto il suo ginocchio destro, sospinto volontariamente verso il basso, a poterla, in tal maniera, schiacciare letteralmente a terra.
In ciò, quindi, ebbe a essere nuovamente il turno della donna dagli occhi color ghiaccio quello di ovviare agli effetti più negativi di quella nuova aggressione, di quella nuova mossa, sottraendosi a quell’offensiva nel rotolare rapidamente lateralmente e, in un sol movimento continuo, nel rialzarsi dal suolo, là dove, in tal condizione, sarebbe stata un bersaglio eccessivamente esposto. Per questa ragione, quando Lles ripiombò a terra, incrinando il manto stradale sotto il proprio ginocchio e lasciandogli assumere una aspetto simile a una ragnatela in conseguenza alle fratture impostegli nella violenza propria di quell’impatto, Midda ebbe a offrirsi nuovamente già in piedi, estraendo alfine la spada dal proprio fodero, nel ben valutare quanto, ormai, spiacevolmente stolido sarebbe stato per lei rifiutare quel conflitto, sottrarsi a quell’obbligato duello, non laddove l’altra non si sarebbe certamente fermata prima di aver preteso da lei un ineluttabile tributo di sangue e non laddove, per impedirle di raggiungere un simile traguardo, avrebbe avuto a dover ricorrere a tutte le proprie risorse, senza esclusione di colpi…

« Fammi indovinare: anche le gambe non sono originali… » ebbe a commentare osservando l’antagonista rialzarsi in piedi e non dimostrare il benché minimo disturbo nei propri movimenti dopo la violenza di quell’ultimo colpo che, a rigor di logica, avrebbe avuto a doverle frantumare la rotula e la gamba intera, più in generale, oltre a non offrire alcun piacere al resto del suo corpo, a partire, innanzitutto, dalla sua schiena.
« Ciò non di meno, non credo che si possa esprimere obiezioni su quanto siano egualmente splendide. » puntualizzò la donna pirata, dondolandosi appena prima a destra e poi a sinistra, quasi a voler offrire una migliore opportunità volta ad ammirare i propri magnifici arti inferiori, con quieta fierezza a tal riguardo, nella serena consapevolezza della propria beltà e, in questo, dei propri pregi, anche di natura esclusivamente fisica « O hai qualche pregiudizio in contrasto a ciò…?! » sorrise provocatoria, ammiccando verso di lei.
« Assolutamente. » negò l’altra, scuotendo appena il capo « In effetti, ho persino conosciuto una mia versione alternativa che riversava in condizioni non dissimili alle tue. » riprese e soggiunse, non tanto a soddisfazione di un qualche possibile curiosità nella controparte quanto, e piuttosto, nella mera rievocazione di quella particolare avventura, di quella singolare esperienza nel tempio sotterraneo della fenice, là dove, la seconda volta, le era stata concessa l’opportunità unica di porsi a confronto non soltanto con una singola, altra Midda proveniente da un universo parallelo, ma con un bel repertorio di proprie versioni alternative, fra cui, in effetti, una che, a differenza sua, non aveva perduto soltanto l’arto destro, ma anche il sinistro, nonché entrambe le gambe, ridotta brutalmente a un torso umano ma, ciò non di meno, in grazia alla propria forza di volontà, riuscendo alfine a riacquistare la propria mobilità attraverso una completa armatura di nero metallo dai rossi riflessi animata in grazia alla magia, soluzione non dissimile da quella che, fino a qualche anno prima, era anche per lei surrogato del proprio arto mancante.

Al di là di quel fugace intermezzo, di quell’estemporaneo scambio di parole fra loro, lo scontro, ovviamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere ben lontano dal potersi considerare concluso. Al contrario.
Posti ormai tutti i pezzi sulla scacchiera da entrambi i lati, nella spada sguainata della Figlia di Marr’Mahew, e nella condivisione in merito alle superiori capacità del capitano Vaherz in conseguenza alle proprie protesi artificiali, e protesi utili a concederle, al contempo, sia i benefici propri di normali arti di carne e ossa, sia quelli derivanti dalla potenza di straordinari servomotori alimentati all’idrargirio; le due combattenti, le due sfidanti, non avrebbero potuto procedere in altra direzione se non in quella della lotta, e di una lotta destinata potenzialmente all’annientamento reciproco, nell’eventualità in cui una delle due non fosse riuscita a prevalere sull’altra. E se, nei primi minuti, la folla attorno a loro era risultata sufficientemente animata, nell’incitarle entrambe al combattimento, nel momento in cui la sfida aveva avuto chiaramente inizio, soltanto il più assoluto silenzio era ridisceso attorno a loro, nell’attenzione richiesta a tutti gli spettatori, a tutti i testimoni lì presenti, per riuscire a seguire, effettivamente, movimenti altresì troppo rapidi, azioni, reazioni ed evoluzioni in un susseguirsi troppo concitato, per poter giustificare loro anche la più semplice distrazione derivante da un banale commento verbale.
Così, arma in pugno, l’Ucciditrice di Dei ebbe a proiettarsi, allora, in direzione della propria antagonista, iniziando a menare una straordinaria sequenza di colpi a confronto con la quale difficilmente, chiunque, avrebbe potuto avere possibilità di sopravvivenza, forse intercettandone uno, forse evitandone un altro, ma, alfine, necessariamente cadendo sotto un fendente, uno sgualembro o un ridoppio di quell’incessante serie di attacchi, tutti condotti con impareggiabile precisione e, soprattutto, straordinaria forza, e forza, in quel caso, sol merito dell’ammirevole forma fisica della protagonista di tutto ciò, avendo ella a dover maneggiare, necessariamente, la propria lama con la mancina, ove, priva di sensibilità nella propria destra, non sarebbe stata in grado di gestire i sottili equilibri di una pur tanto violenta e devastante azione. Ciò non di meno, al di là dell’impareggiabile offensiva che, allora, quella donna dagli occhi color ghiaccio ebbe finalmente a dimostrar qual propria malgrado uno stile nell’uso della propria spada inoppugnabilmente meno elegante, seppur egualmente efficace, rispetto a quello che avrebbe avuto a dover essere attribuito alla propria controparte, Lles non ebbe a cadere in conseguenza al primo, al secondo, al terzo, e neppure al decimo colpo menato: muovendosi, infatti, con non minor velocità e senso di controllo, e, in tal senso, sicuramente aiutata dai propri miglioramenti fisici di natura tecnologica, ella fu in grado di parare e deviare ogni colpo contro di lei rivolto, offrendo anche evidente dimostrazione di quanto la propria sciabola, benché dotata di una lama più stretta rispetto a quella della spada della controparte, avesse a poter vantare una straordinaria resistenza, mai cedendo nel corso di quel confronto e, anzi, quasi apparendo in una situazione di superiorità. Una superiorità quella propria dell’arma dell’avversaria, che Midda era certa non sarebbe stata egualmente tale se soltanto avesse avuto occasione di impugnare la propria lama bastarda, forgiata e temprata secondo un’antica e quasi perduta tradizione del proprio mondo atta a creare una lega dagli azzurri riflessi dotata di una forza priva d’eguali… ma, in quel momento, in quel contesto, ella avrebbe avuto a doversi impegnare a rendere il meglio con quanto le era stato concesso di possedere e, in ciò, di batterla anche partendo da condizioni di potenziale svantaggio qual pur, quella, avrebbe avuto a doversi ritenere.

venerdì 19 gennaio 2018

2431


A dispetto dei timori espressi da Lles, e trascurando completamente la possibilità di entrare all’interno del retro di quel veicolo, e di raggiungere la gabbia lì riposta, Midda ebbe altresì a proiettare il proprio corpo in un primo salto, un balzo che la condusse ad appoggiare fugacemente il proprio piede sinistro su una curva utile della forma del mezzo e in tal dove trovare un punto d’appoggio allo scopo di spingersi ancora più in alto, quasi rimbalzando sul lato opposto e lì lasciando aderire, questa volta, il destro, su un altro punto idoneo, prima di sospingersi, in un’amplia parabola, in una straordinaria capriola all’indietro, a volare al di sopra della testa della propria avversaria, per atterrarle alle spalle e, in quel punto sopraggiunta, cercare di menare il proprio colpo, un montante che, condotto con il suo destro, non si sarebbe limitato a colpirla ma, addirittura, a distruggerla, nella forza dei servomotori alimentati all’idrargirio propri di quell’arto trapassandole la schiena e l’addome, fino a fuoriuscire dal suo petto. Un colpo, in tutto questo, contraddistinto non soltanto da audace concezione e da straordinaria esecuzione, ma, anche e ancor più, caratterizzato da un’impietosa volontà di condanna, di morte, a discapito della controparte, alla quale, potenzialmente, non sarebbe stata concessa altra possibilità al di fuori di una violenta e sanguinosa dipartita, avendo probabilmente appena il tempo di maturare l’idea di quanto così accaduto, e della fine alla quale, in tal maniera, si sarebbe ritrovata a esser tradotta in un nuovo stato d’esistenza, compatibilmente con le proprie eventuali credenze religiose.
Ma se pur, effettivamente, il potenziale di morte proprio di quell’azione avrebbe avuto a doversi riconoscere estraneo a qualunque possibilità di argomentazione o critica, tale potenziale, nella pratica di quello scontro, ebbe a doversi inaspettatamente confrontarsi con la ferrea volontà a mantenersi in vita, e in salute, della controparte, la quale, in conseguenza a ciò, non avrebbe potuto permettersi alcuna occasione volta ad attendere quietamente l’evolvere degli eventi, senza, in essi, agire e interagire. Così, nel dimostrare un ammirevole acume e un’incredibile capacità di freddo controllo sugli eventi, e sull’ambiente a sé circostante, il capitano dei pirati non ebbe ad accettare passivamente il destino al quale la propria antagonista l’avrebbe tanto banalmente condannata, preferendo mantenere quieta consapevolezza nel merito della posizione della stessa e, al momento del suo pur ipoteticamente letale attacco, offrire a quel suo pugno cromato non il calore e la morbida accoglienza delle proprie carni, quanto e piuttosto il nulla allor rappresentato dalla semplice aria, e dalla semplice aria nella quale lasciò fendere, incapace a imporle qualunque danno, quella temibile estremità, compiendo nel contempo proprio di quell’attacco, di quell’aggressione, un perfettamente misurato, lieve movimento, minimo indispensabile utile a escluderla dalla sua traiettoria e a permetterle di riservarsi, ancor, salva la vita. Mirabile, in tutto questo, ebbe a dover essere la sua velocità, anche all’attenzione della stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale quasi non poté riservarsi il tempo di comprendere realmente quanto avesse lì a doversi considerare in corso prima che, altresì, tutto fosse allor terminato.
E laddove incredibilmente rapida ebbe a dimostrar di saper essere Lles in un contesto difensivo, altrettanto non mancò di dimostrarsi in uno offensivo, utile, nella nuova posizione così assunta, quasi frontale alla propria controparte, a menare a sua volta un colpo, lì animato, in verità, non da intenzioni apertamente letali quali quelle a lei riservate, quanto e piuttosto dalla volontà di offrire una dimostrazione, e una dimostrazione che, nel proprio intimo, ella volle probabilmente sperare essere utile alla donna da dieci miliardi di crediti per decidersi a concederle la sfida da lei desiderata, quella possibilità di singolar tenzone da lei ricercata e che, in un modo o nell’altro, l’altra sembrava intenzionata a eludere, non apparendo intenzionata a dedicarle quell’attenzione, quell’interesse pur quietamente preteso. Una dimostrazione, la sua, che fu allora espressa in una semplice spinta, e in una spinta che, con il palmo della mancina aperto, ella ebbe a muovere in direzione del suo basso addome con la stessa precisione di un pugno, e che pur pugno non volle essere, per fortuna della controparte, laddove se così non fosse stato, probabilmente l’effetto finale non avrebbe avuto a doversi intendere particolarmente differente da quello che, a sua volta, aveva sperato di imporre con il proprio arto cromato, giacché, in un’incredibile velocità d’azione, tale da non permetterle alcuna possibilità di difesa da tutto ciò, gli effetti propri di quella spinta, di quell’impulso imposto in contrasto al suo ventre, ebbero a definirsi nel vederla catapultata con disumano vigore per oltre nove piedi all’indietro, sino a raggiungere il limite della loro arena e, in ciò, a colpire, di schiena, la schiena di uno dei tagliagole lì disposti a mantenere intatto il limite circolare loro riservato e, ancora, quasi a sbilanciarlo in avanti, in conseguenza alla straordinaria energia cinetica che l’altra era così stata in grado di imporle.
Un colpo in conseguenza al quale, pertanto, Midda ebbe a ritrovarsi per un breve istante impossibilitata persino a respirare, istante nel corso del quale, tuttavia, la sua mente non si negò possibilità di rielaborare quanto appena accaduto, nel tentativo di offrire una chiave di interpretazione logica a tutto ciò. Una chiave di interpretazione, allora, che non poté ovviare a ricollegarsi a una delle ultime frasi ridacchiate da parte della donna pirata prima dell’inizio di quello scontro, di quella loro tanto invocata possibilità di duello, e, in particolare, al disinteresse dimostrato dall’altra alla prospettiva di poter perdere entrambe le mani in conseguenza a quel conflitto: eventualità che, sebbene nel mondo dal quale la donna guerriero proveniva avrebbe terrorizzato chiunque, proponendosi qual menomazione di impossibile superamento, in quella nuova e più amplia realtà, così come il suo stesso arto cromato avrebbe avuto a rappresentare, non avrebbe potuto più ritenersi qual ostacolo sì insormontabile, condizione sì immutabile, in grazia allo straordinario progresso tecnologico che contraddistingueva quelle civiltà…

« Le tue braccia… » esitò la Figlia di Marr’Mahew, aggrottando appena la fronte nel cercare di recuperare voce e posizione eretta, separandosi da colui che, involontariamente, le si era offerto qual scomodo materasso utile ad arrestare il volo in tal maniera impostole dalla controparte.
« Un modello senza dubbio più elegante del tuo. » sottolineò Lles, riservandosi occasione per un nuovo sorriso immancabilmente sornione, nel levare innanzi a sé la propria estremità mancina e nell’osservarla quasi con compiacimento, nell’assoluta verosimiglianza della stessa con un arto reale, risultando apparentemente contraddistinto da pelle e da carne, garantendole tutta quell’importante sensibilità tattile propria della pelle e della carne, e, ciò non di meno, non avendo a doversi considerare, a tutti gli effetti, qual più naturale di quanto non avrebbe avuto a doversi reputare il destro cromato della propria allor sorpresa interlocutrice « Con rispetto parlando, per quanto sicuramente possa contribuire all’immagine di ragazza cattiva alla quale, evidentemente, tanto tieni, io avrei qualche remora a mostrarmi in giro con una protesi così rozza qual quella: sembra quasi un semplice modello da lavoro di quelle che vengono installate ai detenuti delle prigioni di Loicare. » la criticò, scuotendo appena il capo « … o forse è veramente così, tesoro?! » ridacchiò, strizzando l’occhio sinistro in un gesto di ricerca di complicità con lei.

Cercando di approfittare della distrazione da lei resa propria in quel breve monologo, la donna guerriero si impose una rapida ripresa dal lieve stordimento nel quale il colpo a lei inferto l’aveva fatta ricadere, per scattare in avanti, in grazia di tutta l’energia propria dei vigorosi muscoli delle sue gambe, per coprire in un attimo la distanza fra loro esistente e cercare, nuovamente, di raggiungerla, e di raggiungerla, ancora, non nell’impiego della propria spada, ma, più semplicemente, del proprio arto destro, nella volontà di imporle quell’unico, singolo colpo in grazia al quale, allora, quell’intera questione avrebbe potuto essere facilmente conclusa, nella morte della propria controparte, nonché dell’attuale carceriera dei due bambini.
Purtroppo, ancora una volta, la sua pur straordinaria velocità d’esecuzione venne sostanzialmente umiliata da quella che, altresì, ebbe modo di riservarsi la sua avversaria, restando in immobile attesa del suo arrivo sino all’ultimo istante utile e, solo quando ormai avrebbe avuto a dover essere bersaglio designato per il suo colpo, compiendo quel pur lieve movimento utile, allora, a sottrarla al medesimo, lasciando sfogare tanta forza, tanta violenza, nel vuoto lasciato in propria vece, in un’evasione da quell’offensiva straordinariamente misurata e che, ora, volle riservarsi anche l’opportunità di condurre un primo movimento della propria lama a potenziale discapito di quell’antagonista, in un ridoppio diritto volto in direzione del suo fianco mancino…

giovedì 18 gennaio 2018

2430


E fu il silenzio…
… in silenzio, innanzi a tale sfida, ebbero a presenziare Tagae e Liagu, attendendo pazientemente la vittoria della loro tutrice, nonché genitrice adottiva, ancora imprigionati all’interno della propria gabbia e, in effetti, all’interno del mezzo di trasporto nel quale, sino a lì, erano stati condotti.
… in silenzio, nel confronto con quel duello, ebbero a testimoniare tutti gli uomini al servizio di Lles Vaherz, attendendo quasi con tedio la vittoria del loro capitano, nonché compagna d’armi, quietamente disposti a limite di quell’area circolare, di quel palcoscenico al di sopra del quale, presto, anche la famigerata Midda Bontor avrebbe certamente incontrato la propria ineluttabile sconfitta.
… in silenzio, innanzi alla minaccia di quella spada sguainata, ebbe a permanere la stessa donna guerriero dagli occhi color ghiaccio, immobile con le braccia conserte innanzi a sé.
… in silenzio, nel confronto con la quiete così provocatoriamente riservatale, ebbe a restare la medesima donna dalla bronzea pelle e dagli occhi ambrati, in attesa nella propria postura di guardia.
E fu il silenzio…
… o quasi.

« Allora…?! » si sollevò una voce maschile di protesta fra gli astanti, fra coloro lì arrestatisi incuriositi alla prospettiva di una sfida, di un combattimento così a loro gratuitamente offerto, un piacevole spettacolo con il quale potersi intrattenere al proprio arrivo, o prima della propria ripartenza dal Mercato Sotterraneo e, ciò non di meno, lì apparentemente destinati a restare insoddisfatti, nella quiete immobilità così precipitata.
« E dai… attaccala…! » insistette una seconda voce, questa volta femminile, richiedendo l’evolversi della situazione, e l’evolversi proprio di un’offensiva allor da riservarsi a discapito di colei che, tanto impunemente, stava lì rifiutandosi di estrarre la propria lama per rispondere alla questione.
« Forza, pollastre! Non abbiamo tutto il gior… » tentò di intervenire una terza voce, nuovamente maschile, salvo essere arrestata dall’intervento di un pesante pugno, e un pugno in grazia al quale, allora, l’intero cranio dell’incauto commentatore venne letteralmente fracassato, vedendo lo stesso crollare a terra morto sul colpo, qual giusta punizione a lui inferta da uno dei masnadieri per la propria così intollerabile mancanza di rispetto nei confronti delle due contendenti e, in particolare, del capitano Vaherz.
Un richiamo a toni più riguardosi, quello in tal maniera fisicamente espresso, che non mancò di essere anche ribadito verbalmente da colui che, senza apparente preoccupazione, aveva appena definito la morte di un perfetto sconosciuto: « Ogni mancanza di educazione non sarà tollerata. » sancì, con voce tuonante al di sopra della folla, della folla necessariamente sorpresa da quella morta occorsa in maniera tanto subitanea e inattesa « Spero di essere stato chiaro… »

Solo un quieto annuire, soprattutto da parte di coloro più vicini a quell’uomo, si riservò il compito di confermare comprensione nel merito di tali parole, permettendo, allora, al silenzio di tornare a imporsi al di sopra della scena.
E Midda, che pur aveva sperato, nella propria reazione, di incontrare, come di consueto, come già avvenuto un numero ormai incalcolabile di volte nel corso della propria vita, una qualche espressione di contrarietà da parte della sua avversaria, che, in tal maniera, avrebbe avuto a doversi considerare quantomeno offesa da tutto ciò, dall’apparente mancanza di attenzione che ella stava dimostrando nei suoi riguardi; non poté lì ovviare a comprendere quanto, proprio malgrado, tale tattica non avrebbe avuto occasione di riscontrare il successo sperato. Non, per lo meno, da parte di chi, evidentemente, avrebbe avuto a doversi considerare non soltanto in temibile parallelismo alla propria gemella ma, come sin da subito intuito, in spiacevole somiglianza a se stessa, anche nei propri approcci, nelle proprie strategie.
Una consapevolezza, quella da lei alfine così maturata, che evidentemente ebbe a dover essere espressa in maniera sufficientemente trasparente dal suo sguardo, dai suoi occhi abitualmente enigmatici per i propri avversari, e che pur, da quella controparte in particolare, vennero correttamente interpretati nelle proprie emozioni e nei propri pensieri, confermando, anche ove non necessario, quanto avesse a doversi considerare pericolosa…

« Sì. E’ inutile che tu abbia ad aspettare di farmi innervosire, splendore. » sorride Lles, facendo ricomparire le proprie irriverenti fossette ai lati delle labbra « Se pensi di potermi battere in grazia a una così banale tattica psicologica, mi spiace per te, ti sbagli di grosso! »

Ovviando a imprecare verbalmente, e pur non mancando di scandire il nome della propria dei prediletta all’interno del proprio cuore, la donna guerriero ebbe allora a lasciar ricadere le braccia ai propri fianchi, prima, e poi ad alzarle in posizione di guardia, innanzi a sé, con i pugni chiusi, quasi a prepararsi, in tal maniera, a una rissa ancor prima che a un combattimento all’arma bianca. E a sottolineare la propria mancanza di entusiasmo per la prospettiva di confronto lì offertale, in un nuovo tentativo di irritare la propria controparte, ella si impegnò anche a sbuffare nel mentre di ciò, sollevando per un fugace istante gli occhi al cielo, a meglio evidenziare le proprie, supposte emozioni…

« L’ultima volta che ho avuto occasione di affrontare un insistente spadaccino, non è finita molto bene per lui. » volle ricordare l’ex-mercenaria, rendendo omaggio a un semplice Nessuno del proprio passato, un uomo che tanto aveva insistito per affrontarla, e affrontarla ripetutamente, e che, pur, alfine, si era dovuto necessariamente pentire della propria scelta « Lascia andare i miei bambini e permettici di allontanarci senza creare problemi. E, forse, per te, andrà meglio… »
« Lasciami indovinare… lo hai ucciso in un colpo solo?! » ipotizzò, dimostrandosi soltanto divertita, la sua interlocutrice, pur senza ancora ipotizzare alcun movimento d’offesa nei suoi confronti, in quieta attesa dell’inizio reale del loro scontro.
« Peggio… l’ho lasciato vivere, dopo avergli amputato entrambe le mani. » replicò la prima, sincera in quella dichiarazione, nell’aver proceduto in tal senso, in conseguenza di dinamiche nello spiegare le quali, in quel mentre, avrebbe preteso più tempo di quanto, probabilmente, non avrebbe potuto considerare proprio.
« A tal riguardo, francamente non ho problemi… » ridacchiò Lles, quasi ella le avesse appena raccontato una barzelletta « E se non hai altri aneddoti da condividere, direi che potremmo anche iniziare, prima che faccia notte. » la volle invitare, sollevando, per un momento, la mancina quietamente appoggiata al proprio fianco sinistro, per invitarla, con un cenno delle dita, ad attaccarla, a provare a dimostrarle nei fatti, ancor prima che nelle parole, il proprio valore « Avanti… ti sto aspettando. »
« Come preferisci… » si strinse nelle spalle la Figlia di Marr’Mahew, gettando uno sguardo alle proprie spalle e, poi, decidendo alfine di agire, per così come incitata a fare.

Con uno scatto felino, per un istante, la donna guerriero sembrò allora diretta alla volta del mezzo dal quale erano appena scesi e, in particolare, in direzione dei due bambini lì ancora imprigionati.
Un gesto innanzi al quale, necessariamente, la sua controparte, il capitano della masnada di predoni e tagliagole, non poté che reagire accennando a scattare a sua volta in avanti, per poterle impedire qualunque eventuale azione in tal senso, qualunque tentativo di liberazione della coppia prima di aver guadagnato qualunque diritto a tal riguardo, secondo i termini del loro accordo, della loro sfida.

« Non penserai davvero di potermi fuggire?! » protestò la donna pirata, decisamente contrariata da quell’idea, da quella prospettiva così irriverente innanzi al duello in corso.

mercoledì 17 gennaio 2018

2429


La Figlia di Marr’Mahew, ancora, non avrebbe potuto vantare particolare confidenza su qual genere di pianeta fosse quello nel quale ella era stata trasportata insieme ai due bambini, né qual genere di leggi lo regolassero: ciò non di meno, alla luce di quanto già veduto e vissuto, e di quanto anche allora accadde, non poté ovviare a ipotizzare un certo, interessante collegamento con quanto ella avrebbe potuto definire qual casa propria, ossia la città del peccato del regno di Kofreya, Kriarya.
Ove, infatti, nei mondi sino a quel momento esplorati, nelle città sino a quel momento conosciute in quella nuova e più ampia concezione di realtà rispetto a quella che avrebbe potuto vantare un tempo, ella aveva avuto modo di constatare una certa, ipocrita e perbenista, parvenza di costante legalità, se non, addirittura, una ricerca persino ossessivamente autoritaria di mantenere l’ordine costituito attraverso l’uso e l’abuso della legge, in misura tale per cui, certamente, mai Lles Vaherz avrebbe potuto permettersi la benché minima occasione di allestire la scena del loro scontro, della loro battaglia, con la stessa quiete, con la stessa semplicità con la quale, altresì, lì venne allestita; in quel Mercato Sotterraneo, al capitano di quella masnada di predoni spaziali venne garantita tutta la serena tranquillità utile a gestire le cose secondo i propri interessi, secondo i propri desideri, in quello che, anzi e persino, allorché cercare la discrezione propria di un luogo appartato, volle apparire persino qual un vero e proprio evento pubblico, per il piacere di qualunque eventuale spettatore avesse voluto riservarsi occasione di testimoniare a tale scontro. Così, non appena atterrati, non appena tornati a contatto con la solidità del suolo in quella che, pur, altro non avrebbe avuto a dover essere considerata che un’area di manovra squisitamente trafficata, un parcheggio esterno allo spazioporto e, in questo, indubbiamente animato da una certa disordinata folla lì di passaggio; gli uomini al servizio di Lles si premurarono di creare una vera e propria arena per ospitare quello scontro, aprendo fra la folla una superficie quasi perfettamente circolare attorno al loro mezzo di trasporto e delimitandola con la propria stessa presenza, senza che, a tal fine, il loro capitano dovesse aver ulteriore bisogno di esprimersi rispetto a quanto già pocanzi compiuto, segno evidente di quanto, quello che di lì a breve avrebbe avuto luogo, non avrebbe avuto a doversi fraintendersi qual il suo primo scontro, il suo primo duello. E se, pur, a fronte di tutto quello, in altre città, in altri pianeti, ineluttabile sarebbe stato un rapido intervento delle forze dell’ordine per dirimere in maniera decisa la questione, probabilmente arrestandoli e incarcerandoli tutti, lì al Mercato Sotterraneo l’evolversi degli eventi non ebbe a suscitare alcun genere di allarme, alcuna preoccupazione da parte di chicchessia, attirando, anzi e solamente, un certo interesse, una certa attenzione, e attenzione rivolta, allora, a comprendere cosa sarebbe accaduto e se, magari, sarebbe stato qualcosa su cui poter lucrare.

« Deduco che questo non abbia a essere la prima volta che sfidi a singolar tenzone una perfetta sconosciuta… » non poté ovviare a commentare Midda, aggrottando la fronte nel cogliere quanto lì in corso, scendendo un istante dopo dal mezzo da lei tanto violentemente attaccato.
« Dici…?! » sorrise sorniona l’altra, minimizzando quanto lì stava accadendo, nel seguirla, nell’affiancarla all’uscita dal quel piccolo veicolo da trasporto « Meglio per me, allora… » soggiunse poi, ammiccando lievemente « … in questo modo, forse, potrei avere qualche possibilità di sopravvivere alla temibile Midda Bontor. » evidenziò, in quello che, ancor prima che qual tributo, senza particolare sforzo avrebbe avuto a intendersi facile ironia.

Un punto a favore di quell’antagonista ancora sconosciuta, quello in tal maniera a doversi accreditare da parte dell’Ucciditrice di Dei, a confronto con la quale, pertanto, ella non poté che ricevere l’ennesima conferma di quanto, allora, non avrebbe dovuto concedersi alcuna superficiale possibilità di sottovalutarne le possibilità, il pericolo da lei così rappresentato per sé e per i due pargoli. Un pericolo, parimenti, che non avrebbe avuto a dover essere neppur, al contrario, eccessivamente sopravvalutato, ove, altrimenti, avrebbe potuto essere per la medesima donna guerriero qual fonte di inibizione, di timoroso freno là dove, comunque, non avrebbe avuto a doversi permettere di trattenere alcuno dei propri colpi, risparmiare alcuno dei propri attacchi, sancendo, al più presto, la morte di quell’avversaria che, in un qualunque altro momento, probabilmente avrebbe potuto scoprirsi meritevole anche della sua ammirazione e che, pur, in quello specifico contesto, avrebbe avuto a dover essere abbattuta nei tempi più rapidi possibili, seguita a ruota da tutti i propri compagni di ventura, la cui ira, altrimenti, avrebbe potuto porre in inevitabile rischio non soltanto il suo domani, ma, ancor più, quello di Tagae e Liagu, nella volontà di vendicarsi per quanto, di lì a breve, sarebbe quindi occorso.

« Spero che quell’arma non abbia a doversi considerare la tua prediletta… » riprese voce Lles, in riferimento alla spada al fianco destro della propria antagonista, nel mentre in cui, prendendo le distanze da lei, si mosse a prendere posizione per la loro sfida, per il loro duello, che, francamente, non avrebbe voluto posticipare di un istante più del dovuto, nell’intima speranza che quella controparte fosse realmente degna della propria fama « E’ così… dozzinale. » storse appena le labbra verso il basso, a ribadire tutta la propria più severa critica a tal riguardo, accarezzando, al contempo, con la propria mancina, la raffinata impugnatura della propria sciabola, nel paragone estetico con la quale, in effetti, poche armi avrebbero potuto riservarsi opportunità di confronto.
« Servirà egualmente al suo scopo. » replicò la donna da dieci miliardi di crediti, non desiderando, in ciò, doversi in alcun modo giustificare innanzi all’altra, ben comprendendo quanto, tutto quello, altro non avesse a doversi considerare se non un banale tentativo di incrinare la sua sicurezza, la sua confidenza con quella sfida, a iniziare addirittura dalla qualità della propria arma.

Fortunatamente per sé, comunque, pur avendo sì un’arma prediletta, allora ben conservata nell’armeria della Kasta Hamina in attesa del suo ritorno, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto accusare particolari difficoltà nel porsi a confronto con altre armi, con altre lame e non soltanto, avendo avuto, nel corso della propria vita, l’ineluttabile necessità di combattere, e di combattere per il proprio domani, equipaggiandosi con la più variegata alternativa di armi, convenzionali e non, e, non di rado, arrivando persino a dover dirimere le questioni, alfine, in mera conseguenza delle proprie nude mani, delle proprie unghie e, persino, dei propri denti, e non qual mera espressione retorica.
In ciò, quindi, essere lì equipaggiata con un’arma definita dozzinale, non avrebbe per lei comportato alcun particolare problema, non psicologico, non pratico, con buona pace di ogni impegno, in senso contrario, da parte della propria avversaria.

« E sia. » acconsentì il capitano della masnada, non permettendo alla propria serenità, alla propria imperturbabilità, di essere allor alterata, vanificata, da quella risposta e dalla minaccia in essa implicitamente espressa, sguainando, in grazia di un movimento soavemente elegante, la propria lunga lama, e assumendo una postura di guardia, propria di un’abile spadaccina, di una esperta schermitrice, la cui tecnica non sarebbe mai stata posta in dubbio da alcuna sfida, per quanto difficile, per quanto potenzialmente letale « In guardia, dolcezza. » invitò la propria controparte a imitarla, non volendosi riservare alcun vantaggio nei suoi riguardi, affinché, a posteriori, la sua vittoria non avesse a potersi dire viziata in tal senso.

Ciò non di meno, e con la più quieta indifferenza nei riguardi della palese minaccia lì presente innanzi al proprio sguardo, la donna dagli occhi color ghiaccio non sembrò voler accogliere tale esortazione. Al contrario, addirittura, ella ebbe a sollevare le proprie braccia per condurle a incrociarsi sotto ai propri prosperosi seni, quasi a esprimere il più totale disinteresse nei confronti della minaccia dall’altra rappresentata a proprio ipotetico discapito.

martedì 16 gennaio 2018

2428


« … mai sentito, mi dispiace. » riprese la donna dagli occhi color ghiaccio stringendosi nelle spalle, a minimizzare la contrizione così appena dichiarata, e, in tal senso, a dimostrare il proprio più sincero disinteresse per quell’informazione, benché, pocanzi, avesse espresso esplicita richiesta a tal riguardo, nel merito di simile dettaglio « Dovrebbe dirmi qualcosa…?! » insistette, a cercare, da parte sua, una qualche conferma o smentita a tal riguardo.
« Assolutamente nulla… » non ebbe a cercar vanto l’altra, ritornata in posizione eretta dopo la conclusione dell’inchino, a sua volta sollevando e lasciando ricadere le spalle in un gesto volto a banalizzare quietamente la faccenda, e a dimostrare quanto quell’eventuale tentativo di provocazione a suo discapito non avrebbe trovato terreno fertile in lei… al contrario « A differenza tua, non ho avuto interesse a costruire una qualche terrificante fama attorno al mio nome, giacché, per semplice discrezione, ho sempre preferito ovviare a lasciare testimoni superstiti al passaggio mio o dei miei uomini. » sorrise nuovamente, facendo ricomparire le fossette ai lati delle proprie labbra quasi a voler enfatizzare, in esse, la malizia propria di quell’ultima asserzione, la crudeltà così serenamente dimostrata.
« Immagino, quindi, che tu sia il capitano di una nave pirata… » dedusse con una tranquillità assolutamente sincera, non avendo ragione alcuna per sconvolgersi all’idea, nell’aver avuto praticamente sin dalla più tenera età, ancor prima degli anni della propria pubertà, occasione di continuo confronto con ciurme di predoni dei mari e, soprattutto, avendo avuto a che fare, nella propria vita, la più crudele regina dei pirati che mai la storia del proprio mondo avrebbe potuto ricordare, sua sorella Nissa Bontor « Al di là di ogni possibile considerazione sul tuo discutibile stile di vita, non posso negare, quantomeno, che tu abbia buon gusto nel vestire… molto più della maggior parte dei pirati con i quali abbia avuto occasione di scontrarmi nel corso della mia vita. » le riconobbe, offrendo riferimento esplicito al suo completo con un lieve cenno della destra, a indicare, con un movimento dall’alto verso il basso, l’apprezzato abbigliamento da lei in tal maniera reso proprio.

Quieta, in quel quasi amichevole preludio a quella che, dal proprio punto di vista, sarebbe stata una lotta senza quartiere fra loro, una sfida all’ultimo sangue non per un qualche torto subito, non per una qualche vendetta da pretendere, ma, semplicemente, perché ciò avrebbe avuto a doversi considerare allor qual desiderato; Lles ebbe a risollevare la propria mancina, chiudendola a pugno, e, con essa, a battere due colpi contro la parete alle sue spalle, divisoria nel confronto dell’abitacolo di pilotaggio di quel mezzo di trasporto merci, per richiamare in tal senso l’attenzione degli uomini dall’altra parte e poter rivolgere a essi le proprie successive parole…

« Appena possibile, atterrate. » ordinò, senza spostare lo sguardo dagli occhi color ghiaccio della propria controparte, non volendole concedere, ovviamente, la benché minima occasione per coglierla di sorpresa con un qualche gesto a tradimento, un qualche attacco privo di quella cortesia che pur, sino a quel momento, fra loro si era dimostrata presente e che, qualcosa nell’approccio della propria famigerata controparte, pur, non avrebbe potuto spingerla a considerare quanto ella non avrebbe mai potuto rendere propria una simile evoluzione « La mia nuova amica e io abbiamo bisogno di spazio… »
« D’accordo, capitano. » replicò, necessariamente ovattata, una voce dall’altra parte di quella parete, a dimostrare di aver recepito il messaggio così da lei scandito e di essere, come di consueto, ai suoi ordini, pronti a compiere qualunque cosa ella avesse loro domandato.

Offrendo, quindi, il proprio miglior viso al non propriamente gradevole giuoco lì riservatole, la Figlia di Marr’Mahew cercò di non prestare caso allo sgradevole parallelismo che allor non avrebbe potuto mancare di emergere alla sua attenzione fra quella tal Lles Vaherz e la propria defunta gemella, antagonista di quasi tre decenni, su quattro, della propria intera esistenza. Una somiglianza, quella da lei in tal maniera percepita, che avrebbe avuto a dover lì essere riconosciuta soprattutto nel rapporto della medesima con la propria ciurma, con quegli uomini e donne che, facenti parte del suo equipaggio, non soltanto si sarebbero sempre impegnati a rispettare i suoi voleri ma, ancor più, avrebbero agito in tal senso animati da un cuore profondamente entusiasta a tale prospettiva, da un animo in assoluta armonia con ogni suo più semplice capriccio: una totale devozione, un sincero rispetto in grazia di quanto, da parte della loro stessa aggregatrice, non avrebbe avuto a doversi considerare semplice dimostrazione di autorità, ma, anche e ancor più, di autorevolezza, tal da giustificare tanta quieta ammirazione nei suoi riguardi, simile cieca fiducia nei suoi comandi, nelle sue decisioni.
Tale fattore, invero, non avrebbe potuto ovviare a preoccupare la donna dagli occhi color ghiaccio nella consapevolezza di quanto, già entro i confini del proprio mondo, del proprio pianeta d’origine, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il principale, il più importante discriminante fra un qualunque equipaggio eterogeneamente composto da predoni e tagliagole, e la straordinaria potenza che Nissa Bontor era stata capace di riunire ai propri comandi, ai propri servigi. Ella, difatti, era stata in grado di ascendere sino al ruolo di essere regina dei pirati dei mari del sud non per il proprio bel viso, o per un semplice fortuito caso, quanto e piuttosto per il proprio carisma e il proprio acuto intelletto, per la propria mirabile capacità di cogliere una confusa masnada costituita dai peggiori delinquenti lì in circolazione e trasformarla in un unico corpo, un insieme coordinato di ossa e membra volte a fronteggiare, in maniera straordinariamente coesa, ogni ostacolo sarebbe loro  posto innanzi al proprio cammino. E se essere posta a confronto, in tutto ciò, con un normale gruppo di predoni, animati dai propri più stolidi istinti, da bisogni primari di facile comprensione e gestione, sarebbe stato per l’Ucciditrice di Dei qualcosa di sufficientemente banale, una sciocchezza almeno pari ai propri costanti allenamenti quotidiani, quell’esercizio giornaliero al quale ella era solita dedicarsi per mantenere ai massimi livelli la propria forma fisica e, con essa, la propria capacità di reagire, e agire, innanzi a tutte quelle difficoltà nei confronti con le quali, era consapevole, si sarebbe sempre ritrovata a essere, fosse anche e soltanto per mero piacere personale; ritrovarsi, altresì, innanzi a un gruppo lì animato dalle stesse emozioni, dalla stessa solidarietà, dal medesimo spirito di cooperazione e di comunione, solitamente proprio di un vero equipaggio, di una famiglia qual anche ella aveva avuto la fortuna e il piacere di ritrovare a bordo della Kasta Hamina, a oltre vent’anni da quando aveva vissuto la sua prima, felice esperienza lungo le vie dei mari, non avrebbe potuto ovviare a imporle ragioni di prudenza nei riguardi di quanto, allora, avrebbe potuto attenderla nel confronto con Lles, tanto nel caso di una propria sconfitta, quanto e ancor più in quello di una propria vittoria, giacché, improbabile, sarebbe così stato per lei riuscire a concludere lo scontro semplicemente nell’abbattere quella singola donna.
Nel merito di simili intimi pensieri, di tali personali riflessioni, l’ex-mercenaria dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco si premurò attentamente di offrire la benché minima evidenza all’attenzione di chiunque attorno a lei, certa di quanto il benché minimo fremito sul suo volto avrebbe avuto occasione d’essere colto, e interpretato nelle proprie motivazioni, dalla sua non banale antagonista, garantendole, in ciò, occasione per rinvigorirsi psicologicamente più di quanto già non avrebbe potuto vantare d’essere, avvantaggiandosi, di conseguenza, nel confronto che le avrebbe di lì a breve viste protagoniste: un favore, un dono che, ovviamente, non avrebbe potuto riservarsi ragione di garantirle, non per il proprio stesso bene, non, e a maggior ragione, per quello dei suoi bambini, di quei figli adottivi che, in un moto di straordinaria onestà con se stessa e con il proprio cuore, aveva pocanzi rivendicato qual propri e che, ora più che mai, avrebbe voluto esporre al benché minimo rischio, né, tantomeno, le speranze di libertà dei quali avrebbe voluto tradire. E solo un tremito quasi impercettibile, da sotto i loro piedi, ebbe a distrarla da quei pensieri, da quelle riflessioni, per riportarla alla realtà dello scontro che, di lì a breve, avrebbe definito il destino di tutti i principali attori presenti sulla scena in quel particolare momento.

lunedì 15 gennaio 2018

2427


« Nel mondo da cui provengo, sono conosciuta con molteplici nomi: Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei… » continuò ella, immediatamente, distendendo lateralmente le braccia, quasi perpendicolari a confronto dell’asse del proprio corpo, a voler permettere a coloro lì presenti di avere migliore occasione per osservarla, per contemplarla, per imprimersi la sua immagine nella memoria « Sono nata quarantun anni fa, in una piccola isola di nome Licsia. Da allora ho combattuto, ho amato, ho trionfato e ho perduto. » scandì, con tono solenne, nella fierezza di ogni singola parola pronunciata, cercando di trasmettere attraverso ogni significante accuratamente scelto il significato più opportuno per il messaggio che, allora, avrebbe voluto loro trasmettere « Il mio nome è Midda Bontor… e questi bambini sono i miei bambini. » sancì, ferma nel proprio tono e nelle proprie intenzioni, indicando Tagae e Liagu accanto a sé, nella gabbia « E che gli dei abbiano pietà per coloro che si porranno a ostacolo del mio cammino verso di loro, perché io non ne potrò dimostrare… »

Con occhietti sgranati, i due pargoli al centro di quella diatriba restarono in attonito silenzio innanzi alla scena lì in corso e, soprattutto, a quell’ultima dichiarazione, a quell’ultimo proclama.
Proclama, quello reso proprio dalla donna guerriero e per loro ragione di commovente sorpresa, non tanto in quanto atto a invocare la misericordia degli dei per coloro i quali si fossero a lei opposti, ma, piuttosto, in quanto atto a definirli, in maniera tanto inattesa quanto emozionante, quali i “suoi” bambini. Un particolare aggettivo possessivo, quello da lei impiegato, chiaramente non volto a rivendicare alcun particolare genere di proprietà a loro riguardo, così come, in quelle ultime ore, troppe persone non si erano divertite a litigarsi occasione di compiere; quanto e piuttosto l’esistenza di un legame d’affetto, un vincolo parentale a confronto con il quale, allora, essi non avrebbero più avuto a doversi limitare a vederla qual una tutrice e una protettrice, ma, addirittura, avrebbero potuto permettersi l’occasione di considerarla al pari di una genitrice. E sebbene, tanto a Tagae, quanto a Liagu, fosse ben chiaro che ella non avrebbe potuto mai essere considerata qual loro madre nel senso biologico del termine, neppur conoscendo quella donna soltanto poche settimane prima; alla luce di quanto da lei compiuto, per l’impegno da lei dimostrato nei loro confronti sin dal loro primo incontro e prima ancora, e per quanto ella era stata in grado di donare loro sotto ogni punto di vista, impossibile sarebbe stato per loro poter riconoscere in chiunque altro al di fuori di lei una figura materna: ragione per la quale, il ritrovarsi a essere parimenti da lei accolti qual figli, non avrebbe potuto per loro rappresentare nulla di meno della concretizzazione di un sogno non sperato, la realizzazione di un desiderio mai espresso per il sol timore dell’eventualità di un rifiuto da parte sua innanzi a quanto, pur, avrebbe potuto essere maggiore rispetto a quello che ella sarebbe stata altresì disposta a concedere loro.
E laddove, a fronte di tutto ciò, sincera sorpresa avrebbe avuto a dover essere intesa in Tagae e Liagu, altrettanto onesto stupore avrebbe avuto a doversi considerare, allora, presente ad animare una parte della mente della medesima donna guerriero lì protagonista, quella parte della sua mente più timorosa, nel più intimo e onesto confronto con l’evidenza di quanto, in quel frangente, tutto ciò non fosse stato dichiarato per riservarsi occasione di drammaticità, ma, piuttosto, per un’intima, viscerale consapevolezza nel merito di quanto, al di là di tutte le proprie paure, di tutto il proprio senso di inadeguatezza all’idea di essere madre, quei due bambini fossero ormai penetrati così profondamente nel suo cuore, nel suo animo, da non poterli amare in misura inferiore a due inattesi, e mai sperati, figli. A nulla, nel confronto con tutto ciò, avrebbero potuto valere altre pur corrette considerazioni, qual la possibile esistenza in vita, da qualche parte nell’universo, della vera famiglia di quei due piccoli dispersi, o il pericoloso dettaglio della loro stessa trasformazione in armi viventi a opera della Loor’Nos-Kahn: ai suoi occhi, alla sua mente, al suo cuore, al suo animo, quei due bambini sarebbero comunque rimasti i suoi bambini, ed ella sarebbe stata felicemente disposta a donare la propria vita per la loro salvezza.

« … Midda… » sussurrò, con gli occhi colmi di lacrime di gioia, la piccola Liagu, spingendosi allora verso la gabbia, incurante delle sbarre e di tutti gli altri lì fuori, per cercare di tendere le proprie braccine verso di lei.
« So di non essere perfetta, piccola mia… e che, sicuramente, meritereste di meglio rispetto a me… » replicò ella, con tono dolcemente moderato, chinandosi appena a sfiorare il suo capetto con la propria mancina, in una carezza colma d’affetto « … ma mi impegnerò a essere migliore, per voi. Innanzi a Thyres e agli dei tutti, io lo giuro. » dichiarò, sorridendole con non minor gioia rispetto a quella da lei dimostrata, nel mentre in cui vide lì sopraggiungere anche il fratellino, animato da non diverse emozioni « Ma ora, stai indietro, Liagu. Anche tu, Tagae… e cercate di distogliere lo sguardo. » ebbe a raccomandare loro, non desiderando imporre alle loro infantili menti ulteriori immagini di guerra oltre a quelle che già, con eccessiva leggerezza, aveva riservato loro in passato « Non sarà un bello spettacolo. »

Lles Vaherz, rimasta in quegli ultimi istanti discretamente in disparte, quasi a voler rispettosamente concedere loro occasione di intimità, malgrado quanto pur pocanzi a sua volta annunciato, a sua volta fieramente proclamato nella promessa di morte a discapito della propria dirompente ospite, volle allor riprendere voce nella questione, cogliendo quelle ultime raccomandazioni, così scandite da parte dell’alfine presentatasi Midda Bontor, qual la conferma di quanto quella fugace parentesi fra lei e i due bambini avrebbe avuto a doversi considerare terminata, e decidendo che, di conseguenza, fosse giunta per lei occasione di riportare l’attenzione di tutti a sé e ai propri più sfrenati desideri di battaglia nei confronti di quella donna, la cui nomea l’aveva indubbiamente preceduta, accompagnata da un’impressionante fedina penale elencante un numero terrificante di omicidi compiuti.
E, nel riprendere voce, la donna dalla pelle color del bronzo non volle dimostrare il benché minimo interesse nei riguardi dei contenuti di quell’ultimo dialogo occorso fra la propria bramata antagonista e i due cuccioli in suo possesso, di sua proprietà, non desiderando, in tal senso, spendere la più fugace attenzione, avendo molto altro, lì innanzi, a cui volgere i propri pensieri. Prendere in esame quel breve confronto fra colei proclamatasi qual madre di quella coppia fondamento di una devastante arma di distruzione di massa, e le due bestioline lì imprigionate, infatti, avrebbe necessariamente significato riconoscere una dignità umana a quest’ultime e, in ciò, avere ragione di che sentirsi in imbarazzo, in colpa, per aver contribuito alla loro tratta: ignorarlo, altresì, e tornare alla questione iniziale, all’identità della stessa e, con essa, allo scontro promessole, invece, sarebbe semplicemente equivalso a proseguire, né più né meno, per il cammino già reso proprio, senza possibilità di disturbi emotivi a tal riguardo.

« Midda Bontor, pertanto. » annuì, palesando in maniera incredibilmente chiara la propria soddisfazione a tal riguardo, a quella conferma, in verità entro certi versi retorica nel considerare l’audacia con la quale ella aveva lì fatto la propria apparizione, nonché la fermezza con la quale aveva più volte minacciato tutti i presenti, e, ciò non di meno, una conferma desiderata, fosse anche per una questione di trasparenza, ufficializzazione utile, una volta sconfittala, a non permettere ad alcuno di sollevare dubbi od obiezioni a tal riguardo « Lles Vaherz… capitano Lles Vaherz. » ebbe poi a volersi presentare, accennando persino un ampio e plateale inchino, nel portare la destra innanzi a ventre e nel spingere la sinistra all’indietro, a scostare il nero mantello damascato e, indirettamente, in ciò, a scoprire completamente la propria arma, la propria elegante sciabola « Sarà un vero onore, per me, potermi fregiare del vanto conseguente ad aver affrontato, e vinto, una donna del tuo calibro! »
« Lles Vaherz… » ripeté quindi la Figlia di Marr’Mahew, soppesando appena quel nome, in ogni propria sillaba, quasi a voler verificare, nella propria memoria, se avesse a doversi considerare noto o meno e, senza alcuna sorpresa, scoprendolo qual sconosciuto, così come, del resto, esso sarebbe per lei stato anche nell’eventualità in cui ella avesse potuto vantare il titolo di donna più pericolosa dell’universo, nella propria ancor oggettivamente scarsa conoscenza di tutti quei mondi, di tutti quei sistemi, di tutta quella galassia intera, oltre, ovviamente, di tutti i suoi singoli abitanti.

domenica 14 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (4 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, ultimo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Straordinario avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto Mera Ronae Bontor e Namile Bontor, le due gemelle di Nissa, avessero avuto occasione di crescere nel corso di quell’ultimo anno.
Solo un ciclo di stagioni prima di quel triste giorno di commemorazione, complice l’estremo senso di protezione loro riservato dalla madre e una vita intera trascorsa entro i confini dell’isola della quale avrebbero avuto a doversi considerare future sovrane, entrambe non avevano potuto vantare la benché minima confidenza con il mondo e con la realtà degli eventi loro circostanti, ritrovandosi pertanto ad affrontare la tragedia propria della morte del loro amato fratello maggiore, nonché della loro genitrice, non soltanto con il comprensibile disorientamento conseguente a un tanto terribile lutto, quanto e ancor più con tutte le difficoltà conseguenti ad aver perso, insieme a quei due membri della propria famiglia, il proprio intero mondo, tutto il Creato con il quale, da sempre, avevano avuto occasione di confronto, di relazione. A seguito di tutto ciò, comunque, con l’aiuto loro offerto innanzitutto dalla loro nuova famiglia, per così come loro concessa a bordo della Jol’Ange, e poi dal loro nonno Nivre, entrambe si erano riservate l’opportunità di dimostrare il valore del proprio sangue, del proprio retaggio, maturando straordinariamente e arrivando, in breve tempo, a recuperare i dieci anni di vita da loro precedentemente vissuti quasi fuori dal mondo, non soltanto a livello di confidenza con la realtà a sé circostante, ma anche, e ancor più, a livello di confidenza con se stesse, con i propri cuori, con i propri animi.
Così, benché il duro discorso di lord Brote, solo un anno prima, le avrebbe vedute, probabilmente, scoppiare in lacrime, come istintivo e infantile mezzo di protezione da tanta pur giusta severità; a un anno di distanza, le nuove Mera Ronae e Namile ebbero lì a reagire con ammirevole autocontrollo, ascoltando le parole loro destinate da quell’uomo pur conosciuto più di nome che di fatto, e giudicandole in maniera obiettiva per i loro contenuti, e non nel carico di emozioni che pur, in quel cupo giorno, non avrebbero pur potuto ovviare a contraddistinguerle. E, attirando l’attenzione del loro capitano, Noal, per richiedere attraverso lui di poter prendere voce, quanto allora quelle due decenni vollero condividere con tutti, fu obiettivamente riprova importante del loro valore, e di quanto, indubbiamente, nulla, in quella nuova generazione di Bontor, avrebbe avuto a invidiare all’ultima…

« Mia sorella e io siamo grate a lord Brote di Kriarya per il suo intervento, i contenuti del quale non possiamo che condividere pienamente. » esordì la piccola Namile, in quelle parole, e nel tono da lei reso proprio, dimostrando molto più della propria effettiva età.
« Se nostra madre e nostra zia avessero avuto occasione di comprendere la saggezza propria di un tale avviso, oggi non soltanto alcun fra noi avrebbe ragione di essere qui presente… ma, soprattutto, nostro fratello Leas non sarebbe mai morto, nostra madre Nissa non sarebbe mai morta, e tutti noi avremmo potuto essere una sola grande famiglia, così come avrebbe dovuto essere. » proseguì Mera Ronae, confermando, nel proprio intervento, quanto effettivamente la maturazione della quale entrambe erano state protagoniste avesse a doversi considerare a dir poco impressionante, complice, sicuramente, la terribile tragedia loro purtroppo imposta, eventi a fronte dei quali alcuna alternativa avrebbe potuto essere loro riservata fra il reagire, come avevano evidentemente scelto di fare, e l’arrendersi, perdendo, ineluttabilmente, ogni attrazione nei riguardi della vita stessa.
« Per quanto poco possa significare, siamo entrambe profondamente afflitte per quanto è accaduto. E, soprattutto, per le perdite che ognuno di voi si è ritrovato ad affrontare. » riprese la prima, con tono ancora calmo, estremamente misurato, benché, nella frase successiva, non poté ovviare a incrinarsi nell’ineluttabile dolore da lei provato « Che il sacrificio di tutti i nostri morti, non abbia a essere vano. E che il dono della vita a noi riservato non abbia a essere vanamente sprecato. »
« Che la guerra non abbia più a essere espressione di una capricciosa incomprensione. E che i mostri, che hanno proiettato la loro ombra sulle nostre vite, abbiano a essere sempre sconfitti, così come un anno fa è stato durante l’ultima, grande battaglia. » continuò la seconda, stringendo delicatamente la mano della sorella per cercare reciproca occasione di forza « Perché il nemico non abbia mai a esser cercato fra i nostri simili, i nostri pari, ma in quelle oscene creature come l’Oscura Mietitrice, per contrastare la quale anche nostra zia Midda ha scelto di rinunciare alla propria vita, inseguendola al di là dei confini del nostro mondo sulle ali della fenice. »
« Per tutti coloro che abbiamo perduto… » incitò, allora, Namile, elevando il proprio piccolo pugno sinistro verso il cielo.
« … oaaah! » la accompagno, di pari passo, Mera Ronae, proiettando il proprio pugnetto destro verso l’alto.
« Oaaah! » risposero allora tutti quanti, senza più altra remora, senza più altra esitazione, a incominciare dallo stesso Brote, il quale, nel confronto con quelle piccole, non avrebbe potuto ovviare a provare una stretta al cuore, superando ogni possibile rancore per tragica la perdita della propria sposa.

Fu proprio nel mentre di quello straordinario coro di voci, di grida verso l’alto dei cieli in omaggio a tutti coloro perduti nel loro passato, che qualcosa di totalmente imprevisto, e di assolutamente imprevedibile, ebbe ad accadere, spingendo necessariamente quel clima di pace a degenerare rapidamente, nel vedere tutti i presenti dotati di una qualche arma, fosse anche un semplice stiletto, porre immediatamente le proprie mani, le proprie attenzioni, alla medesima, per cercar di non farsi ritrovare impreparati innanzi al peggio, nel mentre in cui tutti gli altri ebbero a volgere le proprie premure, le proprie attenzioni, verso coloro i quali non avrebbero lì potuto difendersi, non avrebbero allora avuto a sguainare alcuna lama per essere pronti a vendere cara la propria pelle, laddove ciò si fosse dimostrato necessario, offrendosi, spiacevolmente, qual potenziali agnelli condotti al macello.
Un’oscura scarica di energia aveva lì fatto la propria improvvisa apparizione, sorgendo apparentemente dal medesimo monumento funebre attorno al quale, innanzi al quale, tutti loro si erano in tal maniera riuniti, caricando l’aria di elettricità statica e costringendo ogni epidermide a incresparsi, in un incontrollato, e incontrollabile, brivido di gelo, e di un gelo innaturale, quasi, invero, un gelo dell’anima, ancor prima che dei corpi o dei cuori. Un’oscura energia, quella lì comparsa innanzi ai loro occhi, che non avrebbe avuto a dover essere considerata inedita per tutti coloro i quali, esattamente un anno prima, in quel medesimo luogo, avevano assistito alla fine di Nissa Ronae Bontor… non laddove un’eguale, identica ombra di morte era fuoriuscita rabbiosamente dalla sua bocca alfine priva di vita, riversandosi velocemente verso l’alto dei cieli e, in tal direzione, scomparendo.

« Non può essere… » ringhiò El’Abeb, stringendo un’arma in ogni mano, affiancato, ancora, dalla sua sposa, non meno armata e non meno pronta alla pugna rispetto a quanto egli avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, degna compagna di tal temuta figura.
« … è tornata! » sussultò Seem, osservando con orrore, con raccapriccio, quell’immagine, quella tenebrosa promessa di sofferenza e distruzione, non sapendo quali emozioni poter provare innanzi a essa, laddove, accanto all’ovvio, ineluttabile timore, non avrebbe potuto che sussistere della necessaria speranza, e speranza per il ritorno, allor da sperarsi altrettanto prossimo, della sua signora, del suo cavaliere, ipotizzato ancor all’inseguimento di quell’antagonista benché, anche e terribilmente, tutto ciò avrebbe potuto essere inteso qual evidenza di una disfatta, di una tragica disfatta a confronto con la prospettiva della quale pur, la sua mente, non avrebbe mai accettato di porsi.
« Anmel… » esclamarono, quasi all’unisono, Howe e Be’Wahr, identificando in quella reazione emotiva quella sagoma, quella tenebrosa ombra anche per tutti coloro che, un anno prima, non avevano avuto occasione di assistere alla sua fuga, e alla sua fuga verso le stelle.
« L’Oscura Mietitrice… » definì Camne Marge, in un gemito, a sua volta pronta allo scontro e, ciò non di meno, perfettamente consapevole di quanto vana avrebbe potuto essere qualunque loro azione a suo discapito, soprattutto in quella forma, soprattutto in quell’emanazione di puro potere.

Un’oscura energia, lì impostasi in loro apparente sfida, la quale, tuttavia, non ebbe a perdurare attorno al monumento funebre, e innanzi ai loro sguardi, per più di qualche fugace istante, prima di muoversi, e di muoversi simile alla scarica di un nero fulmine di tenebre, verso il mare, verso nord, e, in quella direzione, verso il continente, ignorando i nemici lì paratisi innanzi a lei, forse in conseguenza di un’altra agenda, di altri propositi, altri piani che, in quel momento, non avrebbero potuto prevedere l’eventualità di quello scontro, per quanto, forse, esso avrebbe avuto a dimostrarsi occasione di vana sfida per essa.

« … in nome di Gah’Ad, cosa diamine…?! » tentò di domandare spiegazioni Av’Fahr, salvo, suo malgrado, ritrovarsi interrotto bruscamente dall’occorrenza di un altro evento energetico.

Una nuova manifestazione di straordinario potere ebbe allora a porre tutti in guardia, e in guardia innanzi a quello che in alcun altro modo avrebbe avuto a essere descritto se non qual un violento incendio, un incendio che sembrò coinvolgere l’intero monumento funebre, benché fosse di pietra e assurdo, in ciò, sarebbe stato presumerne una qualsivoglia possibilità di combustione. 
Quelle fiamme, tuttavia, non avrebbero avuto a dover essere intese quali fiamme di sofferenza o di morte, quanto e piuttosto di speranza e di vita, vita qual quella propria di una sagoma femminile che, inaspettatamente, ebbe ad avanzare attraverso quelle fiamme, con assoluta serenità, quasi fierezza, nel procedere a schiena dritta e fonte alta, verso di loro…

« Questo è veramente imbarazzante… » sorrise la giovane in tal maniera materializzatasi innanzi a loro, con corti capelli rosso fuoco e forme procaci, lì, suo malgrado, offerte totalmente agli sguardi dei presenti in conseguenza alla sua più completa nudità, non senza un certo rossore a ravvivare le altresì sue pallide gote. « A mia discolpa, posso dire che è la prima volta che mi accade, in oltre due anni di viaggi attraverso le dimensioni: in genere, la fenice si premura di ovviare a lasciarmi in luoghi affollati. » soggiunse, storcendo appena le labbra e cercando, pudicamente, di coprire le proprie nudità, per quanto improbabile sarebbe stato riuscire celare tanta abbondanza.
« Mi chiamo Madailéin Mont-d'Orb… Maddie, se preferite. » tentò di minimizzare, approfittando per presentarsi, salvo cogliere solo stupore e palese mancanza di comprensione sui volti dei presenti « Anche se temo che, in questo momento, non stiate capendo assolutamente nulla di quanto io possa star dicendo. »

sabato 13 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (3 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, terzo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Ineluttabile, nel corso di un simile giorno di commemorazione, passaggio essenziale nello sviluppo di una tale celebrazione, non poté che essere un momento di oratoria condivisa, un’occasione per ognuno dei presenti di condividere, innanzi a tutti gli altri, amici, alleati o, anche, meri estranei che essi fossero, i propri pensieri, i propri sentimenti, nel confronto con l’orrore consumatosi nel corso dei trent’anni precedenti a quell’ultimo. Non un esercizio di semplice retorica quanto, e piuttosto, un modo, o forse una speranza, di essere in quel modo capaci di rendere omaggio a tutti i caduti, a tutte le vittime, e a coloro lì sacrificatisi per porre fine a tale insensata follia, ringraziando parimenti gli dei tutti di quanto, allora, le loro vite avessero avuto occasione di mutare, e di mutare in meglio in quegli ultimi mesi di pace.
E a esordire, in tal senso, non avrebbe potuto essere altri che il padrone di casa, l’anfitrione di tutti coloro i quali, a Rogautt, in quel giorno si erano lì sospinti anche per suo esplicito invito, nella complicità della sua palese volontà atta a riunificarli tutti in quel luogo per quello specifico, e importante, giorno…

« A tutti… bentrovati. » scandì, quindi, a gran voce, El’Abeb, l’uomo con il volto di scheletro, divenuto tale in seguito all’applicazione di un’antica, mistica reliquia già indossata, prima di lui, da altri uomini facenti proprio quel medesimo nome, e, in ciò, costituenti il mito di quel guerriero immortale, qual pur, invero, non era né sarebbe mai stato, per propria fortuna, giacché non avrebbe mai potuto tollerare l’idea di vivere l’immortalità senza la propria amata Shu-La al suo fianco « La mia regina e io siamo lieti che in tanti abbiate risposto alla nostra convocazione, per essere qui, oggi, insieme a noi, a ricordare quanto accaduto, in questa stessa terra, esattamente un anno or sono. » dichiarò, in un formale benvenuto allor scandito più nella volontà di attrarre a sé l’attenzione di tutti che perché allor realmente necessario, nell’essere già stati tutti accolti, da parte sua, uno per uno.
« Sebbene lo scorso anno, la maggior parte di noi, fosse qui sopraggiunta con la chiara volontà di fermare Nissa Bontor, per porre fine al degenero del quale, in diversa misura, siamo stati testimoni; oggi, la sola persona a cui dobbiamo rivolgere la nostra gratitudine nel confronto con la nostra stessa, pura e semplice esistenza in vita, altri non ha che a esser ricordata proprio la stessa Nissa Ronae Bontor, prima regina di Rogautt nonché ultima eroina di quell’insensata guerra durata tre lunghe decadi. » volle immediatamente evidenziare il nuovo signore di quell’isola, non soltanto a vantaggio delle due piccole Bontor lì presenti o del loro nonno; non soltanto a vantaggio di tutti gli ex-pirati, ora suoi fedeli compagni e compagne, lì attorno impegnati in assorta testimonianza di quanto lì stesse accadendo; ma anche, e soprattutto, per semplice onestà intellettuale, laddove… « Senza il suo coraggioso sacrificio, animato dalla sola volontà di proteggere le sue amate figlie, qui presenti, e la sua amatissima sorella Midda, nessuno fra noi, nessuno in qualunque regno dei tre continenti di questo nostro splendido Creato, sarebbe mai stato in grado di tener testa alla regina Anmel Mal Toise e, ancor meno, all’Oscura Mietitrice… né, in ciò, di sopravvivere a quella sfida indubbiamente superiore a quanto neppur tutte le nostre forze riunite avrebbero mai potuto sperar di giungere. » concluse, volgendo il proprio sguardo verso la propria amata, affinché fosse ella ad aver l’onore di invocare un necessario tributo per quella donna, così a lungo giustamente odiata e pur, alfine, unica reale vincitrice di quella guerra.
E Shu-La, ben accogliendo l’onore a lei premurosamente riservato dal suo sposo, prese voce, dichiarando con straordinaria energia nel levare il proprio pugno destro al cielo: « A Nissa Ronae Bontor… Oaaah! »
« Oaaah! » risposero in molti, ma non tutti, unendosi a quel saluto con tutta la forza delle proprie voci, con tutta l’aria dei propri polmoni, in un collettivo e quasi selvaggio grido d’addio.

Fra coloro che non erano riusciti a tributare a Nissa Bontor quel pur meritato omaggio, fu lord Brote di Kriarya; colui che, per mano di quella crudele assassina, si era visto privato della propria amata N’Hya, sua sposa e madre di suo figlio, sotto il suo stesso sguardo sacrificatasi per proteggerlo da un attacco a tradimento da parte di colei che, forte della propria assoluta uguaglianza rispetto alla propria odiata gemella, si era a lui ingannevolmente presentata qual la propria amica e mercenaria.
E a spiegare il perché della propria apparente indifferenza a tutto ciò, egli non tardò a prendere voce, quando un quieto silenzio di riflessivo cordoglio ebbe lì a proporsi…

« A costo di voler apparir ingrato a Nissa Bontor per il suo sacrificio, io non credo di essere in grado, in tutta onestà, di ignorare tutte le colpe delle quali, prima di quel pur obiettivamente importante gesto di amore, ella non aveva mancato di rendersi protagonista. » sancì, allora, con tono di voce forte, deciso, che nulla avrebbe avuto allor a invidiare a quello già reso proprio, pocanzi, da El’Abeb nel proprio intervento « Volgo il mio pensiero, in tutto ciò, ovviamente a mia moglie Nass’Hya Al-Sehliot, la quale, oggi, sarebbe viva e potrebbe crescere, insieme a me, nostro figlio, se soltanto Nissa non avesse deciso di insistere, nella sua ossessiva ricerca di vendetta a discapito di sua sorella Midda addirittura spingendosi a varcare le mura di Kriarya e, lì, della mia dimora. » esplicitò, con tono necessariamente duro, e duro qual solo avrebbe avuto a poter essere nella rabbia che mai si sarebbe sopita a confronto con tutto ciò « E volgo il mio pensiero, oltre che alla mia defunta sposa, anche a tutti coloro i quali, nel corso del tempo, in quei tragici trent’anni, sono stati assassinati per sua mano, o per suo ordine, l’elenco completo dei nomi dei quali non sarei neppure in grado di enunciare, nell’essere, probabilmente, molti più di quanto, chiunque fra noi, potrebbe credere di sapere. » soggiunse, spaziando per un istante con lo sguardo in direzione dell’equipaggio della Jol’Ange, coloro i quali, indubbiamente, non avrebbero potuto mancare di comprendere quel suo discorso.
« Ciò non di meno, non voglio neppur ignorare l’estremo gesto di una donna scopertasi, ormai, ridotta a un letale burattino nelle mani di un potere maggiore rispetto al suo, e rispetto a qualunque altro potere; un gesto che, allora, l’ha veduta compiere una scelta importante, drammatica, tragica, anche e soprattutto per merito di quanto, già prima di lei, parimenti aveva compiuto il suo stesso primogenito, Leas Tresand. » volle poi proseguire Brote, non negando, non rifiutando, malgrado tutto, di concedere l’onore delle armi a quella antagonista sconfitta, riconoscendole, allora, i propri meriti al pari delle proprie colpe « E, anzi, è proprio nel ricordare tutte le colpe di Nissa che, a maggior ragione, quel suo ultimo atto può assumere maggiore valore, e valore nell’amor così da lei tributato per le proprie figlie e, tutt’altro che folle a dirsi nel conoscerne la storia, anche per la propria tanto osteggiata sorella. Sorella nella ricerca dell’amore creduto perduto della quale, tutto, nella sua vita, Nissa aveva posto in discussione, aveva tragicamente rivoluzionato, sopraffatta dal dolore e dal senso di tradimento conseguente all’abbandono che Midda le aveva incautamente riservato. » sottolineò, volgendo in ciò la propria attenzione verso la nuova generazione di Bontor, le due giovanissime gemelle che, proprio malgrado, non avrebbero mai potuto ovviare a scendere a patti con il retaggio intrinseco nel loro stesso nome di famiglia, un retaggio innanzi al quale, allora, entrambe avrebbero potuto spingersi a straordinari risultati, così come, parimenti, a terrificanti sconfitte, se soltanto non avessero prestato attenzione all’insegnamento loro rivolto dalla generazione a loro precedente.
« Se questa vicenda ha a doverci concedere un insegnamento, che questo abbia, pertanto, a essere:… » concluse, destinando le proprie parole, in particolare, proprio a quelle due gemelle, le quali, proprio malgrado, allora non avrebbero potuto ovviare a ritrovarsi qual poste al centro dell’attenzione « … che l’odio più grande altro non abbia a dover essere inteso se non che volto a dissimulare il dolore più profondo; e che proprio in quei momenti in cui più ci potremo mai sentire soli, feriti, e abbandonati, altro non abbia a dover essere il nostro scopo, nostra volontà, che la ricerca di un dialogo con le persone che più ci hanno fatto soffrire, seppur, anche, in talune circostanze, tutto ciò possa considerarsi tanto doloroso da preferire spingerci a illuderci di non voler più avere a che fare con loro, o, peggio, di aver soltanto a dover perseguire una qualche vendetta, in grazia alla quale riequilibrare i conti. » enunciò, in quella che avrebbe potuto essere fraintesa qual la morale alla fine di una favola se solo, allora, nulla di tutto quello avesse avuto a doversi altresì riconoscere qual una tragica realtà.

venerdì 12 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (2 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, secondo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Terza, per ordine di arrivo, ebbe lì a sopraggiungere la delegazione più numerosa, e più eterogenea, fra tutte quelle attese, comprendendo, al suo interno, in una non casuale comunione, coloro che più avrebbero potuto vantare d’aver sofferto tragiche perdite nel corso di quella guerra, includendo, anche, il primo e le ultime innocenti vittime collaterali di quanto occorso, ossia Nivre Bontor, padre di Midda e Nissa, nonché Mera Ronae e Namile, le due figlie di quest’ultima. Generazione precedente e generazione successiva a quella propria delle due gemelle epicentro della guerra, entrambe, proprio malgrado, si erano vedute private delle proprie famiglie in conseguenza a quanto accaduto: Nivre, innanzitutto, ritrovatosi senza le proprie sempre amate figlie in quasi tragica concomitanza alla perdita della propria sposa, e, per tal ragione, abbandonato in solitudine nel lugubre rimpianto di quanto accaduto, di una felicità negatagli per ragioni a lui obiettivamente mai note; e le due ultime Bontor, coloro le quali, con non minor consapevolezza, e con non maggior colpa, erano state condannate a crescere quali orfane, prive di una madre da amare o di una zia da odiare… o viceversa, nella difficoltà, per loro ancor oggettiva, di realizzare la complessità della tragedia occorsa. Collante fra quelle due generazioni, unite dal sangue, e pur, reciprocamente distanti, nella lontananza loro imposta dall’obiettiva estraneità reciproca, essendosi conosciuti, ritrovati, per la prima volta, soltanto nel corso di quell’ultimo anno; e lì presenti, loro pari, a rendere omaggio alla commemorazione di quanto occorso, della tragedia accaduta, e di tutti coloro i quali, nel corso di quegli anni di conflitto, erano morti in nome di un’assurda vendetta; avrebbero avuto a dover essere considerati i membri superstiti del secondo equipaggio della Jol’Ange, la goletta un tempo appartenuta al capitano Salge Tresand e a Midda, suo primo grande amore, e che, proprio in quanto così vicina a lei, così esposta a quei venti di battaglia, avrebbe potuto macabramente vantare il più alto conteggio di tragiche perdite subite nel corso di quei terribili trent’anni. Noal, l’attuale capitano, Hui-Wen, Masva, Av’Fahr, Ifra e Camne: proprio a coloro che più avrebbero avuto motivazioni per odiare Nissa, nell’aver perduto troppe persone amate per causa sua, la stessa Midda Bontor aveva altresì deciso, un anno prima, di affidare le due nipotine, poco più che bambine, neppur fanciulle, per garantire alle stesse occasione, opportunità di una famiglia, e di una famiglia vera, all’interno della quale avere occasione di crescere secondo i valori del mare, nel rispetto delle sue antiche tradizioni, dei suoi costumi e, magari, di riuscire un giorno a trovare la forza necessaria a perdonare tutti coloro venuti prima di loro, a incominciare da loro madre e da loro zia. Una scelta non difficile, quella così compiuta dalla donna guerriero, nella più totale, assoluta e incondizionata fiducia da lei riposta verso quegli uomini e quelle donne, già da tempo considerati al pari di una famiglia, già parte della propria famiglia: una scelta, quella da lei compiuta, che quanto poi accaduto aveva quietamente avallato nella propria correttezza, laddove alle piccole era stata offerta occasione non soltanto di iniziare una nuova vita in quella propria nuova famiglia, ma, sempre nel rispetto del desiderio dalla loro parente espresso, di ritrovare occasione di contatto con quanto, altresì, rimasto della propria originale famiglia, e, in particolare, con quel nonno un tempo addirittura sconosciuto nella propria stessa esistenza in vita.
Tardivi nel sopraggiungere sino a Rogautt, ma non per questo contraddistinti da minor diritto a essere lì presenti in quel giorno, e non per questo meno che attesi nella propria venuta, furono poi coloro i quali, accanto a Midda Bontor erano stati presenti nel momento in cui l’ultima, e più folle fase dello smisurato conflitto con Nissa aveva avuto inizio: quei mercenari e avventurieri che, con lei, avevano affrontato le improbe prove per il recupero della corona perduta della regina Anmel Mal Toise, e che, in ciò, involontariamente, avevano liberato un antico e oscuro male. Howe e Be’Wahr, fratelli di vita seppur non di sangue, a quell’appuntamento, a quel momento di celebrazione e di commemorazione, non avrebbero potuto mancare; né, parimenti, avrebbero potuto perdonarsi laddove lì fosse mancata anche il quarto membro del loro indomito gruppo, loro antica amica, alleata, e talvolta avversaria, benché, proprio malgrado, ormai priva di qualunque memoria nel merito di quanto potesse essere stato da lei compiuto in passato, nel corso di una lunga vita vissuta al di fuori della propria stessa cognizione del mondo: Ah'Reshia Ul-Geheran, splendida nobildonna y’shalfica, un tempo anche nota come Carsa Anloch. Accanto a quest’ultima, ad accompagnarla premurosamente, e, soprattutto a voler rendere pari omaggio ai caduti di quel lungo conflitto e, ancora, a ricordare colei che, pur non morta, egualmente era ormai scomparsa da quasi un anno, avrebbero avuto a doversi elencare anche altri antichi amici della Figlia di Marr’Mahew, coloro i quali, in effetti, per primi avevano avuto occasione di chiamarla in tal maniera: l'alcalde dell’isola di Konyso’M, Lafra Narzoi, sua figlia Heska, Mab’Luk, sposo di quest’ultima, e la loro bambina di ormai otto anni, Gaeli.
Ancora un’ultima figura, alfine, volle riservarsi occasione lì di fare la propria apparizione, questa volta, tuttavia, assolutamente inattesa da chiunque e, di buon grado, obiettivamente sconosciuta ai più: una donna, ciò nonostante, a sua volta legata a Midda Bontor da una complessa storia passata e, in conseguenza a essa, da un rapporto difficilmente definibile qual amore, benché, avendone avuto l’occasione, non aveva voluto negarsi di essere a sua volta lì presente, sfidando, a tal scopo, i confini del mare e il lungo viaggio in nave sino a quell’isola sperduta nei mari del sud, per così come poche persone, nel continente, si sarebbero riservate l’opportunità di compiere. Un viaggio che Fath’Ma, tale il nome di quella donna, aveva allora affrontato insieme al proprio compagno Ma’Vret, un tempo mercenario conosciuto in quel di Kofreya con il nome di Ebano e, con lui, insieme ai di lui figli, i quali, a propria volta, per altre vicissitudini, non avrebbero potuto ovviare a considerarsi altresì più trasparentemente legati al ricordo della scomparsa donna guerriero, nonché, sebbene a distanza di ben oltre dieci anni da quei lontani eventi, ancora a lei profondamente riconoscenti per quanto ella aveva avuto occasione di compiere per loro e per la loro salvezza: H’Anel, un’ormai splendida giovane donna quasi ventenne, e M’Eu, suo fratello ormai prossimo ai diciott’anni e, già, chiaramente degno erede dell’antica fama di suo padre.

Nessuno, fra tutti coloro così variegatamente riuniti in quel luogo, volle permettersi di sollevare dubbi, domande, perplessità nel merito delle ragioni, delle motivazioni della presenza dei volti eventualmente ignoti fra loro, in quanto, allora, avrebbe avuto a doversi quietamente riconoscere qual una dimostrazione di rispetto, e di rispetto sia per il monumento innanzi al quale si erano riuniti sia, e ancor più, per quanto, sicuramente, in maniera più o meno marcata, avrebbe avuto comunque a doversi riconoscere qual la tragedia presente nel passato di ognuno di loro. Quali fossero state le loro esperienze, le loro storie, le loro perdite, tutti, in quel giorno, in quel luogo, avrebbero avuto a doversi ritenere ben accetti, per ricordare insieme gli errori del passato e impegnarsi, in ciò, a ovviare a ripeterli in futuro: errori a confronto con i quali, a maggior ragione, il sospetto e la diffidenza reciproci non avrebbero avuto a doversi riservare opportunità di spazio alcuno. Non fra loro. Non in quel momento. Non innanzi a quel monumento.
Chi già aveva avuto trascorsa occasione di presentarsi, di conoscersi, magari anche di combattere l’uno al fianco degli altri, non perse lì possibilità di riabbracciare i propri antichi compagni e compagne d’armi, esprimendo tutta la propria più sincera felicità per quell’adunanza, per quella riunificazione così trasversale la cui possibilità, altrimenti, avrebbe avuto a doversi giudicare quantomeno complicata, fosse solo per le distanze che, abitualmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere qual esistenti fra tutti loro, sparsi per quell’intero angolo di mondo: chi, altresì, ancor non avrebbe avuto a poter vantare alcun pregresso legame, non venne egualmente isolato o allontanato, preferendo, anzi, immediatamente, scoprirne il nome e la storia, a cercar di offrire maggiore risalto possibile a qualunque ricordo di quella guerra e, ancor più, dei suoi protagonisti o partecipi. Con piacere, pertanto, l’alcalde Narzoi ebbe occasione di conoscere Nivre, il padre di colei in sol grazia alla quale egli ancor aveva una figlia e, questa, addirittura, gli aveva concesso l’opportunità di divenire nonno. Con malinconia, ancora, lord Brote ebbe opportunità di entrare in contatto con Fath’Ma, la quale, molti anni prima, in quella che sembrava essere ormai un’altra vita, era stata una serva nello stesso harem nel quale, per qualche tempo, aveva avuto occasione di vivere la propria compianta sposa Nass’Hya, madre di suo figlio Na’Heer, nel nome per lui scelto dalla madre purtroppo mai conosciuta. E con curiosità, a margine di tutti, Ebano ebbe occasione di approfondire la propria conoscenza su quanto fosse accaduto alla propria antica amante negli anni successivi al loro rapporto e alle loro sporadiche riconciliazioni, colei che egli aveva conosciuto e amato molto prima che divenisse la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya o l’Ucciditrice di Dei.