11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare", inizia oggi il primo nuovo racconto del secondo decennio della lunga corsa di Midda's Chronicles.

Grazie a tutti per l'affetto dimostrato in questi anni!
E buona lettura...

Sean, 25 gennaio 2018

lunedì 19 febbraio 2018

2462


Recuperato fiato e riposati estemporaneamente i propri muscoli, non provati in quella salita e neppur giudicabili allor qual completamente indifferenti innanzi alla prova che era stata loro così richiesta in quella tutt’altro che agevole ascesa; dopo pochi minuti dal raggiungimento del proprio traguardo, della vetta rappresentata dalla nuca di quella statua, la donna guerriero ebbe a riservarsi occasione utile a concentrarsi sul proseguo del proprio cammino e, in particolare, sull’individuazione di un qualche punto debole in quella superficie di pietra al fine di varcarne i confini e penetrare in essa, così come, in tutto ciò, desiderato. E benché, probabilmente, chiunque altro, al suo posto, a fronte di una simile esigenza, innanzi a un tale impegno, avrebbe trovato comodo il supporto, l’aiuto proprio di un qualche dispositivo tecnologico, magari e persino atto a sondare l’interno di quella statua per metterne a nudo, in maniera scientificamente puntuale, tutti i segreti, tutti i misteri, a incominciare dall’esistenza, o meno, di quei possibili condotti di manutenzione e, con essi, alle migliori opportunità di accesso ai medesimi; ella non poté che rendere proprio un approccio decisamente meno elegante o immediato e, ciò nonostante, non meno efficiente rispetto a quello così ipotizzabile, nell’iniziare a imprimere lievi colpi con la punta delle proprie dita metalliche, la superficie della statua, cercando, lungo l’intera area a lei lì presentata, una qualche variazione di suono, di tonalità, atta a suggerire l’esistenza, lì sotto, di qualcosa di disomogeneo, e, in particolare, di uno spazio vuoto, al quale aver a sperare di poter accedere.
Non fu immediato, allora, riuscire a circoscrivere l’area interessata, anche perché l’accesso a tale spazio non avrebbe avuto a dover essere giudicato qual inibito da una leggera intercapedine: ove così fosse stato, infatti, l’usura del tempo avrebbe probabilmente già posto in luce simili pertugi, tali passaggi, senza che, in ciò, fosse richiesto alcun impegno. In ciò, quindi, assolutamente effimera ebbe a dover essere considerata la differenza di tonalità fra la pietra piena e quanto, ella, ebbe a individuare qual un possibile accesso all’interno della statua, un accesso apparentemente destinato non a sfociare nell’apice superiore di quell’enorme testa, quanto e piuttosto leggermente arretrato, in termini tali, probabilmente, da voler preservare, nella creazione di tale passaggio, la parte anteriore, quella del volto, assicurandole maggiore forza, maggiore compattezza di quanto, altrimenti, non sarebbe potuto essere anche e soltanto in grazia a quel corridoio interno. Definita, quindi, una superficie vagamente circolare, e marcate le estremità della medesima in grazia alla pressione del proprio indice destro, concentrando in un singolo punto forza sufficiente a trapassare un cranio umano e, in ciò, anche utile a incidere quella superficie già esteriormente compromessa, la donna guerriero ebbe a valutare per un istante in qual maniera sarebbe stato più opportuno per lei procedere, fra il tentare di estrarre quel blocco, le cui estremità, tuttavia, non era stata ancor in grado di individuare, o, semplicemente, farlo a pezzi. E giacché, in fondo, quel mondo avrebbe avuto a doversi riconoscere qual distrutto e morente, e quelle vestigia avrebbero avuto a dover essere sol considerati monumenti funebri di una remota civiltà ormai persino dimenticata, nella propria storia così come nella propria stessa natura, difficile da riconoscersi in associazione a una qualunque specie con la quale la mercenaria aveva avuto già a che fare in quella più amplia, ed estremamente variegata, concezione di realtà; a ben poco sarebbe valso un qualunque rispetto per l’integrità di quell’opera.
Così, votando in favore a un approccio meno conservativo, ella decise di far a pezzi quella superficie, e di farlo in grazia alla massima potenza a lei garantita dal proprio arto metallico, da quella protesi che, in fondo, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non uno strumento di lavoro, e uno strumento di lavoro a lei impiantato non a titolo di favore personale, quanto e piuttosto qual espressione di una spiacevole condanna ai lavori forzati, una condanna che, in un breve lasso temporale dell’anno precedente, in immediata conseguenza al suo arrivo nello spazio siderale, l’aveva vista tradotta all’interno di un complesso carcerario con annesse miniere di idrargirio, alla cui estrazione ella era stata destinata: in questo, quindi, quanto i più avrebbero potuto giudicare qual una quieta mancanza di eleganza in quell’arto, nel non tentare di celare la propria natura artificiale dietro a una qualche apparenza di normalità, così come la più completa assenza di percezioni tattili da esso, condizione alla quale, dopotutto, ella non avrebbe potuto negare di essere ormai abituata sin dalla perdita del proprio vero e unico braccio destro, oltre vent’anni prima, avrebbe quietamente compensato una maggiore resistenza e una maggiore forza rispetto ad altri generi di protesi, e di protesi atte a emulare in maniera estremamente fedele la presenza di estremità in carne e ossa, concedendole, garantendole quanto ella non avrebbe mai potuto considerare qual un limite, quanto e piuttosto un vantaggio.
Vantaggio, quello per lei derivante dal proprio arto destro, che venne lì impiegato in una dozzina di violenti colpi ben assestati, ripetuti con straordinaria costanza nell’esatto centro del perimetro da lei marcato, in termini non dissimili da quelli che avrebbero potuto contraddistinguere un martello pneumatico, e in contrasto ai quali, la pietra di quell’enorme statua, pur sopravvissuta alla fine del proprio intero mondo, non poté che cedere, iniziando a incrinarsi per poi, alfine, frantumarsi e sgretolarsi, sgretolarsi ricadendo, a pezzi, lungo il pozzo esagonale lì sotto, in tal maniera, scoperchiato, e scoperchiato a quasi tre piedi dalla superficie…

« Si può sapere che diamine è questo frastuono…?! » ebbe a gridare, nel suo orecchio, la voce di Shope Trel in concomitanza agli ultimi colpi da lei inferti alla pietra, colpi che, ovviamente, risultarono decisamente più sordi rispetto ai primi, nella sempre inferior resistenza incontrata da parte di quella superficie.
« Nulla di cui tu abbia a doverti preoccupare, Denti Aguzzi. » commentò la Figlia di Marr’Mahew, leggermente ansimante, laddove, sebbene lo sforzo richiesto da quei colpi non avesse a doversi riconoscere ovviamente suo, nell’azione dei servomotori del suo braccio alimentati all’idrargirio, il trasporto fisico proprio di quell’attacco, di quella sequenza di pugni, non avrebbe potuto ovviare a coinvolgere anche il resto del suo corpo, e a coinvolgerlo al termine di quella straordinaria scalata « Stavo soltanto delicatamente bussando su una porta chiusa… »
« Discutibile il tuo personale concetto di delicato, in ogni propria declinazione… » ironizzò l’altro, parzialmente assordato, proprio malgrado, da quei colpi a lui sopraggiunti in maniera del tutto inattesa, senza concedergli neppure il tempo di ridurre il volume dell’audio trasmesso direttamente nella cabina del caccia.

Fu necessario, allora, qualche istante alla mercenaria prima di avere effettiva consapevolezza nel merito di quanto dischiuso sotto di sé, laddove notevole ebbe a considerarsi la polvere sollevata in quei gesti, una vera e propria nuvola bianca che, estemporaneamente, la avvolse simile a nebbia, estraniandola fugacemente dal resto del mondo. E più che utile, in verità, avrebbe avuto a doversi riconoscere, in quel momento, la maschera trasparente da lei indossata che, oltre a mantenere la rossa sabbia di quel deserto lontana da lei, ebbe a prevenire, allora, l’eventualità dell’infiltrazione di quella stessa polvere nella sua gola e nei suoi polmoni, possibile condizione che, allora, non avrebbe avuto a doversi altresì considerare particolarmente piacevole dal proprio punto di vista.
E solo quando, alfine, la visuale del mondo a sé circostante tornò a esserle definita al suo sguardo, ella poté rendersi conto del condotto in tal maniera scoperto, scoprendo quanto, proprio malgrado, la sua stima nel merito della natura circolare di simile pozzo avrebbe avuto a doversi considerare erronea, nella definizione di quei sei lati perfettamente equivalenti. Non che, all’atto pratico, ciò avrebbe fatto la differenza.

« Sono in procinto di calarmi all’interno della statua… » avvisò, allora, il proprio lontano custode, affinché fosse informato nel merito dello sviluppo così conseguito « Non sarò un esperta di sistemi di comunicazione, ma tempo che potrei perdere il segnale per un po’. » soggiunse, in riferimento al canale esistente fra loro e, sino a quel momento, atto a mantenerli in costante, reciproco contatto « Non allarmarti se non mi dovessi sentire per un po’… sono sopravvissuta a missioni peggiori rispetto a questa e, certamente, non intendo lasciare i miei bambini in vostra compagnia per più tempo rispetto a quanto strettamente necessario. Senza offesa. »

domenica 18 febbraio 2018

2461


La scalata nella quale l’Ucciditrice di Dei ebbe a impegnarsi, lungo il colossale corpo di quella ciclopica statua, non avrebbe avuto a dover essere considerata pari a un semplice esercizio di stile da parte sua. Per quanto, sicuramente, ella avrebbe potuto vantare solo una minima, superficiale e irrilevante confidenza con le straordinarie tecnologie proprie di quella più amplia visione della realtà e ancor meno con quelle proprie della civiltà che, un tempo, aveva dominato su quel pianeta; la donna guerriero non avrebbe potuto parimenti ignorare l’evidenza di quanto, una simile, gigantesca opera, al pari di tutte le altre presenti lungo la superficie, non avrebbe potuto essere lì eretta dal giorno alla notte, né, parimenti, avrebbe potuto ignorare alcune semplici dinamiche volte alla sua edificazione, dinamiche non dissimili a quelle che, anche nel suo mondo, non avrebbero potuto mancare di essere tali per le edificazioni di forse minori, e pur non meno arditi, colossi di pietra.
In ciò, per esempio, ovvio, banale e inequivocabile, avrebbe avuto a dover essere giudicato quanto, allora, quella statua, pur di pietra, non avrebbe potuto essere considerata appartenente a un unico blocco, quanto, e piuttosto, con indubbiamente straordinaria abilità, costituita da parti diverse, incredibilmente sovrapposte l’una all’altra e l’una all’altra rese solidali in maniera tale da permettere a tutto ciò di sussistere e di sussistere persino a secoli di distanza dalla caduta e dalla scomparsa della civiltà che lì aveva a lungo imperato. Ancora, al di là dei sicuramente straordinari mezzi di trasporto che avrebbero semplificato e reso quietamente possibile non soltanto l’assemblaggio di quel gigante di pietra ma, anche, la sua eventuale manutenzione, facilmente intuibile avrebbe avuto a dover essere considerata la presenza di una e più cavità interne, condotti, pozzi attraverso i quali rendere possibile, all’epoca, eventuali operazioni di controllo e, laddove necessario, di intervento di riparazione, o di consolidamento, dall’interno stesso della statua, senza, in ciò, intaccarne esteriormente l’integrità superficiale.
E proprio alla ricerca di tali condotti, in quel momento, avrebbe avuto a doversi riconoscere il senso, il fine ultimo, di quel suo sforzo, di quel suo impegno a risalire lungo quelle colossali membra di pietra. Nell’ipotesi, infatti, di non aver torto a tal riguardo, di non sbagliare nel merito di simile analisi, benché a livello del busto improbabile sarebbe stato riuscire a individuare una qualsivoglia via d’accesso all’interno di quella statua, dalla parte superiore, dalla cima della testa o delle sue braccia, ella avrebbe dovuto aver occasione di riconoscere, di distinguere, un qualche ingresso all’interno della statua, a quegli antichi canali di manutenzione e, in grazia a essi, a ridiscendere all’interno del colosso anche ben oltre il livello del suolo, sino ad arrivare alla sua base e, forse, lì sopraggiunta, alla porta da lei ricercata, alla soglia che la chiave di Mesoolan avrebbe dovuto permetterle di aprire, per proseguire nel proprio viaggio, nella propria ricerca.
Aggrappandosi, pertanto, in grazia alla sensibilità della propria unica mano reale, in carne e ossa, così come dei propri piedi, allor scoperti nelle proprie forme, lasciati nudi nelle proprie proporzioni, nell’aver dovuto abbandonare gli eleganti stivali prima atti a coprirli assieme al proprio mezzo di trasporto, lì altresì potenzialmente più d’ostacolo che di qualche concreta utilità; Midda Bontor non mancò di impegnarsi a farsi strada lungo quella superficie apparentemente liscia, e pur, fortunatamente, più ruvida, più porosa di quanto non si sarebbe potuto credere, probabilmente anche in grazia all’erosione impostale da secoli di esposizione ai venti e alla sabbia del deserto, verso la cima di quella statua, con mirabile abilità, nel dimostrare una straordinaria capacità da arrampicatrice. Capacità, la sua, che non avrebbe avuto a doversi equivocare qual innata, quanto e piuttosto qual conseguenza di un grande impegno, di una vasta esperienza in tal senso, nell’essersi posta, nel corso della propria vita, a confronto in innumerevoli situazioni con scalate decisamente peggiori rispetto a quella lì riservatale, scalate nel confronto con le quali neppure l’assenza di un arto in carne e ossa, neppure l’assenza del suo braccio destro, avrebbe potuto rappresentare per lei ragione d’ostacolo o, peggio, di freno. Amando le sfide, e amando le sfide come mezzo utile a dimostrare, sempre e comunque, la propria più assoluta autodeterminazione nel confronto con uomini e dei, dopotutto, ella non avrebbe mai potuto arrendersi neppur innanzi a un vero e proprio specchio, volendosi riservare occasione utile a comprendere in qual maniera arrivare a dimostrare di essere in grado, a prescindere, di farcela, e di farcela in sol conseguenza alle proprie forze e al proprio intelletto.
Così, in una realtà nella quale, probabilmente, nessun altro avrebbe accettato l’idea di spendere tante energie in simile arrampicata, e rischiare a tal punto la propria vita, nell’eventualità di porre una sola mano, un sol piede, in fallo, o di compiere un semplice gesto sbagliato e, in ciò, di vedersi precipitare verso morte certa, e verso morte certa in una caduta di diverse decine di piedi d’altezza, preferendo farsi accompagnare sino a quel vertice, a quel traguardo, nell’ausilio di un qualche mezzo di trasporto tecnologico, atto a giungere a destinazione unendo alla massima resa il minimo sforzo; la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe neppur potuto concepire un simile eventualità, non avrebbe neppur voluto prendere in esame l’idea di ovviare a quella disfida, preferendo rendere propria la conquista di quel traguardo in sola grazia alla propria forza di volontà e alla propria forza fisica, anche a costo, come in quel momento, di essere costretta a proseguire il resto della propria missione, della propria avventura, a piedi nudi, in contrasto a qualunque genere di terreno l’avrebbe potuta attendere. Non che, in passato, nei propri esordi, nel proprio mondo, le bende nelle quali ella era solita fasciarsi i piedi, a discapito di più comode e confortevoli calzature, avrebbero avuto a doversi considerare molto più rispetto alla nudità in tal maniera riservatasi.
Con muscoli di carne e ossa tanto fermi e saldi da non dover aver nulla di che invidiare ai servomotori presenti all’interno della sua protesi, con un corpo straordinariamente controllato e coordinato al punto tale da rendere sempre così incredibilmente banale, da un punto di vista esterno, quell’impresa, quell’arrampicata che pur tanto ovvia, tanto scontata nel proprio esito non avrebbe avuto a dover essere equivocata, Midda Bontor ebbe a risalire in maniera lenta ma costante, con un moto continuo e perfettamente commisurato, lungo quella superficie, mai dimostrando la benché minima esitazione, mai palesando la più banale incertezza neppure in quelle poche, e pur non assenti occasioni nel corso delle quali, forse l’eccessivo sudore, forse la stanchezza, forse un semplice errore di calcolo, la vide esitare nel proprio movimento, perdendo la presa e ritrovandosi ad affidare l’intero proprio peso, l’intero proprio corpo, ai restanti arti, alle restanti estremità, arrivando persino a ritrovarsi costretta ad altalenare, per brevi momenti, sospesa sul vuoto, e, con esso, su una insana promessa di morte, a fronte della quale, francamente, alcuno l’avrebbe mal giudicata se soltanto avesse avuto di che temere, di che preoccuparsi per la propria stessa sopravvivenza, oltre che dell’esito di quella missione. Mai, tuttavia, ella ebbe a esprimere il pur minimo gemito, la più semplice imprecazione, ben consapevole di non avere di che potersi perdonare la più effimera emotività in tutto ciò, emotività che, allora, realmente avrebbe potuto ucciderla, effettivamente avrebbe potuto condurla all’errore e, con essa, alla propria fine: così, anche innanzi al peggio, ella, con straordinaria concentrazione, con assoluta devozione al proprio impegno, al proprio incedere verticale, ritrovava rapidamente la presa, recuperava immediatamente il controllo fisico della situazione, per riprendere, per proseguire oltre e accorciare, ulteriormente, la propria distanza dal traguardo, allungando, ineluttabilmente, al contempo, la propria distanza dal suolo e, con essa, incrementando parimenti la certezza della letale condanna che per lei sarebbe conseguita nel momento in cui, eventualmente, avesse commesso quell’unico, semplice errore privo di possibilità di recupero.
E, in meno di un’ora, ella ebbe lì a concludere la propria risalita, arrivando, alfine, a conquistare per primo il capo del colosso e, con esso, una potenziale via d’accesso al suo interno, sempre nell’ipotesi che, nel proprio ragionamento, nella propria deduzione, ella non avesse commesso un errore, ignorando altre possibilità, altre metodologie lì forse applicate, in termini tali per cui, sfortunatamente, tanto impegno sarebbe stato vano.

« … speriamo di no… » commentò fra sé e sé, a quella prospettiva di cui avrebbe francamente fatto volentieri a meno, fosse anche e soltanto nella consapevolezza di quanto, allora, l’alternativa utile a raggiungere la base della statua sarebbe stata decisamente più complessa rispetto alla pur non banale arrampicata in tal maniera compiuta.

sabato 17 febbraio 2018

2460


In tutto ciò, per quanto incerta nel merito di quanta distanza potesse aver percorso su quel pianeta, complice la straordinaria velocità del proprio mezzo; malgrado ogni curva, malgrado ogni cambio di direzione, malgrado quell’apparentemente più totale mancanza di una qualche traiettoria degna di essere considerata tale, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a dover essere riconosciuta perfettamente consapevole della via da percorrere per il proprio ritorno alla base, per il proprio ricongiungimento con il caccia e il suo pilota, particolare fondamentale, dopotutto, al fine di poter sperare di ritornare ai propri bambini e, con essi, alla propria famiglia sulla Kasta Hamina e, lì, a Be’Sihl.
Prima, tuttavia, di poter prendere in esame una qualsivoglia valutazione nel merito del proprio viaggio di ritorno, quanto ella avrebbe avuto a dover concludere sarebbe stato proprio il viaggio di andata e, con esso, il proprio tragitto verso qualunque cosa avrebbe mai potuto attenderla là dove, con straordinaria puntualità, la stava allor guidando il proprio medaglione. Un viaggio di andata che, dopo lunghe ore alla guida di quella moto, parve aversi a concludere, manco a dirsi, proprio alla base di una statua, dell’ennesimo, straordinario colosso di pietra che, in buona parte sprofondato all’interno delle rosse sabbie del pianeta, sembrava voler invocare una speranza di salvezza dalla desolante fine che, in tal maniera, avrebbe avuto a dovergli essere destinata, benché, probabilmente, qualche secolo prima, qualche millennio prima, quella postura, quella posizione plastica con braccia e volto rivolti al cielo, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual prossima a un gesto di vittoria, di trionfo, di esultanza, metafora perfetta di un popolo che, in quel mondo, in un lontano passato aveva avuto ogni possibilità, ogni occasione, e del quale, ormai, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta null’altro che sabbia, e sabbia rosso sangue.
Con straordinaria prudenza, allora, Midda Bontor ebbe a pilotare il proprio mezzo verso quella statua e, di lì, prima, a un giro di ricognizione attorno alla stessa e, poi, verso il suolo sotto di lei, ben contemplando tanto la statua, quanto lo spazio a essa circostante, quanto e ancor più lo stesso terreno, nel timore di poter vedere affiorare, da un momento all’altro, un’altra misteriosa creatura non dissimile a quella che, solo qualche ora prima, si era rapidamente liberata dei cadaveri da lei prodotti nel corso del confronto con i galletti, quello squalo delle sabbie contro il quale, obiettivamente, non avrebbe avuto particolare interesse, concreto piacere, ad avere a porsi a confronto in maniera gratuita e fine a se stessa. Un’eventualità, quella dell’arrivo di quell’essere, che ella non avrebbe potuto escludere in maniera superficiale benché, in precedenza, al proprio primo contatto con il suolo non vi fosse stata la benché minima manifestazione in tal senso, non, quantomeno, sino a quando il primo sangue non era stato versato: benché, quindi, quel mostro, o qualunque cosa esso fosse, avesse offerto riprova di essere attratto dal sangue e dalla morte, ella, in tutta onestà, non avrebbe avuto ragione di approfondire ulteriormente l’argomento, prendendo in esame, attraverso un approccio empirico, tutte le possibilità utili a evocarlo.
Non notando, tuttavia, né la presenza di altre persone lì attorno, né, tantomeno, quella di un qualsivoglia strano movimento della sabbia sotto di sé, ella decise alfine di atterrare, a di atterrare in prossimità alla base della statua o, per la precisione, al punto in cui la statua, in quel momento, affiorava dal terreno, punto che non avrebbe avuto a dover essere effettivamente considerato la sua base, quanto e piuttosto la sua vita, i suoi fianchi, poco sotto all’altezza dell’ombelico.

« Qui Occhi di Ghiaccio… » comunicò al proprio remoto ascoltatore, al fine di aggiornarlo nel merito della propria attuale situazione « … sono appena atterrata ai piedi di una statua. Il medaglione sembra indicarmi questo come punto di arrivo. »
« Inviami le tue coordinate, e ti raggiungerò in un attimo. » suggerì Shope, esprimendosi in tal senso con tutte le migliori intenzioni del mondo, non ritrovando obiettivamente ragioni per le quali ella avrebbe avuto a dover restare sola in quel punto laddove, a sua volta, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere egualmente parcheggiato ai piedi di un’altra statua, intento a non fare assolutamente nulla se non ad attendere di sentire qualcosa di utile provenire dal canale di comunicazione costantemente aperto.
« Meglio di no. » escluse ella, stringendo appena le labbra fra loro e storcendole impercettibilmente verso il basso « Ancora non sappiamo, con precisione, che cosa abbia ad aspettarmi in questo luogo… meglio non offrire evidenza del nostro effettivo organico e di tutte le nostre attuali forze. » suggerì, offrendo quieto riferimento alla propria esperienza tattica, ancor prima che a un qualche generico rifiuto per quell’eventualità, per quella possibilità, qual mero pregiudizio a discapito del proprio interlocutore.
« Non mi piace tutto questo… ma d’accordo. » confermò l’altro, accettando quell’idea, quel suggerimento, e, ancora una volta dimostrandosi dimentico di quanto, in fondo, ella fosse stata assunta dal suo capitano proprio per procedere sola in quella missione, ragione per la quale egli non avrebbe dovuto avere tanta urgenza, tanta bramosia di intervenire a sua volta « Denti Aguzzi… chiudo. » decise di interrompere, di propria iniziativa, la comunicazione, evidentemente a non concedersi occasione per proseguire in quel dialogo e, in tal modo, per ripensare alla scelta appena compiuta e pentirsi di essa, proprio malgrado, al di là del suo ruolo di primo ufficiale, più a proprio agio nel porsi al centro dell’azione che in una posizione periferica a essa, nel ruolo di mero spettatore… anzi, ascoltatore addirittura, qual allora avrebbe avuto a dover essere riconosciuto.

Concedendogli un sorriso, che pur dal medesimo non sarebbe potuto essere colto, la donna dagli occhi color ghiaccio approvò intimamente la quieta collaborazione in tal maniera concessale e portò la propria attenzione alla colossale statua innanzi a sé, per iniziare a sforzarsi di comprendere, da quel punto, in qual maniera avrebbe avuto a dover evolvere la questione.
In effetti, essere giunta sino a lì, non avrebbe avuto a dover essere frainteso per lei qual il termine della propria missione, quanto e piuttosto l’inizio, dopo un lungo preludio in grazia al quale, allora, le era stato concesso di presentarsi alle porte di quel mondo, delle vestigia di quella perduta civiltà: ora, proprio da quel punto, innanzi a quelle porte, ella avrebbe avuto a dover trovare il modo per superarle e, di lì, avrebbe avuto a dover affrontare qualunque altra impresa, di conseguenza, le sarebbe stata proposta. Ciò non di meno, la consapevolezza di essere giunta, in quel mentre, innanzi all’inizio del proprio percorso, della propria avventura, non avrebbe avuto a dover essere equivocata con la conoscenza dell’effettiva natura delle metaforiche porte che ella avrebbe avuto ad attraversare o, ancor più, della loro concreta collocazione in quel particolare contesto.
La presenza di quell’enorme statua, in verità, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual casuale… anzi: dovendo ricercare, allora, un varco, una porta, un ingresso a qualunque cosa l’avrebbe potuta attendere, fosse stata una cripta, fosse stata un sotterraneo, fosse stato persino un varco dimensionale, molto probabilmente avrebbe avuto a doversi ricercare proprio in riferimento a quella statua, a meno di non voler considerare menzognere le indicazioni offertele dalla chiave di Mesoolan. Tuttavia, da quando quell’ingresso doveva essere stato creato, al tempo presente, molto ineluttabilmente avrebbe avuto a doversi riconoscere qual mutato, qual cambiato, a iniziare, propriamente, dalla stessa linea del terreno, terreno che, un tempo, avrebbe avuto a doversi riconoscere diverse decine di piedi più in basso rispetto alla propria attuale collocazione, ragione per la quale, se un qualche meccanismo avrebbe avuto a doversi considerare esistente in riferimento a quella statua, e alla sua base, con ogni probabilità non avrebbe potuto ovviare a essere identificato qual attualmente irraggiungibile, essendo stato seppellito da tonnellate e tonnellate di sabbia rossa, tentare di smuovere la quale avrebbe rappresentato un’impresa forse ancor più epica rispetto ad affrontare e uccidere un dio, così come ella, in passato, non si era negata occasione di fare, avendone avuta la necessità…

« Credo che mi aspetti una bella faticata… » sospirò la donna, levando lo sguardo al cielo e volgendo, in ciò, il proprio viso, e la maschera trasparente posta sul medesimo, verso la parte superiore della statua, a sua volta a diverse decine di piedi sopra di sé.

venerdì 16 febbraio 2018

2459


« Credo di aver intuito che questa Thyres che continui a nominare sia tipo la tua divinità prediletta… » ebbe a intervenire, nel suo orecchio, la voce del suo interlocutore remoto, il quale, ovviamente, non aveva potuto mancare di ascoltare quelle imprecazioni, pur senza comprenderne le ragioni « Tuttavia, in questo preciso momento, stai bestemmiando il suo nome per semplice diletto o c’è qualche ragione in particolare che ti spinge a farlo?! » domandò poi, nel non poter evitare di presumere l’eventualità di una nuova minaccia, di un nuovo pericolo imposto a suo potenziale discapito.
« Nessuno dei due… » escluse la donna, non negandogli quella risposta, fosse anche e soltanto come grato riconoscimento per l’attenzione che, dopotutto, egli le stava dimostrando, e le stava dimostrando malgrado tutti i propri indiscutibili difetti, e tutta la ritrosia da lei allor dimostrata nel proprio rapporto con lui « Sono soltanto sfoghi nel confronto dell’incredibilmente complicata confusione che mi dimostro con straordinaria abilità in grado di imporre alla mia vita ogni singolo giorno… » sorrise, non senza una certa autoironia, la Figlia di Marr’Mahew, non potendo ovviare a riconoscere i propri limiti e, con essi, le proprie colpe, soprattutto nel forse immeritato rapporto con Be’Sihl.
« Addirittura…?! » esitò l’altro, incerto nell’offrire effettivo credito a tanta severità da parte sua a proprio stesso discapito, non conoscendola, invero, al di fuori degli stretti limiti di quella missione e, ciò non di meno, non potendo ovviare a ritenere eccessiva tale ammissione di colpa, per propria natura, nel confronto con la propria visione della vita, inoppugnabilmente meno rigido rispetto a quanto sarebbe stato necessario a giustificare tutto ciò.
« Addirittura. » si limitò a confermare e a concludere la mercenaria, non avendo alcun interesse, alcuna motivazione in quel confronto intimamente introspettivo con un mero sconosciuto e, peggio ancora, con un pirata, secondo in comando rispetto a colei che, dopotutto, avrebbe avuto a doversi considerare qual l’attuale carceriera dei suoi pargoli.

Riportando, pertanto, la propria più completa attenzione alla chiave di Mesoolan e, con essa, alla mappa che avrebbe avuto a doverla condurre alla più potente arma del Creato, Midda Bontor si sforzò di riporre, estemporaneamente, la questione relativa a Be’Sihl nel profondo del proprio cuore, del proprio animo, non riconoscendo in essa non soltanto la benché minima utilità ma, addirittura, una pericolosa distrazione da quanto, in quel momento, avrebbe potuto sorprenderla.
Tanto l’arrivo dei galletti, quanto, parimenti, di quell’ancor sconosciuto squalo delle sabbie, infatti, non avrebbe potuto ovviare a farle elevare il proprio livello di guardia nella chiara consapevolezza di quanto, allora, quel pianeta non avrebbe potuto essere giudicato sì desertico e abbandonato qual avrebbe voluto inizialmente apparire: nulla di sorprendente, nulla di eclatante, in fondo, avrebbe avuto a dover essere considerato alla base di tutto ciò, giacché, dopotutto, nello stesso modo, nelle stesse dinamiche nelle quali ella era giunta sino a quel mondo, probabilmente molti altri, per diverse o identiche ragioni rispetto a lei, non avevano, né avrebbero, mancato di sospingersi sino a lì, se non in grazia alla mappa della chiave di Mesoolan, in conseguenza ad altri artefatti simili. Se una verità ella aveva avuto modo di apprendere nel corso della propria vita, della propria avventurosa esistenza, tale avrebbe avuto a doversi riconoscere nell’evidenza di quanto, anche laddove si possa essere fermamente convinti di essere i soli a compiere qualcosa, o a tentare di compiere qualcosa, tale pensiero ineluttabilmente avrà a dover essere riconosciuto qual condiviso da molte persone, tutte altrettanto fermamente convinte in egual direzione, nel medesimo verso, in quella che, probabilmente, avrebbe avuto a doversi considerare una forse spiacevole banalizzazione della propria stessa brama di avventura e che, ciò non di meno, non avrebbe potuto essere in alcun modo diversa.
Non soltanto improbabile, ma addirittura impossibile, infatti, sarebbe stato ritenere che, a confronto con la leggenda, il mito di quella potente arma, dello straordinario potere lì celato, nessuno prima di lei, prima di Lles, avesse preso in esame l’idea di impegnarsi in tale disfida, in simile recupero, in nome delle stesse, identiche ragioni che, allora, avrebbero potuto star animando la sua mecenate. In ciò, quindi, così come il capitano della Jaco Milade aveva incaricato lei di tale recupero, suggerendole quanto, proprio in grazia alla chiave di Mesoolan ciò sarebbe stato possibile, sicuramente molti altri capitani, molti altri generali, se non, direttamente, veri e propri governi planetari, non avrebbero potuto ovviare a maturare simile idea, tale iniziativa, impegnando il propri tempo, le proprie risorse e il proprio denaro in tal senso. Uno sforzo, il loro, che non avrebbe, tuttavia, in alcuna maniera privato di valore l’impegno che ella, in quello specifico frangente, stava ponendo, al pari di quello di chiunque altro parimenti dedito a tal fine… al contrario: con quanto essi avrebbero compiuto, nel tentativo di raggiungere il loro comune obiettivo, nonché con ogni loro singolo fallimento, altro non avrebbero che reso ancor più importante, più significativo, il successo che, alla fine, sarebbe stato conseguito da chi, presto o tardi, avrebbe conquistato.
Così era sempre stato nel suo passato, così era ancora nel suo presente, e così sarebbe sempre stato anche nel suo futuro. Una regola fondamentale, una verità in grazia alla quale, dopotutto, la sua stessa leggenda aveva avuto occasione di divenire tale: laddove ella avesse compiuto imprese epiche, quali quelle nelle quali si era da sempre spesa, senza, tuttavia, che alcun altro avesse mai tentato, e fallito, in tal senso, il suo successo, per quanto straordinario, non avrebbe potuto essere realmente apprezzato, nell’assenza di termini di riferimento, di paragoni, con i quali porsi a confronto innanzi all’opinione dei più. Non che ella, mai, avesse compiuto qualcosa, qualunque cosa, in cerca di fama o di gloria. Tutto ciò, semplicemente, ne era stata mera conseguenza e una conseguenza che, sovente, le aveva creato più problemi che un qualche reale vantaggio.
Attenta, nella consapevolezza di non potersi ritenere sola su quel pianeta, all’orizzonte attorno a sé, oltre che al medaglione appeso al proprio collo e alle sue traballanti indicazioni nel merito della rotta da perseguire, il volo della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, ebbe lì a proseguire, e a proseguire per minuti che divennero presto ore, rimbalzando fra una statua e la successiva, fra un colosso e il seguente, in un percorso che avrebbe potuto apparire del tutto privo di logica, privo di un qualsivoglia reale significato e, forse, persino concepito al solo scopo di confonderla, di farle perdere consapevolezza della propria attuale posizione, in quel vasto e omogeneo ambiente desertico. Ma se il deserto attorno a lei avrebbe potuto confondere chiunque, la donna guerriero, abituata a vagare attraverso lande peggiori di quella e con minori punti di riferimento, non avrebbe potuto smarrire la propria rotta, mantenendo, all’interno della propria mente, ferma consapevolezza delle direzioni cardinali, nonché della propria provenienza, del luogo là dove aveva lasciato il proprio pilota, luogo che pur i sistemi di navigazione della propria moto sarebbero egualmente stati in grado di ritrovare senza richiedere da parte sua intervento alcuno, laddove ciò le fosse stato necessario. Una comodità, la tecnologia, che anche in tal senso non avrebbe potuto ovviare a ritrovare la propria più semplice espressione, e che, ciò non di meno, non avrebbe neppure potuto ovviare a suggerire una spiacevole perdita di elasticità, di allenamento delle menti di coloro i quali, a essa, avrebbero avuto a potersi considerare assuefatti, coloro per i quali, a differenza sua, essa non avrebbe avuto a doversi intendere qual una continua scoperta, quanto e piuttosto un dato di fatto sin dal giorno stesso della propria nascita: tali persone, simili individui, probabilmente non avrebbero avuto occasione di potersi orientare in un ambiente come quello senza il supporto loro offerto da sistemi di tracciamento automatico della propria posizione, destinandosi, in tal maniera, a smarrirsi, e a smarrirsi sino alla morte in quelle lande prive di vita. Per sua fortuna, tuttavia, ciò non sarebbe mai potuto accadere a lei…
… non, quantomeno, in un ambiente come quello, nel mentre in cui, altresì, ben diverso e più spiacevole discorso avrebbe avuto a doversi considerare per i contesti urbani, laddove, all’interno delle grandi metropoli esistenti in quei mondi, a testimonianza del progresso di tutte quelle civiltà, ella non avrebbe mai potuto ovviare a provare un certo senso di smarrimento, nel non poter vantare, in tal senso, alcuna confidenza, alcuna familiarità.

giovedì 15 febbraio 2018

2458


Continuando a inoltrarsi all’interno delle vaste lande desertiche del sesto pianeta del sistema di Orlhun, Midda Namile Bontor non avrebbe potuto ovviare a continuare a migliorare la propria padronanza del mezzo da lei guidato e, nel contempo di ciò, riservarsi necessarie riflessioni su quanto stese compiendo e, soprattutto, su quanto allora potevano star compiendo i propri due pargoli e non solo, nello spingere il proprio pensiero, i propri dubbi, sino alla Kasta Hamina, al suo equipaggio e, soprattutto, al proprio amato Be’Sihl, più o meno involontariamente abbandonato con il resto della sua nuova famiglia, di quei nuovi fratelli e sorelle di vita ai quali già si sentiva fortemente legata, fra le vastità siderali.
Quanto tempo di preciso fosse passato dal loro ultimo incontro, in effetti, ella non sarebbe stata propriamente in grado di elaborarlo, laddove, in quella nuova e più amplia concezione del Creato, ancora difficile sarebbe stato per la mercenaria riuscire a scendere a patti con il tempo e il suo scorrere, sconvolta, nel profondo del proprio cuore, dall’assenza di un qualunque consueto ciclo di alternanza fra giorno e notte, così come fra le quattro stagioni. E sebbene, in verità, per un qualche strano scherzo del destino, la propria concezione di giornata avrebbe avuto a doversi considerare pressoché equivalente al canone lì vigente, così come la propria idea di anno non avrebbe avuto a dover essere fraintesa rispetto al concetto di ciclo, lì imperante, offrendole, in tal senso, occasione per scendere più rapidamente a patti con tutto ciò, l’assenza di un sole o di una luna, così come dell’estate o dell’inverno, non avrebbero potuto ovviare a sconvolgerla, e a sconvolgerla nella misura utile a spingersi paradossalmente a credere che, se avesse avuto altresì la possibilità di giungere su un pianeta con giorni formati da una cinquantina di ore, di mesi formati da una cinquantina di giorni, nonché di anni formati da una cinquantina di mesi, forse… forse avrebbe avuto minor intima confusione, riuscendo ad adattarsi comunque meglio rispetto a quanto, in tutto ciò, richiestole.
A fronte di tutto ciò, che fossero passati due mesi o sei, che fosse stato perduto un intero ciclo lontano da lui o soltanto pochi giorni, ella non avrebbe saputo quantificarlo né con precisione, né in una stima estremamente vaga…

« … povero Be’Sihl… » non poté fare a meno di sussurrare, in un sospiro, a quel pensiero.

Era cambiato tutto nelle loro vite e, ciò non di meno, non era cambiato assolutamente nulla. Allora, così come in passato, ella era impegnata a vagare per il mondo, anzi, per i mondi, coinvolta sempre in nuove avventure, in nuove sfide, in nuove e terribili possibilità di perdere la vita, nel mentre in cui egli, nella più assoluta inconsapevolezza persino di dove ella potesse essere finita, non avrebbe potuto ovviare a restare in sua inquieta attesa, aspettandone il ritorno e pregando tutti i propri dei per il meglio. Benché egli avesse rinunciato a tutto per lei, benché avesse lasciato la propria vita, la propria locanda, e persino il proprio intero mondo e tutto quanto mai avrebbe potuto riconoscere qual realtà per seguirla, per accompagnarla in quel viaggio sulle ali della fenice oltre i cieli e le stelle tutte del firmamento, all’atto pratico, in buona sostanza, nulla avrebbe avuto a dover essere riconosciuto di diverso rispetto al passato: ancora una volta, a testa bassa e senza particolare considerazione per le conseguenze del proprio gesto, della propria scelta, ella si era lasciata coinvolgere dagli eventi, allontanandosi da lui, e da tutti i loro amici, da quella nuova famiglia incontrata a bordo della Kasta Hamina, senza neppure una parola, senza neppure un semplice saluto o una promessa di prossimo ritorno. E sebbene tutto ciò fosse accaduto per una buona causa, fosse accaduto per il bene di Tagae e Liagu, in aiuto ai quali ella si era, in tal maniera, schierata, forse… probabilmente, ella avrebbe potuto anche permettersi di lavorare diversamente sul fronte della comunicazione con i propri amici, con il proprio amato, senza escluderli in maniera tanto egoistica qual aveva fatto, nel lasciarsi coinvolgere dall’azione, dalle vicende del momento, senza, in ciò, minimamente preoccuparsi delle conseguenze.
E così, benché tutto fosse cambiato nelle loro vite, le loro vite stavano ancora proseguendo, in quella nuova realtà, esattamente come nella vecchia. E quando, presto o tardi, al termine di quell’avventura, ella sarebbe riuscita a fare ritorno a casa, alla Kasta Hamina, speranzosamente avrebbe trovato il suo amato Be’Sihl lì ad attenderla, come sempre aveva fatto in passato. E, in cambio di tanto amore incondizionato, tanta pazienza, tanta tolleranza nei suoi riguardi e nei riguardi dei propri colpi di testa, ella gli avrebbe portato, in cambio, due bambini: due bambini che egli non conosceva, due bambini che non lo conoscevano, e, ciò non di meno, due bambini che ella aveva iniziato a considerare i propri figli, e due bambini che avevano iniziato a riconoscerla qual loro nuova madre…

« … Thyres… » gemette, per un istante persino distratta nei confronti della mappa che stava cercando di seguire, che stava cercando di interpretare, nel seguire quel flusso di coscienza e nell’immaginare quanto complicato, questa volta, sarebbe stato il suo ritorno… un ritorno che, ineluttabilmente, non avrebbe potuto ovviare a porre duramente alla prova lo stesso Be’Sihl, che, ancora una volta, si sarebbe ritrovato coinvolto nelle sue scelte più irrazionali senza, in questo, avere altra possibilità se non che accettarne le conseguenze.

Così come, in passato, ella si era stolidamente legata in matrimonio a un semidio immortale di nome Desmair, banalizzando le conseguenze di tal gesto nel saperlo intrappolato in una dimensione estranea alla propria, salvo, poi, doversi porre a confronto con gli effetti, con le conseguenze di tale, precipitosa scelta, coinvolgendo, di riflesso, anche Be’Sihl il quale, all’atto pratico, aveva finito per pagarne persino il prezzo maggiore, nel ritrovarsi, successivamente e per vie traverse, a divenire ospite della coscienza stessa del suo per nulla apprezzato sposo nel momento in cui, alla fine, questi era morto, ed era morto per le ferite a lui inferte nel corso di uno scontro diretto con Kah, il dio che lo aveva generato; ancora una volta, in maniera forse avventata, aveva accettato di legare la propria vita, e questa volta non in termini semplicemente formali, ma addirittura a livello emotivo, sentimentale, psicologico, a quelle di Tagae e Liagu, vivendo, come sempre aveva fatto, soltanto nell’istante presente senza, in ciò, prendere in esame le conseguenze future, quanto da tutto ciò sarebbe quindi derivato per lei, per loro, e per chiunque altro, Be’Sihl in primo luogo.
Be’Sihl, suo amato, colui che la propria vita aveva a lei votato più di chiunque altro, e che per lei a tutto era stato pronto a rinunciare, si sarebbe così ritrovato a essere padre adottivo di due bambini che neppure conosceva e la cui presenza nella propria vita mai avrebbe potuto immaginare. E, probabilmente, egli di ciò si sarebbe anche impegnato a essere felice, nell’amore per lei, in quella devozione completa che da sempre le aveva rivolto, già da prima che ella si convincesse a permettergli di entrare nella propria vita, e nel proprio cuore, qual qualcosa di più di un semplice conoscente o amico. Ma sarebbe stato giusto? Sarebbe stato realmente felice di tutto quello? O, semplicemente, sarebbe stata la sua ennesima leggerezza, alla quale egli avrebbe avuto poi a dover porre rimedio, facendosi carico delle conseguenze di tutto ciò?...
… perché, in fondo, tutt’altro che improbabile, tutt’altro che di difficile immaginazione, avrebbe avuto a dover essere ipotizzato quanto, alla fine, Tagae e Liagu sarebbero stati destinati a essere più prossimi e lui che a lei, a meno che ella non avesse deciso di cambiare completamente stile di vita, rinunciando, in ciò, non soltanto alla propria stessa natura di donna guerriero, ma, anche e ancor più, alla missione per la quale aveva lasciato il proprio mondo sulle ali della fenice, la missione per la quale si era spinta attraverso le stelle del cielo e che, pur, sino ad allora, non era stata in grado di perseguire con particolare successo, nel non avere neppure idea di dove accidenti avrebbe potuto essere finita la sua nemesi, la sua antagonista per eccellenza, quello spirito malvagio, quell’entità primordiale, che ella aveva inavvertitamente liberato dalla propria prigione ormai dieci anni prima: Anmel Mal Toise.

« … Thyres… » imprecò nuovamente, scuotendo il capo e cercando di riportare la propria attenzione al presente, laddove, proseguire in quelle riflessioni, in quell’analisi interiore, non avrebbe potuto condurla a nulla di positivo.

mercoledì 14 febbraio 2018

2457


« Sei in grado di darmi maggiori dettagli…? » tentò di richiedere il suo interlocutore, in una domanda quantomeno legittima a fronte della minaccia da lei in tal maniera riportata, una minaccia che, malgrado i propri termini apparentemente giocosi da lei impiegati a sdrammatizzare la situazione, non avrebbe avuto evidentemente a doversi sottovalutare nelle proprie implicazioni, non, quantomeno, desiderando preservare il proprio attuale stato di salute.
« Ne sarei lieta… » replicò la mercenaria, storcendo le labbra verso il basso, a meglio evidenziare la propria contrarietà, per quanto simile gesto non sarebbe stato, ovviamente, da lui colto « Purtroppo non ne so molto. Se non che, francamente, al tuo posto preferirei evitare di morire in maniera tanto stupida. » sottolineo, ovviando a esprimere giudizi sulla qualità di quella morte, e, ciò non di meno, non risparmiandosi la possibilità di escluderla, e di escluderla nella palese stolidità che avrebbe potuto contraddistinguere lo sventurato, laddove, pur posto in tal maniera in allarme, si fosse lasciato sorprendere da qualunque cosa fra quelle sabbie rosse avrebbe potuto attenderlo.
« Mi fido del tuo giudizio. » confermò l’azariano, non desiderando sollevare dubbi a tal riguardo, non laddove, dal momento che tanto lapidario avrebbe avuto a dover essere considerato quel giudizio, soltanto incredibilmente inopportuno, ed espressione di mera pochezza d’intelletto, avrebbe potuto significare opporsi a tutto ciò, pochezza alla quale egli non avrebbe potuto vantare ragioni di essere associato.
« Piuttosto… mi sai dire qualcosa sull’identità dei galletti che mi hanno posta d’assalto…? » ebbe ella a cercare una qualche maggiore consapevolezza sugli eventi di cui si era appena vista partecipe, pur consapevole di quanto, essendo ormai al di fuori dei limiti delle capacità di controllo dei sensori del caccia, probabilmente remota avrebbe avuto a doversi ritenere tale opportunità.
« Galletti…?! » esitò egli, cercando di comprendere a cosa ella potesse star offrendo riferimento, per poi, comunque, rispondere escludendo ogni propria possibile utilità a tal riguardo « Comunque no. Mi dispiace: come sai, la densità propria dell’atmosfera di un pianeta riduce la portata d’azione della strumentazione del caccia e, in questo, non posso avere la più pallida idea di chi essi fossero o da dove venissero: in effetti, purtroppo, non ho neppure alcuna consapevolezza nel merito dell’eventualità che vi possano essere altre navi sopra le nostre teste in questo momento… »
« Non è importante. » minimizzò la donna guerriero, non avendo dopotutto ragione di offrire a quei cadaveri, o ai loro compagni superstiti, maggior rilievo di quanto già non avesse compiuto, non laddove, in fondo, la dimostrata capacità di interferenza, da parte loro, nella propria vita, avrebbe avuto a doversi considerare così banale da non poter richiedere in alcun modo ulteriore esigenza di attenzioni « Anche se dovessero tornare a mostrarsi, saprei come trattarli… » concluse il discorso, gettando ancora uno sguardo al terreno sotto di sé, tornato, ormai, a essere quieto e desertico, senza alcuna apparente possibilità di minaccia, così come, inizialmente, si era proposto essere « Per intanto, chiudo e riprendo il mio cammino. » sancì, in implicito riferimento a quel volo estemporaneamente ostacolato da quella breve digressione e che pur, in tutto ciò, fortunatamente non aveva subito occasione di duratura interruzione.

A dispetto di quanto appena asserito, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto banalizzare l’importanza di conoscere i propri nemici, nell’essere ben consapevole di quanto, in molteplici occasioni passate, la differenza fra la vittoria e la sconfitta, fra il trionfo e la morte, avrebbe avuto a doversi considerare in sola e diretta conseguenza alla propria confidenza con la natura dei propri antagonisti, dei propri avversari, comprendendone i difetti, i limiti, le debolezze, per poter in tal senso indirizzare i propri attacchi, le proprie tattiche, e, in ciò, causarne la disfatta prima che, al medesimo fato, potesse essere destinata ella stessa. E se confronto, qual si era trovata, con una semplice compagnia di bruti armati più di laser e plasma che di cervello, ella era riuscita senza particolare difficoltà, senza reale imbarazzo, a districarsi, e a districarsi con successo innanzi all’agguato riservatole e, in tal senso, probabilmente, sarebbe stata in grado di ripetersi a ogni loro nuovo tentativo; pericolosamente sciocco e superficiale sarebbe stato ignorare il pericolo del quale essi avrebbero potuto proporsi essere soltanto una prima avvisaglia, evidentemente membri di un gruppo, e di un gruppo più amplio, con il quale, doversi trovare a confronto, avrebbe potuto non necessariamente portare a un risultato scontato. Dopotutto, e con assoluta onestà intellettuale, ella non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di come, in quella situazione, in quel pianeta, nuovamente nelle vesti di una mercenaria e al servizio del capitano di una nave pirata, lì si era venuta a ritrovare solo ed esclusivamente in conseguenza alla disfatta morale, anche se non fisica, innanzi a una vasta organizzazione massonica e criminale: la Loor’Nos-Kahn.
Nell’intento di salvare Tagae e Liagu, i due bambini recentemente eletti a propri figli adottivi, infatti, la donna dagli occhi color ghiaccio si era schierata a testa bassa contro la Loor’Nos-Kahn neppur avendo effettiva consapevolezza di chi essi fossero o di quali potessero essere le loro potenzialità. Una scelta che, seppur inizialmente era apparsa vincente, si era poi dimostrata disastrosa nel momento in cui tutti loro erano stati alfine catturati dalla stessa organizzazione, per essere trasportati fino al Mercato Sotterraneo, crocevia di ogni genere di commercio legale o meno, e, lì, per essere posti in vendita al miglior offerente: una vendita che, nel caso proprio della donna, l’aveva veduta battuta all’asta per la folle cifra di dieci miliardi di crediti, salvo, successivamente, trovare occasione di evadere e di rintracciare nuovamente i due pargoli, i quali, tuttavia, nel frattempo erano stati acquistati proprio dal capitano Lles Vaherz. E se, in un confronto a singolar tenzone con Lles, Midda avrebbe forse potuto riscattare i propri figli, il nuovo arrivo in scena della Loor’Nos-Kahn l’aveva costretta a consegnarsi al capitano della Jaco Milade… con quanto, a fronte di ciò, era conseguito. Banalizzare, pertanto, la comparsa in scena di quel nuovo gruppo, di quei galletti, quali ella li aveva scherzosamente definiti, avrebbe potuto rappresentare un grave errore da parte sua: un errore che sarebbe stata non soltanto sciocca o arrogante a commettere nuovamente, ma, ancor più, incosciente, e incosciente nei riguardi proprio di quei due pargoli che aveva deciso di accogliere nella propria vita e che, per tale ragione, non avrebbe potuto abbandonare in maniera tanto superficiale.
Ancor meno, a margine di tale discorso, ella avrebbe potuto permettersi di banalizzare qualunque orrore fosse nascosto in quella sabbia rossa, qualunque sorta di mostro potesse aver risucchiato sottoterra i corpi dei propri antagonisti deceduti, in quelle effimere nuvole di sabbia e sangue, tale per cui, senza particolare impegno di fantasia, facile sarebbe stato poter temere quanto, il rosso di quel terreno, non avesse a doversi considerare totalmente casuale. Nel merito di quanto presente lì sotto, ad attendere, simile a uno squalo affamato, la propria vittima, la donna guerriero avrebbe avuto a doversi riservare massima prudenza, non avendo avuto neppure occasione, in quel primo, e speranzosamente ultimo, fugace incontro, di poter supporre quale avrebbe avuto a dover essere intesa la sua natura o la sua forma.
Ovviamente, nulla di tutto ciò, non i galletti, non quello squalo delle sabbie, né chiunque altro, avrebbe avuto la possibilità di spingerla a desistere dal proprio incarico, dalla propria missione. Simili inconvenienti, la presenza di nemici non previsti e non conosciuti nella propria origine o natura, non era del resto mai stata, per lei, motivo utile a frenare i propri passi… al contrario: nel corso della propria avventurosa esistenza, della propria frenetica vita di mercenaria e di avventuriera, tutto ciò avrebbe avuto a doversi altresì censire qual quanto di più apprezzabile, e apprezzato, da parte sua, lo sprone, lo stimolo utile a porsi continuamente in giuoco con tutte le proprie forze, con tutto il proprio ardimento, a dimostrare, a qualunque uomo o donna, dio o dea, creatura mortale o immortale, quanto la sua autodeterminazione, la sua ferma ricerca di indipendenza, non avrebbe potuto mai essere arrestata, mai essere contenuta, mai essere soffocata, neppur innanzi a quelle sfide, a quegli ostacoli che chiunque altro avrebbe ritenuto invincibili o insormontabili. Ragione più che utile, di conseguenza, a non condividere troppo apertamente, con il proprio interlocutore, con il proprio supposto unico alleato, e ciò non di meno intrinsecamente nemico, nella propria natura di pirata, qualunque cruccio a tal riguardo, lasciandogli credere al proprio più semplice disinteresse nel confronto con tutto quanto.

martedì 13 febbraio 2018

2456


Forse fu l’evidenza dello spiacevole fato al quale i loro compagni erano stati destinati; forse fu il timore per l’eventualità di essere a propria volta condannati a morte; forse per la consapevolezza di non potersi arrischiare a ulteriori perdite; coloro i quali, sino a quel momento erano rimasti in quieta sospensione sopra la scena, assistendo attoniti al massacro che ebbe lì a occorrere, non poterono ovviare a votare in favore di una rapida ritirata, un coscienzioso allontanamento da lei con la stessa velocità e con la stessa subitaneità che ne aveva, precedentemente, caratterizzato la comparsa.
Una scelta, quella così promossa da parte dei propri antagonisti, che non ebbe a compiacere in alcun modo la donna guerriero, non, quantomeno, laddove ella, in tal maniera, non avrebbe potuto ovviare a ritrovarsi improvvisamente sola, nel porsi semplicemente circondata da cadaveri, senza neppure realmente comprendere il perché di quanto accaduto: quale avesse a doversi considerare l’identità dei propri assaltatori, o quale potesse essere il loro intento iniziale, nel confronto con il silenzio della morte loro imposto non avrebbe potuto che risultar destinato a restare un quieto enigma, e un enigma che, forse, non avrebbe mai trovato opportunità di essere risolto, benché, nella propria esperienza personale, a confronto con vicende proprie del suo passato, del proprio pregresso, ella avrebbe potuto ritenersi pronta a scommettere in favore a un loro ritorno e a un loro ritorno nel momento in cui meno avrebbe avuto ad attenderlo. Chiunque essi fossero stati, chiunque avessero avuto a doversi riconoscere essere, razionale, ovvio, necessario sarebbe stato credere in una qualche ragione alla base del loro stesso intervento in quel luogo, in quel momento: un intervento a fronte dell’evidente insoddisfazione del quale, pertanto, altrettanto razionale, ovvio, necessario sarebbe stato un loro ritorno, un nuovo tentativo atto a garantire loro la conquista di quanto desiderato, o la morte nel tentativo, per così come, ineluttabilmente, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe loro mancato di dispensare con la massima devozione.
Ritrovatasi, pertanto, sola nelle deserte lande di quel mondo, Midda Namile Bontor non poté mancare a osservarsi attorno, per contare i cadaveri e per assicurarsi nel merito dell’assenza di ulteriori minacce a proprio discapito. E fu proprio in tal prudente occhiata, in simile furtivo sguardo, che ella ebbe a cogliere fugacemente quella che avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’ombra di una nuova, imminente minaccia, e una minaccia che, di lì a breve, ebbe a far scomparire due dei cadaveri più lontani dalla sua posizione, trascinandoli sottoterra in una nuvola di sabbia rossa e in non meno vivaci schizzi scarlatti.

« … Thyres… » sussultò, decisamente impressionata dalla velocità d’esecuzione di qualunque cosa lì fosse accaduta e altrettanto preoccupata di qualunque cosa lì sarebbe potuta presto accadere anche a proprio discapito, se solo non avesse reso propria una qualche linea d’azione opportuna.

E per quanto coraggiosa ella avesse a dover essere riconosciuta; per quanto indomita si fosse sempre dimostrata innanzi a qualunque pericolo e minaccia; per quanto, persino, imprudente avrebbe avuto a dover essere talvolta considerata nel proprio continuo porsi a confronto con la morte e con infinite diverse possibilità di morire, per mano di avversari sempre più potenti; quella donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una stupida. E nel non voler essere fraintesa qual una stupida, mai ella avrebbe potuto lì permanere in indifferente attesa innanzi a quella minaccia non meglio definita, non maggiormente comprensibile nella propria natura, e ciò non di meno decisamente palese nell’evidenza dell’oscura e pericolosa promessa di morte da essa incarnata, e di morte ineluttabilmente sgradevole, qual, allora, non avrebbe potuto ovviare a risultare anche e solo nel semplice confronto con il fato di chi, in quel mentre, già morto avrebbe avuto a dover essere riconosciuto essere.
Così, senza la benché minima esitazione, senza il più banale fremito di incertezza, ella ebbe lì ad agire, e ad agire con non meno velocità rispetto a quella dimostrata nel confronto con quel gruppo di antagonisti, riponendo la spada nel proprio fodero prima di scattare nuovamente, e di scattare in direzione della propria moto antigravitazionale, in quello che, più di tutti, avrebbe avuto a doversi considerare un approdo sicuro e che, ciò non di meno, non avrebbe potuto escluderle un certo margine di rischio, nell’aversi, paradossalmente, proprio a riconoscersi non semplicemente quanto di più vicino possibile a quell’inquietante nuvola di sabbia e sangue ma, anche e ancor più, esattamente oltre la stessa. Benché, infatti, lo scontro venutosi a imporre qual necessario fra lei e quegli ormai trapassati non era succeduto, in maniera immediata, al proprio atterraggio, al proprio abbandono del proprio mezzo; un’allor sgradevole coincidenza avrebbe avuto a dover riconoscere quei cadaveri sparsi in un cammino in apparente allontanamento dalla propria origine e, ora, nuovamente meta, meta che, ciò non di meno, avrebbe quindi avuto a dover essere ricercata al di là di quell’oscura minaccia a confronto con la quale, prudentemente, ella avrebbe fatto volentieri a meno di incrociare i propri passi.
Non potendo, allora, ovviare a quella sfida, a quel confronto, laddove l’eventualità di una fuga in senso contrario non avrebbe avuto, razionalmente, grande opportunità di successo, nel ritrovarsi, semplicemente, a esser brevemente braccata da qualunque cosa lì la stesse aspettando, prima di essere ineluttabilmente uccisa nel venir colta, in termini estremamente spiacevoli, alle spalle, la donna guerriero preferì un confronto immediato e, ciò non di meno, abilmente moderato. Moderato, per lo meno, nella misura utile a non vederla cercare effettivamente la pugna, quanto, e piuttosto, quasi rievocando pratiche proprie della tauromachia, al fine di ovviare a quel confronto con un agile salto: un salto che, nella fattispecie, la vide, prima, correre in direzione della prossima salma destinata a essere fatta a pezzi in quell’inquietante nuvola, per poter, quindi, lì trovare un solido punto di appoggio sul medesimo corpo morto e, in grazia a ciò, potersi slanciare in aria, in un’elegante carpiato in grazia al quale, allontanarsi dal proprio fato di morte nell’istante stesso in cui, sotto di sé, il proprio improvvisato trampolino si ritrovò a essere preso d’assalto da quel nuovo, ancor ignoto, aggressore. Un aggressore che, nella foga del momento, ella non ebbe occasione di cogliere nelle proprie effettive fattezze, anche se, qualcosa, in quanto accadde, stuzzicò la sua fantasia a immaginare, sotto di sé, alle sue spalle, quanto avrebbe avuto a dover essere inteso di più simile a uno sciame metallico, e uno sciame metallico terribilmente affamato, desideroso di divorare qualunque cosa lungo il proprio cammino.
E laddove, secondo dire comune, la fortuna avrebbe avuto a dover aiutare gli audaci, l’audacia propria di quel gesto, quel gesto volto a ovviare allo scontro e, ciò non di meno, a non ritrarsi innanzi all’avversario, anzi a corrergli direttamente in fronte, parve voler riconoscere buona sorte alla mercenaria, la quale parve riuscire a non suscitare l’attenzione di quello sciame nel proprio salto, vedendoli continuare a divorare, uno dopo l’altro, tutti i cadaveri rimasti nel mentre in cui, concludendo la propria rapida corsa, ella ebbe occasione di riconquistare la propria moto e di riprendere, immediatamente, il volo, ben lieta di allontanarsi da qualunque mostro lucente potesse celarsi in quelle sabbie.

« Di questo passo dovrò chiedere anche un pagamento… altro che limitarmi, semplicemente, alla mia libertà. » prese appunto mentale la Figlia di Marr’Mahew, ritornata nei propri antichi panni di mercenaria e, in ciò, riprendendo a ragionare proprio in quanto tale, nell’ipotizzare di poter conteggiare ognuno di quegli imprevisti qual una solida ragione utile a domandare un incremento nell’ipotesi inizialmente concordata nel merito del proprio compenso.
« Di cosa stai parlando? » domandò la voce di Shope nel suo orecchio, richiedendo spiegazioni a tal riguardo, non avendo avuto modo di cogliere quanto lì fosse appena occorso, nella semplicità propria del collegamento audio esistente fra loro « Ci sono stati problemi…?! »
« Nulla che non sia riuscita a gestire… » minimizzò la donna, scuotendo appena il capo nell’osservare anche l’ultimo cadavere, sotto di sé, scomparire nel nulla, vedendo, dopo di ciò, la sabbia placarsi e il deserto ritornare a essere inerme così come era stato sino a quel momento, nella quiete di morte che, allora più che mai, avrebbe avuto a dovergli essere attribuita « … però, se vuoi darmi retta, evita di sgranchirti le gambe facendo una passeggiata fuori dal caccia. O potrebbe essere l’ultima della tua vita! » volle concedersi occasione di raccomandargli, non desiderando, obiettivamente, ritrovarsi intrappolata in quel mondo nel venir privata del proprio pilota.

lunedì 12 febbraio 2018

2455


« Oh… » sorrise sornione il suo avversario, nel mentre in cui i suoi degni compagni non mancarono di riservarsi un breve momento di comune ilarità, sogghignando « La cagnetta sa anche abbaiare. » insistette sul tema, per poi accennare un flebile latrato, a supposta imitazione della sua presa di posizione in tutto ciò, offrendo ai propri compari maggiore occasione per insistere nelle proprie risate.

Midda, che nella propria vita si era abituata a epiteti ben peggiori rispetto a quello, declinato anzi e in quel mentre in termini che avrebbero avuto a doversi considerare persino carini, non poté aver ragione di che prendersela a male per simile tentativo di provocazione, aggrottando appena la fronte prima di lasciar scivolare la punta della propria spada nella sabbia innanzi a sé, lì conficcandola, adagiandola per un istante innanzi a sé, e pur tutt’altro che dimenticandola o abbandonandola, per avere entrambe le mani libere, a sfilarsi quanto rimasto di quello che un tempo era stato il lungo cappotto donatole da Lles, al fine di assicurarsi maggiore libertà di movimento nel lasciarlo ricadere alle proprie spalle.
E se, in simili movenze, ineluttabilmente sensuale ella non avrebbe potuto che apparire, suscitando indubbia attenzione da parte dei propri antagonisti per la procacità delle proprie forme, pur ancor ben celate dal resto del suo elegante abbigliamento; parimenti di difficile intendimento avrebbe avuto a doversi ritenere il senso di tutto ciò, di tal gesto, se non qual preludio a qualcos’altro, desiderio di confronto fisico diretto con i propri antagonisti, in una volontà di sfida che, tuttavia, non avrebbe potuto ovviare a suscitare una certa ilare incredulità, laddove, in fondo, la disparità numerica fra loro, moltiplicata per l’ancor maggiore disparità fisica esistente fra ognuno di tali antagonisti e la stessa Figlia di Marr’Mahew, avrebbe ineluttabilmente reso simile idea, tale proposito, simile a una battuta umoristica ancor prima che a una vera e propria minaccia, o, quantomeno, tale dal loro stesso punto di vista. Un punto di vista, altresì, completamente ribaltato da parte della donna dagli occhi color ghiaccio, la quale, dal canto proprio, non avrebbe potuto ovviare a ritenere quegli avversari qual un banale intrattenimento, una nuova e semplice occasione di esercizio a fronte della quale, ciò non di meno, non avere di che preoccuparsi, di che agitarsi, non laddove ella avrebbe potuto quietamente considerare di essersi ritrovata in situazioni decisamente più impari rispetto a quella… e di essere riuscita ogni volta a uscirne, così come quietamente comprovato dalla sua pura e semplice esistenza in vita.
Così, rimasta soltanto in camicia e panciotto, e con una camicia bianca dalle maniche a sbuffo la destra delle quali avrebbe avuto a doversi riconoscere qual già ampiamente bruciata in quasi tutta la propria estensione in conseguenza all’impiego della protesi metallica lì sotto celata qual proprio estemporaneo scudo, ella ebbe a tornare a impugnare la propria arma simile a cristallo, lasciandola roteare accanto al proprio fianco destro e accanto a quello mancino, prima di assumere una postura di guardia e prepararsi al confronto lì ricercato, addirittura invocato…

« Questa cagnetta sa anche mordere. » ebbe pertanto a puntualizzare, non rifiutando l’appellativo a lei rivolto e, anzi, utilizzandolo per tradurre la questione a proprio vantaggio, a proprio merito.

E dove anche, obiettivamente, i suoi avversari avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual contraddistinti, singolarmente, da una mole nettamente superiore alla sua, e superiore alla sua in un rapporto maggiore rispetto al doppio, con muscoli tanto ipertrofici da risultare persino spiacevoli allo sguardo, contrari a qualunque ipotesi di armonia estetica, soprattutto nelle chimere presenti; nulla di tutto ciò avrebbe potuto allor frenarla dall’agire, e dall’agire con straordinaria e letale rapidità nei loro riguardi, una rapidità che non parve voler concedere loro neppure l’occasione di estrarre le proprie armi bianche, le proprie lame dai rispettivi foderi, prima di essere travolti da quella furia, e da quella furia omicida che, fra gli stessi, ebbe a mietere impietosamente vittime con la stessa banalità, con la stessa semplicità con la quale la falce del contadino avrebbe colto biondi i frutti del grano.
Il primo a cadere, allora, fu proprio il feriniano leonino, colui il quale si era candidato a interlocutore di tanto pericolosa avversaria, e che, della propria arroganza, ebbe lì a pagare pegno, e a pagare pegno nei termini più severi e impietosi, ritrovandosi ad assaporare il filo di quella lama straordinaria senza neppure avere la possibilità di rendersi conto di essere, in tal maniera, già morto. E se, pur, ella avrebbe potuto essere molto più crudele nei suoi confronti, la morte che ebbe a imporgli riuscì a dimostrarsi decisamente moderata nei propri termini, nella propria occorrenza, limitandosi, semplicemente, a decollarlo, e a decollarlo con un gesto così fluido, così elementare, da non riuscire ad apparire neppure reale, non, quantomeno, quanto avrebbe allor dovuto essere. La forgiatura imposta a quella lama, secondo un’antica tecnica di tradizione elberichiana da un unico blocco di lonsdaleite, aveva posto fra le mani di quella donna votata alla guerra, di quella figlia di mille e più battaglie, di quella vera e propria macchina di morte, un’arma praticamente perfetta, forse e persino migliore rispetto a quella con la quale abitualmente avrebbe avuto a doversi riconoscere solita accompagnarsi, nella presenza di un filo sostanzialmente assoluto, un filo così perfetto da rendere ogni sforzo, ogni impegno nel suo impiego, quasi superfluo, laddove sarebbe allor stato sufficiente appoggiare lievemente quella lama per incidere profondamente le carni dei propri antagonisti. Ma anche laddove, appunto, alcuno sforzo avrebbe avuto a doversi considerare necessario a tal fine, il braccio di quella donna, il mancino di carne e ossa, forgiato a sua volta in una vita intera di scontri e duelli, di sfide e combattimenti, non ebbe a essere in grado a dosare la propria forza, la propria energia, abituato a incontrare maggiore resistenza nei propri movimenti, nei propri affondi, in misura tale per cui, quanto, probabilmente, anche con una normale spada sarebbe stato sufficiente per decapitare quel leone umanoide, si dimostrò parimenti efficace e decisamente più efficiente, nell’attraversare quelle carni, e quelle ossa, quasi neppure esistessero e, in ciò, nel separare la sua testa dal resto del suo collo lasciandola, ancora per un istante dopo il proprio attacco, ancor apparentemente lì congiunta, salvo, poi, in semplice conseguenza alla forza di gravità imposta sul suo corpo, sui suoi muscoli improvvisamente privi di energie, vedere quest’ultimo ricadere pesantemente a terra e, in ciò, il suo capo rotolare lontano, sulla fine sabbia rossa.
Un fato, quello così imposto all’uno, che avrebbe potuto obiettivamente, e tardivamente, sorprendere e spaventare anche tutti gli altri suoi compari se, allora, essi non si fossero ritrovati condannati a seguirne l’esempio e a seguirlo in tempi tanto brevi tali per cui, allora, alcun interesse avrebbe avuto possibilità di essere rivolto al primo morto… non, quantomeno, da tutti gli altri che, rapidamente, si estinsero, andando a rinvigorire, con il rosso del proprio sangue, il colore già sufficientemente macabro di quel suolo, di quell’intero pianeta.
In sei erano scesi a terra, per affrontarla. E in sei ebbero allora a morire, e a morire in rapida successione uno all’altro, in termini tali per cui, a posteriori, difficile sarebbe stato riuscire a discriminare non soltanto l’ordine esatto delle uccisioni ma, persino, se fra il primo e l’ultimo assassinio ebbe a esserci tempo sufficiente per permettere a quella testa mozzata di separarsi dal resto del corpo, qual conseguenza alla passiva caduta dello stesso, o se l’ultimo cadavere ebbe a doversi riconoscere qual tale ancor prima del primo mietuto. E non una sola ipotesi d’attacco venne dagli stessi prodotta nel contempo di quella mattanza, di quel vero e proprio macello, né poté essere minimamente supposta in un intervallo tanto ristretto, in misura tale per cui, allora, soltanto ai loro compagni, soltanto ai sopravvissuti, venne concessa occasione di comprendere l’effettiva portata dell’abilità guerriera di quella donna. Sopravvissuti, quelli che in tal maniera poterono testimoniare simili eventi, che avrebbero avuto a doversi considerare effettivamente tali in sola e semplice conseguenza alla prudenza da lor stessi dimostrata nel mantenersi, almeno in quel primo momento, ancora a distanza da quella donna, una donna in contrasto alla quale, pur, non avrebbero mai potuto immaginare di ritrovarsi similmente dimezzati rispetto al proprio numero iniziale, al quantitativo ipoteticamente spaventoso da loro, inizialmente, promosso.

domenica 11 febbraio 2018

2454


In congiunta grazia alla propria elegante agilità, alla propria squisita velocità, alla propria istintiva attenzione all’evolversi di quella battaglia e, pertanto e talvolta, anche allo scudo lì eretto a propria protezione attraverso quel braccio metallico, capace non soltanto di vanificare la violenza di quell’energia contro di lei rivolta ma, anche e ancor più, di ricaricarsi nel contempo di ciò; la Figlia di Marr’Mahew ebbe allora possibilità di comprovare il proprio valore in battaglia anche in quella situazione di apparente inferiorità, ipoteticamente a proprio aperto discapito. Quanto, proprio malgrado, nulla in tutto ciò le stava garantendo occasione di fare, avrebbe avuto a doversi riconoscere una qualche effettiva possibilità di reazione a quell’offensiva, a quegli attacchi così continui, così ossessivi a proprio discapito, e, soprattutto, provenienti da distanze tali per cui, proprio malgrado, la sua pur indubbiamente apprezzabile spada non sarebbe stata in grado di giungere. E se pur, in quell’indubbio equilibrio fra le parti, laddove gli sconosciuti nuovi arrivati non sarebbero stati in grado di abbatterla, benché, parimenti, non sarebbero stati neppure nelle condizioni di essere abbattuti da lei, la battaglia avrebbe potuto perdurare in termini indefinibili, a confronto con l’evidente inutilità dei propri tentativi, dei propri sforzi, i suoi assedianti, dopo oltre un quarto d’ora speso a insistere in quella pioggia di fuoco, ebbero a dover maturare consapevolezza della necessità di un nuovo approccio, complice, probabilmente, anche l’ormai scemata brama di vendetta per quanto spiacevolmente occorso ai loro compagni che, per primi, erano stati da lei abbattuti.
Difficile, invero, sarebbe stato ipotizzare cosa sarebbe potuto avvenire se soltanto la donna guerriero si fosse riservata un esordio differente: se allorché procedere in maniera immediata e cieca a quell’offensiva, a quell’attacco entro certi versi persino ingiustificato, laddove le controparti non avevano ancora palesato intenti avversi, ella avesse cercato di instaurare un dialogo nei loro confronti, forse… forse essi non si sarebbero visti costretti a cercare, con tanti vani sforzi, di ucciderla, di riservarsi occasione di supremazia a suo discapito con la violenza di quell’assurdo attacco di massa. Ciò non di meno, e al di là di qualunque riflessione su possibili sviluppi alternativi, nel momento in cui sei diverse moto antigravitazionali si erano quietamente disposte a circondarla, e a circondarla armate di tutto punto e palesemente pronte alla battaglia, tutt’altro che suscettibile di critiche avrebbe avuto a dover essere considerata la reazione della mercenaria, la quale, per la propria salvezza, nonché, indirettamente, per il bene dei propri bambini, non avrebbe potuto lì permettersi l’imprudenza derivante da concedere loro l’occasione del primo colpo.
Interrotta, pertanto, la pioggia di fuoco con la quale, sino a quel momento, l’avevano incessantemente martellata, due fra le cinque moto rimaste sopra la sua testa, lì a volteggiare simili ad avvoltoi attorno alla carogna eletta a proprio pasto per la giornata, ebbero a prendere l’ardita decisione di scendere sino a terra, per tradurre l’azione al suo stesso livello, nell’ingenua convinzione che, in tal maniera, il risultato avrebbe potuto essere differente.
E nella consapevolezza che, presto, il proprio silenzioso custode sarebbe stato testimone remoto di dialoghi di altresì difficile comprensione, Midda Bontor, nel mentre in cui i propri assaltatori recuperavano contatto con il suolo, decise di concedere a Shope un rapido aggiornamento sulla propria condizione, affinché non avesse a prendere l’autonoma decisione di intervenire e, in tal senso, non rischiasse di essere più d’intralcio che di utilità…

« Denti Aguzzi… sono stata presa d’assalto da un gruppo armato e ben organizzato che, sino a ora, non ha avuto neppure la compiacenza di presentarsi. » scandì, con tono di voce moderato, nella consapevolezza di quanto, ciò non di meno, egli avrebbe potuto udirla perfettamente « Per cortesia… resta dove sei e non intervenire. Ripeto: resta dove sei e non intervenire. Non è nulla che io non possa essere in grado di gestire autonomamente. » lo invitò, perentoriamente, a escludere qualunque suo libero arbitrio a tal riguardo.
« Ricevuto, Occhi di Ghiaccio. » rispose egli, a tono, non lasciando tradire alcuna particolare emozione nel merito dello spontaneo impiego, da parte sua, del soprannome scelto per se stesso « Resto in attesa di aggiornamenti. »

Una volta a terra, e discesi dalla coppia di moto, Midda ebbe allora occasione di poter ammirare i propri ancor sconosciuti antagonisti in tutta la propria imbarazzante presenza. Benché ella stessa non fosse mai stata un particolare esempio di eleganza e raffinatezza, né, tantomeno, di sobrietà, laddove, in un mondo come il suo, con una vita come la sua, il minimo che le sarebbe potuto capitare sarebbe stato quello di vagare ricoperta dal sangue incrostato dei propri nemici, oltre che da altri fluidi corporei, con vesti sì logori e sporchi dal poterli reputare, ormai, costituiti dal proprio stesso lordume, ancor prima che da stoffa; difficile sarebbe stato non esprimere giudizi sull’estetica propria di quel variegato gruppo misto, umani e chimere, di uomini tutti contraddistinti da un eguale gusto in termini di abbigliamento e di taglio di capelli, tale per cui, accanto a indumenti borchiati di pelle colorata, in varie tonalità quasi fluorescenti, sì aderenti alle loro forme da permettere un vero e proprio studio anatomico nel merito della loro oscenamente sviluppata muscolatura, essi non stavano mancando di presentare acconciature altrettanto colorate, e composte, per lo più, da vere e proprie creste, in un comune stile che, necessariamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual tutt’altro che casuale. Chiunque essi fossero, e qualunque fosse il loro interesse, palese, ovvio, addirittura ostentata, avrebbe avuto a doversi considerare la loro appartenenza a una comune organizzazione, in quella che, a tutti gli effetti, per quanto non omogenea in termini cromatici, avrebbe avuto a dover essere considerata una vera e propria divisa.
Una divisa, in effetti, quella in tal maniera contraddistinta dal loro comune stile, non poi così diversa da quella che anch’ella avrebbe potuto in quel momento, proprio malgrado, vantare, nell’essere stata tanto elegantemente vestita da parte della propria mecenate, in accordo ai di lei gusti, gusti che, pertanto, non avrebbero potuto ovviare a rendere immediatamente evidente un qualche rapporto fra loro, per coloro i quali avessero avuto precedente occasione di conoscere Lles Vaherz…

« E così tu saresti la nuova cagnetta di Vaherz… » prese voce un feriniano, o qualcosa di simile, disceso a meno di una trentina di piedi da lei, dall’aspetto quasi leonino ancor prima che felino, in una criniera tuttavia rasata ai bordi del capo, al fine di lasciar spazio all’omologata cresta del proprio gruppo « Devo ammetterlo: non credevo ci avresti dato tanto filo da torcere. »

Come immediatamente sospettato, quel piccolo contingente armato non era lì sopraggiunto per semplice fatalità: in quelle poche, semplici frasi, il suo nuovo interlocutore aveva in tal maniera offerto alla donna guerriero diverse conferme, fra le quali un’effettiva consapevolezza del proprio ruolo, seppur non della propria identità, un effettiva consapevolezza dell’identità della propria mecenate e, ancor più, un’avversione latente nei riguardi della medesima, tale per cui, allora, l’evoluzione lì occorsa avrebbe probabilmente avuto a doversi considerare pressoché obbligata.
Chi, tuttavia, quegli uomini dalle creste colorate avessero a doversi considerare essere, o perché essi fossero lì, in effetti, ancora avrebbe avuto a doversi considerare ignoto… non che, in verità, tale dettaglio le sarebbe occorso per massacrarli sistematicamente uno a uno.

« … cagnetta…?! » ripeté la Figlia di Marr’Mahew, aggrottando appena la fronte, non tanto per l’uso di quel termine a proprio discapito, al quale, invero, avrebbe avuto a doversi considerare più che abituata, non essendo stata apostrofata in termini diversi per tutta la propria vita, quanto e piuttosto per l’uso di quel vezzeggiativo, il quale, certamente, avrebbe avuto un proprio senso, una propria ragione, nel caso ella avesse avuto vent’anni o meno, ma che, alla propria matura età, avrebbe avuto a doversi considerare di difficile discriminazione fra il riconoscersi qual un complimento o, piuttosto, qual un’offesa.

sabato 10 febbraio 2018

2453


« Se Thyres avesse desiderato che io volassi, mi avrebbe fornito di ali… » sussurrò a denti stretti, invocando indirettamente il nome della propria dea prediletta, signora dei mari, di quei mari dei quali, essendone ella figlia, non avrebbe potuto ovviare a provare sempre nostalgia… nostalgia che, con particolare ragione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta più imperante in situazioni al pari di quella, e di quella che la vide precipitare pesantemente sul suolo sabbioso ai suoi piedi, cercando, nei limiti delle proprie possibilità, di attutire il colpo in una successione di rapide capriole volte, al contempo, a eludere i colpi sparati a suo discapito e, ancor più, a minimizzare il rischio di rompersi qualche osso nell’impatto con il terreno sottostante, non dimentica, dopotutto, della velocità che avrebbe avuto a dover considerare propria e, in ciò, dell’inerzia che, molto facilmente, avrebbe potuto spezzarle le gambe, le braccia o, direttamente, la schiena se solo non avesse prestato le dovute attenzioni.

Se, infatti, in un conflitto aereo, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capello color del fuoco non avrebbe potuto ovviare ad accusare legittimi limiti, nella propria inesperienza in tal senso, inesperienza che avrebbe avuto presto o tardi a dover colmare nel non desiderare restare vincolata a giuochi con regole ormai superate, ormai antiquate, nel confronto con quell’intera nuova consapevolezza del Creato, ma che, in quel particolare momento, in quel preciso frangente, avrebbe potuto rappresentare per lei la differenza fra la vita e la morte, la differenza fra l’esporsi inutilmente all’aggressione nemica piuttosto che riuscire a sopravvivere alla stessa, e vincere nel confronto con tali avversari; nel riportare la questione alla bidimensionalità del piano terrestre, alla solidità di un terreno sotto ai propri piedi, per quanto un terreno particolarmente insidioso come quello costituito da una tanto fine sabbia rossa, ella avrebbe in tal maniera ricondotto l’intera questione a un concetto con il quale avrebbe potuto vantare maggiore confidenza, nell’aver a doversi riconoscere qual, dopotutto, il fondamento base della propria intera esistenza. Che, allora, a suo discapito avessero a doversi considerare colpi di armi laser o al plasma, piuttosto che frecce o lance, che i suoi nemici potessero volare sopra la sua testa in grazia a quelle moto antigravitazionali, piuttosto che essi avessero a doversi considerare gargolle, arpie o draghi, in grado di elevarsi in volo per propria stessa natura, poca differenza avrebbe avuto a dover essere considerata: all’atto pratico, la questione avrebbe avuto a doversi comunque ridurre a una lotta per la sopravvivenza, e a una lotta per la sopravvivenza secondo regole con le quali, da sempre, ella era stata costretta a confrontarsi, e a confrontarsi armata solo della propria abilità con la spada, della propria agilità, della propria forza fisica e, più di tutto, della propria intelligenza tattica, della propria esperienza bellica.
Sguainata quindi la propria lama di cristallo, e assunta una postura di guardia, Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, si preparò a ricevere i propri nuovi interlocutori, per argomentare le proprie ragioni nella lingua che meglio avrebbe potuto vantare di conoscere… la guerra!
Definire qual notevole la pioggia di colpi che ebbe, lì a terra, a investirla, o, in effetti, a tentare di investirla, avrebbe avuto a doversi considerare un semplice eufemismo. In maniera confusa, e quasi imprevedibile, infatti, dozzine e dozzine di colpi, fra armi laser e armi al plasma, ebbero ad alternarsi al suo indirizzo, nel sperare, non tanto in grazia a una mira accurata, quanto e più semplicemente alla propria stessa abbondanza, alla propria schiacciante superiorità numerica, in quel rapporto a confronto con il quale, speranzosamente, ella avrebbe avuto di che pentirsi di essersi permessa di giungere a terra e lì di attendere, e di attendere quasi con ingenuità, di poter essere abbattuta. Quanto, tuttavia, i suoi ancor ignoti attentatori non avrebbero potuto immaginare, attendersi, sarebbe stato, in effetti, che ella potesse essere in grado non soltanto di eludere quella pioggia ma, ancor più, di vanificarla, e di vanificarla in termini tali per cui tutto ciò avrebbe avuto persino a considerarsi banale, tanto semplice da giustificare quel successo non tanto per suo merito, quanto per mancanza la più totale mancanza di difficoltà a contorno di tutto ciò. La difficoltà, ciò non di meno, avrebbe avuto a dover essere allor riconosciuta qual reale, al pari della sua bravura, un’eccellenza tale per cui, in effetti, ella avrebbe lì potuto apparire quasi priva di reale sfida, e, piuttosto, impegnata in un qualche divertente giuoco, un esercizio fisico, una semplice ginnastica, attraverso la quale poter scogliere i propri muscoli e distendere le proprie ossa dopo troppe ore di viaggio per giungere sino a quel mondo. E, a testimoniare quanto il rischio avesse a doversi considerare comunque concreto, quanto la sfida non fosse un semplice inganno, non avrebbe lì potuto mancare di presentarsi quel suo già trafitto lungo cappotto, un ornamento che ella aveva accettato di indossare soltanto per accontentare la propria mecenate, che con quello stile si era divertita a rivestirla, e che, tuttavia, non avrebbe potuto mancare di considerare quantomeno inopportuno nel confronto con quanto allora richiestole di compiere: una inadeguatezza, quella propria di quel campo, che non poté che essere anche espressa, ribadita, dallo straordinario numero di colpi che ebbero a sfiorarlo o a trapassarlo, bruciandone l’elegante stoffa in più punti e, in breve, trasformandone l’elegante apparenza in qualcosa di decisamente meno piacevole alla vista, ma tale da comprovare, nella concretezza di quanto tutto quello avrebbe potuto rappresentare per lei, l’evidenza della sua straordinaria bravura nello sfuggire alla violenza di simile offensiva e di riuscire a sfuggirne sempre per pochi, potenzialmente letali, pollici di scarto, di margine.

« Speriamo solo che Lles non abbia a dovermelo mettere in conto… » commentò fra sé e sé, osservando quanto, dell’estremità inferiore del proprio lungo cappotto, ormai altro non fosse restata che una coda frastagliata e bruciata, anzi… in effetti ancora ardente, in quello che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un piccolo incendio lì esploso.

Una rapida capriola, nella sabbia, ebbe allora a fugare l’eventualità di un’ulteriore propagazione delle fiamme, permettendole, ciò non di meno, di rimettersi rapidamente in piedi e di ritornare a concentrarsi sul conflitto. E se ella avrebbe avuto a poter vantare straordinaria confidenza con situazioni simili a quella e, forse, persino peggiori, nell’essersi forgiata nell’ardente fuoco di molte, troppe battaglie e guerre, abituandosi a dover fronteggiare dozzine di avversari armati attorno a sé e desiderosi soltanto di strapparle la vita dal corpo nel mentre in cui, senza offrirle tregua alcuna, dall’alto dei cieli sovente non mancavano di precipitare frecce e lance, per mietere indistintamente vittime tanto sull’uno quanto sull’altro fronte, nel cuore dell’azione nel quale ella mai avrebbe mancato di trovarsi; in verità non tutti gli attacchi a lei destinati poterono essere quietamente evitati, elusi, in grazia a qualche rapido e perfettamente misurato movimento.
Una parte minoritaria, una percentuale inferiore di quella pioggia di laser e plasma, nella confusione di quell’assurda sparatoria non avrebbe potuto ovviare a dover essere riconosciuta qual priva di possibilità di evasione, ragione per la quale, allora, ella avrebbe effettivamente avuto di che essere ferita, o uccisa, in quel confronto, in quell’impari conflitto, se soltanto, in proprio aiuto, in propria difesa, non avesse avuto quella straordinaria protesi tecnologica in sostituzione del perduto arto destro: una protesi il valore della quale, per quanto tutt’altro che contraddistinta da un qualche merito estetico, nel ritrovarsi altresì caratterizzata da un’apparenza squisitamente innaturale nella propria metallica superficie cromata, avrebbe avuto a dover essere altresì ricercato nel suo nucleo all’idrargirio, in quello straordinario materiale capace di accumulare al su interno incredibili quantità di energia, tanto da alimentare ogni genere di tecnologia, da una mera arma sino al motore di una nave stellare, e che, in tal senso, le avrebbe permesso di poter assorbire anche i potenzialmente devastanti effetti di un colpo di laser o di plasma, offrendosi a lei qual scudo, qual ultima difesa, baluardo estremo a fronte di tutto ciò. Uno scudo, in effetti, tutt’altro che inedito nella sua vita, nella sua esistenza, e, soprattutto, nelle sue battaglie, laddove, ancor prima di quell’aggiornamento tecnologico, giù un altro arto metallico l’aveva contraddistinta per quasi due decenni, assolvendo al meglio quel compito e ponendo rimedio, in maniera forse non efficiente e pur, quantomeno, efficace, a quanto altrimenti avrebbe avuto a dover essere considerato per lei un limite, una sgradevole menomazione conseguenza, fra le tante, della lunga avversione esistita fra lei e la sua gemella Nissa, regina dei pirati di Rogautt.

venerdì 9 febbraio 2018

2452


« E quelli chi accidenti dovrebbero essere…?! » sussurrò fra sé e sé, ovviando ad alzare troppo la voce nel non avere alcun interesse a informare, nel merito di quanto lì in corso, il proprio ascoltatore remoto.

Attorno a lei, non soltanto ai suoi lati, ma anche alle sue spalle, prima, e, poi, addirittura innanzi a lei, erano apparse una mezza dozzina di altri veicoli, altre moto antigravitazionali non dissimili dalla sua, se non per dimensioni, configurandosi indubbiamente più imponenti di quanto, la sua, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta: una maggiore dimensione, una maggiore imponenza, alla quale avrebbe allor corrisposto una maggiore portanza, da tradursi nella presenza di almeno tre persone per veicolo, una delle quali intenta alla guida del medesimo e le altre due, posizionate alle sue spalle, l’uno sul fronte destro, l’altro su quello mancino, liberi di potersi concentrare su un ben diverso genere di impegno, e un impegno, nella fattispecie, bellico, nell’abbondante presenza di armi fra le loro mani, a offrire una tutt’altro che serena possibilità di relazione con i medesimi. E ove anche, dal canto proprio, la Figlia di Marr’Mahew non avesse avuto a dover vantare un’indubbia predisposizione a una sana paranoia, paranoia in sola grazia alla quale, dopotutto, ella era stata in grado di sopravvivere al proprio stesso stile di vita sino a quel momento; difficile sarebbe stato, nel confronto con tale accerchiamento, ipotizzare una quieta volontà di confronto dialettico da parte dei propri interlocutori… anzi. Nel considerare, al contrario, quella forse innata, forse appresa, attitudine alla diffidenza nei confronti del mondo a sé circostante, quando ella ebbe a ritrovarsi, in tal maniera, assediata da quei nuovi arrivati, in altro modo non poté reagire se non nel tentare di romperne l’assedio, e di romperlo con violenza, nel portare la mancina al proprio cappotto e nell’estrarre da esso una granata sonica, che, senza esitazione, senza dubbio alcuno, senza la benché minima possibilità di incertezza, ebbe ad attivare e a proiettare verso gli assalitori alle sue spalle, ancora sconosciuti nella propria natura e nelle proprie intenzioni, e, ciò non di meno, già eletti a propri avversari, laddove, chiaramente, non avrebbero avuto lì a dover essere fraintesi qual alleati.
Perfettamente misurata da lei nei propri tempi di attivazione, e nel volo che avrebbe avuto a dover compiere, la parabola che avrebbe avuto a tracciare per arrivare in corrispondenza alla moto alle proprie spalle, la granata sonica non ebbe allora a tradire le speranze in lei riposte, deflagrando nel momento più opportuno per investire quel trio di inseguitori e per investirli, allora, non con la violenza di un’esplosione energetica, qual avrebbe potuto allora definire immediatamente la morte di quei tre, quanto e piuttosto con l’onda d’urto da essa generata in un sconquassante boato, in grazia alla quale, non in maniera particolarmente più gradevole, o meno efficace, il moto di quel veicolo venne bruscamente arrestato e i suoi tre occupanti ebbero a vedersi scaraventati per aria, e destinati in maniera più o meno letale al volo verso il suolo, verso quelle sabbie che, forse, ne avrebbero attutito la caduta o, forse, in conseguenza alla loro stessa velocità, alla forza del loro impatto, altro non avrebbero avuto che a dimostrarsi simile a una superficie di granito, a confronto con la quale solo una gradevole morte non avrebbe potuto che essere loro destinata. Un fato nel merito del quale, comunque, la mercenaria non si sarebbe mai riservata alcuna possibilità di particolare preoccupazione o ansia, nell’aver a doversi concentrare, ancor prima, su se stessa rispetto a chiunque altro, e soprattutto rispetto a chi a lei sopraggiunto così palesemente animato da spiacevoli intenzioni.
E se repentina ebbe a essere al sua risposta a quell’imprevista scomparsa, di necessario disorientamento ebbe a proporsi la loro reazione a confronto con quell’immediata condanna imposta a tre di loro, quasi senza che neppure fosse agli stessi garantita la pur minima possibilità di comprendere cosa stesse accadendo e per quale ragione. Una confusione mentale, quella sì fermamente imposta loro, che non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual meno che desiderata da parte della stessa donna guerriero, la quale, in conseguenza alle proprie azioni, alla propria rapida e accurata valutazione, non soltanto si vide dischiusa la via alle proprie spalle, occasione di evasione da accogliere con un’improvvisa decelerazione utile a estrarla elegantemente dalla morsa impostale, ma, anche, e ancor più, si vide garantita possibilità di ovviare a quella scarica di colpi di armi da fuoco che, altrimenti, nella schiacciante superiorità numerica dei propri antagonisti, l’avrebbe potuta troppo facilmente raggiungere, senza che ella potesse ovviare al non più promettente destino che, in tal maniera, le sarebbe stato reciprocamente promesso, nell’ancor troppo immatura confidenza con il proprio mezzo di trasporto e con le sue capacità di movimento, e di movimento in situazioni in alcun altra maniera definibili se non qual di conflitto. Un conflitto, quello lì impostole proprio malgrado, a fronte del quale, pertanto, la sua prima necessità sarebbe stata quella volta ad assicurarsi un’occasione di confronto su un terreno di giuoco a lei più congeniale rispetto a quello proprio dell’aria, volgendo, allora e pertanto, tutto il proprio interesse, tutta la propria attenzione, a riportare più velocemente possibile quella moto antigravitazionale a terra e, in tal maniera, trasportare la battaglia là dove avrebbe avuto maggiore confidenza…

« Che diamine sta accadendo…?! » ebbe a esclamare, nel suo orecchio, la voce di Shope, allora ovviando all’impiego di bizzarri e inutili nomignoli e indirizzando, piuttosto, tutto il proprio interesse, tutta la propria attenzione a quella semplice e pur chiara domanda, una domanda a confronto con la quale, allora, alcuna risposta retorica avrebbe avuto a dover essere considerata adeguata, non, quantomeno, a fronte del boato che, necessariamente, doveva essere giunto sino a lui, fosse anche e soltanto in conseguenza a quel canale di comunicazione aperto fra loro.
« Nulla di cui valga la pena di parlare ora. » banalizzò la Figlia di Marr’Mahew, non soltanto per il disinteresse a cercare un qualche confronto con il proprio interlocutore ma, ancor più, per la cresciuta necessità di non essere da lui distratta, non più nella necessità di confronto con la mappa propria della chiave di Mesoolan, quanto nell’obbligo di scendere a patti con i propri antagonisti, e di non perdere di vista le loro posizioni nella costretta tridimensionalità di quell’attuale campo di battaglia « Poi ti racconto. »

Forse comprendendo la situazione, probabilmente intuendo quanto un suo intervento, allora, avrebbe potuto comportare più danno che altro, il suo interlocutore non ebbe a voler insistere nella direzione intrapresa, concludendo in tal maniera la comunicazione fra loro e lasciandola libera di concentrarsi sulle questioni più evidenti. Questioni che, nella fattispecie di quel momento, non avrebbero potuto ovviare ad assumere anche la forma di una dozzina di fasci energetici proiettati a suo supposto discapito da pressoché tutti coloro che, in quel momento, si sarebbero potuto permettere di aprire il fuoco a suo discapito, con una o, addirittura, con due armi contemporaneamente. Un colpo, e un colpo di laser nella fattispecie, arrivò estremamente vicino al proprio obiettivo, trapassando il suo lungo cappotto e aprendo un bel foro fumante a poca distanza dal suo fianco sinistro, in uno scarto di pochi pollici tale per cui, se solo l’avesse raggiunta, sicuramente non l’avrebbe uccisa all’istante ma, neppure, le avrebbe riservato quieta possibilità di soddisfazione per quanto allora sarebbe accaduto. Fortunatamente per lei, la distanza che già aveva posto fra sé e i propri assaltatori, nonché l’ineluttabile frenesia del momento, e la frenesia propria di coloro i quali avevano appena veduto tre fra i loro compagni tanto freddamente abbattuti e per questo non avrebbero potuto ovviare a pretendere vendetta, ebbe lì a giocare a suo favore, e a ostacolare la precisione del fuoco nemico.
Un fuoco, quello contro di lei schierato, che, ciò non di meno, non ebbe a demordere nel proprio intento, nella propria insistenza, vedendo anzi aumentare rapidamente le tracce energetiche lì presenti a saturare l’aria, e a saturare l’aria nell’unico, palese intento di pretendere la sua vita, benché a lei neppur presentatisi. Per tale ragione, quand’ancora quasi dieci piedi avrebbero avuto a dover essere considerati esistenti a separarla dal suolo sottostante, ella non ebbe la benché minima esitazione ad affidare la moto al proprio destino, qualunque esso avrebbe avuto a essere, per potersi permettere, altresì, di saltare via di lì, e andare a raggiungere, a sua volta, la sabbia rossa sotto di loro, per poter, lì, ritrovare quella libertà di movimento che, in aria, non avrebbe potuto, suo malgrado, vantare.