11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare", inizia oggi il primo nuovo racconto del secondo decennio della lunga corsa di Midda's Chronicles.

Grazie a tutti per l'affetto dimostrato in questi anni!
E buona lettura...

Sean, 25 gennaio 2018

martedì 6 febbraio 2018

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Il sesto pianeta del sistema di Orlhun, in un’epoca lontana, in un’era tuttavia ormai perduta, doveva essere stato un mondo superbo, probabilmente uno dei luoghi centrali della galassia.
In quell’epoca, quell’era dimenticata, enormi statue, alte centinaia di metri, ne avevano ornato la superficie, stagliandosi al di sopra di sconfinate distese verde smeraldo, di una vegetazione tanto rigogliosa quanto straordinariamente legata, intrecciata, a tutto quanto avrebbe avuto a dover essere inteso qual simbolo di civiltà e di una civiltà che lì, nel sesto pianeta del sistema di Orlhun, aveva trovato il modo di evolversi e di proliferare non a discapito dell’ecosistema a sé circostante, come nella maggior parte degli altri mondi, ma in totale sintonia, in completa armonia con il medesimo. Stupefacenti, in ciò, avrebbero avuto a dover essere intese quelle edificazioni volte a creare ampli spazi per centinaia di famiglie senza, in questo, agire in maniera parassitaria a discapito dell’ambiente e, anzi, risultando, piuttosto, simili a dei simbionti, per una comune, e serena, convivenza e coevoluzione. Sconvolgenti, non di meno, avrebbero avuto a dover essere ipotizzate le infrastrutture per il trasporto delle persone e delle merci, infrastrutture che non erano state sacrificate nel confronto con il benessere ambientale e che, ciò non di meno, in esso avevano trovato la propria giusta collocazione, probabilmente anche in grazia a tecnologie a confronto con le quali anche i più moderni mezzi di trasporto altrove esistenti avrebbero rischiato di apparire prossimi a carri trainati da buoi, nell’arretratezza così incarnata. Un mondo pacifico, doveva essere stato il sesto pianeta del sistema di Orlhun, privo di qualunque velleità espansionistica, di qualunque brama imperialista, e, ciò non di meno, così potente, così forte, da non aver di che preoccuparsi innanzi ad alcuna minaccia, al punto tale da non ricevere più minaccia alcuna, nella banale retorica che essa avrebbe rappresentato, il litigioso capriccio di un impotente infante innanzi all’insuperabile potestà paterna.
Un mondo di dei, forse, ancor prima che un mondo di comuni uomini e donne, nella meraviglia intrinseca in tutto ciò…
… e, ciò non di meno, un mondo ormai scomparso.
Per come ebbe a presentarsi, infatti, per la prima volta allo sguardo della Figlia di Marr’Mahew, quell’intero pianeta avrebbe avuto a doversi considerare pressoché un monumento funebre, il ricordo di quell’età dimenticata, le vestigia della quale, tuttavia, lì permanevano, in parte, a non permettere ad alcuno, a distanza di secoli, millenni forse, di dimenticare quanto, tale luogo, avrebbe avuto a dover essere ricordato qual qualcosa di unico, meraviglioso, stupefacente, in termini nei quali anche e soltanto ipotizzarne una nuova colonizzazione avrebbe significato, semplicemente, porsi in una situazione di impari confronto con la memoria di una civiltà dimenticata e, non per questo, giudicabile qual meno che inarrivabile nel proprio progresso, nella propria magnificenza, nel proprio valore. Così, per quanto, obiettivamente, nulla più di un semplice mito avrebbe avuto a dover essere associato a quel pianeta e alla sua storia, alcuna civiltà, alcun popolo, alcuna specie aveva mai preso in considerazione l’idea di lì andare a stabilire nuove radici, colonizzando ancora una volta quel mondo, la dove ciò null’altro avrebbe potuto essere considerato che una pericolosa mancanza di rispetto per quanto lì occorso. Benché, obiettivamente, nessuno fosse allor realmente certo di quanto, lì, fosse allora occorso.
Alcune voci, prive di fondamento, suggerivano che una potente eruzione solare avesse irradiato in maniera letale l’intera superficie del pianeta, estinguendone, in maniera pressoché immediata l’intera popolazione. Altre voci, non maggiormente giustificabili, non avevano escluso l’eventualità di un violento conflitto, scoppiato in seno agli occupanti di quel medesimo mondo, e tale da condurli alla mutua e reciproca distruzione. Qualcuno, in maniera sicuramente più fantasiosa, aveva preso in esame l’idea che, a definire la morte di quel mondo, fosse stata l’esplosione di una delle sue lune, la quale, invero, neppure avrebbe avuto a doversi considerare tale quanto e piuttosto una sorta di uovo gigante, progenie di una colossale razza di creature spaziali dall’esistenza così prolungata da risultare prossima all’eternità. Ben poca importanza, in verità, avrebbe avuto tutto ciò, l’effettiva consapevolezza di quanto accaduto. Non, per lo meno, nel confronto con quanto, ormai, avrebbe avuto a dover essere considerato essere il sesto pianeta del sistema di Orlhun.
Alle distese verdeggianti di vita, ormai, si erano sostituite le rosse sabbie della morte, nella voracità delle quali non soltanto delle meravigliose architetture e delle straordinarie infrastrutture, poco o nulla era rimasto, semplici ombre impresse in un suolo mutevole, ma anche le enormi statue, un tempo indubbia espressione della potenza di quel mondo e della sua civiltà, e ormai sprofondate nel deserto che esso era divenuto, in un quadro non dissimile dall’idea di un gruppo di naufraghi ormai troppo stanchi per riuscire ancora a opporsi alla forza del mare e, in esso, proprio malgrado, tutti consci di non potersi riservare altro destino al di fuori della morte. E, così, di quel mondo superbo, nulla era rimasto neppur di utile ad attirare l’interesse di altre civiltà, di nuovi, possibili colonizzatori, allo stato attuale delle cose, condizione che, allora, avrebbe potuto anche giustificare il perché di tanto abbandono, se tale decadenza fosse, in maniera paradossale, immediatamente conseguita alla scomparsa della civiltà originale.
E se, sotto taluni aspetti, tutto ciò non avrebbe potuto ovviare alla donna guerriero il ricordo del regno di Shar’Tiagh, nel proprio mondo natale, la cui storia avrebbe apparentemente avuto molto a poter condividere con quella del sesto pianeta del sistema di Orlhun, un tempo contraddistinto da una delle più importanti e floride civiltà che mai la Storia avrebbe potuto ricordare, e, successivamente, caduta in disgrazia e precipitato sul baratro dell’estinzione; nel regno di Shar’Tiagh, quantomeno, il confine proprio di quel baratro non era stato superato, così come comprovato, del resto, dal proprio stesso amato, esponente della moderna civiltà shar’tiagha, a differenza di quanto, altresì, occorso lì, sul sesto pianeta del sistema di Orlhun, dalla sterile aridità del quale, ormai, alcun nuovo figlio avrebbe potuto sorgere.
All’interno del limitare proprio di quel mondo morente, se non, già, morto, Midda Namile Bontor ebbe così a prepararsi a sospingere i propri passi, contemplando i colossi di pietra attorno a sé e non potendo ovviare a domandarsi quanto straordinario, tutto quello, avrebbe avuto ad apparire in passato, prima della fine.

« Sei sicura di voler proseguire da sola…?! » non poté ovviare a domandarle Shope, avendo comprensibili motivazioni per le quali dubitare di quella scelta, non per una qualche mancanza di fiducia nelle potenzialità di quella donna, quanto e piuttosto per la più assoluta mancanza di fiducia nei confronti di quel mondo, quell’immenso deserto privo di vita nel quale, troppo facilmente, anch’ella avrebbe potuto scomparire.
« E tu sei sicuro di aver compreso realmente come abbia a dover funzionare questa cosa del rapporto  mecenate-mercenaria…?! » ironizzò, per tutta risposta, la donna guerriero, scuotendo il capo ed escludendo radicalmente l’eventualità di essere accompagnata, in tal senso appellandosi, nuovamente, a quanto fondamentalmente inutile avrebbe avuto a dover essere considerato l’impegno da parte di Lles Vaherz ad assumerla, seppur in termini tanto impropri, per poter portare a compimento quella missione.
« Mantieni il canale di comunicazione sempre aperto… » la raccomandò il pilota del caccia, dimostrandosi indubbiamente premuroso nei suoi confronti, o, forse, nei confronti dell’interesse da lei e dal successo di tutto ciò per il conseguimento della missione e, con esso, del soddisfacimento dei desideri del proprio capitano, lo sforzo della quale per ottenere i suoi servigi, l’investimento su di lei compiuto, sarebbe stato completamente vanificato, laddove, benché certamente essi avrebbero avuto ancora possibilità di rivalersi sui suoi bambini, impiegandoli secondo il piano originariamente ipotizzato, ciò non di meno avrebbero perduto l’occasione di guadagnare ciò per cui quella mercenaria era stata in tal maniera fortuitamente coinvolta « … e, se ti dovesse servire, non esitare a chiamarmi: giungerò da te in un battibaleno. » insistette pertanto, al di là dell’ironia da lei resa propria.
« Sì mamma. » ebbe a concludere Midda, non negandosi la possibilità di deriderlo, in tal maniera, per quel proprio comportamento eccessivamente protettivo, il quale non avrebbe potuto che stridere spiacevolmente nel confronto con l’idea del brutale masnadiero che egli avrebbe avuto a dover essere considerato.

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