11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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L'11 gennaio 2008 iniziava la straordinaria saga di Midda's Chronicles...



... sul Diario, un piccolo pensiero celebrativo di questa occasione!

Sean, 11 gennaio 2018

mercoledì 17 gennaio 2018

2429


La Figlia di Marr’Mahew, ancora, non avrebbe potuto vantare particolare confidenza su qual genere di pianeta fosse quello nel quale ella era stata trasportata insieme ai due bambini, né qual genere di leggi lo regolassero: ciò non di meno, alla luce di quanto già veduto e vissuto, e di quanto anche allora accadde, non poté ovviare a ipotizzare un certo, interessante collegamento con quanto ella avrebbe potuto definire qual casa propria, ossia la città del peccato del regno di Kofreya, Kriarya.
Ove, infatti, nei mondi sino a quel momento esplorati, nelle città sino a quel momento conosciute in quella nuova e più ampia concezione di realtà rispetto a quella che avrebbe potuto vantare un tempo, ella aveva avuto modo di constatare una certa, ipocrita e perbenista, parvenza di costante legalità, se non, addirittura, una ricerca persino ossessivamente autoritaria di mantenere l’ordine costituito attraverso l’uso e l’abuso della legge, in misura tale per cui, certamente, mai Lles Vaherz avrebbe potuto permettersi la benché minima occasione di allestire la scena del loro scontro, della loro battaglia, con la stessa quiete, con la stessa semplicità con la quale, altresì, lì venne allestita; in quel Mercato Sotterraneo, al capitano di quella masnada di predoni spaziali venne garantita tutta la serena tranquillità utile a gestire le cose secondo i propri interessi, secondo i propri desideri, in quello che, anzi e persino, allorché cercare la discrezione propria di un luogo appartato, volle apparire persino qual un vero e proprio evento pubblico, per il piacere di qualunque eventuale spettatore avesse voluto riservarsi occasione di testimoniare a tale scontro. Così, non appena atterrati, non appena tornati a contatto con la solidità del suolo in quella che, pur, altro non avrebbe avuto a dover essere considerata che un’area di manovra squisitamente trafficata, un parcheggio esterno allo spazioporto e, in questo, indubbiamente animato da una certa disordinata folla lì di passaggio; gli uomini al servizio di Lles si premurarono di creare una vera e propria arena per ospitare quello scontro, aprendo fra la folla una superficie quasi perfettamente circolare attorno al loro mezzo di trasporto e delimitandola con la propria stessa presenza, senza che, a tal fine, il loro capitano dovesse aver ulteriore bisogno di esprimersi rispetto a quanto già pocanzi compiuto, segno evidente di quanto, quello che di lì a breve avrebbe avuto luogo, non avrebbe avuto a doversi fraintendersi qual il suo primo scontro, il suo primo duello. E se, pur, a fronte di tutto quello, in altre città, in altri pianeti, ineluttabile sarebbe stato un rapido intervento delle forze dell’ordine per dirimere in maniera decisa la questione, probabilmente arrestandoli e incarcerandoli tutti, lì al Mercato Sotterraneo l’evolversi degli eventi non ebbe a suscitare alcun genere di allarme, alcuna preoccupazione da parte di chicchessia, attirando, anzi e solamente, un certo interesse, una certa attenzione, e attenzione rivolta, allora, a comprendere cosa sarebbe accaduto e se, magari, sarebbe stato qualcosa su cui poter lucrare.

« Deduco che questo non abbia a essere la prima volta che sfidi a singolar tenzone una perfetta sconosciuta… » non poté ovviare a commentare Midda, aggrottando la fronte nel cogliere quanto lì in corso, scendendo un istante dopo dal mezzo da lei tanto violentemente attaccato.
« Dici…?! » sorrise sorniona l’altra, minimizzando quanto lì stava accadendo, nel seguirla, nell’affiancarla all’uscita dal quel piccolo veicolo da trasporto « Meglio per me, allora… » soggiunse poi, ammiccando lievemente « … in questo modo, forse, potrei avere qualche possibilità di sopravvivere alla temibile Midda Bontor. » evidenziò, in quello che, ancor prima che qual tributo, senza particolare sforzo avrebbe avuto a intendersi facile ironia.

Un punto a favore di quell’antagonista ancora sconosciuta, quello in tal maniera a doversi accreditare da parte dell’Ucciditrice di Dei, a confronto con la quale, pertanto, ella non poté che ricevere l’ennesima conferma di quanto, allora, non avrebbe dovuto concedersi alcuna superficiale possibilità di sottovalutarne le possibilità, il pericolo da lei così rappresentato per sé e per i due pargoli. Un pericolo, parimenti, che non avrebbe avuto a dover essere neppur, al contrario, eccessivamente sopravvalutato, ove, altrimenti, avrebbe potuto essere per la medesima donna guerriero qual fonte di inibizione, di timoroso freno là dove, comunque, non avrebbe avuto a doversi permettere di trattenere alcuno dei propri colpi, risparmiare alcuno dei propri attacchi, sancendo, al più presto, la morte di quell’avversaria che, in un qualunque altro momento, probabilmente avrebbe potuto scoprirsi meritevole anche della sua ammirazione e che, pur, in quello specifico contesto, avrebbe avuto a dover essere abbattuta nei tempi più rapidi possibili, seguita a ruota da tutti i propri compagni di ventura, la cui ira, altrimenti, avrebbe potuto porre in inevitabile rischio non soltanto il suo domani, ma, ancor più, quello di Tagae e Liagu, nella volontà di vendicarsi per quanto, di lì a breve, sarebbe quindi occorso.

« Spero che quell’arma non abbia a doversi considerare la tua prediletta… » riprese voce Lles, in riferimento alla spada al fianco destro della propria antagonista, nel mentre in cui, prendendo le distanze da lei, si mosse a prendere posizione per la loro sfida, per il loro duello, che, francamente, non avrebbe voluto posticipare di un istante più del dovuto, nell’intima speranza che quella controparte fosse realmente degna della propria fama « E’ così… dozzinale. » storse appena le labbra verso il basso, a ribadire tutta la propria più severa critica a tal riguardo, accarezzando, al contempo, con la propria mancina, la raffinata impugnatura della propria sciabola, nel paragone estetico con la quale, in effetti, poche armi avrebbero potuto riservarsi opportunità di confronto.
« Servirà egualmente al suo scopo. » replicò la donna da dieci miliardi di crediti, non desiderando, in ciò, doversi in alcun modo giustificare innanzi all’altra, ben comprendendo quanto, tutto quello, altro non avesse a doversi considerare se non un banale tentativo di incrinare la sua sicurezza, la sua confidenza con quella sfida, a iniziare addirittura dalla qualità della propria arma.

Fortunatamente per sé, comunque, pur avendo sì un’arma prediletta, allora ben conservata nell’armeria della Kasta Hamina in attesa del suo ritorno, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto accusare particolari difficoltà nel porsi a confronto con altre armi, con altre lame e non soltanto, avendo avuto, nel corso della propria vita, l’ineluttabile necessità di combattere, e di combattere per il proprio domani, equipaggiandosi con la più variegata alternativa di armi, convenzionali e non, e, non di rado, arrivando persino a dover dirimere le questioni, alfine, in mera conseguenza delle proprie nude mani, delle proprie unghie e, persino, dei propri denti, e non qual mera espressione retorica.
In ciò, quindi, essere lì equipaggiata con un’arma definita dozzinale, non avrebbe per lei comportato alcun particolare problema, non psicologico, non pratico, con buona pace di ogni impegno, in senso contrario, da parte della propria avversaria.

« E sia. » acconsentì il capitano della masnada, non permettendo alla propria serenità, alla propria imperturbabilità, di essere allor alterata, vanificata, da quella risposta e dalla minaccia in essa implicitamente espressa, sguainando, in grazia di un movimento soavemente elegante, la propria lunga lama, e assumendo una postura di guardia, propria di un’abile spadaccina, di una esperta schermitrice, la cui tecnica non sarebbe mai stata posta in dubbio da alcuna sfida, per quanto difficile, per quanto potenzialmente letale « In guardia, dolcezza. » invitò la propria controparte a imitarla, non volendosi riservare alcun vantaggio nei suoi riguardi, affinché, a posteriori, la sua vittoria non avesse a potersi dire viziata in tal senso.

Ciò non di meno, e con la più quieta indifferenza nei riguardi della palese minaccia lì presente innanzi al proprio sguardo, la donna dagli occhi color ghiaccio non sembrò voler accogliere tale esortazione. Al contrario, addirittura, ella ebbe a sollevare le proprie braccia per condurle a incrociarsi sotto ai propri prosperosi seni, quasi a esprimere il più totale disinteresse nei confronti della minaccia dall’altra rappresentata a proprio ipotetico discapito.

martedì 16 gennaio 2018

2428


« … mai sentito, mi dispiace. » riprese la donna dagli occhi color ghiaccio stringendosi nelle spalle, a minimizzare la contrizione così appena dichiarata, e, in tal senso, a dimostrare il proprio più sincero disinteresse per quell’informazione, benché, pocanzi, avesse espresso esplicita richiesta a tal riguardo, nel merito di simile dettaglio « Dovrebbe dirmi qualcosa…?! » insistette, a cercare, da parte sua, una qualche conferma o smentita a tal riguardo.
« Assolutamente nulla… » non ebbe a cercar vanto l’altra, ritornata in posizione eretta dopo la conclusione dell’inchino, a sua volta sollevando e lasciando ricadere le spalle in un gesto volto a banalizzare quietamente la faccenda, e a dimostrare quanto quell’eventuale tentativo di provocazione a suo discapito non avrebbe trovato terreno fertile in lei… al contrario « A differenza tua, non ho avuto interesse a costruire una qualche terrificante fama attorno al mio nome, giacché, per semplice discrezione, ho sempre preferito ovviare a lasciare testimoni superstiti al passaggio mio o dei miei uomini. » sorrise nuovamente, facendo ricomparire le fossette ai lati delle proprie labbra quasi a voler enfatizzare, in esse, la malizia propria di quell’ultima asserzione, la crudeltà così serenamente dimostrata.
« Immagino, quindi, che tu sia il capitano di una nave pirata… » dedusse con una tranquillità assolutamente sincera, non avendo ragione alcuna per sconvolgersi all’idea, nell’aver avuto praticamente sin dalla più tenera età, ancor prima degli anni della propria pubertà, occasione di continuo confronto con ciurme di predoni dei mari e, soprattutto, avendo avuto a che fare, nella propria vita, la più crudele regina dei pirati che mai la storia del proprio mondo avrebbe potuto ricordare, sua sorella Nissa Bontor « Al di là di ogni possibile considerazione sul tuo discutibile stile di vita, non posso negare, quantomeno, che tu abbia buon gusto nel vestire… molto più della maggior parte dei pirati con i quali abbia avuto occasione di scontrarmi nel corso della mia vita. » le riconobbe, offrendo riferimento esplicito al suo completo con un lieve cenno della destra, a indicare, con un movimento dall’alto verso il basso, l’apprezzato abbigliamento da lei in tal maniera reso proprio.

Quieta, in quel quasi amichevole preludio a quella che, dal proprio punto di vista, sarebbe stata una lotta senza quartiere fra loro, una sfida all’ultimo sangue non per un qualche torto subito, non per una qualche vendetta da pretendere, ma, semplicemente, perché ciò avrebbe avuto a doversi considerare allor qual desiderato; Lles ebbe a risollevare la propria mancina, chiudendola a pugno, e, con essa, a battere due colpi contro la parete alle sue spalle, divisoria nel confronto dell’abitacolo di pilotaggio di quel mezzo di trasporto merci, per richiamare in tal senso l’attenzione degli uomini dall’altra parte e poter rivolgere a essi le proprie successive parole…

« Appena possibile, atterrate. » ordinò, senza spostare lo sguardo dagli occhi color ghiaccio della propria controparte, non volendole concedere, ovviamente, la benché minima occasione per coglierla di sorpresa con un qualche gesto a tradimento, un qualche attacco privo di quella cortesia che pur, sino a quel momento, fra loro si era dimostrata presente e che, qualcosa nell’approccio della propria famigerata controparte, pur, non avrebbe potuto spingerla a considerare quanto ella non avrebbe mai potuto rendere propria una simile evoluzione « La mia nuova amica e io abbiamo bisogno di spazio… »
« D’accordo, capitano. » replicò, necessariamente ovattata, una voce dall’altra parte di quella parete, a dimostrare di aver recepito il messaggio così da lei scandito e di essere, come di consueto, ai suoi ordini, pronti a compiere qualunque cosa ella avesse loro domandato.

Offrendo, quindi, il proprio miglior viso al non propriamente gradevole giuoco lì riservatole, la Figlia di Marr’Mahew cercò di non prestare caso allo sgradevole parallelismo che allor non avrebbe potuto mancare di emergere alla sua attenzione fra quella tal Lles Vaherz e la propria defunta gemella, antagonista di quasi tre decenni, su quattro, della propria intera esistenza. Una somiglianza, quella da lei in tal maniera percepita, che avrebbe avuto a dover lì essere riconosciuta soprattutto nel rapporto della medesima con la propria ciurma, con quegli uomini e donne che, facenti parte del suo equipaggio, non soltanto si sarebbero sempre impegnati a rispettare i suoi voleri ma, ancor più, avrebbero agito in tal senso animati da un cuore profondamente entusiasta a tale prospettiva, da un animo in assoluta armonia con ogni suo più semplice capriccio: una totale devozione, un sincero rispetto in grazia di quanto, da parte della loro stessa aggregatrice, non avrebbe avuto a doversi considerare semplice dimostrazione di autorità, ma, anche e ancor più, di autorevolezza, tal da giustificare tanta quieta ammirazione nei suoi riguardi, simile cieca fiducia nei suoi comandi, nelle sue decisioni.
Tale fattore, invero, non avrebbe potuto ovviare a preoccupare la donna dagli occhi color ghiaccio nella consapevolezza di quanto, già entro i confini del proprio mondo, del proprio pianeta d’origine, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il principale, il più importante discriminante fra un qualunque equipaggio eterogeneamente composto da predoni e tagliagole, e la straordinaria potenza che Nissa Bontor era stata capace di riunire ai propri comandi, ai propri servigi. Ella, difatti, era stata in grado di ascendere sino al ruolo di essere regina dei pirati dei mari del sud non per il proprio bel viso, o per un semplice fortuito caso, quanto e piuttosto per il proprio carisma e il proprio acuto intelletto, per la propria mirabile capacità di cogliere una confusa masnada costituita dai peggiori delinquenti lì in circolazione e trasformarla in un unico corpo, un insieme coordinato di ossa e membra volte a fronteggiare, in maniera straordinariamente coesa, ogni ostacolo sarebbe loro  posto innanzi al proprio cammino. E se essere posta a confronto, in tutto ciò, con un normale gruppo di predoni, animati dai propri più stolidi istinti, da bisogni primari di facile comprensione e gestione, sarebbe stato per l’Ucciditrice di Dei qualcosa di sufficientemente banale, una sciocchezza almeno pari ai propri costanti allenamenti quotidiani, quell’esercizio giornaliero al quale ella era solita dedicarsi per mantenere ai massimi livelli la propria forma fisica e, con essa, la propria capacità di reagire, e agire, innanzi a tutte quelle difficoltà nei confronti con le quali, era consapevole, si sarebbe sempre ritrovata a essere, fosse anche e soltanto per mero piacere personale; ritrovarsi, altresì, innanzi a un gruppo lì animato dalle stesse emozioni, dalla stessa solidarietà, dal medesimo spirito di cooperazione e di comunione, solitamente proprio di un vero equipaggio, di una famiglia qual anche ella aveva avuto la fortuna e il piacere di ritrovare a bordo della Kasta Hamina, a oltre vent’anni da quando aveva vissuto la sua prima, felice esperienza lungo le vie dei mari, non avrebbe potuto ovviare a imporle ragioni di prudenza nei riguardi di quanto, allora, avrebbe potuto attenderla nel confronto con Lles, tanto nel caso di una propria sconfitta, quanto e ancor più in quello di una propria vittoria, giacché, improbabile, sarebbe così stato per lei riuscire a concludere lo scontro semplicemente nell’abbattere quella singola donna.
Nel merito di simili intimi pensieri, di tali personali riflessioni, l’ex-mercenaria dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco si premurò attentamente di offrire la benché minima evidenza all’attenzione di chiunque attorno a lei, certa di quanto il benché minimo fremito sul suo volto avrebbe avuto occasione d’essere colto, e interpretato nelle proprie motivazioni, dalla sua non banale antagonista, garantendole, in ciò, occasione per rinvigorirsi psicologicamente più di quanto già non avrebbe potuto vantare d’essere, avvantaggiandosi, di conseguenza, nel confronto che le avrebbe di lì a breve viste protagoniste: un favore, un dono che, ovviamente, non avrebbe potuto riservarsi ragione di garantirle, non per il proprio stesso bene, non, e a maggior ragione, per quello dei suoi bambini, di quei figli adottivi che, in un moto di straordinaria onestà con se stessa e con il proprio cuore, aveva pocanzi rivendicato qual propri e che, ora più che mai, avrebbe voluto esporre al benché minimo rischio, né, tantomeno, le speranze di libertà dei quali avrebbe voluto tradire. E solo un tremito quasi impercettibile, da sotto i loro piedi, ebbe a distrarla da quei pensieri, da quelle riflessioni, per riportarla alla realtà dello scontro che, di lì a breve, avrebbe definito il destino di tutti i principali attori presenti sulla scena in quel particolare momento.

lunedì 15 gennaio 2018

2427


« Nel mondo da cui provengo, sono conosciuta con molteplici nomi: Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei… » continuò ella, immediatamente, distendendo lateralmente le braccia, quasi perpendicolari a confronto dell’asse del proprio corpo, a voler permettere a coloro lì presenti di avere migliore occasione per osservarla, per contemplarla, per imprimersi la sua immagine nella memoria « Sono nata quarantun anni fa, in una piccola isola di nome Licsia. Da allora ho combattuto, ho amato, ho trionfato e ho perduto. » scandì, con tono solenne, nella fierezza di ogni singola parola pronunciata, cercando di trasmettere attraverso ogni significante accuratamente scelto il significato più opportuno per il messaggio che, allora, avrebbe voluto loro trasmettere « Il mio nome è Midda Bontor… e questi bambini sono i miei bambini. » sancì, ferma nel proprio tono e nelle proprie intenzioni, indicando Tagae e Liagu accanto a sé, nella gabbia « E che gli dei abbiano pietà per coloro che si porranno a ostacolo del mio cammino verso di loro, perché io non ne potrò dimostrare… »

Con occhietti sgranati, i due pargoli al centro di quella diatriba restarono in attonito silenzio innanzi alla scena lì in corso e, soprattutto, a quell’ultima dichiarazione, a quell’ultimo proclama.
Proclama, quello reso proprio dalla donna guerriero e per loro ragione di commovente sorpresa, non tanto in quanto atto a invocare la misericordia degli dei per coloro i quali si fossero a lei opposti, ma, piuttosto, in quanto atto a definirli, in maniera tanto inattesa quanto emozionante, quali i “suoi” bambini. Un particolare aggettivo possessivo, quello da lei impiegato, chiaramente non volto a rivendicare alcun particolare genere di proprietà a loro riguardo, così come, in quelle ultime ore, troppe persone non si erano divertite a litigarsi occasione di compiere; quanto e piuttosto l’esistenza di un legame d’affetto, un vincolo parentale a confronto con il quale, allora, essi non avrebbero più avuto a doversi limitare a vederla qual una tutrice e una protettrice, ma, addirittura, avrebbero potuto permettersi l’occasione di considerarla al pari di una genitrice. E sebbene, tanto a Tagae, quanto a Liagu, fosse ben chiaro che ella non avrebbe potuto mai essere considerata qual loro madre nel senso biologico del termine, neppur conoscendo quella donna soltanto poche settimane prima; alla luce di quanto da lei compiuto, per l’impegno da lei dimostrato nei loro confronti sin dal loro primo incontro e prima ancora, e per quanto ella era stata in grado di donare loro sotto ogni punto di vista, impossibile sarebbe stato per loro poter riconoscere in chiunque altro al di fuori di lei una figura materna: ragione per la quale, il ritrovarsi a essere parimenti da lei accolti qual figli, non avrebbe potuto per loro rappresentare nulla di meno della concretizzazione di un sogno non sperato, la realizzazione di un desiderio mai espresso per il sol timore dell’eventualità di un rifiuto da parte sua innanzi a quanto, pur, avrebbe potuto essere maggiore rispetto a quello che ella sarebbe stata altresì disposta a concedere loro.
E laddove, a fronte di tutto ciò, sincera sorpresa avrebbe avuto a dover essere intesa in Tagae e Liagu, altrettanto onesto stupore avrebbe avuto a doversi considerare, allora, presente ad animare una parte della mente della medesima donna guerriero lì protagonista, quella parte della sua mente più timorosa, nel più intimo e onesto confronto con l’evidenza di quanto, in quel frangente, tutto ciò non fosse stato dichiarato per riservarsi occasione di drammaticità, ma, piuttosto, per un’intima, viscerale consapevolezza nel merito di quanto, al di là di tutte le proprie paure, di tutto il proprio senso di inadeguatezza all’idea di essere madre, quei due bambini fossero ormai penetrati così profondamente nel suo cuore, nel suo animo, da non poterli amare in misura inferiore a due inattesi, e mai sperati, figli. A nulla, nel confronto con tutto ciò, avrebbero potuto valere altre pur corrette considerazioni, qual la possibile esistenza in vita, da qualche parte nell’universo, della vera famiglia di quei due piccoli dispersi, o il pericoloso dettaglio della loro stessa trasformazione in armi viventi a opera della Loor’Nos-Kahn: ai suoi occhi, alla sua mente, al suo cuore, al suo animo, quei due bambini sarebbero comunque rimasti i suoi bambini, ed ella sarebbe stata felicemente disposta a donare la propria vita per la loro salvezza.

« … Midda… » sussurrò, con gli occhi colmi di lacrime di gioia, la piccola Liagu, spingendosi allora verso la gabbia, incurante delle sbarre e di tutti gli altri lì fuori, per cercare di tendere le proprie braccine verso di lei.
« So di non essere perfetta, piccola mia… e che, sicuramente, meritereste di meglio rispetto a me… » replicò ella, con tono dolcemente moderato, chinandosi appena a sfiorare il suo capetto con la propria mancina, in una carezza colma d’affetto « … ma mi impegnerò a essere migliore, per voi. Innanzi a Thyres e agli dei tutti, io lo giuro. » dichiarò, sorridendole con non minor gioia rispetto a quella da lei dimostrata, nel mentre in cui vide lì sopraggiungere anche il fratellino, animato da non diverse emozioni « Ma ora, stai indietro, Liagu. Anche tu, Tagae… e cercate di distogliere lo sguardo. » ebbe a raccomandare loro, non desiderando imporre alle loro infantili menti ulteriori immagini di guerra oltre a quelle che già, con eccessiva leggerezza, aveva riservato loro in passato « Non sarà un bello spettacolo. »

Lles Vaherz, rimasta in quegli ultimi istanti discretamente in disparte, quasi a voler rispettosamente concedere loro occasione di intimità, malgrado quanto pur pocanzi a sua volta annunciato, a sua volta fieramente proclamato nella promessa di morte a discapito della propria dirompente ospite, volle allor riprendere voce nella questione, cogliendo quelle ultime raccomandazioni, così scandite da parte dell’alfine presentatasi Midda Bontor, qual la conferma di quanto quella fugace parentesi fra lei e i due bambini avrebbe avuto a doversi considerare terminata, e decidendo che, di conseguenza, fosse giunta per lei occasione di riportare l’attenzione di tutti a sé e ai propri più sfrenati desideri di battaglia nei confronti di quella donna, la cui nomea l’aveva indubbiamente preceduta, accompagnata da un’impressionante fedina penale elencante un numero terrificante di omicidi compiuti.
E, nel riprendere voce, la donna dalla pelle color del bronzo non volle dimostrare il benché minimo interesse nei riguardi dei contenuti di quell’ultimo dialogo occorso fra la propria bramata antagonista e i due cuccioli in suo possesso, di sua proprietà, non desiderando, in tal senso, spendere la più fugace attenzione, avendo molto altro, lì innanzi, a cui volgere i propri pensieri. Prendere in esame quel breve confronto fra colei proclamatasi qual madre di quella coppia fondamento di una devastante arma di distruzione di massa, e le due bestioline lì imprigionate, infatti, avrebbe necessariamente significato riconoscere una dignità umana a quest’ultime e, in ciò, avere ragione di che sentirsi in imbarazzo, in colpa, per aver contribuito alla loro tratta: ignorarlo, altresì, e tornare alla questione iniziale, all’identità della stessa e, con essa, allo scontro promessole, invece, sarebbe semplicemente equivalso a proseguire, né più né meno, per il cammino già reso proprio, senza possibilità di disturbi emotivi a tal riguardo.

« Midda Bontor, pertanto. » annuì, palesando in maniera incredibilmente chiara la propria soddisfazione a tal riguardo, a quella conferma, in verità entro certi versi retorica nel considerare l’audacia con la quale ella aveva lì fatto la propria apparizione, nonché la fermezza con la quale aveva più volte minacciato tutti i presenti, e, ciò non di meno, una conferma desiderata, fosse anche per una questione di trasparenza, ufficializzazione utile, una volta sconfittala, a non permettere ad alcuno di sollevare dubbi od obiezioni a tal riguardo « Lles Vaherz… capitano Lles Vaherz. » ebbe poi a volersi presentare, accennando persino un ampio e plateale inchino, nel portare la destra innanzi a ventre e nel spingere la sinistra all’indietro, a scostare il nero mantello damascato e, indirettamente, in ciò, a scoprire completamente la propria arma, la propria elegante sciabola « Sarà un vero onore, per me, potermi fregiare del vanto conseguente ad aver affrontato, e vinto, una donna del tuo calibro! »
« Lles Vaherz… » ripeté quindi la Figlia di Marr’Mahew, soppesando appena quel nome, in ogni propria sillaba, quasi a voler verificare, nella propria memoria, se avesse a doversi considerare noto o meno e, senza alcuna sorpresa, scoprendolo qual sconosciuto, così come, del resto, esso sarebbe per lei stato anche nell’eventualità in cui ella avesse potuto vantare il titolo di donna più pericolosa dell’universo, nella propria ancor oggettivamente scarsa conoscenza di tutti quei mondi, di tutti quei sistemi, di tutta quella galassia intera, oltre, ovviamente, di tutti i suoi singoli abitanti.