11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare", inizia oggi il primo nuovo racconto del secondo decennio della lunga corsa di Midda's Chronicles.

Grazie a tutti per l'affetto dimostrato in questi anni!
E buona lettura...

Sean, 25 gennaio 2018

martedì 20 febbraio 2018

2463


« Senza offesa… i tuoi pregiudizi contro noi pirati stanno iniziando a diventare veramente fastidiosi. » sbuffò l’altro, con tono di disapprovazione tale da permettere alla sua interlocutrice di immaginare in maniera assolutamente veritiera un movimento di diniego con il capo, ad aperta critica in tal senso.

Midda Bontor sorrise, per un momento divertita, cercando di cogliere, in quella sua costretta collaborazione con una ciurma di masnadieri, anche qualche aspetto positivo, ilare, al fine di riuscire a meglio tollerare una situazione che, per lei, sarebbe stata altresì grottesca.
A dispetto di quanto anche appena accusatole da parte dell’uomo pipistrello, nulla di quanto avrebbe potuto muovere i suoi pensieri, le sue parole e le sue azioni, in più o meno aperta critica, se non contrasto, a dei pirati, infatti, avrebbe avuto a dover essere frainteso in qualunque misura qual espressione di pregiudizio. Laddove, infatti, per pregiudizio avrebbe avuto a dover essere intesa, semplicemente, un’idea, un’opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza alcuna conoscenza diretta dei fatti, delle persone o delle cose, un preconcetto negativo e al quale muovere inoppugnabilmente non minor critica; quanto ella avrebbe avuto a poter vantare a discapito di pirati non avrebbe avuto a dover essere reputata, erroneamente, mera prevenzione, quanto, e piuttosto, il frutto di un’esperienza diretta, un’esperienza concreta, e per lei perdurata per una vita intera, nei termini nei quali aveva già avuto anche modo di esprimersi con lui.
In tutto ciò, quindi, ella non avrebbe potuto ovviare a sforzarsi di pensare quanto, tutto il suo impegno, tutti i suoi sforzi, avrebbero avuto a doversi riconoscere qual destinati al bene, alla salvezza dei suoi bambini, ancor prima che al veder garantito, concesso un qualunque genere di favore, di utilità, a quei pirati, a quei predoni e tagliagole che, fosse dipeso da lei, avrebbero potuto andare a schiantarsi con la propria intera nave contro la superficie incandescente di una stella, senza che ella, per questo, avesse a provare il benché minimo rimpianto, il più effimero rimorso, non, di certo, per dei pirati, non, parimenti, per il loro capitano. E a nulla sarebbe potuta valere, in tutto ciò, l’ammirazione che Lles aveva offerto evidenza di provare nei suoi riguardi, al punto di volerla impiegare, come mercenaria, al proprio servizio; né, parimenti, la simpatia che Shope sarebbe stato in grado di suscitare, con tutte le proprie divertenti polemiche: pirati erano, pirati sempre sarebbero rimasti. E non appena ella ne avrebbe avuto l’occasione, sarebbe stata anzi ben lieta di offrire loro il filo della propria lama.
Avendo, in quel momento, a doversi comunque concentrare sul presente, e sulla missione in corso, la Figlia di Marr’Mahew lasciò rapidamente scemare il proprio sorriso al fine di poter volgere tutta la propria attenzione, tutto il proprio interesse all’oscuro pozzo innanzi a sé, cercando di ricordare cosa, nel proprio piccolo equipaggiamento, allora avrebbe potuto esserle più utile. E così, dopo aver estratto dalla propria cintura un paio di dotazioni erronee, fraintendendone l’uso, ella ebbe alfine a rammentare l’inutilità della ricerca di una fonte di luce per accompagnarla in quella propria discesa nelle tenebre, laddove, altresì, la sua maschera avrebbe già potuto fornirle tutto il supporto necessario. Concepita, infatti, proprio al fine di permettere all’utilizzatore una sempre costante capacità di controllo sull’ambiente a sé circostante, anche quando questo potenzialmente avverso, quella maschera trasparente non soltanto le era stata affidata al fine di proteggersi dal vento o dalla sabbia, ma anche al fine di poter essere sempre pronta ad affrontare qualunque situazione le si sarebbe parata innanzi, ivi compresa una prevedibile assenza di luce, garantendole una visuale più che definita in grazia a una tecnologia che le era stata suggerita qual estremamente semplice, persino banale, e della quale, pur, non riusciva a ricordarsi il nome corretto, pur rammentando avesse a che fare qualcosa con uno spettro rosso… o qualcosa di simile.
Affidandosi, in ciò, alla propria maschera, ella ebbe a iniziare a ridiscendere all’interno di quel pozzo, trovando occasione di supporto, in tal senso, in una serie di appigli regolari che ebbe a trovare ad attenderla, simili a una vera e propria scala a pioli, aspettando che quella stessa superficie sino a quel momento quietamente trasparente potesse iniziare ad agire, e ad agire in maniera autonoma. Una fiducia, quella che ella volle riporre in tale tecnologia pur sconosciuta, che non ebbe a tradirla, nell’iniziare a presentare, in maniera piacevolmente nitida, l’immagine del mondo a sé circostante non appena ella ebbe a sprofondare nell’oscurità, e nel presentarla con quieta abbondanza di dettagli, per quanto in una bizzarra gradazione di verde…

« Magari l’avessi avuta in passato… » non poté ovviare a sussurrare, fra sé e sé, nel non mancare di esprimere un riferimento quasi nostalgico a tutte le occasioni nelle quali, in maniera più o meno improvvisata, si era dovuta procurare una torcia come unica alternativa all’oscurità più totale, ritrovandosi, ciò non di meno, spiacevolmente ostacolata nei movimenti dal trasporto della stessa, oltre che, comunque, beneficiante di minor definizione del mondo a sé circostante rispetto a quella, in tutto ciò, concessale.

Nuovi mondi, vecchi giochi; nuovi trucchi, vecchi cani: tale sembrava essere un motivo ricorrente in quell’ennesimo capitolo della propria vita, una nuova fase in cui, per quanto tutto attorno a lei avrebbe avuto a doversi riconoscere inedito e incredibilmente alieno rispetto al proprio passato, ella non avrebbe potuto ovviare a continuare a giocare secondo le sole regole che mai avrebbe potuto vantare di conoscere, al punto tale, persino, dal ritrovarsi in quel mentre costretta a riabbracciare la propria antica vita da mercenaria, seppur non per propria, esclusiva volontà.
In grazia, quindi, a quel supporto tecnologico, utile non a sopperire a delle proprie mancanze, quanto e piuttosto a concederle quell’aiuto che, altrimenti e comunque, avrebbe potuto ottenere in altri modi, seppur sicuramente meno comodi rispetto a quello, Midda Bontor poté proseguire con la propria discesa all’interno del cunicolo esagonale, nelle profondità della statua. E se lungo ed estenuante era stato il percorso d’ascesa, non minore ebbe a essere quello di discesa, benché, sicuramente, coadiuvato dalla presenza di quella comoda scala in assenza della quale avrebbe avuto a doversi ingegnare in altri modi, con altri mezzi, così come, dopotutto, non aveva mancato di compiere in passato, in condizioni peggiori rispetto a quella. Ciò non di meno, benché più agevole avrebbe sicuramente avuto a dover essere considerato quel tratto in discesa, non meno lungo e, a modo suo, non meno estenuante ebbe a dover essere giudicato, fosse anche e soltanto nella sistematica riproposizione dei medesimi movimenti lungo un percorso apparentemente sempre uguale e che, in ciò, avrebbe potuto disorientare chiunque, lasciando temere di essere impegnati in una discesa eterna e, forse, priva di ogni possibilità di conclusione. Tuttavia, nel ben ricordare le dimensioni esterne delle statua, e nel ritrovarsi costretta almeno a raddoppiarle, nel considerare oltre alla parte emersa, anche quella sotterrata nelle rosse sabbie, la donna guerriero non ebbe a smarrirsi d’animo, proseguendo in quel modo pur, obiettivamente, quasi rimpiangendo l’assenza di qualsivoglia possibilità di distrazione in ciò.
Addirittura, dopo forse un quarto d’ora o più di discesa, ella non poté ovviare persino a provare una certa nostalgia per la voce di Shope, ricercando, di conseguenza, un contatto con lui: purtroppo, per così come previsto e anticipato, il ritrovarsi all’interno di quella statua di pietra ebbe a interferire nelle loro possibilità di comunicazione, ritrovandola, pertanto, sostanzialmente isolata da tutto e da tutti all’interno di quel colosso, vestigia di una perduta civiltà di un remoto passato.

« Certo che sono incontentabile… » ebbe a commentare, rivolgendosi a se stessa « Quando mi parlava, non volevo sentirlo. E ora che non posso sentirlo, vorrei che mi parlasse. » ironizzò a proprio medesimo discapito, non potendo ovviare a evidenziare l’incoerenza del proprio stesso comportamento dei confronti del proprio compagno di viaggio e di ventura, quel bistrattato pirata il quale, se non fosse allor stato un pirata, probabilmente avrebbe potuto indubbiamente apprezzare nel ruolo così ricoperto al suo fianco.

lunedì 19 febbraio 2018

2462


Recuperato fiato e riposati estemporaneamente i propri muscoli, non provati in quella salita e neppur giudicabili allor qual completamente indifferenti innanzi alla prova che era stata loro così richiesta in quella tutt’altro che agevole ascesa; dopo pochi minuti dal raggiungimento del proprio traguardo, della vetta rappresentata dalla nuca di quella statua, la donna guerriero ebbe a riservarsi occasione utile a concentrarsi sul proseguo del proprio cammino e, in particolare, sull’individuazione di un qualche punto debole in quella superficie di pietra al fine di varcarne i confini e penetrare in essa, così come, in tutto ciò, desiderato. E benché, probabilmente, chiunque altro, al suo posto, a fronte di una simile esigenza, innanzi a un tale impegno, avrebbe trovato comodo il supporto, l’aiuto proprio di un qualche dispositivo tecnologico, magari e persino atto a sondare l’interno di quella statua per metterne a nudo, in maniera scientificamente puntuale, tutti i segreti, tutti i misteri, a incominciare dall’esistenza, o meno, di quei possibili condotti di manutenzione e, con essi, alle migliori opportunità di accesso ai medesimi; ella non poté che rendere proprio un approccio decisamente meno elegante o immediato e, ciò nonostante, non meno efficiente rispetto a quello così ipotizzabile, nell’iniziare a imprimere lievi colpi con la punta delle proprie dita metalliche, la superficie della statua, cercando, lungo l’intera area a lei lì presentata, una qualche variazione di suono, di tonalità, atta a suggerire l’esistenza, lì sotto, di qualcosa di disomogeneo, e, in particolare, di uno spazio vuoto, al quale aver a sperare di poter accedere.
Non fu immediato, allora, riuscire a circoscrivere l’area interessata, anche perché l’accesso a tale spazio non avrebbe avuto a dover essere giudicato qual inibito da una leggera intercapedine: ove così fosse stato, infatti, l’usura del tempo avrebbe probabilmente già posto in luce simili pertugi, tali passaggi, senza che, in ciò, fosse richiesto alcun impegno. In ciò, quindi, assolutamente effimera ebbe a dover essere considerata la differenza di tonalità fra la pietra piena e quanto, ella, ebbe a individuare qual un possibile accesso all’interno della statua, un accesso apparentemente destinato non a sfociare nell’apice superiore di quell’enorme testa, quanto e piuttosto leggermente arretrato, in termini tali, probabilmente, da voler preservare, nella creazione di tale passaggio, la parte anteriore, quella del volto, assicurandole maggiore forza, maggiore compattezza di quanto, altrimenti, non sarebbe potuto essere anche e soltanto in grazia a quel corridoio interno. Definita, quindi, una superficie vagamente circolare, e marcate le estremità della medesima in grazia alla pressione del proprio indice destro, concentrando in un singolo punto forza sufficiente a trapassare un cranio umano e, in ciò, anche utile a incidere quella superficie già esteriormente compromessa, la donna guerriero ebbe a valutare per un istante in qual maniera sarebbe stato più opportuno per lei procedere, fra il tentare di estrarre quel blocco, le cui estremità, tuttavia, non era stata ancor in grado di individuare, o, semplicemente, farlo a pezzi. E giacché, in fondo, quel mondo avrebbe avuto a doversi riconoscere qual distrutto e morente, e quelle vestigia avrebbero avuto a dover essere sol considerati monumenti funebri di una remota civiltà ormai persino dimenticata, nella propria storia così come nella propria stessa natura, difficile da riconoscersi in associazione a una qualunque specie con la quale la mercenaria aveva avuto già a che fare in quella più amplia, ed estremamente variegata, concezione di realtà; a ben poco sarebbe valso un qualunque rispetto per l’integrità di quell’opera.
Così, votando in favore a un approccio meno conservativo, ella decise di far a pezzi quella superficie, e di farlo in grazia alla massima potenza a lei garantita dal proprio arto metallico, da quella protesi che, in fondo, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non uno strumento di lavoro, e uno strumento di lavoro a lei impiantato non a titolo di favore personale, quanto e piuttosto qual espressione di una spiacevole condanna ai lavori forzati, una condanna che, in un breve lasso temporale dell’anno precedente, in immediata conseguenza al suo arrivo nello spazio siderale, l’aveva vista tradotta all’interno di un complesso carcerario con annesse miniere di idrargirio, alla cui estrazione ella era stata destinata: in questo, quindi, quanto i più avrebbero potuto giudicare qual una quieta mancanza di eleganza in quell’arto, nel non tentare di celare la propria natura artificiale dietro a una qualche apparenza di normalità, così come la più completa assenza di percezioni tattili da esso, condizione alla quale, dopotutto, ella non avrebbe potuto negare di essere ormai abituata sin dalla perdita del proprio vero e unico braccio destro, oltre vent’anni prima, avrebbe quietamente compensato una maggiore resistenza e una maggiore forza rispetto ad altri generi di protesi, e di protesi atte a emulare in maniera estremamente fedele la presenza di estremità in carne e ossa, concedendole, garantendole quanto ella non avrebbe mai potuto considerare qual un limite, quanto e piuttosto un vantaggio.
Vantaggio, quello per lei derivante dal proprio arto destro, che venne lì impiegato in una dozzina di violenti colpi ben assestati, ripetuti con straordinaria costanza nell’esatto centro del perimetro da lei marcato, in termini non dissimili da quelli che avrebbero potuto contraddistinguere un martello pneumatico, e in contrasto ai quali, la pietra di quell’enorme statua, pur sopravvissuta alla fine del proprio intero mondo, non poté che cedere, iniziando a incrinarsi per poi, alfine, frantumarsi e sgretolarsi, sgretolarsi ricadendo, a pezzi, lungo il pozzo esagonale lì sotto, in tal maniera, scoperchiato, e scoperchiato a quasi tre piedi dalla superficie…

« Si può sapere che diamine è questo frastuono…?! » ebbe a gridare, nel suo orecchio, la voce di Shope Trel in concomitanza agli ultimi colpi da lei inferti alla pietra, colpi che, ovviamente, risultarono decisamente più sordi rispetto ai primi, nella sempre inferior resistenza incontrata da parte di quella superficie.
« Nulla di cui tu abbia a doverti preoccupare, Denti Aguzzi. » commentò la Figlia di Marr’Mahew, leggermente ansimante, laddove, sebbene lo sforzo richiesto da quei colpi non avesse a doversi riconoscere ovviamente suo, nell’azione dei servomotori del suo braccio alimentati all’idrargirio, il trasporto fisico proprio di quell’attacco, di quella sequenza di pugni, non avrebbe potuto ovviare a coinvolgere anche il resto del suo corpo, e a coinvolgerlo al termine di quella straordinaria scalata « Stavo soltanto delicatamente bussando su una porta chiusa… »
« Discutibile il tuo personale concetto di delicato, in ogni propria declinazione… » ironizzò l’altro, parzialmente assordato, proprio malgrado, da quei colpi a lui sopraggiunti in maniera del tutto inattesa, senza concedergli neppure il tempo di ridurre il volume dell’audio trasmesso direttamente nella cabina del caccia.

Fu necessario, allora, qualche istante alla mercenaria prima di avere effettiva consapevolezza nel merito di quanto dischiuso sotto di sé, laddove notevole ebbe a considerarsi la polvere sollevata in quei gesti, una vera e propria nuvola bianca che, estemporaneamente, la avvolse simile a nebbia, estraniandola fugacemente dal resto del mondo. E più che utile, in verità, avrebbe avuto a doversi riconoscere, in quel momento, la maschera trasparente da lei indossata che, oltre a mantenere la rossa sabbia di quel deserto lontana da lei, ebbe a prevenire, allora, l’eventualità dell’infiltrazione di quella stessa polvere nella sua gola e nei suoi polmoni, possibile condizione che, allora, non avrebbe avuto a doversi altresì considerare particolarmente piacevole dal proprio punto di vista.
E solo quando, alfine, la visuale del mondo a sé circostante tornò a esserle definita al suo sguardo, ella poté rendersi conto del condotto in tal maniera scoperto, scoprendo quanto, proprio malgrado, la sua stima nel merito della natura circolare di simile pozzo avrebbe avuto a doversi considerare erronea, nella definizione di quei sei lati perfettamente equivalenti. Non che, all’atto pratico, ciò avrebbe fatto la differenza.

« Sono in procinto di calarmi all’interno della statua… » avvisò, allora, il proprio lontano custode, affinché fosse informato nel merito dello sviluppo così conseguito « Non sarò un esperta di sistemi di comunicazione, ma tempo che potrei perdere il segnale per un po’. » soggiunse, in riferimento al canale esistente fra loro e, sino a quel momento, atto a mantenerli in costante, reciproco contatto « Non allarmarti se non mi dovessi sentire per un po’… sono sopravvissuta a missioni peggiori rispetto a questa e, certamente, non intendo lasciare i miei bambini in vostra compagnia per più tempo rispetto a quanto strettamente necessario. Senza offesa. »

domenica 18 febbraio 2018

2461


La scalata nella quale l’Ucciditrice di Dei ebbe a impegnarsi, lungo il colossale corpo di quella ciclopica statua, non avrebbe avuto a dover essere considerata pari a un semplice esercizio di stile da parte sua. Per quanto, sicuramente, ella avrebbe potuto vantare solo una minima, superficiale e irrilevante confidenza con le straordinarie tecnologie proprie di quella più amplia visione della realtà e ancor meno con quelle proprie della civiltà che, un tempo, aveva dominato su quel pianeta; la donna guerriero non avrebbe potuto parimenti ignorare l’evidenza di quanto, una simile, gigantesca opera, al pari di tutte le altre presenti lungo la superficie, non avrebbe potuto essere lì eretta dal giorno alla notte, né, parimenti, avrebbe potuto ignorare alcune semplici dinamiche volte alla sua edificazione, dinamiche non dissimili a quelle che, anche nel suo mondo, non avrebbero potuto mancare di essere tali per le edificazioni di forse minori, e pur non meno arditi, colossi di pietra.
In ciò, per esempio, ovvio, banale e inequivocabile, avrebbe avuto a dover essere giudicato quanto, allora, quella statua, pur di pietra, non avrebbe potuto essere considerata appartenente a un unico blocco, quanto, e piuttosto, con indubbiamente straordinaria abilità, costituita da parti diverse, incredibilmente sovrapposte l’una all’altra e l’una all’altra rese solidali in maniera tale da permettere a tutto ciò di sussistere e di sussistere persino a secoli di distanza dalla caduta e dalla scomparsa della civiltà che lì aveva a lungo imperato. Ancora, al di là dei sicuramente straordinari mezzi di trasporto che avrebbero semplificato e reso quietamente possibile non soltanto l’assemblaggio di quel gigante di pietra ma, anche, la sua eventuale manutenzione, facilmente intuibile avrebbe avuto a dover essere considerata la presenza di una e più cavità interne, condotti, pozzi attraverso i quali rendere possibile, all’epoca, eventuali operazioni di controllo e, laddove necessario, di intervento di riparazione, o di consolidamento, dall’interno stesso della statua, senza, in ciò, intaccarne esteriormente l’integrità superficiale.
E proprio alla ricerca di tali condotti, in quel momento, avrebbe avuto a doversi riconoscere il senso, il fine ultimo, di quel suo sforzo, di quel suo impegno a risalire lungo quelle colossali membra di pietra. Nell’ipotesi, infatti, di non aver torto a tal riguardo, di non sbagliare nel merito di simile analisi, benché a livello del busto improbabile sarebbe stato riuscire a individuare una qualsivoglia via d’accesso all’interno di quella statua, dalla parte superiore, dalla cima della testa o delle sue braccia, ella avrebbe dovuto aver occasione di riconoscere, di distinguere, un qualche ingresso all’interno della statua, a quegli antichi canali di manutenzione e, in grazia a essi, a ridiscendere all’interno del colosso anche ben oltre il livello del suolo, sino ad arrivare alla sua base e, forse, lì sopraggiunta, alla porta da lei ricercata, alla soglia che la chiave di Mesoolan avrebbe dovuto permetterle di aprire, per proseguire nel proprio viaggio, nella propria ricerca.
Aggrappandosi, pertanto, in grazia alla sensibilità della propria unica mano reale, in carne e ossa, così come dei propri piedi, allor scoperti nelle proprie forme, lasciati nudi nelle proprie proporzioni, nell’aver dovuto abbandonare gli eleganti stivali prima atti a coprirli assieme al proprio mezzo di trasporto, lì altresì potenzialmente più d’ostacolo che di qualche concreta utilità; Midda Bontor non mancò di impegnarsi a farsi strada lungo quella superficie apparentemente liscia, e pur, fortunatamente, più ruvida, più porosa di quanto non si sarebbe potuto credere, probabilmente anche in grazia all’erosione impostale da secoli di esposizione ai venti e alla sabbia del deserto, verso la cima di quella statua, con mirabile abilità, nel dimostrare una straordinaria capacità da arrampicatrice. Capacità, la sua, che non avrebbe avuto a doversi equivocare qual innata, quanto e piuttosto qual conseguenza di un grande impegno, di una vasta esperienza in tal senso, nell’essersi posta, nel corso della propria vita, a confronto in innumerevoli situazioni con scalate decisamente peggiori rispetto a quella lì riservatale, scalate nel confronto con le quali neppure l’assenza di un arto in carne e ossa, neppure l’assenza del suo braccio destro, avrebbe potuto rappresentare per lei ragione d’ostacolo o, peggio, di freno. Amando le sfide, e amando le sfide come mezzo utile a dimostrare, sempre e comunque, la propria più assoluta autodeterminazione nel confronto con uomini e dei, dopotutto, ella non avrebbe mai potuto arrendersi neppur innanzi a un vero e proprio specchio, volendosi riservare occasione utile a comprendere in qual maniera arrivare a dimostrare di essere in grado, a prescindere, di farcela, e di farcela in sol conseguenza alle proprie forze e al proprio intelletto.
Così, in una realtà nella quale, probabilmente, nessun altro avrebbe accettato l’idea di spendere tante energie in simile arrampicata, e rischiare a tal punto la propria vita, nell’eventualità di porre una sola mano, un sol piede, in fallo, o di compiere un semplice gesto sbagliato e, in ciò, di vedersi precipitare verso morte certa, e verso morte certa in una caduta di diverse decine di piedi d’altezza, preferendo farsi accompagnare sino a quel vertice, a quel traguardo, nell’ausilio di un qualche mezzo di trasporto tecnologico, atto a giungere a destinazione unendo alla massima resa il minimo sforzo; la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe neppur potuto concepire un simile eventualità, non avrebbe neppur voluto prendere in esame l’idea di ovviare a quella disfida, preferendo rendere propria la conquista di quel traguardo in sola grazia alla propria forza di volontà e alla propria forza fisica, anche a costo, come in quel momento, di essere costretta a proseguire il resto della propria missione, della propria avventura, a piedi nudi, in contrasto a qualunque genere di terreno l’avrebbe potuta attendere. Non che, in passato, nei propri esordi, nel proprio mondo, le bende nelle quali ella era solita fasciarsi i piedi, a discapito di più comode e confortevoli calzature, avrebbero avuto a doversi considerare molto più rispetto alla nudità in tal maniera riservatasi.
Con muscoli di carne e ossa tanto fermi e saldi da non dover aver nulla di che invidiare ai servomotori presenti all’interno della sua protesi, con un corpo straordinariamente controllato e coordinato al punto tale da rendere sempre così incredibilmente banale, da un punto di vista esterno, quell’impresa, quell’arrampicata che pur tanto ovvia, tanto scontata nel proprio esito non avrebbe avuto a dover essere equivocata, Midda Bontor ebbe a risalire in maniera lenta ma costante, con un moto continuo e perfettamente commisurato, lungo quella superficie, mai dimostrando la benché minima esitazione, mai palesando la più banale incertezza neppure in quelle poche, e pur non assenti occasioni nel corso delle quali, forse l’eccessivo sudore, forse la stanchezza, forse un semplice errore di calcolo, la vide esitare nel proprio movimento, perdendo la presa e ritrovandosi ad affidare l’intero proprio peso, l’intero proprio corpo, ai restanti arti, alle restanti estremità, arrivando persino a ritrovarsi costretta ad altalenare, per brevi momenti, sospesa sul vuoto, e, con esso, su una insana promessa di morte, a fronte della quale, francamente, alcuno l’avrebbe mal giudicata se soltanto avesse avuto di che temere, di che preoccuparsi per la propria stessa sopravvivenza, oltre che dell’esito di quella missione. Mai, tuttavia, ella ebbe a esprimere il pur minimo gemito, la più semplice imprecazione, ben consapevole di non avere di che potersi perdonare la più effimera emotività in tutto ciò, emotività che, allora, realmente avrebbe potuto ucciderla, effettivamente avrebbe potuto condurla all’errore e, con essa, alla propria fine: così, anche innanzi al peggio, ella, con straordinaria concentrazione, con assoluta devozione al proprio impegno, al proprio incedere verticale, ritrovava rapidamente la presa, recuperava immediatamente il controllo fisico della situazione, per riprendere, per proseguire oltre e accorciare, ulteriormente, la propria distanza dal traguardo, allungando, ineluttabilmente, al contempo, la propria distanza dal suolo e, con essa, incrementando parimenti la certezza della letale condanna che per lei sarebbe conseguita nel momento in cui, eventualmente, avesse commesso quell’unico, semplice errore privo di possibilità di recupero.
E, in meno di un’ora, ella ebbe lì a concludere la propria risalita, arrivando, alfine, a conquistare per primo il capo del colosso e, con esso, una potenziale via d’accesso al suo interno, sempre nell’ipotesi che, nel proprio ragionamento, nella propria deduzione, ella non avesse commesso un errore, ignorando altre possibilità, altre metodologie lì forse applicate, in termini tali per cui, sfortunatamente, tanto impegno sarebbe stato vano.

« … speriamo di no… » commentò fra sé e sé, a quella prospettiva di cui avrebbe francamente fatto volentieri a meno, fosse anche e soltanto nella consapevolezza di quanto, allora, l’alternativa utile a raggiungere la base della statua sarebbe stata decisamente più complessa rispetto alla pur non banale arrampicata in tal maniera compiuta.