11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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domenica 14 febbraio 2010

765


D
éjà vu: in quali altri termini, Midda avrebbe mai potuto definire l’orrore in cui era stata catapultata?
Qual coronamento di una splendida notte trascorsa insieme a un uomo meraviglioso, capace di amarla con sincerità, con trasporto, nonostante tutti i molteplici difetti da cui mai ella avrebbe forse saputo liberarsi, e nonostante l’imperante e innegabile incertezza del loro avvenire insieme, riaprendo gli occhi nel seguire il quieto invito donatole dal chiarore di una nuova alba, ella non aveva infatti avuto possibilità di tornare a osservare la dolce pelle bronzea del proprio compagno, del proprio amato locandiere, così come l’aveva salutata solo poche ore prima, madida di caldo sudore, sensualmente segnata dai graffi del suo impetuoso sentimento per lui, quanto, invece, un corpo martoriato, un cadavere oscenamente disfatto, privato della testa e dei quattro arti, nonché violentemente sventrato al punto tale da trovarla a stringere non il dolce tepore della sua muscolatura, quanto, macabramente, il viscido calore delle sue interiora sparse per tutto il letto, il talamo del loro tanto sognato momento d’amore.
E dove anche, in quella stessa situazione, chiunque altro, si sarebbe concesso vittima collaterale di quella violenza, cedendo il passo alla follia e gridando in maniera isterica tutto il proprio più incontrollato e incontrollabile terrore, la Figlia di Marr’Mahew, in questa seconda occasione, ove tale avrebbe probabilmente e paradossalmente essere giudicata nel paragone con gli eventi propri di un incubo di pochi mesi prima, non si riservò neppure il breve e fuggevole momento di sgomento che pur l’aveva dominata la prima volta, lasciandosi coinvolgere immediatamente, senza remore di sorta, dall’ira più funesta, dalla rabbia più furente verso il principale responsabile di tutto quello.

« Desmair! » ringhiò, nel levarsi con foga dai resti appartenuti all’uomo da lei amato, da lunghi anni e per una effimera notte, invocando con quelle sillabe, il nome del suo blasfemo sposo, il figlio semidivino di un oscuro dio minore e di un’antica e malvagia regina, che già si era divertito a farle vivere l’orrore di un simile quadro, di una tale immagine, nel volerla porre in guardia dalle conseguenze di un qualche tradimento.

Complicato, in effetti, sarebbe stato definire l’effettiva responsabilità propria della mercenaria in tutto quello, nell’oscenità di quegli eventi, dal momento in cui, se pur mai ella sarebbe potuta essere considerata assolutamente colpevole, alcuno avrebbe mai potuto neppure definirla concretamente innocente, esterna a ogni partecipazione in quell’abominio: se solo, infatti, quell’assurda immagine si fosse dimostrata reale, concreta, qual pur, nel proprio cuore, stava pregando Thyres perché tale non si rivelasse essere, unicamente al proprio egoismo avrebbe dovuto addurre la primaria reità per quanto occorso, dove, per quanto conscia del pericolo, per quanto mai dimentica dell’assurdo vincolo al quale si era votata con la figura apparentemente immortale di Desmair, ella aveva alfine ceduto al proprio desiderio, alla propria bramosia lussuriosa verso il solo, vero, amico concessole in quegli ultimi anni, in questo condannandolo, pur innocente, a morte.

« Non vi è alcuna necessità di urlare, mia iraconda signora. » rispose, a quell’invito, a quel richiamo, una voce per lei pur, maledettamente, nota, nel mentre in cui la colossale figura del demone, dalla pelle rossa, dagli occhi gialli, dalle enormi corna bianche ai lati del capo e dai neri zoccoli equini quali estremità inferiori, emerse da un angolo di quella stanza, quasi fosse stato sempre lì presente per quanto, assurdamente, non notato prima di quel preciso istante « Il mio udito è perfetto, al pari di ogni altra parte propria del mio superbo corpo, se mi concedi un’occasione di autocelebrazione… »
« Desmair… » ripeté ella, a denti stretti, arricciando le labbra con fare ferino, recuperando la propria spada, come sempre riposta accanto al bordo del letto e balzando in piedi di fronte all’avversario, indifferente alla propria nudità e decisa ad affrontarlo, per quanto consapevole di non poterlo vincere, di non essere ancora in grado di imporre su di lui una morte duratura, non nei modi a lei noti, per lo meno, dove già più volte si era impegnata, senza successo alcuno, in tal senso.
« Devo ammettere, comunque, come non possa che provare piacere nel verificare quanto il mio nome sia presente ancora nei tuoi ricordi, dal momento in cui, sciaguratamente, le tue azioni sembrano proclamare il contrario, suggerendomi di essere stato da te già dimenticato. » suggerì egli, impassibile di fronte alla reazione violenta da parte di lei, e, anzi, sollevando con assoluta tranquillità la destra, artigliata, ad accarezzarsi il lungo e prominente mento, quasi quell’occasione di riunione fra loro fosse un evento assolutamente consueto e completamente sereno, un’occasione di cordiale dialogo e placida riflessione fra due coniugi « Sempre uno spettacolo affascinante quello che ti ostini a propormi a ogni nostro confronto: vuoi davvero farmi illudere dell’esistenza di un qualche tuo desiderio nei miei riguardi per tanta generosità? »
« L’unica generosità che desidero offrirti è quella della mia lama, lurido figlio di una cag… »
« Tsk… che linguaggio indecoroso per una brava moglie. » la interruppe la creatura, scuotendo il grosso e pesante capo in chiara volontà di rimprovero per tanta libertà da lei resa propria in quelle parole « Anche se, in effetti, non credo possa essere corretto definirti quale “una brava moglie”, vista l’evidenza del tuo tradimento, in violazione a ogni sacro giuramento elevato innanzi agli dei. O, forse, non ricordi l’ammonimento del celebrante nel corso delle nostre nozze? »

Per quanto spiacevole tale memoria sarebbe dovuta essere considerata, Midda ricordava alla perfezione tale avvertimento, il cui significato non avrebbe potuto evitare di risultare del tutto simile a una sentenza emessa nei suoi confronti, di colei che, in contrasto a ogni desiderio del mostro, gli aveva sottratto la propria sposa prescelta e si era sostituta alla medesima, ingannandolo, sì, ma, in questo, risultando a propria volta drammaticamente ingannata da parte del fato, che a un simile essere l’aveva costretta a legarsi qual sola possibilità di sopravvivenza e fuga per lei e per le due donne sotto la sua protezione all’epoca di quei fatti.
“Tutti in nostri dei oggi sono testimoni della vostra unione. Tema la loro punizione la moglie infedele che non rispetterà le proprie promesse. Tema la loro disapprovazione il marito indifferente che non farà onorare questo legame. Ciò che gli dei hanno unito, alcun mortale osi sciogliere senza, in questo, morire.”

« Fai cessare questa illusione… interrompi questo incubo, Desmair! » ordinò la mercenaria, non desiderando più concedere attenzione allo sposo, riservargli altro spazio nella propria vita, fosse anche in un’effimera realtà quale quella propria di un sogno « Non sei divertente. »
« Illusione? Non saprei. Incubo? Per te certamente… » commentò egli, sorridendo e mostrando, in questo, una lunga fila di bianchi denti « Cosa ti offre tanta certezza verso di me, con queste tue parole? Cosa ti spinge a credere che, effettivamente, tutto questo non sia terribilmente reale? Eppure la tua candida pelle gronda ancora del sangue e delle viscere del tuo amante; il tuo naso deve essere impregnato dell’olezzo derivante dalla violenza di uno sventramento; le tue labbra possono sicuramente sentire il sapore ferruginoso del suo sangue; e il tuo sguardo non può cancellare quanto è pur tanto evidente innanzi a te. Perché, quindi, ti senti così sicura che tutto questo non corrisponda, drammaticamente, a realtà? »

Probabilmente, se non fosse stata allenata da una vita ricca di scontri al confine dell’impossibile, qual invece era da sempre stata, nel confronto con simili asserzioni, con il dubbio pur necessariamente derivante dalle parole proposte con assoluta e trasparente sicurezza da parte del proprio interlocutore, ella non avrebbe potuto riservarsi occasione di scampo dall’oscenità di quel quadro, dall’orrore di quell’immagine, cedendo al timore, al terrore che tutto quello potesse corrispondere a realtà. Dal momento in cui, però, già in un’altra occasione, Desmair era intervenuto in maniera del tutto similare nei suoi sogni, dando ragion d’essere a quel déjà vu, del resto interdetto, qual egli si trovava ad essere nell’assenza di una sposa dotata di negromantici poteri, dal poter lasciare la fortezza fra i ghiacci nella quale era stato rinchiuso in conseguenza a eventi ancora non precisamente chiariti all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, la mercenaria poté altresì riservarsi occasione di resistere alle proprie paure, alla violenza psicologica propria di quella situazione, per mantenersi concentrata nella direzione del proprio obiettivo.

« E’ inutile che ergi a protezione tua e del tuo amante l’erronea sicurezza derivante dal considerarmi imprigionato, intrappolato in un’altra dimensione e, per questo, incapace di richiedere il giusto prezzo di sangue per il tuo tradimento, mia fedifraga consorte. » negò il colosso, sorridendo divertito e rispondendole esattamente come se ogni suo pensiero fosse stato espresso verbalmente, ancor prima che mantenuto intimamente celato nella sua mente e nel suo cuore « Perché se è pur vero che io sono effettivamente imprigionato lontano da te, è altrettanto vero che i miei servi possono, invece, agire con assoluta libertà anche nel tuo mondo, nella tua realtà. E proprio nel mentre in cui io mi sto intrattenendo qui con te, ora, nei tuoi sogni, a loro potrebbe essere concessa ogni possibilità di tramutare questo semplice incubo in una drammatica realtà, senza che a te sia offerta la pur minima possibilità di opposizione in loro contrasto… »
« No… non osare! Non puoi… non devi… » esclamò ella a quel pensiero, a quell’ipotesi, nell’ascoltare la quale le sue pupille si dilatarono completamente all’interno delle chiare iridi, a offrir involontaria e pur irrefrenabile trasparenza allo sconforto del suo cuore « Non ci provare, Desmair! »
« Tema la loro punizione la moglie infedele… » ricordò il demone, osservandola con ilarità sempre crescente, una sadica e incontenibile gioia per l’ansia così instillata in lei, nel suo cuore, nel suo animo.
« Ti ucciderò, Desmair! Ti ucciderò! » gridò la donna guerriero, con foga, levando la spada al cielo e gettandosi in suo contrasto, decisa ormai ad attaccarlo, a cercare sfogo per il dolore crescente nel proprio petto all’idea di poter aver condannato, con il proprio stesso amore, il dolce Be’Sihl.

Ma quel gesto, quell’offensiva, non ebbe allora occasione di giungere al traguardo desiderato, al naturale obiettivo, dal momento in cui ella, risvegliandosi di colpo, ansimante e addirittura tremante, si ritrovò non più posta innanzi alla rossa presenza del suo sposo, quanto, piuttosto, a quella dello shar’tiagho, ancora disteso vicino a lei nel letto del loro amore, serenamente addormentato, nel porsi dopotutto legittimamente sfinito, esausto, per la lunga notte che li aveva finalmente visti uniti come mai prima, mente, cuore, anima e corpo.
E, nel confronto con tale visione, con la sua meravigliosa e insperata presenza accanto a sé, ella non poté fare altro che allontanarsi di scatto da lui, quasi come se restargli vicino potesse, ora, risultargli nocivo, levandosi silenziosamente dal letto e andando a raggomitolarsi, nuda, a terra, nell’angolo opposto di quella stanza, per poter, in quel punto, dar libero sfogo alle calde lacrime di un triste pianto.

sabato 13 febbraio 2010

764


« E
faresti solamente bene, Be’Si… » tentò di pronunciare l’altra, nell’essere, però, interrotta in tali parole, in simile affermazione, dalla foga dell’uomo, il quale, dimentico ora di ogni remora passata, solo desideroso di porre da parte ogni dubbio che l’aveva dominato fino a quel momento, si precipitò con foga, con bramosia, sulle sue calde e morbide labbra, forme che lo accorsero senza ritrosia, non sottraendosi da lui, ma, anzi, a sé pretendendolo, richiamandolo con altrettanta energia.

Un’unione lunga, intensa, fra loro, che vide le braccia di uno chiudersi attorno al corpo dell’altra con intensità tale da lasciar, involontariamente, trasparire il timore che quello splendido momento potesse essere loro sottratto, che un qualche dio o dea potessero, in quel mentre, decidere di scendere in terra solo per negare loro quell’occasione meravigliosa, la passione di quel bacio nel quale, al contrario, l’intero universo avrebbe perso di significato, ogni realtà esterna a loro non sarebbe valsa la pena di poter essere vissuta, annichilendo e riplasmando, in simile intreccio di corpi, l’intero Creato, donando al medesimo una nuova e migliore essenza, solo ora finalmente degna di essere vissuta.
E proprio ove perfettamente consapevoli di quanto effimera, inevitabilmente e loro malgrado, sarebbe dovuta essere accolta l’illusione per loro pur dominante in quel momento, ma destinata a terminare alla conclusione stessa di quel reciproco contatto, di quell’intima fusione, entrambi cercarono con insistenza, con perseveranza, con impegno di prolungare simile piacere, tale gioioso e fuggente attimo, il più a lungo possibile, al punto tale che, quando alfine si separarono, le labbra di entrambi apparvero arrossate in conseguenza di una passione tanto travolgente.

« E’ stato tutto vano, quindi? » domandò il locandiere, lievemente ansimante, nell’osservarla, nel trattenersi, a stento da tornare con foga su di lei, a immergersi in quel dolce piacere, impegnandosi con quelle parole nel tentativo di riprendere il discorso prima interrotto, e proponendosi, in ciò, con trasparente incertezza nel confronto con l’annuncio, la precisazione, che ella gli aveva voluto offrire nel merito del proprio insuccesso nella ricerca dei mandanti del proprio omicidio, là dove, umanamente, avrebbe probabilmente preferito che il suo dolore, comunque ingiusto e immeritato, non sarebbe dovuto essere considerato tanto inutile qual, invece, sembrava essere purtroppo stato.
« Alla luce di questo interessante risvolto, oserei addirittura ritenere blasfemo il solo giudicare quanto è accaduto tanto inutile… » rispose la mercenaria, aprendosi, nel mentre di tale commento, in un ampio sorriso sornione, simile addirittura a felino predatore, sì concedendo all’uomo, in tutto quello, una certa libertà di movimento, e pur non permettendogli di allontanarsi da lei, nel mantenere, ora, le proprie braccia distese attorno al suo collo, legate dietro allo stesso « O credi che io sia in errore, in simile pensiero? »
« Non so. Non saprei proprio esprimermi in questo momento. » osservò egli, aggrottando la fronte a volersi dimostrare, forzatamente, dubbioso a tal riguardo, per quanto i suoi pensieri, in quel particolare frangente, avrebbero dovuto essere pur giudicati in totale armonia con quelli della compagna, non lasciando in questo il benché minimo spazio a eventuali alternative di sorta rispetto a una concreta glorificazione dell’occasione loro finalmente riservata da un fato bizzarro e imperscrutabile « Credo, però, che se tu mi concedessi qualche possibilità di approfondire meglio la questione, forse potrei giungere a maturare un qualche voto più chiaro, deciso, trasparente. »
« Oh… che uomo prudente. Mai sbilanciarsi troppo, vero?! » ridacchiò la mercenaria, tornando verso di lui per mordicchiargli delicatamente il labbro inferiore, in un gesto gioco e sensuale, atto a stuzzicarlo, a non volergli riservare, questa volta, occasione di scampo da lei « Eppure, a volte, è necessario correre qualche rischio per raggiungere il premio in palio… » sussurrò, in un consiglio che, paradossalmente, apparve più rivolto a proprio stesso uso che, propriamente, dedicato a suo interlocutore, alla sua fortunata vittima.

Dal momento in cui, nel simulare la propria morte senza concedergli alcun corretto e necessario avviso a tal riguardo, ella aveva tanto ingiustamente offeso il proprio amico, compagno, confidente, complice, rinnegare ancora una volta il sentimento ora così imperante sul cuore di entrambi, al punto da risultare assordante nelle orecchie di ambedue, sarebbe probabilmente stata una scelta troppo dolorosa per poter essere abbracciata e, peggio ancora, avrebbe sicuramente rappresentato l’ultima, terribile offesa nei confronti di quell’uomo, l’ennesima, violenta, pugnalata in un cuore troppo grande, e probabilmente immeritato, a lei pur donato. Per questo, consapevole di quanto, ormai, ogni ipotesi di fuga si sarebbe ritorta, soltanto, a suo discapito, dopo tanti anni di freni, di inibizioni verso Be’Sihl, nel timore di poter distruggere quella meravigliosa relazione d’amicizia fra loro instauratasi, quel dolce rapporto di complicità naturalmente creatosi fin dal loro primo incontro, nell’eventualità di spingersi con lui verso qualcosa di più, verso un legame completo, carnale, qual solo, pur, non avrebbe potuto mai negarsi di desiderare, sinceramente affascinata dallo spirito forte e premuroso di un uomo comunque tanto diverso da lei, esterno al suo mondo, alla sua bellicosa realtà, Midda ora non stava più desiderando trattenersi, negarsi a lui così come, a lungo, si era comunque imposta di fare, sempre per ragioni diverse, sempre adducendo nuove responsabilità attorno a simile scelta.
No! Questa volta non si sarebbe ritratta, non sarebbe sfuggita né, tantomeno, avrebbe permesso all’uomo di agire in tal senso, se solo similmente avesse tentato di fare dove pur, i suoi gesti, i suoi sguardi, il battito del suo stesso cuore, rifiutavano con palpabile foga simile eventualità.

« Non immagini quanto abbia atteso questo giorno, Midda Bontor… » sussurrò lo shar’tiagho, accarezzandole la schiena con gesti leggeri, sfiorando la meravigliosa linea tracciata da quelle forme solo con la punta delle dita, simile, in questo, a un’artista a confronto con la propria scultorea opera, nel desiderio di verificarne l’assoluta perfezione, la completa assenza del benché minimo particolare disarmonico in un lavoro raffinato e inimitabile « Quasi non riesco neppure a credere di esser, realmente, qui… con te. »
« Non posso che sperare, allora, che fra qualche ora tu non abbia cambiato idea a mio riguardo. » sorrise ella, trattenendosi dal rispondere in egual tono, con parole non dissimili per quanto sarebbero comunque risultate assolutamente autentiche, forse in un assurdo, stupido, timore di scoprirsi troppo con lui, nonostante la crescente complicità d’amore che non avrebbe ormai più rifiutato « Dopo così tanto tempo, sarebbe drammatico scoprire di non essere all’altezza dei tuoi sog... »

Un nuovo bacio, ancora ricercato da parte dell’uomo, impose allora il silenzio su quelle labbra, proibendo a quella voce occasione di esprimersi in modo tanto autocritico, là dove mai egli avrebbe potuto accettare, soprattutto in quell’estasiante momento, che qualcuno, chiunque, potesse intromettersi a svilirlo, a negare il valore che indubbiamente avrebbe dovuto essere considerato proprio del medesimo, non, soprattutto, in una qualche offesa rivolta nei confronto di lei, in un qualche dubbio proposto a suo riguardo, neppure dove lo stesso fosse stato da lei stessa formulato pur, semplicemente, per giuoco, in una dolce e sensuale intima complicità fra loro.
Un leggero colpo di tosse, però, si intromise fra loro in simile frangente, a offrire trasparenza a un’evidente imbarazzo, a un sentimento di sincero disagio, qual solo avrebbe, in quel momento, potuto coinvolgere il giovane Seem nel porsi costretto al ruolo di spettatore, presenza estranea in un sentimento da lui stesso pocanzi incitato, là dove alcuna alternativa gli sarebbe potuta essere altrimenti propria nel non riuscire, ancora, a riconquistare autonomamente una posizione verticale e, in questo, ad allontanarsi dalla sedia sul quale era stato adagiato.

« Scusatemi… » prese nuovamente e timidamente voce, dopo aver tentato di richiamare l’attenzione della coppia in maniera più discreta possibile « Per quanto non possa evitare di essere felice per voi, nel ritrovarvi tanto chiaramente rappacificati… prima di continuare oltre, non potreste chiamare Carsa e chiederle di riportarmi cortesemente a casa? »

venerdì 12 febbraio 2010

763


T
ante previsioni, quelle che la mercenaria si era riservata occasione di formulare, le quali, dopotutto, non erano state smentite dai fatti, dagli eventi così come occorsi nel corso di quella giornata: in conseguenza all’incendio, ella era stata effettivamente ritenuta morta, almeno per qualche ora fino a quando non aveva rinunciato volontariamente al vantaggio ritagliatosi per intervenire in soccorso del proprio scudiero; la locanda era stata seriamente danneggiata, ma senza in questo risultare irrimediabilmente compromessa; e, soprattutto, il locandiere era rimasto assolutamente illeso. Una vittoria, la sua, purtroppo più formale che sostanziale, però, soprattutto su quest’ultimo fronte, dal momento in cui, se anche il corpo dell’uomo non aveva riportato alcuna offesa in conseguenza delle sue azioni, attraverso la propria la propria presunta morte ella era andata a colpirlo ancor più in profondità di quanto mai avrebbe potuto altrimenti fare persino nell’ipotesi di ricorrere alla propria meravigliosa spada bastarda, con quella lucente lama praticamente perfetta, tanto affilata da poter tagliare in due un cranio quasi senza sforzo alcuno.
E in merito a ciò, a tale drammatico sviluppo, accidenti a lei, alcuna supposizione la donna si era riservata al momento adatto, ragione per cui, ora, di buon grado o assolutamente forzata, avrebbe dovuto affrontarne le necessarie conseguenze.

« Purtroppo non posso fare altro che riconoscerti assoluta ragione. » ammise alfine, rilasciando le labbra ancora trattenute fra i denti e storcendole, allora, verso il basso, in una dimostrazione di disapprovazione non tanto verso l’uomo, quanto più verso se stessa, là dove solo in tal senso avrebbe potuto indirizzare tutto il proprio biasimo « Io… mi sono lasciata trascinare dalla foga di scoprire chi potesse aver cercato, nuovamente, di pretendere la mia morte attraverso l’opera di un sicario e, in questo, non ho considerato tutte pos… »
« Non ti ho mai chiesto di rendermi conto delle tue azioni, Midda. Mai. » la interruppe egli, levando una mano a sottolineare quanto tutto quel tentativo di spiegazione, di giustificazione non avesse ragion d’essere « Non ho mai desiderato, e non desidero neanche ora, arrogarmi qualche diritto verso di te, là dove la tua vita non potrebbe, del resto, mai accettare paletti di sorta, palizzate utili a sancire una separazione fra il buon pascolo da territorio selvaggio, inesplorato e pericoloso. E, così, sarebbe stato anche questa volta: lo sai. Non ti avrei mai ostacolato, non ti avrei mai negato libertà di agire come meglio avresti potuto ritenere necessario. »
« Lo so… » confermò ella, annuendo tranquilla, accettando quelle critiche con quieta rassegnazione, là dove alcuna replica, ancora una volta, avrebbe potuto riservarsi qualche senso in contrapposizione a esse.
« E allora… se lo sai… perché?! » insistette egli « Perché, in nome di tutti gli dei, ti sei divertita a farmi soffrire come un cane, nel fingerti morta? Avresti potuto avvisarmi. Avresti potuto avvertirmi. Avresti… o, forse, hai sospettato anche di me? E’ così? Credi forse che io avrei mai potuto ordire a tuo danno? Non hai, davvero, più fede nel nostro rapporto? Nel nostro legame?! »
« No, Be’Sihl…no. Per Thyres, no! » scosse il capo la mercenaria, coprendosi gli occhi azzurro ghiaccio con la mancina, e poi massaggiandoli, da sopra le palpebre ovviamente chiuse, con l’indice e il pollice in un segno di evidente stanchezza, forse psicologica ancor prima che fisica « Non puoi crederlo realmente. Lo sai che non è così. Lo sai che non è così, maledizione. Ho più fiducia in te che in me stessa, mai potrei considerarti qual mio avversario, neanche dove tu stesso ti proclamassi tale. »
« Perché? » si ripeté l’uomo, nuovamente, non concedendosi requie su simile dubbio, interrogativo che, chiaramente, doveva averlo torturato fin dalla scoperta dei beni della donna riposti con ordine in quella cassapanca, dall’evidenza della sua esistenza in vita, al contrario di quanto aveva temuto.
« Perché, come hai detto tu, sono una stupida idiota… e, in questo, ho creduto che agendo in tal modo avrei potuto riservarmi maggiori possibilità di successo: dove anche una sola persona avesse saputo la verità, l’inganno da me così ordito non sarebbe stato sufficientemente solido, rendendo vano ogni impegno a simile proposito. » rispose ella, scoprendosi nuovamente il viso per tornare a guardare il compagno, invocando, sinceramente, trasparentemente, il suo perdono « Non che sia riuscita a ottenere effettivamente qualche risultato tangibile, dopotutto, a ennesima dimostrazione della mia stolida idiozia di cui sopra. »

A pretendere attenzione in conseguenza di quell’ultima ammissione, di quella triste conclusione, però, non fu allora la voce dell’uomo, quanto, inaspettatamente, quella del giovane, il quale era rimasto sempre lì presente, e pur, suo malgrado, quasi dimenticato nell’enfasi del dialogo che aveva coinvolto la coppia, venendo escluso senza malizia, senza desiderio in suo contrasto da parte di alcuno dei due. E, nella sola parola, nel solo consiglio, che si impegnò a formulare, con fatica, con sforzo concreto, data la difficoltà oggettiva a esprimere verbo in quel momento, Seem ebbe modo di dimostrarsi qual il più lucido, il più lungimirante, fra tutti gli attori presenti sulla scena in quel particolare momento.

« Baciatevi… »

Silenzio assoluto si impose in conseguenza di quel sussurro, flebile e pur, nel proprio significato, tanto intenso da apparire simile a un grido assordante in quella vasta sala deserta: un invocazione, quasi una supplica, volta verso chi, in effetti, solo avrebbe desiderato potersi precipitare sulle labbra della controparte, frenandosi in tale volontà, in simile bramosia, solo in conseguenza di tutto quel pesante fardello di dubbi, di dogmi, imposti autonomamente da ognuno su se stesso, in negazione a simile possibilità, nel timore di quanto un gesto pur così semplice, tutt’altro che nuovo a entrambi per quanto mai vissuto insieme, avrebbe potuto rappresentare per tutti loro e per il loro futuro. Probabilmente, tanto una, quanto l’altro, avrebbero potuto, in quel momento, in reazione a quell’ardito suggerimento, opporre indifferenza e riprendere il discorso esattamente come se il giovane non avesse aperto bocca o, comunque, le sue parole non fossero giunte fino alla loro attenzione; o ancora, avrebbero potuto addirittura zittirlo, richiedendogli di restare al proprio posto e di non intromettersi in questioni che non avrebbero dovuto riguardarlo, nelle quali non avrebbe dovuto permettersi di intervenire. Ma, entrambi, contrariamente a ogni aspettativa, si limitarono invece a restare in laconica e reciproca contemplazione, in lotta più contro se stessi che, effettivamente, in contrasto alla controparte o, peggio, al terzo incomodo che, in tutto quello, si era fatto inatteso e improprio carico di dar voce a quanto, nonostante tutto, ambedue avrebbero voluto effettivamente poter ascoltare.

« Avanti! » esortò, nuovamente, lo scudiero, forse incentivato dal silenzio della coppia, accolto, a ragion veduta, quale un consenso ad insistere in tal senso, a non ritenersi soddisfatto prima del raggiungimento di un simile obiettivo « Sono stanco… e ho difficoltà a parlare: non vi fate pregare, per favore… »

Ancora silenzio accolse anche quel nuovo intervento da parte del giovane, in una crescente tensione su entrambi i fronti di quel tacito duello, emotivo ancor prima che psicologico o fisico. E un lieve accenno di movimento, un impercettibile tremore, vide allora entrambi, Midda su un lato, Be’Sihl sull’altro, avanzare l’uno verso l’altra, a coprire solo un’infinitesima parte della distanza che li stava separando e pur, in questo, a segnalare un evidente cedimento, una volontà comune di ascoltare quel consiglio e renderlo realtà, quasi, forse, a festeggiare il ritorno in vita della donna guerriero o, anche, a sancire una riappacificazione probabilmente inevitabile fra loro, dal momento in cui, per quanto ferito, per quanto offeso dall’inganno della mercenaria, mai locandiere avrebbe potuto rinunciare a lei qual parte della propria vita, non, soprattutto, dopo aver tanto sofferto, dopo aver tanto rimpianto, nel corso di quelle ultime ore, ciò che sarebbe potuto essere e, invece, aveva temuto non avrebbe mai potuto divenire.

« Ti dovrei odiare, Midda Bontor. » sussurrò l’uomo, carico di dolcezza nella propria voce, scuotendo il capo nel mantenere il proprio sguardo fisso in quello di lei, non potendo fare altrimenti nell’essere attratto magneticamente da quell’infinità di ghiaccio nella quale chiunque altro avrebbe letto semplicemente morte e distruzione, ma in cui egli avrebbe sempre individuato solo una meravigliosa speranza per il proprio futuro.

giovedì 11 febbraio 2010

762


« O
h… »

Un solo termine o, meglio, una sola sillaba, prossima a un sospiro, fu tutto ciò che la Figlia di Marr’Mahew si riuscì, allora, a concedere qual risposta a quelle parole, allo sfogo, assolutamente legittimo, che Be’Sihl si era così riservato, zittendola prontamente prima che ella potesse proseguire con quella stupidaggine, effettivamente tale, che si stava altresì impegnando a proporre.
Ancora una volta, come spesso in passato, Midda si stava ritrovando costretta al confronto con le proprie e altrui emozioni, con i propri e altrui sentimenti, una materia in cui, suo malgrado, non si era mai posta particolarmente abile, a differenza della familiarità innata con le armi. Il suo corpo così femminile, tanto ricco di grazia, generoso nella propria intrinseca sensualità, in effetti, sembrava sentirsi maggiormente a proprio agio nell’impeto della battaglia ancor prima che nella quiete di mura domestiche e, dove anche l’amore carnale non le era mai mancato, e mai le sarebbe di certo venuto meno, il confronto con un aspetto più impegnato, più profondo, la trovava sempre impreparata, indifesa, addirittura confusa e smarrita. Molti erano stati, e ancora avrebbero potuto probabilmente essere considerati, gli uomini protagonisti della sua vita, compagni di letto, splendidi amanti, con i quali si era, molte volte, impegnata sinceramente, totalmente, nella volontà di spingersi a un traguardo più profondo, forse, addirittura, alla creazione di una famiglia: a loro, era certa, un giorno lontano, se solo le sarebbe mai stato concesso effettivamente di raggiungere la vecchiaia, avrebbe probabilmente ripensato con tenerezza, nostalgia, rimpianto, rimproverandosi di non essere riuscita là dove, invece, altre avevano da sempre avuto successo, in quel bizzarro giuoco di coppia che la natura sembrava, nonostante tutto, richiedere a tutti i propri figli, a tutte le proprie creature, umani e non. E sebbene fosse certa dell’oscura ombra che avrebbe gravato sul suo animo in quel giorno lontano, fra venti, o addirittura trent’anni, ella si ritrovava a essere puntualmente, inevitabilmente, quasi come vittima di una qualche oscura maledizione, trascinata via dal proprio compagno di turno, per quanto, a volte, realmente desiderosa di lasciar perdere quella vita disperata che pur aveva reso propria.
Non a maleficio, a una qualche bieca magia, ella avrebbe però potuto offrire facile colpa di ciò, quanto, banalmente, a se stessa, al proprio carattere, al proprio cuore, che pur sembrava rinnegarle tale possibilità, richiedendole ogni volta di abbandonare il calore di un abbraccio, la quiete di un letto, per gettarsi a testa bassa in lotta contro eserciti di uomini o non morti, di creature mortali o presunte immortali, arrivando a dichiarar guerra persino agli dei piuttosto che cedere al naturale corso della vita, e in questo alla propria umana natura. Impossibile, in tutto questo, sarebbe allora stato per lei accusare qualcuno qual responsabile di tale suo comportamento, uomo, donna, dio o dea, laddove, se anche la sua principale nemesi, la stessa che, maledetta, in tempi recenti era riuscita ancora a colpirla, a negarle l’affetto di un vecchio e caro amico, ex-amante della propria gioventù, del proprio passato marinaresco, avrebbe forse potuto riservarsi una parte di torto nell’averle violentemente sottratto tutta quella che un tempo era per lei vita, neppure in lei, da cui tanto era odiata, avrebbe potuto ritrovare una concreta reità per quella sua attuale incapacità a riservarsi un momento di pace, un’occasione di vita tranquilla. E in tutto questo, forse, persino corretta, giusta, equa sarebbe quindi dovuta essere paradossalmente considerata la punizione a cui il fato l’aveva sospinta pochi mesi or sono, quel matrimonio assurdo del quale era stata resa partecipe all’inizio di quello stesso anno, suo malgrado, per salvare da un analogo destino l’attuale sposa del suo mecenate lord Brote, vincolandosi, in un giuramento sacro e inviolabile, ad una creatura immonda: dal momento in cui ella era parsa tanto disprezzare, con il proprio continuo rifiuto, qualsiasi altra possibilità, altrimenti riservatale, gli dei, probabilmente, avevano preferito scegliere in sua vece, costringendola in ciò a una soluzione tanto abbietta, il vero costo della quale, fortunatamente per lei, fino a quel giorno non le era stato ancora presentato, ma di fronte a cui, prima o poi, si sarebbe ritrovata inevitabilmente a dover fare i conti.
In tale assurdo confronto con la propria sfera emotiva, ella aveva però commesso un’evitabile leggerezza, forse ancor più terribile di quel suo recente, e ancor non pubblicamente noto, matrimonio, dove il prezzo della stessa, ora, stava venendo commisurato nella possibile perdita di una delle poche, autentiche, figure amiche proprie della sua attuale vita: Be’Sihl Ahvn-Qa.

« Fingerti morta… uccisa nella mia locanda, in casa mia… sotto il mio tetto! » riprese egli, guardandola con rabbia, non derivante da rancore o odio, però, quanto più da un sentimento ben diverso, se non addirittura opposto « Ti rendi conto di ciò che ti sei spinta a fare, Midda Bontor?! Oppure, ormai, la leggenda che sei abituata a incarnare ha completamente preso il posto, nella tua mente, della donna che, dopotutto, realmente sei? »
« Io… » esitò ella, in sincero, completo, assoluto imbarazzo per quelle parole, per quel rimprovero assolutamente meritato e, pur, tanto difficile da ascoltare.
« Dei… » sospirò l’uomo, chiudendo gli occhi e scuotendo il capo « Quanto… quanto… quanto sei stupida. Davvero non ti sei concessa un istante di esitazione prima di attuare questo tuo piano? Davvero non hai preso in considerazione quello che io avrei passato nel ritrovare quel dannato cadavere nel tuo letto? »
« No… no. Ovviamente non lo hai fatto. » si rispose, immediatamente, non lasciandole il tempo di intervenire dove, anche, ella non avrebbe cercato ugualmente di prendere parola nel frangente proprio di quella spiacevole situazione « Se ti fossi riservata il benché minimo dubbio, avresti ben compreso quanto assurda sarebbe dovuta essere giudicata simile idea, tale strategia. Perché, dopotutto, sei una donna intelligente. E, anche ora, sai che è così… o non mi permetteresti di parlare, non mi daresti alcuna possibilità di inveire a tal punto contro di te. »

Similmente assediata, difficile sarebbe stato, per lei, formulare allora una qualche replica meritevole di attenzione, dal momento in cui, sfortunatamente, egli si stava ponendo dannatamente nel giusto con la propria analisi nei suoi confronti. Se anche, infatti, gli eventi di quella notte si erano svolti con tanta foga, concitazione, tale per cui ella non avrebbe potuto concedersi di prendere in esame tutte le possibili conseguenze derivanti dall’attuazione di quella complessa tattica, forse troppo frettolosamente la stessa era stata posta in essere, ritrovandola, pertanto, a escludere, con eccessiva e impropria leggerezza, ogni considerazione verso tutti quegli aspetti che ella non era, dopotutto, solita ritenere quali essenziali.
Così, per quanto, dopo aver prevalso sul sicario inviato in sua contrapposizione, una giovane estremamente discreta nei propri movimenti e, ciò nonostante, non sufficientemente abile per competere lei, la donna guerriero si fosse riservata, effettivamente, un momento utile a valutare con attenzione i vantaggi e i rischi conseguenti all’inscenare successo in quello stesso tentato assassinio, tanto per sé, quanto per le persone a lei care, giudicando comunque maggiore il peso dei benefici che avrebbe potuto trarre da una tale azione, rispetto ai pericoli che ne sarebbero potuti scaturire, forse, in simile estimazione, ella si era lasciata influenzare più dalla volontà di riservarsi assoluta libertà d’azione nella necessaria indagine sull’esatta identità dei mandanti di quell’esecutrice, i medesimi che, probabilmente, tempo addietro avevano già attentato alla sua vita con una freccia a tradimento, scoccata in quella stessa capitale, che dalla razionalità che avrebbe altrimenti dovuto guidare i suoi passi, nel rispetto del suo abituale modo d’incedere.
Fra le numerose considerazioni che ella si era comunque riservata, la maggior parte, ovviamente, non avrebbero, e non avevano, potuto mancare di analizzare ogni possibile risvolto collegato all’incendio: la donna, quindi, aveva previsto come il fuoco da lei appiccato nella propria stanza non avrebbe posto in reale rischio l’integrità strutturale dell’edificio prima di essere domato e, in questo, soprattutto, non avrebbe potuto rischiare di giungere a ferire Be’Sihl o, anche, a distruggere tutto ciò per il quale egli aveva tanto lottato per realizzare nel corso degli anni, risultando altresì utile a rendere completamente irriconoscibile il corpo della propria carnefice divenuta vittima, sufficientemente a lei somigliante, nel partire da un’altezza e corporatura adeguata a tale scopo, e sospinta a una maggiore affinità grazie all’aggiunta di un braccio d’armatura a copertura del suo destro, ben lontano dall’essere uguale al proprio e che pur alcuno avrebbe osato rimuovere o analizzare con adeguata attenzione per poter cogliere l’evidenza di quell’inganno.

mercoledì 10 febbraio 2010

761


D
opo aver ritrovato gli effetti personali, i vestiti, e qualsiasi altro oggetto appartenuto alla mercenaria prima custodito nella sua stanza, celati accuratamente, riposti ordinatamente, all’interno della cassapanca della sola stanza rimasta sfitta la notte precedente, nella sola eccezione rappresentata dalla spada bastarda, per Carsa e Be’Sihl elementare, immediata, fu la logica deduzione relativa all’attuale esistenza in vita della Figlia di Marr’Mahew, prematuramente compianta, troppo presto giudicata qual morta a seguito di un crudele trucco evidentemente da lei stessa orchestrato per ingannare chiunque in tal senso: abile messa in scena per attuare la quale, addirittura, ella si era spinta a distruggere metà della locanda di proprietà dell’uomo, premurandosi, ciò nonostante, di porre in salvo i propri beni, a evidente dimostrazione di come difficilmente quel danno, che pur qualcuno avrebbe potuto definire collaterale, sarebbe potuto essere considerato effettivamente qual casuale ancor prima che freddamente pianificato, un prezzo probabilmente giudicato accettabile per la riuscita della propria personale strategia. Non qual inaspettata sorpresa, quindi, avrebbe mai potuto essere considerata, innanzi al loro sguardo, alla loro attenzione, il ritorno della donna guerriero sulla soglia del locale, quanto più evento prevedibile, addirittura consueto, sebbene impossibile sarebbe stato per chiunque, loro compresi, poterne prevedere i tempi e le modalità.
Per tal ragione, in conseguenza di simile, solida motivazione, impossibile sarebbe stato per la coppia dimostrare sostanziale stupore nell’incrociare i propri occhi in quelli azzurro ghiaccio di lei, se non, eventualmente, per la presenza di cui ella si stava in quel momento facendo completo carico, a stento riconoscibile, nella tumefazione del proprio volto, coperto di sangue, in conseguenza dei colpi subiti.

« Maledizione… Seem! » esclamò il locandiere, accorrendo in soccorso al giovane scudiero, visibilmente preoccupato per lo stato nel quale il medesimo era stato a lui ricondotto, sebbene indubbiamente migliore rispetto all’estrema e negativa possibilità dai lui precedentemente temuta « Stupido ragazzino… » lo insultò, senza malizia, senza cattiveria, quanto semplicemente in conseguenza della preoccupazione, dell’affetto vissuti nei suoi riguardi, e dello stato tutt’altro che piacevole nel quale stava riversando in quel momento, peso quasi morto al fianco della sua signora, da lei letteralmente trascinato.

Così posta chiaramente in secondo piano, neppure considerata qual meritevole di attenzione dove, anche, l’intera città fuori da quelle mura non aveva smesso di osservarla, sostanzialmente di analizzarla, in ogni suo singolo passo fino a quella particolare e prevedibile meta, Midda non poté allora mancare di aggrottare la fronte, affidando ben volentieri il proprio fardello alle premure di chi per lui tanto sembrava offrirsi pena non riuscendo, parallelamente, a riconoscerle neppure uno sguardo.
E Carsa, nell’osservarne l’espressione così presentata, nel cogliere tanto disappunto sul suo volto, a metà fra l’offeso e lo scandalizzato, a stento poté allora trattenere una serena, cordiale risata, celando prontamente le proprie labbra dietro alla punta delle dita, a non offrire trasparenza del divertimento altrimenti chiara ragione ad arricciare quelle dolci e delicate forme verso l’alto nelle proprie estremità.

« Sono anch’io estremamente felice di rivederti, Be’Sihl. » sottolineò la mercenaria dai capelli corvini, incrociando le braccia sotto ai seni e inarcando il sopracciglio destro, per cercare di offrire un’espressione sufficientemente grave nei confronti del proprio caro e fedele amico, la persona a lei, sostanzialmente, più vicina, più familiare, ormai da lunghi anni « Considerando come, a quest’ora, avrei dovuto essere morta, il tuo trasporto verso di me ha un che di commovente. »
« Ma stai dicendo sul serio o stai semplicemente tentando di buttarla sul ridere? » domandò, per tutta risposta, l’uomo, conducendo il proprio ex-garzone ad accomodarsi su una sedia lì vicino, nel volergli concedere una necessaria occasione di riposo e offrirgli le prime cure, dimostrando, in contemporanea contrapposizione, estrema freddezza verso la donna destinataria di tali parole, un gelo pur insolito per lui, soprattutto nei riguardi di quella particolare figura femminile, con la quale da sempre aveva dimostrato possedere un’incredibile intesa, un’affinità meravigliosa e invidiabile, per quanto paradossalmente opposti avrebbero dovuto essere considerati l’uno nei confronti dell’altra, praticamente privi di punti in comune, tanto nel carattere, quanto nello stile di vita.
« Scusami, Carsa… ti prego una cortesia: mi potresti confermare cosa ti stiano suggerendo, in questo momento, i tuoi grandi occhi castani nel merito della mia identità? » richiese, allora, verso la compagna di ventura, sollevando la mancina a sfiorarsi il viso, nel dubbio di star apparendo, in quel momento, coperta da una qualche maschera di sorta, utile a negarne una qualche possibilità di riconoscimento, non capacitandosi, altrimenti, di tanta impassibilità verso di lei da parte del locandiere.

E la mercenaria dalla lunga chioma e dalle delicate ali tatuate sulla propria dolce schiena, fu costretta, a quel punto, a voltarsi per non esplodere nella propria reazione d’ilarità proprio di fronte all’interlocutrice, là dove, qual spettatrice, non avrebbe potuto evitare di giudicare estremamente divertante quel confronto pur concretamente serio, dove, dopotutto, le ragioni proprie nel locandiere, a giustificazione di tale comportamento, non avrebbero potuto essere considerate nulla di meno che corrette, legittime.

« Io vado di sopra: le stanze vuote, in fondo, ora non mancano. » si limitò, pertanto, a commentare, scuotendo il capo e dirigendosi tranquillamente alla volta delle scale, decisa a non lasciarsi coinvolgere in quell’affare più di quanto, naturalmente, non lo fosse già con la propria stessa presenza in quell’edificio « Quando vi sarete chiariti, magari, passa a farmi un saluto… giusto per cogliere l’occasione di spiegarmi, esattamente, cosa è successo la scorsa notte. » le richiese, poi, sincera nella propria curiosità a tal riguardo, offrendole, nel mentre, un gesto di saluto, di commiato con la mano, nell’allontanarsi effettivamente dalla sala principale, così come prontamente asserito « Bentornata nel regno dei vivi, sorellona. »

Grattandosi il mento con aria decisamente confusa, certo non attendendosi grandi parate in proprio onore da parte della coppia, e pur neppure l’assoluta, completa, indifferenza così quale invece era quella dedicatale dal locandiere, Midda restò per qualche istante in silenzio, alternando il proprio sguardo fra la giovane sempre più lontana, prossima a scomparire al piano superiore, e l’uomo e il ragazzo a lei invece ancora vicini, incerta su come poter agire, su cosa poter dire e cosa, invece, forse sarebbe stato meglio evitare di proporre qual argomento di possibile discussione in quel momento.
Be’Sihl, dal canto proprio, restando effettivamente del tutto noncurante verso di lei, si era rapidamente procurato una ciotola con dell’acqua fresca e uno straccio sufficientemente pulito, per impegnarsi, in tal modo, a ripulire il volto dello scudiero, tamponando con movimenti delicati i numerosi tagli causati dalle percosse subite e, per fortuna dello stesso Seem, prontamente interrotte dalla ricomparsa in scena della sua signora prima che potesse anche rischiare di rimetterci qualche dente o, peggio, un occhio.

« Non dovrebbe essere troppo grave. » riprese voce la donna guerriero, cercando alfine di deviare l’attenzione da se stessa al fanciullo, per sfruttarlo qual punto di possibile incontro con il proprio teorico interlocutore, pur chiaramente riluttante a considerarsi tale « Ho comunque preferito portarlo qui, invece che dalla sua dolce Arasha, per non imporle eccessiva preoccupazione nel vederlo giungere così conciato. »
« Un pensiero cortese da parte tua. » riconobbe lo shar’tiagho, non evitando, però, una nota ironica in tale espressione, subito esplicitata « Addirittura sospetto tanto interesse verso qualcuno che ti è sinceramente affezionato, soprattutto alla luce di quello che hai deciso di fare solo poche ore fa… »
« Mi dispiace per la locanda… » azzardò ella, ritraendo entrambe le labbra fra i denti, in una chiara riprova di nervosismo nell’affrontare un tema pur compreso qual particolarmente delicato « Non ti preoccup… »
« Per la bontà di tutti gli dei del cielo e della terra… non mi insultare in questo modo! » la interruppe l’uomo, voltandosi di colpo verso di lei, in uno scatto di nervi che pur, ella, egoisticamente, non poté evitare di ritenere quasi positivo, dove utile a ristabilire un qualche rapporto diretto fra loro « Credi veramente che sia irritato con te a causa della locanda?! Stupida idiota, degna signora di quest’altro sciocco imbecille che ti ritrovi qual scudiero, se davvero la pensi in tal modo… »

martedì 9 febbraio 2010

760


« M
ia… signora…?! » sussurrò, incredulo, e, nonostante ciò, impossibilitato a negare quanto chiaramente presentato innanzi al suo sguardo in quel momento.
« Fatti un sonnellino, ragazzo, almeno fino a quando ti sarà concesso. » suggerì, con dolcezza, la voce della Figlia di Marr’Mahew, in risposta a quel richiamo « Più tardi, infatti, sarà mia premura importi una bella lavata di capo per aver mandato a monte il mio piano e reso vani tutti i miei sforzi in conseguenza al tuo stupido affetto per me… » soggiunse, dimostrandosi, altresì, tutt’altro che severa in quello che avrebbe dovuto essere una minaccia, un rimprovero, ma che non riuscì a risuonare, dopotutto, qual tale.

Dove anche grande avrebbe dovuto essere considerato lo stupore dominante sulla mezza dozzina di uomini a lei contrapposta, così come anche in tutti gli altri spettatori di passaggio in quella via, rimasti disinteressati a quel confronto almeno fino al momento in cui quell’assurdo colpo di scena ne aveva preteso la totale attenzione, quanto occorso non fu comunque ritenuto ragione valida per interrompere il conflitto già aperto nei suoi riguardi: al contrario, nel ritrovare in proprio contrasto una figura tanto celebre, tanto nota, qual solo sarebbe potuta essere considerata quella di Midda Bontor, i sei avrebbero avuto soltanto ulteriori ragioni per impegnarsi in sua opposizione, sperando in questo di poter, effettivamente, sopperire all’erroneità del prematuro annuncio di morte a suo riguardo e guadagnarsi, in ciò, la fama che solo avrebbe potuto accompagnare chiunque fosse riuscito a imporsi sopra di lei, a vincerla e a chiederne la via qual giusto tributo. Così, superato il primo istante di sbalordimento, di giusto e necessario stupore, i sei cercarono con rinnovato vigore, con ancor più intensa foga, di prevalere sulla mercenaria, ora non risparmiando tutta la propria abilità, non frenando più i propri colpi come, forse, pocanzi, sarebbe stato comunque legittimo nel confronto con un’ignota figura femminile, e, in tutto ciò, lasciando saettare le proprie armi con il solo desiderio di poterle intingere nel caldo sangue di lei.

« Dopo quasi un’intera giornata di tranquillità, ammetto che tutto questo mi stava iniziando a mancare… » asserì ella, quasi con percettibile gioia, con sincero piacere nell’occasione di scontro così offertagli, in una reazione che qualcuno avrebbe potuto giudicare a dir poco folle, ma che, al di là di ogni possibile dubbio, sola avrebbe potuto effettivamente confermare la sua identità, non permettendo ad alcuno di considerarla semplice frutto di un malvagio inganno dove alcun altro avrebbe mai potuto porsi con simile entusiasmo nei confronti di uno scontro.

Tale, in fondo, era Midda Bontor: leggenda vivente non per l’arbitraria volontà di un qualche bardo, quanto più per la forza delle proprie stesse azioni, per il valore delle proprie imprese, nelle quali ella mai esitava a gettarsi a capo chino, bramando l’azione, agognando la lotta, probabilmente ormai incapace di poter vivere un’esistenza diversa, una quotidianità più tranquilla, nel necessitare dell’adrenalina nelle proprie vene come di una meravigliosa droga.
Impossibile, in simile frangente, sarebbe potuto essere, per quei sei uomini, sperare di prevalere in suo contrasto, in opposizione a chi, anche privata di ogni memoria e stremata da un violento naufragio, aveva avuto ancora l’ardore, il desiderio, l’istinto di stringere nella mancina una spada e nella destra un martello da fabbro, per affrontare ottanta pirati, crudeli, sadici predoni dei mari, che ella aveva sconfitto, decimato, in una mattanza tale da farle conquistare il titolo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra. In quello stesso combattimento, nel corso di quell’impresa che già appariva lontana nei ricordi di tutti, e pur mai scordata nelle rime dei cantori, ella si era guadagnata, oltre a quel proprio divino attributo, anche la spada bastarda, dalla lama dagli azzurri riflessi, che ancora in quel momento, in quella nuova, effimera, sfida, si stava presentando al suo fianco, pur non impugnata, non stretta nella propria mancina, dove mai avrebbe voluto riconoscere a quei sei l’onore di così tanto impegno da parte sua.
Per questo, armata semplicemente del proprio braccio destro in freddo metallo nero dai rossi riflessi, ella si riservò di affrontare il gruppo in proprio contrasto, in propria opposizione, parando o schivando ogni colpo tentato in propria offensiva e, immediatamente, rispondendo con il proprio inimitabile vigore non tanto nella volontà di pretendere le vite di avversari tanto banali, quanto più in quella di impartire loro la giusta lezione, la necessaria umiliazione, utile a farli desistere da quel loro intento nei suoi confronti o, in alternativa, a concedere loro occasione di incontro più serio, letale, in futuro, nel momento in cui, effettivamente, la vita fosse loro risultata a noia. A un affondo di sciabola, ella reagì allora con un semplice movimento dei fianchi, il minimo indispensabile utile a liberare la traiettoria pretesa da tale lama, per poi afferrare saldamente, con la propria mancina, il polso che la stessa stava guidando in sua opposizione, strattonandolo e trascinando, in conseguenza, a sé il suo proprietario, spingendone il volto ad impattare contro il proprio arto destro, in un impatto certamente spiacevole, che vide un abbondante fiotto di sangue sgorgare conseguentemente dal naso del malcapitato, mentre allo stesso non fu concessa alternativa al di fuori dal ricadere temporaneamente a terra, stupito e stordito per la repentinità di quel gesto. Al violento peso di una mazza diretta contro il proprio capo, ella rispose contrapponendo la velocità di un proprio calcio, capace di anticipare l’avversario e imprimere un formidabile e preciso colpo al diaframma del medesimo, tale da negargli, per un istante, non solo la capacità di respirare, ma anche quella di poter, effettivamente, distinguere il mondo attorno a sé, nel lancinante dolore in tal modo inflittogli, ritrovandolo, subito dopo, non solo sufficientemente disorientato da mancare l’obiettivo desiderato, ma, addirittura, da riversare il proprio impeto in contrapposizione a un suo stesso, sfortunato, compagno di ventura, il quale a malapena riuscì ad evitare, allora, di ritrovarsi il cranio fracassato per tanta foga. Allo sgualembro di un’affilata lama, ipoteticamente volta alla ricerca del proprio dolce ventre, desideroso di aprirlo per poterla privare delle viscere non diversamente da un animale portato al macello, ella propose l’impassibilità della propria mano destra, rapida, decisa, perfettamente coordinata nei propri gesti, nell’intercettare quell’arma, e pur insensibile alla pericolosità di quel filo, al punto tale da potersi permettere di richiudersi con forza lì sopra e trovare, proprio in tal posizione, una possibilità di appoggio, di leva, per una rapida rotazione del proprio torso, dei propri fianchi, allo scopo di spingere il proprio piede sinistro a incontrare il viso dell’attaccante in un calcio sì veemente da sbalzare l’uomo lontano da sé, qual semplice bambola di pezza ancor prima che figura guerriera, grande e grossa qual egli era, impropriamente, risultato fino a quel momento.

« Avanti… continuate! Provate di nuovo! » incitò la voce della mercenaria, ironica, certamente, e pur, in effetti, anche sincera, nel non desiderare alcuna interruzione in quell’offensiva, nella possibilità di esercizio offertale in quel momento « Forza gente… sono qui per tutti voi, che avete tanto prematuramente acclamato la mia morte: attaccatemi! » sì impegnò, persino, a suggerire verso la folla lì attorno.

Coloro, però, arrestatisi nel proprio cammino, nello svolgimento delle proprie personali attività, nei pressi di quel teatro di scontro, non avrebbero potuto essere considerati animati da volontà belligeranti verso di lei, quanto, piuttosto, dalla semplice curiosità nel merito dell’effettiva identità della donna, così ampiamente confermata, dimostrata in virtù dei fatti concreti da lei addotti con le proprie azioni, ancor prima che in conseguenza di qualsiasi riconoscimento fisico. Assolutamente naturale, pertanto, apparve negazione che venne presentata in risposta di tale invito, vedendo, rapidamente, tutti tornare ai propri affari, ai propri impegni, nel riprendere i cammini interrotti, dal momento in cui, sebbene in molti lì presenti avrebbero probabilmente gradito tentare il cimento in opposizione alla mercenaria, banalmente stolido sarebbe pur risultato ogni impegno in tal senso, in suo contrasto, laddove ella si stava chiaramente dimostrando essere eccessivamente carica di energia, di forza, per poter concedere a chiunque una qualsiasi speranza di vittoria: unici malcapitati, loro malgrado, si confermarono quindi essere i sei già impegnatisi in quel vano combattimento, ormai troppo coinvolti in esso per poter supporre una qualche ritirata, un abbandono del campo, se non prima della loro stessa sconfitta, prima di aver esaurito, lì, ogni propria energia, necessariamente debitori verso la generosità delle proprie divinità, e verso i principi propri alla base del comportamento della loro avversaria, in assenza dei quali, probabilmente, non avrebbero potuto aspirare a sopravvivere a quello sciagurato incontro.

lunedì 8 febbraio 2010

759


U
n consiglio simile a un ordine o, forse, un ordine simile a un consiglio, fu quello che venne in tal modo formulato da una voce chiaramente femminile, quali altrettanto femminili avrebbero dovuto essere considerate anche le sue forme, evidenti in tale natura per quanto celate dalla pesante stoffa della cappa, e in questo negate allo sguardo da quel manto che nulla pareva voler concedere del suo volto, o del suo corpo, agli sguardi delle proprie controparti. Un consiglio, o un ordine, quello sì affermato verso di loro, che pur non venne accolto benevolmente dal gruppo di uomini, i quali non si concessero alcuna soggezione verso di lei, soprattutto dal momento in cui ella parve essere mossa, nelle proprie richieste, nei termini di quell’ingiunzione, da un sentimento di premura verso la loro vittima, utile a renderla, in ciò, potenzialmente debole ai loro stessi occhi, al loro sguardo malizioso.

« E tu chi dovresti essere… cagna?! La sua mammina, per caso? » richiese la stessa voce che già aveva recato offesa a Seem e a sua madre, dimostrando come, evidentemente, il suo proprietario non desiderasse riservarsi alcuna prudenza nei confronti delle capacità proprie di possibili avversari.
« Potrei esserlo, probabilmente… ma no. Non lo sono. » osservò l’altra, piegando il capo prima a destra e poi a sinistra, a distendere la muscolatura del medesimo, e dell’intera schiena, come a prepararsi a uno sforzo dopo un lungo periodo di inattività, nel restare comunque ancora coperta dal proprio cappuccio « E questa, in verità, è per voi solo mera sfortuna. »
Quelle parole non mancarono di incuriosire l’intero drappello, vedendo i loro volti girarsi nella direzione di quell’ignota interlocutrice, per osservarla ora con aria interrogativa: « Cosa intendi dire? » si arrischiò, in conseguenza di ciò, a domandare uno fra loro.
« Beh… se fossi la sua mammina, forse potrei essere interessata a non offrirgli un cattivo esempio. » commentò, con tono sensibilmente ironico, sarcastico, nei confronti del gruppo, in questo, però, non lasciando trasparire alcun concreto trasporto emotivo, alcuna rabbia verso di loro, ma solo fredda lucidità, controllo assoluto « Ma non essendo io tale, non avrò interessa a riservarmi remore di sorta prima di spezzarvi le braccia e le gambe, se solo oserete tediarmi un istante di più con la vostra presenza. »

Confuso dai colpi ricevuti, in effetti più incosciente che lucido, prossimo alla perdita dei sensi, al giovane Seem occorse decisamente del tempo prima di riuscire a comprendere di non essere più bersaglio di impietosi colpi, là dove, nonostante i calci si fossero fermati, il dolore conseguente a quelli già ricevuti stava continuando a imperversare sul suo corpo, dilaniando la sua mente già sofferente con nuove violente e continue scariche. Ciò nonostante, alfine, anche egli riuscì a rendersi conto dell’arresto subito dai propri avversari, da coloro che pur si era illuso di poter affrontare e vincere, e, in ciò, non poté evitare di ritrovarsi a essere desideroso di comprenderne le ragioni, non perché assurdamente bramoso di nuova pena, quanto più, banalmente, per prendere coscienza sulle proprie aspettative di vita, sicuramente da ricercarsi in termini non superiori al quarto d’ora anche nelle alternative a lui più benevole.
Provando a scostare, in conseguenza di ciò, le braccia poste a protezione del viso e dei propri occhi, il ragazzo si impegnò a ignorare il dolore imperante su tutto il proprio corpo, nonché il sapore di sangue impregnante la sua intera bocca, per tentare di concentrarsi sul mondo a sé circostante, sui suoni che alle sue orecchie pur giungevano confusi e sulle immagini che ai suoi occhi non riuscivano ad apparire pienamente delineate. Per tal ragione, egli non ebbe occasione di cogliere la voce della donna sopraggiunta in suo soccorso, non ebbe modo di apprezzarne le parole e, riconoscere, in esse quelle proprie di colei tanto a lungo compianta in quell’intera giornata, mancando, in ciò, di poter immediatamente gioire per quella comparsa imprevista e imprevedibile, per quel ritorno in vita di colei che mai avrebbe pensato poter ritrovare innanzi al proprio sguardo.

« Lurida… cagna! » gridò una voce, levandosi rabbiosa, furente, verso di lei, nel rifiutare l’intimazione da lei così loro imposta.
« Sia chiaro che neppure a mio marito ho permesso di chiamarmi così… » definì ella, in quel mentre, con tranquillità tale da non poter permettere di presumere l’impegno proprio di un imminente combattimento, quanto più, banalmente, il divertimento conseguente a un giuoco per bambini « E lui è un mostro immortale, figlio di un oscuro dio minore e, niente poco di meno, della stessa regina Anmel! » sottolineò, scuotendo appena il capo con intento negativo « Vi inviterei, pertanto, a cambiare espressione nei miei riguardi… non chiedo che mi venga offerta reverenza, ma almeno un po’ di rispetto. »

Canzonatorie risultarono essere quelle parole all’attenzione della mezza dozzina lì schierata, là dove in alcun altro modo essi avrebbero effettivamente potuto accettarle, interpretarle, nel confronto con un chiaro nonsenso qual solo avrebbe potuto essere considerato il riferimento a quel presunto sposo. In conseguenza di esse, di tanto scherno addotto nei loro confronti, inevitabile apparve quindi la reazione del gruppo intero, in una nuova, furiosa carica non diversa da quella prima addotta in contrasto al giovane, nella certezza di poter travolgere e schiacciare al suolo, in tanta foga, anche quella donna, quella stolida che tanto aveva osato esclamare contro di loro. In contrasto a tanta foga, a tanto impegno, però, ella non cercò di proporre la propria forza o la propria violenza, come pocanzi aveva osato il ragazzo, preferendo, a esse, impiegare altresì la propria agilità e la propria velocità. Scattando, pertanto, in avanti, ella giostrò con i propri avversari trattandoli alla stregua della mandria di bufali selvaggi, simili ai quali avevano già dato riprova di essere, e, in questo, agendo quasi fosse impegnata nel mezzo di una manifestazione di tauromachia, elevandosi dal suolo e, nel contempo, cercando sulle spalle dei propri stessi avversari un punto d’appoggio sul quale far leva e proiettarsi oltre agli stessi, ricadendo, con un’abile capovolta, proprio alle loro spalle.
Nell’esecuzione di perfetto esercizio di stile, però, ella fu costretta a rinunciare alla propria cappa, al manto nel quale era stata fino a quel momento avvolta, per garantirsi libertà di movimento, di azione, prima neppure necessaria per saltare fra i tetti o, anche, dal tetto di quell’edificio fino al suolo, non in un gesto diretto, ovviamente, quanto più in una rapida discesa lungo le finestre lì presenti. E così, finalmente scoperta, colei sorta al ruolo di ombra per Seem, la medesima figura che, nel corso della cerimonia funebre del pomeriggio, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual assassina della maggiore protagonista della medesima, mostrò agli occhi di tutti il proprio volto, le proprie fattezze, tanto uniche, tanto inconfondibili da negare ogni possibilità di fraintendimento nel merito della sua identificazione, per quanto, in tutto quello, l’unica certezza fondamentale per tutti gli abitanti della capitale nel corso di quella lunga giornata, sarebbe venuta meno, cancellata qual macchia su un vetro a seguito di un deciso colpo di spugna…

« Tu… tu dovresti essere… morta… » esitò uno dei suoi avversari, voltatosi rapidamente verso di lei e, così riconosciutala, aggiungendo ulteriore sgomento allo stupore già conseguente all’evasione da lei appena condotta in reazione alla loro carica.
« In effetti è quello che mi augurano in molti. » sorrise l’altra, sfoggiando ora una splendida fila di bianchi denti incorniciati fra carnose labbra, sotto un naso decorato da una spruzzata di efelidi e contornato da due splendenti occhi color ghiaccio, freddi, gelidi come appariva essere ella stessa in quel confronto « Purtroppo per tutti loro, non mi sono ancora rassegnata a simile fato… spero non me ne vorrete. »

Dal basso della propria posizione, ancor privo di piena coscienza, Seem si ritrovò ora ad osservare la sagoma di una figura chiaramente femminile, eretta di fronte a lui, a sua difesa, cercando di comprendere chi ella potesse essere e, in questo, credendo di essere ormai completamente vittima della follia, del proprio dolore, là dove impossibile sarebbe stato che quei calzari sdruciti, pezze di stoffa strettamente legate attorno ai piedi della loro proprietaria, appartenessero effettivamente a colei che sola aveva da sempre dimostrato gradire un abbigliamento sostanzialmente povero, scarno, nella maggiore libertà che, in questo, era solita proclamare di riuscire a godere in contrasto, anche solo, a semplici stivali in cuoio degni di tale nome.

domenica 7 febbraio 2010

758


« C
osa hai da guardare, bamboccio? » domandò, in reazione, il terzo, storcendo le labbra e non dimostrando alcuna empatia di sorta nei suoi riguardi, non cogliendo, in quello sguardo, una dichiarazione di guerra assolutamente esplicita.
« Mia madre non è mai stata sporca… » sussurrò il ragazzo, tendendosi come una corda di zither, per quanto, privo della stessa mole fisica che caratterizzava, invece, i suoi avversari, tale tensione non sarebbe mai risultata evidente ad una qualunque controparte, ancor più se disattenta qual si stava inevitabilmente ponendo la propria, nel non poter considerare possibile qualche ragione d’offesa da parte di quel giovane.
« Cosa ha detto la pulce?! » richiese un quarto, in direzione dei compagni, non avendo colto le parole pronunciate da parte dello scudiero, troppo flebili per riuscire a imporsi sul caotico vociare proprio della capitale così come di un qualsiasi grande centro urbano.
« Credo che abbia farfugliato qualcosa nel merito di sua madre… » ipotizzò il primo ad aver preso parola, nonché colui che maggiormente era rimasto fisicamente colpito dall’impeto di quella corsa disperata.
« Mia madre non è mai stata sporca! » ripeté Seem, ora quasi gridando, nel mentre in cui, non diversamente da quanto era accaduto in quella stessa mattina, nuovamente il suo pugnale venne gettato con impeto in direzione dei suoi avversari, mirando, in maniera naturale, a colui che aveva osato offendere la sua genitrice per colpire lui.

A dispetto, però, delle attese probabilmente proprie del giovane, tali anche in virtù del successo pur riportato in quella stessa mattina in una situazione non eccessivamente dissimile, la sua arma, in questa occasione, non si riservò modo di giungere alla destinazione desiderata, alle carni dell’uomo eletto qual suo nemico, venendo abilmente deviata, poco prima del letale impatto, dall’abilità e dalla precisione di una spada, o, meglio, della mano che tale spada mosse, appartenente ad un altro membro di quell’assortito gruppetto, rimasto sì silenzioso fino a quel momento e, in questo, più attento rispetto ai compagni, e in questo non riservandosi occasione di commettere errori di sottovalutazione nei suoi riguardi.
Per un istante, a seguito di quel tentativo di offesa, il silenzio calò fra i protagonisti della scena, Seem compreso, i quali, in effetti, necessitarono di un attimo per riuscire a elaborare quanto appena occorso: un momento fugace, quello lì imposto dal fato, nel quale il tempo stesso parve arrestarsi. Ma così come anche le acque del mare sarebbero sempre apparse arrestare il proprio moto e, addirittura, arretrare verso l’infinito, in un’effimera frazione di tempo antecedente ad una violenta, catastrofica, esplosione in un’alta onda, quell’istante di silenzio, di quiete, di sospensione, si dimostrò semplice preludio alla carica distruttiva, irrefrenabile che, subito dopo, quella stessa mezza dozzina di imperiosi guerrieri, diresse in contrasto al loro giovane avversario.

« Sei morto! » gridò una voce fra molte, esprimendo in quelle due semplici parole un concetto estremamente semplice e pur condiviso, allora, con tutti i suoi compagni, dal momento in cui, se anche avrebbero, forse, potuto sopportare l’offesa arrecata loro dall’irruenza del casuale scontro iniziale, mai avrebbero potuto concedergli pietà in conseguenza a quell’inequivocabile dichiarazione di guerra.

Una delle maggiori ragioni d’orgoglio per Seem, in quegli ultimi mesi, era stato il pensiero di poter essere stato addestrato al proprio ruolo di scudiero non da un uomo qualunque, ma da Degan, mercenario tranitha, già maestro d’arme della sua stessa signora Midda Bontor. Al suo cospetto inviato dalla stessa Figlia di Marr’Mahew, accompagnato da una lettera esplicita a domandarne l’impegno nei suoi confronti, per trasformare un normale garzone in uno scudiero degno di un sì importante cavaliere, di una sì valente donna guerriero, il fanciullo aveva avuto la possibilità essere formato da uno dei migliori, desideroso di renderlo non semplicemente un valletto per la propria signora, quanto più un fedele compagno d’armi, capace di restare in piedi nel centro del campo di battaglia anche dopo una di lei paradossale e prematura caduta, per difenderla fino allo strenuo delle proprie energie.
Parallelamente a questo, una delle maggiori occasioni di rimpianto per lo stesso ragazzo, in quelle ultime settimane, era stato il pensiero di aver perduto il proprio maestro, il proprio mentore, ancora troppo lontano dalla conclusione del proprio addestramento, della propria formazione. In questo, pertanto, al giovane erano stati offerti sì gli strumenti per riuscire a far valere la propria volontà, ma non la saggezza per comprendere quando tale esercizio d’imperio avrebbe avuto effettivamente senso; era stata sì concessa la conoscenza necessaria per uccidere un uomo, ma non la coscienza per apprezzare quando, effettivamente, pretenderne la vita e quando no. Immaturo, infantile forse, per quanto formato qual uomo d’arme, quindi, per poterlo rendere realmente competitivo in una situazione tanto precaria, tanto delicata qual quella in cui, con orgoglio e fierezza, si era andato ora a gettare, sarebbero occorsi ancora numerosi anni, anni da trascorrere accanto al proprio cavaliere, per poter apprendere da lei, in un’occasione assolutamente unica e invidiabile da parte del mondo intero, ogni principio, ogni regola di vita, fondamentale per riuscire a sopravvivere anche all’impossibile, per potersi permettere di spingersi oltre a ogni confine stabilito e, in questo, riservarsi comunque occasione di ritorno come ella era da sempre riuscita a fare.

« Si farà ammazzare… »

Probabilmente, se solo una maggiore esperienza su campo gli fosse stata concessa qual propria, se solo più tempo al fianco della propria signora gli fosse stato riconosciuto, egli avrebbe saputo come reagire al meglio nella spiacevole situazione nella quale si era venuto a ritrovare in quel momento, solo, e armato di un unico pugnale, in contrasto ad almeno sei avversari, sei nemici da lui stesso istigati e che, ora, non si sarebbero arrestati fino a quando le sue membra non fossero state sparse ai quattro angoli di quella strada, non tanto per offrire un qualche genere di monito, quanto più, semplicemente, per saziare la sete di sangue in loro stolidamente alimentata. In tale situazione, comprendendo di non poter competere con loro alla pari in forza, in violenza, Seem avrebbe potuto forse cercare di sopperire alla propria inferiorità indirizzando lo scontro su diverso livello, qual quello dell’agilità, della velocità, nel qual, probabilmente, avrebbe potuto ancora concedersi di primeggiare.
Ma così non fu e, purtroppo, il giovane tentò stolidamente di opporre forza alla forza, di reagire con violenza alla violenza, restando in tutto ciò, suo malgrado, vittima della foga dei propri avversari, travolto dalla loro furia, dalla loro violenza, come sarebbe accaduto in contrasto ad una mandria di bufali selvaggi…

« Attenti a non ucciderlo troppo rapidamente! » incitò una prima voce nel gruppo, nel mentre in cui i calci del suo stesso proprietario si spingevano, con crudeltà, in opposizione al volto del giovane, finito a terra in mezzo a loro.
« Concordo! Facciamogli prima rimpiangere di essere nato… così poi vedremo se avrà ancora desiderio di difendere quella cagna di sua madre! » approvò una seconda voce, rinunciando in ciò, temporaneamente, all’uso dell’acciaio, in favore di colpi meno pietosi rispetto a quelli che avrebbero potuto essere propri di un semplice fendente.

Quasi in risposta a simile proposito, allora, una nuova figura fece la propria comparsa su quella scena di scontro improvvisamente tramutatasi in un semplice pestaggio, un’orgia di calci dalla quale, proprio malgrado, il giovane scudiero non avrebbe potuto sperare di poter uscire vivo, per quanto, raggomitolatosi in posizione fetale, cercava di proteggere il proprio corpo ed il proprio capo al meglio delle proprie stesse possibilità: piombando accanto al gruppo dall’alto, improbabilmente saltata dalla cima del palazzo loro prossimo, essa non parve voler offrire evidenza della propria identità, nell’apparire celata da una pesante cappa, per quanto, altresì, volle subito definire un proprio interesse nei riguardi della vittima di tanto impeto.

« Fermatevi… se ci tenete alla vita! »

sabato 6 febbraio 2010

757


I
gnaro della consapevolezza divenuta propria della principessa Nass’Hya, e successivamente trasmessa inevitabilmente anche al proprio signore e sposo lord Brote, nonché di quella inaspettatamente maturata da parte di Carsa e di Be’Sihl, a seguito del confronto con il contenuto di quella cassapanca, il giovane scudiero della Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto riservarsi occasioni di gioia, di entusiasmo in quel frangente, gettatosi altrimenti furioso, sconvolto, ed estremamente imprudente, nel cuore della folla della città del peccato, per la seconda volta nell’arco della stessa giornata.
Poche ore, in verità, erano trascorse dal risveglio di Seem, dolce momento in cui egli si era felicemente ritrovato accanto all’amata Arasha, immerso fra le sue calde braccia, non potendo evitare di gettare il proprio sguardo sul mondo intero con entusiasmo, con gioia, felice della propria vita e di tutto ciò che sembrava caratterizzarla, là dove ogni traguardo prefisso, dopotutto, sembrava essere stato raggiunto, sembrava essere stato conquistato, donandogli in questo una pienezza invidiabile, bramata da molti ma concretamente ottenuta da pochi. A proprio vantaggio in tal senso, in simile ricerca di completezza, certamente, egli avrebbe potuto addurre un’ambizione lungi dall’esser sfrenata o priva di confini, uno spirito lontano dal potersi considerare costantemente insoddisfatto, al pari della maggior parte dei membri della razza umana, compreso forse anche il suo ex-cavaliere, la stessa Midda Bontor, e in questo capace non desideroso, perennemente, di nuove sfide, di nuovi traguardi da raggiungere e violare, riservandosi altresì l’opportunità non banale, non scontata, di poter osservare, di poter valutare in maniera corretta, l’enorme tesoro già posseduto, il vero valore di tutto ciò già presente nella propria stessa esistenza. Molti, per simile ragione, avrebbero potuto considerarlo un sempliciotto, ingenuo e sprovveduto, indegno di tutte quelle ambizioni da lui stesso così negate, appartenente, per propria stessa natura, ad una categoria di gregari, certamente utili nel rapporto con i veri dominatori, con i grandi signori i cui soli nomi, forse, sarebbero potuti restare incisi a lettere d’oro nella severa trama della storia: in tale affrettato giudizio, però, tutti coloro che similmente si sarebbero espressi, avrebbero in tal modo mancato di cogliere quella altresì evidente, lampante, verità da lui incarnata, un principio basilare e pur troppo spesso dimenticato, se non addirittura rifiutato, secondo il quale la felicità sarebbe dovuta esser ricercata nella propria costante quotidianità e non in epici risultati acclamati dalle folle. Raggiunto il ruolo che desiderava al fianco della propria signora, nonché allietato nella propria vita dall’amore della propria amata, al fanciullo null’altro sarebbe potuto interessare, senza malizia, senza colpa, anche dimentico del dolore della morte del proprio maestro, comprendendo come il rimpianto per i defunti non avrebbe mai dovuto imporsi con forza tale da negare la vita a coloro che ancora non lo erano.
Poche ore, così, erano trascorse dal risveglio di Seem, eppure una vita intera sembrava psicologicamente separarlo da tutto ciò che era stato il suo mondo fino a quel mattino. La sua signora, colei per servire la quale tanto si era messo in gioco, si era impegnato, rivoluzionando la propria intera esistenza, era stata prima uccisa, poi arsa, e, ancora, addirittura, trasformata in uno zombie: immagini già angoscianti, già terrificanti, alle quali, ora, avrebbe dovuto essere aggiunta, sommata, quell’ultima beffa, quell’ingiuria finale in sua opposizione, offesa alla quale la sua psiche non sembrava poter più reggere, il suo intelletto non sembrava potersi più opporre, ritrovandolo, in ciò, spinto sull’orlo della follia. Un dolore tanto forte, tanto acuto, il suo, quale non aveva più provato fin dall’epoca della sua infanzia, dal giorno in cui l’innocenza, l’ingenuità, tipica di un bambino cresciuto sognando le gesta di un eroico padre, per così come narrate dalla madre, si erano ritrovati a confronto con l’amara realtà del mestiere proprio della sua stessa genitrice, una fra le molte professioniste che affollavano le vie della città del peccato. E così come, all’epoca, egli aveva cercato nella fuga una soluzione, rinnegando tutto ciò che era stato in conseguenza di quella scoperta, ancora una volta, oggi, egli stava confidando in tal, probabilmente puerile, via, una speranza di affrontare lo sconvolgimento nuovamente imposto sulla sua esistenza, proprio nel momento in cui ogni cosa era parsa, finalmente, indirizzarsi verso il migliore dei mondi possibili.
Purtroppo per lui, però, le paure, i timori espressi da parte del locandiere sulle sue possibilità di sopravvivenza all’interno delle mura proprie di Kriarya in un simile stato d’animo, non avrebbero dovuto essere considerate quali fini a se stesse, espressioni di un’eccessiva paranoia, di un desiderio soffocante di protezione nei confronti di quel giovane difficilmente considerabile qual uomo. Dove anche, infatti, egli aveva goduto di una divina benedizione nel corso di quella mattina, riservandosi la possibilità di attraversare con foga nevrotica, le strade affollate di quella violenta capitale, con l’approssimarsi della sera e quella nuova corsa forsennata, priva di ogni controllo, lo avrebbe inevitabilmente condotto alla propria morte, forse, dopotutto, esaudendo uno stupido desiderio suicida in un momento tanto critico.
Per sua fortuna, altresì, ignorata da tutti, qual sarebbe ancora a lungo rimasta se il fato, e l’assurdo comportamento del ragazzo, non ne avessero forzato la mano, un’ombra, un’effimera figura, si stava impegnando fin da quella stessa mattina qual suo vigile custode, attenta nel voler preservare la salute tanto del giovane scudiero, quanto delle altre figure protagoniste di quelle ultime ore.

« Thyres… » sussurrò quell’immagine, seguendo con attenzione i movimenti di Seem dall’alto dei tetti della città, spostandosi con discrezione e agilità assolute, nel non desiderare attrarre a se qualsivoglia indiscreta attenzione « Finirà per rovinare tutto. »

La svolta cardine di quella lunga e faticosa giornata parve imporsi, sciaguratamente, proprio poco dopo che quelle parole di disapprovazione furono pronunciate, quasi a voler offrire immediata conferma alle medesime, oltre che ai timori espressi da parte di Be’Sihl, nel momento in cui, suo malgrado, lo scudiero finì, alfine, per inciampare nelle persone sbagliate, rappresentate, in quel particolare frangente, da un gruppo di muscolosi guerrieri come tanti in città. Mercenari, probabilmente, allegramente diretti verso una delle numerose taverne della città, essi erano sicuramente desiderosi di poter finalmente offrire al proprio corpo del buon cibo e, ancor più, dell’abbondante vino, nel quale sperperare i propri guadagni probabilmente fino a svenire in conseguenza del troppo alcool: in effetti, da lì a qualche ora, quella mezza dozzina di bruti si sarebbe proposta troppo alticcia, ebbra, per poter sostenere degnamente un’occasione di scontro, ma, in quel momento, al contrario, fin troppo sobri tutti loro sarebbero dovuti essere considerati, tali da risultare estremamente pericolosi in un contesto di lotta e, soprattutto, non meno capaci di crudeltà verso un povero malcapitato qual quello, pur involontariamente, catapultatosi contro di loro.

« Ma cosa…?! » esclamò un primo, dalla carnagione resa scura dall’azione cocente dei raggi del sole e dai lunghi capelli ricci, forse naturalmente fulvi e pur, per egual ragione, ora facenti sfoggio di una tonalità estremamente pallida, quasi sbilanciato a terra da quell’impatto.
« Lurida pulce… stai attendo a come ti muovi! » aggiunse un secondo, caratterizzato da pelle più chiara, rispetto al primo, e da corti capelli corvini, reagendo malamente all’urto a sua volta subito, se pur in misura minore rispetto al compagno.
« Mi dispiace… » balbettò, in immediata risposta, il ragazzo, rimettendosi in piedi nel solo desiderio di allontanarsi, di proseguire nella propria corsa, ben lontano dal poter essere considerato bramoso di un qualche scontro di sorta.
« Quella sporca sgualdrina che chiami madre avrebbe fatto bene a gettarti in pasto ai cani, piuttosto che permetterti di sopravvivere fino ad oggi, razza d’idiota! » argomentò, però, un terzo, con arruffati capelli castani e barba incolta, per nulla coinvolto nella collisione e pur, non per questo, maggiormente ben disposto nei riguardi del ragazzo, contro il quale, invece, inveì con ancor più enfasi rispetto agli altri due.

E se anche, chinando il capo e non offrendo repliche di sorta a simili offese, come pur aveva tentato di fare, Seem avrebbe allora potuto riservarsi possibilità di riprendere il proprio cammino, venendo presto dimenticato da parte di quel gruppo, dal momento in cui alcuno fra loro, nonostante tutto, aveva ancora allungato le mani verso le proprie armi, proprio in conseguenza di quelle ultime parole, di quell’ingiuria sicuramente evitabile nei confronti della genitrice pur rinnegata da parte del giovane nel momento stesso della propria fuga da casa, il ragazzo sollevò, al contrario, il proprio sguardo prima rivolto al suolo, per puntare i propri grandi occhi verdi nella direzione di coloro che, chiaramente, ora non avrebbe potuto che considerare quali nemici, forse, addirittura, a lui offerti qual possibilità di sfogo per la rabbia e il dolore che ne stava straziando l’animo, non diversamente da coloro con cui aveva già tentato scontro in quella stessa mattina.

venerdì 5 febbraio 2010

756


N
onostante Seem avesse mal giudicato la collaborazione del suo ex-padrone con quella nuova figura femminile, fraintendendone le motivazioni e, addirittura, ipotizzando che egli, in tal modo, stesse cercando di colmare, in maniera eccessivamente rapida, il vuoto lasciato nella propria vita dalla scomparsa della Figlia di Marr’Mahew, lo shar’tiagho non avrebbe mai potuto definirsi realmente confidente con colei che pur aveva accettato qual propria estemporanea compagna di ventura, avendo agito in tal direzione nel rilevare sì, con lei, una comune volontà di individuare il colpevole dell’assassinio lì perpetrato, ma anche nel non escludere l’eventualità di un coinvolgimento della medesima in quegli stessi fatti.
Per simile ragione, ancora a lei, in verità, completamente estraneo, il locandiere non si sforzò allora di celare il proprio disappunto per la totale mancanza di compassione dimostrata dalla controparte in quel momento, storcendo le labbra verso il basso nel non riuscire a sopportare la sua implicita arroganza, salvo, poi, pur consapevole di come ormai nulla avrebbe potuto compiere in aiuto al suo ex-garzone, costringersi comunque ad accettare ancora quella presenza accanto a sé e, in questo, a impegnarsi per risultare maggiormente collaborativo, soprattutto in conseguenza di una richiesta tanto esplicita da parte sua.

« Parla… » invitò, non impegnandosi, comunque a dimostrare maggiore entusiasmo verso di lei, di quanto lo stesso scudiero non le avesse precedentemente offerto.
« La tua fiducia in me è quasi commovente. » osservò ella, aggrottando la fronte nel ben comprendere, nonostante tutto, le ragioni pur non espresse, là dove a sua volta non si sarebbe certamente impegnata di più per riconoscergli fede, dove anche era stata lei stessa a ricercarlo e a suggerire una loro possibilità di cooperazione « Spero, in effetti, di non essere costretta ancora a lungo a importi il disturbo della mia presenza, nel concludere quanto prima l’impegno che ci siamo prefis… »
« Cosa dovevi domandarmi?! » tagliò corto egli, restituendole, in fondo, un trattamento degno di quello a lui pur appena offerto.
Carsa sorrise a simile reazione, accettando quell’implicito rimprovero di buon grado dove propostole tutt’altro che gratuitamente, per quanto comunque spronato, sicuramente, da una volontà di sfogo: « Immagino che tu abbia ancora memoria nel merito dello stato della tua locanda ieri sera, prima che l’incendio sconvolgesse completamente anche la tua vita nella distruzione di questo bell’edificio… sbaglio? » domandò, quindi, tornando alla questione principale, l’unica che avrebbe dovuto riservarsi un qualche valore in quel momento.
« A cosa intendi riferirti, di preciso? » chiese il locandiere, per tutta risposta, arricciando appena le labbra nel cercare di cogliere il possibile filo del discorso entro il quale ella sembrava desiderosa di addentrarsi « Quale “stato” ti potrebbe interessare…? »
« L’assegnazione delle camere. » specificò tempestivamente la mercenaria, chinando, per un istante, lo sguardo alle macerie attorno a sé e, in questo, ancora ai resti vuoti della cassa e dell’armadio, sconvolti violentemente dalla ricerca disordinata, e pur appassionata, del giovane ora fuggito « Credi di riuscire a ricordarti quali stanze erano occupate e quali no, la scorsa notte? In riferimento a questo stesso piano, direi… »
« Naturalmente. » confermò l’uomo, sollevando le spalle e lasciandole subito riabbassarsi, per sminuire il valore di quella richiesta « Ti saprei indicare gli ospiti di ogni singola stanza anche di due mesi or sono: è il mio lavoro. E poi, ieri sera, solo una stanza in tutto il piano era rimasta sfitta… proprio per colpa di Midda! »
« In che senso? Non comprendo… » domandò la donna, peccando in quel momento di ingenuità o, forse, di pigrizia mentale, là dove avrebbe potuto cogliere facilmente l’allusione sì presentatale, più che confidente con le abitudini proprie della defunta compagna.
« Il suo occupante… beh… è stato letteralmente defenestrato, per sua fortuna semplicemente dal piano terra, nel corso di una rissa da lei scatenata dopo mezzanotte, solo perché, tanto per cambiare, non stava riuscendo a prendere sonno e, in conseguenza di ciò, aveva desiderio di distrarsi un po’ menando le mani. » rammentò, con tono necessariamente nostalgico in conseguenza di tale memoria, del ricordo di lei e del suo modo di fare così incorreggibile e, pur, nonostante tutto, anche adorabile, dal momento in cui ella era solita proporglielo sempre qual uno scherzoso giuoco fra loro.
« Avrei dovuto immaginarlo. » ammise l’altra, sorridendo divertita all’immagine in tal modo evocata dalle parole dell’uomo, assolutamente e fedelmente caratteristica della Figlia di Marr’Mahew.
« Data la tarda ora, non sono poi riuscito a trovare alcun altro cliente per occupare la camera e, così, è rimasta vuota. » proseguì, sollevando la destra a massaggiarsi il retro del collo, con un gesto di chiara stanchezza per una giornata che stava, ormai, iniziando a diventare veramente troppo lunga.
« Per Gorl… non può essere tanto semplice! » esclamò allora la mercenaria, ritrovando inaspettatamente in quelle ultime parole, nella spiegazione offertagli da parte dell’uomo, un tassello importante e pur quasi impossibile da accettare, a coronamento della lunga riflessione che si era appena concessa « Mi ci puoi portare, per favore?! Devo verificare un’ipotesi, un pensiero assurdo, ma che… forse…. »

Effettivamente sfiancato di suo come raramente gli era stato concesso di essere nella propria vita, nonostante la frenetica quotidianità impostagli dalla gestione di una simile attività, addolorato per la perdita di una figura tanto importante qual quella di una donna pur amata per quanto mai posseduta, nonché preoccupato per il fato che la capitale avrebbe potuto riservare a Seem, Be’Sihl, in quel momento, avrebbe, forse e umanamente, preferito augurare al mondo intero di poter sprofondare nelle acque melmose e maledette della palude di Grykoo, piuttosto che impegnarsi dietro a una qualche elucubrazione della sua nuova compagna di ventura. Ciò nonostante, raccogliendo con sincero impegno tutte le proprie ultime energie, tutto il pur rado residuo di coscienza ancora rimastogli, egli cercò sinceramente, seriamente, di ricostruire la linea di pensiero che avrebbe potuto spingere la mercenaria a interessarsi, addirittura a entusiasmarsi, nella scoperta di una stanza rimasta precedentemente sfitta, senza però riservarsi, in tal tentativo, possibilità alcuna di successo. E così, pur senza comprendere a cosa ella potesse star offrendo riferimento, nel non avere né volontà, né ragione alcuna per opporsi a tale richiesta, il locandiere acconsentì alla medesima, annuendo, prima, e dirigendosi, poi, con aria meditabonda verso il corridoio esterno e da lì al fronte opposto dell’edificio, là dove ella gli aveva domandato di essere condotta.

« E’ questa. » indicò, infine, aprendo la porta d’ingresso alla stanza, in un’area dell’edificio che, al pari della maggior parte di quello stesso piano, era riuscita comunque a restare quasi indifferente all’incendio che aveva altresì distrutto il livello superiore « Se poi mi vorrai anche spiegare, tanto per gradire... »

Lo spazio lì allora presentato, molto più stretto e più povero di quello che avrebbe caratterizzato la stanza della Figlia di Marr’Mahew fino alla sera precedente, non ebbe occasione di sorprendere Carsa, la quale, del resto, aveva già avuto modo di soggiornare all’interno di quella stessa locanda e, anche, in luoghi ben peggiori rispetto ad essa, per potersi dimostrare pur minimamente interessata all’effettiva composizione di simile ambiente. Quanto sembrò attirarne l’interesse, invocarne totalmente la curiosità, al punto tale da vederla subito accorrere in direzione del medesimo per poterlo aprire ed esaminare, fu, in effetti, una cassapanca, estremamente grezza, priva di qualsiasi lavorazione di sorta, posta in corrispondenza di una stretta finestra, unico mobilio lì dentro presente, il quale, evidentemente, avrebbe dovuto ipoteticamente sopperire a tutte le funzioni dei tre, di gran lunga migliori, un tempo propri dell’alloggio della donna guerriero.

« Lurida… schifosa… cagna doppiogiochista! » esclamò, quasi urlò, la donna dalla pelle color della terra, in un misto di irritazione e gioia che, improvvisamente, vide i suoi scuri occhi colmarsi di lacrime, nel confronto con il contenuto di quel mobile « Stavi riuscendo a ingannare persino me! Maledizione… »

Un’opinione la sua, in tal frangente tanto coloritamente espressa, la quale, nonostante i dissapori prima provati nei suoi confronti, anche Be’Sihl, inevitabilmente a sua volta attratto in tal senso, nella direzione particolare di quell’angolo della sua stessa locanda, non poté allora mancare di condividere nel profondo del proprio cuore, non mancando, però, di ringraziare, contemporaneamente, tutte le divinità a lui care per il significato sottinteso a quel ritrovamento, improvvisamente divenuto chiaro, lampante anche alla sua attenzione, insieme a tutto il lungo ragionamento condotto pocanzi da parte della mercenaria.

giovedì 4 febbraio 2010

755


R
imasta sola nella stanza appartenuta alla propria amica e nemica, alleata e avversaria, lì abbandonata dalla foga del locandiere, impegnatosi nel vano tentativo di inseguimento del giovane scudiero, Carsa Anloch si ritrovò, allora, a riflettere sulla scoperta tutt’altro che banale, tutt’altro che vana, raggiunta da parte dello stesso Seem durante la sua pur breve incursione in quel medesimo ambiente.
Senza mancare di riconoscere merito al giovane per aver permesso, pur casualmente, all’attenzione di tutti loro di focalizzarsi su un dettaglio tanto evidente al punto da non essere stato precedentemente preso in considerazione, ella cercò di riservarsi la freddezza, il distacco, di cui chiaramente non il fanciullo, e forse neppure l’uomo, si erano allora ricavati occasione, nell’essere troppo emotivamente coinvolti nel dolore per la perdita della mercenaria per riuscire ad analizzare il significato proprio di quell’indizio, di quel fatto a dir poco fondamentale, nel poter, forse, cambiare completamente la prospettiva con la quale fino a pocanzi quella faccenda era stata presa in considerazione. Quello che, infatti, da parte del ragazzo era stato avventatamente giudicato quale un tentativo crudele di negare ogni speranza di memoria, ogni ricordo proprio della Figlia di Marr’Mahew, ai suoi occhi non avrebbe mai potuto apparire tale, per una lunga sequela di argomentazioni, ognuna, oggettivamente, più solida dell’altra.
Innanzitutto, impossibile sarebbe stato negare una chiara difficoltà materiale a porre in essere tale atto. Nella discrezione assoluta che, obbligatoriamente, avrebbe dovuto contraddistinguere l’assassino, assurdo sarebbe stato ritenere come egli o ella avrebbe potuto permettersi di raccogliere l’intero patrimonio proprio della mercenaria e trafugarlo, laddove, anche considerando qual potenzialmente vuota la cassa ai piedi del letto, infatti, già solo l’intero contenuto del suo armadio, quel suo guardaroba da lei così raramente utilizzato e pur, non per questo, trascurato, sarebbe risultato d’estremo impaccio per qualcuno obbligatoriamente costretto a fuggire attraverso la sola via del tetto, dove mai, trasportando seco tale, consistente, carico, avrebbe potuto riservarsi possibilità di passare inosservato attraverso il salone principale della taverna al piano inferiore. In tal senso, neppure il supporre la presenza di più protagonisti, di più ladri impegnati in tale completa pulizia della stanza, avrebbe potuto allora riservarsi ragion d’essere, là dove, maggiore sarebbe stato il numero di persone coinvolte in quell’azione e maggiore sarebbe, inevitabilmente, risultato il rischio di poter essere scoperti, di poter essere individuati nei propri movimenti, nel proprio impegno malandrino: persino non scordando la particolare natura di Kriarya, di quella capitale soprannominata addirittura qual città del peccato, una simile, impacciata, fuga avrebbe potuto avvenire nella totale ignoranza di eventuali spettatori, i quali sarebbero probabilmente sì rimasti ignavi, se non addirittura del tutto disinteressati, ma che, alla luce dell’annuncio dell’assassinio della mercenaria, non avrebbero sicuramente mancato di offrire voce, testimonianza, di quanto da loro colto, non di certo nella volontà di contribuire alla cattura dei colpevoli quanto, semplicemente, per vantarsi di essere stati pubblico privilegiato in un evento di simile importanza.
Inoltre, sempre in negazione dell’appassionata ipotesi formulata da parte dello scudiero, da lui non verbalmente esplicitata e da lei pur colta in conseguenza delle sue emozioni pur chiare, trasparenti in quella folle corsa, nel confronto tanto sconvolto con quella scoperta, ella avrebbe potuto anche addurre un’assoluta irrazionalità alla base di tale supposto atto, dell’impegno. Come la stessa Midda Bontor avrebbe probabilmente sottolineato, se solo fosse potuta essere lì presente in quel momento, sebbene normalmente solo i mercenari sarebbero stati negativamente additati per il rispetto evidente di tal principio di vita, chiunque, in qualsiasi azione, non avrebbe mancato di operare solo in presenza di un evidente tornaconto personale, di una ricompensa, materiale, spesso, o morale, talvolta, utile a giustificare lo sforzo richiesto. Questo non per qualche meschinità tipicamente umana, quanto, piuttosto, nel rispetto di una legge naturale propria di tutte le creature viventi: allo stesso modo in cui un fiore avrebbe offerto alle api la dolcezza del proprio nettare, solo allo scopo di affidare alle stesse anche il proprio polline; allo stesso modo in cui anche il lupo di grado inferiore all’interno della gerarchia del branco mai avrebbe tradito i propri compagni, dove questo avrebbe significato per lui l’esclusione dal gruppo e la propria possibile condanna a morte; così anche un uomo o una donna non si sarebbero impegnati in una qualche attività, tanto pericolosa e complicata qual sola sarebbe potuta risultare simile razzia, in assenza di un guadagno, di uno sprone concreto ad agire in tale direzione. Ovviamente, anche in virtù della propria esperienza personale, mai ella avrebbe potuto evitare di prendere in esame l’eventualità in cui, tale ragione, sarebbe potuta essere ricercata, banalmente, nel guadagno proprio di un semplice esecutore, in tal senso comandato dal proprio mandante, ma anche e maggiormente in tal senso, al mecenate inevitabilmente sarebbe dovuto essere riconosciuto una propria personale convenienza nel richiedere tanto impegno, profitto che difficilmente Carsa avrebbe potuto accettare qual rappresentato dal semplice possesso di una “reliquia” a testimonianza, a riprova, del proprio successo.
Proprio in conseguenza di quell’ultima riflessione sull’eventualità, in effetti altamente probabile, del coinvolgimento di una figura mandante e di un sicario, inevitabilmente, all’attenzione della donna dalla pelle color della terra, un’altra importante analisi non sarebbe potuta essere ignorata. Nel presumere, infatti, come quell’omicidio fosse stato portato a termine da un professionista, qual solo avrebbe potuto essere qualcuno in grado di cogliere di sorpresa una combattente del rango della vittima, assurdo sarebbe stato immaginare come egli o ella, compiuto il proprio operato, riportato successo in quel pur vile attacco, si sarebbe poi impegnato a portare a termine anche il furto apparentemente lì compiuto, dove simile azione, tale compito di bassa manovalanza, sarebbe inevitabilmente stato probabilmente considerato qual indegno da parte di qualsiasi assassino dichiarato, categoria estremamente elitaria, addirittura eccentrica, per potersi abbassare, svilire, nell’esecuzione di un mestiere più adatto ad un ladro, a un mercenario o, più banalmente, a un poveraccio privo di qualsiasi arte.
Escludendo, però, ogni alternativa valida a giustificare il furto di tutto il patrimonio appartenuto alla donna guerriero, quali altre possibilità sarebbero potute essere prese allora in considerazione per spiegarne la pur evidente scomparsa?
E ancora: chi avrebbe potuto riservarsi un qualche interesse nel merito di tali proprietà?
Perché dove anche la spada bastarda realizzata con la speciale lega metallica dagli azzurri riflessi, prodotto del sapiente artigianato dei fabbri figli del mare, avrebbe potuto far gola a molti, nella propria resistenza, nella propria perfezione e, ancor più, nella propria rarità, difficile sarebbe stato supporre bramosia di possesso a riguardo di semplici capi di vestiario o, peggio ancora, di carta, penne e inchiostro, sì considerabili un piccolo tesoro per coloro che li avrebbero saputi apprezzare, ma, nonostante ciò, comunque privi di un qualsiasi, intrinseco ed elevato, valore commerciale.

« Non ce l’ho fatta… dannazione. »

Tornando a proporsi all’udito della donna e, in questo, distraendola dalla propria intensa riflessione interiore, dall’analisi dei fatti a loro noti, per cercare di venire a capo di quella matassa apparentemente intricata ma, forse, molto più elementare di quanto sarebbe potuta apparire, la voce di Be’Sihl espresse allora un chiaro rimprovero innanzitutto verso se stesso, ma anche verso la compagna, per non aver neppure tentato di impedire a Seem di riservarsi occasione di fuga, di gettarsi a testa bassa, così come aveva fatto, in opposizione a un’intera città a lui potenzialmente avversa.

« Se la caverà. Ne sono certa… in fondo è stato scelto da una delle migliori, no? Non sminuirlo affrettandoti a considerarlo qual già defunto. » minimizzò ella, stringendosi appena fra le spalle « O persino la nostra cara Midda, in questo, potrebbe riservarsi ragioni d’offesa. »
« Non puoi capi… » tentò di negare l’uomo, sinceramente preoccupato per il fato del ragazzo.
« Questo me lo hai già rimproverato: non diventare pateticamente ripetitivo, te ne prego. » lo interruppe bruscamente l’altra, levando una mano per richiedere la sua attenzione in maniera più efficace di quanto forse non fosse riuscita a sottintendere con la propria prima « Al di là dei problemi personali di quel ragazzo, ora io avrei necessità della tua collaborazione per riuscire a far luce su quanto possa essere qui accaduto. Vuoi concedermela o preferisci continuare con la stessa solfa ancora a lungo? »