11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 21 aprile 2018

2523


« Un rapporto decisamente diverso rispetto a quello fra Nissa e te, mia cara… » sussurrò, crudele, la voce di Desmair rivolgendosi in direzione della propria sposa, non volendo trascurare la possibilità lì tanto generosamente offertagli di imporle del male, nel rigirare, metaforicamente, il coltello nella piaga e nell’esplicitare a livello verbale quanto, del resto, già ella non stava mancando di compiere nel profondo della propria mente e del proprio cuore, in un ineluttabile, e purtroppo totalmente iniquo, paragone con la propria storia passata, e, in particolare, la drammatica memoria del difficile rapporto fra lei e la perduta gemella.
« Oh, ti prego… taci! » replicò Be’Sihl, prendendo le difese della propria amata e non potendosi alcun problema in un rapporto tanto familiare con quel mostruoso semidio, non potendo certamente provare un qualche, particolare, senso di timore nel confronto con chi, da anni, aveva preso fissa dimora nella propria testa, costringendolo, proprio malgrado, a dover trovare il modo di scendere a patti con lui, in una tanto assurda relazione fra loro.

Che Desmair fosse un individuo semplicemente odioso, avrebbe avuto a doversi considerare mera retorica, incarnando, proprio malgrado, ogni possibile ragione di disprezzo non soltanto innanzi all’attenzione della sua mai amata sposa, ma anche di chiunque altro innanzi a lui avesse avuto occasione di ritrovarsi a essere, non essendosi egli, dopotutto, neppur mai sforzato di piacere o compiacere chicchessia, dall’alto della consapevolezza della propria stessa natura, di quel retaggio non soltanto regale, ma addirittura divino, che mai avrebbe potuto vederlo abbassarsi alla stregua di semplici umani, meri mortali qual quelli che pur, da sempre, lo avevano circondato. Che Desmair, purtroppo, avesse in quel momento terribilmente ragione, avrebbe avuto a doversi egualmente considerare mera retorica, nel limitarsi a sottolineare quell’ovvietà a fronte della quale neppure la stessa Ucciditrice di Dei avrebbe mai potuto opporsi, avrebbe mai potuto, in fede, tentare di promuovere una qualsivoglia diversa interpretazione della verità.
Fra lei e Nissa, la sua gemella, la sua perduta sorella, un rapporto come quello lì dimostrato qual esistente fra Maddie e Rín, avrebbe avuto a dover essere ricercato, probabilmente, non più tardi rispetto al loro decimo anno di età, all’epoca in cui, per sua scelta, in conseguenza a una sua fuga notturna alla volta del mare e della vita da marinaio che pur aveva sempre desiderato, il loro rapporto si era tragicamente corrotto. E se pur eccessiva avrebbe avuto a dover essere considerata la reazione dell’ancor bambina Nissa all’epoca, laddove, a confronto con il dolore dell’abbandono e, successivamente, della perdita della loro genitrice per effetto di una tragica malattia, ella aveva deciso di trasmutare tutto il proprio amore per la propria gemella in semplice e puro odio, votando innanzi agli dei tutti la propria intera esistenza soltanto alla distruzione di quella di Midda e di ogni barlume, per lei, di gioia, di serenità, di speranza; oggettiva avrebbe avuto a doversi considerare la partecipazione di colpa propria anche della stessa futura Figlia di Marr’Mahew, giacché, in tal senso, in tal maniera, da null’altro si era lasciata trascinare se non da puro e semplice egoismo, scegliendo di fuggire attraverso la via del mare allorché, magari, tentare un diverso approccio, cercare, in tal senso, quell’appoggio, quel sostegno che pur, obiettivamente, la sua famiglia non le avrebbe mai negato, un appoggio, un sostegno, in grazia al quale, probabilmente, anche il suo rapporto con Nissa avrebbe avuto occasione di salvarsi, di preservarsi in quell’amore allor testimoniato, innanzi ai loro sguardi, da Maddie e Rín.

« Non che sia felice di ammetterlo… ma per una volta tanto anche lui ha ragione. » sospirò la Campionessa di Kriarya, scuotendo appena il capo e non negando al proprio sposo il valore della propria sentenza.

Superato l’istante iniziale di felice commozione, tuttavia, Nóirín Mont-d'Orb non poté ovviare a spostare la propria attenzione dalla sorella, a lei ancora abbracciata, a coloro i quali, innanzi al proprio sguardo, si stavano presentando allora quali quieti spettatori di quel loro ricongiungimento, non potendo ovviare a distinguere un volto noto, diversi volti estranei e, soprattutto, due volti del tutto privi di qualsivoglia parvenza di umanità, nel confronto con i quali ineluttabile fu, per lei, un lieve sobbalzo, benché, dimostrando straordinario autocontrollo, evitò allora di gridare, per così come pur, in quel frangente, sarebbe stato comprensibile e accettabile avesse a fare.
Ove, tuttavia, nel loro particolare caso, nella loro specifica versione di quella storia, Maddie non aveva commesso il medesimo errore di Midda, non aveva abbandonato la propria famiglia senza offrir loro la benché minima spiegazione, senza affrontarli direttamente, a volto aperto, nell’accettare di condividere le ragioni delle proprie scelte, le motivazioni del proprio viaggio, per quanto assurdo tutto ciò avrebbe potuto rischiare di apparire; Rín non avrebbe avuto a dover essere considerata, allora, inconsapevole del cammino intrapreso dalla propria gemella, o delle motivazioni del medesimo, o, ancora, dell’assurdità delle situazioni a confronto con le quali ella avrebbe potuto ritrovarsi. E, del resto, neppur trascorso un lustro da quando, alla porta di casa loro, si era presentato un orrido mostro con la testa aperta longitudinalmente in due a palesare un’oscena fila di terribili zanne, reclamando il loro sangue e la loro morte; la giovane donna non avrebbe potuto ovviare a ben giustificare l’esistenza, in altri mondi, in altre realtà, di creature come quelle che, in quel momento, si stavano concedendo innanzi al proprio sguardo, nelle fattezze di un colossale demone e di una sensuale donna serpente in abbigliamento intimo sportivo.

« … vedo… che ti sei fatta nuovi amici. » commentò, non senza un certo imbarazzo nella subitaneità di quel confronto inatteso, di quel porsi in tal maniera innanzi a una tanto variegata compagnia senza alcun genere di preavviso utile a comprendere, banalmente, con chi potesse star avendo a che fare in quel momento « E vedo che hai trovato un’altra… te. » soggiunse, non potendo ovviare a riferirsi, in tal senso, a Midda Bontor, fra tutti i presenti colei che, più di tutti, avrebbe potuto riconoscere, per ovvie ragioni « … bella vestaglia. »

Un’osservazione, quell’ultima, che non avrebbe voluto certamente apparire critica a discapito dell’abbigliamento della donna, o dell’assenza di abbigliamento della medesima, e che pur, in quel particolare frangente, ebbe a risultare un po’ più ironica di quanto non avrebbe voluto realmente risultare, nel considerare gli effetti dello scontro appena occorso in quel de “Alla Signora della Vita”.
Laddove, dopotutto, difficilmente la Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi considerare capace di mantenere integri i propri abiti, finendo quasi sempre per logorarli o rovinarli al punto tale dall’apparire puntualmente vestita di stracci, o, in effetti e piuttosto, svestita di stracci; a confronto con un’elegante vestaglia di seta, sicuramente comoda per rivestirsi rapidamente nella necessità di una passeggiata notturna fino al bagno comune della Kasta Hamina, e pur meno efficace in un qualunque diverso contesto, soprattutto ove atto a prevedere una qualsivoglia lotta, improbabile sarebbe stato per lei riuscire a riservare a tale abbigliamento una pur vaga speranza di futuro. Ragione per la quale, allora, della manica destra della vestaglia soltanto pochi frammenti avrebbero avuto a dover essere ancora riconosciuti qual presenti attorno al suo arto in lucente metallo cromato, nel mentre in cui, sul fronte opposto, stracciata appariva la cucitura fra la manica e la spalla, denudandole gran parte del braccio, sino quasi al gomito: non che, comunque, più in basso la situazione avrebbe avuto a doversi considerare migliore, laddove un pericoloso taglio, che pur era riuscito a ovviare a raggiungere la sua gamba destra, aveva diviso orizzontalmente la morbida seta all’altezza della sua coscia, vedendo, in tal maniera, l’arto inferiore destro praticamente denudato, nel mentre in cui, almeno per il momento, quello mancino ancora stava riuscendo a mantenersi adeguatamente coperto.

« … è una storia lunga. » sorrise Maddie, liberando la gemella dal proprio abbraccio, nel ricordarsi soltanto in quel momento del resto della compagnia e nel voltarsi quasi a volerli presentare alla medesima, benché, ormai, avrebbe avuto a doversi ritenere una premura tardiva « E della quale, in effetti, anche io non ho ancora avuto occasione di comprendere molto. »

venerdì 20 aprile 2018

2522


Erano trascorsi ormai tre anni, o, almeno, così ella aveva calcolato, da quando Maddie aveva accettato di farsi carico della missione della propria mentore, della propria maestra d’arme, della prima Midda Bontor da lei incontrata, lasciando il proprio mondo, la propria realtà, per incominciare un lungo peregrinare attraverso il multiverso. Un vagabondare apparentemente privo di meta, sulle ali della fenice, che l’aveva vista attraversare ben cinque universi alternativi al proprio, incontrando cinque versioni alternative di sé, cinque altre Midda, e impegnandosi per salvarle dalla minaccia per tutte loro rappresentata da Anmel Mal Toise, prima di giungere sino a quell’ultima realtà, una realtà nella quale, in maniera del tutto sorprendente, disorientante rispetto al passato, non le era stata concessa neppure la possibilità di incontrare la propria versione autoctona, avendo la medesima lasciato il proprio mondo, il proprio pianeta, per inseguire la propria nemesi, la propria versione locale di Anmel attraverso le stelle, attraverso lo spazio siderale.
In simile disomogeneità rispetto al passato, rispetto agli altri universi nei quali ella era soggiornata per non più di pochi mesi, mai superando le due stagioni consecutive, in quel mondo, in quella nuova realtà, ella si era ritrovata in tal maniera costretta a soggiornare per più di un intero anno. Un anno che, tuttavia, non le era pesato, non le era stato difficile affrontare, avendo avuto sin dal primo istante, dal proprio arrivo in quelle terre, la fortunata occasione di incontrare tutti gli amici, tutti i compagni, che la Midda locale si era lasciata alle spalle, e, in ciò, di stringere con loro amicizia, di instaurare con loro nuove relazioni: amicizie e relazioni, le sue, non animate da qualche bramosia volta a usurpare, nelle loro vite, il vuoto lasciato dall’assenza della loro amica, della loro compagna, ma, ciò non di meno, sicuramente favorite dall’aver trovato, in loro, vivaci menti già sufficientemente familiari non soltanto con il sovrannaturale, ma, persino, con l’impossibile, da essere in grado, senza troppe reticenze o sospetti, di accettarla, di accoglierla fra loro.
Certo… il proprio prolungato soggiorno, poi, aveva finito con il vederla legare maggiormente con qualcuno di loro rispetto che con altri, così come, in particolare, era accaduto con il biondo Be’Wahr. Ma questo avrebbe avuto a doversi giudicare sotto un diverso metro di valutazione. E sotto un metro che non trascurasse di prendere in considerazione quanto ella mai avesse voluto illudere quell’uomo, suggerendogli, per loro, l’occasione di una lunga e serena vita insieme, e che non ignorasse quanto ella avesse trovato il medesimo più che disposto ad accettare di vivere tutto ciò alla giornata, preferendo avere l’occasione di amarla anche laddove poi l’avrebbe dovuta perdere, piuttosto che, semplicemente, rinunciare a lei. E se anche, forse, simile attrazione, tale interesse, in lui, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual inizialmente alimentato dalla facile associazione visiva esistente fra Midda e Maddie; l’alchimia che, nei mesi seguenti, nelle stagioni trascorse insieme, vivendo e combattendo l’uno al fianco dell’altra, non aveva mancato di instaurarsi fra loro, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta obiettivamente qual qualcosa di inedito per entrambi.
Malgrado Be’Wahr, malgrado l’anno intero trascorso nel mondo natale di Midda, e malgrado i due anni precedenti vissuti vagabondando per il multiverso, Maddie non avrebbe mai potuto, né voluto, scordarsi del proprio passato, della propria realtà, del proprio universo, del proprio mondo, e, soprattutto, di coloro che lì era stata costretta a lasciare, nel decidere di seguire la fenice. Persone a lei care, persone da lei amate, e non soltanto come amici o amanti, ma anche, e ancor più, qual la propria famiglia: suo padre, innanzitutto, ma anche, e forse ancor più, la sua amata gemella, Nóirín.
Per Maddie, Rín aveva da sempre e obiettivamente rappresentato la parte migliore di sé. Contraddistinta da una tempra, da uno spirito privo d’eguali, Rín aveva raggiunto successi, traguardi, che chiunque altro non avrebbe neppure potuto ambire a realizzare, a riprova di quanto l’incidente occorsole, e la perdita di metà del proprio corpo, non avrebbero mai potuto realmente spezzarla, non avrebbero mai potuto realmente piegarla e piegarla a un qualsivoglia genere di fatalismo: una vera e propria supereroina, quindi. E così, a dispetto di tutto, ella non soltanto aveva completato i propri studi superiori, conseguendo la propria bramata maturità classica, ma aveva poi proseguito oltre con così tanti studi linguistici che, se solo ne avesse fatto richiesta, probabilmente persino all’Organizzazione delle Nazioni Unite sarebbero stati soltanto onorati di poterla annoverare fra i propri interpreti: tre anni prima, al momento della partenza di Maddie, Rín, oltre alla propria lingua natale, era in grado di parlare e scrivere correttamente altre tre lingue, quali inglese, francese e tedesco, e si stava impegnando, parimenti, su altri tre fronti, includendo russo, innanzitutto, ma anche cinese mandarino e giapponese, con i quali nessuno, non Maddie soprattutto, avrebbe potuto avere dubbio sarebbe presto riuscita a giostrarsi alla perfezione.
Alla luce di tutto ciò, non soltanto comprensibile, ma anche imprescindibile, avrebbe avuto a doversi considerare la reazione propria di Maddie di fronte all’apparizione della propria gemella, un’apparizione che, al contempo, avrebbe avuto a doversi considerare sia inattesa, sia, quantomeno, apprezzabile e apprezzata, al punto da caricarle gli occhi di lacrime di gioia per quella possibilità loro così offerta, al di là di quanto, probabilmente, nulla di buono avrebbe avuto a doversi considerare alla base di quanto, allora, stava accadendo…

« Rín! » esclamò nuovamente, ora con maggiore convinzione, non potendo e non volendo ovviare a correre incontro alla sorella, per precipitarsi accanto a lei, quasi gettandosi a terra al suo fianco, soltanto allo scopo di poterla abbracciare, di poterla stringere a sé e, in quell’abbraccio, celare la commozione che non poté ovviare a rigarle il volto, nella felicità di poterla rivedere, di poter essere nuovamente accanto a lei, fosse anche e soltanto per un effimero, fugace momento in quella sempre più assurda situazione « Dei… non puoi immaginare quanto tu mi sia mancata! »

E l’altra, non meno sorpresa, non meno sconvolta e, ciò nonostante, neppur meno gioiosa o commossa rispetto a lei, non poté che ricambiare quell’abbraccio, posticipando qualunque domanda, rimandando qualunque richiesta di spiegazioni e qualunque commento a un momento successivo, giacché, in quel preciso istante nulla avrebbe avuto maggiore valore rispetto a quella riunificazione fra loro, a quel tanto inatteso, quanto improvviso ricongiungimento dopo così tanto tempo, mesi, stagioni, addirittura anni, trascorsi senza neppur avere idea se la propria amata sorella fosse ancora viva oppure no.

« … Maddie… » fu tutto ciò che ella riuscì allora a sussurrare, non sforzandosi di trattenere calde lacrime a discendere sul proprio viso, espressione più sincera, più pura, di quell’amore, di quel sentimento fra loro indissolubile e indiscutibile, in termini tali che neppure quella prolungata lontananza, quella loro sofferta separazione, era stata in grado di porre in dubbio, di minare nel proprio valore, nella propria concretezza.

E se pur, tutti gli altri presenti, avrebbero avuto lì a doversi considerare quantomeno disorientati dalla situazione, e dalla chiave di interpretazione della medesima per così come loro offerta dalla stessa Maddie, nello scoprirsi trasportati non soltanto attraverso lo spazio e, forse, persino il tempo, ma anche, e ancor più, attraverso le dimensioni, al punto da riuscire a raggiungere quietamente quel mondo per tutti loro ben oltre qualunque concetto di alieno; nessuno fra loro avrebbe lì potuto ignorare l’emozione propria di quell’abbraccio, e quanto, in esso, palesemente dimostrato.
E, fra tutti gli altri presenti, più di chiunque non avrebbe potuto ovviare a cogliere il profondo significato di tutto ciò colei che, ritrovatasi nella medesima situazione, pur in termini certamente diversi, e in epoche egualmente diverse, non aveva avuto l’opportunità di un tanto gioioso ricongiungimento con la propria gemella, con la propria pur amata sorella, ritrovandosi, proprio malgrado, altresì posta innanzi al preludio di quella che, molto presto, si sarebbe dimostrata la sanguinosa guerra di una vita intera, una faida che, nell’assenza di una tanto quieta riunificazione, altro non aveva potuto produrre se non straordinario dolore, incredibile tristezza, incommensurabile tragedia, non soltanto fra loro, ma in tutto il loro mondo.

giovedì 19 aprile 2018

2521


« Desmair… » scandì lentamente il nome dell’interlocutore, a tentare di mantenere tutto il proprio autocontrollo, tutta la quiete in tal maniera difficilmente conquistata.

Ciò non di meno, prima ancora che ella potesse avere occasione di iniziare a formulare una qualunque altra frase di senso compiuto, la sua mente ebbe a elaborare, attorno a loro, un nuovo cambio di contesto, un nuovo cambio di scena, volta, ora, a condurli in un ambiente per lei del tutto inedito, certamente non appartenente al suo mondo, ma, neppure, a qualunque altro mondo sino a quel momento visitato, seppur non mancando di presentare, in minima parte, alcune analogie con i più tecnologicamente progrediti fra gli stessi. Se, infatti, attorno a loro ebbe a scomparire l’oscena sala da pranzo di Desmair, quel funesto ambiente al quale troppe negative emozioni avrebbero avuto a dover essere ricollegate da parte sua, unica fra tutti i presenti ad avervi messo piede oltre al medesimo semidio; quanto allora ebbe a riplasmarsi innanzi al loro sguardo fu quanto ella avrebbe potuto descrivere, alla luce delle conoscenze da lei acquisite nel corso degli ultimi due anni, qual un centro commerciale, un ampio edificio all’interno del quale le persone avrebbero avuto piacere ad affollarsi nel desiderio, nella volontà, di acquistare ogni qualsivoglia genere di beni, di merci, in misura poi non concettualmente dissimile da uno dei tanti mercati di Kriarya, e pur, maggiormente strutturato, allo scopo di poter accogliere, servire e soddisfare il maggior numero possibile di persone nel medesimo momento. E benché quasi ogni pianeta da lei visitato avrebbe potuto vantare numerosi luoghi assimilabili a quello, di quello in particolare ella non avrebbe potuto vantare alcuna conoscenza pregressa, non riconoscendone le forme, i colori, e, in verità, neppure l’alfabeto...
… non che, in quegli ultimi due anni, ella avrebbe avuto occasione di apprendere tutte le lingue dei pianeti da lei visitati, e neppure, in verità, una delle principali lingue franche, in grazia alle quali, da ogni parte dell’universo, ogni qual genere di società avrebbe potuto dimostrarsi in grado di comprendersi reciprocamente, instaurando dialoghi più o meno costruttivi. Anche se, almeno sotto tale punto di vista, la Figlia di Marr’Mahew aveva iniziato a esprimere la volontà di apprendere qualcosa di più, al fine di non aversi a dover considerare necessariamente legata, nelle proprie possibilità di comunicazione, fosse anche e soltanto verso Tagae e Liagu, al proprio dispositivo di traduzione automatica e alla sua pur straordinaria efficacia ed efficienza.
Qualunque luogo fosse quello a loro circostante, ella avrebbe potuto considerarsi sufficientemente certa non appartenere alla propria vita. Per quanto, in una qualche logica propria dell’assurdità di quegli eventi, ella non avrebbe potuto ovviare a ritenere quell’ambiente, quel luogo, qual effettivamente appartenente all’esistenza di qualcuno fra loro.

« … Lys’sh… conosci questo posto…?! » ipotizzò, rivolgendosi alla propria ofidiana sodale, non potendo escludere che, dall’alto della propria maggiore esperienza, ella avesse effettivamente avuto pregressa occasione di confronto con quel luogo, ovunque oramai fossero stati catapultati.
« No. Per nulla. » escluse immediatamente l’altra, scuotendo appena il capo e non mancando di osservarsi attorno con aria curiosa e preoccupata, cercando di comprendere meglio ove fossero arrivati, purtroppo, a sua volta, non potendo ovviare a ritenersi estranea a tutto quello, finanche all’alfabeto lì adoperato.

A concedere risposta affermativa a tale interrogativo, immediata, fu tuttavia la voce di un altro elemento di quel variegato gruppetto. Un elemento al quale, proprio malgrado, la Campionessa di Kriarya non aveva avuto occasione di pensare in quanto, comunque, ancor troppo estranea nel confronto con la sua mente, innanzi al suo giudizio, soprattutto ove posta in paragone con così tante altre persone da lei non soltanto conosciute, ma, anche e indubbiamente, amate. Un elemento che, in maniera non meno sorpresa, stupita e, addirittura, disorientata rispetto agli altri, lì stava osservandosi attorno, non riuscendo a elaborare la sorpresa per l’accaduto e per quell’ultimo cambio di contesto, in particolare…
… un elemento di nome Maddie.

« Io sì… »

Solo quella semplice asserzione ebbe tempo di essere pronunciata dalla versione più giovane di Midda Namile Bontor prima che ella avesse a bloccarsi, ritrovandosi impossibilitata a esprimere qualunque parola, qualunque ulteriore dettaglio eventualmente chiarificatore nel merito di quanto stesse accadendo o perché.
Solo quella semplice asserzione ebbe tempo di essere pronunciata prima che Maddie si ritrovasse quasi soffocata, privata della possibilità di esprimere qualunque ulteriore verbo tanto in direzione della propria versione più anziana, quanto di chiunque altro, in una pietrificazione emotiva tanto improvvisa quanto apparentemente immotivata, nel considerare come, in fondo, ella non avesse avuto ragione di reagire tanto malamente né di fronte all’apparizione di Desmair, né a quella di Lys’sh, le cui nature non umane avrebbero potuto, eventualmente, spaventarla, o anche e soltanto sorprenderla, nel ben considerare la propria estraneità da simili contesti, da tali realtà.
E, paradossalmente, a bloccarla, a congelarla vittima delle proprie emozioni, con occhi spinti quasi fuori dalle orbite e bocca aperta, a nulla mistificare del proprio stupore, della propria sorpresa, del proprio trauma emotivo a fronte di tutto ciò, non ebbe a essere un mondo nuovo, una realtà a lei estranea, nelle quali poter essere colta in contropiede dalla comparsa inattesa di un colosso dall’aspetto demoniaco o di una giovane donna serpente. A sconvolgerla, allora, altro non ebbe a essere che quello che ella non ebbe esitazione a riconoscere qual il proprio universo, il proprio mondo e, ancor più nel dettaglio, il proprio mondo.
Un’identificazione per lei inoppugnabile, per lei inappellabile, nel confronto non tanto con quel supermercato, qual avrebbe potuto presentarlo ai propri compagni, a coloro i quali, come Be’Wahr e Seem avrebbero avuto a doversi riconoscere del tutto estranei innanzi a un tale concetto; quanto e piuttosto qualcos’altro… qualcun altro.
Qualcuno che, nella fattispecie, stava procedendo tranquillamente nelle proprie compere, nella propria visita a quel luogo di commercio, di mercato, muovendosi con mirabile agilità, e senza impiccio alcuno, in grazia a una sedia a rotelle, limite con il quale, proprio malgrado, aveva dovuto imparare a rapportarsi, a confrontarsi, sin da quando neppur decenne, invero e addirittura conquistando tale occasione, simile possibilità, in grazia alla propria straordinaria forza di volontà, oltre che a un difficile percorso di riabilitazione, che le aveva permesso di recuperare completamente il controllo su almeno metà del proprio corpo, anche laddove nessun medico, nessun chirurgo aveva accettato di correre il rischio di illuderla, di suggerirle un qualunque possibilità di miglioramento rispetto al letto sul quale si era ritrovata immobilizzata a seguito del devastante incidente nel corso del quale, ancor peggio, loro madre era morta…
… loro madre…

« … Rín…?! »

E Nóirín Mont-d'Orb, sorella gemella di Madailéin, così richiamata da una voce tanto familiare, tanto amica, non poté che muovere il proprio sguardo nella direzione dell’eterogeneo gruppetto, dal lato opposto della corsia nella quale aveva appena svoltato, osservando con curiosa attenzione i prezzi dei prodotti in offerta e comparandoli gli uni agli altri, al fine di meglio orientarsi nella propria scelta, nei propri acquisti. E finendo per incontrare, con i propri occhi color ghiaccio, quelli della propria gemella, la sorpresa, lo stupore, non poté che essere equivalente a quello da lei dimostrato, lasciando ricadere improvvisamente a terra quanto stava reggendo in mano, in un cestino appoggiato in grembo.

« … Maddie…?! »

mercoledì 18 aprile 2018

2520


« Te lo chiederò ancora una volta… un’ultima volta, prima di iniziare a farti a pezzi e a spargere i frammenti del tuo corpo per tutto l’universo, in maniera tale che, pur non potendo morire, certamente avrai qualche difficoltà a vivere. » premesse l’Ucciditrice di Dei, con tono decisamente spazientito, non volendo concedersi ulteriore possibilità di pazienza nei suoi confronti « Quindi, te ne prego, valuta molto attentamente la risposta che vorrai darmi e risparmiami le solite minacce a me, ai miei amici, o a chiunque altro, giacché buona parte di coloro che mi stanno a cuore, in questo momento, sono qui a rischiare le loro vite senza neppure consapevolezza nel merito del perché. » proseguì e incalzò, nel preventivare l’ovvia replica del semidio a quel suo perentorio invito a parlare « Che diamine sta accadendo, Desmair?! »

Prolungato fu il silenzio che ebbe ad accompagnare l’espressione sorniona del semidio a fronte di quell’interrogativo, non sforzandosi di mistificare in alcuna maniera il proprio divertimento a fronte di quell’intera situazione. Un divertimento, il suo, giustificato dallo smarrimento della propria interlocutrice e, ancor più, dalla consapevolezza di quanto ella potesse star patendo tutto ciò, dopo tanti anni trascorsi purtroppo insieme a lei più che consapevole del suo carattere, e di quanto la famosa Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, avrebbe potuto preferire, tollerare o non sopportare nella propria vita. Così fieramente legata alla volontà di essere l’unica autrice del proprio destino, l’unica padrona della propria sorte, ella non avrebbe mai potuto scendere quietamente a patti con l’idea di essere stata trascinata in qualcosa di neppur compreso nelle proprie dinamiche e regole, qualcosa destinato apparentemente a prendersi giuoco di lei, non concedendole alcuna possibilità di controllo sugli eventi, a discapito di quanto sforzo, in tal senso, ella o chiunque altro avrebbe potuto porre. A ogni nuova rimodulazione della realtà attorno a loro, a ogni nuovo cambio di contesto, Desmair era certo che la propria sposa non avrebbe potuto mancare di provare un profondo senso di frustrazione, di rabbia, nel ritrovarsi in tal maniera trascinata, proprio malgrado, dagli eventi, ancor prima di essere ella stessa a trascinare gli eventi, rivivendo, in tal senso, soltanto quel genere di momenti, nel corso della propria vita, associati a più o meno plateali fallimenti, e fallimenti con i quali, il suo animo fiero e indomito non avrebbe potuto scendere facilmente a patti.
In tutto ciò, in un simile contesto, se soltanto il loro rapporto fosse stato diverso, si fosse basato su diversi presupposti, non tanto d’amore incondizionato, sentimento che mai Desmair aveva conosciuto nella propria esistenza al di là dei propri novecentodieci matrimoni precedenti a quello, ma anche e soltanto di amicizia, di simpatia, di una qualunque complicità, probabilmente in quel momento egli avrebbe avuto interesse a placare quella crescente frustrazione in lei, risolvendo nella maniera più semplice possibile quell’inghippo, ammessa, ma non concessa, l’esistenza di una semplice soluzione a quanto stava accadendo. Avendosi a riconoscere, altresì, il loro rapporto qual una forzata collaborazione di reciproco interesse, e, obiettivamente, in quel momento non potendo avere egli interesse alcuno a interrompere quanto stava lì accadendo, e quanto gli stava estemporaneamente concedendo l’opportunità di poter tornare a vivere la propria esistenza in maniera estranea a Be’Sihl, l’ospite entro il quale si era trovato sostanzialmente costretto a cercare rifugio al momento della propria morte, per scampare alla medesima; egli non avrebbe mai potuto avere interesse a terminare, nei tempi più brevi possibili, tutto ciò. Anzi…
Per questa ragione, a dispetto della pur inattuabile minaccia della propria sposa, egli non ebbe a reagire in maniera indispettita o violenta, qual pur ella non aveva mancato di ipotizzare. Al contrario, egli si limitò a continuare a sorridere, esprimendo in quel sorriso tutta la propria indifferente superiorità a qualunque genere di ipotesi offensiva ella avrebbe mai potuto ipotizzare di formulare a suo discapito, laddove, in fondo, nulla di tutto ciò avrebbe potuto trovare una qualunque reale possibilità di attuazione, in quel particolare momento.

« A costo di sembrare pessimista, non credo che la tua minaccia lo abbia impressionato più di tanto… » commentò Maddie, sottovoce, in direzione della propria versione più anziana, nello storcere appena le labbra verso il basso a esprimere il proprio disappunto a tal riguardo « E, per inciso, ancora non mi è propriamente chiaro chi abbia a essere questo simpaticone… »
« Il suo nome è Desmair, figlio del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise. » prese voce, dopo lungo silenzio, Be’Sihl, riservandosi l’opportunità di quell’introduzione formale, fra tutti, in fondo, colui che più avrebbe avuto diritto a esprimersi a suo riguardo, nel ben considerare il particolare rapporto che li legava, un rapporto, paradossalmente, maggiore rispetto persino a quello che avrebbe potuto collegarlo persino a colei che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual sua sposa « Sciaguratamente sposatosi alla mia amata, alcuni anni fa, in tal maniera incalzato dalla stessa Anmel, suo padre, Kah, ebbe a ucciderlo, poco prima di essere a sua volta ucciso da Midda. Ciò non di meno, in grazia a un legame mentale che già, da qualche tempo, era stato stabilito con me, Desmair riuscì a ovviare ancora una volta alla morte, trasferendo la propria coscienza, il proprio spirito, all’interno del mio corpo… con tutte le conseguenze negative che, da ciò, non avrebbero potuto ovviare a derivare. »
« … ingrato… » aggrottò appena la fronte il semidio, nell’ascoltare, senza particolare compiacimento, le parole a lui dedicate da parte del proprio obbligato sodale « A oggi, credo proprio che tu non abbia a poterti lamentare di nulla per la mia presenza dentro la tua mente… anzi. Mi sono sempre comportato in maniera estremamente collaborativa nei tuoi confronti. »
« Certo… dopo che, ogni volta, ho a dover trascorrere ore intere a supplicarti per ottenere questa tua estrema collaborazione… » negò lo shar’tiagho, scuotendo appena il capo « Risparmiati queste argomentazioni per qualcun altro, Des… »
« Un attimo… un attimo solo. » richiese Maddie, levando le mani esplicitare in maniera più chiara quella sua richiesta di temporeggiamento, o, per lo meno, sperando di apparire più chiara in tal senso, sebbene il gesto da lei proposto, ponendo la punta delle dita della destra al centro del palmo della sinistra, e intersecando in tal maniera le due mani tese in una perfetta traiettoria perpendicolare non avrebbe avuto, poi, particolare significato per i propri interlocutori « Fatemi un attimo capire. » insistette, richiamando a sé l’attenzione di tutti gli astanti « Lui… » indicando Desmair « … è il figlio di Anmel Mal Toise. Ma tu… » indicando Midda « … te lo sei sposato. E tu… » indicando alfine Be’Sihl « … ne ospiti la coscienza dentro di te, ora che lui è morto, benché sia un mostro e, soprattutto, sia il marito della donna che ami?! »
« Detto così suona un po’ complicato... » osservò, di rimando, Midda « … ma in buona sostanza è corretto. »
« Sia messo agli atti che io non ho mai voluto sposare quella donna. » sottolineò Desmair, levando la destra, e l’artigliato indice della destra, a richiedere un istante di attenzione « E’ stata lei a ingannarmi, sostituendosi alla mia promessa sposa e legandosi a me a mia più completa insaputa. »
« … in effetti è un po’ complicato, la prima volta che lo racconti. » ammise Lys’sh, non potendo ovviare a sostenere la difficoltà di Maddie a tal riguardo, avendo, ella stessa, avuto a dover affrontare quel discorso soltanto un paio di anni prima, e non avendolo, realmente, compreso, o forse accettato, sino all’ultimo.
« Quanto mi manca un’aspirina… » sospirò Maddie, scuotendo il capo e coprendosi per un istante il volto con la mancina, a cercare di rimettere ordine nella questione.
« Comunque sia… la tua versione più giovane ha ragione. » puntualizzò Desmair, tornando a concedersi un amplio sorriso sornione, tanto divertito quanto invero terrificante sul suo mostruoso volto « La tua minaccia non mi ha impressionato più di tanto. » ripeté a beneficio della propria sposa, non potendo ovviare a tale provocazione nel desiderio di poterne osservare la reazione.

E se pur, in quel frangente, Midda avrebbe avuto ben piacere di saltare alla gola del proprio sposo, per potergli fracassare il cranio a suon di pugni, e di pugni gentilmente offerti in grazia al proprio destro in cromato metallo; ben comprendendo quanto nulla di diverso sarebbe stato da lui allor apprezzato, ella decise di riservarsi il tempo utile a trarre un profondo respiro, prima di riprendere, nuovamente, voce.

martedì 17 aprile 2018

2519


Dopo essere rimasto sino a quel momento in quieta disparte, non degnando di alcuna considerazione gli eventi in corso né, tantomeno, i protagonisti degli stessi, tanto da un fronte, quanto da quello opposto, il semidio immortale, ritornato padrone del proprio antico e possente corpo, volle intervenire a esprimere la propria opinione nel merito di una serena conclusione di quella scaramuccia entro del mura de “Alla Signora della Vita”. E volle intervenire a esprimere la propria opinione risollevandosi in piedi dall’angolo in cui era rimasto quietamente in attesa, solo al fine di sollevare da terra una delle tante armi lì sparse, una pesante mazza che pur, nelle sue enormi mani, apparve necessariamente minuscola, e di scagliarla, con devastante violenza, in precisa direzione di colui che, per ultimo, si era espresso e che aveva voluto riconoscere, in Midda, la propria Campionessa, non limitandosi a colpirlo con tal gesto ma, addirittura, sostanzialmente a decapitarlo, nella violenza dell’impatto fra quell’arma e quel cranio, un impatto a confronto con il quale, allora, del cranio di quell’uomo non rimase null’altro se una nauseante deflagrazione di sangue e cervella per tutta l’area circostante.
Un gesto tanto violento, quanto immotivato, quello del semidio immortale, a confronto con il quale, necessariamente, tutti tornarono a porsi in guardia, non soltanto fra le schiere di Kriarya, ma anche fra Midda e i propri compagni, non potendo ovviare a temere l’implicito che, ineluttabilmente, avrebbe avuto a dover essere letto dietro a un tale gesto, a una simile azione, a un omicidio compiuto con così tanta brutalità e così tanta indifferenza nei confronti della vita di quell’uomo e del valore della medesima…

« Thyres! » imprecarono, quasi all’unisono, e in un effetto sostanzialmente stereofonico, le voci di Midda e Maddie, rivolgendosi a quella comune divinità, per la prima venerata da tutta la propria vita, e per la seconda, in verità, semplicemente acquisita per imitazione della propria defunta maestra d’arme.
« Ma che diavolo… » protestò Lys’sh, non meno sconvolta per l’accaduto.
« Lohr… » gemette Be’Wahr, storcendo le labbra verso il basso.
« Bambini… continuate a tenere chiusi gli occhi. » ordinò, con tono straordinariamente freddo e controllato, Be’Sihl, rivolgendosi a Tagae e Liagu, nella speranza che nulla di tutto ciò potesse essere giunto a confronto con le loro giovani, e pur già sufficientemente provate, menti.
« Dei… » sussurrò Seem, con sguardo colmo d’orrore per quel gesto.
« … quante storie! » esclamò Desmair per tutta risposta, levando le braccia all’altezza delle spalle e, in tal senso, dischiudendosi metaforicamente a qualunque giudizio avverso i suoi compagni di ventura avrebbero potuto desiderare destinargli a condanna per quanto compiuto « Dovresti ringraziarmi, piuttosto, per avervi impedito di distrarvi troppo dietro l’inutilità di quanto stava accadendo! » li invitò, scuotendo il grosso e pesante capo, nell’avanzare di qualche passo verso di loro « Probabilmente siete tutti troppo stupidi per poterlo comprendere da soli, ma nella situazione in cui siamo, permettere agli eventi di avere la meglio su di noi è l’ultima cosa di cui mai potremmo avere bisogno per sopravvivere… »

Parole ancora una volta enigmatiche, quelle proprie del semidio, il quale, evidentemente, avrebbe avuto a dover vantare una confidenza con gli eventi sicuramente maggiore rispetto a quanto, sino a quel momento, non avesse avuto occasione di condividere con tutti gli altri. Parole ancora una volta di difficile comprensione, le sue, che, ciò non di meno, non apparvero del tutto fini a se stesse, giacché, nel mentre delle medesime, e della nuovamente attratta attenzione comune verso di lui, l’ambiente attorno a loro ebbe nuovamente a mutare, ancora una volta sfumare in maniera tanto rapida quanto, al contempo, coscientemente impercettibile, riportando tutti loro, dalla sala principale della locanda di Kriarya, ai monti Rou’Farth e, con essi, alla sala da pranzo propria della fortezza fra i ghiacci che, per lunghi secoli, era stata dimora e prigione del medesimo. E se pur, in quel nuovo cambio di contesto, tutti loro ebbero a potersi reciprocamente ritrovare nella medesima variegata formazione iniziale, Midda e Be’Sihl, con Tagae e Liagu, Maddie e Be’Wahr, ma, anche, Seem e Lys’sh, quanto invece ebbero a venir meno furono tutti coloro con i quali, sino a quel momento, avevano avuto occasione di ingaggiare battaglia, tutti i corpi svenuti a terra, così come coloro i quali, ancora, avrebbero avuto a doversi lì considerare coscienti e, manco a dirsi, il cadavere prodotto per effetto di quell’assurda e immotivata azione da parte del colosso dalla pelle simile a cuoio rosso e dalle enormi corna bianche ai lati del capo.
Proprio il semidio, in nulla dimostrandosi disorientato da quanto accaduto, da quel nuovo cambio di ambientazione attorno a loro, ebbe lì a proseguire nel proprio incedere, in quei passi che, un attimo prima, erano parsi rivolti verso di loro, e che pur, in quella nuova rimodulazione della realtà, lo condussero a dirigersi, piuttosto e nuovamente, al suo trono, là dove, non senza una certa, palese soddisfazione, tornò a sedersi, ad accomodarsi, ritrovando posto in quel luogo che, se pur avrebbe avuto a dover essere da lui odiato, al contempo altro non avrebbe potuto che essere riconosciuto qual la sola casa che mai gli era stata concessa opportunità di conoscere.

« Tutto questo sta iniziando a diventare noioso… » ringhiò a denti stretti Midda, osservandosi attorno e rapidamente conteggiando i presenti, ad assicurarsi di non aver perso alcuno dei suoi, benché, obiettivamente, in quanto stava accadendo, difficile sarebbe stato discriminare quanto ciò avrebbe avuto a doversi considerare positivo o negativo « State tutti bene?! »
« Sicuramente meglio di Viton. » commentò, per tutta risposta, Maddie « C’era davvero bisogno di ucciderlo…?! La battaglia era finita! » soggiunse, rivolgendosi direttamente in direzione del mostro dalla pelle rossa ed esplicitando il riferimento così compiuto al disgraziato appena ucciso da Desmair, dimostrando, in tal senso, una maggiore confidenza con Kriarya e con gli avventori della locanda, non soltanto rispetto a quanto la sua versione più anziana non si sarebbe potuta attendere da lei ma, anche, rispetto a quanto ella non avrebbe mai potuto vantare di possedere, non essendosi mai concessa di permanere in quella capitale tempo sufficiente a concedersi occasione utile di conoscere chicchessia.
« Bisogno… non so. » minimizzò Desmair, stringendosi appena fra le spalle, a minimizzare, in effetti, la necessità di quella morte, banalizzandone, di conseguenza, il significato « Ma è stato divertente… e, di certo, utile a ricondurre la vostra attenzione a me, permettendoci di fare ritorno in questo luogo. »

A margine di quell’ultima affermazione di Desmair, la Figlia di Marr’Mahew non poté ovviare a riservarsi un appunto mentale nel merito della confidenza dimostrata dalla propria versione più giovane con l’identità propria del defunto Viton, aggiungendo tale dettaglio a molti altri interrogativi rimasti, sino ad allora, in sospeso nel merito di quella particolare figura, fra i quali, senza dubbio, il non particolarmente velato rapporto di complicità esistente fra lei e Be’Wahr. E se pur, francamente, ella avrebbe avuto indubbio desiderio di saperne di più nel merito non soltanto dell’origine di Maddie ma, anche e ancor più, della sua permanenza nel proprio mondo, una permanenza che, evidentemente, non avrebbe avuto a doversi considerare poi una novità dell’ultimo minuto per nessuno al di fuori di lei; quanto appena compiuto e, ancor più, dichiarato da parte del proprio mai amato sposo non avrebbe potuto ovviare a pretendere tutta la sua attenzione, ponendo qualunque altra questione in secondo piano.
Assicuratasi, pertanto, che, a parte Maddie, anche tutti gli altri fossero in salute, con particolare riguardo per i propri figli, loro malgrado ritrovatisi coinvolti in quella nuova disavventura, troppo poco tempo dopo il termine della precedente; Midda non poté mancare di riportare tutta la propria attenzione, tutto il proprio interesse nei riguardi di Desmair, desiderando, in qualunque modo, arrivare a comprendere cosa diamine potesse star loro accadendo e in quale dannata maniera potessero star viaggiando, in maniera tanto subitanea, attraverso lo spazio e, forse, persino il tempo, o comunque le dimensioni, a giustificare, allora, non soltanto la presenza di quel semidio fra loro, ma, anche e ancor più, la presenza di quella fortezza attorno a loro, fortezza che, non avrebbe avuto a doverlo scordare, era andata distrutta ormai diversi anni prima…

lunedì 16 aprile 2018

2518


Con altrettanta fermezza emotiva, anche la Campionessa di Kriarya, pur impegnata in quella lotta, in quella battaglia, non poté mancare di dedicare una parte della propria mente a riflettere su quelle parole e, in particolare, sull’ultimo termine dall’altra adoperato, per definire l’orrore in tal maniera scatenato da Anmel nella propria realtà, nel proprio mondo, nel merito del dettaglio del quale, pur, ancora non le era stata offerta neppur una fugace impressione. Uno sforzo mnemonico, quello così compiuto, volto a tentare di rielaborare quel concetto e, in ciò, ricollegarlo in qualche modo a qualcosa di già udito, fosse anche soltanto a titolo di chiacchiera, di notizia senza una qualche reale, effettiva, ragion d’essere.
Ma ella, in quegli ultimi due anni nello spazio siderale, non aveva mai avuto occasione di sentir parlare di un  qualche morbo cnidariano, né, più in generale, di alcuna civiltà cnidariana… o qualunque avesse a doversi considerare il loro effettivo nome.

« … mai sentito. » negò alfine, scuotendo appena il capo nel mentre in cui ebbe a respingere l’ennesima e infruttuosa offensiva a proprio supposto discapito « Lys’sh?! » cercò l’interesse della propria amica, della propria sorella d’arme, nella speranza che, almeno ella, potesse aver già avuto possibilità di confrontarsi con un tale termine.
« Conosco il sistema di Cnidari… » confermo l’ofidiana, la quale, pur impegnata a breve distanza da loro in altro confronto, in altro combattimento, in grazia al proprio sensibilissimo udito, non avrebbe potuto ignorare l’occorrenza di quel dialogo, di quello scambio di battute fra le due Midda, nel quale pur non era stata prima direttamente coinvolta « … ciò non di meno non so di alcun morbo. Né, tantomeno, di un morbo mutageno. »
« Beh… il fatto che almeno tu abbia capito a cosa la nostra amica si stia riferendo, mi consola. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, in tal senso ovviando a qualunque gratuita ironia e, semplicemente, esprimendosi con assoluta sincerità a tal riguardo, avendo evidentemente necessità, in qualche modo, di trovare occasione per confermare o smentire la storia propostale dalla propria versione più giovane, una storia decisamente non semplice da accettare, da accogliere qual vera, e pur, in fondo, neppure poi così folle, così assurda, a confronto con quanto vissuto e affrontato nel corso della propria esistenza « Forse, dopotutto, sei chi dici di essere, Madailéin Mont-d'Orb. » concesse alla medesima, aggrottando appena la fronte « Benché ciò, se non ho frainteso la situazione, abbia a significare l’attuale presenza di addirittura due Anmel in questo universo… » sospirò, non potendo trascurare le implicazioni della faccenda, implicazioni per tutti loro necessariamente negative « Verità a confronto con la quale, probabilmente la follia che stiamo vivendo in questo momento potrebbe avere anche una sua qualche motivazione razionale… »

Per quanto, infatti, quel loro continuo rimbalzare fra diversi luoghi, diversi mondi a distanze impossibili e, ciò non di meno, attraverso trasferimenti praticamente istantanei, avrebbe avuto a doversi considerare estraneo a qualunque possibilità di raziocinio, apparendo, per l’appunto, prossimo a una follia, nel confronto con l’idea della presenza contemporanea, in quell’universo, di ben due regine Anmel Mal Toise, la follia avrebbe avuto a doversi considerare un concetto indubbiamente sorpassato, ragione per la quale ogni cosa avrebbe potuto essere in qualunque momento, e niente, peggio ancora, avrebbe potuto valere… e avrebbe potuto valere in loro contrasto.
In verità, quella avrebbe avuto a dover essere considerata la prima volta in cui, a prescindere dalla propria pregressa conoscenza del multiverso, Midda Namile Bontor ebbe a prendere in esame l’idea dell’esistenza, accanto a più versioni di se stessa, anche di più versioni della propria nemesi e, in ciò, di più conflitti che, parallelamente l’uno all’altro, avrebbero avuto a dover essere considerati, in tal maniera, condotti su diversi piani di realtà. Conflitti che, sfortunatamente, in molti scenari avrebbero avuto anche a dover prevedere la sua sconfitta, la sua uccisione per mano della propria antagonista, permettendo il dischiudersi, in tal senso, in tal maniera, di molti, spiacevoli scenari per tali mondi, per tali realtà. Addirittura, nel seguire un simile flusso di pensiero, un tale ragionamento, molteplici avrebbero avuto a dover essere anche considerate le eventuali Anmel in viaggio attraverso il multiverso, giacché laddove una aveva intrapreso un simile percorso, anche altre avrebbero potuto condividere tale scelta e, parimenti, molteplici avrebbero avuto a poter essere considerate le Midda, o le Maddie, in viaggio da un universo all’altro, in una crescente entropia a confronto con la quale persino la follia propria di quella situazione avrebbe avuto a dover essere considerata una noiosa banalità.
Noiosa banalità qual quella che, evidentemente, doveva in quel momento star contraddistinguendo la percezione degli eventi in corso da parte di Desmair, il quale, dimostrandosi fondamentalmente indifferente al conflitto in corso, si stava limitando a restarsene seduto in disparte, a osservare l’evolversi della situazione, senza neppur esserne fugacemente coinvolto. A dispetto, infatti, dell’avversione che i cittadini di Kriarya stavano dimostrando in contrasto alle due Midda e a tutti i loro compagni così schierati, il semidio immortale stava risultando praticamente ignorato da chiunque, in una scelta, in verità, tutt’altro che fine a se stessa: ben lontani, infatti, dal doversi considerare degli sciocchi, gli abitanti della città del peccato non avrebbero avuto alcuna ragione per ingaggiare un qualsivoglia genere di lotta con un mostro del genere nel momento in cui, quantomeno, egli non sembrava parimenti interessato a offrir loro battaglia, ragione per la quale, quindi, prioritario sarebbe stato l’eventuale confronto con tutti gli altri, mantenendo della possibilità, quella lotta, come ultima alternativa possibile, a seguito dell’eventuale sconfitta di tutto il gruppo così schierato.
Eventuale sconfitta, comunque, ben lontana dall’aversi a giudicare possibile, giacché, pur inibiti nelle proprie possibilità offensive dall’ordine loro imposto da Be’Sihl, Midda, Maddie e i loro compagni, di qualunque mondo essi fossero, ebbero a dimostrarsi una squadra indubbiamente appassionata nel proprio incedere, straordinariamente efficace ed efficiente nel proprio combattere, in termini tali per cui non ebbe a dover trascorrere molto tempo prima che la presenza di possibili antagonisti, all’interno della locanda, avesse a scemare, vedendo restare cosciente, e abile al combattimento, solo uno sparuto gruppetto di avventori, i quali, a confronto con il fato di tutti i loro compagni, non poterono ovviare a riconsiderare la propria posizione e, in ciò, il proprio giudizio a discapito di quella presunta straniera dai cortissimi capelli color del fuoco…

« … allora?! » li incalzò l’Ucciditrice di Dei, nel mentre in cui ebbe a gettare banalmente a terra l’ultimo scagliatosi in sua opposizione, ritrovatosi, tuttavia, violentemente frenato, nei propri intenti più violenti, dalla fermezza del suo destro in lucente metallo cromato « Desiderate anche voi fare la stessa fine di tutti gli altri, oppure vi siete convinti dell’evidenza dei fatti…? »
E se pur, a seguito di quella tanto violenta quanto inutile battaglia, tardivo sarebbe stato qualunque riconoscimento in suo favore, nel merito della sua identità, soltanto un’evidenza, soltanto una realtà avrebbe potuto essere lì asserita da tutti i presenti rimasti ancora in grado di intendere e di volere, e, soprattutto, di esprimersi nel merito di quanto, in conseguenza degli eventi accaduti, ineluttabile sarebbe stato ammettere: « … sei lei… sei veramente la Campionessa! »
« Alla buon’ora! » esclamò la medesima, levando le mani e lo sguardo verso il cielo, a voler, in tal maniera, rendere grazie agli dei tutti per quel minimo di assennatezza così concessa ai suoi interlocutori « Temevo di dover attendere un nuovo assedio alle mura della città, prima di poter essere riconosciuta per colei che sono! » dichiarò, rievocando gli eventi nel corso dei quali, effettivamente, le era stato concesso tale titolo, eventi che avevano visto le colossali mura dodecagonali di Kriarya poste sotto attacco da parte di oscene creature fuoriuscite letteralmente da un incubo.

E se pur, in tutto ciò, un sospiro di sollievo avrebbe potuto accompagnare la conclusione di tale scontro, il possibile clima di serenità e di pace che, alfine, lì avrebbe potuto imporsi, nel ritorno di Midda in quel di Kriarya, il destino, evidentemente, volle dimostrare di avere un piano differente.
Il destino… o, piuttosto, Desmair.

domenica 15 aprile 2018

2517


« Sì… ma, se ti può essere di qualche consolazione, è la prima volta che mi capita di raggiungere una Midda effettivamente degna della mia maestra d’armi. » sembrò volersi complimentare con lei, forse a cercare di minimizzare l’eventuale percezione negativa nel merito dell’alto numero di altre loro versioni alternative precedentemente incontrate « L’Anmel che sto inseguendo, in genere, ha dimostrato preferire quelle dimensioni in cui vi siano delle nostre corrispettive indubbiamente più vicine a come ero io rispetto che a come sei tu, nella speranza, in ciò, di avere facile possibilità di vittoria a loro discapito. Ed è proprio per salvare tutte loro che ho deciso di prendere il posto della mia maestra, saltando da un piano di realtà al successivo nella speranza, presto o tardi, di poter avere la meglio su quella maledetta strega… »
« In verità non mi è particolarmente di consolazione sapere che esistono molte versioni di me… di noi… meno in gamba rispetto ad altre. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, in effetti non potendosi immaginare neppur soddisfatta a confronto con uno scenario opposto, e uno scenario volto a presentare un numero potenzialmente infinito di altre Midda tutte suo pari, tali da rendere tutto il suo impegno, tutto lo sforzo da lei compiuto nel corso della propria esistenza, quasi una banalità, un’ovvietà, una mera constatazione di fatto strettamente derivante dal suo stesso nome « E della tua maestra che ne è stato…? Immagino che, se tu hai dovuto prendere il suo posto, non sia finita bene per lei. »

Un altro duplice tentativo di offensiva a proprio discapito impedì a Maddie di offrire un’immediata risposta a quell’interrogativo, impegnata, in ciò, a lasciarsi ricadere sino a terra prima di andare a spazzare, con un movimento preciso di entrambe le braccia, e di entrambi quei bastoni naturale proseguimento delle stesse, le gambe di uno dei propri candidati assassini, nel mentre in cui non diversa sorte imponeva, con i propri talloni, a quelle del secondo fra loro, al primo in posizione opposta, proiettando, in ciò, improvvisamente il loro baricentro in avanti rispetto al nuovo asse imposto ai loro corpi e, di conseguenza, destinandoli a ricadere violentemente a terra nell’istante stesso in cui, con apprezzabile naturalezza, ella stessa riconquistò l’iniziale posizione eretta, a concludere quel nuovo, fallimentare tentativo a proprio discapito con un duplice colpo, simultaneo, di entrambi i bastoni l’uno alla base della nuca del primo e l’altro alla base della nuca del secondo avversario, non soltanto sancendo, in tal maniera, la propria vittoria ma, anche e più importante, privandoli dolorosamente di ogni contatto con la realtà, in termini tali per cui, probabilmente, sino all’alba successiva non avrebbero avuto occasione di attentare, nuovamente, alla sua esistenza.
Un’azione complessa, e pur pressoché subitanea, che ebbe a concludersi un battito di ciglia dopo il proprio inizio, tempo comunque sufficiente, sul fronte proprio di Midda, per sistemare in maniera non meno definitiva ben quattro antagonisti in contemporanea, quattro nerboruti aggressori diretti a suo ipotetico arresto armati di spada, pugnale, mazza e, semplicemente, di un coltello da pane, e che pur neppure ebbero possibilità di giungere a lei, nel ritrovarsi arrestati, e violentemente respinti, addirittura da un intero tavolo, da lei senza alcuna difficoltà sollevato in grazia la proprio destro, e alla straordinaria forza a esso assicurata dai servomotori alimentati all’idrargirio, e catapultato, quasi fosse nulla di più di un semplice piatto, a travolgere il drappello così schieratosi a sua supposta sconfitta e morte.

« Ehy… così non vale! » protestò Maddie, quasi indispettita dalla banalità, dall’ovvietà con la quale la donna guerriero era stata in grado di sconfiggere, con molto meno impegno rispetto a lei, e nello stesso lasso di tempo, il doppio dei suoi avversari.
« … non so di cosa tu stia parlando. » sorrise Midda, con aria ora sinceramente sorniona e divertita, non potendo fare a meno di apprezzare, in fondo, anche tutta quella follia, tutta quell’insensatezza, nel momento in cui nulla di meno le stava concedendo se non il suo passatempo preferito proprio di quei sempre fugaci periodi di permanenza entro quelle mura, in quella locanda, con buona pace del suo paziente, e innamorato, locandiere che, proprio malgrado, avrebbe sicuramente preferito ella evitasse un tale genere di svago.
« Comunque sì. » confermò la prima, riprendendo la domanda rimasta in sospeso « La Anmel per inseguire la quale la mia maestra era giunta sino a me, purtroppo, aveva condotto seco, da una realtà non diversa da quella nella quale anche tu ora stai vivendo, nell’infinità dello spazio siderale, una terrificante piaga, un osceno morbo mutageno che, purtroppo, ha finito per infettare anche la mia mentore, trasformandola in un terrificante mostro. » spiegò, continuando a combattere e, ciò non di meno, non potendo ovviare a rendere evidente un senso di rammarico, di colpa nella propria voce, nelle proprie parole, che ebbe, poi, immediatamente a esplicitare nelle proprie ragioni « E benché ella, cosciente della sorte alla quale si sarebbe trovata in tal maniera condannata, mi avesse domandato di ucciderla, per risparmiarle quell’orrida mutazione e per ovviare al rischio di vederla aggredire me stessa e le persone a me più care, la mia famiglia; purtroppo io non sono stata in grado di accontentarla, di esaudire quell’ultima volontà di una condannata a morte, non trovando la forza di ribellarmi contro colei alla quale, pur, tanto avrei dovuto, non soltanto nell’avermi insegnato a sopravvivere, ma, ancor più, a vivere e a vivere pienamente come prima di allora, per trent’anni, non avevo mai realmente compiuto. »
« … e poi cosa è accaduto?! » insistette la Figlia di Marr’Mahew, ora senza più evidenza di divertimento a fronte di tutto ciò, quanto e piuttosto di seria attenzione, soprattutto a fronte del riferimento a un’altra realtà non distante rispetto a quella nella quale, insieme a Be’Sihl, ai due bambini, a Lys’sh e a tutto l’equipaggio della Kasta Hamina avrebbe avuto a doversi considerare solita vivere… una realtà che mai avrebbe avuto piacere a dover vedere piagata dalla minaccia di un osceno morbo mutageno, qualunque cosa ciò avrebbe potuto mai voler realmente significare.
« Non è stato facile, non è stato banale, non è stato piacevole… ma, quasi ammazzandomi, sono riuscita a distruggere il mostro che, un tempo, era stata la prima Midda Bontor da me incontrata, precipitandola dal quarto piano di un palazzo davanti sul binario di un tranvai, lì condannandola a essere fatta a pezzi sotto le ruote metalliche del medesimo, allor sopraggiunto con straordinaria tempestività.  » concluse l’altra, con tono sempre più grave, nel ricordare eventi ormai appartenenti a quattro anni prima e, ciò non di meno, ancor vivi nella propria memoria, perché, in fondo, all’origine di tutto ciò che successivamente era accaduto, a incominciare dal suo ereditato rapporto con la fenice e al collegato e antagonistico retaggio in opposizione ad Anmel Mal Toise… o, per lo meno, a quella Anmel Mal Toise in particolare, avendo scoperto, dopo il proprio arrivo in quella nuova dimensione, in quella nuova realtà nella quale, ormai, da più di un anno aveva preso dimora, quanto anche della medesima non avrebbe avuto a dover essere fraintesa un’assoluta unicità, così come inizialmente aveva creduto essere.
« Farò finta di aver realmente capito di cosa tu stia parlando… benché, in verità, non ne abbia la più pallida idea. » sospirò la sua versione autoctona, proprio malgrado incapace a comprendere il significato di diversi significanti da lei appena impiegati, in particolare nel riferimento a quel non meglio definito tranvai, intuito come un qualche mezzo di locomozione, forse non dissimile dai treni e dalle metropolitane da lei scoperti nel proprio viaggio fra diversi mondi e, ciò non di meno, probabilmente diverso, nel diverso termine così impiegato « E a proposito di non capire nulla… qual genere di morbo ha contagiato questa tua Midda Bontor, conducendola a una morte tanto atroce? Credo potrebbe essermi utile saperlo… » suppose, non potendo mancare di esprimere una certa curiosità a tal riguardo, non per pura e semplice morbosità, quanto e piuttosto perché, forse, la conoscenza con quella particolare informazione avrebbe potuto permetterle di evitare un’eguale fine rispetto a quanto già vissuto da un’altra di loro.
« Era il morbo cnidariano… » sancì con assoluta convinzione Maddie, senza concedersi neppur un fugace momento di riflessione utile a permetterle di ricordare simile dettaglio, ipoteticamente secondario e, in questo, altrettanto dimenticabile « … non potrò mai dimenticarmi quel nome, non dopo quanto l’orrore che ha condotto anche nel mio mondo! » insistette, apparendo assolutamente ferma sotto tale fronte, non avendo la più effimera esitazione emotiva a tal riguardo.

sabato 14 aprile 2018

2516


Se combattere una battaglia, e combatterla in netto svantaggio numerico, non avrebbe mai potuto essere considerato qualcosa di semplice, di ovvio, di banale; scegliere di combatterla non soltanto in netto svantaggio numerico, ma anche, e soprattutto, con l’imperativo di non mietere vittime nella fazione avversa, avrebbe avuto a dover essere considerato qualcosa di fuori da ogni illusione di ordinarietà, in misura tale per cui, in un contesto qual quello nel quale Midda, Maddie e tutti i loro compagni, vennero a trovarsi impegnati, non improprio sarebbe stato valutare tutto ciò qual prossimo a quel medesimo senso di epico che già, da anni, da decenni, accompagnava qualunque avventura della prima e che, probabilmente, se mai un giorno qualcuno avesse mai saputo quanto compiuto anche dall’altra, non avrebbe mancato di contraddistinguere anche la narrazione delle gesta della sua non meno complicata esistenza.
Per quanto, tuttavia, Midda e Maddie avrebbero avuto a doversi considerare ben più di due facce della stessa medaglia, nel presentarsi, invero, qual la medesima faccia della stessa medaglia, seppur in età differenti, e con differenti esperienze di vita alle proprie spalle, nel provenire da mondi così dissimili, così estranei l’uno dall’altro da rendere improponibile qualunque paragone; non soltanto improprio, ma, persino, ingiusto sarebbe stato tentare di porre sul medesimo piano la naturale confidenza con l’idea stessa di battaglia propria della prima, di colei che della guerra aveva reso la propria professione, la propria stessa vita, e il pur concreto impegno in tal senso da parte della seconda, di colei che, per la maggior parte della propria vita, mai si era neppur concessa l’occasione di immaginarsi impegnata in un qualunque genere di scontro, e che soltanto nel corso di quell’ultimo lustro della medesima aveva avuto a dover velocemente recuperare terreno, a dover rapidamente sopperire alle proprie mancanze, non per qualche diletto personale, quanto e piuttosto, semplicemente, per sopravvivere a quanto, in maniera improvvisa e inaspettata, le era stata proposta qual propria nuova, e pericolosa, quotidianità. Così, benché posta accanto a Midda, Maddie non avrebbe potuto che miseramente sfigurare, non potendo in alcuna maniera sperare di competere con colei che aveva iniziato a combattere le proprie prime battaglie quand’ancora neppure fanciulla, con colei che aveva avuto occasione di  combattere in buona parte delle guerre del proprio angolo di mondo, sviluppando con tutto ciò una confidenza, una naturalezza priva d’ogni possibilità d’eguale; posta accanto a Maddie, Midda non poté ovviare a cogliere quanto, nei gesti pur ancor estremamente ponderati, più riflessivi che istintivi della propria ipotetica versione più giovane, altro non avrebbe avuto a dover essere notato che un certo parallelismo fra loro, fra le loro scelte, fra le loro azioni e reazioni, quasi come se, in effetti, a formare quella donna altro non fosse stata che lei stessa, a addestrarla altro mentore non si fosse impegnato che lei, per quanto assurdo, tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere considerato. Non che, in effetti, in quella folle notte le assurdità non stessero mancando…

« Sai usare discretamente bene quei bastoni, Maddie. O qualunque sia il tuo nome… » le volle riconoscere, nel momento in cui, ritrovatesi, nella bolgia della lotta una accanto all’altra, ebbe a poter verificare direttamente la straordinaria confidenza con la quale l’altra si stava ponendo in quella pur disgraziata situazione, a confronto con qualunque genere di arma e di avversario, a sua volta equipaggiata soltanto di quella coppia di manganelli telescopici.
« Madailéin Mont-d'Orb… ma Maddie va più che bene! » tornò a presentarsi l’altra, cercando di minimizzare il senso di diffidenza proprio della seconda parte di quell’ultima frase rivoltale, nel dimostrare ancora una volta il più sincero impegno a cercare un confronto costruttivo con lei, benché, sino a quel momento, la Figlia di Marr’Mahew non avesse perso occasione per dimostrarsi quantomeno critica a suo riguardo « E, per tua informazione, sono stata addestrata al combattimento dalla migliore guerriera che sia mai esistita… » soggiunse, sorridendo appena, benché l’impegno di quella battaglia, e la concentrazione allor richiestale, non le avrebbero potuto permettere di apparire così serenamente distratta come, probabilmente, avrebbe avuto piacere di riuscire a risultare in simile momento, in tale occasione di dialogo con lei.
« … Carsa Anloch? » ipotizzò allora l’Ucciditrice di Dei, non per falsa modestia, ma, semplicemente, perché consapevole di non averla addestrata alle stessa e, in ciò, per logica esclusione, non potendo ovviare a suggerire il nome di quell’antica alleata, e talvolta avversaria, appartenente al proprio passato.
« Parlo di te, sciocca. » si concesse occasione di ridacchiare la rossa più giovane, nel mentre in cui, con un’agile torsione del busto, ovviò agli effetti più letali di una coppia di pugnali lanciati a proprio discapito, interrompendone, ciò non di meno, l’altrimenti pericolosa traiettoria con un gesto perfettamente misurato delle proprie stesse armi, nel reindirizzare, in tal modo, a terra, le due lame ipoteticamente scagliate al solo scopo di privarla della vita « Ovviamente non eri tu… ma un’altra Midda Bontor. Proveniente da un mondo estremamente simile a questo, per quanto ha avuto occasione di raccontarmi, seppur con qualche effimera differenza nella propria storia personale. »
« Quindi non sarei la prima Midda che incontri…?! » esitò la sua interlocutrice, in tutto ciò non sapendo bene neppur come reagire, in quali termini proporsi, più che consapevole di non essere certamente l’unica Midda del multiverso e, ciò non di meno, non potendo ovviare a sentirsi defraudata di una parte della propria identità a tale pensiero e, soprattutto, all’idea di non rappresentare neppur un’esperienza inedita per la propria controparte.
« Tecnicamente sei la settima. » replicò Maddie, respingendo con un violento calcio un uomo di tre volte il suo peso all’indietro, spedendolo a travolgere altre persone dirette in carica contro di lei, per poter, su quel fronte, avere occasione di temporeggiare e, in tal contempo, potersi dedicare a nuovi attacchi per lei provenienti su un diverso versante « La prima, colei che è venuta nel mio mondo per salvarmi da Anmel Mal Toise, è stata anche la mia maestra d’armi, per un lungo, e non facile, anno insieme. Credo avesse pressoché la tua età attuale, benché, a differenza tua, non avesse iniziato a vagare fra le stelle inseguendo la sua antagonista, quanto e piuttosto attraverso le diverse realtà del multiverso. »

In quel frangente armata solo del proprio braccio meccanico, e non desiderosa di rendere proprie altre risorse, per minimizzare l’eventualità di uccidere, involontariamente, qualcuno, Midda Bontor avrebbe avuto a doversi tuttavia e anche considerare semplicemente vestita in grazia di una semplice vestaglia, indumento che non avrebbe avuto a doversi considerare propriamente idoneo a un contesto bellico. E per quanto, dal proprio stretto punto di vista, tutto quello avrebbe avuto a doversi mantenere entro i semplici limiti di una rissa come tante altre in passato vissute in quella stessa sala; pari proposito, eguale intento non avrebbe avuto a doversi anche riconoscere nei propri avversari, nelle proprie controparti, altresì più che desiderosi di arrivare a piantarle una lama dritta nel petto, a imporre la parola fine sulla vita di colei semplicemente considerata qual un vero e proprio insulto alla reale Campionessa di Kriarya, un fatuo tentativo di imitazione che, in quella battaglia, sarebbe stato alfine smascherato nella propria effettiva, e insincera, natura.
In ciò, proprio malgrado, la sua inizialmente elegante vestaglia, pocanzi apprezzata anche da parte della stessa Maddie, stava subendo un rapido processo degenerativo, in conseguenza al quale dell’intera manica destra già non avrebbe avuto a doversi riconoscere più alcuna traccia, mentre in corrispondenza ad altre, varie parti del suo corpo numerosi tagli, diversi squarci non avrebbero potuto ovviare a riconoscersi, a emergere, qual riprova di aggressioni che, potenzialmente, avrebbero potuto anche tradursi in aggressioni letali a suo discapito e che, ciò non di meno, ella era riuscita a minimizzare nelle proprie conclusioni più negative, nei propri risultati più tragici.
Giusto nel contempo di quella chiacchierata con Maddie, la sua vestaglia ebbe occasione di guadagnarsi un nuovo strappo in corrispondenza alla sua coscia sinistra, sfiorata, ma non colpita, dalla deviazione da lei stessa imposta all’affondo di una daga ipoteticamente indirizzata al suo ventre, ancor più che, semplicemente, a una sua gamba.

« … la settima?! » ripeté, non negandosi una certa sorpresa, quasi un senso di indignazione, benché, a conti fatti, volendo ipotizzare di accogliere per vera la versione di Maddie, quella donna avrebbe avuto a doversi considerare, da parte sua, addirittura l’ottava Midda da lei incrociata nel corso della propria esistenza.

venerdì 13 aprile 2018

2515


Non così assurda, non così improponibile, sarebbe stata l’eventualità nella quale quella donna avesse a doversi considerare semplicemente un inganno, se non persino il frutto di una qualche stregoneria… benché, forse, proprio quest’ultima ipotesi, pur lì a gran voce avanzata, avrebbe avuto a doversi giudicare probabilmente eccessiva, nel non poter mancare di valutare quanto malriuscito avrebbe avuto a doversi ritenere l’eventuale incantesimo occorso per creare simile duplicato. Un duplicato, addirittura, fisicamente diverso dalla Midda Bontor da tutti conosciuta, nel presentare cortissimi capelli color rosso fuoco in luogo alla propria disordinata capigliatura corvina, e nel mostrare un braccio di chiaro metallo cromato in sostituzione al proprio leggendario arto nero dai rossi riflessi.
Ma, in un clima di paura e sospetto, in una situazione di sangue pompato in maniera straordinariamente accelerata nelle arterie con un’abbondante aggiunta di adrenalina, il tutto condito da una non trascurabile abbondanza di alcool, difficile sarebbe stata qualunque particolare discriminazione sulle pur evidenti differenze fra la Midda Bontor di due anni prima e quella loro lì innanzi presentata. Motivo per il quale, in tutto ciò, l’unica idea strategicamente azzeccata sarebbe necessariamente stata quella che, lì, ebbe a proporre la voce della stessa donna guerriero, pur non provenendo dalla sua gola, quanto da quella della sua versione più giovane... Maddie.

« Bella gente… credo che sia meglio cambiare aria! »

Che Midda, Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, Campionessa di Kriarya, anche sola, fosse in grado di tener testa all’intera popolazione di avventori presente all’interno di quel locale, o che, insieme a Lys’sh, a Be’Wahr e a Seem, fosse in grado di compiere tutto ciò con il minimo sforzo, certamente avrebbe avuto a doversi considerare probabilmente un’ovvietà.
Un’ovvietà per chiunque con lei avesse potuto vantare un passato, così come, per l’appunto, Lys’sh, o, meglio ancora, Be’Wahr o Seem, o anche Be’Sihl o i loro due bambini: una storia condivisa costituita da avventure generalmente estranee a ogni umano limite e a ogni comune speranza di sopravvivenza non soltanto per comuni malcapitati, ma anche per coloro i quali, avventurieri esperti, soldati veterani, avrebbero potuto vantare una serena confidenza con le situazioni più avverse, con i nemici più potenti. Un’ovvietà a confronto con la quale, tuttavia, non avrebbe potuto parimenti esprimersi anche la stessa Maddie, non per mancanza di fiducia in quella straordinaria figura, in quella leggenda vivente, quanto e piuttosto per umile sfiducia in se stessa, nelle proprie capacità, capacità che, ciò non di meno, le avevano permesso di sopravvivere con adeguata efficienza agli ultimi cinque anni della propria stessa esistenza, e a quegli ultimi cinque anni trascorsi a vivere pericolosamente, rischiando la vita nell’abbracciare il retaggio per lei proprio nello scoprirsi una Midda.
Così, se sincero avrebbe avuto a dover essere considerato quel suo consiglio, privo di malizia, privo di velati intenti di critica a discapito di chicchessia, tantomeno di Midda o di qualunque altro fra i propri alleati in quel frangente di sfida; parimenti ingenuo non avrebbe potuto ovviare ad apparire nel confronto con l’attenzione di tutti coloro i quali, in quel momento, avrebbe avuto a dover essere considerato rivolto: e non i numerosi, e variamente armati, avventori del locale, quanto e piuttosto i propri supposti compagni di ventura, coloro i quali, tuttavia, in quel momento, in quel frangente, non esitarono, entro i limiti delle proprie possibilità, ad armarsi e a prepararsi all’apparentemente ineluttabile scontro.

« Vi conviene ascoltare il suo consiglio… » commento il biondo Be’Wahr, accanto a lei, rivolgendosi, tuttavia, proprio in direzione della clientela della locanda e, in tal senso, completamente travisando il senso di quell’affermazione, di quell’invito, oltre, ovviamente, ai destinatari del medesimo, quella “bella gente” che, per Maddie, non avrebbe avuto certamente a doversi considerare nell’indistinta folla innanzi a loro.
« Midda… » richiamò Be’Sihl, sottovoce e, ciò non di meno, con tono sufficientemente perentorio, non soggiungendo alcun dettaglio, alcun particolare, ben consapevole di non aver altro da specificare nell’essersi già adeguatamente espresso nei riguardi della propria amata, di colei che, certamente, non avrebbe potuto far finta di ignorare il senso e il fine ultimo di quell’implicito invito.
« … ho capito. » sospirò la donna guerriero in tal maniera appellata, per poi soggiungere, a tono più alto, affinché tutti i suoi alleati potessero ascoltarla senza possibilità alcuna di fraintendimento « Avete sentito le regole del padrone di casa: le risse sono tollerate, le uccisioni no. » ricordò, ben conoscendo quel particolare limite e, obiettivamente, mai avendolo superato se non quando proprio malgrado ritrovatasi costretta dalle dinamiche proprie degli eventi « Cerchiamo di stenderli… o di cacciarli fuori di qui. Ma senza fare vittime… » sancì, per poi decidere di rivolgersi a un interlocutore in particolare, l’unico che, sino a quel momento, malgrado ritrovatosi proprio malgrado al centro dell’attenzione collettiva, rimasto sufficientemente indifferente all’evoluzione degli eventi « … e sto parlando anche con te, Desmair! Questi disgraziati non hanno colpa per la propria ignoranza. »
« Ditemi che non vogliamo veramente affrontare questa folla… » pregò Maddie, rivolgendosi, in verità, soltanto a Be’Wahr, ancora accanto a lei, malgrado la scelta di declinare la frase al plurale avrebbe potuto sottintendere un suo desiderio di dialogo con l’intero gruppo, forse e disperatamente nell’illusione di poter, in qualche maniera, ovviare a quell’eventualità.
« … oh, sì! » sorrise, per tutta replica, il biondo mercenario, non potendo ovviare a sentirsi straordinariamente rinvigorito dal ritorno della propria antica sodale e, con lei, di quel nostalgico bagaglio di tradizioni, e di tradizioni come quelle risse da taverna, quelle battaglie improbabili innanzi alle quali, ciò non di meno, mai si sarebbe tratto indietro.
« Ma io sono l’unica Midda sana di mente in tutto il multiverso…?! » sospirò la rossa versione alternativa dell’altrettanto rossa protagonista della scena in quel particolare frangente, non potendo ovviare a sollevare quel dubbio, e quel dubbio nel merito di tutte le proprie altre se stessa, dalle quali, moralmente, avrebbe allor desiderato prendere le distanze, per quanto, prudentemente, rapidi furono i gesti con i quali fece ricomparire fra le proprie mani quella coppia di manganelli telescopici, in grazia ai quali concedersi, quantomeno, una qualche vaga speranza di difesa.

Volendo riconoscere, a margine di quanto ormai appariva ineluttabile avvenisse, una certa ragionevolezza anche alle base delle scelte della Midda autoctona, e autoctona non soltanto in riferimento a quella particolare dimensione, ma, ancor più, a quello specifico mondo e a quella particolare città, facile sarebbe stato evidenziare quanto, nella situazione in cui tutti loro si erano venuti a trovare, e in compagnia di due figure difficilmente mistificabili quali quelle di Lys’sh e, ancor più, di Desmair, il loro pur eterogeneo gruppetto, in tal maniera già spiacevolmente inquadrato dalla folla, non avrebbe potuto avere molto margine di manovra, molte possibilità di fuga innanzi non soltanto agli avventori lì presenti all’interno della locanda, ma anche, e più in generale, all’intera popolazione della città del peccato, di tutta Kriarya stessa, giacché, non appena avessero posto piede all’eterno de “Alla Signora della Vita” certamente quanto lì dentro avvenuto si sarebbe puntualmente e fastidiosamente riproposto. Così, per quanto sicuramente più violento, per quanto probabilmente più rischioso, forse quell’approccio avrebbe potuto aver possibilità di rivelarsi il solo potenzialmente utile a permettere alla Campionessa di riaffermare la propria identità all’interno della capitale e, con essa, anche la propria autorità, in termini che sarebbero stati così utili ad arginare, sul nascere, nuovi, possibili scontri.
Ma savio, o meno, che quello scontro avrebbe avuto a doversi considerare, la sua occorrenza non sarebbe potuta essere ormai posta in dubbio. Ragione per la quale, con buona pace per Maddie e per i suoi propositi volti a una più quieta ritirata strategica, il teso clima all’interno di quella sala ebbe alfine e necessariamente a esplodere, e a esplodere in una vera e propria battaglia.

giovedì 12 aprile 2018

2514


« Fermatevi immediatamente, maledetti figli d’un cane! » tuonò la voce della donna guerriero, imponendosi al di sopra di tutti loro in quel perentorio invito, in quel non fraintendibile ordine « E che gli dei vi abbiano a fulminare tutti se soltanto leverete nuovamente un solo dito a discapito di questa donna! » insistette e proseguì, parafrasando, e pur radicalmente sovvertendo, il senso della frase con la quale, un istante prima, era stata richiamata l’attenzione di tutti a discapito della propria amica.

Ovviamente quella non sarebbe stata la città del peccato se fosse stato sufficiente un singolo ordine, per quanto deciso, così fortemente scandito, a mutare l’indirizzo comune, ad arrestare l’enfasi di quell’aggressione, imponendo la calma sui presenti. E, ben conscia di ciò, la donna guerriero non ebbe possibilità di abbassare la guardia, di ignorare l’evidente pericolo ancor corso dalla propria amata amica, ragione per la quale fu, anzi, lì in grado di ergersi a sua protezione in contrasto ad altri tre attacchi, due di pugnale e uno, addirittura, di una brocca ancor colma di vino, prima di ottenere un minimo di attenzione da parte del pubblico, coadiuvata, in tal senso, dalla voce di Be’Sihl, che ebbe a imporsi accanto alla sua…

« Basta così! » definì lo shar’tiagho, nel desiderio di riprendere il controllo sulla propria locanda, quella sua creatura che, ormai, già da troppi anni aveva affidato ad altre capaci mani l’operato delle quali mai avrebbe desiderato porre in discussione, e che pur, in quel particolare momento, evidentemente aveva comunque bisogno della voce del padrone, del polso fermo che solo il suo reale proprietario avrebbe saputo imporre al di sopra di quel frangente potenzialmente esplosivo « Conoscete tutti le regole della casa: le risse sono tollerate, le uccisioni no. E, soprattutto, chi rompe paga. » sancì, decidendo di imporsi, in quel mentre, nella maniera più consueta possibile, del tutto indifferente tanto al fatto di essere stato lontano da lì per anni, quanto alla non trascurabile evidenza della propria nudità, che pur, in un contesto qual quello proprio di Kriarya, non avrebbe suscitato potenzialmente alcuno scandalo, a dispetto di quanto chiunque estraneo a quel mondo, a quella città, avrebbe potuto fraintendere « Quindi, mio caro Ethluc, non pensare di poter uscire da quella porta, questa sera, senza avermi ripagato la brocca, oltre al vino così andato sprecato… »

Ancor più della sua pur inconfondibile immagine, diversamente da quella della Figlia di Marr’Mahew praticamente rimasta immutata malgrado il passare delle stagioni e, soprattutto, al di là della nuova realtà nella quale avevano trasferito la propria vita quotidiana; e ancor più delle sue parole, pur accuratamente scelte all’unico e non banale scopo di permettere a tutti di riconoscerlo, e di riconoscerlo come l’autore delle citate regole della casa, il solo che avrebbe potuto scandirle con la fermezza propria del legislatore; quanto allora ebbe ad attrarre l’interesse, la curiosità comune nei suoi riguardi, fu l’attenzione che egli, non a caso, volle porre nel merito dello sventurato destino della brocca impiegata come arma improvvisata e, ancor più, la precisa identificazione, con tanto di nome proprio, dell’autore di quel gesto, un avventore come tanti altri nella locanda, privo di una particolare fama, di una qualche nomea, di una reale ragione di distinzione, e pur, per il locandiere, ben distinguibile e ben distinto, al pari di qualunque altro fra coloro lì presenti.
E proprio colui in tal maniera identificato qual Ethluc ebbe a interrompere il silenzio e l’immobilità che, in conseguenza a quelle ultime parole, si erano imposti nella sala, spostandosi appena lateralmente, per poter meglio osservare colui che gli aveva rivolto quelle parole, e prendendo voce in sua replica, con tono palesemente sorpreso…

« Be’Sihl…? Sei veramente tu…?! » domandò, in termini obiettivamente retorici, per quanto, dopo tanto tempo lontano da quella città, non gratuita, non fine a se stessa avrebbe avuto a doversi considerare quella ricerca di una qualsivoglia conferma « Credevamo tutti fossi morto! »
« Ehy! » protestò Seem, nel riprendere voce nella scena, facendo tardivamente ritorno nella sala conducendo seco un ampio vassoio con sopra una mezza dozzina di coppe di birra, secondo l’ordinazione pocanzi ricevuta « Io ho sempre detto che non era morto! Siete voi che non mi avete creduto… »
« Ma se quello è Be’Sihl… » osservò un’altra voce, ora femminile, provenendo da un diverso lato della sala « … la rossa accanto a lui è forse la Campionessa?! »
« Non è possibile… » obiettò una terza voce, nuovamente maschile, ergendosi ancora da un altro fronte dello spazio loro antistante « … la Campionessa di Kriarya ha da sempre combattuto contro i mostri, non li ha mai difesi né, tantomeno, eletti a propri amici. »
« E’ un inganno… » proposero da altri lati.
« … è stregoneria! » conclusero nuovi interventi.

Fugace era stata l’illusione di una quieta soluzione alla crescente inquietudine all’interno della locanda. E, in cuor loro, né Midda, né Be’Sihl poterono considerare torto alcuno a discapito di quel comportamento, di quella mancanza di fiducia, di quell’avversione nel confronto con l’immagine propria di Desmair o, purtroppo e anche, di Lys’sh da parte degli avventori della locanda, così come, potenzialmente, di chiunque altro in quel mondo. Che, anzi, Be’Wahr o Seem si fossero dimostrati sufficientemente comprensivi nei loro riguardi, avrebbe avuto a dover essere giudicata una straordinaria eccezione, e un’eccezione sol conseguenza del rapporto fra loro preesistente, tale, addirittura, da superare l’altrimenti innata, e non condannabile, avversione verso simili creature non umane.
Nel loro mondo, in quel mondo, dopotutto, nessuna specie senziente non umana avrebbe avuto a dover essere conosciuta, o quantomeno pubblicamente conosciuta, e tutte le creature le quali, come del resto Desmair, avrebbero avuto a dover essere identificate estranee all’umanità, in linea di principio non avrebbero avuto a poter essere considerate né animate da pacifiche intenzioni, né, tantomeno, prive della possibilità di arrecare danno, e di arrecare danno in termini estremamente violenti e dolorosi. Così, laddove pur molte creature di natura rettile avrebbero potuto, a titolo esemplificativo, essere riconosciute qual presenti in quel mondo, a partire da draghi e draghi d’acqua, proseguendo per cerberi e scultoni, senza, in ciò, tralasciare le già citate gorgoni, così come gli uomini serpente del lontano regno di Shar’Tiagh e dei regni desertici centrali, e molto altro ancora, tali esseri, simili mostri non avrebbero mai avuto a dover essere considerati degli individui, delle persone, forse per una semplice, e antica, incomprensione fra specie diversi, o forse perché, effettivamente, nulla di più che semplici mostri qual lì considerati. In ciò, a partire da una simile condizione pregressa, non soltanto difficile, ma addirittura impossibile sarebbe stato convincere una folla, e una folla parzialmente ebbra, a non considerare Lys’sh o Desmair al pari di semplici mostri, laddove, obiettivamente, tali avrebbero ineluttabilmente avuto ad apparire agli occhi di tutti.
La lunga assenza di Be’Sihl, o di Midda accanto a lui, pur ancor ricordata qual la Campionessa di Kriarya, poi, non avrebbero potuto semplificare la questione, al contrario ulteriormente complicandola nel suggerire, nell’insinuare, quel dubbio pur legittimo, pur non così assurdo o privo di fondamento, che essi non avessero a doversi considerare qual effettivamente se stessi. E, dopotutto, i pregressi non avrebbero avuto a poter deporre obiettivamente a favore della Figlia di Marr’Mahew e della sua unicità, laddove questa, molti anni addietro, ancor prima di essere eletta a loro protettrice, era stata più volte spiacevolmente discreditata, nella propria stessa identità, a opera della sua gemella Nissa la quale, approfittando di qualunque sua assenza, non aveva mancato di spacciarsi in quel di Kriarya, e in Kofreya tutta, per lei, agendo tuttavia in termini tali da tentare di renderla oggetto di odio comune. Sforzi, quelli propri della sua gemella, che, invero in più di un’occasione, non avevano mancato di riservarsi un certo successo a tal fine, ragione per la quale, per esempio, la stessa Nass’Hya ne aveva purtroppo pagato pegno a prezzo della propria stessa esistenza entro le medesime mura di Kriarya, uccisa per mano di colei che aveva creduto essere la sua amica; così come, sempre a titolo esemplificativo, per altre circostanze mai realmente chiarite, mai realmente approfondite, ella avrebbe avuto ancora a dover essere considerata qual ricercata, viva o morta, ma preferibilmente morta, in quel di Kerrya, la capitale del regno di Kofreya, nonché sede della famiglia reale.

mercoledì 11 aprile 2018

2513


« Locandiere… un altro giro di birra per me e i miei compagni! » esclamò una voce già sufficientemente impastata, tal da non necessitare, in verità, di ulteriori quantitativi d’alcool per potersi considerare giunta al termine della propria serata.

Una voce, quella in tal maniera levata, che se fino a qualche anno prima avrebbe veduto necessariamente Be’Sihl, o chi per lui, dover rispondere a impegnarsi nel servizio, in quel particolare momento, in quella sera, ebbe a essere rivolta, piuttosto, allo stesso Seem, il quale, per quanto ancora necessariamente confuso, non mancò di reagire a quell’invito appendendo la mannaia alla cintola e subito dirigendosi al bancone, allo scopo di servire, in tal maniera, la clientela de “Alla Signora della Vita”.
Dalla partenza di Be’Sihl e Midda verso le stelle, infatti, l’ex-scudiero e, già ancor prima, la sua amata Arasha, si erano fatti carico della gestione della locanda in luogo ai reali proprietari, permettendo a quell’edificio, in quella non semplice città, di sopravvivere a se stesso e di sopravvivere, soprattutto e straordinariamente, estraneo a qualunque mira da parte dei molteplici signori locali. Laddove l’intera Kriarya avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente frazionata fra i diversi lord, titolo impropriamente attribuito a coloro i quali non avrebbero potuto vantare nobiltà di nascita, ma soltanto forza e intelletto sufficienti a imporre la propria autorità entro quelle mura dodecagonali; da sempre Be’Sihl Ahvn-Qa era stato in grado di tutelare l’indipendenza della propria locanda, della propria attività, da ognuno di essi, complice, sicuramente, una stanza da sempre riservata, fra le tante, alla giovane guerriera mercenaria al servizio di lord Brote, la quale, nella propria crescente fama, aveva decretato quell’edificio, quel locale, quale unico territorio autonomo all’interno dell’intera capitale: una condizione, quella così propria della locanda, che si era mantenuta tale anche a seguito della loro partenza, della loro apparente scomparsa, nel ritrovarsi a essere mantenuta secondo le loro regole, secondo la tradizione imposta dallo stesso shar’tiagho, anche dalla nuova coppia di gestori e, soprattutto, nell’essere riconosciuta nella propria autonomia, nella propria indipendenza, da tutti i signori della città del peccato, dal momento in cui nessuno fra gli stessi avrebbe potuto facilmente dimenticare il debito contratto nei confronti della loro Campionessa.
E se Seem, a confronto con quel nuovo cambio di contesto, ebbe a essere così immediatamente distratto, e ricondotto alla propria quotidianità dal richiamo della clientela, tutti gli altri membri di quell’eterogenea compagnia non poterono fare altro che ritrovarsi a essere più o meno disorientati da ciò, non riuscendo ancora a comprenderne le dinamiche, a capire quanto, effettivamente, stesse accadendo. Ma se, la loro comparsa all’interno di quell’affollato contesto, stranamente non aveva avuto a suscitare particolare scalpore, quasi essi fossero entrati in scena in maniera del tutto consueta, del tutto normale, quanto ebbe allora a richiamare l’attenzione della variegata clientela del locale non poté mancare di essere la presenza, fra le loro schiere, di due creature non umane, laddove obiettivamente difficile, in quel frangente, sarebbe stato riuscire a mistificare un gigante di sette piedi dalla pelle simile e lucente cuoio rosso e una giovane ofidiana, che, entro i confini propri di quel mondo, in null’altra maniera avrebbe potuto essere considerata se non al pari di un mostro orrendo…

« Che gli dei mi fulminino… una gorgone! » azzardò uno fra i primi a maturare consapevolezza della presenza di Lys’sh al centro del locale, fraintendendola per una creatura mitologica ed, evidentemente, non prestando la benché mina attenzione al suo particolare abbigliamento intimo, il quale, altrimenti, avrebbe potuto far emergere qualche dubbio nel merito di una simile identificazione.
« E là dietro… guardate! Un demone! » suggerì un altro, facendo ovvio riferimento alla presenza di Desmair, ritrovatosi scomodamente seduto, or privo del proprio trono, in un angolo della sala.
« Mostri! Mostri in Kriarya! Ancora una volta! » esclamarono altre voci, sovrapponendosi in maniera più o meno disordinata, in un crescente clima d’allarme.

Ma laddove, in quel di Kofreya e di tutti i regni confinanti e non soltanto, Kriarya si era guadagnata il titolo di città del peccato, in grazia a una popolazione composta quasi esclusivamente da mercenari e assassini, ladri e prostitute, difficilmente un allarme sarebbe rimasto esclusivamente tale, e difficilmente il panico avrebbe avuto ragione di diffondersi senza una concreta, e sanguinaria motivazione, motivo per il quale, allorché assistere a un qualche genere di isteria di massa e conseguente fuga della folla dalla locanda, quanto si ebbe ad assistere fu l’improvvisa comparsa, in mano a pressoché chiunque fra gli astanti, ogni qual genere di arma bianca, nella rapidamente maturata decisione di porre quanto prima fine alla presenza di quei mostri fra loro e, soprattutto, nella volontà comune di legare, per primi, il proprio nome alla sconfitta di un simile genere di creature, con la conseguente fama che da ciò non avrebbe mancato di derivare. E quasi prima che la stessa Lys’sh potesse rendersi conto della situazione, e del pericolo in tal maniera da lei corso, nel starsi ancor ingenuamente domandando dove fosse la gorgone a cui, quelle voci, si erano impegnate a offrire riferimento; un’accetta aveva già iniziato a compiere il proprio volo rotatorio diretta alla sua schiena, decisa a non concederle la benché minima occasione utile per aggredirli, per trasformarli tutti in statue di pietra, tale avrebbe avuto a dover essere giudicato il pericolo per loro lì presente nell’averla, in tal maniera, erroneamente indicata, spiacevolmente considerata.
Sola discriminante, in tale frangente, fra una tanto inaspettata quanto sgradevole morte, e la possibilità di proseguire, ancora, la propria esistenza terrena, sopravvivendo a tutto quello soltanto per potersi concedere la possibilità di combattere un altro giorno, ebbe a essere la stessa Figlia di Marr’Mahew. Ella, ben conoscendo i propri concittadini e, soprattutto, ben capendo le dinamiche proprie della loro mentalità, evidentemente altro non avrebbe potuto attendersi se non quell’aggressione, se non quell’offensiva, probabilmente conscia di come, al loro posto, nei loro panni, anche lei stessa non avrebbe agito diversamente. Ciò non di meno, l’oggetto di tale avversione, l’obiettivo di quel tentativo di rapida condanna, non avrebbe avuto a dover essere considerato un mostro mitologico, o una qualche terrificante creatura priva d’ogni interesse se non delle loro morti. Così, che i cittadini di Kriarya potessero esserne concordi o meno, ella non sarebbe rimasta certamente in disparte nel mentre in cui la sua amica, la sua compagna d’arme, colei che, in quegli ultimi due anni, era divenuta per lei simile a una sorella minore, si sarebbe ritrovata a essere al centro della furia omicida di tutti gli avventori della locanda.
Senza neppur levare un sol grido d’avvertimento, senza perdere tempo alcuno nel cercare di razionalizzare la situazione, l’Ucciditrice di Dei preferì, allora come in passato, lasciar parlare le proprie azioni per se stessa, proiettandosi rapidamente in avanti, a coprire la fortunatamente breve distanza lì esistente fra lei e Lys’sh, per schierare, a protezione della medesima, il proprio braccio destro, in lucido metallo cromato, solido scudo, ferma barriera, oltre la quale, né quella scure, né qualunque altra arma avrebbe potuto essere lì impiegata a sua, potenziale condanna. Con una fugace esplosione di scintille, quindi, il pesante e grezzo metallo di quell’arma ebbe a essere respinto dal pur solido metallo di quel braccio meccanico, venendo rimbalzato all’indietro e andando a ricadere pesantemente sul pavimento, ai piedi di un altro gruppo di avventori della locanda che già si stavano preparando alla propria azione, alla propria ipotesi di attacco a suo discapito. E se pur, sino a quel momento, la presenza sua o di Be’Sihl erano probabilmente passate in secondo piano innanzi all’attenzione comune, non avendo essi avuto ragione di suscitare tanto interesse quanto altresì Lys’sh e Desmair, quel suo intervento, quella sua intromissione in quel gesto che avrebbe avuto a dover essere considerato il segnale d’inizio della battaglia contro quei mostri, non poté che attrarre, repentinamente, sin troppo interesse a suo riguardo, al suo indirizzo, nel mentre in cui, dietro a confusi sguardi, tutti loro non avrebbero potuto ovviare a porsi una sola e semplice domanda: chi accidenti era quella donna…?!

martedì 10 aprile 2018

2512


Non privo di ragione avrebbe avuto a doversi considerare il breve intervento di Be’Sihl, per quanto, in effetti, difficile sarebbe stato per la donna guerriero poter esprimere una qualche certezza nel merito della sorte di quella sala, e di quella fortezza fra i ghiacci.
Benché, infatti, Midda avesse veduto la sala e la fortezza presenti nel loro mondo, nella loro realtà, venir distrutte dal terrificante attacco di Kah, che tutto aveva travolto; difficile sarebbe stato per lei potersi esprimere nel merito del destino dell’altra sala, dell’altra fortezza, deallocate al di fuori del loro piano dimensionale, non potendo ignorare quanto, altresì, nulla di tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato unico. Laddove il semidio e tutta la sua corte di spettri, la maggior parte dei quali sue ex-moglie, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual, da sempre, imprigionati al di fuori non soltanto del loro mondo, ma della loro stessa realtà; malgrado quanto accaduto, malgrado tutta la distruzione imposta da Kah, quindi, tutto quello avrebbe potuto aversi a dover riconoscere qual ancor assolutamente integro, completamente intatto. Ma al di là di tali sofismi, il senso proprio di quell’osservazione, dell’intervento proprio dello shar’tiagho, non avrebbe avuto a dover essere considerato retorico, non avrebbe avuto a dover essere giudicato fine a se stesso, nel porre, altresì, il giusto accento su quanto, allora, tutti loro avrebbero avuto a doversi preoccupare di comprendere quanto prima la situazione, al fine di ovviare a eventuali danni conseguenti all’ignoranza di quanto, lì, stava assurdamente accadendo, vedendo riunire in un luogo forse e persino inesistente, gente proveniente da diversi luoghi nello spazio e, persino, al di fuori dello spazio, nel non poter purtroppo dimenticare l’ingombrante presenza di Desmair fra loro.
E proprio il semidio, in tal frangente, non avrebbe potuto essere trascurato qual la persona apparentemente più informata nel merito dei fatti. Motivo per il quale, per quanto, probabilmente, ella avrebbe potuto preferire rischiare la vita per conto proprio piuttosto che dover chiedere aiuto al proprio poco amorevole sposo; nel ritrovarsi, in tutto ciò, a veder posta in giuoco non soltanto la propria esistenza, quanto e piuttosto, e ancor più, quella dei propri amici e quella dei propri bambini, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a dover rinunciare, per un istante, all’amor proprio che le avrebbe impedito di prendere in esame quella prospettiva, per tornare a voltarsi, prima psicologicamente, poi anche fisicamente, alla volta del colosso dalla pelle simile a cuoio rosso e dalle sproporzionate corna bianche…

« Be’Sihl ha ragione. » confermò, senza rivolgersi ad alcuno in particolare quanto, e piuttosto, all’intera assemblea presente, con tono tornato serio dopo il breve momento di faceto confronto con Lys’sh, una fugace parentesi che, comunque, aveva assolto la propria utilità, nel concederle, quantomeno, di distrarsi da quel crescendo di emozioni negative entro le quali avrebbe altresì potuto rischiare di smarrirsi « E, in ciò, mi dispiace ammetterlo, ma credo proprio che potremmo aver bisogno del tuo aiuto, Desmair, per comprendere qualcosa di più su quanto sta accadendo, laddove, a ora, sembri essere il solo ad avere un minimo di confidenza con questi assurdi eventi… »

A confronto con quelle parole, sebbene sicuramente ognuno fra i presenti avrebbe potuto aver interesse a esprimere una propria opinione, o a chiedere un qualche ulteriore ragguaglio, fosse anche e soltanto l’occasione di una reciproca introduzione, divisi qual si trovavano a essere in due diversi gruppi, due diverse realtà ipoteticamente non sovrapponibili e pur, in quel mentre, estremamente sovrapposte; tutti loro preferirono posticipare ogni domanda, ogni interrogativo, riconoscendo, in tal senso, indubbia fiducia a favore dell’unico, reale, minimo comune denominatore fra tutti loro, quella donna alla quale, in un modo o nell’altro, tutti erano legati e che, in ciò, avrebbe avuto a doversi considerare innegabilmente coinvolta anche in quegli eventi: una responsabilità, diretta o indiretta, la sua, che per quanto, da un punto di vista esterno, avrebbe avuto a dover essere interpretata qual una ragione in sua avversione, in contrasto a lei e alle sue parole, dal punto di vista di coloro i quali, altresì, la conoscevano, non avrebbe potuto portare altro che a un quieto atto di fede nei suoi riguardi, consapevoli di quanto ella non avrebbe avuto requie sino a quando non sarebbero potuto tutti tornare a casa, al proprio mondo e alle proprie vite. E anche Maddie, la quale fra tutti avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuta qual l’unica non realmente contraddistinta da una storia passata con lei, non ebbe nulla da recriminare a tal riguardo, nell’aversi a dover comunque considerare adeguatamente motivata, in tal senso, da altre vicende passate, da altre questioni di natura squisitamente personale che, forse, prima della fine di quella strana avventura, avrebbe avuto anche occasione di condividere con la propria corrispettiva autoctona di quella dimensione.
Il solo che, tuttavia, in ciò, non parve interessato a volerle concedere quanto da lei richiesto, quanto da lei desiderato, altro non ebbe a essere che proprio l’unico la voce del quale avrebbe avuto a doversi ritenere lì attesa nel proprio intervento, nella propria presa di posizione; in tal senso animato, senza particolarmente trascendentali ragioni, dalla volontà di irritare un po’ la propria principale interlocutrice, a ricompensarla per l’ingrato comportamento da lei riservatogli in quegli ultimi due anni…

« E’ grottesco considerare, moglie mia, quanto, ogni qual volta abbia a necessitare del mio aiuto, tu ti attenda che io sia sempre pronto a dimostrarmi collaborativo, benché, altresì, quando io non ho a dover essere riconosciuto utile dal tuo esclusivo punto di vista, tu sia sempre la prima a volermi mettere da parte, al punto tale da arrivare a intrappolarmi, attraverso quell’assurdo collare, all’interno della mente del tuo amante. » argomentò, indicando il congegno tecnologico presente attorno al collo di Be’Sihl e, abitualmente, responsabile per l’isolamento fra la coscienza dell’uomo e quella del semidio « E davvero, ancora una volta, tu ti aspetti che io giunga a te scodinzolando come un cagnolino soltanto desideroso di una carezza…? Anche il cane più buono, a furia di ricevere bastonate, finirà prima o poi con il rivoltarsi… » asserì, scuotendo lentamente il proprio grosso capo « Per il momento io me ne cavo volentieri fuori, limitandomi ad assistere passivamente agli eventi così come, abitualmente, sei proprio tu a costringermi a compiere! »
« D’accordo… ora ho capito anche chi è lui… » commentò sottovoce Lys’sh, fra sé e sé, avendo effettivamente ricollegato quella creatura al nome pronunciato dalla propria amica e, ancor più, le accuse da lui rivolte a di lei discapito « Non che non ci sarei potuta arrivare ma… un conto è sentirne parlare, un conto e vederlo con i propri occhi. » si rimproverò e si giustificò, invero avendo avuto persino passata occasione di interazione verbale con quell’individuo, in un momento in cui egli aveva preso il controllo del corpo di Be’Sihl, e, ciò non di meno, non essendo stata in grado di associare immediatamente quella demoniaca presenza al soggetto in questione.

Prima che, comunque, all’Ucciditrice di Dei, o a chiunque altro fra i presenti, fosse concessa occasione di reazione a quel rifiuto a collaborare da parte del semidio, il panorama attorno a loro ebbe a mutare nuovamente secondo le stesse dinamiche precedenti, sostituendo, in un rapido battito di ciglia, l’inquietante sala della fortezza fra i ghiacci, con ancora qualcosa di nuovo, con qualcosa di diverso e inedito rispetto ai corridoi precedentemente contesto delle loro azioni e delle loro interazioni, e qualcosa, nella fattispecie, particolarmente più affollato di quanto, sino a quel momento, non fosse stata ogni loro cornice.
Perché a dispetto del corridoio centrale del primo ponte superiore della Kasta Hamina, con gli otto alloggi del personale e il nono riservato al capitano e alla sua famiglia, e a differenza di uno dei corridoi de “Alla Signora della Vita” o di quell’ultima sala sì ampia e macabra, ma non, in ciò, popolata da altre presenze al di fuori di tutti loro; il nuovo allestimento scenico che venne loro riservato si impose, in verità, decisamente più vivace in termini di comparse, precipitandoli, in maniera priva di qualunque razionalità, al centro del vasto salone principale della medesima locanda di Kriarya di proprietà di Be’Sihl e di Midda, ponendoli improvvisamente circondati, in ciò, da tutta la consueta folla di avventori lì presenti, intenti a consumare i propri pasti e bere abbondanti quantitativi di vino, almeno fino a quando l’ebbrezza non fosse stata tale da impedire loro di continuare, o da costringerli a scatenare qualche violenta rissa…