Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 023 - Passato e presente. Mostra tutti i post
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martedì 21 dicembre 2010
1075
Avventura
023 - Passato e presente
« Ed ella proseguì, e terminò, dicendo: "Ancora per molti e molti anni, almeno spero, affronterò la morte a viso aperto, combattendo in nome di Brote e di chiunque altro vorrà riconoscere il mio valore, ragione per la quale potrà sempre fare affidamento su di me sino a quando lo desidererà. E quando mi fermerò, sarà solo perché non vi saranno ulteriori sfide degne di nota innanzi al mio cammino… o perché, al contrario, uno dei miei avversari avrà, alfine, avuto la meglio su di me." » definì la voce dello signore di Kriarya citato in quella stessa asserzione, in quella che, senza alcuna ulteriore enfatizzazione, apparve allora essere la naturale conclusione della lunga narrazione lì riservata alla moglie e al figlioletto, per quanto, in effetti, quest'ultimo, ormai e fortunatamente, si era addormentato da lungo tempo, nella quiete sul suo animo imposta dalla quieta voce paterna, carezzevole melodia per le sue infantili orecchie, ancora incapaci a distinguere i significati della parole pronunciate, e pur capaci di apprezzare la compagnia dei loro significanti.
Un forse necessario silenzio accolse, in immediata conseguenza del termine di quelle ultime parole della mercenaria, così riferite dal suo mecenate, il traguardo finale raggiunto dall'uomo, il quale dopo tanto parlare, non poté che necessitare di una pur effimera occasione di riposo, non tanto per sé, quanto piuttosto per la propria stessa voce, sinceramente provata da uno sforzo sì prolungato al quale, ben lontano dal qualsivoglia professione di bardo o cantore, non avrebbe potuto allora definirsi abituato, confidente. Una breve laconicità, quella nella quale egli si volle allora racchiudere, nel mentre della quale l'uomo non separò il proprio sguardo da quello dell'amata, nella volontà di comprenderne le emozioni, di coglierne i sentimenti e, in ciò, di misurare quanto simile, forse sin troppo lungo, aneddoto sulla vita della donna guerriero e sull'origine del suo stesso rapporto con lei, fosse riuscito a concedere alla propria principale spettatrice occasione di rivalutare la situazione per così come considerata sino a quel momento, analizzandola con sguardo diverso dal solito e comprendendo, per quanto probabilmente assurdo potesse essere dal suo punto di vista, che per alcuna ragione al mondo la stessa Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto macchiarsi di un tanto orrido tradimento a loro discapito senza neppur menar vanto di movente alcuno in tal senso.
Purtroppo, forse per la scelta da lui compiuta in favore di quella particolare storia, forse perché ella sostanzialmente incapace ad accettare una qualsivoglia giustificazione atta a liberare colei un tempo sua amica e confidente della colpa allora impostale, la signora della torre, splendida sposa di Brote, non reagì nei termini in cui egli aveva sperato avrebbe reagito, si sarebbe proposta, limitandosi a scuotere il capo con aria addirittura compassionevole nei riguardi del proprio compagno, impietosita, probabilmente, dall'impegno da lui riposto in uno sforzo purtroppo del tutto vano…
« Amor mio… mio diletto, meraviglioso marito… nonché unica, naturale ragione della mia esistenza. » premesse, ritrovando voce e, in ciò, impegnandosi a mantenere i propri toni, così a lui dedicati, quali più distesi possibili, lontani dalla tensione che, precedentemente, li aveva contraddistinti, intuendo l'avvicinarsi di una nuova alba e non desiderando sprecare il tempo loro rimasto con nuove occasioni di stolidi litigi, discussioni, peggio che peggio, incentrate attorno al nome di colei colpevole del loro triste fato, della loro attuale separazione « Io… io posso apprezzare sinceramente il tuo impegno a voler rendere onore e omaggio a chi, per quindici anni, hai accolto nella tua dimora con tanta disponibilità, con sincera fiducia, riconoscendole valore, come ella stessa dichiarò, quand'ancora nessuno fu sufficientemente abile da farlo. » sottolineò, sorridendo verso di lui e levando, in ciò, la propria mano a cercare la forma del suo volto, per riservargli una carezza colma d'amore « Ma… in grazia di quale dio o dea, questa vicenda, così come da te riportata, potrebbe mai farmi accettare che colei che io vidi aggredirti e ucciderti non sia proprio Midda Bontor? Di quale particolare verità, tutto questo, dovrebbe rendermi partecipe? »
« Mia signora… perché non cogli quanto pur evidente, nella fedeltà di cui ella mi volle rendere, all'epoca, destinatario e che, per tanti anni, mi ha sempre rinnovato? » domandò egli, crollando in ginocchio di fronte a lei, quasi a volerla in tal modo supplicare, nell'intercedere in ciò per la stessa donna guerriero « Persino Ma'Vret, che alcuna considerazione mi avrebbe mai dovuto riservare, al termine del lungo viaggio che li vide fare ritorno a Kriarya, si presentò al mio cospetto per rendermi partecipe di questa storia, invocando da me la possibilità di mantenerlo al mio servizio, anche gratuitamente, per il tempo a lui necessario al fine di coronare il proprio sogno d'amore accanto a lei, ritenendo come solo attraverso di me avrebbe potuto riservarsi una qualche speranza di arrivare sino a lei. » spiegò, trascurando, in quel momento, il rifiuto che comunque egli, egoisticamente, riservò all'epoca al colosso nero, non desiderando rischiare di poter perdere per una ragione tanto sciocca una risorsa sì importante, sì preziosa, qual già si stava rivelando essere colei che gli aveva offerto dono del sangue della chimera, prima fra numerose reliquie, fra incredibili trofei, che negli anni a seguire ella condusse, puntualmente, alla sua presenza.
« Brote… » negò Nass'Hya, osservandolo con immutata misericordia, nel confronto di quanto non avrebbe potuto evitare di giudicare quale ottusità maschile « Mio caro… possibile che davvero tu non colga la malizia propria di tutto ciò, in contrasto, ancor prima che in favore, di colei che tanto stai insistendo a proteggere? » gli richiese, con un lieve sospiro, muovendo ora le proprie mani a immergersi nei capelli di lei, così offertigli innanzi al ventre « Quella donna è arrivata a rinunciare alla gioia dell'amore, alla felicità che, probabilmente, le sarebbe potuta essere propria fra le braccia di Ebano, non per fedeltà verso di te… quanto, piuttosto, per una propria insana bramosia di sfida e, ancor più, per mantenersi libera da ogni legame, da ogni vincolo, in conseguenza del quale la sua tanto celebrata autodeterminazione, almeno dal suo malato punto di vista, sarebbe stata posta in pericolo. » reinterpretò, in poche, semplici, e pur assolutamente razionali, condivisibili parole tutta la vicenda a lei esposta « Di quale lealtà ti illudi di poter essere destinatario da parte di una simile folle? Soprattutto laddove, ella stessa in primo luogo, non ti ha voluto mai riconoscere una qualche posizione di esclusività qual suo mecenate… »
Impossibile, per il pur mai rassegnato, mai arrendevole signore di Kriarya, sarebbe allora stato cercare di contrastare la posizione dell'amata in conseguenza a una simile conclusione, nuovamente, come già in ogni occasione precedente, al termine di ogni altro suo tentativo passato del tutto identico a quello appena compiuto, volta a negare qualsiasi possibilità di assoluzione per la mercenaria da lui prediletta e da lei, ormai, odiata, al punto tale da incarnare, in sé, tutto il male che mai sarebbe potuto essere imposto nella sua vita, sulla sua famiglia, simile a una maledizione divina, di qualche empio nome dimenticato nei secoli, ancor prima che a una semplice donna, a una comune mortale, là dove difficilmente una semplice donna, una comune mortale, avrebbe potuto sospingersi a tanto in loro contrasto, nel distruggere le loro vite.
Un'altra notte, pertanto, avrebbe dovuto considerarsi persa in simile sforzo senza, per lui, alcuna occasione di successo, alcuna possibilità di vittoria, in un traguardo desiderato qual proprio non tanto, così come Nass'Hya avrebbe potuto ritenere, allo scopo di concedere grazia alla stessa Midda Bontor, indubbiamente abile a difendere le proprie ragioni, le proprie posizioni, da sola, nel giorno in cui avesse mai fatto ritorno entro i confini della città del peccato, quanto, piuttosto, nella speranza, sempre più vana a ogni nuovo fallimento, di permettere alla sua stessa amata sposa, meravigliosa compagna, una qualche occasione di requie, di riposo, dal momento in cui, purtroppo, nel ricordo, nell'immagine della Figlia di Marr'Mahew così impressa nella sua mente, ella non si sarebbe mai concessa alcuna pace, alcuna serenità, sino a quando questa non fosse stata presentata cadavere innanzi al proprio impietoso sguardo, qual non sufficiente, e pur legittima, vendetta per il torto allora subito. Eventualità dell'occorrenza della quale, lo stesso Brote, non avrebbe potuto evitare di definirsi quantomeno scettico… e che, purtroppo e peggio, se solo egli avesse avuto ragione, non avrebbe mai potuto condurre all'ottenimento di giustizia di sorta anche dove alfine conquistata, ottenuta, decretando in ciò soltanto la fine di un'innocente e, con essa, forse anche la sola occasione loro riservata per poter, realmente, ottenere soddisfazione, riconoscendo attraverso l'operato della donna guerriero, che mai avrebbe potuto tollerare un simile abuso del suo nome e del suo volto, la reale colpevole di quell'osceno attentato alle loro vite e imponendo, su di quest'ultima, il giusto castigo.
Nelle ultime ore di quella notte, pertanto, fra i due sposi signori di quella torre, il nome della mercenaria dagli occhi color ghiaccio non fu più pronunziato, in un tacito armistizio votato da entrambe le parti in causa al fine di non sprecare l'intervallo di possibile riposo lì ancora loro concesso, arco temporale nell'effimera dispersione del quale, tuttavia e prevedibilmente, non l'una, non l'altro, vollero impegnarsi realmente a riposare, concedendosi, in contrasto a ogni legge naturale, a ogni indissolubile separazione fra la vita e la morte, quell'occasione rifiutata fra Midda e Ma'Vret a conclusione della loro avventura in contrasto alla chimera, quella possibilità di giacere insieme e di ritornare in ciò a essere, forse solo in grazia di un miraggio o, forse, realmente, ancora una volta due semplici amanti, un uomo e una donna comuni, un marito e una moglie sinceramente e reciprocamente innamorati, e in ciò appassionatamente coinvolti nello spazio del proprio talamo, del proprio ampio letto nuziale su cui, tanto prima, quanto in conseguenza della tragedia, innumerevoli volte già si erano amati e, speranzosamente, per quanto assurdamente, ancora avrebbero continuato ad amarsi, egoisticamente dimentichi della propria nuova condizione e, in ciò, della blasfemia intrinsecamente rappresentata da quel loro sentimento, da quella loro reciproca bramosia.
Il peso del nuovo fallimento di Brote nei confronti della propria amata Nass'Hya, inevitabilmente, si ripropose il mattino seguente, quando il fedele e affezionato Duclar, primo fra tutti i mercenari a costante servizio di quella torre da lunghi anni, nonché unico detentore dell'incredibile segreto della coppia dei propri signori, si presentò a rapporto innanzi alla sola figura per lui ormai riconosciuta qual mecenate, per proporre quella domanda divenuta quasi rituale, quella dolente questione che, all'inizio di ogni nuova giornata, non mancava di scandire, nella speranza, sempre più labile, di ottenere una risposta diversa dalle precedenti e nella certezza, sempre più salda, di ricevere altresì una triste conferma dell'inalterabilità di quell'assurdo fato.
« … come è andata, questa notte? » richiese in un sussurro, un sospiro quasi, suo malgrado già leggendo la risposta sul volto lì presentatogli, tale da rendere quello stesso interrogativo qual retorico, fine a se stesso.
E l'unico signore e padrone di quella torre, seduto al centro del proprio studio e chino sul proprio scrittoio e, lì, su un bicchiere di vetro chiaro ricolmo di uno scuro liquido ambrato, chiaramente alcolico, levando lo sguardo triste e amareggiato in direzione del proprio fedele subalterno divenuto ormai confidente, con occhi colmi di lacrime di sincero dolore, di trasparente pena, si limitò a scuotere lievemente il capo, a riprova di come, ancora una volta, alcun successo aveva caratterizzato quell'ennesima notte.
lunedì 20 dicembre 2010
1074
Avventura
023 - Passato e presente
Sicuramente rammenterai, mia dolce signora, come intonando quella che successivamente è stata ricordata quale "La ballata di Midda ed Ebano", sottolineai che non in questa prima avventura, della donna guerriero destinata a rappresentare in futuro l'idea dell'avventuriera mercenaria e dell'uomo altresì già incarnazione allora presente del medesimo concetto, ovviamente coniugato al maschile, abbia da esser ricercata l'occasione della loro prima unione, a dispetto di quanto, altrimenti, lasciato presumere dalle strofe di quella stessa canzone a loro preesistente e, solo per malizia, a loro successivamente dedicata dall'acclamazione popolare.
In ciò, quindi, malgrado ogni proposito allora proprio tanto dell'uomo, desideroso di stringere a sé quel corpo meraviglioso, già a lungo amato in una vita mai vissuta, in un futuro che mai sarebbe occorso, quanto della donna, che in quelle proprie ultime parole aveva esposto, in maniera sufficientemente chiara, un proprio sincero interesse a tale eventualità, forse già ragione inconscia per la quale egli aveva potuto sopravvivere sino a quel momento, può essere per te semplice presumere come, purtroppo per entrambi, nulla di particolarmente appassionante occorse in quella stessa giornata, nella notte seguente o nei giorni a divenire. E, di tutto questo, suo malgrado, solo responsabile si ritrovò a essere proprio lo stesso Ma'Vret...
Richiamato dalle dolci parole della compagna, quell'invito meraviglioso e incredibile del quale mai si sarebbe potuto attendere occasione al di fuori dei confini propri dell'illusione di cui egli era rimasto vittima e che, invece, lì si propose a sorprenderlo, a stupirlo e a meravigliarlo, il colosso nero non si concesse la benché minima occasione, non si sottrasse a tale richiesta, ritrovando, istantaneamente, ogni energia necessaria al suo corpo non solo per mantenersi in maniera autosufficiente, ma, addirittura, persino per levarsi di scatto da terra e, in ciò, fiondarsi verso le labbra di lei in tal modo promessegli, quella meta, quel traguardo, che non avrebbe potuto non giudicare qual agognato, per quanto, non diversamente dalla realtà alternativa da lui vissuta in quell'insano sogno, non realmente guadagnato, conquistato, là dove, abituato a essere lui il dominatore nelle proprie relazioni, in quel momento si stava altresì dimostrando completamente succube di lei, e dei suoi voleri, in una situazione che pur, per ovvie ragioni, non gli dispiacque in alcun modo.
Così, giungendo sopra di lei già ansimante per l'emozione, per il desiderio, meno di un battito di cuore, di un fremito di ciglia, occorse all'uomo per genuflettersi sulla propria compagna e, lì, chiudersi con dolce foga attorno a lei, premendosi contro le forme già amate e stringendole, in ciò, a sé, offrendo riprova, con tanto, incontrollato e sincero impeto, di come, al di là di ogni raziocinio, al di là di ogni logica, ella fosse, in quel momento, tutto ciò che mai avrebbe potuto desiderare, per sé, per il proprio presente e per il proprio stesso, ora tanto temuto, avvenire. Un destino, il suo, in verità, ormai neppur ritenuto di qualsivoglia valore nel proprio sviluppo, nella propria evoluzione, là dove l'unico fattore rilevante, l'unica importanza, sarebbe stata da lui rivolta non tanto al "come" tale fato si sarebbe manifestato, quanto, piuttosto, al "con chi" egli avrebbe atteso e affrontato le prove che gli dei tutti avrebbero voluto loro riservare: accanto a quella donna, accanto a Midda Bontor, il cui nome, alfine, aveva effettivamente ben appreso seppur da lei, o da altri, mai pronunciato in sua presenza, egli avrebbe potuto vivere come il signore dell'intero Creato o come l'ultimo fra tutti i nomadi… e nulla di tutto ciò avrebbe avuto per lui concreto rilievo.
« Lascia perdere la chimera… dimentica Brote… » sussurrò, ancora contro le labbra di lei, mentre con gesti quasi frenetici delle proprie mani accarezzava la pelle adorata e i capelli di lei, disordinati e sconvolti come sempre, per nulla impressionato, intimidito dall'osceno miscuglio di sangue presente su di lei, linfa vitale egualmente appartenente a lei stessa e alla propria avversaria « Partiamo… ora… insieme… » la invitò, fra un bacio e l'altro, a volte solo sfiorando quel meraviglioso calore così presentatogli e, altre, premendosi con passione contro di esso, addirittura l'impeto proprio di un uomo incapace a nuotare che, disperso in mare, tenta in ogni modo di raggiungere la superficie dello stesso e l'aria lì presente, a salvaguardare il proprio futuro « Fuggiamo… fuggiamo da questo mondo… »
« Di… cosa… blateri? » rispose ella, probabilmente neppure riservando, in quel primo istante, a quelle parole, una qualsivoglia importanza, nel preferire stringersi al corpo di lui e, in tal modo, trarlo al proprio, dimostrandosi del tutto indifferente, in nome di quell'appassionato desiderio, alle numerose ferite presenti a solcare la propria pelle, lì dove sarebbero rimaste ancora per lungo tempo « Amami… e basta… » lo invitò a zittirsi, nel mentre in cui le sue mani già cercavano di liberare il compagno dalle vesti presenti sul suo corpo, definendo, in tal modo, con parole e fatti, una volontà già abbondantemente chiara sin dal precedente invito a baciarla.
Al di là del giudizio che probabilmente chiunque, ascoltando questa mia narrazione, emetterebbe a condanna di Ma'Vret per quanto è già chiaro stia per accadere, mi piace personalmente leggere in una simile scelta, in un tale sacrificio, non una dimostrazione di stolidità, quanto, piuttosto, una chiara riprova del reale, sincero sentimento da lui allora vissuto nei riguardi di lei. Se, infatti, chiunque, al suo posto, non avrebbe allora esitato ad approfittare della situazione, del beneplacito così da lei riservatogli, per trascorrere entusiasmanti ore al suo fianco, giacendo con lei su quella stessa nuda terra e, in ciò, dimenticandosi del mondo intero e rimandando al futuro qualsiasi elucubrazione, là dove per alcuna ragione avrebbe poi potuto perdonarsi per aver sprecato una tale occasione; Ebano si costrinse, allora, a lasciar prevalere il proprio raziocinio, la propria coscienza, per quanto, tutto ciò, non solo fosse in evidente contrasto ai desideri di un corpo allora inevitabilmente eccitato e bramoso per lei, ma, anche, ai desideri di un cuore che, avendo vissuto il dolore della sua perdita, ora non avrebbe potuto desiderare null'altro che ricongiungersi a lei… null'altro, ovviamente, al di fuori di evitare nuovamente di porla in pericolo, di spingerla verso quel vicolo cieco nel quale il suo egoismo li avevano già condotti nel futuro alternativo mostratogli dalla chimera e dal suo malefico potere.
« Io… io voglio amarti… » definì egli, a meno di tre dita dalle labbra amate, dalle quali, per riservarsi quell'occasione di parola, si stava allora violentemente forzando a permanere « Io voglio amarti e, se me lo concederai, voglio anche sposarti… e avere dei figli con te: tanti figli, e figlie, che possano crescere con la mia forza e la tua bellezza, con il mio impeto e la tua intelligenza. » annunciò, a negare immediatamente qualsiasi interpretazione in senso contrario, assolutamente onesto in tali propositi qual solo sarebbe potuto essere colui che già aveva avuto l'incredibile possibilità di vivere un matrimonio con lei e che, persino, quasi era giunto ad accogliere fra le proprie mani il loro primo erede « Lo voglio davvero, mia splendida signora. E, per questo, ti supplico… ti prego con il cuore in mano, e ti domando di rinunciare, insieme a me, a questa vita, a questa follia, che mai ci condurrà a qualcosa di buono, che mai ci darà la possibilità di avverare simile meraviglioso futuro. »
A mente fredda, con sguardo distaccato da tali eventi e dalle emozioni caratteristiche degli stessi, è sin troppo semplice comprendere che mai egli avrebbe potuto, in simili parole, in tali propositi, conquistare colei che non nella pace si era ripromessa di cercare un significato alla propria esistenza, quanto, piuttosto, nella guerra, trovando solo attraverso il sangue e la lotta un'occasione per definire se stessa innanzi al Creato intero. Con tutte le migliori intenzioni, tuttavia, egli si propose in simili termini innanzi a sé, stretto a lei, desideroso di quella loro unione in misura persino maggiore rispetto a quella di lei, forse allora semplice capriccio, diletto di un momento e nulla di più: intenzioni che, purtroppo, non gli valsero occasione di successo alcuno, vendendosi, altresì, da lei allora inevitabilmente respinto.
« Corri troppo, mio meraviglioso quasi amante… » sorrise ella, con una chiara nota di malinconia nella voce e nello sguardo, nel mentre in cui le sue mani, le stesse che, un attimo prima, già si stavano industriando al fine di spogliarlo, di denudarlo suo pari, ora premettero dolcemente contro il suo addome e il suo petto, per domandargli tacitamente di allontanarsi, di prendere giuste distanze da lei « E' vero che mi piaci. E non voglio negare quanto evidente, ossia come sia sinceramente stuzzicata all'idea di concedermi lunghe ore di diletto con te, non per un singolo giorno ma, forse, persino per qualche settimana. » ammise, senza riservarsi pudori di sorta attorno a un argomento da lei considerato assolutamente naturale, qual solo sarebbe stato il sorgere del sole o della luna, nell'alternarsi fra la notte e il giorno « Ma da qui al rinunciare alla mia intera vita per te… oh, no… Ma'Vret caro. No. Io non posso darti ciò che cerchi. »
domenica 19 dicembre 2010
1073
Avventura
023 - Passato e presente
E Midda, ben cogliendo la reazione del proprio interlocutore, non poté evitare di esserne incuriosita, aggrottando la fronte e risollevando, ancora una volta, lo sguardo verso di lui, nella volontà di decifrarne le emozioni, gli stati d’animo e, in ciò, le ragioni di tanto malcontento da chi, invece, avrebbe dovuto essere il primo a comprenderne e apprezzarne le posizioni.
« Che accade? » gli richiese, prendendo voce a tal riguardo in maniere esplicita, diretta, senza particolare tergiversare, come concedersi di fare non sarebbe nuovamente stato in linea con il suo stesso carattere, il suo animo « Sembrerebbe quasi che tu non sia in grado di approvare questa mia intenzione, là dove, comunque, essa dovrebbe risultare quanto di più ovvio e prevedibile tu possa concepire, in conseguenza della tua stessa scelta di vita qual mercenario, professione nella quale hai, addirittura, eccelso, al punto tale da conquistare la fama oggi esistente attorno al tuo nome. »
« Io… » esitò egli, incerto su cosa poter replicare a quell'asserzione, a quella presa di posizione assolutamente corretta, tale da farlo risultare quantomeno ipocrita, se non, direttamente, incoerente, di fronte a lei, nel proprio tentativo di spronarla a prendere in esame ipotesi alternative al futuro da lei tanto fieramente desiderato e, per il quale, appariva certo, sarebbe stata pronta a lottare con tutte le proprie forze, non solo contro di lui o contro una chimera, ma, anche, contro qualsiasi ostacolo, mortale o immortale, il destino si sarebbe impegnato a porle innanzi, così come, effettivamente, occorse successivamente, e ancora continua ad avvenire, anche oggi « Io non… » tentennò ancora, più simile a un giovane a confronto con la propria pubertà e con il primo, conturbante innamoramento, che al terribile e temibile Ebano, mercenario allora assunto da Cemas con il solo compito, il semplice incarico, di pretendere qual propria la testa di quella donna.
Ma cosa, oggettivamente, avrebbe mai potuto dire, in quel momento, il povero Ma'Vret? Quali parole avrebbe mai potuto scandire in direzione della propria compagna di viaggio allo scopo di soddisfare la sua curiosità a proprio riguardo? In che modo avrebbe mai potuto arrogarsi il diritto di imporre quella che, sostanzialmente, era stata una propria allucinazione su chi chiaramente animata da volontà ben diverse da quella nella quale egli avrebbe dovuto allora confidare?
Solo uno sciocco, così ragionò il colosso nero, avrebbe potuto, in tale situazione, ipotizzare di raccontare ogni cosa alla propria interlocutrice, condividendo con lei i propri timori, le proprie ambizioni, i propri sogni, le proprie speranze e, sopra a ogni altra realtà, il proprio attuale sentimento nei suoi confronti, illudendosi, in tutto ciò, che ella non solo lo ascoltasse, ma gli offrisse una qualsivoglia ragione di soddisfazione, magari precipitandosi fra le sue braccia anche nella realtà esattamente nello stesso modo in cui era occorso nel miraggio della chimera, offrendo ragione a ogni brama, più o meno legittima, dell'uomo nei suoi stessi confronti, di avverarsi. Solo uno sciocco, ancora e maggiormente, avrebbe potuto, in simile frangente, offrire un qualsivoglia credito a quanto, tanto chiaramente, non oracolo, non visione su un futuro possibile, qual quello che pur sarebbe apparso essere quello proprio del viaggio mentale compiuto dall'uomo, quanto, piuttosto e banalmente, tentativo di trappola, malinconica esca nella quale annichilire ogni suo desiderio, ogni sua volontà, in favore di un insano e improponibile legame con lei, con chi, addirittura, avrebbe dovuto impegnarsi a uccidere e non ad amare. E nella consapevolezza comunque propria per lui dell'incredibile portata del potere della chimera, là dove, in quel momento, egli avrebbe potuto offrire vanto di essere forse l'unico mortale al mondo a essere mai stato esposto al medesimo e a essere sopravvissuto a tale prova, a simile confronto, il buon Ma'Vret non avrebbe dopotutto potuto evitare, a confronto con le proprie stesse emozioni, con i propri intimi sentimenti tanto agitati e contrastanti sul come agire, sul come comportarsi, ritrovarsi in dubbio su quanto del proprio attuale stato avesse da imputarsi a una propria effettiva autodeterminazione o, altresì, a un'ancor non svanita influenza malvagia della creatura da lei abbattuta, quell'essere nel cui potere era stato irretito e spinto addirittura a combattere una battaglia non sua.
Diviso fra l'imbarazzo di quel confronto, con se stesso e con lei, e il dubbio di non potersi ancora e neppure considerare libero dalla maledizione della chimera, possibile causa di tanta esitazione in lui, degli stessi sentimenti in nome dei quali, allora, avrebbe potuto rinnegare tutto ciò che sino a quel momento era stata per lui vita e quotidianità, il valoroso guerriero figlio dei deserti del nord si concesse, alfine, di reagire alla propria interlocutrice con artefatta ironia, utile, in tutto ciò, semplicemente a celare il suo disagio intimo e, con esso, quanto realmente presente nel suo cuore e nella sua mente.
« E' ovvio e naturale che io disapprovi la tua scelta, dannazione. » commentò, aggrottando la fronte a aprendo le labbra in un'espressione a metà fra sorriso e disgusto, divertimento e risentimento « Mi hai umiliato così tante volte in queste ultime settimane, e ora vorresti addirittura che io benedicessi la tua scelta di proseguire a offrirmi concorrenza? Ringrazia tutti i tuoi dei che ti sono debitore della vita, piuttosto… o non esiterei, in questo momento, a saltarti addosso per definire una volta per tutte la questione. »
Suo malgrado, nel tentare di ricorrere a tali argomentazioni in sua opposizione, in maniera che egli stesso, quando me ne fece parola, non esitò a definire con il termine "grottesca", l'uomo commise l'ennesimo errore di sottovalutazione a discapito della propria interlocutrice, della sua vivace intelligenza e, soprattutto, della sua naturale confidenza con l'arte dell'ironia e del sarcasmo, tale per cui, maldestramente, nel tentativo di concedersi occasione di predominio psicologico su di lei con quell'improvviso distacco emotivo da lei, con quell'assurda violenza in contrasto innanzitutto a se stesso, il solo risultato che egli ottenne fu quello di ritrovarsi, successivamente, costretto a un imbarazzo ancor maggiore rispetto a quello già allor proprio, qual sola conseguenza delle parole di cui ella lo rese destinatario…
« Ah… ne sono assolutamente certa. » commentò Midda, in immediata replica, non lasciando trasparire la benché minima sorpresa nel confronto con l'improvviso cambio di regime allora proposto dal proprio interlocutore, quasi, ancor meglio di lui, ne avesse compreso le ragioni e, in ciò, non ne volesse forzare la mano, non volesse imporgli occasione di ulteriore umiliazione, pari a quelle da lui già accusate e lì alfine ammesse « Oh sì. Sì sì. » annuì, incalzando il concetto appena espresso « Sono sicura, ma realmente sicura sicura, del fatto che tu non esiteresti, in questo momento, a saltarmi addosso per definire una volta per tutte la questione. » ripeté esattamente le medesime parole appena riservatele, offrendo loro, tuttavia, un tono tanto malizioso nel confronto con il quale persino chi animato, nel proprio intimo, da una qualche idea di stupro a suo discapito si sarebbe ritrovato ad arrossire.
« Ma… cosa…?! » tentò di protestare egli, nel confronto con tale intonazione atta a traviare completamene il significato della sua sentenza iniziale, per così come da lui espressa, non avvampando in viso ancora una volta in sola conseguenza della propria carnagione scura.
« Ehh… » sospirò ella, in maniera volutamente esagerata, alzando gli occhi al cielo e, nel contempo, stringendosi fra le spalle, forzando, così facendo, i propri sin troppo generosi seni, lì ancora completamente scoperti alla vista, a spingersi in avanti, offrendoli in tal modo quasi con ingenuità, distrazione, inconsapevolezza, ovviamente tutt'altro che tale, all'attenzione della propria controparte, inevitabilmente attratta, nel proprio sguardo e nei propri desideri, verso un'immagine tanto invitante, sì stuzzicante.
« Io… non intendevo… quello… » cercò di negare l'uomo, per quanto fallendo miseramente nel tentativo di dimostrarsi del tutto indifferente a lei e a quella sua tattica di seduzione, della quale si sarebbe dovuto definire vittima in misura ancor maggiore rispetto al potere della chimera « Io volevo… »
Una sconfitta, quella da lui così riportata, di fronte alla quale, tuttavia, ben pochi, resi partecipi di questa vicenda, potrebbero riservargli ragione di beffa, dal momento in cui, scoppiando in una sincera e divertita risata in conseguenza della sua reazione, di quel suo assurdo e vano arringare, la donna guerriero scosse poi il capo e lo invitò in poche, semplici, parole per essere destinatario delle quali, credo, chiunque avrebbe potuto uccidere: « Taci. E vieni subito a baciarmi, razza di stupido… »
sabato 18 dicembre 2010
1072
Avventura
023 - Passato e presente
Fu così, invero senza eccessivi orpelli quali mai avrebbero potuto caratterizzare lo stile diretto ed efficace della donna, che Midda Bontor minimizzò, in verità, la questione, al punto tale da far apparire le sue stesse ferite quali graffi che chiunque avrebbe potuto procurarsi nell'incauto confronto con un roveto o con un gatto selvatico particolarmente aggressivo.
Alcuna spiegazione, come prevedibile e, in effetti, persino inevitabile, ella seppe presentare nel merito della sua incapacità a resistere al potere della chimera e, in ciò, la sola ragione a cui posso offrire appello razionale è quella che, in molti, hanno offerto a tal riguardo nel corso di questi anni. La mercenaria, posta nell'obbligato confronto con i propri desideri, con i propri sogni, con le proprie speranze al punto tale dall'essere pronta a morire per essi, non si era allora dimostrata in grado di riservarsi altro desio al di fuori della sconfitta di quella propria nemica, concentrando su di essa ogni propria emozione, conscia e inconscia, così come alcuno sarebbe mai stato in grado di compiere in sua vece. Non semplice incarico mercenario, quello così da lei accolto per quanto tale, quanto più una missione di vita, uno scopo verso e attraverso il quale spingersi con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze. Se tale argomentazione abbia da considerarsi effettivamente fondata, temo che solo la stessa Figlia di Marr'Mahew potrebbe, forse, saperlo e, in ciò, il dubbio probabilmente ci accompagnerà per sempre: ciò nonostante, nel confronto a posteriori con le mirabolanti, incredibili, sensazionali imprese di cui ella si è resa protagonista nel corso di un decennio e mezzo, non posso evitare di considerare, dopotutto, qual assolutamente fondata simile teoria, tale ipotesi, nell'esser consapevole di quanto mai, una semplice mercenaria offerente riferimento a se stessa e alla propria professione limitatamente ai canoni comuni, avrebbe potuto mettersi a tal punto in giuoco per tanto tempo, per tanti anni, là dove, sebbene concretamente abbondante sia l'oro che dalle mie riserve è stato trasferito alla disponibilità della donna guerriero in questione, ogni suo trionfo, ogni suo successo al mio servizio, abbia da considerarsi meritevole di ricompense tali da non poter neppure prevedere una qualche possibilità di soddisfazione, non semplicemente da parte mia, quanto, piuttosto, da parte di qualsiasi sovrano, sultano o altra autorità esistente in ognuno dei tre continenti.
Diversamente dalla mancata soddisfazione nel merito della sua capacità a superare indenne il potere della chimera, in tutto ciò, pertanto, non realmente vinto, quanto, piuttosto, sfruttato a proprio stesso favore, nel far coincidere i propri voleri consci con quelli inconsci, la mercenaria, pur non eccedendo nell'esaltazione delle proprie gesta, offrì al proprio interlocutore una minimale cognizione nel merito di quanto occorso nello scontro con la creatura, informazioni alle quali, come Ma'Vret non mancò successivamente di ammettere in mia presenza, egli stesso sarebbe potuto facilmente giungere, nell'interpretare i pur numerosi indizi lì presentatigli.
Rimasta finalmente sola, per quanto priva di soddisfazione all'idea di aver dovuto in tal modo liberarsi dell'uomo che pur tanto si era impegnata a trascinarsi dietro, sebbene la presenza del quale, dal suo personale punto di vista, non era mai stata considerata qual impiegabile o, tantomeno, necessaria nell'assolvimento del compito da lei fatto proprio, la donna dai capelli corvini e dagli occhi di ghiaccio era stata allora libera di dedicarsi in tutta tranquillità alla chimera, la quale, probabilmente nel comprendere la singolarità da lei stessa rappresentata innanzi a sé, non si era fatta attendere per un tempo eccessivo, per un intervallo particolarmente prolungato, nel preferire affrontare immediatamente quella potenziale avversaria, sola realmente considerabile qual tale, piuttosto che rimandare a posteriori uno scontro ormai giudicabile qual inevitabile, dal momento in cui, privata di ogni ammaliante influenza su quella propria candidata predatrice, presto o tardi si sarebbe nuovamente ritrovata a confronto con lei. Per tale ragione, la mostruosa fiera non tardò a svelare la propria presenza e, per tale ragione, la donna guerriero, pur oggettivamente disarmata, si pose finalmente innanzi alla ragione di un viaggio tanto lungo quale quello che l'aveva impegnata nelle ultime settimane, percorso nel quale, certamente, aveva trovato ragioni di diletto nell'incontro con l'uomo, ma che pur non avrebbe mai potuto dimenticare qual scatenato, nella propria necessità, dalla volontà di condurre a compimento quella particolare conquista. Così avvenne, al termine di un sanguinario confronto nel corso del quale, se, da un lato, la stessa Figlia di Marr'Mahew si ritrovò severamente ingiuriata dalle offensive della propria avversaria, dagli artigli della medesima impegnatisi in contrasto alle sue vesti e alle sue carni, dall'altro la chimera ebbe comunque a subire, a propria volta, numerosi, spiacevoli, colpi, tutti puntualmente offerti dal pungo destro di lei, in quel momento sua sola risorsa tanto rivolta alla difesa quanto all'offesa: in conseguenza di tanta forza, tanta energia qual quella sì meravigliosamente fisica dalla mercenaria riversata contro la propria avversaria, non solo il corno poi divenuto arma per il colpo di grazia, venne allora spezzato, separato dal resto della creatura, ma, anche, la quasi totalità della terza testa della creatura, quella idealmente, e realmente, richiamante l'immagine di un serpente, nonché la mascella e parte della mandibola anche propri della prima testa, quella ancor idealmente, e ora molto fantasiosamente, indicante il concetto proprio di un leone.
Una battaglia estremamente più truce di quella della quale Ebano, nei propri deliri, era stato testimone. E, ciò nonostante, uno scontro il cui esito, fortunatamente, non si rivelò poi particolarmente diverso.
« E… ora? » domandò l'uomo, al termine di quel breve resoconto, seguito con sincera passione, in parte per l'ammirazione guerriera comunque vissuta innanzi a chi capace di compiere una tale impresa e, in parte, per il sentimento ogni istante sempre più forte presente nel suo cuore, tutt'altro che disincentivato, del resto, dalla nudità propria di quell'incredibile corpo con il quale, in quel momento, si stava comunque ritrovando a essere posto a confronto « Cosa intendi fare? »
« Beh… credo sia indubbio il ritorno a Kriarya… » annunciò ella, continuando quieta a ripulire le proprie ferite, con quella pezza di stoffa ormai divenuta di un rosso scuro incredibilmente intenso, in conseguenza dell'abbondante quantità di sangue intriso in essa « E se, purtroppo, portarmi dietro la carcassa intera di quel bestione risulta essere fuori discussione, là dove sarebbe solo fatica sprecata dal momento in cui, di certo, marcirebbe molto prima del ritorno all’urbe, fortunatamente, nello stesso istante in cui ho infranto il suo cuore con il suo stesso corno, da esso è fuoriuscita una stilla di sangue, subito consolidatasi a plasmare una gemma simile ad ambra. » spiegò, indicando con un movimento del capo la propria bisaccia, là dove, evidentemente, doveva aver celato simile gioiello « Dopotutto, là dove lord Brote si dimostrerà ancora sufficientemente intelligente da meritarsi i miei servigi, sono certa saprà apprezzare tale dono qual dimostrazione del compimento della mia opera. »
« Vuoi quindi proseguire su questa via? » richiese egli, formulando forse la questione meno appropriata che sarebbe potuta esser allora propria di un tale momento, nel confronto con la straordinaria vittoria di lei, e che, ciò nonostante, si impose allora quale dimostrazione dell'influenza dopotutto subita in conseguenza dell'esperienza di cui era rimasto vittima, nell'influenza del terribile potere della chimera, tale da iniziare a fargli profondamente rivalutare il proprio futuro come mercenario e, in questo, da fargli anche desiderare che a simile scelta si potesse votare anche colei che non poteva non bramare quale propria compagna « Vuoi continuare a impegnarti in nuove, assurde competizioni con il fato e gli dei tutti come già oggi? »
« Non sono assurde… » scosse il capo la mercenaria, negando l’assunto proprio di tale presa di posizione, in netto contrasto con la propria concezione di vita, la stessa che, già allora e ancora oggi, l’ha sempre contraddistinta e, probabilmente, continuerà sempre a caratterizzarla « E’ un modo come un altro per dare un significato alla propria quotidiana esistenza, un impegno volto a vivere, e non, semplicemente, a sopravvivere. » definì in poche, semplici, parole, pur utili, efficaci a delineare un chiaro manifesto.
Ma’Vret, in tale occasione, non poté evitare di concedersi un sospiro di disapprovazione: probabilmente in conseguenza di quella realtà alternativa da lui vissuta, una parte di sé già aveva sperato in un risultato ben diverso da quello così invece ottenuto, un risultato in cui, magari, dopo essergli saltata addosso, ella avrebbe accettato di seguirlo per il resto delle loro reciproche esistenze, ora volgendosi non al dominio della città del peccato, ma in una direzione più pacifica, più matura, tale da garantire loro quella stessa speranza di serenità e di pace che egli sapeva avevano sprecato in quella loro stessa precedente, seppur fittizia, vita insieme.
venerdì 17 dicembre 2010
1071
Avventura
023 - Passato e presente
« Il fatto che tu ti stia rammentando il mio nome ha da intendersi qual una ragione di rassicurazione o di timore per me?! » replicò ella, sorridendo sorniona nella sua direzione, non distraendosi, in conseguenza di quella voce, dall'impegno nel quale aveva concentrato tutte le proprie attenzioni sino a quel momento, ossia nella pulizia delle proprie ferite con l'aiuto di una pezza di stracci appallottolati, evidentemente quanto altresì rimasto delle sue vesti oltre ai pochi frammenti ancora presenti sul suo corpo « Non desidero apparir paranoica, ma considerando come hai cercato di uccidermi in occasione dell'ultima volta che hai scandito tale appellativo, credo possa essere giudicato mio diritto riservarmi dubbi a tal riguardo… non trovi? »
Hai presente quella sensazione che, talvolta, è solita coglierci al termine di un sogno particolarmente realistico, tale da farcelo considerare, per un istante, quale effettiva realtà, indifferentemente dal fatto che in esso potesse esser stato per noi un presente migliore o peggiore rispetto a quello quotidianamente offertoci? Quell'emozione di disorientamento, tale non solo da non farci ancora effettivamente apprezzare il mondo a noi circostante, ma, anche e addirittura, da farcelo rifiutare, quasi non ci appartenesse e noi non appartenessimo a esso, in un'insana nostalgia per quanto fino a un attimo prima considerata quale la sola vita degna di esser vissuta?
Oh, sì… certo che lo hai presente, amor mio, là dove nella nostra confusa esistenza, a tutti noi accade sovente di vivere tali sensazioni, simili emozioni, non per cattiveria, non per egoismo, quando riconducibili a un'interpretazione migliorativa della nostra realtà, e neppure per masochismo, per stolidità, quando altresì tendenti a una versione peggiorativa della medesima, quanto, piuttosto e semplicemente, in conseguenza della nostra naturale umanità e della passione intrinseca in essa, in conseguenza della quale, nostro malgrado, ci troviamo a essere incredibilmente legati a ogni nostra esperienza, a ogni evento appartenente alla nostra memoria, sia esso reale, sia esso fittizio, al punto tale da non volercene più separare… non senza, per lo meno, una certa riluttanza, un certo timore per quanto considerato ignoto al di fuori di tutto ciò.
Sentimenti pari a questi, nel frangente proprio di quel suo guadagnato risveglio dopo un sin troppo lungo periodo di insano sonno, privi di sogni o di possibilità di riposo, furono quelli che affollarono, per un lungo e pur fuggevole, effimero istante, la mente di Ma'Vret, costringendolo a rifiutare l'evidenza del mondo attorno a sé e, nel contempo, spingendolo a cercare, per quanto assurdo, di aggrapparsi al mondo illusorio creato nella sua mente dalla chimera, quella realtà in cui sì Midda era morta e, probabilmente, anch'egli stava per seguirne il fato, la sorte, e pur, nella quale accanto a un sì tremendo dolore, tanta gioia, tanta felicità gli erano stati concessi nell'esistenza condivisa insieme a lei, al suo fianco. Una reazione istintiva, stolidamente emotiva, la sua, che, nello scorrere del tempo, così come scandito dagli stessi battiti del suo cuore, cedette lentamente ma inesorabilmente il passo al necessario raziocinio, alla riconquista della propria coscienza e, con essa, non solo a un ritrovato contatto con la sola, unica realtà, ma, anche, a una consapevolezza che, in grazia del senno proprio di un semplice testimone di questo racconto, avrebbe dovuto essere forse giudicata quale estremamente banale, e pur che, nel momento in cui tutto ciò accadde, non fu così immediata nella propria stessa maturazione: una consapevolezza utile a non spingerlo a rimpiangere un presente di sangue e di morte, al pari di quello abbandonato, in nome di alcuni ricordi felici in esso esistenti, quanto, piuttosto, a spronarlo ad impegnarsi per costruire un futuro simile e migliore rispetto a quello, eliminando quanto di erroneo lì già sperimentato e, pur, mantenendo quando di buono e di bello lì già per lui propri, al fine di trasformare la profezia maledetta della chimera in un provvidenziale insegnamento, una straordinaria esperienza a lui allora concessa per comprendere quanto realmente desiderato nella propria esistenza.
Qualcosa, in effetti, di ben diverso da quanto sino a quel momento vissuto e, ciò nonostante, di non impossibile attuazione, se solo fosse riuscito a non vanificare le occasioni allora concessegli da un fato allora dimostratosi straordinariamente benevolo.
« Io… non credo di aver ben compreso cosa sia accaduto… » ammise, ritrovando voce e, ancora una volta, ponendo i propri sforzi, il proprio impegno, nella volontà di rialzarsi, di riassumere una postura più dignitosa innanzi a lei, a colei che, in quel mentre, non stava più osservando con lo stesso sguardo rivoltole fino al giorno prima, ma con gli occhi di un uomo profondamente innamorato e desideroso di poter, allora, gettare le basi per un futuro insieme a quella stessa interlocutrice, per quanto ella, probabilmente, dal suo punto di vista, in quel momento neppure si sarebbe concessa la benché minima fantasia a tal riguardo « Siamo… stati attaccati dalla chimera? » ipotizzò, offrendo spazio all'ovvio, al retorico, per quanto necessariamente inevitabile in quel momento « Quel mostro è la chimera?! »
« Sì. » annuì ella, riducendo, almeno per un instante iniziale, ogni replica a quell'unico monosillabo affermativo, qual risposta cumulativa a ogni dubbio propostole « Sì… quel mostro è la chimera: mi dispiace che non appaia tanto raffinato come ci aspettavamo, ma ho già avuto occasione, in passato, di scoprire quanto spesso le leggende tendano a migliorare in maniera eccessiva l'aspetto proprio di molte creature simili a questa. » sorrise, nel sollevare, finalmente, il proprio sguardo verso di lui, dimostrandosi ancora e perennemente animata dalla propria immancabile ironia, elemento caratteristico in lei al pari del suoi occhi di ghiaccio o della sua pelle d'avorio riccamente adornata da spruzzate di efelidi « E sì… siamo stati attaccati da essa, sebbene, in verità, sia stato proprio tu, nella fattispecie, a proporti qual vittima diretta della suo potere, rendendo, in conseguenza di ciò e delle tue offese a mio discapito, la sottoscritta qual vittima indiretta della medesima: non so cosa diamine puoi aver sognato nel tuo delirio, ma eri veramente furioso con il mio signore Brote… »
« Io… ho combattuto contro di te?! » domandò il colosso nero, non celando il proprio stupore e un'inevitabile, intima agitazione, nel confronto con tale idea, con simile notizia, e con l'immagine, da essa generata, della possibilità per lui di divenire, proprio malgrado, possibile assassino per la donna ormai amata e desiderata al proprio fianco, per il proprio futuro « Non sapevo… non volevo… » tentò di giustificarsi, impegnando, nel mentre di ciò, tutte le proprie energie allo scopo di mantenersi sollevato dal suolo, in una posizione prossima a sedersi « Io… »
« Ehy… calma, grand'uomo! » lo rassicurò la mercenaria, riabbassando lo sguardo verso le proprie ferite e, in tal gesto, ritornando a dedicare alle stesse la propria attenzione, nel riconoscere in tal senso non urgenza, e pur comprensibile priorità « Ho detto che mi hai attaccata, non che mi hai ammazzata. » specificò scuotendo appena il capo, a sottolineare l'intrinseca distanza esistente fra simili, diverse, scelte verbali « E, dopotutto, non credo abbia da intendersi neppur come qualcosa di nuovo: da quando ci siamo incontrati non stai facendo altro… o erro? »
Se la carnagione scura dell'uomo avesse potuto dimostrare imbarazzo, indubbiamente in quel momento il suo volto sarebbe divenuto paonazzo per quanto da lei dichiarato, sì corrispondete al vero e, proprio per questo, di ancor più difficile accettazione, qual solo sa essere il confronto, per chiunque, con quanto inaspettatamente e improvvisamente riconosciuta quale propria colpa, proprio precedente limite successivamente rinnegato.
In ciò, un nuovo laconico intervallo non poté che contraddistinguere quel loro dialogo, nella necessità per Ebano di elaborare le proprie reali responsabilità nella questione, accettarle e, soprattutto, superarle, come, incredibilmente, sembrava essere riuscita a compiere la stessa donna guerriero, nell'offrir riferimento a tutto ciò non tanto nella volontà di rimproverarlo, quanto, piuttosto, di pungolarlo, di divertirsi a sue spese, alleviando in tale momento ludico l'inevitabile sofferenza che solo avrebbe potuto esserle propria per tante ferite e tante contusioni quali quelle da lei allora subite, ormai non più mascherate dagli effetti dell'adrenalina in circolo nel suo corpo.
« Ma come è possibile che tu non abbia subito gli effetti del potere della chimera? » tornò a interrogarla l'uomo, ponendo la domanda più prevedibile, e, al contempo, la più importante che mai avrebbe potuto esserle rivolta in quel momento, là dove ella sembrava aver neutralizzato senza sforzo alcuno, senza reale impegno, l'incredibile malia della creatura mitologica da lei cacciata e uccisa « Come hai potuto non esserle assoggettata mio pari? E come sei riuscita a ucciderla?! »
giovedì 16 dicembre 2010
1070
Avventura
023 - Passato e presente
Come ho già avuto modo di premettere in precedenza, la mia narrazione giunge purtroppo ora a dimostrarsi qual necessariamente viziata dall’identità del suo cronista originale, nelle cui parole, nella cui visione sui fatti occorsi, nostro malgrado, non ha potuto essermi allora offerta alcuna testimonianza diretta nel merito dello scontro fra la futura Figlia di Marr’Mahew, protagonista indiscussa di questa storia, e la nemica in contrasto alla quale ella si volle in tal modo votare per la propria gloria personale e per il rispetto dell’impegno preso con me. Non ho parole per esprimere il mio rammarico a tal riguardo, là dove io stesso, tuo pari, mi sono sempre ritrovato a essere vittima di una sì spiacevole lacuna, di un simile vuoto in sostituzione di quello che, se pur non più significativo, ritengo indubbiamente essere il momento più affascinante dell'intera questione, lo sviluppo capace, all'interno di una ballata, di una canzone, di riuscire a soddisfare la bramosia di avventura propria di qualsiasi ascoltatore, di ogni spettatore. Tuttavia, è pur vero, e non ha da esser ignorato, quanto tutto questo non abbia da considerarsi quale una ballata o una canzone, l'opera di un bardo capace di porre gli accenti giusti sui momenti più opportuni per accontentare i desideri del proprio pubblico, quanto, piuttosto, una cronaca sincera, onesta, offerta da colui che solo, a eccezione della stessa Midda Bontor, reticente a menar vanto a tal riguardo così come nel merito di ogni propria altra missione, fu lì presente, ragione per cui, nostro malgrado, non il gusto dello spettatore ha da esser giudicato qual vincolante, predominante anche e persino al di sopra della vera occorrenza dei fatti, degli eventi, quanto, piuttosto, il semplice e puro resoconto degli eventi, così come avvenuti e così come vissuti da parte di chi me ne ha reso partecipe per la prima volta, quindici anni or sono.
Nell’imposta perdita di sensi, inevitabile nel voler assicurare un’occasione di futuro tanto a lui, quanto a colei prima avversaria e allora alleata, a Ma’Vret venne pertanto negata ogni possibilità di assistere a ciò che, nella sua mente, si era già palesato sotto forma di miraggio, illusione, e che pur, nel momento del suo successivo risveglio, non parve poi sì lontano dalla realtà dei fatti occorsi, dal fato della mercenaria e della chimera così come, alfine, effettivamente compiutosi, nel presentare, straordinariamente, la creatura, la fiera, la belva lì abbattuta per mezzo di una delle proprie stesse corna, violentemente spezzata e utilizzata allo scopo di terminarne per sempre l'esistenza e, con essa, il proprio assurdo regno di inganno e morte.
« Ma… cosa…?! » sussurrò, decisamente provato tanto dai postumi del potere di cui era rimasto vittima, quanto dai dolenti effetti del colpo della mercenaria inferto in suo contrasto, in tutto ciò, in simile disorientamento, non riuscendo neppur a elaborare la pur chiara immagine presentata innanzi ai propri occhi in quel momento glorioso.
Per amor di precisione, è necessario sottolineare come quanto lì proprio innanzi a Ebano, non avrebbe mai potuto essere giudicato, in maniera obiettiva e distaccata, quale l'effettiva, e reale, riproposizione delle fantasie da lui poc'anzi vissute, là dove persino le due protagoniste di tale scena, di simile complesso scenario, di tale quadro, non avrebbero allora potuto essere giudicate in sufficiente corrispondenza con le proprie corrispettive, con le altre versioni di sé proiettato nell'intimità della sua mente in occasione della priva, e più elegante, versione di quegli stessi eventi: tanto l'una, quanto peggio l'altra, difatti, apparvero assolutamente distanti dalle proprie mitologiche alternative, nella stessa misura in cui, abitualmente, differisce la realtà dal mito, la verità dall'immaginazione.
Dove la donna guerriero, infatti, nell'immaginario proprio dell'uomo, si era mostrata in grado di superare quella sfida senza risentire del benché minimo attacco, senza subire la benché minima ingiuria, nella realtà a lui allora presentata in occasione del recupero del proprio senno, ella si propose tutt'altro che tale. Le sue vesti, per iniziare, dove già abitualmente logore in misura tale da riservare ben poco di lei, e delle sue forme, anche intime, alla fantasia di un proprio osservatore, all'immaginario di un qualsiasi interlocutore o semplice figura di passaggio, si concessero, in tal frangente, quali semplice ricordo di ciò che potevano essere state un tempo, ridotte allora a pochi brandelli di stoffa appena utili a circondarle i fianchi e nulla di più, nell'essere state, nella lotta occorsa, ferocemente stracciate, fatte a pezzi dagli artigli della stessa chimera, affilati come tremende lame e lì evidentemente e necessariamente impegnatisi contro di lei con furia, con bramosia di sangue e morte, senza, in tutto questo, ovviamente riservarle alcuna possibilità di pudore, per quanto ella non avesse mai dimostrato una qualche reale necessità in tal senso. Inevitabilmente, nello scenario così delineato, non solo il suo già povero abbigliamento si era ritrovato a essere vittima di tanto ardore, di una sì dirompente passione, qual solo avrebbe dovuto essere giudicata, sebbene in negativo, quanto, piuttosto e peggio, il suo corpo sotto di esso, la sua pelle e la sua carne precedentemente lì celate, e, in conseguenza di tanto impeto, segnate da lunghi tagli attraverso i quali, copiosamente, il sangue aveva trovato numerose vie di fuga dal proprio abituale, consueto percorso all'interno del suo organismo, delle sue vene e delle sue arterie, fortunatamente senza, in ciò, compromettere in maniera irreversibile nulla in lei, là dove, sicuramente complice la sua incredibile agilità e prontezza di riflessi, alcuna fra quelle piaghe avrebbe dovuto essere individuata qual nulla di più, in lode agli dei tutti, di un graffio… lungo e profondo, ma indubbiamente tale. Sopravvissuta e vittoriosa, certamente, fu in tutto quello la donna guerriero, ma in alcun modo ipotizzabile qual collegata, connessa, a quella specie di semidivinità praticamente invincibile immaginata da Ma'Vret per mezzo della chimera, tale da superare quello scontro senza neppur mostrare il più semplice segno di affaticamento, non in un respiro divenuto estremamente breve, non in un battito cardiaco propostosi necessariamente sostenuto.
Suo pari, e, forse, in misura persino maggiore rispetto a lei, anche lo stesso mostro mitologico lì sconfitto, abbattuto e lasciato giacere privo di vita sul suolo coperto di erba, muschi, funghi e foglie secche, avrebbe potuto essere considerato prossimo a quanto inizialmente supposto dal malcapitato colosso nero. Non un osceno, e pur, a modo suo, armonioso corpo frutto di un bizzarro incrocio fra un leone, una capra e un serpente, avrebbe potuto essere giudicato quello allora lì presentatogli, quanto, piuttosto una grottesca imitazione di tutto ciò, nelle sembianze proprie di un enorme rettile tricefalo: dimostrando assoluta fedeltà all'errore già caratteristico della descrizione propria dei cerberi, ipoteticamente, ingenuamente e, forse, persino romanticamente, proposti quali grossi cani dotati di tre teste e, invece, a loro volta, assurdi rettili solo lontanamente interpretabili in tal modo, ancora una volta un accozzaglia disordinata di teste, zanne e corna, aveva lì trasformato un mostro addirittura considerabile qual normale, in qualcosa di assolutamente speciale. In verità, tuttavia, l'unica vera ragione di unicità di una chimera rispetto a un cerbero, un idra, una gorgone o altre creature similmente formate, tutte tratteggiate in maniera estremamente fantasiosa e pur, puntualmente, riconducibili a bizzarri rettili, avrebbe dovuto essere riconosciuta non nella forma per essa propria, quanto nel potere intrinseco nel proprio stesso sangue, e superiore a qualsiasi altra capacità, alla creazione di terribili fiamme, alla rigenerazione del proprio stesso corpo o, persino, alla trasformazione in pietra di materia organica con uno semplice sguardo. Nulla di tutto ciò, comunque, non il suo aspetto differente da quanto atteso, non la sua natura sì rivelata, avrebbero potuto allora intaccare nella più semplice misura il valore proprio di quella creatura, la pericolosità di quell'abnorme mostro tricefalo e, soprattutto, il valore proprio di chi il medesimo era riuscito ad abbattere, addirittura sfruttando, a tal fine, una delle due lunghe corna presente a ornare la sua testa superiore,
« Midda… » richiamò egli, nello sforzarsi a ritrovare una posizione se non eretta, quantomeno seduta, pronunciando quel nome, pur mai realmente a lui comunicato nella realtà, con assoluta padronanza attorno al medesimo, quasi da sempre l'avesse similmente apostrofata, e non ovviando a una certa nota di ansia mista a gioia, di preoccupazione mista a sollievo in quelle stesse sillabe, sentimenti in quel momento necessariamente presenti in lui nel confronto con quel particolare quadro e, ancor più, con la propria intima confusione su quanto fosse reale e quanto, invece, semplice sogno, delirio, ormai lontano da lui « C-cosa… è successo? » soggiunse poi, fallendo nel tentativo non solo di porsi a sedere, ma anche di riordinare in minimale misura le proprie idee, ancor troppo e purtroppo confuse « Tu… vivi? E quel mostro… cosa è quel mostro? »
mercoledì 15 dicembre 2010
1069
Avventura
023 - Passato e presente
Ancora una volta per la fortuna di entrambi, Midda si dimostrò quindi sufficientemente reattiva e agile da ovviare agli effetti peggiori di quell'attacco, svincolandosi dalla controparte prima che il pugno potesse raggiungerla nel pieno della propria potenza, della propria dirompente energia, con quella forza, quella potenza che, allora, avrebbero potuto distruggerla, schiacciandola con la stessa naturalezza, e probabilmente la stessa efficacia, che chiunque avrebbe potuto ottenere in contrasto a un semplice insetto, qual ella sola sarebbe apparsa a suo confronto. Malgrado ciò, nonostante la perfetta subitaneità di tal gesto e l'indubbia scioltezza dei gesti da lei allora compiuti, ella non riuscì a raggiungere una distanza sufficiente da lui prima di un pur sgradevole impatto, non al cranio ma al petto, in conseguenza del quale, se pur non uccisa, la donna guerriero si ritrovò a essere violentemente catapultata all'indietro, per quasi cinque piedi di distanza, mantenendo a stento la propria posizione eretta e pur, ritengo inevitabile, perdendo completamente ogni occasione di respiro, ogni possibilità di fiato per lunghi istanti.
Tale risultato, che pur avrebbe giudicato orripilante se solo egli avesse potuto riservarsi la benché minima possibilità di contatto con l'unica realtà, venne allora reinterpretato dalla fantasia del suo avversario, o, per meglio dire, dalle visioni suggerite alla medesima, qual un gradevole, piccolo e pur efficace, successo in contrasto al proprio solo nemico, a colui che aveva già più volte promesso di distruggere, a "Brote". Proprio questi, tuttavia, in simile illusione, non gli fu proposto sì sofferente qual, invece, avrebbe dovuto essere, sì vittima del suo attacco qual pur avrebbe dovuto dimostrarsi, nell'apparire, al contrario, comunque e immancabilmente beffardo e arrogante nei suoi riguardi, nuovamente distante dalle emozioni, dalle posizioni che, per un istante purtroppo effimero e ormai perduto, si erano pur proposte in coincidenza con quanto realmente vissuto da parte della stessa mercenaria sua interprete all'interno di quell'assurdo teatro dai toni sempre più tragici.
« E' tutta qui la tua forza? » domandò l'allucinazione, addirittura sorridendo sarcastico verso il colosso nero, nel ritrovare subito una postura fiera, da dominatore ancor prima che da dominato, da predatore ancor prima che da preda, e, in essa, nel voler offrire evidente riprova di non aver accusato il colpo ricevuto, al di là dell'espressione di soddisfazione subito apparsa sul volto dell'altro « E' tanto banale il potere del grande Ebano, signore unici di tutta Kriarya?! »
« Come è possibile?! » replicò l'uomo, sgranando gli occhi con inevitabile stupore innanzi all'assurdità propria di tanta indifferenza in conseguenza di un colpo che pur avrebbe dovuto almeno piegarlo, se non, meglio ancora, ucciderlo « Io… sono certo di averti colpito, maledetto figlio d'un cane! »
« E mi hai colpito. » confermò l'altro, levando in ciò le mani a indicare il proprio addome e chinando lo sguardo a osservare tale punto, là dove la sua ira aveva cercato di sfogarsi dopo aver mancato il suo capo, poco più in alto, offrendo, in tale gesto e in simili parole, solo ulteriore enfasi al proprio intento canzonatorio, a discapito di chi, ancora una volta, all'interno della perversione di quell'illusione, non desiderava neppur considerare degno del titolo di avversario, di antagonista, diversamente da quanto, altresì, riservato alla sua compagna e sposa, colei altresì rapidamente assassinata nell'urgente desio di prevenire spiacevoli sviluppi in contrasto a quella loro rivolta, « E' proprio questo l'aspetto più ridicolo in tutta la faccenda… tu mi hai colpito. »
« Mi viene da ridere al pensiero di come tutte le canzoni che hai desiderato intonate attorno al tuo nome, per la tua gloria immortale, ti hanno sempre descritto qual più prossimo alla divinità che all'umana natura, sì vigoroso da poter abbattere le mura di questa capitale a mani nude, se solo tu lo avessi desiderato, per diletto o per sfogo. » insistette, proseguendo in tal senso prima ancora che la controparte potesse avere ulteriore occasione di ribellarsi a tanta beffa a proprio discapito « Senza Midda Bontor, tu non sei nulla… non sei nulla, Ma'Vret… nulla… » definì, a sottolineare il concetto sino a quel momento espresso in maniera implicita e, allora, proposto in tutta la propria forza, a voler far leva tanto sul dolore, quanto sull'orgoglio, dell'uomo, per spingerlo a un nuovo attacco nei propri riguardi.
Chissà quali parole, al di là di quelle da egli udite in quel momento, la reale e futura Figlia di Marr'Mahew si stava altresì concedendo di riservargli, in un qualsivoglia tentativo volto alla sua ripresa, al recupero dei suoi sensi, ovviamente partendo dall'ipotesi, tutt'altro che scontata, che ella potesse allora starsi effettivamente impegnando in una nuova occasione di dialogo nei suoi confronti. Forse la donna guerriero, fedele alle proprie precedenti posizioni, all'impegno già ampiamente dimostrato nei suoi riguardi, stava allora nuovamente tentando di stabilire una qualche comunicazione con lui, sperando di riservarsi maggiore successo rispetto a prima nel violare l'incredibile controllo mentale così imposto sull'uomo da parte della chimera. O forse, comprendendo di non avere sostanziali possibilità di concedere al proprio compagno occasione per recuperare il senno perduto, almeno sino a quando quell'oscena creatura fosse stata in vita, ella aveva allora deciso di iniziare a domandare perdono per il gesto al quale, in tutto ciò, si stava ritrovando a essere obbligata, gesto che, presto, avrebbe sancito la conclusione di ogni conflitto, di ogni scontro fra loro. O forse, ancora, ella non si aveva neppur compiuto lo sforzo di aprire bocca, di proferire verbo, trascurando ogni ulteriore e vana espressione nel concentrare ogni propria energia, ogni proprio interesse, non tanto nella direzione di una improbabile relazione con lui, quanto, piuttosto e più semplicemente, di un confronto fisico, quel solo linguaggio che, purtroppo per entrambi, egli sarebbe allo stato in grado di comprendere.
Di scarsa importanza, in verità, non poté che essere allora, e non può che essere anche da noi ora, considerata la scelta da lei compiuta in tal senso, là dove completamente dissimulata agli occhi e alle orecchie del proprio interlocutore da parte del miraggio impostogli: qualsiasi fosse stata allora la decisione propria della mercenaria, a un unico e probabilmente prevedibile, risultato, ella ebbe, comunque, modo di giungere, nel ritrovarsi a essere incitata in ciò dalla rinnovata furia, dall'immancabile ira del proprio avversario, ancor tutt'altro che pago nella propria bramosia di sangue e di morte e, in ciò, nuovamente pronto alla carica in suo contrasto. E così, quand'egli, imperturbabilmente carico di risentimento, animato sol dalla brama per l'amaro sapore della vendetta, si precipitò nuovamente in suo contrasto, "Brote" si limitò a restare immobile, tanto nella finzione, quanto nella realtà, attendendo che egli annullasse con la propria foga ogni distanza fra loro e, solo all'ultimo, levando il proprio pugno destro in fermo contrasto al mento avversario, in uno straordinario montante che, unicamente per grazia divina, dove impossibile mi è considerare da parte della donna un qualche controllo in tal senso, non fratturò la mascella dello sventurato colosso nero, limitandosi a privarlo, istantaneamente, di ogni contatto con il mondo esterno, veritiero o illusorio che esso fosse.
E se, nel merito delle ultime parole rivoltegli pocanzi da parte della donna guerriero, al di là della maschera di "Brote", alcuna occasione, alcuna speranza di conoscenza fu a lui, ed è oggi a noi, presentata, tutt'altro che sconosciuti hanno altrimenti da intendersi i sentimenti che attraversarono il cuore, la mente e l'animo dello stesso Ma'Vret nel mentre in cui il suo corpo, similmente offeso, precipitava privo di ogni controllo verso il suolo sotto di lui e, con esso, verso un oblio oscuro, un sonno privo di sogni e, in ciò, del tutto prossimo alla morte, almeno nelle eventualità peggiori a noi riservate per il futuro conseguente all'unico, inderogabile appuntamento d'innanzi al quale non potremmo mai sottrarci. Non dolore, pena, ma neppur ira, rancore, furono ciò che lo animarono in quella caduta, probabilmente breve come un sospiro e, pur, a lui apparsa simile a un'eternità intera nella propria intensità, nella propria durata: tali emozioni, simili passioni, avrebbero potuto appartenere solamente a chi ancora legato alla propria condizione di mortale, alla propria esistenza terrena, e non a chi, suo pari in tale frangente, ormai privo di qualsiasi ragione per apprezzare la vita, per stringersi a essa con così tanta foga. No. A colmare l'ultimo barlume di coscienza, per quell'uomo così sconfitto, fu solo una sensazione di pace, di serenità, nella certezza di poter presto tornare a essere una sola realtà con la propria amata, ora, persino, lì presente innanzi ai suoi stessi occhi, confusa, nella propria immagine, nel proprio profilo, con quello del loro nemico, quasi ella volesse lì proporsi simile a una dolce promessa per quanto lo avrebbe atteso nelle tenebre entro le quali stava venendo ghermito.
martedì 14 dicembre 2010
1068
Avventura
023 - Passato e presente
E' facile ipotizzare come, nell'incanto proprio del mostro in quel luogo sfidato, Ma'Vret avrebbe dovuto allora prevalere sul proprio avversario, sul proprio nemico, uccidendolo con le proprie stesse mani, uniche concrete armi a lui in quel momento riservate al di là di ogni possibile illusione, salvo, quando ormai troppo tardi, rendersi conto della realtà, di quanto lì effettivamente occorso e della conseguente fine di ogni sogno d'amore e di felicità non tanto in conseguenza di un'imboscata esterna, quanto, piuttosto, della propria stessa foga, della propria rabbia lì riversata in contrasto a chi giudicato antagonista e, altresì, in quel momento, suo alleato. In ciò, quando la realtà fosse stata alfine rivelata, lo stupore, l'orrore e il dolore conseguente a tanta follia, al termine di quanto da lui rapidamente vissuto come lunghi anni di vita sebbene, sostanzialmente, conteggiabili in pochi effimeri istanti, lo avrebbero necessariamente devastato, lasciandolo in ciò del tutto privo di ogni speranza non solo di ripresa ma, ancor più, di perdono verso se stesso, e condannandolo, in tal senso, all'unica soluzione auspicabile, alla sola, drastica via verso la quale, necessariamente, si ritrova costretta a correre la mente di un uomo o una donna improvvisamente rimasti soli al mondo, privati della propria sola fonte di gioia, di felicità. E così, nell'avvenuto omicidio della donna e nell'allor inevitabile suicidio dell'uomo, la chimera avrebbe nuovamente compiuto la propria tragica opera, rinnovando in quel sangue fresco il terribile ammonimento a chiunque a lei avesse mai osato avvicinarsi.
Per fortuna tanto dell'uno, quanto dell'altro, tuttavia, Midda Bontor non accettò semplicemente il fato in tal modo impostole. Al contrario, per quanto vittima di offensive da parte sua sì oscene, sì straordinarie, da spezzarle il fiato in corpo e piagare le sue carni come mai prima di allora gli aveva offerto occasione, possibilità di riuscita, ella non solo riuscì a tenere testa a quella minaccia tremenda e apparentemente incontenibile, ma, ancor più, si riservò allora occasione per ribellarsi alla medesima in maniera adeguatamente misurata, con un solo gesto, un unico concreto attacco a lui rivolto, che vide la sua mano destra, in nero metallo dai rossi riflessi, spingersi fino al volto di lui, per afferrarlo con fermezza, ben attenta a non riservargli danno permanente e, al tempo stesso, a non concedergli occasione di ribellione a quella sua presa, ove anche, immediatamente e prevedibilmente, le mani del colosso nero cercarono allora di spezzare l'arto di lei, in ferina, e pur vana, reazione a tutto ciò.
« Ascoltami bene, razza di bestione privo di cervello. » inveì ella, verso di lui, nel ricorrere alla mia voce, al mio volto, in quell'assurdo miraggio, e pur nell'offrire in tutto ciò alle sue orecchie le proprie parole, realmente tali per la prima volta dall'inizio di tutta quell'intera faccenda « Io non intendo ucciderti… e, ciò nonostante, non posso neppure accettare l'eventualità di essere tanto stolidamente massacrata da un bisonte tuo pari senza concedermi occasione di ribellione. Quindi cerca di prestare attenzione a quanto ti sto per dire… perché non so se mi concederò occasione per ripetermi. »
« Brote… che tu sia maledetto… » replicò egli, scagliando colpi sì forti in contrasto a quell'avambraccio di freddo metallo tali da ledere le proprie stesse mani, le proprie estremità, ancor prima che l'oggetto stesso della loro offensiva, e, ciò nonostante, insistendo con decisione, con determinazione in tal direzione, insensibile a ogni ipotesi di dolore corporale, per lui impossibili da paragonare all'assurda pena in quel momento dominante nel suo animo, nella sua mente e nel suo cuore in conseguenza della perdita della donna sinceramente amata e del loro erede neppur nato « Che tu sia maledetto per ciò che hai compiuto! Per l'assassinio di mia moglie, della mia adorata Midda! »
« Ascoltami, Ma'Vret! » insistette la mercenaria, con tono forte, determinato, nella volontà di riuscire a imporsi su una mente evidentemente in balia di un potere malvagio e ingannatore « Sono felice che tu abbia finalmente scoperto e appreso il mio nome… ma preferirei conservarmi in vita abbastanza a lungo da poter rischiare persino di interessarmi a questa tua fantasia personale! » commentò, in un misto di serietà e ironia, in tal modo esprimendosi per una precisa scelta personale, là dove sì necessariamente sorpresa per le sue parole, ma sempre sufficientemente padrona di sé per comprendere come, forse, in simile via sarebbe riuscita allora a farsi ascoltare, a farsi comprendere e, soprattutto, riconoscere nella propria effettiva identità « Nella benevolenza di Thyres non sono Brote… né ambisco a diventarlo: il mio nome è Midda Bontor! E tu sei vittima del potere della chimera! »
Difficile mi è sempre stato immaginare come una tale situazione possa essere allora stata effettivamente vissuta da parte del malcapitato Ebano, lì suo malgrado spintosi in contrasto a un avversario, a una sfida, superiore a quelle da lui mai affrontate sino a quel momento, non tanto nel confronto con la stessa mercenaria effettivo oggetto del suo iniziale incarico, sì incredibile nelle proprie potenzialità e, ciò nonostante, completamente e assolutamente umana e mortale nella propria stessa natura, quanto, piuttosto, nell'ipotesi, collaterale, di confronto con il mostro innanzi al potere del quale, allora, era rimasto vittima inerme, priva di ogni possibilità di difesa, di riparo, nel porsi esso esterno al piano meramente fisico entro il quale era solito condurre i propri passi, le proprie abituali avventure. Dove anche solo la stessa idea di poter vivere, in pochi istanti, lunghi anni di vita, con le proprie passioni, le proprie gioie e i propri dolori, i propri trionfi e le proprie sconfitte, proponendo il tutto incredibilmente simile a un sogno nella propria concezione e, ciò nonostante, tremendamente prossimo alla realtà nella propria essenza finale, mi pone sinceramente in difficoltà, l'eventualità in cui, improvvisamente, quanto per me considerato per giorni, settimane o mesi quale concreta vita vissuta, abbia da considerarsi semplice miraggio, mi spingerebbe, comunque e probabilmente, verso la più completa e totale perdita di senno, nell'impossibilità a gestire in maniera corretta la questione e, peggio ancora, quanto da essa derivante.
Per tale ragione, non sono mai stato in grado di condividere la condanna verbale che lo stesso Ma'Vret volle dedicarsi nel confronto, a posteriori, con le proprie stesse azioni e reazioni, quando, finalmente libero dall'oscuro potere della chimera e sufficientemente ripresosi dai postumi dello stesso, non riuscì a perdonarsi di aver rifiutato qual accettabili, veritiere, le parole che ella gli riuscì comunque a comunicare in tale drammatica situazione, non riconoscendo, in esse, la reale identità della propria interlocutrice ma, peggio, considerando le medesime quali un'orrenda, quasi blasfema, beffa canzonatoria da parte di "Brote", suo solo, unico avversario in quello scontro volontariamente ricercato qual mortale per almeno una delle parti in causa. Per quanto possa apparire spiacevole ammetterlo, svilente per le proprie stesse capacità, ove posto nei suoi stessi panni, nella situazione da lui allora vissuta, dubito che, personalmente, sarei stato in grado di agire in modo migliore rispetto a lui, dal momento in cui, dopotutto, riuscire ad accettare per vere le parole lì propostegli in assoluto contrasto con quanto da lui vissuto per sì lungo tempo, avrebbe significato porre in dubbio la propria intera concezione di realtà per offrire ascolto, per prestare attenzione, non a chi, eventualmente, riconosciuto qual amico, e in ciò, forse, considerabile qual attendibile attorno a simili posizioni, quanto peggio a chi altrimenti riconosciuto qual nemico e, per questo, già deprecabile in ogni propria idea o azione.
« Maledetto… maledetto… maledetto! » ripeté, più volte, senza concedersi tregua, senza permettersi la benché minima occasione di dubbio nel merito di quell'argomentazione, di quella teoria, sì assurda, sì priva di ogni possibilità di accettazione innanzi alla sua mente, troppo legata, in tutto ciò, a quanto per lui ormai divenuta unica realtà « Non sprecare fiato in simili assurdi tentativi volti a sperare di ingannarmi, di confondermi: alcuna parola da te pronunciata potrà mai permetterti di evadere dal fato di morte a cui io ti condannerò. Tu sei già morto, Brote… sei morto e, ancora, non accetti di esserlo. »
A offrire maggiore enfasi a quelle parole, allora, fu un nuovo colpo che egli volle riservare quale proprio, non più rivolto verso quel braccio inspiegabilmente indifferente a tutti i suoi precedenti tentativi in sua opposizione, quanto, piuttosto e nuovamente, verso il capo del suo interlocutore e avversario, lì riservandogli un impeto, un'energia d'incredibile portata che, probabilmente, se solo ella non fosse stata allora sufficientemente rapida e decisa nel proprio reagire, non avrebbe mancato di infrangere il suo stesso cranio quasi fosse un frutto maturo, sancendo in tal modo la fine di ogni conflitto e la programmata vittoria della loro ancor non rivelata e comune avversaria… la chimera.
lunedì 13 dicembre 2010
1067
Avventura
023 - Passato e presente
Neppure il tempo per offrire una lacrima volta a rendere onore all'amor perduto fu allora concesso, riconosciuto, riservato al povero Ebano, colui che della città del peccato aveva voluto divenire il signore assoluto, il dominatore incontrastato e che, in conseguenza di ciò, si era improvvisamente ritrovato a essere spinto con violenza irrefrenabile nella polvere e nel sangue: sangue che stava in quel momento riversandosi abbondante, quasi furioso, attraverso le mortali ferite della propria sposa; e polvere che presto ella stessa sarebbe divenuta, probabilmente al pari suo e di tutte le sue ambizioni che, sino a quel terribile punto di non ritorno lo avevano allora condotto.
Prima ancora che, infatti, lo stupore potesse tramutarsi in dolore, l'incredulità potesse divenire ira, egli venne allora distratto dall'offensiva a lui destinata rappresentata, in tale occasione, non da una tremenda e pur, persino, romantica grandinata di dardi quale quella donata alla sua compagna, quasi un riconoscimento della tremenda pericolosità rappresentata dalla medesima, quanto, piuttosto, dall'azione di un singolo uomo, volto in simile senso a sminuire il valore intrinseco di quello stesso confronto. Un solo avversario, tuttavia, non lì candidatosi a tale ruolo per semplice fatalità, per una qualche aleatoria azione propria della sorte, ma per una scelta ben ponderata, una decisione chiara e destinata, in ciò, non solo a riconquistare il potere perduto, quanto, ancor più, a umiliare il proprio stesso antagonista, la propria controparte che, da quello scontro, sarebbe dovuta uscire probabilmente uccisa nel corpo e, soprattutto, completamente distrutta nel mito precedentemente creato attorno al proprio stesso nome.
« Brote… » commentò Ma'Vret, con ira, nel volgersi allora verso chi, fra tutti, aveva voluto chiedere qual proprio l'onore e l'onere di abbatterlo, di definire per sempre la conclusione della sua pur breve era all'interno di Kriarya, colui in quel momento mossosi verso di lui con la spada tratta nella mancina e uno scudo nella destra « Tu, quindi? Tu che per primo hai riconosciuto il suo valore, ora ti sei schierato in contrasto a colei che tanto fedele a te si era pur dimostrata nell'assolvimento del proprio assurdo incarico?! »
« Quando un cane si rivolta in contrasto alla mano del padrone, non è forse necessario, giusto, legittimo, che il padrone lo abbatta? » domandò, per tutta risposta, il mecenate, scuotendo appena il capo in contrasto alle accuse a sé rivolte « Per quale ragione, quindi, avrei dovuto riservare un destino diverso a quella cagna, che alla fedeltà a me, colui che solo in lei si era concesso di riservare fiducia, ha preferito volgere il proprio interesse a te, patetico e grottesco tentativo di imitazione del peggiore fra tutti noi? »
« Pagherai cara la tua insolenza, Brote! » ringhiò, quasi, il guerriero dei deserti del nord, mostrando bianchi denti fra labbra scure, e condannando in tali parole il proprio interlocutore « Io, probabilmente, oggi morirò… ma non sarò solo! »
Non tempo per dialogare, in effetti, sarebbe dovuto essere considerato quello, quanto piuttosto, tempo per combattere, sanguinare e morire. E, forti di simile consapevolezza, entrambi i contendenti si ritrovarono allora a spingere le proprie lame una nel confronto con l'alt…
… certamente, amor mio! Mi conosci fin troppo bene, dopotutto.
Assolutamente corretto è quanto la tua ironia non si sta ora impegnando minimamente a celare, qual riprova di una maturata coscienza nel merito di quale reale natura avesse da considerarsi celata dietro agli eventi di cui ti sto offrendo narrazione, nonché ragione, in effetti neppur difficile da intendersi, di questa mia particolare scelta espressiva, di questa mia estraneazione dagli accadimenti ora narrati. Per quanto i miei avversari siano soliti dedicarmi le peggiori calunnie, al punto tale da considerare probabilmente qual consueto quanto tu, invece, hai subito indicato quale assurdo, non mi sono… non credo di essermi, per lo meno, mai dimostrato tanto egocentrico da concedermi addirittura occasione di parlare di me in terza persona, prerogativa che riconosco con assoluta tranquillità a mitomani sovrani ammalati di narcisismo.
Effettivamente, come hai perfettamente e facilmente compreso, non io avrei dovuto essere considerato il "Brote" protagonista di tale sanguinoso scontro, di una battaglia nel corso della quale, certo della propria imminente fine, il colosso nero non si risparmiò il benché minimo colpo, non si concesse la più semplice ragione di prudenza, riversando in contrasto al suo avversario tutta la propria ira, tutta la propria furia, tutto il proprio desiderio di sangue e di morte. Al pari di tutto quell'ultimo arco temporale della propria vita, quei mesi, quegli anni vissuti insieme alla propria amata, amante e quasi madre di un loro erede, di una loro comune promessa di eternità, infatti, nulla avrebbe potuto essere accolto qual effettivamente accaduto, occorso: non la vittoria di Midda sulla mitologica bestia, non l'amore da entrambi successivamente vissuto, non la loro… la sua ascesa al potere, non il loro matrimonio e le sue conseguenze.
Tuttavia, non banale illusione, osceno miraggio, era stato, ed ancora era, in quel frangente, quanto allora imposto alla mente dell'uomo dalla chimera, da quella fiera forse sottovalutata nelle proprie possibilità, e pur tutt'altro che inerme nel proprio incredibile potere. Nel proprio ruolo di temibile oracolo, essa si era infatti impegnata, in opposizione a chi sino a lì giunto qual sua possibile minaccia, qual suo candidato uccisore, a riservare una visione su un futuro per lui assolutamente possibile e, ancor più, una realtà dal suo cuore, dal suo animo, sinceramente bramata, desiderata, persino al di fuori di una sua stessa qualsivoglia capacità di gestione, una sua vaga possibilità di confidenza, qual solo, e in quel momento, avrebbe dovuto essere giudicata, anche da parte sua, un'eventuale ascesa al potere, e al potere assoluto, all'interno della città del peccato, insieme, o, per meglio dire, in conseguenza, a una sua possibile relazione con colei di cui, prima di quell'incredibile e sofisticato inganno, neppure conosceva il nome o un qualche appellativo migliore rispetto a "straniera". Un domani da lui inconsciamente desiderato, quindi, che, dopo essergli stato tanto inaspettatamente donato, gli era stato altrettanto imprevedibilmente, e violentemente, sottratto, spingendolo, in ciò, a non offrire più il benché minimo valore alla propria esistenza e al proprio stesso futuro, futuro che per lui, in quel frangente, aveva perduto ogni significato, e incitandolo, per tal ragione, a combattere come mai prima di allora contro il solo nemico presentatogli, lì con il mio volto, scelto dalla chimera forse nel presumere un simile ruolo per me stesso in un'eventualità così descritta, in tal modo tratteggiata, ma, in verità, avente le spoglie proprie della stessa donna precedentemente oggetto delle sue bramosie di morte, se pur per motivazioni di carattere meramente professionale, e, ora, oggetto della sua sete di vendetta e, con essa, del proprio stesso, ormai accettato qual necessario, persino inevitabile, sacrificio.
Oh… se solo Ma'Vret, in quel momento, avesse avuto coscienza della reale destinataria della sua furia, ella violenza incredibile dei propri colpi…
Impossibile è, ora, per me, e quindi anche per te, mia adorata sposa, conoscere come tutto ciò fu allora vissuto dalla donna guerriero, così dissimulata nel confronto con uno sguardo improvvisamente divenuto cieco, nell'assenza di una qualsivoglia cronaca da parte sua in tal senso. Quanto ci è dato di sapere, tuttavia, è come, in tale situazione, la futura Figlia di Marr'Mahew riuscì, al contrario del proprio ipotetico alleato, compagno d'arme, a conservare incredibile lucidità, chiara coscienza di sé e del mondo a lei circostante, non offrendosi, in ciò, qual vittima inerme dell'offensiva contro di sé assurdamente generata dal medesimo, e pur, neppure, non invocando qual proprio un legittimo diritto a richiedere per sé la vita di chi, se pur vittima delle circostanze, non avrebbe arrestato la propria collera se non nel confronto con il suo cadavere, con le sue spoglie mortali ormai private di ogni barlume di vita.
Così, dove anche "Brote" avrebbe potuto riservarsi una qualche possibilità di predominio sul proprio avversario, dal momento in cui, proprio in conseguenza di tanta follia e tanta furia, il controllo del colosso nero su di sé, e sul proprio nemico, in quella battaglia, avrebbe dovuto essere giudicato drammaticamente inferiore a quanto, sicuramente, egli stesso avrebbe preferito riservare proprio, in conseguenza di una netta volontà a non infierire in contrasto a chi, suo malgrado, privo di controllo sulla propria mente e, in ciò, sul proprio corpo, molti… troppi… attacchi del medesimo riuscirono a raggiungere l'obiettivo prefissato, sì concedendosi, fortunatamente, privi di qualsiasi lama o altra arma, e pur, ciò nonostante, carichi di un'energia a dir poco dirompente, in conseguenza agli effetti della quale la mercenaria avrebbe potuto facilmente perdere la vita.
domenica 12 dicembre 2010
1066
Avventura
023 - Passato e presente
Parole, quelle allora pronunciate dal colosso nero, che avrebbero potuto essere considerate quali una reazione eccessivamente enfatica di fronte al trionfo della propria compagna d'arme, alla sua nuovamente dimostrata bravura, ma che, imprevedibilmente, si proposero allora più sincere e veritiere di quanto entrambe le parti in causa avrebbero mai potuto supporre, avrebbero mai potuto immaginare.
Fu così che ebbe allora inizio la relazione fra Midda Bontor e Ma'Vret Ilom’An. Un amore sorto qual conseguenza di un'incredibile complicità spirituale e fisica, mentale e sentimentale, che alcuno dei due avrebbe potuto prevedere, avrebbe probabilmente voluto gestire, ma che li coinvolse in maniera naturale e, al contempo, travolgente, spontanea e, ciò nonostante, irrefrenabile, vedendoli uniti, per la prima volta, in quella stessa giornata, immediatamente dopo la morte della chimera, quasi a cercare, in tal appassionata maniera, di festeggiare quell'incredibile vittoria. E fu proprio ella, in effetti, che offrì lo spunto iniziale per tanto diletto, dal momento in cui, ancora sporca del sangue della propria presunta predatrice, divenuta senza fatica alcuna, senza il benché minimo impegno, preda, su avventò con foga su chi lì ridotto a semplice testimone della propria gloria, saltandogli con impeto, addirittura con violenza, addosso e pretendendo da lui tutta l'attenzione di cui egli sarebbe potuto essere capace, senza concedersi in tutto ciò una sola parola, senza riservarsi, in questo, alcuna possibilità di incertezza, allo stesso modo in cui non ne aveva fatte proprie nello scontro con la chimera. Una voluttà, una passione, che, in conseguenza di ciò, li impegnò, lì coinvolse, non solo in quel primo giorno, ma in ogni sera seguente, allo stesso modo in cui essi si erano ormai abituati a combattere, trascinandoli spesso in incontri all'interno dei quale difficile, in effetti, sarebbe stato comprendere entro quale limite avrebbe dovuto essere considerato amore e oltre al quale, altresì, guerra, offrendo, in tutto ciò, al guerriero del nord possibilità di raggiungere livelli di piacere, di estasi, mai immaginati in passato, per quanto numerose, quasi prive persino di possibilità di memoria, avrebbero dovuto essere considerate le sue amanti prima di lei.
In simile modo, la coppia ripercorse con lentezza estenuante, senza fretta alcuna, la strada fino a Kriarya, là dove un futuro necessariamente popolato di grandi successi avrebbe atteso colei che già, in quella propria prima missione, in quel proprio primo incarico qual mercenaria, tanta affermazione era riuscita a riservare qual propria, compiendo con la stessa naturalezza di un semplice passo quanto di più incredibile si sarebbe potuto immaginare in quest'angolo di mondo.
Nel giorno in cui Midda e Ma'Vret originariamente avversari, ora alleati, fecero ritorno entro queste mura, tuttavia, non si limitarono, semplicemente, a mantenersi entro i limiti propri del ruolo mercenario inizialmente scelto da entrambi qual caratteristico per le proprie vite. Al contrario, in grazia della forza, della potenza da entrambi rappresentata, nell'unione dei due più grandi guerrieri che avessero attraversato le vie di quest'urbe e, probabilmente, dell'intero regno, essi vollero allora cercare un'occasione di potere superiore, di controllo assoluto non, semplicemente, sui propri destini, ma anche sul fato di chiunque attorno a sé, dimenticando, in ciò, la propria vocazione professionale e preferendo compiere lo stesso cammino comune a molti di noi, a me stesso in primo luogo, diventando mecenati e grandi signori, dominatori. A differenza di chiunque altro, però, la bramosia di Ebano, ancor prima che quella della propria nuova amante e, successivamente, sposa, meno interessata rispetto a lui al potere, quanto piuttosto e invece a nuove occasioni di sfida per sé, in tal modo comunque offertegli dal proprio amante e, successivamente, sposo, non parve voler conoscere confini, limiti alcuni, non accontentandosi semplicemente, al pari di qualsiasi altro lord della città, di riservarsi una torre e la gestione di qualche quartiere, con le relative attività commerciali, i traffici di merci di contrabbando, il gioco d'azzardo e la prostituzione. Egli, non sufficientemente maturo per mantenere tanta responsabilità nelle proprie mani gestendolo in maniera equilibrata, proponendosi praticamente qual ebbro in conseguenza di tale incredibile occasione offertagli dal fato, volle, al contrario, accentrare a sé ogni possibilità, ogni potere, ogni decisione, quasi un feudatario se non, addirittura, un sovrano sorto dal nulla, dalla polvere della strada, consapevole di potersi permettere tanto in grazia della presenza della propria stessa moglie, di colei che non ne completava semplicemente la vita privata, ma nel risaltava il profilo pubblico, rendendolo in grado di ambire a tutto quello e a molto più ancora.
Questo, per lo meno, fino al giorno in cui, un paio di mesi dopo la conquista dell'intera città del peccato, la stessa donna guerriero ebbe occasione di scoprire come la natura avesse compiuto, anche con lei, il proprio corso e che, in conseguenza di tanta intesa sessuale con il proprio sposo, per tre stagioni le sarebbe stato necessario accantonare la vita come guerriero in favore di quella come donna…
No… credimi. Non sto impazzendo e, soprattutto, non mi sto inventando nulla, amor mio, mia dolce e meravigliosa sposa, unica ragione, per me, di esistenza, ora e per sempre.
Ciò di cui ti sto rendendo partecipe, in questi termini, è il resoconto preciso e puntuale di quanto lo stesso Ma'Vret volle condividere con me al termine di questa vicenda. Non una sola delle mie parole nasce qual fine a se stessa o, ancor peggio, qual semplice capriccio del mio stesso intelletto, della mia immaginazione.
Ti prego di permettermi di proseguire oltre, prima che la confusione inevitabile attorno a tutto ciò possa distogliere la tua attenzione dalla storia: offrire in questo momento spiegazioni di sorta contribuirebbe, solo e semplicemente, a banalizzare l'intera questione e, in ciò, a rendere vano tutto il mio racconto e ogni possibilità di comprensione sui protagonisti in esso coinvolti, a iniziare dalla stessa Figlia di Marr'Mahew per proseguire poi, secondo ma non meno importante, per quanto probabilmente per te per nulla interessante, con il buon Ma'Vret.
L'interdizione obbligatoriamente posta sulla mercenaria nel confronto con le proprie abituali battaglie, con la propria vita da combattente, per tutto il periodo della gravidanza, segnò, purtroppo, non l'ora più felice per la coppia, così come avrebbe dovuto essere e così come, anche per noi, è stato nella nascita del nostro splendido figlioletto, quanto, piuttosto, quella più triste. Dal momento in cui, infatti, il potere tanto rapidamente accumulato nelle proprie mani da parte di Ebano era stato fondato, nella propria integrità, attorno alla figura della stessa Midda Bontor, alla sua forza, al suo coraggio, alla sua innata propensione alla guerra e alla morte, egli vide la propria posizione altrettanto rapidamente posta prima in dubbio, e poi, addirittura, in scacco, dalla rivalsa di tutti noi, ex-signori di Kriarya, che, unendo per una volta le nostre forze, le nostre risorse, riuscimmo allora a ottenere la nostra riscossa, la nostra vendetta per l'ignominia alla quale eravamo stati destinati dalle sue brame di dominio assoluto.
Al colosso nero, un tempo grande combattente, mercenario temuto e rispettato, amato e invidiato, non restò altra soluzione al di fuori della fuga... una fuga nel corso della quale, suo malgrado, egli non ebbe occasione di effettiva evasione dalla morsa da noi imposta attorno a loro, ritrovandosi a confronto diretto con le nostre forze, con le nostre lame, le nostre picche e, purtroppo per lui e, ancor più, per colei lì presente al suo fianco, le nostre frecce. Innanzi ai suoi occhi, allora divenuti trasparenti di un sentimento diviso a metà fra la disperazione più cupa e l'ira più sfrenata, a Ma'Vret fu così offerto l'orrido spettacolo della propria complice, amante e sposa, nonché futura madre del proprio figlioletto, ancora inerme all'interno del suo ventre, essere tempestata da una pioggia di dardi, una tempesta disumana e impietosa che volle, in tal modo, terminarla prima che le potesse essere concessa occasione alcuna per ribellarsi, per tentare di opporsi alla condanna così impostale e, in ciò, porre in forse le nostre stesse vite, il futuro di tutti noi che, per quanto numericamente superiori in una misura schiacciante a suo confronto, mai avremmo commesso nuovamente l'errore di sottovalutare la pericolosità propria di una tale figura, così come, drammaticamente e stolidamente, avevamo già compiuto in passato.
« Mid… da… » sussurrò, in un alito di voce attonito e straziato dall'orrore, reagendo innanzi con tutto ciò quasi non potesse essere vero, accettabile, nel dimostrarsi troppo folle, assurdo nel confronto con l'immagine di forza, prossima persino all'onnipotenza degli dei, della quale ella si era ammantata sin dal giorno del loro primo incontro, purtroppo allora dimostratasi tutt'altro che imperitura così come egli, probabilmente, per amore o per egoismo, si era illuso sarebbe sempre stata.
sabato 11 dicembre 2010
1065
Avventura
023 - Passato e presente
« Perdona se, forse, il tempismo che dimostrerò in questo momento non si offrirà quale il migliore, soprattutto in un momento qual quello attuale… » riprese pertanto voce verso di lei, incerto fra l'ipotetica necessità di mantenere un tono il più contenuto possibile e l'inutilità intrinseca in un tale sforzo, dove forse questo stesso non avrebbe avuto ragione alcuna di poter essere nella loro già rivelata presenza all'attenzione della loro avversaria in semplice conseguenza alla fattore di turbamento imposto su tanta pace dalla loro banale presenza in un'area similmente abbandonata da ogni forma di fauna « … ma sei davvero partita disarmata da Kriarya, allo scopo di affrontare una chimera?! »
« Sì… e così sarà sino a quando non troverò una spada adatta ai miei scopi, ai miei gusti. » annuì ella, constatando quanto dal proprio punto di vista considerabile addirittura quale ovvietà, per quanto totalmente assurdo e privo di senso nel confronto con la mentalità propria del suo attuale compagno d'arme « Non voglio affermare che voi continentali non sappiate produrre nulla di buono… ma le spade non hanno da considerarsi quali il vostro punto di forza. Credimi. »
Fu in quel preciso frangente, nella conclusione di quelle stesse parole, pronunciate con leggerezza e, ciò nonostante, consapevolezza assoluta, che Midda ed Ebano si ritrovarono a non inatteso, e pur improvviso, confronto con l'oggetto delle ricerche della prima e dei timori del secondo, così come di ogni uomo o donna dotato di una qualche minimale parvenza di senno.
Senza riservare loro occasione di alcun miraggio, senza concedere loro alcuna illusione, così come, al contrario, le leggende, i miti avrebbero necessariamente richiesto da parte sua, quella creatura si dimostrò innanzi allo sguardo di Ma'Vret esattamente nelle forme e nelle proporzioni a essa attribuite dalle ballate, dai canti popolari e, con essi, dalle numerose raffigurazioni che molti artisti si sono prodigati di produrre attorno a simile argomento, a tale idea, mostrando un assurdo intreccio di creature fra loro completamente prive di qualsivoglia fattore comune, di qualsiasi ipotesi di comunione, per quanto, all'interno di quel mostro, similmente riunificate e poste qual unica entità. Al centro della fiera e muscolosa schiena di un corpo da leone, il cui principale capo ancor felino si propose del tutto simile a quello dei possenti animali con cui egli aveva avuto occasione di aver a che fare al nord, nei territori per lui un tempo indicati con termini come "casa" e "patria", non cercava assolutamente di nascondersi, di negarsi, la presenza di una seconda natura, questa volta nelle sembianze di una capra, la cui testa emergeva in quel punto quasi lì fosse stata applicata e non generata, posta in cotale maniera dai capricci di un infante divino che, giuocando con quella bestia al pari di un semplice balocco, si fosse divertito a fondere, in similare modo, due animali fra loro in assoluta contraddizione, qual soli avrebbero potuto essere considerati un leone e una capra, il primo predatore, la seconda preda. A completare un quadro in tal modo già privo di ogni senso, di ogni ragion logica o naturalezza, e pur lì presentato ai suoi occhi così incredibilmente fedele a qualsiasi immagine mentale egli si sarebbe mai potuto riservare a suo riguardo, quasi essa fosse emersa da un arazzo, non mancò poi di attrarre l'attenzione del colosso nero anche la coda di tale creatura mitologica, non semplice estremità felina o caprina, quanto, piuttosto, terza testa, ora di serpente, a sua volta dotata di vita propria, di pensiero indipendente e autonomo, nonostante il fato avverso l'avesse in tal modo asservito a quell'improponibile e confuso mosaico zoologico. Tre nature diverse per una sola belva, poste fra loro in tanta contraddizione da rendere assurdo il pensiero che un tale mostro riuscisse a restare, effettivamente, coeso, e non si spezzasse in maniera spontanea, non si infrangesse per proprio conto, qual apparentemente inevitabile conseguenza di tanta intrinseca diversità e, ancor più, incompatibilità fra le sue stesse forme, fra le sue medesime componenti: un'incredibile e forzata convivenza, la loro, che tuttavia propose allora, in contrasto a quei possibili avversari, a quelle minacce, l'impeto di un'oscena zampogna, una corale assordante che, da tre diverse fauci, eruttò, allora, in loro violenta offesa, chiaro monito nel merito del pericolo da entrambi corso in quel particolare momento, in quella spiacevole situazione da loro stessi tanto assiduamente ricercata.
E se, di fronte a simile avviso, il buon Ebano, già trionfatore di numerosi scontri, sopravvissuto a pur incredibili imprese, si ritrovò, proprio malgrado, privo di controllo sul proprio stesso corpo, nel porsi diviso fra un'ardimentosa volontà volta ad avanzare verso quel nemico e un naturale istinto di conservazione prepotentemente supplicante in favore della fuga da tutto ciò, concedendosi, per questo, semplicemente e rischiosamente immobile, Midda Bontor non si volle riservare la benché minima esitazione, la più semplice occasione di incertezza, scattando in avanti, verso quel mostro, non diversamente da come, negli ultimi giorni, si era spesso impegnata a scattare nella direzione del proprio inatteso alleato, colui con l'aiuto del quale aveva vivacemente animato le proprie serate, impegnandosi in lunghe lotte, sempre più prossime, nella loro dichiarata natura, a un semplice allenamento, che a una concreta sfida mortale.
« Dei… » ebbe appena modo di sussurrare egli, sgranando gli occhi nell'essere spettatore di un simile coraggio, tanto incredibilmente prossimo alla follia.
Impossibile, in effetti, sarebbe stato, in simile situazione, distinguere i limiti propri della più incredibile audacia e della più stolida dissennatezza, là dove, entrambe, sarebbero pur potute essere riconosciute quali caratteristiche della futura Figlia di Marr'Mahew e del proprio impeto in avversione a una minaccia pur meritevole di ogni rispetto, di ogni reverenziale timore, e lì, altresì, trattata al pari di una bestia qual altre, priva di qualsiasi ipotesi di mortale pericolo a proprio possibile discapito. Un comportamento, il suo, che, obiettivamente, come solo la consapevolezza propria di chi, al nostro pari, si impegna ad analizzare a posteriori una realtà ancor prima di viverla personalmente, non può comunque essere considerato qual assurdo nella propria straordinarietà, in quanto proprio di chiunque, al pari della mercenaria dagli occhi di ghiaccio, abbia desiderato, bramato qual propria l'occasione, nella Storia o nel mito, di imporre la propria stessa volontà in contrasto non solo ai capricci del fato, ma, anche, ai voleri degli dei tutti: solo negandosi una certa parte di consapevolezza, di coscienza, infatti, chiunque avrebbe potuto riservarsi l'occasione di affrontare un pericolo di tale entità, una competizione in contrasto alla morte certa come solo sarebbe potuta essere interpretata quella lì loro riservata; ma solo in grazia di un valore fuori dal comune, privo d'eguali, tale rinuncia sarebbe stata possibile, in un atto che, pertanto, soltanto l'esito del medesimo avrebbe saputo giudicare, promuovere qual dimostrazione di un'indole superiore, di un carattere volto al dominare il destino ancor prima dell'esserne dominato, o condannare qual riprova di sfrontata immodestia, propria di chi sì idiota da meritare la tremenda fine a cui, in tal modo, si sarebbe votato.
Nel considerare come, anche a quindici anni di distanza, siamo qui oggi a parlare nel merito di tale questione, a narrare di simile impresa, credo che non solo presumibile, ma addirittura ovvio, possa considerarsi l'esito del coraggio, o della follia, della donna guerriero: ella trionfò, riuscendo a imporsi sulla propria controparte per quanto spoglia di armi, sebbene appartenente priva di ogni possibilità in contrapposizione a tanta oscena presenza, e raggiungendo tale risultato con tanta naturalezza, meravigliosa spontaneità, incredibile rapidità, da non consentire, in ciò, neppure a un guerriero dello stampo di Ebano di cogliere con precisione, con puntualità, quanto lì avvenne, ponendogli innanzi, semplicemente e assurdamente, il risultato finale, quello rappresentato dal cuore della creatura trafitto con una delle corna della medesima, della sua testa di capra, spezzata e riutilizzata, in quel modo, a sua condanna. Una vittoria allucinante, nella rapidità del proprio raggiungimento e nella naturalezza della propria esecuzione, che non poté evitare di sconvolgere l'uomo lì improvvisamente già consapevole della fine della propria epoca, della propria carriera in quanto mercenario e avventuriero, e dell'inizio di quella di chi, ipoteticamente, egli stesso avrebbe dovuto uccidere, ma nel confronto con la quale per alcuna ragione avrebbe potuto riservarsi la benché minima occasione di successo, di trionfo, là dove neppure la creatura più temibile e temuta a memoria d'uomo, la minaccia rappresentata da una chimera, era parsa sufficiente non solo a preoccuparla, ma, ancor più, ad affaticarla.
« Credo di essermi appena innamorato di te… » ammise con assoluto candore, con quell'ingenuità che sarebbe potuta essere considerata propria di un giovinetto alle sue prime esperienze sentimentali, e non di un uomo suo pari.
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