Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
News & Comunicazioni
E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 022 - Futuro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 022 - Futuro. Mostra tutti i post
sabato 6 novembre 2010
1030
Avventura
022 - Futuro
« La vostra comminatoria… come si chiama?! » esclamò Midda, dimostrando un chiaro sentimento di sconvolgimento nel confronto con simile verità, al punto tale da offrire le proprie nere iridi tanto ampie al centro delle azzurre iridi sino quasi a nullificarle « Come si chiama?! » insistette, balzando in avanti, del tutto disinteressata al pericolo comunque rappresentato dall’arma del proprio interlocutore, nell’alzare la propria destra ad appoggiarsi sulla sua spalla e, in ciò, scuotendolo appena a riprova della propria sincera urgenza in tale curiosità, in simile dubbio attorno a quella questione.
« … comminatoria?!... » scosse il capo Bema, quasi spaventato, ora, da quella reazione, non riuscendo a cogliere l’erroneo riferimento alla loro committente, frutto della consueta difficoltà del traduttore automatico della donna a riadattare la lingua di lei a una nota.
« La vostra… mecenate… come si chiama colei che vi ha assunto? Colei che vi ha pagati per cercare di catturarmi? » spiegò ella, decidendo di non insistere su quello stesso termine e utilizzare, al contrario, un vocabolo per sé più consueto.
L’uomo restò per un lungo istante in silenzio di fronte a quella richiesta, evidentemente dubbioso nel merito della correttezza di una tale rivelazione, dell’offerta, oltretutto gratuita, alla propria interlocutrice nel merito di quell’informazione. Tuttavia, nel confronto con lo sguardo di lei, e con la pur terribile immagine di morte e distruzione offerta da quel sensuale corpo martoriato dalle ferite riportate nelle ultime battaglie e, in ciò, rosso scuro per il proprio stesso sangue, ancor prima che per il sangue di tutti gli avversari comunque massacrati, egli non ebbe cuore di mantenere ancora il silenzio, decidendo pertanto di riconoscerle tale occasione di consapevolezza, così come da lei richiesta, anche solo a titolo di ringraziamento per la salvezza concessagli pocanzi, nella pur azzardata azione in virtù della quale entrambi avevano avuto salva la vita là dove solo morte sarebbe potuta altresì essere loro promessa.
« Ha detto di chiamarsi… Mal Toise… Anmel Mal Toise. » sussurrò egli.
… Anmel?!
Con la propria candida pelle dolcemente decorata da disordinate efelidi e imperlata di salino sudore, con i propri capelli nero corvino sparsi in maniera disordinata sul viso e sulle spalle, con il proprio ignudo corpo dolcemente adagiato accanto a quello di Be’Sihl, suo ultimo e attuale compagno, al quale, ormai, era unita da quasi un anno intero e dal quale, in verità, era amata da più di un decennio, Midda Bontor riaprì gli occhi di scatto, muovendosi subitaneamente con impeto spontaneamente felino a levarsi in ginocchio, quasi a dimostrarsi pronta a un combattimento, prossima a uno scontro del quale, altresì, alcuna reale minaccia le era stata offerta.
Assolutamente tranquilla, immersa in quel confortevole silenzio caratteristico delle prime ore del mattino, del sempre troppo breve arco temporale tipico di qualsiasi locanda in ogni angolo del mondo conosciuto, intercorrente fra il termine dei bagordi serali e l’inizio della frequentazione mattutina della stessa, la stanza affittata, per il tempo di quella notte di riposo, dalla coppia di viaggiatori ormai simili a peregrini, per quanto pur aventi una chiara e definita meta a contraddistinguere il loro cammino, non stava riservando ai due alcuna ombra di pericolo, mostrandosi completamente inerme e priva di qualsiasi altro ospite al di fuori di lei stessa e del suo amante. E così come ormai occorreva con incredibile regolarità da settimane, mesi quasi, fu necessario qualche istante alla mercenaria, alla Figlia di Marr’Mahew, per recuperare la propria tranquillità interiore, per rendersi conto dell’ambiente a sé realmente circostante e, in ciò, per permettere al proprio respiro divenuto affannoso di ritrovare la propria corretta regolarità, il proprio adeguato ritmo, la propria controllata cadenza.
« Ancora incubi, amor mio? » le domandò lo shar’tiagho, in un lieve alito di voce, offrendo riprova di essersi a propria volta ridestato, in ovvia e prevedibile conseguenza dell’agitazione da lei in tal modo involontariamente proposta, senza alcuna possibilità di controllo, di gestione.
« S-sì… » sussurrò ella, dimostrando un’insolita ansia, un’innaturale incertezza psicologica, tanto in contrasto con l’immagine da lei abitualmente offerta, quella di una donna fredda e distaccata, sempre salda e controllata anche nelle situazioni peggiori, in quelle circostanze che sarebbero state altresì capaci di negare il senno persino ai guerrieri più coraggiosi « Sempre lo stesso. O, almeno, credo… dal momento in cui, come al solito, il ricordo sta già affievolendo nella mia mente. » puntualizzò, costringendosi, allora, a tornare a giacere accanto a lui, fra lei sue braccia subito tese verso di lei, in una tacita offerta di accoglienza, di rifugio, di protezione « Thyres… se solo riuscissi a conservarne memoria, forse potrei trovare in essi un qualsivoglia significato. » commentò, quasi irritata da simile, propria, mancanza.
« Sai… inizio a credere che sia una sorta di reazione psicologica alla mia presenza. » commentò con dolcezza egli, chiudendo le braccia attorno al corpo dell’amata e, con delicatezza, cercando la pelle di lei con le proprie labbra, per un lieve bacio depositato, in quel primo momento, poco sopra il suo occhio sinistro, là dove la cicatrice ne sfregiava le incantevoli forme « Dopotutto non hai mai avuto di questi incubi in passato. A eccezion fatta, ovviamente, per quelli offerti dal tuo… maritino. »
In immediata conseguenza a un tremendo dubbio evocato nel cuore della donna da quelle stesse parole, dal riferimento così proposto al proprio semidivino sposo, colui al quale si era legata con l’inganno per riservare salva la vita propria e di due compagne, ella si scosse nuovamente con rapidità, quasi con frenesia, per verificare che, attorno al suo braccio sinistro, l’unico concessole in carne e ossa, fosse ancora presente il bracciale dorato a forma di serpente, dono del proprio stesso compagno e amuleto consacrato al dio shar’tiagho Ah'Pho-Is, signore degli inganni. Solo in grazia di simile prezioso ornamento, ella aveva ottenuto grazia da un’onirica persecuzione impostale dallo stesso Desmair, il quale, sin dai giorni immediatamente successivi a quelli delle loro nozze, pur intrappolato all’interno di un quadro in un’immensa fortezza fra i ghiacci, aveva dimostrato tutto il potere per lui derivante dal vincolo fra loro sancito innanzi agli dei tutti, nell’inviarle, prima, orrendi incubi nel corso della notte, e nel costringerla, poi, a oscene visioni durante il giorno, allucinazioni in conseguenza delle quali lo stesso Be’Sihl aveva rischiato di essere da lei ucciso e, disgraziatamente, due suoi parenti avevano concretamente trovato morte.
Purtroppo, o per fortuna a seconda dell’eventuale punto di vista su tale questione, il serpente si concesse saldamente ancorato là dove ella lo aveva posto l’ultima occasione in cui aveva avuto a che fare con il proprio sgradito marito, negando con la propria stessa presenza l’eventualità che gli incubi dei quali si proponeva suo malgrado vittima in quei giorni fossero un suo strano giuoco…
« E pensare che, la prima volta in cui accennasti alla sua esistenza, neanche offrii reale peso a quanto tu mi raccontasti a suo riguardo, credendo avesse da intendersi semplicemente quale una sorta di originale scusa per rifiutarmi ogni speranza di successo nei tuoi riguardi. » soggiunse, in conseguenza del prolungato silenzio di lei, rimembrando scherzosamente l’occasione di quella lontana mattina nella sua locanda quand’ella offrì il primo accenno all’esistenza del semidio suo sposo.
« Non essere doppiamente sciocco. » replicò ella, rivolgendosi nuovamente in direzione del compagno e tornando, in ciò, ad abbandonarsi alle sue braccia, alle sue carezze, nella sincera esigenza di cercare in esse la quiete perduta, la pace smarrita « Innanzitutto non avrei mai inventato una scusa tanto surreale per rifiutarti, se anche lo avessi voluto fare. E poi, non vi sono ragioni per le quali la tua presenza dovrebbe essere per me fonte di incubi. » replicò scuotendo appena il capo e, in ciò, accarezzando con la propria guancia sinistra il suo petto e il suo collo, con fare più ricco di dolcezza ancor prima che di malizia, per quanto tutto in lei trasudasse, naturalmente, sensualità allo stato più puro.
« Piuttosto, sei certo che questo tuo dio Ah'Pho-Is non si stia irritando per il fatto che un suo amuleto è stato offerto a protezione di un’infedele? » aggiunse la donna guerriero, riprendendo a riflettere su possibili ragioni alla base di sogni tanto assurdi, volti a mostrarle realtà così aliene alla propria, universi tanto esterni a tutto ciò che ella era abituata a conoscere nel proprio quotidiano « Non vorrei che abbia deciso di punirmi per tal ragione, lasciandomi nuovamente in balia di quel maledetto di Desmair e della sua fantasia perversa… »
« Tutto questo potrebbe rendermi incredibilmente geloso, ne sei consapevole?! » sorrise l’uomo, tornando a baciarla con dolcezza sulle tempie, così offerte alle sue labbra, nel mentre in cui con braccia e mani corse subito ad accarezzare delicatamente e ripetutamente la meravigliosa superficie della schiena di lei, dalle atletiche spalle sino ai sodi e formosi glutei, intimamente e immancabilmente godendo di quel meraviglioso contatto che, dopo quasi quattro intere stagioni, non gli era assolutamente venuto a noia e che, al contrario, lo ritrovava ogni volta a lei concesso con maggiore entusiasmo della loro prima notte insieme, di quella loro prima, indimenticabile, comunione.
« Perché…? » domandò ella, non comprendendo e, in ciò, voltandosi verso di lui, ad appoggiarsi con le mani sul suo petto e a ricercarne ora lo sguardo con i propri occhi di ghiaccio « Invidi forse a quel mostro la capacità di imporre assurdi incubi a rovinare le mie notti? » questionò, non cogliendo eventuali ragioni di gelosia per lui nell’ipotetico confronto con simile creatura, ancora in vita unicamente in conseguenza alla difficoltà, per lei, di comprendere in che modo riuscire a conquistare lo stato di vedovanza.
« Se davvero fosse lui a inviarti tali sogni, invidierei il fatto che egli dimostri in essi maggiore confidenza con te di quanto non ne abbia mai avuta io… » argomentò Be’Sihl, sorridendo sornione, con tono più tendente al faceto che al serio « Dopotutto a me non avevi mai raccontato, prima dell’inizio di queste strane avventure notturne, alcuni particolari interessanti sulla tua vita; primo fra tutti, il fatto che i tuoi capelli non siano, in verità, dello stesso colore del quale da tanti anni ti impegni a far apparire. E chissà quante altre cose mi hai tenuto nascoste sino a oggi… »
« … chissà… » sorrise Midda, ripetendo l’interrogativo da lui proposto « Credo che potrebbero essere così tante da necessitare una vita intera per scoprirle tutte. » sussurrò provocante, spingendosi ora verso le di lui labbra, con le proprie, calde e appassionate, desiderose di pretendere la sua attenzione.
Ed egli, trasformando il proprio delicato abbraccio in una morsa dolcemente prepotente attorno alle forme di lei, a intrappolarle contro il proprio corpo già bramoso di una nuova occasione di appassionato confronto su quello stesso letto da entrambi già posto a dura prova poche ore prima, promise con sincerità assoluta e amore incondizionato: « Mi dovrò impegnare molto a lungo, allora… »
venerdì 5 novembre 2010
1029
Avventura
022 - Futuro
Per quanto l’esplosione effettivamente generata, come venne subito dopo confermato, da una granata all’idrargirio, avesse imposto alle schiere dei non morti una pesante sconfitta, spazzando in un sol istante, in un fuggevole attimo, oltre la metà dei non morti presenti all’interno dell’intera aviorimessa, radunatisi all’interno di quella navetta nella speranza di poter completare la propria missione nella morte della donna guerriero responsabile per il loro attuale stato, ancora nella quantità di una ventina avrebbero potuto essere conteggiati gli zombie superstiti, se tale termine avesse avuto ragion d’essere impiegato nel confronto con una tanto grottesca forma di vita, inevitabilmente e instancabilmente sospinti dal medesimo scopo iniziale, dalla stessa bramosia che ne aveva, sin da subito, caratterizzato quell’innaturale animazione. Così, per quanto sinceramente provata, per quanto umanamente sfinita non solo dalle ormai innumerevoli ferite presenti su tutto il proprio corpo rimasto praticamente nudo, nella sola eccezione di pochi, rari, brandelli di stoffa attorno al braccio sinistro e ad entrambe le gambe, Midda Bontor non si poté concedere, né desiderò farlo, alcuna occasione di riposo, alcuna possibilità di quiete, riprendendo a lottare per affermare, attraverso quel violento e primordiale linguaggio universale, il proprio diritto a essere, a esistere e, ancor più, a decidere in autonomia del proprio fato, del proprio destino.
Una lotta nella quale ella non si propose sola, prima affiancata dall’ormai accettata presenza di Gechi e Bema al proprio fianco, e successivamente anche da tutti gli altri sopravvissuti di quell’equipaggio, riportanti successo nella propria forse semplice, ma effettivamente importante, missione di recupero della prigioniera e lì sopraggiunti a offrire loro manforte: in grazia di ciò, di tale improvvisa e pur gradita inversione di tendenza, non vennero loro offerti ulteriori occasioni di concreta preoccupazione per il risultato finale, per quella vittoria che, per quanto non avrebbe potuto dimostrarsi definitiva nell’inevitabile recupero che avrebbe continuato a contraddistinguere i loro avversari, nonostante ogni impegno a mutilarli, a smembrarli, a macellarli, non mancò di concedere al gruppo di una possibilità per conquistare una navetta e, con essa, riuscire a guadagnare la libertà tanto agognata, per la quale tanto si erano posti in gioco in quell’ultima ora.
Fu nell’immediato seguito dell’allontanamento della scialuppa dalla nave madre, la quale, per disgrazia dei propri legittimi proprietari, di coloro che avevano avuto la sfortuna di noleggiarla a quei mercenari della Sezione I, sarebbe allora stata così destinata a vagare per sempre, con il proprio equipaggio di non morti, priva di qualsiasi rotta e di ogni possibilità di controllo, che uno sviluppo inatteso e inattendibile sorprese la stessa donna guerriero, la quale ebbe allora di che rimproverarsi per non aver colto completamente la vera essenza dei propri alleati…
« D’accordo! » ammise, levando le mani in segno di resa « Lo ammetto: dopo quanto accaduto, dopo il pur breve tempo che abbiamo trascorso insieme, mi sarei potuta attendere qualsiasi reazione, qualsiasi colpo di scena… ma non questo. » riconobbe loro, aggrottando la fronte e non mancando di riservare loro un lieve sorriso, un leggero inarcamento delle labbra agli angoli della propria bocca « Siete riusciti a spiazzarmi… e non è un’impresa tanto banale. Credetemi. »
Nel ritrovarsi a essere rinchiusa nello stretto spazio di una comune navetta con gli uomini e le donne nero vestiti superstiti della carneficina a cui ella non solo aveva preso parte, ma era stata la principale, l’unica interprete, la donna dagli occhi di ghiaccio e dai capelli di fuoco, in verità, aveva già dato per certo, nonostante ogni precedente patto, ogni effimero accordo verbale stipulato con Gechi a nome di tutta la propria compagnia, l’eventualità di una loro rivolta, di un loro tentativo di presa di potere e di controllo sulla situazione, nella pur comprensibile volontà, nel pur chiaro desiderio, non solo di ricercare vendetta per quanto occorso, quanto, più, di portare a termine la propria missione, di concludere l’incarico così come inizialmente programmato. Per questo, nel momento in cui ella aveva sorpreso Bema a levare la propria arma laser proprio innanzi al suo sguardo, pur mantenendosi, in tal gesto, parzialmente celato dietro la sua stessa sodale e, forse, caporione, il capo della sicurezza della Kasta Hamina aveva subito considerato l’imminenza di un nuovo scontro, l’esigenza, da parte sua, di una nuova e rapida strage, a eliminare quella decina di uomini e donne posti attorno a sé prima che essi avessero occasione di ricambiare tale premura, similare interesse: fredda e calcolatrice come la sua particolare professione, nonché il mondo in cui era nata e cresciuta, l’aveva addestrata a essere, la donna aveva già ampiamente previsto tale eventualità e, in ciò, nonostante la minaccia intrinseca in una loro eventuale prematura dipartita, aveva individuato un semplice gesto da poter compiere per liberarsi di qualsiasi futuro non morto, nel rinchiudersi insieme alla propria attuale protetta nella cabina di pilotaggio e, subito dopo, nell’aprire il portellone della stiva, allo scopo di disperdere nello spazio aperto il proprio pericoloso carico.
Nonostante tanta accurata pianificazione, i suoi ex-antagonisti e, allora, probabilmente anche ex-alleati, si concessero di uscire al di fuori del canovaccio da lei già considerato qual certo… riuscendo, come da lei stessa ammesso, a sorprenderla, a stupirla, a spiazzarla.
« Deve essere chiaro che alcuno fra noi prova un eventuale debito di gratitudine nei tuoi riguardi. » puntualizzò Bema, dimostrandosi, nuovamente, padrone di sé e del proprio intelletto, nel ritrovarsi, finalmente, in una posizione di superiorità « A tempo stesso, tuttavia, alcuno fra noi brama una nuova occasione di scontro con te… e, in questo, la possibilità di porti alla prova e di comprendere entro quali limiti possa essere riconosciuta la tua abilità guerriera, la tua vocazione alla guerra e al sangue. » specificò, scuotendo il capo « Ed ella era già pronta a spingerci nuovamente in tale direzione. »
Non in avversione alla mercenaria lì proposta ormai vestita solamente del proprio stesso sangue e del bracciale dorato necessariamente posto attorno al braccio sinistro, poco sotto la spalla, infatti, quell’arma era stata allora sollevata, quanto, incredibilmente e imprevedibilmente, in contrasto alla stessa Gechi, sulla base del collo della quale era, infatti e immediatamente, precipitata, nella volontà di privarla di coscienza, di negarle ogni ulteriore contatto con la realtà a sé circostante. Una ribellione, quella in tal modo offerta dell’uomo, nel confronto con la quale alcuno degli altri presenti propose dimostrazione di contrarietà, di disapprovazione, nel limitarsi, semplicemente, ad annuire a quanto occorso e nell’impegnarsi, subito, a tirare da parte la donna nero vestita e a legarne le mani e i piedi con solidi lacci di materiale plastico, a definire in maniera indubbia la sua esclusione dai giochi, il suo forzato ritiro da quella scena nella quale, pur, sino a quel momento era rimasta ampiamente protagonista.
« Il nostro incarico era quello di condurre in trappola, e catturare, una donna, sì pericolosa, sì tenace e combattiva, ma non una furia al tuo pari. » proseguì l’uomo, a ulteriore specificazione della propria posizione « E se la nostra committente desidererà ancora ottenere vendetta per i propri scettri, qualsiasi cosa essi siano, dovrà provvedere in prima persona, o trovare qualcun altro, sufficientemente disaffezionato alla vita per dichiararti battaglia… la Sezione I si tira indietro. »
Parole chiare, prive di ogni possibilità di incomprensione, quelle in tal modo da lui proposte a esplicitazione del proprio comportamento, del loro comune atto di ammutinamento nei riguardi della loro compagna e in apparente appoggio a chi altrimenti iniziale avversaria, che non si limitarono a permettere, allora, un improvviso riordinamento di ogni tassello proprio di un altrimenti non apprezzato mosaico, sancendo come, in verità, il rapimento della stessa moglie di Beri Vemil avesse allora da considerarsi quale un effetto collaterale, ma che vollero esplicitare un reale e non casuale interesse verso la stessa donna guerriero, non semplice antagonista, quanto, piuttosto, preda designata, obiettivo stesso di tutto quel dispiego immane di forze e, peggio ancora, sola e solida ragione per tutti i morti sino a quel momento occorsi.
Un coinvolgimento, il suo e, in conseguenza, quello della Kasta Hamina, tutt’altro che casuale, che avrebbe potuto allora essere interpretato in un unico modo…
giovedì 4 novembre 2010
1028
Avventura
022 - Futuro
Per brevi istanti che, invero, parvero simili a lunghi secoli, rapidi e fuggevoli momenti che, in verità, si proposero prossimi a vite intere, la spada della donna guerriero continuò a sollevarsi e ad abbassarsi senza freno, senza requie in contrasto ai già ampiamente mutilati corpi dei propri antagonisti, cercando di aprire il cammino innanzi a sé, di liberare la via proposta davanti ai propri passi e, nel contempo, di difendere il fronte alle proprie spalle, quello sul quale sarebbe potuta risultare più debole, più vulnerabile agli attacchi avversari. In quella effimera frazione infinitesimale di eternità che, anche all'attenzione dello stesso Bema, lì suo malgrado coinvolto, si concesse più prossima all'imperitura esistenza di quelle divinità proprie di culti superstizioni e pagani a cui anche la stessa sua attuale compagna d'arme, forse salvatrice, probabile boia, sembrava offrire riferimento, il concetto stesso di tempo parve essere non solo fermato, ma addirittura vanificato, innanzi all'imparità propria di quella lotta, di quel conflitto, da cui mai né lui, né lei, avrebbero potuto sperare di trovare salvezza. Lontano dal poterne comprendere non semplicemente i piani, ma, più in generale, i pensieri, i sentimenti e, persino, la natura stessa, egli restò lì attonito, pietrificato, ad attendere il preannunciato segnale, quel nuovo richiamo rivolto a Gechi in conseguenza al quale tutto sarebbe concluso, terminato, non lasciando più spazio a ulteriori confronti non tanto per l'assenza della possibilità degli stessi, ma della stessa utilità dei medesimi, non essendoci alcuna logica, alcun senso, nell'offrir battaglia, nel cercare pugna, in assenza di un avversario con il quale confrontarsi. E, proprio in quanto ormai certo dell’imminente fine, nel momento in cui vide nuovamente le labbra dell'ignuda figura guerriera dischiudersi per sancire tale momento, nel mentre in cui il di lei corpo si gettava in avanti, nella sua stessa direzione, egli non poté fare altro che chiudere istintivamente gli occhi, come se posto alla guida di un mezzo slanciato a folle velocità e in rotta di collisione con un irremovibile ostacolo, pentendosi, in cuor suo, di non credere in un qualche dio o dea al quale, in quel momento, poter altresì rimettere la propria anima, ammesso di possederne effettivamente una.
« Ora! »
Il grido della mercenaria, tanto semplice, quanto devastante nelle proprie implicazioni, apparve simile a un boato, a una detonazione, a preludio di quella che, effettivamente, un istante dopo avrebbe sconvolto quel piccolo angolo di universo divenuto, per i protagonisti di tale scena, tutto il proprio intero mondo, tutta la propria realtà.
Slanciatasi, nel mentre di quell'unico verso, in direzione della soglia preposta a connettere, anche in quella navetta, la stiva alla plancia, ancora in volo, ancora galleggiante in aria, Midda condusse il proprio piede destro a colpire con violenza il punto in cui aveva considerato presente il sensore preposto alla chiusura di quella stessa porta, di quello uscio inevitabilmente concepito allo scopo di poter assicurare all'abitacolo di guida una possibilità di chiusura stagna, pressurizzata, rispetto al resto della struttura, al retro del veicolo che, al contrario, avrebbe potuto necessitare di un contatto con il mondo esterno, con lo spazio aperto. Nel momento stesso in cui il suo piede riuscì, effettivamente, incredibilmente e fortunatamente, a impattare su quel sensore, comandando l’imposizione di un immediato sigillo sulla plancia così raggiunta e la sua corretta pressurizzazione, con il ripristino di una consueta situazione gravitazionale al suo interno, una violenta deflagrazione coinvolse nella propria furia, nella propria distruttiva energia, la stiva di carico della stessa navetta, così come domandato, richiesto, ordinato, addirittura invocato, dalla donna guerriero. E, in conseguenza di ciò, non a Gechi, effettivamente esecutrice di quell'offensiva, non a Midda, sua ideatrice, né, tantomeno, al povero Bema, semplice e inerme testimone dei suoi incredibili effetti, fu concessa una subitanea possibilità di comprenderne, di apprezzarne, il concreto risultato, nell'essere tutti loro, chi in misura maggiore, chi in misura minore, coinvolti in quanto così occorso.
« Thyres… » sussurrò il capo della sicurezza della Kasta Hamina, recuperando coscienza di sé dopo un intervallo di oscurità mentale, ancor prima che fisica, sulla durata del quale non avrebbe saputo esprimersi, forse durato pochi istanti, forse molto più « Che… botto. »
« C-cosa è s-successo?! » domandò il suo compagno di disgrazie, riprendendo voce in conseguenza dell'ascolto di quella di lei, ancora rifiutandosi di aprire gli occhi e dimostrando, in ciò, tutta la propria pavidità, tutta la propria naturale ritrosia di fronte alla morte « Siamo vivi? »
« Sì… o almeno credo. » confermò ella, impegnando, subito dopo, la propria mente, la propria attenzione, a un rapido controllo del proprio stesso corpo, a cercare di rilevare eventuali danni potenzialmente subiti ancor prima di riprenderne controllo, di arrischiare a muoversi.
Ritrovando, in quella conferma, una ragione per ricercare nuovo contatto con l'universo a sé circostante, l'uomo, lentamente, riaprì gli occhi per cercare di comprendere cosa fosse accaduto, ove si trovasse in quel momento e, soprattutto, come fosse possibile la sua permanenza in vita a seguito degli eventi occorsi. E, in tal semplice gesto, egli ebbe allora di che rimproverarsi aspramente per aver tanto a lungo negato il proprio sguardo sul mondo esterno, rifiutando, in conseguenza di simile, stolida scelta, la mai sgradevole visione con la quale si ritrovò, immeritatamente, a confronto, nell'essere, probabilmente in conseguenza a un comune istinto di sopravvivenza, finito abbracciato alla propria attuale interlocutrice e, incredibile a dirsi, nell'essersi così ripreso a stretto contatto con le incredibilmente abbondanti e sode forme dei maturi seni di lei, proposte a meno di due pollici dal suo volto.
« Oh… » esclamò, allora, quasi soffocato dalla sorpresa di simile spettacolo « Che… bombe… » commentò senza concedersi particolare eleganza in tale espressione, quasi a riprendere, in quella stessa affermazione, l'asserzione appena offerta dalla stessa donna guerriero in riferimento all'esplosione avvenuta.
« D'accordo. Direi che ti sei ripreso… » annuì ella, riprendendo a muoversi in conseguenza alla rilevata presenza di ogni proprio membro al giusto posto e, in ciò, spintonando il medesimo lontano da sé, a evitare per lo meno la lascivia propria di quel contatto, là dove non avrebbe comunque potuto ovviare alla lussuria inevitabilmente propria del suo sguardo, né, per lei, avrebbe avuto particolare rilevanza impegnarsi in tal senso, preferendo riservare le proprie preoccupazioni per ragioni più serie.
« Io… io intendevo dire "bomba"… che bomba. » cercò di correggersi l'uomo, dimostrandosi, in quel momento, più in imbarazzo rispetto alla propria interlocutrice, altresì ora apparentemente noncurante nel confronto con le sue attenzioni, con l'interesse da lui in tal modo rivoltole « Quell'esplosione non può essere stata conseguenza di un semplice plasma… credo che Gechi abbia utilizzato un lanciagranate. »
Nel rivolgere, in tal modo incitata, i propri occhi color ghiaccio all'ambiente a sé circostante, Midda non poté evitare, dopotutto, di concordare con il pur raffazzonato e grottesco tentativo di recupero di un minimo di dignità così offerto dallo sconvolto Bema, nel prestare attenzione alle conseguenza all'esplosione e nel rilevare come non avrebbero potuto mai derivare dalla pur dirompente energia di un'arma al plasma, quanto, piuttosto e probabilmente, dagli effetti di una granata all'idrargirio, che pur ella aveva sinceramente ignorato poter essere in possesso della loro compagna. Nel denotare come, per quanto fortunatamente non vi fosse evidenza di alcuno squarcio imposto alla nave attorno a loro, alcun nuovo, spiacevole, varco aperto verso lo spazio esterno, ella poté allora e infatti constatare quanto ben poco avrebbe potuto essere considerato ancora integro della navetta da loro occupata, pur necessariamente solida, resistente nei propri stessi materiali: del medesimo abitacolo nel quale ella aveva confidato di poter trovare salvezza per entrambi, addirittura, era in quel mentre rimasto solo un vago accenno, una fragile ombra, poche paratie bruciacchiate dietro alle quali, comunque, dovevano evidentemente essere riusciti a riservarsi occasione di sopravvivenza, nella benevolenza della propria mai sufficientemente amata e lodata dea Thyres.
« Ehy… voi! » richiamò la voce della stessa donna nero vestita appena evocata, raggiungendoli dall'esterno, se tale avesse avuto ancora ragione di essere definito, della navetta « Vi domando perdono per il disturbo arrecato al vostro momento di intimità… ma qui ci sarebbe ancora del lavoro da fare! »
mercoledì 3 novembre 2010
1027
Avventura
022 - Futuro
« Ehy… accidenti a voi! » esclamò, lasciando piombare la lama della propria spada ad amputare una coppia di mani, entrambe armate di affilati pugnali, appena impegnatesi ad incrementare il numero di ferite riportate sul proprio corpo « Ci ero affezionata a questa tuta... » protestò, storcendo le labbra verso il basso e, impuntandosi ora con i piedi contro il bordo del varco d'ingresso della navetta, sul suo lato interno, liberando la mano destra per potersi permettere di utilizzarla a propria volta in quello scontro, nel duplice ed egualmente efficace scopo di risorsa offensiva e difensiva « Siete sicuri di essere dei cadaveri?! Perché nella foga che state ponendo allo scopo di godere della vista dei miei seni, apparite estremamente vivaci… »
Ben lontana dal potersi concedere imbarazzo alcuno per la propria nudità, da sempre in un rapporto di assoluta armonia con il proprio corpo e con la propria femminilità, lì ritrovatasi a essere, ancor più, in una situazione nella quale solo una sciocca si sarebbe preoccupata della medesima ancor prima che del pericolo di morte rappresentato dalla battaglia in corso, Midda continuò imperterrita nella propria opera in contrasto a quegli avversari, nel massacro così iniziato e in virtù del quale un numero sempre maggiore di osceni frammenti di carne e ossa stavano venendo proiettati a riempire l'ambiente lì circostante, nella speranza di riuscire, in tutto ciò, a inibire le incredibili capacità già dimostrate da quelle creature.
Le ferite aperte sulla sua carne, nuove e vecchie, per sua fortuna, non avrebbero dovuto essere considerate quali particolarmente gravi, se pur seccanti e, ovviamente, dolorose nella loro presenza. Un danno, quello così impostole, che da lei fu altresì sfruttato al solo scopo di incrementare la quantità di adrenalina già in circolo nel proprio sangue, quella droga naturale prodotta dal suo stesso organismo utile a permetterle non solo di contrastare gli effetti delle offese subite, quanto piuttosto di offrire energia alle sue stesse membra, forza ai suoi muscoli, maggiore reattività alle sue percezioni, in misura tale da rendere ogni suo gesto, ogni sua azione, ogni suo movimento, sempre più incredibile nella propria stessa natura, sempre più enfatizzato nelle proprie possibilità, nei propri risultati, al punto tale da allontana da qualsiasi consueto concetto di umanità per sospingerla verso quell'idea di semidivinità che nelle terre dalle quali veniva le era valso il titolo di Figlia di Marr'Mahew, dea della guerra.
« Bema… parlami, ragazzo… » richiamò in direzione del compagno, individuato a pochi passi da sé e pur ancora sufficientemente lontano da non poter essere raggiunto senza insistere nella lotta « … sei ancora vivo? Sei ancora cosciente? » domandò, in una questione che non avrebbe potuto essere assolutamente considerata né retorica, né banale, dal momento in cui, secondo quanto dichiarato da parte degli stessi mercenari nero vestiti, chiunque fra quegli appartenenti alla per lei sconosciuta Sezione I avrebbe potuto essere tramutato, sin troppo semplicemente, in una di quelle creature.
« A… aiutami… » ripeté l'uomo, tendendo la mano verso di lei, in un tentativo, pur vano, di raggiungerla, di spingersi sino alla sua posizione, venendo altresì mantenuto prigioniero dai propri ex-compagni, ancora illeso, in verità, dove ogni sforzo sembrava volersi concentrare a discapito della donna guerriero, se pur impossibile sarebbe stato ipotizzare sino a quanto simile stato sarebbe perdurato, per quanto ancora essi avrebbero ritardato il suo pur, apparentemente, inderogabile trapasso.
« Non cercare di venire verso di me. » negò la donna, scuotendo il capo e aprendo in due un intero corpo a lei avverso con un tremendo tondo roverso, tale da spezzare uno dei propri avversari poco sopra i bacino, trapassandone le carni morte da parte a parte, dal fianco destro a quello mancino « Cerca, piuttosto, di arretrare verso la plancia della navetta… verso la cabina di pilotaggio. » gli suggerì, allungando la destra ad afferrare, per il collo, lo zombie così appena diviso in due, per gettarlo lontano da sé, alle proprie spalle, verso l'esterno del veicolo « Abbiamo bisogno di quella maledetta radio… »
Il cadaverico tronco in quel mentre sospinto dalla donna guerriero, quasi fosse un semplice sacco vuoto, e non i macabri resti di chi, un tempo, sarebbe probabilmente apparso quale una splendida fanciulla, dai lunghi capelli neri e dalle labbra carnose, per guadagnarsi le attenzioni della quale, forse, molti suoi compagni d'arme avrebbero fatto di tutto, non ebbe, nonostante l'impegno da lei posto, occasione di allontanarsi, di disperdersi così come sperato, nell'ampio spazio proprio dell'aviorimessa, dal momento in cui, sfortunatamente, venne allora arrestato nel proprio moto inerziale dalla sopraggiunta presenza di un altro contingente di non morti, probabilmente, nel contempo, fuoriusciti da una o più delle altre quattro navette presenti in quello spazio allo scopo di accorrere lì in soccorso, in aiuto, dei propri compagni. In ciò, quindi, non solo la mercenaria ebbe allora occasione di rilevare tale incombente pericolo a proprio discapito, qual solo sarebbe potuto essere riconosciuto quello così rappresentato da un raddoppio dei nemici presenti, quanto piuttosto ebbe necessaria e obbligata ragione per incrementare maggiormente la foga dei propri colpi, ora non più rivolti, semplicemente, a concedere spazio sicuro all'interno di quella stessa navetta così neppur completamente espugnata, ma anche, e peggio, nell'ancor più disperato tentativo di mantenere la nuova orda all'esterno di quello stretto ambiente, al duplice scopo di mantenere salva la propria vita e, soprattutto, di assicurare alla medesima una possibilità di sopravvivenza anche al di fuori di quella nave, là dove non avrebbe mai potuto sospingersi senza il supporto rappresentato da quella fragile conquista.
« Non riusciremo a cavarcela… non riusciremo a uscire vivi di qui! » sussurrò Bema, terrorizzato, arrancando, ora, verso la direzione da lei indicatale più in maniera impulsiva che cosciente, più in risposta a un qualche istinto animale di ubbidienza a chi, sola, sembrava poter ancora mantenere il controllo su tutto quello, ancor prima che a un concreto raziocinio.
« Gechi… » gridò Midda, rivolgendosi all'ipotetica compagna rimasta ancora in libertà, all'esterno di quella tragica imboscata dai toni sempre più cupi, sempre più funerei « Gechi… se mi senti, preparati a fare fuoco contro questa navetta con quanto di più potente tu hai sotto mani! » ordinò, incerta nel merito dell'effettiva possibilità, per le sue parole, di raggiungere la destinataria prescelta, dal momento in cui ormai ella sarebbe potuta essere già stata uccisa, a sua volta intrappolata o, banalmente, scappata lontano da lì, nella volontà di riservarsi salva la pelle.
« C-che c-cosa?! » balbettò l'uomo, ormai sull'ingresso della compatta plancia, poco più grande della corrispettiva propria della navetta della Kasta Hamina, sgranando gli occhi terrorizzato a quella richiesta, a quell'annuncio simile a una concreta dichiarazione di suicidi intenti, forse un disperato sacrificio volto all'idea di permettere almeno ad altri di salvarsi, di ottenere fuga da una fine altresì certa per tutti, in un nobile intento per il quale, tuttavia, egli non si voleva reputare ancora pronto.
« Entra in quella dannata plancia… subito! » insistette la mercenaria in risposta al medesimo, ancora indirizzandolo in tal direzione se pur, ora, per ragioni totalmente diverse da quelle precedentemente dichiarate, dall'iniziale interesse verso i sistemi di comunicazione lì presenti, dirigendo in ciò i propri occhi color ghiaccio a incrociare quelli castani del proprio pavido sodale, quasi a volergli offrire un silente messaggio di speranza, una promessa volta non tanto alla prematura fine, quanto, piuttosto, alla salvezza di entrambi « Mi hai capito, Gechi?! Al mio segnale, voglio che distruggi l'intera stiva della navetta… a costo di far saltare in aria, con essa, mezza aviorimessa! »
Un piano folle, effettivamente disperato, per quanto non destinato, almeno nei propri intenti, al sacrificio personale, né, ovviamente, a quello del proprio sventurato compagno, quello allora da lei tanto rapidamente orchestrato, nel merito del successo del quale, in effetti, alcuna garanzia, alcuna concreta sicurezza sarebbe mai potuta esserle riconosciuta, a partire dalla stessa disponibilità di Gechi, là fuori, a offrirle il supporto primario, quel colpo al plasma in assenza del quale nulla sarebbe potuto essere raggiunto. Una strategia necessaria, tuttavia, e, forse, come già molte altre improvvisate tattiche proprie della lunga e avventurosa esperienza della stessa donna guerriero, destinata a propria volta, nonostante l'altissimo indice di pericolo intrinseco in essa, a offrirle una possibilità di sguardo verso il futuro, un'occasione per poter, un giorno, ripensare a quegli eventi e giungere a ridere di essi.
martedì 2 novembre 2010
1026
Avventura
022 - Futuro
« Dannazione! »
Un gemito, un'implicita imprecazione, quella che sorse allora fra le labbra di Bema, che si propose in tal frangente quale assolutamente condivisibile, del tutto giustificabile nel confronto con l'osceno spettacolo lì offerto e, peggio ancora, con quanto, immediatamente, si impegnarono a porre in essere le creature rimaste, astutamente, lì celate sino a quel momento, riservandosi un'evidente consapevolezza di quanto, a seguito dell'attacco condotto dai propri compagni, dai propri pari, a discapito della plancia, la sola via di fuga entro la quale i loro antagonisti o, precisamente, il soggetto delle loro attenzioni, si sarebbero potuti allora impegnare, nella speranza di ricavarsi una possibilità di sopravvivenza. Quegli zombie, infatti, non appena si posero a confronto diretto con l'uomo, ove anche questi non avrebbe dovuto essere giudicato un loro diretto avversario, lo afferrarono saldamente con le proprie fredde mani, ormai prive di vita ma tutt'altro che prive di forza, per trascinarlo all'interno della navicella quasi come all'interno di un gorgo, lasciandolo scomparire nella propria oscena proporzione per un solo, definito, scopo: attirare, in ciò, colei che sola stavano allora bramando di uccidere, di squartare, di smembrare, sfruttando quello che, inevitabilmente, sarebbe stato l'umano istinto di cameratismo, di solidarietà, in conseguenza del quale ella non avrebbe dovuto poter abbandonare alle loro attenzioni, alla loro violenza, quel proprio compagno, subito, drammaticamente, esploso in violente grida, nel mentre di un pur futile tentativo di recuperare la propria libertà. E Midda, che pur non avrebbe dovuto essere giudicata quale una donna particolarmente istintiva nelle proprie scelte, fredda e lucida anche nel cuore della battaglia più cruenta al punto tale da accettare serenamente e impietosamente l'eventualità di una o più perdite nelle proprie fila, in quell'occasione non mancò di accontentare la definita volontà dei non morti a proprio discapito, nello slanciarsi, con impeto, con foga, contro di loro ancor prima che nel cercare occasione di un'eventuale ritirata.
Una decisione, quella da lei così abbracciata, che non avrebbe però dovuto essere fraintesa nelle proprie ragioni, nei propri scopi, quale conseguenza di un semplice e pur umano legame di fedeltà al proprio presunto camerata, quanto, piuttosto, qual frutto di una decisione assolutamente razionale in conseguenza della quale la salvezza di quell'uomo avrebbe potuto essere considerata solo un fattore fra altri…
« Vieni via da lì, stupida pazza! » gridò Gechi, cogliendone il balzo verso la navetta, quel movimento tanto audace quanto repentino che, in grazia dell'assenza di gravità, la vide pressoché volare fra le letali braccia dei propri nemici « E' già morto! Non puoi fare nulla per lui! » definì, con quella che sarebbe potuta essere giudicata fredda crudeltà, o, forse, semplice realismo nel confronto con una situazione a dir poco disperata.
« Ci serve una via di fuga… » replicò la donna guerriero, calando, nell'ultimo tratto del proprio elegante salto, la lama della propria spada bastarda sulle teste delle prime creature a lei offerte sulla soglia dell'ingresso alla medesima navetta da loro presidiata e da lei, in tal modo, chiaramente bramata « Una vale l'altra… e non desidero di certo offrire loro ulteriore occasione di incremento per le proprie dannate schiere! » soggiunse, a rapida definizione delle ragioni poste alla base di quell'insano atto.
Considerando qual certo che entro ogni navetta, in quel momento, fosse celato un frangente della marea di zombie precedentemente abbandonata entro i limiti dell'aviorimessa, in un numero stimabile qual variabile fra le cinque e le dieci unità, la mercenaria, in effetti, aveva fatto propria quell'occasione comunque utile per tentare di riconoscere salvezza al compagno, anche allo scopo di raggiungere ciò per cui, a prescindere, si erano lì sospinti, nella volontà di conquista di una di quelle navette per assicurarsi occasione di fuga da quell'orrore, da quella nave ormai divenuta solo luogo di morte per chiunque. Non semplice benevolenza nei riguardi di Bema, pertanto, se pur, innegabile, allora, sarebbe dovuto essere il possibile beneficio per lo stesso in conseguenza di quell'assalto, quell'offensiva da lei così scatenata nei riguardi dei propri possibili carnefici, di coloro che, presto, lo avrebbero assimilato all'interno del proprio stesso contingente, dopotutto condannato a tal fato, a simile triste destino, sin dal giorno maledetto in cui aveva espresso consenso a aderire alla Sezione I.
« Aiu… aiuto... » ansimò l'uomo, soffocato dalla presenza dei propri ex-compagni attorno a sé, tendendosi vanamente nella direzione di colei che, sola appariva quale una vaga speranza di salvezza dal quella sorte anche peggiore rispetto alla semplice morte.
« Vedi che ora sai apprezzare la mia presenza?! » sorrise la mercenaria, agganciandosi con la propria destra al bordo dello sportello, del varco d'ingresso alla navetta, lasciando alla mancina il compito di guidare la propria spada in contrasto alle lame allora presentatele in contrasto da parte delle creature a lei avverse, le quali, in ottemperanza a ogni previsione, si erano predisposte alla necessità di condurre un confronto su un piano più diretto, più fisico di quello altresì offerto dalle armi da fuoco « E' sempre così con voi uomini… » continuò ella, commentando quasi scherzosamente e rivolgendosi, in quelle parole, anche a coloro di genere maschile presenti all'interno del gruppo a lei nemico « Prima fate sempre i gradassi, cercate di dimostrare la vostra virile superiorità a discapito di noi fragili fanciulle indifese… salvo, subito dopo, piagnucolare invocando il nostro aiuto, la nostra presenza, quando vi rendete conto che senza di noi la vostra vita non avrebbe più alcun significato, alcun senso. »
Al contrario rispetto a quanto ampiamente dimostrato da Gechi, e del tutto similmente altresì a quanto anche abitudine di Duva, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco, non si limitava semplicemente ad apprezzare l'ipotesi, l'idea di offrire libero sfogo alla propria voce anche nelle situazioni più improbabili: ella era altresì solita spingersi addirittura a sfruttare, psicologicamente, quelle proprie chiacchiere allo scopo di umanizzare anche chi più lontano possibile da qualsiasi concetto di umanità, come i suoi attuali avversari, per non concedersi occasione di ritenerli invincibili, impossibili da contrastare e da battere, quanto, piuttosto, normali, consueti antagonisti allo stesso modo in cui li aveva giudicati quand'ancora in vita. Nel mentre di quelle parole, pertanto, la lama forgiata in quella particolare lega dai riflessi azzurri, tipica di un tanto prezioso, quanto raro genere di artigianato del proprio mondo, fu mossa con gesti sicuri, movimenti decisi, impeto perfettamente controllato, non solo a offrirle necessario riparo dagli attentati alla sua vita così proposti da quegli sempre più insoliti zombie, quanto, piuttosto, a infrangere crani e ad amputare arti dei propri avversari, nella volontà di potersi, in tal modo, riservare un'occasione pur fugace di controllo sullo spazio proprio di quella navetta, inibendo anche solo temporaneamente loro qualsiasi possibilità in proprio contrasto al pari di quanto già compiuto con il gruppo affrontato nel corridoio esterno alla plancia.
Volendo essere corretta nei confronti degli antagonisti lì presentatile e, ancor più, desiderando riservarsi occasione di onestà interiore con sé stessa, la donna guerriero avrebbe dovuto allora ammettere, suo malgrado, come quelle creature si stessero, allora, dimostrando non semplicemente abiliti nell'utilizzo delle lame così impugnate, ma, ove possibile, persino in misura maggiore a quanto mai dimostrato in precedenza, nella loro prima occasione di confronto quand'essi erano ancora in vita. Impossibile sarebbe stato comprendere in quale percentuale simile miglioramento sarebbe dovuto essere semplicemente attribuito alla loro nuova condizione, a quella loro insensibilità a qualsiasi eventuale dolore, e quanto, altresì, tutto ciò dovesse essere conseguenza della "nanotecnologia", così come definita dai suoi nuovi alleati, preposta ad animare quelle medesime presenze. Tuttavia drammaticamente certo sarebbe allora dovuto essere considerato come i colpi giunti in prossimità della sua già spiacevolmente segnata carne, i tagli imposti alla sua già sgradevolmente marcata pelle, stessero rapidamente aumentando, negandole quasi completamente, in tutto questo, anche gli ultimi stracci rimasti ancora a effimera protezione delle proprie forme, sino a condurla, in ciò, sanguinante e martoriata, a combattere praticamente nuda al centro di quell'orgia maledetta, quei non morti sì lì proposti in numeri contenuti, in quantità limitate rispetto a quelli propri di combattimenti passati, e pur altrettanto presentati quali estremamente più pericolosi, potenzialmente più letali, di qualsiasi altro simile genere affrontato nel mondo per lei natio.
lunedì 1 novembre 2010
1025
Avventura
022 - Futuro
« Purtroppo la stessa nanotecnologia impiegata allo scopo di concedere loro animazione, permette a tutti gli… zombie… di poter restare in costante contatto reciproco, per ottenere un massimo coordinamento, il miglior impiego delle risorse loro offerte al fine di raggiungere lo scopo iniziale, in questo caso, sicuramente, quello della tua morte. » proseguì Bema, storcendo le labbra verso il basso « Per questa ragione, pocanzi, ti ho suggerito di non sottovalutare le risorse dei nostri avversari: i prossimi che incontreremo, memori dell'esperienza dei propri compagni, saranno più che pronti ad affrontarti anche nel combattimento corpo a corpo. »
Considerando non semplicemente inutilmente polemico, ma, ancor peggio, potenzialmente dannoso per la propria stessa speranza di sopravvivenza, nel riconoscere umilmente la propria sostanziale ignoranza nel merito della natura dei propri avversari e, in ciò, delle loro capacità, dei loro pregi e dei loro difetti, Midda non volle sollevare dubbi di sorta nel confronto con quell'avviso, con quelle parole indubbiamente spiacevoli nel messaggio di cui si stavano proponendo latrici, preferendo, al contrario, far tesoro delle medesime quali risorse preziose, vere e proprie armi in grazia alle quali poter aumentare le proprie speranze di vittoria, di trionfo in quella battaglia, anche ove, banalmente, tale risultato sarebbe stato raggiunto non tanto nell'eliminazione di quegli avversari, quanto, più, nella fuga dagli stessi, così come, non diversamente, era abituata a compiere nel contrasto ai non morti del proprio mondo, della propria epoca. Tanta fiducia, riconosciuta quindi non per una concreta fede nei propri compagni d'arme, quanto, piuttosto, per un impegno in tal senso verso di loro, la spinse a prepararsi, psicologicamente, al più tremendo massacro che sarebbe mai potuto esserle imposto, una battaglia in piena regola, probabilmente combattuta con ogni genere di arma convenzionale e non, nel corso della quale il proprio primo limite sarebbe stato rappresentato dalla propria stessa mortalità, dal naturale rischio di prematura conclusione della propria avventura nel confronto con avversari altrimenti incapaci di morire.
In conseguenza di simile preavviso, nel momento in cui i tre giunsero in prossimità della soglia già dischiusa e superata da Midda per accedere all'aviorimessa, e attraverso la quale ella era subito stata costretta a una raffazzonata fuga, solo un sincero, disturbante, assoluto sentimento di stupore non poté evitare di caratterizzarli, nel porli a confronto con…
« … nulla! » esclamò la mercenaria dagli occhi di ghiaccio, concedendosi di sgranare gli stessi come raramente era abituata a fare, in un misto di sorpresa, delusione e, in parte, timore per quella scoperta.
Nell'essere, infatti, posta a confronto non con una sala ricolma di cadaveri rianimati bramosi della sua carne, quanto, piuttosto, con un ampio spazio, due o tre volte superiore al corrispettivo nella Kasta Hamina, privo di qualsiasi genere di ospite, vivo, morto o non morto che esso potesse essere, accanto alla pur inevitabile insoddisfazione del suo animo più belligerante, che già bramava un nuovo scontro ai limiti delle umane possibilità, o qual tale le era stato promesso, non poté mancare un sentimento di prudente preoccupazione, nel doversi allora ricordare di quanta, concreta intelligenza era già stata precedentemente dimostrata da quegli esseri, da quelle creature, raziocinio che li distingueva, più di qualsiasi altra caratteristica, da comuni zombie e che, in effetti, non sarebbe dovuto essere sottovalutato.
« Sei sicura che fossero tutti qui?! » richiese l'uomo nero vestito al suo fianco, osservandosi attorno con fare ancor più inquieto, a sua volta tutt'altro che entusiasta in conseguenza di quella scoperta, di quanto lì loro riservato, tale da preludere, semplicemente, a sviluppi peggiori rispetto a quanto già preventivato possibile.
« Ci serve una radio… » sussurrò la donna guerriero, per tutta risposta, serrando maggiormente la mano mancina attorno all'impugnatura della propria spada e, conducendo, in suo aiuto, in suo supporto, persino la propria destra, a chiudersi delicatamente attorno all'estremità inferiore e al pomello della medesima, a offrire migliore sostegno alla lunga lama bastarda.
« Non vi è modo per comunicare con i nostri compagni… possiamo solo attender… » tentò di replicare Gechi, fraintendendo il significato intrinseco in quella richiesta, e credendo che, in ciò, ella volesse cercare contatto con l'altro gruppo preposto al recupero della prigioniera.
« Dobbiamo contattare chi mi sta aspettando là fuori. » negò, tuttavia, l'altra, scuotendo il capo e riprendendo lentamente la propria avanzata all'interno dell'aviorimessa « E' necessario informarla di quanto sta accadendo, per coordinarci con lei. » incalzò, a ulteriore spiegazione « Sulle vostre navette… lì sono presenti dei sistemi di comunicazione, non è vero? » domandò, allora, con fare retorico, nel considerare scontato che a bordo di ognuna delle cinque "scialuppe" proprie di quella grande nave fosse presente una strumentazione utile in tal senso.
« Vado con lei. Resta a sorvegliare l'ingresso, a evitare che ci possano sorprendere… » asserì Bema, rivolgendosi alla propria pari che, sino a quel momento, aveva agito, in effetti, qual condottiera, caporione del loro gruppo di sopravvissuti, definendo una simile scelta, probabilmente, in virtù di un qualche umano istinto, di una qualche emozione inconscia, tale da suggerirgli maggiori possibilità di sopravvivenza accanto alla loro ipotetica avversaria ancor prima che alla propria compagna, non in conseguenza di una diffidenza verso la seconda, quanto, piuttosto, in grazia di una naturale fiducia nelle capacità combattive della prima.
La donna nero vestita, in conseguenza di ciò, non poté fare altro che accogliere con un lieve cenno di assenso tale decisione, verificando il livello di carica energetica delle proprie armi e predisponendosi al peggio, nel confronto con i corridoi esterni all'aviorimessa, dai quali qualsiasi genere di minaccia sarebbe potuta incombere a loro discapito.
« Grazie… » sussurrò la donna guerriero, nel mentre della loro avanzata nella direzione della più vicina fra quelle cinque navette, rivolgendosi all'uomo ora al suo fianco « … in verità non ho certezza di essere in grado di saper utilizzare uno dei vostri comunicatori, e il tuo aiuto non potrà che essere gradito. » confidò al medesimo, a cercare con lui una complicità che, nonostante le iniziali apparenze, aveva compreso non poter essere concretamente ritrovata in Gechi, quanto piuttosto proprio in colui che, sin da subito, l'aveva pesantemente condannata.
« Lo so. » definì l'altro, annuendo appena e tradendo, in quelle due parole, una strana confidenza con le prerogative proprie della sua interlocutrice, una conoscenza a suo riguardo che non gli sarebbe dovuta essere propria e che, in effetti, non sfuggì all'attenzione della medesima, allo stesso modo in cui, poco prima, era altresì stato ignorata la dimestichezza dimostrata nei riguardo del suo nome.
« Cosa intendi dire…? » domandò, arrestandosi a pochi piedi dalla navetta, incerta, ora, su come dover interpretare quella questione « Cosa tu sai a mio riguardo? » rilanciò, a maggior dettaglio.
Comprendendo di essersi potenzialmente tradito in quell'asserzione tanto semplice, spontanea e, nonostante questo, tanto pericolosa nelle proprie implicazioni, Bema cercò, in un primo istante, di tralasciare l'inquisizione così impostagli dalla propria alleata, o forse avversaria, nel proseguire il cammino già iniziato e, in ciò, nel giungere sino allo sportello d'ingresso della navetta, laterale alla medesima, sul quale agì manualmente al fine di comandarne l'apertura, di aprire il passaggio a entrambi verso la meta ora prefissata e rappresentata dalla piccola plancia della stessa, là dove avrebbero potuto prendere contatto con chiunque fosse, là fuori, presente ad attenderla. Un gesto, il suo, allora condotto con distrazione, nella preoccupazione immediatamente sorta in conseguenza della propria stupidamente superficiale replica alla propria interlocutrice, del quale, suo malgrado, ebbe subito di che pentirsi, di che maledirsi, addirittura, nel ritrovare, improvvisamente schierati innanzi a sé, all'interno della navetta, gli stessi non morti poc'anzi attesi all'interno dell'aviorimessa, lì celatisi a riservare, loro, una nuova occasione di imboscata…
domenica 31 ottobre 2010
1024
Avventura
022 - Futuro
Ed ella, similmente privata di qualsiasi freno, colpì, e colpì ripetutamente, massacrando senza la benché minima possibilità di compassione, di pietà, coloro i quali, del resto, non avrebbero avuto più diritto ad alcun similare sentimento, con un'enfasi che non sarebbe altresì stata riconosciuta a normali avversari umani non per un eventuale istinto caritatevole nei loro possibili riguardi, quanto, piuttosto e invero, per semplice inutilità ad agire con tanta insistenza contro chi già morto dopo un semplice, rapido e diretto colpo, fosse esso fendente o montante, sgualembro o tondo, dritto o rovescio. Se, infatti, per terminare un consueto combattimento contro un eguale numero di antagonisti mortali, alla donna guerriero non sarebbe occorso più di qualche istante, così come già ampiamente dimostrato nella creazione stessa di quei non morti, nella sfida così ora offertale da un gruppo di bizzarri zombie quali quelli erano, ella era ormai consapevole di dover agire allo stesso modo in cui, in passato, aveva affrontato in più occasioni il proprio crudele e semidivino sposo, una creatura di nome Desmair che in quell'universo non avrebbero esitato a descrivere qual demone, e che, al pari di quelle sue attuali controparti, era abituato a ricomporsi senza dimostrare il più semplice patimento a ogni colpo inflittogli, a ogni mutilazione addotta a suo ipotetico discapito. E così, ella non si limitò a combattere contro quella compatta e pur indubbiamente letale schiera, infierendo, piuttosto, sulla medesima e cercando, in ciò, una letteraria mattanza, nella speranza di riuscire a smembrarli in misura sufficiente a garantire a sé e ai propri due compagni un certo margine di fuga senza la minaccia di un improvviso, inatteso e sicuramente sgradevole attacco alle spalle, che avrebbe potuto decretare la sua, ancor prima della loro, prematura fine.
« La nostra committente ha omesso qualche piccolo dettaglio nel merito di questa furia… » sussurrò Bema, nel rivolgersi alla propria camerata, osservando a distanza di sicurezza l'azione della mercenaria loro iniziale antagonista e, ora, effimera alleata « … non avremmo mai dovuto accettare questo incarico. »
« E' pur sempre una donna, una singola e solitaria donna. Non l'incarnazione stessa del concetto della guerra… » obiettò Gechi, impegnandosi a dimostrare indifferenza nel confronto con lo spettacolo lì offerto, per quanto perfettamente trasparente delle ragioni del massacro avvenuto, nel corso del quale il loro iniziale contingente era stato tanto rapidamente decimato da quella stessa, "singola e solitaria", donna.
« Non ne sarei tanto sicuro. » scosse il capo l'uomo, esternando senza alcun imbarazzo, così come già pocanzi, tutti i propri timori, tutte le proprie ritrosie di fronte alla situazione attuale, in un comportamento che alcuni avrebbero probabilmente giudicato indegno per un guerriero, ma che egli non ebbe ritrosia a palesare « Ci ha sconfitti… in netta minoranza, ci ha sconfitti a bordo della nostra stessa nave. »
« Siamo ancora in tempo per rimediare. La nostra missione non deve essere ancora considerata quale fallita. » suggerì la donna, per tutta risposta, socchiudendo gli occhi con fare predatorio nell'osservare colei che si stava impegnando, in quello stesso momento, in loro stessa difesa, in loro stesso soccorso « Abbiamo perso qualche compagno… e questa nave… ma il nostro obiettivo, lo scopo del nostro incarico, è ancora ben lontano dal potersi considerare egualmente perduto. »
Di tale dialogo, ovviamente, alcuna possibilità di percezione, di ascolto, fu riservata al capo della sicurezza della Kasta Hamina, la quale, a distanza eccessiva dalla coppia di congiuranti, e innegabilmente concentrata sulla propria attuale battaglia, non ebbe alcuna occasione per intuire quanto allora complottato a proprio indubbio discapito. Così, quando degli zombie loro avverarsi non rimase altro che un fitto nugolo di pezzi sparsi per l'intero corridoio, ella si mosse nella direzione dei due animata dai migliori sentimenti di collaborazione verso di loro, sentimenti, ovviamente, sempre subordinati alla sua innata sfiducia per il prossimo, alla sua immancabile paranoia tale da impedirle di considerare tanto semplicemente un alleato qual tale, ove anche di professione mercenaria suo pari.
« Se avessi saputo prima delle loro limitate capacità di confronto corpo a corpo, avrei già provveduto a trasformarli in spezieria da lungo tempo. » affermò sorridendo verso la coppia « Non comprendo tanta ragione di agitazione quale quella da te dimostrata… Bema… » soggiunse, nell'apostrofare l'uomo con quello che aveva intuito essere il suo nome.
« … spezieria?! » ripeté il medesimo, non comprendendo l'evidente errore compiuto dal traduttore nell'offrire la parola "spezieria" in vece della parola "spezzatino" e, ciò nonostante, subito tralasciando la questione per ritornare a un argomento più importante « Questo primo gruppo è stato relativamente semplice da abbattere… ma gli altri non saranno altrettanto. » avvertì, serio in quella che non appariva essere un'opinione, quanto, piuttosto, un concreto dato di fatto.
« Andiamo… presto! » incitò Gechi, prendendo voce e dimostrando, in tale intervento, in modo assolutamente razionale e sinceramente condivisibile, maggiore interesse nel completare, quanto prima, il cammino interrotto, ancor più che riservarsi occasioni di filosofica riflessione nel merito delle capacità intrinseche nei membri della Sezione I in conseguenza alla loro stessa morte « Potrete parlare strada facendo, se proprio avrete fiato da sprecare. »
Seguendo, in ciò, la donna nero vestita, l'uomo suo pari e la donna guerriero ripresero a nuotare con incredibile agilità, movimenti fluidi e perfettamente coordinati, attraverso i corridoi della nave, per ridiscendere, non senza qualche fugace momento di difficoltà, verso l'aviorimessa, nel percorrere, in ciò, i molteplici ponti della nave già esplorati dalla stessa mercenaria nella sua precipitosa, e caotica, fuga in direzione della stessa plancia.
Nonostante la maggior parte di quegli ambienti sarebbe dovuta essere ormai considerata qual nota anche all'attenzione del capo della sicurezza della Kasta Hamina, in conseguenza del cambio di prospettiva imposto loro dalla perdita della gravità artificiale all'interno dell'intero complesso, ella non poté evitare di ritrovarsi, talvolta, disorientata in quell'avanzata verso quella particolare meta ormai più che conosciuta nella propria ubicazione e negli scenari a essa circostanti, quasi tutto quello fosse, in verità, un cammino assolutamente estraneo. Tutt'altro che tale, tuttavia, non poté che essere giudicato in maniera obiettiva e definita, nel momento in cui il trio così formato si ritrovò a percorrere lo stesso corridoio nel quale Midda aveva fatto irruzione nel corso del proprio abbordaggio, perfettamente riconoscibile nella propria identificazione non solo in conseguenza dello squarcio ancora presente sul fianco della nave, precariamente posto sotto controllo dalla presenza degli scudi energetici, utili a mantenere costante, nonostante tale pericoloso danno, l'atmosfera all'interno della nave, quanto più dal mai rimosso sangue sparso lungo quello stesso tratto, il sangue un tempo appartenuto a coloro che, ora, pur privati della vita, non avevano ancor smesso di offrire caccia alla loro avversaria e assassina.
« Non vi è alcuna negromanzia alla base dell'esistenza di quei mostri… della nostra stessa esistenza, dal momento che, ognuno di noi, quando verrà ucciso, diverrà eguale a loro. » riprese l'uomo, nel corso di quel trasferimento altrimenti immerso nell'assoluto silenzio, così come apparentemente tanto gradito alla stessa Gechi « E' tecnologia quella impiegata a rianimare i nostri corpi a seguito di una prematura e violenta morte, tecnologia che, nello scopo originario del progetto alla base dell'esistenza della Sezione I, alla quale tutti noi apparteniamo, avrebbe dovuto permetterci di risorgere, ma che, purtroppo, si è dimostrata solo capace di imporci questa grottesca parvenza di vita impossibile da considerare effettivamente qual tale. »
In silenzio, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco, accolse allora quella prima spiegazione, probabilmente superficiale e sicuramente da lei non pienamente compresa, in conseguenza della confidenza ancor minimale con le risorse proprie di quella particolare realtà, serbando nel proprio cuore un sarcastico commento sullo scarso intelletto proprio di chi tanto stolido da candidarsi a un simile esperimento, condannandosi a quell'orrenda piaga per sfuggire alla quale, nel suo mondo, nel suo tempo, già da secoli non si era più neppure soliti seppellire i propri defunti, preferendo cremarli e, in ciò, assicurare loro un'occasione di riposo eterno, lontani da ogni possibile negromantico interesse.
sabato 30 ottobre 2010
1023
Avventura
022 - Futuro
La stessa Gechi, dal proprio canto, non volle dimostrare maggiore indolenza rispetto al proprio compagno e collega, seguendolo con incredibile agilità, nonché indubbio coraggio e, persino, apparente indifferenza, nel confronto con il letale pericolo pur imposto sopra di loro, nel contrasto agli zombie, nella volontà di sfruttare i limiti noti dei medesimi a loro esplicito svantaggio. Anche quei non morti, infatti, pur evidentemente più dinamici, veloci e intelligenti rispetto ai loro negromantici pari a cui Midda Bontor era abituata, e nel confronto con cui, ancora pur priva di spiegazioni, ella stessa aveva compreso non sarebbero potuti essere confusi quei nuovi avversari, avrebbero infatti potuto accusare a loro volta di concrete debolezze, tali da permettere di poterli affrontare in scontri rapidi, in azioni tempestive, volte non tanto al loro effettivo abbattimento, quanto, piuttosto e semplicemente, a concedere ai disgraziati loro avversari una qualche speranza di sopravvivenza. Riportati in una condizione di grottesca imitazione di vita dall'azione di nanotecnologie e non di oscuri malefici, quelle creature non morte, a differenza dei loro più classici simili, e forse persino ispiratori, non si dimostrarono animati da un'insana e violenta sete di sangue e fame di carne viva, in quello che, semplicemente, per gli altri zombie avrebbe dovuto essere giudicato, oltre la loro principale arma, anche il loro unico mezzo di riproduzione, l'unico metodo utile a incrementare le proprie stesse schiere: impossibilitati, in conseguenza alla propria stessa natura, al ricorso a un simile sistema di assimilazione, essi erano pertanto privi dell'istinto necessario a ricorrere alle unghie e ai denti per tentare di strappare la vita dai propri antagonisti, preferendo continuare ad affrontarli così come avrebbero compiuto in vita, nell'apparire, in ciò, al tempo stesso estremamente letali e, pur, paradossalmente limitati nelle proprie capacità d'offesa, soprattutto a distanze troppo ravvicinate. E se anche, sino a quel momento, la donna dagli occhi color ghiaccio non aveva avuto alcuna occasione per comprendere, per intuire e, quindi, apprezzare tale particolare, nell'osservare l'audacia caratteristica dei propri nuovi alleati, anch'ella non poté ovviare a imitarne le azioni, trasferendo il confronto dalle lunghe alle brevi distanze, e, in ciò, sostanzialmente, non solo eliminando il vantaggio proprio di quelle creature, ma riservando per se stessa una prerogativa ancor più marcata, qual solo sarebbe potuta essere considerata quella intrinseca nella sua stessa spada bastarda.
Un istante dopo Bema e Gechi, pertanto, anche Midda si ritrovò a essere nuovamente slanciata all'interno dello stesso corridoio dal quale era appena evasa, spostandosi con ancor più destrezza e scioltezza rispetto agli altri due e, in breve, superandoli, nel trascinare con sé ben quattro fra quei fantocci a dimensione umana loro antagonisti, ancora impegnati a tempestare con i colpi delle proprie armi laser l'ingresso della plancia nella quale aveva tentato di ricercare asilo. Un intervento, quello proprio della donna guerriero, che attrasse immediatamente l'attenzione di tutti i non morti lì presenti, ormai una decina nel considerare le perdite subite in conseguenza del primo colpo al plasma offerto dalla donna nero vestita, che non mancarono di dimostrare la propria più fedele, completa e assoluta predilezione per lei ancor prima che per qualsiasi altro possibile avversario, quasi dimenticandosi degli altri due già lì presenti nel desiderio di riversarsi in esclusivo contrasto di quel loro ancor primario obiettivo, ancor primo scopo d'immortale e innaturale esistenza.
Una scelta, quella così compiuta da quel piccolo contingente di blasfeme creature, la cui esistenza era considerata, allo sguardo della mercenaria, quale un insulto a ogni divinità, che, se pur liberò la via al secondo gruppo di suoi alleati, coloro incaricati del recupero della moglie di Beri Vemil, sembrò allora scontentare gli altri, più Gechi che Bema, in verità, nel considerarli, loro malgrado, privi di ogni interesse, privi di ogni valore, almeno sino a quando il capo della sicurezza della Kasta Hamina avesse ancora goduto del mai sgradito dono della vita.
« Questi… zombie… sono molto strani. » esclamò la stessa donna dagli occhi color ghiaccio, prendendo voce in implicita direzione dei propri due inattesi compagni, a cercare confronto con loro a tal riguardo, nell'intuire una loro effettiva e concreta familiarità con i medesimi « Sono addirittura incerta fra poterli definire quali tali. Quale assurda negromanzia è alla base della loro esistenza? » precisò, non permettendo, ovviamente, a tali curiosità, e, ancor più, a simili parole, di distrarla dal naturale e principale impegno a lei richiesto in quel momento, qual solo avrebbe dovuto essere considerata l'autoconservazione, la sopravvivenza a quello scontro.
Maestosa, quasi meravigliosa, se pur al contempo macabra e disgustosa, la lunga e perfetta lama dell'arma della donna guerriero solcava allora l'aria attorno a sé, dimostrandosi, nei propri movimenti, nell'eleganza e e nella puntualità degli stessi, quasi del tutto indifferente alla mancanza di gravità che, ancora, costringeva tutti loro a galleggiare negli spazi lì concessi, colpendo senza alcun timore, infierendo senza il più leggero imbarazzo, in contrasto ai corpi lì a lei presentati, nel cercare di martoriarli nella misura maggiore possibile allo scopo di renderli inabili a qualsiasi genere di attentato a discapito suo e dei suoi compagni, nella durata, per lo meno, della loro prossima e inevitabile fuga da quell'area. Ciò nonostante, alcuno dei tagli, delle profonde ferite o delle tremende mutilazioni da lei imposte in opposizione a quelle creature, sembrò sortire effetto, non banalmente così come ella avrebbe potuto attendersi da un avversario ancora in vita, ma, anche, da altri zombie loro ipotetici pari, per così come da lei conosciuti: ove, infatti, un braccio veniva reciso a una di quelle creature, subito il medesimo era ricercato e recuperato dalla medesima, per poter essere nuovamente conciliato con il resto del suo corpo, ancora una volta posto nella propria legittima sede e, lì, ritrovando con spontaneità disarmante la propria originale funzionalità, come se nulla fosse mai accaduto.
« Non so di cosa tu stia parlando, Midda Bontor. » negò ogni ipotesi di risposta la stessa Gechi, scuotendo il capo e gettandosi accanto a lei, per cercare di ridurre la pressione su di lei stessa imposta da quelle creature, nel temere per la sua incolumità, per la sua effettiva possibilità di sopravvivenza e, con esso, per la loro più generica e comune aspettativa di vita « Se cerchi delle spiegazioni nel merito della Sezione I, sarà meglio attendere un momento migliore… non trovi? »
« Sezione I? » questionò, ancora, la mercenaria, decidendo, tuttavia, subito dopo di lasciar perdere l'argomento almeno sino alla conquista di una via di fuga da quell'assurda bara di metallo, entro la quale tutti sarebbero morti se non si fossero riservati la maggior attenzione possibile, nel comprendere come, evidentemente, ai propri nuovi e temporanei commilitoni potesse non essere gradito del chiacchiericcio nel mentre di un combattimento, al contrario rispetto a lei e a Duva.
« Gli altri sono tutti usciti dalla plancia… » prese voce Bema, nel raggiungere e sorpassare la posizione delle due donne, galleggiando poco sopra le loro teste « Possiamo andare anche noi, ora! »
« Presto… » approvò e incalzò la sua compagna d'arme, annuendo a quella notizia e rivolgendosi, in quell'incitazione, verso la loro ex-avversaria e ora alleata « L'aviorimessa è lontana e la via per raggiungerla sarà resa ancor più gravosa dall'insistenza dei tuoi ammiratori. »
« Iniziate ad andare avanti! » ordinò la donna guerriero, con tono che non avrebbe ammesso repliche « Ho bisogno di garantirci la possibilità di muoverci senza rischiare di essere bucherellati dai loro colpi, e la vostra presenza mi è solo di ostacolo in questo momento… »
Una sentenza estremamente severa, e pur sincera, quella che ella formulò allora, non tanto nel voler porre sotto accusa le potenzialità dei due, già dimostratisi sufficientemente coraggiosi e abili per non essere assolutamente d'ingombro nel cuore di una battaglia, quanto, piuttosto, nel volersi riservare l'occasione di muovere con libertà la propria spada in quella situazione già estremamente complicata, in conseguenza dell'ambiente stretto e dell'assenza di gravità, senza temere, in ciò, di ferirli o, peggio, ucciderli in maniera involontaria.
Nel merito di tali ragioni, per quanto tutt'altro che esplicitate, sembrarono tuttavia maturare subito coscienza entrambi i destinatari di tali parole che, senza aggiungere altro, si proiettarono più avanti nel corridoio, lontano da lei e dalle creature, nell'indifferenza più totale di queste ultime, che non cercarono in alcun modo di ostacolare quella loro fuga, ben liete, al contrario, di poter restare sole in compagnia del loro obiettivo. Un'apparente, irreale, contentezza, quella umanamente attribuibile a quei mostri ormai incapaci di provare qualsiasi genere di emozione o sentimento, che più concretamente, più realmente, sarebbe allora potuta essere attribuita alla stessa donna guerriero, che, così rimasta sola, poté sfogare tutta la mortale foga dei suoi attacchi, senza temere per alcuno.
venerdì 29 ottobre 2010
1022
Avventura
022 - Futuro
« Purtroppo non abbiamo alternative… » insistette la portavoce dei nero vestiti, in immediata replica alla loro nuova sodale in quella pericolosa battaglia, aprendo ancora una volta il fuoco in contrasto a quel nuovo tentativo d'assalto, costretta, tuttavia, in questa occasione a ridurre l'intensità della propria arma al plasma, per ovviare agli altrimenti lunghi tempi di ricarica della medesima per un altro colpo a piena potenza « Mentre tu, io e Bema cercheremo di riconquistare una minima parte dell'aviorimessa, gli altri raggiungeranno la zona detentiva e libereranno la tua protetta. »
Una decisione, quella allora non semplicemente proposta, quanto, piuttosto, promulgata da parte della fiera Gechi, che non mancò di apparire quale trasparente di estrema saggezza all'attenzione della sua principale interlocutrice, là dove evidente conseguenza, in tale particolare scelta, di numerose e ponderate valutazioni tanto nel merito della formazione di quei due gruppi, quanto, più, a riguardo delle rispettive priorità.
Includendo, infatti, nella prima, minimale squadra, se stessa, divenuta prima promotrice dell'accordo con Midda, e il compagno già identificato con il nome di Bema, al suo contrario prima voce critica in tal senso, ella si stava riservando una chiara e necessaria occasione per mantenere sotto controllo il proprio sodale e, al tempo stesso, di distrarlo dalle proprie definite paure, dai propri evidenti timori, in un'azione tanto folle, al limite del suicidio, tale da non concedergli ulteriori occasioni per condurre eventuali, intime e autonome elucubrazioni in grazia delle quali egli avrebbe potuto abbracciare qualche insana conclusione, nel giudicare perduta ogni speranza pur ancora flebilmente loro riservata. Oltre a questo, delegando alla maggior parte dei sopravvissuti fra i propri compagni l'importante compito di liberare la detenuta, il loro ostaggio, ella stava, implicitamente, riservando a quello stesso contingente, così volutamente più numeroso, un'ulteriore, se pur labile, prospettiva di salvezza, anche nel caso in cui, sfortunatamente, loro tre fossero prematuramente caduti nel confronto con gli stessi zombie. E ancora, in grazia di quella stessa decisione, di tale scelta, ella stava comunque assicurandosi, da parte di tutti, un assoluto rispetto del piano così imposto, similmente definito, non solo costringendo la donna guerriero, desiderosa di salvare la loro prigioniera, a offrire loro la massima considerazione possibile, a evitare l'occasione di ipotetici tradimenti da parte sua, ma, al tempo stesso, anche costringendo i propri stessi camerata, all'eguale osservanza dell'accordo, dal momento in cui, indubbiamente, sino a quando la donna dagli occhi color ghiaccio fosse sopravvissuta ella non avrebbe mai accettato di partire senza colei per la salvezza della quale era lì giunta, e, nel caso in cui la stessa mercenaria fosse spiacevolmente stata tradita e uccisa dal una coalizione a lei ribelle, alcuno fra loro avrebbe potuto sperare di sopravvivere a lungo, nel ritrovarsi, anche ove eventualmente in salvo su una navetta, inevitabilmente privati della possibilità di raggiungere una nave amica grazie alla quale ritornare alla civiltà, come, per merito suo, altresì loro promessa.
Tutt'altro che sciocca, pertanto, avrebbe dovuto essere accolta quella figura, in tutto ciò dimostratasi indubbiamente dotata delle capacità necessarie a un condottiero, a un capitano, fosse ella effettivamente tale fra i propri compagni o no. E, di questo, Midda non mancò di renderle atto nella propria ultima risposta…
« Così sia. » sorrise, annuendo con sincera convinzione « E che la benevolenza di Thyres possa guidare i passi di coloro che si dimostreranno valorosi ai suoi occhi… »
Se pur alcuno fra i presenti, invero neppure la stessa donna guerriero che, in tali termini, aveva formulato il proprio augurio, avrebbe potuto riservarsi la benché minima possibilità di comprensione nel merito di un ipotetico intervento divino in loro favore, di una qualsivoglia grazia superiore riconosciuta loro da una creatura onnipotente e ineffabile, indubbio si propose il valore che tutti loro non mancarono allora di dimostrare in quell'azione, in quell'imprevista e assurda battaglia che, pur, si era così dimostrata capace di riunire in una medesima squadra, in una sola compagnia, coloro che, altresì, avrebbero dovuto reciprocamente considerarsi acerrimi nemici, impegnati a contendersi una medesima, sfortunata, vittima verso la quale, paradossalmente, né gli uni, né l'altra, avrebbe potuto vantare il più superficiale, concreto interesse. Una situazione, quella così proposta, che sarebbe potuta essere giudicata assurda addirittura in partenza, nelle proprie stesse basi, ancor prima che in quello specifico sviluppo, e che pur, agli occhi dei presenti, non sarebbe mai stata accolta qual tale, non in virtù di una strana follia, di un bizzarro e diffuso disequilibrio mentale, quanto, piuttosto, nel rispetto delle loro comuni origini mercenarie, quella professione, quella particolare attività, in ottemperanza ai principi della quale alcuno di loro avrebbe, in effetti, avuto necessità di un reale coinvolgimento personale, di una concreta e solida ragione, al di fuori di una mera ricompensa economica. Professione che, se per gli uomini e le donne della Sezione I, avrebbe potuto pur essere riconosciuta in maniera esplicita qual tale, in conseguenza all'esistenza di una tangibile ricompensa pattuita per il completamento di una particolare missione nel corso della quale quel rapimento era stato previsto quale semplice strumento per un obiettivo più importante, non sarebbe dovuta essere, allora, intesa qual meno reale, meno concreta, neppure nel confronto con la figura della stessa donna dagli occhi di ghiaccio e dai capelli di fuoco, li dopotutto coinvolta innanzitutto per il compiacimento del volere della propria compagna d'arme, e, in conseguenza di ciò, del proprio capitano, più che per un proprio effettivo interesse nel favorire o meno il disgraziato Beri Vemil.
Non quali paladini ispirati da un ideale superiore, quei guerrieri, quegli uomini e donne, avevano agito sino a quel momento, e non qual tali continuarono, pertanto, ancora ad agire a seguito di quel cambio di priorità, di interessi, di scopi, offrendosi, invece, quali semplici, e pur estremamente efficienti ed efficaci, professionisti della guerra, impegnati ora nell'offrir battaglia a quei non morti con la stessa impassibilità, con la stessa indifferenza, quasi, che avrebbero rivolto a un qualsiasi altro genere di avversario, sì consapevoli, e per questo giustamente intimoriti, nel merito della particolare natura delle proprie controparti, e pur, non per questo, prematuramente volti alla resa.
Esattamente come poc'anzi previsto da Gechi, nel mentre della propria rapida pianificazione, persino lo stesso Bema, l'uomo che da subito aveva dimostrato particolare negatività nel confronto con l'ipotesi di una loro pur vaga speranza di salvezza, posto a costretto e diretto confronto con quegli zombie pur spiacevolmente rappresentati il proprio stesso fato in caso di prematura e violenta morte, non mancò di dimostrare al pieno il proprio valore, addirittura, nell'uscita stessa dalla plancia, anticipando non solo la propria sodale e pari, quanto, piuttosto, la stessa Midda Bontor, nello scagliarsi con foga e forza contro i loro avversari e, in ciò, nel respingerli con incredibile audacia, con concreto sprezzo di ogni pericolo, nella misura sufficiente a permettere a tutti gli altri superstiti di guadagnare a propria volta l'uscita. Un gesto indubbiamente impavido, il suo, nel quale, tuttavia, non avrebbe dovuto essere fraintesa alcuna volontà volta all'autodistruzione, al suicidio, come nelle parole che allora si ritrovò a pronunciare, in maniera continua, ritmica, costante, addirittura ossessiva, chiunque avrebbe potuto avere evidente riprova…
« Non diventerò mai come voi… non diventerò mai come voi! » gridò, in tale slancio, in quel pericoloso azzardo che, al di là di ogni personale abilità e agilità, non avrebbe mancato di esporlo in maniera estremamente diretta ai colpi delle armi impugnate dai non morti « Non diventerò mai… come voi… » insistette, senza tregua, nel mentre in cui i laser e le scariche di plasma venivano agilmente evase, nel condurlo sempre più in prossimità agli zombie, nel desiderio sbaragliarli con il proprio impeto, con la propria irruenza così come, purtroppo, ormai nessuna particolare arma in loro possesso sarebbe pur riuscita a compiere.
Simile a una preghiera, o forse a una incitazione assolutamente personale, quella frase venne allora ripetuta senza sosta, senza alcuna tregua, probabilmente a concedergli di imporsi lo sprone necessario a compiere tutto ciò, nell'identificare in quelle poche, chiare parole, uno scopo utile a permettergli di lottare, di affrontare quell'orrore da sé e dai propri compagni indubbiamente vissuto con maggiore coinvolgimento rispetto a quanto mai sarebbe potuto essere nella loro nuova e imprevista alleata: non semplicemente la propria stessa sopravvivenza, quanto, piuttosto, una concreta occasione di fuga da un destino nel quale sarebbe stato dannato per l'eternità.
giovedì 28 ottobre 2010
1021
Avventura
022 - Futuro
Probabilmente, se solo non si fossero ritrovati a essere posti sotto assedio da un branco di zombie dotati di un pericoloso intelletto e, peggio ancora, di micidiali armi e della capacità di utilizzarle, alla frase della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco così audacemente giunta a dichiarare loro un’assurda guerra alla quale, in conseguenza di quell’osceno sviluppo, non sarebbero mai sopravvissuti, essi avrebbero riservato un lungo istante di silenziosa riflessione, nella necessità di valutare la questione per così come presentata, nelle sue diverse sfaccettature e nelle eventuali possibilità alternative a quell’assurda alleanza. Purtroppo, o per fortuna, a seconda di quale punto di vista sarebbe voluto essere gettato sulla questione, in quel momento, alcuna serenità, alcuna quiete, sarebbe potuta essere riconosciuta loro, nell’incessante fuoco riservato dagli zombie e nella loro irrefrenabile avanzata, in virtù della quale molto presto avrebbero certamente raggiunto anche lo spazio della plancia, ragione per cui ogni decisione dovette allora essere elaborata in maniera estremamente rapida, ogni voto dovette essere espresso con straordinaria immediatezza.
« Puoi davvero compiere ciò che dici?! » prese voce la stessa donna che già, poc'anzi, aveva invitato i propri compagni a prendere d'assalto l'intrusa, dimostrano un maggiore e paradossale interesse a suo discapito ancor prima che in contrasto ai non morti, quasi questi ultimi non rappresentassero il pericolo altresì subito definito e riconosciuto dal proprio stesso compagno di squadra.
« Gechi… non possiamo fidarci di lei! E' solo per colpa sua ch… » tentò di protestare lo stesso uomo che, sin dal primo istante, aveva colpevolizzato la loro ospite per l'oscena piega presa dagli eventi, sancendo in tal modo la concreta, e pur ignorata, responsabilità della medesima nella generazione di quegli zombie.
« Non possiamo neppure permetterci di non farlo, Bema. » negò l'altra, storcendo le labbra verso il basso all'obiezione così presentatale « O con lei… o con loro… » sentenziò, in evidente riferimento al fato che li avrebbe tutti accomunati se fossero stati privati in maniera violenta delle proprie vite, quell'assurda maledizione che li aveva disgraziatamente marcati per sempre, sebbene inizialmente propostisi quali volontari per le sperimentazioni della Sezione I.
« La Kasta Hamina non sarà grande come la vostra nave… ma potrà offrirvi ospitalità per il tempo necessario a raggiungere un pianeta abitato, un porto sicuro ove lasciarvi. » confermò la mercenaria dagli occhi di ghiaccio, annuendo seria verso la propria principale interlocutrice, colei evidentemente preposta a comando del gruppo, o forse, semplicemente autoproclamatasi portavoce del medesimo « Tutto ha il suo prezzo, però… e il mio… il nostro, in questo caso, ha da intendersi nella liberazione del vostro ostaggio. »
Troppe parole, quelle fra loro così scambiate, quelle in cui, nonostante l'incredibile celerità propria nell'assunzione di quelle decisioni, nella stipulazione di quel temporaneo patto di non belligeranza fra le parti lì coinvolte, che si proposero, immancabilmente, a favore dei loro comuni avversari, dei soli, veri nemici con cui mai alcuno fra i presenti avrebbe potuto cercare di intavolare un qualsiasi genere di dialogo, di aprire una qualsiasi speranza di confronto, due dei quali, nel mentre in cui quelle stesse chiacchiere stavano coinvolgendo Midda e l'altra donna, riuscirono alfine a raggiungere la soglia semidistrutta di ingresso alla plancia, facendo capolino all'interno della medesima e osservando la piccola folla lì presente con occhi smorti, sbiancati, privi di ogni barlume di vitalità, prima di sollevare nuovamente le proprie armi e dirigerle verso lo stesso capo della sicurezza della Kasta Hamina, il loro obiettivo primario, il loro bersaglio principale, colei soltanto nella morte della quale avrebbero offerto una qualche ragione alle loro stesse esistenze, a quella loro innaturale rianimazione.
In inatteso supporto alla donna guerriero, la quale, in tale frangente, si ritrovò suo malgrado a essere eccessivamente scoperta, facile vittima di fronte a qualsiasi genere di offensiva armata le sarebbe potuto essere rivolto contro, si presentò, tuttavia, una violenta scarica di plasma, in grazia alla quale l'orda così sopraggiunta fu, in maniera pur inevitabilmente effimera, respinta, venendo bruscamente sbalzata all'indietro in conseguenza di una impietosa deflagrazione che coinvolse le due creature non morte loro avanguardia, bruciando gran parte delle loro membra e spargendone le restanti nell'ambiente circostante, in uno spettacolo estremamente macabro e, ciò nonostante, al contempo paradossalmente gradevole all'attenzione degli spettatori ancora in grado di godere per meraviglioso dono della vita, là dove capace di ridurre, se pur in minima parte, il conteggio loro altrimenti avverso.
« Come hai giustamente sottolineato, da morti non potremo godere di alcuna ricompensa. E nessuno fra noi ambisce allo stesso fato a cui hai già condannato i nostri compagni. » commentò Gechi, mantenendo innanzi al proprio corpo l'arma appena utilizzata per garantire salvezza alla propria imprevista alleata « Accanto al nostro più sincero odio per ciò che hai compiuto, per questa volta, Midda Bontor, ti sei guadagnata anche la nostra altrettanto leale collaborazione. »
« Dove è la moglie di Beri Vemil? » insistette la mercenaria, neppur cogliendo il riferimento esplicito al proprio nome e cognome, un dettaglio che, in altri momenti, in un diverso contesto, avrebbe dovuto stimolare in lei numerose riflessioni, diverse ipotesi, ma che, in quel momento, fu del tutto ignorata, non considerata, probabilmente giudicando consueta la possibilità di essere tanto facilmente riconosciuta in conseguenza dell'abitudine a essere effettivamente tale nel proprio mondo, nella propria epoca.
« Nell'area detentiva… esattamente dal lato opposto della nave, rispetto alla nostra attuale posizione. » illustrò un terzo uomo, uno degli stessi già avventatisi contro di lei, prendendo a sua volta voce nella questione a dimostrazione della propria evidente accettazione all'idea di quella collaborazione « Ma, in questo momento, se tu ti dirigessi in quella direzione, li trascineresti semplicemente sui tuoi passi ponendo a rischio la vita di colei per cui stai rischiando tanto: i nostri compagni risorti hanno te quale loro primo obiettivo… e ti staranno con il fiato sul collo. »
« Ha ragione. » confermò la compagna del medesimo, la stessa giovane donna che, insieme a lui, aveva appena attentato alla vita della mercenaria « Dobbiamo dividerci: una parte di noi farà da esca, insieme a lei, per distrarre i non morti… mentre gli altri andranno a recuperare la prigioniera. » propose, in una tattica semplice ma potenzialmente efficace, a dimostrazione di quanto, comunque, quel gruppo fosse abituato a gestire operazioni di stampo paramilitare.
« Appuntamento all'aviorimessa… » annuì Gechi, approvando il piano così rapidamente elaborato e concordato « Avremo bisogno di almeno una navetta per raggiungere la… »
« L'aviorimessa è sotto il controllo degli altri vostri ex-amici. » negò, tuttavia, la donna guerriero ritrovando parola dopo aver ridotto al minimo indispensabile il proprio interesse a intervenire nelle questioni lì dibattute, nel preferire rivolgere la propria attenzione all'ingresso della plancia, sempre pericolosamente assediato dagli zombie.
I non morti, dal canto loro, recuperato nuovamente il controllo dei propri movimenti all'interno di quell'ambiente privo di gravità a seguito dello scompiglio causato dall'offensiva di Gechi, avevano ormai ripreso ad avanzare verso la meta già prefissa qual propria, lasciandosi immancabilmente preannunciare dall'ormai consueta pioggia di laser e plasma, fortunatamente incapace di sconquassare la plancia più di quanto, sino a quel momento, non erano già stati in grado di compiere, sfortunatamente distruggendo, in quello stesso modo, quasi ogni strumentazione lì presente e, solo miracolosamente, lasciando ancora illesi quasi tutti i presenti, prudentemente disposti lontano dalle traiettorie tipiche di quegli attacchi.
Fra tutte le consolle malauguratamente distrutte, probabilmente, avrebbe potuto essere conteggiata anche quella dedicata alle comunicazioni radio, la stessa che la mercenaria aveva inizialmente sperato di poter adoperare per prendere contatto con Duva: contatto che, in effetti, ormai giudicava più appropriato evitare, non desiderando rischiare di invitare la propria compagna d'armi e amica a prendere parte a quel massacro, a quell'assurdo assedio dal quale, forse, nonostante l'alleanza ora stretta con i propri ex-avversari, non avrebbe potuto ugualmente trovare speranza di sopravvivenza.
mercoledì 27 ottobre 2010
1020
Avventura
022 - Futuro
Un breve intervallo, una fuggevole finestra di opportunità, fu quella così proposta alla mercenaria, della quale ella approfittò immediatamente, non concedendosi alcuno stupore nel confronto quella nuova situazione ambientale e, anzi, elegantemente sfruttando la medesima a proprio tornaconto, al fine di guadagnare l'ingresso alla plancia e, con essa, almeno sperava, a una qualsivoglia possibilità di salvezza, qual sola avrebbe potuto offrirle un contatto con la propria navicella, nell’ipotesi, purtroppo ancora priva di possibilità di conferme, che i sistemi di comunicazione della nave non fossero stati danneggiati al pari di quelli relativi al controllo gravitazionale.
« Li ha uccisi… li ha uccisi tutti quanti! » gemette un uomo nero vestito, in chiaro riferimento non tanto all’antagonista lì sopraggiunta, quanto piuttosto ai non morti alle sue spalle, gli stessi che, se pur inizialmente offesi dall’improvvisa assenza di gravità, non persero occasione per dimostrare la propria intelligenza tutt’altro che primordiale, nel riadattarsi al nuovo contesto e, in ciò, nel ritornare alla carica verso il solo obiettivo prefisso.
In un’ampiezza indubbiamente maggiore rispetto a quella che sarebbe potuta essere offerta dalla plancia della Kasta Hamina, una ventina di nuovi, potenziali, avversari furono allora presentati allo sguardo della donna guerriero, scaraventati in maniera confusa, disordinata, in evidente conseguenza dell’inattesa, e inattendibile, perdita di peso così causata dalla distruzione di una pur minima parte della strumentazione lì presente. Un’inferiorità numerica sempre più marcata, quella con cui ella si ritrovò a confronto, la quale, tuttavia, non avrebbe potuto seriamente preoccupare la stessa mercenaria, dal momento in cui il nuovo, particolare contesto scenario di ogni eventuale scontro sarebbe dovuto essere giudicato troppo sensibile, troppo delicato, per permettere loro l’occasione di ricorrere alle proprie armi da fuoco, scelta che avrebbe solo aggravato la già grave situazione così come spiacevolmente proposta dall’impeto degli zombie.
« Salute a voi, miei cari anfiteatri… » sorrise Midda, rivolgendosi verso i presenti e galleggiando con naturalezza all’interno dello spazio lì presentatole, ritrovandosi, probabilmente in conseguenza della propria familiarità con le acque del mare, nelle quali era cresciuta, e aveva appreso a nuotare, quasi prima di camminare, più a proprio agio paradossalmente anche rispetto ai propri stessi anfitrioni così erroneamente definiti dal suo traduttore « … e grazie per la vostra squisita ospitalità! »
« Fermatela! » esclamò, per tutta risposta, una donna fra le presenti, nel rendersi conto di quell’intrusione e, tuttavia, nel ritrovarsi del tutto impossibilitata ad agire in suo contrasto, troppo lontana da lei e, peggio ancora, bloccata in un angolo dal timore degli incessanti colpi dei propri ex-compagni ora defunti.
« Sinceramente ignoro chi siate e cosa vi spinga a fare quanto state facendo… sebbene mi senta confidente del fatto che possiate essere identificati quali mercenari e, in ciò, non abbisognate di concrete ragioni per agire in tal senso. » commentò la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, difendendosi, allora, da un primo, raffazzonato, attacco a lei proposto da un omaccione a breve distanza, respingendone la carica senza eccessiva difficoltà, per quanto, ineluttabilmente, a propria volta sospinta all’indietro in naturale reazione alla propria stessa azione « Vi pregherei, tuttavia, di voler essere sufficientemente cortesi da arrendervi, affidare alla mia protezione colei che avete rapito e lasciarmi libera di ritornare ai miei affari, non interferendo ulteriormente con i vostri. »
« Stupida sgualdrina… non ti rendi conto di cosa hai causato?! » riprese voce il primo ad aver parlato, l’uomo già dimostratosi timoroso nel confronto con l’immagine dei non morti e, ora, evidentemente tornato a tale argomento, a simile questione, ove purtroppo non trascurabile « Ci hai condannati tutti a morte. Tu, lei, noi tutti… faremmo prima a spararci un colpo in testa, piuttosto che continuare a combattere, dal momento in cui, presto o tardi, loro avranno comunque la meglio! »
Parole sincere, estremamente appassionate, quelle allora proposte da chi, qual professionista del proprio settore, avrebbe potuto dimostrarsi altresì freddo e distaccato anche nel confronto con una simile questione e che, per tal ragione, non mancarono di incuriosire la donna guerriero, pur senza distrarla dalle nuove minacce rappresentate dalla carica di un altro uomo e un’altra donna a suo discapito, i quali, in questa occasione, non mancarono di proporsi armati, impugnando saldamente i loro consueti pugnali di foggia militare, facenti sfoggio di una lama liscia e di un opposto fronte seghettato.
Ben lontana dall’essere animata da una qualsivoglia bramosia volta a incrementare le già numerose schiere dei non morti lì creati, nonostante il desiderio di sangue così tanto chiaramente dimostrato dai due, a tale coppia di antagonisti Midda non presentò in risposta la propria spada bastarda, quella lama con cui, del tutto indifferente all’assenza di gravità, avrebbe potuto imporsi su di loro senza particolare difficoltà ancor prima di una qualsiasi possibilità di danno personale, preferendo ricorrere, più prudentemente, alla propria stessa agilità, nonché alla propria esperienza nel combattimento corpo a corpo, per quanto raramente sperimentato in una condizione paragonabile a quella. In ciò, nel mentre in cui un primo pugnale, mantenuto da quell’uomo a lei ora dichiaratamente avverso, tentò un affondo all’altezza del suo basso ventre, ella afferrò con la mancina quello stesso braccio teso, contraendo i muscoli dell’intero corpo per sollevarsi contro la lunghezza del medesimo, nella sua parte inferiore, e, lì giunta, per guidare rapidamente le proprie gambe a incrociarsi più in alto, attorno al collo dell’avversario. Un gesto, quello così ricercato, non volto a imporre la forza di una morsa, quanto, piuttosto, l’impeto elastico di una fionda, in una mossa che, anche in contesti di consueta gravità, avrebbe ottenuto un effetto micidiale, sbalzando violentemente a terra il malcapitato, e che, in quel particolare momento, risultò a dir poco devastante, nel proiettarlo, privo di qualsiasi possibilità di controllo, lontano da lei nell’ampia sala. Nell’azione allora condotta a termine, tuttavia, ella si premurò di non impegnare anche la propria mano destra, in quanto altresì coinvolta nella necessità di difendere il resto del suo corpo dal contemporaneo, e non meno pericoloso, attacco dell’altra donna lì candidatasi al ruolo di protagonista, la traiettoria del pugnale della quale fu, allora, abilmente evasa da quello stesso, elegante, movimento compiuto in reazione al suo compagno, e alla quale ella volle rispondere con un meno raffinato, e pur efficace, schiaffo, che, pur imponendole una minima parte della propria forza meccanica, dell’energia propria di quella protesi robotica, la costrinse a roteare all’indietro, allontanandola dal proprio obiettivo, in un fallimento non diverso da quanto egualmente ottenuto da parte del proprio compare.
« Cercate di mettervi un po’ d’accordo, per Thyres! » si lamentò, con fare volutamente polemico nel ritornare ad assumere una posizione eretta in relazione al sistema di riferimento offerto dall’ambiente circostante « Da un lato mi accusate di avervi condannato tutti a morte, mentre dall’altro cercate ancora di combattermi. Vogliate prendere una decisione chiara, prima che siano i vostri ex-compagni là fuori a definirla per tutti noi… » li invitò, tentando l’azzardo intrinseco in quel tentativo di patteggiamento, di complicità fra avversari in reciproca difesa dal comune nemico rappresentato dagli zombie.
Una strategia, quella da lei ora ricercata e posta in essere nel confronto con gli uomini e le donne nero vestiti all’interno di quella plancia, che avrebbe potuto dimostrarsi una vana perdita di tempo nella propria stessa formulazione verbale, ove le sue controparti, mercenari suoi pari, si fossero comunque dimostrati particolarmente, e stupidamente, fedeli all’incarico ricevuto, ma che, nel caso in cui, al contrario, essi si fossero dimostrati reattivi e collaborativi a un’eventuale speranza di salvezza, avrebbe potuto guidarli a un insperato, e positivo, sviluppo in una situazione sino a quel momento costantemente degenerata di male in peggio.
« L’avete detto anche voi… la vostra situazione non è migliore rispetto alla mia. E, da morti, non potrete godere di alcuna eventuale ricompensa a voi promessa dal vostro mecenate. » insistette ella, nel cogliere incertezza, ora, negli stessi sguardi in cui, sino a un istante prima, era stata in grado di leggere soltanto indubbia avversione « La fuori c’è una nave che aspetta il mio ritorno. Io ho una possibilità di evasione da questo orrore… una possibilità di evasione che, se vorrete, potrà essere condivisa con tutti voi. »
Iscriviti a:
Post (Atom)