11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

venerdì 31 gennaio 2020

3172


« Provateci! » invitò allora la donna guerriero, volendo confidare nella propria spada e, in ciò, sperando che essa potesse risultare sufficiente a sorreggerli tutti.
« Be’Wie… » rigirò quindi l’invito Duva, in direzione del biondo mercenario, apostrofandolo con quell’inedita abbreviazione del di lui nome « … tocca a te! »
« … Be’Wie… » sorrise sornione Howe, divertito da ciò « Hai sentito, Be’Wie? Tocca a te! » ripeté, con tono di evidente canzonatura a discapito del compagno di sempre.
« E’ carino Be’Wie. » protestò tuttavia questi, difendendo quel nomignolo così suggerito dalla conturbante Duva « Oltretutto si intona con Maddie… » osservò, volgendo riferimento al nome della propria amata, e di colei, allora, lì purtroppo, o per fortuna, non presente a condividere con loro tutto ciò.
« ... o iniziate ad arrampicarvi, o vi lascio cadere! » incalzò tuttavia dall’alto la stessa ex-primo ufficiale della Kasta Hamina, in una minaccia purtroppo non priva di senso, laddove, allora, il peso che quella coppia stava imponendo alla propria gamba, e, in particolare, alla propria caviglia, stava iniziando a diventare francamente intollerabile.

Senza riservarsi ulteriori esitazioni di sorta, pertanto, Be’Wahr, iniziò a tentare di riconquistare una posizione meno precaria tentando di arrampicarsi prima lungo il corpo del proprio fratello d’arme e di vita, per poi giungere a quello di Duva. E se l’agilità dimostrata dalla pur vigorosa mole dello stesso non ebbe assolutamente a poter essere criticata, nel vederlo arrampicarsi in maniera più che degna di plauso lungo Howe; quando ebbe a giungere alla seconda prova, e alla prova rappresentata da un corpo femminile non soltanto degno di ogni rispetto, ma, ancor più, a lui sufficientemente estraneo, nel non aver avuto, invero, ancora molte occasioni di confronto con lei, “Be’Wie” non poté ovviare ad arrestarsi, provando un certo, intimo imbarazzo all’idea di spingersi ad abbracciare Duva, e di sfruttare quel suo mirabile corpo come una semplice scaletta verso il livello successivo.

« Che succede…?! » domandò questa, a denti stretti, iniziando a provare sincero patimento fisico per la prova che le stava venendo imposta da quel non indifferente peso alla caviglia, aggravato da quei pur minimali scossoni necessari, allora, a Be’Wahr per tentare di risalire lungo quella catena umana « … perché ti sei fermato?! » insistette, incalzandolo a proseguire, non cogliendo alcuna motivazione utile, allora, a giustificare un’ulteriore, e spiacevole, temporeggiamento.

Se Midda, da sempre, non aveva mai offerto evidenza del benché minimo pudore, ritrovandosi addirittura, in più di un’occasione, a scagliarsi letteralmente nuda nel cuore di una battaglia, nel non riconoscere ragioni utili a vergognarsi del proprio corpo; Duva, sua gemella spirituale sotto molti, moltissimi aspetti, non avrebbe avuto, in effetti, a dover essere fraintesa suo pari, priva di qualsivoglia inibizione psicologica tale da potersi, all’occorrenza, permettere di girare ignuda nel bel mezzo di un conflitto. Ciò non di meno, ex-militare e combattente da una vita intera, anch’ella avrebbe saputo ben discernere momenti e situazioni, in misura tale per cui, quindi, avrebbe saputo ben distinguere l’occasione utile a provare imbarazzo nel porsi, all’occorrenza, a contatto fisico ravvicinato con un quasi-estraneo, dall’occasione utile a ignorare ogni qual genere di pudore, ponendolo in secondo piano, se non addirittura obliandolo, nel confronto con l’evidente necessità di riportare a casa la pelle. E quella, nella fattispecie, avrebbe avuto a doversi intendere proprio ricadere in quella seconda categoria, e in quella categoria a confronto con la quale, se fosse stato necessario al fine di arrampicarsi oltre, Be’Wahr avrebbe potuto quietamente infilare la testa nel bel mezzo dei suoi seni, o dei suoi glutei, senza che ella avesse a rilevare, in ciò, nulla di strano.
Una prospettiva, quella di ritrovarsi a sì pericolosa vicinanza con quell’assolutamente piacevole corpo, che, tuttavia, e al di là del momento lì ineluttabilmente critico, non avrebbe altresì potuto ovviare a turbare lo stesso biondo mercenario, il quale, forse, avrebbe potuto ignorare tutto ciò nel confronto con Midda, amica da sempre, praticamente una sorella, ma non, certamente, nei riguardi di quella donna a confronto con la quale non avrebbe potuto vantare di aver scambiato più di una dozzina di frasi nel corso di quelle ultime settimane di convivenza.

« Ehm… » esitò quindi egli, umettandosi appena le labbra a confronto con il disagio psicologico di quanto gli stava venendo richiesto di compiere, ancora appollaiato sulle spalle di Howe, lì, in tal maniera, finito pressoché in coda alla catena umana e in una posizione obbligatoriamente sempre più precaria.
« Allora…?! » tentò di osservarlo Duva, a comprendere per quale ragione egli potesse essersi in tal maniera così improvvisamente bloccato.

E se pur, per un istante, ella non ebbe a comprendere il senso dell’esitazione del medesimo a confronto con le proprie lunghe gambe tornite, e, sopra di essere, i propri tondi e sodi glutei, lì ben poco mistificati, nel proprio valore, dalla morbida stoffa vellutata dei suoi pantaloni che, complice il peso imposto, in particolare, su una caviglia, stavano allor aderendo a quelle forme quasi una seconda pelle; dopo un momento di incredula esitazione ella ebbe a cogliere il senso dell’espressione idiota venutasi a presentare sul volto del proprio compagno d’armi, ritrovandosi incerta, allora, fra l’avvampare di vergogna o, piuttosto, di rabbia. E rabbia non conseguente a chissà quale particolare pudica motivazione, quanto e piuttosto per il fatto che, quasi, la propria gamba destra si stava disarticolando nel mentre in cui quello stupido tontolone si stava riservando tante sciocche inibizioni psicologiche nei suoi riguardi.

« Per tutte le anime dannate… » esclamò, digrignando i denti « Muoviti ad afferrare tutto ciò che devi afferrare e a toccare tutto ciò che devi toccare… e passami oltre, razza di sciocco che non sei altro! » lo autorizzò esplicitamente ella, non volendo obiettivamente credere a tanto tergiversare in un momento simile, in un frangente così precario qual pur avrebbe avuto a doversi intendere il loro « Giuro che non dirò nulla alla tua bella! » soggiunse a titolo di rassicurazione, nell’eventualità che, a creare ulteriore inibizione psicologica in lui potesse anche essere il pensiero di un qualche, possibile torto a discapito dell’assente Maddie a margine di tutto ciò.
« … d’accordo… » sussurrò Be’Wahr, ritrovandosi ora a propria volta costretto ad avvampare, e ad avvampare necessariamente di vergogna, nel riconoscere quanto stolido avesse a doversi intendere il proprio stesso comportamento.

Così Be’Wahr riprese ad avanzare e, a conti fatti, ebbe a superare Duva sì rapidamente, e con movimenti paradossalmente sì leggeri, che quasi non sembrò avere neppure a toccare la propria compagna di ventura, in termini tali che, a maggior ragione, semplicemente vana avrebbe avuto a doversi intendere tutta l’esitazione precedente.
Ma laddove, purtroppo, quell’esitazione vi era stata, e il tempo a loro disposizione, obiettivamente, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual illimitato, non soltanto Be’Wahr, ma tutti quanti ebbero a pagare il prezzo di quanto accaduto, e lo ebbero a pagare nel momento in cui, perdendo solidità nella propria presa su quel terreno nevoso, la spada di Midda ebbe a tradire tutte le pur importanti aspettative a essa rivolte…

« … Thyres… »

… e l’intera catena umana, a partire dalla sua cima sino alla sua parte terminale, ebbe a precipitare scompostamente nel vuoto di quell’oscuro precipizio.

giovedì 30 gennaio 2020

3171


Purtroppo la precarietà della loro effettiva situazione avrebbe avuto a dover essere intesa decisamente più marcata di quanto tutti loro non avrebbero potuto avere piacere a evidenziare, laddove, con tutto il necessario rispetto per l’improvvisato appiglio suggerito dalla prontezza di riflessi di Be’Wahr, il suo coltellaccio non avrebbe avuto a poter essere frainteso qual sufficiente, nella propria estensione fisica, per riuscire ad andare ad affondare direttamente nel profondo del terreno sottostante alla morbida neve sulla quale erano così precipitati, e su quella morbida neve che, in effetti, avrebbe avuto a doversi intendere troppo morbida per non risultare anche e spiacevolmente franabile.
In ciò, quasi in contemporanea all’incitamento proprio della Figlia di Marr’Mahew, il coltellaccio di Be’Wahr ebbe a perdere quel precario senso di solidità che sino a quel momento lo aveva contraddistinto, regalandogli una importante, ma altrettanto fugace, parentesi di gloria, e vedendo, in ciò, l’intera catena umana così formatasi avere a perdere presa proprio a partire dalla sua cima.

« … ahhh… »

Uno spontaneo grido collettivo fu quello che allora ebbe a sollevarsi nel momento in cui l’evidenza della ripresa della loro caduta fu palese, negando a chiunque l’occasione utile di porre in essere quanto necessario per accogliere l’invito loro proposto dalla Campionessa di Kriarya.
E se, in maniera meno lenta di quella che sarebbe stata probabilmente gradita, quella catena umana ebbe a rigirarsi completamente su di sé, invertendo la posizione di ogni proprio, singolo anello, il ruolo più importante ebbero, improvvisamente, ad assumerlo Midda e, accanto a lei, H’Anel, la quale, non perdendo tempo, ebbe immediatamente a cercare occasione di solido contatto con la propria compagna d’arme, nonché quasi madre, a rafforzare, in tal senso, quella che, pur, sarebbe di lì a breve diventata la nuova ancora di salvezza del loro intero gruppo, e di un intero gruppo che, proprio malgrado, vide la quasi totalità delle sue parti essere proiettata nel vuoto, e nel vuoto proprio di un oscuro precipizio, la fine del quale nessuno fu allor in grado di identificare.

« Lohr! » gemette Howe, ritrovatosi, dall’essere trattenuto dal fratello per la collottola del proprio abito al trattenere, passivamente invero, il proprio medesimo fratello appeso alla collottola del proprio abito, con un peso non banale che, oltre a trascinarlo verso il basso, avrebbe rischiato troppo facilmente di strozzarlo, se solo non avesse allor mantenuto tesi al massimo i muscoli del collo « Quando accidenti pesi…?! »
« … non credo che tu abbia il diritto di lamentarti a tal riguardo… » suggerì Duva, sopra di lui, e appesa come lui nel vuoto, ma, soprattutto, a sua volta capovolta nella propria posizione e, in ciò, ritrovatasi a dover sostenere non soltanto il peso del biondo, ma anche quello del moro, pendente dalla propria caviglia, e da una caviglia così posta in seria difficoltà da tutto ciò « … afferra anche l’altra gamba, per cortesia! »
« Lo farei se soltanto ne avessi la possibilità! » obiettò tuttavia il mercenario, proprio malgrado inabilitato a qualsiasi genere di intervento in tal senso dall’evidenza propria dell’assenza del proprio braccio sinistro, e di quel braccio sinistro che, molto poco piacevolmente, gli era stato negato ormai da molti anni dalla furia vendicativa di Nissa Bontor, poi sostituito con una protesi in armatura dorata, tanto appariscente quanto, tuttavia, fondamentalmente inutile « … Be’Wahr… per cortesia… cambia presa o rischio di soffocare! »

In un’analisi obiettiva della situazione venutasi lì a creare da quel capovolgimento delle posizioni precedentemente, e casualmente, assunte, un fattore di indubbia e positiva rilevanza avrebbe avuto a dover essere allor inteso un significativo rafforzamento nella parte superiore della loro catena umana, e di quella catena umana che, oltre a non fare più riferimento a un semplice coltellaccio, quanto a una più estesa, e in ciò solida, spada a una mano e mezza, qual quella propria della Figlia di Marr’Mahew, avrebbe potuto vantare, allora, il raddoppio di elementi nella metà superiore rispetto a quelli nella metà inferiore, elementi che, analogamente a quanto H’Anel non aveva mancato di compiere nei riguardi di Midda, avevano visto ogni coppia cercare spontaneamente maggiore solidità, maggiore fermezza, in una reciproca stretta. Dall’alto in basso, quindi, dalla spada bastarda sino al precipizio, avrebbero avuto lì a doversi riconoscere la coppia formata da Midda e H’Anel, seguita da M’Eu e Rín, a filo sul bordo del precipizio, e, ancora, da Be’Sihl e Lys’sh, già sospesi nel vuoto, tutti reciprocamente legati l’uno all’altro, in qualunque modo possibile: solo al di sotto dello shar’tiagho e dell’ofidiana, poi, avrebbero quindi avuto a doversi intendere, in ordine, Duva, Howe e, per ultimo, il povero Be’Wahr, in quella che, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare la posizione più precaria di tutte.
In ubbidienza alla richiesta del fratello d’arme e di vita, seppur non di sangue, il biondo non esitò a mutare la propria presa su di lui, trasferendola da quella collottola, così pocanzi afferrata in maniera raffazzonata, al suo petto, attorno al quale ebbe a stringersi con entrambe le braccia, non avendo a poter vantare alcun genere di desiderio rivolto al precipitare in quell’oscuro baratro sotto di loro, il termine del quale, ammesso che esistesse, si poneva allor celato, ad almeno trecento piedi sotto di loro, da veri e propri banchi di nuvole. E se pur quei movimenti non imposero particolare ragione di piacere alla caviglia della brava Duva, quest’ultima ebbe a trattenere ogni qual genere di lamento a tal riguardo, nel riconoscere quanto quello non fosse certamente il momento migliore per avere a recriminare a discapito dei due compagni d’arme, e del loro peso ogni istante lì sempre meno gradevole.
Anzi. Riconoscendo, allora, qual necessario che i due sotto di lei avessero a muoversi, e avessero a muoversi al più presto per cercare di offrire, a se stessi, e a tutto il gruppo, una qualche occasione di salvezza, l’ex-primo ufficiale dell’ormai perduta Kasta Hamina non mancò allora di suggerire un ben più incisivo approccio al problema, e un approccio, quindi, rivolto a tentare di riconquistare una posizione meno precaria rispetto alla quella per tutti loro lì attuale…

« Be’Wahr… » gemette quindi Duva, non desiderando dimostrare alcun particolare patimento per quella situazione che, quasi, le stava disarticolando la gamba, e, ciò non di meno, non potendo neppur ovviare a lasciar trapelare tale umana e più che comprensibile sofferenza « … credi di riuscire anche ad arrampicarti lungo Howe e lungo di me, per risalire in una posizione meno precaria…?! »
« … posso provarci… » annuì il biondo, sforzandosi di mantenere lo sguardo rivolto verso l’alto, nella consapevolezza di quanto non avrebbe avuto a entusiasmarsi per quanto, nella direzione opposta, avrebbe potuto essergli rivolto « … ma voi siete sicuri di poter reggere il mio peso…?! » esitò, preoccupato per quanto, in tal maniera, avrebbe avuto a imporre ai propri interlocutori, senza rendersi conto dell’evidenza della situazione attuale e di come, a tutti gli effetti, stessero già reggendo il suo peso.
« … » esitò per tutta risposta la donna, non sapendo obiettivamente in quali termini avere a poter reagire a una simile questione senza, in ciò, rischiare di apparire polemica.
« Ora spero che tu possa comprendere cosa sono costretto a sopportare da sempre… » sospirò Howe, intuendo lo sconforto psicologico della donna sopra di loro e, in ciò, non potendo ovviare a simpatizzare immediatamente per lei… non che, nel fascino proprio di Duva, non vi sarebbero state anche molte altre ragioni, da parte propria, per aver a simpatizzare per lei per un uomo proprio pari.
« … che succede là sotto…?! » domandò, dall’alto, la voce di Midda, cercando riscontro nel merito di quanto, proprio malgrado, non avrebbe potuto altrimenti cogliere in alcun modo, svolgendosi tutto ciò al di là del bordo della montagna e, in ciò, ben oltre al proprio campo visivo « … state tutti bene?! »
« “Bene” me lo ricordavo un po’ diverso… ma siamo ancora tutti vivi. » confermò Duva, approfittando dell’occasione per cambiare discorso « Se l’appiglio fosse stabile, tuttavia, noi proveremmo a risalire! Giusto per evitare di vanificare la correttezza di questa mia ultima affermazione… »

mercoledì 29 gennaio 2020

3170


Se il primo ingresso nel tempo del sogno era stato, per coloro i quali lì erano stati trascinati in solo spirito, all’epoca, da secondo-fra-tre, qualcosa di così impercettibile nella propria presenza da essere risultato simile a un momento di risveglio all’interno di un sogno, per come, del resto, dai più era stato inizialmente inteso essere, neppur avendo la possibilità di comprendere cosa stesse effettivamente accadendo; e se i successivi ingressi nel tempo del sogno, sotto la guida di Rín, per estemporanei momenti di transito da un lato all’altro del multiverso, erano risultati, sempre sufficientemente effimeri nella propria occorrenza da non imporre loro la benché minima percezione di quanto allora stesse accadendo o di dove essi fossero finiti; quella nuova, e forse ultima, occasione ebbe a presentarsi sì violenta nella propria stessa occorrenza, nella propria dinamica, da non poter trovare possibilità di confronto con nulla di precedentemente vissuto, vedendoli catapultati in quella dimensione primordiale al di fuori di ogni altra dimensione, secondo modalità che avrebbero avuto quantomeno a doversi intendere irrispettose per quello stesso luogo, e quel luogo ove, se pur tutto avrebbe potuto esistere e nulla sarebbe mai realmente stato, non avrebbe avuto a dover essere inteso propriamente rituale avere accesso con un intero veicolo antigravitazionale e, ancor peggio, inseguiti da un nemico, e da un nemico potente come il Progenitore.
Un senso di intimo disagio, quindi, ebbe immediatamente a contrapporsi nell’animo e nel cuore della stessa Rín nel momento in cui si rese conto di essere riuscita a compiere quanto richiestole, e di essere riuscita a trasportarli tutti nel tempo del sogno: un senso di disagio simile a quello che avrebbe potuto esserle proprio ove si fosse presentata in infradito e bikini all’ingresso di una cattedrale pur consapevole di quanto, tutto ciò, avrebbe avuto a doversi intendere quantomeno inappropriato, se non irrispettoso o, addirittura, blasfemo. E qual necessaria conseguenza di tale senso di disagio, la prima, spontanea e quasi involontaria azione che ebbe a intraprendere nel momento in cui il tempo del sogno li avvolse, fu quella volta a disperdere, letteralmente nel nulla, il veicolo attorno a loro, con una subitaneità, con una repentinità tanto improvvisa, sì inattesa, da veder tutti catapultati letteralmente a terra, ancor vittime della spinta inerziale che, comunque, li stava vedendo muovere un istante prima, nel semplice intervallo proprio di un fugace battito di ciglia lì pur utile a rivoluzionare l’intero mondo attorno a loro.
E se pur, ancora, Midda, Lys’sh, Be’Sihl e Be’Wahr avrebbero avuto a potersi rammentare quanto recettiva avesse a doversi intendere la realtà all’interno del tempo del sogno, tale da poter essere sin troppo facilmente influenzabile in conseguenza a un semplice pensiero, a un semplice ricordo, a una semplice emozione sufficientemente forte da riplasmare il senso stesso del tutto a loro circostante, tale per cui, allora, sarebbe stato opportuno ovviare a lasciarsi trascinare dalle proprie emozioni, dai propri ricordi e dai propri pensieri, per Duva, Howe, H’Anel e M’Eu tale consapevolezza non avrebbe avuto a poter essere ancor giudicata propria, nella misura utile, lì, ad aggiungere nuova entropia a tutto ciò, fornendo al neutro mondo attorno a loro, a quella sorta di nebbia indistinta che li aveva così appena accolti all’interno di quel peculiare piano di realtà, occasione utile per riplasmarsi, e riplasmarsi, nella fattispecie, in un crinale innevato, un pericoloso crinale innevato lungo il quale, così ancor in scomposto movimento, tutti loro si ritrovarono a cadere a terra, rotolando verso il basso, ruzzolando privi di controllo alcuno sui propri movimenti, sui propri corpi, in quella che, molto facilmente, avrebbe avuto lì a dover essere intesa una valanga umana.

« … per Lohr… » invocarono Howe e Be’Wahr, non risparmiando dall’essere coinvolto in causa il proprio dio prediletto, allo stesso modo in cui, egualmente spontaneamente, ebbe a compiere nello stesso istante la loro amica.
« … Thyres!... » imprecò la Figlia di Marr’Mahew, nel rendersi conto di star rotolando nella neve gelida, e di non star riservandosi il benché minimo controllo sul proprio stesso corpo, in termini che non avrebbero potuto essere fraintesi, allora, qual divertenti, per quanto, forse, da un punto di vista esterno, quella scena avrebbe potuto riservarsi la propria eventuale ragione di grottesca comicità.

Così, là dove, un istante prima, la crisi avrebbe avuto a dover essere incarnata da un Progenitore desideroso di annichilirli, e annichilire con essi l’intero universo, un attimo dopo i membri di quell’eterogenea compagnia si ritrovarono a rotolare scompostamente nella neve, in quella precipitosa caduta che, proprio malgrado, ebbe ad assumere molto presto toni tutt’altro che lieti, nel comprendere quanto frenarsi non avesse a dover essere inteso allor possibile e nel non poter vantare di possedere la benché minima percezione nel merito di quando, né di come, tutto ciò avrebbe potuto trovare fine.
A riservarsi, in simile scenario, un ruolo da eroe, in maniera tutt’altro che inedita, e pur, da sempre, troppo poco adeguatamente riconosciuta, ebbe allor a essere il biondo Be’Wahr, il quale, forse più per semplice fortuna che per effettiva bravura, ebbe successo nel riuscire non soltanto a ovviare a ferirsi, e a ferirsi con le proprie stesse armi, in quella scomposta e confusa caduta, questione di non banale successo per alcuno fra loro, ma anche, e inaspettatamente, a trovare per mezzo del proprio consueto coltellaccio, un’occasione d’appiglio, e d’appiglio nel mentre di quella caduta, agguantando per la collottola, nel contempo di ciò, più per istinto che per altro, il proprio stesso fratello, accanto a lui, e frenando, in ciò, anche la sua caduta. E se Howe, così, senza merito alcuno, e senza neppur aver ancor la benché minima consapevolezza di quanto potesse star accadendo, ebbe a sentirsi improvvisamente bloccato nella propria caduta, tirato verso l’alto da una salda presa all’altezza del retro del collo del propri abiti, non mancò di lasciare sterile l’occasione di salvezza a lui sì inaspettatamente riconosciuta, nell’estenderla alla prima persona accanto a sé, afferrando in ciò Duva; anche quest’altra, ritrovatasi fortunatamente bloccata per una caviglia, con uno strattone non indolore e, ciò nonostante, allor quantomeno gradita espressione di solida fermezza, non volle rendere il dono così tributatole qual fine a se stesso, subito rivolgendolo, in egual misura, tanto a Be’Sihl, quanto a Lys’sh, l’uno alla propria destra, l’altra in rapido sorpasso alla propria mancina. Anche lo shar’tiagho e l’ofidiana non si negarono occasione di propagare quell’involontaria, e pur efficace, catena umana, rivolgendo l’una la propria attenzione a Rín e l’altro a M’Eu; nel mentre in cui, a concludere il tutto, l’una ebbe a premurarsi di arrestare l’incedere di H’Anel e l’altro quello di Midda.
In ciò, laddove un istante prima tutti stavano rotolando in maniera spiacevolmente e pericolosamente incontrollata verso un non meglio definito obiettivo; un attimo dopo si ritrovarono altresì quasi gradevolmente affondati nella gelida neve di quella vetta montuosa, a riservarsi occasione di riprendere fiato e, soprattutto, di tentare di comprendere quanto fosse accaduto e chi avere, allora, a dover ringraziare per la propria non scontata salvezza...

« Chi sarebbe il primo, o la prima, della fila…?! » ebbe a domandare H’Anel, appesa al braccio mancino di Rín, e mai così piacevolmente stretta a un’altra donna come in quel frangente « … perché non vorrei apparire eccessiva nel mio dire, ma credo che abbia appena salvato a tutti la vita! »

Non un’affermazione gratuita, quella così formulata, né, tantomeno, espressione di una semplice e pur giustificabile emozione estemporanea, quanto e piuttosto una nota puntuale, nonché mirabilmente onesta, nella presa di coscienza propria di H’Anel, e accanto a lei di Midda, di quanto, soltanto pochi piedi più in basso, la sì ripida, e pur ancora gestibile, inclinazione della montagna, avrebbe avuto a doversi riconoscere mutare in un vero e proprio precipizio, e un precipizio dal quale, allora, difficilmente avrebbero potuto riservarsi occasione di salvezza, se soltanto, allora, non avessero avuto la fortuna di arrestarsi nella propria comune caduta.

« Dannazione! » gemette l’Ucciditrice di Dei, rendendosi allor conto delle motivazioni proprie dell’osservazione della propria quasi figlia e, in ciò, rapidamente, andando a sfruttare la propria mancina, rimasta libera dalla presa di M’Eu per conficcare saldamente la propria spada nella neve e nel terreno sotto di loro, a cercare a propria volta un qualche ulteriore appiglio, nel non conoscere, allora, la precarietà della loro effettiva situazione e, ciò non di meno, nel non voler esitare nell’attesa utile a chiarirla « Chi ha una mano libera cerchi di riservarsi un qualche appiglio, presto! » incalzò quindi, a beneficio di tutti.

martedì 28 gennaio 2020

3169


« Non so se più ammirare o più temere questa tua straordinaria predisposizione a far arrabbiare la gente… » commentò a margine di ciò H’Anel, aggrottando la fronte nei riguardi della donna guerriero, a confronto con quella devastante reazione da parte del Progenitore, che non mancò di risuonare assordante nelle menti di tutti loro « Comunque sia… direi che abbiamo ottenuto la sua attenzione. »
« Ora, Rín! » incalzò la Figlia di Marr’Mahew, ignorando il commento della propria quasi figlia non per mancanza di riguardi verso la medesima, o per indifferenza innanzi a quello che non poté ovviare a riconoscere qual un comportamento forse e in parte ereditato proprio da se stessa, in quell’incedere nello scherzo anche e soprattutto a confronto con le situazioni peggiori, quanto e piuttosto perché il tempo, in quel frangente, sarebbe realmente stato per loro discriminante fra una fugace possibilità di successo e la disfatta più totale « Ora! »

Neppure Nóirín, ovviamente, era rimasta indifferente alla violenta risposta del Progenitore allo scherno rivoltogli da parte della versione più anziana della propria gemella e, con quella voce a dilaniare, per un momento, le menti di tutti loro, non fu immediato ritrovare il giusto stato di concentrazione utile a compiere quanto, pur, allora avrebbe avuto a dover essere compiuto.
Ciò non di meno, tanto ella, quanto tutti gli altri lì coinvolti nella questione, Lys’sh, Be’Wahr, Be’Sihl e la stessa Midda Bontor, avrebbero avuto a doversi riconoscere, in quel particolare frangente, più che motivati a non fallire nel proprio proposito. E, per fortuna di Rín e, più in generale, di tutti loro, Lys’sh, Be’Wahr, Be’Sihl e la stessa Midda Bontor, avrebbero avuto a doversi anche riconoscere, in grazia alla propria peculiare esperienza di vita vissuta, tutt’altro che incapaci a gestire, all’occorrenza, situazioni di tensione negativa, quali quelle che, dopotutto, si erano abituati ad affrontare da tutta la vita.
Così, sebbene quanto stessero provando avrebbe avuto a doversi intendere sì improbabile da spingersi addirittura nella sfera dell’impossibile, nessuno fra loro ebbe a esitare a offrire il proprio umile contributo. E per quanto nessuna aspettativa alcuno di loro avrebbe potuto riservarsi nei riguardi del successo di quell’impresa, intimamente pronti a dissolversi, a propria volta, nella luce di morte del Progenitore, l’impegno comune di quel piccolo, ma solido gruppo, fu concreto, palpabile, obiettivo, e non mancò, per quanto soltanto a livello emotivo, in un piano puramente morale, di incontrare tutto il più vivo sostegno del resto dei loro compagni lì a bordo, di quegli uomini e di quelle donne che, forse, ben poca confidenza avrebbero potuto vantare di possedere l’uno nei riguardi degli altri, eterogenea compagnia costituitasi da troppo poco tempo, e in modalità troppo confuse, per poter vantare qualche particolare legame di fraternità emotiva, e che pur, posti gli uni gli altri a confronto con quel comune destino, con quella medesima situazione potenzialmente letale, avrebbero avuto a doversi lì intendere qual più spiritualmente, fisicamente, mentalmente ed emotivamente connessi di qualunque famiglia, improvvisamente ritrovatisi a essere, gli uni con gli altri, tutti fratelli e tutte sorelle, tutti amici, tutti complici, nulla potendosi negare di essere pronti a compiere per gli uni per gli altri nella quieta consapevolezza di quanto tutto gli altri avrebbero sicuramente compiuto a beneficio degli uni.
E se fulcro di quella comunione assoluta fra quelle nove persone, fra quelle otto eterogenee figure, provenienti da storie diverse, da mondi diversi, addirittura da universi diversi, uomini e donne, umani e non, avrebbe avuto, nel bene o nel male, a doversi riconoscere la stessa Midda Bontor, a sfruttare allora quel fulcro, quel punto di appoggio per far leva e smuovere, proverbialmente, il mondo intero, fu, invero, Nóirín Mont-d'Orb. La quale, intessendo la luce spirituale dei propri compagni in una comune immagine, ebbe a raccogliere da loro quelle energie così a lei offerte, così a lei donate, per compiere l’improbabile, per tradurre in realtà l’impossibile, e per, ancora una volta, dar vita a quel fuoco, a quella luce, a quell’energia non di morte, quanto e piuttosto di vita, che tutto ebbe ad avvolgere attorno a loro, per tradurli, senza esitazione alcuna, in quel del tempo del sogno.

“Non mi sfuggirai, dannata creatura!” risuonò ancora, nelle loro menti, per un istante ora decisamente più lontana, la voce del Progenitore, e di quel Progenitore sì infuriato, sì comprensibilmente adirato nei confronti della responsabile del genocidio della propria intera specie, da non avere a cogliere quanto, in tal senso, avrebbe semplicemente fatto il giuoco dell’altra, in misura tale, quindi, da seguirla, e da seguirla a testa bassa, attraverso quel fuoco, attraverso quella luce, ovunque ella avrebbe tentato di spingere i propri passi per sfuggire alla sua ira.

Quello fu il momento peggiore per Rín. Quella fu, a tutti gli effetti, la prova più intensa per quella donna in favore dell’abilità della quale avrebbe avuto lì a doversi intendere la fiducia di tutti, salvo, forse, quella di una persona in particolare e, in questo, della persona più importante fra tutte quelle allor presenti: ella stessa. Perché se già tentare l’impossibile, in qualcosa che mai aveva compiuto prima e in qualcosa che non era certa sarebbe stata in grado di compiere, avrebbe avuto a doversi intendere decisamente provante per la sua autostima, il ritrovarsi allor investita, in un momento tanto critico, dall’energia estranea, aliena e distruttiva di quel Progenitore, non mancò di travolgerla, e travolgerla, se non fisicamente, quantomeno psichicamente, imponendole uno stato di necessario panico, umana reazione nel confronto con una semplice, e intima domanda: “Ma che diamine ci sto facendo io qui…?!”.
A venirle incontro, tuttavia, in quell’istante di mortale fragilità a confronto con il quale, allora, tutto avrebbe potuto fallire, ella ebbe a percepire, tuttavia, un’altra energia, e un’energia di natura ben diversa, estranea e, al contempo, familiare. Un’energia che la raggiunse, che l’accarezzò delicatamente, prima, per poi stringerla a sé, e stringerla con dolce forza, per trasmetterle quella sicurezza della quale, lì, avrebbe avuto a doversi intendere carente. E in quell’abbraccio, in quella situazione di estranea familiarità con quell’inedita presenza, ella non poté mancare di cogliere il corrispettivo spirituale di quanto avrebbe potuto intendersi qual un odore, un profumo quasi, o per lo meno così interpretato dal proprio punto di vista, e un profumo che, ella, da sempre aveva conosciuto: non dal proprio primo giorno di vita, ma, in effetti, già da prima ancora, quando, per nove lunghi mesi aveva, insieme a lei, condiviso uno spazio estremamente ristretto, e pur mai scomodo, mai sgradevole né, tantomeno, sgradito.

“… Maddie…” esitò Rín, domandandosi come potesse essere possibile tutto ciò, come potesse Maddie averla raggiunta, lì, in quel momento.

Non Maddie, tuttavia, dovette immediatamente correggersi, quanto e piuttosto Midda avrebbe avuto a doversi intendere dietro a quell’aiuto, dietro a quella carezza e a quell’abbraccio, dietro a quell’incitamento, e a quell’incitamento spirituale che, pur provenendo da una persona a lei obiettivamente estranea, avrebbe avuto a doversi al tempo stesso riconoscere qual provenire dalla persona a lei più vicina in quella e in ogni dimensione possibile, nell’intero multiverso, così come, del resto, il proprio lungo peregrinare di realtà in realtà, nel rincorrere la propria gemella, saltando da una Maddie a un’altra, Midda a un’altra, non aveva mancato di comprovare.

“… ce la puoi fare. Tu hai la forza… tu hai il potere…” le suggerì Midda, accanto a lei in quel piano spirituale, per offrirle non soltanto la propria energia, ma anche e ancor più tutto il proprio supporto più puro, più incondizionato, a sostenere insieme a lei il peso proprio di quella prova, aiutandola a respingere, allora, la violenza propria dell’assalto del Progenitore.

E con il cuore colmo di gratitudine per quella presenza, per quel sostegno accanto a sé, e ancor più per quella rinnovata dichiarazione di fede nei suoi confronti, sopraggiunta nel momento in cui ogni fiducia le stava venendo meno proprio da se stessa, Rín riuscì a riprendere il controllo della situazione, e a completare quanto allor iniziato, per catapultare tutti loro, Progenitore compreso, nel tempo del sogno.

lunedì 27 gennaio 2020

3168


Volendo, per un istante, sforzarsi in una sorta di esercizio di empatia nei riguardi del Progenitore, astraendosi dalla realtà dei fatti e di quei fatti a dir poco tragici, se non catastrofici; invero, il comportamento proprio del medesimo avrebbe potuto anche risultare, a modo suo, qual più che comprensibile e condivisibile.

« Eh… no. »

… no… cosa?...

« In tutto questo tempo, in tutti questi lunghi anni, io sono sempre e comunque risultata qual l’antagonista della situazione, senza che mai ci si potesse soffermare sulle mie ragioni personali, sulle motivazioni che mi hanno spinta ad agire per come ho agito.
Ora, solo perché entra in scena questo signor Nessuno, per inciso relegandomi improvvisamente a un ruolo secondario all’interno della storia di cui avrei dovuto essere protagonista indiscussa, vuoi anche dedicare del tempo a speculare nel merito delle sue di ragioni personali, di motivazioni, al suo punto di vista, quasi fosse più meritevole di essere ascoltato rispetto al mio.
Eh… no! Non ci sto proprio! »

… bontà divina.
Ti assicuro che c’è una ragione per la quale può aver senso, ora, dedicare tempo a lui piuttosto che a te. E che non vuole certamente essere una mancanza di rispetto nei tuoi riguardi… anzi.
Oltretutto, come hai giustamente sottolineato, è un signor Nessuno. Lasciagli avere il proprio momento di gloria ora, che tanto fra qualche settimana, qualche mese al massimo, sarà già dimenticato dalla Storia. Mentre tu continuerai a sussistere, come è stato fino a ora…

« Mmm… »

Non sei convinta…?

« No. Ma ti concederò ancora una possibilità. Affinché non si possa poi negare quanto io sappia essere magnanima nel confrontarmi con la plebe. »

… “plebe”… molto gentile da parte tua.

« Prosegui, or dunque. Non esitare oltre. »



… grazie…

Volendo, per un istante, sforzarsi in una sorta di esercizio di empatia nei riguardi del Progenitore, astraendosi dalla realtà dei fatti e di quei fatti a dir poco tragici, se non catastrofici; invero, il comportamento proprio del medesimo avrebbe potuto anche risultare, a modo suo, qual più che comprensibile e condivisibile.
Dal punto di vista proprio di colui che, con la propria specie, avrebbe potuto vantare di aver plasmato l’universo intero, o, comunque, una parte significativa del medesimo, al pari di un dio Creatore, il solo pensiero che una delle proprie creazioni potesse essersi riservata un’occasione sì significativa di emancipazione al punto tale da concedersi intraprendenza sufficiente dallo sterminare, letteralmente, la propria intera specie, dopotutto, non avrebbe potuto che apparir semplicemente qual folle. Folle nella stessa misura in cui, un qualunque ingegnere umano, ofidiani, canissiano o di qualunque altra specie senziente, avrebbe potuto osservare un’astronave da sé progettata e costruita levarsi autonomamente in volo per rivolgere, poi, i propri attacchi a discapito della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi concittadini: in tal caso, probabilmente, nessuno avrebbe potuto riservarsi ragione utile a provare empatia per il succitato ingegnere, nel momento in cui, a prevenire nuove stragi, questi, unico sopravvissuto, si fosse allor impegnato a tentare di rimediare all’errore iniziale, distruggendo ogni astronave mai progettata, estinguendone la programmazione e preparandosi, all’occorrenza, a ricominciare tutto da capo, assicurandosi, ora, di non commettere più nuovi errori, di non offrire più alcuna indipendenza alle proprie creazioni, affinché non potessero più ribellarsi in opposizione al proprio stesso Creatore.
Che, quindi, il Progenitore potesse aver le proprie ragioni per agire in quei termini, e in quei termini verso quanto, dal proprio punto di vista, non avrebbe avuto a dover essere inteso possedere la dignità propria di una coscienza, di un individuo, quanto e piuttosto avesse a dover essere riconosciuto qual un mero errore di progettazione, avrebbe avuto a dover essere considerato indubbio. Così come indubbio, riconoscendo al Progenitore, in quel proprio vendicativo approccio, emozioni paragonabili a quelle delle proprie creature, facile sarebbe stato per la Figlia di Marr’Mahew aver ad attrarre il suo interesse, la sua attenzione, costringendolo a seguirla non appena l’avesse potuta riconoscere e riconoscere qual, a tutti gli effetti, la prima responsabile, la maggior colpevole, per quanto accaduto.
E così avvenne.
Avvenne nel momento in cui, con la più importante riprova della propria bravura di pilota, Duva Nebiria riuscì a condurre il loro veicolo antigravitazionale in alto nei cieli almeno sino al punto là occupato dal Progenitore, e a quel punto utile, allo stesso, per avere lì, quindi, a condurre, seppur fugacemente, la propria attenzione su quell’indegno moscerino che, non diversamente da molti altri già cancellati dall’esistenza, aveva deciso di cercare la morte ronzandogli attorno. Avvenne nel momento in cui, prima di essere a sua volta eliminato per sempre dalla Creazione, quel moscerino ebbe a ronzare nei riguardi del Progenitore in maniera dissimile da qualunque altro prima di allora, e a ronzare qualcosa che non soltanto, per la prima volta dall’inizio di tutto ciò, apparve voler risultare intelligibile, ma anche, e ancor più, apparve sgradevolmente simile a un ricordo non lontano, e non lontano, soprattutto, per chi esistente da sempre, al confronto con la percezione del tempo del quale gli anni trascorsi dalla distruzione della propria gente avrebbero avuto a dover essere intesi, allora, qual ben misero e fugace intervallo temporale. Avvenne nel momento in cui, allora, la voce di Midda Bontor ebbe a risuonare nell’aria, opportunatamente amplificata dall’interno di quel veicolo, nel mentre in cui il volto della medesima, lì premutosi contro a un finestrino, tentò di palesarsi al meglio della propria presenza, offrendo addirittura un cenno di saluto con la destra…

« Ehilà! Bell’uomo! » lo apostrofò ella, sorridendo sorniona « Ti ricordi di me…? Sono la tizia decisamente arrabbiata che ha fatto fuori il tuo intero mondo, sterminando tutti i tuoi compagni di merende… » sancì, in termini tali per cui, se non fosse stato esattamente loro desiderio quello di attirare l’attenzione di quel mostro, tutti all’interno di quel veicolo le sarebbero allor saltati alla gola, per cercare di zittirla « Ora, d’accordo che ho eliminato tutta la tua specie, pseudo-divina ma, soprattutto, psico-patica, e che, per inciso, ero convinta di aver eliminato anche te… ma non ti sembra un poco esagerato reagire in questa maniera?! »
“Tu…?!” ruggì il Progenitore nelle menti di tutto il pianeta, dimostrando tutta la propria più concreta furia nei riguardi di quella donna, e di quella donna lì così perfettamente riconosciuta “… la tua intraprendenza sconfina nella follia, stolida creatura. Saresti dovuta restare nascosta sotto il sasso dove ti trovavi, così che la tua vita sarebbe terminata in maniera rapida e indolore, al pari di quella di chiunque altro su questo pianeta. Ma dal momento in cui desideri riservarti vanto per i tuoi misfatti, la tua fine non sarà così misericordiosa!”

domenica 26 gennaio 2020

3167


« Posso riservarmi ancora una domanda stupida…?! » intervenne tuttavia dalla prima linea di sedili la voce di Duva, a cercare occasione di maggiore chiarezza nel merito di quel piano « Anche ammesso di riuscire, noialtri, ad accedere al tempo del sogno… come pensiamo di poterci trascinare dietro il nostro distruttivo amico luminoso…?! »
« A quello ci penserò io… » ammiccò per tutta risposta la Figlia di Marr’Mahew, dimostrando di avere già le idee chiare a tal riguardo « … tu preoccupati soltanto di portarmi il più vicino possibile a lui, nel tempo utile, per Rín, di aprire il passaggio. » sottolineò, sorridendo tranquillamente, quasi allorché porre sfida a un dio in una dimensione primigenia, quanto allora stessero così pianificando fosse l’equivalente di un giro per locali notturni, con la difficoltà di discriminare entro quali andare a cercare occasione di divertirsi e quali, altresì, avere a evitare.
« Non per fare il pignolo. » premesse Howe, intendendo tuttavia impegnarsi esattamente in tal direzione, a compensare la banalità con la quale, in quel frangente, ella stava quindi offrendo evidenza di voler affrontare la questione « Ma come pensi di fare? Metterai la testa fuori e gli farai una linguaccia invitandolo poi a seguirci per dimostrare di avere il coraggio di farlo…?! »

E per quanto, ovviamente, quella dello shar’tiagho avrebbe avuto a doversi intendere necessariamente qual una provocazione, per così come il movimento di sospirante diniego del suo capo ornato da sottili treccine, secondo la tradizione propria dei suoi avi, non avrebbe potuto mancare di esprimere e di esprimere palesemente; la replica dell’Ucciditrice di Dei, in quieta conferma di ciò, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual tale, quanto e piuttosto espressione della ferma convinzione a voler procedere proprio in tal direzione… o, quantomeno, in qualcosa di assimilabile a essa.

« Sì. Direi proprio di sì. » sorrise Midda, stringendosi appena fra le spalle « Dopotutto, non credo che la scelta compiuta dal nostro Progenitore sia stata del tutto casuale. » puntualizzò, a meglio esplicitare il senso delle proprie parole, di quella propria strategia così apparentemente infantile « Se fra tutti i pianeti dell’universo ha scelto di iniziare proprio da questo, con il proprio piano di vendetta, probabilmente è perché è riuscito a individuare la mia presenza qui… e considerando quanto, non a torto, mi abbia a considerare responsabile per la fine del suo popolo, non credo proprio che ci permetterà di scappare nel tempo del sogno senza, in ciò, inseguirci. »
« … ah… » si limitò, allora, a commentare Howe.

In verità, la metà del gruppo formata da Howe, Be’Wahr, H’Anel, M’Eu e Rín, non avrebbe potuto vantare quieta confidenza nel merito del pregresso proprio di quell’avventura e di quanto, in effetti, quanto lì stava allor accadendo avesse a doversi considerare, a buon titolo, responsabilità della loro amica.
Una responsabilità a confronto con la quale, dopotutto, Midda stessa, pocanzi, si era anche concessa un fugace momento di sconforto, e un fugace momento di sconforto all’idea di tutte le vite che, in quel mentre, su quello stesso pianeta, stavano venendo letteralmente cancellate dall’esistenza in sola conseguenza alle proprie azioni, e a quelle azioni che, prima, avevano involontariamente avviato il processo in grazia al quale tutti i Progenitori si sarebbero risvegliati dal loro sonno millenario, e che, poi, avevano tentato di rimediare all’errore così compiuto spazzando letteralmente via, da ogni mappa stellare, quell’intero pianeta, e il pianeta nel quale gli ultimi milioni, forse miliardi, di esponenti di quell’antica specie stavano ritornando alla vita, e a una vita che non avrebbe, comunque, condotto a nulla di buono il Creato stesso.
In tale ignoranza nel merito dei fatti occorsi, necessariamente criptiche non avrebbero potuto che risultare le parole della loro amica, nel merito di quanto, sicuramente, quella creatura avrebbe avuto piacere a vendicarsi di lei. Criptiche, sì, e pur non particolarmente sorprendenti, a buon dire, soprattutto per Howe e Be’Wahr, ma anche per H’Anel e M’Eu, che pur avrebbero potuto vantare quella certa confidenza con la donna guerriero in misura utile a non stupirsi a confronto con l’idea che, ancora una volta, in un modo o nell’altro, una potenziale minaccia in contrasto a tutto ciò che esiste avesse a doversi intendere a lei ricollegata.

« Ma senti… tu non hai proprio mai preso in considerazione l’idea di ritirarti a vita privata come ha fatto papà, vero…?! » non poté, alfine, trattenersi dal commentare, non priva di una certa ironia, la giovane H’Anel, che pur non avrebbe mai voluto mancare di rispetto alla propria quasi madre, e che, ciò non di meno, non poté lì ovviare a riservarsi quella nota dai toni lievemente polemici, seppur ancor entro confini i propri del giuoco.
« Mmm…? » esitò la donna guerriero, abituata a frecciatine più o meno sarcastiche da parte di Howe ma non da parte di H’Anel, e di quell’H’Anel che, del resto, nella sua mente, avrebbe avuto a doversi ancor riconoscere qual la bimba spaventata che era stata rapita da casa al solo scopo di essere utile arma di ricatto, insieme al fratello e ad altri bambini, per ottenere la sua collaborazione.
« Credo che intenda riferirsi al fatto che, per qualche oscura ragione, tu hai sempre un qualche ruolo nel merito quando il mondo sta per finire. » esplicitò Howe, ringraziando mentalmente H’Anel per essersi prestata in sua vece a tale ruolo, risparmiandogli la necessità propria di quell’intervento allor ineluttabilmente polemico.

E se, a confronto con ciò, Midda Bontor avrebbe potuto anche umanamente reagire con un certo disappunto, e quel disappunto proprio di chi, a torto o a ragione, indicata qual colpevole di ogni male, tale reazione non sarebbe certamente potuta esserle mai propria, sia perché, in fondo, ben consapevole della spiacevole verità dietro a tale appunto, sia perché, parimenti, non contraddistinta da quel tal genere di orgoglio utile a ferirla nel confronto con simili note. Così, allorché piccarsi, ella non poté allora evitare di scoppiare in una sonora risata, una risata che, nella propria sincerità, non poté ovviare a risultare contagiosa e a diffondersi fra tutti i presenti all’interno di quel veicolo, per un istante, in ciò, dimentichi di ogni cosa e, forse, persino del fatto che, proprio malgrado, stavano dirigendosi verso morte certa.
E quando la risata ebbe a scemare, H’Anel, pur ancora sinceramente divertita da tutto ciò, non poté ovviare a offrire un volto nuovamente e incredibilmente serio nei riguardi dell’interlocutrice, riprendendo a insistere sulla posizione precedente…

« … comunque dico sul serio. » sottolineò ella, inarcando appena un sopracciglio « Visto e considerato che, ora, hai anche due pargoli di cui occuparti… forse potrebbe essere un’idea carina lasciar perdere questo stile di vita e passare a qualcosa di più tranquillo. Con tutti i benefici che il Creato potrebbe trarre da ciò… » non mancò di evidenziare, ribadendo così il concetto precedente.
E ancora, per tutta risposta, Midda non poté negarsi che una sincera e profonda risata, a margine della quale, tuttavia, questa volta si riservò anche l’opportunità di una qualche, reale replica alla propria interlocutrice: « Ci penserò. » confermò quindi, sincera in tal proposito per quanto, obiettivamente, ben poco credibile a tal riguardo « Giuro su Thyres che, se anche questa volta riusciremo a riportare a casa la pelle, un pensiero in favore di una vita tranquilla me lo riserverò… » promise, annuendo verso H’Anel.

Una promessa, la sua, che, troppo facilmente, qualcuno avrebbe potuto sottolineare provenire da un ex-marinaio… con tutto ciò che, in tal senso, avrebbe quindi potuto purtroppo, o per fortuna, conseguire. Purtroppo, o per fortuna, in un computo di difficile ponderazione fra il numero di volte in cui ella aveva effettivamente messo a rischio il Creato intero, o comunque un significativo sottoinsieme dello stesso, e il numero di volte in cui, comunque, ella lo aveva poi salvato.

sabato 25 gennaio 2020

3166


Sebbene il tempo fosse, in quel particolare frangente, la risorsa della quale meno avrebbero potuto riservarsi occasione di abusare, un necessario momento di silenzio ebbe allora a seguire quell’incitamento, quell’invito e quell’invito a confronto del quale non soltanto Rín, ma tutti loro, avrebbero avuto allora a doversi riservare obbligata possibilità di riflessione, nel confronto con la profonda verità celata dietro a quelle parole, e la verità a confronto con la quale, in fondo, a tutti loro stava venendo richiesto di tradurre l’impossibile in possibile, affrontando e sconfiggendo quella sorta di dio al di fuori di ogni tempo e di ogni spazio, in una dimensione primigenia non soltanto nei riguardi del loro mondo, ma di ogni altro mondo, e di tutto il multiverso.
Un’impresa, quella allora proposta dalla Figlia di Marr’Mahew, che, sopra a tutti, non avrebbe potuto ovviare a preoccupare coloro i quali già avrebbero potuto vantare una qualche confidenza con il tempo del sogno, nell’avervi già combattuto la prima volta, quando lì trascinati dal potere di secondo-fra-tre, il temibile vicario di Anmel che, riservandosi occasione di sconfiggerli e di ucciderli in quella particolare realtà estranea a ogni altra realtà non avrebbe reso proprio tale successo soltanto in loro contrasto, ma avrebbe allora, e istantaneamente, cancellato da ogni piano di esistenza qualunque altra loro incarnazione, così come se mai, in alcuna realtà, in alcun mondo, fosse mai esistito uno di loro. Un pensiero che, se possibile, avrebbe avuto a doversi intendere persino peggiore della morte, non tanto per un qualche improprio senso di solidarietà con ogni propria versione alternativa presente nel multiverso, quanto e piuttosto per l’evidenza di quanto, lì morendo, sarebbe stato come non essere mai neppur nati, non potendo neppur venir conservati nei ricordi, nei cuori delle persone a loro più care. Ma se, comunque, il loro universo avrebbe avuto, altresì, a essere eliminato in conseguenza alla violenza vendicativa di quell’essere divino, anche tale prezzo, improvvisamente, non sarebbe poi apparso sì elevato da non poter essere tributato: non, proprio, per il bene di tutti, anche a costo, in ciò, di esser da tutti dimenticati…

« E’ l’uso del condizionale che mi preoccupa… » sospirò alfine Rín, non potendo ovviare a evidenziare quanto, necessariamente, non vi potesse essere alcuna certezza neppure da parte della propria interlocutrice nel merito di un proprio possibile successo… così come, in termini più ampli, di un qualunque successo della loro missione « … ma ho inteso cosa vuoi direi. E sono pronta a provarci. » sancì, annuendo appena, prima tuttavia di volgersi con lo sguardo, oltre che verso Midda, anche verso Lys’sh e Be’Wahr, a lei più prossimi, e, indirettamente, anche verso Be’Sihl, altresì nel sedile anteriore, accanto a Duva, per anticipare, in tal senso le parole che allora avrebbe avuto a pronunciare « Anche se avrò bisogno del vostro aiuto. »
E se, ancora, un nuovo momento di silenzio avrebbe potuto occorrere a confronto con quella richiesta, il biondo Be’Wahr decise allora che incedere ulteriormente nell’incertezza non sarebbe stato quanto di più positivo per tutti loro, ragione per la quale, allora, volle riservarsi occasione di prendere voce e di prendere voce a nome di tutte le persone così coinvolte nella questione, dicendo: « Per quello che ci sarà concessa opportunità di fare… saremo tutti con te! »
« Quindi, giusto per capire… » esitò Duva, non essendo nella posizione migliore per poter seguire l’evolversi di quel dialogo, né, tantomeno, per poter comprendere il piano corrente, già sufficientemente assorta dal tentare di procedere nella rotta pocanzi stabilita dall’amica, e in quella rotta tutt’altro che banale per affrontare la quale, ineluttabilmente, avrebbero avuto a doversi far spazio fra la terrificante e tragica confusione che, attorno a sé, quel Progenitore stava allor creando nell’alto dei cieli « … io continuo a dirigermi verso quel mostro di luce, giusto?! »
« Alla via così, Duva! » confermò Midda, con ferma positività, o positiva fermezza, che non avrebbe potuto ovviare a rasserenare l’animo di tutti i presenti all’interno di quel veicolo, per quanto consapevoli, allor, di star dirigendosi verso morte certa.

Così, nel mentre in cui quel mezzo antigravitazionale di rappresentanza si osava avventurare nell’unica direzione dalla quale avrebbe avuto, altresì, ragione di fuggire, facendosi largo non soltanto fra coloro i quali, più ragionevolmente, stavano cercando salvezza in direzione opposta, ma anche fra tutti i caccia e gli altri mezzi militari che, al contrario, verso quell’improbo obiettivo stavano muovendosi, con la vana speranza di poter vendicare i compagni già caduti e di poter riscattare, anche a costo delle proprie vite, il destino del proprio mondo; all’interno dello stesso Rín cercò le parole migliori per esprimere quanto non era neppur realmente certa di avere in mente, non potendo vantare, in verità, alcuna particolare sicurezza nel merito di quanto, allora, avrebbe avuto a dover tentare di compiere.

« Mi rivolgo a chi è stato con me, la prima volta, nel tempo del sogno… » chiarì pertanto, non tanto in favore dei diretti interessati, quanto e piuttosto di tutti gli altri, e di tutti gli altri che, allora, avrebbero potuto riservarsi forse ben misera occasione di comprensione nel merito di quanto lì potesse star accadendo e perché, soprattutto, essi potessero essere rimasti esclusi « Se mi è stata concessa occasione di ritornare nel tempo del sogno, in effetti, non è stato solamente per pura e semplice ostinazione personale, quanto e piuttosto perché essendoci già stata una volta, ed essendoci stata non come spettatrice passiva, ma come attrice attiva, nell’impegnarmi a combattere la minaccia di secondo-fra-tre al pari di tutti voi, ho avuto la possibilità più unica che rara di potermi interfacciare direttamente con il tempo del sogno stesso e con le sue leggi, al punto tale, involontariamente, da riacquistare persino l’uso delle gambe. » premesse, cercando di riordinare le idee più a proprio stesso beneficio che in favore di chiunque altro « Ora, con questo, non voglio dire che tutti voi dovrete imparare al volo ad accedere al tempo del sogno: sarebbe qualcosa di troppo difficile da realizzare e ancor di maggiore difficoltà da spiegare, in termini tali per cui non sarei certamente un’insegnante adatta. Quello di cui ho necessità, in questo momento, è che voi possiate condividere con me quel flebile legame che, sicuramente, è rimasto fra i vostri animi e il tempo del sogno, per permettermi, sfruttando le vostre energie, e le energie di tutti voi, di tentare di compiere quanto, abitualmente, faccio ricorrendo alla mia stessa energia spirituale… »
« … in altre parole…?! » domandò Howe, sottraendo dall’imbarazzo di quella richiesta di semplificazione il proprio povero amico Be’Wahr, lì intento a osservare con sguardo smarrito la loro interlocutrice, non potendo allor vantare la benché minima comprensione di alcun aspetto di quel discorso, decisamente superiore alle proprie umili facoltà intellettuali nel merito delle quali, per una volta tanto, decise di non infierire gratuitamente.
« Ho bisogno che chiudiate gli occhi, che svuotiate la mente e che vi concentriate sul tempo del sogno, sui ricordi di quanto abbiamo visto, di quanto abbiamo fatto, e del potere di cui lì abbiamo usufruito. » asserì Rín, tentando di essere più esplicita nel merito della propria richiesta « Cercate di rievocare le sensazioni che avete provato nel plasmare la realtà secondo la vostra immaginazione… e, nel momento in cui sentirete un forte calore provenire dal profondo del vostro spirito, non spaventatevi e non opponetevi: è proprio ciò che desideriamo avvenga. »
« Beh… sullo svuotare la mente tu parti avvantaggiato, fratellino… » commentò sottovoce Howe alla volta di Be’Wahr, avendogli già riconosciuto un regalo con il proprio intervento precedente e, ora, non riuscendo a rinunciare all’occasione di quella facile ironia, in grazia alla quale, in fondo, far sembrare tutto ciò qual un momento di quieta quotidianità fra tutti loro.
« … ah-ah-ah… » simulò una risata l’altro, aggrottando appena la fronte e, ciò non di meno, sufficientemente onesto con se stesso da non poter ovviare ad ammettere quanto, in effetti, si sentisse lì qual la persona meno adatta a compiere qualcosa di simile a quanto richiestogli, sebbene non si sarebbe allor tirato indietro per nulla al mondo, non volendo certamente deludere tutti i propri amici, tutta la propria famiglia lì riunita per quella che, forse, sarebbe stata la loro ultima, grande battaglia.

venerdì 24 gennaio 2020

3165


Nóirín Mont-d'Orb era pienamente consapevole di essere, lì, in quel momento e in quel luogo, l’incarnazione vivente del proverbiale pesce fuor d’acqua. Ella, che aveva iniziato a vagare attraverso le infinite pieghe del multiverso soltanto per potersi ricongiungere all’amata sorella Madailéin, non si era mai illusa, neppure per un momento, di potersi considerare nel proprio ambiente naturale, fosse anche e soltanto nella consapevolezza di aver trascorso la maggior parte del proprio tempo, in quegli ultimi cinque lustri, all’interno dei quieti confini del proprio appartamento e, ancor più, della propria camera da letto.
Non che Rín avesse a doversi fraintendere una persona mentalmente o fisicamente pigra.
A livello mentale, ella avrebbe avuto a poter vantare un’intelligenza vivace e curiosa, capace di spronarla continuamente a scoprire cose nuove e a renderle proprie, fossero queste semplici nozioni così come, addirittura, delle lingue straniere, nel confronto con l’apprendimento delle quali, in effetti, aveva sempre dimostrato una straordinaria propensione. Proiettata da pochi giorni, poche settimane, fra le stelle del firmamento, e di quel firmamento per lei completamente estraneo, stava, dopotutto, riuscendo con successo già a prendere confidenza non con una, ma, addirittura, con ben due nuove lingue: il kofreyota, normalmente parlato dal gruppo degli alleati della propria gemella, Howe, Be’Wahr, H’Anel e M’Eu, oltre che dalla stessa Maddie nella necessità, obbligata, di avere a relazionarsi con gli stessi; e la lingua comune altresì in vigore lì fra tutti gli altri loro alleati, e quella lingua comune che pur avrebbe potuto ovviare ad apprendere, nella comodità propria offerta loro dall’impiego di traduttori automatici, utili a sopperire, anche in quel momento, al divario linguistico allor esistente.
A livello fisico, poi, facendo anche e soltanto riferimento alla propria situazione precedente al miracolo occorso nel tempo del sogno, e a quel miracolo che le aveva restituito l’uso delle proprie gambe, ella non avrebbe mai avuto a doversi fraintendere qual indolente in alcun aspetto della propria quotidianità, sempre pronta a muoversi, sempre pronta a mettersi in giuoco, senza che mai, neppure una volta, il confronto fra la propria sedia a rotelle e le infinite barriere architettoniche purtroppo esistenti nella propria città natale avesse, in qualunque maniera, a esserle ragione di ostacolo, di rifiuto d’agire, o, anche e soltanto, di sconforto. E se pur per cinque lustri la sua vita era stata obbligata su una sedia a rotelle, in tale lasso di tempo ella non si era mai negata di vivere nulla di quanto avrebbe potuto o dovuto vivere, trovando sempre occasione di porsi in giuoco forse e persino in misura maggiore rispetto a quanto, un tempo, non avrebbe potuto essere riconosciuta solita concedersi occasione di fare la stessa Maddie, la quale, vittima di quel senso di colpa proprio del sopravvissuto raramente si era concessa una qualche effettiva occasione di attingere a piene mani dal cuore stesso della vita, almeno prima di incontrare Midda, e non quella Midda in particolare, ma un’altra Midda, proveniente da un’altra dimensione e giunta a lei soltanto per salvarla, e per salvarla dalla letale minaccia di un’altra Anmel Mal Toise.
L’evidenza di quanto, quindi, Rín non avesse a doversi fraintendere qual una persona mentalmente o fisicamente pigra, non avrebbe comunque potuto ovviare all’evidenza di quanto, parimenti, la propria consapevolezza e la propria confidenza con tutto quello avrebbe avuto a doversi necessariamente considerare limitata, e limitata in una misura tale per cui, obiettivamente, il fatto che ella non si fosse mai riservata un’opportunità di isteria a confronto con tutto ciò avrebbe avuto a doversi intendere già più che riprova palese della propria forza d’animo. In tutto ciò, ella era tuttavia consapevole che, pur non essendo una guerriera, pur non essendo una combattente, pur non essendo… beh… fondamentalmente nulla, il proprio ruolo, la propria utilità, avrebbe avuto a potersi intendere praticamente inappellabile nel confronto con quella capacità unica di viaggiare attraverso il multiverso e, in particolare, di viaggiarvi in grazia all’accesso al tempo del sogno. Non un dono divino, non una prerogativa di sangue, a dispetto di quanto dall’esterno avrebbe potuto eventualmente essere supposto, quanto e piuttosto il giusto rapporto fra le conseguenze della sorte e il proprio impegno personale, e quell’impegno personale che, dopo un’importante esperienza nel tempo del sogno, e un’esperienza che pur aveva vissuto senza alcun genere di controllo sulla situazione, l’aveva allor veduta voler conquistare quel controllo mancato, e volerlo conquistare con impegno, con convinzione sufficiente da permettersi di prendere e partire, di punto in bianco, per gli antipodi del proprio pianeta natale, andando lì a ricercare, senza alcun credito, senza alcuna reale consapevolezza, un qualche genere di aiuto a tal riguardo da coloro i quali, soli, avevano mai offerto riferimento nel corso della Storia del proprio mondo, al tempo del sogno.
Così ella, figlia di padre francese e madre irlandese, nata e cresciuta qual immigrata in quel del territorio italiano, e priva di qualunque pur lontana discendenza aborigena, aveva avuto la mirabile occasione di apprendere come varcare nuovamente quella soglia già varcata, come attraversare, ancora una volta, le barriere esistenti fra il mondo reale e il tempo del sogno, e, di lì, come accedere non soltanto a un mondo ma, in effetti, a ogni mondo, a ogni realtà, e a ogni realtà propria dell’infinita varietà del multiverso, lasciandosi guidare, in tal senso, dal proprio legame emotivo e spirituale con la propria gemella. E, ora, tale capacità, tale straordinario potere, non avrebbe potuto fare altro che imprigionarla, proprio malgrado, nel ruolo proprio di chi, strega o quant’altro, abile a piegare la realtà secondo i propri scopi… e, in ciò, allora necessariamente obbligata a tentare di giustificare il proprio apparente diniego innanzi a quanto, da un punto di vista esterno, avrebbe avuto a doverle essere riconosciuto qual, probabilmente, una banalità.

« Comprendo come questo non sia esattamente il frangente migliore per dimostrarsi poco collaborativa… » esitò quindi Rín, scuotendo appena il capo e lasciando animare il proprio volto da un sorriso sinceramente imbarazzato, qual solo avrebbe allor potuto essere a confronto con tutto ciò « … ma vorrei che fosse chiaro quanto, purtroppo, io non sia in grado di riportare nessuno nel tempo del sogno ancora per almeno un paio di giorni. » sancì, con un lieve sospiro di sconforto « Se avessi potuto farlo, ci avrei ricondotti già tutti a bordo di quella nave spaziale… e, ora, potremmo star valutando la questione da un punto di vista decisamente meno precario rispetto a quello attuale. »
« Rín… » sorrise Midda, riprendendo voce verso di lei e verso di lei avendo allora ad allungare la propria mancina, a volerle offrire un’occasione di contatto fisico, a dimostrare, in tal maniera, la propria vicinanza emotiva a lei « … non voglio in alcun modo far finta di comprendere come tu riesca a fare quello che fai, come tu riesca a viaggiare attraverso il multiverso, accedendo al tempo del sogno. Quanto però è evidente è che tu ci riesci, che tu riesci a viaggiare attraverso il multiverso, accedendo al tempo del sogno. » dichiarò serenamente, quasi affettuosamente, non potendo ovviare a provare una certa dolcezza, nel proprio cuore, nel ritrovarsi a confronto con una versione alternativa della propria perduta gemella, e di quella gemella con la quale, purtroppo, le era stata negata qualunque occasione di rapporto, diversamente da quanto, altresì e fortunatamente, presente fra Maddie e Rín.
« … in effetti sarebbe un po’ complicato da spiegare. » ammise l’altra, aggrottando appena la fronte, nel rendersi conto di quanto, probabilmente, non sarebbe neppure stata in grado di esplicitare come ciò fosse possibile, trascendendo, tale consapevolezza, dalla propria capacità di controllo o di comprensione.
« Io, ora, sono perfettamente consapevole che non ti sto chiedendo di compiere qualcosa di banale, qualcosa di consueto, qualcosa di ovvio. » riprese e continuò la Figlia di Marr’Mahew, con il quieto tono già propostole « Ma, in questo momento, a nessuno di noi sta venendo chiesto di compiere qualcosa di banale, qualcosa di consueto, qualcosa di ovvio. Se così fosse, nessuno di noi avrebbe ora una folle paura di morire… perché, in fondo, è questo il destino che ci attende ora come ora. E che ci attende a prescindere da qualunque cosa possiamo decidere di fare o di non fare… » ammise, riconoscendo apertamente quanto, in fondo, lì già implicitamente chiaro « Questo è uno di quei momenti nei quali ci sta venendo richiesto di compiere l’impossibile. Ed è uno di quei momento nei quali, avendo il coraggio di provarci, potremmo scoprire di essere capaci di fare molto più di quanto mai potremmo credere… e di raggiungere risultati molto più elevati di quanto mai potremmo immaginare. »

giovedì 23 gennaio 2020

3164


« Duva: inverti la rotta, per cortesia… » suggerì quindi colei che, evidentemente, del proprio appellativo di Ucciditrice di Dei avrebbe lì desiderato dimostrare tutta la necessaria ragionevolezza « … il nostro obiettivo è dall’altra parte. »
« … sei seria?! » domandò l’altra, ben pronta a rischiare la vita in contrasto a quella creatura e, ciò non di meno, tutt’altro che disposta a sprecarla nella maniera più becera e banale possibile, qual allora avrebbe avuto a dover essere inteso un qualche eventuale attacco suicida in suo ipotetico contrasto, così come, in quel particolare frangente, sarebbe necessariamente stato un qualunque eventuale attacco in suo ipotetico contrasto.

Per quanto, tuttavia, le parole della donna ebbero a sollevare un pur legittimo dubbio nel merito della strategia dell’amica, i fatti ne seguirono quietamente la volontà, modificando, in volo, la direzione del veicolo e vedendoli puntare, improvvisamente, proprio verso il Progenitore e, con esso, verso la morte certa da questi rappresentata per tutti loro.
Solo pochi minuti prima di quel momento, del resto, tutti si erano dichiarati apertamente e volutamente pronti a seguire la Figlia di Marr’Mahew in qualunque genere di azione in contrasto a quella specie di divinità, supportati moralmente dall’evidenza di quanto, tanto agendo, quanto non agendo, il risultato non avrebbe avuto poi particolarmente a mutare. Posti, pertanto, a confronto con l’opportunità concreta di agire, e di agire in supposto contrasto a quel mostro, semplicemente incoerente sarebbe stato pensare di negarsi simile opportunità, benché ancor tutt’altro che palese avrebbe avuto a potersi intendere il fine ultimo di quella richiesta.
Un fine ultimo che, di lì a un istante, non appena la rotta venne reimpostata, Midda non si negò occasione di comunicare all’intero gruppo, e a quell’intero gruppo di prodi compagni che, in fondo, a lei avevano voluto affidare la propria vita o, per lo meno, quanto restante della medesima, concedendole in ciò il dono più grande che mai ella avrebbe potuto ricevere, e del quale, forse, mai si sarebbe realmente sentita meritevole, ma che, non per questo, si sarebbe allor permessa di sprecare…

« E’ evidente che non vi possa essere, né per noi, né per alcun altro, occasione di affrontarlo in questo piano di realtà. » sancì la donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, scuotendo appena il capo « Persino Anmel, a confronto con questo essere, apparirebbe qual una minaccia minoritaria… e contro di lei, cinque anni fa, abbiamo avuto il supporto di molte più forze, oltre che delle armate di spettri di Desmair. »
« Già… » commentò Howe, storcendo le labbra verso il basso, a confronto con la consapevolezza di quanto gli eventi fossero spiacevolmente precipitati, e dal ritrovarsi a bordo di un’immensa nave stellare, armata fino ai denti e in attesa di rinforzi per opporsi, “semplicemente” ad Anmel Mal Toise, in quel frangente si stessero lì ponendo stretti all’interno di una scatola di metallo, praticamente soli, a confronto con un antagonista allor riconosciuto qual nettamente superiore… con tutto il paradosso che ciò avrebbe potuto rendere spiacevolmente evidente « … è il bello dell’organizzarsi con attenzione per poi ritrovarsi schierati, all’ultimo, contro il nemico sbagliato. »

Partiti, in effetti, con il supporto dell’accusatore Pitra Zafral e di una fra le più progredite navi della flotta di Loicare, la Rad Dak-Wosh, nonché con la propria squadra al gran completo, e, speranzosamente, con il supporto di Desmair e della propria nuova flotta di criminali al seguito, nell’aspettativa sì di una sfida difficile, e, ciò non di meno, di una sfida dalla quale già in passato avevano avuto occasione di uscire vittoriosi; quel gruppetto, impavido ma, tuttavia, numericamente ristretto, avrebbe avuto lì a dover offrire il proprio proverbiale miglior viso al pessimo giuoco che stava venendo loro proposto…
… un pessimo giuoco per giocare il quale, evidentemente, Midda Bontor doveva allor aver ipotizzato di sovvertire radicalmente ogni regola, con la speranza di riottenere, allora, quel forse pur lieve, ma sicuramente presente, margine di vantaggio allor perduto.

« Sbaglio o hai appena detto “in questo piano di realtà”…?! » esitò H’Anel, aggrottando appena la fronte e dimostrando, allora, di star correttamente intuendo il pensiero della propria quasi madre, e un pensiero che, trattandosi dell’Ucciditrice di Dei, non avrebbe potuto allor obiettivamente essere meno che folle, nel confronto con la follia propria di quel particolare frangente.
« Esattamente. » annuì l’ex-mercenaria, spingendosi leggermente in avanti per riservarsi visuale oltre all’ultima, propria, interlocutrice, seduta alla propria mancina, per poter, in ciò, volgere i propri occhi color ghiaccio direttamente in quelli di egual colore, ma animati da ben differente determinazione, propri della più giovane versione alternativa della propria defunta gemella « Be’Sihl, Lys’sh, Be’Wahr, Rín e io abbiamo già potuto constatare il potere straordinario del cosiddetto tempo del sogno. E sono certa che, spostando lì la nostra battaglia, potremo riservarci un’occasione di confronto paritario anche in contrasto a un Progenitore! »

Nell’esser fugacemente transitati tutti dal tempo del sogno almeno una volta, fosse anche e soltanto per raggiungere, allor guidati da Rín, Midda e Be’Sihl all’interno del grattacielo ormai dimenticato alle loro spalle, se non, prima ancora, per attraversare l’intero universo a ricongiungersi, sempre e ancora, a Midda e Be’Sihl; nessuno fra i presenti a bordo di quell’auto, partendo da Howe e Be’Wahr, passando per H’Anel e M’Eu, e arrivando a Duva e Lys’sh, avrebbero potuto vantare ignoranza nel merito dell’esistenza di un qualche, non meglio definito, piano di realtà estraneo al proprio e, al quale, per merito di poteri non meglio chiariti, Rín si era riservata possibilità di accesso, e possibilità di accesso utile, allora, a muoversi attraverso il multiverso stesso.
Ma essere consapevoli, allora, nel merito dell’esistenza di quella misteriosa dimensione, ed essere pronti a trasferire lì quel conflitto, avvantaggiandosi di un non meglio chiarito potere lì presente per riequilibrare le sorti di un conflitto in contrasto a quanto di più simile a un dio, avrebbe avuto a doversi intendere necessariamente non banale… e non banale nella misura stessa in cui ci si sarebbe potuto considerare consapevoli della capacità di volo propria degli uccelli e, in ciò, di essere a propria volta in grado di librarsi, autonomamente, nell’aria loro pari.
Ciò senza considerare quanto già più volte detto e ribadito da parte della medesima Rín, nel merito di quanto, allora, e proprio malgrado, l’accesso al tempo del sogno non avrebbe avuto a doversi fraintendere così banale, nella propria dinamica, da permetterle di viaggiare avanti e indietro attraverso lo stesso a proprio piacimento. Un dettaglio, quest’ultimo, nel merito del quale, e a scanso di ogni ulteriore equivoco, la stessa giovane “strega”, qual ineluttabilmente non avrebbe potuto essere che giudicata innanzi allo sguardo di quegli stessi compagni di ventura che pur l’avevano sino ad allora seguita attraverso l’universo intero, non poté mancare di avere a esprimersi nuovamente, giacché, ancora una volta, stavano venendo compiute asserzioni sbagliate a tal riguardo…

« Comprendo come questo non sia esattamente il frangente migliore per dimostrarsi poco collaborativa… » esitò quindi Rín, scuotendo appena il capo e lasciando animare il proprio volto da un sorriso sinceramente imbarazzato, qual solo avrebbe allor potuto essere a confronto con tutto ciò « … ma vorrei che fosse chiaro quanto, purtroppo, io non sia in grado di riportare nessuno nel tempo del sogno ancora per almeno un paio di giorni. » sancì, con un lieve sospiro di sconforto « Se avessi potuto farlo, ci avrei ricondotti già tutti a bordo di quella nave spaziale… e, ora, potremmo star valutando la questione da un punto di vista decisamente meno precario rispetto a quello attuale. »

mercoledì 22 gennaio 2020

3163


Per un lungo istante Midda non parve, invero, neppure rendersi conto non soltanto della domanda postale, quanto e ancor più dell’intera situazione, con la stessa, sopraggiunta presenza dei suoi compagni, quasi essi non avessero neppure a doversi lì fraintendere quali presenti. Ella continuò a restare immobile, osservando il nulla innanzi a sé, e suscitando, in tal senso, non pochi dubbi, non poche perplessità, ma, soprattutto, non poche preoccupazioni nei propri compagni.
Prima che, tuttavia, tali preoccupazioni, tali perplessità e tali dubbi potessero assumere la consistenza concreta di una qualche presa di posizione da parte di qualcuno di essi in propria, aperta, opposizione, la donna guerriero si riscosse, si voltò in direzione del cadavere accanto a sé, osservò con quieto distacco il pugnale profondamente conficcato in quel petto, ancor prima che qualunque altro dettaglio, quasi stesse lì valutando se riprenderne possesso o meno, e decidendo, quindi, di lasciar perdere, per poi, solo allora, portare l’attenzione al resto del gruppo e sfoggiare, verso tutti loro, un sorrisetto necessariamente imbarazzato…

« … ehm… »

L’eventuale necessità in favore a una qualsiasi possibile spiegazione, tuttavia, venne allor posta in secondo piano dalla spiacevolissima evidenza di quanto il mondo presente a soltanto trecento piedi dalla loro attuale posizione fu allor avvolto da quella luce di morte che tutto, lì, stava distruggendo e, in un bagliore accecante, scomparve dal creato, lasciando dietro di sé soltanto una landa deserta, arida, senza vita né parvenza alcuna di vita: il Progenitore stava proseguendo nel proprio operato, e stava avvicinandosi spiacevolmente alla loro attuale posizione, in termini tali per cui qualunque possibile argomentazione nel merito del fato di Anmel Mal Toise e, con lei, di Amaka Bomara, così come della stupidità intrinseca nella scelta di Midda di allontanarsi dal gruppo o della capacità del gruppo di ritrovarla, e di ritrovarla a colpo sicuro anche laddove celata all’interno di un veicolo, ebbero a precipitare necessariamente non in secondo piano, ma in ultimo piano, a ragguardevole distanza da qualunque eventuale ragione di interesse nel confronto, più concreto e più immediato, allora, con la necessità, per tutti loro, di sopravvivere a quanto lì stava accadendo.
E se una rapidissima verifica sulle dimensioni, non banali, del mezzo di rappresentanza all’interno del quale si era così svolto l’incontro fra Midda e Anmel, e sul rapporto fra le dimensioni di quel mezzo e il numero dei presenti, ebbe a sancire quanto, stringendosi leggermente, tutti loro avrebbero potuto trovare posto all’interno di quel veicolo; lesta fu la decisione, presa non tanto da Midda, quanto e piuttosto da Duva, di estrarre quel pugnale così profondamente conficcato nel petto del defunto capo di gabinetto del Reggente, solo per gettarlo con indifferenza alle proprie spalle e, senza particolari e rispettose premure, farlo rapidamente seguire anche dallo stesso cadavere, ad assicurare loro quello che, allora, avrebbe avuto a doversi intendere qual indispensabile spazio vitale, prima di imporre i propri ordini in tal senso.

« Tutti a bordo! » invitò, raggiungendo celermente la parte anteriore del veicolo e, lì, il sedile preposto a ospitare il guidatore « Se sopravvivremo, avremo tutto il tempo utile per chiarire quanto siano state stolide e avventate le mosse di Midda… e Be’Sihl potrà riservarsi ogni occasione utile per prenderla a calci. »
« … come?! » esitò la stessa Figlia di Marr’Mahew, sgranando lo sguardo all’immagine così evocata da quelle parole.

Senza farsi pregare, i primi a gettarsi all’interno di quello stesso veicolo così divenuto scena del crimine, ebbero a essere coloro i quali a tale crimine ben poca importanza ebbero ad attribuire, decisamente più interessati all’idea di sopravvivere che ad argomentare sulla moralità, o meno, dell’operato della loro amica: Howe e Be’Wahr, innanzitutto, seguiti a ruota da H’Anel e M’Eu.
Nel merito proprio di Rín, allora, ebbe a dover essere premura di Lys’sh quella di non lasciare indietro quella versione più giovane della propria amica sororale, o, per lo meno, tale in apparenza, trattandosi, invero, della versione più giovane della gemella della propria amica sororale, afferrandola con delicatezza per il polso e trascinandola seco all’interno del veicolo, andando, in ciò, a concludere l’occupazione dello spazio retrostante e, ciò non di meno, offrendo comunque la premura, in direzione della stessa Rín, di riservare per se stessa il posto precedentemente occupato dalla vittima dell’omicidio lì dentro consumatosi.
E se Be’Sihl, in apparenza, non avrebbe avuto così a potersi riservare alcuno spazio all’interno del mezzo, tale limite avrebbe avuto a valere, in verità, soltanto in riferimento alle due file di sedili retrostanti, in quella sorta di salottino che, a tutti gli effetti, lì avrebbe avuto a doversi intendere qual presente, nel mentre in cui ancora un posto avrebbe avuto a doversi intendere per lui presente nella parte anteriore del veicolo, accanto alla posizione che era là andata a riservarsi la stessa Duva.

« Niente, niente. » minimizzò la stessa ex-primo ufficiale della Kasta Hamina in risposta all’interrogativo della propria amica, iniziando immediatamente ad avviare il motore del veicolo per prepararsi al decollo non appena fossero stati tutti a bordo « E’ una storia lunga… e, in questo momento, per nulla interessante. »
« Leviamoci di qui! » esortò Lys’sh non appena fu a bordo e non appena vide, quasi in contemporanea a sé, anche Be’Sihl prendere posizione sul fronte anteriore, non avendo ancora avuto occasione di chiudere lo sportello e, ciò non di meno, ritenendo simile necessità sostanzialmente superflua nel confronto con l’idea di una quanto più possibile rapida partenza, onde ovviare alla spiacevole possibilità di sperimentare anch’essi le conseguenze peggiori della furia vendicativa del Progenitore.

Con una prima fila occupata, pertanto, da Duva in posizione di guida e Be’Sihl accanto a lei; una seconda fila, voltata di spalle rispetto al fronte anteriore del veicolo, costituita da Howe, con accanto a sé il più ingombrante Be’Wahr e, alla destra di questi, M’Eu; e una retrovia popolata, in maniera più compatta, da Midda, H’Anel, Rín e Lys’sh; oltre ovviamente al necessario incastro delle armi di tutti in quel comune e non eccessivo spazio vitale; il veicolo antigravitazionale ebbe a sollevarsi da terra praticamente in immediata risposta all’incitamento dell’ofidiana, neppur concedendo, invero, all’ultimo salito a bordo, lo stesso ex-locandiere, di finire di abbandonare, con il piede destro, il suolo sotto di sé, prima di ritrovare, al di sotto del medesimo nudo piede, così mantenuto in ubbidienza ai modi della propria gente, il nulla.
E se lesta ebbe a essere tale ripartita, e precipitosa l’inversione di rotta che, immediatamente, Duva ebbe a rendere loro per voltare le spalle al Progenitore e cercare, istintivamente, di porre maggiore distanza possibile fra loro e il pericolo da questi rappresentato, in termini tali che, tutti, indistintamente da quanto schiacciati avessero a poter essere all’interno del mezzo, ebbero a dover cercare ogni qual genere di appiglio utile a reggersi, e a reggersi per non ritrovarsi a essere fra loro stessi mischiati quali carte di un mazzo, o peggio; non una voce di critica nei riguardi di Duva ebbe comunque a levarsi, nella quieta e comune consapevolezza di quanto, in quel particolare frangente, l’idea stessa di provare un qualsivoglia genere di disagio avrebbe avuto a doversi intendere ancor positiva, trasparente dell’evidenza di quanto la vita stesse venendo loro ancor concessa, malgrado tutto.
In un tale scenario, tuttavia, a sollevare un’ipotesi di obiezione nel merito non tanto delle dinamiche di quanto avvenuto, quanto, e piuttosto, della direzione intrapresa dalla stessa Duva, fu la voce della Figlia di Marr’Mahew, la quale, pur non volendo mancare di tributare la necessaria gratitudine a tutti i propri amici, a quella propria famiglia, per essere così accorsa a lei, in virtù di dinamiche ancor non meglio chiarite, non poté allor obliare l’evidenza di quanto qualunque ipotesi di fuga, comunque, sarebbe stata allor obiettivamente vana nel confronto con un tale antagonista… e un antagonista che, presto o tardi, sarebbe comunque riuscito ad annichilirli se soltanto non avessero trovato un modo di fermarlo…

martedì 21 gennaio 2020

3162


« Dovrebbe essere dritta davanti a voi! » confermò in tal senso la voce di Mars, l’ex-meccanico della Kasta Hamina, allor intento a guidarli attraverso il comunicatore direttamente dalla Rad Dak-Wosh.
« Grazie. Vi aggiorniamo poi… » annuì Duva, riponendo il comunicatore e impugnando la propria pistola laser, nel prepararsi allo scontro non avendo idea di cosa avrebbe potuto attenderli, di preciso, all’interno di quel veicolo « Lys’sh…? » invitò la compagna a volersi riservare l’onore della mossa, e della mossa utile ad aprire lo sportello e a rivelare loro il premio là dietro presente.

La giovane ofidiana annuì a confronto con quella richiesta e, avanzando in direzione del veicolo, allungò la propria destra verso lo sportello, nel mentre in cui tutti gli altri, con la sola eccezione di Rín, proprio malgrado più che consapevole della limitatezza della propria formazione guerriera e, in ciò, di poter essere allora più d’intralcio che di utilità, si predisposero attorno a quello stesso punto, pronti ad agire e ad agire all’unisono contro qualunque avversario lì dentro avesse avuto a presentarsi.
Con le dita della mancina, Lys’sh iniziò quindi a scandire un quieto conto alla rovescia partendo da tre, per permettere a tutti di coordinarsi e di non avere a riservarsi sorprese di sorta…

Che Midda fosse lì avanzata di propria spontanea iniziativa, del resto, iniziava ad apparire poco sensato a tutti i presenti. Ove anche la fuga della donna fosse stata allor motivata da un interesse volto ad agire autonomamente a discapito del loro antagonista, privo di significato avrebbe avuto allor a doversi riconoscere il sereno permanere di quel veicolo lì, in quel punto, parcheggiato come se nulla fosse nel mentre in cui il resto del mondo, attorno a loro, stava precipitando verso l’abisso, nell’orrore della consapevolezza propria della fine dei tempi: se la Figlia di Marr’Mahew avesse agito di propria iniziativa, certamente, quel mezzo sarebbe già stato allor in volo, e in volo in direzione del loro antagonista… un volo suicida, probabilmente, qual suicida avrebbero avuto a doversi riconoscere i continui attacchi da parte delle forze militari di Loicare, e ciò non di meno un’azione, non una quieta attesa, una indifferente contemplazione di quel cataclisma per così come, restando lì ferma, avrebbe potuto sol riservarsi occasione di riservarsi.

… due…

Ma se Midda non era lì avanzata di propria spontanea iniziativa, perché li aveva abbandonati? O, per meglio dire, per chi li aveva abbandonati? Desmair, forse? Difficile, invero, pensare che Desmair potesse essere sopraggiunto su Loicare proprio in quell’ultimo frangente, nel considerare la situazione attuale in cui si stavano avendo a trovare. E non tanto per l’assedio del Progenitore, che pur, sì, avrebbe potuto creare non pochi problemi a chiunque si fosse voluto avvicinare, destinandolo a un cupo fato di morte, quanto e piuttosto per l’indole stessa del semidio immortale, il quale, ben lontano dal potersi fraintendere qual un eroe, verso Loicare avrebbe avuto ragione di muovere i propri passi soltanto per interessi egoisticamente personali, quali quelli atti a muovere guerra in contrasto alla propria genitrice, per così come avrebbe avuto a doversi intendere il piano originale. Altro discorso, altra questione, avrebbe allor avuto a dover essere intesa la presenza del Progenitore nei cieli sopra le loro teste, presenza a confronto con la quale Desmair non avrebbe avuto a potersi riservare alcuna ragione di intervento, troppo affezionato alla propria vita per avere a rischiarla inutilmente in contrasto a una sorta di dio.

… uno…

Escludendo Desmair… chi avrebbe potuto restare, ancora?! La scelta, in verità, avrebbe avuto a doversi intendere estremamente limitata, e, in tal senso, soltanto un nome avrebbe avuto a risuonare ben chiaro nelle menti di tutti i presenti: il nome della regina Anmel Mal Toise. Possibile che, a confronto con un nemico sì temibile, le due antagoniste per eccellenza stessero lì cercando un momento di tregua…? E se anche ciò fosse stato possibile, avrebbe avuto realmente senso, per la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco fidarsi in tal maniera della propria avversaria per eccellenza, di colei per dare la caccia alla quale era arrivata, addirittura, a lasciare i confini del proprio mondo e a viaggiare fra le stelle del firmamento sulle ali della fenice? Ma, ancor più, avrebbero avuto realmente a potersi fidare di una figura tanto ambigua, e tanto esplicitamente empia qual la regina Anmel Mal Toise…? In fondo, se già scendere a patti con Desmair avrebbe avuto a doversi intendere privo di senno, così come la loro storia personale aveva più volte dimostrato vedendo questi agire solo e unicamente per i propri interessi, ipotizzare di cercare un qualche punto di comunione con Anmel, colei che di Desmair, non a caso, avrebbe avuto a doversi riconoscere madre, sarebbe equivalso a dimostrare apertamente un’indole autolesionista…
… l’indole che, allor, avrebbe meglio potuto giustificare la fuga di Midda da loro, e quella fuga volta a perseguire, fra tutte le possibili scelte, la peggiore in assoluto!

… zero!

Nella certezza di attendersi, lì dentro, il volto di Anmel Mal Toise, della loro antagonista per eccellenza, tutti fremettero nel momento in cui Lys’sh ebbe ad aprire lo sportello del veicolo…
… ma, per quanto in ciò già preparati a qualunque evenienza, nessuno avrebbe potuto avere ad attendersi realmente l’immagine che fu loro lì offerta, e che fu loro lì offerta nel ritrovare Midda Bontor, la loro amica, quietamente seduta accanto al corpo senza vita della donna conosciuta come Amaka Bomara, capo di gabinetto del Reggente dell’omni-governo, nonché, per quanto Be’Sihl stesso aveva potuto verificare, ultima ospite di Anmel Mal Toise, nel corso di quegli stessi anni.

« … »

La scena apparve semplicemente surreale, nel presentare il corpo del capo di gabinetto compostamente seduto accanto alla propria ospite, e lì ancor sorretto, nella posizione assunta prima di morire, dal lungo pugnale, e da quel lungo pugnale che l’aveva trapassata da parte a parte, inchiodandola letteralmente contro il sedile del veicolo: un colpo secco, deciso, privo di esitazione e privo di qualunque evidenza di opposizione da parte della vita, avrebbe avuto a doversi intendere quello così mosso a sancire la fine della vita di Amaka Bomara, nel vedersi il cuore trapassato, con precisione quasi chirurgica, da quella lama, e da quella lama che, in ciò, non avrebbe potuto lasciarle scampo alcuno. E lì, altrettanto compostamente seduta accanto alla propria vittima, Midda Bontor, apparentemente intenta a fissare il nulla innanzi a sé, quasi, in conseguenza dell’evidente fine di quella storia, e di quella storia durata quasi quindici anni, si fosse allor ritrovata svuotata di ogni energia, privata di ogni combattività, null’altro riservandosi occasione di compiere se non contemplare il sanguinario termine di quella propria epopea.
E se pur l’evidenza di quell’omicidio non avrebbe potuto ovviare a scuotere qualche coscienza, a partire, in particolare, da quella di Rín, meno avvezza rispetto a chiunque altro con simili scene, ma anche, e forse, quelle di Lys’sh e Duva, le quali certamente sarebbero state pronte a fare tutto il possibile e anche l’impossibile in opposizione ad Anmel, ma che, nel ritrovarsi a quieto confronto con tutto ciò non poterono ovviare a provare un certo senso di disagio; nelle menti di tutti non poté mancare di risuonare chiara la domanda che, allora, fu la voce di Be’Sihl a scandire, e a scandire in direzione della propria amata…

« … che cosa diamine è successo qui?! »

lunedì 20 gennaio 2020

3161


« Non so se essere più ammirato o più inquietato. » ammise Howe, nel mentre in cui il gruppo si muoveva all’inseguimento della donna guerriero, secondo le indicazioni ricevute da parte degli amici a bordo della Rad Dak-Wosh nel merito dell’attuale posizione occupata dalla medesima « Inquietato dal fatto che esista un metodo per poter… tracciare… in questa maniera la posizione di una persona… » ripeté, senza reale certezza nel merito dell’effettivo significato di quel verbo, per così come loro offerto dal traduttore automatico « … piuttosto che ammirato dal fatto che tu possa aver posto così facilmente in scacco la nostra amica. » puntualizzò, all’indirizzo di Duva e di colei che, allora, aveva avuto la tutt’altro che banale idea di nascondere un dispositivo di localizzazione all’interno del fodero della spada bastarda di Midda, in termini tali da non poterle permettere così facilmente di sfuggire loro.
« In questi ultimi cinque anni sono state più le volte che l’abbiamo persa di vista rispetto a quelle in cui siamo riuscite a starle dietro… » sospirò per tutta risposta la diretta interessata, ammettendo tutta la difficoltà propria del caso, nel rapportarsi a una figura sì sfuggevole « … e, come si suol dire, di necessità… virtù! »

Anche Be’Sihl avrebbe avuto molto da esprimere a tal riguardo, laddove per lui, quella continua rincorsa avrebbe avuto a doversi misurare non nell’arco dell’ultimo lustro, quanto e piuttosto almeno del decennio precedente, se non di più ancora. Ciò non di meno, il suo umore, in quel frangente, avrebbe avuto a doversi considerare troppo funesto per potersi permettere qualche facile ironia a tal riguardo.
Dentro di sé, infatti, l’ex-locandiere non avrebbe potuto ovviare a pensare all’ultima occasione nella quale ella aveva deciso di cercare un simile isolamento da loro, e da lui in particolare, e quell’occasione che, alla fine, l’aveva vista stringere quell’infausto patto con Desmair e quel patto che aveva riconcesso a lui totale libertà all’interno di un nuovo corpo immortale, destinando, di contraccambio, a lei, soltanto un terribile periodo di coma, nel vederla intrappolata per mesi all’interno della propria stessa mente a opera di una trappola ordita dallo stesso Desmair. Il pensiero che, in quel frangente, il proprio ex-ospite, nonché marito della sua amata, potesse riservarsi un qualche particolare ruolo, e un qualche particolare ruolo utile certamente non ai loro scopi, non avendo mai egli mosso i propri passi spinto da un qualunque senso di altruismo, non avrebbe potuto quindi ovviare a inquietare lo shar’tiagho, proiettando nella sua mente i peggior scenari possibili nella consapevolezza di quanto, allora, egli avrebbe avuto sicuramente a sceglierne il successivo, l’unico non previsto e, certamente, il più terribile.

« … questa volta la prenderò a calci… » commentò infine, dovendo in qualche modo esprimere la propria rabbia e optando, pertanto, per una simile possibilità, forse contraddistinta da un incedere quantomeno infantile nei confronti dell’amata e, ciò non di meno, utile a evitare soluzioni ben peggiori « … che tutti gli dei di Shar’Tiagh mi siano testimoni: questa volta prenderò a calci… » ribadì, coinvolgendo nella questione l’interno pantheon della propria gente, a evidenziare quanto fermo, in tal senso, avesse a doversi intendere quel proprio proposito.
« … come no! » levò gli occhi al cielo il biondo Be’Wahr, il quale, dal canto proprio, nell’essersi recentemente riservato occasione di vivere un rapporto con un’altra Midda, con Maddie per la precisione, aveva a sua volta avuto già occasione di sperimentare qualche frustrazione simile, per quanto, sicuramente, in termini più moderati rispetto a quelli dello shar’tiagho « Tanto lo sappiamo che, poi, finirai per abbracciarla e baciarla, ringraziando tutti gli dei di Shar’Tiagh di avertela restituita sana e salva… » sancì, esprimendo quello che, alla fine, sarebbe stato probabilmente il comportamento dell’uomo, per così come, del resto, era solitamente anche il proprio, pur coinvolgendo, in luogo agli dei di Shar’Tiagh, quelli di Kofreya, a lui più familiari.
« … sempre che non decida di fare qualcosa di più. » ridacchiò Duva, ancor non dimentica dell’appassionato intermezzo che, in quelle stesse, ultime ore Midda e Be’Sihl si erano voluti riservare, con quieta indifferenza rispetto alla caccia all’uomo della quale stavano ritrovandosi a essere protagonisti, in termini utili da perdere così tanto tempo da imporre a tutti loro così tanta preoccupazione al punto tale da giustificare quella, in effetti pur inutile, missione di soccorso così rapidamente approntata anche e soprattutto in grazia al particolare potere di Rín « Nel qual caso, per cortesia, abbiate almeno la decenza di non dare spettacolo in pubblico, questa volta... »

Una risatina divertita, malgrado il momento a dir poco tragico, laddove la catastrofe chiamata Progenitore, là fuori, non stava trovando occasione di arrestarsi, non poté ovviare a coinvolgere il gruppo, nel mentre in cui la quasi totalità fra loro ebbero a immaginarsi quanto quei supposti calci, così ripromessi dall’uomo, avrebbero potuto mutare in un ben diverso genere di reazione.
Accanto a Be’Sihl, invero, soltanto M’Eu non parve lasciarsi coinvolgere, allora, da quell’ilarità collettiva, ma non per qualche particolare rifiuto nei riguardi di quella parentesi scherzosa, pur utile a stemperare la drammaticità di quel contesto, quanto e piuttosto per l’immagine stessa della propria quasi mamma impegnata in un certo genere di attività: per quanto, ormai, non fosse più un bambino, infatti, e ben avesse a conoscere talune dinamiche, con la consapevolezza di quanto, del resto, proprio quel genere di rapporto carnale avesse, in passato, legato la stessa Midda anche a suo padre Ma’Vret; un eco di quella propria possessiva ed egoista coscienza infantile non avrebbe potuto ovviare a spingerlo a storcere le labbra a quel pensiero, e a quel pensiero che, in effetti, avrebbe ben volentieri evitato, nel ben preferire continuare a idealizzare quella donna per così come, da bambino, non aveva mancato di fare per lunghi anni, a seguito degli eventi che l’avevano guidata a salvare la vita a lui e a sua sorella H’Anel.

« Vedrete! » ripromise alfine Be’Sihl, deciso a condurre a compimento il proprio proposito, benché intimamente consapevole di quanto, in fondo, Be’Wahr avesse ragione, e molto probabilmente, posto innanzi a lei, il sollievo di poterla nuovamente abbracciare e baciare sarebbe stato superiore a ogni volontà di vendetta a suo discapito.

Fu così che l’eterogeneo gruppetto, e quel gruppetto così formato dall’ex-locandiere suo compagno di vita, dai due mercenari storici compagni d’arme, dalle due attuali sorelle d’arme conosciute lì, fra le stelle dell’infinito firmamento, dai due ormai cresciuti quasi figli salvati ormai quindici anni prima da un triste fato di morte, nonché, ultima ma non per questo meno importante, dalla sorella gemella di una sua versione alternativa, raggiunse l’uscita dalla torre di vetro e acciaio entro la quale, in quelle ultime ore, si era concentrato tutto il loro interesse, per sbucare in strada e ritrovarsi a confronto con una situazione, a quel punto, ormai scemata comprensibilmente nell’isteria di massa. La presenza di un empio dio di morte nel cielo sopra Loicare aveva infatti e ormai raggiunto la consapevolezza di chiunque. E nelle prime luci di quella nuova alba, e forse di quell’ultima alba per la capitale del pianeta, una buona parte della popolazione si era riversata nelle strade in preda alla paura più profonda e incontrollabile, lì sospinta non da una qualche razionale consapevolezza di salvezza, quanto e piuttosto da quel primordiale istinto di fuga, per quanto, purtroppo, non esistesse alcuna possibilità di fuga da quell’orrore.
Un’isteria intenta, invero, ad alimentare se stessa, che avrebbe troppo facilmente potuto coinvolgere anche i cuori e le menti di quegli uomini e di quelle donne se, allora, non avessero avuto un chiaro obiettivo da perseguire, e un obiettivo che, malgrado tutto, li sospinse a muoversi attraverso quella folla in delirio, aprendosi faticosamente la strada e sforzandosi, in ciò, di non lasciarsi coinvolgere da alcuno, sino a un veicolo parcheggiato a poca distanza dal grattacielo. E un veicolo all’interno del quale, dalle indicazioni ottenute dal segnalatore nascosto nel fodero della spada di Midda, avrebbe avuto allor a doversi trovare la loro amica.