11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

martedì 30 novembre 2021

3840

 

Un ruolo che ella non aveva mai desiderato. E che pur, paradossalmente, era stato la ragione alla base della quale tutto ciò era accaduto, là dove, dietro a quel devastante attentato dinamitardo che aveva ridisegnato completamente il profilo della città, cancellando tutte le torri che un tempo erano state la sede del potere entro quelle mura dodecagonali, altro non avrebbe avuto a dover essere frainteso se non l’intento della famiglia reale di Kofreya di ristabilire il proprio controllo su quella capitale, sulla città del peccato, per così come Kriarya era conosciuta da decenni, un controllo che, tuttavia, era andato perduto già da molto tempo prima dell’arrivo di Midda e che, in conseguenza a tutto ciò, non avevano, né probabilmente avrebbero mai, riottenuto.
Territorio di confine verso il regno di Y’Shalf, a oriente di Kofreya, Kriarya si era ritrovata da tempo immemore, proprio malgrado, coinvolta nell’aspra guerra esistente fra i due regni, e coinvolta, almeno negli esordi, in un ruolo di centrale rilievo, ritrovandosi a essere crocevia ideale per gli eserciti regolari e meno che, da lì, avrebbero potuto muoversi verso il fronte, o che dal fronte, attraverso di lì, avrebbero potuto fare ritorno. L’incertezza, però, propria della guerra, e la sempre crescente presenza di soldati di ventura, tutt’altro che facilmente controllabili, aveva reso, nel corso del tempo, quella capitale sempre meno attraente per chiunque altro non avesse un diretto interesse nella questione bellica, vedendo, in tal maniera, occorrere un vero e proprio esodo da parte non soltanto dei suoi stessi feudatari, ma anche della maggior parte delle persone comuni, ben desiderose di non ritrovarsi a essere, più o meno involontariamente, coinvolte in tutto ciò. E così, venuto meno ogni ordine costituito e ogni senso di civiltà, l’evoluzione, o involuzione, verso il proprio fato di città del peccato era stato praticamente obbligato, vedendo la maggior parte delle persone lì ormai residenti poter essere classificate quali mercenari o assassini, ladri o prostitute. Proprio da un simile contesto, poi, nel corso dei lustri, dei decenni successivi, aveva avuto a sorgere la nuova riorganizzazione politica della città, e di una città che, in tal modo, era stata fondamentalmente spartita fra i più abili, o spregiudicati, combattenti lì radunatisi, autoproclamatisi in ciò nuovi lord di Kriarya benché, fondamentalmente, nulla di più di meri capi della criminalità locale. Ma là dove l’intera città aveva avuto così a divenire una sorta di porto franco, anche l’idea stessa di criminalità aveva avuto a evolvere, nulla mutando della propria morale quanto e, semplicemente, ritrovandosi ad adattare a essa il mondo a sé circostante.
Tale, quindi, avrebbe avuto a dover essere considerato l’ambiente in cui, diversi lustri prima, un giovane mercenario di nome Brote era riuscito a conquistare il proprio ruolo di comando. E tale, ancora, avrebbe avuto a dover essere inteso l’ambiente in cui, qualche tempo più tardi, un’ancor più giovane avventuriera di nome Midda era riuscita a ottenere il beneplacito da parte dell’ormai lord Brote per agire in qualità di sua mercenaria, e iniziare quel leggendario cammino che, successivamente, l’avrebbe fatta entrare di pieno diritto nel mito. Ma più il mito di Midda Bontor cresceva, più i passanti e mai risolti rancori della sua gemella Nissa avrebbero avuto ragione di tornare a esprimersi a suo discapito, sino, addirittura, a incastrarla in un qualche mai ben ricostruito attentato in contrasto alla famiglia reale kofreyota. Un attentato a confronto con il quale, l’interesse della stessa famiglia reale si era tornato ad accendere nei confronti di Kriarya, e di quella città da troppo tempo abbandonata a se stessa e, peggio ancora, abbandonata alle possibili ambizioni di quella temibile criminale; in termini più che utili, quindi, da motivare una vera e propria azione militare in suo contrasto, soprattutto nel momento in cui ella aveva iniziato a essere ufficialmente riconosciuta qual Campionessa della città.
Diversi, così, erano stati i tentativi della famiglia reale per riconquistare Kriarya, molti dei quali occorsi addirittura nel lustro di assenza di Midda Bontor da quelle mura, per compiere il proprio peregrinaggio siderale. Ma nessuno di quei tentativi era riuscito a concludersi con un loro trionfo, con una loro vittoria, non laddove, dopotutto, anche senza la loro Campionessa, gli abitanti della città del peccato non avrebbero avuto certamente a doversi fraintendere qual degli sprovveduti incapaci a difendersi. Il ritorno in scena di Midda, poi, e l’avvento dei ritornati e di tutto ciò che da essi era conseguito, dovevano così aver nuovamente riacceso il desiderio, e parimenti le speranze, nei reali kofreyoti di poter riconquistare quel territorio altrimenti perduto, anche nel timore di quanto, in alternativa, altre città avrebbero potuto seguirne l’esempio, per così come, del resto, temuto fosse accaduto a Lysiath, nel momento in cui a propria volta si era ritrovata a eleggere propria Campionessa la stessa donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco. E, paradossalmente, quello che avrebbe avuto a dover essere inteso qual il provvedimento risolutivo a cancellare ogni minaccia a loro discapito, si era rivelato poi definire un risultato del tutto antitetico al desiderato, nel veder necessariamente riconosciuta la sola Midda Bontor qual nuova signora della città, sua condottiera e sua protettrice. Un ruolo che ella non aveva potuto ovviare ad accogliere qual proprio, benché, in verità, alcun desiderio in tal senso avrebbe mai avuto a doverle essere riconosciuto.

Sommando tutto ciò, quindi, chiaro non avrebbe potuto che risultare quanto il tardivo risveglio della donna guerriero di quella mattina non avrebbe avuto a corrispondere, soltanto, all’inizio di un nuovo giorno per lei... ma anche, e piuttosto, all’inizio di una nuova era per tutta Kriarya, per tutta Kofreya e, forse e persino, per tutto il suo intero mondo.
L’inizio di una nuova era che, pertanto, ella non avrebbe potuto che avere più che ragione a voler posticipare il più a lungo possibile, concedendo al proprio sonno di proseguire il più a lungo possibile... se soltanto, fra le molte responsabilità delle quali ella si era fatta carico non avesse a dover essere anche riconosciuta la maternità di due meravigliosi figli, oltre che, per la cronaca, di due nipoti, figlie della propria defunta, e or ritornata, gemella Nissa Bontor. Ma se Mera Ronae e Namile, le sue nipoti, a loro volta gemelle, di certo non avrebbero avuto motivazione utile per avventurarsi nella sua stanza di propria iniziativa, costringendola a risvegliarsi; al contrario Tagae Nivre e Liagu Ras’Meen, i suoi figli, non avrebbero avuto motivazione alcuna per non avventurarsi nella sua stanza di propria iniziativa, soprattutto dopo una tanto prolungata assenza di lei dalle loro vite, e un’assenza che, dopotutto, non avrebbe potuto ovviare a condurre seco un pesante bagaglio emotivo di ansie e paure, nel timore, fosse anche relegato nel subconscio, che ella potesse non tornare più.

« Mamma... mamma...! »

Due voci squillanti, come solo quelle dei bambini sanno essere, costrinsero la signora di Kriarya a riaprire allora gli occhi, per un fugace istante in stato d’allarme, pronta al peggio, salvo poi avere immediatamente a placarsi nel confronto con i loro visi, i loro sguardi, e l’evidenza concreta di quanto, quei due adorabili pargoli, desiderassero soltanto poterle offrire il proprio buongiorno, del tutto inconsapevoli di quanto, in verità, ella avrebbe quietamente continuato a dormire almeno per un altro paio di ore, o forse più, se soltanto non fosse stata in tal maniera costretta a ritrovare violento contatto con la realtà.

« ... e papà non lo salutate...?! Che poi è geloso... » sorrise assonnata, e divertita, la donna guerriero, scuotendo appena il capo e affondando, fugacemente, il volto nel proprio guanciale, con un gesto trasparente di tutta la pigrizia che in quel momento la stava dominando.
« ... papà lo hanno sempre a disposizione... è la mamma che si diverte a latitare... » puntualizzò allora la voce di Be’Sihl, sopraggiungendo in maniera puntuale a commento di quel tentativo da parte sua di reindirizzare verso di lui l’entusiasmo dei due bambini, nel dimostrare in tal maniera di essersi a sua volta ridestato per quanto, con maggiore pigrizia rispetto a lei, non avendo neppure fatto atto di aprire gli occhi per porsi a confronto con il mondo esterno.
« ... disse l’uomo che è stato per vent’anni lontano da casa... » commentò ella, con tono scherzosamente polemico a suo discapito, cercando di dimostrare quanto, da parte propria, quella questione non avesse a rappresentare ragione alcuna di dramma, ma potesse essere quietamente considerata parte della loro pur abitualmente folle quotidianità.

lunedì 29 novembre 2021

3839

 

Quali figli di un semidio, i desmairiani, così come erano stati soprannominati, avevano ereditato non soltanto il peculiare aspetto del loro genitore ma, anche, la sua immortalità, così come, a propria volta, Desmair l’aveva ereditata dal dio suo padre, Kah. Ma se per Desmair l’immortalità avrebbe avuto a doversi tradurre in una condizione di totale indifferenza a ogni genere di ferita o mutilazione, in termini tali da potersi persino muovere a recuperare la propria testa ove decapitato; per i desmairiani la situazione avrebbe avuto a doversi riconoscere decisamente meno piacevole, nel ritrovarsi a essere evidentemente troppo vicini alla vulnerabilità umana per potersi permettere di ignorare ogni forma di dolore o patimento come il loro genitore. E così, pur immortali nella teoria, tutti loro potevano quietamente soffrire e, persino, morire. Salvo, nella morte, avere a risanarsi come in grazia a un sonno ristoratore e, conseguentemente, ritornare serenamente alla vita, come nulla fosse loro accaduto. E non che, ovviamente, simile prerogativa avesse a dover essere loro riconosciuta soltanto nella morte, là dove, comunque, anche nel restare quietamente in vita essi avrebbero veduto le proprie eventuali ferite ritrovare rapidamente occasione utile per rimarginarsi e riservare loro un rapido ritorno in completa salute.
Una stirpe di semidei minori, quella che Desmair aveva generato nel corso dei secoli, dei quali, tuttavia, non si era mai interessato, limitandosi, anzi, a esiliarli nel mondo esterno alla propria prigione, e in quel mondo avvelenato e inospitale che Anmel, sua madre, aveva generato per esiliarlo dalla propria realtà. Figlio di una pessima coppia di genitori, quindi, Desmair era stato a sua volta un pessimo padre. E alla sua scomparsa, presunta morte, nessuno di tutti i suoi eredi lo avevano compianto, avendo soltanto a piangere, piuttosto, l’idea di ritrovarsi costretti a trascorrere l’eternità in quella realtà nascosta all’interno della realtà, in quella sorta di tasca dimensionale generata per intrappolare il loro tutt’altro che amato genitore e divenuta, spiacevolmente, il loro intero universo e tutto ciò che essi avessero mai avuto occasione di conoscere. O, per lo meno, ciò era stato sino all’inattesa comparsa di Be’Wahr e di M’Eu, due umani provenienti dall’altro mondo, e da quella realtà esterna alla loro verso la quale, per inciso, sapevano come poter far ritorno.
Ineluttabile, in tal senso, non avrebbe potuto che offrirsi così quella prospettiva all’esotica Siggia, figlia della centotredicesima moglie e colei che, per prima, aveva avuto occasione di confrontarsi in maniera positiva con i due umani nel momento in cui questi, rispondendo a un istinto di protezione nei suoi confronti, avevano deciso di intervenire a uccidere i suoi torturatori, coloro che per anni l’avevano tenuta prigioniera e seviziata in ogni modo possibile, in termini tali per cui mai né Be’Wahr, né M’Eu avrebbero potuto riservarsi occasione di indifferenza, con buona pace per il fatto che ella non dimostrasse di avere nulla di umano. Decisamente complicati, così, si erano venuti a scoprire i rapporti nella prole di Desmair e, in particolare, fra i figli e le figlie dello stesso o, per meglio dire, fra i bianchi e i rossi, così come avevano definito le loro stesse due, avverse, fazioni, offrendo riferimento al colore della propria pelle. Un colore, quello del bianco dei maschi, non naturale, quanto e piuttosto conseguenza dell’ambiente a loro circostante, e di quell’ambiente a confronto con il quale essi avevano accettato di piegarsi, lasciandosi corrompere nel corpo e, forse e ancor più, nello spirito, in una scelta che, tuttavia, non era stata condivisa dalle loro sorelle. E se violento era stato il confronto fra i bianchi e le rosse per la conquista della fortezza un tempo appartenuta al loro genitore, dopo che questi era scomparso e, necessariamente, era stato dato per morto; i bianchi avevano alla fine avuto a conquistare quell’unica costruzione esistente, relegando nuovamente i rossi alla letale desolazione loro circostante, forse e proprio con la speranza che, nel corso del tempo, anche le più caparbie fra loro avrebbero accettato di piegarsi, e di divenire a propria volta bianche.
Al di là dell’aiuto offerto a Siggia, e della prospettiva così da loro stessi incarnata di un futuro diverso, per Be’Wahr e M’Eu non era stato semplice riuscire a ottenere la fiducia delle altre duecentoquarantatré figlie di Desmair nel giorno in cui, giungendo al loro accampamento, avevano cercato il loro aiuto, la loro collaborazione, per riuscire a individuare nel mondo a loro circostante, e in quel mondo a loro spiacevolmente avverso, l’utile via per tornare a casa. Ma, alla fine, erano stati in grado di far comprendere le proprie ragioni. E per giusto contraccambio, i due compagni avevano accettato di condurre seco tutte loro, l’intera fazione dei rossi, nell’altro mondo, e in quel mondo nel quale, finalmente, esse avrebbero potuto scoprire la bellezza di una vita nuova. Un accordo, quello fra loro così raggiunto, che aveva tuttavia previsto una clausola importante, e una clausola a confronto con la quale, con ammirevole senso dell’onore, nessuna di loro si era ancora sottratta: essere disposte non soltanto a seguirli nel loro mondo ma anche, e più precisamente, a Kriarya, per accettare la guida dell’unica donna che entrambi erano certi sarebbe stata in grado di riuscire a gestire adeguatamente una tanto folle situazione... Midda Bontor. Non una clausola, invero, difficile da accettare, quella così formulata dai due, là dove, al di là di ogni possibile fraintendimento, Midda Bontor, anche conosciuta i figli di Desmair come l’Ultima Moglie, avrebbe avuto a dover essere intesa qual una vera e propria leggenda per tutte loro, un’eroina straordinaria, quasi una vera e propria dea, nell’essersi dimostrata, dopotutto, l’unica in grado di fronteggiare il loro odiato genitore, e di tenergli testa malgrado tutto.
Tutte le figlie di Desmair, quindi, avrebbero avuto a doversi intendere più che bramose a confronto con la prospettiva dell’occasione di trovarsi al cospetto dell’Ultima Moglie e di doversi relazionare con lei, in termini tali per cui, per l’appunto, non una fra le duecento e quarantotto figlie del semidio avevano disertato una volta raggiunto quella realtà. Non Ghora, figlia della nona moglie, la più importante figura fra tutte loro, colei che per secoli le aveva guidate e tenute unite come una vera e propria nazione; non Siggia, figlia della centotredicesima, che per prima aveva abbracciato quel sogno e che, oltre a ciò, si era presto dimostrata più che felice di abbracciare anche il giovane M’Eu, da lui genuinamente ricambiata nei propri sentimenti, in un amore capace di trascendere quietamente ogni differenza fisica fra loro; e neppure Raska, figlia della trecentoventiquattresima, colei che, al contrario di Siggia, più di chiunque altra si era opposta a Be’Wahr e M’Eu e alla loro storia, credendoli soltanto dei collaborazionisti dei bianchi destinati, in ciò, a tradursi presto in una trappola per tutte loro: trappola, tuttavia, non era stata... e là dove la conquista più grande per tutte loro avrebbe avuto a doversi già intendere l’essere riuscite a lasciare per sempre la prigione che, per secoli, millenni per alcune, era stata la loro sola realtà, nulla di negativo, nulla di critico, avrebbe potuto essere ravvisato nell’idea di avere a doversi confrontare con Midda Bontor... anzi.

Così, proprio malgrado, la signora di Kriarya, appena ritornata a casa, non aveva potuto che ritrovarsi a confronto con il prezzo della propria assenza, e di quell’assenza non pianificata, in conseguenza alla quale buona parte del suo mondo, tuttavia, era ancora una volta radicalmente mutato.
E non che, in quegli ultimi tempi, non avesse avuto già ragione di mutare... fosse anche e soltanto, per la sua costretta ascesa al ruolo di signora della città o, prima ancora, per l’avvento dei ritornati, una nuova e folta schiera di non morti da lei stessa involontariamente generati attraverso il potere di Anmel Mal Toise, e quello stesso potere del quale, ora, sperava essersi riuscita a liberare.
Un potere troppo grande a confronto con il quale, allora, tutte le persone da lei uccise nel corso della propria esistenza, in quello e in altri mondi, avevano fatto improvvisamente ritorno come una nuova generazione di non morti decisamente diversi da ogni altro non morto mai esistito prima. Una nuova generazione di non morti, innanzitutto, coscienti di sé, della propria condizione, della propria morte e di tutti i ricordi della propria vita passata prima ancora; e una nuova generazione di non morti, oltretutto, in tutto e per tutto uguali a come erano in vita, se non con l’unico, e non banale dettaglio, di non essere più in vita e di non aver più a necessitare di bere, mangiare o dormire, e di non aver più poter soffrire per una ferita o per una mutilazione, o a morire neppure ove fatti a pezzi: insomma... una nuova generazione di non morti forse e persino più temibili degli stessi desmairiani, e con la quale, per colpa sua, in quegli ultimi tempi il suo intero mondo stava ritrovandosi a dover scendere a patti, a volte trovando occasione di un confronto costruttivo e, altre, purtroppo, no. Come quello che aveva chiaramente visto applicate delle conoscenze estranee a quella che era la loro attuale condizione tecnologica per produrre gli ordigni necessari per l’attentato che, in pochi istanti, aveva cancellato tutta la precedente classe dirigente di Kriarya, risparmiando fatidicamente soltanto la stessa Midda Bontor e destinandola, in ciò, a quel proprio nuovo ruolo di controllo.

domenica 28 novembre 2021

3838

 

Se fino a qualche anno addietro alcuno degli eventi accaduti avrebbe potuto riservarsi un qualsivoglia senso logico, in conseguenza a quanto da lei vissuto, Midda Bontor non avrebbe potuto ovviare a negarsi un’obbligata elasticità mentale, tale da farle accettare anche il paradosso occorso non soltanto a Be’Sihl ma, anche, alla giovane Nóirín Mont-d'Orb, sua compagna di ventura nel viaggio nel tempo del sogno al fine di riuscire a trovarla, nel caso che ivi fosse stata portata dalla Progenie della Fenice.
Nel tempo del sogno, dimensione primigenia da cui l’intero multiverso aveva avuto, e continuava continuamente ad avere, origine, tempo e spazio avrebbero avuto a dover essere intesi concetti inesistenti, così come, a modo proprio, anche l’idea stessa di realtà avrebbe avuto a doversi riconoscere del tutto priva di fondamento, là dove ogni realtà avrebbe lì potuto sussistere e nulla avrebbe avuto a essere ove non vi fosse stata un’intenzione creatrice in tal senso. E proprio in conseguenza alla più totale assenza di riferimenti certi, di tempo, di spazio, di realtà, Be’Sihl e Rín si erano spiacevolmente ritrovati in balia dell’opera di secondo-fra-tre, un’empia entità loro avversa, che aveva approfittato dell’occasione concessale per tentare di rimuoverli dal piano di gioco pur senza fisicamente eliminarli, nel non avere ancora a riservarsi utilità alcuna dalla loro eventuale scomparsa. Così nell’arco temporale di pochi giorni per il loro mondo, Rín si era ritrovata a credere di vivere un anno intero della propria vita, e a tutti gli effetti lo aveva anche vissuto all’interno tempo del sogno, invecchiando conseguentemente; nel mentre in cui Be’Sihl si era ritrovato a vivere addirittura vent’anni, pur, per un crudele scherzo del loro antagonista, ricondotto prima agli anni della propria giovinezza e costretto in ciò a vivere una vita alternativa alla propria, e una vita nel corso della quale altri eventi lo avevano caratterizzato, e una ben diversa famiglia lo aveva circondato. E soltanto alla fine di tutto, quando entrambi erano riusciti a sfuggire da tale terribile trappola, ritornando a casa, e ritornando realmente al mondo dal quale erano partiti e a Kriarya; avevano avuto a essere chiaramente riconosciute le conseguenze di quanto accaduto, conseguenze che, pertanto, avevano improvvisamente veduto Nóirín e sua sorella Madailéin ritrovarsi a essere gemelle, per quanto ora divise da un anno di vita dalla prima vissuto in più rispetto alla seconda, e che, ancor peggio, avevano improvvisamente restituito al corpo di Be’Sihl quasi dieci anni di vita, ringiovanendolo rispetto alla propria amata Midda, benché la sua mente e il suo animo, altresì, avrebbero avuto a doversi considerare provate da una nuova vita vissuta, e da una vita vissuta per oltre vent’anni, in termini tali per cui avrebbe potuto considerarsi, in buona sostanza, coetaneo rispetto al padre di lei.
Unica nota positiva a margine di tutto ciò, se in tale follia fosse voluta essere realmente individuata qualche nota positiva, avrebbe avuto a dover essere intesa l’inattesa soluzione a un potenziale, annoso problema per lo stesso shar’tiagho, il quale, dall’avventura siderale che aveva vissuto per un lustro accanto alla propria amata, aveva fatto ritorno con il proprio corpo dominato da minuscoli automi, nanomacchine che, al momento della propria morte, lo avrebbero condannato a una sorta di maledizione negromantica-tecnologica priva di apparente possibilità di soluzione. In una realtà come il tempo del sogno, infatti, l’unico limite esistente avrebbe avuto a dover essere inteso quello derivante dalla concezione di sé e del mondo a sé circostante, ragione per la quale, nel momento in cui Be’Sihl era stato convinto da secondo-fra-tre di essere ritornato a una versione giovanile di se stesso, anche quelle nanomacchine erano state cancellate dalla sua carne, quasi mai fossero esistite, in una dinamica non poi diversa da quella che, molti anni prima, aveva visto Rín ritrovare l’uso delle gambe dopo una vita intera spesa su una sedia a rotelle. Non che, dal punto di vista proprio di Be’Sihl, vent’anni della propria vita, e di una vita vissuta in una realtà non reale, avrebbero avuto a doversi considerare un prezzo adeguato per la propria liberazione da quella piaga... anzi: avesse avuto la possibilità di scegliere, avrebbe ben preferito risparmiarsi tutto quello e continuare a restare nelle proprie condizioni precedenti.
Folle e illogica, insomma, avrebbe avuto a doversi riconoscere quell’esperienza. Folle e illogica e, ciò non di meno, tutt’altro che incomprensibile a confronto con il punto di vista proprio di Midda Bontor, la quale, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a potersi vantare di essere l’unica realmente in grado di comprendere ciò che gli fosse accaduto a livello psicologico, a confronto con un’esperienza diversa, e pur sotto molti punti di vista assimilabile, da lei vissuta qualche anno prima quando Desmair, il suo mai amato sposo, l’aveva imprigionata all’interno della propria stessa mente, e l’aveva costretta a vivere in una realtà completamente diversa dalla propria e, a tutti gli effetti, simile a quella da cui la sua versione alternativa e la versione alternativa della sua gemella Nissa, ossia le stesse Maddie e Rín, provenivano. Vittima di tali eventi, e costretta, in tal senso, a vivere diversi anni in un contesto altresì a lei del tutto estraneo e, ciò non di meno, obbligatoriamente accettato qual propria nuova realtà, ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la persona maggiormente in grado di comprendere ciò che il suo amato Be’Sihl si era sfortunatamente ritrovato a subire, in nulla ritrovandosi, quindi, a giudicare quando egli aveva compiuto nel mentre di tutto ciò, formando una nuova famiglia con la prima donna che egli avesse mai amato nella propria vita, e crescendo con lei dei meravigliosi figli, sino, addirittura, ad accompagnarli all’altare e a ritrovarsi quasi a divenire nonno. E se pur nulla di tutto ciò avrebbe avuto a dover essere frainteso qual vero, per quanto, nel confronto con le leggi del tempo del sogno, fra realtà e non realtà non avrebbe avuto a doversi riconoscere differenza alcuna, certamente vero lo era stato per lui, per il suo cuore, per la sua mente e per il suo spirito, così come vera era stata la vita alternativa vissuta dalla stessa Midda in quel mondo per lei così estraneo, e in un quel mondo a confronto con le regole etiche del quale, pur, la sua stessa concezione della vita non aveva potuto che mutare... che ella potesse volerlo o meno.
A lungo, quindi, Be’Sihl e Midda si erano ritrovati a parlare nel corso di quella notte, fino a quando, alla fine, la stanchezza non aveva avuto la meglio, vedendo entrambi addormentarsi o, forse, svenire per la stanchezza. E svenuti o addormentati che essi fossero, comunque e finalmente, entrambi erano tornati una accanto all’altro, uno al fianco dell’altra, per così come, dopotutto, sol avrebbero desiderato poter essere, al di là di tutto. Perché, se pur l’universo intero non avrebbe mai mancato di riversare loro contro ogni genere di pazzia, ormai il loro amore, la loro unione, avrebbe avuto a doversi intendere tale da trascendere automaticamente tutto ciò, ritrovandoli sempre pronti a riaccogliersi l’un l’altro e, ove necessario, a perdonarsi reciprocamente per i propri errori, per i propri sbagli.

Non soltanto degli eventi vissuti da Nóirín e da Be’Sihl, tuttavia, Midda si era ritrovata a dover parlare nel corso di quella notte, là dove, in maniera tutt’altro che banalizzabile, anche altro era accaduto in sua assenza e, per la precisione, in diretta conseguenza alla sua scomparsa, e a quella scomparsa che aveva costretto tutti i suoi amici a porsi alla sua ricerca in lungo e in largo. Così come, in effetti, era stato per Be’Wahr e M’Eu, i quali, sospintisi sino a quella fortezza perduta fra i ghiacci all’interno della quale, fino a qualche anno prima, il semidio Desmair era rimasto imprigionato per secoli, per millenni addirittura, avevano lì avuto occasione di ritrovarsi a essere catapultati in una realtà nascosta all’interno della loro realtà, e in quella realtà nella quale, in effetti, Desmair aveva trascorso la quasi totalità della propria esistenza, lì segregato dalla propria stessa madre, Anmel Mal Toise. Un’esistenza che Midda già era spiacevolmente consapevole non essere stata solitaria, là dove ben novecentodieci erano state le sventurate che, prima di lei, erano state intrappolate in quella sotto-realtà. Novecentodieci donne che egli aveva rapito e costretto a divenire proprie spose. E novecentodieci donne che neppure nella propria morte avevano avuto occasione di ritrovare libertà, trasformandosi in spettri al suo servizio, a lui e ai suoi capricci ancora legate.
Quanto però Midda Bontor non sapeva, né aveva avuto ingenuamente occasione di immaginare, avrebbe avuto a dover esser riconosciuto quanto da quei novecentodieci matrimoni prima del loro egli avesse avuto una moltitudine sterminata di figli e di figlie. Figli e figlie che, quindi, Be’Wahr e M’Eu avevano ritrovato all’interno di quella realtà nella realtà... con tutti i guai che, necessariamente, ne erano conseguiti per loro, semplici e inconsapevoli malcapitati.

sabato 27 novembre 2021

3837

 

Quando quel giorno un tenue raggio di sole iniziò a fare capolino, partendo dall’orizzonte orientale e dalla linea dei monti Rou’Farth per sospingersi sino alla finestra della camera da letto di Midda Bontor e di Be’Sihl Ahvn-Qa, in maniera del tutto inconsueta, insolita, esso ebbe a trovare ancora due paia di occhi chiusi, in un sonno profondo.

Insolita, inconsueta, avrebbe avuto a doversi intendere tale scena a confronto con quanto quegli stessi raggi di luce erano abituati altresì a incontrare entro i confini di quella stanza, in quell’ora più acerba.
Generalmente, infatti, Be’Sihl, primo proprietario e gestore originale della locanda di cui anche quella stanza era parte, non era solito lasciarsi sorprendere da una nuova alba senza, in ciò, non essere già sveglio, sovente già lavato e rivestito, e prossimo a iniziare una nuova, lunga giornata di lavoro. E ben poco valore avrebbe potuto avere a riservarsi l’idea che soltanto poche, pochissime ore di sonno avrebbero avuto a contraddistinguere la sua notte di riposo, là dove, all’occorrenza, egli si sarebbe potuto ritrovare a chiudere la locanda soltanto un’ora o due dopo la mezzanotte, riducendo, in tal maniera, il proprio tempo di quiete a un’esigua manciata di ore, appena sufficienti per ristorare il suo corpo e la sua mente: infaticabile lavoratore, egli non si sarebbe negato occasione di dedicarsi con tutto se stesso a quella locanda, né in passato, quando ancora l’intera gestione della stessa grava soltanto sulle sue spalle, né nel presente, quand’ormai tale onere era principalmente passato al giovane Seem e a sua moglie Arasha, vedendolo, con piacere, posto nella possibilità di scegliere di propria ispirazione, di propria autonomia, in quale direzione impegnare i propri sforzi, il proprio tempo, qual pur indiscusso comproprietario di quel luogo.
Accanto a Be’Sihl, poi, anche Midda, la sua compagna, nonché seconda proprietaria di quell’edificio, non avrebbe avuto a potersi fraintendere solita tirare tardi al mattino, seppur per ragioni decisamente diverse da quelle del proprio amato. Ella, infatti, al di là del proprio diritto di proprietà su quel luogo, e un diritto acquisito in grazia al notevole impegno economico da lei posto nella ricostruzione dello stesso dopo che, molti anni addietro, era stata la diretta responsabile per la sua distruzione, non era, né mai era stata, coinvolta nella gestione di quella locanda, e di quella locanda pur a lei dedicata nel proprio stesso nome “Alla signora della vita”, nel doversi riconoscere operare a livello professionale in settori decisamente diversi, qual guerriera, avventuriera e mercenaria. Pur non avendo, quindi, alcuna vincolante ragione per la quale costringersi a levarsi prima del sole stesso, soprattutto dopo una notte di riposo in quel letto, nel suo letto, la particolare professione nella quale ella aveva operato da tutta la sua vita non avrebbe potuto perdonarle momenti di riposo particolarmente profondi o prolungati, là dove, altrimenti, troppo facilmente ella avrebbe potuto smarrire l’occasione utile a risvegliarsi, nel concedere ai propri nemici, e a tutti i pericoli a confronto con i quali abitualmente proiettava la propria quotidianità, la squisita possibilità di tagliarle il collo.

Non abituale, non comune, quindi, avrebbe avuto a doversi riconoscere il fatto di essere sorpresi entrambi ancora nel loro letto, intenti a riposare al momento del sorgere del sole. E, ciò nonostante, in quel giorno, ciò avvenne, e avvenne con convinzione tale che non soltanto quel primo, tenue raggio di sole non ebbe a essere in grado di interrompere il loro riposo, ma neppure tutti i suoi fratelli che, di lì a breve, ebbero a inondare di luce la loro stanza, e i loro volti. E quei visi che, in ciò, permasero in un quieto stato di sonno per molto tempo.
A giustificare tutto ciò, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quanto, quella stessa notte, i loro occhi avessero avuto occasione di chiudersi soltanto poco prima dell’arrivo di quel tenue raggio di sole, dopo che tanto a lungo essi si erano ritrovati a dover parlare, a doversi confrontare nel merito di tante, tantissime cose accadute nel lungo periodo in cui erano rimasti separati, e in un periodo che aveva, imprevedibilmente, sconvolto le loro vite, cambiando per sempre non soltanto le metaforiche carte in tavola ma, addirittura, le medesime regole del gioco.

Tutto aveva avuto inizio con un assedio. E un improvviso e terrificante assedio che la Progenie della Fenice aveva imposto alla loro città, Kriarya, allor scopo di costringere la stessa Midda Bontor alla resa.
Midda Bontor, signora indiscussa di quella capitale, non aveva avuto possibilità alcuna di scelta a confronto con la minaccia così impostale dalla Progenie, la quale, per forzale la mano, aveva là fuori addirittura evocato dodici titani, artefatti divini in contrasto ai quali né lei, né alcun altro, avrebbe mai potuto avere speranza di opporsi, in termini tali che, pertanto, avrebbero portato alla cancellazione della stessa città del peccato e allo sterminio di tutti i suoi abitanti. E, in ciò, si era consegnata volontariamente alla Progenie, e a quell’organizzazione di fanatici desiderosi soltanto di esigere la sua morte.
A muovere la Progenie della Fenice in contrasto a Midda Bontor era stata una sfortunata serie di eventi, e una sfortunata serie di eventi a conclusione dei quali la stessa donna guerriero si era ritrovata a essere investita, senza alcun particolare entusiasmo, del retaggio proprio di un’antica regina del passato, Anmel Mal Toise, che il mito ricordava con due altisonanti e contrastanti appellativi, quali Portatrice di Luce e Oscura Mietitrice. Una donna, una strega, Anmel Mal Toise, figlia dell’ultimo faraone dell’antico e potente regno di Shar’Tiagh, la quale, non paga del proprio potere in quanto sovrana, dedicò la propria esistenza a cercare un modo di diventare quanto di più prossimo a una dea, arrivando, in ciò, persino a giacere con un dio, Kah, e a generare una semidivina progenie di nome Desmair. Alla fine, in circostanze che la leggenda non aveva tramandato, il regno di Anmel era comunque giunto a conclusione. Ma il suo potere, e parte del suo spirito, erano sopravvissuti a lei, imprigionati all’interno della sua corona. E di una corona che, in maniera quantomai sventurata, Midda Bontor, molti anni prima, aveva ritrovato e, ancor più, conquistato, facendo proprio, di conseguenza, il diritto a tal empio retaggio.
E laddove dal potere della Creazione e della Distruzione, nelle mani di una mortale, non sarebbe mai potuto derivare nulla di buono, la Progenie della Fenice, antica antagonista della stessa Anmel Mal Toise, aveva rivolto allora il proprio interesse, e la propria avversione, alla stessa Midda Bontor, a prevenire l’avvento di una nuova Portatrice di Luce e di una nuova Oscura Mietitrice. Un interesse, uno scopo, una priorità, quella propria della Progenie, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere poi troppo diversa da quella della medesima Midda, la quale, pertanto, era stata persino lieta di avere occasione di scendere a patti con loro, per tentare di trovare una maniera, una via, per estirpare per sempre tale potere dal suo corpo.
Ma per quanto Midda Bontor avesse quindi, e in parte, scelto volontariamente di seguire la Progenie, verso quello che pur, per lei, avrebbe potuto rivelarsi un fato di morte; i suoi amici, la sua famiglia, il suo clan, non si era arreso all’indolenza a confronto con tutto ciò, ponendosi immediatamente all’opera con l’intento di ritrovarla e di salvarla da qualunque oscuro destino.
Per ritrovare Midda Bontor, quindi, tutti i suoi amici, incluso lo stesso Be’Sihl, erano partiti verso luoghi impervi riconosciuti qual potenziali nascondigli per la Progenie stessa, e si erano ritrovati ad affrontare ogni genere di pericolo, di avversità. Pericoli e avversità che in taluni casi avevano cambiato del tutto la loro vita, la loro realtà personale, o che, in altri casi, avevano addirittura modificato in maniera imprevedibile il loro stesso mondo, la loro realtà comune, ponendo le basi per l’inizio di una nuova e disorientate epoca per tutti loro.
E proprio a confronto con tutto ciò, con tali, imprevedibili evoluzioni, Midda Bontor si era ritrovata innanzi al proprio ritorno a casa, abbisognando di tempo e di pazienza non soltanto per avere a condividere quanto le fosse successo, ma, ancor di più, per poter ascoltare quanto accaduto a tutti gli altri...

... a partire dallo stesso Be’Sihl, il suo amato Be’Sihl, e quell’uomo che, in un assurdo paradosso, or giaceva al suo fianco al contempo molto più giovane e molto più vecchio rispetto a quanto non fosse stato quando si erano lasciati.

venerdì 26 novembre 2021

3836

 

Tante incertezze, tanti dubbi, i loro, a confronto con i quali ineluttabilmente non poterono che temere il peggio nel momento in cui, giunti in vista delle alte mura dodecagonali di Kriarya, si ritrovarono a porsi anche a confronto con diverse decine, probabilmente centinaia, di creature mostruose, e di creature mostruose che non avrebbero potuto ovviare a richiamare immediatamente alla mente l’immagine di Desmair, con la propria stazza, innanzitutto, ma anche e ancor più con le proprie grandi corna e con la propria pelle simile a cuoio di una lucente tonalità di rosso.

« Per Lohr... » esclamò Howe, subito portando la mano verso l’impugnatura della propria spada dorata, non potendo ovviare a predisporsi psicologicamente a una nuova battaglia, e a una nuova e totalmente inattesa battaglia proprio così in prossimità di casa « ... che cosa è accaduto?! »
« Ne so quanto voi. » replicò Midda, in una risposta superflua a confronto con quella che pur avrebbe dovuto essere probabilmente intesa qual una domanda retorica e, ciò non di meno, in una risposta che non poté mancare di offrire, storcendo le labbra verso il basso innanzi a quel nuovo incubo « Thyres... »

L’impressione per loro derivata a confronto con il primo sguardo non poté che rafforzarsi in conseguenza a una nuova e più attenta analisi di quello scenario, e, soprattutto, delle protagoniste di quello scenario. “Protagoniste”, declinato al femminile, perché, al di là della loro chiara appartenenza a una specie non umana, ovunque avessero allor a muovere il proprio sguardo nulla avrebbero potuto avere a cogliere se non presenze femminili, donne sovente alte forse e persino il doppio di Midda; donne in molti casi contraddistinte da una corporatura ipertrofica; donne dalla pelle rossa e dal capo ornato da corna, in numero non eguale per tutte loro e, ciò non di meno, lì sempre presenti; e, ciò nonostante, donne.
Quelle protagoniste, quelle decine... anzi... almeno duecento e forse più, protagoniste, erano a tutti gli effetti visibilmente relazionabili con Desmair, in una somiglianza fisica, in una vicinanza anatomica, che pur non avrebbe potuto ovviare a risultare di difficile elaborazione anche per chi, come Midda, era pur stata a confronto con molteplici esponenti di molteplici specie diverse nello spazio remoto. Perché se pur anche, e per così come la stessa Lys’sh avrebbe potuto testimoniare nella propria parvenza rettile che la rendeva così diffusamente fraintesa da quelle parti per una gorgone, nelle vastità siderali avrebbero avuto a dover essere intese presenti centinaia, migliaia di altre specie non umane, e di specie contraddistinte dalla più vasta varietà fisica; in quel mondo, nel limite di quei tre continenti, Hyn, Qahr e Myrgan, Desmair avrebbe avuto a dover essere considerato non un esemplare fra molti, quanto e piuttosto un’eccezione, frutto di un’empia comunione carnale fra la regina Anmel Mal Toise e il dio minore Kah.
Desmair, in tal senso, era quindi un ibrido fra due diverse specie. E in quanto tale, una creatura unica. Fortunatamente per il loro stesso mondo e, probabilmente, per l’universo intero, là dove, comunque, tutt’altro che positivo avrebbe avuto a doversi riconoscere il suo contributo al Creato.
Ma, partendo da tale assunto, da simile verità, da dove avrebbero mai potuto saltare fuori quelle terribili amazzoni lì schierate innanzi alle mura della città...?!

« Possibile che sia stata colpa mia...?! » non poté mancare di interrogarsi la donna guerriero, rabbrividendo al pensiero di aver potuto, ancora una volta, rivoluzionare gli equilibri del mondo con qualcosa di simile, dopo quanto già accaduto con l’avvento dei ritornati « Di certo non può essere una coincidenza la loro presenza proprio qui... e proprio adesso... »
« Credi che sia stata Anmel...? » suggerì lo shar’tiagho suo alleato, seguendo il ragionamento dell’amica non perché realmente intenzionato a comprendere da dove potesse saltare fuori tanto orrore, quanto e piuttosto perché speranzoso che, da tal riflessione, avrebbe potuto conseguire una qualche consapevolezza nel merito di come liberarsi di quella nuova minaccia.
« Chi altri conosciamo in grado di creare qualcosa dal nulla...?! » replicò ella, sentendo crescere nel proprio cuore una profonda sensazione di scoramento, di disagio, e di ineluttabile disagio a confronto con l’evidenza di quanto tutto quanto da loro affrontato non fosse servito a nulla e, anzi, si stessero lì ritrovando a essere in una situazione non migliore rispetto a quella a confronto con la quale tutto aveva avuto inizio.

Ma a frenare ogni elucubrazione alla deriva da parte dei propri amici, del proprio uomo e della propria sorellona, ebbe allora a intervenire la voce pacata di Har-Lys’sha, la quale, a differenza loro, non ebbe a palesare alcuna evidente ragione di allarme... anzi.

« La mia vista è peggiore della vostra e, in questo, non vedo quello che vedete voi. » premesse l’ofidiana, scuotendo appena il capo « Ciò nonostante i suoni che sento non sono quelli né di una battaglia, né di una città sotto assedio... anzi. »

Benché difficile sarebbe stato per chiunque aver ad accettare un’idea alternativa a quella derivante dalla prima e più superficiale analisi della situazione, né Midda, né Howe avrebbero mai commesso l’azzardo di ignorare le parole di Lys’sh, entrambi ben consapevoli di quanto la sua percezione del mondo avesse a doversi comunque intendere qualcosa di così superiore alla loro da non poter neppure essere posta in paragone.
Così, al di là di ogni primo e più semplice giudizio, entrambi tornarono a concentrarsi sulla scena offerta ai loro sguardi, questa volta non ponendo la propria attenzione unicamente sulle protagoniste di tale scena, quanto e piuttosto sulla scena stessa. E concedendosi, ora, tale diversa attenzione, entrambi non poterono che notare immediatamente tutta una serie di dettagli prima ignorati o neppur colti, il più importante fra tutti avrebbe avuto a doversi riconoscere non tanto in riferimento a quelle temibili figure, quanto e piuttosto alla città oltre le stesse... e una città non asserragliata entro le proprie mura ma, come di consueto, con le proprie grandi porte aperte, a permettere il passaggio, in ingresso e in uscita, dei viaggiatori e delle carovane mercantili. Una città ben lontana, quindi, dal doversi interpretare qual posta sotto assedio e, anzi, una città fondamentalmente indifferente alla schiera di demoniache figure sparse lì davanti. Demoniache figure le quali, d’altro canto, non apparivano meno indifferenti alla città stessa.
Se pur, infatti e giustamente, i loro sguardi non avevano potuto mancare di cogliere l’immagine di quelle strane figure simili a tante Desmair declinate al femminile, ciò su cui non si erano concessi sufficiente possibilità di indugiare, dedicando in tal senso la giusta attenzione, avrebbe avuto a dover essere inteso l’atteggiamento di quelle stesse donne dalla pelle rossa e dalle corna bianche. Donne che, davanti alle mura della città, avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual allora letteralmente accampate, ma accampate non come avrebbe potuto essere proprio di un esercito pronto alla pugna, quanto e piuttosto per così come ci si sarebbe potuto attendere da una comitiva di amici in viaggio, e lì arrangiatisi estemporaneamente per riposare un po’ e per ricercare qualche occasione di svago utile a ingannare il tempo. Così, prestando maggiore attenzione, essi poterono cogliere un gruppetto di loro intente a giocare a palla, un altro impegnato a cercare di accordare alcuni strumenti simili a zither, qualcuna impegnata a cucinare e altre impegnate a mangiare, qualcuna persino a scrivere appunti su dei taccuini e, infine, molte dedite a dormire. E, al di là del proprio aspetto non umano, alcuna fra quelle donne avrebbe avuto a potersi considerare contraddistinta da nulla di minaccioso... anzi.

« Per Lohr... » ebbe a ripetersi Howe, forse e persino con maggiore sorpresa rispetto a pocanzi.
« Thyres... » le fece eco la Figlia di Marr’Mahew, sgranando gli occhi color del ghiaccio, non meno stupita.

Qualunque cosa fosse successa, perché qualcosa era chiaramente accaduto in loro assenza, non avrebbe quindi avuto a dover essere necessariamente giudicato qual qualcosa di negativo. Non, quantomeno, per così come entrambi avevano inizialmente ipotizzato essere.

« Credo che sia meglio che lasci perdere la tua spada, amor mio... » suggerì quindi Lys’sh, appellandosi in direzione del proprio compagno, con tono quasi divertito « Visto che non ci sono palesi crisi in atto, l’ultima cosa che potremmo desiderare è quella di avere a crearne una... non è vero?! »
« ... sì... certo... » si affrettò ad annuire lo shar’tiagho, pur ancora disorientato innanzi a tutto ciò e, in tal senso, incerto su come avere a dover reagire per quanto stava loro venendo lì così offerto.

Superata, in tal modo, la duplice sorpresa iniziale, la sorpresa derivante dalla presenza di quell’accampamento al di fuori delle mura di Kriarya e la sorpresa conseguente alla presa di coscienza di quanto nulla di tutto ciò avesse a doversi intendere una minaccia per Kriarya stessa, Midda, Howe e Lys’sh ripresero quindi il proprio cammino, e il proprio cammino in direzione della città.
E quando anche la loro presenza ebbe a essere colta dalle donne dalla pelle rossa e dalle corna bianche, la reazione che a poco a poco ebbe a diffondersi fra tutte loro non poté mancare di disorientarli nuovamente, non permettendo loro di capire quanto tutto ciò avesse a doversi declinare in termini positivi o quanto, piuttosto, sarebbe stato opportuno aver a giudicare in maniera negativa. Perché man mano che la distanza fra loro e quelle donne si assottigliava, a crescere avrebbe avuto a doversi intendere l’interesse delle stesse nei riguardi di quei tre nuovi arrivati. E quei tre nuovi arrivati verso i quali, improvvisamente, ebbero a ritrovarsi a essere concentrati gli sguardi di tutte loro, vedendole interrompersi in ogni attività solo per sospingersi, con curiosità, alla ricerca di un’occasione utile a contemplarli...

« ... che succede...?! » sussurrò in un alito di voce Howe, deglutendo a vuoto.
« Percepisco sorpresa... curiosità... interesse... persino entusiasmo. » suggerì per tutta replica Lys’sh, interpretando ciò che, nel contempo di ciò, il suo udito e il suo olfatto non mancarono di renderle evidente come il sole sopra le loro teste « E molte fra loro stanno domandandosi se sia davvero l’ultima moglie... »
« ... ma chi...? » esitò lo shar’tiagho, non cogliendo il senso di quelle parole.
« Credo proprio che si stiano riferendo alla sorellona. » concluse la giovane donna rettile, sorridendo.

giovedì 25 novembre 2021

3835

 

La via del ritorno verso Kriarya, per Midda, Howe e Lys’sh, ebbe a essere affrontata con una certa leggerezza e un diffuso senso di gioia.
Non che essi non avessero a essere soliti a vittorie, ovviamente. Ma quella vittoria, in particolare, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual particolarmente valevole di celebrazioni, là dove, dopotutto, insperata. Una vittoria, oltretutto, invero duplice, là dove, da un lato, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta in quanto tale per Howe e Lys’sh, partiti verso la Città del Pace nell’improbabile eventualità di ritrovare una scomparsa Midda, improbabile eventualità che, così, si era effettivamente venuta a concretizzare; e dall’altro avrebbe comunque avuto a dover essere intesa per la stessa Midda, la quale mai avrebbe potuto immaginare di riuscire realmente a tradurre una potenziale tragedia, qual aveva avuto a delinearsi inizialmente il confronto con la Progenie della Fenice, in una simile vittoria: quei nemici, al termine di tutto, si erano rivelati dei preziosi alleati; e l’oscura ombra che gravava sul suo presente e sul suo avvenire, in grazia alla loro collaborazione, era stata completamente spazzata via.
Certamente qualche incognita, a proiettare dubbi e timori sulla legittimità di tale celebrazione, non avrebbe mancato d’essere riconosciuta qual presente. E a confronto con tutto ciò il loro comune desiderio di festa avrebbe dovuto ritrovarsi a essere necessariamente moderato, benché, pur, non completamente azzerato.

Prima fra tutte le incognite atte a proiettare dubbi e perplessità nel merito della possibilità, per loro, di festeggiare, avrebbe avuto a dover essere certamente intesa la loro più totale assenza di certezza nel merito della sorte ultima di Anmel Mal Toise o, quantomeno, dei suoi poteri. Quei poteri che, dotati comunque di una propria coscienza, avrebbero potuto essere intesi nuovamente in circolazione, in quel mondo o in altri mondi, andando ad affiancare anche l’altra Anmel e rappresentando, indubbiamente, un potenziale pericolo per tutti loro e per il mondo intero.
In tal senso, forse, la vittoria allor riportata da Midda avrebbe forse avuto a doversi riconoscere, paradossalmente, qual un passo indietro, e un passo indietro in direzione di quel capitolo creduto chiuso con la “sconfitta” di Anmel, in un’evoluzione che, pertanto, avrebbe avuto a vanificare ogni sforzo precedentemente speso in tal senso, riportando tutto, né più, né meno, all’origine, con una ciclicità che, unita al ritorno di Nissa Bontor nelle vesti di non morta, avrebbe avuto a cancellare, sostanzialmente, ogni evento dell’ultimo lustro, con buona pace per ogni sacrificio, per ogni morto di quegli ultimi anni. Quella gioia, quindi, da parte della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi giudicare estremamente egoistica, là dove la sua libertà, così come ella stessa l’aveva voluta definire in fede, avrebbe avuto a dover essere pagata dal resto del Creato.
Tuttavia, e a sua parziale discolpa, tutto ciò non era avvenuto per una sua diretta responsabilità e, soprattutto, non avrebbe avuto a dover sussistere alcuna assoluta certezza nel merito del fatto che Anmel, la “sua” Anmel, quantomeno, fosse effettivamente sopravvissuta: per quanto le fosse dato di sapere, infatti, l’attacco congiunto dei quattro capi della Progenie della Fenice poteva aver effettivamente distrutto quel potere, disperdendolo definitivamente e sancendo, in tal maniera, quanto rimasto dell’antica regina shar’tiagha.

Non soltanto l’incertezza nel merito della sorte di Anmel Mal Toise, tuttavia, avrebbe potuto avere a frenare facili entusiasmi in favore di qualche desiderio di festeggiamento per Midda, Howe e Lys’sh, là dove, a margine degli eventi che li avevano visti direttamente coinvolti, e li avevano visti, tutto sommato, coinvolti senza alcuna reale conseguenza negativa a loro discapito; ancora nulla avrebbero potuto vantare di conoscere nel merito di quanto accaduto al resto del loro clan, e a tutti coloro che, nel contempo di ciò, si erano egualmente sparsi per il mondo, e non soltanto, nella comune ricerca per la Figlia di Marr’Mahew, rapita dalla Progenie stessa.
Là dove Rín e Be’Sihl avevano avuto ad avventurarsi nuovamente nel tempo del sogno, con la minaccia ivi rappresentata dal secondo-fra-tre al servizio dell’altra Anmel, e di quel secondo-fra-tre che troppo a lungo aveva ordito contro tutti loro; là dove H’Anel e Duva si erano sospinti a confronto con il tempo della fenice e la sua duttilità dimensionale, tale da poter riservare loro qualunque genere di pericolo; e là dove M’Eu e Be’Wahr si erano addirittura indirizzati verso le rovine della fortezza dei ghiacci, e la dimensione nella quale Desmair era stato imprigionato per secoli, se non addirittura millenni; troppe incognite, troppe incertezze, troppi dubbi avrebbero avuto a contraddistinguere l’esito di quei viaggi, di quelle avventure, per potersi permettere con eccessiva banalità di avere a considerare ogni pericolo qual ormai superato, e quell’intera, complessa vicenda giunta così a una felice conclusione.
Che poi, comunque, tutti loro avrebbero avuto a doversi riconoscere quali gli avventurieri migliori a confronto con i quali la stessa Midda Bontor si fosse mai posta, e che, in tal senso, avere a dubitare della serena conclusione delle loro missioni dovesse essere giudicato qual un’imperdonabile mancanza di fiducia nei loro riguardi, era comunque vero. Ma, al di là di tale verità, innegabile avrebbe dovuto essere comunque inteso un certo, umano timore per la loro sorte... e per la sorte di chi, in fondo, sospintosi a confronto con tre fra i peggiori scenari che mai anch’ella aveva avuto ad affrontare.

Ultimo ma non per questo meno importante, anche la sorte della medesima città del peccato, di Kriarya, non avrebbe avuto a poter evitare di suscitare motivi di dubbio, di esitazione, nei loro cuori e, in particolare, nel cuore di colei che, in fondo, della stessa si era assunto l’onere, ancor prima che l’onore, della gestione e della difesa, in quello che, dopotutto, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto uno dei capitoli più bui della sua intera storia.
L’antagonismo nato in seno alla famiglia reale kofreyota nei confronti di Kriarya, provincia riconosciuta ormai qual priva di ogni possibilità di controllo, aveva infatti portato, in quegli ultimi anni, a una rapida successione di antagonistiche azioni a loro discapito. Antagonistiche azioni iniziate con diversi tentativi volti a riprendere possesso della città stessa, sino ad arrivare, addirittura, a vere e proprie azioni terroristiche, attentati dinamitardi in grazia ai quali l’intera classe dirigente della città era stata spazzata brutalmente via, lasciando in vita soltanto la stessa Figlia di Marr’Mahew e decretandola, in virtù del proprio ruolo di Campionessa e, ciò non di meno, proprio malgrado, qual nuova signora della città. E se pur, in tale proprio nuovo ruolo, Midda Bontor non aveva mancato di raccogliere i frutti dell’opera di rinnovamento già iniziata dai precedenti signori della città, rendendo proprio tale intento e proseguendo in tale spinta innovatrice; il fatto che ella fosse nuovamente, e proprio malgrado, scomparsa tanto a lungo dalla città, e fosse scomparsa in quelle particolari circostanze, utili a poterla, all’occorrenza, definire qual spiacevolmente morta; difficile sarebbe stato ipotizzare quanto avrebbero potuto ritrovare al loro ritorno, benché, comunque, almeno due figure di indubbio rilievo avessero a dover essere comunque lì riconosciute presenti a proseguire nel suo operato, in sua vece: lord Brote, unico, effettivo superstite della vecchia guardia, e Madailéin Mont-d'Orb, da tutti riconosciuta qual una sua parente, benché, in effetti, tutt’altro che tale, nell’essere, altresì, un’altra se stessa, di qualche anno più giovane di lei, proveniente da una diversa realtà.
Insomma: la città, e quella città che, dopotutto, si era dimostrata in grado di affrontare già numerose avversità, avrebbe avuto a dover essere intesa in buone mani. Ma, anche a tal riguardo, ineluttabile e più che umana avrebbe avuto a doversi considerare una certa ansia per il suo destino, per la sua sorte.

Tante incertezze, tanti dubbi, i loro, a confronto con i quali probabilmente non avrebbero avuto ragione di poter essere felici del risultato conseguito e, ciò non di meno, dinnanzi ai quali non si vollero comunque negare completamente un’occasione di quieta celebrazione di quel successo, con la speranza che tutto ciò altro non avesse a dover essere considerato che un preludio a una festa ancor più grande che avrebbero avuto a potersi riservare insieme a tutti gli altri membri della loro famiglia, una volta giunti a destinazione.

mercoledì 24 novembre 2021

3834

 

Per tre, cinque, dieci volte Midda Bontor si sforzò di provare a invocare primo-fra-tre. Ma in alcuna occasione avvenne nulla.
E, alla fine, tutta la tensione creatasi negli spettatori di quell’evento, e in coloro che, armi in pugno, si stavano preparando al peggio, venne meno, a confronto con la consapevolezza di quanto, alla fine, il vicario non si sarebbe manifestato.

« Prova con Sam... » suggerì allora Lys’sh, nel rendersi conto di quanto ogni ulteriore sforzo in tal senso sarebbe stato inutile « Lui ha già risposto ai tuoi voleri in passato... »
« Sam...?! » esitò Raduz, aggrottando appena la fronte senza comprendere.
« Lunga storia... lasciamo perdere che è meglio. » scosse il capo Howe, minimizzando l’importanza di avere ad approfondire l’etimologia di quel nome.

“Sam”, in particolare, avrebbe avuto a doversi considerare il nome con il quale Nóirín aveva voluto ribattezzare terzo-fra-tre, allo scopo di farlo apparire qualcosa di meno terribile di quanto effettivamente non fosse e, in ciò, forse, anche di aiutare Midda Bontor a scendere a patti con la propria nuova condizione, il proprio nuovo potere.
La Figlia di Marr’Mahew, a confronto con quel suggerimento, non avrebbe voluto mettersi nuovamente in giuoco, nel timore di quanto, allora, egli potesse rispondere e confermarle, in ciò, l’evidenza di quanto a nulla fosse servito quanto compiuto sino ad allora. Purtroppo nascondersi dietro a un dito non sarebbe servito a nessuno, motivo per il quale, allora, ella si limitò ad annuire, sospirando in direzione dell’amica sororale...

« Terzo-fra-tre... vicario. Vieni a me. » lo richiamò a gran voce, per così come aveva già fatto anche in passato e per così come, senza esitazione, si era vista allor accontentare dalla comparsa di quella temibile creatura « Sam... compari al cospetto della tua signora! »

La tensione tornò a imporsi forte in tutti i presenti, nel mentre in cui ella ebbe a scandire quelle parole in favore di un diverso vicario, e di un vicario del quale, in effetti, non conoscevano molti dettagli.
Ciò nonostante, però, ancora nulla avvenne. E alla donna guerriero non poté restare altro da fare che insistere nuovamente...

« Terzo-fra-tre... rispondi al mio richiamo! » lo invitò nuovamente, con tono ancor più perentorio del precedente, che alcuno spazio avrebbe lasciato a fraintendimenti di sorta sul suo desiderio di ritrovarsi a essere ascoltata.

Per quanto, infatti, Midda Bontor avesse allor a sperare di non veder comparire alcun vicario, ella, parimenti, non avrebbe potuto ovviare a desiderare di ritrovarsi ascoltata dagli stessi, là dove ancora il potere di Anmel fosse stato in lei. Perché, obiettivamente, fra ritrovarsi detentrice inconsapevole di quel potere, con ogni rischio annesso e connesso, e, piuttosto, esserne conscia, e poter reagire di conseguenza, ella non avrebbe potuto che preferire la seconda opportunità. Non che, comunque, ella desiderasse quel potere... anzi.
A confronto con l’assenza di ogni reazione anche a quel secondo richiamo, ancora una terza, una quinta, e una decima volta ella insistette, intensificando i propri sforzi e, quasi, arrivando letteralmente a supplicarli di manifestarsi. Ma non primo-fra-tre, non Sam, ebbero lì a fare capolino.
E, ancora una volta, la tensione venutasi a creare attorno a lei ebbe a sgonfiarsi in maniera naturale, lasciando soltanto spazio quasi all’ilarità, a confronto con tutto l’inutile sforzo da lei compiuto per poter essere ascoltata.

« ... è sufficiente...?! » domandò quindi Howe, in direzione dei quattro capi della Progenie, cercando da essi una qualche conferma in tal senso, e una qualche conferma che non avrebbe potuto che apparire retorica dopo quanto accaduto o, per meglio dire, dopo quanto non accaduto « Non per qualcosa. Ma inizia a farmi un po’ di compassione... »

Possibile che quell’incubo, quel lungo incubo, fosse finito? Possibile che quell’empio patto compiuto con Anmel Mal Toise, a coronamento di quanto da lei conquistato di diritto con il recupero della corona perduta della stessa, fosse stato così rescisso...?!

« Io... » esitò per un istante Fenisadre, aggrottando la fronte nel rivolgere uno sguardo interrogativo verso gli altri tre capi, e nel volgersi per un successivo istante verso tutti gli altri presenti, quasi a cercare da parte di tutti loro un benestare a esprimersi in tal senso « ... io credo proprio di sì. » confermò quindi, annuendo e aprendosi allora in un lieve sorriso.
« Non che ci sia da gioire, a confronto con l’idea di non sapere dove possa essere finita Anmel Mal Toise, nell’eventualità che ella sia ancora in circolazione... » puntualizzò Nu-Adre’gs, a escludere la possibilità di festeggiare in maniera inopportuna quella notizia « ... ma, comunque, direi che possiamo essere sufficientemente sicuri del fatto che Midda Bontor non sia più l’Erede. »

La donna guerriero in questione, dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, restò per un istante disorientata a confronto con quell’affermazione, quasi la sua mente si stesse rifiutando di accettarla, per non avere a illudersi che tutto potesse essere veramente finito. E potesse essere veramente finito in quel modo.
Poi, muovendo il proprio sguardo fra Lys’sh e Howe, ella sembrò avere necessità di trovare in essi una qualche conferma nel merito di quanto pur appena ascoltato, e una conferma che, allora, non le venne negata nei sorrisi che si ebbero ad aprire sui loro visi, innanzi a quell’inatteso, e quantomai inusuale, lieto fine, per una vicenda che era iniziata nel peggiore dei modi possibili e che avrebbe potuto avere a evolvere anche in maniera peggiore.

« Thyres... » gemette quindi, cercando di trattenere l’emozione, e l’emozione sincera a confronto con quella verità, e quella verità che mai si sarebbe potuta attendere di avere a sentir scandita in proprio favore « Sono davvero libera...?! »
« E che diamine... potete darle un certificato su pergamena con ceralacca...?! » ironizzò Howe, voltandosi nuovamente verso la Progenie della Fenice « Così magari riuscirà ad accettare la cosa! »

Ma la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe avuto necessità di alcun certificato su pergamena con ceralacca per poter gioire della propria ritrovata libertà. E per poter, allora, esprimere tutta la propria gioia, tutta la propria più smisurata felicità, in un alto grido liberatorio, gettando il capo all’indietro e lasciando risuonare quell’urlo, ululato, o forse ruggito, nell’intera Città della Pace, in quel luogo di morte e desolazione, là dove quella maledetta storia aveva avuto inizio troppi anni prima e là dove, finalmente, quella maledetta storia aveva trovato una conclusione.
Non la migliore delle conclusioni possibili, forse, e pur una conclusione...

« Sono libera! »

martedì 23 novembre 2021

3833

 

Nu-Adre’gs raccontò allora alla Figlia di Marr’Mahew ciò che poteva, ciò che sapeva. Raccontò della fiera opposizione offerta dalla regina Anmel Mal Toise una volta che il suo potere era stato isolato dal corpo della propria erede, e di come a stento erano stati in grado di sopravvivere a quello scontro. E raccontò di come, alla fine, avessero potuto riportare vittoria nel sopravvivere... ma non avessero a poter vantare alcuna reale consapevolezza di cosa fosse successo.

« Quello che sappiamo per certo è che il potere di Anmel non è entrato nell’artefatto. » sancì alfine, storcendo le labbra verso il basso, con palese disappunto « Potrebbe essere rientrato in te... o scappato... oppure andato definitivamente distrutto. Anche se quest’ultima eventualità ci risulterebbe di difficile accettazione, là dove, certamente, il nostro potere non può competere con quello della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice. »
« Potrebbe essere tornato in me...?! » esclamò Midda Bontor, a quelle parole, allora levandosi di scatto in piedi con sincera contrarietà a confronto con tutto ciò « No... non potete dire sul serio. Non dopo tutto quello che abbiamo passato per arrivare sino a qui! »
« Purtroppo non siamo in grado di stabilire dove sia... » confermò Simesa, scuotendo appena il capo « Di certo sappiamo dove non è, ossia nell’artefatto. Ma dove possa essere finito non ci è dato di saperlo... »
« Quindi è stato del tutto inutile...? » esitò Howe, già preoccupato a confronto con tale annuncio, e con quanto da esso, necessariamente, sarebbe derivato: il reiterato tentativo di Midda di sacrificarsi per il bene comune, chiedendo di essere imprigionata per sempre.
« Non ci è dato di saperlo con certezza. » insistette Fenisadre, tutt’altro che lieta di dover ammettere quel loro limite e, ciò non di meno, non sapendo in quali altri termini avere a esprimersi nel merito dell’accaduto.
« Ciò non di meno, se Midda avesse ancora il potere di Anmel, dovrebbe essere in grado di evocare i suoi vicari... non è vero?! » osservò allora Lys’sh, cercando di non lasciarsi dominare da facili pessimismi e, in ciò, sforzandosi di individuare un metodo utile per arrivare a maturare una qualche verità a tal riguardo.
« Sì. Certo. » confermò Raduz, in un primo momento non cogliendo il senso della cosa, salvo poi arrivarci e subito incalzare « Certo che sì! Questo potrebbe aiutarci a discernere meglio la situazione! »
« Questo... cosa?! » esitò il mercenario shar’tiagho alleato della Figlia di Marr’Mahew, non avendo ancora a cogliere alcuna particolare ragione di entusiasmo a margine di quanto accaduto.
« Il suo controllo sui vicari di Anmel. » annuì Simesa, approvando a sua volta quell’analisi « I vicari, a quanto ci è dato di sapere, sono legati all’Oscura Mietitrice e soltanto a lei possono rispondere, chiunque ella sia. Quindi se un vicario avrà a rispondere al richiamo di Midda, ciò sarà segno evidente del fatto che ella è ancora l’Oscura Mietitrice. Altrimenti... »
« ... »

Midda non era mai stata entusiasta all’idea di fare ricorso ai vicari. E, in effetti, si era appellata a loro soltanto in assenza di altre soluzioni.
Tre avrebbero avuto, in tal senso, a dove essere riconosciute le arcane figure facenti riferimento all’Oscura Mietitrice: tre figure intrinsecamente prive di nome, e forse di identità, abituate a presentarsi con un semplice numero crescente, a distinguerli, e, forse, a distinguere i tre diversi piani di esistenza nei quali avrebbero potuto operare: primo-fra-tre, una testa fluttuante simile a quella di vegliardo, e pur indefinito nella propria età o, persino, nel proprio genere, nella loro realtà; secondo-fra-tre, un torso privo di braccia e di gambe, a sua volta fluttuante e a sua volta di età e di genere indefinito, per quanto approssimabile a una figura matura, nel tempo del sogno; e terzo-fra-tre, una figura intera, simile a quella di fanciullo, nell’aldilà.
Tutte e tre tali figure, nel corso degli anni, erano venute in contatto con Midda Bontor, in un ruolo o nell’altro: primo-fra-tre in qualità di antagonista, per ben due volte, nei tempi antecedenti alla morte di Nissa, quand’ancora per la stessa Figlia di Marr’Mahew non era completamente chiara l’effettiva identità della propria avversaria, e dell’avversaria persino nascostasi dietro alla propria gemella; secondo-fra-tre in qualità di antagonista nella propria incarnazione al seguito dell’altra Anmel Mal Toise, e dell’Anmel Mal Toise peregrina dimensionale alla caccia della quale avrebbe avuto a doversi intendere Maddie, e in qualità di alleato nella propria incarnazione al seguito della “loro” Anmel Mal Toise e, in particolare, attualmente, proprio al seguito dell’erede della regina; e terzo-fra-tre in tempi estremamente recenti in qualità, ancora una volta, di alleato, di servo, guidandola verso l’aldilà a recuperare i propri figli e gli altri membri più giovani del loro clan, nonché il suo vecchio amico lord Brote.
Ma, al di là delle circostanze, di nessuno dei tre vicari ella avrebbe potuto asserire in fede di avere a fidarsi, nel ritrovarsi costretta, comunque, a riconoscerli per ciò che erano: servi dell’Oscura Mietitrice e, in ciò, di tutto quanto ella non desiderava assolutamente essere.
Per tale ragione, quindi, l’idea di verificare la propria attuale condizione andando a evocare uno di loro e, più precisamente, colui che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual preposto alla loro stessa dimensione, primo-fra-tre, non avrebbe potuto in alcun modo entusiasmarla. Ma ancor meno entusiasmo avrebbe potuto ispirare in lei l’idea di ritrovarsi nuovamente a essere intrappolata nel timore di divenire la nuova, Oscura Mietitrice, e di ripercorrere, in tempi moderni, quanto nell’antichità già percorso da Anmel Mal Toise. Ragione più che sufficiente, quindi, per avere a convincersi a tentare...

« ... posso farlo. » confermò ella, dichiarandosi pronta ad agire in tal senso « Devo farlo. » si corresse, con un profondo sospiro « Anche perché, nel dubbio di poter essere ancora accompagnata dal potere di Anmel Mal Toise, non mi potrò permettere di tornare a casa. Né, tantomeno, voi potrete permettervi di lasciarmi andare. » sancì, ancora una volta rammentando alla Progenie della Fenice il loro dovere, e quel dovere che, scandito dalla sua voce, non avrebbe potuto che risultare estremamente odioso alle loro medesime orecchie, alla loro stessa attenzione.

Prima di tentare di evocare primo-fra-tre, però, ella preferì essere accompagnata in superficie, là dove sarebbe stato più semplice avere a confrontarsi con quella creatura, e con una creatura che, in effetti, non era certa avrebbe avuto a reagire positivamente nei suoi confronti. Dopotutto, e per l’appunto, l’ultima volta che si erano visti, essi avrebbero avuto a doversi riconoscere quali antagonisti... e nulla avrebbe potuto concederle certezza di quanto, ciò, non avrebbe avuto a essere ben rammentato da lui, e a spingerlo, malgrado tutto, ad agire in suo contrasto, o, peggio ancora, in contrasto alle persone a lei più vicine.
Motivo per il quale, per inciso, ella chiese a tutti di mantenersi a una certa distanza di sicurezza da lei, armati e pronti a intervenire o, all’occorrenza, a fuggire, là dove le cose si fossero messe male. E, a tal riguardo, la Progenie della Fenice non ebbe a dimostrare di prendere sottogamba un tale invito, una simile richiesta, schierandosi fondamentalmente al gran completo per essere pronta a dichiarare battaglia al vicario e alla sua padrona, laddove ciò fosse stato necessario.

« Vicario... primo-fra-tre. Vieni a me. » lo invocò quando si sentì pronta a farlo, quanto si sentì sicura di potersi confrontare psicologicamente con quel terrificante mostro e con il suo devastante potere di manipolazione.

Nulla si mosse. E l’aria, tersa attorno a loro, restò ancora tale, nulla lasciando presagire della comparsa di quell’inquietante nebbia dalla quale, ogni volta, i vicari erano soliti emergere.

« Primo-fra-tre, io, la sua signora, ti comando di venire a me! » insistette ella, scandendo con fermezza quell’ordine, qual tal non avrebbe cercato di dissimulare di essere « Vieni a me! »

lunedì 22 novembre 2021

3832

 

Tentare di descrivere a posteriori quanto avvenne sarebbe stato difficile per la Figlia di Marr’Mahew.
Di certo, quanto ella provò fu dolore. Dolore intenso, dolore violento, dolore straziante. Quanto di più simile all’idea di venire fatta a pezzi, smembrata arto dopo arto, un brandello di carne alla volta. Un dolore maggiore persino rispetto a quello che provò il giorno in cui perse il proprio braccio destro. E un dolore che, alla fine, la sua mente non ebbe a reggere, preferendo spegnersi.
E così, ella svenne.

Difficile, impossibile a posteriori, sarebbe stato per lei ipotizzare per quanto tempo restò priva di ogni contatto con il mondo a sé circostante. Quanto ebbe a vivere non fu nulla di paragonabile al sonno, e neppure a quell’improprio coma indottole a Desmair tempo addietro, per imprigionarla all’interno della propria mente. Fu qualcosa di diverso, qualcosa di più fisico, carnale addirittura, e qualcosa a confronto con il quale ella non poté che ritrovarsi stremata anche al proprio supposto risveglio, e a quel risveglio che non ebbe a essere tale, quanto e piuttosto un mero ritorno in sé, una semplice riacquisizione di coscienza di se stessa e del mondo a lei circostante.
Però alla fine ella tornò in sé. E attorno a sé ebbe a contemplare nuovamente i quattro capi della Progenie della Fenice, riversi a terra in condizioni non migliori rispetto alle proprie, in una prova che non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual banale neppure per loro.
Una prova che, tuttavia e purtroppo, forse era rimasta del tutto fine a se stessa, nel non avere, ella, a ravvisare nulla di diverso in sé. Non che, in verità, dopo l’unione con Anmel, ella avesse avuto a poter vantare un qualche segno evidente di ciò.

« Che è... succe... sso...? » domandò, non senza una certa fatica, ipotizzando di tentare di porsi a sedere e, ciò non di meno, non riuscendo a comandare in tal senso alcuno dei propri muscoli « E’ andata... male...?! »

Una domanda più che pertinente, più che giustificabile, la sua, a confronto con la quale, tuttavia, nessuno fra i presenti fu in grado di rispondere, trovando sicuramente positiva quella sua richiesta e, ciò non di meno, non essendo per nulla sicuri di quanto fosse allor accaduto.

Che le cose fossero andate secondo i piani, obiettivamente, nessuno avrebbe potuto asserirlo in fede. Perché nessuno dei loro piani, e nessuno degli sviluppi previsti dai loro piani, aveva avuto a prevedere quanto era accaduto e quanto era accaduto dopo poco dopo che Midda Bontor aveva avuto a perdere i sensi.
Là dove, difatti, nelle loro previsioni, il potere di Anmel Mal Toise avrebbe avuto a dover essere distinto dall’animo della stessa donna guerriero, per poi essere estratto dal suo corpo e imprigionato all’interno di un artefatto; ciò non era avvenuto o, quantomeno, non era completamente avvenuto. Se, infatti, avevano avuto indubbiamente successo nel distinguere lo spirito dell’una dall’ombra dell’altra, quando avevano avuto a tentare di estrarre la seconda allontanandola dal corpo della prima, si erano ritrovati a confronto con qualcosa di imprevisto, con qualcosa che non si sarebbero mai potuti attendere di dover affrontare, e di dover affrontare lì, in quel momento, benché, in verità, fosse anche qualcosa in contrasto al quale si erano preparati da tutta la vita. Perché, estratto dal corpo di Midda Bontor, il potere di Anmel Mal Toise non ebbe a dimostrarsi quieto e remissivo innanzi ai loro voleri ma, al contrario, ebbe a predisporsi alla lotta, e a una lotta a dir poco disperata per la propria stessa sopravvivenza. E privata del freno inibitore rappresentato dalla donna guerriero, Anmel Mal Toise o, per lo meno, quanto di lei ancor esistente nel suo potere, quell’ombra della coscienza della regina di un tempo, ebbe a reagire con tutta la propria violenza, con tutta la propria furia, a discapito di coloro i quali, non a torto, riconosciuti come nemici. E coloro i quali, in ciò, non aveva avuto a esitare a tentare di uccidere.
Lo scontro che ne era seguito era stato più che probante per i quattro. E quando il tutto era terminato, nessuno di essi avrebbe avuto a potersi riconoscere ancor sufficientemente padrone di sé e del proprio intelletto per poter essere in grado di asserire con certezza quanto fosse allor accaduto.
Con buona pace della domanda così loro rivolta dalla donna guerriero.

« Non... lo so... » ammise con tutta franchezza Nu-Adre’gs, scuotendo appena il capo.

E prima che chiunque altro potesse proseguire in quella direzione, praticamente tutti e cinque ebbero nuovamente a perdere conoscenza, stremati da quanto accaduto.

Il risveglio successivo, per la Figlia di Marr’Mahew, ebbe a trovare occasione di essere correttamente datato per bocca dei propri stessi amici, di Howe e di Lys’sh, i quali si dimostrarono entrambi presenti a quell’occorrenza, e presenti non senza manifestare una certa ansia a confronto con tale evento. Non, tuttavia, un’ansia negativa, come quella che avrebbe potuto essere propria di chi timoroso di avere a ritrovarsi a confronto con l’Oscura Mietitrice, quanto e piuttosto un’ansia positiva, come quella di chi desideroso di avere a riabbracciare quanto prima un’amica a lungo attesa. E tale risveglio ebbe, così, a essere datato addirittura a una settimana dopo gli eventi occorsi.
Una settimana: tanto ella era rimasta a metà fra il sonno e una sorta di coma, e un coma pur allor necessario al proprio corpo, alla propria mente, per avere a recuperare le energie utili a riprendersi. Un tempo notevole, e pur un tempo al termine del quale, finalmente, ella poter ritrovarsi nuovamente e realmente padrona del proprio corpo, capace, ora, di interagire con il mondo a sé circostante e di ricambiare gli abbracci che, ovviamente, non mancarono quasi di soffocarla, tanto da Howe quanto e ancor più da Lys’sh.
Un risveglio positivo, quindi, il suo, che non avrebbe potuto ovviare a ispirarle l’idea positiva di quanto tutto fosse andato per il meglio e di quanto, ancora una volta, gli dei non avessero avuto piacere di accoglierla fra loro, offrendo ragione alle malelingue che, già da tempo, si impegnavano a considerarla immortale soltanto in conseguenza al timore proprio degli dei di avere a rischiare di confrontarsi con lei al momento della sua pur ineluttabile fine.
Ragione per la quale, quindi, la domanda che ebbe a rivolgere a Raduz, Nu-Adre’gs, Simesa e Fenisadre, quando essi giunsero alla sua camera, non poté che ritrovarsi a essere declinata in toni più che ottimistici...

« Ce l’abbiamo fatta, quindi...? » sorrise verso di loro, seduta sul proprio letto ancor circondata dai suoi due amici, meno che mai desiderosi di allontanarsi da lei « Anzi... ce l’avete fatta, quindi! » si corresse, eliminando non soltanto l’interrogativo ma, addirittura, il proprio contributo in tutto ciò, là dove, obiettivamente, non si sarebbe potuta riservare alcun credito a tal riguardo.
« Così parrebbe... » annuì Raduz, nulla negando della positività da lei dimostrata.
« ... è andato tutto come previsto, quindi?! » insistette ella, incerta a tal riguardo, non avendo ricordi ben chiari di quanto accaduto e, ciò non di meno, riservandosi ragione per avere di che dubitare a tal riguardo.
« Tutto tutto... non direi. » escluse Simesa, aggrottando la fronte con aria poco convinta.
« Diciamo pure che nulla è andato come previsto. » precisò Fenisadre, non desiderando minimizzare la cosa, soprattutto nei suoi risvolti meno entusiastici.
« ... » esitò Midda, non riuscendo a comprendere una così contrastante versione dei fatti e ricercando con lo sguardo gli occhi di Nu-Adre’gs, nella volontà di ricercare in lui una testimonianza equilibrata nel merito di quanto accaduto « ... che è successo?! »

domenica 21 novembre 2021

3831

 

Ritrovarsi a essere sdraiata su un altare non avrebbe avuto a dover essere frainteso, per la Figlia di Marr’Mahew, qual espressione di qualcosa di positivo. Né, tantomeno, positivo avrebbe avuto a doversi intendere circondata da quattro persone intente a recitare strane formule in un linguaggio per lei sconosciuto, tracciando all’unisono, con le mani, strani gesti in aria, in conseguenza ai quali innaturali tracce di luce venivano tracciate attorno a lei, sotto di lei, nulla di positivo avendo, in generale, a suggerire per il suo futuro... non, per lo meno, qual primo e più immediato pensiero.
La se stessa di cinque anni prima, o di quindici anni prima, o di venticinque anni prima, o, persino, di trentacinque anni prima, non avrebbe mai accettato quell’idea, quella situazione, preferendo, piuttosto, avere ad accogliere il suggerimento proposto da Howe e, in ciò, a fare una vera e propria strage di quei quattro stregoni, qual, necessariamente, avrebbero avuto a dover essere intesi i capi della Progenie della Fenice. Ma la se stessa di cinque anni prima, o di quindici anni prima, o di venticinque anni prima, o, persino, di trentacinque anni prima, non avrebbe neppure mai accettato l’idea di essere diventata, a propria volta, una strega, e non una strega qualsiasi, ma una strega del calibro di Anmel Mal Toise, della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice... anzi, e ancor più, erede della medesima regina maledetta.
Insomma: a confronto con una situazione così drastica, drastica avrebbe avuto a doversi necessariamente intendere anche la risposta da parte sua. Ma nulla di tutto ciò avrebbe avuto minimamente a doversi fraintendere qual qualcosa che ella avrebbe avuto a poter spontaneamente accettare con positività.
Al contrario...

“Thyres... questa volta mi sa che finisce male davvero...”

Immobile, a cercare di minimizzare l’eventualità di un qualche errore da parte dei quattro lì impegnati in qualcosa di chiaramente più grande di loro, non avendo avuto mai a tentare prima qualcosa di simile né, tantomeno, a immaginare potesse essere tentato qualcosa di simile, Midda Bontor non si sarebbe negata occasione utile a restare in silenzio a confronto con tutto ciò, trattenendo per sé ogni commento più o meno ironico comunque utile a permetterle di contrastare quella tensione crescente. Non che ella non desiderasse parlare, non che non desiderasse commentare tutto ciò, fosse anche, e soltanto, per rilassarsi: ciò non di meno, però, ella non avrebbe potuto desiderare, in misura ancor maggiore, sperare di sopravvivere a tutto ciò, ragione più che utile, pertanto, a restarsene buona buona, sperando che tutto potesse andare per il meglio, malgrado le probabilità non sembrassero, propriamente, deporre a suo favore.
Ovviamente, al di là di quanto dimostrato con Howe e Lys’sh, al fine di non giustificare maggiori ritrosie da parte loro, ella non avrebbe in alcuna misura a potersi considerare così ferma nel proprio intento, nel proprio proposito. Certo: ella desiderava liberarsi di Anmel e del suo potere, e quella sembrava offrirsi obiettivamente qual un’ottima occasione per farlo. Ma, proprio malgrado, ella era anche spiacevolmente figlia dei propri tempi, del proprio mondo, e in quanto tale non avrebbe potuto in alcuna misura confrontarsi in maniera positiva con l’idea di una soluzione di quel genere. E, soprattutto, di una soluzione con una possibilità di successo tanto remota.

“Dai... dopotutto sono sopravvissuta anche a situazioni peggiori...”

A spronarsi, a giustificarsi, a promuovere l’assennatezza di quella soluzione, ella ebbe allora iniziare a elencare mentalmente tutte le occasioni nelle quali si era stolidamente confrontata con qualche minaccia superiore alle proprie possibilità di vittoria, in un elenco che, con buona pace, ebbe a tenerla occupata per un tempo di difficile discriminazione, e pur così lungo che parve estendersi per ore, se non, addirittura, per giorni.
Un elenco, sicuramente incompleto, il suo, che non poté ovviare a concludersi con un pensiero. E un pensiero estremamente onesto da parte sua...

“Certo che ne ho fatte di idiozie nella mia vita!”

In fondo Howe aveva ragione ed ella lo sapeva bene. Anche perché, dopotutto, Howe incarnava né più, né meno, il genere di persona, e di mentalità, nel quale anch’ella era solita rispecchiarsi, e nel quale anch’ella avrebbe avuto piacere di poter presto tornare a rispecchiarsi, senza più troppe controindicazioni di ordine morale qual, proprio malgrado, il possesso dei poteri della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, non avrebbe potuto ovviare a imporle.
Sarebbe riuscita a farcela...? Sarebbe riuscita a ritornare a essere la cara e vecchia se stessa...?!

« Possiamo iniziare. » prese voce, in maniera del tutto imprevista, e inattesa, Simesa, esprimendosi improvvisamente in una lingua nota, ed esprimendosi direttamente all’attenzione della stessa Figlia di Marr’Mahew.
« ... in che senso “possiamo iniziare”?! » non riuscì a tacere la donna guerriero, aggrottando appena la fronte a confronto con quell’annuncio « A me sembra che abbiate iniziato da ore... »
« E’ così. » confermò Raduz, comprendendo il senso dell’obiezione della loro interlocutrice « Ciò non di meno, tutto questo era solo in preparazione all’incantesimo vero e proprio. » puntualizzò, meglio spiegando la questione « Ora è veramente l’ultima occasione che abbiamo per interromperci. Proseguendo, non si potrà più tornare indietro. »
« Vuoi che ci fermiamo qui...? » domandò Nu-Adre’gs, in un interrogativo assolutamente non polemico, quanto e piuttosto motivato dalla volontà di cercare, ancora una volta, un assenso da parte della stessa Erede in loro favore.
« No. Andate avanti. » sospirò ella, sforzandosi a dimostrare un sorriso, e un sorriso che pur non poté negarsi di apparire estremamente tirato, spiacevolmente forzato « Ma se qualcosa dovesse andar storto... se non dovessi essere io, alla fine di tutto, ad avere la meglio... per favore, fate tutto quanto in vostro potere per fermarla. »
« Esistiamo proprio per questo. » confermò Fenisadre, in una quieta conferma che non tentò minimamente di esorcizzare il timore di un fallimento da parte loro, ma che, con estrema concretezza, ebbe a partire dal presupposto che ciò potesse allor occorrere.

Dopotutto, per quanto ormai sinceramente desiderosi che quell’operazione avesse successo, e desiderosi che Anmel Mal Toise avesse a essere nuovamente esiliata senza, in ciò, avere a sacrificare Midda Bontor, né Raduz, né Nu-Adre’gs, né Simesa, né Fenisadre avrebbero potuto negare di essere psicologicamente pronti a doversi confrontare con lo scenario peggiore, e con lo scenario in conseguenza al quale, innanzi a loro, avrebbe avuto a manifestarsi la stessa regina, in tutta la sua empia presenza.

« Grazie. » annuì allora la donna guerriero, in quella che, era consapevole, avrebbe potuto essere la propria ultima frase.

Non aggiunse altro. Non una parola in favore di Howe e di Lys’sh. Non un pensiero rivolto verso Be’Sihl o verso Tagae e Liagu. Né, tantomeno, in direzione di qualunque altro membro della propria famiglia, del proprio clan. Se si fosse, infatti, concentrata su di loro, e sull’eventualità di non avere più a rivederli, ella avrebbe umanamente vacillato nei propri propositi, per così come, ora, non avrebbe potuto permettersi di fare. E così ella tacque, preparandosi a concludere la propria esistenza con quell’assurda gratitudine in favore di coloro i quali l’avrebbero forse uccisa.

sabato 20 novembre 2021

3830

 

Preoccupato e arrabbiato, Howe si diresse verso la superficie, risalendo di buona lena attraverso l’intera estensione verticale di quel complesso sotterraneo che, ormai, nel corso di quegli ultimi giorni, aveva imparato a conoscere e a girare in autonomia.
Aveva bisogno di sbollire un po’ i nervi. E quei nervi conseguenza non soltanto dell’ostinazione di Midda nei confronti dell’idea del proprio suicidio, ma anche, e ancor peggio, dell’impassibilità di Lys’sh innanzi a tutto ciò. Possibile che nessuna delle due riuscisse a comprendere il vero punto della situazione? Possibile che entrambe avessero a preferire l’idea di rischiare in quella maniera...? E per cosa poi...?!
Nel mentre in cui risaliva verso la Città della Pace, lo shar’tiagho non poté ovviare a viaggiare con la propria mente a diversi momenti della propria personalissima storia con Midda Bontor, a partire dall’inizio, e da quel primo, obiettivamente strano, incontro nella Terra di Nessuno. All’epoca la Figlia di Marr’Mahew si era lasciata imprigionare volontariamente all’interno di un carcere, ormai distrutto, concepito per non offrire ad alcuno possibilità di tornare indietro, di rimettere il naso nel mondo esterno. Non rammentava ora per quale assurda ragione ella avesse scelto di agire in maniera così stolida... ma, del resto, agire in maniera stolida era obiettivamente parte del suo modo di essere, e il segreto in grazia al quale ella era divenuta colei che era divenuta. In quale altro modo, altrimenti, giustificare il suo successo? E il suo successo nel tradurre in realtà quanto per i più ritenuto impossibile...?!
Tante avventure. Tanti rischi. Tante battaglie. Tanta complicità. Tante bevute. Tante risate. Midda Bontor, subito dopo suo fratello Be’Wahr, era obiettivamente la persona che aveva condiviso con lui la fetta più importante della propria vita. E, ora, ancora una volta, egli avrebbe dovuto essere pronto a dirle addio.

“... ancora una volta...”

Di ciò non ne aveva parlato. Ovviamente. Ma ancora, a pesare sul suo cuore, avrebbe avuto a dover essere inteso l’addio da lei offerto loro prima di partire per le stelle, in un viaggio che aveva avuto inizio con l’idea, inespressa e pur obiettivamente chiara, di non prevedere possibilità di ritorno.
All’epoca Midda Bontor era finalmente riuscita a chiudere un capitolo molto importante della propria vita, nella conclusione, purtroppo e pur ineluttabilmente tragica, della propria disfida con Nissa, la sua gemella. Ma, in immediata conseguenza a ciò, Anmel Mal Toise aveva palesato in maniera incontrovertibile la propria presenza, fuggendo verso le infinite distese siderali. E là dove, nel contempo di ciò, avevano avuto occasione di scoprire, di apprendere, quanto la responsabilità di tutto ciò avesse a doversi intendere anche loro, e conseguenza diretta del recupero di quella corona maledetta, la donna guerriero non si era tirata indietro. Non si era tirata indietro e aveva accettato di partire, sulle ali della fenice, verso l’ignoto... e un ignoto assoluto, qual solo quella smisurata immensità avrebbe potuto rappresentare.
Ella aveva deciso di partire. E di partire addirittura permettendo a Be’Sihl, il suo amato, di seguirla, segno evidente di quanto, in fondo, avesse a escludere l’eventualità di un qualche ritorno a casa, per una ragione o per l’altra. E loro, tutti loro, i suoi amici, i suoi compagni di ventura, i suoi fratelli d’arme, l’avevano dovuta altresì salutare, in un arrivederci dal sapore di addio, o forse in un addio ammantato dalla speranza di potersi tradurre in un arrivederci... non lo ricordava, ormai, e non avrebbe avuto valore nella propria distinzione, là dove il concetto non sarebbe mutato: ella era stata, ancora una volta, pronta a sacrificarsi. E si era sacrificata.
Un sacrificio, quello di pochi anni prima, obiettivamente non diverso da quello di molti anni prima, e di ogni altra dannatissima occasione. E un sacrificio che, ancora una volta, aveva veduto Howe e Be’Wahr, insieme a Seem e a tutti gli altri, essere costretti al ruolo di meri spettatori, piangendo la perdita della loro amica, di quella loro sorella, e con essa di una parte fondamentale della propria esistenza.

“... ora basta...”

Howe era stanco. Era obiettivamente stanco di veder Midda Bontor entrare e uscire dalla sua esistenza con assoluta noncuranza, con la più totale indifferenza, quasi come se, in fondo, a nessuno importasse veramente. Perché a lui importava. E quanto, ora, non gli importava più sarebbe stato il timore di apparire egoista, egocentrico, nell’accentrare la questione su di sé, nel riportare l’interesse unicamente sulle proprie esigenze, sui propri sentimenti.
Anche perché, sino a quel momento, a nessuno, chiaramente, era importato dei suoi sentimenti. Neppure a Lys’sh...

« Posso avvicinarmi o sei ancora troppo arrabbiato...? »

A sorprenderlo, costringendolo a riemergere dal turbinio dei propri pensieri, e di quei pensieri nei quali era sprofondato seduto a terra in un angolo fra le rovine della Città della Pace, fu proprio la voce di Har-Lys’sha, allora quasi evocata, in tal maniera, dal proprio stesso flusso di coscienza.
Har-Lys’sha che, ovviamente, non soltanto era stata in grado di ritrovarlo, ma, anche, di appropinquarsi a lui con la propria consueta discrezione, tale per cui, anche non fosse stato così assorto dal proprio flusso di coscienza, egli non avrebbe avuto probabilmente ad accorgersi di lei.

« Non sono arrabbiato. Sono deluso... » puntualizzò egli, salvo rendersi conto di essersi appena mentito, e, in ciò, ritrovarsi costretto a correggere il tiro « Cioè... sono anche arrabbiato. Ma con Midda. » precisò, aggiungendo subito dopo « Cioè... un po’ anche con te. »

Lys’sh sorrise a confronto con l’evidente confusione emotiva del proprio amato, e di quell’uomo che, al di là di tutta la propria apparente spavalderia, avrebbe avuto a doversi intendere decisamente più fragile di quanto chiunque non potesse immaginare. E muovendosi fino a lui, con un gesto elegante, ebbe a lasciarsi sedere al suo fianco, senza tuttavia ancora cercare un contatto fisico, a rispettarne i sentimenti.

« Dannazione, Lys’sh... » argomentò allora, scuotendo il capo con chiara frustrazione « Possibile che tu non ti renda conto di quanto Midda stia rischiando in tutto questo...?! »
« Me ne rendo conto. Me ne rendo conto perfettamente. » confermò ella, annuendo appena e sorridendo con dolcezza verso di lui, in quel suo personalissimo modo di sorridere, conseguenza di una bocca priva di labbra « E non credere che io non sia preoccupata per lei. Anzi... sono terrorizzata dall’idea di poterla perdere, e di perderla per sempre. »
« E allora perché ti sei dichiarata concorde con questa follia? Perché hai accettato l’idea che possa sacrificarsi in questa maniera...?! »

Per un solo, fugace istante ella si concesse di restare in silenzio. Non per avere a riflettere, non per sforzarsi di trovare le parole giuste, quanto e piuttosto per concedere al proprio interlocutore tempo utile a predisporsi psicologicamente ad accettare la sua risposta.
Risposta che, alfine, ebbe quindi a offrigli in termini terribilmente semplici e concisi...

« Midda sta mettendo in gioco la propria vita, rischiando di morire? » domandò retoricamente, con un quieto sorriso « E cosa c’è di diverso rispetto a ogni altro, singolo giorno della sua vita? O delle nostre vite...?! »

venerdì 19 novembre 2021

3829

 

« ... e questo non mi renderebbe, forse, esattamente come Anmel Mal Toise...? » sorrise ella, scuotendo il capo con ragionevole rassegnazione.

Midda comprendeva Howe. E non giudicava negativamente la sua posizione. Anzi. Ella era perfettamente consapevole di quanto quella posizione sarebbe stata esattamente la sua fino a pochi anni addietro, fino a prima della propria esperienza nei patti di Madailéin Mont-d'Orb o, quantomeno, di quella bizzarra e perversa rielaborazione di Maddie a opera di Desmair.
Quanto espresso da Howe non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual evidenza di cattiveria, o di ferocia da parte sua. Non più di quanta cattiveria o ferocia sarebbe stata quella di una qualunque belva messa alle strette e desiderosa di avere, comunque, a definire il proprio diritto a esistere.
Tuttavia, allo stesso modo, anche Anmel aveva da sempre operato, nell’insana ricerca di una qualche forma di immortalità: una donna mortale, per quanto figlia di un faraone, di un sovrano considerato essere al pari di un dio, desiderosa divenire, a tutti gli effetti, al pari di una dea, e pronta a tutto in tal senso, persino a procreare un figlio giacendo insieme a un mostruoso dio come Kah. Midda non aveva ancora ben chiaro in che misura tutto ciò avesse avuto ruolo nel trasformare Anmel dalla donna che era al mostro che poi la Storia aveva voluto ricordare, né avrebbe potuto vantare la benché minima certezza nel merito del ruolo giuocato dalla stessa nel plasmare il suo mondo per così come ora tutti loro lo conoscevano. Ma che tale ruolo fosse stato avrebbe avuto a doversi considerare indubbio, anche e soltanto a confronto con l’evidenza di quanto ella stessa, in quel breve lasso di tempo, aveva già avuto, involontariamente, a modificare la propria realtà, e a modificarla, per l’appunto, introducendo l’intera stirpe dei ritornati, in un’alterazione di ogni equilibrio che, di certo, avrebbe avuto a dover essere pagato per gli anni a venire, per i secoli a venire, se non, e addirittura, per i millenni a venire, nel non voler minimizzare l’impatto che quelle creature immortali avrebbero avuto ancor necessariamente a imporre sulla realtà loro circostante. E se in così poco tempo ella aveva modificato molto, quanto della propria realtà, e di ciò che ella aveva sempre considerato normale, avrebbe avuto a doversi attribuire all’opera di Anmel Mal Toise? E, soprattutto, quanto ancora ella stessa avrebbe potuto sconvolgere il mondo se soltanto avesse continuato a conservare quei poteri?!
In grazia al quinquennio da lei e da Be’Sihl trascorso fra le stelle del firmamento, in compagnia di Duva e di Lys’sh, di Tagae e di Liagu, nonché di tutti gli altri amici e nemici che avevano contraddistinto quel periodo; Midda Bontor aveva avuto occasione di constatare in maniera estremamente diretta, e inequivocabile, quanto il proprio mondo rappresentasse una bizzarra eccezione nel confronto con la maggior parte degli altri pianeti civilizzati dell’universo o, per lo meno, di quell’angolo di universo ove si era ritrovata a essere. Una bizzarra eccezione che, con il senno di poi, facile sarebbe quindi stato avere a considerare responsabilità della medesima Anmel Mal Toise e del suo operato.
Ma se Anmel, sospinta solo dalla propria ricerca di immortalità, era stata in grado di alterare in maniera tanto profonda il suo mondo, quali pericoli avrebbe mai potuto imporre a quella realtà, e a tutte le persone a lei care, lasciandosi dominare dalla medesima ostinazione?
No: per quanto Midda Bontor comprendesse perfettamente la posizione espressa dal suo amico Howe, ella non avrebbe mai potuto arrogarsi il diritto di avere a lottare strenuamente per la propria sopravvivenza. E, men che mai, il diritto di sterminare tutti quegli uomini e quelle donne che, sì, fino a qualche tempo prima aveva sempre inteso essere propri nemici, ma che, in fondo, nulla desideravano se non qualcosa di giusto, qualcosa di buono: proteggere quel mondo, quella realtà, dal potere di Anmel Mal Toise. E da quel potere che, ora, era il suo potere.

« Procediamo, per cortesia. » insistette quindi volgendosi nuovamente in direzione degli uomini e delle donne a capo della Progenie della Fenice, gli stessi che, allora, avrebbero certamente potuto operare quanto necessario per tradurre quel comune intento in realtà « Ditemi che cosa volete che io faccia... e lo farò. »

L’unica, a margine di tutto ciò, che non ebbe a prendere parola, comprendendo e rispettando pienamente la decisione da lei così espressa, per quanto ovviamente preoccupata per il suo destino, per la sua sorte, ebbe a essere Har-Lys’sha.
La giovane ofidiana amava profondamente Midda Bontor, nella quale, accanto a Duva Nebiria, aveva scoperto non soltanto una famiglia ma aveva anche ritrovato l’idea di una famiglia, e di una famiglia che troppo a lungo le era stata negata. In tal senso, Lys’sh non aveva avuto esitazione alcuna a rinunciare a tutto ciò che per lei era stata la propria quotidianità per attraversare l’universo intero al fine di limitare il resto dei propri giorni entro i confini di un singolo pianeta, di un solo mondo e di un solo mondo, invero, anche parecchio arretrato dal proprio personale punto di vista. Non aveva avuto esitazione alcuna perché avrebbe ovviamente preferito vivere insieme alla propria sorellona in una caverna piuttosto che trascorrere il resto della propria vita in un lussuoso appartamento senza di lei. E per tale ragione, improbabile sarebbe stato ipotizzare che ella potesse essere concorde all’idea che ella avesse a sacrificare la propria vita in quella maniera.
Ma proprio in conseguenza al profondo sentimento che la legava a lei, Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a comprendere, meglio di chiunque altro, quanto profondamente tormentata avesse a doversi riconoscere la sua attuale realtà, e quella realtà nella quale ella si era ritrovata proprio malgrado intrappolata. Una realtà che le stava negando la possibilità di essere realmente felice, di riuscire a vivere realmente la propria vita, di essere realmente se stessa, nell’ansia costante, continua e ossessiva di ciò che avrebbe potuto accadere se avesse abbassato la guardia, e se avesse, inconsciamente, attivato i poteri propri della regina Anmel Mal Toise. Vedendo, quindi, la minaccia rappresentata dall’eredità di Anmel al pari di una malattia, e la soluzione concordata con la Progenie della Fenice come una cura, per quale ragione Midda Bontor avrebbe dovuto rischiare di non poter più vivere la propria vita per effetto di quella malattia quando, per l’appunto, avrebbe potuto curarsi...?!

« Non mi dire che tu sei d’accordo con lei...! » commentò Howe, guardando stranito la donna da lui amata, e quella donna nel silenzio della quale difficile sarebbe stato fraintenderne il pensiero.
« La comprendo. » confermò Lys’sh, annuendo appena verso di lui e appoggiando la propria mancina sulla spalla destra dell’amica, a dimostrarle la propria quieta solidarietà per quella sua ardita scelta « L’ho vista soffrire troppo in questi ultimi tempi per dimostrare tanto egoismo da negarle questa possibilità. E se esiste, effettivamente, una possibilità in grazia alla quale ella possa tornare a vivere la propria vita come un tempo... beh... credo che sia giusto che abbia a prenderla in considerazione. »
« Grazie, sorellina. » annuì la Figlia di Marr’Mahew, apprezzando sinceramente tutto ciò.

Ma lo shar’tiagho, tutt’altro che felice di quella replica, ebbe allora a tirarsi indietro rispetto alle due, scuotendo il capo con aria di assoluto disappunto.

« Se pensate che io starò qui a guardare, ancora una volta, un’amica che si suicida, vi sbagliate di grosso. » escluse pertanto, arricciando le labbra quasi con disgusto « Ti ho già vista buttarti nel vuoto... e ho già pianto il tuo sacrificio. Questa volta, scusami, ma non contare su di me e sulle mie lacrime. » dichiarò, con la voce che, malgrado tali parole, stava già dimostrandosi palesemente rotta dall’emozione « Non intendo piangere per un’idiota a cui fa chiaramente schifo vivere... e non intendo essere presente a testimoniare la tua morte, non desiderando avere a dover raccontare ai tuoi figli, al tuo amato Be’Sihl e a tutti i nostri amici quello che è successo. » specificò, voltandosi di spalle e avviandosi in direzione dell’ingresso dal quale erano sopraggiunti « A te l’onore di tutto ciò... Har-Lys’sha. Visto che sei comunque d’accordo con lei. »