11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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mercoledì 8 gennaio 2014

2154


Epilogo.

… no. Nessun errore. Desidero proprio scrivere, ora, un epilogo per questo mio secondo resoconto benché, come credo che ormai abbia a considerarsi spiacevolmente chiaro, la vicenda… o, meglio, le vicende in cui mi ritrovai a essere spiacevolmente coinvolta, avessero allora a doversi riconoscere ben lontane dal potersi ipotizzare concluse. E lontane a sufficienza, in effetti, da rendere necessario, per riservarmi maggiore opportunità di chiarezza in queste mie testimonianze, in questi miei diari, spezzare la questione prima che, nella propria eccessiva estensione, possa risultare indubbiamente complicata quanto anche nel confronto con la mia vita ebbe a dimostrarsi.
Posso comprendere come, sotto il profilo che sarebbe proprio dell’epica o, più semplicemente, della narrativa, spingermi a un epilogo prima ancora che ogni punto emerso, ogni sfida affrontata o da affrontare, abbia a considerarsi risolta, possa essere considerato qual un errore o, addirittura, un torto a discapito di chi potrebbe star seguendo con attenzione e con, spero, interesse, questa mia cronaca. Ma, allo stesso modo in cui io posso comprendere, spero di essere in grado di lasciar trasparire il forse non semplice, non ovvio, non immediato messaggio di quanto, la mia vita, la mia esistenza quotidiana, non abbia a potersi considerare studiata a tavolino per il mero intrattenimento di possibili lettori o ascoltatori, ragione per la quale, che possa essere apprezzato o meno, raramente si è concessa occasione di proseguire per capitoli, o per episodi, o per qualunque altro genere di frammentazione nella quale bardi e cantori, in passato, si sono impegnati al fine di rielaborarla per renderla più fruibile. Poi, il fatto che io non sia né un bardo, né un cantore, e in quanto ben lontana dal potermi definire tale, possa dimostrarmi meno capace di individuare momenti più opportuni per intervenire all’interno del corso degli eventi e imporre una parentesi di estemporanea interruzione… beh… non desidero negarlo, così come non credo di aver mai affermato nulla in senso contrario.
Probabilmente, la cosa migliore che potrei augurare a questi possibili lettori o ascoltatori, è l’eventualità nella quale un giorno, questi miei manoscritti, possano finire nelle mani di un professionista, di qualcuno in confidenziale relazione con l’arte della parola e dell’oratoria, in termini utili a poterli veder revisionati e, in ciò, riadattati in termini che ne possano favorire il consumo. Benché, in effetti, così facendo, il rischio che si avrebbe a poter correre, ancora una volta, sarebbe quello di veder tradita la verità dei fatti, o, per lo meno, la mia verità dei fatti, in funzione di qualche necessaria soluzione narrativa utile a rendere più coinvolgenti o più esaltanti gli eventi da me riportati, in ciò vanificando il mio solo, e iniziale, intento di poter offrire un punto di vista quanto più possibile arbitrario sulla mia stessa vita, senza inutili eccessi o facili retoriche.
Comunque potrà mai andare, però, in questo momento sono io l’unica cantastorie attualmente coinvolta in questa faccenda. Ragione per la quale, ancora una volta…
… epilogo!

Facendo ritorno, in compagnia di Duva e di Lys’sh, sul pianeta conosciuto come Loicare, là dove pur, tutte e tre, avremmo dovuto considerarci evase e ricercate, mi ero posta due semplici obiettivi: riuscire a ritrovare il mio amato compagno, Be’Sihl, e riuscire a ritrovare i due beni che mi erano stati confiscati al momento dell’arresto, la mia spada bastarda e il mio bracciale dorato.
Evidenziare come non sia stata propriamente in grado di riportare successo in alcuno di questi due fronti, credo, abbia a doversi considerare pura retorica. Sottolineare, tuttavia, come sia stata persino in grado di smarrire, in tutto ciò, Duva e Lys’sh, separandomi da loro, credo, abbia a doversi considerare qual drammatica malasorte… per non ricorrere a un gergo più volgare e, ciò non di meno, giustificabile. Perché laddove mancare ben due obiettivi avrebbe dovuto essere riconosciuto qual già adeguatamente frustrante; riuscire anche a fallire su un terzo versante, qual quello che mi aveva vista divisa dalle mie uniche due alleate entro i confini di quel mondo, avrebbe dovuto essere riconosciuto persino peggio.
Una situazione di per se, quindi, estremamente spiacevole. Anche se, al danno, la vera, concreta e incontrovertibile beffa addizionale aggiunta avrebbe alfine dovuto essere considerata la mia lì attuale situazione di prigionia, e di prigionia nelle mani di una giovane, ricca e sadica donna convinta di dovermi considerare qual responsabile per l’omicidio di suo padre.
Riassumendo, pertanto…

Fronte Be’Sihl. Dopo aver accettato di lasciarmi accompagnare dal mio amato nell’unico viaggio della mia vita dal quale, probabilmente, avrei fatto bene a escluderlo, per evitare il rischio di vederlo smarrirsi su un mondo per lui alieno con la consapevolezza di esserne stata l’unica causa; mi ero immediatamente e stupidamente impegnata nell’unica direzione entro la quale avrei fatto meglio a restare tranquilla, non soltanto mettendomi nei guai con le forze dell’ordine autoctone ma, peggio, concedendomi la sciocca possibilità di minacciare un magistrato locale nel mentre in cui questi stava prendendo al vaglio il mio caso. Così, nel mentre in cui al mio amato era stata restituita la libertà, permettendogli di girovagare, solo e abbandonato, su un pianeta per lui del tutto sconosciuto, non che per me fosse il contrario; io mi ero guadagnata un viaggetto su una luna lontana, per essere lì condannata a un anno di lavori forzati all’interno di una cava di idrargirio. E, come se non bastasse, dopo essere stata perseguitata dal mio semidivino sposo, risedente all’interno dello stesso corpo del mio amato, per tutta la durata della mia permanenza in villeggiatura, quando obiettivamente avrei preferito anche fare a meno della sua spiacevole compagnia; non appena riottenuta la libertà, fortunatamente in tempi più brevi rispetto a quelli paventati, mi ero ritrovata del tutto impossibilitata a stabilire con lui un qualunque contatto, e, in conseguenza di ciò, a essere informata nel merito di come o dove rintracciare entrambi.
Devo davvero specificare come, all’epoca di quegli eventi, per quanto impossibile, la mia più completa assenza di sopportazione e di tolleranza nel confronto con l’esistenza in vita di Desmair avesse a doversi considerare paradossalmente precipitata, in termini tali che, se solo avessi avuto la possibilità di ucciderlo un’altra volta, o, anche e meglio, di cancellare dal piano dell’esistenza il suo spirito immortale, mi sarei ben impegnata in tal senso?! Giusto per ringraziarlo adeguatamente della sua più totale assenza di collaborazione nei miei riguardi, s’intende…
Fronte spada e bracciale. Se in merito a Be’Sihl avrei potuto considerarmi priva di qualunque ipotesi utile a definirne la posizione e, con esso, a rintracciarlo, a raggiungerlo e a riabbracciarlo; riguardo alla mia spada bastarda e al mio bracciale dorato non avrei potuto riservarmi maggiore soddisfazione dal momento in cui, seppure per entrambi ero allora stata in grado di restringere lo spettro delle possibilità a soltanto due luoghi distinti, la mia prima, e allora ancor unica, visita a uno di tali luoghi non aveva portato ad alcun successo degno di essere definibile qual tale, facendomi altresì scoprire, purtroppo e spiacevolmente, quanto probabilmente la mia arma prediletta avrebbe avuto a doversi considerare allor perduta, dopo essere stata riscattata da un soggetto non ancor meglio definito.
Certamente, se solo non fossi stata spiacevolmente interrotta nel corso del mio interrogatorio con il malcapitato che avevo catturato qual ipotetico collaboratore coatto, forse sarei anche stata in grado di ipotizzare ove poterla rintracciare, anche se, in effetti, una parte di me iniziava a sospettare che la questione si sarebbe probabilmente presto tramutata in una qualche tipica disavventura di quelle nel corso della quale un indizio non avrebbe condotto a null’altro che a un nuovo indizio, e così via dicendo senza mai poter sperare di raggiungere, effettivamente e concretamente, un risultato degno di nota. Altrettanto certamente, comunque, non appena mi fosse stata concessa nuovamente possibilità d’azione, uno fra i miei primi interessi sarebbe stato rivolto a individuare, comunque, il successivo indizio in quella strana caccia al tesoro, laddove, in una certa personalissima e appena marcata affezione ai miei beni, non avrei per nulla al mondo concesso ad alcuno di sottrarmi quanto mio di diritto, qual, in fondo, tanto l’una quanto l’altro erano da anni.
Ma chi mai avrebbe avuto interesse a impossessarsi delle mie cose…?!
Fronte Duva e Lys’sh. Con il senno di poi, con la maturità della quale, ormai, sono fortunatamente rientrata in possesso nel mio relazionarmi con la realtà per me circostante, non potrei evitare di criticare l’ingenuità da me allora dimostrata nell’ignorare quanto il mezzo più facile per rientrare in contatto con le mie compagne sarebbe stato quello di stabilire un canale di comunicazione con la Kasta Hamina e farmi guidare da loro. Oppure, e ancor più banalmente, fare ritorno al porto, allo spazioporto s’intende, là dove avevamo lasciato la nostra navetta, e lì attenderle, certa di come, presto o tardi, proprio a tal punto avrebbero comunque dovuto far riferimento.
Purtroppo, benché in quei giorni avessi iniziato a maturare consapevolezza nel merito di come avrei dovuto costringermi, malgrado quarant’anni di esperienza sulle spalle, a rimettermi in giuoco e a imparare nuovi trucchi; la vecchia cagna che, in fondo, ero e sono, non si dimostrò sufficientemente duttile, nella propria impostazione psicologica, da riuscire a concedersi due deduzioni pur a posteriori tanto ovvie. Ragione per la quale, mio malgrado, non feci altro che cacciarmi in nuove e straordinarie occasioni di guai... la storia della mia vita, in fondo!

E così, priva della compagnia del mio sinceramente amato Be’Sihl Ahvn-Qa; priva della compagnia del mio sufficientemente odiato marito Desmair; priva della compagnia della mia prediletta spada bastarda o del mio bracciale dorato; e priva, persino, della compagnia delle mie prime due nuove amiche, sorelle d’armi, in quella realtà per me ancora indubbiamente sconosciuta; tutto ciò che ebbe allora a restarmi fu la compagnia di Milah Rica Calahab, perversa fanciulla armata di una spiccata predisposizione al sadismo, nel merito dei propositi della quale ancora non avrei potuto dichiararmi effettivamente conscia, nell’eventualità che potesse decidere di riprendere a torturarmi per l’eternità qual sola punizione per la morte del padre a me attribuita, oppure che, e forse peggio, potesse decidere di prendermi realmente in simpatia e coinvolgermi in quale suo, per me, ancor non chiarito proposito. Sempre ammesso, ovviamente, che tutto ciò che sino a quel momento aveva imposto a mio discapito avesse a doversi considerare realmente connesso a un desiderio di vendetta nei miei confronti… eventualità da giudicarsi, necessariamente, tutt’altro che retorica.
Perché, al di là di quelle inquietanti rivelazioni così concessemi, il quadro d’insieme avrebbe avuto a doversi considerare ancora ben distante dal potersi ritenere effettivamente rivelato, realmente chiaro…
… e non tanto nelle proprie sfumature minori ma, persino, nelle proprie figure maggiori e, addirittura, nell’identità stessa dell’ancor ignoto artista che tanto impegno stava evidentemente ponendo al solo scopo di rendere ogni giorno la mia vita sempre più dannatamente complicata di quanto già non sarei stata io stessa drammaticamente, e pur con incredibile dedizione, capace di rovinarla!

martedì 7 gennaio 2014

2153


« Chissà perché credo che preferiresti chiamarmi in altri modi… e, magari, approfittare di qualcuno di questi coltelli per aprirmi il ventre, strapparmi le viscere e impiccarmi con il mio stesso intestino, lasciandomi poi penzolare agonizzante da quella balaustra, qual monito per chiunque altro, dopo di me, dovesse ancora una volta commettere l’imprudenza di trarti prigioniera. » argomentò, quasi trattenendosi dal ridere nel descrivere un simile quadro a proprio stesso, ipotetico discapito, come se, in quelle medesime parole, avrebbe dovuto essere individuato un qualche aneddoto straordinariamente divertente, allorché raccapricciante « Comunque sì… puoi chiamarmi così, se ti fa piacere. »
« Forse… forse hai ragione. » replicai, mantenendomi volutamente ambigua nei suoi confronti, non desiderando concederle opportunità di soddisfazione in tal senso e, ciò non di meno, neppure andarle esplicitamente contro, così come, allora, avrebbe soltanto rischiato di rendere meno difendibile la mia posizione, meno solido il controllo che mi stavo cercando di imporre « O forse no… in fondo non ti dimenticare con chi hai a che fare. »
« Non potrei mai dimenticarlo… » negò ella, scuotendo appena il capo a escludere simile eventualità « Si può tranquillamente affermare come il tuo non sia un profilo che possa essere facilmente ignorato o, peggio, dimenticato… al contrario. » definì, offrendomi fondamentalmente ragione e, ciò non di meno, in tal senso, lasciando crescere in me tanto la curiosità, quanto un senso di necessaria inquietudine, alla prospettiva di quanto avrei potuto scoprire celarsi dietro simili parole.

Ove anche, del resto, nel mio mondo natale, nel pianeta in cui sono nata e cresciuta, e, sino ad allora, ero sempre vissuta, avrei potuto in fede considerarmi una personalità di rilievo, in grazia a vent’anni di straordinarie imprese, di gesta compiute sempre oltre ogni confine di umano limite, oltre ogni demarcazione fra quanto possibile e quanto, altresì, riconosciuto qual impossibile;  in quella nuova e più ampia realtà, entro la quale avrei dovuto essere considerata fondamentalmente novizia, straniera e, addirittura, aliena, non avrei potuto vantare alcun genere di privilegio derivante dal mio stesso nome, né, tantomeno, avrei accettato, a quel livello d’inesperienza, l’idea che potesse effettivamente sussistere una qualche motivazione di fama associabile, o peggio associata, al mio stesso nome.
Per tale ragione, giuochi a parte, il fatto che la mia ospite potesse continuamente e fermamente sostenere delle presunte motivazioni di pubblica e, persino, ovvia conoscenza associata alla mia persona, alla mia fama, alla mia nomea, non avrebbe potuto mancare di incuriosirmi e inquietarmi, in un più che legittimo dubbio nel merito di quali avrebbero avuto a doversi riconoscere i motivi simile prestigio… o qualunque altro termine più adeguato avrebbe potuto essere in tutto ciò impiegato per meglio descrivere la mia posizione. E se, fino a quella prima, non inedita, asserzione, avrei già potuto riservarmi occasione di curiosità e inquietudine, quanto ella, subito dopo, ebbe modo di incalzare, ebbe a trovarmi tanto disorientata che, se solo restai immobile e, apparentemente, impassibile, fu perché mi scoprii, invero, impossibilitata a qualunque genere di reazione fisica in conseguenza all’intimo disordine da tutto ciò, per me, derivante.

« Midda Namile Bontor… nata quaranta cicli fa in un minuscolo pianeta di un lontano sistema periferico. » proseguì, quasi a citare a memoria una qualche scheda biografica precedentemente letta a mio riguardo, in merito a una mia ipotetica identificazione « Ancora bambina, scappasti di casa intrufolandoti di nascosto, qual clandestina a bordo di una nave commerciale, sulla quale successivamente ti facesti arruolare, iniziando prima qual mozzo e, nel corso del tempo, maturando esperienza qual marinaio e combattente. Dopo un viaggio di quattro cicli, insieme al tuo compagno, abbandonaste la nave sulla quale entrambi eravate cresciuti e cercaste fortuna nell’acquistare il rottame di una vecchia nave, per rimetterla in sesto. » dichiarò, cogliendo nel mio silenzio soltanto ragione utile a proseguire in quella propria spiegazione, in quella propria illustrazione nella quale il nostro dialogo era mutato, sostanzialmente, in monologo « Dopo qualche ciclo, ti separasti dai tuoi compagni e, accusata di reati di pirateria, fosti condannata per la prima volta a una pena a vita, in una giurisdizione estranea a quella di Loicare. Evasa a prezzo del tuo braccio destro, scomparisti dalla scena per diverso tempo, fino a quando, ormai vent’enne, ti ripresentasti in circolazione reinventata qual mercenaria. E proprio in quanto tale, iniziasti a imporre il tuo nome in questo intero angolo di universo, prendendo parte sostanzialmente a ogni conflitto ebbe a combattersi in quel periodo e compiendo molte altre imprese al servizio dei più svariati committenti. »

Per chi, fra coloro che leggeranno queste mie parole, questo mio resoconto, dovesse avere una qualche trascorsa confidenza con la sottoscritta, e con il mio reale passato, immagino non vi sarà ragione alcuna di esplicitare le motivazioni alla base del mio stupore, del mio sconvolgimento innanzi a tutto quello che, in simile riassunto, venne riportato della mia esistenza. Per chi, invece, non dovesse avere le idee sufficientemente chiare, basti sapere come, fatta eccezione per un paio di dettagli attorno ai quali diversa avrebbe dovuto essere intesa l’accezione dei termini utilizzati, nonché per un altro paio di dettagli giustificabilmente imprecisi, nulla di quanto allor sostenuto da parte della mia interlocutrice avrebbe avuto a doversi considerare inesatto né, tantomeno, privo di fondamento.
Qual avrebbe dovuto essere considerato il problema in tutto ciò…?!
Semplice ed estremamente inquietante: a meno di non provenire dal mio pianeta natale, entro i confini del quale, invero, avrebbero avuto a doversi considerare ambientati tutti gli eventi in tal modo descritti, nel considerare con il termine navi non tanto delle navi stellari, quanto e piuttosto delle imbarcazioni concepite per veleggiare sulle acque dei mari a me tanto cari, da me tanto amati; nessuno, in Loicare o altrove, avrebbe mai dovuto essere a conoscenza, con un tale livello di dettaglio, di eventi propri della mia giovinezza, laddove neppure a Duva o a Lys’sh, mie prime e allor ancora uniche amiche in quel nuovo contesto, o agli altri membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, avevo avuto ancora occasione o motivo di narrare simili eventi, tali fatti in maniera sì ordinata e puntuale.
Come avrebbe mai potuto, pertanto, Milah Rica Calahab, o chi per lei, essere in tal misura informata nel merito del mio passato...?!

« Il numero esatto di persone, umani o chimere, che tu hai ucciso nel corso degli ultimi venti cicli ha da considerarsi di improbabile stima, benché c’è chi sostenga che si potrebbe aggirare persino intorno alle ventimila unità… arrivando, quasi, a vanificare la differenza fra assassinio e genocidio, se non fosse che un tale traguardo è stato da te pazientemente raggiunto solo attraverso lunghi e lunghi cicli di costante applicazione all’arte della guerra e dell’omicidio a discapito di altri combattenti, di altri guerrieri, e non con una qualche volgare incursione volta a sterminare sistematicamente gente inerme e incapace a difendersi. » continuò ancora, non ritrovando da parte mia alcuna apparente ragione utile ad arrestarsi in tale argomentazione e, anzi, forse cogliendo non soltanto per tramite del mio silenzio, ma anche dei miei stessi occhi e del mio volto, un via libera a proseguire, nella sorpresa che, probabilmente, non stavo più riuscendo a mistificare.
« Ventimila persone sono tante… non trovi?! » mi domandò allora, in un tono che fu difficile distinguere qual retorico oppure no « Secondo me sono tante… molte più di quante non potrei mai essere in grado di ricordare, neppure volendo. » commentò, meditabonda « Non puoi, quindi, sorprenderti se qualcuno possa arrivare a porre una taglia di centomila crediti sulla tua testa, per esigere vendetta… io stessa lo avrei fatto, e sarei stata anche disposta a offrire molto di più, se non avessi preferito potermi divertire a vederti soffrire in una lenta danza con la morte, allorché accontentarmi dell’idea che tu fossi stata uccisa. » si confidò, piegando appena il capo di lato, con fare sornione « Ma, dopotutto, credo sia stato meglio così. Perché se ti avessi fatta uccidere non avremmo potuto mai giungere a questo sereno momento di confronto. E perché, in fondo, il fatto che tu abbia ucciso mio padre non mi ha poi imposto un reale torto. Al contrario… »

lunedì 6 gennaio 2014

2152


A voler essere pignola, accanto all’occasione di una doccia e a degli abiti, quanto poi non avrei potuto ovviare a desiderare sarebbe allor stata un po’ di energia per il nucleo all’idrargirio del mio arto meccanico e, magari, un’arma, fosse anche soltanto una corta lama, con la quale sentirmi libera di sgozzare ogni guardia che, su di me, si era sino ad allora impegnata ad attuare con straordinaria efficacia ed efficienza ogni dannato ordine ricevuto dalla propria padrona. A voler essere pignola, comunque, la lama non sarebbe allor stata realmente necessaria per imporre tale condanna a discapito di simili figli d’un cane, che, entro certi limiti, avrei anche potuto considerare miei colleghi e verso i quali, ciò non di meno, non avrei riservato alcuna pietà se solo mi fosse stata concessa un’occasione di rivalsa a loro discapito, laddove la mia protesi sarebbe allor stata tutto ciò di cui avrei potuto necessitare per soddisfarne ogni sete di sangue e di violenza a loro discapito. A voler essere pignola, ancora e in effetti, neppure la mia protesi, che pur avrebbe potuto dimostrarsi non soltanto utile, ma anche estremamente duttile nel concedermi di imporre su di tutti loro morte in molteplici modi diversi e incredibilmente strazianti, in grazia alla propria forza sovrumana, sarebbe stata allor effettivamente indispensabile a tale scopo, dal momento in cui, obiettivamente, nella mia mancina, in carne, unghie e ossa, nonché nelle mie gambe e, con esse, in ogni singolo muscolo del mio stesso corpo, avrei potuto trovare tutto ciò di cui abbisognare per saziarmi. Ciò non di meno, ove, quindi e pertanto, non appena liberata dai miei ceppi, avevo già individuato almeno una mezza dozzina di strategie utili a garantirmi possibilità di compiere simile strage senza, in questo, neppure rischiare di essere ferita, o uccisa, dalle armi da essi impugnate, non levai neppure un dito sui miei carcerieri, costringendomi, allora, ad affrontare tale nuova situazione, simile contesto, in maniera forse e persino un po’ inedita, almeno per me, nel costringermi a rapportarmi con esso in termini più moderati di quelli che pur il mio animo avrebbe preteso da me, soprattutto a seguito di quanto accaduto in quegli ultimi giorni.
Violente, e pur giustificabili, considerazioni a parte, il mio anfitrione non si concesse comunque occasione di tradire la parola data e, con essa, di negarmi l’effimera parvenza di libertà promessami. Una parvenza di libertà che, addirittura, ebbe alfine a consumarsi, per mia assoluta e più che ragionevole sorpresa, in un altro, ulteriore ambiente, che meglio permise di definire la mia allora effettiva e attuale collocazione. Perché, dopo essermi stato concesso di rivestirmi, venni allora condotta, sempre adeguatamente scortata, attraverso un lungo corridoio e, da lì, a un ascensore, quale avevo scoperto chiamarsi tale particolare mezzo di trasporto verticale, per tramite del quale raggiunsi, alfine, la mia ospite… e la raggiunsi, nella fattispecie, al centro di un’amplia terrazza elevata al di sopra della città per qualche centinaio di piedi, praticamente in cima a uno degli edifici più alti che mi venne concessa occasione di individuare lì attorno. E benché, lo ebbi subito a comprendere, le medesime filosofie proprie della cultura del regno in cui avevo principalmente operato negli ultimi vent’anni della mia esistenza, non avessero a doversi considerare lì applicabili; non poté che sorprendermi, e, addirittura, farmi sorridere, l’idea di quanto, obiettivamente, certe scelte, taluni concetti, non sembrassero conoscere fondamentalmente confini, neppure a livello planetario, facendomi allora ritrovare quella mecenate, qual ella sarebbe probabilmente stata considerata in un ambiente a me più familiare, a vivere all’interno di quella che, in effetti, avrebbe potuto essere definita qual un’enorme torre, in nulla distante, in nulla aliena da quelle all’interno delle quali i principali mecenati della città che avevo adottato qual mia, e che, alfine, mi aveva a sua volta adottata qual propria, avrebbero dovuto essere riconosciuti soliti vivere.

« Ben ritrovata… mia cara. » mi accolse Milah, seduta compostamente in prossimità a un tavolo rotondo, in bianco metallo elegantemente lavorato e soltanto in parte celato al di sotto di un’egualmente bianca tovaglia, lì apparentemente crogiolandosi sotto la luce di un sole che da troppo tempo mi era stato ormai negato, e nel confronto con il quale, per un istante, ebbi a sentirmi persino a disagio, scoprendomi eccessivamente assuefatta all’illuminazione artificiale propria degli ambienti all’interno dei quali, sino a un attimo prima, ero stata segregata « Ho ritenuto che avresti potuto apprezzare che questo nostro momento di quieto confronto avvenisse in un contesto sereno qual quello di una colazione… prego, accomodati pure e serviti con quanto più tu abbia a poter gradire. » mi invitò, indicandomi l’unica altra poltroncina presente in prossimità a quel desco, lì evidentemente riservata proprio alla sottoscritta « Dopotutto sono giorni che il tuo corpo viene nutrito soltanto in maniera artificiale… e, immagino, tu possa avere piacere a porre qualcosa sotto ai denti in termini più consueti. »

Confessione: sino a quell’accenno alla mia alimentazione, devo ammettere che non avevo avuto occasione di prestare la benché minima attenzione all’evidenza di come, in quegli ultimi giorni di prigionia, non mi fosse mai stato servito un pasto né, parimenti, il mio corpo avesse reclamato l’esigenza di cibo. Nel contesto proprio di quell’irreale segregazione alla quale ero stata sottoposta, e nel corso della quale troppe volte ero stata praticamente uccisa e resuscitata, il pensiero di un qualunque pasto era necessariamente precipitato in secondo piano, non ritrovando in me alcun particolare interesse né, parimenti, alcuna reale preoccupazione dedicata a simile proposito. Ciò non di meno, nel momento in cui simile tema venne posto alla mia attenzione, non potei evitare di sorprendermi, e di inquietarmi, per i metodi dei quali mi ero ritrovata a essere vittima in quel periodo. Metodi nel confronto con i quali, addirittura, l’esigenza stessa di nutrimento era stata deprecata non diversamente dal pericolo del mio imprevisto decesso, timore nel confronto con il quale mai i miei aguzzini si erano ritrovati in condizione di dover arrestare il proprio operato, di dover porre in dubbio una qualche, propria particolare scelta nei miei confronti.
Inevitabile, in tutto ciò, non poté che riemergere prepotente e furiosa l’ira in me, ira in contrasto a quella giovane donna responsabile per tutto ciò, per tutta la sofferenza che mi era stata imposta, ben oltre ogni consueto, umano e accettabile limite. Egualmente inevitabile, in tutto ciò, non poté che ricadere il mio sguardo a quanto presente sulla tavola imbandita e, lì, alle posate, comprensive di coltelli di varia dimensione, posti a mia disposizione. Coltelli che, indiscutibilmente, avrebbero dovuto essere riconosciuti qual un vero e proprio azzardo da parte della mia interlocutrice, nella loro pericolosa offerta alla mia pur unica mano allora operativa, al mio unico braccio ancora utilizzabile. Fossi stata, allora, la stessa donna di vent’anni prima, la stessa giovane e inquieta figura che, per la prima volta, si era presentata al mondo nelle allor ricercate vesti di mercenaria, e desiderosa di imporsi qual tale anche a discapito di chiunque altro a sé circostante, soprattutto ove esso si fosse dimostrato tutt’altro che amichevole nei miei confronti; l’attrattiva rappresentata da quei coltelli, e con essi da ogni altra potenziale arma lì offertami, sarebbe stata eccessiva e irresistibile, al punto tale da ritrovarmi necessariamente costretta a compiere una strage e, successivamente, a smembrare, un muscolo alla volta, il mio anfitrione, per ringraziarla per quanto mi aveva imposto.
Fortunatamente, o sfortunatamente, difficile a dirsi, in quegli ultimi vent’anni avevo avuto occasione di crescere, di maturare, addirittura di invecchiare, e, in ciò, di scoprire come scendere a patti con la mia indole più violenta, più feroce, imparando a distinguere il momento migliore per ogni cosa: per agire come per attendere, per uccidere come per parlare celandosi dietro a un ampio e falso sorriso cordiale. Ragione per la quale, allora, ebbi modo di sfoderare il mio più ampio, e più falso, sorriso cordiale, lasciandomi sedere là dove indicatomi e, in maniera composta, appoggiando l’unico avambraccio su cui avrei potuto allora vantare controllo al bordo del tavolo, nel mentre in cui l’arto destro, immobile e inservibile, si limitò a restare peso morto lungo il mio corpo, in attesa del momento, ancor non prevedibile, in cui il proprio nucleo sarebbe stato nuovamente energizzato.

« La tua cortesia e la tua ospitalità sono per me quasi ragione d’imbarazzo, Milah… » commentai per sola replica, pertanto, poi aggiungendo « Posso chiamarti Milah… non è vero?! »

domenica 5 gennaio 2014

2151


Tre tentativi per cercare di soddisfare una sadica bramosa di provare eccitazione al confronto con l’idea di un nuovo modo per infliggere dolore e morte che ella non avesse già avuto occasione di sperimentare. Insomma… niente di più facile, no?!
Se qualcuno, in questo momento, si sta attendendo da parte mia la descrizione, in maniera precisa e puntuale, di ciò che suggerii a Milah… beh… questo qualcuno sappia di avere un bel problema. Perché, a conti fatti, non ha a doversi considerare migliore di lei, per quanto, forse, non ne sia pienamente consapevole. Non è mio desio apparire ipocrita, né, tantomeno, negare una certa cognizione di causa nel merito di disparati metodi di tortura, in parte in conseguenza a quanto da me sgradevolmente subito nei lunghi anni della mia esistenza, in parte, sicuramente, in conseguenza a quanto da me visto e, non voglio negarlo, talvolta sperimentato nello stesso corso della mia vita. Ciò non di meno, pur nulla volendo rinnegare delle scelte da me compiute in determinati momenti della mia storia personale, in particolari contesti bellici nel corso dei quali, credetemi, nulla di etico, nobile o quant’altro sarebbe potuto essere riconosciuto qual ancora rimasto; non ha da essere parimenti considerato mio desio quello di ricercar occasione di vanto nel confronto con tutto ciò, ove, obiettivamente, alcun vanto potrebbe mai essere invocato in concomitanza a determinate azioni a meno di non essere, obiettivamente, malati.
Sia pertanto sufficiente sapere che, laddove la mia prima proposta ebbe a essere giudicata qual tutt’altro che originale, e, in effetti, addirittura già applicata in molteplici occasioni dal mio ben poco sano anfitrione, e la mia seconda proposta, pur considerata inedita, non ebbe sufficiente ragione di appagarla, di soddisfarne le più crudeli indoli, la terza e ultima proposta, ultimo mio tentativo per vincere quella sfida, riuscì nell’intento. E vi riuscì in maniera tale che, pur presentandomi io stessa, abitualmente, qual priva di particolare senso del pudore, tanto nei miei medesimi confronti, quanto e ancor più in quelli di miei eventuali interlocutori, ebbi allora sincera necessità di distogliere lo sguardo dagli occhi di lei che, improvvisamente, ebbero ad animarsi di viva e trasparente lussuria, reale e concreta eccitazione sessuale, nel confronto con l’immagine da me trasmessale.
Thyres… di gente apparentemente assetata di dolore altrui per potersi considerare appagata nel avevo conosciuta parecchia nella mia vita prima di allora, benché, all’atto pratico, ben pochi fra essi avrebbero potuto essere considerati, in senso stretto, sadici. Ma Milah Rica Calahab, in quel momento, nello spettacolo di genuina libido che si premurò di presentarmi innanzi, riuscì a batterli tutti, lasciandomi scoprire un’accezione più piena e completa dell’aggettivo scelto per descriverla.

« Mi dichiaro vinta… » ammise dopo un istante utile a permetterle di riprendersi da quella forte reazione psicologica e fisica alle mie parole, riconoscendo, forse e persino con rammarico, il mio trionfo e, con esso, la propria sconfitta « Ammetto che non avrei potuto neppure immaginare esistesse un fantasia così perversa, molto più di quanto non abbia mai dimostrato di essere la mia. Eppure… mia cara… complimenti. Complimenti davvero. » volle riconoscermi tale merito, benché, dal mio punto di vista, non vi sarebbe potuta essere alcuna ragione utile a definire, quello, qual vagamente meritevole di elogio alcuno.
« Ti ringrazio… » chinai appena il capo, quasi a dissimulare un certo imbarazzo per tanta glorificazione e, tuttavia, sfruttando tale momento per costringermi a recuperare autocontrollo in termini allor utili a continuare a rapportarmi con lei senza, in ciò, riservarmi desio di balzarle al collo per strapparle la carotide a morsi, come, se solo non fossi stata allora saldamente legata al pavimento, di certo mi sarei concessa occasione di compiere, indifferente alla necessità, pur reale, di riuscire a ricostruire l’effettivo andamento degli eventi per così come allora occorsi.
« E di cosa…? » minimizzò ella, stringendosi fra le spalle « Quel che è giusto è giusto. » sentenziò, quasi nella necessità di ribadire quanto, da parte sua, altro non vi fosse che il desiderio di essere riconosciuta qual la figura più onesta e integerrima lì presente, al di là di tutto ciò che, soltanto un attimo prima, soltanto il giorno precedente, si era pur tanto impegnata a compiere a mio discapito.
« A questo punto, voglio sperare che terrai fede al tuo impegno… » soggiunsi subito dopo, risollevando lo sguardo verso di lei e, in ciò, impegnandomi al fine di ricordarle quanto, quella sfida, non avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente fine a se stessa, quanto, e piuttosto, conseguente a un accordo fra noi… e un accordo volto ad assicurarmi, allora, l’acquisizione di una condizione di vita migliore rispetto a quanto non mi fosse stato riservato in quegli ultimi giorni, probabilmente settimane « Sempre ammesso che tu sia ancora interessata all’ipotesi di una collaborazione con me. » incalzai, a non permetterle di obliare al fatto di come, ancora, esistessero fra noi delle questioni in sospeso, e delle questioni in conseguenza alle quali, addirittura, tutto quello, a partire dalla mia cattura sino a spingersi al mio imprigionamento, era stato ritenuto qual necessario.
« Assolutamente. » dichiarò, con tono che ebbe a mostrarsi addirittura sconcertato all’idea da me così suggerita, e volta a ipotizzare una sua mancanza di fede al proprio impegno, e allora giudicata eventualità addirittura prossima a quella che la terra e il cielo potessero invertire le proprie reciproche posizioni, prendendo l’uno il posto dell’altra e viceversa « Non sia mai che si abbia a dire che Milah Rica Calahab non mantiene la parola data… »

E che, in tutto ciò, Milah Rica Calahab non si sforzò di mantenere la parola data, in effetti, non si ebbe a poter dire. Al contrario.
Trascorsi quegli ultimi giorni in continui, ossessivi e decisamente fastidiosi cicli di morte e di rigenerazione, non avrei potuto desiderare nulla di diverso rispetto all’occasione di lavarmi, di tergere dalla mia pelle l’impressione di sporco che tale prova aveva lasciato impressa sulla stessa per quanto, in effetti, a ogni risveglio, a ogni ritorno alla vita, fosse sempre stata premura dei miei torturatori, dei miei assassini, quella di farmi ritrovare a dir poco sterilizzata, al pari della stanza in cui, pur, di lì a poco, sarei poi stata puntualmente seviziata a morte. E non appena mi fu concessa libertà dai miei ceppi, non appena mi venne restituita, in maniera persino insperata, occasione di movimento; il primo luogo verso il quale fui condotta dai miei carcerieri, dalle guardie che pur non mi persero un istante di vista, pronti a rispedirmi, se necessario, in spiacevole prossimità all’oltretomba, fu una sala da bagno, immediatamente attigua, in maniera che non potei evitare di giudicare persino inquietante, con la stanzetta entro la quale, sino ad allora, ero stata mantenuta segregata. Non una sala da bagno particolarmente ricercata nella propria offerta e nei propri arredi, e, ciò non di meno, pur sempre una sala da bagno adeguatamente fornita di tutto ciò che avrebbe potuto essere ricercato all’interno di un tale ambiente: a incominciare da un’ampia doccia, saponi liquidi antibatterici, bianchi asciugamani di varie dimensioni, per corpo, piedi e capelli, e, persino, in merito a tale ultimo dettaglio, una particolare macchina asciugacapelli con la quale avevo già avuto occasione di maturare confidenza sulla terza luna di Kritone, e che pur, ormai, non mi sarebbe stata più necessaria, nel taglio estremamente ridotto al quale avevo allora, e da poco, deciso di imporre alla mia rossa chioma, rimettendoci, probabilmente, in femminilità e pur, certamente, guadagnando in termini di praticità.
Conclusa la doccia, ciò di cui avrei potuto abbisognare, non tanto per una questione di agio, di pudore, quanto e banalmente nella non banale necessità di vedermi riconosciuta nuovamente una parvenza di dignità, sarebbero stati degli abiti. I miei abiti, preferibilmente. Ma qualunque genere di abiti sarebbe stato comunque adeguato. E, a ben sopperire a tale bisogno, inespresso e pur, egualmente, previsto e anticipato al pari della doccia, in una seconda stanza attigua a quella da bagno e, indirettamente, anche a quella nella quale ero stata trattenuta sino ad allora qual prigioniera, ebbi occasione di ritrovarmi a confronto con uno spogliatoio, nel quale, allora, mi furono concessi degli abiti bianchi, larghi pantaloni squadrati e una casacca intonata, corredati da una coppia di babbucce di egual colore, incapaci a dimostrare un qualunque estro creativo da parte del loro disegnatore nella loro immagine d’insieme e, ciò non di meno, adeguati al loro primario scopo, quello di restituirmi una parvenza di civiltà, per quanto, ancora, relegata indubbiamente a un ruolo da prigioniera.

sabato 4 gennaio 2014

2150


« Centoventisette diversi modi. » puntualizzai, sottolineando con la voce quell’aggettivo, scelto non per un qualche, superficiale, vezzo espressivo, quanto e piuttosto per concreto amor di dettaglio, nell’allor mia vanità, nel mio orgoglio, di evidenziare quanto quella quantità non avrebbe avuto a doversi considerare a discapito della qualità, quanto il fatto di essermi spinta a una cifra tanto elevata non avesse a doversi considerare un traguardo raggiunto in mera conseguenza all’applicazione di minime variazioni a un modello fondamentalmente comune.
« Già… diversi! » ripeté, sorridendo con fare addirittura deliziato da quel mio amore per il dettaglio, quasi le avessi allora sussurrato all’orecchio una proposta prossima all’indecenza ed ella non ne fosse stata in alcun modo scandalizzata… al contrario « Quanto c’è da comprendere è in quale misura abbiano a doversi considerare effettivamente diversi. » si concesse di stuzzicarmi in conseguenza alla mia volontà di rilancio, nel desiderio di comprendere se le mie parole avrebbero potuto essere effettivamente sostenute da fatti, oppure se, diversamente, avrebbero dovuto essere considerate semplice frutto di chiacchiere, del tutto prive di fondamento, del tutto prive di forza e di valore « E, soprattutto, in quale misura potrebbero vantare una qualche originalità… »
« Stai forse cercando nuove idee da cui trarre ispirazione…?! » la interrogai, aggrottando la fronte, con tono al contempo critico e ironico, quasi in tutto ciò, malgrado il terribile argomento di fondo, la terrificante tematica da noi così trattata, fosse mio interesse ricercare occasione di scherzo, di giuoco, come se, allorché di tortura e di morte, ci si stesse allor confrontando su un soggetto estremamente più faceto, qual tagli di capelli, abbigliamento o, magari, sessualità e intrattenimento da camera con qualche ex-amante « In effetti, ultimamente, il tuo repertorio inizia ad apparire monotono. »
« Mi hai scoperta… sono a corto di spunti. » levò appena entrambe le mani, mostrandomi i palmi, in segno di resa « E proprio per questo, desidero sfidarti… » incalzò, subito dopo, proseguendo prima che mi potesse essere concessa la possibilità di intervenire, privandola di tale prerogativa « Se ti dimostrerai in grado di presentarmi almeno un’idea nuova, e capace di sorprendermi, oggi ti risparmierò il tuo consueto trattamento e, chissà, magari prenderò in considerazione la tua proposta. In caso contrario… beh… ci siamo intese. »

Considerazione positiva: malgrado le difficoltà iniziali, a prendere parte a quella partita lasciando credere di avere ogni mossa ancora a disposizione laddove, in effetti, non avrei potuto vantare neppure effettiva consapevolezza nel merito dei pezzi in mio possesso; se solo fossi riuscita a battere la straordinaria sadica inventiva da lei dimostrata sino a quel momento, sarei stata probabilmente in grado di raggiungere una posizione utile a poterle sferrare l’attacco desiderato e, in ciò, riconquistare la mia libertà perduta, oltre che la vendetta tanto a lungo cullata nel profondo del mio cuore.
Considerazione negativa: malgrado avessi sì elaborato ben centoventisette modi diversi di ucciderla, non mi sarei potuta in alcun modo considerare certa del fatto che quella stessa straordinaria sadica inventiva da lei dimostrata sino a quel momento sarebbe potuta essere battuta, sarebbe potuta da me essere superata, giacché, obiettivamente, quella giovane donna aveva offerto riprova, sino a quel momento, di riuscire a eccellere in maniera inquietante in quell’arte, in quel campo, almeno quanto io mi fossi sempre dimostrata in grado di eccellere nella non più rassicurante arte della guerra.

« Non è sufficiente… » scossi il capo, decidendo, più d’istinto che per un qualche, reale, ragionamento, di puntare al raddoppio, laddove, se davvero avessi dovuto rischiare, per lo meno avrei rischiato per un bottino maggiore, per una ricompensa più alta, e non soltanto per un’ipotetica paga base, della quale, comunque e obiettivamente, avrei potuto essere già più che soddisfatta, a partire dai presupposti per me allora attuali, a partire dalla situazione che, lì, mi stava spiacevolmente ritrovando fondamentalmente sconfitta « Un’idea originale vale molto più di quanto tu non mi stia garantendo. »
« Mmm… » rifletté ella, per un lungo istante, forse a offrir riprova di star prendendo al vaglio la questione per così come, allora, gliel’avevo esposta, o forse, e altresì, a creare in maniera saggiamente equilibrata un clima di incertezza, di dubbio, nel quale la fermezza da me palesata, laddove non fosse stata realmente tale qual pur era e mai avrei permesso non fosse, avrebbe potuto trovare occasione di incrinarsi e, persino, di franare fragorosamente « E quanto di più… di preciso?! » ricercò maggior dettaglio, nel mentre in cui, dalla posizione china a terra, a me prossima, ella tornò a levarsi in una postura eretta, in maniera tale da volermi elegantemente e tacitamente rammentare quanto, fra noi, non avrebbe avuto a doversi considerare eguale forza contrattuale, al di là di quanto, il clima in apparenza più sereno, per così come ella aveva voluto concedermelo, avrebbe potuto lasciar presupporre qualcosa diverso.
« Quanto sufficiente a permettermi di fare chiarezza nel merito di una taglia posta sulla mia testa… una taglia da centomila crediti, e su diversi gruppi di mercenari che, nelle ore precedenti alla mia cattura da parte dei tuoi uomini, hanno ripetutamente cercato di farmi la pelle. » definii, non considerando, malgrado tutto, chiusa la questione, tutt’altro che dimentica del buco ritrovatomi aperto nel ventre in occasione di un tranquillo viaggio in un vagone del treno metropolitano « Se sarò in grado di offrirti un’idea nuova, originale, e capace di appagarti, oltre a un giorno di quiete e, chissà, alla possibilità di proseguire più comodamente questa nostra conversazione, desidero che tu mi dica tutto ciò che, nell’ambiente, si dice attorno a me… »

Seppur mai dimentica del fatto che, a prescindere da quanto quel gioco avrebbe potuto prendermi la mano, la mia ignoranza nel merito a qualunque aspetto di quella vicenda, e di quanto mi fosse accaduto in quegli ultimi giorni, avesse a doversi considerare abissale; difficile sarebbe stato ignorare quanto, almeno in apparenza, in quella complessa partita avessero a doversi considerare coinvolti più giocatori di quanti non avrei potuto considerare già palesi in quel frangente, altre figure estranee a coloro lì presenti in quella piccola stanza asettica.
In ordine, dall’inizio di quella vicenda, mi ero ritrovata a confronto con almeno sei diversi gruppi di avversari, e non tutti animati da una comune volontà a discapito mio o delle mie due allor perdute compagne: il primo gruppo in metropolitana, presentatisi improbabilmente quali rappresentanti dell’omni-governo di Loicare e nel merito del quale difficile sarebbe stato valutarne le intenzioni, ove il colpo che pur mi aveva ferita avrebbe potuto essere considerato anche esploso per errore; quelli che, durante la fuga dal treno, ci spararono ripetutamente contro all’interno delle gallerie sotterranee, e che, obiettivamente, non avrebbero avuto a potersi considerare fondamentalmente animati da buoni propositi; i mercenari del gruppo da me quasi completamente liquidato, forse compari dei precedenti o forse loro rivali, improbabile a stabilirsi, e lì animati da un qualche preciso scopo, assoldati da un committente e, in ciò, ben lontani dal potersi considerare meri cacciatore di taglie; coloro per colpa dei quali mi ritrovai proiettata al di fuori di un edificio; le guardie del complesso carcerario, che pur, fondamentalmente, fui proprio io a sfidare e che, ciò non di meno, potendo avrebbero più che gradito l’idea di incassare centomila crediti di taglia; e infine il gruppo di mercenari facenti riferimento alla stessa signorina Calahab, e che lì mi avevano condotta dopo avermi privata di sensi per effetto di un abile colpo al plasma. Nel migliore dei casi, pertanto, oltre a me e a Milah, quella complessa partita di chaturaji avrebbe potuto vantare una schiera completa di partecipanti, con almeno altri due soggetti ancora ignoti: da un lato colui, o colei, che aveva definito la taglia di centomila crediti sulla mia testa; dall’altro colui, o colei, ovviamente, che aveva assoldato qualcuno fra i diversi gruppi di mercenari da me affrontati, nella volontà di catturare me e le mie due compagne… o forse solo me… o forse solo le mie compagne, difficile a dirsi.

« E sia. » accordò la mia unica e allor riconosciuta antagonista, che pur, sapientemente sfruttata, avrebbe anche potuto dimostrarsi utile prima del pur ineluttabile momento della propria caduta, innanzi alla necessità della quale non mi sarei mai sottratta, nell’applicazione di uno di quei centoventisette modi oppure di qualcun altro, secondo l’estro del momento « Ma è meglio per te che quanto hai da dirmi sia interessante… o, ti assicuro, sarà mia premura, oggi, esprimere al meglio il mio estro creativo sulla tua pelle, sulle tue carni. Al punto tale che, francamente, non sono certa che i miei medici saranno poi in grado di rimetterti in sesto. » mi avvertì, in una minaccia che, francamente, soltanto un’idiota avrebbe potuto sottovalutare, alla luce di quanto già accaduto prima di allora « E… a scanso di equivoci… hai solo tre tentativi. »

venerdì 3 gennaio 2014

2149


« Prova a essere più precisa, mia cara… » mi invitò lei, socchiudendo appena gli occhi quasi a cercare occasione di meglio valutare le mie parole, di meglio soppesare le mie intenzioni, per così come, forse, le aveva intuite eccessivamente ambigue, tradendo purtroppo la mia volontà, il mio reale scopo, in tal modo necessariamente mistificato « … sai, noi ricche e viziate ragazzine cresciute nei quartieri altolocati, abbiamo sovente problemi di comprendonio in conseguenza al limitato, quotidiano impiego del nostro intelletto. Nulla da imputare a tuo discapito, sia chiaro. »

Che quella frase avesse lo spiacevolissimo olezzo proprio di una trappola, di un trabocchetto, di un inganno volto a misurare le mie reazioni e, con esse, la solidità delle mie posizioni, non vi sarebbero potute essere possibilità di discussione, non vi sarebbero potute essere ambiguità di sorta.
Che, tuttavia, in esse avesse a doversi considerare già bruciata ogni mia possibilità di successo, nel ritrovarmi posta metaforicamente con le spalle al muro, oltre che nel ritrovarla posta, molto poco metaforicamente, con il coltello, o sarebbe più opportuno scrivere il bisturi, dalla parte del manico; fortunatamente avrebbero potuto ancora esserci buoni margini di manovra. Margini che sarebbero in tutto e per tutto dipesi, allora, dalla mia capacità di elaborare una replica adeguata a quella sua provocazione. E non soltanto nei suoi contenuti, ma anche nei tempi nei quali ci sarei riuscita, laddove un’eccessiva attesa nel concederle risposta, nel rivolgerle nuovamente voce e verbo, avrebbe potuto tradire il mio impegno a elaborarla e, in ciò, a dissimularla nel proprio effettivo intento, nel proprio unico e reale fine.
Così, ancora una volta riallacciandomi alle sue stesse parole, quasi quella fra noi nulla di più e nulla di meno avesse che da intendersi qual una sfida in ottave fra due cantori, non mi concessi un solo istante in eccesso o in difetto rispetto al necessario per ovviare, al contempo, ad apparire troppo lesta nella mia risposta, e in tal senso non di meno falsa, prima di esprimermi…

« Ancora una volta, tenti davvero, con me, la carta della ragazzina ricca e viziata? » contestai pertanto, scuotendo appena il capo in segno di disapprovazione per quel tentativo, non soltanto vano ma, a quel punto, addirittura fastidioso, nella propria pur palese incapacità a riservarsi un qualunque risultato di sorta degno di tale nome « Credevo volessimo finalmente concederci una possibilità di confronto sereno e obiettivo, e non più, stolidamente, un qualche giuoco delle parti, atto a farci apparire diverse da ciò che siamo, e, soprattutto, inconsapevoli l’una dell’altra. » mi permisi, addirittura, di rimproverarla, volgendole uno sguardo colmo di dissenso a giudizio di simile, ostinato sforzo da parte sua « Poi, se vogliamo continuare a far finta che io non sappia chi tu sia, Milah, e tu non sappia chi io sia… beh… allora possiamo tranquillamente ricominciare tutto da capo. Con le tue sadiche torture e tutto il resto. » la spronai, addirittura, quasi, invitandola ad agire proprio in tal direzione, per quanto a mio esplicito discapito « Avanti… procedi! Ormai, quasi, iniziava persino a mancarmi un po’ di sano dolore. »

Al di là di quanto si potrebbe credere, nel confronto con il mio particolare stile di vita, non sono mai stata, propriamente, una grande appassionata di giuochi d’azzardo. Al contrario. Abituata a rischiare, già a sufficienza, la mia stessa esistenza, la mia medesima sopravvivenza, in quasi quotidiane sfide mortali, in lotta contro uomini, mostri e dei, sono sempre stata solita preferire occupare il mio tempo in altro genere di attività ludiche nei miei momenti liberi: i già citati chaturaji, innanzitutto, che pur la propria dose di incertezza e, in essa, di realismo, possono vantarla attraverso l’impiego dei dadi a compenso di un’attività, altrimenti, di ordine squisitamente strategico; ma anche sana attività fisica, qual puro e semplice allenamento, così come mai sgradite risse da osteria e, perché no, della sempre appagante distrazione sessuale, nei momenti in cui, accanto a me, ho potuto vantare la presenza di un qualche mio compagno e amante.
In tutto ciò, pertanto, la forse eccessiva fandonia concernente quella mia più che ovvia confidenza con l’identità della mia torturatrice, altresì del tutto ignota al di fuori del nome da lei stessa scandito, avrebbe potuto pormi in una spiacevole situazione di rischio in rapporto con la quale avrei potuto dimostrare tutto il mio ammesso limite nel confronto con la nobile arte dell’inganno del giuoco, tale da consentire a bari professionisti di poter, per l’appunto, considerarsi professionisti nella propria attività. Malgrado questo, tuttavia, il mio calcolo avrebbe potuto anche essere considerato, entro opportuni limiti, qual sufficientemente difendibile nelle proprie implicazioni, soprattutto dal momento in cui, così come ella aveva ostentato in maniera persino irritante fin dal nostro primo momento di incontro, il suo nome avrebbe avuto a doversi considerare tutto quanto sarebbe stato necessario sapere di lei per essere adeguatamente intimoriti al suo pur ben poco, anzi… proprio per nulla, terrificante aspetto.
E proprio e solo in grazia a tale vanità, qual ineluttabilmente avrebbe avuto a doversi considerare la sua, in tutto ciò, ebbi allora apprezzabile opportunità di successo, così qual, altrimenti, non avrei potuto sperare possibile…

« Hai ragione… » annuì alfine ella, dopo non essersi negata tempo utile a soppesare, ancora una volta, probabilmente ogni singola parola da me scandita, al fine di analizzarla in ogni propria, possibile, interpretazione e, in conseguenza di ciò, tentare di comprendere quanto ogni mio impegno avesse avuto a considerarsi rivolto a ingannarla e in quale misura, altresì, effettivamente a compiacerla, riservandomi, ciò non di meno, in tutto quello la possibilità di raggiungere un accordo con lei e, in ciò, di ottenere salva la vita, obiettivo pur non trascurabile né privo di una propria valenza « Non abituarti a sentirmelo dire, ma hai ragione. E io ho sbagliato a cercare di porti alla prova in maniera tanto banale, così superficiale. Soprattutto dopo averti trattenuta così a lungo qual mia ospite… »
« Soprattutto… » concordai, ancora miscelando, credo sapientemente, giudizi sinceri ad asserzioni del tutto conseguenti al mio mai trascurato, o trascurabile, scopo finale, proseguendo in tal senso con un’altra affermazione sicuramente rischiosa, indubbiamente forte nelle proprie implicazioni e, ciò non di meno, deliziosamente onesta nei suoi confronti, atta a non tentare in alcun modo di negare un’evidenza probabilmente troppo esplicita, troppo palese per poter essere banalizzata « A lungo, per lo meno, quanto sufficiente da concedermi di elaborare un elenco di centoventisette diversi modi per potermi vendicare su di te e sul tuo bel visino che tanto mi hai spinto a odiare. »

E sebbene, in una tale uscita, avrei potuto essere ritenuta eccessivamente brutale nel mio esprimermi, in misura sufficiente da farmi guadagnare, a pieno diritto, una nuova sessione di tortura come quella poc’anzi addirittura da me invocata; Milah Rica Calahab dimostrò apparente apprezzamento per la mia schiettezza, nella quale, fra l’altro, avrebbero allora potuto trovare giustificazione possibili ambiguità espressive sino a quel momento sfuggitemi, nel non rinnegare troppo facilmente, troppo banalmente, il necessario astio per me allor conseguente a quanto, da lei, crudelmente impostomi.
In ciò, quindi, allorché reagire malamente, e malamente quanto allor potenzialmente utile a condannarmi, qual pur avrebbe potuto troppo facilmente scegliere di compiere; il mio anfitrione scelse in favore della via dell’ilarità, concedendosi la possibilità di gettare il capo all’indietro e, in ciò, di scoppiare a ridere, e a ridere fragorosamente, qual prima, immediata e, forse, sincera reazione a quelle mie parole.

« Mi piaci… » volle riconoscermi alla fine, sforzandosi di lasciar placare il riso e, nel contempo di ciò, ricercando un’occasione di maggior equilibrio, vista e considerata la scomodità della sua posizione nel confronto con l’oscena altezza dei tacchi da lei indossati,  nell’appoggiarsi, con la mancina, alla mia spalla destra, in lucente metallo cromato, per quanto, mio malgrado, allora del tutto inerme, del tutto privo di qualunque possibilità di animazione « Dico sul serio. » soggiunse, a ribadire il concetto appena espresso, con un ampio sorriso a contorno di ciò « Centoventisette modi…?! »

giovedì 2 gennaio 2014

2148


« Te lo concedo. » riconobbe, sospirando appena, prima di flettere le ginocchia e piegarsi allo scopo di scendere al mio livello, di abbassarsi alla mia altezza, quasi in tal senso a cercare un’occasione di maggiore confidenza fra noi « Benché una parte di me si domandi come possa la tua schiena non spezzarsi sotto il peso dell’eccessivo carico che ti trascini dietro; un’altra parte di me non disdegnerebbe essere attrezzata tuo pari, per potermi divertire a osservare le reazioni di coloro con cui potrei avere a che fare. In molti contesti diversi… » esplicitò e ammiccò, con voce allor volutamente maliziosa, nel lasciarmi intendere quanto, fra quei contesti, non avrebbero avuto a doversi intendere soltanto pubbliche occasioni.
« Non ti fossi impegnata, sino a ora, a cercare nuovi modi per farmi soffrire, e per farmi soffrire sempre un poco più di un istante prima, potresti forse anche starmi simpatica… » le risposi, riconoscendole in tal modo ben più di quanto meritasse, nell’esprimermi, in effetti, con maggiore sincerità di quanto non avrei avuto piacere a evidenziare « Non sono state molte le donne che, a oggi, hanno avuto il coraggio di riservarsi una simile ammissione nei miei confronti. Riflettendoci bene, non ne ricordo neppure una. »
« Non ti fossi impegnata, sino a ora, a rifiutarti di collaborare, forse avrei potuto evitare di cercare nuovi modi per farti soffrire… e, a quest’ora, avremmo potuto già essere grandi amiche. » ipotizzò ella, in parte parafrasando quella mia replica e, accanto a ciò, spingendosi chiaramente all’eccesso in quell’ultima asserzione, benché senza dichiarare nulla che avrei potuto trovare particolarmente assurdo, nello sforzarmi di essere onesta con me stessa.

Nel considerare, infatti, quanto non io, né tantomeno Duva o Lys’sh, così come alcun’altra mia consueta amica e compagna di ventura, avremmo mai potuto ricercar vanto di un comportamento eticamente irreprensibile, privo di pieghe talvolta tanto violente dal dover essere giudicate necessariamente crudeli pur non desiderando esserlo, e altre volte consapevolmente crudeli nel voler effettivamente imporsi qual tali, soprattutto quando in tal direzione alimentate, nella nostra azione, nella nostra ferocia, da solide brame di vendetta; escludere in maniera preventiva e ottusa qualunque genere di rapporto fra me e Milah, in diverse condizioni, in diverse situazioni, sarebbe stato semplicemente e completamente ipocrita. Che poi, a confronto con la mia storia personale, con le mie esperienze di vita, ben poche possibilità avrebbero avuto a doversi concretamente considerare qual offerenti riferimento a un tale sviluppo, all’idea di un’alleanza o, ancor più, di un’amicizia fra me e una giovinetta tanto sadica ed ebbra del suo stesso potere, della sua autorità… beh… quello è un altro discorso.
Un altro importante discorso, sicuramente, e pur un altro discorso. Un discorso nel confronto con il quale, allora, avrei dovuto necessariamente soprassedere, nella volontà di dimostrarmi il più possibile credibile nel mio giuoco con lei e, per questo, nella speranza di riservarmi la maggior opportunità di successo in quel confronto, in quella sfida per così come, dopotutto, quell’affabile chiacchierata non avrebbe mai dovuto esser dimenticata essere, trascurata qual, inoppugnabilmente, tale.

« Ammissione per ammissione… » commentai, potendo ora osservarla dritta negli occhi senza più, per questo sforzare il capo all’indietro, in una postura che, a lungo andare, sarebbe risultata senza dubbio scomoda e avrebbe, parimenti, vanificato qualunque speranza in favore di un confronto alla pari, o quasi, fra noi, qual quello che pur desideravo ottenere e qual quello che, come i fatti dimostravano palesemente, ella allor ed egualmente desiderava concedermi « … da chi hai saputo che io sono la persona che cerchi? » la interrogai, per la prima volta, dall’inizio della mia prigionia, sbilanciandomi nel suggerire l’eventualità della correttezza dell’operato della mia ospite, in ciò accettando l’eventualità di un pericoloso sacrificio per, poter, comunque perseguire il mio obiettivo finale, così come, sovente, si è costretti a fare nel chaturaji.

Benché, infatti, non avrei ancora potuto vantare la benché minima consapevolezza di quanto da lei ricercato in me, o attraverso me, concederle l’impressione di come, altresì, potessi essere effettivamente coinvolta nella questione entro i termini da lei a mio addebito rivolti, mi avrebbe potuto porre nella vantaggiosa posizione di dimostrare di avere dalla mia una forza contrattuale altrimenti assente, una capacità di confronto con lei altrimenti inesistente. Per tale ragione, avrei allora dovuto impegnarmi a fingere, e al fingere al meglio delle mie capacità e del mio autocontrollo, al fine di invitarla ad aprirsi maggiormente a me, a confrontarsi senza inibizione alcuna con me, concedendomi, in ciò, quanto a me necessario sapere per offrirle risposte utili a guadagnarmi la sua fiducia e, in loro grazia, poter tornare a sperare dell’ormai agognata libertà. Libertà che, fra quell’ultima esperienza e la precedente, all’interno del complesso carcerario sulla terza luna di Kritone, da quando avevo lasciato il mio pianeta natale era stata già troppe volte posta in discussione, almeno per i miei gusti, nel confronto con quanto avrei mai potuto affermare, in fede, di gradire o, più semplicemente, di essere disposta a tollerare.
Così, animata da tale desio, le rivolsi simile domanda, tale questione, dimostrandomi, in ciò, più animata da una qualche brama di vendetta a discapito di un ipotetico traditore ancor prima che da un ancor, effettivo, desiderio volto a tutelare i miei interessi, a salvaguardare l’integrità del segreto ipoteticamente da me custodito tanto strenuamente come era avvenuto sino ad allora.

« Oh… sai come funziona. Le voci circolano nell’ambiente. » commentò, piegando la testa di lato con fare sornione, simile a quello proprio di una gatta, offrendomi, in quella risposta, sostanzialmente alcuna reale replica, alcun dato a cui potermi eventualmente appellare nella speranza di ottenere quanto desiderato, quanto ricercato e ancor neppure immaginato « Le informazioni viaggiano più veloci rispetto a qualunque motore all’idrargirio. » soggiunse, a ribadire il concetto già condiviso, senza ancora, tuttavia, soggiungere nulla di nuovo.
« Già… nell’ambiente… » annuii, appellandomi a quell’unica parola potenzialmente carica di un qualche significato, nella speranza di poterla in tal modo invitare a qualche più significativa rivelazione, qual, sino a quel momento, si era lasciata mancare « Un ambiente nel quale inizieranno a girare anche un po’ di cadaveri nel momento in cui io uscirò da qui e potrò mettermi alla ricerca del simpatico figlio d’un cane che mi ha tradita in questo modo. »
« Perdonami la domanda… ma cosa ti spinge a credere di poter uscire da qui? Viva, intendo… » questionò la mia interlocutrice, aggrottando appena la fronte, non tanto con intento intimidatorio quanto e piuttosto con incedere squisitamente pratico, sostanzialmente spicciolo, laddove, in effetti, partire dal presupposto di poter riacquistare libertà dopo tutto quello che mi era successo, dopo tutte le morti che mi erano già state imposte, avrebbe avuto a doversi considerare qual sintomo di un quieto distacco dalla realtà, primordio di una qualche potenziale follia in me crescente « … a meno che tu non voglia perseguitare qualcuno nelle vesti di spettro. Ma quello sarebbe un altro discorso. »
« Sì… quello sarebbe proprio un altro discorso, e se per te potrebbe apparire qual una mera occasione di gioco, ti assicuro che è meglio evitare di sottovalutare talune realtà sovrannaturali, a meno di non volersene ritrovare vittima. » la posi in guardia, ancora una volta con assoluta onestà, avendo avuto già occasione di diretto confronto con spiriti vendicativi e, in ciò, desiderando ovviare a ripetere simili esperienze « Ma, a parte questo, che è un altro discorso, mi sento sufficientemente confidente con il pensiero di come, da parte tua, sapendo quello che, di certo, sai su di me, non mancherà occasione di ovviare allo spreco che sarebbe necessariamente rappresentato da una sentenza di morte a mio discapito, allorché un mio possibile impiego in altro modo, in una ben diversa direzione. »

Ancora una volta, da parte mia, tale frase avrebbe avuto a doversi riconoscere qual pronunciata del tutto alla cieca, priva di una qualunque consapevolezza nel merito di quanto, effettivamente, ella potesse o non potesse sapere di me e, soprattutto, nel merito di quanto, ciò che eventualmente ella avrebbe potuto sapere di me, sarebbe effettivamente potuto corrispondere alla realtà.
In altre parole... un bell’azzardo!

mercoledì 1 gennaio 2014

2147


Perché se pur, la mia prima idea, avrebbe avuto a doversi considerare quella di fingere di abbracciare un’ipotesi di resa nei suoi confronti, palesando chiaro orrore all’idea di potermi ritrovare, ancora una volta, a confronto con l’ennesimo ciclo di morte e di rinascita divenuto, obiettivamente, insopportabile al di là di ogni eventuale intento dissimulatore; in quelle parole, in quell’espressione tanto particolare da lei adoperata, mi concessi di cogliere la possibilità di una diversa linea d’azione. E una linea d’azione volta, comunque, alla collaborazione con lei, seppur, in ciò, non tanto per resa, quanto e piuttosto qual effetto, qual conseguenza di una mera trattativa d’affari fra professionisti così come, del resto, non avrei mai dovuto concedermi possibilità di dimenticare d’essere, sempre e comunque, in quel mondo per me alieno così come in quello in cui ero nata e cresciuta, e dove avevo vissuto i primi quarant’anni della mia forse già sin troppo lunga esistenza.

« Non che tu, sino a oggi, ti sia in verità sforzata di ascoltare parecchio. » parafrasai, osservandola dal basso della posizione ove ero stata allora legata, costretta a una postura genuflessa, senza concederle in tal senso né una qualche evidenza di resa e, ciò non di meno, cercando di moderare anche l’impeto di sfida, che pur, sino ad allora, aveva necessariamente contraddistinto il nostro rapporto, nella mia volontà atta a rifiutare qualunque ipotesi di sottomissione a lei « Imprecazioni a parte, s’intende… »
« S’intende… » annuì ella, ridacchiando poi nel confronto con quella mia uscita, con quella mia replica, trovandola evidentemente ben più divertente di quanto non avrei potuto desiderare apparisse, di quanto non avrei potuto desiderare risultasse, non essendo, di certo, mia volontà quella di offrirmi a lei qual giullare, qual facile intrattenimento, così come, pur, avrebbe allora ella potuto intendere in conseguenza di quella propria risposta emotiva « Voglio offrirtene atto: sinceramente non rammento altro ospite di questa mia particolare stanza dei divertimenti che, prima di te, si sia ostinato tanto al silenzio, rifiutandosi di offrirmi quanto da me desiderato, quanto da me richiesto, soprattutto ove, in fondo, nulla avrebbe se non a considerarsi mio di diritto. » argomentò, con tono allora quasi confidenziale.

Tono, il suo, che si offrì tale da confermare, nel confronto con i miei pensieri, con la mia valutazione, quanto la mia analisi nel merito della via più opportuna da perseguire, delle modalità di confronto più opportune da scegliere, allora, non avesse a doversi considerare probabilmente inesatta, così tanto errata qual avrei potuto ancora avere ragione di ritenerla nel confronto con un’alternativa più remissiva. Al contrario, forse e addirittura, anch’ella aveva preso alfine in esame l’idea di tentare una diversa via di approccio nei miei riguardi, una diversa opportunità di confronto con me, soprattutto innanzi all’evidenza di quanto, in quegli ultimi giorni, settimane forse e addirittura, non fosse stata in grado di ottenere da parte mia quella collaborazione coatta sulla quale pur aveva fatto tanto affidamento, nella quale pur aveva riposto tante speranze, e che, allora, avrebbe potuto garantirle il successo ricercato se soltanto, in me, non avesse trovato un’antagonista tanto ostinata e, forse, tanto folle, dal resistere strenuamente agli orrori a lei imposti.
Malgrado, però, tale diverso approccio avrebbe potuto anche essere considerato conseguenza di una diversa strategia da parte della mia antagonista nei miei confronti; ciò non avrebbe in alcun modo posto in reale dubbio, in concreto rischio, il risultato finale parimenti da me bramato, quella vittoria non di meno desiderata, traducendo, semplicemente e pericolosamente, il nostro piano di confronto, il nostro terreno di scontro, da un livello di natura squisitamente fisica, e atta a cercare di comprendere in quanti diversi modi ella avrebbe mai potuto spingermi ad avere a noia la vita e a invocare a pieni polmoni una misericordiosa condanna a more, a un livello di natura altresì psicologica, e volta a trovarci, allora, impegnate a un confronto strategico, non dissimile da quello proprio di una partita di chaturaji. Una partita che avrebbe avuto a doversi considerare soltanto qual appena iniziata…

« Ti ringrazio per averlo notato… » replicai pertanto, cercando di mantenere il sarcasmo all’interno della mia voce entro adeguati limiti, entro controllati confini, per non concederle ragione di mutare pensiero e ritornare alla consueta soluzione, nella quale ogni mia speranza di successo si sarebbe ritrovata a essere necessariamente vanificata « Fa sempre piacere una parola di apprezzamento, soprattutto dopo essere stata brutalmente torturata per non so più quanto tempo. »
« Brutalmente… che parola grossa. » scosse il capo, con apparente disappunto per quella mia scelta di termini, nel confronto con i quali, chiaramente, non intendeva accogliere alcuna provocazione, non intendeva rendere propria alcuna possibilità di addebito « Guardami, mia cara. Ti sembra forse che una meravigliosa fanciulla qual io sono potrebbe mai essere definita qual… brutale?! » mi domandò, retoricamente, non attendendosi alcuna risposta da parte mia nel confronto con tutto ciò « Elegante, sicuramente. Raffinata, altrettanto. Splendida, di certo. Ma… brutale?! No. No. Mi spiace, ma rifiuto simile lessico in mia associazione, a mio confronto. Soprattutto da parte di una figura tanto volgare qual la tua appare… »
« Volgare…? » aggrottai la fronte a quella che pur avrebbe avuto evidentemente a doversi riconoscere qual provocazione, e alla quale pur accettai di concedere commento nel non voler palesare, da parte mia, eccessivo autocontrollo, nel confronto con il quale, altrimenti, ella avrebbe potuto avere motivo per porsi sulla difensiva, vanificando ogni mia strategia a suo discapito.
« Volgare… certo. » confermò, socchiudendo gli occhi per osservarmi attraverso le proprie lunghe ciglia nere « Ti sei mai osservata, per un istante, allo specchio, contemplando la più assoluta assenza di grazia nelle tue forme, nelle tue proporzioni, nel tuo corpo, più in generale, in misura tale da delinearti più simile all’espressione delle perverse fantasie erotiche di un adolescente in piena crisi ormonale ancor prima che a una vera e propria donna?! Con un corpo come il tuo, l’unica carriera nella quale avrebbe avuto senso che tu avessi a impegnarti sarebbe stata quella della prostituzione… »
« … e poi sarei io quella volgare. » ribattei, storcendo appena le labbra verso il basso a quell’ennesimo accento in tal senso da parte sua, nota tutt’altro che originale, tutt’altro che abitualmente assente sulle sue labbra e, pur, allora, non proposta in conseguenza a una crescente frustrazione nei miei confronti, quanto qual presa di posizione cosciente e controllata, e, forse, atta a dimostrare, da parte sua, qualcosa di più di una semplice volontà provocatoria, così come, immediatamente, mi concessi occasione di evidenziare, inarcando, appena, il sopracciglio sinistro, nell’osservarla « Lungi da me voler esprimere una qualche critica a tuo discapito… ma… dal momento che non è la prima volta che ti diletti in critiche nei confronti delle mie forme, sei certa che dietro a tutto ciò non abbia a doversi intendere, in effetti, qualcosa di più? Magari un po’ di invidia, visto e considerato quanto ami porre in mostra il tuo corpo… »

Anche in quel giorno, ovviamente e persino necessariamente, il suo abbigliamento non avrebbe avuto a potersi giudicare propriamente trasparente di un animo timido e incerto, evidenza di un carattere insicuro delle proprie possibilità, nell’indossare, al di sopra di lunghi stivali di lucida pelle, estesi sino a sopra le ginocchia e contraddistinti da, immancabili, tacchi a spillo, una corta, cortissima gonna appena in grado di fasciarle i fianchi e di coprirne le zone più intime, e, più in alto ancora, una camicetta bianca, in seta credo, tagliata non nella volontà di ricercare aderenza, con forme particolarmente ampie e bombate, ma, ciò non di meno, allor indossata al solo scopo di non voler comunque coprirne né i seni né tantomeno il ventre, nell’esser mantenuta sbottonata praticamente sino all’altezza della cintola, là dove si perdeva all’interno della gonna, e nel permettere, in ciò, una sin troppo chiara visione di tutto ciò che ella avrebbe potuto avere a offrire in misura non inferiore rispetto alla mia, altresì esplicita, nudità.
Sorprendentemente, tuttavia, in una reazione invero inedita nel per qualunque mia interlocutrice, amica o nemica avesse avuto a doversi considerare, attorno a un tale argomento, a una simile tematica, non volle essere sua premura quella di negare inoppugnabilmente quanto da me suggerito e affermato. Anzi…

martedì 31 dicembre 2013

2146


Ma laddove per Desmair, tale potere, avrebbe avuto a doversi considerare espressione di un effettivo e mistico predominio negromantico su tali, disgraziate creature, ombre di uomini e donne che un tempo furono prima di essere, in tal misura, da lui maledetti; quale oscuro segreto avrebbe mai potuto giustificare l’influenza che, parallelamente, Milah era in grado di esercitare sui propri servi? E, ancora, quale oscuro segreto avrebbe mai potuto giustificare il più completo distacco psicologico da lei impostosi nei miei confronti, e come me, sicuramente, nei confronti di chiunque, prima di me, si fosse ritrovato rinchiuso all’interno di quella stessa stanza, convocato coercitivamente al suo cospetto per soddisfarne qualunque desiderio, qualunque volontà, a seconda dell’occasione e del momento?!
Ove, però, la risposta a simili domande avrebbe avuto a doversi considerare più prossima alla soddisfazione di una curiosità ancor prima che all’effettiva individuazione di una risorsa per me utile ad agire, e ad agire alla volta di una mia liberazione dai vincoli entro i quali mi ponevo allora costretta; l’esser riuscita a caratterizzare, o, quantomeno, a ipotizzare di caratterizzare, il mio anfitrione sotto una luce non dissimile da quella nella quale, ormai da anni, avevo imparato, mio malgrado, a conoscere il mostro che avrebbe potuto fregiarsi del titolo di mio sposo, mi avrebbe potuto concedere, ancora, un barlume di speranza in sua opposizione, a suo discapito. Giacché, in tal senso, per contrastare quella donna sarebbe stato allor sufficiente agire esattamente come mi ero concesso occasione di agire allor scopo di contrastare l’ego smisurato di mio marito, sfruttandolo e suo stesso svantaggio, a sua stessa condanna.
Ovviamente, per procedere in tal senso, avrei dovuto dimostrarmi capace di attendere il momento giusto e, con esso, la migliore possibilità per tradurre quell’idea in opera e quell’opera in una vittoria per me e per la mia causa. E, fra tutti, il momento giusto sarebbe necessariamente dovuto essere riconosciuto quello in cui, dalla mia, avrei potuto ancor vantare sufficiente lucidità per pensare, e sufficiente controllo e adeguata coordinazione per muovermi, non traballante vittima della foga distruttiva dei miei carnefici, qual, mio malgrado, mi ritrovavo a essere nell’ampia maggioranza dei casi in cui Milah valutava più opportuno raggiungermi, per rivolgermi le proprie domande e, in ciò, pretendere una risposta. Nella prospettiva di trovarmi già sufficientemente piegata, e speranzosamente collaborativa nei propri riguardi, difficilmente la mia ospite prendeva parte alla quotidiana apertura dei giuochi, preferendo lasciar i propri collaboratori liberi di porre in essere le proprie indicazioni senza alcuna supervisione e, in ciò, limitandosi ad attendere un messaggio in grazia al quale essere informata del termine dei lavori a mio discapito, frangente da lei ritenuto più opportuno, più adeguato, per passare a offrirmi il proprio quotidiano omaggio, il proprio irrispettoso saluto, osservandomi precipitare sempre sulla soglia dell’oltretomba salvo, all’ultimo, comandare il mio recupero, il mio soccorso e, ancor più, il mio ripristino… il ripristino del mio corpo e della sua operatività così come, comunque, indispensabile sarebbe stato ai suoi scopi, per l’attuazione del suo piano volto a ripetere quella pratica potenzialmente sino alla fine dei propri giorni.
Nell’attesa di tale momento, di simile traguardo, pertanto, mi premurai di alimentare la mia determinazione, la mia tenacia e, con esse, la mia salute mentale e il mio equilibrio psicologico, con il pensiero di tutti i modi in cui, a tempo debito, mi sarei potuta riservare l’opportunità di ricambiare il favore a discapito della stessa giovane sadica allora così votatasi a ottenere da me quanto ricercato e, sino ad allora e, speranzosamente per sempre, almeno da parte mia, non ancora ottenuto. Poiché, se pur non avrei desiderato potermi promuovere qual una persona crudele e sanguinaria, non avrei neppure potuto essere sì ipocrita da negare di credere nel valore della vendetta, soprattutto ove, soltanto in sua grazia, avrebbe potuto essermi concessa occasione di soddisfazione, di appagamento, in risposta a tutti gli orrori che, mio malgrado, ero stata allora costretta a subire sulla mia stessa pelle, sulla mia stessa carne, più e più volte letteralmente macellata negli esperimenti da Milah promossi e ordinati. E se pur, come già detto e ripetuto, non sarei in grado di definire quante volte fui pressoché uccisa e successivamente resuscitata, in quell’incubo assurdo, quanto avrei invece ben potuto definire, e ancora sono in grado di citare, sarebbe stato il numero di modi in cui contemplai di porre in essere la mia vendetta, secondo dinamiche che, se pur all’inizio mi volli illudere avrebbero potuto sorprendere la mia desiderata preda e allor, soltanto, predatrice, fu questione di poco e mi ritrovai pressoché certa non avrebbero avuto comunque nulla da insegnarle. Nulla, quantomeno, al di fuori del dolore.
Prima di poter avere occasione di ritrovarmi a confronto con lei, quindi, dovetti aspettare di elaborare ben centoventisette diverse alternative per dare corpo alla mia vendetta. Centoventisette diversi modi per seviziarla, scuoiarla, smembrarla, eviscerarla, farla a pezzi e ancor molto altro, in un elenco così ricco e variegato che, obiettivamente, ella avrebbe avuto già sufficiente ragione d’orgoglio da vantare, soprattutto nella consapevolezza di come, prima di allora, alcun altro mio antagonista, non la mia gemella, non il mio sposo, si fossero guadagnati così tanto letale interesse da parte mia, così tanto mortale impegno da parte della mia mente in direzione della loro morte e della loro morte nei modi e nei termini più atroci possibili. Centoventisette diversi modi per ottenere la mia riscossa nei suoi confronti che, nel considerare una media di circa tre diverse alternative elaborate nel corso di ogni mio periodo di riposo, fra una tortura e l’altra, avrebbero potuto stimare il totale dei miei decessi, o quasi, nell’ordine della quarantina o, addirittura, della cinquantina. Insomma… una quota comunque sufficientemente elevata, in un arco di tempo che non avrebbe potuto essere valutato inferiore al mese, nel confronto con l’evidenza della quale, anch’ella, alla fine, si riservò l’opportunità di spingersi a offrirmi un sincero tributo d’onore, arrivando forse e persino a riconoscersi una certa, assurda possibilità di stima nei riguardi della resistenza che avevo dimostrato e che, ancora, stavo dimostrando, verso di lei e verso la sua pur incontrastabile volontà.

« Salute a te, mia cara… » esordì, concedendomi una ragionevole possibilità di sorpresa nell’avanzare anche lei all’interno della stanza insieme a coloro che ne avrebbero dovuto attuare le crudeli volontà, e, in ciò, alterando quell’apparentemente immutabile rito nel confronto con il quale avrei dovuto iniziare, obiettivamente, a temere la totale inapplicabilità del mio piano, della mia strategia per così come concordata con la mia stessa testa, con il mio semplice intelletto « Spero che tu abbia riposato adeguatamente e che, in ciò, ti possa considerare pronta a ricominciare, ancora una volta, tutto da capo. » proseguì, risultando in tale asserzione qual priva di ogni falsità ad animarne la voce, a contraddistinguerne l’incedere, dal momento in cui, obiettivamente, non avrebbe avuto ragione di sperare null’altro al di fuori di quello e del fatto che, in tutto ciò, io avrei avuto nuova e migliore occasione per soffrire « Stavo riflettendo sul fatto che, ormai, inizia a essere parecchio tempo che tu dimori in questa casa… inizi quasi a essere una di famiglia, al punto tale che, sinceramente, potrebbe anche dispiacermi separarmi da te e rinunciare, in ciò, a questi nostri appuntamenti quotidiani, a queste nostre corroboranti occasioni di confronto. Non che tu, sino a oggi, ti sia in verità sforzata di parlare parecchio. Al contrario… »

Silenzio.
Allor da parte mia. Nella volontà di non concederle, innanzitutto, occasione di comprendere quanto, dietro a una replica eccessivamente affrettata, avrebbe anche potuto celarsi, da parte mia, qualche spiacevole volontà, qualche negativo interesse nei suoi riguardi, così come, effettivamente, si avrebbe dovuto riconoscere qual fortemente presente nel mio cuore, nella mia mente e nel mio animo, non dissimile da un marchio a fuoco, tanto il dolore che, in conseguenza a simile impronta, mi era stato riservato e che, ancora, mi avrebbe accompagnato a lungo, ricordandomi di impormi sufficiente prudenza per non vanificare quella rara occasione. E silenzio, anche e ancora, nella necessità di soppesare adeguatamente ognuna delle parole da lei pronunciate e, in esse valutare quanto, ancora, la tattica che pur a lungo avevo accarezzato, avevo contemplato nell’intimità dei miei pensieri e delle mie fantasie, avesse a doversi considerare idonea a quel contesto e agli sviluppi che, da esso, avrebbero potuto derivare.

lunedì 30 dicembre 2013

2145


Alfine, eccomi pertanto esattamente là dove ho iniziato: prigioniera di Milah Rica Calahab; vittima di ogni più perversa e violenta fantasia della medesima; e soprattutto del tutto inconsapevole delle ragioni alla base di un simile, spiacevole sviluppo della mia esistenza.
Inutile negarlo. Inutile tentare di nascondermi dietro l’effimera protezione propria di una palese menzogna, capace di celare l’evidenza delle cose in misura minore rispetto a quanto non sarebbe stato in grado un dito. Per diversi giorni, nel mentre in cui in innumerevoli occasioni, il cui calcolo preciso non mi è stata mai concessa occasione di elaborarlo, di computarlo neppure a posteriori, fui sostanzialmente uccisa e resuscitata in maniera continua, costante, folle e ossessiva, mi ritrovai prossima a perdere la fiducia in me stessa, nelle mie capacità e, soprattutto, nelle mie possibilità di sopravvivere a tutto quello. Perché, laddove pur la tortura non fosse per me un’esperienza nuova, quella giovane e mordace cagnetta si volle lì dimostrare capace di raggiungere nuove vette, nuove concezioni per me prima addirittura inimmaginabili, tali da spingermi, realmente, sulla soglia della follia e, forse, da farmela oltrepassare senza che, neppure, mi fosse stata offerta la possibilità di comprenderlo, di elaborare, effettivamente, quanto ormai non avessi più a potermi considerare padrona della mia stessa mente, del mio stesso intelletto.
Priva, infatti, di qualunque limite fisico, di qualunque restrizione nei miei riguardi, nell’altrimenti consueta necessità sì di infliggermi dolore e, ciò non di meno, di mantenermi in vita sino a quando non fossi stata pronta a parlare, a rivelare quanto da lei desiderato; Milah fu in tutto ciò in grado di trascendere persino la differenza fra una tortura fisica e una psicologica, in misura tale da rendere ancor più terrificante il pensiero di una nuova resurrezione rispetto a quello stesso di nuovi, e sempre più accattivanti metodi utili a infliggermi dolore… e infliggermi dolore oltremodo, oltremisura. Perché anche se il dolore, per quanto terrificante, avrebbe potuto essere affrontato, il pensiero della costanza interminabile del medesimo, in quel ciclo continuo e incessante di morte e rinascita, non avrebbe avuto a potersi considerare altro che in tutto e per tutto paragonabile a una punizione divina, a una crudele sentenza emessa dagli dei stessi al fine di soddisfare la propria sete di vendetta e di sangue.
Così, nel momento in cui ella si concesse occasione di dichiarare frasi come quella già riportata al principio di questo mio resoconto…

« Perché, ti posso assicurare, che, davanti a me, altre donne e altri uomini, chimere e umani, soldati e mercenari, sicari della peggior specie, hanno sempre alfine ceduto, non limitandosi, semplicemente, a concedermi ogni informazione loro richiesta… ma ancora molto più, nel supplicarmi di chiedere loro altro, di individuare altri modi per soddisfare ogni mia curiosità nei loro riguardi, pur non di non essere ancora una volta torturati. E torturati a morte. »

… non avrei potuto riservarmi dubbio alcuno nel merito della veridicità  di simili asserzioni, provando un sincero moto di pietà per tutti coloro che, prima di me, erano caduti nelle grinfie di una tale sadica.
In uno scenario qual quello così descritto, qual quello così definito, mi piacerebbe poter ora riservarmi l’opportunità di un piacevole colpo di scena atto a reintrodurre in azione il mio sposo, il quale, con gradevole semplicità, quasi banalità, dopo qualche scambio di piccate battute necessario e reciproco tributo atto a ricordare a entrambi le fondamenta del nostro rapporto, mi potrebbe concedere una semplice via di fuga, facendo intervenire in mio soccorso le sue schiere di spettri e spazzando, come già una volta in passato, ogni mio nemico, ogni mio avversario, senza rendere per me necessario menare un solo, singolo colpo.
Purtroppo, benché in simile espediente, di sicuro effetto e di indubbia efficacia, potrebbe ritrovare entusiasta qualcuno fra i miei possibili lettori o ascoltatori, fra i testimoni indiretti di tali fatti in grazia di queste mie stesse parole; ancora una volta tale espediente, simile risoluzione, non potrebbe in alcun modo trovare un qualche genere di riscontro nel confronto con la realtà dei fatti per così come occorsero e che, rinunciando probabilmente a un certo livello di spettacolarità, pur, alfine, mi permisero di sopravvivere. E di sopravvivere quanto sufficiente per essere qui, ora, a scriverne, riportandone memoria.
Ritrovatami, pertanto, esattamente nelle condizioni ben riassunte dalla mia sempre meno cordiale ospite, nuda e disarmata, nonché costantemente incatenata, se non al tavolo, comunque al muro, o al suolo, o, anche e peggio, al soffitto, in termini tali da non concedermi neppure la possibilità di ipotizzare di ricorrere, come già in passato, alle gambe per spezzare l’osso del collo del mio boia… dei miei boia, in quel contesto specifico, e, dopo di che, impegnarmi a trovare una qualche possibile via di fuga con maggiore quiete di quanta, allora, non me ne sarebbe potuta essere garantita; ogni mia, trascorsa esperienza in situazioni assimilabili si ritrovò a essere fondamentalmente inutile, ogni mio già collaudato espediente si dimostrò del tutto inapplicabile. Addirittura, e a titolo esemplificativo, neppure il mio stesso corpo, che, malgrado la mia non più fanciullesca età, è abitualmente oggetto di lascivi desideri da parte della quasi totalità degli uomini che incontro, nonché di qualche donna, in quel frangente ebbe a dimostrarsi un fattore del tutto inapplicabile all’idea di un qualche, eventuale, impiego volto a sedurre uno dei miei carcerieri per indurlo a liberarmi e, in ciò, a riservarsi la fine propria del maschio di una mantide religiosa; giacché, tutt’altro che stolida, tutt’altro che sprovveduta, la mia antagonista si volle premurare di fornirmi sempre e soltanto compagnia del tutto disinteressata alle mie grazie, o, comunque, maggiormente timorosi di quello che ella avrebbe potuto loro imporre rispetto a quanto mai avrebbero potuto concedersi eccitati all’idea di quanto mai io avrei potuto loro concedere, nella certezza, indiscussa e inoppugnabile, di quanto l’universo non si sarebbe dimostrato sufficientemente amplio per permettere a qualcuno di loro di rifuggire all’ira della loro padrona, ove tradita.
Anche da questi particolari, ben distanti dal potersi considerare retorici o banali, tutto ciò che ebbi possibilità di compiere, in quei miei giorni di prigionia, fu delineare un profilo della mia avversaria, nella speranza, così facendo, di riuscire a individuare un fronte debole sul quale potermi riservare l’opportunità di colpirla, e di colpirla con tutte le mie energie, nella consapevolezza di quanto solo così facendo, forse, mi sarebbe stata concessa opportunità utile a sopravvivere, di superare quella prova così come ogni altra propria del mio passato. E in tale impegno, quanto ebbi occasione di comprendere, fu come la signorina Calahab fosse ben distante dall’essere la semplice ricca e annoiata figlia di famiglia benestante che, schernendo mie possibili deduzioni, ella aveva avuto occasione di asserire.
Nata e cresciuta, nonché sempre vissuta, in un mondo ove monarchia e aristocrazia hanno a doversi considerare mere consuetudini e dove, altresì, diverse forme di governo o di struttura sociale hanno a doversi riconoscere qual vere e proprie eccezioni, nonché impiegatami, da vent’anni, qual mercenaria al servizio soltanto di chi capace di stuzzicarmi con sfide in grado di mettere sempre a maggior prova la mia abilità guerriera, nonché di chi capace di ripagarmi più che adeguatamente per la mia effimera fedeltà; non avrei potuto considerarmi estranea né alla mentalità aristocratica, né tantomeno alle più o meno eccessive crudeltà di chi in possesso di potere, per propri meriti così come, più diffusamente, per vana discendenza di sangue. E benché, nel corso della mia esistenza, avessi già avuto occasione di conoscere molti sadici pervertiti, capaci di godere del dolore delle proprie vittime, difficilmente in qualcuno di loro avevo mai colto quanto, altresì, mi venne lì offerto non soltanto nello sguardo della stessa Milah, ma anche di tutti gli uomini e le donne al suo servizio, ai suoi ordini: fredda e controllata determinazione nella prima; quieta e rassegnata fedeltà in tutti gli altri; in termini che non sarebbero stati tributati a un sovrano neppure dai propri più viscidi cortigiani.
Chiunque avrei potuto successivamente scoprire essere Milah Rica Calahab, qualunque significato avesse avuto a doversi ricercare celato dietro al suo nome, già evidente mi si impose la consapevolezza di quanto il suo potere, e il suo potere basato sul terrore ancor prima che, banalmente, sulla ricchezza o sul proprio lignaggio, avesse a doversi considerare straordinariamente simile a quello che il mio stesso sposo, Desmair, avrebbe potuto vantare nei confronti dei propri spettri, primi fra tutte le sue vittime e, ciò non di meno, primi fra tutti i carnefici al suo servizio, in un legame che alcuno fra essi avrebbe potuto spezzare, in un vincolo che alcuno fra essi avrebbe mai potuto violare.

domenica 29 dicembre 2013

2144


Come passare da torturatrice a torturata: istruzioni pratiche per l’uso. Prendete una giovane psicopatica. Offritele inconsapevolmente una ragione utile a torturarvi. Godetevi, si fa per dire, il risultato.
Non so se quella avesse a doversi considerare una risposta divina all’eccessivo incedere del messo della tortura da me impiegato a discapito di ben due prigionieri nel corso di quelle ultime ore, oppure, semplicemente, una vendetta poetica da parte dell’universo intero per la medesima ragione, oppure, e ancor più banalmente, mera casualità. Quanto ebbe allora a dimostrarsi, ciò non di meno, reale, fu l’evidenza di come, improvvisamente, da torturatrice, o presunta tale, mi stessi ritrovando a essere catapultata nel ruolo di torturata… senza, purtroppo, molte possibilità di presunzione nel confronto con l’evidente e incontestabile certezza di tale, nuovo, ruolo. E se, come pur potrei ora risultare poco credibile, nel confronto con l’idea di imporre a qualcuno torture di tipo fisico non mi fossi mai sentita personalmente a mio agio; ancor meno avrebbe trovato in me ragion d’approvazione, di condiscendenza, l’idea di subire torture di tipo fisico, ben memore di ogni occasione nel corso della quale, mio malgrado per più di una volta, mi ero già ritrovata a essere similmente vittima.

« Non per apparire ingrata nel confronto con questa tua gentilissima offerta… ma sinceramente non credo che resterò quieta e tranquilla in attesa che tu possa divertirti a mio discapito. » commentai, decisa, allora, a non concederle un istante di più della mia attenzione, del mio interesse, così come sino a quel momento ero stata sin troppo cortese a fare, e, in ciò, a porre in azione il mio nuovo braccio destro, nella cui forza, nella cui energia potenzialmente in grado di sollevare senza sforzo alcuno più di mille libbre di peso, difficile sarebbe stato per qualunque vincolo oppormi adeguata resistenza, effettivo ostacolo così come, pur e ipoteticamente, le catene impostemi avrebbero dovuto assicurarsi possibilità.

Ma quanto ebbi allora a scoprire, con spiacevole stupore, con negativa sorpresa, fu come, mio malgrado, non stessi apparendo più in grado di muovere il mio arto destro, quella protesi robotica impiantatami soltanto poche settimane prima e con la quale avevo già sviluppato un gradevolissimo rapporto, basato su sentimenti di stima e di fiducia nel confronto con la sua, ai miei occhi, straordinaria eleganza, nel riprendere puntualmente le forme e le proporzioni del mio mancino, pur capovolgendole in maniera speculare, e con la sua indubbia potenza, per così come qui sopra espressa. E se, nel merito dell’effettivo funzionamento di quel piccolo e pur straordinario miracolo, obiettivamente, mi ero interessata in maniera estremamente superficiale, confidente con quanto difficilmente la mia mentre avrebbe potuto scendere a patti con argomenti di un simile livello di complessità senza, prima, un’adeguata istruzione utile a colmare l’assurdo divario esistente fra tutto ciò che per me, fino a prima di quel viaggio al di fuori dei confini del mio mondo, era stato l’intero Creato e ciò che, invece, avevo allora compreso esserlo; non fu comunque difficile per me comprendere cosa fosse accaduto, anticipando in ciò ogni possibile replica da parte del mio ben poco cortese anfitrione e, soprattutto, riservandomi, allora, occasione più che giustificata di imprecare, e di imprecare a denti stretti, tutto il mio disappunto.

« Thyres… » ripresi, rendendomi conto di essere, mio malgrado, in trappola e di non poter sperare in una facile occasione di fuga così come, forse ingenuamente, mi ero illusa sino a quel momento.
« Non ho idea di che genere di insulto abbia a dover essere considerato quello da te appena scandito. Ma se è un modo estremamente conciso per dire “non ho via di scampo, dal momento in cui, mentre ero svenuta, hanno pensato bene di scaricare il nucleo all’idrargirio della mia grezza protesi”… beh… sì, sono d’accordo con te… » mi volle canzonare Milah, in tutto ciò ben riassumendo quanto, purtroppo, avevo già inteso fosse accaduto « … Thyres! » soggiunse e concluse, cercando di ripetere esattamente il nome della mia dea, senza neppure sapere cosa stesse allora dicendo e, ciò non di meno, non negandosi la possibilità di scandirlo, nel non riservarsi, sostanzialmente, alcun interesse ad approfondire la propria conoscenza a tal riguardo, a simile proposito.

Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni di vita vissuta, e di battaglie combattute, avversari abbattuti e imprese conquistate, è quanto errato avrebbe avuto a doversi considerare l’eventualità di concedere al proprio antagonista di turno consapevolezza nel merito di un suo successo, di un suo risultato positivo nei propri confronti; in termini tali da garantirgli, oltre a un vantaggio pratico innanzi alla possibilità di una propria vittoria, anche un vantaggio di ordine psicologico a proprio stesso discapito. Vantaggio che, al contrario, anche innanzi al peggiore dei risvolti, delle evoluzioni di qualunque conflitto, sarebbe stato opportuno conservare sempre qual proprio, sempre minimizzando l’importanza di qualunque, pur evidente, predominio fisico, in termini utili a sperare, al momento opportuno, di poter ribaltare la situazione, invertendo delle parti apparentemente inalterabili, una diseguaglianza ipoteticamente incolmabile.
Per questa ragione, benché la mia poco sobriamente vestita padrona di casa avesse, indubbiamente, riservato qual proprio un vantaggio a dir poco preoccupante, almeno dal mio personale punto di vista; mi sforzai di non concederle soddisfazione alcuna in termini di reazioni emotive innanzi a tale scoperta, imponendomi il volto e il tono più freddo e distaccato che avrei mai potuto vantare qual miei propri in un contesto simile, in una situazione qual quella nella quale mi ero venuta a trovare, per poi rivolgermi al suo indirizzo non qual una persona ormai sconfitta, una controparte ormai piegata, qual probabilmente avrebbe gradito scoprirmi, quanto e piuttosto qual chi, allora, avrebbe potuto anche scegliere consapevolmente di strapparsi quel braccio di metallo dal corpo, soltanto allo scopo di avere un’arma contundente da rivolgerle in contrasto.

« Ascoltami bene, ragazzina… » scandii lentamente ogni singola sillaba, pregando in cuor mio, nel contempo di ciò, che il traduttore automatico non mi tradisse, laddove, in tal caso, l’effetto finale di quel mio tentativo, di quel mio azzardo, sarebbe stato quantomeno ridicolo ancor prima che speranzosamente efficace sotto un qualunque profilo volto a concedermi una qualunque ipotesi di salvezza « Io non ho idea di chi tu sia, di dove tu mi abbia fatta trascinare o del perché tu mi abbia qui condotta. Però ho chiaramente in mente quanto finirai per farti male se solo non mi lascerai andare immediatamente, restituendomi i miei vestiti, le mie armi, l’energia al mio braccio e tutto il resto. E lo so perché ci hanno provato tanti altri prima di te… non sai quanti. E nessuno, oggi, è qui per potertelo raccontare, mentre io sì. »

Ancora silenzio. Silenzio nel mentre in cui i suoi occhi di un intensa tonalità di verde si fissarono su di me, nuovamente intenti a valutarmi, a soppesare la mia figura e, quasi, a sezionarla già con lo sguardo, a ponderare in quanti modi potersi divertirmi a farmi a pezzi. Dove, così come, soltanto successivamente, ebbi possibilità di scoprire, l’impiego di tali termini non avrebbe avuto a doversi intendere qual semplice metafora, qual puro proposito privo di concrete possibilità di espressione, quanto e piuttosto impegno reale, una ferma consapevolezza volta a ottenere da me le informazioni, o chissà cos’altro, desiderate, senza riservarsi alcuna preoccupazione nel merito di quanto dolore e quanto sangue avrebbe dovuto da me nel contempo cavare, per riuscire non soltanto a far breccia, quanto e piuttosto a distruggere, attraverso la sofferenza del mio corpo, la mia psiche, che, in tutto ciò, si stava dimostrando, evidentemente, meno debole, e meno collaborativa, rispetto a quanto ella non avrebbe potuto gradire.
In conseguenza a ciò, quando Milah riprese a parlare, non mi volle concedere alcuna soddisfazione atta a comprovare il successo di quel mio breve intervento intimidatorio. E, al contrario, rivolse tutta la propria premura al solo fine di ribadire il proprio scherno a mio discapito.

« Riepilogando… » sorrise, con espressione sardonica qual poche avevo avuto occasione di incontrare, prima di allora, nel corso della mia avventurosa esistenza « Sei disarmata. Nuda. Incatenata a un tavolo operatorio. Sostanzialmente priva di un braccio. E stai cercando di suggerire, in maniera incredibilmente perentoria, quanto sarebbe per me opportuna la resa. » elencò, scandendo ogni elemento di quell’elenco sulla punta delle proprie dita « Sono la sola a trovare tutto ciò paradossale… o stai soltanto cercando di apparire totalmente folle, nella speranza che io rinunci all’idea di farti parlare?! »