11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 046 - Il viaggio continua. Mostra tutti i post
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mercoledì 4 ottobre 2017

2328


Jalne Oridona si era sempre creduto intelligente… molto più intelligente della maggior parte del resto dell’umanità e non solo.
Ancora ventenne, più di cinquanta cicli prima di quel giorno, Jalne Oridona aveva iniziato a tentare la fortuna con piccole attività di contrabbando: nulla di serio, nulla di particolarmente importante, e ciò non di meno utile a permettergli di vivere dignitosamente la propria quotidianità. Se nonché, in quello che avrebbe potuto essere considerato un giorno sventurato se non fosse stato, al contrario, il più fortunato della sua intera esistenza, Jalne Oridona era stato costretto da un’avaria ai motori della propria nave, a un atterraggio di emergenza su un pianeta minore, ipoteticamente disabitato, là dove, se così fosse stato, sarebbe probabilmente anche morto. Ma egli, come ebbe a scoprire dopo non troppo tempo, non avrebbe avuto a doversi ritenere solo in quel pianeta, in quel mondo… al contrario. Ad aiutarlo, in maniera del tutto imprevista e sorprendente, ebbero a comparire allora e infatti un gruppo di creature mai viste prima, un gruppo di chimere non umanoidi, le quali, al di là della propria parvenza mostruosa, ebbero a soccorrerlo, e a prestargli tutte le cure di cui egli aveva abbisognato, in conseguenza agli spiacevoli eventi che, sino a lì, lo avevano quindi condotto. Fondamentalmente salvato, quindi, e curato da quegli esseri, Jalne Oridona era stato in grado di riprendersi e di aggiustare la propria nave, ripartendo per lo spazio siderale in quello che, già così, avrebbe avuto a doversi considerare pari a un lieto fine, se solo, allorché potersi giudicare qual una fine, essa non si fosse poi dimostrata equivalente a un inizio… e a un inizio tanto straordinario dal punto di vista di quel giovane, quanto terrificante dalla prospettiva delle creature che lo avevano incautamente salvato, e che, di questo, avrebbero presto avuto ragione di maturare rammarico. Perché laddove, chiunque altro, o speranzosamente tale, di fronte a quegli accadimenti, sarebbe stato semplicemente felice di scoprirsi malgrado tutto ancora in vita e, in ciò, di riconoscere anche un incolmabile debito di gratitudine con coloro i quali tanto si erano impegnati a salvarlo; Jalne Oridona ebbe a dimostrarsi decisamente più spregiudicato, al punto tale da arrivare a interrogarsi nel merito di quanto accadutogli e, soprattutto, di come riuscire a ottenere quanti più crediti possibili dalla propria scoperta.
Cinquanta cicli dopo, Jalne Oridona aveva sicuramente dimostrato di aver trovato una risposta al proprio dubbio, alla propria domanda, giacché, in quell’ultimo mezzo secolo, egli era stato in grado di fondare uno straordinario impero economico a incominciare dalla commercializzazione, sul mercato, di un alimento incredibilmente apprezzato da un certo genere di clientela, una clientela squisitamente ricca e che, in ciò, non avrebbe avuto esitazione a spendere folli cifre per gustare la pregiata e tenera carne di un scyllarus mammoth, qual egli stesso aveva deciso di denominarli al fine di definirli nulla di più, e nulla di meno, di un semplice animale, di una semplice preda anche laddove perfettamente consapevole di una realtà ben diversa. Certo… tutta la sua attuale ricchezza, tutto il suo potere, tutta la sua autorità, non avrebbero avuto a dover essere considerate in sola e semplice conseguenza al commercio delle magnose spaziali; ma, certamente, quello era stato per lui l’inizio, e l’inizio di tutto ciò che, successivamente, aveva potuto godere della vita in grazia a quel piccolo sacrificio, a quella semplice e disumana decisione volta a perpetrare quietamente un vero e proprio genocidio al solo fine di incrementare la propria ricchezza, il proprio potere.
Nulla, in quegli ultimi cinquanta cicli, Jalne Oridona si era fatto mancare: cinque matrimoni, tre dei quali conclusi con la morte della propria sempre più giovane sposa in circostanze sempre più improbabili, e pur sempre assolutamente incidentali; almeno quattro figli adulti, o, per lo meno, quelli che aveva avuto occasione di riconoscere qual propri; e un patrimonio fondamentalmente inestimabile, al punto tale da poter essere riconosciuto qual uno degli uomini più importanti di quell’angolo di galassia. Un uomo talmente ricco e talmente importante, al punto tale che, anche innanzi a uno scandalo devastante qual quello che il fortuito incidente di un’altra piccola nave, solo pochi mesi prima, aveva fatto emergere agli occhi di tutti, non avrebbe avuto di che doversi preoccupare, giacché non soltanto improbabile, ma addirittura impossibile, sarebbe stata l’eventualità nella quale, anche laddove le “sue” scyllarus mammoth fossero state riconosciute effettivamente quali una specie evoluta, come i cosiddetti scillariti, nel termine che i media avevano iniziato a utilizzare nel riportare tale notizia, egli sarebbe mai stato indagato, processato e, magari, condannato, per quelli che, pur, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali crimini terribili, crimini da lui perpetrati per oltre dieci lustri in serena e assoluta consapevolezza, e nel più semplice e terrificante disinteresse per tutto il dolore che egli aveva provocato. In verità, anzi, osservandosi allo specchio Jalne Oridona non avrebbe potuto ovviare ad attribuirsi anche meriti straordinari in favore di quella “nuova” specie, giacché, solo grazie a lui, delle creature confidate in un piccolo mondo dimenticato avevano finito, in quegli ultimi decenni, per colonizzare molti altri mondi, là dove, da lui, dalle sue navi, erano state deportate allo scopo di ampliarne i ranghi, accrescerne il numero, per non rischiare mai di estinguerle, oltre che, ovviamente, per minimizzare i tempi di consegna del suo prodotto di punta nell’intero universo.
Come quel bisticcio mediatico fosse accaduto, quindi e in verità, non avrebbe mai potuto interessare in maniera particolare a Jalne Oridona… non laddove, alla fine, egli ne sarebbe comunque uscito in piedi. Alla sua età, dopo così tanti anni e così tante ricchezze accumulate, lo smercio delle scyllarus mammoth, per quanto sempre redditizio, avrebbe avuto a dover essere quietamente contestualizzato all’interno di un quadro molto più amplio e molto più complesso, tale per cui, alla fine, tutto quello avrebbe potuto persino essere considerato al pari di una nuova svolta fortunata… fortunata in quanto, alfine, avrebbe potuto creare spazio di mercato per qualche novità. Novità che, ovviamente, in quegli anni, egli non aveva mancato di cercare, di sperimentare, alla ricerca di continue, nuove opportunità di arricchimento. Così, anche laddove gli scillariti avrebbero alfine avuto la loro possibilità di estraniarsi dai menù dei più costosi ristoranti della galassia; molte altre succulente creature avrebbero potuto rimpiazzarle… senza contare, comunque, quanto il commercio illegale delle magnose spaziali avrebbe potuto, comunque, trovare occasione per proseguire e per proseguire, in grazia di tutto ciò, con prezzi ancor più elevati, nel pregio di carni sempre più difficili da reperire.
Ovviamente, sotto un profilo pubblico, Jalne Oridona non aveva potuto ovviare a esprimere tutto il proprio più assoluto dispiacere, e sconcerto, e dolore, a scoprire gli eventi dei quali era stato « inconsapevole protagonista », negli stessi termini che egli aveva proposto a esplicitare la propria più sincera estraneità a qualunque addebito nei propri confronti all’interno di quella terribile inchiesta. E, per quanto consapevole della spudorata menzogna proposta in tutto ciò, egli non avrebbe potuto vantare il benché minimo timore, protetto psicologicamente dalla certezza della propria intelligenza e, ancor più, della propria ricchezza: intelligenza e ricchezza che lo avrebbero sempre protetto da ogni possibile conseguenza.
In tutto ciò, persino più che sorprendente non avrebbe potuto essere ritenuto, dal suo personale punto di vista, quello che ebbe a succedere… e che ebbe a succedere nel momento in cui, seduta ai piedi del suo letto, nella sua camera privata, al centro della sua villa-fortezza, ebbe a trovare una figura femminile, in sua attesa.
Non che su quel letto non avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual solite passare diverse figure femminili, il più delle volte da lui ignorate persino nei propri nomi, nell’inutile fastidio che ciò, eventualmente, avrebbe potuto rappresentare, e non che, in ciò, avrebbe avuto a doversi sorprendere, soprattutto a confronto con le evidenti proporzioni della figura lì in oggetto, sicuramente più matura rispetto alla propria consueta media ma, ciò non di meno, indubbiamente competitiva con la maggior parte delle effimere amanti che, entro quei confini, egli era solito concedersi: ciò non di meno, però, quella figura avrebbe avuto a dover essere immediatamente riconosciuta qual particolare… e particolarmente inquietante, sia per l’innaturale azzurro ghiaccio proprio dei suoi occhi, in fiero contrasto con il rosso fuoco dei suoi capelli, sia, e ancor più, per la serietà che, nel suo sguardo, egli ebbe a individuare. Una serietà che, difficilmente, si sarebbe potuto attendere di trovare in una prostituta.

« Mmm… » esitò Jalne Oridona, avvicinandosi a un pannello di controllo posto accanto alla soglia appena superata per lì premere con apparente indifferenza un pulsante, un allarme silenzioso che, in maniera prudentemente precauzionale, avrebbe allor convocato le sue guardie personali.
« Non verranno. » escluse, per tutta risposta, la misteriosa sconosciuta, ancora accomodata ai piedi del suo letto, lì con le gambe accavallate una sull’altra e con la destra, quella superiore, intenta a dondolare in maniera annoiata, scandendo in tal maniera il passare del tempo.
« Come…? » domandò l’uomo, sorpreso per quell’affermazione, e per la sicurezza con la quale essa era appena stata espressa.
« E’ inutile che cerchi di chiamare qualcuno. » specificò meglio la donna, sollevando appena gli occhi al cielo con aria stanca, in un chiaro disappunto all’idea di dover offrire qualche spiegazione di dettaglio « Non verrà nessuno a salvarti. »
« Salvarmi…? » insistette l’altro, senza comprendere « Salvarmi da cosa, per curiosità? »
« Definiscilo fato, se vuoi. O giustizia. O come preferisci… » scosse il capo la sua interlocutrice, stringendosi poi fra le spalle « Per amor di cronaca, il mio nome è Midda Namile Bontor… ma temo che questo non abbia molto significato per te, ora come ora. Né vi è bisogno che ne abbia. »
« Temo di essere ancor più confuso di prima. » ammise Jalne Oridona, effettivamente non avendo mai sentito prima quel nome.
« Se vuoi saperne di più, chiedi di me a Pitra Zafral, uno dei più importanti accusatori dell’omni-governo di Loicare. » lo invitò l’intrusa, sorridendogli con fare quasi sfacciato, tanta la sicurezza da lei in tal maniera dimostrata « Ti potrà confermare che mi sono stati attribuiti più di ventimila omicidi negli ultimi venti cicli… e, ti posso assicurare, è una stima per difetto. » puntualizzò, quietamente.
« Affascinante. » annuì Jalne Oridona, cercando di dimostrarsi, comunque, calmo e controllato « E questo in che modo mi dovrebbe riguardare…? »
« Proverò a metterla giù in termini estremamente semplici: so cosa hai fatto a discapito degli scillariti in quest’ultimo mezzo secolo… e so che un uomo nella tua posizione difficilmente potrà finire per pagare per tutto questo. » sancì ella, restando ancora seduta sul letto del proprio involontario anfitrione.
« E quindi… vorresti uccidermi per vendicare dei crostacei giganti? » domandò l’uomo, dimostrandosi persino tediato da tutto quello.
« No. » escluse la donna dagli occhi color ghiaccio, scuotendo appena il capo « Io ti ucciderò perché mi va di farlo. Perché posso farlo. E perché non ho problemi a farlo. » minimizzò, con totale indifferenza a quell’idea « Del resto… non è forse il motivo per cui, in questi ultimi cinquanta cicli, tu hai fondato tutta la tua vita, la tua ricchezza e il tuo potere, sulla sofferenza e sulla morte di un’intera specie?! »

martedì 3 ottobre 2017

2327


Fu questione di un attimo. E la Kasta Hamina venne precipitata in un mare di tenebra.

Anche dopo aver trascorso soltanto qualche settimana a bordo di una nave stellare, estremamente facile sarebbe stato arrivare  a fraintendere quanto avrebbe avuto a doversi considerare naturale e quanto, altresì, avrebbe avuto a doversi ritenere artificiale, confondendo gli uni con gli altri, e arrivando, involontariamente, persino a dimenticare quanto avrebbe avuto a doversi riconoscere qual artificiale piuttosto che naturale. Le navi stellari, del resto, erano da sempre concepite, ideate e costruite a quell’unico scopo: concedere un’illusione di naturalezza là dove, obiettivamente, poco o nulla sarebbe potuto essere tale, attraverso diversi artifici, diverse soluzioni volte a ingannare, con ogni migliore intenzione, i corpi e le menti dei loro occupanti, per non creare disagi, per non negare conforto, a confronto con l’idea di settimane, mesi o, addirittura, anni di vita di bordo, a confronto con il pensiero di abbandonare i confini del proprio pianeta per immergersi nella gelida, oscura e potenzialmente terrorizzante, immensità siderale.
In ciò, pur consapevoli di quanto artefatta avrebbe avuto a doversi considerare la gravità all’interno della nave, nessuno degli uomini e delle donne della Kasta Hamina avrebbe mai avuto ragione di sollevare il benché minimo dubbio sulla concretezza della stessa, apprezzandola, anzi, non diversamente da quella di qualunque altro pianeta, di qualunque altro mondo, e rispettandone le leggi, le regole, anche laddove, in verità, esse, lì dentro, avrebbero avuto a doversi considerare una mera convenzione. Sopra e sotto, basso e alto, ma anche pesante e leggero, debole e forte, avrebbero avuto a doversi essere ritenuti nulla di più, e nulla di meno, di un semplice accordo privo di reale significato, privo di maggiore valore rispetto, banalmente, alla convenzione sociale volta a discernere il pudico dall’impudico, quanto avrebbe potuto essere giudicato accettabile da quanto avrebbe avuto a dover essere ritenuto scandaloso. Se solo avessero voluto, nulla avrebbe impedito ad alcuno di camminare sulle pareti o sui soffitti della nave, o di sollevare centinaia, migliaia di libbre senza fatica alcuna, senza sforzo alcuno, e senza la necessità di una qualsivoglia protesi meccanica al pari di quella della Figlia di Marr’Mahew. Ma la gravità artificiale era solita aiutare tutti loro a mantenere un giusto contatto con la realtà, a conservare un certo equilibrio psichico e fisico, in termini utile a poter continuare a vivere, in maniera indistinta, la propria vita a bordo di quella nave così come in qualunque mondo, in qualunque realtà essa li avrebbe condotti. Ritrovarsene improvvisamente privati, in qualunque altro contesto, in qualunque altra situazione, avrebbe potuto essere considerato addirittura divertente, nelle evoluzioni aeree che ciò avrebbe potuto consentire loro: ma in quel momento, in quel contesto, la situazione era leggermente più problematica… problematica quanto, senza troppe particolari filosofie, avrebbe potuto dimostrarsi essere a fronte dell’imperante, e discesa, oscurità attorno a tutti loro.
Esattamente come la gravità avrebbe avuto a doversi ritenere artefatta all’interno della Kasta Hamina così come di qualunque nave stellare, anche la luce e l’oscurità, e la più semplice alternanza fra giorno e notte, non avrebbero potuto ovviare a essere riconosciute qual totalmente fasulle, frutto di una semplice convenzione non poi così diversa da quella propria della gravità. Al di fuori dei limiti di un pianeta, esternamente ai confini di un mondo, ineluttabile sarebbe stata, infatti, la più semplice perdita di qualsivoglia significato persino per il concetto stesso di tempo, laddove l’anno, le stagioni, i giorni e le ore avrebbero avuto a rivelare drammaticamente tutta la propria più effimera essenza di mere regole localizzate all’interno del proprio contesto naturale. Abbisognando, tuttavia, l’equipaggio di una nave non soltanto di un mezzo, di un ordine di misura, per misurare la lunghezza dei propri viaggi non soltanto in termini spaziali, ma anche in termini temporali, così come per scandire le varie fasi della propria giornata e, ancor più banalmente, per mantenere una giusta alternanza fra il sonno e la veglia, requisito fondamentale nella quasi totalità delle specie senzienti per conservare le proprie facoltà mentali e la propria salute fisica; tale convenzione aveva necessariamente finito per trascendere i confini propri di un mondo, arrivando, addirittura, a essere codificata secondo alcuni canoni condivisi fra diverse culture, fra diverse specie, fra diversi sistemi stellari, al fine di garantirne l’interazione, da permetterne la comunicazione. Per questo, al concetto di anno, era stato affiancato e sostituito, già da tempo, il concetto di ciclo, a conservare intatta la propria etimologia in riferimento all’ipotetico ciclo di rivoluzione di un pianeta attorno al proprio sole, lasciando derivare in mera conseguenza matematica l’intera divisione in stagioni, mesi, giorni e ore senza reale connessione a qualsivoglia reale rivoluzione o rotazione planetaria esistente, ma come puro e semplice canone, in una sorta di media pesata fra i principali sistemi inizialmente coinvolti in simile definizione. E, per un bizzarro scherzo del destino, o per una benevola concessione da parte degli dei, Midda e Be’Sihl, in quell’ultimo anno, o, meglio, ciclo, avevano avuto occasione di verificare quanto, in verità, simile convenzione non avesse a dover essere considerata particolarmente estranea alla misurazione del tempo sul loro pianeta d’origine: in verità, in assenza di qualche sistema di misurazione assoluta del tempo, difficile sarebbe stato per loro definire con precisione assoluta una qualche eguaglianza fra il ciclo e il loro precedente concetto di anno… ma, anche ove fossero sussistite differenze, probabilmente sarebbero state così minimali da poter far loro perdere o guadagnare un giorno nel giro di un lustro. In quel riavvio dei sistemi della nave, tuttavia, ogni luce, ogni barlume all’interno della Kasta Hamina venne sottratto e, in un istante, le tenebre avvolsero ogni cosa, in un’oscurità totale, un nero cappuccio tanto innaturale quanto artificiale era stata, sino a quel momento, l’idea stessa di luce.
In quelle tenebre, in quell’assenza di gravità, e nel silenzio delle preghiere che, ognuno, a modo proprio, ebbe a dedicare a qualunque genere di divinità avrebbe potuto ritenere di poter rivolgere una qualunque supplica; non soltanto la percezione dello spazio venne negata, ma anche quella del tempo e del suo scorrere, in assenza di qualsiasi riferimento, in assenza di un qualunque metro di misura diverso dai semplici battiti dei propri cuori. E molti di quei battiti ebbero a crescere, nell’ansia, nel timore derivante dallo smarrimento lì loro imposto, uno smarrimento nel quale difficile, impossibile, sarebbe stato discernere quanto tempo fosse allor effettivamente passato. E più quei battiti ebbero a crescere, più il tempo parve trascorrere in fretta, di pari passo con l’incedere di quel battere continuo e ossessivo, in misura tale per cui il minuto previsto iniziò ad apparire simile a dieci minuti, e poi a venti, e poi a un’ora, imponendo, alfine, sulle menti di molti il dubbio di essere lì immersi ormai da tempo immemore e, in tal senso, di essere stati lì condannati a morte, o, forse, di essere addirittura già morti, e di aver spiacevolmente scoperto quanto, oltre la vita, non vi fosse null’altro se non l’oscurità e le tenebre.
Ma molto prima di quanto chiunque avrebbe potuto credere, o forse nel tempo esatto per così come annunciato dal capitano, impossibile a dirsi, i corpi di tutti, umani, ofidiana o scillariti, ebbero a riacquisire lentamente peso, nel mentre in cui tante piccole fonti di luce ebbero nuovamente a risplendere e, in ciò, la vita stessa sembrò ritornar a scorrere, dopo che, per un minuto, o forse per un intero eone, era rimasta in sospeso, bloccata nel tempo e nello spazio, o forse oltre il tempo e oltre lo spazio. E quando i piedi, o le zampe, di tutti tornarono a riappoggiarsi a terra, provando un certo piacere nel confronto con la solida consistenza dei propri stessi pesi, nuovamente pareggiati alle relative masse; e quando gli occhi di tutti tornarono a godere della vista delle forme note della Kasta Hamina, riconosciute allor qual lo spettacolo più bello con il quale mai avrebbero potuto confrontarsi, l’incanto maggiore che mai avrebbero potuto desiderare; quegli stessi cuori il battito dei quali non aveva potuto ovviare ad aumentare in maniera quasi esponenziale, tornarono a scandire il tempo delle loro esistenze in termini adeguati, restituendo loro il controllo delle vite estemporaneamente smarrite.

« Plancia a sala macchine… » ebbe alfine a domandare la voce del capitano, all’attenzione del capo meccanico « … Mars… puoi darmi una buona notizia? »
« Qui Mars… » rispose, dopo qualche istante di attesa, con tono sufficientemente allegro da comunicare già, in tal maniera, il risultato ottenuto « … il nostro viaggio può continuare, capitano! »

lunedì 2 ottobre 2017

2326


« … rinfacciandoteli, magari! » evidenziò Duva, cogliendo la palla al balzo, in un’occasione troppo ghiotta per poter essere ignorata.
« Come volevasi dimostrare… » sbuffò la donna guerriero, nel ben comprendere l’occorrenza di un nuovo errore da parte sua senza, in ciò ovviamente poterne individuare la natura.

Il resto della conclusione del pranzo ebbe a seguire quegli stessi toni, quel medesimo clima faceto che, in tal maniera, era stato così introdotto, ribadendo e sottolineando, nuovamente, il più sincero, trasparente e assoluto impegno, da parte di tutti, al fine, non banale, di non permettere a quell’occasione d’assumere possibili tono drammatici, quali pur non sarebbero stati ingiustificati, e quali pur, ciò non di meno, nessuno in quel momento avrebbe potuto desiderare, nella comune consapevolezza di quanto nulla di tutto ciò avrebbe potuto in alcuna maniera favorire la loro situazione.
Al termine del pranzo, poi, entro i limiti delle proprie possibilità, soprattutto in riferimento agli ospiti scillariti, ognuno contribuì allo sgombero della tavolata, riportando stoviglie, piatti e posate alla sala mensa per essere lavate, piegando le tovaglie per essere riposte, e sbaraccando l’improvvisata tavolata al fine di ripristinare l’aviorimessa alla propria funzione originale, affinché, laddove ve ne fosse stata necessità, alcun intralcio avrebbe potuto impedire l’accesso a quell’area: per quanto, infatti, fossero riusciti a organizzarsi, rendendo di necessità virtù, e trovando occasione per concretizzare il desiderio di quel pasto comunitario, alcuno avrebbe avuto a dover obliare alla consapevolezza di quanto, comunque, una nave di classe libellula non avrebbe avuto a poter essere considerata qual contraddistinta da dimensioni particolarmente significative, trovando, in verità, la quasi totalità della propria medesima estensione contraddistinta dalla propria coda di container, ancor più che dal proprio corpo centrale o, ancor meno, dalla sezione di testa.
Solo quando, ancor con estrema serenità, tutto venne sgombrato e l’intera area fu ripulita da quella naturale sporcizia che, in conseguenza a un simile, piccolo evento, una tale modesta celebrazione, non avrebbe potuto ovviare a essere prodotto; il capitano si riservò il diritto di invitare i propri ospiti scillariti a rientrare nella stiva di carico, per lì attendere l’evolversi degli eventi, e di richiamare all’ordine il proprio equipaggio al fine di prepararsi a quanto, ormai, non avrebbe avuto più alcun senso posticipare ulteriormente.
Duva, Ragazzo e lo stesso capitan Rolamo, quindi, risalirono alla plancia, per attivarsi ai controlli della nave, là dove sarebbe stato più opportuno essi fossero stati nel momento in cui, alla sorte piacendo, tutto fosse andato per il meglio e la nave avrebbe potuto riprendere il viaggio così bruscamente interrotto. Lys’sh, Rula e Mars, altresì, ebbero a collocarsi all’interno della sala macchine, l’ultimo dei quali per operare all’interno di quello che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il proprio regno incontrastato, e le altre per potergli garantire, all’occorrenza, l’eventuale assistenza necessaria laddove ve ne fosse stata necessità. Midda e Be’Sihl, che pur in tal contesto non avrebbero potuto contribuire in maniera significativa, essendo coloro i quali avrebbero avuto a doversi ammettere più estranei a qualunque conoscenza nel merito di quella tecnologia, ai loro occhi più aliena rispetto a quanto non avrebbe potuto apparire una qualsivoglia chimera, laddove in fondo, nel proprio mondo, di creature dalle forme, dimensioni e apparenze più disparate non erano mai mancate, si riservarono altresì il diritto di aiutare Thaare nel lavare pentole, stoviglie, piatti e posate e nel rigovernare la cucina, laddove, quantomeno, in tal maniera avrebbero potuto concedersi una qualche pur minima utilità, avrebbero potuto contribuire in qualche modo, pur semplice, al benessere comune, non avendo a doversi considerare, spiacevolmente, un mero peso per la nave e il suo equipaggio in quel particolare frangente. Il dottor Roro, dal canto suo, si limitò a restare all’interno dell’infermeria, nell’essere pronto, ove necessario, a fornire, all’occorrenza, un’eventualità che pur alcuno avrebbe necessariamente gradito, il proprio supporto.

« Qui sala macchine a plancia…  » annunciò Mars, quando lui e le sue due inattese aiutanti ebbero a collocarsi nella maniera più opportuna all’interno dello spazio lì loro riservato, ad agire con la migliore efficacia ed efficienza possibili « … siamo in attesa di un vostro segnale. »
« Plancia a tutta la nave… » scelse allora di replicare Lange Rolamo, non in diretto riferimento al capo meccanico ma all’intero equipaggio, ospiti inclusi « Fra pochi istanti ogni sistema della nave verrà arrestato e, per circa un minuto, resteremo privi di gravità artificiale, di generatori d’ossigeno e di sistemi di supporto base, nonché di ogni sensore e degli scudi. La Kasta Hamina, fondamentalmente, si trasformerà in un enorme scatola di metallo alla deriva nello spazio… e non sarà piacevole. » avvisò, non volendo indorare in alcun modo la proverbiale pillola, giunti, qual si ponevano, a quel momento « Un minuto probabilmente potrà sembravi un’eternità in queste situazioni, nell’oscurità nella quale ricadremo, ma vi invito a ricordare sempre quanto, tutto questo, sia parte del piano volto a salvarci tutti quanti. Pertanto, mantenete tutti la calma, restate ognuno ai vostri posti e, pregate qualunque divinità possa assicurare serenità alle vostre menti… e, vedrete, che tutto andrà per il meglio. » dichiarò, in quella che, anche da parte sua, avrebbe avuto a doversi probabilmente riconoscere più qual una preghiera, più qual una speranza che un’effettiva certezza, laddove, purtroppo, alcuna certezza avrebbe lì potuto allor vantare « Per favore, al mio appello confermate di aver udito tutto e di essere pronti a proseguire. » soggiunse poi.

Un breve istante di silenzio intervallò quelle parole dalle successive. E, dopo di esse, un rapido momento di controllo ebbe a monitorare, verbalmente, la situazione dell’intera nave…

« Sala macchine… confermate? » domandò il capitano.
« Qui Mars dalla sala macchine a tutta la nave… » rispose il capo meccanico, con tono meno scherzoso di quanto, abitualmente, non avrebbe avuto a doversi riconoscere il suo « … confermiamo. » dichiarò anche a nome di Lys’sh e Rula.
« Infermeria… confermate? » interrogò, proseguendo in quello che avrebbe potuto essere considerato, quasi, un ordine di importanza, nel volgere l’attenzione verso il dottore e il suo possibile, ma non auspicabile, intervento in quanto da lì a poco avrebbe potuto occorrere.
« Qui Roro dall’infermeria… » rispose il medico di bordo, con tono sereno, quasi serafico, avendo vissuto troppo a lungo per potersi realmente concedere una qualsivoglia ansia anche di fronte a uno scenario potenzialmente letale come quello « … confermo. »
« Sala mensa… confermate? » continuò la voce del capitano.
« Qui Thaare… confermiamo. » annuì la cuoca di bordo, prendendo voce anche per Midda e Be’Sihl, nell’essersi ovviamente arrestata nel proprio lavoro domestico non tanto per offrire quella risposta, ma per prepararsi, insieme alla coppia, a quanto di lì a breve sarebbe accaduto, andando a cercare una posizione stabile dalla quale, anche nell’annunciata e prevista interruzione della gravità artificiale, non vi sarebbero state conseguenze spiacevoli.
« Stiva… confermate? »
« Qui Ko’hl-Naar dalla stiva. » dichiarò la voce dello scillarita, esprimendosi come di consueto anche a nome di tutti i propri compagni « Confermiamo. » si limitò a comunicare, in linea con quanto appena udito da tutte le altre parti della nave.

Un nuovo, fugace, momento di silenzio volle allora porsi da giusto intervallo fra quell’appello e quanto, allora, sarebbe accaduto. Un attimo rubato per permettere, forse, a ognuno di esprimere le proprie preghiere prima di quanto, allora, sarebbe accaduto… prima delle nuove parole del capitano.

« Sala macchine… » richiamò ancora Lange, con tono serio « Al mio via procedete. » ordinò, riconoscendo ormai qual concluso il tempo per le parole « Tre… » iniziò a scandire un breve, brevissimo conto alla rovescia « Due… » proseguì, cadenzando perfettamente quei numeri « Uno… » concluse, con un profondo respiro « … via! »

domenica 1 ottobre 2017

2325


Il giorno dopo, ogni preparativo ebbe a concludersi poco prima dell’ora di pranzo. E, per quanto, probabilmente, chiunque altro avrebbe preferito prima procedere con quel tentativo e soltanto in seguito concedersi occasione utile per pranzare, nell’agitazione e nel conseguente rischio di indigestione, gli uomini e le donne della Kasta Hamina si prodigarono nuovamente a dimostrare tutto il proprio quieto disinteresse nei confronti delle eventualità più negative, godendosi, altresì, con quiete e serenità anche quegli ultimi momenti, e trasformando, all’atto pratico, quel pranzo in una vera e propria festa.
Per l’occasione, malgrado regimi alimentari parzialmente incompatibili, Thaare si prodigò al fine di riorganizzare l’aviorimessa adiacente alla stiva di carico del quarto ponte a sala da pranzo, allo scopo di riunificare lì tanto i membri dell’equipaggio, quanto i loro ospiti, per un grande momento comune. Agli scillariti, dal canto loro, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta una straordinaria capacità di autocontrollo, giacché, malgrado tutto, malgrado la situazione in cui si erano venuti a ritrovare, malgrado le incomprensioni iniziali e gli scontri occorsi, e malgrado la più totale estraneità al mondo a loro circostante, che, solo in grazia alla pazienza del dottor Roro avevano iniziato a comprendere, si erano tutti prodigati al fine di offrire il più totale rispetto e la più completa fiducia ai propri anfitrioni, non sollevando la benché minima obiezione neppure di fronte alla condivisione della strategia di uscita ideata da parte del capitano: tutt’altro che stupide, così come avevano offerto riprova di essere, quelle magnose spaziali avevano infatti accolto l’idea per come loro spiegata, accettando serenamente anche il rischio a essa connessa, nell’eventualità in cui, spiacevolmente, le cose fossero andate male. Dal loro punto di vista, per così come ebbero anche a spiegare con ammirevole calma, tutto quello avrebbe avuto a dover già essere riconosciuto qual un’insperata occasione di sopravvivenza rispetto al destino loro inizialmente assegnato e se, in tal senso, qualcosa fosse andato storto, avrebbero affrontato comunque con gioia l’eventuale condanna che sarebbe stata imposta a tutti gli occupanti di quella nave destinata a divenire un’enorme tomba, giacché, comunque, ogni giorno lì dentro, sino all’inevitabile fine, sarebbe comunque stato un giorno in più. A fronte di un simile approccio, a fronte di una tale straordinaria filosofia, nessuno a bordo avrebbe avuto ragione di opporsi all’idea di quell’ultimo pasto insieme, e, in tal senso, Mars, Lys’sh e Ragazzo furono ben lieti di offrire il proprio aiuto alla cuoca al fine di allestire quell’inaspettata tavolata all’interno dell’aviorimessa.
Così, quel giorno, al metà giornata, tutti gli uomini e le donne della Kasta Hamina, e tutti gli esponenti della specie scillarita lì a bordo, si radunarono ai due lati di un lungo desco, senza neppure una reale divisione fra gli uni e gli altri, giacché, anche in tal senso, la cuoca di bordo non aveva voluto transigere, frammischiando gli uni agli altri, e definendo i posti a sedere, banalmente, sulla base della presenza di sedie o meno, di posate o meno, laddove, come sarebbe stato semplice intuire, nella propria diversa anatomia, gli scillariti non avrebbero mai potuto apprezzare l’impiego di una sedia o, peggio ancora, delle posate. I piatti, ciò non di meno, non mancarono per alcuno, così come il cibo al loro interno, ancora preparato, come già il giorno precedente, con la massima cura, con la più totale attenzione, tanto sul fronte dei scillariti, per mano della stessa Thaare, quanto sul fronte di tutti gli altri, ancora una volta in straordinaria concessione al buon Be’Sihl, il quale, come già nel giorno passato, ebbe a prestare massima attenzione a rispettare l’occasione riservatagli dalla cuoca e, in tal senso, a non preparare alcun genere di piatto che avrebbe potuto incontrare la sua critica, consapevole che ella, nuovamente, non gli aveva soltanto affidato i propri compagni e compagne, ma, a sua volta, a lui si era affidata, nel condividere, ovviamente, lo stesso menu da lui composto.
E se pur, nelle trascorse discussioni della mattina precedente, facile sarebbe stato credere, soprattutto per chi, come Ragazzo, ne era stato quieto testimone, che Thaare avrebbe espresso soltanto giudizi impietosi a discapito del proprio sventurato collaboratore; la cuoca di bordo ebbe a dimostrarsi decisamente meno severa di quanto temuto, arrivando, addirittura, al termine di quel nuovo pasto da lui anche per lei cucinato, a esprimere una certa positività a suo riguardo…

« Non male, giovanotto… non male. » sancì in pubblico apprezzamento, dopo aver appoggiato le posate ai bordi del piatto ed essersi ripulita gli angoli della bocca con un tovagliolo « Seppur è vero che di necessità si ha a dover fare virtù, non posso ovviare a evidenziare quanto, in questo caso, alcuno sforzo abbia a dover essere compiuto per apprezzare la tua esperienza in cucina. » gli riconobbe, salvo poi non mancare a esprimere anche una nota critica « Per carità: il gusto… esotico… dei tuoi piatti risulta sicuramente un po’ insolito a palati non abituati a esso. Ma, francamente, ho avuto difficoltà maggiori quella volta che siamo andati a cena in un ristorante feriniano, dove la carne preferiscono servirla estremamente fresca… appena macellata, diciamo. E neppur cotta. »
« Cerca di non essere così avida di complimenti, Thaare! » insistette Rula, scuotendo appena il capo « Io, francamente, trovo la cucina di Be’Sihl deliziosa, con piatti al contempo semplici ed estremamente curati, soprattutto sotto il punto di vista nutrizionale: senza nulla voler togliere all’eccellenza delle tue ricette, che ovviamente è sempre la migliore… » sottolineò, onde ovviare a rischiare di incorrere nelle ire della donna, l’ultima a bordo che chiunque avrebbe mai voluto far arrabbiare « … trovo che anche il nostro nuovo amico conosca il suo mestiere, e vi si dedichi con grande premura. »

Spronati dalle parole per prime espresse da Thaare, e seguendo l’esempio offerto dalla moglie del capitano, tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, che già da un giorno, ormai, stavano avendo occasione di apprezzare il lavoro dello shar’tiagho ai fornelli, ebbero allora a condividere i loro commenti positivi a tal riguardo, inclusa anche Duva. Ella, in particolare, benché avrebbe sicuramente avuto piacere a trovare di che esprimersi in contrasto alla propria più giovane sostituta nel talamo di Lange Rolamo, diversamente dal solito non poté francamente trovare motivo per andarle contro, ritrovandosi, al contrario e addirittura, a evidenziare la cosa, in ubbidienza al detto per il quale, laddove non avesse potuto sconfiggere qualcuno, allora sarebbe stato meglio renderlo proprio alleato…

« Non posso che concordare con Rula. » dichiarò, prendendo alfine parola dopo che già quasi tutti avevano avuto occasione di condividere il proprio giudizio « L’attenzione posta da Be’Sihl nel comporre piatti estremamente salutari e, ciò non di meno, deliziosi, è quantomeno encomiabile. » annuì con una certa convinzione « Midda cara… fai bene a tenertelo stretto perché, francamente, un altro uomo come lui non credo abbia a dover essere facile a trovarsi. »
« Assolutamente. » confermò il capo della sicurezza, volgendo uno sguardo carico di sincero sentimento d’amore nei confronti del compagno, posto di fronte a lei nella lunga tavolata « Anzi… prima che tu o chiunque altra possa farsi venire qualche strana idea a tal riguardo, ricordate bene con chi avete a che fare. Non mi hanno definita l’Ucciditrice di Dei in maniera grattugiata. »
« … credo volesse dire gratuita. » ridacchiò Lys’sh, poco più lontana da loro, non potendo fare a meno di evidenziare l’errore del traduttore, non tanto allo scopo di canzonare l’amica, quanto e piuttosto lasciandosi semplicemente trascinare dalla serenità di quel momento, e dal clima scherzoso che già, quell’ultima affermazione, avrebbe voluto caratterizzare.
E Midda, pur non sapendo di preciso cosa potesse aver detto in luogo al termine desiderato, non poté ovviare a levare gli occhi al cielo a quel nuovo errore, sbuffando sonoramente e rivolgendosi, poi, verso il portavoce dei scillariti, presentatosi il giorno precedente come Ko’hl-Naar, per esprimere un certo disappunto nei suoi riguardi: « Spero che il sacrificio che ho compiuto per raggiungere questa pace, e per permettere a te e al tuo popolo di essere riconosciuti in quanto tali, non sarà dimenticato… bello mio. » pretese, in riferimento alla cessione del proprio traduttore « Perché qui, purtroppo, passeranno mesi prima che io possa riuscire a riprendere a parlare senza nuovi errori. E state certi che tutti faranno sempre a gara per rimboccarmeli! » dichiarò, nuovamente, inconsapevolmente, errando.

sabato 30 settembre 2017

2324


E a escludere, in tutto ciò, qualunque frenesia, qualunque possibile ansia, quelle attività, i lavori nei quali tutti loro si erano ritrovati ad essere, in tal maniera, distribuiti, non ebbero a occupare, banalmente, il resto di quella giornata, ma anche quasi tutto l’indomani, concedendo loro, necessariamente, tanto necessari momenti conviviali, quanto un’ineluttabile esigenza di riposo notturno, a nuova riprova di quanto, invero, alcuna urgenza avrebbe potuto essere intesa nella conclusione di quanto, allora, in corso. Dopo aver quindi riservato l’intera stiva del corpo centrale della Kasta Hamina ai loro ospiti scillariti, e dopo aver organizzato i turni di presenza in plancia al fine di non lasciare mai del tutto indifesa la nave, nel non voler concedere a un qualche possibile, e allo reale, avversario di aggredirli, gli uomini e le donne dell’equipaggio si dispersero ognuno nei propri alloggi, per affrontare quella che, consapevolmente, avrebbe potuto essere la loro ultima notte e che pur, non per questo, li avrebbe veduti privati del giusto riposo, o del riposo dei giusti, nella non minor consapevolezza di quanto, obiettivamente, ogni notte, nella vita di chiunque, avrebbe potuto essere l’ultima notte, a prescindere da qualunque condizione a contorno.
Nessuno fra loro, pertanto, ebbe motivazioni utili a privarsi della propria opportunità di riposo o, eventualmente, di un momento di intimità. Così come anche, non si rifiutarono occasione di rendere proprio Midda e Be’Sihl, nel loro alloggio.

« Mmm… giornata decisamente lunga quella di oggi… » ebbe a distendere stancamente i propri muscoli l’uomo, abbracciato supino, qual si trovava a essere, al nudo corpo della propria compagna, della propria amata, al termine di un impegnativo allenamento serale, qual, giocosamente, la stessa Ucciditrice di Dei aveva voluto pocanzi definire il loro amplesso, nel corso del quale ella aveva avuto occasione, ancora una volta, di comprovare quanto straordinaria avrebbe avuto a dover essere giudicata la sua resistenza fisica, l’energia per lei propria, non soltanto nel non essersi sottratta a tale momento ma, addirittura, nell’averlo esplicitamente richiesto al proprio amante, nell’assenza di qualunque inibizione in tal senso, qual mai, del resto, l’aveva caratterizzata anche in passato « … e, francamente, non riesco a capire dove tu abbia a trovare tutte queste forze. »
« Forse l’idrargirio nel mio braccio destro sta iniziando ad alimentare anche me… » ridacchiò l’ex-mercenaria, strofinandosi sensualmente lungo tutto il fianco del proprio interlocutore, simile a un furbo felino domestico intento ad attrarre l’attenzione del proprio supposto padrone, nel perseguire tuttavia, in tal dimostrazione d’affetto, solo e unicamente i propri scopi, i propri interessi « Cosa accade, mio caro? Inizi a sentirti troppo vecchio per certe cose…?! »
« Scherzi?! » protestò l’ex-locandiere, forse stuzzicato nel proprio orgoglio a una simile asserzione, al punto tale da reagire con un deciso colpo di reni tale da ribaltare completamente la situazione, nel farlo giungere, nuovamente, sopra il corpo della propria compagna, lì stando comunque attento a non gravare eccessivamente con il proprio peso, in una fisica complicità ormai meravigliosamente spontanea fra loro e, per la quale, egli non avrebbe potuto essere più contento, nell’aver rincorso quella particolare donna per una vita intera, prima di potersi, alfine, concedere un po’ di quotidianità al suo fianco, qual quella che, dall’altra parte dell’intero universo rispetto a dove entrambi erano nati e cresciuti, stava finalmente venendo loro garantita « Io mi stavo solamente preoccupando per te… sei tu che, per tutto il giorno, hai corso a destra e a manca, senza mai riservarti un attimo di riposo. » evidenziò, aggrottando la fronte e scandendo quelle parole sulle carnose labbra di lei, quasi ogni sillaba avesse a dover essere considerata un bacio « Io, come sempre negli ultimi lustri, sono rimasto ad aspettarti in cucina… »
« Non sai quanto abbia a poter essere considerato sensuale simile pensiero, per me. » sorrise, di rimando, la donna, ben accettando il gesto del proprio compagno e, anzi, approvandolo implicitamente in un rapido movimento delle proprie gambe, volto a intrappolarlo a sé, a bloccarlo nella posizione da lui conquistata, a dimostrare, forse, quanto, anche in quel frangente, anche in quella particolare situazione, ella non avrebbe mai avuto a dover essere fraintesa qual passivamente sottomessa ad alcuno, ma, piuttosto, qual vivacemente partecipe di qualunque iniziativa « E non ti sto canzonando… »
« Sapermi intento ad aspettarti in cucina sarebbe per te qualcosa di sensuale…? » cercò conferma Be’Sihl, cercando di non dimostrare eccessiva ilarità a quella frase, benché, obiettivamente, difficile sarebbe stato per lui non ridere a un’affermazione così bizzarra, soprattutto nel considerare il genere di donna, di guerriera, da parte della quale essa stava venendo proposta.
« Certo che sì! » annuì Midda, sollevando la propria mancina dietro la forte schiena di lui, accarezzandola, prima, con delicatezza e, poi, iniziando a solcarla con la punta delle proprie corte unghie le quali, pur non estendendosi al di là della lunghezza delle sue dita, avrebbero egualmente saputo graffiare ove opportunatamente premute, così come ella sapeva fare molto bene, e già, quella sera, aveva avuto occasione di dimostrare sulla sua pelle, in diversi punti del suo corpo, nei momenti di maggior piacere « Anche escludendo il fatto tutt’altro che privo di valore di come tu sia stato il primo, nonché l’unico, uomo ad aver mai cucinato per me… non sottovalutare l’evidenza di quanto attraente, per una randagia girovaga qual sono sempre stata, possa apparire, e sia sempre apparsa, l’idea di un punto fisso, di un rifugio sicuro, al quale sapere di poter fare comunque ritorno, alla fine di ogni viaggio. » argomentò ella, parlando con dolcezza straordinaria laddove pur, nel mentre di quelle parole, i suoi gesti sembravano altresì voler suggerire malizia, nell’aggressiva ricerca carnale per il corpo di lui.
« E il fatto che io, ora, stia viaggiando con te non ti disturba…?! » domandò, sollevandosi appena dal volto di lei, per poterla osservare dritta negli stupendi, e per i più temibili, occhi azzurri color ghiaccio, a richiedere, in ciò, una risposta sincera, benché sapesse quanto ella mai gli avrebbe concesso altro, a costo di apparire, in tal senso, persino spiacevolmente rude, non concependo la menzogna all’interno del loro rapporto, all’interno della loro relazione.
« Mmm… fammi pensare… » rifletté ella, lasciando scivolare la propria mano lungo la sua schiena fino a giungere ai suoi muscolosi glutei e, da lì, a scivolare lungo il fianco verso la sua mascolinità, a enfatizzare, in tal gesto, le parole che avrebbe pronunciato « … avere la possibilità di giacere ogni sera al tuo fianco, fare all’amore con te per poi dormire abbracciati sino all’inizio del nuovo giorno: no… direi che nella mia vita tante cose mi hanno disturbato, ma questa non dovrebbe rientrare nell’annovero. » sorrise, sorniona, nel mentre in cui, nei propri gesti, ebbe allora a volergli dimostrare quanto, per quella sera, per quella notte, le proprie energie non avrebbero avuto a dover essere ancor considerate qual del tutto consumate… non, quantomeno, nella misura utile a impedirle di pretendere nuove attenzioni da parte sua.

E Be’Sihl, ritrovatosi costretto a lasciar sfuggire dalle proprie labbra un breve gemito, decise di colmare immediatamente il divario fra loro, fra le loro labbra, per soffocare il proprio piacere nelle labbra amate, baciandola con dolce foga, l’unico genere di frenesia che, fra loro, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quella notte, anche a confronto con l’eventualità della possibile condanna a morte che li avrebbe potuti attendere il giorno successivo.
Perché, in fondo, entrambi avevano già vissuto molte ultime notti, troppe ultime notti, per potersi permettere di considerare quella attuale qual realmente l’ultima, non nel minimizzare quanto sarebbe potuto avvenire, non nell’ignorare i pericoli che avrebbero potuto aver ad affrontare, ma nel non desiderare, banalmente, permettere al timore per la certa eventualità della morte di impedire loro di vivere, e di vivere ogni singolo giorno loro concesso, ogni singolo istante loro donato, nel migliore dei modi possibile, senza mai riservarsi rimpianti e cercando di ridurre al minimo i rimorsi, affinché, alfine, anche nel momento in cui l’ultima notte fosse realmente giunta, essa li avrebbe potuti trovare sereni… e, possibilmente, insieme, come anche erano felicemente in quel momento, in quella piccola cuccetta a bordo di una piccola nave mercantile dispersa nell’immensità dello spazio siderale.

venerdì 29 settembre 2017

2323


I preparativi che seguirono ebbero a dimostrarsi meno frenetici rispetto a quanto, chiunque, avrebbe potuto attendersi avrebbero avuto a essere, nel confronto emotivo con la particolare, estrema situazione nella quale la Kasta Hamina, e il suo equipaggio, si stava ponendo. Fosse stato, il loro, un racconto, un audiolibro o un film, sicuramente quell’ultimo capitolo, quell’ultima parte della loro avventura, sarebbe stata narrata con toni adrenalinici, in un crescendo d’ansia e di timori perfettamente esprimibili dall’incalzare continuo di corse, affanni, grida e quant’altro, a rappresentare, la loro, qual una lotta, una vera e propria battaglia, contro un nemico invisibile, un avversario che, allora, avrebbe potuto ucciderli tutti nell’eventualità che un solo gesto, un solo movimento, una sola scelta, si fosse dimostrata errata. Quella, tuttavia, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la realtà… e nella realtà, talune situazioni utili a meglio catturare l’interesse di un lettore, ascoltatore o spettatore, avrebbero semplicemente fatto metaforicamente a pugni con una semplice, trasparente e incontestabile evidenza: in quel momento, in quel contesto, alcuna lotta, alcuna battaglia, avrebbe lì potuto sussistere in assenza di un nemico, visibile o invisibile, di un avversario bramoso di strappare loro la vita, giacché, in effetti, l’unico evento che avrebbe potuto dimostrarsi realmente qual potenzialmente destinato a ucciderli sarebbe stato proprio quello derivante dal completamento di quei preparativi e, con esso, dall’attuazione del piano concordato.
Ben consapevoli, tutti loro, in ciò, di star operando al solo, spiacevole scopo di sancire, nel migliore dei casi, il proprio ritorno alla civiltà o, nel peggiore, la fine del proprio cammino mortale, alcuno a bordo della Kasta Hamina avrebbe potuto avere effettiva urgenza di giungere a conclusione, rischiando di trascurare, magari in conseguenza di un approccio eccessivamente frettoloso, la propria mai apprezzabile prematura morte; ragione per la quale nessun ritmo sincopato ebbe a contraddistinguere quelle ore, nessuna frenesia ebbe a contraddistinguere quegli uomini e quelle donne, i quali, pur operando con diligenza e impegno al fine di predisporsi a quel rischioso tentativo, non trascurarono, comunque, di godere di ogni singolo istante lì ancora vissuto, assaporandoli uno alla volta, quasi fossero contraddistinti da un gusto squisito, quello proprio della migliore delle pietanze.
Il dottor Roro Ce’Shenn, decisamente incuriosito dalla presenza a bordo dei scillariti, e privo di qualche particolare incarico in quanto sarebbe stato allor necessario compiere, scelse di trascorrere quelle ore in compagnia delle loro ospiti, desideroso di scoprirne di più nel merito della loro natura. E le scillariti, dal canto proprio, approfittarono dell’occasione loro concessa nel confronto verbale con un umano, evento a dir poco straordinario per tutte loro, laddove, in alcun momento della loro storia, della storia della loro intera specie, era stata concessa una qualche occasione simile, ragione per cui, nel mentre in cui l’uno studiava le altre… le altre apprezzarono la possibilità di studiare l’uno, per comprenderne di più, per capire di più su coloro che avevano sempre considerato quali semplici predatori e che, tuttavia, forse, avrebbero potuto iniziare a concepire qual qualcosa di più di un mostro orrendo dal quale cercare speranza di salvezza.
La cuoca Thaare Kir Flann, che fra tutte avrebbe potuto considerarsi quella con maggiori possibili brame culinarie a discapito di delle magnose spaziali, ebbe modo di dimostrare quietamente quanto, anche da parte sua, al pari di qualunque altro membro di quell’equipaggio, i scillariti avrebbero avuto a doversi considerare più che i benvenuti lì a bordo, spendendo il proprio tempo, le proprie energie, e forse il proprio ultimo tempo, e forse le proprie ultime energie, a proseguire con la propria consueta attività, quella che la vedeva proclamata qual regina all’interno della cucina, non soltanto per tutti gli uomini e le donne abitualmente a lei facenti riferimento per almeno uno dei propri bisogni primari, quello del cibo, ma anche e ancor più per tutte le loro ospiti, in favore dell’alimentazione delle quali volle impegnarsi quasi, e forse, a dimostrare quanto non tutti i cuochi avrebbero avuto a dover essere considerato il male assoluto. E tale ebbe a considerarsi il carico di lavoro del quale ella si ritrovò investita, nel doversi premurare di un numero decisamente superiore alla propria consueta media, al punto tale che, malgrado ogni contrasto iniziale, ebbe a essere spontaneamente lei a richiedere a Be’Sihl Ahvn-Qa un’occasione di collaborazione, un qualche aiuto in quanto, allora, avrebbe avuto a dover essere compiuto, affidando a lui, in particolare, il non banale compito di sfamare gli uomini e le donne della Kasta Hamina e trattenendo per sé l’onore e l’onere di premurarsi per le loro nuove ospiti, e per i particolari fabbisogni alimentari che esse ebbero a condividere, quando interpellate a tal riguardo.
Mars Rani e Ragazzo, facendo proprio il compito di più bassa manovalanza fra quelli lì loro potenzialmente riservabili, ebbero a sostituire, alfine, Midda e Duva, nelle proprie lunghe passeggiate attraverso la sezione di coda della nave, gli enormi container a loro agganciati, animati dal non banale compito di raggiungere cercare un modo per porre rimedio ai danni riportati ai portelloni di tutte le sezioni violentemente attraversate da parte del gruppo di scillariti, non tanto per ragioni di mero ripristino dell’ordine lì altrimenti perduto, quanto e piuttosto per una più fondamentale messa in sicurezza della nave, giacché, nel momento in cui ogni sistema sarebbe stato riavviato, quei danni, quei portelloni ipoteticamente a tenuta stagna e, allor, ridotti a brandelli, non avessero a doversi scoprire qual fautori delle loro premature morti. Un lavoro sicuramente duro, un lavoro certamente impegnativo, e che li vide all’opera per diverse ore, ore nel corso delle quali, a non farsi mancare occasione di riaffrontare nuovamente quei corridoi, a mantenere alto il proprio ancor indiscusso primario in tal senso, Har-Lys’sha si volle premurare di raggiungerli, a intervalli regolari, per portare loro cibo e bevande, affinché tanto lavoro non avesse a lasciarli debilitati: e laddove, in tutto quello, qualcuno avrebbe potuto superficialmente giudicare in termini negativi la cortesia da lei rivolta ai propri compagni, criticando il suo impegno ad asservirsi qual banale comprimaria a protagonisti maschili con la più totale assenza di rispetto per la propria dignità femminile; simile logica, tale superficiale e ottusa osservazione, non l’avrebbe mai potuta turbare, sufficientemente consapevole della propria forza, del proprio orgoglio in quanto donna, da potersi permettere quietamente un gesto di solidarietà in favore dei propri compagni di viaggio senza, in questo, sentirsi in alcun modo stereotipata all’interno di un qualche misogino  patriarcato.
A Rula Taliqua e a Midda Bontor, così, venne affidato il completamento di tutte quelle attività tecniche alle quali, proprio malgrado, Mars si ritrovò costretto a sottrarsi, di preparazione al grande momento, all’esecuzione del piano ideato dal capitano e dal primo ufficiale, nel concludere il lavoro già iniziato, e ampiamente portato avanti, da parte del capo tecnico della nave di classe libellula, utile a garantire la possibilità di procedere con un azzardo tanto pericoloso, e altresì controindicato da parte di qualunque sistema della nave, al punto tale, per come già in accennato per voce dello stesso Lange, da rendere necessaria la rimozione della maggior parte dei blocchi di sicurezza, i quali mai avrebbero altresì permesso una totale privazione di alimentazione all'intera nave. Attività, quella nella quale ebbero così a ritrovarsi l’attuale moglie del capitano e il capo della sicurezza della Kasta Hamina, che ebbero a dover essere, e vennero magistralmente, condotte da parte non tanto dell’ultima arrivata a bordo di quella nave, e fondamentalmente ignorante non soltanto nel merito della medesima ma, più in generale, di tutta la tecnologia nella propria stessa concezione; quanto e piuttosto della stessa Rula, la quale, al di là di tutte le ingiustificate accuse a lei soventemente rivolte da parte di Duva, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una sciocca dimostrazione di una qualche crisi di mezza età da parte del proprio ex-marito, avendo a dover essere riconosciuta, altresì, qual una donna contraddistinta da un intelletto vivace e poliedrico, qual solo, del resto, avrebbe potuto interessare, e affascinare, un uomo complesso al pari di Lange.
A Duva Nebiria, ancora convalescente per l’attacco subito, venne così imposto, in termini tutt’altro che semplici per lei, di ritornare a riposo, ovviando a stancarsi o a debilitarsi ulteriormente, giacché, nell’eventualità nella quale essi non fossero alfine morti, ella avrebbe avuto a doversi dimostrare nuovamente in forze non soltanto per riprendere il proprio ruolo, ma anche per affrontare qualunque altra sfida avrebbe potuto alfine essere loro offerta, sia in quel viaggio, già dimostratosi sufficientemente movimentato, sia al termine del medesimo che, per quanto avrebbe potuto loro attendere nella volontà di mantenere l’impegno con i scillariti, certo non sarebbe stato mai banale.

giovedì 28 settembre 2017

2322


Prima ancora, tuttavia, di aver a poter affrontare il problema del riconoscimento, sul fronte del complesso panorama politico interstellare, della specie dei scillariti qual effettivamente tale, qual specie senziente e, in questo, degna di veder riconoscere loro gli stessi diritti e doveri di qualunque altra specie senziente nell’universo conosciuto, qual quello a definire un’aggressione a proprio discapito qual un assassinio, un’aggressione a discapito di intere loro comunità qual un genocidio, e, soprattutto, l’eventuale consumo degli stessi qual meri alimenti al pari di un crimine orrendo, non dissimile da puro e semplice cannibalismo; gli uomini e le donne della Kasta Hamina, al pari dei loro nuovi amici, avrebbero avuto a dover affrontare un’altra questione più urgente, la questione relativa alla loro stessa sopravvivenza a quel viaggio, alla loro medesima possibilità di sopravvivere a bordo di una nave fondamentalmente alla deriva. Perché se pur, per l’appunto, l’ingresso della nave all’interno del campo di cosmiche aveva consentito ai scillariti di liberarsi e, in ciò, di ribellarsi al fato altrimenti per loro già definito; quel medesimo evento avrebbe potuto parimenti imporre loro una ben diversa agonia, forse più lenta, probabilmente non meno dolorosa, di qualunque altra sorte sarebbe stata altresì imposta loro, nel ritrovarsi condannati a morire di fame a bordo di quella che avrebbe fondamentalmente potuto tradursi in una spiacevole bara spaziale o, più probabilmente, un ampio mausoleo all’interno del quale, un giorno, forse, i loro corpi sarebbero stati ritrovati da qualcuno, quando, alfine, la nave fosse riuscita a ritornare, anche solo per inerzia, a contatto con la civiltà.
Ma se pur, allora, anche a tal proposito Lange non si sarebbe potuto definire privo di un piano, di una strategia, già condivisa, per inciso, non soltanto con Duva ma, anche, con Mars, quest’ultimo già impegnatosi al fine di tradurre simile idea in azione; tale piano non avrebbe avuto a doversi considerare necessariamente privo di rischi… al contrario: laddove, infatti, nella migliore delle opportunità, in grazia della riproposta di quanto già attuato in quel lontano passato nel sistema di Kolinar, la Kasta Hamina avrebbe potuto recuperare il perduto sfasamento quantistico e riprendere il viaggio interrotto; se qualcosa fosse andato storto, nel più amplio spettro di ipotesi alternative a quello così da loro sperato, l’eventualità propria di tradurre quella nave in un mausoleo si sarebbe improvvisamente resa estremamente concreta, assolutamente immediata, nella privazione non soltanto dei sistema perduto, ma di ogni altro sistema della nave, compreso il sistema di sopravvivenza, utile a permettere, banalmente, il riciclo dell’aria.  Alla luce di ciò, di simile possibilità di tragico fallimento, sebbene, nel proprio ruolo di capitano, Lange Rolamo non avrebbe avuto necessità di cercare il consenso del proprio equipaggio, laddove per compiere quanto pur sarebbe stato meglio per tutti loro dispersiva sarebbe stata qualunque eventuale applicazione di impropria democrazia a bordo della nave; quantomeno doverosa avrebbe avuto a dover essere, da parte sua, la condivisione del proprio piano, della propria idea, in termini tali per cui, se alla fine, spiacevolmente, drammaticamente, tragicamente, quello si fosse rivelato essere il loro ultimo viaggio insieme, di ciò potessero essere informati e consapevoli tutti quanti.
Una scelta, quella che in tal senso volle prendere il capitano, che non avrebbe avuto a dover essere considerata né ovvia, né scontata, né, tantomeno, obbligata, ma che, al contrario, avrebbe lì dovuto essere intesa qual tutt’altro che banale riconoscimento della fiducia di quell’uomo nel confronto del proprio equipaggio, con la certezza di quanto, anche in quella scelta, anche in quella decisione, essi lo avrebbero comunque supportato, a fronte di qualunque rischio, innanzi a qualunque possibile costo, nel patto di reciproca fiducia, di reciproco sostegno che, tutti loro, a bordo di quella nave, avevano avuto occasione di concordare in maniera implicita sin dal momento stesso del primo imbarco. Un altro capitano, su un’altra nave, magari di dimensioni maggiori, magari a capo di un equipaggio più ampio, e, forse, neppur un equipaggio da lui stesso selezionato nella singolarità dei propri elementi, nella specificità di ognuna delle risorse che, lì, avrebbe avuto a disposizione, non avrebbe mai avuto possibilità, necessità, o utilità, a condividere le proprie ragioni, le proprie scelte… non laddove, quantomeno, da tutto ciò, per lui, sarebbe ineluttabilmente derivato il rischio di opposizioni, di critiche, di proteste o, comunque, anche solo di dubbi che, nelle ore più buie, nei momenti peggiori, a nulla di positivo avrebbero potuto mai condurre. Ma a bordo della Kasta Hamina, quegli uomini e quelle donne non erano mai stati, semplicemente, membri di un equipaggio, né mai, tali, si erano considerati: la loro era una famiglia… e, come tale, anche nelle ore più buie, soprattutto nei momenti peggiori, sarebbero stati in gradi di unirsi maggiormente, superando qualunque vana divisione per agire, sempre e comunque, qual un'unica, coesa, entità.
E, così, sarebbe stata anche quella volta…

« Mars ha già iniziato a lavorare allo scopo di superare i blocchi di sicurezza necessari per permettere il riavvio del sistema di alimentazione della nave e, in ciò, di tutti gli altri sistemi. » terminò di illustrare, al termine del necessario preambolo volto a giustificare il perché di quella scelta « Il sistema di sopravvivenza, ovviamente, ha un blocco di alimentazione di sicurezza separato e, in questo, non resteremo neppure per un istante privi di nulla di vitale… ma tale blocco di alimentazione secondario, ovviamente, non è stato concepito per garantirci più di qualche giorno di autonomia in assenza del blocco primario. Motivo per il quale i rischi di cui vi ho parlato esistono… e sono concreti. » ribadì, a non permettere, ad alcuno, soprattutto ai loro ultimi acquisti, di fraintendere il significato delle sue parole « Tentando di riavviare il sistema di alimentazione principale della nave, posti all’interno di un campo di radiazioni qual ci troviamo, potremmo restare completamente privi di energia, perdendo innanzitutto ogni sistema collaterale, a partire  dai motori e dagli scudi, sino alla gravità artificiale… e, quindi, con il tempo, anche il sistema di sopravvivenza. » ripeté nuovamente, per l’ultima volta, osservando, uno a uno, i volti di tutti i propri compagni lì presenti, pronto a qualsivoglia reazione, pur non attendendone alcuna.

E se Rula, Ragazzo, Roro e Thaare, membri originali di quell’equipaggio, ebbero a reagire con semplice silenzio, nell’implicito consenso che, ineluttabilmente, avrebbero sempre offerto al proprio capitano; e Duva e Mars non ebbero ragione di esprimersi, laddove precedentemente informati a tal riguardo; in diversa maniera ebbero allora a reagire i tre nuovi acquisti di quell’equipaggio, non per una qualsivoglia sfiducia a discapito del loro interlocutore quanto, al contrario, per esprimere, in maniera esplicita e priva di qualsivoglia possibile ambiguità, la propria posizione in suo favore…

« Se questa soluzione può permetterci di superare questo ostacolo e di proseguire oltre nel nostro viaggio… al di là di ogni rischio, io sono d’accordo. » dichiarò quietamente Be’Sihl, prendendo per primo parola, in una conferma tutt’altro che retorica, tutt’altro che scontata e che, anzi, volle essere in tal maniera minimamente argomentata proprio a dimostrare quanto, da parte sua, non vi fosse alcun desiderio di ignavia, di indolenza, lasciando compiere agli altri le proprie scelte e, semplicemente, prendendo quanto ne sarebbe potuto derivare, ma, piuttosto, la ferma volontà di potersi considerare partecipe a tutto quello, fosse anche e soltanto a livello morale « E se posso essere utile in qualunque maniera… sono a vostra disposizione. »
« Concordo con Be’Sihl. » annuì Lys’sh, con un movimento sereno del capo a evidenziare tutto il proprio consenso per quelle parole « Ogni istante che viviamo, ogni passo che facciamo, ogni scelta che compiamo, potrebbe essere contraddistinto da imprevisti negativi, se non, addirittura, tragici. E per quanto, questo pensiero, non ci debba spingere a banalizzare il senso ultimo della nostra quotidianità, non possiamo neppure permettere al timore per quello che potrebbe essere di impedirci di andare avanti. » esplicitò, condividendo, in tal maniera, una filosofia di pensiero più generale rispetto allo specifico caso lì in oggetto e, ciò non di meno, egualmente applicabile.
« Devo veramente aggiungere qualcosa…? » sorrise, semplicemente, Midda Bontor, stringendosi nelle spalle con serenità « Muoviamoci, piuttosto… prima inizieremo, prima saremo in grado di lasciare quest’angolo di universo dimenticato dagli dei. »

mercoledì 27 settembre 2017

2321


E se vergogna non aveva potuto ovviare a contraddistinguere Lange, nel riconoscere in tal maniera i propri limiti, in quella chiusura mentale, in quel pregiudizio che pur, inizialmente, non gli aveva consentito di approvare serenamente la presenza di quelle due nuove aggiunte al proprio equipaggio, con particolare ritrosia, con specifico dubbio anche e soprattutto per Lys’sh, innocentemente colpevole di essere una chimera e, in questo, di ricordargli spiacevolmente le circostanze della morte della propria prima sposa e del loro figlio mai nato; identico sentimento non poté allora ovviare a essere allor provato tanto dall’ofidiana, quanto dal capo della sicurezza della Kasta Hamina, che, in grazia a un nuovo traduttore, stava lentamente iniziando a riaffacciarsi sul mondo con una maggiore possibilità di consapevolezza, per motivazioni ovviamente diverse, nel considerare quanto, in favore di entrambe, in quel momento, stava venendo celebrato uno spirito, un cuore e una mente contraddistinti da una maggiore lungimiranza di quello che pur non avrebbero potuto vantare, nell’essere, obiettivamente, giunte in maniera tardiva alla verità… e lì giunte solo quando, alfine, poste metaforicamente, e quasi concretamente, con le spalle al muro. Ove, infatti, la coriaceità delle proprie antagoniste non fosse stata tale, o la loro abilità a quella che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una vera e propria guerriglia non fosse stata sufficiente a tener loro testa; facile, troppo facile, sarebbe stato supporre come anche quell’avventura si sarebbe molto più semplicemente conclusa con l’estinzione delle magnose, al pari di qualunque altro passato avversario della stessa Midda Bontor che, in esse, nulla di più avrebbe avuto a vedere se non un potenziale, gustosissimo piatto, la promessa di un’ottima cena per quella e per molte altre sere a venire. Ma, in fortunata grazia a tutto ciò, simile, spiacevole inconveniente non era avvenuto e, allora, avrebbero lì potuto permettersi di ricordare e celebrare quanto accaduto qual frutto di una straordinaria capacità di analisi da parte di entrambe, ancor prima che il disperato tentativo, ormai in trappola, di trovare una soluzione alternativa alla propria altrimenti sicura disfatta.

« Diciamo che la nostra è stata più fortuna che bravura… » si ritrovò costretta a minimizzare la stessa Figlia di Marr’Mahew, non amando l’idea di un complimento gratuito e, soprattutto, immeritato, qual, necessariamente, avrebbe altresì dovuto essere considerato quello appena loro rivolto, pur, in tal senso, senza scendere eccessivamente nel dettaglio, senza spingersi a una completa trasparenza in virtù della quale ella avrebbe potuto, spiacevolmente, recare offesa alle loro nuove amiche e ospiti, nel ridurle, altrimenti e semplicemente, a quel medesimo ruolo dal quale, pur, tanto si era impegnata a farle emancipare « Una serie di fortunate coincidenze che ci hanno permesso di giungere a questa conclusione anziché a qualche esito sicuramente meno gradiente per entrambe le parti coinvolte. » scandì, a sua volta nuovamente coinvolta negli errori di adattamento del traduttore, avendo sacrificato un anno di matrice di traduzione faticosamente popolata per quella gradevole, e non gradiente, conclusione.

Che tutto ciò fosse stato in parte per benevola sorte e in parte per l’intuizione di Lys’sh e, prima ancora, di Midda, quanto, in quel momento, avrebbe avuto importanza di essere comunque e soltanto considerato sarebbe stato come, a dispetto di ogni alternativa possibilità di conclusione, quelle creature non avrebbero seguito il destino inizialmente segnato per loro e, forse, sarebbe stato persino loro concesso di mutare il fato della loro intera specie se solo, ovviamente, fossero riusciti tutti loro, umani, ofidiana e magnose, a sopravvivere a quel viaggio. Quel viaggio che, per le medesime cause che avevano graziato le ultime, avrebbe potuto risultare comunque e alfine di condanna per tutti.
Scopo, infatti, di Lange Rolamo, a fronte di quanto fu lì chiarito, ebbe a dichiararsi qualcosa di decisamente più importante, con il massimo rispetto parlando, della mera sopravvivenza di quello specifico gruppo di scyllarus mammoth, o scillariti come avrebbero avuto a dover essere presto conosciuti, votando la propria ricerca di ammenda per quanto avrebbero potuto lì compiere e per quanto, inutile negarlo, forse in passato avevano già inconsapevolmente compiuto, in trasporti precedenti a quello, in direzione di una risoluzione radicale della questione…

« Quanto, ora, potrebbe rendere realmente gradevole questa particolare conclusione, se mi posso permettere di intervenire a tal riguardo, sarebbe riuscire ad agire al fine di permettere un riconoscimento formale della vostra specie qual specie senziente… un riconoscimento in virtù del quale, se non nell’immediato, sicuramente con il tempo, con tanto impegno da parte di ogni governo planetario, potrebbe porre fine all’indiscriminata caccia a vostro discapito, concedendo, non soltanto a voi, ma a qualunque vostro simile, di vivere le vostre vite quanto più possibile in pace… » argomentò il capitano, a esplicitare l’idea che lo aveva colto in quel confronto, l’intento al quale, alfine, avrebbe voluto volgere la propria attenzione, in un obiettivo sicuramente elevato, forse e persino arrogante, per un semplice comandante di una comune nave mercantile, e, comunque, ciò non di meno, un obiettivo che, in quel momento, sentiva essere giusto, avvertiva essere il solo possibile.

Un obiettivo da lui ritenuto prossimo a un imperativo morale, quello in tal maniera annunciato, al punto tale da decidere di condividerlo in maniera diretta non soltanto con il proprio equipaggio, ma anche e direttamente con i loro ospiti, in termini che, anche nell’eventualità in cui avrebbero potuto esserci obiezioni, alcuno avrebbe potuto lì prendere allora voce, non a meno di non voler rischiare di compromettere la tregua alla quale, con non poco impegno, erano riusciti alfine a giungere.
Invero, comunque e per così come egli ben si attendeva, non uno fra gli uomini e le donne al suo servizio, in quel particolare, insolito e assolutamente inedito frangente, avrebbe potuto dirsi contrario a simile dichiarazione d’intenti, a tal condiviso manifesto, non certamente Ragazzo, Be’Sihl, Mars, Rula, Thaare o il dottor Roro, che, in quell’avventura erano pur rimasti coinvolti soltanto in maniera indiretta; non Lys’sh o Midda, che, pur, si erano trovate in prima linea a combattere, inizialmente, e a tentare di intessere un dialogo, poi, con quelle creature; ma neppure la stessa Duva, suo malgrado altresì considerabile qual l’unica che realmente aveva riportato una qualche lesione in quella disavventura, nella schermaglia occorsa, e che, in questo, più avversione, più ostilità, sarebbe stata giustificata a provare a discapito di quegli esseri. Al contrario, proprio Duva Nebiria, paradossalmente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta come parimenti motivata, rispetto all’ex-marito, in quella medesima direzione, al punto tale che, se a quella proposta non fosse giunto spontaneamente egli, sarebbe stata proprio lei a esprimersi a tal riguardo: il primo ufficiale della Kasta Hamina, del resto, pur potenzialmente contraddistinta da molteplici difetti, nell’elenco dei quali lo stesso Rolamo sarebbe stato ben lieto di contribuire, non avrebbe potuto comunque essere accusata di aver a considerarsi una donna animata da vendicativa ostilità anche verso chi, eventualmente, le aveva rivolto un torto, come lì accaduto, in quanto sebbene esso avrebbe quindi potuto essere considerato al pari di un comportamento negativo non gratuito, tale, a lei, non sarebbe mai appartenuto… non, quantomeno, nel riconoscere, con l’onestà intellettuale propria di una guerriera, quanto, talvolta, le azioni compiute in battaglia potrebbero a posteriori essere inaspettatamente rivalutate, e rivalutate qual un errore, qual uno sbaglio, addirittura nelle proprie medesime motivazioni, senza, in ciò, voler attribuire una qualche perentoria negatività a chi, in tal maniera, possa aver inconsapevolmente agito. E così come, sul loro fronte, quel conflitto, quello scontro, avrebbe potuto condurre all’inconsapevole assassinio di una di quelle creature, inizialmente, in maniera del tutto erronea, giudicate qual semplici mostri a loro unilateralmente antagonisti; parimenti anche il danno a lei imposto, avrebbe avuto a dover essere quietamente contestualizzato all’interno della visione parziale, e in questo necessariamente viziata, della realtà che, sino a quell’ultima svolta, aveva contraddistinto entrambe le parti coinvolte.
In altre parole: se pur, quella guerra, aveva avuto inizio in conseguenza di un terribile fraintendimento; non sarebbe stata certamente Duva a pretendere il proseguo di quello stesso conflitto nel momento in cui, fortunatamente, il terribile fraintendimento iniziale era stato alfine superato.

martedì 26 settembre 2017

2320


La ricerca di Rula all’interno dei documenti di carico ebbe alfine a confermare i timori di Lys’sh e, prima ancora, quelli di Midda, nel merito della realtà degli eventi occorsi, eventi che, con il senno di poi, non poterono ovviare a sospingere estemporaneamente la stessa Figlia di Marr’Mahew verso un profondo dilemma morale non tanto sul proprio stile di vita, quanto e piuttosto sul proprio regime alimentare, all’idea di qual genere di creature ella potesse aver mangiato e, soprattutto, di un’eventuale autoconsapevolezza da parte delle medesime nel merito della triste sorte alla quale ella le aveva destinate. Un dubbio, quello della donna guerriero, che tuttavia ebbe a essere quietamente ridotto nella consapevolezza di quanto sovente, a propria volta, anch’ella avesse rischiato, nel corso della propria lunga vita, di finire per essere il pasto di qualche creatura, motivo per il quale, con sufficiente onestà intellettuale, la sua dieta onnivora, e atta includere, egualmente, carne e pesce, probabilmente avrebbe avuto a dover essere quietamente analizzata qual posta all’interno di quel grande e complesso equilibrio cosmico che, qualcuno, avrebbe potuto definire legge di natura, volto ad acconsentire all’eventualità di uccidere per non essere uccisi, o di mangiare prima di essere mangiati: dopotutto, se gli dei avessero mai desiderato che ella si nutrisse soltanto di verdura e frutta, sicuramente non le avrebbero garantito la capacità di nutrirsi anche di tutto il resto, con tutti i doverosi rischi del caso. Al di là, tuttavia, dell’intima conclusione alla quale l’Ucciditrice di Dei ebbe a sospingere la propria morale, certamente quanto lì era occorso e, peggio ancora, avrebbe potuto occorrere, se soltanto non fosse avvenuto ancor prima quello spiacevole arresto dei motori, ritardando il loro viaggio e dando il tempo, in ciò, alle magnose spaziali di riconquistare la libertà perduta, non avrebbe potuto ovviare a gravare spiacevolmente sulle coscienze di tutti a bordo della Kasta Hamina, quasi colpevoli, pur in maniera inconsapevole, di una terrificante mattanza a discapito di una specie senziente, non di forma umanoide, non ufficialmente riconosciute quali chimere, e pur, egualmente, senziente.
In accordo alla bolla di carico, infatti, un carico di una ventina di casse di scyllarus mammoth erano state imbarcate nell’ultimo porto, già stipate all’interno del container undici, per essere dirette, insieme ad altro carico alimentare, al vasto mercato della terza luna del secondo pianeta del sistema di Tharonos, uno dei più importanti di quell’angolo di universo, là dove, nella migliore delle ipotesi, sarebbero state successivamente divise in lotti minori e rivendute al dettaglio a vari proprietari di ristoranti di lusso o cuochi d’alta classe. Le scyllarus mammoth, infatti, avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual una pietanza d’eccellenza, nella degustazione di un solo piatto delle quali avrebbero potuto essere spesi tranquillamente fra gli ottocento e i milleduecento crediti, a seconda della preparazione… e considerando quanto importanti avessero a dover essere considerate le dimensioni proprie di una singola fra quelle creature, facile avrebbe potuto essere compreso qual straordinario carico, di pregevole valore, avrebbe avuto a dover essere considerato quello: un carico, per amor di trasparenza, in grazia al quale l’equipaggio della Kasta Hamina non avrebbe guadagnato più di un centinaio di crediti a cassa, secondo il prezzo di listino corrente, laddove, in quel trasporto, essi avrebbero avuto a doversi considerare soltanto corrieri e, in alcun modo, soggetti interessati. La preparazione culinaria delle scyllarus mammoth, avrebbero avuto occasione poi di scoprire, non avrebbe avuto a doversi considerare particolarmente piacevole per le stesse, per quanto, in fondo, una simile considerazione avrebbe avuto a potersi ritenere fondamentalmente retorica: per quanto, infatti, un metodo forse meno doloroso per ucciderle sarebbe stato quello di congelarle e, solo successivamente, di cuocerle, ammazzandole, in tal modo, per ipotermia; la maggior parte dei cuochi abitualmente confidenti con simili ricette avrebbero altresì preferito procedere attraverso altre strade, qual, la più banale, quella volta a gettarle, ancora vive, all’interno di enormi pentole di acqua bollente, là dove, fra innumerevoli agonie, avrebbero alfine raggiunto la morte anelando a essa quasi qual a una liberazione.
Ovviamente, nessuno a bordo della Kasta Hamina aveva avuto occasione di riconoscere qual genere di creature fossero in quanto, per ragioni facilmente intuibili, gli ambienti all’interno dei quali avrebbero potuto essere abitualmente servite simili pietanze non avrebbero avuto a doversi considerare né di abituale, né di saltuaria frequentazione per alcuno fra loro, in termini tali per cui assolutamente sincero era stato il disorientamento comune nel confronto con quelle che, in altri termini se non come magnose spaziali erano, e sarebbero, stati in grado di descriverle. Un pensiero, quello in tal maniera formulato, che se, su un fronte, non avrebbe probabilmente potuto giustificare alcuno per la strage della quale si sarebbero potuti rendere complici; parimenti avrebbe avuto a dover essere considerato anche il motivo principale per il quale, al contrario, quella strage non sarebbe avvenuta, giacché, posti a confronto con quegli esseri, avevano avuto più ragioni di considerarli pari a dei mostri piuttosto che a una pregiata pietanza e, in questo, a combatterli, e a combatterli riconoscendo loro la dignità di avversari, anziché semplicemente cacciarli, qual mero bestiame da condurre al macello. Invero, come Mars avrebbe avuto successivamente occasione di verificare, nulla di tutto ciò sarebbe drammaticamente mai occorso senza il guasto ai motori o, per la precisione, senza l’ingresso all’interno del campo di radiazioni cosmiche, il quale, oltre a imporre una spiacevole perdita di fasatura alle loro gondole, aveva causato anche un’avaria ai sistemi di stasi delle casse nelle quali le scyllarus mammoth erano state stipate, causandone il risveglio e, in conseguenza, l’evasione… con tutto ciò che, al seguito, era occorso e che, almeno dal punto di vista delle stesse magnose, avrebbe semplicemente reso quell’imprevisto qual la fondamentale differenza fra la vita e la morte.

« Devo essere sincero… per quanto io, in questo momento, vi stia parlando, mi risulta davvero difficile credere a quanto è accaduto. » ammise il capitano Lange Rolamo, non senza un sincero riconoscimento dei propri limiti attraverso quella pubblica ammissione degli stessi, posto a confronto con i fatti per così come erano stati pertanto ricostruiti, tanto dal supporto della propria amata moglie, quanto e soprattutto dalla paziente diplomazia della stessa Lys’sh, la quale, per prima, posta in prima linea, e fondamentalmente sola, nell’impossibilità per la stessa Midda a prendere parte a quel dialogo, si era resa loro ambasciatrice nel confronto con i loro supposti avversari, paradossalmente potenziali vittime « E, francamente, non trovo parole per esprimere tutto il mio rammarico per quanto è accaduto… e per quanto, ancora peggio, avrebbe potuto accadere. » dichiarò, rivolgendosi alle proprie nuove ospiti, dopo aver accettato di accoglierle, non senza un certo grado d’azzardo, sin all’interno della stiva del corpo principale della nave, là dove, in quel momento, tutti loro erano praticamente riuniti insieme, umani, ofidiana e magnose, per confrontarsi su quanto fosse occorso e su quanto, ancora, sarebbe stato importante occorresse « A nome mio, e di tutto il mio equipaggio, vi prego di accettare le nostre più sentite scuse… »
« Crediamo nella vostra buona fede, capitone. » riconobbe il portavoce del gruppo delle scyllarus mammoth, colui o colei che, per primo, aveva avuto il coraggio di avanzare sino al traduttore e che, per primo, aveva avuto la pazienza di interfacciarsi, non senza una certa difficoltà, con Lys’sh « E, in questo, non possiamo mancare a dimostrare il nostro più sincero rammarico non soltanto per i danni imposti alla vostra neve, .ma, ancor più, per l’aggressione condotta a discapito di una vostra campagna. » sancì, volendo comprensibilmente riferirsi a Duva con il termine “compagna”, così come, pocanzi, avrebbe avuto a dover essere inteso il termine “capitano” « Abbiamo agito spinti dalla paura. »
« Così anche noi. » annuì il comandante della Kasta Hamina, provando, in cuor suo, una certa vergogna, laddove consapevole di quanto, in verità, tutta la buona fede all’interno di quella nave avrebbe avuto a dover essere ricondotta, nel dettaglio, all’accoppiata rappresentata da Midda e Lys’sh, in assenza delle quali nulla di tutto quello avrebbe potuto risolversi in quei termini, accoppiata che, tuttavia, fosse dipeso da lui, un anno prima non sarebbe mai entrata a far parte del suo equipaggio, nei troppi pregiudizi, nell’eccessiva ritrosia che egli aveva avuto occasione di dimostrare all’idea di una tale, duplice acquisizione « Come, tuttavia, queste due hanno saputo tanto chiaramente dimostrarmi, ritenere necessariamente nemico chi a noi estraneo, diverso e, soprattutto, non compreso, non ha a doversi considerare, probabilmente, l’approccio migliore… »

lunedì 25 settembre 2017

2319


Fra i vari indizi che avevano permesso a Midda di spingersi, con sufficiente sicurezza, a formulare l’azzardo rappresentato da quel gesto, da quel per lei del tutto inconsueto rifiuto della pugna in favore di un tentativo di comunicazione, un particolare importante, un dettaglio delicato, avrebbe avuto a doversi considerare quello derivante dall’assenza di qualunque evidenza di abbordaggio della Kasta Hamina, benché la realtà dei fatti stesse lì suggerendo l’esatto opposto. Non solo, infatti, la presenza degli scudi energetici, così come di un comunque robusto scafo, avrebbe reso decisamente complicata l’eventualità di un approccio discreto alla nave di classe libellula, ma, anche e ancor più, particolarmente complesso sarebbe stato, malgrado lo sfasamento dei motori, poter prendere in considerazione l’eventualità che tali creature potessero essere arrivate sino a loro nuotando quietamente nello spazio siderale senza, in ciò, essere in alcun modo rilevate dai loro sistemi, dai sensori della nave.
Escludendo razionalmente, pertanto, l’eventualità che quelle creature potessero essersi sospinte sino a loro dallo spazio esterno, trovando occasione per penetrare attraverso gli scudi e lo scafo, l’unica soluzione a cui l’ex-mercenaria avrebbe potuto aggrapparsi sarebbe stata quella di una presenza pregressa a bordo della nave. Presenza pregressa che, quindi, avrebbe potuto far sorgere l’idea di un gruppo di clandestini, introdottisi a bordo della nave prima della loro partenza e lì rimasti in attesa del momento più opportuno per prendere possesso della nave, attraverso un’azione di forza qual, in fondo, la loro, in quel frangente, avrebbe potuto apparire. Ciò non di meno, ancora una volta, Midda aveva voluto scommettere su un’altra ipotesi, un’ipotesi ben diversa, e un’ipotesi volta a rappresentare, in maniera del tutto inedita, quei mostri, quelle creature tanto aliene e tanto aggressive, non al pari degli antagonisti della vicenda, quanto e piuttosto quali semplici vittime: un pensiero, il suo, non ovvio da elaborare, soprattutto per colei che, per quasi trent’anni, nella propria vita, si era abituata a cacciare e uccidere qualunque genere di mostruosità, per lavoro così come per semplice desiderio di sfida, di competizione con il proprio stesso destino, il quale avrebbe avuto a doversi riconoscere qual quietamente abituato a offrirle simili opportunità, tali possibilità d’impresa, ad accrescere, a dismisura, la sua fama, il suo nome; e, ciò non di meno, un pensiero al quale ella aveva voluto volgere la propria attenzione, sino, addirittura, a definire quella propria pericolosa scommessa, alla luce di quanto in quell’ultimo anno ella si era ritrovata costretta ad apprendere, all’obbligato ampliamento dei propri orizzonti, volto a non semplificare più la realtà a sé circostante definendo qual mostri qualunque entità estranea alla sua concezione di umanità, in un concetto del quale, tanto chiaramente, tanto palesemente, e pur tanto discretamente, anche la stessa Lys’sh sembrava voler essere per lei costante esemplificazione e promemoria.
E se pur, forse, in passato ella avrebbe potuto aver commesso qualche errore di giudizio nel volgere indiscriminatamente la propria violenza in contrasto a gorgoni e tifoni, a ippocampi e scultoni, a draghi e cerberi, non riservandosi, invero, mai alcun dubbio sulla legittimità delle proprie decisioni, delle proprie scelte, nel decretare la fine di tali creature soltanto perché da lei non comprese, da lei non capite, risparmiando, fra tutte, soltanto la fenice, in contrasto alla quale, del resto, nulla avrebbe potuto neppur nel caso in cui, effettivamente, lo avesse mai voluto; Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei e molti, altri, altisonanti titoli qual quelli che le erano stati attribuiti nel corso della propria esistenza, aveva ben appreso la lezione che, in quel viaggio fra le stelle, le era stata sin da subito impartita, nel confronto con l’infinita varietà propria del Creato, in una interminabile moltitudine di terre e pianeti, di soli e lune, di forme di vita e di civiltà, che neppur vivendo per sempre ella avrebbe avuto probabilmente la possibilità di discernere nella propria straordinaria eterogeneità. Eterogeneità che, per quanto a lei aliena, non avrebbe quindi potuto essere pregiudicata negativamente, non avrebbe quindi potuto essere condannata aprioristicamente nella semplice difficoltà di interazione reciproca, ma solo, ed eventualmente, alla luce delle proprie reali azioni, delle proprie eventuali colpe… colpe che, forse, in quel particolare frangente, in quello specifico contesto, non avrebbero avuto a dover essere attribuite a quelle magnose spaziali.

« Noi ci siamo solo disperse. » argomentò, infatti, per tutta risposta, la voce dell’interlocutore, o dell’interlocutrice, di Lys’sh, in replica all’accusa di aggressione loro rivolta, in una frase che, forse, avrebbe avuto a doversi considerare effettivamente sensata anche in quella particolare formulazione, ma che, forse, avrebbe avuto a dover essere considerata qual frutto di un erroneo adattamento della parola “difese” « Siete stati voi a catturarci. A portarci via dalle nostre case, dal nostro mondo. Perché volete marciarci… »
« Noi non vogliamo mangiarvi! » ripeté la giovane ofidiana, sperando che il dispositivo di traduzione, in questa occasione, cogliesse la correzione e riadattasse correttamente la frase, nella reiterazione appena occorsa dell’errore precedente « Neppure sapevamo che foste a bordo… diamine! » esclamò, scuotendo vigorosamente il capo « A meno che… » esitò poi, sgranando nuovamente gli occhi, colta tardivamente dalla stessa intuizione che doveva aver già caratterizzato la sua amica pocanzi e che, solo in quel momento, giunse fino alla sua mente, iniziando a offrirle un quadro d’insieme più delineato, più completo e sensato rispetto a quanto non fosse stato qualunque altro sino a quel momento.
Portando una mano al proprio comunicatore, Lys’sh volle lasciare allora in sospeso il discorso con le magnose per aprire un canale verso la plancia della nave e lì cercare un riscontro, una conferma al dubbio che, in quel particolare frangente, l’aveva appena colta, lasciandola letteralmente rabbrividire al pensiero: « Lys’sh a plancia. Lys’sh a plancia… rispondete, per favore. »
« Qui Rula, dalla plancia. » rispose la voce della giovane moglie del capitano, la quale, a dispetto di quanto non avrebbe avuto piacere a poter credere Duva, non avrebbe avuto a dover essere minimizzata a un’oca priva di cervello, avendo, al contrario, sempre agito nel pieno rispetto di quell’accordo non scritto esistente fra i membri di un equipaggio, un accordo volto a offrire sempre tutto se stesso, e ancor più, per il bene comune, per la salvezza dei propri compagni « Parla pure, Lys’sh… » ebbe così a invitarla, con tono serio, evidentemente consapevole della potenzialmente non semplice situazione della propria interlocutrice e, in ciò, a differenza persino di Mars pocanzi, priva di qualunque desiderio volto a tergiversare vanamente.
« Rula… ho bisogno che tu consulti rapidamente i registri di carico. » richiese alla propria compagna, mantenendo lo sguardo rivolto alle magnose, nel sperare che, malgrado tutto, il traduttore aiutasse loro a comprendere quanto, in quel momento, stesse accadendo e quanto ella non stesse in alcun modo impegnandosi al fine di riservare loro qualche brutta sorpresa, quanto, e piuttosto, di chiarire e chiarire quanto fosse accaduto « Devi cercare, fra tutte le merci che abbiamo a bordo, se ti risulta presente qualche trasporto di natura alimentare… crostacei nella fattispecie. Vivi. Congelati. Qualunque cosa. Ma, ti prego, fai in fretta. »
« Sono già all’opera. » confermò l’altra, senza la benché minima esitazione a quella domanda che avrebbe potuto apparire francamente inconsueta e che pur, la vide, allora, pronta a offrire, come di consueto, la propria più assoluta collaborazione.
« Cosa stai facendo…? Con chi stai parlando…? » ebbe a questionare la magnosa, ancor accettando di temporeggiare, insieme alle proprie compagne, nell’evidente disorientamento causato da tutta quella situazione, dall’improvvisa possibilità di comunicazione venutasi a creare fra le due fazioni, così come sino a quel momento non vi era stata alcuna possibilità, né alcuna necessità era stata purtroppo ritenuta esistente a tal riguardo… o quell’intero conflitto, forse, si sarebbe risolto in maniera estremamente più rapida e indolore per entrambe le parti.
« Sto cercando di capire. » rispose Lys’sh, sinceramente « Perché inizio a credere che tutto quello che è accaduto, sia stato soltanto un enorme, spiacevole equivoco… un equivoco che, se chiarito, probabilmente non solo risparmierà voi altri, ma eviterà nuovi massacri a discapito della vostra specie! »

domenica 24 settembre 2017

2318


Il gesto compiuto dalla donna guerriero, nel gettare un ignoto dispositivo fra le magnose, ebbe a concedere alla coppia di donne qualche istante di vita in più, arrestando estemporaneamente non soltanto le creature in direzione delle quali il traduttore era stato lanciato ma, anche, tutte le loro compagne, le quali restarono in quieta attesa di comprenderne gli sviluppi. Per quanto palesemente superiori in numero, e in risorse, quei supposti mostri, fin dalla loro prima comparsa, si erano dimostrati chiaramente più timorosi di quanto non avrebbero avuto ragione a poter essere e, in questo, anche quell’ultima azione avrebbe avuto a dover essere considerata mera conferma di tutto ciò. Una ritrovata quiete, la loro, che non sarebbe perdurata a lungo, e che, quindi,  non avrebbe garantito alla coppia di donne una maggiore speranza di vita ma, soltanto, un fugace rimando all’immediato futuro.
Quanto Lys’sh ebbe allora a scandire in direzione dell’ex-mercenaria non venne da essa colto e, probabilmente, ciò avrebbe avuto a doversi considerare persino qualcosa di positivo, giacché, oggettivamente, la giovane non avrebbe avuto ragione di rivolgerle parole particolarmente felici dal momento in cui, con il proprio ultimo intervento, ella l’aveva eletta a comune interlocutrice, e in ciò designata salvatrice per la situazione lì venutasi a creare, senza aver, tuttavia, avuto possibilità di confrontarsi precedentemente con lei sul proprio piano, sulla propria tattica, motivo per il quale, nel migliore dei casi, la loro disfatta sarebbe stata egualmente spiacevole e dolorosa. Nella sua ancor scarsa conoscenza della lingua, e nel terrificante accento proprio dell’ofidiana, contraddistinto da una serie disorientante di sibili, Midda Bontor ebbe lì soltanto occasione di cogliere poche, sparse, parole come « Splendida idea. », « Moriremo certamente. », « Con chi… dovrei parlare?! », quest’ultimo interrogativo intervallato da quello che le parve essere un qualche riferimento volgare all’organo sessuale maschile, benché, nella specificità di tal dettaglio, ella non avrebbe potuto dirsi sicura.
L’ofidiana, dal canto proprio, non avrebbe mai voluto mancare di rispetto alla propria amica, alla propria sorella maggiore e maestra di vita, almeno nel corso di quell’ultimo anno, ma, francamente, il rapido precipitare degli eventi non l’aveva messa in condizione di apprezzare l’idea di essere designata della responsabilità propria derivante dal mantenere entrambe in vita in assenza di una qualsivoglia condivisione nel merito della sicuramente straordinaria iniziativa che l’altra aveva elaborato nella profondità della propria mente, ragione per cui, purtroppo, tale contrarietà non aveva potuto ovviare a emergere fra le sue labbra, o, per lo meno, fra il corrispettivo delle labbra sul suo volto rettile, pur privo di tale particolare forma.
A cogliere, tuttavia, di sorpresa la giovane ofidiana, fu, poco dopo quel momento di sfogo, una voce nuova, una voce emergente allora da un punto imprecisato alle sue spalle, davanti alla stessa Figlia di Marr’Mahew e, per la precisione, dal punto in cui ella aveva gettato il proprio traduttore, il quale, chiaramente, avrebbe avuto a doversi ritenere la fonte di quell’intervento…

« Non è estrusa… »

Lys’sh ebbe immediatamente a zittirsi, ascoltando quelle parole. Gli effetti dell’iniziale difficoltà propria del dispositivo a individuare le parole corrette all’interno delle interminabili possibilità di combinazione fra due lingue fra loro totalmente aliene, in misura tale da portare a pronunciare, o ad ascoltare, parole apparentemente prive di significato all’interno del contesto della frase, pur sommariamente prossime a quelle che avrebbero avuto a dover essere scandite, non avrebbe avuto a dover essere considerato per lei nuovo: per lungo tempo Midda aveva subito le stesse difficoltà, scandendo frasi apparentemente sconnesse e, talvolta, prive di significato, per quanto, altresì, un significato avrebbe avuto a dover essere loro sì attribuito. Nel poter udire, quindi, quelle parole, a fronte delle quali necessario sarebbe stato domandarsi in riferimento a chi, o a che cosa, fosse stato utilizzato il verbo “estrudere”, ella non poté ovviare a contestualizzare facilmente tutto ciò in riferimento allo stesso traduttore, sostituendo, tuttavia, tale erronea scelta di termini con il verbo “esplodere”… un verbo che avrebbe reso la frase decisamente più sensata, soprattutto da parte di qualcuno che ignorava la reale natura del dispositivo lanciato dalla donna guerriero e che ne avrebbe potuto temere eventualmente la deflagrazione.
In ciò, quindi, non solo facile sarebbe stato definire il traduttore come “non esploso”, ma ancor più facile sarebbe stato attribuire quella particolare osservazione, malamente riadattata da parte dello stesso, qual scandita da parte dei soggetti a esso più prossimi. Ossia… le stesse magnose.

« Midda… sei un maledetto genio. » sibilò Lys’sh, pur consapevole che tal complimento non sarebbe potuto essere da lei apprezzato in quel momento, ma, ciò non di meno, desiderosa di poter riconoscere la straordinarietà di quanto da lei compiuto e, soprattutto, il superbo acume nel giungere a comprendere quanto neppure ella stessa, una chimera, era giunta a ipotizzare, dimostrandosi, dopotutto, non meno vittima di pregiudizi rispetto a qualunque umano « No… non è esplosa. » soggiunse a voce più alta, desiderosa di lasciarsi ben udire da tutti e, soprattutto, da coloro i quali, più vicini al traduttore, avrebbero avuto anche l’opportunità di comprendere quanto, allora, stava pronunciando « Non è una bomba: è un traduttore automatico. »
« Una tradizione automedica? » ripeté la voce, incerta nel merito del significato delle parole così udite, ancora una volta malamente riadattate da parte del dispositivo, la cui affidabilità sarebbe migliorata soltanto nel tempo, con l’acquisizione di sempre maggiori informazioni sulla lingua aliena da tradurre, quella, nella fattispecie, parlata dalle magnose.
« Traduttore automatico. » insistette l’ofidiana, scuotendo appena il capo e voltandosi, piano, in direzione della voce, in un gesto istintivo di confronto con il proprio interlocutore, per quanto, allora, probabilmente assurdo sarebbe potuto essere confrontarsi con il potenziale contenuto di un piatto da portata « E’ un dispositivo atto a garantirci la possibilità di comunicare e, forse, in questo modo, ovviare a un’inutile battaglia. » argomentò, consapevole di star usando troppe parole nuove tutte insieme e, ciò non di meno, speranzosa che, in qualche modo, pur attraverso significanti sbagliati, il significato corretto avrebbe potuto giungere a destinazione « Attualmente sta cercando di apprendere la vostra lingua… e, in questo, potrebbero esserci dei problemi di adattamento. Ma più avremo occasione di confrontarci, e più facile diventerà comprenderci. » spiegò, volgendo quell’ultima frase non soltanto in riferimento alle dinamiche di uso del traduttore ma, più in generale, al puro e semplice interfacciamento fra loro… una relazione sicuramente iniziata con i peggiori presupposti e nella più totale assenza di dialogo ma che, forse, allora, sarebbe potuta cambiare.
« Non c’è possibilità di evitare la battaglia. » negò, tuttavia, la voce dall’altra parte, nel mentre in cui, dal gruppo indistinto di magnose, una iniziò ad avanzare in direzione del traduttore, dimostrandosi, forse, qual colui, o colei, con cui, in quel frangente, stava venendo condotto quel tentativo di diplomazia « Noi desideriamo soltanto viverna in pace. Ma voi volete marciarci… »

Lys’sh ebbe a sollevare, per un istante, gli occhi al cielo nel confronto con quell’ultima asserzione, un’asserzione all’interno della quale avrebbe avuto a dover essere chiaramente inteso un qualche importante significato e nel confronto con la quale, purtroppo, gli errori di traduzione ancora stavano creando una palese difficoltà comunicativa. Sforzandosi, quindi, di comprendere quali parole avrebbero avuto a dover sostituire quelle meno correlate, qual “viverna” e “marciarci”, ella ebbe alfine a sgranare gli occhi con aria sinceramente sorpresa, nel riuscire a comprendere quanto, essi, stavano allor muovendo in loro accusa…

« Voi state pensando che sia nostro desiderio quello di mangiarvi?! » domandò, disorientata « Non è così! Noi siamo semplicemente finiti alla deriva in questo angolo di universo… siete stati voi ad aggredirci, abbordando la nostra nave! » tentò di argomentare, esprimendo la propria visione dei fatti.