Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
News & Comunicazioni
E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 038 - La notte più lunga. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 038 - La notte più lunga. Mostra tutti i post
domenica 17 marzo 2013
1882
Avventura
038 - La notte più lunga
« Ecco come rinunciare alla possibilità di ritirarsi a vivere di rendita per gli ultimi anni della propria travagliata e folle esistenza… » sospirò, scuotendo appena il capo e, subito dopo, gettando il girocollo a terra, di poco innanzi ai propri piedi sul pavimento della sala principale della locanda, solo per concedersi, in ciò, nella ritrovata libertà offerta alla propria mancina, la possibilità di estrarre l’adorata spada bastarda, dal fodero entro la quale, in conseguenza a quell’ultimo balzo, era ritornata a essere, e di colpire tale rossa pietra maledetta con tutta la violenza della quale la punta di quella propria lama sarebbe stata capace, a conclusione di un perfetto fendente atto a tracciare, nell’aria innanzi a lei, uno scintillante, straordinario e attraente arco di ghiaccio, nel quale tutto avrebbe trovato soltanto occasione di distruzione, di annichilimento e di morte, se soltanto avesse osato interferire, se solo avesse ipotizzato di intromettersi nel corso di quel violento e inarrestabile cammino, moto.
Non semplicemente in frammenti, ma addirittura in polvere, in conseguenza a tanto impeto, si ridusse pertanto la gemma stregata, sotto gli sguardi di un pubblico improvvisamente ridottosi al silenzio, nell’incapacità a comprendere quanto fosse appena accaduto, il perché la loro eroina avesse appena menato un tale colpo apparentemente verso il nulla, per coloro a lei fisicamente più distanti, o, peggio, a discapito di un gioiello sicuramente di un qualche valore, come interpretato da coloro collocati a minore distanza da lei. In alcun altro modo, dopotutto, avrebbe potuto essere loro richiesto di reagire a quel gesto, a quell’azione di non solo improbabile, ma addirittura impossibile comprensione, nell’assenza di qualunque speranza di completa consapevolezza nel merito di quanto accaduto prima di quella conclusione o, più correttamente, dopo quella conclusione, in un’obbligata lettura degli eventi tutt’altro che lineare, tutt’altro che naturale, ovvia o retorica qual si avrebbe potuto sperare di avere occasione di riservarsi opportunità.
Ciò nonostante, a prescindere da tale opportunità o assenza di opportunità, nessuno fra tutti gli astanti, nessuno fra tutti i commensali riuniti in allegria all’interno di quella vasta sala, ebbe ragione di porre in dubbio le ragioni proprie di tal gesto o, parimenti, la ragionevolezza dell’ispirazione che poteva averla spinta a compiere quanto in ciò compiuto. Ai loro occhi, in grazia ai meriti conquistati con le proprie azioni, con i propri gesti e i propri trionfi per la gloria e la sopravvivenza della loro intera città; ella avrebbe potuto tranquillamente decidere di esibirsi in spettacoli di ben più difficile interpretazione, ben più improbabile lettura, senza che, in ciò, alcuno avrebbe avuto ragione di che esprimere lamento, dubbio o curiosità. Ella era la loro Campionessa; ella era la donna che li aveva liberati dall’orrida infestazione negromantica che aveva dominato, al pari di un incubo, le loro notti per settimane, per mesi addirittura; ella era la donna che li aveva salvati dall’assedio loro imposto dai terrificanti mahkra, la cui semplice esistenza in vita avrebbe dovuto essere considerata un insulto blasfemo al Creato intero. Ragione per la quale, ella avrebbe potuto anche decidere di dar fuoco a quella stessa locanda da lei finanziata nella propria ricostruzione e, pertanto, divenuta anche di sua proprietà, senza che alcuno, lì vicino, avrebbe avuto di che ridire, di che levare voce in critica a tutto ciò.
Solamente cinque persone, fra coloro lì presenti, avrebbero mai potuto riservarsi tanta confidenza, con lei, da potersi allora permettere di domandare numi nel merito di quanto era appena accaduto e, soprattutto, del perché ciò fosse allora occorso. Ciò nonostante, delle cinque persone in questione, uno fra loro, Seem, non era abituato a sollevare dubbi di sorta sull’operato del proprio cavaliere, mentre altri due, Howe e Be’Wahr, in quel momento avrebbero dovuto essere riconosciuti qual più interessati ad altri obiettivi, ad altre più conturbanti ragioni di interesse, di attrattiva, rispetto a quanto non avrebbe potuto rappresentarlo un momento anche di eventuale follia fra di loro. Motivo per il quale, in definitiva, soltanto in due, Arasha e Be’Sihl, in tutta la locanda, avrebbero avuto modo, occasione e volontà di esprimersi a tal riguardo… e soltanto uno, all’atto pratico, si volle concretamente riservare simile opportunità.
« Credi che sia possibile rendermi partecipe del perché tu abbia appena polverizzato quel gioiello e, soprattutto, da dove esso sia saltato fuori…?! » sussurrò il locandiere shar’tiagho, a lei accostandosi con il preciso proposito di non dimostrare eccessiva curiosità per quanto accaduto, benché difficile sarebbe obiettivamente stato ovviare a umana curiosità a tal riguardo, così come il diffuso interesse da parte di coloro lì attorno avrebbe facilmente comprovato « Non per altro... ma se esiste un qualche ammiratore segreto che ti dona simili gioie, mi piacerebbe saperlo, in maniera tale da potermi organizzare di conseguenza. » esplicitò, ora esprimendosi con tono di voce sufficientemente contenuto da ovviare all’eventualità di lasciar udire quelle proprie parole da ascoltatori indiscreti « Sai: procurandomi dei regali migliori o, al più, assoldando un sicario che possa sistemare la questione in maniera… definitiva. »
Se solo Midda Bontor non avesse conosciuto l’uomo da lei amato così come ella lo conosceva, non avesse avuto confidenza con lui così come fortunatamente aveva, forse… e in tutto ciò forse, ella avrebbe avuto ragione di credere alla veridicità di tale minaccia, di simili parole, atte a formalizzare un pur legittimo sentimento di gelosia che l’avrebbe potuto veder allora coinvolto. Tuttavia, ella conosceva il proprio amato meglio di quanto non avrebbe potuto asserire di conoscere se stessa e, in ciò, era confidente con l’evidenza di come egli fosse, fra tutti gli uomini che l’avevano mai accompagnata nel corso della propria esistenza, in assoluto il meno geloso, non perché privo di interesse nei suoi riguardi qual pur egli era, non perché privo di quel forte e appassionato sentimento d’amore che pur lo contraddistingueva, ma semplicemente perché consapevole di quanto, invero, mai ella avrebbe avuto ragione di tradirlo, di tradire la fiducia da lui in lei riposta, non, quantomeno, senza informarlo a tal riguardo, senza renderlo immediatamente edotto di una simile scelta, non essendo in alcuna misura proprio del suo animo, del suo spirito, del suo carattere, un simile comportamento, un tanto infantile rapporto con i propri sentimenti, con le proprie emozioni e, soprattutto, con i propri desideri, con le proprie aspettative. Ragione per cui, in tutto ciò, l’unica chiave di lettura che ella avrebbe mai potuto associare al suo comportamento, a quella sua ironica reazione al suo gesto, avrebbe dovuto essere intesa la premura utile a comprendere quanto, dietro a tale operato, avrebbe dovuto essere intesa una situazione di pericolo, una minaccia a discapito della loro serenità, della quale, ove avesse avuto da riconoscersi all’interno della sua locanda, egli avrebbe avuto ragionevole diritto a essere informato, anche soltanto nella necessità di doversi difendere, di dover tutelare la propria stessa sopravvivenza, nonché la possibilità di godere di una nuova alba in compagnia della donna da lui amata così come, all’inizio di quella quieta serata, sembrava essergli stato promesso dall’abitualmente ostile fato.
Fortunatamente per entrambi, comunque, anche laddove una minaccia era effettivamente esistita, e aveva avuto più occasioni di sospingere la propria cupa ombra a discapito del loro futuro, e del loro futuro insieme; nella distruzione di quella stessa gemma ogni pericolo avrebbe dovuto essere considerato qual ormai superato, qual alfine appartenente al passato… e a quello stesso passato nel quale Nessuno avrebbe dovuto essere riconosciuto qual praticamente innocuo.
« Non avere timore… » lo rassicurò, pertanto, scuotendo appena il capo e rivolgendogli un dolce sorriso carico d’amore per lui e per la premura che, ancora una volta, aveva dimostrato, senza, in ciò, spingersi a soffocarla, a privarla dei propri spazi o della propria libertà di azione, così come, da sempre, egli era stato attento a evitare di compiere, forse unico fra tutti i suoi compagni ad aver dimostrato tanta delicatezza, simile tatto e, in ciò, a essere riuscito, malgrado ogni avversità, a difendere ancora il proprio rapporto con lei, così come alcun altro, prima di lui, aveva avuto possibilità di compiere « Se mai dovesse esserci un ammiratore segreto desideroso di offrirmi gioielli in dono, sarai il primo a saperlo, in modo tale da poterli adeguatamente valutare e rivendere, per investirne il ricavo in qualcosa di più utile per entrambi. » asserì, trattenendosi a stento dallo scoppiare a ridere a quell’idea, a quella prospettiva.
Un’idea, una prospettiva, in verità, che se solo Be’Sihl Ahvn-Qa non avesse conosciuto la donna da lui amata così come egli la conosceva, non avesse avuto confidenza con lei così come fortunatamente aveva, forse… e in tutto ciò forse, egli avrebbe avuto ragione di credere qual possibile. Tuttavia, conoscendola per come la conosceva, avendo confidenza con lei per così come l’aveva, egli non avrebbe mai potuto giudicare qual priva di sincerità o di fondamento nei propri propositi, ove non un diverso comportamento, non una diversa reazione avrebbe allora potuto attendersi da lei nel confronto con un oggetto dotato di un qualche valore di natura economica qual anche quello allora distrutto avrebbe sicuramente dovuto essere considerato dotato e al quale, per ragioni non ancora meglio definite, aveva pur deciso di rinunciare. Sempre coerente con se stessa e con la propria professione, del resto, ella aveva voluto impegnarsi a essere, non cercando di nascondersi ipocritamente dietro a un velo di falsità, di menzogna, utile a permetterle di risultare diversa, apparire ipoteticamente migliore di quanto non fosse o, peggio, non avesse la benché minima volontà di essere. E donde la carriera che aveva deciso di rendere propria quasi vent’anni prima avrebbe dovuto riconoscersi in quella di mercenaria, donna guerriero e avventuriera, ella non avrebbe mai finto di non poter offrire un giusto prezzo alla vita umana, alla vita dei propri antagonisti, così come, parimenti, a tutti gli artefatti con i quali ella aveva mai avuto occasione di entrare in contatto nel corso del tempo, con il passare degli anni.
In tutto ciò, solo particolarmente significativo avrebbe avuto da considerarsi il suo gesto, il suo rifiuto della probabile ricchezza potenzialmente derivante da quel ciondolo e, ancor più, ne avrebbe avuto, al di lui sguardo, se solo egli fosse stato informato nel merito di quanto, effettivamente, la vendita di quel gioiello avrebbe potuto fruttarle.
« Così non devo far uccidere nessuno questa notte…?! » questionò egli, aggrottando appena la fronte a quel suo tentativo volto a minimizzare la questione, evidentemente desiderando lasciar apparire tutto quello non qual l’inizio di un nuovo problema, quanto e piuttosto la sua conclusione, sebbene tutto ciò avrebbe dovuto essere riconosciuto qual privo di coerenza, privo di ragione alcuna, almeno alla luce di quanto a lui noto.
E se ella, per un lungo istante restò incerta su come rispondere a quel quesito, soprattutto in conseguenza alla particolare scelta di termini da lui involontariamente resa propria, alla fine si limitò a scuotere, ancora e appena, il capo, sospirando una grazia probabilmente immeritata, ma che pur, quella notte, avrebbe concesso al proprio sventurato avversario, nella speranza che egli avrebbe reso propria sufficiente accortezza da evitare di presentarsi nuovamente a lei: « No… non c’è bisogno che Nessuno muoia questa notte. » accordò, quietamente « Ci saranno altre occasioni… »
sabato 16 marzo 2013
1881
Avventura
038 - La notte più lunga
Ma se tanto prossima alla morte ella si era allora sospinta, mai più lontana dalla medesima avrebbe dovuto essere comunque considerata, alla luce, quantomeno, della scarlatta gemma pulsante da lei ancora stretta nella propria unica mano, lì saldamente ancorata, in attesa di un nuovo miracolo, dell’ultima stregoneria, che tutto le avrebbe permesso di ricondurre alla normalità.
« … a fra poco, Nessuno… » salutò, non negandosi la premura di colpirlo, malgrado la duplice ferita letale impostale, con quanto rimasto del suo braccio destro, respingendolo all’indietro, lontano da sé, prima ancora che potesse avere anche solo l’occasione di ipotizzare una rivalsa nei propri confronti e, ancor più, nei confronti della pietra e del potere in tutto ciò sottrattogli.
E nel mentre in cui i resti della propria protesi metallica, di quel braccio d’armatura che per anni aveva rimpiazzato l’avambraccio tragicamente e ingiustamente da lei perduto, sfidarono l’integrità del volto del proprio antagonista riversando in sua condanna tutta l’energia della quale una moribonda avrebbe potuto essere capace, ormai privata di qualunque inibizione, di qualunque limite, psicologico e fisico; il crescendo di quel battito mistico sembrò prossimo a bruciarle la mancina, in ciò trascinandola in quello stesso vortice di improbabili sensazioni che in alcun modo, con alcuna parola, sarebbe mai stata in grado di spiegare a terzi, sarebbe mai stata in grado di raccontare al proprio amato Be’Sihl o a chiunque altro eventuale ascoltatore, anche laddove più che bendisposto nei suoi riguardi, nell’accettazione delle sue parole quali vere, reali, concrete, anche dove indubbiamente difficili da poter considerare qual tali, da poter accettare quali cronaca di eventi effettivamente occorsi, nello sfidare qualunque logica, nel porre in dubbio qualunque principio per così come da sempre riconosciuti quali fondamento dell’esistenza, principio basilare del Creato, dall’origine dei tempi, sino al proprio termine, alla scomparsa dell’universo per come noto e comunemente accettato.
Ancora una volta, pertanto, il mondo attorno a lei, a partire dal volto attonito e ferito del proprio antagonista, per proseguire con ogni altro dettaglio proprio della realtà, includendo in tal senso anche le lame che l’avevano trapassata, che l’avevano praticamente uccisa, sembrò sfumare, offuscarsi in uno splendore abbagliante, in un’inconcepibile tenebra di luce, che tutto inglobò, che tutto soffocò e, sostanzialmente, cancellò, come al risveglio da un lungo sogno o, nella fattispecie di quanto avvenuto, da uno spiacevole incubo. E benché un solo istante prima ella fosse più morta che viva; un attimo dopo, nelle assurde dinamiche che soltanto avrebbero potuto essere proprie del risveglio, la Figlia di Marr’Mahew si ritrovò a contemplare i volti sorridenti e quasi inebetiti di Howe e Be’Wahr, alle prese con quella che solo avrebbero potuto riconoscere quale la migliore serata della propria intera esistenza, o, quantomeno, una delle migliori serate della propria intera esistenza, nello star venendo allora spesa in compagnia di quattro avvenenti, sensuali e indubbiamente disinibite professioniste della città del peccato, quattro mercenarie impiegate in un settore ben diverso da quello che avrebbe dovuto essere considerato il loro, ma non per questo dagli stessi disapprovato… al contrario.
« Devi aver bevuto un po’ troppa birra per stasera, fratellino! » ripeté, in quel preciso momento, Howe, offrendole occasione di collocare con assoluta precisione il contesto temporale da lei raggiunto, nel porla, ancora una volta, a confronto con una scena più che nota e pur, mai come in quel momento, sinceramente apprezzata « Ti consiglio di fermarti alla quinta pinta… prima di iniziare ad avere allucinazioni ben peggiori! » soggiunse, cercando di dissimulare la premura rivolta alla salute del compagno di una vita intera dietro all’ironia, al sarcasmo del quale, abitualmente, lo rendeva vittima, non per cattiveria, non per intolleranza, quanto e piuttosto per semplice diletto, occasione come altre di spendere il proprio tempo, impegnando in un modo come altri la propria mente, la propria fantasia.
Unico dettaglio originale riservatole qual proprio, in quella scena, nel confronto con quella realtà già troppe volte vissuta, ebbe a doversi considerare la presenza di un oggetto estraneo fra le dita della propria mancina, un ciondolo in pietra rossa, al termine di un infranto girocollo dorato, nel merito della presenza del quale alcuno, attorno a lei, avrebbe potuto vantare allora memoria, ove, sostanzialmente, lì prima inesistente, lì prima non presente e neppure irrazionalmente ipotizzabile qual tale. Un ciondolo, una pietra, che ella allora sollevò innanzi allo sguardo, in quella propria prima e inedita occasione di confronto con lo stesso. Un ciondolo, una pietra, ancora, che le avrebbe sicuramente potuto fruttare non poco oro, rendendo quasi ridicola, addirittura imbarazzante, la già straordinaria ricompensa recentemente tributatale, in occasione della vendita di un’arma stregata al proprio mecenate prediletto, un bastone che, se solo fosse stato adeguatamente maneggiato, sarebbe stato in grado di reindirizzare i danni potenzialmente subiti dal proprio possessore sul suo stesso aggressore.
Privo di prezzo, privo di qualunque ipotesi di valutazione, di stima, infatti, avrebbe dovuto essere allora oggettivamente riconosciuto il potere intrinseco in quella collana, o, più precisamente, in quella pietra, per possedere la quale qualunque lord di Kriarya, al pari di qualunque sovrano dell’intero continente di Qahr o del mondo per così come noto, sarebbe sicuramente stato disposto a concederle qualunque somma ella avrebbe potuto richiedere, avrebbe potuto pretendere, e tale, se necessario, a ricostruire non solo quella stessa locanda, ove fosse stato nuovamente necessario, ma anche, e addirittura, gran parte della stessa città del peccato se non l’intera urbe, nella propria completezza. Una consapevolezza, quella della quale ella non poté che essere immediatamente padrona, abituata a vivere dello smercio di simili reliquie, di tali manufatti incantati, che, onestamente, non poté che stuzzicarla, che sollazzare il suo interesse e la sua fantasia, in misura indubbiamente maggiore di quanto non avrebbe mai potuto permettersi di compiere l’idea stessa della proprietà esclusiva di simile potere, di tale prerogativa, in grazia all’impiego della quale, anche in prospettiva di quanto l’avrebbe allora attesa, non avrebbe potuto che vincere qualunque sfida, trionfare in qualunque battaglia, sconfiggere qualunque avversario. Perché ove ella non avrebbe mai potuto rinunciare senza sincero rammarico alla prospettiva di un ricco guadagno, di una ricompensa utile quantomeno a non rendere completamente vana quella lunga serata allora soltanto appena iniziata; senza alcuna ritrosia, senza particolare imbarazzo sarebbe altresì stata capace di negarsi la possibilità di ricorrere nuovamente a quello stesso potere, nella consapevolezza di quanto semplice sarebbe stato, per lei, assuefarsi allo stesso e di quanto sicuramente alfine pericoloso, tutto ciò, si sarebbe rivelato.
Un pericolo, quello da lei temuto all’idea della possibilità di impiegare personalmente simile mistica, arcana prerogativa di controllo del tempo, nel proprio abitualmente inarrestabile e irreversibile scorrere, che non avrebbe tuttavia potuto essere ovviato, nelle proprie ritorsioni dirette e indirette, anche nel confronto con la prospettiva propria del riconoscere ad altri un tanto vasto potere, fosse questi anche un amico fidato e sincero qual, indubbiamente, avrebbe dovuto essere considerato Brote, il suo mecenate prediletto. Dopotutto, in grazia ai lunghi anni trascorsi a contatto con quel particolare aspetto della realtà dai più semplicemente rifuggito, con quelle oscure forze protagoniste soltanto di cupe storie maledette, la Campionessa di Kriarya non avrebbe potuto negarsi la consapevolezza di quanto, purtroppo, l’unica soluzione certa al potere sarebbe stata la rinuncia al medesimo; ove la tentazione del ricorso al medesimo, fosse anche per cause apparentemente giuste, apparentemente sante, benedette persino dagli dei, sarebbe stata tanto più elevata quanto più elevato sarebbe stato il potere stesso.
Così, nel non desiderare riservarsi più alcun rischio, alcuna possibilità di incorrere ancora nelle conseguenze negative dell’impiego della stregoneria intrinseca in quell’oggetto apparentemente innocuo, e persino esteticamente apprezzabile; soltanto una sarebbe stata la via da percorrere, la soluzione da abbracciare: quella che, purtroppo, l’avrebbe vista privata della speranza di diventare oscenamente ricca in grazia alla vendita di quell’artefatto…
venerdì 15 marzo 2013
1880
Avventura
038 - La notte più lunga
Fu questione di un istante. Un istante fuggevole, un istante effimero, un istante quasi impercettibile e che, tuttavia, sembrò durare un’intera eternità. E, forse, ancora di più.
« … no… » gemette Seem, quasi soffocato, impegnandosi oltremodo al fine di non morire a propria volta nel semplice pronunciare quell’unico verso, quella sorta di grido pur incapace di ergersi qual tale.
In quell’istante, Seem, lo scudiero della Figlia di Marr’Mahew, temette che tutto fosse finito, che il Creato stesso, per così come da lui apprezzato, avesse perduto di qualunque significato, di ogni valore.
Egli, che tanto aveva ammirato e, forse, amato quella donna guerriero, quella leggenda vivente al punto tale da spingersi a mettere in gioco la propria esistenza, la propria quotidianità, il proprio presente e, con esso, il proprio avvenire per lei, accanto a lei, sulle orme di lei, nell’assistere, inerme, all’immagine di quel magnifico corpo tanto brutalmente violato da un duplice colpo, dalla violenza di un tanto brutale attacco, non poté che essere sopraffatto in misura tanto straziante dalle proprie emozioni al punto tale da non potersi neppure permettere un semplice grido, un urlo di dolore, di raccapriccio e, forse, di rifiuto, nel quale, pur, avrebbe voluto allora impegnarsi. Tanto, tuttavia, fu per lui l’orrore al punto tale da non saper più neppure ipotizzare alcuna possibilità di controllo sul proprio corpo, fosse anche e soltanto per una reazione pur istintiva, pur spontanea e naturale qual, sicuramente, quella sarebbe allor stata. Nulla di meno, del resto, avrebbe potuto contraddistinguere la fine di un sogno, e, con esso, di ogni speranza, qual pur ella aveva saputo incarnare con il proprio costante esempio quotidiano: un sogno di riscatto, una speranza per una vita migliore, per un’esistenza all’insegna di qualcosa di più della mera sopravvivenza, del lasciarsi vivere, giorno dopo giorno, attendendo quasi impazientemente la fine di tanta condanna, il momento in cui gli dei tutti, nei quali pur egli neppure credeva, avrebbero deciso di graziarlo. Con lei, in quell’istante, in quell’attimo così terrificante e angosciante, stava ai suoi occhi morendo ogni cosa, ogni aspetto dell’esistenza per come ritenuta degna d’essere vissuta. E dopo di lei nulla sarebbe rimasto se non la desolazione di una vita priva di vita, forse, dopotutto, neppure effettivamente considerabile qual vita, non in misura maggiore, quantomeno, rispetto a quella di una negromantica creatura.
Una considerazione nell’aver occasione di ascoltare la quale, certamente, ella si sarebbe arrabbiata, si sarebbe irata in suo contrasto, a sua condanna, non desiderando concedergli la possibilità di soffocarsi nel proprio rimpianto, nella propria pena così come stava sembrando tanto ansioso di compiere… e pur, malgrado ciò, una considerazione che egli non avrebbe potuto evitare di compiere, non, quantomeno, nel voler evitare di mentire in un momento come quello, nell’angoscia allora derivante da tanta disperazione, da tanto, frustrante, smarrimento. Una disperazione, uno smarrimento, che non avrebbe allora avuto la fortuna di perdurare per un solo istante, ma che si sarebbe, sicuramente, protratto per l’intera eternità. E, forse, ancora di più.
« … no… » gemette Nessuno, sconvolto, impegnandosi al fine di riservarsi un’apparenza di contegno, un’ultima possibilità di dignità, anche laddove, di lì al successivo istante, nulla di tutto quello avrebbe più avuto valore… a incominciare dalla sua stessa esistenza.
In quell’istante, Nessuno, Rimau Coser, maturò la consapevolezza di aver perduto. Aveva giocato, aveva tentato, aveva sperato e aveva perduto. E nel perdere non aveva perso semplicemente una battaglia, ma la guerra intera. Perché, benché le sue spade avessero finalmente trafitto quel corpo tanto odiato quanto, forse, desiderato, benché la sua vittoria fosse alfine sopraggiunta seppur con qualche anno di ritardo, benché Midda Bontor fosse stata finalmente condannata a morte, tale momento non sarebbe mai effettivamente arrivato e, in ciò, egli non avrebbe più avuto alcuna occasione in sua opposizione, a suo discapito. Non allora, né mai più.
A dispetto di quanto agli occhi di Seem e di tutta la rappresentanza della popolazione di Kriarya radunatasi attorno a loro, avrebbe potuto credere, infatti, egli non avrebbe potuto illudersi stolidamente di poter rendere propria una qualsivoglia speranza qual conseguenza di tutto ciò, né, tantomeno, sarebbe stato in grado di accettare con assolutismo e rassegnazione l’evidenza apparentemente propria di quella morte. E non perché i suoi gesti non fossero stati reali, e non perché le sue azioni non fossero state concrete, e in ciò capaci di arrogarsi il risultato proprio di gesti tanto forti, sì letali, quanto e piuttosto perché, in conseguenza al gesto di cui ella, evidentemente, aveva pianificato sin dall’inizio la necessità, soltanto certo avrebbe allor dovuto essere al pensiero che la propria avversaria sarebbe sopravvissuta e, peggio ancora, in questa occasione, a quell’inversione di ruoli, ella avrebbe balzato a ritroso nel tempo, rammentando perfettamente quanto avvenuto, mentre egli sarebbe stato costretto a restare vincolato al proprio stesso corpo, vittima in questa occasione, e per la prima e probabilmente ultima volta, dei poteri di quel monile, di quello straordinario oggetto tanto generosamente regalatogli e, purtroppo, tanto negativamente gestito, nelle proprie potenzialità, nei propri poteri. Se anche, pertanto, la sua vita non si fosse conclusa allora, non avesse veduto apparente immediata minaccia al proprio domani, quasi prevedibile avrebbe dovuto essere considerata la condanna che pur presto o, anzi e ancor meglio, prima ancora, gli sarebbe stata riservata, per mano della medesima donna che lui, in quel momento, stava ipoteticamente uccidendo e che pur non sarebbe mai riuscito a battere, così come, dopo troppa fatica, dopo troppo impegno, nell’evidenza di quanto, dopo troppi sforzi forse addirittura vani, oramai non avrebbe più potuto che .accettare, che accogliere, quasi una grazia dopo tanto, superfluo impegno, in senso opposto.
Un solo istante, quello che ancora lo sperava dall’eternità caratteristica dei morti, e che pur, allora, non poté che apparire a propria volta eterno, nell’obbligata e inerme attesa per quanto allora sarebbe avvenuto.
« … oh, sì… » sorrise lievemente Midda Bontor, senza voler in alcun modo risultare indifferente nel confronto con l’evidenza dei fatti e, in essi, della propria vittoria.
In quell’istante, Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Vedova di Kah, fu certa di aver reso propria l’ennesima scommessa sul futuro, sull’indomani, affidando la propria sopravvivenza, il proprio destino, a una stregoneria, così come già troppe volte, nel corso della propria esistenza, aveva avventatamente compiuto.
Per una donna guerriero qual ella era, per un’avventuriera e una mercenaria qual aveva deciso di essere, troppo di sovente ella aveva abbracciato una tanto discutibile scelta, una tanto pericolosa decisione, mai, invero, venendo in tal senso gratificata dall’evidenza dei fatti. Al contrario, in ogni occasione, in conseguenza a ogni scelta in estemporaneo favore all’impiego di poteri mistici a proprio supporto, a propria difesa, ella si era ritrovata costretta a offrire qual tributo, qual giusto compenso per espiare la propria colpa, un pegno, sempre equilibrato, sempre corretto, e pur, anche e ineluttabilmente, sempre sgradevole, in una misura tale per cui difficilmente avrebbe potuto accogliere l’eventualità di una simile, nuova possibilità con soddisfazione, con gioia, con entusiasmo. Purtroppo per lei, tuttavia e comunque, allora come in passato ella non aveva avuto alternative a prendere parte a quel giuoco, abbassandosi a giocare, in ciò, con regole che pur non l’avrebbero potuta riconoscere qual soddisfatta, qual entusiasta, e che pur l’avrebbero allora mantenuta in vita e le avrebbero permesso di conseguire una vittoria, altrimenti, difficilmente auspicabile. E, del resto, se solo ella non avesse accettato in alcuna misura l’idea di servirsi di quel potere stregato per preservare la propria quotidianità e il proprio futuro, non avrebbe neppur dovuto compiere il primo salto temporale in compagnia del proprio antagonista o, comunque, non avrebbe dovuto insistere nei successivi, così come, pur, aveva compiuto e avrebbe continuato a compiere finanche alla fine dei giorni, se solo ciò le avesse concesso l’opportunità di ostacolare la vittoria di quello spadaccino monco, di Nessuno che, fra tutti i propri avversari, avrebbe dovuto essere considerato l’ultimo, e che pur, paradossalmente, in quella lunga notte, forse addirittura interminabile, aveva reso propria la prerogativa del primo fra tutti… il solo che, obiettivamente, era persino giunto incredibilmente prossimo a ucciderla.
giovedì 14 marzo 2013
1879
Avventura
038 - La notte più lunga
« … sto arrivando! »
Con tali parole, Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew e Campionessa di Kriarya, annunciò l’inizio della fine di quel confronto. Con tali parole, ella accompagnò il proprio rapido avanzare, in direzione dell’antagonista, allo scopo di imporre in termini inequivocabili l’evidenza di quanto ciò da lei pocanzi annunciato stesse ormai avvenendo. Con tali parole, ancora, ella si volle assicurare di concedere al proprio sventurato nemico l’occasione di compiere quanto sarebbe stata sua responsabilità compiere, in accordo che le proprie previsioni, con quanto da lei atteso e preventivato nella propria occorrenza. In ciò, pertanto, a Nessuno non sarebbe stata concessa la possibilità di sbagliare, non sarebbe stata riservata l’occasione di venire meno ai propri doveri, sottraendosi a quanto così puntualmente definito da parte sua. E, così, avvenne…
… così avvenne in occasione del primo attacco, di quel pesante fendente mosso lungo una perfetta traiettoria perpendicolare in direzione del capo dell’avversario, lunga e scintillante lama eretta verso il cielo prima di essere proiettata in direzione del suolo e, con esso, di quel bersaglio ben preciso, ben dettagliato che, se solo fosse rimasto inerme in sua attesa, sarebbe esploso, semplicemente e straordinariamente detonato qual un frutto troppo maturo, che avrebbe sparso sangue e frammenti d’osso e di cervello non solo tutto attorno a lei ma anche e soprattutto, contro di lei, inondandola in tanto macabra benedizione, in tanto oscena unzione a riconferma della propria superiorità, conclamata e, in ciò, addirittura sfoggiata. Fortunatamente per lo spadaccino, ella dimostrò tuttavia di non aver precedentemente parlato soltanto per il semplice piacere della teatralità, qual pur avrebbe potuto contraddistinguere quel momento, quanto, e soprattutto, nella speranza di essere allora udita e, ancor più, ascoltata, in misura tale da trasformare la sua predizione in una concreta, e autonomamente avverante, profezia, innanzi alla quale non avrebbe avuto troppe occasioni utili per sottrarsi, per ritirarsi, lì come già aveva compiuto in passato. E prim’ancora che la spada potesse spingersi a immaginare la conquista di quel cranio, a considerare qual proprio quel trofeo, nuova dimostrazione della propria forza e della propria abilità, le due sciabole contraddistinsero il concretizzarsi del primo risultato per così come atteso, della prima, totale assenza di successo per così come apertamente dichiarata, nell’ergersi esattamente nella maniera da lei prevista, incrociandosi sopra il suo capo a protezione del medesimo e della sopravvivenza di un allora non inerme, e pur potenzialmente tale, obiettivo. Violenta, intensa, quasi abbagliante, da tutto ciò, ebbe occasione di derivare una copiosa fontana di luce, scintille che rischiararono la cupa notte con l’impeto di una piccola eruzione vulcanica, la deflagrazione del cuore pulsante della terra al di fuori dei propri consueti e più naturali confini: una deflagrazione che, allora, non volle sottintendere l’orrore della morte a discapito di chiunque ne avesse incrociato il cammino, subendone passivamente tutta la furia, quanto e piuttosto l’incredibile entusiasmo della vita per chi, in sua grazia, si scoprì essere stato graziato da una fine altresì certa. Una grazia che, laddove occorse, non poté comunque considerarsi qual effettivamente meritata.
« Uno. »
… così avvenne in occasione del secondo attacco, di quell’affondo deciso e guizzante nel quale la straordinaria lama bastarda della donna guerriero si spinse alla ricerca del cuore dell’uomo, venendo da lei magistralmente mossa con la stessa naturalezza, la medesima spontaneità di una semplice estensione del proprio stesso corpo, di una sua comune estremità, in misura persino maggiore di quelle spiacevolmente innestate a effettivo completamento delle braccia orrendamente mutilate del proprio antagonista, e tali in conseguenza a una sua stessa impietosa condanna. Se solo ella fosse riuscita a raggiungere occasione di contatto con un tanto vitale, e irrinunciabile, organo, per Nessuno non sarebbe rimasto null’altro da compiere al di fuori della triste rassegnazione e dell’estemporanea disapprovazione per quella prematura conclusione, per quella sorte a lui tanto palesemente avversa, e tale da non offrire, apparentemente, alcun margine di manovra, alcuna possibilità di deviazione dal destino assegnatogli. Fortunatamente per lo spadaccino, ancora una volta ella rimase fedele ai termini del proprio annuncio, della propria previsione, in nulla cercando di ingannarlo, in nulla sperando di sorprenderlo, come, dopotutto, non avrebbe mai potuto avvenire se solo egli le avesse offerto un pur minimale e anche distratto momento d’ascolto. E dal momento in cui egli le aveva offerto molto più di ciò, non limitandosi ad attendere il momento opportuno per canzonarla nel bel mentre del proprio intervento, quanto e piuttosto acquisendo ognuna di quelle informazioni, di quelle rilevazioni a proprio esclusivo vantaggio, per serbarle, con cura, nel profondo del proprio cuore; nulla di imprevisto sarebbe potuto avvenire, niente di improprio avrebbe potuto sconvolgerlo, né, tantomeno, disorientarlo, non venendogli sostanzialmente richiesto di compiere, allora, nulla di più rispetto a quanto già definito, già da lei sancito, escludendo qualunque altra ipotesi di reazione in risposta a quel gesto diversa dal movimento, ancor duplice, di entrambe le lame, a erigere un’insormontabile barriera a difesa del suo corpo, della sua integrità e, soprattutto, utile a deviare senza fatica, senza impegno, quasi senza sforzo, quell’aggressione altrimenti sicuramente letale, qual solo e soltanto non avrebbe potuto che essere se solo le fosse stata concessa l’occasione di giungere a complimento.
« Due. »
… ciò avvenne in occasione del terzo attacco, di quel tondo roverso che, né più né meno rispetto a quanto subito definito, immediatamente proclamato, vide la spada bastarda dagli azzurri riflessi, evidenza del proprio storico retaggio marino, muoversi da destra verso sinistra, parallelamente al suolo, in ottemperanza a quanto da lei annunciato, a quanto da lei stabilito in principio a quella conclusione, all’inizio di quella fine. E laddove quella lama, diretta in maniera inequivocabile, ancora una volta, al capo dell’uomo, avrebbe potuto troppo facilmente decollarlo, vedendolo privato della propria testa forse in termini meno macabri, meno osceni rispetto a quelli promessi dal fendente, ma, non per questo, più gradevoli; forzatamente necessario fu per lui riuscire a contenere tale spiacevole eventualità, simile indesiderata conclusione, per quanto privato, in tale occasione, di suggerimenti utili a tradurre in realtà tutto quello, a dispetto di quanto avvenuto sino a un solo, semplice istante prima. In tal modo, quindi, egli si ritrovò ancora una volta posto in giuoco, in competizione in termini concreti, reali, qual concreta e reale avrebbe avuto da intendersi la sua condanna se solo non avesse agito al più presto. E in tal modo, ancora, egli dovette agire, limitando la propria libertà di pensiero, le possibilità di infiniti percorsi mentali utili ad analizzare le forse limitate, forse no, possibilità di fuga da tutto ciò, impossibile a definirsi, per scegliere in tempi rapidi una reazione più di cuore che di testa, qual sicuramente avrebbe dovuto essere riconosciuta quella che, al termine di tutto ciò, evidentemente valutò essere per lui la più utile a sopravvivere, essere per lui la più promettente da tradurre in realtà per garantirsi l’occasione di un indomani.
Ma se pur egli pensò, in tutto ciò, di essersi garantito un’occasione utile a ovviare al risultato da lei preventivato, all’obiettivo da lei proclamato qual proprio, fu questione di un istante la maturata comprensione di quanto, oggettivamente, ella sarebbe comunque riuscita a porre fine al loro giuoco, per così come l’aveva definito. Perché anche dove le proprie sciabole, rapide e impietose, trapassarono doppiamente il corpo della donna per inchiodarla là dove ella si era venuta a trovare, privandola subitaneamente di fiato e di ogni energia utile a proseguire nel proprio pur slanciato attacco, e, in tal modo, garantendogli ipoteticamente la sopravvivenza e la vittoria; quanto, in tutto ciò, ebbe completamente a dimenticarsi fu la presenza del proprio prezioso e pulsante monile stregato attorno al collo. Monile che la mercenaria, sfruttando abilmente quell’ultima azione, e la distrazione che essa aveva obbligatoriamente provocato in lui, non aveva esitato a pretendere completamente qual proprio, arrivando, in tal senso, a sacrificare la propria stessa lama, abbandonata all’ultimo, per poter garantire alla propria sola mano rimasta, la mancina, un possesso allora esclusivo su quella pietra, strappandola di prepotenza dal collo ove era rimasta tanto, troppo a lungo legata.
« … tre! »
mercoledì 13 marzo 2013
1878
Avventura
038 - La notte più lunga
Midda Bontor non avrebbe saputo dire se la sua avrebbe dovuto essere riconosciuta maggiormente qual insofferenza verso il proprio antagonista o, piuttosto, qual ira a proprio stesso discapito, in conseguenza della propria apparente incapacità a gestire quel confronto, a tenere testa a quell’avversario in contrasto al quale non avrebbe neppure dovuto ipotizzare di sforzarsi. E se pur, indubbiamente, l’atteggiamento di Nessuno non avrebbe dovuto da lei essere riconosciuto qual accomodante, anzi, da sempre considerato semplicemente irritante nella propria arroganza priva d’ogni ragion d’essere; al tempo stesso ella non avrebbe potuto negare di essere sinceramente contraddetta dalla difficoltà che le si stava riservando qual propria nel gestire quella questione, quella battaglia, protraendola decisamente più di quanto non avrebbe dovuto risultare necessario.
Consapevole di quanto, comunque, cedere alle proprie emozioni non avrebbe rappresentato, per lei, un’opportunità di crescita, di miglioramento e, meglio ancora, di rapida conclusione di tale confronto, ella si costrinse a ritrarsi da lui e, così facendo, a inspirare ed espirare profondamente aria da e nei propri polmoni, allo scopo di imporre al proprio corpo, e soprattutto al proprio cuore, quella serenità apparentemente perduta, quell’equilibrio in tal modo purtroppo spiacevolmente compromesso. Una prudenza necessaria, quella da lei in tal modo dimostrata, che avrebbe anzi dovuto essere considerata non solo obbligata ma, addirittura, indispensabile, nella volontà di ovviare alla possibilità che il proprio mito, la propria leggenda, potesse allora trovare conclusione in una maniera tanto svilente, così ridicola quanto, non di meno, potenzialmente tragica. Perché pur considerando quanto il proprio interlocutore avrebbe dovuto essere riconosciuto qual un potenziale idiota, un presunto incapace, simile idiozia, tale incapacità non lo avrebbe reso necessariamente inerme, necessariamente incapace a colpire, e colpire per uccidere, ove, del resto, persino un bambino avrebbe dovuto riconoscersi qual potenzialmente letale, se solo fosse stato rifornito della possibilità di aggredire qualcuno e, peggio, di aggredirlo armato. E Nessuno, pur probabilmente non più offensivo rispetto a un bambino, non avrebbe potuto che essere riconosciuto qual estremamente armato. Armato e, per questo, pericoloso.
Recuperato, in grazia a quell’imposto e pur fugace momento di quiete, un po’ di controllo su di sé e sulle proprie azioni, la Figlia di Marr’Mahew ebbe allora a doversi confrontare con l’immagine, non originale ma, non per questo, meno sgradita, del ciondolo legato attorno al collo dello stesso spadaccino monco. Ciondolo che, con temibile puntualità, aveva allora ripreso a pulsare, a promuovere la propria esistenza nello scandire in maniera costante e lentamente crescente i battiti di quel proprio cuore stregato. Un cuore stregato che, ancora, ella avrebbe dovuto trovare modo di arrestare, di bloccare per sempre, qual soluzione forse banale, ma non per questo meno efficace, al problema da esso stesso rappresentato e, proprio malgrado, ben noto qual tale.
Così, nello stimare l’eventualità di non più di tre, ulteriori mosse prima di porsi nuovamente a confronto con un balzo a ritroso nelle spire del tempo, fra le quali, probabilmente, prima ancora di quanto non avrebbe avuto piacere di pensare sarebbe potuta capitare, in una continua reiterazione degli stessi eventi che presto l’avrebbero condotta a trovarsi privata di ragione, di senno; ella valutò anche i termini nei quali i suoi ulteriori sforzi avrebbero dovuto concentrarsi, nella volontà di non vanificare una vita intera di battaglie, di scontri, e di imprese epiche, in una sola, umiliante sconfitta in conseguenza alla quale non solo non sarebbe sopravvissuta, ma si sarebbe ancor peggio ritrovata privata di qualunque speranza di eternità. Immortalità in tal modo negatale da coloro che a lei sarebbero succeduti, e che, in tutto ciò, non avrebbero più avuto motivo di spendere una sola, semplice parola a rievocare le sue gesta, se non come monito nel merito di quanto effimera, di quanto inconsistente, avrebbe dovuto essere considerata la gloria, la fama, un istante prima ancor presente in misura tale da ispirare le folle a osannare il tuo passaggio, e un attimo dopo già dimenticata in termini utili a negare ferocemente qualunque ipotesi di semplice interessamento.
Forse motivata da una qualsivoglia volontà di riscatto nel confronto con i propri ingiustificabili fallimenti precedenti, o forse, in termini particolarmente originali, desiderosa di imporre una strategia psicologica a discapito dell’apparente e inedito autocontrollo della propria controparte; quando la mercenaria dagli occhi color ghiaccio fu pronta ad agire, non volle tentare di celare le proprie scelte, le proprie decisioni, dietro ad alcun inganno, ad alcuna dissimulazione, non volle tentare di sottrarsi all’evidenza delle proprie azioni, arrivando, in maniera indubbiamente disorientante a proclamare apertamente come, di lì a breve, avrebbe agito…
« Al terzo attacco porrò fine a questo giuoco, Nessuno! » definì immediatamente, a non voler offrire spazio ad alcun equivoco, ad alcuna incertezza, non in merito alle proprie valutazioni, non in merito alla propria inalterata volontà nei suoi confronti « Per prima cosa, cercherò il tuo cranio con un fendente. Ma tu bloccherai l’incedere della mia lama incrociando le tue sciabole ad arginarne la discesa. » annunciò e definì, in una strana profezia, atta non solo ad anticipare quanto ella stessa avrebbe compiuto ma, addirittura, quando l’altro avrebbe dovuto rispondere a tale sua proposta « In secondo luogo, punterò al tuo petto con un affondo. Ma tu ovvierai tale aggressione deviando la traiettoria della mia spada con le tue lame. »
« Hai forse deciso di suicidarti?! » questionò egli, non riuscendo a comprendere le ragioni alla base di tanto seria definizione d’intenti, qual tale stava indubbiamente apparendo, non offrendo neppure spazio all’ipotesi che ella potesse star mentendo, potesse star suggerendo qualcosa di diverso da quanto avrebbe compiuto, animata da troppo orgoglio, da troppa fiducia in sé per necessitare il ricorso a un qualche inganno « Perché, in tal caso, non c’è bisogno di continuare a complicarsi in tal modo l’esistenza… » propose, lasciando intendere come sarebbe stato per lui preferibile un intervento più rapido e radicale per risolvere la questione.
« Al terzo attacco, uno tondo roverso, porrò fine a questo giuoco… ricordatelo, Nessuno! » ripeté ella, insistendo nel merito di quella predizione, nell’offrirgli nuovamente le stesse parole già a lui rivolte, a lui destinate, con tono inalterato, con la quiete di chi consapevole di star asserendo nulla di meno della verità, al pari di un oracolo.
E benché, in tutto ciò, gli fosse stata concessa ipotetica consapevolezza su come quello scontro avrebbe avuto a svilupparsi, in parole pronunciate con chiarezza tale da non aver permesso ad alcuno, attorno a loro e subito fermatosi per assistere a quello scontro, di fraintenderne le scelte; nell’animo di Rimau Coser non poté allora mancare un forse ineluttabile sentimento di disagio, per l’incertezza di quanto presto sarebbe potuto accadere, sarebbe potuto avvenire a definizione della conclusione di quel giuoco, per così come da lei già due volte definito.
Un disagio, allora, trasparente di quanto, malgrado tutto, malgrado ogni errore commesso in passato, egli non avrebbe dovuto essere considerato così privo di un pur minimale istinto di sopravvivenza utile a suggerirgli, nel suo intimo, ritrosia innanzi a tanta sicurezza da parte di una leggenda vivente, da parte di una donna che, oggettivamente, si era dimostrata capace di straordinarie imprese, di epiche gesta, in una misura tale da rendere ogni possibile minimizzazione del suo potenziale, della sua aggressività, non dissimile da uno sputo a discapito del proprio stesso diritto di esistere in vita e di continuare a esistere in vita, in misura forse e persino maggiore di quanto non avrebbe potuto esserlo una blasfemia rivolta in contrasto agli dei tutti. Perché ove anche gli dei tutti avrebbero potuto ignorare tale provocazione, avrebbero potuto trascurare simile offesa, permettendo allo stolido in questione di sopravvivere alla propria stupidità; difficilmente la lama bastarda di quella donna si sarebbe dimostrata altrettanto misericordiosa, altrettanto capace di perdonare o, anche e soltanto, soprassedere a tutto ciò.
Purtroppo, ormai, ciò che era stato in tal modo incominciato non avrebbe potuto essere più arrestato, non avrebbe potuto più essere modificato e, volente o nolente, lo spadaccino si sarebbe presto ritrovato costretto a dimostrare di poter essere veramente degno di associare il proprio nome a quello della sconfitta della mercenaria più celebre di quell’angolo di mondo… così come, dopotutto, da anni bramato, ricercato, invocato, con rabbia e disperazione.
martedì 12 marzo 2013
1877
Avventura
038 - La notte più lunga
Quando la Campionessa di Kriarya raggiunse il proprio obiettivo, la propria preda, mantenne fede alle proprie promesse, all’impegno preso con se stessa, non concedendogli alcuna possibilità di dialogo, alcuna occasione di confronto verbale e, a ben vedere, alcun avvertimento, nel preferire, a questo nuovo secondo incontro, porre immediatamente mano alla propria spada per cercare, ora, di abbatterlo, prima che potesse reiterare per l’ennesima volta quel balzo all’indietro costringendola a seguirlo.
Benché, difatti, il proprio coinvolgimento cosciente nella questione avrebbe dovuto essere riconosciuto qual particolarmente recente, ella non avrebbe potuto considerarsi particolarmente entusiasta alla prospettiva di un altro viaggio a ritroso nel tempo, a rivivere ancora, e ancora, e ancora, quella serata che, per i suoi gusti, per il suo diletto, stava iniziando a divenire eccessivamente lunga e, soprattutto, non stava vedendo realizzato alcuno fra i propositi che ella, inizialmente, aveva contemplato qual auspicabili, e tali da prevedere il coinvolgimento non tanto di Nessuno, o di altri propri antagonisti, quanto e soltanto quello del buon Be’Sihl, della loro camera da letto e, magari, anche della loro nuova vasca da bagno, entro la quale, ella ne era certa, avrebbero potuto trovare occasione di attività particolarmente coinvolgenti e appassionanti. Purtroppo, fino a quando quel dannato spadaccino monco avrebbe continuato a insistere in sua offensiva, oltretutto in termini tanto sgradevoli, difficilmente ella avrebbe avuto occasione di dedicarsi ad altre attività o, addirittura, a un momento di intimità con il proprio locandiere preferito.
E anche laddove, generalmente, pur priva di particolari inibizioni innanzi all’idea della prematura scomparsa di un proprio antagonista per propria mano, ella avrebbe preferito ovviarne la facile uccisione, soprattutto in quei particolari casi nei quali la disparità esistente fra se stessa e la controparte in questione si fosse dimostrata trasparentemente rimarcata; nel contesto proprio di quello scontro, per così come preteso da parte dello stesso Nessuno, ella avrebbe dovuto essere riconosciuta qual ormai decisa a non frenare più alcuno fra i propri colpi, fra i propri attacchi, trovando sufficiente giustificazione in favore della sua condanna già solo all’idea di quanto egli si stesse allora insistentemente e spiacevolmente frapponendo fra lei e una notte di piacere fra le braccia del proprio amato. Dopotutto, in passato, ella aveva ucciso anche per molto meno. Motivo per il quale, allora, avrebbe potuto anche concedersi simile occasione senza troppe remore di ordine morale.
Malgrado la chiarezza psicologica di un tale proposito, addirittura sorprendente ebbe allora a doversi riconoscere la straordinaria prontezza di riflessi con il quale Nessuno si concesse occasione di arginare la minaccia da lei in tal modo proiettata sul suo indomani, sul suo futuro, con un controllo sulle proprie azioni, e sul mondo a sé circostante, che mai avrebbe avuto ragione di riconoscergli prima di allora. O, forse e parimenti, quei balzi temporali le stavano giuocando un qualche brutto scherzo, in maniera tanto subdola da non permetterle di rendersi conto di quanto, effettivamente, le sue capacità stessero venendo compromesse e, non di meno, negandole quella pur perfetta condizione che, al termine di una giornata di sostanziale riposo, avrebbe dovuto contraddistinguerla.
A prescindere dalla ragione per la quale tale assenza di successo occorse, negandole l’occasione di un rapido successo e di una repentina conclusione così come da lei sperato, indubbio fu che l’attacco della mercenaria, diretto al collo dell’avversario e, in ciò, animato dalla sola intenzione di decapitarlo, venne da questi bloccato in grazia a un solido scudo eretto in conseguenza all’intervento delle stesse sciabole dell’uomo, le quali le vollero negare qualunque possibilità di procedere in quella direzione, quale una diga a ostacolare il corso di un fiume. Ma esattamente come una diga non avrebbe potuto mai sperare di reggere, in eterno, il confronto con la forza delle acque, allo stesso modo egli non si illuse neppure per un istante di poter competere, in tal senso, con l’impeto di lei, motivo per il quale ebbe, allora, ancora sufficiente controllo della battaglia per sottrarsi, per ritrarsi e, in ciò, porre una pur minima distanza fra loro, in misura sufficiente a permettergli di riprendere fiato e, in ciò, di pronunciare qualche parola, nel tentativo di replicare il gradevole successo ottenuto precedente nel distrarla, tanto quanto allora necessario al fine di guadagnare tempo prezioso, nell’inalterata speranza di rendere propria una nuova occasione per separarsi da lei e, in ciò, ristabilire i giusti equilibri all’interno di quella battaglia, di quel confronto, ormai, dal suo punto di vista, sgradevolmente viziato.
« Evidentemente, al di là di tutta la tua proclamata superiorità, non sei poi rimasta indifferente alle mie parole su come abbia bruciato bene il tuo compagno, Midda cara… » sorrise egli, con volutamente malcelata soddisfazione, nel riuscire ancora una volta a porre l’accento su quell’immagine, su quella tragedia da lui, oggettivamente, neppure ricercata, e che pur, positivamente, era sembrata essere in grado di scuotere la propria controparte, a sufficienza, quantomeno, dal farla cadere dal proprio piedistallo dorato, e dal costringerla ad aggredirlo in maniera tanto cieca e, probabilmente, rabbiosa, qual solo avrebbe potuto considerare quel tentativo a proprio discapito, ovviato quasi senza reale impegno « Desideri forse qualche particolare aggiuntivo a tal riguardo?! »
« Mi hai sempre chiesto di combattere, Nessuno. » ricordò ella, roteando la propria spada attorno al fianco destro solo per riconquistarne il controllo, per ristabilirne l’equilibrio, estemporaneamente compromesso da quel blocco improvviso imposto alla sua avanzata « E ora che desidero accontentarti ti sottrai? Un po’ di coerenza, da parte tua, sarebbe sicuramente gradita. » puntualizzò, senza ironia alcuna, ma, al contrario, storcendo le labbra verso il basso, nel prepararsi a una nuova carica.
L’idea che un avversario tanto modesto qual quello spadaccino potesse tenerle testa, in verità, non entusiasmava particolarmente la mercenaria, soprattutto all’idea di quanto, presto, avrebbe dovuto affrontare, dei nemici che, dopo di lui, l’avrebbero attesa e di quanto, diversamente da lui, sarebbero allora stati contraddistinti da una pericolosità tale da rendere l’eventualità non tanto di una sua vittoria, ma anche e più semplicemente della sua sopravvivenza, un evento tutt’altro che ovvio, tutt’altro che prevedibile, benché necessariamente auspicabile. Tuttavia, ove ella non fosse neppure riuscita a riscuotersi innanzi a qualcuno dello scarso valore di Nessuno, sarebbe stato di gran lunga meglio per lei prendere in esame l’ipotesi di una fuga, di un esilio autoimposto, magari fra le vette dei monti Rou’Farth, magari fra le macerie della stessa dimora un tempo appartenuta al proprio defunto sposo, il semidio Desmair, qual alternativa salubre al suicidio che solo avrebbe dovuto essere inteso in tal tentativo, in simile ipotesi di battaglia.
Così spronata a porsi alla prova, a compiere quanto necessario al fine di dimostrare a se stessa di poter sopravvivere al proprio stesso futuro, la Figlia di Marr’Mahew si spinse, ancora una volta, in avanti, in quelli che parvero dei passi di danza e che la condussero, attraverso un’agile sequenza di giravolte, a lasciarsi discendere rasente al suolo e, lì, a proiettare la propria lama in un temibile montante, in conseguenza al quale il suo avversario avrebbe potuto restare letteralmente impalato sui quattro piedi della sua lama bastarda, trapassato dal proprio pube sino alla curva superiore della propria schiena. Una morte ben lontana dal potersi considerare apprezzabile, alla quale, nuovamente, lo spadaccino dimostrò sufficiente attenzione dal sottrarsi, evidentemente deciso a non concederle una troppo semplice occasione di vittoria, a dispetto di tutte le proprie pur scarse possibilità di competizione con lei. Con un balzo all’indietro, or nello spazio allorché nel tempo, Nessuno offrì soltanto inerme aria all’arma antagonista, contro la stessa sollevando le proprie spade più per reazione istintiva che per una qualche, effettiva, necessità di intervento della stessa in proprio soccorso, in propria difesa.
« Direi che non ci sono dubbi di sorta… » commentò, quasi or divertito da tutto ciò, dalla parabola positiva intrapresa alfine, quand’ormai neppure sperata nella propria occorrenza, nella propria speranza « Il tuo punto debole, incredibile a dirsi, è proprio il tuo cuore carico d’amore per quel banale shar’tiagho. E direi che una donna come te avrebbe potuto ambire anche a qualcosa di meglio! »
lunedì 11 marzo 2013
1876
Avventura
038 - La notte più lunga
« Vai. » lo invitò, con un sospiro, non potendo fare nulla per evitarlo, nulla per trattenerlo, e, probabilmente, neppur desiderando fare qualcosa per evitarlo o per trattenerlo, laddove ciò avrebbe soltanto significato negare la sua stessa natura, il suo stesso spirito.
Comprendendo, in tutto ciò, quant’egli fosse amato dalla propria compagna, da quella giovane che aveva conquistato senza alcun diritto ad ambire a tanto, e, forse, senza neppure una qualche effettiva consapevolezza di ciò che, in tale conquista, gli era stata concessa; Seem non si trattenne un solo istante di più, per levare lode a tanto meraviglioso, e probabilmente non meritato, sentimento, soltanto perché animato dalla volontà non rendere vana la pazienza da lei riconosciutagli, da lei in tal modo donatagli, in uno spreco che, obiettivamente, sarebbe risultato prossimo a blasfemia e che, di conseguenza, non avrebbe potuto trovare allora alcuna speranza di perdono.
Fugace, pertanto, fu il saluto che egli le offrì, le riservò, con uno sguardo carico di passione e un intenso « Ti amo… » scandito soltanto dalle sue labbra, e pur, non per questo, meno sincero o meno sentito di quanto non avrebbe potuto esserlo nell’essere gridato a squarciagola, con tutto il fiato per lui presente in corpo. Fiato che, altresì, venne allor impiegato in un diverso genere di attività, contraddistinta da una diversa priorità, non necessariamente maggiore, né minore, ma solo, e semplicemente, diversa, quale allora avrebbe dovuto essere riconosciuta la ricerca per le tracce della mercenaria già da troppo tempo allontanatasi e che, per quanto a lui avrebbe potuto essere dato di sapere, sarebbe potuta già essere prossima a raggiungere il fronte opposto della città, nell’aver già dimostrato, da lungo tempo, di sapersi muovere rapida come il vento.
« Sii prudente… » commentò, quasi fosse un saluto, la giovane Arasha, benché consapevole di quanto quelle parole non avrebbero mai potuto raggiungerlo, non sarebbero da lui mai state ascoltate e, ciò nonostante, non riuscendo a risparmiarle, non riuscendo a evitarle.
In fondo al proprio cuore, nell’osservarlo allora allontanarsi, in quel momento così come già occorso in passato e così come, sicuramente, sarebbe ancora accaduto in futuro, ella non avrebbe mai potuto essere meno che preoccupata per il destino del proprio compagno, in termini, dopotutto, non particolarmente più originarli rispetto a quanto lo stesso Be’Sihl non avrebbe potuto dirsi di esserlo per la propria amata, nel ritrovarsi costretto a scendere a patti con tutto ciò anche laddove, probabilmente, se solo gliene fosse stata concessa l’occasione, avrebbe agito in tutt’altra direzione.
Tuttavia, esattamente come il locandiere, che in tutti quegli anni si era dimostrato capace di offrirsi capace di trovare il giusto compromesso con le proprie emozioni, con i propri sentimenti e, soprattutto, con le proprie paure, mai permettendo a tutto ciò di inquinare il proprio rapporto con quella complicata donna da lui pur scelta, da lui pur desiderata e, per tanti anni pazientemente attesa; allo stesso modo ella avrebbe dovuto imparare a rendere proprio il giusto distacco emotivo da quegli eventi tutt’altro che particolari, tutt’altro che straordinari e anzi, proprio malgrado, laddove comunque, seppur indirettamente, riferiti a colei che si era meritata il titolo di Figlia di Marr’Mahew, addirittura considerabili qual consueti, qual comuni, qual normali, tanto consueto, comune e normale avrebbe dovuto essere considerata la presenza del sole nell’alto del cielo diurno, o delle tenebre a circondare l’intero Creato nel corso delle ore notturne. E così come improbabile avrebbe dovuto essere, a pensarsi, a concepirsi, una notte senza tenebre o un giorno senza sole, altrettanto improbabile non avrebbe che potuto essere riconosciuta l’eventualità che qualcosa, in tutto quello, avrebbe potuto cambiare in futuro, nell’immediato così come ancor più avanti ancora. Meglio, pertanto, sarebbe stato per lei raggiungere, quanto prima, il giusto equilibrio, nell’ipotesi che ciò già non fosse accaduto, o, presto o tardi, qualcosa in lei si sarebbe sicuramente rotto, nella difficoltà ad accettare tutto quello nella propria più corretta misura.
« Sì… farai meglio a essere prudente. » riprese voce, a conclusione di tali pensieri, di simili elucubrazioni, in un commento ora a uso e consumo esclusivamente personale, non più dedito al proprio compagno, pur assente, quanto solo e semplicemente a se stessa, in uno sfogo forse ineluttabile innanzi alla spirale di eventi che stavano occorrendo innanzi ai loro occhi pper quanto questi non si stessero ponendo in alcun modo quali interpretabili… né facilmente, né in altra maniera « Perché se ti accadrà qualcosa, te lo assicuro, troverò un modo per riportarti da me… e ti farò pentire di non essere rimasto sufficientemente il lode agli dei per non prevedere tale opportunità! »
Ignaro dei toni adeguatamente minacciosi in tal modo a lui dedicati, sebbene originati soltanto da un sentimento di premura e di affetto nei suoi riguardi, il giovane scudiero della Campionessa di Kriarya, nel contempo giunto sino in strada, non ebbe fortunatamente sostanziali difficoltà a comprendere in quale direzione incamminarsi, dal momento che, benché la sua signora non fosse più visibile, non emergesse più allo sguardo, perduta già da troppo tempo, da un intervallo eccessivo, all’interno della notte della città del peccato, tutt’altro che perduta avrebbe dovuto essere allor considerata la sua ombra, il suo eco; non da intendersi in un’accezione squisitamente materiale, quanto e piuttosto in termini più metaforici ma, non per questo, meno utili, impiegabili in misura inferiore da parte dello stesso Seem nel rintracciarla. Invero, infatti, ombra ed eco dei movimenti della donna, dei suoi progressi all’interno delle capillari vie dell’urbe, avrebbero potuto essere individuati all’interno della folla ancora presente, seppur con una densità inferiore, ad animare quelle medesime strade, in una tarda ora ipoteticamente ormai rivolta soltanto al riposo, allo svago e, presto, al sonno e che pur, entro quelle mura a dodici fronti, non avrebbe mai potuto prevedere una sostanziale abbandono degli spazi comuni, a meno di solide, e solitamente tragiche, ragioni a giustificare ciò. In simile contesto, in tal scenario, laddove ella era passata, ove aveva spinto i propri passi, avanzando indubbiamente con decisione e aggressività, il suo passaggio non era allora rimasto, né avrebbe potuto rimanere, privo di nota fra coloro che l’avevano veduta, fra coloro che l’avevano incrociata, allora come in passato, allora ancor più che in passato, nel considerare il nuovo ruolo della stessa donna guerriero agli occhi dei suoi protetti, di tutti gli abitanti di quella capitale. Ragione per la quale, al suo scudiero fu sufficiente offrire attenzione a quelle voci, a quei pettegolezzi, per riuscire a delineare la via da lei seguita.
Per tanta cura del dettaglio, qual quella da lui in tutto ciò dimostrata, in tal senso resa propria, così come per molti altri migliorati aspetti del propri carattere, del proprio approccio alla realtà a sé circostante, egli avrebbe dovuto definirsi soltanto riconoscente verso la propria stessa signora, il proprio cavaliere, la quale, per prima, era stata per lui d’esemplificazione a tal riguardo, sotto un simile profilo, insegnandogli con la pratica delle proprie azioni, del proprio incedere, tutto ciò che mera teoria non avrebbe saputo permettergli di apprezzare. Ella, per prima, era infatti solita sfruttare non soltanto le informazioni in proprio possesso, ma ancor più quelle apparentemente a lei negate, per riuscire nei propri intenti, per avere successo nei propri scopi, quant’anche nelle proprie sfide, nelle proprie battaglie, ricavando dall’attenta osservazione, o in quel caso dall’attento ascolto, del mondo attorno a lei tutto ciò che avrebbe potuto esserle utile, tutto ciò che avrebbe potuto tradurre un insuccesso, una sconfitta o, peggio, la propria prematura condanna, in un trionfo, in una vittoria e, in tal senso, nella possibilità di sopravvivere ancora un altro giorno, per combattere ancora un’altra battaglia.
E nel confronto con un tale insegnamento, e, soprattutto, con una tale dimostrazione di quanto importante e, ancor più, vitale simile incedere avrebbe dovuto essere considerato, egli non avrebbe avuto possibilità di dubbio, in incertezza sulla via migliore da percorrere per il conseguimento dei propri scopi, né in quel momento, né in altri differenti. Motivo per cui, non dissimile da un levriero posto sulle tracce della propria preda, il giovane scattò nella giusta direzione, deciso, ove necessario, a lasciarsi esplodere il cuore per lo sforzo, ma, comunque, a recuperare il tempo perduto, a coprire la distanza fra loro esistente e, soprattutto, a offrire il proprio supporto alla propria signora, così come aveva un tempo giurato sarebbe stato suo impegno compiere, fino alla fine.
domenica 10 marzo 2013
1875
Avventura
038 - La notte più lunga
L’uscita della Campionessa dalle mura della sua locanda, de “Alla Signora della Vita”, non avrebbe potuto passare inosservata e, oggettivamente, non passò inosservata. Al contrario, non uno solo fra tutti i presenti, benché apparentemente distratti in altro genere di attività, chi impegnato a cibarsi, chi a ubriacarsi, chi, ancora, a ridere a crepapelle senza neppure un qualche motivo degno di nota per giustificare simile comportamento, mancò di rilevare l’assenza della donna da quel perimetro nello stesso istante in cui venne meno. E se, all’attenzione dei più, simile evento non poté suscitare particolare motivo di interesse, ove, dopotutto, dall’altro della propria posizione di sostanziale sovrana di quell’intera città, ella avrebbe potuto vagare entro l’urbe senza che alcuno avrebbe mai avuto di che ridire a tal riguardo; coloro a lei più vicini, a lei legati da relazioni più intime, non poterono ovviare a un sentimento di curiosità e di preoccupazione per quell’uscita di scena priva di spiegazioni, o, quantomeno, di un pur semplice saluto.
Il primo, ovviamente, a dover fronteggiare un ineluttabile senso di inquietudine nel confronto con tutto ciò, fu lo stesso locandiere, Be’Sihl Ahvn-Qa, il quale, vedutosi abbandonato da lei, per un istante fu prossimo a rincorrerla, a inseguirla, nella volontà non tanto di fermarla o di porle domande su dove ella fosse diretta, quanto e, più semplicemente, di salutarla. Abituatosi, dopotutto, da una vita intera a vederla partire, egli non avrebbe potuto ovviare a trovare un modo di scendere a patti con le proprie contrastanti emozioni nel confronto con tutto quello, benché, a ogni nuovo addio, il timore che tale fosse l’ultimo loro concesso non avrebbe mai smesso di straziarlo nel profondo del proprio spirito. Nella loro complicata storia d’amore, tuttavia, tutto ciò non avrebbe potuto essere ovviato, non avrebbe potuto essere evitato, quasi un necessario prezzo da tributare a quella donna straordinaria, ai suoi occhi addirittura divina, per dimostrarsi degno della quale sarebbe stato necessario comprendere quando, eventualmente, farsi da parte, rinunciando all’insistenza, rinunciando a quell’oppressione in sola conseguenza alla quale ella sarebbe stata allor per sempre perduta. Così, rinnovando verso di lei la fiducia che in quegli ultimi ormai quasi vent’anni non aveva mai mancato di riconoscerle, egli restò immobile, al proprio posto, continuando quieto nel proprio mestiere, nella propria occupazione, la quale, in quel momento, lo trovava impegnato nel servizio ai propri clienti, agli avventori della loro locanda, di quella locanda che, nella propria ora più drammatica, all’epoca dell’incendio che l’aveva parzialmente distrutta e gli aveva fatto temere di averla perduta per sempre, aveva scoperto nuova vita, nuova speranza, rinascendo non soltanto migliore rispetto a quanto non fosse stata prima ma, anche e soprattutto, diventando, per loro, per lui e per lei, sua amata, dimora… casa.
Anche Howe e Be’Wahr, che Midda Bontor avevano avuto occasione di seguire più di chiunque altro nel corso di quegli ultimi anni, condividendo con lei molte più avventure di quanto non avrebbero mai potuto immaginare sarebbe stato loro concesso, non mancarono di rivolgere un pensiero alla loro amica, a colei da entrambi, ormai, riconosciuta al pari di una sorella, e di una sorella maggiore, malgrado la distrazione loro ineluttabilmente imposta dalla presenza di quelle quattro, avvenenti prostitute con le quali stavano dividendo il tavolo e, se nulla fosse intervenuto a disturbarli, di lì a non troppo avrebbero condiviso anche molto di più. Nel vederla allontanarsi in maniera tanto affrettata, evidentemente animata da un qualche motivo di preoccupazione con loro non condiviso, entrambi dovettero combattere contro l’istinto di levarsi a propria volta in piedi e inseguirla: non per salutarla, tuttavia, così come avrebbe voluto avere occasione di compiere il locandiere; né, tantomeno, per fermarla o per domandarle una qualche spiegazione; quanto e piuttosto per affiancarla, senza necessità di sapere verso quale avventura o in contrasto a quale avversario. Troppe volte, difatti, ella aveva salvato loro la vita, definendo, in tal senso, con loro, un legame tanto profondo da trascendere, ormai, una qualunque necessità di giustificazione per le proprie eventuali richieste, per i propri possibili bisogni. Ella, volendo accompagnarsi con loro anche a dichiarar guerra allo stesso dio Gorl, non avrebbe avuto necessità di far altro che rivolgere loro un silenzioso invito, fosse anche solo un cenno o uno sguardo, ed entrambi sarebbero stati pronti a rischiare le proprie vite e il proprio futuro accanto a lei, nella consapevolezza di quanto, dopotutto, ella non avrebbe agito diversamente in loro favore. Tuttavia, in quel momento, la mercenaria si era allontanata volutamente sola e non sarebbero stati loro ad agire in contrasto alla sua volontà, al suo desiderio in tal senso, né allora, né mai. Non, oltretutto, ove, oltre a rischiare di contrariarla, avrebbero anche vanificato la speranza di attendere in dolce compagnia una nuova alba.
Diversa reazione, tanto rispetto a Be’Sihl, quanto a Howe e Be’Wahr, fu altresì quella che il giovane Seem volle rendere propria, nell’osservare il suo cavaliere allontanarsi nel cuore della notte senza apparente ragione. Sebbene avesse conquistato, anni prima, il ruolo di scudiero della leggendaria Midda Bontor, rendendo propria tale possibilità benché, apparentemente, non vi sarebbe dovuta essere alcuna speranza in tal senso, nel non condividere in alcuna misura il mondo al quale ella, invece, era da sempre appartenuta; neppure a lui era abitualmente concessa la possibilità di accompagnare la propria signora in ogni suo viaggio, in ogni sua missione, così come, personalmente, avrebbe avuto piacere a compiere, in ubbidienza a quella che, per lui, non avrebbe dovuto essere considerata una mera professione quanto, e piuttosto, una vocazione, in assenza della possibilità di adempiere alla quale la sua stessa quotidianità non avrebbe avuto ragion d’essere. Ciò nonostante, pur negandogli l’occasione di esserle sempre al fianco, la Figlia di Marr’Mahew non aveva mai mancato di impartire, al proprio scudiero, le istruzioni del caso, non lasciandolo mai privo di una qualche direttiva, di una qualche istruzione, fosse anche e soltanto quella di restare un po’ a godersi la propria giovinezza accanto all’amata Arasha. Così, nel momento in cui ella, senza apparente ragione, e senza concedere ad alcuno, non a lui, non ad altri, un semplice accenno nel merito delle proprie motivazioni, delle proprie necessità, scelse di allontanarsi da “Alla Signora della Vita”, Seem non poté che accogliere tale evento con un certo turbamento, un turbamento tale, invero, da rendergli impossibile ipotizzare di condividere l’apparente passività di tutti gli altri occupanti della locanda, come subito volle dichiarare, nel cercare confronto con la stessa Arasha, a lui allora prossima, da lui divisa solo dal bancone, dietro al quale ella stava coordinando, come di consueto, le attività di una sera come altre nella locanda…
« Devo seguirla. » definì, controllando d’istinto la presenza dei propri pugnali nella loro corretta locazione ai suoi fianchi, e volgendo, insieme a quelle parole, uno sguardo verso la propria compagna, verso la propria amata, forse cercando, inconsapevolmente, in lei una qualche benedizione ad agire in tal senso.
« Vuoi seguirla. » lo corresse la giovane, con un sorriso, priva di tono di rimprovero a contraddistinguere la propria voce, nel conoscere, ormai, troppo bene la mente del proprio uomo per non comprenderne le ansie e le preoccupazioni che, a seguito della partenza della mercenaria, in lui non avevano potuto evitare di palesare la propria prepotente presenza, in una misura tale per cui, né a lei, né ad alcun altro, sarebbe stata concessa la possibilità di porli a tacere senza che, spronato dagli stessi, egli non si fosse posto all’inseguimento di quella donna, indifferente a qualunque guaio, o anche soltanto rimprovero, così facendo avrebbe potuto incorrere.
« E’ mio dovere seguirla. » tentò di puntualizzare Seem, non riuscendo a evitare, malgrado tutto, di arrossire lievemente, allora così come in passato, quasi nulla, in quegli anni, fosse sostanzialmente mutato, benché, comunque, incredibile avrebbe avuto a riconoscersi la sua maturazione accanto a lei.
« Vuoi seguirla. » non concesse trattative Arasha, scuotendo appena il capo a quel tentativo da parte dell’altro « Come sempre, del resto. » soggiunse, priva di gelosia per quella donna e per l’ascendente da lei posseduto sul proprio compagno, avendo ben compreso, alcuni anni prima, come non avrebbe mai avuto ragione di doverla considerare una propria rivale, una minaccia, laddove, al più, unita al proprio scudiero da un affetto quasi materno e tale da non poter neppure prendere in esame l’idea di un qualunque altro genere di coinvolgimento con lui, benché, ne era conscia, un tempo da parte di questi non erano mancate molte fantasie a tal riguardo, a dispetto dell’evidenza.
« Voglio seguirla. » ammise egli, chinando allora lo sguardo, prima di volgerlo in direzione della soglia, fremendo all’idea di star lì esitando eccessivamente, in misura tale da rischiare di poterla perdere.
sabato 9 marzo 2013
1874
Avventura
038 - La notte più lunga
« Devi aver bevuto un po’ troppa birra per stasera, fratellino! » osservò Howe, desiderando in ciò minimizzare le preoccupazioni, le ansie proprie dell’amico, ancor prima che, sostanzialmente, canzonarlo, qual pur il suo tono avrebbe potuto lasciar intendere fosse suo desiderio, avesse a considerarsi sua volontà, dopotutto coerentemente con quanto da lui abitualmente compiuto « Ti consiglio di fermarti alla quinta pinta… prima di iniziare ad avere allucinazioni ben peggiori! » soggiunse, con intento quasi premuroso nei suoi riguardi, probabilmente preoccupato per lui in misura ben maggiore di quanto non avrebbe potuto avere piacere a lasciar trasparire.
« Certo che voi due siete proprio strani… » commentò la giovane alla sinistra dello shar’tiagho, concedendosi occasione utile per tornare a rilassarsi e, in ciò, a lasciarsi aderire con felina sensualità al corpo del proprio cliente, al suo petto quasi nudo con il proprio addome non maggiormente ricoperto da abiti o quant’altro « Piuttosto… il tuo amico dice la verità?! Possiedi realmente un libro? » domandò, nella volontà di riportare la conversazione verso quell’argomento considerato indubbiamente interessante, fosse anche e soltanto per le implicite possibilità di arricchimento che, da ciò, avrebbero potuto derivare per tutte loro.
« Beh… sì. » confermò Be’Wahr, ancora troppo distratto dai pensieri che lo avevano colto, dalla sensazione di déjà vu che lo aveva sorpreso, per concedersi la possibilità di cogliere la malizia intrinseca in quella richiesta, in quell’interrogativo, più interessato a verificare quanto la propria interlocutrice avrebbe potuto proseguire a dire, ancor prima che a tutelare i propri interessi, a salvaguardare il proprio pur prezioso possesso « In effetti ne possiedo due… » affermò pertanto, quasi senza neppure offrire peso a quanto dichiarato o, ancora, al valore di quei due tomi così troppo banalmente pubblicizzati.
« Mmm… » gemette la prosperosa prostituta già stretta alla sua destra, in ciò, ove possibile, stringendosi maggiormente a lui, spingendo la soda abbondanza dei propri seni, sostanzialmente nudi ove ipoteticamente protetti da una seta altresì trasparente e impalpabile, a premere con appassionata e non casuale foga contro il suo corpo, in implicite ma inequivocabili promesse d’amor cortese che, difficilmente, avrebbero potuto trovare un qualunque uomo qual a esse indifferente « Non hai idea di quanto sia eccitante sapere che dietro a un corpo così magnificamente scolpito si celi anche una ment… »
« … una mente edotta?! » l’anticipò e l’accompagnò il biondo, concludendo per lei quella frase già conosciuta, addirittura attesa, e che, in tal senso, difficilmente non avrebbe potuto coglierlo qual inquieto, per quella coincidenza ormai improbabile da considerare ancora qual tale, anche nel volersi sforzare a essere ingenuo, a essere indifferente innanzi all’evidenza e, in ciò, addirittura sprovveduto, ove improprio sarebbe stato considerarlo semplicemente sciocco se solo non si fosse concesso di porre il giusto peso a quegli avvenimenti, a quelle sensazioni, sebbene apparentemente inspiegabili.
« Sì! Certamente! » confermò la donna, scoppiando a ridere con allegria, con divertimento sincero a quello sviluppo che, sicuramente, avrebbe avuto ragione a considerare inquietante, e che pur, allora, volle evidentemente ridurre alle proporzioni di un giuoco, una sorta di scherzo atto al più a impressionarla, senza, tuttavia, alcuna pericolosa complicazione.
« L’avevo detto io: troppa birra! » incalzò Howe, ancora impegnandosi a mantenere i toni della questione entro i confini propri della facezia, nel rifiutare, psicologicamente, la possibilità di vedere quella serata, sino ad allora perfetta, spiacevolmente rovinata da una qualche stramberia del fratello.
Invero, il mercenario di origine shar’tiagha, non avrebbe dovuto essere allora riconosciuto qual l’unico protagonista di quella scena dispiaciuto alla prospettiva di veder la propria serata sgradevolmente rovinata da una piega errata degli eventi.
Poco lontana da loro, purtroppo e infatti, la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, la Vedova di Desmair, Midda Bontor, nella consapevolezza di quanto la propria serata fosse già stata sgradevolmente rovinata dalla piega errata presa dagli eventi, avrebbe anche potuto scoppiare in lacrime se solo non si fosse da sempre addestrata a mantenere intimo controllo sulle proprie emozioni anche nelle situazioni più assurde, più problematiche e, apparentemente, prive di speranza alcuna. Perché ella, per quanto priva del puntuale ricordo di tutti i tentativi che, fondamentalmente, dovevano aver contraddistinto l’offensiva del proprio avversario, non avrebbe potuto allora ovviare a un senso di frustrazione, a un moto di disperazione, legittimo e umano, nel confronto con il riproporsi, puntuale e folle, di quelle scene proprie di un passato già vissuto e che, in tal modo, sembrava destinata a dover rivivere in eterno, in un’oscena e immeritata maledizione, dannazione addirittura.
« Questa storia inizia a stancarmi… » sbottò, fra sé e sé, voltando le spalle al tavolo della coppia di fratelli, suoi colleghi e amici, nel riconoscere quanto, allora, impegnarsi nel tentativo di arginare i loro problemi, ormai difficili da considerare tali, avrebbe rappresentato solo un’inutile e paradossale perdita di tempo per lei, nel confronto con i propri obiettivi.
Inutile laddove, qualunque cosa si fosse impegnata a dire loro, nel migliore dei casi sarebbe stata dimenticata al nuovo giro di giostra, all’ennesimo, e forse già irrinunciabile prossimo balzo temporale, con il quale ella, e tutti loro, si sarebbero ritrovati, ancora una volta, a rivivere l’intera sequenza, inalterata e probabilmente inalterabile. Paradossale laddove, sebbene il tempo, in quell’osceno giuoco, non avrebbe dovuto essere considerato qual una risorsa particolarmente limitata, per lei, in quel momento, lo era e avrebbe continuato a esserlo, almeno sino a quando non fosse riuscita a raggiungere Nessuno, ovunque egli fosse, e a fermarlo, uccidendolo e, in ciò, ponendo fine a quell’assurda danza priva di musica, nonché priva d’inizio ma non, speranzosamente, di conclusione.
Così, rinunciando a qualunque prospettiva di intervento in quella questione e, con essa, anche a qualunque ipotesi di ulteriore ragguaglio del suo adorato Be’Sihl, il quale, questa volta, avrebbe dovuto dimostrare tutta la propria fiducia in lei accettando di vederla allontanarsi senza troppe spiegazioni; ella si diresse verso l’uscita, dalla locanda, decisa a raggiungere, il prima possibile, il proprio antagonista e, ora, a non perdersi eccessivamente in chiacchiere, in ipotesi di dialogo. Prima l’avrebbe raggiunto, e prima avrebbe potuto fermarlo. Prima l’avrebbe potuto formare, e prima, forse, avrebbe potuto concedersi di recuperare la serenità perduta e, magari, di non lasciare completamente sprecata quella notte così come non si sarebbe altrimenti perdonata di essersi permessa… non alla prospettiva di quanto, ancora, l’avrebbe attesa nei giorni a venire, nelle settimane che, a seguire a quel breve, effimero momento di pace in tal modo cercato, e da Nessuno minacciato, preludio alla propria più grande battaglia, e forse ultima della propria intera esistenza.
E, al pensiero di quanto presto avrebbe dovuto compiere, della sfida alla quale non si sarebbe potuta, proprio malgrado, sottrarre, ella non avrebbe mai permesso ad alcuno, non a quello spadaccino monco, non ad altri, di negarle una manciata di ore, poche fugaci notti, di serenità e, non si sarebbe creata imbarazzo alcuno a definirlo, di sesso, in compagnia del proprio uomo; all’idea di separarsi, forse per sempre, dal quale non avrebbe potuto che disperarsi, ma che pur non avrebbe mai abbandonato senza una giusta occasione di saluto, tale da non potersi mai più, dopo di ciò, considerare realmente separata da lui, ed egli da lei, a dispetto di qualunque distanza li avrebbe caratterizzati. Fosse anche stata, disgraziatamente, la distanza esistente fra la vita e la morte.
« Non è la tua notte fortunata, Nessuno… » sbottò, gettandosi in strada e da lì a ripercorrere i passi già noti per ritornare là dove lo aveva appena abbandonato o, più precisamente, lo avrebbe di lì a breve trovato, per riprendere il duello esattamente da dove troppo precipitosamente interrotto, e, da lì, per concluderlo, possibilmente nel minor numero di mosse possibili « … no. Non lo è per niente. » sancì, con parole che, ancor più di una semplice condanna, avrebbero lì dovuto essere riconosciute qual di mera constatazione… constatazione per un fato da lei già inappellabilmente definito.
giovedì 7 marzo 2013
1873
Avventura
038 - La notte più lunga
Intuendo di poter avere una remota possibilità di salvezza, una fugace possibilità di intervento in contrasto all’altresì assoluto trionfo della propria antagonista, Rimau Coser dimostrò, ancora una volta, tutta la propria triste limitatezza in quanto guerriero e in quanto, probabilmente, anche uomo e, soprattutto, essere senziente. Egli, difatti, non sfruttò l’occasione concessagli allo scopo di rifuggirle, qual pur, concedendosi un poco di umiltà, avrebbe sicuramente compreso essere la scelta migliore da compiere, abbandonando un duello dal quale non avrebbe mai potuto sperare di uscire vincitore e, così facendo, riservandosi quell’occasione pur desiderata, pur ricercata, utile a concedersi un nuovo salto nel tempo, un nuovo balzo all’indietro con il quale eliminare ogni memoria di quanto accaduto dalla mente della propria avversaria, per ricominciare il proprio osceno giuoco in suo contrasto, a suo discapito. No. Egli, al contrario, preferì spendere le proprie energie, le proprie risorse e, soprattutto, quella favorevole occasione che, difficilmente, gli si sarebbe nuovamente presentata innanzi, per cercare, vanamente, di avere la meglio su di lei, sperando, erroneamente, che ella avrebbe dovuto essere riconosciuta sufficientemente distratta da quanto accaduto, dalle parole da lui pronunciate, da non potersi permettere occasione di reazione alcuna in propria difesa, a protezione della propria integrità. E benché, dalle proprie già molteplici e sempre recenti occasioni di scontro con lei avrebbe dovuto ben comprendere quanto non un peggior errore di valutazione avrebbe potuto essere compiuto, egli palesò sin troppo chiaramente, in tutto ciò, di non aver maturato neppure una superficiale occasione di comprensione nel merito di qual genere di donna avesse innanzi, qual genere di guerriera gli si stesse parando di fronte, a lui tanto superiore, sotto ogni aspetto, da rendere tutto quel confronto a dir poco imbarazzante.
Per tal ragione, non soltanto inevitabile, ma addirittura giusto e legittimo, ebbe a considerarsi il fallimento dell’uomo, il quale, allorché riuscire a spingere le punte affilate delle proprie sciabole entro le carni della mercenaria, inchiodandola con tutta la violenza da lui auguratale, si limitò a trapassare, da parte a parte, il nulla più assoluto; nel mentre in cui ella, balzata con agilità ben oltre tale minaccia, sollevò quanto rimasto del proprio braccio destro, della propria protesi destra, per poter colpire, con un manrovescio, il volto della controparte, senza, a tal riguardo, sforzarsi di dimostrare la benché minima premura nei suoi riguardi e nei riguardi della sua salute o della sua ancor più elementare integrità fisica. Al contrario, e in conseguenza a quelle stesse parole da lui pronunciate pocanzi, nel merito di un’atroce morte imposta a discapito del proprio adorato Be’Sihl, ella ebbe soltanto ragione di che rallegrarsi nel momento in cui, sotto i pallidi raggi di una timida luna, e alla flebile luce delle lampade che tentavano di imporsi sull’oscurità della notte, un rigolo di sangue scivolò lungo il volto del proprio antagonista dimostrando la misura nella quale il suo colpo non avesse da considerarsi qual passato inosservato, o anche e soltanto privo di una qualche utilità.
Un colpo che, in effetti, risuonò a lungo entro il cranio di Nessuno, al punto tale da fargli temere, per un interminabile intervallo di tempo impossibile per lui da quantificare, forse inferiore persino all’istante, o forse superiore alla stessa eternità, di non avere alternativa alcuna a perdere i sensi e, in ciò, a crollare al suolo qual un bambolotto di pezza venuto ormai a noia a una bambina forse un po’ troppo cresciuta, qual ella avrebbe rischiato allora di apparire. E a sommare al danno anche e ancor peggio la beffa, e la beffa propria di chi, pur contraddistinto da un incredibile potere prossimo al divino, non sembrava in grado di impiegarlo opportunamente per i propri scopi, per le proprie aspettative, ella non mancò di evidenziare quanto goffo avesse a considerarsi egli in tutto ciò, nella propria disgraziata assenza di prospettive…
« Perché credi che ti abbia chiamato “Nessuno”, Nessuno? » questionò, subito offrendo la replica ricercata, non avendo tutto quello da considerarsi nulla di più di un quesito di natura squisitamente retorica « Perché la minaccia da te rappresentata è sempre equivalsa a quella intrinseca nel nulla più assoluto, o, forse, ancor da meno. Condizione che, malgrado tutto, non stai in alcun modo offrendo riprova di poter o voler mutare, malgrado la stregoneria della quale ti sei armato per tornare ad affrontarmi. »
E Nessuno, in tutto ciò, ebbe occasione di risparmiarsi l’ennesimo errore, un nuovo e spiacevole sbaglio, soltanto in diretta conseguenza al mancato, completo controllo di sé, dei propri pensieri e, ancora, del proprio corpo, in conseguenza diretta al metallico schiaffo appena subito. Se così non fosse stato, infatti, troppo semplice, persino banale, sarebbe stato per lui tentare una nuova aggressione a supposto discapito della propria antagonista, ottenendo allora, nel migliore dei casi, la conquista di una nuova ragione di scherno a proprio discapito, e a discapito della propria autostima. Mentre, in tal modo, poté conservare la possibilità di mantenersi, almeno per il momento, ancora in piedi e, soprattutto, di riportare il pensiero a quanto, per un terribile istante, stava persino dimenticando di possedere… il proprio girocollo incantato.
Ma se egli fu, allora, tanto fortunato, o, estemporaneamente, tanto attento, da ovviare a un qualunque errore, soprattutto nella misura in cui questi avrebbero potuto costargli non soltanto la battaglia, quanto la stessa guerra; ella non fu meno puntuale nelle proprie osservazioni, nel proprio controllo sull’ambiente a sé circostante nel suo pur minimo dettaglio, da non accorgersi di quanto frenetico, ormai, avesse da riconoscersi il pulsare di quella pietra color del sangue, segnale inequivocabile di quanto, di lì a breve, egli sarebbe scomparso e, con lui, tutto quanto, l’intero Creato che avrebbe cessato di esistere in quello specifico presente e avrebbe ricominciato, come già pocanzi, in un momento passato, in un attimo nel quale tutto ciò avrebbe avuto da considerarsi ancora a divenire. E prima che egli potesse sfuggirle, prima che potesse permettersi un qualunque vantaggio su di sé e sulla propria vita, oltre che sulla propria morte, ella agì nel solo modo in cui avrebbe potuto avere senso agire, lasciando cadere al suolo la propria pur preziosa e adorata spada, solo per avere l’unica mano rimastale, la sinistra, libera di guizzare rapidamente in direzione di quella pietra, di quella gemma, lì spingendosi con la stessa velocità e la stessa agilità di un serpente, e andandosi a serrare con la stessa forza e la stessa prepotenza di un predatore felino, che, per alcuna ragione, avrebbe abbandonato la propria preda dopo averla in tal modo fermamente afferrata.
« Ti consiglio di abituarti a me, Nessuno! » commentò, con tono privo di intenti derisori e, soltanto, carico di una quieta rassegnazione innanzi all’ineluttabile, la stessa che, in tal consiglio, stava suggerendo anche al proprio interlocutore « Perché sino a quando questo carosello non conoscerà fine… quantunque andrai tu, io ti seguirò. Come la tua ombra. »
Un impegno ferreo, quello in tal modo da lei assunto, innanzi al quale non si sarebbe mai sottratta, né avrebbe mai permesso non a lui, non ad altri, di ostacolarla, contraddistinta da un livello di perseveranza privo d’eguali, da un’ostinazione che difficilmente avrebbe potuto conoscere rivali, e che, fra tutte le sue pur apprezzabili caratteristiche, avrebbe probabilmente dovuto essere riconosciuta qual la più importante, in assenza della quale, ella non avrebbe avuto esitazione alcuna ad ammetterlo, nulla di quanto da lei compiuto sarebbe allora stato tale, nulla nella propria leggenda avrebbe potuto essere sì epico qual pur era divenuta nel corso di quei lunghi anni, né in quella seconda metà della propria esistenza, e neppure negli anni antecedenti all’esilio impostole dalle vie del mare a lei pur tanto care.
Implacabile come la morte, e altrettanto inarrestabile, ella sarebbe sempre rimasta sulle sue tracce, sul suo cammino, in qualunque tempo egli avrebbe voluto sospingerli, nell’altresì quieta consapevolezza di come, in caso contrario, soltanto un fato da vittima l’avrebbe potuta caratterizzare da lì all’eternità. Vittima come ella non avrebbe mai voluto divenire. Né per mano di altri, né tantomeno per mano di lui… di Nessuno.
« Riuscirò a ucciderti… » sembrò ripromettersi l’uomo, più a conforto per se stesso che a concreta intimazione a discapito della controparte, della propria preda divenuta ancora una volta predatrice « Fosse anche l’ultima cosa che faccio! »
Iscriviti a:
Post (Atom)









