Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 029 - Menzogna e fiducia. Mostra tutti i post
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sabato 19 novembre 2011
1403
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
La prima emozione che il giovane Seem, ex-garzone asceso al ruolo di scudiero di una delle mercenarie e avventuriere più celebri del proprio tempo in sola grazia alla propria forza di volontà, ebbe modo di poter apprezzare qual propria, dopo un lungo, lunghissimo periodo di vuoto, mentale e fisico, fu un intimo senso di smarrimento, non dissimile da quella propria di chi si risveglia affondato in un morbido letto e, ciò nonostante, per troppi confusi incubi nel corso di tale occasione di riposo, non è ancora in grado di comprendere esattamente ove si trovi e, soprattutto, perché sia lì. In tale smarrimento, probabilmente legittimo, impossibile per lui da valutare nell'immediato, egli non si concesse neppure di aprire i propri occhi, non per una qualche forma di rifiuto psicologico nei confronti del mondo a sé circostante, quanto, e piuttosto, per una placida, sincera, spontanea inconsapevolezza nel merito dell'esatta posizione delle proprie palpebre, della loro presenza a copertura e protezione dei propri bulbi oculari: incerto, in effetti, persino nel merito della propria identità o della propria natura, per qualche interminabile e pur infinitesimale frammento di eternità, egli non avrebbe mai potuto ricordare di dover aprire gli occhi o, tanto meno, di avere degli occhi da poter aprire, uno sguardo da poter offrire al mondo. E in tale oscurità, in simile tenebra da lui volontariamente imposta al suo corpo qual espressione di una tenebra ancora parimenti dominante sulla sua testa, egli si ritrovò a confronto, involontario e non ricercato, con una lunga e pur rapida sequenza di immagini, forse ricordi, forse incubi, ancora impossibili da definire, e pur apparentemente utili a dargli un primo indizio sul proprio stesso nome e, con esso, una nuova emozione… quella dell'inquietudine.
In simili immagini, in quei rapidi quadri mnemonici imposti alla sua attenzione, al suo sguardo pur ancora negato nella propria effettiva funzionalità, Seem ebbe così modo di rivedere se stesso in compagnia di due altri uomini e di una donna, tutti più vecchi di lui, in particolare la donna, e pur tutti a lui famigliari, a lui addirittura intimi o, per lo meno, entro i limiti propri di una tale definizione nella propria quotidianità, nella quotidianità del violento mondo nel quale tutti loro vivevano. Il nome della donna, in tutto ciò, immediato emerse alla sua attenzione, definendosi come Midda Bontor, mentre quelli dei due uomini vollero riservar qual proprio un ulteriore istante di ponderazione, presentandosi, alfine, quali Howe e Be'Wahr. E Be'Wahr non era lo shar'tiagho, malgrado tale nome, ma il grosso biondo… il biondo che, per primo, si era ritrovato a essere ferito a una gamba dall'azione di un pugnale e, in ciò, per un istante, gettato a terra, nel dolore conseguente a tale impatto. Lo shar'tiagho, altresì, era Howe… colui che, subito dopo al proprio fratello, o per lo meno tale considerato, era stato a propria volta offeso e offeso in pieno petto. No. Sulla spalla, sulla spalla destra, inibinendone in ciò ogni possibilità offensiva, ove non con la mancina avrebbe potuto impugnare una qualsiasi arma, essendo tale mano stata rimpiazzata da un'inanimata mano metallica.
Inquietudine, quindi, quella così vissuta dal giovane che, rapidamente, crebbe, tramutandosi in ansia e timore: Howe e Be'Wahr a terra, feriti, forse in maniera non letale, forse già morti in quanto comunque non prossimi a una qualunque possibilità di soccorso da parte di un cerusico, apparvero nella mente di Seem, fomentando sempre più queste due nuove emozioni, con la promessa, doverosa e immancabile, di poter arrivare a imporgli ancora di più, ancora molto altro, sin'anche alla paura più sfrenata e incontrollata. Una promessa non gratuita, in effetti, là dove un istante dopo, dalla sua mente, dai ricordi di un incubo incredibilmente realistico o, forse e meno gradevolmente, da una realtà che avrebbe voluto credere qual semplice esperienza onirica, emerse una nuova immagine, l'immagine di un'altra donna, più giovane rispetto a Midda, al suo cavaliere, a colei a cui aveva offerto la propria vita al pari della propria morte, e per loro ipoteticamente amica, ma lì schierata qual nemica: Carsa, il suo nome, era stata colei che, infatti, aveva proiettato una prima coppia di pugnali a discapito dei suoi due compagni di ventura in quel viaggio, ferendoli, tentando di ucciderli, e che, non paga, subito dopo si era mostrata nuovamente armata, nuovamente pronta allo scontro, palesando la presenza di un'altra coppia di pugnali e subito slanciandone uno verso di lui, imprimendogli una velocità tale dalla quale mai avrebbe potuto trovare speranza di evasione. E, in effetti, come un'improvvisa sensazione di dolore volle ricordargli, volle imporgli, egli non aveva lì trovato una possibilità di evasione, venendo colpito, a propria volta, su una spalla… la mancina. Un colpo che, non diversamente da come già avvenuto con Howe, lo aveva scaraventato all'indietro e, probabilmente, gli doveva aver causato quella perdita di sensi dalla quale, ora, si stava riprendendo. Un colpo che, pertanto, aveva condannato a uno scontro solitario la sua signora, il suo amato cavaliere,…
« … Midda! » gridò Seem, riaprendo di scatto i propri occhi e invocando quel nome quasi come imprecazione, forse bestemmia, nel risollevarsi istintivamente, di scatto, a sedere là dove si trovava, per guardarsi attorno con aria spaventata e pur rabbiosa, spaventata nell'incertezza di quanto potesse essere accaduto e rabbiosa nella consapevolezza di non aver potuto fare nulla per evitare che ciò potesse avvenire.
Falso. Qualcosa Seem era riuscito a fare, così come la sua mente, premurosa, volle imporgli di ricordare in quella lenta ricostruzione degli eventi, mostrandogli l'immagine di non uno, ma ben due pugnali lanciati dalle proprie stesse mani in direzione di Carsa, loro avversaria, un attimo prima dell'impatto a proprio discapito.
Pugnali che, nella poetica idea di rispondere al fuoco con il fuoco, si erano premurati di ripagare la traditrice per la propria infedeltà, la mentitrice per il proprio inganno, comparendo evidentemente a lei quali sufficientemente imprevedibili, e imprevisti, per riuscire a conquistare un contatto con le proprie carni e, nella fattispecie, con il proprio braccio sinistro, profondamente scavato da un impatto tangente, e con la propria gamba destra, altresì lì sprofondato a sufficienza da poter permettere a Be'Wahr di considerarsi adeguatamente vendicato per l'offensiva a proprio discapito.
« Ragazzo… » gemette la voce di Howe, richiamandone l'attenzione e costringendolo, in ciò a focalizzare non solo il proprio sguardo, ma ancor prima la propria mente sull'ambiente a sé circostante, su quanto occorso egli si era perso in quegli ultimi istanti, o forse ore, di alienazione dal mondo intero « … sei vivo?! »
Così invitato, il giovane scudiero, per un attimo dimentico della propria ferita, si voltò rapido a cercare di individuare il proprio sodale, salvo poi, necessariamente, ritrovarsi costretto a emettere un alto grido per il dolore comunque impostogli dalla presenza di una lunga, affilata lama all'interno della propria spalla, in una posizione, evidentemente, ancora non dimostratasi qual letale, e pur, malgrado ciò, non si trascurabile nella propria presenza così come pur, in tal gesto, si era probabilmente illuso sarebbe potuta essere.
Malgrado il dolore, tanto forte da fargli temere di poter nuovamente perdere i sensi, Seem riuscì a mantenere sufficiente controllo su di sé, e sulla propria coscienza, per poter apprezzare quanto, probabilmente, fra tutti i presenti ancora all'interno del tempio, perché, effettivamente, lì ancora lui e i propri due compagni di viaggio, si trovavano, proprio e solo lui stesso avrebbe dovuto potersi considerare quello riversante in condizioni migliori, dal momento in cui Howe e Be'Wahr, a differenza sua, non avevano perduto cognizione di quell'ultimo intervallo della loro comune esistenza e, anzi, dovevano essersi impegnati in qualche ulteriore tentativo di combattimento, di confronto, con Carsa, Nissa o con chissà chi altri, così come esplicitamente dimostrato da una serie di nuove, prima sconosciute, ferite presenti sui loro corpi. Corpi che, nel dettaglio, non stavano lì più palesando quali ancora presenti, in contrasto alle proprie forme, quei due pugnali pur iniziale dichiarazione di guerra, evidentemente da loro stessi già strappati dai punti entro i quali si erano conficcati per non risultare d'ostacolo nei propri movimenti, nelle proprie possibilità d'azione, e che pur, a compenso di tali assenze, stavano offrendo sfoggio di terribili tagli in conseguenza ai quali il sangue riversato sul pavimento sotto entrambi parve qual nettamente superiore, in quantitativo, a quello che i loro corpi avrebbero ancora potuto contenere, almeno nel confronto con il metro di giudizio del loro unico osservato e possibile interlocutore.
« Io… » replicò, costringendosi, a denti stretti, a non concedere spazio a nuove dimostrazioni di dolore, ove, in quel momento, assolutamente inappropriato ciò sarebbe apparso, innanzi al macabro stato in cui i due erano stati condotti dai colpi subiti, probabilmente, ormai, giudicabile prossimo alla morte ancor prima che alla vita « Sto bene… » mentì spudoratamente, non sforzandosi, in verità, neppur di apparire sincero in simile dichiarazione « Voi… voi… » esitò, non riuscendo a esprimersi in maniera compiuta verso di loro, nello scaramantico timore, probabilmente, di quanto una propria parola mal formulata avrebbe potuto negare loro quella pur flebile speranza che si voleva ancora illudere essere per entrambi presenti.
« Non è… nulla… » commentò per tutta risposta Be'Wahr, sorridendo verso di lui per tranquillizzarlo, nel mentre in cui, con le proprie grosse mani, cercava di contenere una grave emorragia a livello addominale, là dove doveva essere stato trapassato da qualche altra lama, o punta equivalente « Ne abbiamo… viste di peggio in… passato. » scandì, sforzandosi di apparire sereno per quanto difficile sarebbe stato comprendere chi, fra lui e il destinatario di quelle parole, fosse un miglior bugiardo.
« Non diciamo… idiozie. » rimproverò Howe, come di consueto meno diplomatico rispetto al fratello di una vita intera, lì, invero, più che giustificato dalle circostanze « Stiamo morendo!... E a meno che tu, ora, non ti cavi quell'inutile… spiedo… dal braccio e non vieni a rappezzarci, difficilmente… arriveremo a sera. » dichiarò, non cercando di ignorare la gravità delle condizioni in cui entrambi riversavano, a sua volta impegnato a contenere una brutta perdita di sangue all'altezza del basso ventre, dove anche, in effetti, la sua spalla destra non avrebbe potuto essere considerata in condizioni più gradevoli « Nell'ipotesi,… non ovvia, di avere ancora così tanto da vivere… » soggiunse, arricciando le labbra in segno di disapprovazione.
In un frangente pari a quello in tal modo presentatogli, pur ritrovatasi animata da sincero terrore per la prospettiva di dover incarnare ogni speranza di sopravvivenza per i due mercenari, o forse in grazia a tale idea, la mente di Seem riuscì allora a isolare completamente il dolore fisico derivante dalla propria ferita, nella volontà di concedergli quella libertà d'azione per lui divenuta indispensabile. Una ritrovata lucidità, la sua, accanto alla quale, tuttavia, emerse anche, con improvvisa urgenza, uno sgradevole interrogativo nel merito del fato di colei che sola, in tal tragico contesto, non si era ancora mostrata al suo sguardo… con tutte le più o meno sgradevoli conseguenze che ciò avrebbe potuto rappresentare per il fato della medesima.
« E' ancora viva… » lo informò il biondo, probabilmente intuendo, senza eccessivo sforzo, qual preoccupazione potesse averlo esplicitamente colto, ricorrendo però, in tale asserzione, a un tono ancora eccessivamente prossimo a quello di una rassicurazione per essere apprezzabile « … saprà cavarsela! Devi avere fiducia nelle sue possibilità… non è forse ella Midda Bontor, la leggendaria… Figlia di Marr'Mahew?! »
venerdì 18 novembre 2011
1402
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
« Ricordate… non un solo gesto fino a quando non avrà aperto lo scrigno vuoto… » impose Howe, se pur con tono discreto, lieve, in quanto apparve voler fungere da superfluo promemoria tanto per il fratello quanto per lo scudiero, a lui entrambi prossimi.
Un intervento, invero, il suo, derivante più dalla necessità di tranquillizzare se stesso, di imporsi consapevolezza di come in breve, brevissimo tempo, gli sarebbe stata offerta un'opportunità di trovare sfogo alle forti emozioni lì così in lui dominanti piuttosto che, effettivamente, dalla volontà di interloquire con i propri compagni di ventura o, ancora, da offrire loro qualche ipoteticamente necessario appunto a tal riguardo, dal momento in cui, al di là delle proprie stesse parole, egli era lì assolutamente conscio di quanto il suo riferimento sarebbe potuto essere giudicato qual assolutamente vano, superfluo, persino inutilmente tedioso e ripetitivo, ove essi, suo pari, certamente ben rammentavano i termini del segnale appena citato, così come concordato con Midda e così come già imposto alla loro attenzione almeno due o forse tre dozzine di volte da parte della stessa mercenaria, nel lungo viaggio che lì aveva visti percorrere, da nord a sud, l'intera estensione della maggiore penisola tranitha, nella volontà, per la stessa, di non concedere spazio alcuno ad ambiguità di sorta, a dubbi espressi o no, espliciti o meno.
Tuttavia, al di là di quanto sarebbe potuto essere per loro assolutamente chiaro, trasparente, addirittura ovvio o, forse, retorico il confronto con lo stesso cofanetto eletto qual simbolo della disfatta di Nissa Bontor, alcuno fra i tre poté ovviare a esprimere un moto di sincera sorpresa nel momento in cui quel segnale, in ipotetico contrasto alla stessa Nissa, dovette essere obbligatoriamente reinterpretato in una chiave ben diversa… una chiave sgradevolmente destinata a loro stesso discapito.
« Lohr… »
Tale fu l'imprecazione, o, piuttosto, il gemito che il biondo Be'Wahr fu costretto a rendere proprio in contrasto a ogni ipotesi di discrezione, a ogni pensiero di quieta prudenza nelle proprie espressioni, nel momento in cui una violenta sensazione dolorosa si impose sulla sua mente, e ancor più sul suo corpo, senza possibilità alcuna di fraintendimento, materializzandosi nelle forme e nelle dimensioni di un pugnale improvvisamente sprofondato nella carne della sua coscia sinistra, con impeto tale da porlo qual penetrato sul fronte posteriore e ma addirittura fuoriuscito, con la propria punta, da quello anteriore.
E se Howe, pur teso e concentrato in direzione di Nissa, in conseguenza a quel grido non poté mancare a voltarsi, nella volontà di comprendere entro quali termini il proprio amico fraterno, il proprio compagno di mille e più avventure, potesse essere stato ferito e, soprattutto, chi dovesse essere identificato qual responsabile per una tale offensiva a tradimento, non sufficientemente lesto riuscì egli a dimostrarsi nei propri movimenti, nelle proprie reazioni, per prevenire un secondo pugnale già proiettato in direzione del proprio busto, del proprio petto e, nella fattispecie, della propria spalla destra, fra le ossa delle quali si volle conficcare con un effetto non meno dirompente rispetto a quello già spiacevolmente riservato al sodale, tale da disarmarlo istantaneamente e dal vederlo, addirittura, in parte sbalzato all'indietro per tale violenza.
« … è una trappola! »
Un allarme purtroppo paradossale fu quello che si vide così costretto a sollevare, con energia, con un alto urlo, il giovane Seem, nella speranza, in tal senso, di riuscire a rendere edotta la propria signora di tale situazione, di simile imprevisto, ma forse non imprevedibile, risvolto, per così come dispiegatosi innanzi al suo sguardo nell'essersi ritrovato a essere testimone di quella totale inversione dei ruoli, delle parti, e, in ciò, obbligato non semplicemente, così come previsto, a supportare il proprio cavaliere nel compimento del suo piano, nei termini da lei stessa formulati, ma, anche e ancor più, a cercare di porre in essere tutte le proprie conoscenze sull'arte della guerra, tutti gli insegnamenti ricevuti dal proprio unico maestro d'arme, Degan, defunto padre della propria amata Arasha, utili a difendere il proprio diritto alla sopravvivenza, al confronto con una nuova alba e con il naturale, e innato, piacere derivante da una tale possibilità. Paradossale, tale allarme, per come da lui stesso gridato, in quanto sì qual trappola quella avrebbe effettivamente dovuto essere indicata, ma di trappola da loro stessi ordita e non in contrasto a tutti loro scatenata: trappola dell'inversa esistenza della quale, tuttavia, alcun dubbio, alcuna possibilità di incertezza avrebbe potuto, né poté, essere riservata loro malgrado a Be'Wahr, a Howe o al medesimo scudiero, unico ancora, estemporaneamente, in salute, nell'esatto istante in cui i loro sguardi indagatori, carichi di tensione, forse inquietudine, sicuramente rabbia, nella ricerca del colpevole per tanto danno, per tanto dolore, riuscirono a individuare qual loro unica avversaria, qual loro sola e tragicamente indubbia antagonista, colei che avrebbe dovuto essere altresì riconosciuta qual l'ultimo elemento della loro squadra, l'ultimo tassello di un piano ormai evidentemente compromesso, per esprimersi in termini sorprendentemente ottimistici… Carsa Anloch!
Ma al di là del pur sincero e ammirevole impegno proprio di Seem, nella volontà di palesare quanto lì stava occorrendo all'attenzione della Figlia di Marr'Mahew, da quella stessa area dopotutto non troppo distante, già sufficientemente esplicito, evidente, avrebbe dovuto essere riconosciuto il dramma in corso, la tragedia, addirittura, lì in atto, resa sì trasparente, sì inconfutabile nella propria gravità allo sguardo di colei che avrebbe voluto essere protagonista indiscussa di tale evento, e che, invece, del medesimo si ritrovò a essere né più né meno vittima, non solo dal pur ingiustificabile comportamento di Carsa, in tutto ciò dichiaratasi loro malgrado devota alla gemella sbagliata e primo, inconfutabile segnale di quanto stolidamente azzardato avrebbe dovuto essere riconosciuto tutto il suo impegno in quello stesso piano; quant'anche, e prima ancora, per l'orrida, oscena visione di una corona emergere fra le mani della propria stessa sorella dall'interno di uno scrigno pur noto qual vuoto, un diadema che, sebbene da lei veduto solo in una fuggevole occasione, non poté che essere immediatamente riconosciuto nella propria identità, non quale un ipotetico monile destinato alla signora dei mari, alla dea Thyres, sua prediletta, qual pur probabilmente Nissa si sarebbe dovuta attendere di lì ritrovare, ma, invece, quale indossato in un lontano passato da un'antica e terrificante regina di nome Anmel…
« Oh… » gemette la donna guerriero più famosa di tutto quell'intero angolo di mondo, sgranando gli occhi e, all'interno degli stessi, mostrando le proprie iridi color ghiaccio essere completamente assorbite all'interno delle nere pupille, estesesi a dismisura a esprimere tutte le sue emozioni in termini più espliciti e più diretti di quelli che sarebbero potuti essere propri di infinite parole « … Thyres… »
Impossibile, in quel momento, sarebbe stato per lei comprendere in virtù di quale assurda stregoneria quella corona si fosse lì materializzata, offrendosi al delicato contatto con le mani della propria gemella, della propria nemica di sempre, per essere sollevata dall'interno di uno scrigno vuoto e deposto sopra i suoi capelli, sopra la sua ordinata chioma color rosso fuoco. Impossibile, e anche inutile, in effetti, sarebbe stato per lei sprecare una qualche minima risorsa per cercare di elaborare una qualunque teoria utile a esplicitare quanto lì imposto al suo sguardo, a dare un senso a quell'immagine carica di troppi negativi significati per poter essere apprezzata: la corona di Anmel, quel diadema nel quale, secondo la leggenda, era contenuto tutto il potere di una regina vissuta per secoli e ricordata, certamente, con l'appellativo di Portatrice di Luce, ma anche, con quello più significativo di Oscura Mietitrice, faceva sfoggio di tutta la propria terribile beltà al di sopra della fronte di Nissa Bontor, già sovrana di Rogautt, regina di tutti i pirati, nell'odio della quale, da oltre quindici anni, ella era stata esiliata dal mare e troppi, troppi, troppi affetti si era vista negare per sempre, in morti sempre premature, sempre ingiustificate e ingiustificabili.
E se pur Midda Bontor, dall'ultima estate, nulla si era altro concessa che attendere quel momento, quell'occasione di confronto finale con la propria antagonista di sempre, per vendicare le sue ultime vittime come tutte quelle passate; nel confronto con un tale spettacolo, e nel prepararsi a balzare in offesa a colei che sola avrebbe potuto essere identificata quale propria antagonista, qual proprio obiettivo, per così come da lei stessa ricercato, sospinta dalla propria irrefrenabile volontà di combattere, ancora una volta come sempre nel corso della propria vita, contro tutto e tutti per la difesa della propria autodeterminazione, e del proprio diritto a essere; nulla ella avrebbe potuto fare altro che rivolgere un fugace pensiero al proprio amato Be'Sihl, nella disperata certezza di quanto, purtroppo, il loro scorso saluto, poche parole e uno sguardo di sfuggita, sicuramente inadeguato nei limiti da lei stessa imposti nel merito dei loro rapporti pubblici sebbene animata, in ciò, dalla sola volontà di tutelare il medesimo shar'tiagho da tutto il male che da lei gli sarebbe altrimenti potuto derivare, sarebbe alfine stato tristemente ricordato quale il loro ultimo saluto…
giovedì 17 novembre 2011
1401
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
« Maledetta figlia d'una cagna… » sussurrò in un alito di voce Howe, praticamente inudibile e pur, impossibilitato a trattenersi in tale espressione pur potenzialmente rivelatrice della propria presenza ove posto a confronto con l'immagine di Nissa, che, in questa occasione, faceva sfoggio per la prima volta, innanzi al suo sguardo, del colore naturale dei propri capelli, in quelle tonalità rosso fuoco a cui, da tempo, Midda aveva rinunciato per ovviare all'eccessiva somiglianza con la propria gemella.
« Ma è la sorella di Midda… » lo volle quasi rimproverare Be'Wahr, non tanto per l'insulto così scandito, quanto, piuttosto, per il riferimento a quella comune madre che, necessariamente, avrebbe legato le due sorelle, volenti o nolenti.
« Sono certo che lei sarebbe d'accordo. » concluse il primo, nel costringersi al silenzio per non porre a rischio la conclusione del loro piano in misura maggiore a quanto, possibilmente, già non aveva fatto nel prendere voce, seppur sì flebilmente, un istante prima.
Per lo shar'tiagho accettare quell'incarico era stato estremamente semplice, ovvio quasi, in un coinvolgimento personale nella questione che non avrebbe mai offerto spazio a possibilità di pagamento da parte di Midda verso di lui per concedergli la possibilità di partecipare alla disfatta di Nissa: quest'ultima, dopotutto, era infatti responsabile dello strazio che aveva veduto il suo braccio destro costretto a una sgradevole amputazione e al rimpiazzo con quell'inutile protesi metallica che ora conduceva seco e con la quale, malgrado un'intera stagione di convivenza, ancora non era riuscito a socializzare in maniera appropriata, impiegandola, nel migliore dei casi, qual utile protezione innanzi al proprio corpo, una sorta di scudo a lui accluso e da lui impossibile da perdere, ma, non per questo, apprezzabile ai livelli dell'arto originale, purtroppo perduto. Comprensibile, in tal frangente, avrebbe quindi dovuto essere giudicato il suo astio verso la regina di Rogautt, così anche come espresso da quell'insulto non trattenuto e intrattenibile, non taciuto e non tacibile verso di lei.
In verità, non fosse stato per il timore di compromettere il piano di Midda, e in questo modo vanificare lunghi mesi di lavoro di Carsa per giungere sino a quel giorno, Howe non avrebbe limitato il proprio intervento in contrasto alla donna con un semplice, sussurrato insulto, quanto, piuttosto, avrebbe ricercato un'aperta offensiva fisica, deciso a ucciderla con le proprie stesse mani o, quanto meno, a morire nel tentativo, non per una qualche romantica e profonda questione d'onore, quanto più umanamente, e apprezzabilmente, per vendetta. Ma se muovendosi da lì avesse permesso a Nissa di cogliere la trappola in atto a proprio discapito e, in questo, di ovviarla, magari fuggendo un'altra volta come già successo in occasione del loro precedente incontro, immobile egli si ritrovò a essere costretto, accanto al fratello, in attesa del momento opportuno per svelare la propria presenza, per dichiarare al mondo, e alla sovrana dei pirati il fato di morte a cui l'avrebbero ben volentieri condannata e, soprattutto, l'ineluttabilità del proprio fato ove, per quanto abile, per quanto straordinaria combattente ella avrebbe saputo dimostrarsi, in confronto con la Figlia di Marr'Mahew e, ancora, con lui, suo fratello Be'Wahr e, persino, Carsa Anloch ben poco avrebbe potuto sperare di ottenere, al di là, eventualmente, di una morte rapida e pietosa qual pur, personalmente, non sarebbe stato disposto a concederle.
« Ci siamo… » avvisò Seem, rimasto in silenzio sino a quel momento accanto alla coppia di mercenari, probabilmente persino dimenticato da parte degli stessi, e ora in tali termini intervenuto al solo fine di richiamarne l'attenzione verso gli eventi in corso.
In quello stesso istante, infatti, Nissa Bontor aveva appena completato il non breve percorso longitudinale all'intera estensione della grotta da loro prescelta, raggiungendo, in tal modo, l'altare al termine della medesima e, lì sopra, lo scrigno da loro stessi lì posto qual elemento fondamentale nella trappola così orchestrata in un ambiente che, qual sarebbe allora potuta essere onesta ammissione di chiunque fra i presenti, mai avrebbe potuto essere scelto qual miglior contesto per tale stratagemma, nell'offrire, in maniera naturale e senza sforzo alcuno, spazio all'ipotesi di un costrutto elaborato in tempi antichi al solo fine di offrire ospitalità alla corona della signora di tutti i mari.
Alcuno stupore avrebbe dovuto cogliere i tre elementi maschili di quella compatta spedizione nel confronto con l'idea di un altare presente all'interno di quella grotta, dal momento in cui, ancor prima di giungere in tale contesto geografico, a lungo Midda aveva loro descritto, in ogni minimo dettaglio, quanto essi avrebbero trovato a destinazione: ciò nonostante, nell'essere alfine posti a confronto con quel particolare scenario, alcuno fra loro aveva potuto astenersi dal formulare una ricca e variegata sequela di colorite espressioni atte a esprimere la propria sorpresa nel confronto con tutto quello, tale era comunque stata la sincera sorpresa loro riservata all'interno di quella roccia. Quell'anfratto di origine pur naturale, infatti, in tempi remoti era stato scelto qual luogo di culto di una non meglio precisata setta religiosa, che, nel cuore di quel territorio roccioso, nelle profondità di un dedalo entro il quale ci si sarebbe potuti facilmente perdere senza essere in possesso di informazioni precise sul cammino da percorrere, qual loro fortunatamente erano in grazia all'esperienza della stessa mercenaria, avevano voluto erigere un tempio per il proprio probabilmente empio culto, rimodellando in ciò il profilo voluto dagli dei per quella stessa grotta e, da quella stessa roccia, ottenendo le forme che sarebbero potute essere proprie dell'interno di qualunque delubro in qualunque angolo di quello stesso paese, dei confini propri del regno di Tranith.
Un tempio, pertanto e ovviamente, assolutamente fedele ai più classici canoni tranithi, nel ricercar qual proprie non forme regolari e geometriche, quanto, piuttosto curve caotiche e confuse, in negazione a ogni ipotesi di umano senso dell'ordinario e al fine di ottenere qualcosa ritenuto probabilmente qual prossimo alla natura, anche ove, in effetti, paradossale sarebbe lì potuto essere un qualunque intervento volto a rimodellare un ambiente già in tali forme composto dalla medesima natura. Così, in grazia a un lavoro ammirevole e degno di lode, per completare il quale impossibile sarebbe stato esprimere una qualche effettiva valutazione di ordine temporale, un pavimento perfettamente levigato era quanto presente sotto i loro piedi, non semplicemente reso straordinariamente liscio nella propria offerta, quant'anche elaborato nelle proprie forme, a creare affascinanti motivi curvilinei, che a partire da una semplice forma simile a una sorta di nodo, si estendeva su tutta l'area orizzontale lì offerta allo sguardo, forse volendo ispirare l'idea delle onde del mare, o forse volendo suggerire quella delle radici di alberi, e pur, necessariamente, reinterpretandole secondo un proprio personale gusto estetico, che Howe, Be'Wahr e anche Seem, nati e cresciuti in Kofreya, e abituati a forme più regolari, non avrebbero saputo istantaneamente apprezzare. Oltre al pavimento, poi, trasparenti dell'intervento umano entro quell'area, due notevoli serie di alte colonne erano quanto mostrate alla destra e alla sinistra dell'intera estensione della navata così ottenuta: colonne che, nell'immancabile stile tranitha, non avrebbero potuto essere definite quali regolari nella propria estensione verticale, né su una base quadrata, né su una circolare, quanto, piuttosto, simili a una serie di tronchi d'alberi, o forse coralli, che dalle proprie basi si volgevano al soffitto aprendosi, in tal direzione, in numerose diramazioni, la conclusione delle quali non sarebbe potuta essere visibile e, pur, per chiunque lì posto a confronto, sarebbe allora stata immaginata qual facente capolino a un qualche livello superiore. A completare, infine, simile contesto, già sufficientemente elaborato da poter essere tutt'altro che giudicabile qual consueto, ovvio, naturale, o tantomeno attendibile entro quell'ambiente, sia le colonne, sia le pareti dietro alle stesse, ma anche il soffitto sopra le loro teste, erano stati completamente rivestiti, nelle proprie superfici, da piccoli tasselli smaltati, piccoli specchi che, nella grazia di un foro di meno di tre piedi ricavato in corrispondenza verticale sopra l'altare, e volto al mondo esterno, erano in grado di rifrangere, riflettere e moltiplicare anche solo pochi raggi di luce allo scopo di rendere quell'ipoteticamente oscuro anfratto qual straordinariamente illuminato, così come, abitualmente, non sarebbe potuto essere non solo una grotta, ma anche un qualunque edificio progettato da mente umana.
In tutto ciò, e nella collaborazione del sole del meriggio che, in verità, quell'intera grotta aveva trasformato in qualcosa di simile a una fornace lucente, pertanto, ogni singolo passo condotto da Nissa Bontor all'interno di quell'ambiente, in direzione dell'altare opposto, nella propria collocazione, all'ingresso al medesimo, sarebbe potuto essere seguito senza incertezza di sorta dagli sguardi dei tre, nascostisi secondo le indicazioni ricevute in posizione utile a negare alla loro avversaria eventuali possibilità di ritirata, tagliandole la via verso l'unica uscita lì per lei, e per chiunque altro, allora presente.
mercoledì 16 novembre 2011
1400
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
Midda era consapevole di come, la sua, sarebbe dovuta essere giudicata quale una scelta tattica semplice. O, per lo meno, semplice quanto solo sarebbe potuta essere una strategia tale da prevedere uno sviluppo all’interno di un arco di tempo tanto lungo quale quello necessariamente utile a permettere a Carsa di infiltrarsi all’interno dell’improprio regno definito dalla sua poco amabile gemella, e ritagliarsi, in grazia alle proprie straordinarie capacità volte alla mistificazione, all’inganno, occasione di sospingere la medesima sovrana di Rogautt fino al luogo del loro incontro, del loro appuntamento, nella ricerca della conquista di un trofeo leggendario, probabilmente inesistente, e pur, nel confronto con il quale, la bramosia di colei proclamatasi regina dei mari del sud non avrebbe mai potuto astenersi dal porsi in immediata ricerca, in subitanea volontà di conquista. Una pianificazione, in effetti, tutt’altro che particolarmente ricercata, quella così voluta qual propria dalla mercenaria, che fra molte altre possibilità più complesse, più elaborate e ipoteticamente volte a ottenere una possibilità di conclusione in un tempo più breve, era pur stata prediletta in grazia alla propria intrinseca semplicità, semplicità entro i limiti della quale ella sperava che sarebbero potute essere offerte loro, a lei, Carsa, Howe e Be’Wahr, minori incognite possibili, minori rischi di fallimento in tale impresa. Non una qualche particolare competenza nell’arte della guerra, del resto, sarebbe occorsa a comprendere quanto, al crescere del livello di difficoltà posta nella definizione di una qualunque strategia, parimenti sarebbe egualmente cresciuto anche il livello di difficoltà proprio dell’attuarla e, soprattutto e peggio, parimenti sarebbero anche cresciute le possibilità di insuccesso, conseguenza di un proprio errore o, anche e meno prevedibilmente, di un’interferenza esterna alle proprie possibilità di controllo, riconducibile, innanzitutto, all’obiettivo stesso di tale tattica, all’antagonista dichiarata a discapito della quale sospingersi con simile piano, ma, anche, ad altre ancor non conosciute figure, che pur avrebbero potuto riservar qual propria una qualche azione in tal senso. E, sinceramente, in quella particolare occasione, in quel preciso contesto, ella desiderava poter ridurre al minimo possibile ogni azzardo, escludendo ogni eventuale fattore di entropia e ricercando, in ciò, il risultato desiderato, anche in assenza di particolari sofismi di sorta.
Giudicata qual tutt’altro che complessa, elaborata, articolata, pertanto, era stata per la donna guerriero l’idea volta all’invitare la propria gemella in una letale trappola, investendo in tal senso l’abilità propria della mercenaria dalla pelle color della terra allo scopo di suggerire alla stessa Nissa la scoperta, a seguito di ipotetici lunghi anni di ricerche, dell’esatta locazione della corona di Thyres, nella certezza di come, nel confronto con il pensiero della quale, mai ella avrebbe potuto dimostrarsi indifferente. Forgiato dall’abilità dei migliori orefici figli del mare nella notte dei tempi, attraverso meravigliose tecniche purtroppo successivamente dimenticate, abilità tragicamente perdute nella Storia, tale artefatto era stato destinato sin nella propria genesi, così come anche il nome a lui assegnato avrebbe trasparentemente dichiarato, a essere offerto qual dono alla medesima dea di tutti i mari, almeno secondo i dogmi propri del pantheon tranitha, se solo ella l’avesse desiderato, se solo ella l’avesse accolto a sé, discendendo con la propria meravigliosa e ineffabile essenza fra i mortali, per richiederla a sé. Un gioiello di incomparabile valore, sia sotto un profilo strettamente materiale, sia sotto un più indiscutibile aspetto storico, che pur ovviamente, nel confronto con una tanto restrittiva condizione, mai era giunto alla presenza della propria originale destinataria, ove ella si era ancora presentata a riscattarlo, e che pur, nel corso del tempo, nel trascorrere degli anni, dei secoli e dei millenni, addirittura, aveva visto sorgere attorno al proprio stesso nome un’incredibile fama, una credenza volta a far ritenere, almeno nel confronto con le voci del popolo, che chiunque fosse riuscito a porre sul proprio capo simile prezioso monile avrebbe offerto trasparente dimostrazione di quanto, ella stessa, obbligatoriamente donna per palesi ragioni, sarebbe dovuta essere riconosciuta, identificata quale incarnazione mortale della stessa Thyres, finalmente giunta in ascolto delle pur flebili, qual sole sarebbero potute essere al suo divino udito, voci dei propri fedeli. Non una corona ipoteticamente dotata di straordinari, e forse maledetti, poteri, qual quella non meno famosa, appartenuta alla leggendaria regina Anmel, per il recupero della quale proprio Midda, Carsa, Howe e Be’Wahr erano stati riuniti per la prima volta insieme, qualche anno prima, al servizio di un’estemporanea comune mecenate di nome lady Lavero, della città di Kirsnya, in Kofreya; quanto piuttosto un oggetto più consueto, privo di mistiche forze a esso legate, e pur caratterizzato a sua volta da un incredibile potere, qual quello che indubbiamente avrebbe saputo esercitare nel confronto con la massa, con tutta la popolazione del pur vasto regno insulare e peninsulare di Tranith, posto innanzi all’immagine del quale difficilmente avrebbe potuto ancor considerare Nissa, nel caso in cui ella ne avesse conquistato il possesso, quale una comune pirata come pur, sino ad allora, era e sarebbe sempre e comunque stata considerata. Ragione per la quale, in tal senso, indubbio sarebbe stato il fascino esercitato da una simile prospettiva sulla medesima, emozione, tuttavia, sol secondaria rispetto a quella che, comunque, sarebbe per lei personalmente derivata con la soddisfazione di una tale, esplicita, benedizione divina in proprio sostegno, in approvazione del suo operato, per quanto nei principi con i quali era cresciuta accanto a Midda, insieme a Midda, la pirateria fosse considerata offesa nei confronti di tutti gli dei del mare.
Un piano semplice, quello che la Figlia di Marr’Mahew aveva voluto riservare qual proprio nella ricerca di una possibilità di conclusione per una faida ormai giudicata impossibile da tollerare, in conseguenza dell’eccessiva libertà che la sua gemella si era voluta riservare non soltanto interdicendole perpetuamente la via del mare ma anche, e peggio, spingendosi in aperta offensiva in contrasto a persone a lei care anche entro i territori continentali pur così impostile, in grazia del quale ella sperava di potersi ritrovare a sereno confronto con la propria gemella entro il decimo giorno del mese di Payapr: confronto che, nei piani della mercenaria, nonché nella presenza congiunta di Howe, Be’Wahr e, ovviamente, anche Carsa, avrebbe questa volta veduto le due donne combattere sino al necessario epilogo, senza permettere ad alcuna di trovare facile possibilità di evasione, avente qual solo e unico effetto quello di procrastinare a tempo indeterminato un conflitto in corso già da troppi, troppi anni.
Purtroppo però, per quanto semplice, e per quanto privato, in tal semplicità di quelli che avrebbero potuto essere considerati la maggior parte dei fattori esterni al proprio controllo, alla propria possibilità di gestione, anche quel piano non si sarebbe potuto certamente considerare qual infallibile o potenzialmente tale, là dove, a proprio malgrado, non avrebbe potuto ovviare a fondarsi in tutto e per tutto su una pur minimale serie di assunti di fondamentale importanza per la riuscita di quanto così ricercato, una serie di assunti venendo meno anche uno solo dei quali l'intero strategia così tanto semplicemente accordata sarebbe inevitabilmente risultata vana. Il primo assunto, in simile frangente, sarebbe dovuto essere riconosciuto nell'abilità di Carsa di riuscire a infiltrarsi dietro le tanto romanticamente descrivibili linee nemiche, non solo riuscendo a interpretare, in maniera convincente, il ruolo di una figlia dei mari per quanto, personalmente, nata e cresciuta nel continente, e in questo incapace a restare a bordo di una qualunque nave, o in eccessiva prossimità a un molo, senza farsi cogliere da straordinari spasmi addominali atti a costringerla a riversare esternamente qualunque contenuto del proprio stomaco, fossa anche il nulla più assoluto; ma anche riuscendo a interpretare, in maniera altrettanto convincente, il ruolo di una pirata, garantendosi in ciò l'occasione di essere accolta su una nave pirata e essere, alfine, prima o poi, condotta sino a Rogautt. Il secondo assunto, superato l'ostacolo rappresentato dal primo, avrebbe dovuto essere identificato nell'abilità, ancora una volta, di Carsa di riuscire a entrare in contatto con la stessa Nissa, innanzitutto senza offrirle sospetto alcuno della propria identità, ove pur quest'ultima chiaramente informata in maniera non banale, non superficiale, nel merito di troppi dettagli della vita dell'odiata gemella, e in questo, probabilmente, anche nel merito dell'esistenza di una certa Carsa Anloch a lei legata; e poi riuscendo addirittura a offrirle ragione di riconoscere credito alle proprie parole e, in questo, ad accettare di presentarsi entro il decimo giorno del mese di Payapr in una certa grotta a sud della penisola orientale del regno di Tranith, là dove avrebbe dovuto avvenire la loro riunificazione e, in ciò, il loro confronto finale. Il terzo assunto, parallelamente al secondo, avrebbe quindi obbligatoriamente previsto imposta la necessità per Midda, Howe e Be'Wahr a presentarsi al luogo dell'incontro, entro la data stabilita, in quella stessa grotta già concordata in grazia all'esperienza della stessa Figlia di Marr'Mahew che, nel corso del proprio avventuroso passato aveva avuto precedente occasione di porsi a confronto con quell'ambiente, lì predisponendosi in attesa di quanto sarebbe occorso e non vanificando, nella propria assenza, tutti gli sforzi che sino ad allora sarebbero necessariamente risultati propri della sola Carsa, che più di tutti, almeno nella prima e più lunga parte del piano, sarebbe stata impegnata nel successo di tutto ciò. E il quarto e ultimo assunto, forse il più importante fra tutti, avrebbe dovuto essere apprezzato nella più completa ignoranza di Nissa Bontor, regina di Rogautt, nel merito del fato in tal modo destinatole, non tanto per ucciderla di sorpresa, quanto, piuttosto, onde ovviare all'eventualità nella quale una trappola predisposta a suo discapito potesse trasformarsi, drammaticamente, in una trappola disposta a discapito di tutti loro, suoi antagonisti.
Quattro assunti, pertanto, di cui solo uno avrebbe potuto essere considerato effettivamente dipendente dal libero arbitrio di Midda, e in tale di sua concreta responsabilità, il terzo, laddove i primi due sarebbero dovuti essere riconosciuti qual completamente definiti nei riguardi di Carsa e, il quarto e ultimo, derivante altresì dalla stessa Nissa, e dalle sue eventuali prerogative personali di confidenza tanto con il modello di pensiero della propria gemella, quant'anche con le persone a lei circostanti, e in ciò con la medesima Carsa, che sarebbe potuta pur essere riconosciuta e identificata da parte della regina di Rogautt e, in ciò, da lei a sua volta ingannata, nel lasciarla libera di agire soltanto al fine di comprendere entro quale obiettivo avrebbe potuto avere desiderio di sospingersi. E pur dove solo uno fra i quattro assunti avrebbe potuto essere assegnato direttamente alla libertà d'azione personale della mercenaria dagli occhi color ghiaccio e dai capelli corvini, fortunatamente per lei anche i primi due, riservati alla propria compagna d'arme, più volte sua alleata, e più volte anche sua nemica, sino a quel giorno sembravano aver offerto conferma di felice compimento, quieto successo nelle proprie responsabilità, nei propri compiti. Sciaguratamente per lei e per tutti loro, però, proprio il quarto assunto, che pur, in un primo momento, volle offrire l'ingannevole apparenza di essersi a sua volta felicemente realizzato, dimostrò gli evidenti limiti delle proprie mancanze nel manifestarsi di due chiari segnali in tal senso, segnali che, drammaticamente, si espressero quand'ormai troppo tardi per chiunque lì presente, Midda, Howe, Be'Wahr o, tantomeno, Seem, di poter arginare il peggio, di poter ovviare alla più negativa fra tutte le possibilità loro destinabili: quella nella quale, loro malgrado, non avrebbero più potuto godere della luce di una nuova alba.
In tutto ciò, sebbene Midda fosse pur consapevole della semplicità del proprio piano, e delle ragioni alla base di una tale scelta, ella non poté ovviare a maledire la propria stolidità nel momento in cui, tardivamente, comprese di aver appena compiuto il proprio errore più grave di sempre nel confronto con la propria gemella… o, più precisamente, il secondo errore più grave subito dopo il tradimento origine di tanto penare.
martedì 15 novembre 2011
1399
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
« Per l’ucciditrice di draghi… oaaah! » propose una voce nel gruppo, imponendosi al di sopra delle altre con apparente passione, in tal esultanza apparendo più sincero di quanto non avrebbe potuto essere giudicato, nel contesto proprio di quel particolare ambiente.
« Oaaah! » risposero altri due, recependo quell’invito e palesando entusiasmo per quell’invocazione rivolta non tanto alla loro nuova seconda in comando della Mera Namile, quanto, piuttosto, a colei che si era imposta qual dominatrice nei confronti di una fiera tanto pericolosa, dimostratasi sì letale per troppi fra loro.
« Oaaah! » fecero presto coro praticamente tutti, sul ponte principale del vascello e non solo, nel dover includere, in tale inno, in tale esultanza, anche la figura dello stesso capitano Dorf, ancora al fianco delle due donne protagoniste di quell’ultimo dialogo.
Impossibile fu per Tahara, in tal momento, apprezzare la misura in cui la reazione popolare alla sua nomina dovesse essere considerata conseguenza di un reale consenso verso di lei per tale nuovo ruolo acquisito e, invece, quella in cui dovesse essere piuttosto giudicata semplice e doverosa reazione in all’entusiasmo della sovrana di tutti i pirati. Se, infatti, nelle proprie gesta, in quanto offerto in contrasto al dragone di mare, ella sicuramente si era guadagnata l’attenzione dei propri compagni di viaggio, nei riguardi dei quali, prima di allora, non aveva offerto particolare ragione interessere, limitandosi a adempiere ai propri compiti non diversamente da chiunque altro a bordo della Mera Namile, altrettanto vero avrebbe dovuto essere giudicato come fra ottenere l’acclamazione popolare in grazia di un successo guerriero ed essere accettata qual comandante da cui accettare ordini, soprattutto in una realtà particolarmente anarchica quale quella propria della pirateria, un enorme abisso avrebbe dovuto essere riconosciuto, tale da imporre il vivo sospetto di un plauso volto a omaggiare la regina ancor prima che se stessa.
Malgrado simile dubbio, tale legittimo sospetto, la pirata dalla lunga treccia castana non serbò qual proprio particolare disagio in simile confronto, dal momento in cui che potesse ritrovare una qualche approvazione o meno, in coloro da lei definiti quali dannati pendagli da forca, non sarebbe dovuto essere considerato per lei qual particolare ragione d’inibizione, fisica o psicologica. Come del resto già tranquillamente premesso per voce della stessa regina, il patto sociale che, in grazia di quel nuovo ruolo, avrebbe gravato su di lei, e da lei era già stato quietamente accettato, sarebbe stato quello proprio di una donna che avrebbe dovuto continuare a difendere con le unghie e con i denti il proprio ruolo di comando, così come era già stato per coloro giunti prima di lei, e così come sarebbe sicuramente stato anche per coloro che l’avrebbero seguita, che un giorno l’avrebbero sostituita in eguale responsabilità. Un onere, ancora prima che un onore, quello derivante da simile incarico, che dopotutto non avrebbe dovuto essere valutato qual particolarmente diverso, dissimile, da quello che aveva caratterizzato la vita stessa di Nissa Bontor nella propria ascesa al proprio attuale stato di sovrana, e che, sicuramente, l’avrebbe ancora coinvolta nel momento in cui qualcuno avrebbe deciso di sprecare la propria esistenza nel tentare un’offensiva a suo discapito, in suo contrasto per riscattarne la posizione e sostituirla a comando della nazione che, in verità, senza di lei non avrebbe neppure avuto modo o ragione di esistere. Un onere, ancor prima che un onore, quello intrinseco in un tale incarico, che invero, ancora, non avrebbe dovuto essere considerato qual particolarmente estraneo, alieno, neanche nel confronto con quello che aveva caratterizzato la vita stessa di Midda Bontor nella propria ascesa al proprio attuale stato di avventuriera e mercenaria, e di mercenaria più famosa e pagata di quell’intero angolo di mondo, e che, indubbiamente, l’avrebbe ancora coinvolta in ogni occasione in cui qualcuno, in un bacino alimentato da sin troppi stolidi illusi, avrebbe deciso di sprecare la propria esistenza nel tentare un’offensiva a suo discapito, in sua offesa per conquistarne la gloria e sostituirla nell’assolvimento di incarichi che, in effetti, alcun altro oltre a lei avrebbe mai avuto modo o ragione di immaginare qual realizzabili. Un fato pertanto, tutt’altro che inedito od originale, e che, tuttavia, avrebbe dovuto essere riconosciuto e accettato qual il principale comune denominatore per qualunque figura, avventuriera, marinaia, pirata o qualunque altra caratterizzazione, che avesse deciso di emergere al di sopra della massa, per riservar qual proprio un ruolo di rilievo, un valore superiore a quello comunemente proprio di coloro che amavano giudicarsi qual propri pari e che pur, in nulla, avrebbero potuto ritenersi tali.
« Cercherò di adempiere a questo incarico con tutto l’impegno e tutta la ferocia di cui so essere capace… » definì, in necessario commento, in obbligata risposta a tutto ciò, prendendo voce tanto verso Nissa, quanto verso l’intero equipaggio lì circostante « E che Tarth possa avere pietà di chiunque si frapporrà innanzi al mio cammino, perché non un destino migliore rispetto a quello riservato a quel dannato drago gli sarà concesso da parte mia! » soggiunse, in un’asserzione volutamente mantenuta ambigua, tale da includere, qual destinatari di tale promessa, non semplicemente avversari esterni al loro gruppo, ma anche interni al medesimo, a sottolineare, immediatamente, quanto non sarebbe stata inerme di fronte a qualunque genere di offensiva nei suoi riguardi, a suo stesso discapito.
Poi, prima ancora che qualche altra argomentazione, qualche altro discorso potesse distrarla o distrarre la propria interlocutrice, ella riprese immediatamente voce nei riguardi della stessa regina, desiderosa di poterle finalmente introdurre quel nuovo tema, quella nuova questione che, improvvisamente, con vigore quasi inquietante, si era imposta alla sua attenzione, nella sua mente, non concedendole possibilità di tacere a simile riguardo, a tale proposito…
« Nissa… » richiamò, pertanto, l’attenzione della donna « Dorf… » soggiunse poi, ritenendo opportuno coinvolgere anche il medesimo nella questione, dal momento in cui, dopotutto, egli avrebbe dovuto essere considerato, ora, qual il suo nuovo capitano, nell’essere entrata a far parte, in maniera definitiva, dell’equipaggio di quella nave « Dal momento in cui avete voluto riconoscermi una tale fiducia, credo che sia per me opportuno ricambiare in maniera adeguata. E dato il periodo propizio, con un mare calmo e un cielo terso, sciocco sarebbe per me attendere un qualche nostro ritorno a Rogautt prima di condividere con voi un’importante informazione, che credo potrà compiacere, in particolare, la regina di questi mari… »
« Parla, sorella. » la invitò la medesima così appena indicata, incrociando le braccia al petto per, in tal modo, predisporsi all’ascolto, con sincera attenzione verso le sue parole, verso qualcosa da lei giudicato di possibile interesse per lei « Rammenta, però, che qualunque sia la tua proposta, qualunque proposito possa in questo momento stuzzicare la tua fantasia, l’offensiva offertaci dal dragone ha drasticamente ridotto le nostre schiere e, in questo, persino la ragione per la quale, già ora, ci siamo posti per mare potrebbe essere considerata qual compromessa da tale evento. » volle ricordarle, motivo per il quale, del resto, nel corso di quelle ultime ore il vascello aveva già variato la propria rotta rispetto a quanto inizialmente stabilito, nel richiedere il rientro in un porto sicuro, qual solo sarebbe potuto essere quello di Rogautt, non solo nella volontà di rimpiazzare gli elementi perduti, ma anche e soprattutto di rimediare ai danni conseguenti alla presenza del dragone a bordo della nave, presenza che aveva purtroppo lasciato troppi chiari, e spiacevoli, segni nel merito del proprio passaggio non solo in termini di vite umane.
« Non temere… non sono sì sciocca da non aver tenuto conto di questo particolare. » sorrise Tahara, scuotendo appena il capo, a escludere fermamente tale opportunità « Per nostra fortuna, quanto ho in mente è tranquillamente entro i limiti delle nostre possibilità anche in queste condizioni, ove per la conquista di un tale tesoro non è richiesto un esercito, ma solo una singola figura sufficientemente carismatica da poter piegare, altresì, un esercito ai propri comandi. Una figura qual, indubbiamente, è la tua… »
« Tesoro? » ripeté Dorf, non dimostrando particolare entusiasmo a tale annuncio, evidentemente non considerando prudente l’idea di rinviare il ritorno in porto per una qualche ricerca in tal direzione.
« Te ne prego… non parlare per enigmi, amica mia. » insistette, comunque, la sovrana, invitando in ciò la propria interlocutrice a non tergiversare ulteriormente nel merito dell’oggetto in questione da lei annunciata.
« Nessun enigma. » negò la pirata, strizzando l’occhio sinistro con incedere complice nei riguardi della coppia « Solo la promessa della corona della dea dei mari posta sul capo della signora di Rogautt! »
lunedì 14 novembre 2011
1398
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
Nel profondo dell'animo, nei meandri più sperduti della mente di Tahara, la sua sola, reale identità, il carattere che era rimasto sempre e comunque predominante nel corso di ogni sua passata avventura, riuscendo a indirizzare, entro i giusti termini, tutti i propri alter ego, tutte le proprie creazioni verso il solo, unico obiettivo per le quali erano state generate, per le quali avevano visto la luce del piano d'esistenza dei vivi seppur non potendo effettivamente considerarsi parte dello stesso, quello di Carsa Anloch, lì mai completamente sopito, mai definitivamente sottomesso, schiavo qual pur, continuando in quel cammino, si sarebbe proprio malgrado ritrovata presto a essere, ebbe un moto di sussulto nel confronto con la proposta lì allora riservatale da parte della sovrana di Rogautt, Nissa Bontor, sorella e gemella della propria amica Midda nonché concreto obiettivo, traguardo per la propria missione. Per quanto pericolosamente debole avrebbe potuto essere considerato il suo contatto con l'universo a sé circostante, nonché la sua concreta possibilità di controllo su Tahara, sua creazione purtroppo ogni giorno sempre più indipendente dalla propria creatrice, Carsa era, comunque, ancor lì presente, ancor lì in quieto ascolto, recettiva nei riguardi dell'intero Creato e in quieta attesa di quello che avrebbe dovuto essere riconosciuto quale il momento migliore per suggerire alla pirata di adempiere alle ragioni alla base della sua stessa esistenza, ai termini dell'incarico che, per quanto probabilmente non ne era razionalmente a conoscenza, avevano caratterizzato la sua stessa genesi e ne avrebbero, alfine, decretato la scomparsa, quando, meraviglioso per lei a pensarci, avrebbe finalmente potuto recuperare il controllo su di sé e sul proprio corpo.
In conseguenza di tale propria attuale condizione, di quel proprio stato di quieta veglia in attesa del momento opportuno per intervenire, per costringere Tahara a eseguire i suoi ordini, i suoi desideri, Carsa aveva potuto seguire l'evolversi del dialogo fra la propria creatura e Nissa, e, in esso, aveva avuto ragione di irritarsi, di infuriarsi con la stessa pirata da lei generata nel momento in cui il carattere sin troppo indomito ed eccessivamente anarchico della stessa la stava trasparentemente spingendo a rifuggire a una qualunque possibilità di impiego stabile all'interno dell'equipaggio della Mera Namile solo e unicamente perché, in tal senso, avrebbe apparentemente ceduto a una sorta di ricatto da parte della regina di Rogautt. Fortunatamente per entrambe, l'energia ancor propria della mercenaria, per quanto ormai estremamente flebile, inferiore a quella che le sarebbe stata necessaria per riassumere in maniera autonoma il controllo su di sé, si dimostrò ancor utile a permetterle di correggere l'erronea strategia fatta propria da Tahara, per non perdere l'occasione, in questo, di surgere al ruolo che pur tutto il suo impegno fino a quel momento aveva ricercato, nella vicinanza a Nissa che in esso si sarebbe così garantita. Non era stato semplice imporsi sulla pirata né, tantomeno, ispirarle le parole corrette per riuscire a riconquistare la serenità della regina dei pirati e, con essa, un'ulteriore occasione di confronto con la medesima, non nel ruolo di sua avversaria quant'ancora di sua alleata, forse e addirittura sua amica: uno sforzo, quello che ella aveva dovuto in tal modo esercitare, in conseguenza al quale difficilmente si sarebbe presto potuta concedere nuova interferenza con quella che sembrava divenuta l'autonoma vita del suo alter ego, foss'anche nei suoi momenti di riposo, di requie così come, sino ad allora, si riusciva ancora a permettere, di tanto in tanto. E proprio in tale consapevolezza, nella spiacevole certezza derivante dai propri limiti e, ancor più, nel confronto con il calendario, con il tutt'altro che flemmatico avvicinarsi della data concordata con la propria committente e sola e reale alleata e amica per la conclusione di tutto quello, Carsa si ritrovò costretta a sfruttare quelle proprie ultime energie, quel proprio già impegnato sforzo, anche al fine di ovviare a un'assolutamente sgradevole vanificazione di tutti i propri sacrifici, suggerendo alla ribelle Tahara un'ulteriore messaggio di cui farsi latrice, oltre alla già impostale accettazione del proprio nuovo ruolo qual secondo in comando dell'imponente vascello attuale teatro della loro comune esistenza.
Un duro confronto, quello così intimamente occorso fra Carsa e Tahara, del quale all'esterno, nella realtà a loro circostante, nessuna trasparenza venne offerta, alcuna evidenza venne riservata, ove, in verità, condotto a una velocità straordinaria, incomparabile, qual solo avrebbe potuto essere riconosciuta quella del pensiero, unico terreno di disfida lì possibilmente offerto a quelle due identità, a quei due volti di una stessa realtà. E così, effimero, praticamente inesistente, fu il silenzio conseguente all'ultima richiesta da parte di Nissa Bontor, alla sua ultima proposta, prima che la sua interlocutrice, Tahara, non Carsa, riprendesse voce per esprimere quanto, seppur parzialmente in contrasto con la propria natura, e con la propria effettiva volontà di replica, era conscia di dover esprimere, per ragioni aliene alla sua possibilità di comprensione…
« Accetto. » annuì, in semplice, immediata risposta alla signora di Rogautt, a colei accanto alla quale, in quel consenso, stava accettando di permanere forse per il resto della propria esistenza, ove, così come la stessa Nissa aveva ampiamente dimostrato, non si poneva essere sua prerogativa tollerare, a posteriori, dei tradimenti, degli abbandoni, delle scelte diverse da quella utile a mantenere indiscussa la fedeltà ai suoi voleri, ai suoi comandi.
« Ne sei convinta? » insistette la regina, cercando di trattenere nell'intimo del proprio cuore quella gioia pur incontenibile in quel particolare momento, nel confronto con quella particolare risposta da parte della propria interlocutrice, felicità che comunque ebbe modo di esprimersi attraverso i suoi occhi color ghiaccio, lì divenuti brillanti come non mai, al punto da farla apparire quasi più prossima a una bambina innanzi a un regalo tanto atteso, piuttosto che a una donna, e una donna matura, qual dopotutto ella era, madre a sua volta di splendidi figli « Sei certa di questa tua scelta? Di questa tua decisione? »
« Sì. Assolutamente… » confermò Tahara, ora aprendosi a propria volta in un dolce sorriso verso la propria interlocutrice, a offrire maggiore valore alle proprie parole, a quella propria asserzione « Dopotutto te l'ho detto anche un istante fa: sono disposta a seguirti in capo al mondo e anche oltre, se lo vorrai. A patto di farlo qual tua pari, e non qual tua schiava. »
« Splendido! » esclamò Nissa, lasciandosi trascinare dalle proprie emozioni, a lei pur si care, nello spingersi ad abbracciare, e abbracciare con foga, quella propria interlocutrice, quella sua nuova alleata, colei che, sin dalla propria prima comparsa, aveva apprezzato essere molto simile alla propria odiata gemella e che, tuttavia, per sua fortuna, non si stava rivelando a lei tanto uguale, sì identica come l'avrebbe altresì sospinta a negare quell'opportunità, quella relazione stabile e duratura fra loro « Benvenuta in famiglia, Tahara… sorella mia! » soggiunse.
Un lieve sussurro quello con il quale quell'ultima sentenza venne rivolta in direzione della pirata appena eletta al ruolo di vicecomandante per la nave ammiraglia della regina dei pirati, che si propose inudibile e rimase, in effetti, non udito da chiunque altro attorno a loro a eccezion fatta per la sola destinataria di quelle parole: parole che, in verità, malgrado la delicatezza della loro stessa proposta, dei loro stessi toni, si spinsero incredibilmente in profondità nella donna alla quale erano state dedicate, andando a colpire, e colpire profondamente, la già debole Carsa che, in tutto quello, vide solo la propria confusione e la propria debolezza crescere a dismisura, nel confronto con realtà per lei imprevedibili e non previste.
E prima ancora che a Tahara fosse concessa occasione di replica verso la propria nuova sorella, qual già l'altra voleva evidentemente considerarsi verso di lei, prima ancora che verso di lei potesse prendere parola non solo per commentare quanto appena avvenuto, ma anche per introdurle un nuovo tema, una nuova questione improvvisamente divenuta urgenza al confronto con la sua stessa coscienza, Nissa Bontor sciolse quell'abbraccio con impulsivamente ricercato, per prendere voce verso tutto il proprio equipaggio, che a quegli eventi, ovviamente e necessariamente, stava prestando la massima attenzione, il più totale interesse nel comprendere in quali termini si sarebbe alfine evoluto.
« Uomini e donne della Mera Namile… » esordì, a gran voce, imponendosi su ogni suono non solo entro i confini del vascello, ma anche sul mare circostante, quasi ne fosse la dominatrice incontrastata, incarnazione terrena della stessa Thyres, dea di quelle azzurre lande sconfinate « … salutate Tahara, nostra sorella d'arme, ucciditrice di draghi, che da oggi sarà membro di questo equipaggio e suo responsabile come già Ma'Grohu prima di lei, e ai cui ordini dovrete prestare attenzione come fossero espressi dalla mia stessa voce se non vorrete perire per la sua mano, così come perireste per la mia in egual caso! »
domenica 13 novembre 2011
1397
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
In tal frangente, probabilmente, necessario avrebbe potuto essere ritenuto necessario un istante di silenzio fra le due donne, a concedere al confronto verbale fra loro occorso di essere adeguatamente elaborato da parte di Tahara e, in ciò, a permetterle di maturare una posizione da lei giudicata qual corretta fra l'accettare i termini dell'accordo così come proposti da parte della regina oppure, più gravosamente, rifiutarli e accettare quanto da tal rifiuto sarebbe necessariamente conseguito. Tale laconica parentesi, per lo meno, si sarebbe indubbiamente proposta nel confronto fra un qualunque marinaio e un qualunque capitano o figura assimilabile, ove posti in una situazione parallela a quella lì creatasi: diversamente, però, tutto ciò non avrebbe avuto ragion d'esistere in un contesto quale il loro, in un contesto piratesco, ove, comunque, la vita scorreva necessariamente a un ritmo più veloce e un solo istante di esitazione, una semplice incertezza, anche in un contesto apparentemente sereno qual quello allora offerto alla donna dalla pelle color della terra e dai lunghi capelli disposti in un'unica treccia, avrebbe potuto costarle troppo caro.
Alcuna pausa, alcun pur comprensibile temporeggiamento, pertanto, coinvolse la pirata innanzi all'offerta appena scandita dalla voce della propria sovrana, colei innanzi all'idea della quale aveva dichiarato, tempo prima, che non si sarebbe mai sottomessa e innanzi alla presenza della quale, ancora, desiderava mantenere fede al proprio impegno, al proprio libero arbitrio…
« Con tutto il dovuto rispetto, mia signora e regina, se questi sono i termini del mio incarico, preferisco di gran lunga correre il rischio di dovermi guadagnare la sopravvivenza da questo viaggio spillando il sangue dalle vene di tutti i presenti a bordo, piuttosto che piegarmi a un tale ricatto, a una simile minaccia. » proferì ella, con consueta fierezza nelle proprie parole, espressione di uno spirito indomito che non avrebbe accettato di essere domato.
« Il tuo orgoglio è tanto smisurato da spingerti a ribellarti a me piuttosto che accettare l'idea di permanere al mio fianco?! » replicò Nissa, quasi ringhiando quelle parole in un evidente e forte coinvolgimento emotivo, ove l'idea stessa di quel tradimento non avrebbe potuto evitare di richiamarle prepotentemente alla memoria il ricordo di un altro e ancor più grave rifiuto, quello che Midda, ancora bambina, le aveva riservato, abiurando a un proprio triplice giuramento e abbandonandola, malgrado tutto l'affetto verso di lei riversato.
« Il mio orgoglio è tanto smisurato da spingermi a ribellarti a te piuttosto che accettare l'idea di essere un semplice balocco all'interno della tua personale collezione, Nissa! » contestò Tahara, arricciando le labbra a scoprire, fra esse, i bianchi denti lì sotto celati, cangianti nel confronto con la tonalità scura della sua stessa pelle « E' vero che ho degli affetti, che ho instaurato dei legami a bordo della Knikei'R… ma è anche vero che non sono stupida e che l'opportunità di ascendere a un ruolo tanto importante, non venendo meno ad alcuno dei rapporti già creati con i miei compagni, potrebbe solamente essere apprezzato e gradito da parte mia. » specificò, a rendere esplicita la propria personale posizione « Tuttavia, se è tuo pensiero che io sia disposta ad accettare questo qual conseguenza di una qualche intimidazione psicologica, di termini minacciosi quali quelli da te usati… hai sbagliato persona. »
La regina tacque in conseguenza di quelle ultime asserzioni, offrendo alle stesse la propria attenzione e pur, ancora, non lasciando scemare la tensione tanto rapidamente sorta in lei nel confronto del sentore di un nuovo tradimento, di un nuovo abbandono da una figura pur tanto simile, per spirito e modo d'agire, alla propria gemella perduta.
« Credevo che ormai fosse chiaro, Nissa, che in me potrai trovare la prima fra tutte le tue alleate, la più fedele fra le tue complici, disposta a gettare la propria vita e il proprio futuro fra le fauci di un ippocampo, di un dragone di mare o di qualunque altro stramaledettissimo mostro che il fato vorrà porci innanzi. » proseguì la pirata, esprimendo nel proprio tono di voce, in effetti, un parallelo e personale sentimento di tradimento per i termini a lei riservati da parte dell'interlocutrice « Sono disposta a seguire te e i tuoi ordini in capo al mondo e ritorno… fosse anche sino alla fucina del monte Gorleheist per dichiarare guerra allo stesso dio Gorl! Ma sono disposta a farlo qual tua pari. Non qual tua subalterna, tua subordinata, tua suddita al pari di tutti questi dannati pendagli da forca di cui ti sei circondata a oggi… »
Un attacco verbale estremamente violento, quello lì rivolto non solamente alla regina di Rogautt, ma, ancor più, a tutti i membri dell'equipaggio della Mera Namile e al suo capitano in primo luogo, in conseguenza al quale estremamente dubbio avrebbe dovuto considerarsi il possibile destino della donna lì dichiarante, non escludendo l'eventualità secondo la quale, effettivamente, ella si sarebbe ritrovata costretta ad aprirsi una via di fuga, a guadagnarsi un'opportunità di salvezza, ricercandola nel sangue di tutti i propri alleati, o, almeno, tali in origine. Un attacco verbale estremamente violento in immediata replica al quale, ancora una volta, solo una parentesi di silenzio sarebbe stata probabilmente prevedibile e accettabile qual possibile sviluppo, nel concedere a tutti i presenti, Nissa Bontor per prima, di comprendere in quale effettiva direzione avrebbero preferito condurre i propri passi in conseguenza a tanta animosità lì loro riservata, in quali modi ricercare la morte della loro interlocutrice a soddisfazione dell'offesa loro destinata. Un attacco verbale estremamente violento che, tuttavia, parve esprimere nelle proprie stesse formulazioni, nelle proprie tanto esplicite ragioni, esattamente quanto la stessa monarca di tutti i pirati in quei mari del sud avrebbe potuto apprezzare sentire rivolgersi, così come, in maniera invero imprevedibile, e certamente non prevista da parte della stessa Tahara, venne dichiarato in un suo improvviso e aperto sorriso, atto a dissipare completamente ogni cupa ombra precedentemente mostratasi sul suo volto, a espressione della sua contrarietà per quanto temuto, per quanto ritenuto da lei inizialmente specificato.
« Molto bene… » approvò la donna, a confermare verbalmente quanto già reso palese dalla propria espressione, in un sentimento estremamente diverso da quello vissuto solo pochi istanti prima « Direi che con questa tua presa di posizione hai appena dimostrato in maniera inequivocabile quanto tu sia perfetta per il ruolo che ti ho promesso, per il posto di comando che ti ho offerto. » annunciò con indubbia soddisfazione.
Per chi estraneo al carattere della regina di Rogautt, nel porsi in tal confronto vittima della sua semplice fama, della sua nomea, e, in ciò, di uno stereotipo comportamentale ancor prima che di un'effettiva confidenza con il suo effettivo spirito, il suo intimo animo, banale sarebbe lì stato esaltare le lodi della medesima sovrana al pensiero di come, in tutto il proprio discorso, in quel dialogo così sviluppatosi e conclusosi, da parte sua vi fosse stata solo la volontà di porre alla prova la propria interlocutrice, cercando di comprenderne la reale natura prima di permetterle di surgere a un ruolo tanto importante al suo servizio, un incarico al quale mai avrebbe voluto destinare qualcuno immeritevole, privo di reale possibilità di fiducia.
In verità, al di là di ogni falsa supposizione, le emozioni vissute da Nissa Bontor in quegli ultimi istanti si erano proposte assolutamente sincere nel proprio incedere, in un'evoluzione estremamente umana qual pur non tutti avrebbero potuto attribuirle in maniera tanto ovvia, nel porsi soggiogati dal suo carisma, dalla sua straordinaria forza che, molto spesso, la mostrava quale prossima a una sorta di entità sovrannaturale per quanto, personalmente, ella si impegnasse a ribadire, continuamente, la propria natura mortale, non volendo essere posta a su un piano equivalente a quello della sorella, della Figlia di Marr'Mahew, così come ella sembrava amare farsi chiamare. E proprio in conseguenza di tali umane emozioni, di sinceri sentimenti trasparentemente dimostrati non solo nelle proprie parole, ma ancor più sul proprio volto, nei propri occhi, ella aveva prima temuto l'eventualità di un tradimento da parte di colei che pur sperava di poter considerare qual amica, salvo, subito dopo, non poter fare altro che apprezzare, in lei, non solo un'inconfutabile onestà intellettuale, quant'anche una fermezza di posizioni e un'ammirevole fedeltà verso i propri ex-compagni e, piacevole a evidenziarsi, verso di lei, così come le sue ultime parole si erano impegnate a voler sottolineare, evidenziare al di là di ogni possibile dubbio.
« Accetta l'incarico, Tahara… » insistette con un sincero sorriso, ora tendendo, verso di lei, entrambe le proprie mani, in un gesto di saluto carico di fiducia verso di lei, quale quello che sarebbe potuto essere offerto solo a un amico intimo, a un fratello o a una sorella nelle mani del quale poter affidare la propria vita a e il proprio futuro « Accetta l'incarico e sii al mio fianco. Insieme ai tuoi compagni, insieme a chi tu desideri… ma, comunque, al mio fianco. »
sabato 12 novembre 2011
1396
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
Per giorni, addirittura e meritatamente settimane, la narrazione, ormai prossima all'epica, del terribile volo compiuto da Tahara, in quanto tale ella era, non Carsa Anloch, coinvolse l'attenzione di tutti l'equipaggio superstite della Mera Namile o, per lo meno, coloro sopravvissuti a quel drammatico giorno e alle conseguenze del medesimo, ancor prima della sua straordinaria vittoria contro un dragone di mare.
Nel triste censimento che seguì la fuga del dragone, in effetti, non si posero qual annoverati solo coloro che, loro malgrado, erano rimasti uccisi nel confronto con tale mostro, o coloro che, ancor peggio, si erano dispersi in mare in conseguenza delle azioni dello stesso, così come anche Tahara e altri superstiti avevano rischiato di essere destinati a finire: essi, certamente, furono i primi a essere conteggiati, ma a tale cifra dovette essere, presto e necessariamente, sommata un'ulteriore quota rappresentata da quella mezza dozzina di pavidi che, malgrado ogni sprone offerto loro da parte della regina di Rogautt e di tutti i pirati di quei mari, si erano mantenuti a debita distanza dallo scontro, nella speranza di potersi, in tale tattica, riservare occasione di salvezza. Verso simili traditori, Nissa Bontor non volle riservare alcuna pietade, non volle concedere loro neppure la scelta, pur forse giudicabile onorevole fra strapparsi la vita dal corpo con le proprie stesse mani o essere da lei condannati. Al contrario, ella volle provvedere personalmente alla loro eliminazione, dilaniandone le carni con il proprio tridente, aprendone i ventri quand'ancora coscienti e in grado di apprezzare l'orrore della propria fine, per poi scaraventarli fuoribordo, con l'augurio di riuscire a sopravvivere almeno il tempo necessario a permettere a qualche squalo di raggiungerli e di ripulire doverosamente le acque del mare dall'insulto rappresentato dalla loro stessa presenza.
« E che ciò possa servire da lezione non solo per voi, uomini e donne della Mera Nemile, della prima fra tutte le mie navi, prediletta sotto ogni aspetto… » aveva sancito al termine di tale condanna, levando il proprio tridente ancora grondante sangue e brandelli di viscere dalle proprie punte affilate « Se volete vivere da pirati, ricordatevi sempre che a me non dovrete soltanto le vostre vite, ma anche le vostre morti. E a coloro che non si dimostreranno animati da sufficiente fede in tal senso, alcun condono, alcuna amnistia, alcun perdono sarà mai concesso. » aveva definito, non lasciando animare le proprie stesse parole da un sentimento di rabbia, quanto, piuttosto, da una freddezza quasi disumana, con un distacco da ogni pur comune sentimento tale per cui impossibile sarebbe stato riconoscerla qual semplice donna e, soprattutto, tale per cui impossibile sarebbe stato riconoscere quelle parole qual pronunciate senza ragione, in maniera gratuita qual innocuo sfogo « A voi la scelta: vivere e morire per me… o morire per mano mia! »
Del crudele fato di quel drappello, tuttavia, alcuno a bordo del vascello ebbe particolare ragione per riservarsi occasione di rimpianto, per serbare tristezza nei loro riguardi, fosse anche rimembrandone malinconicamente la presenza a bordo nei giorni successivi. Un disinteresse più che consueto, ove tutt'altro che inedita avrebbe dovuto essere giudicata la posizione della donna, che pur, in tale occasione, si ritrovò a essere più che incentivato nel destinare il comune interesse verso un diverso argomento di chiacchiera, di confronto verbale, quale, propriamente, il volo di Tahara.
Indimenticabile, e indimenticata, si presentò infatti quella sequenza che pur, in origine, alcuna mente era stata in grado di elaborare con sufficiente chiarezza, proponendo in tal modo e finalmente l'immagine di lei che, precipitando violentemente verso il basso e, ancor più verso morte certa, aveva avuto sufficientemente controllo, sul proprio corpo, sulla propria mente e sul proprio cuore, tale da condurre le proprie braccia e le proprie mani, ancora grondanti dell'umor vitreo del dragone di mare accecato, e pur ancora strette attorno ai propri pugnali, a invocare occasione di contatto con le vele dell'albero di mezzana e, nella loro stoffa, a concederle speranza di sopravvivenza, lì aggrappandosi con tutte le proprie energie per frenare l'orrida caduta. E per quanto assurdo, improbabile o impossibile, avrebbe dovuto essere giudicato il quieto raggiungimento, da parte sua, della levigata superficie in legno del cassero, accanto al timore e all'indomito capitano Dorf che neppure per un istante era venuto meno al proprio ruolo in un frangente tanto pericoloso, ciò era avvenuto, mostrandola adagiarsi in tal punto con quella che sarebbe potuta essere giudicata la delicatezza di una piuma, ove confrontata con il pur tremendo impatto che, per lei, sarebbe dovuto essere proprio e che chiunque, necessariamente, era stato costretto a prevedere per lei.
Una serena conquista fisica, per lei, della posizione accanto a quella del capitano della nave, primo indiscusso riferimento a bordo della Mera Namile in assenza della regina a cui anch'egli avrebbe dovuto, e volentieri voluto, fare costante riferimento, alla quale, in maniera sicuramente meno straordinaria e meno imprevedibile, seguì anche un'equivalente conquista metaforica, dal momento in cui, venuto tragicamente meno il secondo in comando a bordo della nave, ruolo non meno importante e impegnativo rispetto a quello proprio del capitano stesso, una posizione vacante avrebbe dovuto essere lì identificata, e, in ciò, riconosciuta qual necessitante di una figura sufficientemente carismatica e capace da poter rimpiazzare almeno adeguatamente, o speranzosamente ancor meglio, l'assenza del vigoroso Ma'Grohu. Meno straordinaria e imprevedibile, tale ascesa da parte di Tahara a simile ruolo, rispetto per lo meno alla propria discesa dall'alto dei cieli, dal momento in cui, se pur ultima fra tutti a bordo della Mera Namile, almeno in termini temporali, dopo quanto accaduto, dopo la vittoria da lei sostanzialmente riportata nel confronto del dragone di mare, nonché ogni sua altra importante e protagonista azione in tale battaglia, nessuno avrebbe avuto, né ebbe, ragione di contrastare, soprattutto nella comune benedizione, in tal senso, in suo favore derivante tanto dalla stessa Nissa Bontor, prima ispiratrice di simile scelta, quant'anche dal capitano Dorf Le'Roul, colui che, comunque, attorno a simile questione avrebbe dovuto essere riconosciuto qual avente il diritto dell'ultima, importante parola.
« Io…?! Nissa… tutto ciò mi onora… ma… » tentò di opporsi la stessa Tahara, il giorno in cui tale decisione, valutata per quasi un'intera giornata, venne ufficialmente ratificata per voce del comandante, alla presenza della regina « … diamine… non voglio rischiare di dover ammazzare chiunque a bordo della nave solo per difendere il mio nuovo grado! » obiettò, nel sottintendere un pur ragionevole sentimento di gelosia da parte degli altri membri dell'equipaggio, che a simile scelta avrebbero potuto avere legittimi motivi di critica.
« Oh, ma non ti preoccupare che sarà effettivamente questo che dovrai affrontare nei prossimi giorni… se non nelle prossime ore! » sorrise la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco, scuotendo appena il capo a minimizzare tale questione, simile problematica « Credi forse che Ma'Grohu o Dorf siano giunti prima di te ai loro ruoli in grazia di una lunga e onorata carriera?! » ironizzò scuotendo il capo « Nel nostro mondo, un mondo vero e privo di ipocrisie e falsi privilegi, i ruoli si guadagnano con l'acciaio e con il sangue! Non con la paziente attesa del momento in cui il maestro deciderà di concedere il proprio posto al primo fra tutti i suoi allievi… »
« D'accordo. Ma… » cercò ancora di accampare scuse, quasi l'idea di tale ascesa al potere, e non solo a bordo di quella nave, quanto dell'intera Rogautt non la soddisfacesse realmente « … insomma… non ho neppur realmente abbandonato l'equipaggio della Knikei'R e mi stai invitando ad accogliere un ruolo di comando e di responsabilità sulla Mera Namile. »
« Sei una strana pirata, Tahara… ma probabilmente è proprio questa tua singolarità a renderti tanto speciale, tanto particolare! » commentò la sovrana, piegando il capo con fare sornione e indubbiamente divertito « La fedeltà che dimostri per un equipaggio di una piccola goletta all'interno dei confini della quale eri solo una comune pirata, al punto tale da suggerirti di rinunciare a questa occasione, su una fra le più grandi navi che abbiano mai solcato questi mari, ha un che di straordinariamente stolido… ma anche ammirevole! » proseguì, a esplicitazione del proprio giudizio « Ed è esattamente per questo che vorrei che la tua presenza a bordo della Mera Namile, e al mio fianco, avesse da considerarsi definitiva. »
« Ma… »
« Sei forse legata a qualcuno dei tuoi vecchi compagni? Vi è forse un uomo fra loro che ti sta a cuore?! » ipotizzò Nissa, cercando di intuire le concrete ragioni alla base di tanta ritrosia « Dimmelo, per Thyres… e al nostro ritorno in porto lo farò trasferire su questa nave, accanto a te. » le concesse, alzando le mani per cercare contatto con le spalle dell'interlocutrice « Per quanto mi riguarda, sono disposta a condurre qui l'intero equipaggio, affinché tu possa sentirti a tuo agio: come ben sai, dopotutto, in questo momento lo spazio non ci manca! » ammise, sincera nella propria proposta, in quell'idea « Ma rammenta… se rifiuti oggi quest'occasione, domani te ne pentirai. E quando ciò accadrà, sarà troppo tardi per tornare indietro! »
venerdì 11 novembre 2011
1395
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
Ma dove proprio la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio era stata la causa ispiratrice di quell'irrequietezza generale, di quel sentimento a cui Howe aveva semplicemente prestato voce, senza concreta responsabilità a tal riguardo, la medesima comprese, senza particolare difficoltà, di doversi considerare lì indispensabile allo scopo di restituire all'intera compagnia la serenità comunque necessaria per affrontare quel viaggio e per attendere senza isterie di sorta la pur imminente conclusione: non con indifferenza per la sorte di Carsa, così come mai vi era stata in quegli ultimi mesi, ma con controllata gestione dei propri sentimenti, delle proprie emozioni, a non voler, altresì, sostanzialmente riconoscere offensivo dubbio verso le capacità della stessa, verso le sue pur ammirevoli potenzialità.
« Comunque sia, credo sia giusto invitarvi a non farvi illusione di sorta sul mio attuale stato civile: le cose fra Be'Sihl e me non sono mai andate meglio rispetto a ora… » dichiarò, scegliendo, al contempo, di gettare il loro dialogo in pettegolezzo e di informarli in merito a tal piccolo segreto, sino a quel momento condiviso unicamente con Arasha e Seem, per ovvie ragioni, nonché con il proprio più affezionato mecenate in Kriarya, lord Brote, con il quale dalla morte della moglie del medesimo per mano dell'immancabile Nissa, si era permessa di instaurare un rapporto di amicizia più incisivo rispetto al loro comunque consueto e inalterato rapporto professionale.
« Oh… ah… eh?!... » si espresse Be'Wahr, non riuscendo a formulare una sentenza di maggior spessore, sorpreso e confuso dalle parole da lei appena pronunciate, soprattutto per il particolare genere di dialogo nel quale lui e Howe avevano avuto modo di cogliere i due impegnati, evidentemente riuscito nel proprio intento di lasciar intendere la coppia qual più non tale.
« Al di là della minimale capacità espressiva del mio non particolarmente acuto fratello, credo che quanto egli voglia intendere sia anche il mio stesso dubbio. » osservò lo shar'tiagho, intervenendo, con un lieve colpo di tosse imbarazzato, a esplicazione del non particolarmente significativo intervento del biondo « Per quanto debba ammettere di aver spesso fantasticato attorno alla tua figura, mia cara Midda, non ti avrei mai immaginata di vedute tanto aperte al punto da concedere al tuo presunto spasimante la possibilità di intrattenersi con altre donne in tua assenza… » scandì, salvo poi strabuzzare gli occhi con fare sorpreso « A meno che… tu non fossi lì effettivamente presente! » ipotizzò, concedendo alla propria voce una sufficiente ironia utile da far apparire quel suggerimento qual scherzoso, per quanto, probabilmente, indice di un'effettiva particolare idea estranea al comune concetto di monogamia.
Prima che, tuttavia, ella potesse prendere voce a dissipare qualunque fraintendimento attorno a tale questione, ovviando a nuove lussuriose elucubrazioni da parte dei propri interlocutori con lei qual protagonista, fu nuovamente il biondo a richiedere parola, per dar riprova di aver elaborato lentamente quanto da lei suggerito… ma averlo comunque elaborato.
« No… che idioti! » esclamò, sollevando la destra a battersi, delicatamente, la fronte quasi a ipotetica punizione per il proprio ritardo nella comprensione di quanto effettivamente accaduto « La descrizione della nuova amante del tuo amante era in realtà rivolta a descrivere la sua solita amante, cioè… »
« … Lohr… lo abbiamo perduto… » gemette Howe, volgendo gli occhi al cielo in quell'invocazione in favore di un intervento divino utile a concedere nuovamente quiete intellettuale al proprio compare.
« … cioè tu! » concluse Be'Wahr, non offrendo particolare peso alle parole dell'amico di sempre, di quel fratello di vita e d'arme, ancor prima che di sangue, più che abituato, ormai, ai suoi interventi sarcastici a proprio discapito, anche quando impegnato a esprimere un concetto ragionevole e corretto qual, in effetti, era il suo in quel momento « Stavate dissimulando la realtà dei fatti, dietro quel dialogo volutamente ambiguo e, in ciò, facilmente fraintendibile! »
« Non riesco a credere che tu sia riuscito a scandire una parola complessa qual "dissimulando" senza un aiuto esterno… » si finse grottescamente sorpreso lo shar'tiagho, probabilmente cercando, in tale offensiva a discapito del proprio camerata di ovviare al necessario imbarazzo che sarebbe dovuto per lui conseguire all'idea di quanto il biondo fosse riuscito ad arrivare a tale, trasparente, verità prima di lui.
« E' inutile che continui a stuzzicarmi… questa volta non starò al tuo gioco! » lo avvertì l'altro, scuotendo vigorosamente il capo « Anche perché ho ragione… non è vero, Midda?! »
« Oh, sì… assolutamente! » sorrise ella, come sempre divertita dai battibecchi fra i due compagni, che chiunque avrebbe potuto ritenere qual reciprocamente incompatibili nell'evidente contrapposizione di caratteri, fisici e psicologici, fra loro esistente, al punto da farli apparire qual antitetici, e pur, ne era consapevole, così legati l'uno all'altro al punto tale che chiunque fra loro avrebbe dato volentieri la vita per salvare quella dell'amico, del fratello.
« Niente fantasie orgiastiche, quindi?! » commentò Howe, ora indubbiamente faceto ancor prima che serio, e pur impegnandosi in un profondo sospiro tale da rendere evidente un'intima delusione per quella smentita, per il diniego offerto a quanto da lui prima suggerito « Peccato… anche perché, a questo punto, sono certo che anche la nostra Carsa avrebbe potuto esprimersi con favore in tal senso. Lo sai che ha sempre avuto una forte predilezione per te… »
Parole scherzose, quelle così pronunciate dallo shar'tiagho, e pur indubbiamente latrici di un'indubbia ragionevolezza, di un'effettiva veridicità, ove tutt'altro che celata, segreta, dissimulata avrebbe da sempre dovuto essere riconosciuta una viva ammirazione da parte della loro compagna assente nei confronti della Figlia di Marr'Mahew, ammirazione, la sua, resa ancor più intensa da una sua chiara preferenza sessuale in favore ad altre donne, tale da identificare, forse anche a livello inconscio, ancor prima che conscio, nella stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio un soggetto oggetto di troppe irrealizzabili brame. E proprio in quel pur naturale, pur consueto e tutt'altro che originale, sentimento non corrisposto, che avrebbe potuto lì essere rivolto indifferentemente verso un'altra donna piuttosto che, più comunemente, verso un uomo, senza alcun particolare rilievo assumere sulla base del caso specifico in questione, avrebbe dovuto essere rilevato un concreto fattore di pericolosità in quel suo rapporto con Carsa, così come già più volte, in passato, risultato evidente, trasparente, a dir poco letale. Volendo infatti a lei tendere e pur, rispettosamente, mai ricercando da parte della stessa una forzatura in tal senso, la mercenaria dalla pelle color della terra e dai lunghi capelli castani si era ritrovata a essere più volte carica di una forte emozione di risentimento nei suoi riguardi, al punto da spingersi in aperto conflitto con la propria amica, con la propria alleata, rendendola in ciò qual propria avversaria, qual propria nemica, e cercando, in tal modo, di somatizzare quanto, oggettivamente, avrebbe dovuto essere riconosciuta quale un frustrazione psicologica.
Ovviamente conscia di tale spiacevole situazione, e pur impossibilitata a suggerire qualsiasi ipotesi di risoluzione per la medesima che non prevedesse una sua qualche diversa relazione con la propria compagna, in una direzione che, senza offesa per le preferenze dell'altra, non l'aveva mai interessata, non l'aveva mai vista incuriosita o stuzzicata, neppur a livello meramente ludico, Midda Bontor non avrebbe potuto che limitarsi a sperare in una naturale conclusione di tutto ciò per un qualche futuro non troppo lontano, magari nell'incontro, per Carsa, di colei che avrebbe potuto offrirle la stessa complementarietà da lei recentemente ritrovata nel proprio rapporto con il buon Be'Sihl.
« L'unico genere di orgia che ha mai stimolato il mio interesse, mio caro Howe, ha da intendersi quel genere di orgia di acciaio e sangue abitualmente rintracciabile nel centro di un campo di battaglia… » volle chiarire, a sua volta con tono scherzoso, e pur animato, nella propria essenza, da un reale sentimento in tal senso, a simile riguardo, tale da non poter offrire spazio alcuno a fraintendimenti, ad ambiguità di interpretazione, nell'immaginare quanto ella avrebbe potuto voler dire ma non aveva detto « E, dopo tutti questi anni, dovresti averlo ormai compreso. »
« Oh… certo che l'ho compreso. » annuì l'uomo, ancora impegnandosi in un ulteriore sospiro giocoso a contorno, e conclusione, di quella questione « Quanto tu, invece, non sembri comprendere è l'incredibile sensualità di cui riesci già a essere protagonista in tal genere di orge, tale per cui umanamente impossibile è ovviare a fantasticare attorno a meno truculente alternative. » sorrise sornione verso di lei, non rinnegando quanto già asserito pocanzi, nel merito di un proprio personale impegno in tal senso « Ma, dopotutto, tu sei considerata la figlia della dea della guerra. Ed è giusto che ti mantenga fedele a tale ruolo… purtroppo per tutti noi, Carsa compresa! »
giovedì 10 novembre 2011
1394
Avventura
029 - Menzogna e fiducia
« Ma… io… » esitò lo shar'tiagho, nel cercare di valutare entro quali limiti avrebbe dovuto e potuto concedersi occasione di correggere l'erroneo tiro precedente, per lo meno nella volontà di escludere, da tale questione, la stessa interlocutrice lì involontariamente coinvolta « … in verità io non volevo dire che… »
« Oh, ma non ti preoccupare. » sorrise ella, per tutta risposta « Abbiamo tutti perfettamente compreso cosa tu volevi o non volevi dire… non è forse vero?! » puntualizzò, ricorrendo a un tono sufficientemente ambiguo, sornione, certo, ma anche freddo e distaccato, al punto da lasciar permanere una necessaria incertezza su quanto ella avrebbe o non avrebbe potuto a sua volta intendere, in quieto favore o in totale avversione rispetto al compare.
« In effetti… io… » cercò nuovamente di intervenire, deglutendo nel non riuscire ancora, malgrado il clima di cordiale complicità ormai esistente fra loro, malgrado l'amicizia che pur avrebbe potuto essere considerata qual esistente fra loro, a gestire adeguatamente il naturale timore per lui, e per chiunque altro, derivante dal confronto con gli occhi color ghiaccio dell'interlocutrice in questione « Oh… diamine! » sbuffò, nell'ammettere la propria sconfitta, così come definita trasparentemente da uno scoppio d'ilarità da parte del fratello.
« Vedo che ci siamo intesi. » si permise di ridacchiare anch'ella, lasciando trasparire come, da parte sua, solo giuoco avesse da essere inteso a suo discapito « Ora, però, bando alla ciance: consideriamo chiusa la faccenda e proseguiamo nel nostro cammino… o, per meglio dire, iniziamo il nostro cammino, dal momento in cui la strada è lunga e il tempo a nostra disposizione non è illimitato! » esortò, nell'invitare i propri compagni, e il proprio scudiero al suo seguito, a porsi finalmente in marcia.
Così, in un silenzio interrotto solamente da quiete risatine divertite da parte del biondo, il quale a tempo debito non avrebbe ovviato a ringraziare la compagna per quel suo intervento in proprio favore, il gruppetto si avviò in direzione della porta meridionale della città di Kriarya, quella più prossima alla loro posizione, procedendo in tal senso a piedi nel traffico della folla sempre presente all'interno delle vie dell'urbe, per poi, una volta usciti, una volta superate quelle alte mura geometriche, erette a imporre un dodecagono a difesa della capitale, montare a cavallo e offrire piena ragione alle parole della mercenaria, nell'avviarsi in quel loro viaggio verso sud, sospinti in tal senso dall'urgenza propria dell'attuazione puntuale di una ferrea tabella di marcia, una strategia stabilita nei più minimi particolari e, innanzi alla quale, alcun possibile ritardo sarebbe stato loro perdonato.
In verità, volendo esprimere una valutazione oggettiva nel merito della questione, per così come imposta loro dalle parole della mercenaria, il tempo ancora loro concesso prima di poter tardare all'appuntamento stabilito, all'unica possibilità di incontro concordata con Carsa diversi mesi prima, al momento in cui tutto era stato valutato in ogni propria possibilità di evoluzione, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual più che ampio, esteso, in quello che Midda Bontor aveva voluto imporre quale margine di sicurezza, per sé e per i propri compagni, al fine di non tradire le aspettative dell'audace sorella d'armi da lei inviata allo scopo di infiltrarsi nel cuore della capitale dei pirati, Rogautt, e ancor più nel cuore della sua sorella di sangue, sua gemella, Nissa. La Figlia di Marr'Mahew, in tal senso, era più che consapevole dell'enorme debito che aveva contratto nei riguardi della propria collega per quanto ella aveva accettato di compiere, un debito che non avrebbe dovuto essere giudicato di mera natura economica, sebbene anche in tal senso non avrebbe mancato di esprimerle la propria gratitudine in maniera adeguata, ma ancor più di natura personale, un vincolo d'onore che avrebbe definitivamente dissolto ogni possibile ambiguità fra sé e la propria compagnia, a volte alleata, altre avversaria, e pur, necessariamente, figura importante in quegli ultimi anni della sua esistenza. Un debito, un vincolo, un legame, quello che sapeva di aver già nei suoi riguardi, dov'anche la questione avrebbe dovuto essere ancora riconosciuta ben lontana dal potersi considerare conclusa, e che, in tal senso, non le avrebbe mai concesso opportunità di tardare all'appuntamento stabilito, non solo nella volontà di poter, alfine, concludere la questione troppo a lungo rimandata con la propria gemella, quant'anche, e ancor più, al fine di riscattare la libertà della propria compagna, concedendole in ciò opportunità di tornare a una vita, a un'esistenza dalla quale per molti, troppi mesi si era allontanata, solo per lei stessa, per garantirle quell'occasione, ora divenuta priorità, di arrestare la folle vendetta di Nissa nei suoi riguardi, e in contrasto a tutti coloro per lei cari, a lei vicini.
« Sono passati molti, troppi mesi dall'ultima volta che abbiamo… che hai avuto occasione di contatto con Carsa. » prese voce Howe, quasi avesse avuto modo di percepire le ragioni alla base della preoccupazione della loro compagna e committente, invero tutt'altro che di difficile intuizione in quel particolare contesto, nei limiti rappresentati dai termini della loro nuova avventura insieme « Hai timore che qualcosa di male possa esserle accaduto? Che il suo inganno possa essere stato scoperto e adeguatamente punito da parte di quella cagna della tua gemella? » questionò, offrendo spazio a quelli che, in effetti, erano timori, intimi pensieri, propri della ricercata interlocutrice, nel confronto con i quali ella era comunque solita offrirsi una sola, semplice risposta, non diversa da quella che, pertanto, anche allora gli riservò…
« E' una professionista. » sancì la donna guerriero, forse in ciò cercando di rassicurare più se stessa che il proprio interlocutore, il proprio compagno « L'abbiamo vista tutti all'opera e sappiamo di cosa è capace: se non desidera permettere ad alcuno di scoprire chi ella sia… alcuno potrà mai scoprirlo! »
« Tuttavia abbiamo anche veduto tutti all'opera Nissa… e non si può certamente dire che abbia da essere giudicata qual banale avversaria, comune antagonista priva di potenzialità e di potenzialità mortalmente offensive. » puntualizzò lo shar'tiagho, non nella volontà di contrastare l'opinione positiva della compagna, quanto, piuttosto, di non minimizzare la pur conscia gravità della situazione di Carsa, nei confronti della quale, in quegli ultimi mesi, avevano evitato di esprimere eccessivi timori forse più per non poterle in ciò augurare negativa sorte, per mere ragioni di superstizione, piuttosto che perché realmente inesistenti o da loro, prima di quel momento, neppur realmente considerati, presi in esame.
« In effetti… » si trovò concorde il biondo Be'Wahr, non potendo ovviare a intervenire in supporto del fratello in tal questione, ove del resto trasparente anche dei suoi pensieri e, probabilmente, persino di quelli del laconico Seem, che pur in quel momento non avrebbe certamente preso parola in aperta critica alla propria signora, al proprio cavaliere, a colei alla quale aveva giurato la propria fedeltà e indiscussa fiducia.
« In tutta la mia vita non ho mai commesso l'errore di sottovalutare un mio qualunque avversario, neppure quanto palesemente a me inferiore… » replicò Midda, storcendo le labbra verso il basso « Non crediate che sia mio desiderio iniziare a esprimermi ora in tal senso. »
« No… certamente no. » scosse il capo Howe, imitato in ciò dal compagno di una vita intera, a voler rassicurare l'interlocutrice in tal senso, per quanto, al contempo, tutt'altro che personalmente convinto nel merito delle questioni così troppo rapidamente liquidate, di quei dubbi che per la prima volta dall'inizio di tutto quello erano allora stati apertamente espressi.
Un nuovo intervallo di tacita riflessione coinvolse, pertanto, il gruppetto in moto verso meridione, verso la catena dei monti Rou'Farth e, oltre gli stessi, verso Tranith e verso quel particolare obiettivo che, tutti erano informati, avrebbero dovuto raggiungere entro la fine del mese di Pachma o al più tardi entro il decimo giorno del mese di Payapr, meta là dove, speranzosamente, ogni dubbio lì appena espresso avrebbe trovato modo di concedere ragione nei riguardi della Figlia di Marr'Mahew e nella fiducia da lei necessariamente espressa nel merito della capacità di Carsa anche in contrasto a una figura qual quella di Nissa Bontor, regina dei pirati e già responsabile di sin troppi lutti nella vita della propria gemella. Un silenzio carico di tensione, il loro, la quale avrebbe potuto essere umanamente giustificata, in quello stesso frangente, dalla volontà di sfogare simili emozioni, tali pensieri troppo a lungo rimandati quasi, infatti, sino a quel momento tutti loro avessero trattenuto il respiro a tal riguardo, nel timore che anche un semplice fiato avrebbe potuto compromettere l'esito di quell'iniziativa, e che solo allora, nel confronto con la promessa di un'imminente conclusione, nell'inizio di quel viaggio che avrebbe rappresentato la fine di quella storia, stavano riuscendo finalmente a trovar ragione d'esplodere prepotentemente in tutti loro, principalmente in Midda e, di riflesso, in chiunque altro attorno a lei.
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