11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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mercoledì 5 marzo 2014

2209


Che io non sia morta con l’angoscia di non riuscire a immaginare un futuro di libertà per il mio compagno, ritengo abbia a doversi considerare palese. In caso contrario, del resto, non sarei qui a poter scrivere queste mie testimonianze, a meno di non considerare l’eventualità di un mio intervento postumo nella questione, a fronte del quale, sinceramente, tutto questo rischierebbe di scadere in una sciocca operetta tutt’al più utile per intrattenersi in maniera priva d’ogni impegno attorno al fuoco la sera, allontanandosi drasticamente, totalmente, dall’idea di sincera, onesta e trasparente cronaca di vita vissuta, di eventi appartenenti, in tutto e per tutto, alla mia quotidianità.
Che il futuro di libertà per il mio compagno possa essere stato effettivamente conquistato, così come quali siano effettivamente state le dinamiche che, a tal obiettivo, hanno condotto, potrebbero avere, invece, a considerarsi dettagli meno immediati, meno palesi, l’evidenza dei quali, al contrario, è completamente a definirsi. In ciò, quindi, potrebbe essere mio interesse quello di giuocare con qualunque mio possibile lettore, e con qualunque mio possibile ascoltatore, instradando il discorso nel merito di simile evoluzione, di tale sviluppo, affinché si possa essere spinti a credere esattamente il contrario di quanto poi occorso, la morte del mio amato Be’Sihl in luogo alla sua salvezza, per poi riservarmi, a conclusione di tutto ciò, l’occasione di un ben poco imprevedibile colpo di scena atto a smentire quanto, in tutto ciò, in maniera necessariamente truffaldina, esposto. Ancora una volta, così facendo, l’unico rischio nel quale incapperei sarebbe quello di scadere nei termini propri di una banale operetta, scritta senza arte né parte da chi, del resto, come me, non ha a potersi riconoscere qual parte di questo mestiere, parte di questa professione, e che non bardo, né cantore, desidera del resto improvvisarsi essere, quanto e semplice cronista della propria stessa esistenza. Per simile ragione, pertanto, in quello che potrebbe addirittura essere considerato un impeto di originalità persino superiore a quello proprio di una diversa scelta, di un’altra, opposta opinione, permettetemi ora non soltanto di offrire una convinta rassicurazione sulla conclusiva riconquista della libertà perduta da parte del mio amato Be’Sihl, ma, addirittura, di introdurvi come, il proseguo naturale della vicenda che, sino a ora, è stata da me trattata, in questi miei diari, non sarà più presentata a opera della sottoscritta quanto, e addirittura, del medesimo Be’Sihl, il quale, in tal modo, potrà avere anche occasione di recuperare il tempo perduto e, fino a ora, rimasto fondamentalmente inedito non soltanto nel proprio approfondimento, quanto e ancor più persino nei propri sviluppi più superficiali.
Giacché, infatti, tutti gli eventi occorsi dal momento del nostro arrivo su Loicare, al momento del suo ricongiungimento con la sottoscritta, potrebbero da parte mia essere narrati soltanto entro i vincolanti confini propri di chi, determinati accadimenti, non ha vissuto in prima persona, limitandosi a sentirli narrare e a riportarli con parole proprie, con ogni esattezza e imprecisione derivanti dal caso; e giacché non ha mio desiderio quello di banalizzare l’apporto del mio compagno alla questione qual quello della più classica donzella in pericolo, in attesa dell’ardito incedere del proprio eroico cavaliere in scintillante armatura, votato al suo soccorso e alla sua salvezza, nel non ritenere Be’Sihl in nulla idoneo al ruolo della donzella, così come, del resto, nel non aver mai io indossato armature, né scintillanti, né opache; credo che nulla di più opportuno abbia a essere riconosciuto che questo passaggio di testimone fra me e lui, cosicché, almeno sino al termine di questa particolare vicenda, possa essere egli a illustrare gli eventi occorsi, le loro implicazioni e, soprattutto, i loro pregressi, senza che, in ciò, io possa erroneamente traviare il senso delle cose, con osservazioni che, proprie del mio personale punto di vista, potrebbero probabilmente inquinare in maniera significativa la trasmissione dei fatti, lasciandone influenzare l’intendimento anche e soltanto in mera conseguenza ai termini, i significanti da me, di volta in volta, individuati in tutto ciò qual i più adatti a trasmettere un determinato significato.
Per quanto mi concerne, nel mentre di tutto ciò, approfitterò per ricoprire a mia volta il medesimo ruolo di costruttiva critica che, sino a oggi, per quanto non lo abbia mai apertamente dichiarato, è stato proprio del mio amato al mio fianco, nel seguire con interesse, riga dopo riga, pagina dopo pagina, la stesura di questo manoscritto e, nel contempo dell’evolversi, dello svilupparsi del medesimo, intervenire con possibili consigli, eventuali suggerimenti che, non lo voglio nascondere, è stata mia premura, di volta in volta ignorare, al fine di non adulterare, in alcun modo, anche l’integrità stessa del resoconto che ho desiderato proporre. E, obiettivamente, non attendendomi da parte sua una reazione più collaborativa rispetto alla mia, ipotizzando, anzi, che egli stesso abbia a richiudersi in sé e nei propri pensieri in misura persino superiore rispetto a quella che può essere stata mia abitudine nel mentre di questa piccola impresa scrittoria; non mancherà di essere mia premura quella di offrirgli ogni attenzione, ogni consiglio, ogni correzione o, anche e soltanto, integrazione che da parte mia potrebbe spontaneamente sorgere a fronte di determinate asserzioni, nel giudicarle, alfine, né più, né meno, inevitabilmente faziose, soprattutto nel momento in cui si impegnassero a raffigurarmi qual una donna incredibilmente distratta, al punto tale dall’essere riuscita a smarrire il proprio compagno e da non averlo ritrovato per settimane, mesi addirittura, se non in grazia a un simile evento. Un evento qual quello, nel dettaglio, destinato a porlo spiacevolmente prigioniero di una pazza sadica… e a una pazza sadica in odore di negromanzia e stregoneria, qual, sola, Milah Rica Calahab non avrebbe dovuto essere dimenticata essere, almeno nel giudicarla, così come in quel momento sembravamo tutti concordi a fare, l’attuale ospite della regina Anmel Mal Toise. Che poi, obiettivamente, questo sia stato quanto è accaduto, seppur non completamente per mia colpa o per mia causa, la questione ha da intendersi qual sufficientemente retorica, fine a se stessa, qual retorico e fine a se stesso, del resto, potrebbe essere considerato, a prescindere, qualunque intervento mi concederò di sollevare in obiezione al lavoro di testimonianza nel quale si impegnerà, da qui in avanti, il mio più che paziente, e per questo non meno amato, compagno.
A Be’Sihl, quindi, l’onore, e l’onere, di rendere tutti partecipi degli eventi che condussero alla sua liberazione per così come occorsero. A Be’Sihl, ancora, la possibilità di descrivere non soltanto le proprie emozioni nel momento in cui ebbe nuovamente possibilità di rincontrarmi, in una prosa che mi attendo a dir poco epica e straordinariamente appassionante, ove nulla di meno, nulla di diverso, mai potrebbe essere. E sempre a Be’Sihl, infine, risolvere, nel mentre di ciò, anche molte delle questioni che, a oggi, nella mia narrazione, potrebbero essere apparse, volutamente, lacunose e, persino, rimaste irrisolte, quali, prima fra tutte, la sparizione della mia spada bastarda dal deposito giudiziario in cui l’avrei dovuta trovare e solo, qualcuno, non se ne fosse reimpossessato prima di me, approfittando del fatto che io, in tutto ciò, avessi a dovermi considerare dispersa fra le stelle, perduta nel cosmo, vittima all’interno di una struttura carceraria a una distanza tanto elevata da Loicare da non trovare neppure la possibilità di essere da me in alcun modo di tradurla in parole a me sufficientemente note, o, peggio, in unità di misura con le quali mi sarei saputa dire confidente.
E a tutti coloro che già si sarebbero dichiarati più che pronti a scommettere in favore di una scelta narrativa decisamente meno originale di questa, la sola risposta che potrei ora offrire sarebbe decisamente poco matura da riferire a margine di questa narrazione, in una perdita di stile tale per cui, mio malgrado, quanto sino a questo momento esposto potrebbe rischiare, a propria volta, di essere impropriamente considerato qual spiacevolmente compromesso nella propria importanza e nel proprio valore, quasi, da parte mia, tutto ciò non fosse stato considerato altro che una sorta di giuoco…
… non che, tuttavia, da parte mia questo impegno, pur onesto e sincero, abbia a potersi considerare contraddistinto da un qualche trascendentale valore tale da potermi, obiettivamente, impedire di concedermi una grassa, e sarcastica, risata alla faccia di ogni eventuale detrattore. Si ringrazi, pertanto, proprio la presenza di Be’Sihl al mio fianco, e il suo sguardo corrucciato a fronte di queste mie stesse, ultime parole, quasi a volermi supplicare, in tutto ciò, di non permettermi di introdurlo in maniera tanto becera, in modi che, ancor più che compromettere la passata narrazione, potrebbe far sorgere spiacevoli e pregiudizievoli preconcetti sulla narrazione ancor in divenire. La sua narrazione.

martedì 4 marzo 2014

2208


« Così sia… »

Con tali parole mi arresi. Semplicemente, forse in maniera del tutto insoddisfacente, e pur, forse e ancora, felicemente, null’altro desiderando al di fuori di quello, null’altro, per una volta tanto, ricercando al di fuori di quella sconfitta, di quella sconfitta nel confronto dei miei interlocutori, che in tutto ciò ebbero a ottenere il sopravvento, ebbero a ottener il proprio giusto trionfo nei miei confronti. E, in particolare, nei confronti del mio difficile carattere, di quello stesso carattere che, pur, allora, mi avrebbe costretto a correre via di lì, a cercare un momento di glorioso sacrificio in confronto ad Anmel pur di non affrontare le responsabilità derivanti da una relazione umana, la sfida derivante da una relazione umana, qual quella, in tutto ciò, garantitami, qual quella, in tal modo, da tutti loro difesa, e difesa strenuamente.
Una resa, la mia, per la quale immediatamente pregai, nel profondo del mio cuore, Thyres. A lei appellandomi, benché così straordinariamente distante dai mari suoi domini, affinché nulla, in conseguenza a tutto ciò, potesse influenzare negativamente il futuro di quegli uomini e di quelle donne, nulla potesse, all’indomani, costringermi a maledire me stessa per aver avallato, in tutto ciò, il loro sacrificio, ancora prima che fare di tutto per cercare di escluderlo, per tentare di ovviare all’eventualità del medesimo. A lei appellandomi affinché, da quella scelta, non potesse derivare, per me, ragione utile a maledire il mio stesso nome, e quanto compiuto, da lì sino alla fine dei tempi, e anche oltre, così come, necessariamente, non mi sarei risparmiata occasione di compiere nel momento in cui il fato si fosse dimostrato sì carogna, sì infame, da rendere tutto ciò qual l’ultimo fra i miei errori, negandomi, ancor più e ancor peggio, qualunque speranza di rimedio innanzi al medesimo.
Del resto, avendo già, mio malgrado, piena coscienza di quanto avrebbe potuto attendermi nell’abbracciare l’eventualità della fuga da loro, dell’allontanamento da quella nave e dal suo equipaggio, in uno scenario del tutto privo di qualunque speranza di salvezza tanto per loro, quanto per la mia anima; l’esplorazione di quell’alternativa, di quella possibilità di sviluppo per me sostanzialmente inedita, mai prima supposta qual possibile o auspicabile, avrebbe avuto a doversi riconoscere necessariamente qual la migliore opportunità da offrire ai miei compagni, ai miei amici, sia a coloro che, fra essi, già consideravo qual tali, sia a coloro che pur, ero consapevole, avrebbero potuto divenire tali se solo ci fosse stata concessa opportunità di trascorrere altro tempo insieme. In ciò, quindi, fra la certezza di un’assoluta disfatta e la speranza, pur remota, di una possibile vittoria, soltanto sciocca, soltanto vanamente ottusa, sarebbe stata una qualunque decisione volta a preferire la prima alla seconda, o, ancor più, a escludere completamente la seconda nel giudicarla, banalmente, qual comunque priva d’ogni speranza di realizzazione. Una stolidità che, ancor più, da parte mia avrebbe avuto a doversi considerare non soltanto inopportuna, ma addirittura incoerente, giacché, nel mio passato, nella mia avventurosa vita, molteplici, addirittura troppe, avrebbero avuto a doversi individuare le sfide da me affrontate, e vinte, nella consapevolezza di avere, forse, una sola possibilità a favore e un’infinità in opposizione, senza tuttavia, in tal senso, trovare razionale ragione di freno, non per me stessa, non in favore a coloro che, eventualmente, al mio fianco si stavano in ciò offrendo, di volta in volta.
Insomma… che mi piacesse o meno, quella avrebbe avuto a doversi considerare, sicuramente, la scelta migliore, l’alternativa più indicata. E prima fossi riuscita ad accettarlo, meglio sarebbe stato per me e per tutti coloro che, insieme a me, si stavano lì schierando pronti ad affrontare qualunque cosa sarebbe potuta accadere…

« Brava! » esclamò, con soddisfazione, Lys’sh, concedendosi persino un breve applauso di incoraggiamento a contorno di quelle mie parole che, per quanto avrebbero potuto addirittura essere considerate ambigue, nel non indicare, sostanzialmente, né una via, né quella opposta, non vennero in quel momento minimamente equivocate, anzi imponendosi, in tutto e per tutto, alla sua attenzione quali esatto manifesto di quanto avrebbe desiderato sentire da parte mia.
« Per un attimo mi hai fatta preoccupare… temevo tu potessi veramente decidere di lasciarci. » commentò Duva, non tardando a intervenire, sol di poco seguendo a Lys’sh con volontà atta a sdrammatizzare la sin troppo composta serietà di quel momento, nel confronto con la quale il clima generale avrebbe potuto apparire necessariamente compromesso, e compromesso in misura tale da sfavorire spiacevolmente il progresso della nostra azione, quanto di lì a breve avrebbe dovuto comunque vederci impegnate a porre in essere, nella nostra missione, in qualunque forma, con qualunque dinamica essa si sarebbe proposta.
« In effetti avevo deciso di lasciarvi… » puntualizzai, non concedendo a quel particolare di restare in sordina, di mantenersi ambiguo, quasi la mia precedente scelta fosse stata pressoché una sorta di gioco, avesse avuto a doversi considerare sostanzialmente priva di qualunque intrinseco valore, così come, invece, non avrebbe avuto a doversi fraintendere… non, per lo meno, dal mio personale punto di vista « Ma voi mi state ricattando moralmente… e quindi, che possa piacermi o meno, eccomi qui. »
« Ricatto morale… che parolone! » ridacchiò la mia amica, scuotendo il capo « Sarebbe stato un ricatto morale se ci fossimo buttate a terra a piangere picchiando i pugni sul pavimento… ma così è stato, banalmente, un aiuto a cogliere le cose da una diversa, e più puntuale, prospettiva. » tentò di argomentare, a propria difesa, a tutela del loro operato, per così come appena condotto a termine.

Per quanto, a quella nuova definizione, avrebbe avuto a doversi associare un più corretto termine di capricci infantili, non desiderando permettere alla questione di offrirmi il tormento da lì alle ultime ore che mi sarebbero ancora state concesse da vivere, scelsi di ignorare quella nuova provocazione, trascurando l’opportunità di replicare in favore di un più misurato, e maturo, silenzio, dietro il quale tacere, allora, non soltanto le mie ragioni, ma, ancor più, eventuali miei rimproveri nel merito di quella loro particolare scelta strategica a mio discapito. Avendo, del resto, ormai scelto di restare a far parte di quell’equipaggio, soltanto futile distrazione avrebbe avuto a doversi riconoscere qualunque genere di deviazione rispetto a quello che, allora, avrebbe avuto a doversi considerare il nostro primo e unico scopo, nuovo obiettivo alla base non soltanto di quell’incontro, ma, ancor più, di quanto da quell’incontro sarebbe necessariamente succeduto.
Un obiettivo che, nella fattispecie, non avrei dovuto permettermi occasione di dimenticare quanto, allora, non avrebbe avuto a dover semplicemente prevedere l’abbattimento di Anmel Mal Toise, e, in conseguenza, con essa, della sua ospite, Milah Rica Calahab; quant’anche, e non minoritaria, la liberazione del mio amato Be’Sihl, e del mio meno amato marito, i quali, in quel contesto, in quel frangente, ormai, avrebbero avuto a doversi considerare quali meri, e pur da me apprezzabili, effetti collaterali dell’obbligato assalto alla torre. Effetti collaterali al confronto con i quali, non fosse stata concessa a me opportunità di poter godere dei quali, sicuramente avrebbe avuto a dover essere considerata mia premura, mio interesse, quello di garantire, comunque, una comune consapevolezza d’urgenza, d’importanza a tal riguardo, affinché altri, eventualmente, potessero continuare in mio nome o, peggio, in mia memoria anche su tale fronte, oltre che, ovviamente, su quello titolare di tanto interesse, di tanta attenzione, di tanto lavoro.

« Se tanto ti piace giocare con la prospettiva, voglio sperare che, quantomeno, e a prescindere dall’esito del nostro attacco, potrà essere premura del tuo sguardo quello di non trascurare, o, peggio, dimenticare, quanto in questo affare non sarete mai soli… soprattutto se, in mia eventuale, e pur tragica, sostituzione non mancherete di introdurre il mio amato locandiere o, persino, il suo inquilino… il suo parassita: Desmair.  » sancii, pertanto, nel ricondurre immediatamente il discorso sotto quell’aspetto nella misura in cui, comunque, non avrei saputo definire per quanto ancora vi sarebbe stata possibilità di indolenza prima dell’azione, di confronto prima dell’attuazione del piano e, con esso, della speranzosa liberazione del mio compagno, sia che io fossi sopravvissuta a tutto quello, o meno « Ti prego… non farmi morire con l’angoscia di non riuscire a immaginare un futuro di libertà per il mio compagno! »

lunedì 3 marzo 2014

2207


Per la seconda volta in un brevissimo intervallo di tempo, le parole del capitano si imposero sulla mia mente, alla mia attenzione, con molta più forza, con molta più prepotenza di quanta egli non avrebbe potuto ipotizzare o presumere, pur avendo sicuramente scandito quanto appena dichiarato all’unico scopo di pretendere, da parte mia, tutta la dovuta attenzione del caso.
Egli, infatti, con quell’ultimo intervento fu capace di andare a colpire un’area particolarmente scoperta e sensibile della mia sfera emotiva, rievocando nella mia mente le immagini di un passato che, se su un fronte sarei stata ben lieta di dimenticare, sul fronte opposto non avrei mai voluto, né dovuto, obliare, affinché mi fosse d’insegnamento, mi potesse essere di soccorso in momenti qual quello, in cui, sciaguratamente, da una mia scelta sbagliata avrebbe potuto derivare un nuovo carico di violenza, morte e necessità di vendetta eguale, o persino superiore, a quello che già gravava pesantemente sul mio cuore, sulla mia mente e sul mio animo. Perché, purtroppo, più di vent’anni prima rispetto a quella nuova occasione, a quel nuovo scenario, mi ero già trovata a confronto con dinamiche e scelte che avrebbero potuto essere considerate sufficientemente equivalenti a quella allora in corso, a quelle allora in atto, e, per quanto difficilmente, per carattere, tenda a rimpiangere scelte compiute, non saprei definire quanto effettivamente corretta e difendibile, con il senno del poi, avrebbe avuto a doversi riconoscere la mia decisione, soprattutto a confronto con la purtroppo totale mancanza di reali risultati che, da essa, ebbe a derivare. Non, quantomeno, nei limiti di quello che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il mio primo, principale e fondamentalmente unico scopo in tutto ciò.
Quando infatti, nell’inseguire la propria brama di vendetta contro di me, per il tradimento che aveva avvertito esserle stato imposto nel giorno in cui, ancora bambine, io lasciai la dimora della mia famiglia per imbarcarmi, clandestina, a bordo di una nave mercantile e, in tal modo, per inseguire i miei sogni di avventure, di mirabolanti imprese in giro per il mondo, sogno che, obiettivamente, mai ho smesso di ricercare e di ricercare con tutte le mie energie; Nissa Bontor, la mia gemella, allor già divenuta capitano di una ciurma di pirati, scelta di vita da lei compiuta che, nei lustri successivi, la condusse sino al ruolo di regina di tutti i pirati dei mari del sud, mi interdì l’accesso al mare… al “suo” mare, così come volle considerarlo, pena la sistematica strage di tutti coloro che a me si sarebbero osati avvicinare, a partire dall’equipaggio della mia nave e, con esso, a partire da Salge Tresand, il mio primo compagno, il mio primo amore; allorché concedere allo stesso Salge e a tutti i miei compagni di combattere, e di combattere al mio fianco per la propria vita, io scelsi di arrendermi e, arrendendomi, di esiliarmi perennemente dal mare che pur tanto avevo da sempre amato, avendo imparato a nuotare ancor prima che a camminare, convinta, in tal modo, che attraverso il mio personale sacrificio, la mia rinuncia a tutto ciò che, sino ad allora, per me era stata vita, di poter preservare l’incolumità di tutti gli altri. Un’incolumità, purtroppo, che non ebbe in alcun modo a essere comunque preservata, laddove la minaccia in tal modo rappresentata da Nissa ebbe a gravare su di loro per gli anni a venire, per i lustri a venire, tanto da riuscire a riproporsi, puntuale e terrificante, a dieci anni di distanza, ritrovando proprio il mio amato Salge, e non solo, vittima designata di un odio che non aveva ascoltato ragione alcuna di prescrizione, e che, anzi, nel corso del tempo si era soltanto rafforzato, consolidato, quasi dimentico persino delle proprie ragioni nell’essere alimentato autonomamente da se stesso, e dalla propria folle persistenza.
Salge Tresand, e con lui altre straordinarie figure purtroppo ormai soltanto proprie del mio passato, avevano così pagato a costo della propria vita il prezzo della mia scelta, il costo intrinseco nella mia decisione volta a tentare di affrontare sola tutto quello, volta a cercare di gestire singolarmente una situazione, obiettivamente, più amplia rispetto a me e a quanto, mai, io avrei potuto essere in grado di gestire. E Nissa, con la propria letale minaccia, aveva proiettato per decenni, addirittura, la propria ombra su di me e su tutti loro senza avere nulla da temere, senza avere la benché minima ragione di preoccupazione per il proprio domani, un domani che, anzi, aveva coltivato giorno dopo giorno con risultati persino ammirevoli, nel riuscire, come sopra accennato, a fondare un vero e proprio regno imponendo un forte ordine costituito là dove prima vigeva soltanto anarchia, e nel riuscire, anche, a vivere la propria vita in ogni singola esperienza mai avrebbe potuto desiderare, creandosi, persino, una propria famiglia, generando dei propri figli e, in ciò, assicurandosi quell’unica, reale speranza di immortalità a cui, qualunque mortale, potrebbe mai offrire reale riferimento.
In che modo, in tale situazione, in un simile quadro d’insieme, Nissa era caduta?!
Ella era caduta, aveva incontrato la fine del proprio sogno e della propria vita, nel giorno in cui, pur all’apice del proprio potere, della propria forza, in un insano patto di alleanza con Anmel Mal Toise, si era ritrovata a confronto non tanto con una sola, singola avversaria, qual pur, io, avrei obiettivamente dovuto essere riconosciuta, al di là di tutta la mia pur affascinante e straordinaria fama, ma con una schiera compatta di avversari, una squadra, un esercito addirittura, costituito per effetto di una decisione antitetica a quella che, vent’anni prima, avevo compiuto e che, vent’anni prima, le aveva garantito l’opportunità di dare origine al proprio dominio di dolore, di sangue e di morte. Perché, per sconfiggere Nissa, quanto avevo compiuto era stato riunire attorno a me tutte le persone a me care, tutti i miei amici, tutti i miei alleati, e tutti i loro amici e alleati, e, persino, alcuni miei trascorsi avversari, per combattere coesi contro di lei, in una sfida che, forse, ci avrebbe potuto alfine ritrovare sconfitti ma che, pur, ad alcuno avrebbe negato occasione utile a combattere per la propria vita, e per il proprio diritto alla vita.
Ancora una volta, quindi, mi stavo ritrovando posta a confronto con il medesimo problema, con la medesima situazione. E, soltanto nelle parole di Lange Rolamo, ebbi occasione di rendermi conto di quanto, in tutto ciò, null’altro stavo per compiere che non il ricadere, nuovamente, nei medesimi errori, nello stesso, identico sbaglio strategico che, tanto, e mai troppo, tempo addietro era costato la vita a molte persone a me care, persone che, in conseguenza alla mia decisione di isolarmi da tutto e da tutti, di ripudiare qualunque legame e qualunque affetto, non si erano viste salvate, quanto e piuttosto condannate a morire sole.
Possibile che, dopo vent’anni, fossi ancor pronta a ripetere il medesimo sbaglio, vanificando in maniera a dir poco stolida, quanto sino a quel momento avessi mai conquistato? Possibile che una vita intera, spesa a rinunciare a ogni legame per ovviare al dolore e alla sofferenza che, per questi, sarebbe mai potuto derivare, non mi avesse realmente insegnato nulla?!

« … Bontor?! » insistette Lange, osservandomi con fermezza e con fermezza attendendosi da me una qualche replica, utile a chiudere, allora, la questione, in una direzione oppure nell’altra, giacché, qualunque fosse stata la mia scelta, necessariamente, sarebbe dovuta essere quella definitiva, innanzi alla quale alcuna ulteriore possibilità di ritorno non mi avrebbe potuto, purtroppo, essere concessa.

Per un istante, così richiamata, socchiusi gli occhi, a concedermi la possibilità di ripassare, mentalmente, intimamente, i volti di tutti coloro che avevano avuto un qualche ruolo nella mia esistenza, di tutti coloro che, in una misura o nell’altra, avevo amato e, successivamente, avevo perduto… e avevo perduto, innanzitutto, perché non ero stata sufficientemente decisa a restare al loro fianco, a combattere al loro fianco, insieme a loro, per loro, contro ogni minaccia che avrebbe potuto essere loro riservata, limitandomi, purtroppo e colpevolmente, ad allontanarmi, a escludermi dalle loro vite come, se così facendo, mi sarebbe stata comunque offerta possibilità di salvaguardarli, di esorcizzare da loro ogni avversità, ogni pericolo, così come, sciaguratamente, ciò non era poi stato.
E nel ritrovarmi a contemplare i visi di molte, di troppe persone amiche, fratelli e sorelle di vita l’affetto e l’amore delle quali mi ero negata in solo ascolto alla mia stolidità, alla mia stupida convinzione che, per tutte loro, la cosa migliore sarebbe stata proseguire le proprie esistenze senza di me, compresi quanto, allora, la scelta che mi stava venendo, ancora una volta, chiesto di compiere avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente obbligata…

domenica 2 marzo 2014

2206


Un momento di silenzio seguì quelle mie parole. Un momento che, da parte mia, venne riconosciuto qual utile, al capitano e al suo equipaggio, per poter elaborare quanto da me in tal modo appena dichiarato e per poter trarre, da esse, le dovute conseguenze, i necessari risultati, affinché errati pensieri nel merito di quanto avrebbero allora potuto o dovuto compiere potessero essere definitivamente esclusi e potessero spingere il gruppo a partire al più presto da lì, ad abbandonare quanto prima non soltanto quell’area, ma, addirittura, quell’intero angolo di cosmo, al fine di riservarsi una qualche, pur minima, forse e persino soltanto illusoria, speranza di salvezza… malgrado tutto.
Ma se tale avrebbe avuto a dover essere inteso il mio proposito, se tale avrebbe avuto a dover essere considerato lo scopo, l’obiettivo alla base del mio impegno e della mia speranza, ben diverso ebbe a dimostrarsi, alfine, il risultato che fui in grado di conseguire. Un risultato che, all’atto pratico, ebbe persino ragione di deludermi, e di deludermi clamorosamente, nella più assoluta mancanza di qualsivoglia possibilità di successo, così come, fra tutti, ebbe a evidenziare colui che alcuno avrebbe mai atteso qual allora bramoso di prendere voce e che, proprio intervenendo in tutto ciò, riuscì più di chiunque altro a rendere chiaro quanto, da parte mia, non avrei potuto riservarmi la benché minima speranza di successo nel perseguire lo scopo di liberarmi di loro, che ciò potesse piacermi oppure no.

« … quindi neanche da te? » domandò, quasi timidamente, Ragazzo, attirando a sé involontariamente, in ciò, l’attenzione di tutti, nel porsi, proprio malgrado, al centro della scena, così come non avrebbe potuto pretendere di essere neppure nel momento in cui si fosse completamente denudato innanzi ai nostri sguardi e avesse iniziato a correre per l’intera area allestita a mensa gridando come un forsennato.
« Come…?! » chiesi, per tutta replica, per un istante sorpresa dall’audacia di quell’interrogativo ancor più che dall’interrogativo stesso, non attendendomi, francamente, una simile possibilità di evoluzione, nell’aver previsto eventualità di intervento sostanzialmente da chiunque, persino da Rula, ma non di certo da Ragazzo… senza, in ciò, voler imporre alcun genere di pregiudizio a suo discapito.
« Dici che Anmel non può essere sconfitta da alcuno a bordo di questa nave… quindi neanche da te? » insistette, dopo essere rimasto solo per un istante incerto fra proseguire per quella strada o, piuttosto, lasciar cadere il discorso nel nulla, facendo finta, in ciò, di non aver mai preso parola o, forse e persino, di non essere mai neppure esistito a bordo della nave, in maniera tale da non aver mai avuto neppure la possibilità di commettere quello che, se fosse intervenuto nel momento sbagliato, temeva, non lo avrebbe potuto condurre ad alcun genere di apprezzamento collettivo.

E se, nel prendere comunque e insistentemente voce verso di me, Ragazzo volle dimostrare il coraggio della propria scelta, della propria iniziativa, a discapito di qualunque obiezione, in tal senso, quindi, non intervenendo perché animato dalla consapevolezza di poter raccogliere facili consensi, di poter ottenere, senza impegno, senza sforzo alcuno, approvazione generale da parte di coloro lì riuniti; simile coraggio, nonché la premura da lui altrettanto evidentemente posta in tale questione, in quell’intervento a mio indirizzo, ebbe ragione di essere premiata, e premiata nell’effettiva, e mai retorica, approvazione dello stesso Lange Rolamo, il quale, annuendo a quelle sue parole, innanzi a esse volle concedersi occasione di proseguo, a dimostrazione di quanto, comunque, persino il più giovane membro del suo equipaggio, persino quel semplice mozzo, avesse inteso alla perfezione la situazione, lo scenario per così come prospettato, da me e, soprattutto, per me.

« Risponda, Bontor… la prego. » mi invitò, quindi, non volendomi concedere facile opportunità di disimpegno da quell’interrogativo, da quella questione, nel confronto con la quale, mio malgrado, qualunque ulteriore analisi volta a escludere ogni possibilità di intervento da parte dell’equipaggio della Kasta Hamina lì riunito innanzi a me, sarebbe necessariamente apparsa una spiacevole critica alle loro possibilità, nonché un’offesa alla loro volontà, aggravata, ove possibile, dal ritrovarmi in tal modo priva di qualunque reale motivazione a sostegno di simile esclusione « In quale misura un qualche sua azione in solitario, in contrasto a una creatura tanto potente e distruttiva, potrebbe riservarsi una benché minima speranza di successo diversa o superiore a quella che noi altri potremmo sperare di incontrare…?! »
« In alcuna misura. » ammisi, storcendo appena le labbra e non potendo ovviare a uno sguardo di rimprovero a discapito del povero Ragazzo, proprio malgrado colpevole, in tutto ciò, di avermi posta in imbarazzo innanzi al capitano e a tutti quanti « Ma… permettetemi di insistere… non è un vostro problema! Non è la vostra guerra… e non deve divenire, questa, la vostra battaglia! »
« Non sarà la nostra guerra… » chiese o, meglio, pretese parola Lys’sh, dimostrando insofferenza a restare ancora seduta come era rimasta sino a quel momento, nel rialzarsi dalla propria seggiola per, in tal modo, ottenere anche occasione di rivolgersi a me guardandomi dritta negli occhi, e non da un diverso livello, da un’altezza inferiore alla mia « … ma neppure quella contro Nero era la tua. E questo non ti ha impedito di intervenire, di salvarmi quando ne ho avuto bisogno, e di essere accanto a me al momento della sfida finale… non per combattere in mia vece, ma, quantomeno, per essere pronta, all’occorrenza, a vendicare la mia morte ove questa fosse occorsa. » ricordò, rievocando eventi propri di quello stesso recente passato nel corso del quale, per la prima volta, il suo cammino aveva intersecato quello di Duva e mio, dando origine all’amicizia, ancor giovane, ancor fresca, e pur, già, solida, concreta, reale e sincera, che ci aveva viste unite, che ci aveva trovate immediatamente accomunate da una straordinaria affinità elettiva, qual improbabilmente alcuna di noi avrebbe potuto sperare di incontrare con tanta complicità della sorte, del caso, del destino nella propria esistenza.
« Lys’sh… » esitai, non sapendo cosa poterle replicare, qual risposta a una simile presa di posizione « E’ una questione diversa… è un’avversaria diversa… »
« Nero è un genocida. Ha sterminato, in una sola notte, oltre cinquecentomila persone… e soltanto perché contraddistinte da un retaggio di sangue diverso da quello da lui considerabile qual apprezzabile. » le si affiancò Duva, a sua volta levandosi in piedi per dimostrare maggiore vicinanza alla nostra comune compagna e amica, che pur, nelle parole che avevo appena scandito, avrebbe potuto avere ragione di poter esigere vendetta a mio discapito, nell’involontaria banalizzazione che avevo appena destinato a quella che avrebbe avuto a doversi considerare la sua guerra personale, guerra alla quale, pur, avevo più o meno direttamente contribuito a porre estemporanea fine, nella sconfitta del soggetto in questione « Non ho ancora avuto la sfortuna di confrontarmi con questa Anmel, ma, per quanto mi riguarda, un uomo capace di distruggere, in una sola notte, un’intera colonia popolata da gente pacifica, non si discosta poi molto dalla definizione che hai appena fornito di questa tua nemesi… »
« … Duva, per carità… » la supplicai, scuotendo il capo con incedere sconsolato, nel rendermi conto di quanto, purtroppo, nulla di quanto stessi provando a suggerire si stava allor minimamente dimostrando utile a scoraggiare l’incedere del gruppo, al contrario, paradossalmente, persino motivandoli ancor più di quanto non avrebbero avuto ragione di dirsi inizialmente.
« Che lo voglia o meno, Bontor, non fuggiremo da questa battaglia, non ci sottrarremo a essa con il rischio di trascorrere il resto delle nostre esistenze braccati da un nemico del quale neppur ci sta venendo fornita piena possibilità di comprensione, di conoscenza… » concluse Lange, imponendosi nuovamente al di sopra di ogni chiacchiera e tornando, in ciò, a rivolgersi al mio indirizzo, con parole che, ancora una volta, furono inconsapevolmente capace di colpirmi in misura maggiore rispetto a quanto egli non avrebbe mai potuto sperare di ottenere « … quindi ora si domandi: preferisce veramente proseguire sola nel proprio cammino verso morte certa, qual lei stessa ha prospettato innanzi a sé, oppure desidera tornare a essere parte di questo equipaggio, e combattere accanto a noi, con noi e per noi, questa battaglia?! »

sabato 1 marzo 2014

2205


« E, in tutto questo, non credo di aver da giustificarmi con lei, Bontor, sulle scelte che possa desiderare porre in essere per garantire l’incolumità del mio equipaggio. Anche a costo, fra attendere passivamente di divenire vittime di un qualche attentato e, al contrario, prendere attivamente in mano l’iniziativa d’azione, di mettere io stesso in dubbio il nostro domani… » incalzò, escludendo in tal modo, categoricamente, qualunque mia eventuale possibilità di parola a margine di quel discorso, di quell’intervento, per così come, allora, non avrei potuto avere diritto a offrire, soprattutto nel confronto con il proclama da me pocanzi scandito, proclama che, necessariamente e indipendentemente, mi aveva escluso da ogni possibilità di intervento in qualunque decisione propria del capitano o dell’equipaggio della Kasta Hamina « … giacché, se si deve aver a morire, che si muoia con le armi in mano, allorché sgozzati nell’imperdonabile inconsapevolezza del sonno. »

Fu allora che, per la prima volta, ebbi ragione di comprendere le motivazioni che potevano aver spinto una donna come Duva Nebiria a innamorarsi di un uomo apparentemente a lei opposto sotto ogni punto di vista, sotto ogni profilo, caratteriale e comportamentale.
Perché, al di là di quanto la sua storia personale mi fosse stata per tempo presentata, al di là di quanto le vicende proprie del loro stesso incontro mi fossero state illustrate ancor prima che, effettivamente, concretamente, mi potesse essere concessa la possibilità di incrociare, per la prima volta, il mio cammino con quello di quell’uomo, in tutto ciò più che informata nel merito del suo passato, dei suoi trascorsi e, con essi, della sua forza, d’animo così come fisica, tale da non dover fraintendere, dietro quell’apparenza austera, e quell’approccio riflessivo, una qualche indolenza all’azione, un qualche rifiuto innanzi alla guerra come talvolta unica e obbligata via di risoluzione di un conflitto; nel momento in cui lo avevo poi incontrato, lo avevo poi conosciuto, mi ero concessa fondamentale occasione di ingenua superficialità nei suoi riguardi, finendo con arrivare, stolidamente, a trascurare il valore proprio di quell’uomo, un valore che, obiettivamente, non avrebbe tuttavia dovuto essere banalizzato. Non, soprattutto, nel non voler ignorare quanto, a prescindere dal fallimento del loro matrimonio, egli fosse stato in grado di conquistare una donna come Duva Nebiria, a me tanto simile, a me quasi gemella a livello spirituale ancor prima che fisico, e, in quanto tale, di certo tutt’altro che di semplici gusti, di facile possibilità di appagamento nel confronto con le caratteristiche proprie dei suoi compagni di vita… e, a maggior ragione, di un proprio marito.
Al di là di una decina d’anni in più, così come di una folta barba volta a rendere, se possibile, ancor più maturo quel viso, nel privarlo di qualunque ricordo di fanciullezza, di giovinezza, in quella reazione, in quello sprone alla battaglia, non gratuita, non priva di significato, allor soltanto animata dalla fiera volontà di difendere i valori nei quali egli fermamente credeva, e per i quali sarebbe stato pronto a sacrificare la propria stessa esistenza, non, tuttavia, banalmente immolandosi qual ostia sacrificale per l’olocausto offerto sull’ara di un empio dio, quanto e piuttosto, e così come appena rivendicato, combattendo… e combattendo con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, sino a quando ancora ne avesse avute, ancora vita fosse rimasta ad animare le sue membra; in quel momento, in Lange Rolamo riconobbi una parte dello stesso animo del mio amato Be’Sihl, quella stessa parte ignota ai più, sconosciuta alla maggior parte di coloro che pur lo avevano frequentato a lungo, sebbene con superficialità, e che, coniugandosi in maniera paradossale e, al contempo, pur naturale, con l’altra parte del suo spirito, lo rendeva lo straordinario individuo che pur era, e che pur, sempre e comunque, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto essere. Lo stesso straordinario individuo, del resto, di cui, seppur dopo quindici lunghi anni di attesa, o, quantomeno tali da parte sua, io avevo compreso essermi innamorata, al punto tale di non essere più in gradi di concepire la mia quotidianità senza la consapevolezza di quel rapporto, di quell’unione, alla quale non avrei sostituito alcuna altra, altri non desiderando al di fuori di lui.

« Capitano… io non credo che tu abbia ben compreso con quale potere ti ritroverai a confronto, quale devastante forza avrai a sfidare. » tentai di ricondurlo alla ragionevolezza, benché, dentro di me, fosse già purtroppo più che chiaro quanto, da parte sua, la decisione avrebbe avuto a doversi considerare presa e per alcuna ragione al modo sarebbe tornato indietro, per alcuna ragione al modo si sarebbe ritratto innanzi a tutto ciò « In tal caso, se solo ti fosse chiaro, l’unica scelta alla quale ambiresti sarebbe quella volta a scaricarmi, quanto prima, sul pianeta e a spingere i motori della tua nave al massimo della loro potenza, per allontanarti da questo angolo di universo e non farvi più ritorno. » lo esortai, non desiderando più ricercare una qualche occasione di polemica nei suoi riguardi ma, soltanto, riuscire ad affrontare quel problema, quella questione, in maniera più razionale e moderata possibile, preoccupandomi, semplicemente e soltanto della sopravvivenza di coloro ai quali pur, in quella stanza, stavo iniziando ad affezionarmi, chi più, chi meno.
« Ho affrontato molte sfide a oggi… ho combattuto contro molti avverarsi per tutto il corso della mia vita… ma nessuno si è mai dimostrato pari ad Anmel Mal Toise. Poiché ella non è semplicemente un nemico, non è banalmente un antagonista da affrontare e da poter vincere, o contro il quale rischiare di perdere e morire, quanto, e peggio, la morte incarnata, il principio stesso della fine di tutto, della distruzione, dell’annichilimento totale. » tentai di spiegare, non sapendo, tuttavia, neppure io come poter esprimere con precisione un concetto tanto vasto, e tanto sconvolgente, nel confronto con il quale, sino ad allora, mi ero sempre impegnata a non riflettere eccessivamente, al fine di ovviare al rischio di lasciarmi conquistare dal timore, dal terrore, e, in ciò, di non essere più in grado di proseguire, di non essere più in grado di avanzare nella mia personale lotta in sfida a una tale figura « Un tempo Anmel Mal Toise era umana… ma, nell’inseguire la propria folle bramosia di dominio, e di dominio globale, ha prevaricato persino i confini stessi dell’umanità, non qual semplice negromante o strega, non qual amante di un dio minore, quanto e piuttosto accettando di essere alfiere di un potere primordiale, di un principio primigenio ben oltre ogni propria possibile capacità di concezione e controllo… un principio di morte. E di morte universale. »

Malgrado non fossi più formalmente parte di quel gruppo, tutti mi prestarono ascolto, capitano compreso, non distogliendo l’attenzione da me e dalle mie parole, dalla mia voce, nel cercare di comprendere in quale misura tutto ciò avesse a potersi considerare vero o, piuttosto, in quale misura tutto ciò avesse a dover essere giudicato qual la verità dal mio punto di vista, dalla mia personale opinione, che pur, a tal riguardo, avrebbe avuto a doversi considerare necessariamente faziosa, nel ritrovarmi posta, in maniera naturale, sul fronte opposto di colei che, in quel mentre, stavo aggredendo verbalmente, stavo accusando nei modi e nei termini peggiori che mai la mia mente potesse essere in grado di elaborare.
E se pur, nei limiti del tempo che ci era stato sino ad allora concesso di trascorrere insieme, ben poca avrebbe potuto essere la fiducia da me pretendibile, evidentemente il giudizio che quegli uomini e quelle donne avevano maturato a mio riguardo avrebbe avuto a doversi riconoscere meno negativo rispetto a quanto non avrei potuto banalizzare o credere, nel presentarsi, addirittura e al contrario, qual allora sufficientemente positivo da concedere loro di porsi in attento ascolto di quel mio nuovo, breve monologo, offrendo, in ciò, persino l’evidenza di star realmente ascoltando quanto potessi avere da dire, e non, semplicemente, fingendo nella necessità di liberarsi quanto prima del fastidio della mia presenza fra loro, qual pur, in tutto ciò avrebbe potuto essere condannato.

« Vi prego di credermi… » li invitai, a conclusione di un intervento che, ero consapevole, non avrei potuto ancora permettermi di dilungare ulteriormente, soprattutto a confronto con l’evidenza di quanto, ormai, il tempo avesse a dover essere riconosciuto un fattore tanto vincolante, tanto stringente, da poter essere ritenuto, obiettivamente, sinonimo di vita, soprattutto dal mio personalissimo punto di vista dal quale, ancor più obiettivamente, il tempo era divenuto vita… e la vita rimastami era divenuta una mera questione di tempo « Anmel Mal Toise non può essere vinta… da alcuno a bordo di questa nave! »

venerdì 28 febbraio 2014

2204


In contrasto a ogni mia aspettativa, a ogni mia possibile attesa e a quella che, credo, potrebbe essere riconosciuta anche qual l’aspettativa, l’attesa, della maggior parte dei lettori o degli ascoltatori di questa narrazione, che pur temo non sarà facilmente riconosciuta, malgrado ogni mio sforzo in tal senso, qual una mera testimonianza di eventi da me vissuti, senza alcun romanzato valore aggiunto; Lange Rolamo non si premurò, a fronte delle mie parole di commiato, a intervenire in maniera forte, decisa, autorevole e autoritaria, imponendo la propria volontà al di sopra della mia e imponendomi di non abbandonare il mio ruolo, e, con esso, quell’equipaggio. Un intervento di tal genere, che pur perfetta integrazione, impeccabile complemento, potrebbe fornire al discorso per così come da me introdotto, e che, in ciò, sostanzialmente irrinunciabile avrebbe a considerarsi nel confronto con lo sviluppo proprio di un’opera di intelletto, ad assicurare un crescendo adeguatamente epico alla medesima, ispirando alla perfezione, nella mente del già citato lettore o dell’ascoltatore, tutti i più nobili valori che avrebbero avuto a considerarsi allor propri della vita del marinaio, fosse questi per mare, così come per le immensità siderali; evidentemente, non venne ritenuto, nel confronto con il raziocinio del capitano, qual risposta idonea alle mie parole… non nel confronto con il mio carattere, per così come sino ad allora palesato, tantomeno nel confronto con il suo carattere, per così come, egualmente, sino ad allora palesato.
Diversamente, quanto Lange Rolamo volle riservarsi occasione di scandire, riprendendo voce al termine di quel mio breve monologo, fu un intervento di ben diversa natura e che, obiettivamente, non prese neppure in ipotesi l’idea di scadere in un qualche più o meno melenso tentativo di richiamarmi indietro, di impormi di revocare la mia decisione facendo leva su qualche facile sentimentalismo. Al contrario. Tenendo piuttosto fede a se stesso, al proprio nome e al proprio spirito, egli scelse, quietamente, di accettare la mia decisione e di proseguire secondo le proprie idee, secondo il proprio intelletto, nei modi e nei termini che più avrebbe ritenuto opportuno, in nulla lasciandosi influenzare dalle mie azioni…

« E’ stato per noi un piacere averla a bordo, Bontor. » dichiarò, con tono di voce fermo, impostato e formale, qual nulla di meno da lui avrei potuto attendermi, soprattutto nel confronto con le ancor troppo recenti reazioni conseguenti alla nostra precedente discussione « Sarà, a breve, nostra premura scortarla fino a Loicare. Il tempo di organizzarci per sopperire adeguatamente alla sua assenza… » definì, con un’accurata scelta di termini, utili a coprire l’ambiguità per lui già implicita di quelle parole, nel confronto con la quale non avrei potuto tanto ovviamente essere, da parte sua, ingannata così come pur, già, stava accadendo proprio in quegli stessi istanti.
« Ti ringrazio… » annuii, in effetti non riuscendo a decidere in quale misura, effettivamente, essergli allor grata e in quale, piuttosto, avvertire una certa delusione nel confronto con la semplicità con la quale mi aveva appena liquidata, trattata, all’atto pratico, né più né meno qual una semplice mercenaria, qual pur ero, allorché un membro del suo equipaggio.

Inevitabile, infatti e in tutto ciò, non avrebbe potuto evitare che essere un confronto, un paragone naturale e irrefrenabile, con l’unica altra mia passata esperienza a bordo di una nave e con un equipaggio. Una nave, tuttavia, per la quale obiettivamente avrei potuto allor considerarmi di rappresentare quanto, sulla Kasta Hamina, era lì rappresentato da Duva Nebiria. E un equipaggio, di conseguenza, che si oppose in maniera ferma, con totale rifiuto, a ogni prospettiva in tal senso, impegnandosi in ogni modo, e con ogni mezzo, per cercare di dissuadermi da una decisione che, per quanto a malincuore, avrebbe avuto a doversi riconoscere anche all’epoca del tutto irrevocabile.
Tuttavia, al di là delle umane emozioni, e soprattutto forte di vent’anni di esperienza qual mercenaria, che mi avevano formata al rifiuto di qualunque emozione di facile affetto nei confronti di coloro con i quali avrei potuto collaborare, o per i quali avrei potuto lavorare, benché, comunque, eccezioni non ne siano poi mai mancate; la professionista che avrebbe avuto a doversi identificare in me ebbe a prendere il sopravvento e, in ciò, mi permise di celare ogni intimo contrasto emotivo dietro a una gelida maschera di indifferenza…
… una maschera che, comunque, ebbe a crollare di lì a pochi istanti, nel momento in cui, nuovamente, Lange riprese il discorso, a proseguire in quella che aveva banalmente introdotto qual una semplice riorganizzazione dell’equipaggio in mia assenza.

« Uomini e donne della Kasta Hamina… prepariamoci alla battaglia! » asserì, senza gratuita enfasi, ma con una serietà, con una freddezza, con un controllo che, a ben vedere, sarebbero indubbiamente valsi in misura maggiore di qualunque altro più retorico approccio « Duva… da questo momento riprenderai il compito di facente funzione di capo della sicurezza. Rani, Ragazzo, Har-Lys’sha e tu formerete la prima squadra d’attacco. Noi altri vi seguiremo, restando come supporto tattico e logisti... »
« Ehy! » interruppi la decisa “riorganizzazione” del capitano, non appena la mia mente fu in grado di accettare quanto, dietro a quelle parole, non avrebbe avuto a doversi intendere alcuna facile provocazione, quanto e piuttosto l’intento di un reale assalto… e un assalto che, senza particolare sprezzo dell’originalità, mi sarei potuta definire già più che certa di ben conoscere a quale indirizzo avrebbe avuto a doversi considerare destinato.

In verità, in tutto ciò, a convincermi dell’effettiva concretezza dell’approccio del capitano, non avrebbe avuto a doversi intendere né il suo tono, né le sue parole, quanto e piuttosto, la reazione del gruppo attorno a lui o, per amor di precisione, l’assenza di una reazione da parte del gruppo attorno a lui.
Perché, se pur, a confronto con un tale annuncio, ineluttabile avrebbe potuto essere considerata una reazione di sorpresa, di stupore, di disorientamento, finanche di spontaneo, istintivo rifiuto nei confronti con una prospettiva inattesa e, probabilmente, imprevedibile; non uno… non uno solo dei membri dell’equipaggio della Kasta Hamina ebbe la decenza di dimostrare una fra simili emozioni, limitandosi, semplicemente, a rinnovare tutta la propria fiducia verso il proprio capitano e verso la ragionevolezza delle sue scelte, delle sue decisioni. Anche Lys’sh, che pur fra tutti avrebbe avuto a potersi riconoscere qual l’ultima arrivata, paradossalmente collocabile, all’interno della gerarchia dell’equipaggio, anche in una posizione inferiore a quella di Ragazzo, pur avendo apparentemente conservato la dignità di un nome e pur non essendole, al momento, state attribuite funzioni da mozzo; pur non negandosi uno sguardo malinconico a me rivolto, ad affettuosa critica per la mia decisione, ebbe lì a volersi dimostrare in tutto e per tutto già integrata all’interno di una pur incredibilmente eterogenea collettività che, per quanto composta da individui fra loro indubbiamente unici ed evidentemente più che gelosi della propria unicità, non avrebbe rinunciato alla possibilità di agire qual il gruppo più omogeneo e compatto possibile.

« Bontor…?! » mi apostrofò il capitano, aggrottando appena la fronte nell’inarcare il sopracciglio destro, e, in quell’unico richiamo interrogativo, ricercando le ragioni alla base della mia intromissione del tutto priva di qualunque educazione e qualunque rispetto del mio ruolo o, meglio, del mio non-ruolo, avendo ormai rassegnato le mie dimissioni e, in ciò, non essendo più parte di quella squadra, motivo per il quale già la mia presenza in quella stanza avrebbe avuto a doversi considerare qual inappropriata.
« Non starete davvero pensando di attaccare Milah… Anmel… nella sua torre, spero. » dichiarai, conscia di quanto, invece, la realtà avrebbe avuto a doversi delineare proprio in direzione opposta « Questa guerra non è la vostra guerra… »
« Bontor… con tutta la stima e il rispetto che potrei provare nei suoi confronti, sinceramente lei sta iniziando a superare ogni limite. » replicò Lange, serio e del tutto privo di volontà di giuoco o, semplicemente, anche e soltanto di sfida verbale con me « Dal momento in cui non ho nessuna ragione di non credere alle sue parole nel merito della pericolosità di questa Anmel Mal Toise, e dal momento in cui, sfortunatamente, gli eventi hanno condotto questa nave e il suo equipaggio a sovraesporsi a sufficienza nei riguardi della medesima, non ho ragione alcuna per giustificare, da parte mia, una qualunque ignavia a confronto con il pensiero dei modi nei quali ella potrebbe scegliere di liberarsi di noi, fosse anche e soltanto a titolo preventivo, onde ovviare che, al di là della sua morte… » e qui ci misi un istante per comprendere che quel “sua” avesse a doversi intendere qual a me riferito « … si possa rappresentare per simile, pericolosa entità, ancora una qualche ragione di problema, tal da meritare d’essere estirpato alla radice. »

giovedì 27 febbraio 2014

2203


Scoperta banale? Verità scontata? Rivelazione ovvia?!
Non lo so. Forse. Probabilmente. Soprattutto a partire dalla non ovvia evidenza di quanto, da parte mia, avrei sinceramente preferito ritrovarmi a confronto con qualche concetto così sconvolgente da risultare assurdo, qual, a esempio, scoprire che Milah Rica Calahab avesse a doversi riconoscere qual una mia figlia perduta, una mia sorella mai conosciuta, piuttosto che giungere a pormi a confronto con l’idea di quanto, invece, ella avesse a doversi considerare la quarta ospite, almeno nei limiti del conteggio a me noto, di Anmel Mal Toise. Soprattutto al pensiero di quanto potere, in tutto ciò, sarebbe potuto essere offerto a disposizione di Anmel Mal Toise per mezzo di Milah Rica Calahab e, ancora, di quanto potere, in tutto ciò, sarebbe potuto essere offerto a disposizione di Milah Rica Calahab per mezzo di Anmel Mal Toise… in un’accoppiata a confronto con la quale, sinceramente, non mi sarei mai voluta poter trovare benché, anzi, spiacevolmente, mi ero allora già venuta a trovare, alla luce di tali, ultime e sconvolgenti deduzioni.
In effetti, innanzi a simile sviluppo, nell’essere scopertami sopravvissuta a tale incontro, benché sotto un certo profilo avrei potuto definirmi a dir poco meravigliata, addirittura sconvolta da tanta, incomprensibile, benevolenza nei miei confronti, su un fronte totalmente diverso, addirittura antitetico a quello, non avrei potuto evitare di pormi a ormai innegabile contrasto con l’idea di quanto, obiettivamente, la mia esistenza avrebbe avuto a doversi considerare segnata, dal momento in cui, ammessa, ma impossibile a poter essere concessa, l’esistenza di un qualche reale obiettivo alla base di tutto il percorso di torture al quale ero stata sottoposta nel corso della mia permanenza all’interno di quella torre, certamente la mia vita non mi sarebbe mai e poi mai stata quietamente restituita e, anzi, tutta l’affannosa ricerca di quelle ultime ore altro non avrebbe avuto a doversi considerare che l’ultima beffa di un’avversaria allor animata dall’unica brama di vedermi morta… e morta, possibilmente, fra atroci sofferenze e, soprattutto, nella consapevolezza di essere stata sconfitta, ed essere stata ingannata, da colei che pur tanto mi ero illusa di poter vincere, di poter domare, al punto tale da accettare, persino, l’idea stessa di quel viaggio siderale.
E per quanto, in tutto ciò, l’impegno proprio di quelle stesse, ultime ore, da parte di tutto l’equipaggio della Kasta Hamina avrebbe avuto, purtroppo, a considerarsi necessariamente vanificato, rendendo l’oggetto al centro delle nostre attenzioni, il fulcro di quella vicenda, qualcosa di potenzialmente inesistente e, comunque, fondamentalmente privo di significato alcuno; non avrebbe avuto allora alcun senso permettere a tale carosello, a simile giostra, di proseguire ulteriormente. Non per rispetto verso i miei stessi compagni di viaggio, ai quali sol beffa sarebbe stata imposta nel permettere loro di proseguire con i propri sforzi secondo le direzioni sino a quel momento intraprese, secondo gli obiettivi sino a quel momento eletti quali propri, a fronte, comunque, della semplice evidenza di quanto, quell’intera questione, avrebbe potuto forse mai risolversi. Non per rispetto verso me stessa, alla quale, ancora e come già chiarito, sol beffa sarebbe stata imposta nel vedermi, comunque, condannata a morte da qualunque maledizione ella potesse aver imposto su di me, e dal vedermi, in tutto ciò, sprecare le mie ultime ore di vita a rincorrere una qualche effimera chimera.
Di tali considerazioni, immediatamente palesi nel confronto con la mia mente, purtroppo e quindi, mi volli rendere subito promotrice innanzi all’intera assemblea lì riunita, in un intervento che, forse, alla luce di tutto ciò, avrebbe avuto a doversi considerare persino retorico, e che pur, almeno a chiusura degli sforzi, sciaguratamente vani, di quelle ultime ore, avrebbe avuto a doversi ritenere addirittura irrinunciabile…

« Capitano… amici tutti… » presi quindi voce, levandomi in piedi a evidenziare la solennità di quel mio intervento, che, così come speravo anche il tono potesse rendere inequivocabile, non avrebbe avuto a doversi considerare in alcun modo alla stregua dei precedenti, e, soprattutto, di quelli che mi avevano veduta assumere posizioni critiche in merito alle scelte strategiche compiuto da Lange, né nella propria importanza, né nello spirito che, in me, avrebbe avuto a doversi allora a doversi riconoscere necessariamente mutato… obbligatoriamente mutato « Vorrei poter vantare sufficiente confidenza con l’arte dell’oratoria al fine di esprimervi, con termini adeguati, tutta la mia più sincera gratitudine non soltanto per il, purtroppo breve, periodo che ci ha veduti alleati… ma ancor più per l’intenso sforzo, da tutti voi compiuto in queste ultime ore, nell’inseguimento di un obiettivo che, spiacevolmente, ha da potersi riconoscere ora qual un semplice pretesto. Perché il fatto che Milah Rica Calahab, effettivamente, si possa attendere qualcosa da me, o meno, perde necessariamente di significato, di importanza, nel confronto con l’evidenza di quanto, a prescindere, la mia vita abbia a doversi considerare segnata, ove, di certo, Anmel Mal Toise non mi permetterà di sopravvivere… non nella consapevolezza di quanto, se ciò avvenisse, il destino, non attribuitomi da una qualche antica profezia, ma dalla mia stessa volontà, da un mio irrevocabile voto, non mi offrirebbe altra alternativa che quella di spendere il resto della mia esistenza nel darle la caccia e, così facendo, nell’impegnarmi, con ogni mezzo e in ogni modo, a ricondurla alla condizione di inerme oblio dal quale, per mia complice responsabilità, è stata risvegliata anni fa. »

Non soltanto nello sguardo di Duva e di Lys’sh, che fra tutte le persone lì presenti maggiore tempo avevano avuto occasione di spendere in mia compagnia, condividendo insieme alcune piccole avventure, e che, per questa ragione, un più solido legame avrebbero potuto vantare nei miei confronti, ma anche negli occhi di ogni altra persona lì riunita, potei allora cogliere un ben poco velato sentimento di malinconia, nel confronto con quello che, evidentemente e correttamente, stavano riconoscendo aversi a dover giudicare, da parte mia, pressoché un addio, un discorso di commiato a seguito del quale, inevitabilmente, le nostre strade avrebbero avuto a separarsi, dal momento in cui non avrebbe avuto senso alcuno, né da parte loro proseguire in quella battaglia alla quale, pur, non appartenevano, né da parte mia permettere loro di lasciarsi coinvolgere in quella questione, in conseguenza alla quale soltanto una spiacevole promessa di morte avrebbe potuto essere loro garantita.
E se pur, in quegli sguardi, tanto da parte di Duva e Lys’sh, quanto di tutti gli altri, non mancai di cogliere anche evidenza di una certa brama di ribellione, tal da rifiutare ogni ipotesi di quieta accettazione di quelle mie stesse parole, nessuno, almeno in quel primo momento, si volle arrogare la possibilità di interrompermi, garantendomi rispetto sufficiente a permettermi di giungere al termine del mio messaggio… qualunque esso avesse a dover essere.

« Il nostro viaggio insieme, pertanto, finisce qui… » dichiarai, con tono che, forse, ebbe a risultare meno convinto di quanto non avrei preferito avesse a essere, complice, sicuramente, il fatto che anche io, sinceramente, avevo sperato in uno sviluppo diverso, avevo creduto in un futuro migliore, al quale, pur, non sarei mai potuta giungere « Per quanto possa dispiacermi venir meno all’impegno preso con tutti voi ancor prima di aver potuto, effettivamente, impegnarmi a dimostrare quanto la vostra fiducia in me non avesse a doversi considerare vana; rassegno ora le mie dimissioni dal mio incarico di capo della sicurezza della Kasta Hamina, e prendo congedo da questo equipaggio. » sancii, senza offrire margine alcuno di contrattazione in simili parole « Con il coinvolgimento di Anmel Mal Toise, il mio fato ha da considerarsi ormai spiacevolmente scritto. E se queste hanno da intendersi, mio malgrado, le ultime ore di vita che mi saranno concesse, allora le impiegherò vivendo nell’unico modo nel quale sono mai vissuta: combattendo. »
« Grazie a tutti… » conclusi, facendo atto di arretrare rispetto alla tavola attorno alla quale eravamo allora riuniti, non avendo, obiettivamente, null’altro da aggiungere alla questione, null’altro che valesse la pena di dire, non a prezzo, quantomeno, di preziosi istanti di una vita per me sempre più prossima al proprio termine e che, in ciò, come appena annunciato, stava allora richiedendo il mio impegno su un fronte ben diverso rispetto a quello lì offertomi, senza, in alcun modo, voler mancare di rispetto ai presenti « … è stato un onore conoscervi e servire, seppur brevemente, a bordo di questa nave. »

mercoledì 26 febbraio 2014

2202


« … il quale, nell’unica, nuova breve occasione di contatto concessagli, ha lamentato il fatto di essere stato colto impreparato. » riprese e proseguì il primo ufficiale, accodandosi alle parole del proprio capitano quasi come in un discorso precedentemente concordato, per quanto, allora, evidentemente tutt’altro che tale « Colto impreparato per cosa…? E perché il tempo concessogli, per comunicare con te, non avrebbe potuto essere molto…?! » domandò, con tono retorico, rivolgendosi direttamente a mio indirizzo nel ricercare, nel mio sguardo, quell’intesa che, purtroppo, avevo allora già perfettamente maturato… e scrivo purtroppo, laddove in tutto ciò utile a dare corpo a uno scenario tutt’altro che gradevole « Probabilmente Rula ha centrato perfettamente il punto, quando ha posto l’accento sulla bizzarra coincidenza temporale fra l’attacco alla torre dei Calahab e l’effimero momento di contatto che hai avuto con Desmair. » insistette e, a modo suo, concluse, nel concedere a me l’ultima parola, l’ultima voce, a esprimere la sola, logica conseguenza di tutto quel discorso, allor quando anche dal mio punto di vista ogni tassello avrebbe avuto a doversi riconoscere, in tal modo, perfettamente al suo posto.

E anche laddove, obiettivamente, avrei preferito suggerire qualunque altra alternativa al di fuori di quella, avrei preferito prendere in esame qualunque altra ipotesi al di fuori di quella, ove già Milah Rica Calahab avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un’avversaria sufficientemente complicata da gestire senza necessità di renderla, in tal modo, persino peggio; insistere a tentare di celarsi dietro un dito, chiudendo gli occhi e facendo finta, in ciò, di non essere in grado di cogliere nulla, quasi tanta ignoranza da parte mia avrebbe, in qualche misura, potuto contribuire a salvarmi la vita, allorché a condannarla definitivamente, non avrebbe condotto ad alcun risultato, non avrebbe permesso di ipotizzare alcun genere di felice conclusione nel confronto con quella faccenda, anzi, al contrario, sol giustificando, in maniera impietosa e devastante, soltanto i peggiori scenari, tali da rendere ogni altra ipotesi sino ad allora formulata qual, forse, quanto di più preferibile al mondo.
Così, che la questione potesse ritrovarmi concorde o meno, non avrei potuto allora mancare di concordare con l’analisi collettiva in tal modo formulata, e dimostrare il mio assenso non soltanto tramite un qualche, tacito cenno di approvazione, quanto e piuttosto nell’esplicita dichiarazione di quell’ultimo, definitivo passo logico che, pur adeguatamente introdotto dalle domande retoriche di Duva, ancor mancava in tutto ciò di essere espresso, ed espresso apertamente. Un’incombenza, lì, soltanto a me riservata, nell’avermi a dover riconoscere, dopotutto, qual necessariamente io, in tutto ciò, la protagonista designata di quella faccenda, l’eroina prescelta di quella storia, per quanto, da sempre, la mia intera esistenza fosse stata dedicata alla dimostrazione pratica di quanto né predestinazione, né, più in generale, fato stesso, avrebbero avuto a doversi considerare concetti attinenti alla mia idea di libertà… e a quell’ideale di libertà per perseguire il quale ero da sempre vissuta e, a trascendere da ogni considerazione connessa a quel discorso, avrei continuato a vivere per sempre.

« Anmel ha trovato un nuovo corpo… » dichiarai, quasi sospirando nella più totale assenza di entusiasmo sotto un simile profilo, nella perfetta consapevolezza di cosa questo avrebbe potuto significare per tutti noi.

Avrei dovuto arrivarci da sola. Lo so. In quanto, lì a bordo, comunque e necessariamente massima esperta nel merito di simile figura, di tale sgradevole avversaria, non avrei potuto concedermi la benché minima possibilità di ovviare a maturare simile consapevolezza prima di chiunque altro, a costo, in tal senso, di apparire estremamente più paranoica rispetto anche ai miei consueti canoni, tali da mostrarmi già tanto diffidente verso la realtà, e chiunque al suo interno, da rendere estremamente complessa la comprensione di come o perché avessi potuto riservarmi l’opportunità di volgere un qualche sentimento di fiducia verso l’equipaggio della Kasta Hamina, soprattutto ove, senza errate, superficiali o fraintendibili opinioni, tutti, lì a bordo, Duva e Lys’sh incluse, avrebbero avuto a doversi considerare comunque pressoché degli estranei per me. Estranei a concedere fede ai quali, soltanto, non avrei potuto che commettere un’incredibile imprudenza, un insensato azzardo… così come, all’atto pratico, era in effetti stato.
Tuttavia, al di là dei miei precedenti con Anmel, e della mia natura squisitamente paranoica, non soltanto non ci ero voluta arrivare da sola ma, ancor più, anche in quel momento, in quel frangente nel quale, alfine, stavo venendo letteralmente costretta a maturare simile consapevolezza, tale visione della realtà, ancora, qualcosa, in me desiderava fortemente escluderla, bramava insistere a considerare tutto ciò qual comunque frutto di un’analisi errata, qual, purtroppo, non era né, alla luce di tutto quello, avrebbe potuto essere. Tanto più ove, in un’informazione, un dettaglio nel merito del quale soltanto io avrei potuto vantare obbligata confidenza, Milah Rica Calahab ricadeva in maniera sconvolgente e perfetta all’interno del profilo ormai giudicabile addirittura classico delle alleate, più o meno volontarie, delle ospiti, più o meno consenzienti, della stessa Anmel Mal Toise, almeno per quanto concernente il confronto con le uniche altre tre figure femminili con le quali avevo indubbia coscienza, o avevo ragione di considerare sostanzialmente certo simile pregresso, tale evento, di una passata collaborazione con lei.
La prima, lady Lavero di Kirsnya, avrebbe potuto essere riconosciuta, a modo suo, quasi un prototipo della stessa Milah Rica: ricca, aristocratica, nonché unica erede di una potente e influente famiglia, si era dimostrata una donna straordinariamente fredda e controllata, a modo suo persino spietata, nella definizione dei propri obiettivi e dei mezzi con i quali perseguirli. A sua volta parzialmente responsabile della liberazione della stessa Anmel, essendo stata la mecenate che ne aveva comandato, e pagato, il recupero della corona perduta, del diadema maledetto nel quale il suo empio spirito, la sua aura malvagia, erano state intrappolate, non mi sarei potuta dire certa della fine che ella avesse effettivamente fatto, dal momento che, almeno ufficialmente, ella risultava essere deceduta, per così come, io stessa, avrei potuto testimoniare avendone ritrovato il corpo spiacevolmente martoriato; benché, comunque, le concrete dinamiche degli accadimenti di quel particolare periodo della mia vita, non posso negarlo, avessero a doversi riconoscere ancora estremamente confuse nel confronto con il mio intelletto, complice l’allora non completa consapevolezza nel merito di una terza attrice coinvolta in scena, qual, appunto, la medesima Anmel avrebbe avuto a dover essere riconosciuta.
La seconda, Carsa Anloch, o, in effetti, Ah'Reshia Ul-Geheran di Y'Lehan, così qual avevo tardivamente scoperto realmente chiamarsi, era… è stata… o è… complicato a definirsi, una delle mie più care amiche, nonché una delle mie più insidiose avversarie. A sua volta unica erede di una potete e influente famiglia, benché successivamente scopertasi, in verità, soltanto adottata dalla medesima dopo che l’uomo da lei ritenuto proprio padre aveva avuto il pessimo gusto di massacrare la sua reale famiglia, Carsa… Ah’Reshia era leggermente uscita di senno, rinnegando non soltanto il proprio nome e la propria vita sino ai tragici eventi che avevano visto crollare il castello di carte dietro il quale le era stata celata la verità dei fatti, ma, persino, la propria intera identità, nell’assumere quella di Carsa Anloch, una mercenaria così come prima di lei era stata la sua madre naturale, e così come io stessa, sua inconsapevole ispiratrice, ero straordinariamente apparsa alle sue orecchie negli echi delle mie prime imprese. Anch’ella presente al mio fianco nel giorno in cui recuperammo la corona di Anmel, a sua volta selezionata da lady Lavero per simile incarico, era stata per un lungo periodo vittima della malevola influenza della stessa Anmel benché, complice la propria già distrutta psiche, la collaborazione fra le due non aveva evidentemente offerto i frutti sperati dallo spettro parassita.
Ben diverso discorso, alfine, era stato invece con Nissa Bontor, la mia gemella, regina dei pirati dei mari del sud e votata all’eterna vendetta a mio discapito, la quale, con Anmel Mal Toise, era riuscita a raggiungere una straordinaria intesa. Un’intesa che, a discapito della sottoscritta, era risultata mortalmente pericolosa…

« … Milah Rica Calahab è Anmel Mal Toise. » conclusi la sentenza già iniziata, riconoscendola, allora, qual una terribile sentenza di morte a discapito di tutti noi « E Be’Sihl e Desmair sono nelle sue mani. » soggiunsi, a includere, al danno, la proverbiale beffa.

martedì 25 febbraio 2014

2201


« Non ti è sembrato strano che quell’unico momento di contatto abbia seguito, in maniera tanto puntuale, l’attacco alla torre…?! » questionò, con incedere persino timoroso, voce ridotta a un flebile sussurro, quasi allora avesse ragione di temere di prendere parola, con il rischio, in ciò, di dire qualcosa di sbagliato, qualcosa di inappropriato, qualcosa di assolutamente fuori luogo in quel contesto, per la quale poter essere ripresa o, peggio, rimproverata, così come, evidentemente, desiderava scongiurare avvenisse.
« Spiegati meglio, te ne prego… » la invitai, volgendo a lei ogni attenzione, senza alcuna volontà critica a quella nota, a quell’accenno, quanto e piuttosto animata dalla sola brama di meglio comprendere in merito a cosa ella desiderasse offrire particolare occasione di riferimento all’interno di quel discorso, per così come propostoci, come suggeritoci « … cosa intendi dire? »
« Non so… » minimizzò ella, dimostrandosi, malgrado ogni possibile critica da parte di Duva, animata indubbiamente da motivazioni più che personali e atta a descriverla qual una maliarda approfittatrice sol desiderosa di sfruttare il proprio fascino per ottenere i favori degli uomini, ben lontana dal potersi effettivamente considerare animata da una qualche straordinaria e smisurata autostima, nel confronto con la quale, altresì, il suo approccio a tutto quello sarebbe stato indubbiamente diverso, sicuramente meno titubante rispetto a quello in tal modo dimostratoci « Non conosco questo… Desmair, e a conti fatti non riesco neppure a immaginarne realmente l’esistenza, ragione per la quale forse sto guardando la cosa da un punto di vista totalmente sbagliato. Ma il fatto che abbia parlato di una difficoltà oggettiva a prendere contatto con te… e che abbia detto “Lei è qui…”, riferendosi, come tu sospetti, a questa specie di spirito a cui state dando la caccia, non potrebbe essere inteso, in senso estremamente pratico, al luogo stesso ove anche tu ti trovavi nel momento in cui è riuscito a parlarti? » ragionò ad alta voce, esitante sostanzialmente a ogni singola parola proposta e, ciò non di meno, allor capace di sospingersi in un’analisi critica che a posteriori sarebbe apparsa quantomeno ovvia, addirittura banale, e nel confronto con la quale, purtroppo, io stessa non ero stata, sino a quel momento, capace di formulare alcun pensiero, alcuna ipotesi, al di là di tutta la mia più approfondita conoscenza dei fatti e dei soggetti in essi coinvolti.

E se, nel confronto con quell’ipotesi, con quell’idea così timorosamente esposta, per un momento non potei restare che in silenzio, ad analizzare dentro la mia mente quegli oggettivamente pochi tasselli in mio possesso di un mosaico decisamente vasto e complicato; alla luce di quel suggerimento, di quell’indicazione, essi parvero essere meravigliosamente in grado di assumere una giusta posizione nel quadro d’insieme, permettendo a ogni frase appena rievocata anche da parte della giovane Rula, di assumere un significato tanto corretto quanto, appunto, persino ovvio, in misura tale da costringermi a imprecare contro di me per non esserci arrivata da sola.
Un silenzio, il mio, che pur, in quel fugace istante, fu frainteso da parte della giovane donna, la quale, quindi, si premurò di prendere le distanze dal suo stesso pensiero, dalla sua stessa ipotesi, decidendo, a fronte di un’insicurezza che, persino, fu in grado di rievocare in me l’immagine dell’unico scudiero che avessi mai accettato al mio fianco, anch’egli sovente colto da intuizioni a dir poco geniali nella propria apparente semplicità, e alle quali, ciò non di meno, alcuno prima si era dimostrato capace di sospingersi…

« Comunque la mia era solo un’ipotesi stupida… una domanda stupida… » insistette a banalizzare il proprio stesso intervento, scuotendo appena il capo « Non ci prestate caso, per favore. »
« Rula… » presi nuovamente voce a quel punto, prima che chiunque altro potesse intervenire in suo sostegno o meno, aggrottando appena la fronte a dimostrarmi, lì, sì critica verso di lei, ma non tanto per quanto poteva aver affermato pocanzi, ma per quell’ultima, ritrosa asserzione atta a vanificare ogni precedente intervento « Ricordati sempre una cosa: non esistono domande stupide… ma soltanto risposte idiote. » scandii, lentamente, quasi con solennità, a non permettere a quelle mie parole di poter essere fraintese nel proprio significato « E, per quanto mi concerne, io credo che tu abbia appena trovato il fatidico bandolo della matassa… »
« … il dondolo della melassa? » ripeté Lys’sh, a evidenziare quanto, purtroppo, a vanificare ogni mio sforzo di solennità avesse lì scelto di intervenire in mia opposizione il traduttore automatico, fallendo nel comprendere quel modo di dire e producendo, soltanto, una sentenza del tutto priva di qualunque possibile significato, tale da rendere il mio intervento a dir poco incomprensibile, almeno dal loro punto di vista.
« Il bandolo della matassa… » insistetti, per poi arrendermi e levare le mani a evidenziare tale scelta, simile decisione « Lasciamo perdere. » dichiarai, non desiderando perdere tempo in sfida alla tecnologia nel momento in cui il suo contributo potenzialmente attivo e di supporto si impegnava ad apparire, altresì, di contrasto a mio discapito « Quello che intendevo dire è che credo proprio che Rula abbia ragione. »
« … davvero?! » domandarono, quasi in coro, non soltanto la diretta interessata, ma anche, accanto a lei, Duva, la quale, malgrado tutto, non poté negarsi una certa insoddisfazione all’idea di non poter aggredire, per così come sempre e comunque intimamente desiderato, la nuova sposa del suo ex-marito.
« Ha senso. » annuì il medesimo capitano, intervenendo, in tal senso, a dimostrazione di aver ritrovato, in tutto ciò, un allineamento con la sottoscritta, un nuovo fronte comune, al di là delle differenti opinioni che prima ci potevano aver colto su fronti fra loro antitetici « Per quanto, beninteso, anche io non possa evitare un certo sforzo di fede per riuscire ad accettare ogni discorso relativo a questo semidio che Midda afferma di aver sposato o, peggio ancora, alla madre del medesimo per inseguire la quale ella ha lasciato il proprio mondo, l’analisi compiuta da parte di Rula permette alla questione di assumere, istante dopo istante, la forma di un complotto… e di un complotto utile a offrire risposta a molte delle domande che, in queste ultime ore, ci siamo tutti posti. »
« In effetti… » non poté evitare di annuire anche Duva, in ciò concordando con il proprio ex-marito a difesa della di lui nuova sposa, non tanto per una questione di principio, laddove, fosse dipeso da ciò, probabilmente si sarebbe impegnata esattamente in senso opposto, quanto e piuttosto in nome di una irrinunciabile coerenza con se stessa, e, soprattutto, con quanto, in quelle ultime ore, ella aveva avuto occasione di scoprire insieme a Lange, nell’impegno da entrambi riservatosi a fare chiarezza in merito a come fosse possibile che, anche su Loicare o, più in generale, lassù fra le stelle, il mio nome, e la mia storia, seppur adeguatamente riveduta, potessero non essere del tutto sconosciute, così come pur, soltanto pochi mesi prima, al momento del mio arresto, era chiaramente risultato « Non abbiamo ancora avuto modo di condividere con voi quanto abbiamo scoperto nel corso delle nostre ricerche… ma, per farla breve, la fedina penale della nostra amica, perfettamente immacolata fino a prima del suo arresto e del suo trasferimento nel carcere là dove ci siamo conosciute, sembra aver iniziato misteriosamente a popolarsi nello stesso periodo in cui Midda, Lys’sh e io siamo… evase, vedendo, in corrispondenza a tale evento, non soltanto aggiungersi una semplice nota a margine alle informazioni sino a quel momento raccolte, ma l’intera storia per così come, poi, riferita anche da Milah Rica a Midda, inclusi, persino, dei mandati di cattura a suo nome qual principale indiziata per l’assassinio di Maric Calahab. »
« Informazione che non compare in alcuno dei nostri fascicoli. » volle puntualizzare Mars, cercando riscontro visivo in Ragazzo e, in tal senso, dimostrando di star iniziando a sua volta a seguire la nuova deriva di quel discorso, per così come, involontariamente, Rula aveva ispirato.
« Esattamente. » annuì Lange, storcendo appena le labbra verso il basso « E’ chiaro che quelle informazioni siano state lì piazzate a regola d’arte… da qualcuno in grado di poter accedere alle banche dati dell’omni-governo di Loicare e di modificarle a proprio uso e consumo, al fine di trasformare una perfetta sconosciuta, in attesa di processo per rissa e aggressione a pubblico ufficiale, in una delle mercenarie meglio pagate, e più ricercate, di questo e di altri mondi… » puntualizzò, tratteggiando un quadro che, entro certi limiti, avrebbe dovuto persino lusingarmi, se non fosse stato, spiacevolmente, la causa di tutti i miei problemi « E, ciò, è avvenuto proprio negli stessi giorni in cui Midda riferisce di aver perduto ogni contatto con il proprio demoniaco sposo… »

lunedì 24 febbraio 2014

2200


« Quarantacinque ore… » evidenzio Lange Rolamo, tornando ad accomodarsi sulla stessa sedia dalla quale si era poco prima alzato, e, in tal senso, scandendo a beneficio comune lo scorrere del tempo, utile a ricordarci… e a ricordarmi, quanto comunque, tutto quello ci stesse necessariamente richiedendo un investimento e un investimento che, in quanto tale, avrebbe dovuto alfine essere nostra premura dimostrare qual non vano, non fine a se stesso, e, in ciò, non, a tutti gli effetti, una semplice perdita, un mero spreco di risorse, utile, soltanto, ad avvicinarmi spiacevolmente al momento della mia dipartita.
« Cercherò di essere breve. » esordii, chinando appena il capo verso di lui, al contempo per dimostrare da parte ma comprensione nel merito di quel dettaglio, di quella nota per così come espressami, e, accanto a questo, anche nel desiderio di dimostrarmi desiderosa di sincero rispetto verso di lui, malgrado i dissapori che, soltanto poco prima, ci avevano addirittura reso necessario un momento di interruzione, di pausa, onde ovviare all’eventualità di uno scontro aperto, di un litigio senza mezzi termini.

Che da parte mia non desiderasse esservi ulteriore ragione di ostilità nei riguardi del nostro capitano, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un dato di fatto. Così come, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un dato di fatto l’evidenza di quanto, da parte mia, non fosse mai sussistita, realmente, una qualche ragione di ostilità nei suoi confronti. Il nostro quasi diverbio, che pur tale non era neppure, sostanzialmente, stato, infatti, non avrebbe avuto a dover essere giudicato qual conseguenza di un’ipotetica inimicizia fra noi, tale da poter compromettere o, addirittura, di negare, aprioristicamente, ogni possibilità di rapporto fra noi.
Che, ciò non di meno, fra noi esistessero delle differenze caratteriali tali per cui, sotto un certo punto di vista, il capitano e io avremmo avuto a dover essere considerati del tutto antitetici, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una realtà, qual un’evidenza, sostanzialmente priva di particolari opportunità di argomentazione. Soprattutto laddove, a testimonianza di tale distanza fra noi, avrebbe potuto essere addotto un divorzio qual quello che lo aveva veduto rinunciare, molti anni prima del nostro incontro, alla compagnia di Duva Nebiria al proprio fianco. Duva Nebiria alla quale, come già detto e ribadito, la sottoscritta non avrebbe potuto ovviare a offrire riferimento continuo e costante, non per una qualche, esplicita, cosciente e desiderata volontà, quanto e piuttosto per una di quelle affinità elettive per le quali soltanto gli dei avrebbero potuto essere giudicati responsabili.
Alla luce di ciò, che fra noi sussistessero, e potessero sussistere persino in eterno, incomprensioni e, soprattutto, differenze di opinione, avrebbe avuto a doversi considerare un’evidenza a dir poco retorica, un dato di fatto con il quale prima fossimo riusciti a scendere a patti, e meglio sarebbe stato per entrambi, oltre che, probabilmente, per l’equipaggio intero che, in tal modo, non avrebbe più avuto a dover assistere a nostri, spiacevoli, confronti. Parimenti, al di là di incomprensioni e differenze di opinione, allo stesso modo in cui il capitano e la sua seconda moglie si stavano concedendo occasione di sopravvivere, in apparente armonia, a bordo di una stessa, comune nave, nel rinunciare, entrambi, a un po’ di orgoglio e nell’accettare, reciprocamente, quanto non avrebbero comunque mai potuto cambiare nella controparte; allo stesso modo anche Lange e io avremmo potuto sopravvivere, e vivere, a bordo della Kasta Hamina, se solo fossimo riusciti a impostare il nostro rapporto in egual maniera, in egual misura. Una scelta forse non semplice, forse non immediata, e, lo ammetto, probabilmente più sul mio personale fronte, dal mio punto di vista, ancor prima che dal suo, che pur avrei dovuto imparare ad abbracciare, superando di buon grado il limite allor rappresentato dalla mia stessa psiche nello stesso modo in cui, in passato, ero stata capace di violare ogni umano confine stabilito, fisicamente e psicologicamente.

« Proceda, Bontor… » mi invitò quindi, cercando, in accordo con quanto sopra, di trattenere per sé ogni precedente sentimento, l’irritazione che pur ero stata in grado di scatenare in lui qual conseguenza del mio approccio eccessivamente, e inutilmente, critico, in un conflitto che non avrebbe condotto ad alcun genere di risultato così come, del resto, quell’ultimo quarto d’ora avrebbe potuto quietamente dimostrare.
« Conoscete tutti, chi più, chi meno, la mia storia… o, più precisamente, la mia storia recente, le dinamiche degli eventi che mi hanno condotta ad abbandonare il mio pianeta e, con esso, la mia vita precedente, per spingermi qui con voi, fra le stelle, in un concetto di realtà per me prima del tutto ignoto e che, obiettivamente, non avrei potuto avere neppure possibilità di immaginare qual esistente. Non, per lo meno, a confronto con i limiti propri della conoscenza dell’universo per così come in possesso alla mia gente, a coloro che, mio pari, sono nati e cresciuti in quello che ho già sentito definire troppe volte qual un mondo… primitivo, barbaro, violento. » introdussi, ritrovandomi, qual sempre, in personale disappunto per una simile descrizione del mio pianeta d’origine e delle sue civiltà, e non per semplice campanilismo, quanto per mera osservazione dell’evidenza, dei fatti per così come anche in quegli ultimi giorni offertimi, e atti a mostrare come, “lassù”, le dinamiche degli eventi non fossero poi troppo diversi da quelle proprie della mia vita precedente, al di là di tutto il progresso tecnologico del quale avrebbero tutti potuto offrire vanto « In questo, ricorderete tutti come, alla base delle vicende che mi hanno vista presa prigioniera da parte di Milah Rica Calahab, altro non fosse che la mia personale ricerca volta a individuare il mio compagno, Be’Sihl, dal quale sono stata separata nel giorno stesso del mio arrivo su Loicare; così come, indirettamente, anche del mio… sposo… Desmair, la coscienza del quale, malgrado la sua morte fisica, continua a sussistere all’interno del corpo del mio amato. »
« … ecco… su questo punto in genere mi perdo sempre… » sussurrò Mars, rivolgendosi verso Roro, in una nota a margine di quel mio riassunto introduttivo che, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare a sollevare dubbi e perplessità nei miei ascoltatori: dubbi e perplessità che, ero certa, avrebbero continuato ineluttabilmente a sussistere almeno fino al giorno in cui, in qualche modo, non si fossero ritrovati tutti a confronto evidente con Desmair e con il suo negromantico potere, innanzi al quale, necessariamente, avrebbero dovuto accettare senza ulteriori riserve tutta la mia storia, che essa potesse soddisfarli o meno.
« Sempre come ricorderete, dal giorno del nostro matrimonio, mio malgrado, mi sono spiacevolmente scoperta connessa, a livello mentale, psichico, a mio marito… il quale, prima limitatamente ai miei momenti di sonno, successivamente anche a quelli di veglia, ha iniziato letteralmente a perseguitarmi con immagini, visioni, distorsioni della realtà, nel confronto con le quali ho rischiato addirittura di perdere il senno. Almeno sino al giorno in cui, dopo averlo quasi ucciso, sospinta in tal senso da una serie di orrende immagini impostemi dallo stesso Desmair, ho ricevuto in dono da Be’Sihl un bracciale d’oro… un bracciale d’oro benedetto e dedicato, in tal senso, a una malevola divinità la quale, riconoscendo qual sua esclusiva quella propria degli inganni, è stata in grado di proteggermi per anni da qualunque genere di influenza da parte di Desmair. » proseguii, in quello che, forse, avrebbe potuto essere giudicato qual un discorso inutilmente ridondante, soprattutto alla luce di quanto già condiviso con tutti loro, e che pur, per giungere al centro della questione, sentivo necessità di compiere, a non permettere ambiguità alcuna nel merito di quanto, allora, stavo condividendo con loro « Purtroppo, al pari della mia spada, anche il bracciale d’oro mi è stato sequestrato al momento del mio arresto, all’arrivo su Loicare. E da quel momento, in teoria, mi sono ritrovata esposta a qualunque più o meno apprezzabile possibilità di contatto con Desmair… »
« Un contatto che, tuttavia, in questi ultimi tempi hai quasi sperato avvenisse, per permetterti, quantomeno, di individuare la possibile posizione di Be’Sihl su Loicare… no?! » intervenne Duva, ponendo corretto accenno su quel particolare, su quel dettaglio tutt’altro che trascurabile, soprattutto considerando quanto da da troppi giorni, troppe settimane, il mio per nulla amato marito si fosse apparentemente impegnato in una sorta di sciopero silenzioso, rifiutandosi sin dal momento della mia liberazione dal carcere, ogni nuova opportunità di contatto fra noi, in quella che, pertanto, non avevo potuto evitare di giudicare l’ennesima dimostrazione di una tutt’altro che reale volontà di collaborazione da parte sua nei miei riguardi, per non dire, esplicitamente, un impegno convinto al fine di mantenere Be’Sihl e io separati l’uno dall’altra, in ciò, forse e persino, riservandosi maggiore opportunità di manovra rispetto al mio amato.
« Precisamente. » annuii a quelle parole, per poi immediatamente soggiungere « Un contatto che, comunque, soltanto poche ore fa, ha avuto una brevissima occasione di ristabilirsi… »

A partire da ciò, quindi, assolsi allora al compito di riferire quanto accaduto nel corso della missione con Lys’sh, raccontando con cura di dettaglio, e pur senza inutili fronzoli, senza vani commenti, quanto accaduto in quelle ultime ore, a partire dal nostro impegno volto a conquistare l’ingresso alla torre dei Calahab; per proseguire con lo straordinario sforzo compiuto dalla mia giovane amica ofidiana per riuscire a insinuarsi in uno spazio incredibilmente angusto qual quello nel quale, pur, era riuscita a insinuarsi; sino a giungere all’attacco, inatteso e imprevedibile, all’edificio stesso, origine di una battaglia nella quale, mio malgrado, mi ero lasciata indubbiamente coinvolgere e nel corso della quale, ciò non di meno, mi era stata quindi concessa l’opportunità di quell’effimero, e forse inconsistente, incontro mentale con Demair.
Incontro che, per trasparenza, riportai parola per parola innanzi a loro, nella speranza, in effetti, che da quel momento di confronto, da quell’occasione di dialogo, potessero emergere delle idee utili a dare un senso logico a quanto avevo avuto occasione di ascoltare. O, in effetti, un senso logico più approfondito rispetto a quello che, autonomamente, ero riuscito ad attribuirgli…

« Ora… che il soggetto a cui Desmair stava desiderando riferirsi avesse a doversi riconoscere qual Anmel Mal Toise, sinceramente, non mi sento di poterlo porre in dubbio. Dopotutto, obiettivamente, ella è la sola ragione per la quale, fra noi, vi sia mai stata una qualche, più o meno fruttuosa, possibilità di collaborazione… » conclusi, condividendo con tutti quelle mie considerazioni finali « Tuttavia, anche a partire da questo punto di vista, il resto della sentenza resta egualmente poco chiaro, per non dire esplicitamente criptico, in misura tale da non concedermi possibilità alcuna di comprendere quanto egli potesse allor effettivamente desiderare condividere con me. »

E se pur, allora, decisamente più lungo mi sarei attesa avrebbe avuto a seguire un momento di intima riflessione per tutti, fu la giovane Rula Taliqua a prendere voce, e a intervenire, in effetti, con un’osservazione tutt’altro che sciocca, tutt’altro che superficiale o banale, per così come, in maniera stolidamente pregiudizievole, non mi sarei potuta evitare di attendere da parte sua, influenzata indubbiamente, in tal posizione critica, dal mio rapporto di amicizia con Duva Nebiria…

domenica 23 febbraio 2014

2199


« … la più importante… » ripetei, scandendo sillaba dopo sillaba quelle parole, quasi a volerle in ciò soppesare una a una, come avessero a doversi riconoscere per me nuove seppur ammantate da un’aura di familiarità che non avrebbe potuto mancare di renderle estremamente care nel confronto con il mio giudizio, con il mio intelletto, al mio orecchio e, ancor più, al medesimo cuore da lei appena invocato.

Ove questa avesse a doversi considerare non tanto una testimonianza il più onesta possibile degli eventi per così come da me allora vissuti, quanto e piuttosto l’ennesima versione romanzata di un episodio della mia esistenza, come già, in passato, è sovente avvenuto per molti altri, qual effetto collaterale della mia fama e dell’interesse di troppi bardi e cantori attorno alle mie vicende; non nego che, ora, potrei essere influenzata, nel descrivere tale analisi, simile valutazione, da una qualche, possibile necessità di voler appagare quella richiesta di romanticismo che, in fondo, in molti possibili lettori o ascoltatori di questa vicenda, potrebbe umanamente e comprensibilmente essere presente, al fine di suggerire una felice opportunità di ricongiungimento fra il mio amato Be’Sihl e me, e, perché no…?, magari la sempre desiderata possibilità di riuscire a liberarsi, nel contempo di ciò, dall’ingombrante, scomoda e tutt’altro che apprezzata figura del mio semidivino sposo Desmair. In ciò, quindi, potrei essere spinta a descrivere, qual mia scelta, qual mia preferenza, qual mia predilezione nell’individuare una sola, importante priorità nella mia vita, quella volta a garantire tutto ciò, a permettermi di affondare nuovamente il volto nell’incavo fra la spalla e il petto del mio amante e, nel suo calore, nel suo profumo, obliare ogni altra preoccupazione, ogni altra ansia, ogni altra angoscia, fosse anche quella propria della mia lì sempre più prossima morte.
Tuttavia, ove non l’appagamento della parte più romantica dell’animo di chiunque, ora, stia leggendo o ascoltando queste mie parole, ha da dover essere ricercata, sperando, malgrado ciò, di non riconoscere torto ad alcuno fra voi, quanto e piuttosto l’offerta di un resoconto quanto più sincero possibile, anche a costo di potermi esporre, in tutto ciò, a possibili critiche da parte dei più, soprattutto ove abituati ad avere a che fare con un’altra Midda Bontor, con il personaggio che da me hanno più o meno fedelmente ispirato, e che pur, con me, con la persona, nulla potrebbe mai avere a che fare; verso una ben diversa direzione ho necessità di riportare l’indirizzamento dei miei pensieri, per così come ebbero a svilupparsi allora. Pensieri che, pur nulla volendo negare all’importanza di Be’Sihl nella mia vita, o al mio desiderio di poterlo ritrovare, riabbracciare e, possibilmente senza Desmair nelle vicinanze, tornare ad amare, in quella che, pur e obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare, di giorno in giorno, una sempre crescente frustrazione sessuale da parte mia, ponendomi ancora ben distante da qualunque, ipotetica, pace dei sensi; e che, pur nulla volendo negare all’allor non meno concreta bramosia di rientrare in possesso della mia spada e del mio bracciale dorato, proprietà negatemi al momento dell’arresto da parte della autorità di Loicare e, da allora, non ancora restituitemi; così come, ancora, pur nulla volendo negare al quasi ossessivo pensiero rivolto all’omicidio di Milah Rica Calahab, potenzialmente nei tempi più lunghi possibili, e nelle modalità più truculente auspicabili; non avrebbero potuto, comunque e alfine, evitare di poter essere rivolti, in maniera indubbiamente coerente, verso quello che, fra tutti i desideri, fra tutte le bramosie, fra tutti gli scopi, necessariamente avrebbe avuto a doversi considerare il primo e più importante. La famigerata priorità maggiore in direzione della quale impegnarmi a rivolgere tutti i miei sforzi.
Perché, al di là di ogni distrazione, al di là di ogni altra emozione, al di là, persino, del pensiero di quanto, ormai, la mia vita potesse essere in pericolosa prossimità alla propria conclusione, non avrei potuto ignorare, non avrei potuto trascurare, non avrei potuto dimenticare il solo, reale motivo per il quale, qualche mese prima, avevo abbracciato la forse insana decisione di varcare i confini stessi del mio mondo, dell’unico pianeta che, sino ad allora, non soltanto avevo conosciuto, ma, anche e ancor più, avevo avuto ragione di considerare qual esistente. Un motivo che, obiettivamente, alcuna correlazione avrebbe potuto vantare né con il mio amato Be’Sihl, che pur aveva accettato, forse ancor più folle di me, di seguirmi; né tantomeno con la famiglia Calahab, l’esistenza della quale non avrebbe potuto essere, da me, neppur supposta, al di là di tutto il potere da loro ipoteticamente incarnato. Potere, il loro, che, pur nulla desiderando banalizzare, avrebbe, per inciso, dovuto essere giudicato addirittura ridicolo nel confronto con quello della mia sola, reale e definitiva nemesi, Anmel Mal Toise, innanzi alla quale, mi spiace per lei, la stessa Milah Rica Calahab avrebbe potuto essere considerata contraddistinta dalla medesima pericolosità propria di un fuoco fatuo.
Per inseguire Anmel Mal Toise avevo accettato di abbandonare il mio pianeta natale. Per inseguire Anmel Mal Toise avevo accettato di gettarmi a capo chino in quella nuova avventura il ritorno dalla quale non avrebbe potuto essere considerato in alcun modo qual ovvio, qual banale o scontato. Per inseguire Anmel Mal Toise avevo letteralmente superato ogni limite, in misura ben maggiore rispetto a quanto non avessi già avuto occasione di compiere in passato. Ragioni per le quali, che potessi apprezzarlo o meno, e che chiunque altro potesse apprezzarlo o meno, il mio solo interesse, la mia unica, vera priorità, innanzi a tutto, avrebbe avuto a doversi considerare quella di riuscire a condurre a compimento il mio viaggio… ovunque esso mi avesse condotta, pur di giungere, alla fine, a rimediare al danno che avevo compiuto nel giorno in cui, sciaguratamente, avevo concesso nuova libertà a quell’anima inquieta.

« … d’accordo. » annuì pertanto, riprendendo alla fine di ciò voce e, così facendo, tornando a rivolgermi verso Duva, rimasta nel mentre di quella mia analisi introspettiva, di quella mia intima valutazione, in quieta attesa, nel mantenersi, come promesso, a me vicina, lì pronta a concedermi, ove ne avessi abbisognato, tutto il supporto che ella sarebbe mai stata in grado di riservarmi, allor sinceramente desiderosa di potermi aiutare a ritrovare un equilibrio di sorta che, evidentemente, avevo da troppo perduto, e che in maniera sovente incauta, mi stava spingendo troppo facilmente verso molte distrazioni, tali da privarmi, mio malgrado, quella lucidità di pensiero, e di azione, che pur, in un momento anche grave qual quello, non avrebbe dovuto essermi negato « Ci sono. »
« E…? » incalzò Duva, invitandomi, in tal modo, a offrire più spazio verbale ai miei pensieri, a condividerli con lei, non soltanto per un discorso di banale sostegno psicologico nei miei riguardi ma, anche, perché allora indubbiamente curiosa di comprendere cosa potessi aver a condividere con lei, cosa potessi avere da riferirle, a conclusione di quel momento di autoanalisi nel quale ella mi aveva indubbiamente guidata, mi aveva affettuosamente accompagnata.
« E credo che sia giunto il momento di chiamare il capitano e riprendere la nostra bella riunione… » dichiarai, per tutta replica, non perché non desiderassi offrirle le spiegazioni da lei attese, quanto e piuttosto perché, allora, cosciente di avere molte spiegazioni da dover condividere non soltanto con lei ma, ancor più, con tutti quanti.

E spiegazioni, quelle che, a tutti, avrei offerto, non tanto in merito al mio passato e alle motivazioni per le quali avevo lasciato il mio pianeta natale, dettaglio a riguardo del quale, pur, non avevo mancato di concedere, a tempo debito, una forse non approfondita, e pur trasparente, relazione; quanto e piuttosto, in merito al mio presente, e a quel breve, fuggevole momento di confronto onirico con il mio sposo.
Evento che, a confronto con la minaccia rappresentata da Milah Rica Calahab e dalla sua maledizione a discapito della mia vita, avrebbe sicuramente avuto a dover essere addirittura trascurato, minimizzato a un particolare del tutto privo di importanza; ma che, alla luce della definizione, per la sottoscritta, di una nuova direttiva prioritaria a dover seguire, quasi qual principio stesso di coerenza, non avrebbe potuto essere in alcuna maniera ignorato. Né, allora, lo sarebbe stato.

« Devo parlarvi. Devo parlarvi a tutti quanti. » ribadii, rivolgendomi nuovamente verso il primo ufficiale della Kasta Hamina, verso la mia amica che, non avendo forse colto l’urgenza di quel mio bisogno, ancora stava indugiando nell’osservarmi, e nell’attendere, probabilmente, nuove spiegazioni da parte mia « Durante l’assalto alla torre dei Calahab, ho avuto un fuggevole momento di contatto con mio marito… e qualunque cosa stia accadendo, a tal riguardo, non può che essere per me una priorità. E una priorità in termini assoluti. »