11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

venerdì 31 luglio 2020

3354


Il fatto che Nissa Bontor, in quella situazione, non avesse a provare dolore fisico di sorta, per quanto impalata, bruciata e, oltretutto, persino schiacciata dal peso di almeno una mezza dozzina dei propri commilitoni, ricaduti sopra di lei, non avrebbe avuto, comunque, a escludere il fatto che ella avesse a provare egualmente un certo patimento di ordine psicologico nel confronto con tutto ciò. E nel confronto con l’evidenza di quanto, pur non avendo a dover temere la morte, condizione a lei e a tutti loro ormai aliena, nel proprio avanzare a testa bassa, avesse finito, comunque, per fare il giuoco della propria gemella, concedendole quella prima, effimera, vittoria.
Dopo tante ore trascorse in quieta attesa di una qualunque iniziativa da parte della medesima, per lasciare a lei l’onere della prima mossa e, in ciò, costringerla, proprio malgrado, a scoprirsi, ella aveva messo da parte quel proprio proposito nel rispondere agli incitamenti dei propri uomini, dei propri soldati, allor chiaramente insofferenti, sempre e soltanto a livello psicologico e mai sul piano fisico, a quella lunga immobilità, a quella prolungata assenza di una qualsivoglia presa di posizione sulla faccenda. E così facendo, al di là di ogni pur ottimo proposito iniziale, aveva concesso alla propria controparte di segnare quel punto a proprio vantaggio, cadendo, stolidamente, nella sua trappola. E non in termini metaforici, quanto e piuttosto in termini squisitamente materiali, fisici, pratici.

« ... stupida!... » si rimproverò, psicologicamente frustrata per tutto quello e per non riuscire a disincastrarsi di lì con le proprie forze, per riprendere, immediatamente, la carica così fugacemente interrotta, in quella che, comunque la si fosse voluta vedere, sarebbe soltanto stato un vano procrastinare di un ineluttabile fato, e di quell’ineluttabile fato che, presto o tardi, l’avrebbe allor condotta sino a Lysiath, e sino alla propria gemella.

Purtroppo, per quanto quel fato avesse a doversi giudicare ineluttabile, nell’irrefrenabilità per loro divenuta caratteristica fondante nel momento in cui avevano fatto ritorno dal regno dei morti; almeno per il momento la loro riscossa avrebbe avuto a doversi riconoscere qual obbligatoriamente posticipata, e posticipata almeno fino a quando, superata la sorpresa propria di quanto avvenuto, non fossero stati in grado di riorganizzarsi, fuoriuscendo da quel baratro infuocato e riprendendo, come se nulla fosse accaduto, la propria carica alla volta delle mura della città.
E se pur, allora, Nissa avrebbe ancora potuto comandare agli altri di proseguire oltre, di non attenderli e, anzi, di approfittare dei loro stessi corpi per spingersi oltre, calpestandoli al pari delle assi propri di un ponte, a non concedere, in ciò, alcuna, fugace occasione di soddisfazione alla propria gemella e agli abitanti di quella capitale kofreyota, certa di quanto, così facendo, non avrebbe imposto danno né a se stessa, né ad altri; ella non volle comunque lasciarsi trasportare dall’impeto proprio del momento, e non per una qualche, particolare motivazione strategica o tattica, quanto e piuttosto per non aver a rinunciare, in ciò, a essere presente alla testa dei propri uomini, là dove, come loro comandante, come loro condottiera e, chissà, futura regina, non avrebbe mai voluto rinunciare a porsi.

« ... mia signora... non riusciamo a muoverci... » le comunicò uno degli uomini a lei più prossimi, non desiderando sollevare la benché minima ragione di lamentela per ciò, limitandosi, piuttosto, a constatare l’evidenza della situazione per così come loro presentata.

La risposta più ovvia che ella avrebbe potuto offrire, in quel momento, sarebbe stato evidenziare quanto, a sua volta, avesse a doversi considerare bloccata, in una situazione a loro equivalente se non, persino, peggiore, nel ritrovarsi, comunque, schiacciata sotto il peso di tutti loro, e più prossima alle fiamme che, sotto di loro, ne stavano consumando costantemente le carni, benché il loro attuale potere, o in qualunque altra maniera si fosse voluta definire quella particolare condizione, stesse immediatamente permettendo loro di rigenerare i tessuti perduti, mantenendo in tal senso un bilancio fondamentalmente equo.
Ciò non di meno, Nissa non era mai stata particolarmente propensa alle ovvietà. E, soprattutto, non avrebbe avuto a doversi considerare solita dimostrarsi cedevole innanzi all’avversa sorte. Ragione per la quale, a confronto con quelle parole, ella lasciò ricadere il proprio tridente sul suolo incandescente sotto di sé, a circa tre piedi buoni dalla propria attuale posizione sospesa, solo per potersi permettere di strappare dalle mani di una donna a lei prossima una spada corta e, con essa, senza esitazione alcuna, iniziare a colpirsi la testa, sul fronte destro, là dove quell’asta di legno le si era conficcata nell’orbita e l’aveva trapassata da parte a parte. E se i primi colpi parvero quasi destinati a prendere le misure, a cercare il giusto senso della profondità in un’azione così terribilmente autolesionista, i movimenti successivi si abbatterono, nei limiti della sua attuale possibilità di azione, con una foga devastante, e una foga devastante a proprio stesso discapito, fino a quando, letteralmente, metà del suo cranio non ebbe a sbriciolarsi sotto l’effetto di quei gesti, in un’immagine, se possibile, ancor più disgustosa di quella da cui, pur, tutto ciò aveva avuto inizio.

« ... dei... » gemette la donna a cui era stata strappata la corta spada di mano, nell’osservare in un giusto e legittimo connubio di orrore e raccapriccio quella scena, e quella scena che pur nulla di particolare avrebbe avuto a poter vantare nel ricordarsi le condizioni nelle quali, la maggior parte di loro, avevano fatto ritorno al mondo dei vivi.
« ... che cosa stai facendo...?! » esclamò con eguale sorpresa e terrore un altro fra coloro a lei più prossimi, non riuscendo a comprendere il senso ultimo di tanto accanimento da parte della donna a proprio stesso discapito.

Nissa, tuttavia, non rispose. E dopo che ebbe finito di accanirsi contro il proprio stesso cranio, iniziò a rivolgere nuovi e sempre più violenti colpi contro altre parti del suo corpo, di volta in volta mirando ai punti in cui, proprio malgrado, avrebbe avuto a doversi intendere bloccata dalle picche sulle quali era piombata. E sol al termine di un’azione degna della peggior tritacarne, di un forsennato macello apparentemente privo di senso, il raziocinio alla base di tutto ciò non mancò di offrirsi evidente nel momento in cui, alfine, ella ricadde a terra coprendo, fra le vive fiamme che animavano il suolo sotto di loro, finalmente libera dall’assurda condizione di stallo in cui si era ritrovata costretta dalla propria stolida avventatezza.
Fu allora che, risollevandosi in posizione eretta, carcassa di fattezze vagamente umanoidi benché, fra l’azione delle fiamme e i colpi autonomamente inflittisi ella avesse fondamentalmente perduto ogni parvenza di umanità, ella si impegnò in un alto grido liberatorio, qualcosa di animalesco, a metà fra un ruggito e un ululato, che a sé ebbe ad attirare l’attenzione di tutti, persino quella del colossale ciclope, imponendo un inquietante silenzio là dove, pocanzi, un altresì comprensibile e frastornante vociare stava crescendo, a margine di quanto avvenuto.

« Abbandonate le inibizioni propri dei mortali. Abbandonate i limiti propri della carne. » ordinò ella, lasciando tuonare la sua voce in direzione di tutti coloro che, ora sopra la sua testa, pendevano ancora disordinatamente dalle picche sopra le fiamme « Non siamo più umani. Non siamo più le creature caduche che eravamo un tempo. Il dolore non ci appartiene più. La morte non ci appartiene più. E, in questo, la paura deve esserci sconosciuta! » proclamò, in un’analisi decisamente condivisibile, soprattutto laddove allor proveniente da quei resti bruciati di donna, che pur ancora si muovevano, che pur ancora parlavano e, soprattutto, che pur ancora ragionavano, e ragionavano sul proprio stesso io « Abbiamo promesso morte a tutti gli abitanti di Lysiath. E morte noi disperderemo fra di loro. E nulla di quanto mai potranno provare a compiere per ostacolarci riuscirà a negare questa verità! »

giovedì 30 luglio 2020

3353


« Questo l’avete sentito, luridi figli d’un cane?! » gridò con gioia la voce di Duva, in direzione dei loro nemici, domanda retorica che mai avrebbe avuto una risposta, e che, obiettivamente, neppure l’avrebbe realmente desiderata ricercare, nell’accontentarsi già della gioia propria di quel momento, nel veder precipitare quella massa di nemici dritti nel fossato che, tanto faticosamente, e pur tanto rapidamente, era stato realizzato esattamente per tale scopo, prima contromisura fra tutte quelle da loro ideate a riservarsi, allora, un reale senso di successo « L’avete sentito...?! » insistette, non priva di un contagioso entusiasmo, che vide presto iniziare tutti quanti, fra coloro a lei più prossimi e poi, via via, fra coloro più distanti, a inveire a discapito dei loro antagonisti.
« Sai... per quanto è evidente che abbiano incassato il colpo, non credo che loro riescano ora a sentire quello che gli stai gridando contro. » protestò Lys’sh, con un’espressione di sofferta tensione sul volto, in conseguenza di tutte quelle grida attorno a lei « Al contrario di me, che invece rischio di assordarmi in questo frastuono! » puntualizzò, a titolo di quieto rimprovero a discapito della propria amica.
« ... scusa... » storse le labbra verso il basso l’altra, con fare imbarazzato, nel rendersi conto di quanto, in maniera stupidamente superficiale, si fosse lì lasciata trascinare dall’entusiasmo di quella piccola e tutt’altro che definitiva vittoria, e pur una piccola e tutt’altro che definitiva vittoria quantomeno necessaria in quel frangente, per non perdere del tutto la fiducia.

Midda sorrise divertita da quel confronto fra le due amiche forse e persino in misura maggiore di quanto non si sarebbe potuta riservare occasione di sorridere per l’effimero successo così reso proprio. E un successo che, purtroppo, non sarebbe stato destinato a durare a lungo. Anzi.
Per quanto aveva avuto occasione di apprendere nell’infierire in contrasto a Sarnico, nel corso di quelle ultime ore, qualunque cosa fossero diventate quelle persone, e quei mostri, era obiettivamente il connubio peggiore fra l’idea stessa di zombie e le caratteristiche della Sezione I, dando vita a una sorta di non morto definitivo e un non morto forse impossibile da sconfiggere. Forse perché, se soltanto fossero riusciti a resistere a sufficienza per concedere il tempo a Rín di portare a termine la propria missione, esse avrebbero avuto ancora un’ultima, e disperata, carta da giocarsi, e una carta che, in effetti, avrebbero preferito non aver mai a dover estrarre dal mazzo.
Per intanto, però, Nóirín era ancora lontana. E probabilmente lo sarebbe stata ancora per uno o due giorni, in base a quanto le sarebbe stato allor necessario per raggiungere Kriarya e recuperare le energie necessarie per compiere un nuovo viaggio attraverso il tempo del sogno, prerogativa straordinaria per lei propria. E, sino ad allora, loro tre, e tutta Lysiath, avrebbe avuto a doversi impegnare al massimo per resistere, per quanto, tutto ciò, non sarebbe potuto che risultare a dir poco improbabile, per non dire impossibile.

« Arcieri! » richiamò pertanto con fermo vigore, nella quieta consapevolezza di quanto il fuoco non avrebbe avuto a fermare quelle creature e, ciò non di meno, nella speranza che, unito all’ostacolo proprio di quel fossato e, ancora, di quanto si erano premurati di lasciare sul fondo del medesimo, avrebbe potuto riservar loro un po’ di ragioni utili a imprecare i nomi dei propri dei, ammesso che tali, blasfeme creature avessero ancora un qualche dio a cui rivolgere le proprie preghiere.

Pronta fu la risposta degli arcieri e, dopo una sequenza del tutto identica alla precedente, una nuova pioggia di fuoco ebbe a colmare il cielo sopra le loro teste e a riversarsi, con mirabile precisione, all’interno del fossato, là dove, pur allor non visibili, erano precipitati i loro antagonisti. E lì giungendo, oltre a trafiggere, ovviamente, i loro antagonisti già adeguatamente impalati, quelle frecce non mancarono di incendiare il fondo del fossato, egualmente trattato al pari della striscia di terra con la quale, già, avevano allor provato ad arrestare l’avanzata dei non morti: così, in pochi istanti, le tenebre della notte furono squarciate dal bagliore di un ampio anello di fuoco, e un anello di fuoco che, con un effetto scenico tutt’altro che spiacevole, ebbe allora a chiudersi attorno alla città, marcando chiaramente l’intera, mirabile estensione del fossato, e rendendo meglio comprensibile, anche al resto delle truppe nemiche, e a quella maggioranza rimasta nelle retrovie in ottemperanza agli ordini ricevuti, quanto stesse allora accadendo.

« E con questo dovremo esserci riservati almeno un’oretta di quiete... » commentò con un quieto sospiro la Campionessa di Lysiath, lungi dal volersi considerare prematuramente vittoriosa, e, ciò non di meno, non desiderando neppure disdegnare l’occasione di avere di che essere soddisfatta per un’altra, fugace ora di vita appena concessa a se stessa e all’intera città.
« ... solo un’ora?! » domandò sconfortata Duva, nel cogliere quel commento e nell’auspicare, evidentemente, a un risultato più marcato rispetto a quello così definito dall’amica « Vuoi dirmi che una giornata intera di lavoro è valsa solo un’ora di tempo...?! »
« Fosse effettivamente un’ora, potremmo già essere grati agli dei per questo. » aggrottò la fronte Midda, scuotendo appena il capo « Non ho mai visto delle creature come queste. O, anzi, una vagamente assimilabile a loro l’ho vista e, mio malgrado, l’ho anche sposata. Ed è stato un fra gli errori più grandi della mia intera esistenza, non avendo mai trovato un modo per sconfiggerla... »
« Però anche Desmair alla fine era morto. » puntualizzò Lys’sh, cercando di dimostrarsi positiva, come di propria consueta indole « E lo dico trascurando volutamente il fatto che, poi, il suo spirito fosse entrato nel corpo di Be’Sihl e lì ci avesse soggiornato per anni, fino a quando non gli concedesti un’alternativa migliore con l’immortale Reel Bannihil. » soggiunse a scanso di facili equivoci, riassumendo in maniera estremamente concisa una storia decisamente molto più amplia.
« Desmair è stato ucciso da suo padre... che, si da il caso, avesse a doversi considerare un dio! Un dio minore e pur sempre un dio! » ricordò l’altra, escludendo una qualunque partecipazione personale a quel particolare successo.
« ... ehm... » esitò allora Duva, colta da un dubbio e da un dubbio estremamente spiacevole « ... senti un po’, Ucciditrice di Dei... non è che ora vedremo ritornare anche il paparino di Desmair?! » domandò, odiandosi per avere a dover anche solo formulare quell’ipotesi, non desiderando certamente avere a che fare, anche e ancor peggio, con un colossale dio minore, e un dio minore che, in effetti, avrebbe avuto a doversi annoverare fra i morti ammazzati dall’amica... gli stessi morti ammazzati che, in gran parata, ora stavano lì marciando contro di loro.
« Spero proprio di no. » strabuzzò gli occhi Midda, non avendo preso in considerazione quell’eventualità ma, del resto, non avendo mai neppure preso in considerazione l’eventualità di un ritorno di tutti i mostri mitologici da lei uccisi nel corso della propria intera vita, mostri, altresì, lì spiacevolmente presenti all’appello.
« Considerando quello che ci hai raccontato di Kah, credo proprio che lo avremmo veduto se avesse fatto ritorno... » puntualizzò Lys’sh, scuotendo il capo a confronto con quell’idea « Passi non esserci accorte della schiera di variegate creature laggiù presenti. Ma un gigantesco dio alto più di una montagna... beh... credo proprio che non passerebbe inosservato, no?! » ironizzò, non senza una certa logica alla base di tutto ciò.
« ... anche questo è vero. » annuì la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, in cuor suo grata di quella logica impeccabile, e di quella logica che avrebbe loro risparmiato il confronto con un dio redivivo, e un dio per sconfiggere il quale, la prima e unica volta in cui si era confrontata con un dio, aveva dovuto ricorrere al sangue del figlio della stessa dea Marr’Mahew, elevandosi estemporaneamente, per mezzo di ciò, a uno stato di semidivinità, in assenza del quale, altrimenti, improbabile sarebbe stato riservarsi successo di sorta in tal senso « Evidentemente neppure i poteri della Portatrice di Luce possono riportare in vita un dio, anche se minore. Ed è sicuramente meglio così... » confermò e ribadì, avendo a voler esorcizzare quell’eventualità, e quell’eventualità altrimenti a dir poco terrificante.

mercoledì 29 luglio 2020

3352


Fra tutte le capitali kofreyote, Lysiath avrebbe avuto a doversi intendere necessariamente qual la più peculiare, in conseguenza alla propria personale storia.
Un tempo provincia propria del regno di Tranith, era stata ceduta a quel del regno di Kofreya qual condizione necessaria per mantenere un clima di pace fra i due vicini. In ciò, quindi, aveva conservato tanto parte della propria natura tranitha, e di quella peculiare architettura proteiforme e incredibilmente colorata, vedendosi però aggiunte caratteristiche squisitamente kofreyote, come, prima fra tutte, quella stessa cinta muraria che, lì, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual, probabilmente, la più importante risorsa difensiva alla quale, in quel particolare frangente, tutti loro avrebbero potuto appellarsi, con buona pace dell’indole generalmente pacifica e pacifista dei tranithi. Allo stesso modo, anche la sua popolazione, pur ormai da secoli vissuta all’ombra dei vessilli kofreyoti, avrebbe avuto a doversi giudicare egualmente non dimentica del proprio passato tranitha, pur, in questo, neppur inconsapevoli del proprio presente kofreyota: un controverso ibrido, quello così lì venutosi a creare, a confronto con il quale, generalmente, i luoghi comuni non solevano riconoscere particolare benevolenza, riconoscendoli, da un lato, troppo kofreyoti per potersi considerare ancor tranithi, e dall’altro troppo tranithi per potersi riconoscere kofreyoti. Così, Lysiath e i suoi abitanti, erano abitualmente considerati alla stregua di una progenie bastarda, mal visti e poco considerati sotto ogni punto di vista. Situazione che, del resto, Midda Bontor, molti anni addietro, non aveva contribuito a migliorare nel dar fuoco a quello che avrebbe avuto a dover essere comunque inteso qual l’unico, vero, valore aggiunto di quel territorio: la grande Biblioteca.
Senza la Biblioteca, che pur già, nella pochezza intellettuale propria della mentalità kofreyota era, comunque, stata chiusa, considerata per lo più un peso anziché una risorsa; a Lysiath non era rimasto nulla. Certo: Lysiath avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la seconda provincia portuale di Kofreya, insieme a Kirsnya. Ma mentre la città di Kirsnya, in maniera sicuramente impropria nella mentalità propria kofreyota, avrebbe potuto vantare un affaccio diretto sul mare, con un’amplia zona portuale utile a dare un senso e un valore all’intera capitale; la città di Lysiath, in conseguenza ad antichi problemi con i pirati, aveva visto il proprio sviluppo principale entro i confini della terraferma, non negandosi un porto, e un porto elemento a dir poco indispensabile a confronto con l’indole propria di tutti i tranithi, figli dei mari, e pur un porto, allor, separato dalla capitale vera e propria, che pur portando egualmente il nome di Lysiath, avrebbe avuto quasi a doversi intendere qual un insediamento distaccato.
Una città fondata da Tranith e, ciò non di meno, non più una città tranitha. Una capitale di Kofreya e, ciò non di meno, mai realmente accettata qual kofreyota. Una città portuale pur senza avere né un porto, né un affaccio diretto sul mare. Queste avrebbero avuto a poter essere elencate fra le principali contraddizioni proprie di Lysiath, ultima fra tutte le province di Kofreya. E, ciò non di meno, una città, e una città affollata, una città piena di vita e di voglia di vivere. E una città che, pur avendo sempre vissuto in pace, lontana da qualunque fronte di guerra, in quel frangente si stava ponendo costretta a fare i conti con la battaglia, e con una battaglia che nessuno al mondo, in quel mondo, probabilmente, sarebbe stato in grado di vincere.

Per quanto, quindi, così osteggiata, così manchevole di riconoscimento da parte delle altre province del medesimo regno, esattamente in considerazione della propria peculiare natura Lysiath avrebbe potuto vantare, più di qualunque altra città, quello spirito di adattamento, quella resilienza che, forse, sola avrebbe potuto allor fare la differenza in quel momento, in quella situazione. Perché privati di qualunque altra identità nazionale al di fuori di quella propria della loro appartenenza a quella città, tutti i figli e le figlie di Lysiath avrebbero fatto l’impossibile per difendere la loro terra, la loro casa. E, in effetti, lo avevano già fatto.
Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, avevano risposto all’invito della loro nuova Campionessa, la stessa donna che, secondo alcune teorie mai avallate da prove concrete, avesse a doversi considerare responsabile per la distruzione della Biblioteca. Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, avevano costituito una forza di difesa, una vera e propria milizia cittadina, là dove, prima, nulla di tutto ciò, praticamente, era mai esistito o aveva avuto necessità di esistere. Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, avevano realizzato quelle catapulte, già impiegate forse senza particolare successo, e pur in maniera efficace ed efficiente, in contrasto ai loro antagonisti. Lo avevano già fatto nel momento in cui, senza esitazione alcuna, si erano saputi organizzare in ubbidienza ai comandi della loro nuova Campionessa, continuando a offrirle ascolto e fiducia benché, sino a quel momento, ancor nessun risultato fosse stato da loro raggiunto.
In quello e in molte altre cose, tutti quei figli e figlie di Lysiath avevano già dimostrato la propria forza d’animo. E, per quanto avversati dal destino, e da Nissa e dai suoi mostri, essi avrebbero continuato a farlo. Per così come, in quegli stessi istanti, non mancò di iniziare a maturare consapevolezza anche la stessa condottiera di quell’armata di non morti.

Fu questione di un istante. Un attimo prima Nissa e i suoi stavano correndo con foga alla volta delle mura della città, seguiti sempre a minor distanza da tutte le creature mitologiche che ritornate insieme a loro. Il ciclope, nella fattispecie, animato da una foga incontenibile, era riuscito allora non soltanto a distaccare gli altri mostri, ma, addirittura, a raggiungere il gruppo dell’avanguardia, affiancandosi a loro, prima, e superandoli, un attimo dopo. O, quantomeno, tale sarebbe stato il suo desiderio, la sua volontà, se soltanto, improvvisamente, il terreno non gli fosse franato sotto ai piedi, lasciandolo precipitare in una profonda fossa. Una fossa nel merito dell’esistenza della quale egli non avrebbe potuto riservarsi occasione di consapevolezza alcuna, e all’interno della quale, ineluttabilmente, ebbero a precipitare, uno dopo l’altro, tutti gli altri, a iniziare dalla stessa Nissa Bontor, la quale, proprio malgrado, non avrebbe mai avuto tempo per frenarsi.
E così, un mostro gigantesco, e almeno un centinaio di uomini al suo seguito, ebbero lì a scomparire, d’improvviso, nel suolo, quasi la terra stessa si fosse animata, per spalancare le proprie fauci e inghiottirli. E inghiottirli nell’oscurità propria di quel baratro di almeno dodici piedi di profondità e dodici piedi di ampiezza. E un baratro sul fondo del quale, ad attenderli, non mancarono di trovare una fitta selva di picche di legno, sulle quali, senza possibilità di freno alcuno, ebbero a ricadere e a impalarsi, l’uno sopra l’altro.

« ... cagna maledetta... » brontolò Nissa, nel comprendere cosa fosse accaduto, e nel ritrovarsi, in ciò, con una prima asta di legno a trapassarle il cranio da parte a parte, attraverso l’orbita destra, oltre ad altre tre, sparse disordinatamente fra le spalle e il basso addome, scendendo fino alla coscia sinistra, in una condizione che, se soltanto ella fosse stata ancora umana avrebbe certamente rappresentato morte per lei, e morte per tutti i suoi compagni, e che, pur, in quel frangente, non ebbe a imporle la benché minima ragione di dolore, quanto e soltanto di fastidio e di fastidio psicologico.

Se qualcuno fosse giunto a Lysiath due giorni prima, nulla di tutto quello avrebbe avuto a doversi intendere lì presente. Se qualcuno fosse giunto a Lysiath un giorno prima, quanto avrebbe potuto vedere sarebbe allor stato qualche migliaio di uomini e donne, giovani e vecchi, intenti a scavare, come membra di un unico corpo, quell’enorme fossato, e quel fossato a circondare, incredibilmente, l’intero perimetro della città. Un’opera colossale, quella così tradotta in realtà, che era stata lì realizzata, qual ennesima riprova della volontà di resistere, di non arrendersi all’avversa sorte, dai figli e dalle figlie di Lysiath, e da quegli uomini e quelle donne che, nel giro di meno di una decina di ore, in sola grazia alla propria stessa collettività, avevano reso possibile tutto quello. Un anello circolare a protezione della loro capitale. Un anello circolare che, se pur non sarebbe stato certamente utile a respingere in maniera indefinita i loro avversari, certamente avrebbe avuto a rallentarli, a ostacolarli e, ancor più, a veder riconosciuto a Lysiath il proprio primo, vero punto in quella battaglia, ragione per la quale non avere motivo alcuno di non gioire.

martedì 28 luglio 2020

3351


Questa volta le sue parole non restarono prive di ascolto. E gli uomini e le donne candidatisi alla protezione dell’urbe elevarono al cielo, e a tutti gli dei, le proprie voci, le proprie grida, a dimostrare quanto, ancora, non avessero ad avere a doversi fraintendere qual sconfitti, né, tantomeno, qual arresi a confronto con il fato pur lì loro palesemente tanto avverso. E avverso in misura maggiore a quanto, ancora, non avrebbero potuto immaginare.
Una genuina ignoranza, la loro, che pur si ritrovò a essere necessariamente colmata non appena ebbero a schierarsi sulle mura della città, pronti a tener testa alla carica dell’esercito nemico, e non appena, in tal maniera, ebbero a confrontarsi, nelle ombre dei primi minuti dopo il tramonto, con le sagome lontane dei mostri al servizio di Nissa Bontor, e di quella variegata schiera di creature che banale, in tal frangente, avrebbe avuto a dover essere descritta qual uscita da un qualche incubo, soprattutto nel considerare quanto, effettivamente, fosse accaduto proprio ciò.
E se Nissa e quel contenuto battaglione di non morti umani al suo diretto seguito stavano lì avanzando, ora di corsa, in direzione delle mura, alle loro spalle, nel mentre in cui la maggior parte del resto dell’esercito si poneva ancor schierato in quieta attesa dell’evolversi degli eventi, anche quei mostri, quelle creature non si stavano lasciando mancare l’occasione di cercare la pugna, proiettatisi in avanti in un’oscena carica e riguadagnando, in ciò, rapidamente terreno, nel rispondere, evidentemente, a un qualche esplicito richiamo in tal senso formulato dalla loro medesima comandante.

« Preparate i calderoni! » comandò la Figlia di Marr’Mahew, lasciando tuonare quell’ordine non soltanto perché, in effetti, allor strettamente necessario, quanto e ancor più per costringere i propri uomini ad agire, e, nell’agire, a non concedersi occasione di panico, e di quel panico, pur, allora quietamente giustificabile in un tanto terrificante contesto.
« Se le fiamme non li hanno danneggiati, credi davvero che della pece o dell’urina bollenti potranno in qualche modo imporre loro freno...?! » sussurrò Duva, non desiderando mettere in discussione gli ordini della sua amica sororale, e pur non potendo ovviare a porsi quieti dubbi a tal riguardo, e a riguardo dell’effettiva efficacia di una simile scelta tattica.
« Imporre loro freno... no! » escluse Midda, non contraddicendo l’assennata osservazione della propria compagna d’armi, con un sorriso tirato, che avrebbe voluto proporsi qual quieto e che pur, non riuscì ad apparire particolarmente tale... non innanzi alla follia propria di quel frangente « Ma, forse, li rallenteranno un po’. » sancì « In fondo, come anche Sarnico ci ha dimostrato, hanno bisogno dei loro tempi di recupero, dopo un danno fisico grave... »
« Credi che ce la faremo a resistere fin...? » iniziò a domandare Lys’sh, non desiderando lasciarsi dominare dallo sconforto e pur, in quel frangente, non potendo fare a meno di provarne, a confronto con una sfida che, istante dopo istante, si stava dimostrando sempre più improbabile, per non dire impossibile.
Tuttavia l’interrogativo della giovane donna serpente non ebbe a potersi neppure concludere nella propria completa formulazione prima che la sua interlocutrice avesse a interromperla, risparmiandole di scandire il resto della frase: « Non è questione di crederci. E’ che, semplicemente, non abbiamo alternative... »
« Spero che anche lui se ne renda conto... » sospirò Duva, levando l’indice della destra a indicare qualcosa innanzi a loro, e qualcosa che, fra le schiere dei mostri, si stava distaccando rapidamente, riconquistando, istante dopo istante, sempre più terreno verso la città e la sua cinta muraria.

In virtù di un’altezza, e di una massa, almeno due, se non tre volte superiore a quella della maggior parte degli altri mostri e, più in generale, delle altre creature lì presenti, impossibile sarebbe stato non notare una gigantesca figura umanoide, contraddistinta da due gambe e due braccia, un torso e una testa, in rapido avvicinamento alla città, in una sfrenata corsa che, presto, lo avrebbe visto raggiunge e persino superare l’avanguardia condotta dalla stessa Nissa Bontor in persona. E se ineccepibilmente umanoide quella figura avrebbe avuto a dover essere intesa tanto a una prima, quant’anche a una seconda occhiata, malgrado la crescente oscurità della notte difficile sarebbe stato non notare quanto, quello stesso mostro, al di là della propria sagoma, ben poco di umano avrebbe potuto vantare, a partire da una glabra epidermide squamata in sfumature di viola, sino a giungere al volto, o presunto tale, al centro del quale unica caratteristica riconoscibile effettivamente presente avrebbe avuto a dover essere inteso un unico, enorme occhio, e un unico enorme occhio che, in tal senso, avrebbe avuto quindi a rappresentare il suo stesso, intero cranio.

« Ma che diamine...?! » continuò la donna dalla scura carnagione e dai brillanti occhi dorati, appellandosi, implicitamente, in tal senso, alla propria amica, nella speranza e nella certezza di quanto ella avrebbe allora saputo dare sicuramente un nome a quella creatura, anche e soprattutto in considerazione che, essendo lì allor presente, avrebbe avuto a doversi intendere qual passata antagonista della stessa, e passata e sconfitta antagonista della stessa.

Prestando maggiore attenzione, al di sotto di quella testa non testa, di quell’enorme occhio poggiato al centro delle sue nerborute e ingobbite spalle, non avrebbe quindi mancato di apparire, pressoché al centro del suo petto, o di quello che avrebbe dovuto essere il suo petto fosse stato un essere umano, un’enorme bocca spalancata, e un’enorme bocca contraddistinta da un’orrenda doppia fila di zanne appuntite, tanto nel fronte superiore, quanto in quello inferiore, a meglio ribadire ogni estraneità di quell’essere da qualunque parvenza di umanità.
E se quell’unico occhio aveva avuto a sostituire il suo capo, e quell’enorme bocca aveva avuto a rimpiazzare il suo petto, di naso e di orecchie non avrebbe avuto a vedervi la benché minima presenza, forse e tuttavia egualmente presenti in semplici fori lungo quel voluminoso e possente corpo, e un corpo che, così slanciato contro Lysiath, non avrebbe potuto ovviare a rappresentare una spiacevole sentenza di morte anche in assenza di un’enorme clava, invero un vero e proprio tronco d’albero, da quell’essere sorretto fra le proprie mani e lasciato roteare al di sopra del proprio “capo”, nel caricare un colpo dalla violenza sicuramente devastante, e un colpo che, certamente, non avrebbe voluto risparmiare alle mura della città.

« E’ un ciclope. » storse le labbra Midda, con aria di disappunto « Sono passati più di trent’anni dall’ultima volta che ne ho visto uno... accidenti! »
« ... che poi, in effetti, era proprio quello. » puntualizzò Lys’sh, in fondo persino contenta, a modo suo, di non potersi spaventare più di tanto nel confrontarsi visivamente con quell’orrore, e con quell’orrore che, innanzi ai suoi sguardi, appariva ancora qual una macchia indistinta innanzi a sé, in lontananza.
« Già. » confermò la prima, in termini necessariamente retorici « Un cliente abbastanza rognoso. Anche se, tutto sommato, è peggio a vedersi che a combatterci insieme... » sottolineò, rievocando memorie lontane, degli anni della propria fanciullezza, e quegli anni in cui aveva avuto occasione di combattere contro un simile mostro al fianco del proprio amato Salge Tresand e del primo, ormai completamente perduto, equipaggio della Jol’Ange « Non è facile arrivare al suo occhio ma, una volta accecatolo, perde la maggior parte delle proprie potenzialità offensive... »
« ... peccato che, questa volta, non potrai tenerlo accecato molto a lungo! » ridacchiò Sarnico, il cranio del quale stava ancor finendo di ricomporsi dopo l’ultimo attacco, offrendosi, ciò non di meno, già sufficientemente abile a parlare, a scandire quella frase, e quella frase divertita a discapito della propria antica antagonista.
« Thyres! » sbuffò Midda, obiettivamente stanca di quell’inutile presenza al proprio fianco, in termini utili ad afferrarlo saldamente, con la propria destra, all’altezza del collo, prima di sollevarlo da terra e gettarlo per non meno di una sessantina di piedi oltre il limitare delle mura, al di fuori dei confini della città « Torna dai tuoi amici, lurido cane! » ringhiò, subito provando un certo senso di sollievo, nell’essersi liberata, forse e comunque in maniera un po’ superficiale, di quell’incomodo, con buona pace degli sforzi compiuti da Duva e Lys’sh per condurlo a lei.

lunedì 27 luglio 2020

3350


« Immagino che questo non te lo aspettassi, sorellina. » sorrise ancora Nissa, sempre più divertita all’idea della reazione della propria gemella, una reazione che ella non avrebbe potuto distinguere dalla propria posizione e che pur, obiettivamente, non avrebbe potuto non immaginare, e immaginare in maniera decisamente puntuale nella propria occorrenza.

In effetti anche Nissa stessa non se lo sarebbe mai potuto aspettare. Però era accaduto, e stava ancora accadendo, in maniera a dir poco miracolosa, in termini tali per cui difficile sarebbe stato non voler cogliere l’evidenza di una qualche benevolenza divina in proprio sostegno, in proprio aiuto, animata dalla volontà, dall’intento, di concederle occasione di riscatto dopo l’evidente ingiustizia da lei subita, e da lei subita nella successione di eventi che avevano condotto alla sua morte.
Tutto aveva avuto inizio poco dopo il proprio ultimo confronto con Midda, nella ritornata Biblioteca di Lysiath, quel luogo, un tempo santuario di sapienza e di conoscenza, or divenuto un oscuro delubro, e un oscuro delubro dal quale, per non meglio precisate motivazioni, tutti loro, i “ritornati”, erano fuoriusciti. Nissa, in effetti, aveva fatto parte del primo gruppo, e di quel gruppo che, già numerosissimo, già pari a un vero e proprio esercito, aveva affrontato Midda e le sue tre amiche, battendole con una semplicità, con una banalità quasi imbarazzante. Una sconfitta, quella loro così imposta, che non era equivalsa a una condanna a morte, quanto e piuttosto a una dimostrazione, e alla dimostrazione del loro potere, della loro forza, e della volontà di riscatto che, tutti loro, stava animando, in primo luogo nei confronti della loro ucciditrice, e in secondo luogo nei confronti del mondo intero, e di quel mondo che, quasi disinteressandosi a tutti loro, era proseguito oltre, era andato avanti come se la loro fine non avesse avuto a importare ad alcuno.
Già nel mentre di quella prima ondata, e di quell’ondata che, in effetti, avrebbe avuto a doversi piuttosto intendere qual un’avanguardia, Nissa non aveva potuto ovviare a verificare quanto, in tutti coloro a lei circostanti, e solo in minima parte a lei già noti, da lei già conosciuti, qual, magari, antichi compagni d’arme caduti sotto la furia assassina della sua gemella, avesse a doversi intendere uno strano senso di rispetto, di fiducia, di devozione e di obbedienza nei suoi riguardi. E se, in un primo tempo, abituata, in fondo, a esser regina dei pirati, signora incontrastata dell’isola di Rogautt e dei mari del sud, ella non avrebbe potuto che accogliere quella situazione con una certa ovvietà, quasi in alcun’altra maniera tutto ciò avrebbe avuto a potersi evolvere, in un secondo tempo la peculiarità di tutto ciò non avrebbe potuto mancare di spingerla a riflettere nel merito di quanto, allora, stava accadendo: sprone di riflessione, quello, reso indubbiamente ancor più marcato, nella propria necessità di occorrenza, nel momento in cui, dopo una seconda ondata di altri “ritornati” umani, avevano iniziato a fare la propria apparizione i primi mostri... e mostri che, malgrado la propria temibile natura, avevano subito dimostrato una certa, quieta, sottomissione nei riguardi della medesima figura, e di quella figura, paradossalmente, in fondo così simile, per non dire identica, a colei che avrebbe avuto a dover essere ricordata qual responsabile per la loro morte.
E se già, per qualche mai meglio chiarita ragione, gli umani le avevano offerto un certo, iniziale e fondamentalmente gratuito rispetto, a fronte dell’obbedienza dimostratale dai mostri tale fiducia, tale fedeltà, aveva avuto improvvisamente ragione di crescere esponenzialmente, sfiorando, entro taluni versi, l’idolatria. Poiché, agli occhi di tutti loro, una donna capace di imporre il proprio volere sopra una chimera o sopra un’idra, sopra a una sfinge o sopra a un’arpia, così come sopra a qualunque altro genere di creatura, in una sì incredibile varietà di esemplari da risultare persino complessa nella propria effettiva catalogazione, non avrebbe potuto ovviare a essere acclamata come condottiera, come comandante, se non, e addirittura, qual regina, qual sicuramente ella sarebbe tornata a essere nel giorno in cui la loro nazione avesse posseduto un regno. E proprio al fine di assicurare loro un territorio nel quale stabilirsi, e nel quale avere, finalmente, a godere di quella nuova occasione concessa loro miracolosamente dal fato, essi sarebbero stati disposti a seguirla in quella dichiarazione di guerra contro il mondo intero, e contro quel mondo nel quale, altrimenti, non vi sarebbe stato spazio alcuno per loro.

« Uomini e donne che avete affrontato la morte e l’avete vinta. Voi tutti che siete tornati dall’Aldilà, sfuggendo a quelle assurde leggi di natura a confronto con le quali eravamo tutti stati condannati dall’assassina nota con il nome di Midda Namile Bontor. » apostrofò in direzione del ridotto gruppetto al suo seguito, e un gruppetto che, pur, avrebbe avuto a dover essere considerato più che sufficiente per poter prendere d’assalto la città, in sola grazia al proprio numero ancor prima che a qualche particolare considerazione sulle loro forze, sulla loro peculiare condizione « Preparatevi a pretendere la vostra giusta vendetta contro il mondo che vi ha dimenticato! » li incalzò, a offrire loro occasione di sprono, manco ne potessero avere effettivamente l’esigenza, dopo una sì prolungata attesa « Quest’ora è la vostra ora! »

E se un grido collettivo ebbe a levarsi dalla profondità di quelle gole, anticipando di un istante la carica in testa alla quale la stessa Nissa si pose, riprendendo ad avanzare con foga furiosa verso le mura delle città, or in un assalto praticamente di corsa; un gemito altrettanto collettivo ebbe a sorgere sulle labbra dei difensori di Lysiath, i membri di quella milizia che, in qualche maniera, Midda era riuscita ad arrangiare nel corso della precedente giornata, e di quell’unica giornata concessale per organizzare la difesa della capitale kofreyota. Un gemito, quello proprio di tutti gli uomini e le donne lì impegnatisi a protezione delle proprie case, delle proprie famiglie, che ancor avrebbe avuto a doversi intendere ignaro nel merito dei mostri che li stavano cos’ attendendo, e di quei mostri nel merito della presenza dei quali sol Midda, Duva e Lys’sh avrebbero lì avuto a doversi allor intendere informate: un gemito, il loro, quindi conseguente soltanto all’idea di quella massa di non morti intenti a riprendere l’assalto tanto lungamente interrotto, e quell’assalto che, forse, nel profondo del proprio cuore, qualcuno aveva anche iniziato a sperare non avesse più a occorrere e che, al contrario, lì spiacevolmente stava alfine avvenendo.
Ma se, già in quelle condizioni di innocente ignoranza nel merito della reale entità della minaccia loro promessa al di fuori delle mura, l’esitazione non avrebbe potuto ovviare a palesarsi dal profondo delle loro gole, in quel gemito di incertezza... in quali termini mai avrebbero potuto allor reagire innanzi alla minaccia propria di un tifone? Di una chimera? Di una gorgone...?!
Quello avrebbe quindi avuto a doversi considerare il momento della verità per Midda e per tutta Lysiath. Perché nella misura in cui sarebbero stati in grado di restare compatti a confronto con quella minaccia, essi avrebbero potuto anche valutare le proprie speranze di sopravvivere ancora un poco. Non di vincere la battaglia, non di trionfare sui loro avversari, quanto e piuttosto di sopravvivere, e di sopravvivere il tempo sufficiente a garantire alla loro Campionessa di tener fede alla propria promessa e a quella promessa che, allora, aveva loro fatto in cambio di un patto di fiducia. Ma se allora avessero perduto il controllo, se allora avessero permesso ai loro avversari di prevalere sulle loro menti e sui loro cuori, a nulla sarebbe valso ogni sforzo compiuto sino ad allora.

« Figli e figlie di Lysiath! » tuonò la voce di Midda Bontor, nel mentre in cui ella si impose di tornare padrona di sé e del proprio spirito, non potendosi concedere occasione utile ad abbattersi proprio in quel momento, e in un momento tanto critico « Sulle mura! »

Purtroppo, in un primo istante, quel richiamo non parve sortire effetto. E, in ciò, ella fu costretta quindi a insistere, e a tornare a far riecheggiare potente la propria voce sulla follia e sulla paura lì dilagante...

« Lysiath! » ripeté ella, fondendo il concetto della capitale a quello dei suoi abitanti « Dimostra che non è questo il giorno in cui ti piegherai ai capricci dell’avversa sorte. Dimostra che non è questa l’ora in cui rinuncerai ai tuoi sogni e alle tue speranze. Dimostra che non è questo il momento in cui cesserai di meritare di vivere. » argomentò quindi, cercando di spronare emotivamente quegli uomini e quelle donne stanchi in conseguenza a quella lunga giornata di assedio, e all’ancor più lunga giornata precedente di organizzazione e preparativi « Lysiath! Combatti! »

domenica 26 luglio 2020

3349


« Ora ci divertiamo. » sorrise Nissa, quasi in quieta risposta all’intimo stato dall’arme della gemella, in quello che avrebbe potuto avere a essere un botta e risposta diretto se soltanto non vi fosse ancora tanto spazio fra loro, e spazio sufficiente a renderle reciprocamente poco distinguibili, già alla luce del giorno, e ancor meno a confronto con le ombre della notte.

Ovviamente e ineluttabilmente il concetto proprio di divertimento dell’ex-regina dell’isola di Rogautt non avrebbe avuto a poter coincidere con quello proprio della Figlia di Marr’Mahew. Anzi.
E questo non poté che risultare sgradevolmente evidente, soprattutto all’attenzione della stessa Midda Bontor e delle sue due amiche, nel momento in cui un’impressionante serie di fiammate iniziò a levarsi in cielo, accompagnate e seguite da terribili ruggii inappellabilmente non umani, ma, in verità, anche e peggio, ben poco animaleschi.

« Ma che diami... » esitò Duva, scuotendosi dall’indolenza che l’aveva caratterizzata in quell’ultimo lasso di tempo per sospingersi, con un deciso colpo di reni, a sporgersi in avanti oltre la merlatura del bastione, a tentare di distinguere l’origine di tutto ciò.
« Immagino che questo non sia buono... » commento Lys’sh, consapevole di non aver praticamente speranza di poter distinguere cosa potesse star accadendo e, in tal senso, neppure impegnandosi a tal riguardo, nell’attendere, quietamente, quanto avrebbero avuto a riferirle le due amiche non appena la questione fosse stata chiara.
« ... Thyres... » gemette la Campionessa di Lysiath, non abbisognando né di sporgersi, né di volgersi verso quell’orizzonte per identificare di cosa allora si stesse parlando, e, ciò non di meno, non desiderando assolutamente avere a credere alle proprie orecchie « ... non può essere. Non c’erano nel mio incubo! »
« Chi...?! » domandò con un certo timore Duva, non essendo certa di voler scoprire la risposta a quell’interrogativo e, ciò non di meno, non potendo ovviare a formularlo, ancora intenta a osservare l’orizzonte « Chi non c’era nel tuo incubo...?! »

L’incubo al quale Midda Bontor, in quel momento, stava offrendo riferimento avrebbe avuto a doversi intendere quello dal quale secondo-fra-tre, e il secondo-fra-tre al servizio dell’errabonda regina Anmel Mal Toise per inseguire la quale una sua versione alternativa di nome Madailéin Mont-d'Orb, proveniente da un altro mondo, da un’altra dimensione, era giunta sino a quella realtà, aveva ispirato nella sua mente per dar vita a quell’orrore, e a quell’orrore il quale, i di lei poteri da Portatrice di Luce, avevano tradotto in realtà. E se già paradossale avrebbe avuto a doversi intendere quanto, a condurre al mondo quelle creature non fosse stato, in verità, il suo ruolo di Oscura Mietitrice, quanto quello di Portatrice di Luce, tutt’altro che unica, folle, discrepanza razionale alla base di tutto quello; semplicemente insopportabile non avrebbe potuto che essere il pensiero di quanto, a sfruttare tutto ciò, fosse stato un tanto subdolo antagonista.
E un antagonista che, evidentemente, aveva agito in maniera ancora più spietata rispetto a quanto non avesse offerto, sino a quel momento, evidenza di aver agito.

« I mostri. » rispose Midda, coprendosi il volto con la mancina, quasi a voler celare, in ciò, il proprio sconforto, e uno sconforto quantomeno giustificato in quel frangente.
« Quali mostri...?! » insistette Duva senza offrire immediata comprensione a confronto con una tanto ambigua risposta.
« Per quello che ci hai raccontato fino a oggi, di mostri nella tua vita ne hai affrontati e uccisi parecchi... » puntualizzò Lys’sh, ad ampliare il senso della questione forse un po’ troppo coincisa sollevata dall’amica, argomentandola in termini più precisi di quanto l’altra non avesse voluto riservarsi occasione di offrire, anche in virtù del particolare momento corrente.
« Tutti quanti... » gemette la donna guerriero, non avendo più neppure la forza emotiva per imprecare.

In effetti, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto essere certa di ciò, laddove, in fondo, non avrebbe neppure avuto a poter essere certa di chi fosse tornato o meno dal regno dei morti per causa di secondo-fra-tre e dei suoi subdoli poteri onirici. Ciò non di meno, anche in considerazione del fatto che persino Sarnico aveva fatto lì ritorno, pur non essendo stato ucciso direttamente da lei, ella non avrebbe potuto ovviare a temere una certa ragionevolezza alla base di una tale ipotesi, in termini tali da potersi lì permettere di suggerirla qual pura e semplice verità.

« ... » commentò Duva.
« ... ah... » le fece eco Lys’sh.

Diversamente dal resto dell’universo, e per ragioni ancor non meglio esplorate e pur, forse, riconducibili in parte all’azione della precedente Portatrice di Luce e Oscura Mietitrice, la versione autoctona dell’Anmel Mal Toise ancor in circolazione, e i poteri della quale, per l’appunto, erano stati ereditati dalla stessa Midda Bontor; in quel particolare mondo avrebbe avuto a dover essere rilevata un’ampia varietà di specie viventi, con una sicura predominanza umana e, ciò non di meno, una pur consistente presenza di tantissime altre creature, creature soventi incomprese nella propria stessa natura, e nella ferocia intrinseca alla propria stessa natura, da essere state semplicemente accomunate sotto il termine di “mostri”, entrando a far parte, nel corso dei secoli, per non dire dei millenni, a far parte del mito.
Cerberi e tifoni, draghi e viverne, serpenti di mare e anfesibene, ippocampi e scultoni, gargolle e chimere: queste e molte altre avrebbero avuto a dover essere elencate fra le creature disordinatamente sparse nel mondo, creature che, laddove avevano incrociato, nel corso delle proprie esistenze, il cammino della Figlia di Marr’Mahew, non avevano mancato di essere da lei abbattute, a volte per semplice fatalità, quasi un danno collaterale, altre e piuttosto per un’indubbia intenzionalità. E quell’indubbia intenzionalità propria di un’avventuriera mercenaria tanto desiderosa di rafforzare la propria fama, quanto di individuare sempre nuove occasioni per porsi alla prova e, ponendosi alla prova, per riuscire a offrire un senso alla propria quotidianità.
In ciò, quindi, se soltanto fosse stato vero, e nulla avrebbe potuto negarlo, che oltre alle centinaia di migliaia di uomini e donne da lei abbattuti, avevano lì fatto ritorno anche tutte quelle creature non umane che, nel corso degli anni, ella aveva egualmente sconfitto, parimenti ucciso, ritrovandosi, per ragioni non meglio chiarite, tutte riunite ai comandi della sua gemella Nissa Bontor, improvvisamente la già disperata condizione di Lysiath avrebbe avuto a doversi intendere, ove possibile, ancor più disperata. E disperata in termini tali per cui, forse, coloro lì presenti a tentare di proteggere quelle mura avrebbero fatto meglio a suicidarsi con le proprie mani, piuttosto che, in qualunque modo, avere a tentare il confronto. Anche perché, la maggior parte di quei mostri, di per sé, avrebbe avuto già a doversi riconoscere qual contraddistinto, in un mondo o nell’altro, da un qualche particolare genere di invincibilità, di invulnerabilità, di presunta immortalità che, laddove unita alla nuova, peculiare condizione lì comune, si sarebbe allor concretizzato nel peggiore fra tutti gli incubi a cui mai il più folle dei bardi avrebbe potuto avere a sospingersi.

« Vi prego. Ditemi che Desmair mi ha intrappolata nuovamente nella mia mente. » sussurrò Midda, umettandosi appena le labbra con fare palesemente nervoso, in termini un tempo per lei del tutto ignoti « O ditemi che questo è, ancora, l’incubo di secondo-fra-tre e che io devo ancora svegliarmi. » suggerì una possibile alternativa, non di meno spiacevole e pur, malgrado ciò, indubbiamente preferibile rispetto a tutto quello « Ditemi persino che sono morta, e che questo è il mio personale Aldilà nel quale ho a dover scontare tutte le colpe accumulate nel corso della mia vita... » arrivò a ipotizzare, scuotendo appena il capo « ... ma non ditemi che questo è reale. »

sabato 25 luglio 2020

3348


« Non voglio arrendermi... » protestò, tuttavia, la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo, nel riconsegnare, nuovamente, la spada all’amica, e quella spada che stava continuamente prendendo in prestito da lei, ormai in maniera quasi grottesca nella propria puntuale ripetibilità « Questi dannati zombie devono avere un punto debole. »
« A costo di voler apparire critica... » riprese l’altra, aggrottando appena la fronte e riprendendo, stancamente, la propria arma, con la quieta consapevolezza di quanto essa non sarebbe rimasta a lungo fra le proprie mani « ... per tentare di ottenere un qualche risultato diverso da quello che ormai conosciamo bene, non dovremmo forse impegnarsi a esplorare qualche soluzione alternativa...?! Obiettivamente, a questo punto, appare assurdo sperare che la situazione evolva in maniera diversa, dopo almeno una cinquantina di tentativi fra loro fondamentalmente assimilabili. » precisò, a scanso di equivoci, per poi, ancora, soggiungere nel desiderio di ovviare a qualunque possibile fraintendimento « Cioè: il tuo è un modo per sfogare della rabbia repressa o davvero ti stai attendendo di riuscire a sconfiggerlo nel continuare, ossessivamente, a farlo a pezzi...?! »
« In effetti... un po’ speravo in una diversa evoluzione. » sospirò Midda, in una stanca ammissione « Persino gli zombie della Sezione I hanno dimostrato un proprio limite rigenerativo, nel corso del tempo... fatta eccezione per il loro prototipo, s’intende. »

Dietro il termine Sezione I avrebbe avuto a dover essere intesa una vecchia conoscenza delle tre donne, delle tre amiche, le quali, quand’ancora fra le stelle del firmamento, avevano avuto a che fare non soltanto con dei malcapitati membri di un tanto famigerato gruppo di mercenari, quanto e piuttosto anche con il loro stesso prototipo, Reel Bannihil, il primo e unico malcapitato che, pur sottoposto a quell’oscena maledizione tecnologica, a quelle microscopiche macchine programmate al solo scopo di rigenerare i tessuti viventi in caso di sopraggiunta morte, non aveva mai subito gli effetti negativi di quel deterioramento psicologico, innanzitutto, e fisico, a lungo andare, che pur, in ogni altro caso, era stato riscontrato in chiunque altro fosse stato esposto, più o meno volontariamente, a tutto ciò.
In effetti, definire zombie i membri della Sezione I non sarebbe stato corretto.
Non, quantomeno, nella stessa misura in cui sarebbe stato all’occorrenza corretto indicare in tal maniera Be’Sihl Ahvn-Qa, amato compagno della stessa Figlia di Marr’Mahew, anch’egli, per vicende alterne, ritrovatosi a essere resuscitato, a seguito di una stupida e assolutamente gratuita morte, proprio per mezzo dell’impiego di quelle microscopiche macchine. Perché Be’Sihl, al pari di tutti gli altri membri della Sezione I, non avrebbe avuto a poter essere frainteso in alcun modo somigliante a Sarnico, a Nissa o a tutti i gli altri loro compagni. E per quanto, in effetti, egli avesse a poter ora vantare una certa, sovrannaturale rapidità nel riprendersi da ferite e traumi di natura non letale, qual effetto positivo dell’operato di quella stessa tecnologia ancora e per sempre presente nel suo corpo, ciò non sarebbe certamente valso in caso di morte. Anzi. Una vita: solo una vita in più era stato, a tutti gli effetti, il beneficio del quale Be’Sihl aveva potuto godere nel ritrovarsi, proprio malgrado, coinvolto da tutto ciò. E nel momento in cui, alla fine, egli fosse morto nuovamente, il suo corpo sarebbe sì tornato ancora alla vita, ma non la sua mente, non la sua coscienza, che avrebbe iniziato a degradarsi traducendolo in una versione primordiale di se stesso, mosso, allor, non più da un qualche genere di intelletto, quanto e piuttosto da una sorta di istinto, e l’istinto a compiere quanto di più naturale per lui era stato nel corso della propria vita. Motivo per il quale, nel considerare quanto, fra gli infiniti spazi siderali, la maggior parte dei membri della Sezione I avessero a doversi intendere, per l’appunto, dei mercenari, ex-militari sovente caduti in battaglia e riportati alla vita soltanto per avere un’altra occasione da spendere in maniera egualmente stupida, incapaci, in fondo, a pensare a qualcosa di diverso dalla guerra, facile sarebbe stato comprendere perché la Sezione I fosse così temuta fra le stelle delle galassie lontane dalle quali Duva e Lys’sh provenivano: nel momento in cui, infatti, fossero stati nuovamente uccisi, si sarebbero tradotti necessariamente in micidiali macchine assassine, animate solo ed esclusivamente da un’irrefrenabile bramosia di morte, e da una bramosia di morte che mai sarebbero stati in grado di saziare fino a quando, ancora, fossero stati in grado di muoversi... condizione, purtroppo, comunque loro garantita ancora per lungo, lunghissimo tempo in conseguenza, per l’appunto, all’operato della medesima tecnologia che, in ciò, avrebbe avuto a doversi intendere per loro miracolosa salvezza e terrificante maledizione.
In qualunque maniera avessero a doversi intendere, a prescindere da ciò, i membri della Sezione I, zombie o meno, spiacevolmente palese avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto, comunque, il rapporto esistente fra qualunque cosa fossero divenuti Sarnico, Nissa e tutti gli altri e i membri della Sezione I avrebbe avuto a doversi intendere pari al medesimo rapporto esistente fra gli stessi e degli zombie tradizionali, come quelli che non avrebbero mancato di affollare le maledette lande della palude di Grykoo. E di questo, proprio malgrado, Midda Bontor non avrebbe potuto ovviare a vantarne maturata consapevolezza anche e soprattutto in conseguenza a tutti gli sforzi rivolti a discapito del loro prigioniero... sforzi spiacevolmente inutili.

 « Peccato che Reel... anzi, credo che dovremmo dire Desmair, ormai... non abbia comunque molto a che fare con queste creature. » osservò Lys’sh, cercando di affrontare la questione con la propria consueta quiete emotiva e controllata razionalità, nel coinvolgere nel discorso in corso il già citato prototipo della Sezione I, quell’uomo il corpo del quale era stato ormai posseduto dallo spirito immortale dello sposo della propria amica, in un intrecciarsi di quella vicenda così complicato da non poter essere che felici al solo pensiero di quanto, ormai, una distanza incolmabile avesse a separarli per sempre « Quando lui è vivo, è vivo a tutti gli effetti. Così come quando lui è morto, è morto a tutti gli effetti. Con ogni annesso e connesso della situazione, a partire dal battito cardiaco, giusto per citare una cosa a caso fra le tante che mancano a questo tizio. » dettagliò, a meglio esplicitare il proprio concetto nel merito delle differenze esistenti e tutt’altro che trascurabili, quelle stesse differenze che stavano enormemente complicando la vita a tutte loro in quel particolare frangente.
« Insomma... dovremo trovare un qualche nome diverso da zombie per definire la tua gemella e i suoi nuovi amichetti... » aggrottò la fronte Duva, stringendosi appena fra le spalle.
« ... magari prendiamoci nota di farlo dopo aver trovato un modo per eliminarli. » suggerì Midda, non desiderando certamente sprecare tempo ed energie in simili facezie, laddove, dal proprio punto di vista, comunque si fosse voluta rigirare la questione, quelle creature, né vive, né morte, altro non avrebbero avuto a dover essere intese se non quali dei non morti... seppur certamente meno piacevoli nella loro presenza rispetto a quelli in contrasto ai quali, in passato, aveva avuto occasione di schierarsi.

Fu in quel momento che il sole, già basso a occidente, ebbe a tuffarsi completamente oltre il profilo dell’orizzonte, salutando Lysiath e i suoi difensori almeno sino al mattino successivo, sempre ammesso che avrebbe avuto a esserci un mattino successivo per loro. E tale evento non poté ovviare a distrarre l’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, sino a quel momento concentratasi su Sarnico, per tornare a osservare Nissa e le sue truppe, nella quieta consapevolezza di quanto, dopo quel prolungato stallo nel corso del quale nessuna delle due parti aveva avuto a osare qualche mossa realmente risolutiva, certamente, con il favore delle tenebre, le cose avrebbero avuto a evolversi, a mutare. Perché, se tutti loro, ineluttabilmente, non avrebbero potuto ovviare ad accusare i primi segni di stanchezza, per quella lunga, lunghissima giornata; i loro avversari non avrebbero, sciaguratamente, avuto ad accusare eguali problemi. E questo vantaggio, ne era certa, non avrebbe mancato d’esser colto dalla propria controparte.

venerdì 24 luglio 2020

3347


Il gioco del chaturaji aveva da sempre appassionato Midda Bontor.
Forse non proprio da sempre, non essendo certamente un gioco adatto a dei pargoli, e non avendolo mai visto giocare in casa propria, in quel di Licsia, isoletta troppo lontana dal mondo e dai suoi problemi per poter desiderare affrontare la guerra, fosse anche e soltanto per giuoco. Ciò non di meno, da quando l’aveva visto giocare per la prima volta in una taverna, negli anni della propria fanciullezza, ella non aveva potuto ovviare a esserne attratta, con la stessa incauta curiosità di una falena nei riguardi del fuoco. Non che il chaturaji avesse a doversi fraintendere qual un gioco pericoloso o violento: ciò non di meno, e al pari di qualunque altro gioco, nel momento in cui, complice l’ebbrezza propria di qualche bicchiere di vino di troppo, si fosse reso troppo appassionato, estremamente semplice sarebbe stato veder un giocatore perdere la pazienza di fronte a un tiro di dadi sfortunato o alla propria definitiva sconfitta, soprattutto ove non realmente esperto con il giuoco e con l’altissima possibilità di fallimento al medesimo, con tutte le violente conseguenze che, da ciò, sarebbero potute conseguire.
Fra tutti i giochi, in quello del chaturaji Midda aveva avuto occasione, comunque, di trovare una meravigliosa e realistica simulazione di guerra, con tutte le difficoltà proprie del caso, con tutte le incognite rappresentate dal comportamento dei propri alleati, e di quegli alleati che pur, al momento più opportuno, non avrebbero mancato di tradursi in avversari, e, ancora, con l’incredibile aleatorietà del gioco costretta dal tiro dei dadi, utili a rappresentare l’imprevedibilità della sorte anche nelle vere battaglie, e in quelle battaglie nel corso delle quali impegnarsi a tentare di mantenere sotto controllo ogni possibile evoluzione non sarebbe egualmente valsa ad alcuno la certezza di una vittoria, giacché, comunque, un inatteso e inattendibile imprevisto avrebbe potuto volgere, necessariamente, tutto al rovescio. Per questa ragione, quand’ancor giovane, colei destinata molti anni più tardi a divenire la Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, non aveva potuto ovviare, pertanto, a entusiasmarsi al confronto con la mirabile complessità delle dinamiche di tale gioco, e di un gioco che, pur nella semplicità delle proprie regole, difficilmente avrebbe avuto a offrire due partite uguali fra loro, anche nei confronto con i medesimi antagonisti. E, in tanti anni di gioco, e di gioco contro antagonisti sempre più in gamba rispetto a lei, ella non aveva potuto mancare di crescere non soltanto a livello strettamente anagrafico, ma anche, e ancor più, in esperienza di gioco, sino a diventare, obiettivamente, un’ottima giocatrice, traendo benefici da ciò per la propria vita quotidiana e traendo spunti dalla propria avventurosa vita quotidiana per migliorare, costantemente, il proprio giuoco.
Per quanto Midda Bontor, quindi, fosse un’ottima giocatrice di chaturaji, nell’essersi allontanata dalla propria gemella da troppi lustri, ella non avrebbe mai potuto sapere, non avrebbe mai potuto immaginare quanto, in effetti, anche Nissa non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual estranea a tale nobile passatempo. E non avrebbe mai potuto immaginare quanto, in verità, anch’ella avesse a doversi intendere qual una mirabile giocatrice. Solo per questa motivazione, quindi, quanto lì stava accadendo, con l’una in piedi sopra i bastioni della città, e l’altra egualmente ritta innanzi a essi, a debita distanza, a schierare i propri pezzi su quell’amplia scacchiera e ad attendere, l’un l’altra, l’iniziativa della controparte, non ebbe a essere interpretato per quello che, in effetti, avrebbe avuto a dover essere inteso: ossia una sfida a chaturaji. E una sfida a chaturaji con in palio non tanto un supposto senso di vittoria, quanto e piuttosto, effettivamente, quella sottile, e pur mai sottovalutabile, differenza fra la vita e la morte. La vita per chi avesse vinto. La morte per chi avesse perso.
A differenza di Midda e di Nissa, né Duva né Lys’sh, né tantomeno Sarnico avrebbero potuto vantare di essere dei bravi giocatori di chaturaji. Anzi: in effetti essi non avrebbero potuto minimamente vantare di essere giocatori di chaturaji, nel migliore dei casi conoscendo di nome quel gioco in quanto tale. Ma se per Duva e Lys’sh, esperte guerriere, veterane di molte battaglie, la logica propria del chaturaji non avrebbe avuto certamente a doversi considerare ignota, essendo state abituate da sempre a dover lottare per conquistare quanto desiderato, all’occorrenza avendo a dover offrire anche il proprio miglior viso al pessimo giuoco che il fato avrebbe potuto loro offrire; per Sarnico nulla di tutto questo avrebbe potuto valere. Invero, volendo dirla tutta, egli non aveva mai avuto necessità di impegnarsi in qualcosa, fosse il gioco o fosse la vita, per ottenere quanto egli avrebbe potuto desiderare possedere.
Cresciuto fra agi, lussi e vizi, Sarnico non aveva mai dovuto faticare per conquistare qualcosa. Qualunque cosa. E se la sua morte avrebbe avuto a doversi intendere qual degno coronamento di un’esistenza non soltanto inutile, quanto e più dannosa; il suo ritorno qual non morto, e qual quella creatura apparentemente immortale che egli era divenuto, non avrebbe potuto che rappresentare un insulto a tutti coloro che, certamente più meritevoli di lui, non avevano mai avuto una simile occasione: ancora una volta, in effetti, Sarnico aveva ottenuto una vittoria senza bisogno di impegnarsi in qualcosa. E una vittoria che, psicologicamente, si ritrovò a reiterare a ogni nuovo tentativo da parte della Figlia di Marr’Mahew di farlo a pezzi, per così come, purtroppo e tuttavia, ella non si stava riuscendo a dimostrare in grado di fare.

« Sei consapevole del fatto che io non stia neppure provando dolore in tutto ciò...?! » sorrise egli scandendo quelle parole, o, quantomeno, avrebbe voluto sorridere egli tentando di scandire quelle parole, se soltanto avesse avuto, in quel momento, ancora una mandibola collegata al volto, e non precipitata con violenza a terra, lasciando muovere in maniera disordinata, e parecchio disgustosa, un frammento di lingua ancora rimasta aggrappata al resto della sua bocca « Sei soltanto una stupida vacca, Midda Bontor. Una vecchia cagna ritrovatasi improvvisamente priva di denti, che si affanna a tentare di mord... »

Forse, se soltanto Sarnico fosse stato un giocatore di chaturaji, avrebbe potuto impiegare in maniera migliore l’oscena fortuna che la sorte gli aveva riservato, e che gli aveva riservato in quella condizione di miracolosa dannazione, in conseguenza alla quale nulla gli sarebbe mai potuto essere negato dalla vita. Ciò non di meno, quello non appariva essere il suo interesse, così come non appariva essere suo interesse, in verità, compiere nulla di particolare, limitandosi a lasciarsi massacrare e ad attendere, pazientemente, di ritornare intero, per riprendere a insultare la propria nemica come se nulla fosse accaduto.
Ma forse, in fondo, egli stava lì compiendo esattamente ciò che avrebbe dovuto compiere, o, quantomeno, ciò che Nissa, vera giocatrice di quella partita, si attendeva egli avesse a compiere: stava distraendo Midda e le sue amiche, costringendole a perdere tempo dietro di lui, in una vana ricerca di un punto debole, e di un punto debole che avesse a poter definitivamente spazzare via la minaccia così rappresentata da quell’esercito di non morti. E, in tal senso, gli sarebbe dovuto essere riconosciuto, quindi, un certo credito, giacché raramente qualcun altro, a parte forse Desmair, semidivino sposo della stessa Figlia di Marr’Mahew, si era riuscito a dimostrare tanto bravo nel tormentare in tal maniera la medesima Midda Bontor, costringendola a incalzare con tanta ferocia nei suoi riguardi senza pur, in ciò, ottenere il benché minimo risultato di sorta.
Un risultato di sorta che, anche in quell’occasione, non sarebbe quindi stato riconosciuto alla donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, benché, nuovamente, si fosse impegnata a ridurgli il cranio in una poltiglia, fosse anche per non ascoltare più gli inintelligibili suoni che egli stava lì scandendo e che, al di là del loro intrinseco significato, avrebbero avuto pur a risuonare, in maniera sufficientemente esplicita, qual canzonatori a proprio stesso discapito.

« Giuro che avevo iniziato a tenere il conto. Il conto del numero di volte in cui lo hai già fatto a pezzi, intendo dire. » sospirò Duva, con le braccia conserte e la schiena appoggiata a una merlatura del bastione, con aria stanca e demotivata « Ma temo proprio di averlo perduto... e non so neppure da quanto! » sancì, storcendo le labbra verso il basso « Per quanto vorrai ancora proseguire in questo modo...?! E’ quasi il tramonto ormai, e tanto qui, quanto là davanti, tutti i nostri sforzi appaiono irrimediabilmente vani. »

giovedì 23 luglio 2020

3346


« Credo di poter vantare di conoscere abbastanza bene mia sorella... » premesse la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, lunghi e ordinati in una splendida treccia « ... e in questo mi sento sufficientemente sicura nell’affermare che, se così fosse, lo avremmo certamente saputo. » escluse quindi, scuotendo appena il capo, per poi avere a puntualizzare meglio il senso della propria affermazione, motivandola razionalmente « Ella non avrebbe mancato di pubblicizzare la cosa. E non soltanto in direzione dei propri uomini, per offrire loro speranza e motivazione; ma anche, e soprattutto, verso di noi, suoi avversari, per cercare, al contrario, di distruggere le nostre aspettative e le nostre sicurezze. » argomentò, con voce trasparente di quieta serenità interiore « Non è forse questo il suo consueto approccio...?! »

Gli uomini, molti, e le donne, in quantità minore, lì presenti ad accompagnarla, tutti coloro i quali avevano già avuto occasione di affrontare la Figlia di Marr’Mahew e di essere da lei sconfitti e uccisi, non mancarono di riflettere con attenzione a tal riguardo, non potendo ovviare a offrire ragione, ancora una volta, a colei forse eletta, o forse autoproclamatasi, loro comandante. Tale, in effetti, avrebbe avuto a doversi riconoscere il consueto incedere della donna guerriero loro antagonista, loro comune nemesi e assassina, per così come tutti loro avrebbero potuto testimoniare: soprattutto nel momento in cui ella avesse avuto a ritrovarsi in difficoltà, in palese condizione di inferiorità nei riguardi del proprio avversario, il comportamento da lei mantenuto avrebbe avuto, effettivamente, a prevedere quel duplice impegno: dedicarsi a rinfrancare il proprio stato d’animo, rafforzare, anche e soltanto a livello psicologico, le proprie prospettive, e, contemporaneamente, impegnarsi a demolire ogni sicurezza della propria controparte, sollevando dubbi nel merito delle sue effettive possibilità di vittoria, nella consapevolezza di quanto, una qualunque battaglia, avrebbe avuto a dover essere vinta innanzitutto sotto un profilo psicologico, e soltanto in secondo piano da un punto di vista fisico.
E se indubbio, in quel frangente, avrebbe avuto a dover essere inteso quanto ella si stesse ritrovando, proprio malgrado, in una condizione di inferiorità nei riguardi di Nissa e di quella nazione di non morti; il gesto da lei compiuto nell’inviare le proprie amiche a prelevare uno di quegli zombie, per poterlo studiare, per poter trovare occasione utile a porre fine a quella sua innaturale esistenza, non avrebbe avuto che a doversi perfettamente inserire in tale quadro d’insieme, qual quieta dimostrazione della necessità, per lei, di avere a promuovere una speranza di vittoria fra le proprie file e, parimenti, una promessa di disastrosa sconfitta fra le linee nemiche. Intento che, purtroppo per la stessa Midda Bontor, non doveva essere stato evidentemente condotto a compimento... non, per l’appunto, nell’assenza di un qualunque genere di proclama pubblico utile a testimoniare la fallibilità di quelle creature.
Il ragionamento offerto da Nissa, quindi, ebbe a convincere gli uomini e le donne al suo seguito, rinfrancando la fiducia di cui già ella si era ritrovata a essere destinataria, seppur per motivazioni non ancor meglio definite. Del resto, non soltanto quella fiducia avrebbe avuto a doversi intendere priva di un qualche effettivo percorso giustificativo, utile a offrire un perché a quanto lì stava pur accadendo: quasi tutto quello che era accaduto a partire dal loro ritorno in vita, o, quantomeno, all’esistenza, avrebbe avuto a doversi considerare privo di un qualsivoglia contesto, e di un qualsivoglia contesto utile a dare un senso a tutto ciò... a partire, per l’appunto, dal loro stesso ritorno al Creato e dalle condizioni nel quale, ciò, era avvenuto.
Ormai perfettamente memori del proprio io e della propria storia, e della propria storia almeno sino al giorno della propria morte, e di quella morte occorsa per colpa della stessa Midda Bontor, tutti loro o, quantomeno, coloro i quali su quel pianeta avrebbero avuto a poter vantare i propri natali, giacché, fra quelle smisurate schiere, non avrebbero avuto a dover essere obliate anche le vittime della furia della Figlia di Marr’Mahew per così come prodotte fra le stelle del firmamento, nel corso del proprio viaggio siderale, non avrebbero potuto ovviare a ben ricordare quanto il normale concetto di zombie avesse a distanziarsi di molto rispetto al proprio attuale stato, alla propria corrente condizione.
Uno zombie, un non morto, in quel mondo, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un costrutto negromantico, un corpo privo di coscienza e di anima che, in grazia a un oscuro maleficio, veniva rianimato e sospinto a compiere le volontà del negromante o, in assenza di un negromante, a seminare morte e distruzione attorno a sé, in una tanto feroce, quanto tristemente insaziabile fame di vita, quasi, nell’uccidere i viventi attorno a sé vi sarebbe potuta essere una qualche speranza di riconquistare, almeno in parte, quanto ormai irrimediabilmente perduto. Uno zombie, quindi, non avrebbe avuto a poter vantare coscienza di sé. Un non morto non avrebbe potuto ricordare la propria esistenza, formulare pensieri di senso compiuto o, tantomeno, interagire verbalmente con il mondo a sé circostante. Ma, soprattutto, un non morto non avrebbe mai avuto l’aspetto di un vivo, a meno che il processo di rianimazione non avesse immediatamente seguito il momento della morte... e pur, anche in questo caso, la decomposizione sarebbe rimasta in atto, vedendo le carni marcire, i fluidi corporei lasciare quelle membra, la pelle rinsecchirsi e mummificarsi, fino a quando, ora della fine, di colui o colei che un tempo era nulla sarebbe rimasto a eccezion fatta per il suo scheletro.
Impossibile, quindi, sarebbe stato, per coloro i quali, nati, cresciuti, vissuti e morti in quel mondo, comprendere quanto stesse avvenendo loro, che cosa mai fossero divenuti. E altrettanto impossibile, in effetti, sarebbe risultato anche tal esercizio di raziocinio anche per coloro i quali, altresì, non avrebbero avuto a poter vantare di essere autoctoni di quel pianeta, quanto e piuttosto di mondi lontani, e mondi lì, addirittura, inimmaginabili: per tale, e pur significativa, minoranza, infatti, la situazione avrebbe avuto a doversi intendere persino peggiore, nel ritrovarsi, proprio malgrado, catapultati in una realtà a loro del tutto estranea, e in una realtà nella quale non avrebbero potuto vantare di riuscire neppure a comprendere la lingua locale, ma in cui, per qualche non meglio precisata motivazione, si stavano ritrovando a marciare fra le schiere di un esercito, al seguito degli ordini di una donna incredibilmente identica alla responsabile per le proprie morti, e pur, evidentemente, diversa da lei per quanto, probabilmente, tutt’altro che estranea.

« Al tramonto la costringeremo a prendere una posizione. » ribadì allora Nissa, ripetendo la scadenza così fissata « Non potrà evitare di giocare le sue carte migliori non appena vedrà cosa abbiamo in serbo per lei. » soggiunse poi, con malevola soddisfazione all’idea di quanto, allora, alla propria sorella non sarebbe stata concessa altra possibilità se non quella di cedere di fronte a lei e alla potenzia delle sue forze, della nuova nazione della quale il fato aveva voluto porla a capo, forse a compensazione per la perduta Rogautt e per il regno di pirati che pur, in una vita intera, ella aveva edificato soltanto in virtù del proprio coraggio e del proprio carisma.
« Trasmettiamo l’ordine alle retrovie...? » si informò un altro fra coloro a lei più prossimi, evidentemente desideroso di poter agire a beneficio di ciò, di poter contribuire, fosse anche e soltanto con un ruolo da messaggero, a quell’evoluzione.
« Non ve ne è bisogno. » scosse tuttavia il capo la donna, escludendo tale necessità « Questa è una partita a chaturaji e come in ogni partita a chaturaji che si rispetti, pur abbisognando a rispondere, all’occorrenza, alle sventure del caso, una strategia di fondo non può non essere pianificata sin dall’inizio. » puntualizzò, offrendo un parallelismo non casuale fra quella battaglia e il gioco da tavolo che meglio avrebbe potuto esemplificare l’evolversi di una battaglia, tanto dal punto di vista strategico quanto da quello tattico « E se un giocatore qualunque, al più, scende in campo con una sola strategia... un bravo giocatore ne pianifica almeno mezza dozzina, per essere pronto a tutto. »
« E immagino che tu sia una brava giocatrice, mia signora... » ammiccò la donna che per prima si era rivolta a lei, esprimendo un pur legittimo interrogativo nel merito dei tempi di attesa loro ancora richiesti.
« Io sono un’ottima giocatrice. » aggrottò la fronte Nissa, ovviando a false modestie, del tutto vane in quel frangente « E già ieri sera ho comunicato almeno due dozzine di possibili azioni da intraprendere, nel corso di questa battaglia, a seconda dell’evoluzione stessa degli eventi. »

mercoledì 22 luglio 2020

3345


L’assedio di Lysiath era iniziato quella mattina, alle prime luci dell’alba, quando Nissa Bontor, rispettando una propria precedente, perentoria intimazione di resa, si era lì presentata a capo di uno sterminato esercito di non morti. E non di non morti qualsiasi, ma di quella nuova progenie di non morti dalle dalle sembianze umane e dall’integro intelletto, in una combinazione quantomeno spiacevole per la stessa Figlia di Marr’Mahew loro involontaria creatrice, specialmente là dove motivato da un comune e diffuso antagonismo a suo discapito, nel condiviso risentimento, fra tutti loro, innanzi alla quieta consapevolezza del pensiero proprio di essere stati da lei uccisi, e nell’altresì più assoluta inconsapevolezza di quanto, paradossalmente, sempre da lei fossero ora stati riportati a una qualsivoglia genere di esistenza.
I termini proposti dall’ex-regina dell’isola di Rogautt, ora a propria volta tradotta in quella nuova e immortale versione di se stessa, erano stati fondamentalmente molto semplici: la rinuncia a ogni forma di resistenza da parte dei cittadini di Lysiath, allo scopo di assicurarsi, in ciò, una quieta occasione di morte, rapida e indolore; in alternativa a una vasta varietà di atroci sofferenze che avrebbero imposto a chiunque la necessità di avere a supplicare per una qualche occasione di morte, e a supplicare, in tal senso, per una qualche occasione di morte qual certa possibilità di liberazione da tanto orrore. Termini tutt’altro che costruttivi, tutt’altro che accettabili, quelli che allor Nissa Bontor aveva così proposto, che non avrebbero mai potuto trovare possibilità di accettazione, se non da parte degli abitanti di Lysiath, ancor meno da parte della sua gemella: e non a caso, non in maniera imprevista, anzi e piuttosto ampliamente prevista e auspicata, Midda Bontor non aveva quindi mancato di correre a prendere le difese della capitale kofreyota, ergendosi qual supposto baluardo a protezione di quella letale minaccia in un inedito ruolo di Campionessa della città, traducendo, di fatto, quella battaglia, quella guerra, e quella guerra fra vivi e non morti, in qualcosa di estremamente personale, ed estremamente personale qual, di fatto, avrebbe avuto a dover essere inteso un nuovo capitolo nell’eterna faida sororale fra lei e Nissa.
L’assedio di Lysiath era iniziato quella mattina, alle prime luci dell’alba. E dopo che un piccolo contingente di qualche dozzina di combattenti si era separato dal gruppo principale seguendo la direzione della stessa Nissa e avanzando, in ciò, a coprire ampia parte della distanza esistente fra loro e Lysiath; e dopo che tale piccolo contingente si era ritrovato a fare i conti con una cortina di fuoco ardente, ipoteticamente destinato a imporre nuovamente loro l’oblio della morte e, altresì, scopertosi del tutto inefficace a loro discapito; e dopo che Lysiath aveva risposto iniziando a bersagliare la quota principale delle forze nemiche per mezzo di potenti catapulte, in un tentativo purtroppo non di maggiore successo rispetto alle fiamme; e dopo che Nissa aveva arrestato il proprio incedere per costringere la propria gemella a compiere una qualche “prima mossa” a suo supposto discapito... dopo tutto ciò, a pomeriggio avanzato, la situazione di stallo così venutasi a creare si stava ancor procrastinando, nell’apparente disinteresse per Nissa a proseguire, almeno per il momento, e nell’incapacità da parte di Midda di riuscire a definire una qualche tattica realmente utile a discapito di quelle creature, per così come ogni inutile sforzo riversato a discapito dello stesso Sarnico non avrebbe potuto mancare di dimostrare.

In un tale contesto, in una simile condizione a contorno, la cattura di lord Sarnico, audace idea della stessa Figlia di Marr’Mahew, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa se non qual l’ennesima, triste dimostrazione di quanto, allora, nulla di ciò che ella avrebbe potuto supporre di compiere, e supporre di compiere anche con una certa originalità, avrebbe potuto mancare di essere ampliamente previsto dalla propria antagonista, e da quell’antagonista che, proprio a ribadire tale concetto, non aveva mancato di offrire in supposto sacrificio proprio quella quietamente sacrificabile figura, e quella quietamente sacrificabile figura che, era certa, non avrebbe mancato di mandare in crisi le emozioni e le certezze della propria gemella.
Ovviamente a Nissa Bontor e ai suoi non era sfuggita l’abile iniziativa resa propria compiuta dalle due compagne d’arme e di vita della Campionessa di Lysiath nell’avventurarsi, sole, nel territorio esterno alle mura della città, segnale inequivocabile di quanto, allora, tutto stesse accadendo esattamente in accordo alle loro aspettative. Così come non era sfuggito il loro pur discreto appropinquarsi, in termini utili da offrire ragion di procedere alla messa in scena relativa all’allontanamento dal gruppo, pur invero in termini tutt’altro che infondati, dello stesso Sarnico. Quanto, comunque, non erano riusciti a cogliere fu l’avvicinamento finale delle due, e l’azione offensiva proposta a discapito della loro preda inconsapevolmente prescelta, in termini tali per cui, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta un’indubbia ragione di plauso alle due, o a chi, fra le due, effettivamente responsabile di ciò.
Perciò, quando tutto fu compiuto, la medesima comandante di quell’esercito di non morti non poté mancare a concedersi un amplio sorriso di soddisfazione, all’idea di quanto sarebbe quindi accaduto e di quanto, certamente, Midda non avrebbe mancato di che maledirla per tutto quello. E non soltanto per averle inviato proprio quell’uomo, quanto e piuttosto per averle inviato una versione assolutamente immortale di quell’uomo, in contrasto al quale alcuno sforzo, alcun impegno, per quanto letale e distruttivo, avrebbe potuto vantare il suo valore, la sua efficacia.
Ovviamente Nissa Bontor non avrebbe potuto avere la certezza assoluta che nulla di quanto compibile dalla propria gemella avrebbe potuto nuocere a lei o ai suoi pari: quella condizione, del resto, avrebbe avuto a dover essere intesa qual nuova tanto per i loro avversari, quanto per loro stessi, in termini che, allora, non avrebbero potuto ovviare a difettare di qualsivoglia genere di sicurezza. E già, invero, a confronto con le fiamme che Midda Bontor aveva loro riservato, con quell’abile imboscata, con quell’apprezzabile stratagemma, essi avrebbero avuto a poter incontrare la loro prematura fine... se soltanto, appunto, avessero avuto a concedersi un qualunque risultato di sorta. In tal senso, quindi, la scelta compiuta in favore di una risorsa qual l’inutile lord Sarnico, fra tutte quelle a propria disposizione, non avrebbe avuto a dover essere giudicata motivata soltanto dal desiderio di imporre un dispetto a discapito della propria gemella, quant’anche di spronarla a compiere tutto quanto avrebbe potuto essere nelle di lei possibilità per riservarsi successo a suo discapito, per riuscire a distruggerlo. Cosicché anche laddove, alla fine, Sarnico avesse nuovamente cessato di esistere, loro avrebbero potuto riservarsi coscienza dell’esistenza di una qualche debolezza nella loro attuale condizione, premurandosi di avere a tutelarsi in termini adeguati a ovviare al peggio: un modo come un altro, in buona sostanza, per riservarsi vittoria anche in caso di sconfitta.

« Sono già trascorse almeno tre ore da quando quel viscido verme è stato condotto all’interno delle mura. » ebbe a ricordare una delle donne a lei più vicine, evidentemente tutt’altro che simpatizzante per il medesimo Sarnico, esprimendosi con parole utili a confermare, ancora una volta, la perfetta scelta compiuta per quel possibile sacrificio, e per quel sacrificio che, anche ove fosse stato tale, non avrebbe privato il suo schieramento né di una risorsa utile, né, tantomeno, di una risorsa benvoluta dai propri stessi compagni e, soprattutto, compagne, specialmente laddove consapevoli della negativa fama circondante quello spiacevole individuo « Per quanto vorrai attendere ancora, mia signora...? »
« Concediamoci ancora tempo fino al tramonto... » banalizzò Nissa, stringendosi appena fra le spalle, nella quieta serenità di chi, lì in piedi, immobile, avrebbe potuto trascorrere anche il prossimo secolo o il prossimo millennio senza, in ciò, accusare la benché minima stanchezza, estranea, ormai, a simili condizioni proprie dei mortali ma non, certamente, di quella nuova e quasi divina generazione che essi avrebbero avuto a rappresentare lì, in quel frangente « Per allora, all’interno della città, saranno tutti già stremati. E la mia sorellina avrà avuto occasione di demotivarsi a sufficienza nel non aver rilevato alcuna possibile debolezza alla quale appellarsi per distruggerci... »
« Credi veramente che Midda Bontor non troverà il mondo di condannarci tutti a morte...?! » la interrogò un altro lì accanto, con un’evidente senso di timoroso rispetto nei riguardi di colei che, in fondo, era già stata capace, in passato, di sconfiggerli e di ucciderli tutti quanti « Magari lo ha già individuato, e Sarnico, ora, è tornato alla polvere. »

martedì 21 luglio 2020

3344


Sebbene, da quando era diventata la nuova Portatrice di Luce e la nuova Oscura Mietitrice, Midda Bontor si stesse impegnando a condurre un diverso stile di vita, e uno stile di vita che non avesse a lasciar spazio a quel genere di negative condotte che troppo avrebbero potuto alimentare l’aspetto più distruttivo del proprio essere, contribuendo a renderla sempre più prossima a una nuova Anmel Mal Toise; e sebbene, in tal senso, ella avesse rinunciato a soluzioni eccessivamente violente, arrivando addirittura a privarsi della compagnia di una spada al proprio fianco nella speranza, in tal maniera, di avere a minimizzare le possibilità, per lei, di ricorrere alla stessa qual soluzione ai propri problemi; essere posta, ancora una volta, di fronte a lord Sarnico, e a una versione zombie del medesimo, non avrebbe potuto ovviare a giustificare, da parte sua, un incedere ineluttabilmente più risoluto, in termini tali da ben giustificare ogni possibile mezzo per riuscire, una volta per tutte, a dimostrare la non invincibilità di quelle creature agli occhi di tutti, e, anche, ai propri, al fine di rinvigorire un ormai calante senso di fiducia, di speranza nei riguardi dell’avvenire, e di un avvenire purtroppo a ogni istante meno roseo. Ma benché ella, in opposizione a lord Sarnico, non avrebbe potuto riservarsi alcun genere di inibizione psicologica a ricorrere alle azioni più violente immaginabili e inimmaginabili... ogni dannatissima volta, a ogni nuova, supposta e definitiva morte, quel maledetto tornava puntualmente in sé, ritrovando non soltanto la propria integrità, ma addirittura la propria integrità originale, nel riproporsi, con il proprio sorriso sardonico innanzi al suo glaciale sguardo, in termini che difficilmente avrebbero potuto trovare altra occasione di espressione se non quali quelli propri di un incubo.
In quelle ultime ore, quella creatura si era vista aprire il cranio, trafiggere, decapitare, mutilare, eviscerare, scorticare, bruciare... e molto altro ancora, offrendo agli sguardi di Duva e Lys’sh un vasto campionario della violenza che avrebbe potuto essere propria della loro comune amica, della loro sorella d’arme e di vita. Un vasto campionario che, purtroppo, ogni qual volta si era visto del tutto vanificato nella propria occorrenza, quasi nulla fosse allor realmente accaduto, quasi non fosse stato suo il corpo trucidato in maniera puntualmente orribile. E a ogni nuovo tentativo, accanto alla stanchezza, nella Figlia di Marr’Mahew non poteva ovviare a crescere un certo e giustificato senso di frustrazione, e confronto con quella che, ancor prima di una propria estemporanea vittoria, si stava rivelando sempre di più una reiterata sconfitta, psicologica e fisica, offrendo credito all’idea che, invero, dietro alla cattura, obiettivamente non eccessivamente complicata, di quell’uomo, altro non avesse a doversi intendere una chiara volontà della sua sagace gemella, la quale, intuendo quanto sarebbe allor accaduto, quanto ella avrebbe tentato di compiere, non soltanto non aveva voluto ostacolarla ma, anzi e addirittura, aveva voluto aiutarla, e aiutarla in termini utili a porle fra le mani uno dei pochi individui al mondo nei riguardi dei quali non si sarebbe mai riservata occasione alcuna di freno, nel tentare di ucciderlo e di ucciderlo nella maniera più violenta possibile.
Potendo infatti attingere al sin troppo vasto bacino di persone che a lei avrebbero avuto a poter offrire riferimento per la propria morte, del resto, Nissa Bontor avrebbe potuto facilmente avere a presentarle qualcuno fra coloro i quali, magari e addirittura, ella avrebbe avuto a provare un certo rimorso per quanto accaduto, in termini utili a frenare i suoi colpi, a porla innanzi alla difficoltà propria di uno sgradevole blocco mentale o emotivo a prendersi la libertà di agire con tutta la spregiudicatezza necessaria per tentare di eliminare definitivamente quelle creature, quei bizzarri non morti. Ma, così facendo, pur indubbiamente torturandola in misura decisamente maggiore di quanto non avrebbe mai potuto avvenire con lord Sarnico, Nissa non avrebbe potuto conseguire un secondo, e più importante, risultato: dimostrare alla propria gemella quanto ogni sforzo che ella avrebbe potuto allor compiere, e avrebbe potuto compiere contro di loro, sarebbe stato vano.
In ciò, per tal fine, molto più opportuno sarebbe stato quindi porle fra le mani qualcuno che non meritasse alcun possibile riguardo, e a discapito del quale potesse avere a impegnarsi senza freno inibitorio di sorta. Qualcuno come lord Sarnico di Kirsnya, a confronto con il quale ella avrebbe potuto sbizzarrirsi in ogni qual maniera la sua fantasia avrebbe potuto suggerirle di agire, senza alcun genere di remora per un uomo che, già quando era ancora in vita, non avrebbe avuto a meritare di vivere. E che, di certo, da non morto, non avrebbe potuto contribuire in nulla di positivo al Creato.

« Sai... quando, prima di inchiodarmi a terra e lasciarmi uccidere da quella cagnetta, tu mi rivelasti il tuo nome, ammetto che rimasi sinceramente impressionato, per non dire terrorizzato, dall’idea di ritrovarmi al cospetto della leggendaria mercenaria di lord Brote di Kriarya. » sorrise egli, nel mentre in cui l’ennesimo tentativo di ucciderlo si ritrovò a essere vanificato, nel vedere le membra del suo corpo riunirsi nei propri più minuscoli frammenti, per così come, in mondi lontani, Midda aveva avuto occasione di poter vedere occorrere a un altro genere di zombie, e di zombie tecnologici, fonte di ispirazione primaria per quella nuova progenie di non morti, e per quella nuova progenie di non morti che, a modo proprio, avrebbe avuto a potersi probabilmente intendere essere la definitiva, nell’offrirsi scevra di ogni difetto proprio di qualunque altra negromantica creatura, in passato, ella si fosse ritrovata ad affrontare « C’è da dire che la morte cambia molto la prospettiva sulle cose. E, ora, francamente, mi rendo conto di quanto sia stato stupido, all’epoca, a spaventarmi innanzi a te... »
« Facile parlare quando le tue budella ritornano da sole all’interno del tuo corpo... » osservò Duva, aggrottando appena la fronte a confronto con l’arroganza così dimostrata dal quello zombie.
« Ora come ora non mi fai più paura... Midda Bontor! » scandì il nome di lei con un amplio sorriso sul volto, a schernirla « Non mi spaventi tu. Non mi spaventa la tua amica del nord. Né, tantomeno, la gorgone con cui ti accompagni! » ridacchiò egli, scuotendo appena il capo « Ai miei occhi siete semplicemente ridicole. Grottesche e ridicole! E siete destinate a soccombere sotto le offensive de... »

La frase non ebbe tuttavia occasione di essere terminata, giacché il braccio destro in lucido metallo cromato della donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe a muoversi con rapidità e violenza a discapito del cranio di quell’essere, schiantandosi contro il suo volto e trapassandolo, letteralmente, da parte a parte, grazie alla straordinaria forza dei servomotori alimentati all’idrargirio al suo interno, retaggio del periodo vissuto fra le stelle del firmamento accanto a Duva e Lys’sh, che alcuna appartenenza avrebbero avuto a poter vantare con quel suo mondo, al di là della comprensibile confusione compiuta da Sarnico, nel considerarle una figlia dei regni desertici centrali e una gorgone, basandosi esclusivamente sul loro aspetto. E se quel pugno, in passato, era stato in grado di abbattere spesse pareti di metallo, esercitando energia sufficiente a sollevare mille libbre di peso senza affaticamento alcuno, nel confronto con la carne e le ossa di quel disgraziato ebbe giuoco facile, facendo esplodere, letteralmente, la sua testa, e schizzando a destra e a manca frammenti di osso, di materia cerebrale e altri liquidi di varia natura, sotto lo sguardo stanco e annoiato delle altre presenti.
Perché se pur, all’inizio di tutto quello, tanto Duva quanto Lys’sh non avrebbero potuto ovviare ad accusare un certo disagio emotivo a confronto con una tanto iperbolica scena di violenza sanguinosa, o qual tale sarebbe sicuramente stata se soltanto, all’interno di quel corpo, il sangue avesse continuato a circolare, ora, dopo averlo visto morire già  dozzine di volte, e dozzine di volte ritornare integro come nulla fosse accaduto, le due non avrebbero potuto mancare di accogliere tutto ciò quasi con una certa noia, con una decisa stanchezza, limitandosi a tentare di pulirsi dagli schizzi che pur, ormai, le impregnavano già da ben prima di quell’ultimo colpo...

« ... lo sai vero che non servirà a nulla?! » domandò Lys’sh, a scanso di ogni possibilità di equivoco.
« Sì... » ammise la Figlia di Marr’Mahew, storcendo le labbra verso il basso a esprimere palesemente tutto il proprio disappunto « Ma il suo tronfio blaterare mi aveva stancato. E questo ci darà qualche minuto di tranquillità... »

lunedì 20 luglio 2020

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Lord Sarnico di Kirsnya non era mai stato, fondamentalmente, buono. Anzi: nel descriverlo, coloro che avevano avuto occasione di conoscerlo, non avrebbero potuto ovviare a ricordarlo qual un ricco, sadico annoiato, erede di una delle più importanti famiglie dell’unica vera città portuale kofreyota, già tale anche prima dell’annessione di Lysiath all’annovero dei territori controllati da Kofreya. Come un’ampia percentuale di ricchi ereditieri, che tutto si erano sempre visti attribuire non per propri meriti, in conseguenza a proprie, apprezzabili capacità, quanto e piuttosto per semplice diritto di nascita, lord Sarnico aveva sviluppato un improprio senso della realtà, e un senso della realtà nel quale a lui tutto avrebbe avuto a dover essere concesso, a lui tutti avrebbe avuto a dover essere tributato, per il semplice fatto che lui era lui. E per buona parte della sua esistenza, in effetti, ciò era avvenuto, vedendolo puntualmente accontentato in ogni proprio capriccio, lecito e illecito, morale e immorale. Ciò, quantomeno, fino a quando non aveva avuto un’evidente sfortuna, nell’incrociare, per pura fatalità, il cammino di Midda Bontor.
All’epoca dei fatti, Midda Bontor, a seguito di un naufragio, si era risvegliata parecchio confusa in quel della piccola e tranquilla isola di Konyso’M: confusa nella misura utile a non ricordare neppure il proprio nome né, tantomeno, la propria identità. Ma, al di là di tale, intima confusione, ella non aveva assolutamente dimenticato la propria natura, non aveva scordato come combattere, né, tantomeno, aveva perduto il proprio più innato senso di giustizia, nella misura tale per cui, trovandosi, in quello stesso frangente, l’isola presa d’assalto da un gruppo di pirati, ella non si era fatta scrupolo a compiere una vera e propria mattanza, uccidendone da sola, leggenda riportava, almeno un’ottantina. Un’impresa, per l’appunto, degna da entrare immediatamente nel mito, e da farle acquisire uno dei suoi soprannomi più celebri: Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra del pantheon locale.
Nel tentativo di fuggire dall’orrore proprio di quell’aggressione di pirati, le donne e i bambini di Konyso’M erano stati velocemente imbarcati su una nave mercantile lì in porto, salpando verso il continente alla ricerca di un’occasione di salvezza dalla violenza e dalla morte che, sicuramente, sarebbe stata altrimenti loro promessa. E se pur, a posteriori, tale scelta non avrebbe avuto a dover essere completamente criticata nella propria occorrenza, al tempo stesso non si era rivelata egualmente positiva per tutti i profughi... e non, in particolare, per la giovanissima Heska, che proprio in conseguenza a quell’assalto aveva veduto le proprie nozze prematuramente interrotte nella propria stessa celebrazione, si era vista costretta a separarsi dal proprio amatissimo Mab’Luk, per poi, quasi letteralmente, scomparire inglobata nelle viscere più oscure della stessa Kirsnya, là dove aveva sperato di trovare accoglienza e ospitalità. Una speranza, la sua, forse espressione di una certa ingenuità nel merito della cattiveria propria dell’uomo, a confronto con la quale, proprio malgrado, ella aveva pagato un altissimo prezzo, ritrovandosi prigioniera del sadico lord Sarnico, il quale, aggiungendola a una piccola collezione di altre splendide ragazze, si era così realizzato un piccolo, personale harem di schiave, costrette a sottostare a ogni perversione fisica e psicologica loro imposta dallo stesso Sarnico e dalla schiera dei suoi più perversi amici e ospiti.
E se pur, a confronto con tutto ciò, soltanto il suicidio avrebbe potuto avere a liberarla, tale estrema soluzione non ebbe mai a dover occorrere. Non in grazia, quantomeno, all’intervento proprio della Figlia di Marr’Mahew, la quale, scoperto l’accaduto e individuata la posizione di Heska, non mancò di impegnarsi in prima persona non soltanto alla sua liberazione fisica, quanto e piuttosto al suo recupero psicologico. E un recupero che ella ebbe a concederle attraverso una terapia d’urto forse discutibile nelle proprie dinamiche, e pur, comunque, efficace nei propri risultati: una terapia d’urto che aveva veduto, quindi, Sarnico essere umiliato e inchiodato, letteralmente a terra, per poi venir offerto, letteralmente, in sacrificio alla furia di Heska, e alla furia di quella giovinetta alla quale egli aveva negato la propria innocenza, e che, per questo, non avrebbe avuto a poter esser dal lei mai perdonato.
Lord Sarnico era morto molti anni addietro. Ed era morto, quindi, per mano di Heska Narzoi, colei che egli aveva voluto trasformare in un giocattolo sessuale per ogni propria perversione e che, risvegliata nella propria coscienza e liberata nelle proprie inibizioni dall’intervento della Figlia di Marr’Mahew, aveva alfine lasciato ben poco di integro di quel mostro, distruggendolo fisicamente al solo fine di riconquistare, in ciò, quell’integrità psicologica che egli gli aveva tanto a lungo negato.
Purtroppo, nel mondo di Midda Bontor, i morti avevano sempre dimostrato l’antipatica abitudine di non voler restare quietamente tali troppo a lungo. E a una situazione generale già non semplice, sotto ogni punto di vista, in tempi recenti aveva avuto a doversi sommare un’ulteriore fattore di complessità derivante dal fatto che la stessa Midda Bontor, tornata in circolazione dopo un lustro di assenza in conseguenza a un lungo viaggio compiuto fra le stelle del firmamento, aveva ereditato i poteri propri della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, poteri volti a Creare e a Distruggere, e poteri che ella, oltre a non essere invero in grado di controllare, non desiderava, in effetti, neppure possedere.
Poteri, i suoi, che, purtroppo, pur non desiderando essere da lei impiegati, avevano quindi finito per essere utilizzati contro di lei. E utilizzati da parte di una nuova, e pur antica avversaria, un’altra Anmel Mal Toise, simile ma diversa a quella da lei già affrontata e vinta, e un’altra Anmel Mal Toise che, sfruttando il potere proprio sul dominio dei sogni di uno dei suoi tre vicari, secondo-fra-tre, aveva costretto, in maniera inconsapevole, la propria antagonista a riportare alla vita tutti coloro che, per sua mano, erano morti. E a riportarli alla vita non quali semplici zombie, né, tantomeno, quali comuni mortali, quanto e piuttosto una nuova, e più sgradevole condizione. E una condizione nella quale, secondo dinamiche non propriamente lineari, anche lord Sarnico aveva trovato occasione di essere incluso, insieme a qualche altro centinaio di migliaia di persone.
Centinaio di migliaia di persone, il censimento preciso delle quali sarebbe stato decisamente complicato da definire, che, allora, erano state riunificate dal carisma di una rediviva Nissa Bontor, la sua gemella, anch’ella da lei, anni prima, uccisa, in un terrificante esercito di non morti, e un terrificante esercito deciso a muoversi alla conquista dell’intero mondo conosciuto... o comunque, quantomeno, di un terzo del medesimo, corrispondente all’intero continente di Qahr. Un intento folle che avrebbe avuto inizio, nella fattispecie, dalla provincia kofreyota di Lysiath, e da quella capitale per tentare di proteggere la quale la stessa Midda, accompagnata dalle proprie fedeli amiche e sorelle d’arme e di vita Duva Nebiria e Har-Lys’sha, aveva ottenuto il ruolo di Campionessa, con pieni poteri di controllo sulla città e sui suoi abitanti.
Così aveva avuto inizio uno strano assedio, e un assedio che da un lato avrebbe veduto un quieto schieramento di non morti in placida attesa dei voleri della loro comandante, Nissa Bontor; e dall’altro avrebbe trovato un decisamente più agitato contingente di disgraziati mortali, pronti a sacrificarsi in nome della propria libertà e della vita delle persone a loro più care, guidati dalla voce della loro Campionessa, Midda Bontor. Ma se, al termine della prima giornata, la futilità di ogni tentativo di offesa degli uomini di Lysiath a discapito dei non morti avrebbe potuto dare spazio a spiacevoli malumori e perdita di fiducia, la stessa Figlia di Marr’Mahew non aveva potuto ovviare a richiedere alla proprie amiche l’ingrato compito di procurarle uno di quei non morti, allo scopo di studiarlo e di trovare un modo per ucciderlo, e ucciderlo definitivamente, mostrando in ciò, a tutti, quanto quella battaglia non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual sì disperata, sì priva di ogni possibilità di vittoria.
E il fato aveva voluto, loro malgrado, che a essere estratto, forse a caso, forse per intervento della stessa Nissa, da quell’immenso mazzo, fosse proprio la carta di lord Sarnico. E una carta a discapito della quale, anche in virtù dei loro trascorsi, Midda Bontor non avrebbe avuto alcuna remora a riversare tutto il proprio odio, tutta la propria violenza, per porre fine alla sua esistenza per così come desiderato...

... se solo, sciaguratamente, riuscire a porre fine alla sua esistenza per così come desiderato non si fosse rivelato decisamente più complicato rispetto a quanto non avrebbero potuto sperare avvenisse, con buona pace di ogni iniziale proposito di sprone emotivo in favore dell’entusiasmo e della fiducia degli uomini e delle donne della milizia di Lysiath.