11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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mercoledì 21 novembre 2012

1768


Eppure… eppure a proprio sostegno, a proprio supporto, in proprio aiuto, e forse a sostegno, supporto e aiuto di entrambe, avrebbe dovuto essere paradossalmente riconosciuta proprio la morte di colui del quale avevano appena celebrato l’ultimo saluto, l’estremo addio. Perché, nel sogni di futuro che l’avevano vista coinvolta, in quelle visioni sull’avvenire che l’avevano sconvolta, negandole quella sola convinzione, forse infantile, e pur da sempre presente nella sua esistenza, quel principio di indipendenza innanzi a uomini e dei sol derivante dalla propria volontà, e dal proprio impegno; Desmair era ancora presente, era ancora parte della propria realtà, ove a lui non si era riferita qual appartenente al proprio passato, quanto caratteristico della propria attualità. Un’attualità che, evidentemente, tal non avrebbe più dovuto essere considerata qual possibile, qual temibile, non, per lo meno, in quella specifica forma.
Perché egli era morto. E una delle poche, assolute e, in ciò, addirittura gradevoli, leggi che da sempre avevano regolato il Creato, era quella che avrebbe negato qualunque possibilità di ritorno dalla morte, se non per effetti di oscene negromanzie che ben poco avrebbero restituito del soggetto coinvolto, trasformandolo, nel migliore dei casi, in una grottesca parodia di se stesso, spettro o zombie che questo avrebbe potuto offrirsi. Desmair comunque era morto. Era morto ed era stato cremato. E se anche fosse ritornato come spettro, non sarebbe più stato lo stesso. Non sarebbe stato, anzi, diverso dalle sofferenti ombre, prive di qualunque dignità, in vita impiegate al proprio servizio.
Il futuro era già cambiato. Era già, forse e speranzosamente, tornato a essere un’incognita.
O così, quantomeno, ella voleva illudersi fosse.

« Io partirò fra un’ora… » annunciò la donna dagli occhi color ghiaccio, nel contemplare le prime luci del mattino levarsi a oriente, dalle terre d’Y’Shalf, per tornare a offrire la propria gradevole benedizione sul mondo intero, come la carezza benevola di una madre sul capo dei propri figli prediletti.
« Buon per te. » commentò aspramente l’altra, arricciando le labbra e il naso, in un segno sufficientemente evidente di disprezzo per lei.
« Fath’Ma… » sospirò Midda, scuotendo il capo con trasparente stanchezza, nel non saper più in quali termini potersi rapportare con lei « Se esistesse un modo per modificare il passato, te lo giuro, farei il possibile e anche l’impossibile per modificarlo. E per impedire di coinvolgerti in tutto questo… in questo orrore e in questa follia. » premesse, mestamente « Purtroppo non esiste modo per cambiare il passato. Non esiste modo per riscrivere il presente. E non posso fare nulla per restituirti quanto ti è stato tolto… »
« Il mio padrone… » gemette la serva, portandosi una mano al capo, quasi a contrastare una vertigine, un senso di mancamento « Non puoi fare nulla per restituirmelo. Non tu… non altri. » sussurrò, fraintendendo completamente il senso ultimo delle parole a lei rivolte, equivocandole quasi fossero state espresse in riferimento a Desmair e non alla vita che le era propria prima di conoscerlo.
« Thyres! » imprecò la mercenaria, rivolgendo lo sguardo al cielo, ora sufficientemente scoraggiata innanzi all’evidenza di quanto difficile, se non addirittura impossibile, sarebbe stato liberare la propria amica di un tempo dall’influenza maledetta del suo defunto marito, tanto le aveva distrutto la psiche, nell’asservirla ai propri desideri, ai propri capricci « Rischio un esaurimento nervoso con te… sai?! »
« Non temere. Non è mio desiderio quello di restarti vicina… » negò Fath’Ma, escludendo completamente una simile eventualità « Non ti sono amica, Midda Bontor. Non più. Non scordarlo. »
« Oh… sarebbe difficile scordarlo, in conseguenza a tutte le stucchevoli dimostrazioni d’affetto che conitnui a rivolgermi, razza di zombie che sei diventata. » sbottò l’altra, accigliandosi « Se non fosse che rischierei di frantumarti, tanto sei deperita, inizierei a prenderti a schiaffi fino a rimescolarti le idee a sufficienza da farti tornare a ragionare come si deve. »
« Desideri uccidermi, per completare quanto non sei riuscita a compiere la prima volta?! » tentl di provocarla l’altra, osservandola ora con aria di sfida.

E proprio in quello sguardo, proprio in quella provocazione trasudante risentimento e amarezza, parole che probabilmente era stata pensate al solo scopo di negarle definitivamente ogni velleità di conversione nei suoi confronti; alla Vedova di Desmair venne concessa per la prima volta una concreta speranza in tal senso. Perché ove anche, sino a quel momento, non erano mancati da parte sua tentativi di scatenare una qualsivoglia reazione emotiva nell’altra, l’unico successo ottenuto era stato a dir poco effimero e frustrante, e di molto inferiore rispetto a quello, invece, conseguito in quello stesso, felice momento.
Forse, malgrado tutto, Fath’Ma sarebbe potuta essere ancora recuperata. Forse sarebbe potuta essere ancora salvata. La sua mente sarebbe potuta essere liberata dall’oppressione dell’osceno semidio che si era abituata a considerare un padrone con il ritorno a un mondo caratterizzato da quella stessa umanità da lei apparentemente perduta. E il suo corpo… beh… per eliminare quell’aspetto emaciato e terribilmente invecchiato, probabilmente sarebbe stato sufficiente qualche buon pasto, a base di carne, verdura e frutta, come probabilmente, fra quelle vette innevate, non era solita vedere da molto, troppo tempo.

« No… desidero solo prenderti a schiaffi, come ho appena detto. » sorrise pertanto, non riuscendo a celare la propria soddisfazione innanzi a quella prospettiva, a quella favorevole possibilità in favore di un ritorno in sé dell’amica di un tempo, di quella confidente e complice perduta « Però dal momento che mi è rimasta una sola mano, come avrai notato, e che rischio di farmi male a impattare contro tutte quelle ossa sporgenti, per questa volta lascerò perdere, accontentandomi di rivalermi dei miei diritti nei tuoi riguardi… »
« … i tuoi… cosa?! » esclamò Fath’Ma, apertamente contraddetta da quella pretesa, seppur ancora inespressa, ancora taciuta nella propria effettiva misura.
« I miei diritti… o hai già dimenticato che ero la sposa di Desmair e, ora, ne sono la vedova, nonché unica erede?! » puntualizzò, sorniona e maliziosa, nel richiedere una prerogativa per la quale non aveva mai espresso interesse alcuno, e che pur, ora, sembrava attrarla « Se ti senti ancora tanto legata a lui, temo proprio che la nostra convivenza dovrà protrarsi ancora per qualche tempo… dal momento che tu, volente o no, dovrai venire con me. »

Attonita, per un fugace istante, restò la serva nel confronto con quella logica, per così come esplicata. Una logica al contempo giudicata insana e spietatamente corretta, folle e ingiustamente inappellabile, che non avrebbe potuto evitare di disorientarla. Perché forte, ancora, in lei era il retaggio del malefico operato del semidio; e nel confronto con l’ultima sposa, avversaria e ora vedova, di questi, ella non avrebbe potuto evitare di provare, al contempo, un moto di antagonismo, alimentato indubbiamente anche dalle distorte emozioni personali provate a suo riguardo, accanto a una costretta brama di asservimento, sintomatica dell’opera di indottrinamento impostale.
Due emozioni, due desideri di difficile coesistenza, che non avrebbero potuto evitare di porla in sincero imbarazzo e, in ciò, di alimentare un’ondata di ulteriore stizza a discapito della propria interlocutrice, colpevole di averla spinta in quella posizione di sgradevole stallo, da cui, qualunque scelta avrebbe compiuto, non avrebbe potuto mai considerarsi realmente soddisfatta, appagata.

« Sei una dannata cagna… e spero che tu sia consapevole di ciò! » protestò a denti stretti, nell’ammettere in tal modo la propria impossibilità a reagire, a offrire argomentazioni utili a eludere quelle offertele, permettendole di sottrarsi all’impegno appena richiestole « Tu non sei mai stata accanto al mio signore. Non hai merito alcuno per pretendere il suo retaggio… »
« Questo è un dettaglio di secondaria importanza. » scosse il capo la mercenaria, stringendosi fra le spalle a dimostrare tutta la propria indifferenza in tal senso « Senza voler dimenticare cosa ho fatto per lui in queste ultime settimane, in linea di massima potresti avere anche ragione… » le concesse poi, a esplicitare il concetto tanto banalmente esposto « Tuttavia, nulla di questo invaliderebbe le nostre nozze e, di conseguenza, i miei diritti sulla sua… eredità. Su di te, nella fattispecie. »
« Se pensi che sarò una serva devota e adorante, ti sbagli di grosso, maledetta. » ringhiò Fath’Ma, insistendo sul concetto appena esposto « Perché se anche mi costringerai a seguirti, sarò per te un ostacolo ancor prima che un conforto. Un ingombro ancor prima che un aiuto. E’ questo che desideri? Vuoi davvero condannarti ad avere al tuo fianco una nemica?! »
« Nemica… che parola grossa. » minimizzò l’altra « Attualmente, comunque, sono spiacente di informarti che il ruolo di nemica è stato preteso dall’accoppiata Nissa-Anmel. E ti posso assicurare che, per quanto tu possa roderti il fegato, difficilmente potrai arrivare ai loro livelli. » sorrise, quasi divertita a tale pensiero, benché, nel citare la propria gemella avrebbe dovuto palesare meno serenità e molta più preoccupazione, preoccupazione per il proprio avvenire, per le prove che, ancora, le sarebbero state richieste, fisiche e, ancor più, psicologiche ed emotive.

Ancora una volta, e proprio malgrado, la serva non poté che scontrarsi con i limiti dell’opera di Desmair a discapito della propria mente, e della propria personalità, non potendo evitare di riconoscere, in quell’ultimo nome da lei scandito, nel nome della regina Anmel, la mandante dell’assassinio del proprio signore e padrone Motivo per il quale, al di là di ogni avversione vissuta .nel confronto con la vedova di questi; difficile sarebbe stato attribuirle un ruolo di reale antagonista, esistendo chi, meglio di lei, avrebbe potuto indossare tali vesti e le responsabilità a esse connesse.
Per tale ragione, inghiottendo quell’amaro boccone, la povera Fath’Ma, non poté evitare di rassegnarsi a seguire la Figlia di Marr’Mahew, qual propria nuova signora e padrona, benché, se solo le fosse stata ancora concessa la possibilità di farlo, avrebbe probabilmente preferito gettarsi in sacrificio sulla stessa pira sulla quale era bruciato il corpo del suo primo, e unico, reale, riferimento.

« Ti odio, Midda Bontor. » sbottò, storcendo le labbra verso il basso, e trattenendo a stento un grido isterico nel sentirsi posta in tal modo in trappola.
« E’ già un inizio… » sorrise la donna dagli occhi color ghiaccio, per tutta replica, più che soddisfatta di aver, quantomeno, risvegliato nella propria interlocutrice un’emozione forte.

La prima, ella sperava, di una lenta, ma ormai inarrestabile, riconquista della vita da lei perduta, della propria identità tanto brutalmente sottrattale da quell’orrido mostro di Desmair, immeritatamente pianto e rimpianto.

martedì 20 novembre 2012

1767


Verrà il giorno in cui bruceremo
nel fuoco tutti ci libereremo,
nella purezza saremo salvati
d'ogni nostro affanno svincolati.
E se anche sole più non vedremo
non a sconforto noi ci voteremo,
consci della mirabile verità
sol propria della nostra mortalità.

Verrà il giorno in cui bruceremo
in polvere tutti ci tradurremo,
nel caldo vento saremo dispersi
fra le stelle, in mille universi.
E se anche d'esister cesseremo
non alla battaglia rinunceremo,
nonostante costretta caducità
mai obliando alla nostra dignità.

Verrà il giorno in cui bruceremo
mortale corpo abbandoneremo,
nel calore saremo benedetti
a nuova vita verremo eletti.
E se anche morti allor saremo
non per questo la guerra perderemo,
non contro umano antagonista
non contro un dio, seppur egoista.

Verrà il giorno in cui nasceremo
a viver non tutti ritorneremo,
chi lottando, chi ancor ammazzando,
e chi, altresì, pace abbracciando.
Ma se anche il grano nutriremo
dimenticati non ci sentiremo,
senza arroganza, e neppur boria,
certi di aver scritto la nostra Storia.


Con i versi di quel canto, la voce della Vedova di Desmair volle rendere il proprio personale omaggio allo sposo caduto, nel momento in cui, sull’alto della pira faticosamente eretta, il corpo dello stesso iniziò a bruciare, nel vedersi riconosciuta quella premura dopotutto non così ovvia.
In verità, ove anche la donna guerriero, sino all’ultimo, si era convinta autonomamente che tutto il proprio impegno al fine di organizzare quella cerimonia funebre, quella cremazione, avesse da intendersi qual maggiormente dedicato a soddisfare le esigenze dell’addolorata Fath’Ma ancor prima che quelle proprie del trapassato; non appena le fiamme attecchirono sulla legna accatastata al di sopra della neve e del ghiaccio imperituro di quella fredda landa, ella sentì l’esigenza di esprimersi in quel saluto, quell’estremo addio a colui immediatamente riconosciuto qual avversario, e solo tardivamente accettato qual alleato, con parole che, prima di allora, aveva cantato solo alla memoria di guerrieri riconosciuti quali propri pari. E, mai falsa con se stessa, non rinunciò a quel canto, non si negò quelle poche, ma significative strofe, dando loro corpo con tutta l’energia della propria voce, non soave e armonica secondo i comuni canoni considerati apprezzabili nelle voci femminili, e pur carismatica e comunque perfettamente modulata in ogni singola nota, quasi a voler dimostrare anche in tal senso la propria unicità.
Che Fath’Ma avesse apprezzato o meno tanto la cerimonia funebre quanto quella breve canzone, nell’intendimento volto a celebrare il proprio signore, non se ne ebbe allora la benché minima evidenza, laddove questa, ancora chiusa nel silenzio che aveva preteso dalla propria interlocutrice, non si volle concedere il benché minimo commento a margine di quel momento di raccoglimento e di intimo dolore. La sua, forse, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una pena eccessiva per poter essere tanto banalmente spettacolarizzata nel mentre in cui il corpo di Desmair stava venendo consumato dalle fiamme, in una misura tale per cui, addirittura, lo sforzo reso proprio dalla Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto essere addirittura, e a conti fatti, criticato.
Fortunatamente, così come venne taciuto qualunque apprezzamento, venne egualmente taciuta anche ogni possibile critica, ragione per la quale nessun litigio ebbe a turbare la quiete di quella celebrazione. E il cadavere del figlio, l’unico figlio, del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise, ucciso per intercessione dell’uno e per volontà dell’altra, poté consumarsi quietamente fra le fiamme di quella pira, assicurandosi, in tal modo, la pace eterna, nell’impossibilità di un qualche tanto sventurato, quanto spiacevole, ritorno all’umanità e alla propria forse solo allora tanto bizzarra normalità.
L’alba di un nuovo giorno, quindi, sorprese sulla cima di quelle vette maledette all’interno della lunga e maestosa catena dei monti Rou’Farth, solo due donne. Due donne accanto ai resti fumanti di una pira e accanto alle macerie di quella che, sino al giorno prima, era stata la più maestosa edificazione che mai mente umana avrebbe potuto ricordare, e della quale, ormai, restava solamente il ricordo. Due donne che, anni prima, lì erano giunte l’una al fianco dell’altra, sostenendosi e aiutandosi a vicenda. E che ora, purtroppo, nulla avevano più in comune, divise dalle tragedie vissute, divise dagli orrori affrontati, l’una senza avere la forza di reagire, senza aveva la forza di opporsi e di difendere la propria identità, l’altra con sufficiente autodeterminazione, e forse ancor più follia, tali da tradurre ogni pericolo, ogni oscenità mai incontrata in un’avventura, in un’occasione, invece che in una ragione utile a perdere il controllo sulla propria esistenza e, in ciò, a lasciarsi sopravvivere ancor prima che a vivere. O forse, eventualità più raccapricciante, neppur esistevano reali differenze fra le due donne. Neppur esistevano effettivi punti di distacco fra loro, fra come entrambe avessero affrontato gli imprevisti posti loro innanzi dal fato, l’una arrendendosi ai capricci della sorte, e l’altra nondimeno lasciandosi trascinare e rivoltare dal violento corso degli eventi, solo illudendosi di avere controllo sul proprio presente e, di conseguenza, sul proprio avvenire, ma, al contrario, non facendo propria alcuna reale speranza di indipendenza, di libertà psicologica e fisica.
Tale, non voleva negarlo, era il dubbio che assillava il cuore della Campionessa di Kriarya da ben prima della riunificazione a Fath’Ma, da ben prima del confronto con quell’esempio tristemente pratico di quanto ella stessa avrebbe potuto essere se solo si fosse arresa alle torture psicologiche ed emotive a lei imposte da parte del proprio sposo, come pur, in verità, era stata anche sul punto di fare, e avrebbe fatto, se non fosse stato per l’intervento salvifico di Be’Sihl, e del suo bracciale dorato, in suo soccorso. Ma quel bracciale, che pur l’aveva difesa da Desmair e dalle sue illusioni, non aveva potuto impedirle di sognare il proprio futuro, il proprio avvenire, per effetto dell’influenza degli scettri dell’ultimo faraone. Ragione per la quale, non di meno, ella avrebbe dovuto considerarsi terrorizzata all’idea di non essere in alcun modo padrona del proprio destino, unica responsabile della propria sorte, quanto e piuttosto semplice interprete di un canovaccio, o peggio ancora di un copione, scritto per lei da qualcun altro, non concedendole, in ciò, maggiore autonomia di quanto non ne potesse aver goduto la povera Fath’Ma, benché, apparentemente, non vittima nella misura in cui questa era divenuta.

lunedì 19 novembre 2012

1766


« … Thyres… »

Tutto quanto era accaduto tanto rapidamente che Midda non aveva avuto ancora il tempo di elaborare, effettivamente, gli eventi per così come occorsi.
Una parte della sua mente, quella più umana, più razionale, si era arrestata, addirittura, a ben prima dell’inizio del combattimento con i kahitii, negandosi qualunque possibile responsabilità nel confronto con una minaccia di tali proporzioni e dimensioni, contro la quale impossibile sarebbe stato ritenere di poter far propria una qualunque speranza di sopravvivenza. Un’altra parte, più propensa all’avventura oltre ogni consueto limite, oltre la comune ragione, seppur comunque vincolata ai confini della sua natura umana e mortale, aveva invece fermato il proprio operato all’arrivo in scena del dio Kah, elemento di troppo difficile accettazione per permetterle di proseguire nei propri pensieri come se quella fosse un’impresa non dissimile da qualunque altra già affrontata in passato. Escluse tali due principali e predominanti parti del proprio intelletto, della propria mente, quindi, solo un’intima e irrinunciabile scintilla di follia in lei pur indubbiamente presente, e a dir poco indispensabile a permetterle di compiere quanto era necessario compiere anche nei momento più improbi, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual avente fatto proprio il controllo sul resto del suo corpo sino a quel momento, per tutta la durata del combattimento contro Kah e, per inerzia, anche nel corso di quell’ultimo addio all’unico sposo a cui si fosse mai, paradossalmente, legata.
Ma se solo qual vittima dell’aspetto più folle della propria psiche, la Figlia di Marr’Mahew era stata in grado di sopportare la temporanea, e pur totale assenza di leggi naturali a regolamentare il mondo attorno a lei nel periodo di tempo in cui un dio era entrato in contatto con il Creato; qual tale ella non si era concessa particolare occasione di sorpresa nel confronto con l’immagine del marito nuovamente ridotta, se tal si sarebbe potuta definire, alle proprie consuete dimensioni, in luogo a quelle colossali e terrificanti con le quali aveva fatto capolino dalle smisurate porte della propria fortezza. Se così non fosse stato, se egli non fosse ritornato a una statura a lei più prossima, del resto, la mano di lui chiusa attorno al suo braccio  l’avrebbe quantomeno ridotta in poltiglia, non potendo neppur ipotizzare di afferrare, effettivamente, il suo arto, laddove già il suo intero corpo sarebbe stato troppo minuscolo per poter essere apprezzato al tatto. Così, tuttavia, era stato, rendendo quell’ultimo contatto fra loro meno grottesco, e pericoloso, di quanto, altrimenti, sarebbe risultato. E, malgrado difficile, se non impossibile, sarebbe stato individuare una qualunque logica utile a sancire quel mutamento di dimensioni nel semidio, prima a ingigantirlo, poi nuovamente a ridurlo; addirittura banale sarebbe altresì stato semplificare ogni dubbio, ogni incertezza, qual conseguenza di un’allucinazione, di quella perdita di controllo sui propri sensi che ella aveva già rilevato all’ingresso in scena del dio, ove, dopotutto, quel dettaglio avrebbe potuto essere considerato qual il meno insensato fra tutto ciò che, sino ad allora, era avvenuto.
Per tal ragione, quando, alla morte di Desmair, la sua mente iniziò a recuperare parziale controllo sul filo dei propri pensieri, la Campionessa di Kriarya non volle concedersi occasione di sciocca distrazione nel contemplare quanto grande, o quanto piccolo, avesse da considerarsi il corpo del proprio defunto sposo, quanto, mantenendosi, altresì, concentrata sull’evidenza di quanto era lì appena avvenuto. Di chi era lì appena trapassato.

« Desmair. » sussurrò ella, ritraendosi con delicatezza da quel corpo, nel mentre in cui la mano del semidio ricadde a terra, priva di qualunque ulteriore speranza di animazione.

Un sussurro, quello che la vedova del semidio volle rendere proprio, che, al di là di ogni apparenza, si volle offrire più simile a un saluto che a un richiamo.
Un richiamo, infatti, avrebbe suggerito incertezza nel merito della morte lì appena occorsa, in una misura che ella non avrebbe desiderato rendere propria, nella volontà di riconoscere quello innanzi a sé qual un cadavere, malgrado ciò che tutto quello avrebbe potuto significare. Un saluto, altresì, avrebbe dovuto essere interpretato qual evidenza di accettazione da parte sua, e di inevitabile commiato, benché lì fosse anche stato scandito nella speranza di riuscire in tal modo a soffocare le lacrime che ella non considerava giusto piangere per un mostro qual il suo defunto sposo era e si era sempre voluto dimostrare essere, e che pur, tanto umanamente quanto stupidamente, non ebbe modo di reprimere completamente, qual avrebbe preferito fare.
Chi, al contrario, non tentò neppur vanamente di reprimere le proprie lacrime, e la propria disperazione più sincera, più onesta, fu la povera Fath’Ma, la quale, ricomparendo solo allora dalle macerie di quella che un tempo era stata la fortezza del suo padrone, si precipitò di corsa verso di lui, gettandosi urlante sopra il suo corpo privo di vita, con un trasporto addirittura incomprensibile, ove rivolto a chi, oggettivamente, le aveva rovinato la vita, conducendola sino alla pazzia. Pazzia che, purtroppo e a discapito di qualunque illusione da parte della mercenaria, non trovò occasione di risoluzione nella morte di Desmair, ma, anzi, solo di ulteriore crescita, sfiorando i confini dell’isteria.

« Desmair… padrone… signore… no… Desmair… no! » gridò la serva, stracciandosi letteralmente le vesti sopra a quel corpo, quasi a voler dimostrare agli dei tutti la propria pena per il torto che le avevano imposto in quell’omicidio « No… no… no! »

E Midda Bontor, unica erede del retaggio di sangue e di morte del proprio sposo, ebbe a domandarsi sinceramente cosa mai avrebbe potuto fare o dire per placare quel dolore, per arginare quella tragedia, prima che quella povera donna, ombra di colei che era stata, potesse arrivare a suicidarsi sul corpo del proprio aguzzino, ora rimpianto al pari di un eroe.

« Fath’Ma… » cercò di richiamarla, con tono di voce calmo, sereno, confortante e accondiscendente, nel volersi offrire a lei qual l’amica di un tempo, quella figura di confidente, e complice, che purtroppo aveva smesso di essere per lei il giorno in cui, disgraziatamente, aveva accettato di abbandonarla, di lasciarla proseguire da sola il proprio cammino di vita, in tal senso sol condannandola a divenire vittima di ogni sopruso psicologico, di ogni violenza emotiva da parte di quel mostro.
« Taci! » ringhiò l’altra, simile a una belva ferita, mostrando i denti da sotto labbra arricciate, al centro di un volto divenuto nero nel sangue dell’essere sul quale si era scaraventata sospinta dalla disperazione « Taci, lurida cagna! » inveì, in contrasto alla mercenaria « Se ti attendi che io possa riconoscerti rispetto o ubbidienza solo perché sei la vedova del mio signore, ti sbagli. Ti sbagli di grosso! »
« Io non desidero la tua ubbidi... » tentò di argomentare l’altra, venendo tuttavia bruscamente interrotta.
« Taci, ti ho detto! » insistette Fath’Ma, ormai privata completamente di senno « Una sola parola in aggiunta a quanto già hai osato pronunciare, e ti giuro che morirò nel tentativo di importi il silenzio, a giusto rispetto per questo momento… per il nostro lutto! »

Un plurale, quello adoperato dalla serva, che probabilmente avrebbe voluto considerare qual inclusi in tale conteggio anche tutti gli spettri delle legioni che, sino a poche ore prima, caratterizzavano l’esercito personale di Desmair e dei quali, tuttavia, ora non restava più evidenza alcuna.
Trattenuti, oltre la propria morte, con la violenza, con la prepotenza in quell’orrore temuto qual eterno, come eterno avrebbe dovuto essere il loro oppressore, tutti gli spiriti che avevano popolato quella fortezza si erano allora già dispersi, forse semplicemente allontanandosi raminghi in un mondo tutto da esplorare, o forse, e finalmente, ascesi in gloria ai propri dei, alla conquista di un aldilà da troppo tempo sognato. Unico spettro lì rimasto, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuta proprio colei che spettro non era, non nel senso più fisico del termine, benché, sotto ogni altro profilo, avrebbe dovuto essere considerata qual tale: Fath’Ma, l’ultima fedele di Desmair.

domenica 18 novembre 2012

1765


Ma egli non era il solo a poterla istruire. Egli non era il solo a possedere le informazioni delle quali ella avrebbe potuto aver bisogno prima del nuovo, e ultimo, confronto con Anmel..
Esisteva un’altra creatura, un’altra entità a cui ella avrebbe potuto rivolgersi per ottenere quella verità, quella rivelazione di cui avrebbe abbisognato per proseguire nel proprio cammino, nella propria lotta, salvando se stessa, salvando una parte delle persone da lei amate e, in conseguenza, salvando persino il proprio intero mondo, per così come conosciuto. Un’entità che, egli sapeva, ella aveva già deciso di incontrare nel giorno in cui aveva scelto di tornare da lui, tornare alla sua fortezza fra i ghiacci, per chiudere la questione rimasta in sospeso fra loro, ottenendo risposte e, possibilmente, uccidendolo. E se le risposte erano e sarebbero rimaste inespresse, purtroppo nemmeno dalla sua morte ella avrebbe potuto trarre soddisfazione, perché, ormai, era chiaro che ella non avrebbe trovato di che gioire nella sua disfatta.
Dal momento in cui egli non era il solo a poterla istruire, dal momento in cui egli non era il solo a possedere quelle informazioni; e dal momento in cui ella si era già dichiarata intenzionata a indirizzare i propri passi verso l’unica altra fonte di conoscenza che avrebbe potuto concederle coscienza di quanto egli non avrebbe fatto in tempo a parlarle; ultimo dono di Desmair alla sua sposa, a colei che sarebbe presto divenuta la sua sola vedova, avrebbe dovuto essere quello della consapevolezza di come quella creatura, quella figura che ella aveva già deprecato al rango di propria antagonista, non avrebbe dovuto essere considerata frettolosamente qual tale. Non, quantomeno, nella volontà di non perdere l’ultima occasione, per lei, di capire con chi avesse realmente a che fare. Chi era sua madre.

« … Midda… ascoltami… » la supplicò ora, mentre dalle sue labbra il nero sangue iniziava a grondare incontrollato e incontrollabile, espressione metaforica della vita che lo stava sempre più rapidamente abbandonando « … ti prego… ascoltami… »
« Ti sto ascoltando… » confermò ella, con tono animato da quel genere di premura che un sopravvissuto avrebbe potuto dimostrare nei riguardi di un moribondo, quasi la propria inalterata esistenza in vita avesse da considerarsi ragione di colpa, ancor prima che merito, una condizione di cui vergognarsi, e della quale scusarsi, quasi derivasse da un qualche, individuale e ottuso, egoismo, anziché da una serie di circostanze, solo in parte offerenti riferimento diretto alle possibilità di scelta, ai capricci, del singolo, mentre per lo più a esso estranee, in quella misura con la quale si è soliti parlare di fato, di destino, di sorte.
« … Midda… la… la fenice… » indicò egli, non potendosi concedere occasione di girare troppo a lungo attorno a quel concetto, nell’impossibilità a valutare quanto tempo, effettivamente, gli sarebbe ancora rimasto a disposizione per concludere quel lascito, quel passaggio di consegne, destinando alla creatura in questione l’onere di offrire alla propria sposa, e presto vedova, le spiegazioni di cui ella avrebbe necessitato « … la fenice… conosce molte risposte… »
« La fenice… » sospirò la Figlia di Marr’Mahew, storcendo appena le labbra verso il basso e palesando, in ciò, una certa contrarietà di fondo a quel nome, una reazione, del resto, più che prevista da parte del suo sposo, ragione per la quale era risultato necessario esprimersi in maniera chiara attorno a tale figura, senza affidare la questione al caso, in un’evoluzione che, altrimenti, troppo facilmente avrebbe veduto la donna aggredire, a testa bassa e senza porsi troppe esitazioni, quella propria, ultima, possibilità di comprensione sugli eventi dei quali era divenuta, proprio malgrado, protagonista già da diversi secoli.
« … so che non ti fidi di lei… so… so che desideri cercarla per ucciderla… esattamente come volevi fare con me… » asserì il semidio, cercando di mantenere il controllo sulla questione, sulla discussione « … ma, credimi… credimi se ti dico che non è tua avversaria… non di più di quanto non potessi esserlo io… »
« Tu e io non siamo stati propriamente amiconi… » sorrise la donna, ora con dolcezza, velato sarcasmo che non desiderava, tuttavia, imporsi qual tale, in un istintivo rispetto per la morte a cui egli si stava trovando a essere destinato.
« … il nostro rapporto… avrebbe potuto essere migliore… » ammise egli, tossendo e, in ciò, lasciando sprizzare verso il cielo una pioggia di sangue nero, che, in parte, finì con il mischiarsi a quello rosso che già copriva la pelle e le vesti della donna, sangue di semidio mischiato a sangue di dio, e del dio suo padre « … ma, nel confronto con la minaccia rappresentata da mia madre… non ti sarei mai… mai… mai stato avversario. Dopotutto sono stato io… a cercare Be’Sihl… e a coinvolgerlo in quanto sarebbe stato necessario compiere per… salvarti… »
« L’hai cercato tu?! » ripeté sorpresa, avendo assunto l’ipotesi contraria il giorno in cui, in tempi invero recenti, aveva scoperto l’esistenza di un patto di collaborazione fra i due, patto in forza al quale ella era stata salvata dalla prigionia a bordo della nave ammiraglia della propria gemella e, malgrado ciò, in conseguenza al quale aveva severamente aggredito il proprio amato, bollando la sua scelta qual premurosa, certo, ma anche sciocca e, ancora e soprattutto, quello stesso semidio per la morte del quale stava sforzandosi di trattenere le lacrime, qual il male incarnato « Perché…?! »
« … perché era l’unico che mi avrebbe ascoltato, sapendoti in pericolo… » spiegò in risposta, non desiderando cercare di giustificare il proprio operato, e pur non volendo neppure che ella potesse fraintenderlo « … perché era l’unico che sarebbe stato pronto a compiere quanto necessario per la tua salvezza… anche ove ciò avrebbe significato collaborare con me… e così è stato… »
« Avrebbe potuto morire! » tentò di protestare ella, recriminando sulla questione.
« … avrebbe potuto… mentre tu saresti certamente morta… » gemette Desmair, in quello che parve prossimo a un ringhio, espressione del dolore che lo stava continuando a dilaniare, e che egli stava cercando di ignorare per permettersi di pronunciare quelle ultime parole « … ma non è questa… la questione… » negò subito dopo, non volendo disperdere l’attenzione e le proprie ultime energie su quell’argomento parallelo « … per quanto tu possa credere… la fenice vuol solo vanificare la minaccia rappresentata da mia madre… »
« Arrivando a scagliarmi contro i suoi scagnozzi per farlo? Arrivando a imporre un osceno assedio attorno a Kriarya per ottenere… cosa?! Cosa voleva ottenere minacciando di morte me e tutta la città del peccato? » questionò ella, per un istante quasi dimentica delle condizioni per proprio interlocutore, nel rievocare le responsabilità attribuite alla creatura in oggetto, e a un gruppo di fanatici che, in suo nome, l’avevano aggredita più di una volta.
« … la fenice… conosce la verità… » tentò di imporsi sulla sua voce, con le proprie ultime energie, un grido purtroppo simile a un sussurro soffocato, il rantolo di un moribondo, nel mentre in cui la sua grossa mano si stringeva con maggior impeto, e pur con la debolezza di un bambino, attorno al braccio di lei « … la verità… sulla Portatrice di Luce… e sull’Oscura Mieti… »

Una frase, quella in cui Desmair volle impegnare tutto se stesso per un’ultima volta, che, purtroppo, non ebbe possibilità di essere completata nelle proprie ultime sillabe, morendo insieme a lui, sulle sue labbra.
Fu così, quindi, che il figlio del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise morì. Ucciso da suo padre per volere di sua madre. E trapassato fra le braccia della propria sposa, dell’ultima delle proprie mogli, colei che, paradossalmente, sola fra tutte aveva giurato e spergiurato che avrebbe trovato un modo per ucciderlo, ma che, malgrado ciò, malgrado tutto il male da lui compiuto, e che non desiderava assolutamente giustificare, non avrebbe potuto evitare di piangerlo e rimpiangerlo.
Piangerlo come solo avrebbe potuto piangere la morte di un degno avversario, di chi, tanto a lungo, era stato presente nella sua vita e l’aveva condizionata in misura maggiore di quanto non avrebbe potuto gradire, così come solo Nissa era stata in grado di compiere prima di lui. Rimpiangerlo come solo avrebbe potuto rimpiangere la morte di un buon alleato, di chi, in fondo, era stato presente nella sua vita e l’aveva condizionata in misura maggiore di quanto non avrebbe potuto credere, così come solo pochi, cari amici erano stati in grado di compiere prima di lui.

sabato 17 novembre 2012

1764


« Desmair… »

A richiamare l’attenzione del semidio morente, fu l’ultima fra tutte le voci che egli avrebbe potuto immaginare di ascoltare, soprattutto animata, qual percepiva, da un sincero rammarico per la sua situazione, per quanto gli stava accadendo: la voce della sua novecentoundicesima, e ultima, moglie; la voce di colei che, più di chiunque altra, l’avesse minacciato, aggredito e offeso; la voce di colei che sola l’avesse mai tradito… la voce di Midda Bontor.
E se pur, per un fugace istante, egli temette di essere vittima di strane allucinazioni, lui che, paradossalmente, era solito generarle, era solito imporle al mondo a sé circostante, subito si costrinse a ricredersi, laddove se quella fosse stata una semplice allucinazione, la sua morte sarebbe stata sgradevolmente vana. Un’eventualità che, in quel tanto sgradevole momento, non avrebbe potuto gradire prendere in considerazione.

« … moglie… » sussurrò, da sotto l’elmo terribilmente deformato, il quale, in verità, stava allora lì assolvendo all’ingrato compito di mantenere integro il suo cranio, ove, senza il suo sostegno, senza il suo supporto, era sicuro che si sarebbe sfaldato, si sarebbe aperto in troppi frammenti, anticipando, forse con misericordia, quell’ineluttabile addio al mondo dei vivi al quale, non tardi, si sarebbe comunque sospinto « … ancora… viva?!... » le domandò, sforzandosi al fine di dimostrarsi ancora una volta ironico, sarcastico, sornione, qual da sempre si era abituato a essere, e qual, fino all’ultimo, non avrebbe rinunciato ad apparire, neppure davanti a lei. Particolarmente davanti a lei.

Questione retorica, in verità, dal momento in cui ella appariva indubbiamente viva. Persino troppo viva, nel considerare quanto l’ultima immagine che egli rammentava a suo riguardo era ella che si gettava con violenza in contrasto a suo padre. Una scena che, nella sua mente, era avvenuta solo un attimo prima, e che pur, nella realtà, doveva appartenere ormai al passato, un passato prossimo certo, ma comunque passato, nel presentarla lì, innanzi a lui, coperta di sangue, sudore e non solo, ansimante e trasparentemente stremata, e pur, ancora e incredibilmente, viva.
Viva era la Figlia di Marr’Mahew. Viva era la sua ultima sposa. Viva era Midda Bontor, nel mentre in cui egli stava morendo. E suo padre…?!

« E’ fuggito… » rispose la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, unico particolare che, nel sangue che la rivestiva qual un abito e una seconda pelle, si ostinava a dimostrare un color diverso dal rosso, e rosso vivo, acceso, persino bruciante « Si è ritirato. » ripeté, nel rispondere a quell’interrogativo da lui neppur espresso e pur facilmente intuibile qual al centro dei suoi pensieri, dei suoi interessi, qual solo sarebbe potuto essere il fato dell’assassino innanzi alla considerazione dell’assassinato « O forse, ha preferito andare a morire lontano dagli occhi di una mortale, per non offrirmi alcun genere di soddisfazione nel confronto con il suo cadavere. Ammesso che gli dei lascino, dietro di sé, un cadavere… »
« … io… muoio… » gemette il semidio, cercando di non dimostrare tutto il dolore che, in quel momento, lo stava straziando, e pur, proprio malgrado, non dimostrandosi tanto confidente con tale genere di pena da essere in grado di soffocarla così come avrebbe preferito compiere « … e tu… tu sarai sola… »

Parole inedite, quelle sulle sue labbra, trasparenti di una preoccupazione, di una premura che egli mai aveva dimostrato in passato, verso alcuna delle sue altre novecentodieci spose, né verso alcun altro essere, mortale o immortale, al di fuori di se stesso. Eppure parole sincere, qual solo avrebbero potuto essere le parole di un moribondo, di chi, ormai, privo di qualunque ragione utile a mentire, a rifiutare la verità, anche la più imbarazzante.
Egli stava morendo. E, in questo, necessariamente disinteressato sarebbe dovuto essere, ed era, a qualunque affanno proprio dei vivi, in misura persino inferiore rispetto a quando ad attenderlo era soltanto l’eternità. Perché nell’eternità egli avrebbe dovuto convivere con la fama che avrebbe potuto costruire attorno alla propria immagine, alla propria figura. Mentre nella morte, egli non avrebbe avuto nulla di cui preoccuparsi, alcun pensiero a cui offrire valore.

« Saprò cavarmela… » sorrise ella, genuflettendosi accanto a lui e allungando la propria unica mano, la mancina, per appoggiarsi sul suo petto, sulla corazza non meno deformata rispetto all’elmo, in un gesto di umana solidarietà, quasi d’affetto nei suoi riguardi « Non sono una ragazzina indifesa, ricordi?! » lo provocò, scuotendo appena il capo, e parlando con voce più commossa rispetto a quella che avrebbe evidentemente preferito dimostrare, nel cercare di ingannare se stessa, e lui, sull’assenza di un proprio coinvolgimento emotivo in quella morte.

Del resto ella era viva. E, in questo, ancora vittima di quelle inibizioni delle quali egli, al contrario, si sarebbe potuto dichiarare ormai libero.

« … ti avevo… promesso protezione… protezione per te… e per coloro vicino a te… » si affannò il semidio, nel tentare di parlare, nel cercare di spiegare alla propria interlocutrice quanto ella, effettivamente, sarebbe stata sola… e contro chi, in ciò, si sarebbe dovuta obbligatoriamente schierare « … e mia madre… mia madre non ti darà pace. Ella non ti ha mai… mai perdonata per il tuo tradimento… »
« Desmair… » tentò di zittirlo la donna guerriero, dolcemente, delicatamente, non riuscendo a comprendere di cosa egli stesse farfugliando e, in ciò, temendo che stesse ormai delirando, esprimendo parole prive di significato, concetti senza valore alcuno.
« … ascoltami… » protestò tuttavia l’altro, cercando di sollevare un braccio fratturato in almeno sette diversi punti e, in grazia più alla forza di volontà che a una qualche capacità di controllo sul proprio corpo, stringendo leggermente l’avambraccio sinistro di lei nella propria mano destra « … malgrado tutto, anche io ci ho messo molto… troppo a comprenderlo. A comprendere come… questa storia… sia iniziata molto prima di quanto tu… e io non avremmo potuto immaginare… » insistette, parlando a denti stretti, nel timore che, altrimenti, non gli sarebbe stata concessa la possibilità di concludere quanto stava cercando di dire « … e mia madre… se già non ricorda tutto… se già non controlla completamente tua sorella… presto ricorderà… presto controllerà… e allora… »
« E allora la combatterò! » intervenne la Campionessa di Kriarya, desiderando rassicurare tanto il proprio interlocutore, quanto se stessa, su ciò che sarebbe accaduto, su quello che il futuro le avrebbe riservato, laddove, concedendosi timori, cedendo alla benché minima paura, ella sarebbe sicuramente impazzita, nell’essersi ritrovata, ormai, a confronto con molto più di quanto una comune mortale, qual ella era, avrebbe dovuto permettersi di affrontare « La combatterò, Desmair. Come ho sempre combattuto ogni mio avversario. Come ho sempre combattuto ogni mia battaglia. Con le unghie e con i denti, se sarà necessario. E, alfine, comunque sopravvivendo. Come sono sempre sopravvissuta! »
« … Midda… »

Tante, troppe cose da dirle. Poco, troppo poco tempo per farlo. Il semidio stava morendo, e, nella propria morte, temeva che troppe informazioni sarebbero morte con lui. Informazioni in assenza delle quali, per quanto donna straordinaria, ricolma di passione e di energia ben più di quanto mai egli non avesse gradito ammetterlo, forse per non infatuarsi veramente di lei, difficilmente avrebbe potuto concedersi un quadro d’insieme e, con esso, una qualunque possibilità di guardare al domani, così come ella si stava ostinando a dichiarare, con l’arrogante ottimismo da cui si era sempre fatta guidare.

venerdì 16 novembre 2012

1763


Se qualcuno avesse interrogato Desmair nel merito di quali emozioni stesse vivendo innanzi alla consapevolezza della propria tanto inattesa quant’ormai certa e ineluttabile morte, il semidio non avrebbe oggettivamente saputo cosa poter rispondere. Troppe, e troppo contrastanti, erano infatti le intime reazioni che egli stava affrontando nel confronto con quell’evidenza, con quella forse spiacevole, o forse no, rivelazione, che avrebbe per lui segnato straordinariamente un punto di non ritorno.
Sorpresa, certamente. Perché egli, abituatosi all’eternità, abituatosi a un’esistenza al di fuori dell’esistenza, a quello stile abitualmente proprio degli dei; non avrebbe potuto che restare sorpreso nel confronto con l’evidenza di non essere, alfine, realmente un dio. O, comunque, di non poter trascendere, al pari di un dio, quell’ultimo appuntamento abitualmente proprio di ogni mortale, di ogni creatura del Creato. Una sorpresa, in verità, forse neppure negativa, non completamente tale, quantomeno, laddove utile a concedergli il non ovvio riconoscimento di appartenenza al Creato, nella propria incredibile varietà e complessità: da sempre vissuto al di fuori della realtà quotidiana comune a coloro che avrebbe dovuto considerare propri pari, il semidio si era disabituato all’idea di essere effettivamente parte di qualcosa, e non, piuttosto, una bizzarra anomalia, una singolarità sì potente, sì eterna, eppur aliena a tutto e a tutti, qual, del resto, avrebbero dovuto essere riconosciuti essere i tanto adorati dei, le tanto temute e rispettate divinità. Diversa, e addirittura riconoscibile qual una quieta consolazione, avrebbe quindi dovuto essere considerata l’idea di essere parte di quel mondo, di quella straordinaria ricchezza, riassunta all’interno di un così semplice termine, fortunatamente mai riduttivo, qual Creato, perché malgrado tutti gli spettri che aveva legato a sé, cercando con la propria evanescente presenza di alleviare la sua condizione, la solitudine alla quale era stato condannato avrebbe dovuto essere considerata ben peggiore di qualunque altro possibile fato, persino della morte alfine concessagli, ove nell’assenza di qualunque controparte con la quale ottenere una possibilità di confronto, persino il concetto stesso di “io” avrebbe perso, alla lunga, qualunque significato.
Contrarietà, necessariamente. Perché egli, abituatosi all’eternità, abituatosi a non dover temere non solo l’invecchiamento e la morte nella propria evoluzione più naturale, ma, neppure, mutilazione o decapitazione; non avrebbe potuto che restare contrariato nel confronto con l’evidenza di essere, alfine, stato abbattuto. Non che ciò fosse occorso per la mano di un comune mortale, e neppure per quella della prorpia sposa, nel momento in cui le aveva concesso il potere per farlo. Se stava morendo era in conseguenza alle azioni di un dio, e, nella fattispecie, del dio per lui identificabile qual padre, motivo per il quale, a modo suo, tutto ciò avrebbe potuto essere considerata una fine annunciata. Malgrado tale consapevolezza, però, egli non avrebbe potuto considerarsi soddisfatto, appagato dall’idea che un dio, e, nella fattispecie, suo padre, fosse riuscito a ucciderlo, si fosse preso la briga di entrare a contatto con il piano della realtà comune al Creato solo per tale scopo. Perché sebbene la discesa in terra di Kah avesse sconvolto a tal punto l’ordine naturale delle cose in misura addirittura sufficiente da permettergli di abbandonare il suo quadro, essendo stati posti in discussione persino i sigilli maledetti che lì lo avevano imprigionato per volere di sua madre; intrinseca sarebbe stata in lui la speranza di potersi dimostrare unico padrone del proprio fato, contrastando, e non metaforicamente, i disegni di un dio in grazia alla propria forza, alla propria determinazione, in quell’intima prerogativa che da sempre sua moglie, così come molti mortali a lei simili, per carattere, per tenacia e ostinazione, erano soliti riservarsi. Molto più umano di quanto mai non avrebbe potuto ipotizzare di essere, quindi, egli si stava dimostrando in quell’ultimo istante, e non tanto per l’alfine sopraggiunto confronto con il medesimo fato comune a tutti gli uomini, quanto, e piuttosto, per l’ordine mentale con il quale si stava rapportando a tutto ciò.
Frustrazione, in parte. Perché egli, nel porsi perfettamente consapevole delle ragioni della propria morte, di quella condanna espressa da colei che un tempo era stata sua madre, e posta in essere per mano di suo padre; non avrebbe potuto evitare un certo grado di frustrazione, nel rilevare quanto, alfine, quella lurida cagna della sua genitrice, avesse ottenuto quanto desiderato e, per lui, non vi sarebbe stata occasione di una rivalsa diretta. Purtroppo, infatti, in quella non prematura, e pur spiacevole fine, non vi sarebbe stata per lui possibilità di affrontare, a viso aperto, quella snaturata madre che mai lo aveva amato, che mai lo aveva accettato accanto a sé, apprezzandolo soltanto qual fisica riprova dell’alleanza sancita con il dio suo padre; un sigillo vivente verso il quale mai si era concessa di vivere una qualunque emozione di affetto, di premura, nel non riconoscergli alcuna dignità in tal senso, alcun valore sotto tale profilo. E anche dove egli era riuscito egualmente a cavarsela, trasformando la propria prigione nella propria reggia, la propria condanna in un regno di spettri; sgradevole, frustrante era il pensiero, la consapevolezza di non essere mai riuscito a spingersi, concretamente, al di fuori del crudele piano di Anmel per lui, dei capricci che ella aveva da sempre alla sua stessa esistenza associato, sin dal suo concepimento, a concludersi con la pretesa del suo assassinio, quell’imposizione di morte così sancita solo perché ormai non più riconosciuto qual utile, o potenzialmente tale, ma solo qual un ostacolo, un fastidio, del quale liberarsi con la medesima semplicità con la quale si sarebbe potuta liberare del ronzio fastidioso di un insetto.
Soddisfazione, tuttavia. Perché egli, nel porsi perfettamente consapevole delle ragioni della propria morte, di quella condanna impostagli in sola conseguenza alla sua collaborazione con Midda in contrasto a colei che un tempo era stata sua madre; non avrebbe potuto evitare un crudele e malevolo sentimento di soddisfazione nel costatare quanto, comunque, avesse scommesso sulla giusta contendente, su colei che, non aveva dubbio alcuno, alla fine sarebbe stata in grado di vendicarlo, sconfiggendo, definitivamente, la regina Anmel Mal Toise e dimostrandosi capace, malgrado fosse una semplice mortale, di compiere quanto neppure lui era stato in grado di compiere. Con sensi che ormai stavano iniziando a tradirlo, con occhi che sempre con maggiore difficoltà riuscivano a mettere a fuoco l’immagine offerta loro, egli stava infatti comunque assistendo alla prima rivalsa della sua sposa nei confronto del suo assassino, nei confronti, addirittura, di un dio, seppur considerato minore; e in tale straordinaria esemplificazione, altro non stava che venendogli concessa un’anticipazione, piacevole e, addirittura, entusiasmante, di quanto sarebbe presto avvenuto, di quanto ella si sarebbe ancora una volta dimostrata in grado di compiere nei confronti di colei che, di certo, non le avrebbe riconosciuto possibilità di serenità sino a quando non avesse ottenuto ciò che desiderava: gli scettri dell’ultimo faraone, indicati qual propria eredità; e la testa della stessa Figlia di Marr’Mahew, indicata qual propria avversaria. Quello di giungere a un nuovo, e allora conclusivo, incontro, era qualcosa di scritto in lettere di fuoco nel destino di entrambe le donne, di sua madre e della sua sposa: un fato, tuttavia, non preordinato qual tale per una qualche volontà superiore, così come egli era consapevole Midda stesse iniziando a temere; ma tale in quanto definito così per effetto delle loro stesse azioni, delle loro scelte, che, anche talvolta inconsapevolmente, avevano tracciato giorno dopo giorno quel duplice cammino che inderogabilmente, ormai, le avrebbe condotte a un nuovo punto d’incontro, di confronto, a seguito del quale solo una fra loro avrebbe potuto spingersi oltre, proseguire a testa alta. E dove anche nella sua mai desiderata moglie, tale visione d’insieme ancora mancava, presto, molto prima di quanto non avrebbe mai potuto credere, sarebbe stata raggiunta, permettendole di affrontare con maggior serenità, e consapevolezza, tutte le sfide che, ancora, l’avrebbero attesa.
Desmair stava morendo. E nulla avrebbe potuto modificare tale assunto.
Ma nella propria morte, egli avrebbe potuto lasciarsi accompagnare dalla crudele gioia derivante dalla certezza che non sarebbe stato né il solo, né l’ultimo a cadere. Alle sue spalle, nel viaggio verso l’aldilà, qualunque esso avrebbe potuto scoprirsi essere, sarebbe molto presto sopraggiunto anche suo padre, un dio, il cui arrivo nel regno dei morti di certo avrebbe suscitato molto più scalpore di quanto non avrebbe potuto sperare di compiere lui stesso. E, di lì a non molto, concedendogli giusto il tempo di ambientarsi ovunque si sarebbe ritrovato, anche il terzo elemento della loro infelice famigliola, sua madre, si sarebbe ricongiunta a loro, lì inviata in grazia della stessa mano che, in quegli ultimi suoi fugaci istanti di vita, si stava preoccupando di non lasciarlo affrontar da solo quel viaggio verso l’ignoto.

giovedì 15 novembre 2012

1762


E i giuochi, per un fugace istante, sembrarono compiuti.
Spinto al suolo sotto il peso di quello scudo e la violenza di quel gesto, Kah parve prematuramente ed erroneamente sconfitto, posto in balia di qualunque capriccio Desmair avrebbe voluto dedicargli. Lì intrappolato, bloccato,  addirittura ingabbiato, difficile sarebbe stato riuscire a considerarlo ancora capace di nuocere al proprio antagonista, nel non poter oggettivamente riservare qual propria un’aspettativa di vita superiore a quella di un bove condotto al macello. Rapida la lama della pesante spada del semidio sarebbe precipitata su di lui e, a quel punto, speranzosamente, sol la quiete della morte sarebbe potuta restargli propria, a discapito di qualunque rango divino.
Ma un dio avrebbe potuto realmente morire? Avrebbe potuto realmente essere sconfitto, anche se per mano di un semidio, proprio figlio ed erede?
Difficile sarebbe stato per chiunque in generale, e per la donna guerriero in particolare, esprimersi in tal senso, ove, al di là di ogni aspettativa, al di là di ogni speranza, ben poche certezze avrebbero ancora potuto caratterizzare quel particolare frangente, quella situazione estranea a qualunque realtà nota.
Certezza, difatti, avrebbe dovuto essere riconosciuta quella propria della conformazione fisica dell’ambiente loro circostante, in quelle vette dalla mercenaria dagli occhi color ghiaccio ormai conosciute a sufficienza dal potersi considerare addirittura famigliari. Eppure, attorno a loro, alcuna vetta, così come alcuna vallata, avrebbe potuto essere intravista, avrebbe potuto essere scorsa, in un’enorme e omogenea distesa bianca, totalmente priva di qualunque caratteristica riconducibile alla catena dei monti Rou’Farth pur da sempre lì predominante, a definire una severa e netta frontiera fra i regni di Kofreya e Y’Shalf sin da prima della loro stessa fondazione. Certezza, ancora, avrebbe dovuto essere considerata la prigionia imposta a discapito del semidio, il quale tanto contrariato era rimasto dall’occasione, dalla speranza di fuga sottrattagli dalla propria ultima sposa, nell’essersi questa sostituita a colei che, quanto meno, egli sperava avrebbe avuto i poteri per ricondurlo a contatto con il mondo esterno. Eppure, in quel momento, Desmair era pronto a menare il colpo di grazia a discapito del padre, lì sconfitto; a tutela del proprio diritti a esistere e, quasi, a beffa di qualunque volontà contraria, prima fra tutte quella che l’avrebbe voluto ll confinato, in quel mondo fuori dai confini del mondo, in quella realtà estranea a qualunque realtà.
Due certezze, fra molte, che in quel momento avrebbero potuto essere considerate praticamente prive di valore, svuotate di qualunque significato, in una misura tale per cui ella non avrebbe dovuto sorprendersi nello scoprire che, lasciando cadere un sasso, questo invece di dirigersi al suolo si sarebbe rivolto al cielo e gli astri celati lassù. Perché l’avvento del dio entro la sfera abitualmente propria dei mortali, evidentemente, aveva sconvolto molti più assunti di quanti la mercenaria avrebbe avuto interesse a elencare, e in tale clima difficile sarebbe stato per chiunque ipotizzare le dinamiche che una qualunque scelta, azione o reazione, avrebbe potuto rendere allora proprie.
Purtroppo, a prescindere da ogni discorso in tal senso, a prescindere dall’effettiva possibilità, o meno, per il semidio di ergersi al pari di un dio, abbattendone uno, Desmair non ebbe alfine l’occasione di scoprire in quale misura la sua spada avrebbe potuto realmente ferire suo padre Kah. Perché questi, non dimentico della propria divina natura, non volle concedere al proprio figliuolo di condurre a termine quell’atto di suprema blasfemia, imponendo, quasi con una reazione banale, il ripristino della giusta distanza fra sé e il Creato, nel volgere, banalmente, uno sguardo verso il proprio avversario e, in ciò, nel proiettarlo con incredibile violenza verso l’alto dei cieli, quasi un’enorme mano, grande quanto sufficiente per afferrare quel già smisurato corpo, fosse calata dall’alto e l’avesse afferrato da dietro, per poi strapparlo al contatto con il suolo con la stessa indifferenza con la quale un bambino avrebbe potuto sollevare da terra un sasso per divertirsi con lo stesso.
E se, in conseguenza di ciò, per un lunghissimo istante, impossibile fu immaginare a quale fato il semidio avrebbe potuto essere stato condannato, nell’essere questi semplicemente scomparso alla vista, letteralmente risucchiato verso il firmamento; un attimo dopo tutto apparve tragicamente chiaro, palese, nel poter osservare lo stesso precipitare nuovamente al suolo qual una sfera infuocata, stella cadente costretta ad abbattersi, senza possibilità di controllo o freno, sulla maestosità dell’edificazione che, per lui, era stata dimora e prigione, radendone al suolo un’ampia, amplissima porzione.
Solo silenzio fu quanto avrebbe mai potuto seguire l’incredibile boato che caratterizzò l’impatto fra quella meteora vivente e il mondo conosciuto, ove alcuna parola, alcun verso, avrebbe potuto offrirsi adeguato alla situazione, al momento. Che Desmair potesse essere sopravvissuto a tutto quello, al dispetto della propria immortalità, dell’eternità promessagli in quanto semidio, figlio di un dio, appariva eventualità improbabile. Là dove sorgeva una costruzione maestosa, imponente e colossale qual mai l’umanità avrebbe potuto ricordare esistente entro i confini del mondo a sé noto; solo uno smisurato cratere fumante era rimasto, oltre a poche macerie di dubbia stabilità nelle estremità più distanti dal punto d’impatto. Di tutto ciò che quella fortezza, quella prigione, era stata in passato, ormai non rimaneva che il ricordo: niente più smisurate porte d’ingresso; niente più sala dei banchetti; niente più quadro maledetto; niente più osceno anfitrione. E, nel confronto con l’evidenza di ciò, nel profondo del cuore di Midda Bontor, di colei che tanto aveva odiato quell’edificazione e il suo signore e padrone, o forse eletto prigioniero, un senso di smarrimento non poté essere evitato, nella consapevolezza, ancora inconscia, ma che presto sarebbe necessariamente divenuta conscia, di quanto, con quella fortezza, e con Desmair, alcuni importanti assunti che ella aveva reso propri, non avrebbero più potuto essere considerati tali.
Ma, nel confronto con il pericolo rappresentato dalla presenza di Kah sul proprio stesso piano di realtà, ogni preoccupazione in tal senso dovette essere trascesa. Ogni dubbio sul futuro, prima considerato forse erroneamente, forse precipitosamente, qual sgradevolmente già scritto, già scolpito nella roccia nelle proprie dinamiche, nei propri sviluppi, in conseguenza ai sogni, alle visioni che per lei erano derivate dal contatto con gli scettri dell’ultimo faraone; dovette essere obliato. Perché, proprio malgrado, nulla di tutto ciò, alcuna di quelle considerazioni, avrebbe avuto un qualunque effettivo valore se ella fosse morta. Ed ella, sicuramente, sarebbe morta nell’istante stesso in cui il dio si fosse ricordato di lei, avesse riportato la propria attenzione alla questione rimasta in sospeso prima dell’intervento della propria prole in suo aperto contrasto.
Fortunatamente, la Figlia di Marr’Mahew, ancor benedetta nel sangue di Marr’Mahew che le aveva donato l’ipotetica potere di poter abbattere persino un dio, non era rimasta osservatrice passiva degli eventi, non aveva accettato un mero ruolo di testimonianza su quanto stava accadendo attorno a sé. E quando il dio era stato proiettato al suolo dalla foga di Desmair; guidata dalla propria paranoia, da quella intima negatività sugli sviluppi futuri che da sempre l’aveva contraddistinta e le aveva, soprattutto, permesso di restare in vita anche quando tale eventualità avrebbe dovuto essere giudicata quantomeno remota, se non addirittura improbabile, ella si era avventata a propria volta a contatto di quel corpo, accettando il rischio di essere distrutta all’istante per la propria blasfemia.
Così, nel mentre in cui il suo mai amato sposo cadde, radendo al suolo tutto ciò che mai avrebbe potuto definire qual casa; ella, la Campionessa di Kriarya, sorse ancora una volta, in sfida a ogni legge naturale, in sfida agli dei, e non più metaforicamente, inerpicandosi fra la corona di corna del proprio antagonista, conquistandone la fronte e, prima di poter ottenere, da parte di questi, una qualunque attenzione, proiettandosi spinta da tutto il proprio coraggio, e da tutta la propria follia, nel suo occhio sinistro, tuffandosi, letteralmente, in esso con la spada stretta innanzi a sé, qual testa d’ariete in quell’impresa.
Un tentativo suicida, forse, il suo, al quale pur ella non volle rinunciare. Se, infatti, doveva considerarsi comunque già condannata, nulla avrebbe avuto da perdere nell’agire in tal modo, così come si permesse di sottolineare in parole sufficientemente esplicite sulla propria scelta, gridate a pieni polmoni …

« Oggi forse morirò… ma non sarò sola, dannato cane! »

mercoledì 14 novembre 2012

1761


« Questa mattina dovevo proprio restare a dormire… » scosse il capo, in aperto disaccordo con le proprie stesse conclusioni, e pur conscia di quanto, ormai, era chiaro avrebbe compiuto per lui.

Così, quando la battaglia esplose, nella propria più primordiale e terrificante violenza, fra il dio e il semidio, esseri immortali, permase e si frappose anche la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, con la propria inerme, intrinseca e irrinunciabile umanità.
Il primo ad attaccare fu il dio, Kah, che abbandonando dimensioni che la donna guerriero avrebbe potuto considerare quasi a sé assimilabili, assunse quelle colossali e caratteristiche del figlio, scagliandosi addosso a lui con tutto l’impeto della propria colossale fisicità, in un’offesa priva di tattica, priva di strategia, e, anche, priva di eleganza, quasi animale, indubbiamente animalesca, e che pur avrebbe potuto rendere propri effetti devastanti se solo non fosse stata arginata. Argine, nella fattispecie, che creò necessariamente il semidio, Desmair, sollevando innanzi a sé il proprio scudo a mandorla, per bloccare l’avanzata del padre, scaricando completamente l’impeto della sua brutalità sul suolo sotto ai propri zoccoli, sul terreno che, di conseguenza, tremò vistosamente, quanto, per lo meno, in misura sufficiente a far rimbalzare la sua sposa, sbalzandola verso il cielo, per effetto dell’onda d’urto così creatasi. Malgrado ciò, fortunatamente, lo scudo resse e, con esso, il braccio che lo sosteneva, non piegandosi sotto la difficile riprova impostagli in tal modo.
Da ciò, il secondo attacco fu, prevedibilmente e equilibratamente, proprio del semidio, il figlio, il quale, arrestato l’impeto del proprio avversario in grazia al proprio mancino, poté caricare un violento colpo con il destro, dirigendo la grossa e pesante spada in contrasto al torso dell’avversario, in un montante che avrebbe potuto squartare una montagna intera, se solo avesse avuto un’occasione con essa. Purtroppo, non montagna ma dio, il padre, avrebbe dovuto essere riconosciuto bersaglio diretto di quell’aggressione, di quella reazione, replicando alla medesima con agilità sufficiente a sottrarsi dalla traiettoria di quella smisurata lama, il cui filo, in verità, non avrebbe dovuto molto in suo contrasto, e che pur, in tal gesto, si volle dimostrare tutt’altro che desideroso di sperimentare, nel temere l’eventualità di un ben peggiore risultato, non riconoscendo alcun genere di fiducia in direzione della controparte..Ragione per la quale, per propria buona sorte, esso non ebbe a porre alla prova quell’inviolabile natura divina, nel non permettere a quel metallo di giungere neppure a sfiorare le sue carni, le sue forme, che nelle brame dell’altro sarebbero allora state violentemente conquistate… e dilaniate.
Terzo attacco, in conseguenza a tale movimento d’elusione, tornò nuovamente nelle disponibilità di Kah, il quale non volle perdonare alla controparte la blasfema impudenza nell’aver attentato alla propria superiore figura, alla propria divina essenza; e, sollevando e lasciando ricadere al suolo le proprie pesanti braccia, cercò ora di schiacciare sotto i propri sproporzionati pugni la controparte, con una carica, con una violenza, sotto gli effetti della quale difficile sarebbe stato per qualunque genere di armatura resistere, fosse anche stata forgiata con l’aiuto di qualche incanto, a migliorarne la forza e la resistenza. A offesa reazione, e a nuova reazione nuova evasione, motivo per il quale Desmair non fece propria alcuna placida attesa innanzi a quell’attacco, a quella scelta di obiettivi già purtroppo, preventivati qual sicuramente delicati, motivo per cui, con una rapida piroletta, quasi si sottrasse a ogni possibilità d’aggressione da parte di quei pugni, non diversamente da come l’altro a lui si era pocanzi negato. Così, tanta violenza, tanta furia sicuramente a stento controllata, si riversò semplicemente e nuovamente contro il suolo, ancora una volta spingendo di conseguenza la donna guerriero verso il cielo, per effetto della vibrazione conseguente.
Al quarto attacco fu occasione per il figlio di tentare la tanto attesa rivolta contro chi aveva inviato le proprie truppe al di fuori delle porte della propria dimora, o per meglio dire della propria prigione, al solo intento di vederlo sconfitto e ucciso; non soltanto rifiutandosi a quella nuova aggressione, ma anche, e ancor più, proseguendo con la propria rotazione e rivoluzione quanto sufficiente, apparentemente più per inerzia che per un qualche effettivo desiderio in tal senso, per indirizzare la lama dell’enorme spada nuovamente verso le budella dell’altro, nell’ipotesi priva di conferme che all’interno di quell’addome potessero esistere budella da colpire e da lasciar ricadere al suolo. Esistenza o meno che, ancora una volta, non fu posta alla prova, nel vedere il padre spingersi all’indietro, rispetto alla posizione occupata, quella minima quota necessaria a non ostacolare, in alcun modo, il movimento della spada insistentemente indirizzata contro di lui, la quale dovette ancora una volta accontentarsi di attraversare, vanamente, l’aria, solo obiettivo sino ad allora raggiunto, solo bersaglio sino ad allora leso, in un insuccesso purtroppo costante. Insuccesso sul quale, in verità, il guerriero in armatura avrebbe tranquillamente scommesso se solo gliene fosse stata offerta l’occasione, malgrado tutto non potendo oggettivamente sperare in una qualunque occasione di vittoria in contrasto a un ordine a lui comunque e inappellabilmente superiore, qual quello lì rappresentato dalla divinità del padre.
Cogliendo l’occasione offerta dal braccio destro del semidio teso in avanti, ancora qual conseguenza al precedente tentativo d’offesa fallito, il quinto attacco fu proposto da parte del dio e, in questo caso, non volle essere un semplice affondo o fendente sull’altro precipitato nell’impeto di entrambi i pugni chiusi, quanto e piuttosto, un’azione finalmente coordinata, la prima degna di tale nome e che, per sfortuna del suo antagonista, lo vide ora portare a segno il proprio intento. Perché, nel mentre in cui con la propria destra esso afferrò quella dell’altro, coprendo con le proprie enormi mani l’intero colossale avambraccio corazzato, con la propria mancina proiettò non uno, non due, non tre, ma sette, otto, nove, addirittura dieci rapidi colpi contro il volto coperto dall’elmo argentato, lì insistendo con brutalità straordinaria e ammirevole, del tutto indifferente alla presenza di quel metallo così come di un viso lì sotto, che, necessariamente, sarebbe rimasto sconvolto dalla violenza di quell’offensiva multipla e martellante. E a Desmair, proprio malgrado, non fu concessa altra occasione che quella di subire, passivamente, tutta l’aggressività di Kah, nel mentre in cui, per la prima volta, un sangue neppur immaginato da parte della Figlia di Marr’Mahew, e di color nero, simile a pece, sprizzò al di fuori della fenditura caratteristica dell’elmo, a segnalare quanto, diversamente da ogni colpo da lei mai imposto a ipotetico discapito dello sposo, quegli attacchi stessero rendendo proprio un terrificante trionfo.
E se nulla, da parte del semidio, poté essere sperato a discapito del padre; il dio arrestò volontariamente i propri colpi prima della possibile e irreparabile fine del figlio, nel riprendere voce ancora una volta; a offrire quello che, nel migliore dei casi, sarebbe stato un invito alla resa, mentre, nel peggiore, una semplice derisione, crudele sarcasmo a discapito di un moribondo.

« … no… » negò Desmair, per tutta risposta, con un moto di orgoglio, e una reazione violenta, sottraendosi alla stretta del padre per ritrarsi all’indietro, sbattendo incautamente e violentemente contro le pareti stesse della propria fortezza « Non ti concederò questa soddisfazione. » esplicitò, a meglio caratterizzare il senso di quel diniego « Se vuoi, dovrai uccidermi. Ma non mi piegherò mai più, né al tuo cospetto, né innanzi ad alcun altro. »

Parole ancora una volta cariche d’orgoglio, nelle quali fu suo trasparente intento ribadire come quello sarebbe potuto essere anche il suo ultimo verso gridato al mondo dei vivi, ma che, non nel timore del proprio fato, del proprio destino prima neppur presunto qual possibile, qual reale, egli avrebbe tradito se stesso e il proprio atto di ribellione in contrasto al padre e alla madre, tradimento solo motivo per il quale, del resto, egli stava allora venendo punito, e punito nei modi peggiori in cui mai avrebbe potuto esserlo.
Una presa di posizione netta e incontrovertibile, la sua, che volle ancor una volta ribadire, ove potesse essere necessario, sollevando nuovamente tanto la spada, quanto lo scudo, prima di spingersi, in un potente balzo, in avanti, con l’intento di schiacciare il dio, suo padre, sotto la solidità del secondo, nel mentre in cui, con la prima, l’avrebbe forse e finalmente leso, non vincendolo, non abbattendolo, certo, ma pur dimostrandogli, qual proprio retaggio, di cosa lui, il figlio reietto e ripudiato, sarebbe stato capace.

martedì 13 novembre 2012

1760


Pur non potendo fare a meno di apprezzare la risolutezza dello sposo nei confronti del padre, Midda non mancò di temere, sinceramente, le possibili conseguenze di quella provocazione, non tanto in un eventuale offensiva del dio nei confronti di Desmair, quanto e peggio in una sua forse inevitabile risposta. Una risposta che, per la terza volta, l’avrebbe atterrita, trapassandole la testa da parte a parte con violenza terrificante, e annichilendo ogni sua possibilità di reazione innanzi a ciò.
Tale, del resto, si era dimostrato sino a quel momento l’effetto della voce di Kah, offrendo testimonianza della veridicità di molte leggende, diversi miti, secondo i quali impossibile sarebbe stato per i sensi umani elaborare correttamente quanto relativo a una dimensione divina delle cose, motivo per il quale ella non era in grado di distinguere, con efficacia, le proporzioni del corpo del dio, così come, nel solo confronto con la sua semplice voce, non poteva evitare di ritrovarsi a essere praticamente atterrita, così come non avrebbe avuto ragione di essere nel confronto con altro suono al mondo.
E sebbene preparata al peggio, quando il dio riprese parola, difficile fu per lei non affondare nella neve, seguendo l’esempio delle nuove, innumerevoli gocce di sangue perdute dai propri padiglioni auricolari, quasi a cercare, in essa, una fredda protezione, un gelido distacco dal mondo…

« Dei… basta! » gemette, sinceramente stravolta da tutto quello, mal sopportando la propria palese inferiorità fisica nel confronto con il dio e il suo smisurato potere ma, ancor meno, l’impotenza a cui si stava dimostrando costretta anche solo a livello auditivo, sgradevole metafora di quanto inerme avrebbe dovuto considerarsi innanzi a esso.
« E sia, padre. » chinò Desmair il colossale capo, con segno di insoddisfatta rassegnazione in conseguenza alle ultime parole ascoltate ed, evidentemente, comprese, a differenza della propria sposa, per la quale tutto quello non avrebbe potuto avere alcun significato « Ho sperato vi sarebbe potuto essere un rapporto diverso fra noi… ma se è la guerra che vuoi, la guerra avrai. » dichiarò, retrocedendo di un passo e sollevando la propria spada e il proprio scudo, l’una dietro di sé, l’altro davanti a sé, nell’assumere una postura di guardia « Preferisco perire per tua mano, se così deve essere, piuttosto che trascorrere l’eternità entro i limiti di quella prigione dorata. »

Non fosse stato per la propria più intima avversione verso il marito, la Campionessa di Kriarya avrebbe giurato che, quell’ultima asserzione, fosse carica di malinconia e rimpianto, sentimenti che, in verità, ella aveva sempre ritenuto non potessero essere propri del semidio, ai suoi occhi apparso sin dal loro primo incontro qual simile più a uno stereotipo che a un essere vivente, dotato di emozioni suo pari. Ciò nonostante, difficile sarebbe stato equivocare l’emozione di delusione intrinseca nel significato delle parole da lei scelte, così come nei loro significanti. Perché, per la prima volta alla sua attenzione, la fortezza stava venendo descritta anche da lui per quanto realmente era, e sola avrebbe potuto essere considerata: non un dominio, non una dimora, quanto e tristemente una prigione, nella quale intollerabile sarebbe stato trascorrere una sola vita, folle sarebbe dovuto essere riconosciuta l’idea di affrontare l’eternità.
Possibile che, al di là di ogni loro attrito, Desmair fosse qualcosa di più del sadico figlio d’un cane che Midda aveva sempre considerato essere? Possibile che, al di là di tutte le proprie colpe, ciò che egli era altro non fosse che conseguenza di ciò che era stato costretto a essere?
Eppure, così giustificando il semidio, ella avrebbe potuto addirittura spingersi a giustificare anche la sorella, assolvendola dalle proprie colpe in quanto mera conseguenza dell’abbandono subito. O forse no?

« … Desmair! » tentò di richiamarne l’attenzione, per un fugace istante temendo per la sua sorte, dimentica di essersi spinta, poche settimane prima, fra quelle cime all’unico scopo di ucciderlo.
« Ogni impegno è sciolto, Midda. » replicò egli, dando dimostrazione di averla sempre udita, ma, sino a quel momento, di non averle voluto offrire risposta « Ritirati, finché ti è concesso. Non posso pretendere che tu combatta questa guerra in mio nome. Non contro mio padre. »

Difficile sarebbe stato riconoscere, in quella figura in armatura, lo stesso Desmair con il quale ella si era scontrata più volte, tanto verbalmente, quanto fisicamente. Lo stesso Desmair che l’aveva costretta a uccidere due cugini di Be’Sihl. Lo stesso Desmair che aveva trascinato la povera Fath’Ma prossima alla follia. Ciò nonostante, estremamente complesso sarebbe stato equivocarne l’identità, armatura o no, in conseguenza di un profilo troppo particolare, addirittura unico, per poter essere confuso con quello di qualcun altro. Ragione per la quale difficile fu per la mercenaria reagire così come, forse, avrebbe reagito nei confronti di chiunque altro.
Al di là delle leggende attorno al proprio nome, Midda Bontor non era un’eroina né, ancor meno, una paladina, impegnata a lottare per il raggiungimento di un bene superiore. Ella era una combattente, certo, una donna guerriero, sicuramente, ma anche, e soprattutto, una mercenaria, motivo per il quale era solita cercare sempre un tornaconto per le proprie azioni, per il proprio operato. Un tornaconto, forse, non di natura meramente economica, quali molte sue recenti avventure avrebbero potuto testimoniare, e pur un tornaconto. Il sangue di Marr’Mahew, non a caso, era stato recuperato non quale semplice esercizio di stile, ma allo scopo di assicurarsi che il proprio sposo avrebbe evitato di destinare ad altri il medesimo, triste fato a cui aveva già indirizzato la povera, sventurata Fath’Ma o, peggio, i due cugini del suo amato Be’Sihl.
Alla luce di ciò, anche volendosi sforzare nel cercare una qualche motivazione assurda, estremamente difficile sarebbe stato per lei immaginare una qualche ragione per la quale avrebbe dovuto suicidarsi nel confronto con un dio… un vero dio, seppur, fortunatamente, minore. A meno, ovviamente, di non veder la questione posta sotto un punto di vista prettamente morale. Una morale, beninteso, non facente riferimento a criteri comunemente condivisi, a filosofie universalmente riconosciute, quanto, e piuttosto, al solo suo animo, e a quella linea di condotta che, da sempre, aveva regolato ogni sua scelta, ogni sua azione. Linea di condotta che, nella fattispecie, non le aveva mai permesso di abbandonare un proprio compagno sul campo, alle proprie spalle, fosse anche nel porsi sospinta dalla più ragionevole frenesia di fuga auspicabile.

« … è un grosso errore… » sospirò ella in un alito di voce, intuendo come avrebbe agito ancor prima che ogni pensiero in tal senso potesse essere effettivamente elaborato a livello conscio dalla sua mente.

E malgrado nulla di più distante da essere un proprio compagno, d’arme o di vita, avrebbe dovuto essere riconosciuto il semidio; nel vederlo sì pronto alla morte, nel coglierlo animato da emozioni e passioni che mai aveva prima avuto occasione di intuire in lui, dietro l’apparenza carica di cinismo e crudeltà con le quali amava evidentemente mascherarsi, ella non poté decidere di abbandonarlo, ove, così facendo, forse sarebbe sopravvissuta, ma, di certo, avrebbe dovuto combattere, per il resto della propria esistenza, con il rimorso derivante dalla consapevolezza di aver agito in contrasto a ogni proprio principio, a ogni propria morale. Un rimorso che, oggettivamente, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non riteneva giusto dover affrontare per colpa di Desmair e di quella sua ultima, e incredibile, trasformazione interiore.
No. Egli non meritava tanto da parte sua. Non meritava che, nel proprio ricordo, ella avrebbe potuto tormentarsi per tutta la propria vita, lunga o breve che questa si sarebbe potuta offrire. Non, di certo, dopo tutto ciò che egli aveva compiuto a discapito suo e delle persone a lei circostanti. Perché ove già, disgraziatamente, la Figlia di Marr’Mahew era costretta al confronto quotidiano con il rimorso conseguente alla consapevolezza della propria partecipazione di colpa ad aver motivato la propria gemella nel proprio cammino verso il ruolo di regina dei pirati, e di nuova ospite per la regina Anmel Mal Toise; aggiungere a esso un altro stolido e similare sentimento, dedicato al proprio mai apprezzato marito, avrebbe avuto un che di ridicolo e di grottesco.

lunedì 12 novembre 2012

1759


Mai, sin dal giorno del loro primo incontro, Midda aveva avuto occasione di vedere Desmair completamente vestito. Non che il semidio si fosse dimostrato solito girar nudo per i propri possedimenti, né che la donna avesse avuto occasione di apprezzarlo, metaforicamente, qual tale: semplicemente, l’abbigliamento abitualmente indossato da parte del marito non avrebbe potuto considerarsi particolarmente ricercato, né concretamente coprente le sue vigorose e comunque virili forme, nel ridursi a pochi lembi di stoffa, utili a coprirne le vergogne e, talvolta, le spalle. In ciò, nel momento in cui Desmair fece la propria apparizione, ancor più del ritrovarlo all’esterno della propria prigione, dalla quale non avrebbe dovuto trovare alcuna possibilità di fuga in assenza di una negromantica sposa, per come a lei noto; e ancor più che nel riconoscerlo in dimensioni praticamente equivalenti a quelle dei colossali kahitii, in luogo alle proprie pur notevoli, ma ancor consuete proporzioni; ella ebbe di che sorprendersi nel ritrovarlo pesantemente rivestito, protetto entro l’abbraccio di una straordinaria armatura, tale da donargli una magnificenza guerriera che neppure lei avrebbe potuto trascurare.
Sulla pelle simile a rosso cuoio, e allora visibile solo in corrispondenza dei vigorosi bicipiti e tricipiti, sulle braccia, e degli altrettanto imponenti quadricipiti, sulle cosce, capeggiava un’armatura argentea, con rifiniture dorate, invero degna di un dio, qual egli avrebbe potuto desiderar, in tal modo, apparire. Pettorale e panziera, composte in due sezioni separate allo scopo di assicurare una certa mobilità al guerriero malgrado i naturali limiti stringenti propri di qualunque corazza, risultavano ornate, nella propria sezione centrale, da un comune disegno, da una sola, vasta immagine in rilievo, atta a presentare la testa di un cervo, con magnifiche corna ramificate lungo tutto il suo petto: un emblema mai precedentemente colto da parte della donna qual associabile al proprio sposo, anche ove, chiaramente, quell’armatura era stata forgiata a uno esclusivo dello stesso, non solo per le proprie terrificanti dimensioni, quanto e ancor più per le proprie proporzioni, forme studiate al solo scopo di ricoprire, alla perfezione, quelle estremamente particolari del semidio. Il simbolo del cervo, inoltre, era ripreso anche in corrispondenza agli spallacci, che, con una curva particolarmente elegante, e tutt’altro che barbarica o rozza, ricoprivano alla perfezione le sue carni, a destra con un singolo strato di metallo, a sinistra, addirittura, con un doppio rivestimento sovrapposto, atto a permettere, su tale fronte, l’assorbimento di maggiori colpi. Una scelta non dovuta banalmente al caso, quanto conseguente all’assetto stesso voluto da parte del fante, che, a proprio supporto, oltre a quell’armatura, aveva scelto anche uno scudo, sul mancino, e una spada, stretta nel destro, tali, in ciò, da prevedere il fronte sinistro qual quello preferibilmente soggetto a eventuali offensive esterne, mentre quello destro più dedito alla ricerca di proprie occasioni d’offesa. E se anche, su bicipiti e tricipiti, era assente argenteo metallo a loro protezione, egualmente non mancavano una cubitiera, sul destro, e una corrispettiva gran cubitiera, sul sinistro, a protezione dei suoi gomiti, entrambe, come già gli spallacci, non conformate con ampie sporgenze, qual pur ci si sarebbe potuti attendere, nel possibile, e persino comprensibile, desiderio di trasformare l’immagine già appariscente propria di quella figura in qualcosa di persino più ferino, più mostruoso e terrificante, per incutere soggezione ai propri avversari; quanto da profili eleganti, addirittura raffinati, qual soli avrebbero potuto essere dell’armatura di un re, seppur, indubbiamente, funzionali al loro scopo ultimo. A completar la protezione delle braccia, ovviamente, non mancavano i cannoni inferiori, né, tantomeno, le manopole, le quali, addirittura, nella forma delle proprie dita, avevano previsto persino adeguato spazio per i suoi artigli, affinché neppure questi sporgessero al di fuori del metallo. Più in basso, al di sotto della panziera, non mancava né la falda a quattro lame, per proteggere la vita, né tantomeno le scarselle, a tutelare la parte superiore delle cosce e, soprattutto, l’inguine: anche in questo frangente, laddove avrebbe potuto sussistere una forma estremamente grezza, per quanto indubbiamente efficace allo scopo prefisso, poté essere ammirato il frutto di un fine lavoro di forgiatura, e di rifinitura, atto a presentare forme morbide, persino in contrasto con il concetto che, del proprio sposo, ella aveva sempre avuto. Pur mancando il cosciale, scendendo ulteriormente, non erano assenti né i ginocchielli, né gli schinieri, che, anzi, nella necessità di riadattarsi alla particolare configurazione delle gambe del semidio, simili a zampe di ungulato, erano state studiate, e plasmate, con particolare cura, con assoluta attenzione, per assolvere sempre a un compito di protezione ancor prima che a qualunque altro eventuale scopo. Ultimo elemento, utile a completare il quadro proprio di quell’armatura, non avrebbe dovuto essere ignorato l’elmo. Questi, come già gli schinieri e, più in generale, il resto della configurazione lì proposta, era stato trasparentemente ritagliato sulle precise forme di Desmair, prevedendo non solo opportuni spazi per le sue smisurate corna, ma anche, e ancor più, un disegno utile a ridiscendere lungo il suo volto in maniera naturale, proteggendo in tal modo completamente tanto gli occhi, quanto e persino il naso e il mento, malgrado l’orrida prominenza di entrambi, tali da renderli più vicini al becco di un rapace che, effettivamente, al volto di un uomo.
Un’armatura praticamente completa, integrale, predisposta al solo scopo di proteggere le forme di chi, comunque, non avrebbe dovuto poter temere avversario, e che, nella propria presenza, nella propria maestosa offerta, stava allora venendo accompagnata da un altrettanto maestoso armamentario, uno scudo a mandorla, legato al suo braccio sinistro e riportante ancora l’emblema del cervo; e uno spadone a due mani, che pur, egli, avanzando, stava mantenendo all’interno della propria sola destra. Uno scudo e una spada, ovviamente, proporzionati alle dimensioni che, in quel momento, stavano apparendo proprie del semidio e che, per questo, avrebbero potuto essere considerate assolutamente equivalenti a quelle che, prima di loro, avevano capeggiato lì fuori fra le mani dei kahitii, seppur in fogge indubbiamente meno eleganti, meno pregiate, rispetto a quelle che tanto l’uno, quanto l’altra, vollero dimostrare proprie.

« … Desmair…?! » non poté trattenersi, la Campionessa di Kriarya, dal commentare, senza celare minimamente il proprio stupore, la propria sorpresa per quell’immagine inedita e mai, invero, neppur immaginata, lì impostasi con tanto vigore da aver, per un fugace istante, persino costretto la sua mente a obliare la minaccia rappresentata dall’ingresso in scena del dio Kah, padre del suo sposo… suo suocero?!

Allo stesso modo in cui il dio non si era dimostrato interessato a replicare alle sue parole, il semidio sua prole non diede dimostrazione di essere animato da un sentimento diverso, ignorando completamente quella retorica questione in merito alla sua identità, per mantenere tutta la propria concentrazione, tutta la propria attenzione, rivolta unicamente in direzione della terrificante minaccia lì presente, nel contrasto alla quale, purtroppo, neppure il proprio retaggio divino avrebbe avuto un qualunque valore.
La Figlia di Marr’Mahew, abituale protagonista, si ritrovò pertanto a essere, in tal modo, quasi relegata al ruolo di semplice testimone. Testimone di eventi a cui alcun altro sguardo mortale avrebbe mai potuto testimoniare, e, forse, nel rispetto dell’ordine naturale degli eventi, avrebbe mai dovuto testimoniare. Così come, sembrò desideroso di dimostrare Kah, riprendendo voce ancora una volta e, ancora una volta, imponendo su di lei un dolore tale da costringerla a gettarsi al suolo, ripregata su se stessa, in movimenti convulsi e incontrollati, nel mentre nuove gocce di sangue abbandonavano le sue orecchie per riversarsi al suolo, a dimostrazione della sua, comunque e inalterata, condizione mortale.

« Mi dispiace che questa sia la tua posizione, padre. Sebbene essa fosse chiara sin dal momento in cui i tuoi ultimi feticci hanno iniziato ad assediare la mia fortezza… » replicò Desmair, scuotendo l’enorme capo, e concedendo, con la propria voce, una piacevole tregua all’udito della sposa « Sì. E’ vero che ho preso posizione in sostegno a mia moglie e in contrasto a mia madre. Sì. E’ vero che ho sperato che mia madre ritornasse nell’oblio dal quale non sarebbe mai dovuta emergere. » puntualizzò, in evidente risposta a qualche accusa rivoltagli dal padre e, pur, non compresa dalla donna guerriero, per ovvie ragioni « Ma è pur vero che io sono tuo figlio, e in quanto tale avrei avuto diritto a qualcosa di diverso dal trattamento che mi è stato riservato da mia madre, nell’esilio impostomi per tutti questi secoli, al di fuori della realtà nella quale, il mio retaggio divino, il tuo sangue nelle mie vene, avrebbe dovuto rendermi un dominatore, un sovrano! »

domenica 11 novembre 2012

1758


In merito al momento dell’ingresso in scena del dio Kah, la Campionessa di Kriarya ebbe sempre problemi a riportar memoria, in epoche successive, nel raccontare le dinamiche degli eventi vissuti.
Ciò che le fu immediatamente chiaro, tuttavia, fu come quell’evento non avrebbe dovuto considerarsi un evento naturale, una questione da minimizzare qual comunque appartenente alla sfera del quotidiano. E non tanto per la sua eccezionalità, quanto e piuttosto per la blasfemia in esso intrinseca. Una blasfemia da intendersi non tanto rivolta agli dei creatori, ma all’intero Creato, la cui più intrinseca essenza non avrebbe potuto che risultar sconvolta dall’arrivo di un potere, di un’energia, di una natura a essa tanto estranea. Un lupo sopraggiunto all’interno di un gregge di pecore, pur recando seco inevitabile agitazione, tensione, addirittura crisi, nel porre in dubbio la sopravvivenza di tutte le bestie lì presenti, non avrebbe mai addotto alla realtà lì esistente un fattore alieno, non sarebbe mai risultato in quell’ambiente estraneo, nell’essere anch’egli un’animale, e nell’appartenere a un comune ordine naturale, a una stessa dimensione, seppur qual predatore allorché preda. Diversamente da un lupo all’interno di un gregge di pecore, l’avvento di un dio fra i mortali non avrebbe potuto ovviare a sconvolgere la realtà lì presente, a imporsi qual estraneo all’ambiente, al mondo intero, nel non appartenere alla medesima sfera di realtà, di ordine naturale, a cui chiunque e qualunque cosa lì apparteneva.
Anche Desmair, nella propria ambigua natura di semidio, conservava infatti caratteristiche tali da non estraniarlo, da non alienarlo alla quotidianità propria della sua sposa e del suo intero mondo, nel quale, in effetti, era nato e, presto o tardi, sarebbe riuscito a fare ritorno. Kah, invece, avrebbe potuto apparire simile a una creatura mortale, avrebbe potuto apparire simile ai propri kahitii, avrebbe forse potuto fingersi qual appartenente a quella comune dimensione delle cose, di tutte le cose… ma mai, mai sarebbe potuto essere tale riconosciuto. Al contrario. Esso era, e sempre sarebbe rimasto, un fattore di sconvolgimento per il Creato e le proprie regole, le proprie regole naturali. Quelle stesse regole che imponevano a qualunque cosa di cadere dal cielo verso la terra, o che imponevano a qualunque cosa di subire i rigori del tempo, invecchiando e, speranzosamente, un giorno morendo. Uno sconvolgimento che risultò subito evidente, nell’istante stesso in cui quell’essere, della divinità, di manifestò in tutta la propria più intima essenza, entrando a contatto con un mondo che non avrebbe mai dovuto osare sfiorare, per il bene del medesimo.
Perché nel momento in cui Kah pose il primo passo a contatto con il suolo, improvvisamente ogni concetto venne privato di valore, ogni criterio perse di significato, e persino nel merito delle sue stesse dimensioni non venne concessa alla donna guerriero alcuna possibilità di espressione. Esso avrebbe potuto essere minuscolo, oppure enorme, molto più di tutti i kahitii che sino a quel momento avevano infestato quella vetta, molto più delle montagne lì circostanti, e improbabile, impossibile addirittura, sarebbe stato per la mercenaria dagli occhi color ghiaccio esprimersi. Esso, inoltre, avrebbe potuto essere stupendo nella propria parvenza estetica, così come avrebbe potuto risultare assolutamente osceno, ben peggiore rispetto a ogni rappresentazione a lui offerente riferimento, e improbabile, impossibile addirittura, sarebbe stato per la Figlia di Marr’Mahew esprimersi. In verità, attorno a lui, persino l’ambiente circostante apparve improvvisamente snaturato, e la cima di quei monti, dominata da ghiacci eterni, avrebbe potuto essere fraintesa qual una spiaggia di sabbia dorata, così come il centro di una distesa pianeggiante, e alcuno, non Midda di certo, avrebbe saputo asserire con certezza che quell’ambiente non fosse mutato. Così come ella non avrebbe saputo prendere posizione neppure nel merito della propria stessa figura, della propria immagine, del proprio corpo, che, un istante prima, sentì simile a quello di una vecchia, prossima all’ora dell’estremo saluto, con muscoli deboli, incapaci a sorreggere il suo stesso peso, e pelle avvizzita, simile a quella di un frutto ormai secco; mentre un istante dopo, al contrario, avvertì improvvisamente ringiovanito, simile a quello che avrebbe potuto vantare quindici, forse vent’anni prima, con membra contraddistinte da una minor esperienza, certo, ma anche da una maggior energia, da una maggior forza, che alcuna sfida avrebbero considerato priva di possibilità di confronto, e una pelle sì morbida, sì vellutata, simile a quella di una succosa pesca, nel confronto con la quale ben pochi uomini avrebbero saputo ovviare a un desiderio di contatto, non per uno, ma per mille e ancor mille baci.
L’influenza di Kah, dio minore, sulla realtà a sé circostante era tale. E qual tale, a dir poco inaccettabile sarebbe stata l’idea dell’eventualità di una qualunque disfida imposta in contrasto a quell’essere, a quella straordinaria aberrazione. Sangue di dea… o no.

« Questo è uno di quei momenti in cui mi piacerebbe essere una pavida donzella da ballata romantica, di quelle che sollevano il dorso della mano alla fronte e svengono innanzi a qualunque minaccia loro proposta… » commentò, deglutendo e tentando, senza molto successo in verità, di sdrammatizzare il momento con quel commento ironico, secondo quella strategia che sempre le era stata utile nel contrasto ad avversari più potenti di lei « Perché stamattina non sono rimasta a dormire?! »

Il fatto che ella avesse parlato, che ella avesse espresso verbo innanzi a un dio, non vide né immediata, né successiva reazione da parte del medesimo. Quella figura, forse straordinaria, forse oscena, forse smisurata, forse minuscola, forse a lei vicina, forse a lei incredibilmente distante, non palesò il benché minimo interesse per quanto da lei pronunciato, quasi ella fosse sostanzialmente rimasta in silenzio. Dopotutto, e in effetti, il rapporto che avrebbe potuto sussistere fra un dio e un mortale avrebbe dovuto essere considerato palesemente inferiore a quello esistente fra un uomo e il suo cane, ragione per la quale, in conseguenza a un qualche guaito, a un qualche uggiolato da parte del mortale, difficile sarebbe stato stuzzicare l’interesse del dio, distratto da ragioni di ordine indubbiamente superiore.
Nonostante ciò, quel cane in particolare, anzi, quella cagna, non si era limitata a guaire innanzi al dio. Ella aveva osato ringhiare, aveva abbaiato, aggredendo coloro che lì erano stati inviati a espressione della volontà di Kah, uccidendone, persino, uno, il cui colossale corpo ancora giaceva, abbandonato, poco distante da loro. Motivo per il quale, anche ove, in altre circostante, indegna ella sarebbe stata giudicata dell’onore di ascoltare la voce di un dio, in quel particolare contesto ella venne riconosciuta, altresì, qual negativamente meritevole di tale onore.
Impossibile, tuttavia, fu per lei riuscire a comprendere cosa il dio potesse aver detto, dal momento in cui la sua voce si impose su di lei, e sul mondo a lei circostante, non meno aliena, non meno blasfema ed estranea all’ordine naturale delle cose di quanto non avrebbe potuto apparire il resto della sua immagine. Ragione per cui, non suoni intelligibili, quanto rumori tremendi e strazianti, furono quelli che colpirono violentemente la mercenaria, costringendola a piegarsi in avanti e a maledirsi per non aver più due mani utili a cercare protezione da quell’onda, ma solo una, solo una, la sinistra, che a malapena ebbe successo nel tutelare l’integrità del corrispettivo orecchio, nel mentre in cui dallo stesso, così come dalla sua controparte, non mancò di sgorgare un’abbondante flusso di sangue, in misura tale che ella, dolore a parte, temette sinceramente di essere stata appena resa sorda.
Una paura, un timore invero relativi, nel confronto con la consapevolezza della sua prossima morte, che tuttavia furono immediatamente dissipati, nel momento in cui un nuovo suono sopraggiunse alla sua attenzione. Il suono, ora inequivocabile, di una porta che si stava aprendo. Di una pesante porta che si stava aprendo dopo tempi immemori, forse per la seconda volta dalla propria stessa creazione. E, attraverso essa, di pesanti, pesantissimi passi, smisurati zoccoli a confronto con la neve, il ghiaccio, la terra e le rocce lì presenti, mossi verso di lei, verso di loro, e invocanti a sé ogni attenzione, ogni interesse, ogni offesa… così come una voce per lei purtroppo, o per fortuna, in quel contesto specifico, più che nota volle subito definire, chiarire, al di là di ogni possibile equivoco.

« Quella donna è la mia sposa, padre. » annunciò Desmair, il semidio, rivolgendosi direttamente a Kah, suo genitore « E non permetterò né a te, né a mia madre, di poterla aggredire, impunitamente. Né ora. Né mai! »

sabato 10 novembre 2012

1757


La Figlia di Marr’Mahew aveva partecipato a troppe battaglie, a troppe guerre, per illudersi che quella potesse essersi risolta in maniera tanto banale. Sebbene, infatti, dalla propria avrebbe potuto considerare il vantaggio derivante un indubbio fattore sorpresa, nell’essersi proposta estemporaneamente vittoriosa in contrasto a creature generate al preciso scopo di non poter essere aggredite da alcuno, tantomeno da una comune mortale; dal fronte opposto non avrebbe potuto ignorare come tali creature fossero state generate al fine ultimo di poter essere sacrificabili, di poter essere serenamente spinte al sacrificio, all’annichilimento, per la gloria del loro signore e padrone. Credere che i kahitii potessero accettate tanto quietamente la sconfitta, rinunciando al confronto senza neppur tentare di una seconda offensiva a suo discapito, sarebbe corrisposto pertanto a dimostrarsi quantomeno sciocchi e illusi, in una misura tale che ella non avrebbe mai gradito associare alla propria stessa immagine.
Per tale ragione, e solo per questo, ella aveva cercato di arrestare la loro ritirata, aveva cercato di impedire che quei colossi potessero sgombrare il campo. Anche perché, quel loro allontanarsi, non avrebbe potuto che essere interpretato qual preludio per l’incombere di un pericolo maggiore, di una minaccia peggiore, ed ella, malgrado il sangue della dea a benedirla, non si sentiva particolarmente desiderosa di porre troppo alla prova le proprie capacità… non, quanto meno, al solo scopo di salvare la pelle al proprio sposo.
Purtroppo, ormai ella era lì. Era lì sola. E, difficilmente, avrebbe potuto sottrarsi a quanto presto sarebbe avvenuto.

« Thyres… questa volta finisce che mi faccio male… » sussurrò, in un alito di voce, fra labbra strette e denti serrati, quasi, nell’impiegare un tono maggiore avrebbe potuto rendere quel pericolo ancor più vicino, ancor più prossimo, se non, addirittura, immediato.

Alito di voce o meno, il pericolo era ormai nell’aria e non si lasciò attendere. Non si lasciò attendere per il tempo utile a permetterle di rilassarsi eccessivamente. Non per quello necessario ai suoi muscoli per iniziare a indolenzirsi. Non per quello indispensabile al leggero velo di sudore creatosi sulla sua pelle, incrostata dallo sporco lì sopra accumulatosi sin dal Pozzo del Sangue, di seccarsi, e di rimestare in nuovi e strani disegni le varie cupe tonalità di terra e di sangue imposte al di sopra della chiara epidermide costellata di efelidi. No. Il pericolo non si lasciò attendere. E quando sopraggiunse, la donna guerriero ebbe ragione di dispiacersi di non aver avuto tempo per distrarsi, per riposarsi, o, più semplicemente, per sciacquarsi la bocca con un sorso d’acqua. Anzi… di birra.
Perché se anche ella non era solita eccedere agli alcolici, pur non rifiutandone totalmente la compagnia, in quel momento sarebbe stata più che felice di poter offuscare leggermente le proprie capacità mentali con una bella bevuta. Non troppo, ma, almeno, quanto sufficiente a permetterle di rendere propria quell’incoscienza necessaria per affrontare, viso a viso, un dio.
Perché il pericolo, il nuovo pericolo superiore a quello rappresentato da un battaglione di kahitii, e disceso fra i mortali solo per renderle omaggio, a lei e alla sua recentemente acquisita capacità di uccidere persino un dio, non ebbe a dimostrarsi altro che nella forma stessa di un dio. E del dio, nella fattispecie, che solo avrebbe dovuto essere riconosciuto dietro a molte rogne che avevano caratterizzato quei suoi ultimi anni, benché mai ella avesse neppure rivolto un banale pensiero al medesimo. Il padre di Desmair, semidio che ella aveva dovuto rendere proprio sposo; nonché l’amante della regina Anmel Mal Toise, oscura minaccia sopraggiunta da un antico passato al solo, apparente scopo di dichiararle guerra, alleandosi, in ciò, con colei che da sempre le era stata avversaria: il dio Kah.

« Mi faccio male… » deglutì, forse per la prima volta nella propria esistenza attonita di fronte a un avversario, nel riconoscere in lui un grado di superiorità con il quale difficile, se non, addirittura, improbabile, sarebbe stato riuscire a rapportarsi « Veramente… veramente male. »

Sebbene, infatti, nella gerarchia divina, Kah fosse stato da sempre considerato una divinità minore, ben lontana dai livelli di più famosi dei quali Gorl, signore della terra e del fuoco, o Tarth, signore dei mari, esso… egli, difficile da descriversi nella propria effettiva natura, restava pur e comunque un dio, creatura immortale ed estranea a ogni limite proprio della carte altresì caratteristico dell’intero Creato, di Midda così come di Desmair, di una chimera così come di un dragone dei mari. In quanto divinità, Kah non apparteneva infatti alla schiera delle creature, ma a quella dei creatori, in una differenza, in una lontananza ben più profonda, più radicata, più inalienabile di quanto chiunque avrebbe mai potuto ambire a colmare, a sanare.
Né Midda, né Desmair, e neppure Anmel, così potente e apparentemente indistruttibile, avevano mai reso proprio il potere della creazione, nell’ottica divina del termine: tutti loro, in quanto creature e non creatori, erano altresì sempre stati istintivamente portati alla distruzione, all’annichilimento, in luogo alla possibilità di definire qualcosa di nuovo, qualcosa di migliore, qualcosa di vivo. Ma Kah, seppur un dio minore, seppur dimenticato nella propria esistenza probabilmente dalla totalità del Creato, o quasi, di era dimostrato ancora capace della prerogativa propria degli dei nella creazione dei terribili kahitii, non da lui nati, ma da lui plasmati, e nella questione specifica addirittura a propria immagine e somiglianza, secondo i propri desideri, secondo i propri capricci.
Kah era un dio. Era da sempre stato un dio. E sempre sarebbe rimasto tale. La vita sarebbe potuta terminare. Tutte le stelle del firmamento avrebbero potuto spegnersi. L’universo intero avrebbe potuto scomparire. Eppure Kah sarebbe continuato a esistere. E con lui tutti gli altri dei. Divinità che, così come già una volta si erano dilettate a popolare la realtà, avrebbero potuto farlo ancora. Ricominciando tutto da capo, con la stessa freddezza e la stessa indifferenza con la quale un bambino avrebbe potuto ricominciare un giuoco, il giorno dopo la fine del precedente.
Di tutto ciò Midda Bontor era consapevole. E dove anche non fosse mai stata particolarmente succube del pensiero dell’esistenza degli dei al di sopra di ogni cosa, l’idea di essere posta a confronto diretto con uno di loro non avrebbe potuto rasserenarla. Non avrebbe potuto entusiasmarla. Non avrebbe potuto neppure eccitarla. Perché sebbene si fosse sempre spinta al di fuori di ogni limite abitualmente ritenuto umano, in quell’ultima faccenda, in quell’ultimo affare, seppur, paradossalmente, di famiglia, ella comprendeva di essersi spinta decisamente oltre. Oltre a quanto mai avrebbe avuto diritto a spingersi. Oltre a quanto mai avrebbe avuto vantaggio a spingersi. Oltre, semplicemente. Tanto oltre da temere, ormai, di non poter più tornare indietro, di non poter più tornare alla propria vita quotidiana, e alle persone che, in essa, aveva abbandonato.

« Thy… » iniziò a ripetere, quasi senza neppur rendersi conto di ciò, il nome della propria dea prediletta, salvo, poi, zittirsi, nel temere che, in quel momento, un qualunque riferimento alla sfera del divino sarebbe stata a dir poco inappropriata, laddove, proprio malgrado, ella si era sospinta a dichiarare alfine guerra pesino agli dei.

Un’iperbole che, in passato, era sovente stata associata al suo nome, e nella quale, probabilmente, anche lei era arrivata a credere. Un’iperbole che, tuttavia, ora le sarebbe costata la vita.

« Dannazione… » sospirò, correggendosi e scuotendo il capo, nel riprendere quanto stava per dire « Questa volta farò arrabbiare Be’Sihl. » commentò, rivolgendo quello che, forse, sarebbe stato il suo ultimo pensiero, alla volta dell’amato, conscia di quanto dolore, nella propria scomparsa, nella propria morte, gli sarebbe stato inevitabilmente imposto, con l’aggravante di averla resa stupidamente incredibile… o forse incredibilmente stupida.