11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

domenica 24 ottobre 2021

3803

 

A prima vista Orzloh Nevsit avrebbe potuto essere considerato un giovane ventenne come tanti altri. E, a conti fatti, Orzloh Nevsit era un giovane ventenne come tanti altri.
A rendere speciale Orzloh Nevsit anche innanzi al proprio stesso giudizio avrebbe avuto a dover essere intesa la sua appartenenza alla Progenie della Fenice. In un diritto, o forse un dovere, che tuttavia egli non aveva “meritato”, quanto e piuttosto “ereditato” dai propri genitori, così come loro lo avevano ereditato a propria volta dai loro genitori, in una lunga linea di sangue l’origine della quale avrebbe avuto a perdersi nella Storia.
Orzloh Nevsit era fiero di appartenente alla Progenie della Fenice. Non avrebbe potuto essere altrimenti, in verità. Sin da quando era nato, Orzloh Nevsit era stato cresciuto nel rispetto della dottrina della Progenie della Fenice, plasmando la propria visione del mondo su quella propria della Progenie della Fenice e null’altro ritrovando ragione di concepire al di fuori di ciò. Anche perché, se pur qualcuno l’avrebbe potuto considerare una sorta di fanatico religioso, Orzloh Nevsit era certo di non esserlo.
Così come lo erano stati i suoi genitori prima di lui, e i loro genitori ancor prima, e così come, alla fenice piacendo, un giorno lo sarebbero stati anche i suoi figli, e i figli dei suoi figli, quanto Orzloh Nevsit era altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non un combattente. E un combattente animato da una giusta causa. Giusta quanto avrebbe sol potuto esserlo la difesa dell’intero Creato dalla minaccia di Anmel Mal Toise, e di qualunque suo oscuro seguace.
Quanto, tuttavia, distingueva Orzloh Nevsit dai suoi genitori, e dei loro genitori ancor prima, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il contesto storico. E un contesto storico che proprio allo stesso Orzloh Nevsit aveva riservato la sventurata occasione di coesistere con Midda Namile Bontor... con colei che, nella propria incommensurabile stolidità, aveva reclamato il retaggio della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, diventando l’Erede di Anmel Mal Toise, la nuova Regina.
Pochi, pochissimi, prima di quella donna, e di quell’insopportabile donna, erano stati in grado di rintracciare il luogo ove la Progenie della Fenice aveva celato la corona di Anmel Mal Toise. E nessuno, prima di quella donna, e di quell’assurda donna, era stato in grado di superare le improbe prove atte a permettere di conquistare quel tesoro e il suo retaggio.
Indubbio, in tal senso, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quanto Midda Namile Bontor fosse stata in grado di cogliere in contropiede la Progenie della Fenice. Forse, se soltanto i secoli non avessero offerto l’erronea impressione che la questione con Anmel Mal Toise potesse essere stata del tutto archiviata, essi avrebbero avuto a riservarsi maggiore premura nel prevenire il sorgere di un Erede. Ma, obiettivamente, di tutta la sua linea di sangue, Orzloh Nevsit era stato il primo a essere effettivamente richiamato alle armi, dopo che, per secoli, millenni addirittura, la medesima appartenenza alla Progenie della Fenice era parsa divenire più una questione di effimera morale anziché di concreta pratica.
Midda Namile Bontor, tuttavia, aveva completamente rovesciato ogni equilibrio precedentemente venutosi a creare, ogni falso senso di sicurezza che il tempo aveva voluto imporre loro, imponendo alla Progenie della Fenice di ridestarsi prepotentemente dal proprio sonno, di riorganizzarsi, e di tornare, ancora una volta, a schierarsi per la difesa del Creato nel confronto con quella devastante minaccia.
Così era stato anche per Orzloh Nevsit. Il quale, ritrovatosi costretto ad abbandonare la bottega del falegname nel quale stava apprendendo abilmente un mestiere, e un mestiere che lo avrebbe portato un giorno a sperare di aprire una propria bottega, aveva dovuto imbracciare le armi tramandate di padre in figlio dalla notte dei tempi sino a lui, nel momento in cui sul lato sinistro del suo petto, in corrispondenza del suo cuore, era improvvisamente apparso il marchio della fenice, ed era apparso accompagnato da un dolore lancinante, e il dolore che avrebbe potuto essere per lui proprio nel momento in cui tale immagine gli fosse stata impressa a fuoco nelle carni, benché nessun ferro rovente gli fosse mai stato rivolto contro. Tale era il segnale. Tale era il richiamo utile a convocare alla guerra tutti i membri della Progenie della Fenice, ovunque sparsi nel mondo. E, ubbidendo a tal richiamo, Orzloh Nevsit aveva abbandonato la vita che pur stava cercando di costruirsi per rispondere a quel dovere, a quella missione voluta da una forza superiore persino a quella degli dei tutti.
In quei giorni, Orzloh Nevsit, come tutti i compagni e le compagne dei quali si era ritrovato a essere circondato, in una nuova, straordinaria famiglia, non avrebbe potuto che riconoscersi necessariamente confuso nel merito di quanto stesse succedendo. Perché se da un lato l’euforia non avrebbe potuto che contraddistinguere il successo da loro riportato nel catturare, alfine, l’Erede, e nel condurla sino a lì, dall’altro nessuno di loro avrebbe potuto comprendere le ragioni per le quali ella non stava venendo sigillata per i secoli a venire, per così come, in fondo, tutti loro erano certi sarebbe avvenuto, unica, giusta conclusione per quella già sufficientemente spiacevole vicenda.
Certo: Orzloh Nevsit non aveva mai avuto nulla a che fare, direttamente, con Midda Bontor, ragione per la quale difficile sarebbe stato presumere che ella potesse meritare la morte innanzi al suo giudizio.
Ma laddove ella era l’Erede, quale altro fato avrebbe mai potuto confarle?! Non erano forse sufficienti i danni che ella aveva già prodotto sino a quel momento, nel riversare nel mondo dei vivi una nuova schiera di non morti e di non morti quali mai si erano veduti in passato?! Non era forse sufficiente il controllo che ella aveva già assunto sulla città di Kriarya e, in parte, su quella di Lysiath, elevandosi a furor di popolo a quel ruolo di regina già proprio della sua predecessora?! Cos’altro avrebbe avuto a servire loro per decidere di condannarla...?
Eppure i loro capi avevano giudicato necessario attendere. Avevano voluto concedersi la possibilità di dialogare con lei, con l’Erede in persona. E a Orzloh Nevsit, così come a tutti i suoi compagni e compagne, null’altro avrebbe potuto essere allor concesso di fare se non dimostrare pazienza, attendendo l’evolversi di quella situazione.
Sperando che nulla, tuttavia, avesse a riservare loro ragione di pentimento per quella scelta...

« Uhm...?! »

Ad attrarre l’attenzione di Orzloh Nevsit, in quella giornata come altre, fu un suono sordo, simile alla caduta di qualcosa di pesante su un suolo morbido, qual del resto era, in molti punti, il pavimento in terra battuta sotto i loro piedi, in quel complesso sotterraneo.
Egli non avrebbe potuto considerarsi certo di aver udito effettivamente quel suono. Ciò non di meno, e nell’assenza di alternative migliori con le quali avere a occupare il proprio tempo, decise di indagare nel merito di ciò, muovendosi quindi con attenzione a comprendere cosa mai potesse aver generato un simile tonfo. E se nei corridoi nulla apparve evidente, là dove, fra l’altro, i pavimenti in pietra difficilmente avrebbero potuto giustificare quanto da lui allor udito; più probabile avrebbe avuto a dover essere intesa l’origine di tale suono da una delle varie stanzette laterali, per lo più, a quel livello superiore, lasciate comunque vuote o adibite a estemporanei magazzini, per il parcheggio di quanto, pur, destinato a essere stoccato più in basso.
Fu proprio nel muovere il proprio interesse verso tali zone che, allora, egli ebbe occasione di cogliere una più che corretta ragione per gridare l’allarme. E di coglierla nella presenza tutt’altro che piacevole, di un branco di non morti, e di un branco di non morti spuntati da chissà dove ma, improvvisamente, presenti all’interno della loro area, e di quell’area che già tanto sforzo aveva valso loro in passato per essere bonificata da simile, negromantica, piaga.

« Alle armi! Alle armi! » urlò pertanto, per richiamare l’attenzione di chiunque potesse udirlo, nel mentre in cui, senza indugio alcuno, ebbe a sfoderare la propria spada « Fratelli e sorelle della Progenie... a me! »

sabato 23 ottobre 2021

3802

 

Har-Lys’sha non avrebbe potuto asserire di possedere, in fede, alcuna particolare motivazione per porsi in antagonismo a quei non morti. Ella non aveva avuto con loro alcun rapporto quando erano in vita, né mai avrebbe potuto averne nel considerare le diverse epoche nel corso delle quali erano vissuti. Ed ella non avrebbe potuto neppure disapprovarne l’esistenza allo stato attuale delle cose, avendo, a buon titolo, persino a trovare gradevole la loro quieta presenza, rispetto alla maggior parte delle altre creature e, più in generale, alla maggior parte delle civiltà.
Per chi dotata come lei di un sensibilissimo udito, in fondo, qualunque genere di aggregazione civilizzata non avrebbe potuto ovviare a sottoporla a una difficile prova di sopportazione, e una prova di sopportazione che, in fondo, ella si era abituata ad affrontare sin dalla propria più tenera età, al pari di qualunque ofidiano, o feriniano, o canissiano... o altro esponente di diversa specie contraddistinta da un eguale sensibilità uditiva. E se già abbandonare i mondo fra le stelle, nei quali era nata e cresciuta, in favore di quella realtà così primitiva era stato indubbiamente utile a rimuovere da quell’assordante equazione molto frastuono, anche in quel mondo, anche nelle sue città, non avrebbe potuto mancare ragione di che scoprirsi stanca e provata. Ma in quella necropoli, e in quella necropoli predominata dalla morte e, soprattutto, dai non morti, ella non avrebbe potuto che scoprirsi piacevolmente rasserenata, e rasserenata dal silenzio a lei circostante, e quel silenzio finalmente realmente riconoscibile in quanto tale. In ciò, quindi, ella non avrebbe avuto a poter muovere alcuna personale accusa a discapito di quelle presenze, e di quelle presenze che, sotto molteplici aspetti, avrebbero avuto quindi a doversi intendere persino più gradite rispetto agli uomini e alle donne della Progenie della Fenice.
Proprio malgrado, però, in quel particolare momento, in quel particolare contesto, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a muovere le proprie armi in contrasto a quegli zombie, riversando contro tutta la propria più genuina violenza nella necessità di aprire la via innanzi a sé. Una sfida, comunque, impari, quella in siffatta maniera formulata, a confronto con la quale ella non avrebbe mai potuto avere a concedersi possibilità di sconfitta, a meno di qualche improbabile errore, fosse anche e soltanto per la differenza di velocità fra gli uni e l’altra. Una lentezza, quella intrinsecamente propria degli zombie, che già avrebbe potuto facilitare la vita di qualunque antagonista umano e che, innanzi a un’ofidiana non avrebbe potuto che risultare a dir poco intollerabile. E a ben vedere, anzi, se soltanto ella non avesse avuto a doversi preoccupare anche allo scopo di liberare la via al proprio amato Howe, forse avrebbe potuto anche pensare di scivolare impunemente fra quelle creature, sospingendosi al proprio obiettivo senza colpo ferire.
La propria premura verso il proprio compagno d’armi, comunque, non avrebbe avuto a doversi riconoscere sol limitata al non risparmiare allora i propri colpi a discapito dei loro estemporanei antagonisti, quanto e piuttosto a premurarsi costantemente di non averlo a lasciare troppo indietro rispetto a sé, là dove, in quell’oscurità, ella ne era consapevole, egli non avrebbe più potuto avere alcuna possibilità di orientarsi. E così, allorché raggiungere nel minor tempo possibile la propria metà, ella non mancò di accertarsi, costantemente, che Howe fosse dietro di lei, rallentando quando necessario in termini utili da ridurre la propria efficacia ed efficienza combattiva a livelli adeguati a quelli dell’uomo da lei comunque amato, impegnandosi, in ciò, a non lasciarlo trasparire, per così come era certa che, altrimenti, avrebbe rappresentato un duro colpo per il di lui amor proprio.

« Siamo arrivati. » comunicò alfine, raggiungendo il muro da lei individuato come potenziale via di accesso ai sotterranei controllati dalla Progenie della Fenice.
« Dove... di grazia?! » domandò Howe, non riuscendo a comprendere quanto ella desiderasse allor intendere e non desiderando neppure avere più a consentire troppi sottintesi fra loro, a confronto con l’evidenza del risultato degli ultimi.
« Dobbiamo abbattere la parete davanti a noi. » spiegò quindi, sempre e soltanto in un alito di voce « Non potremo evitare di fare rumore, ma una volta aperto il passaggio, anche gli zombie si riverseranno lì dentro e la Progenie della Fenice sarà troppo impegnata con loro per avere a interessarsi di noi, non sapendo neppure della nostra esistenza. »

Una tattica sicuramente ardita, quella così elaborata dalla giovane donna rettile, a confronto con la quale, certamente, sarebbe stato ormai tardi ipotizzare di ritirarsi. Tuttavia, in assenza di alternative migliori, anche quell’idea ardita avrebbe avuto il proprio indubbio valore innanzi al giudizio di Howe, il quale, dopotutto, qual vecchi compagno d’armi di Midda Namile Bontor non avrebbe potuto certamente negare di essersi dovuto impegnare in molte, altre, egualmente ardite tattiche, e tattiche in grazia alle quali non aveva mai mancato di riportare a casa la propria pellaccia brunita.
Per questa ragione, quindi, egli non ebbe a sollevare alcuna obiezione innanzi a tutto ciò, benché, a conti fatti, la via individuata da Lys’sh avesse a doversi intendere tutt’altro che diretta per conseguire i propri scopi. E con buona pace di ogni prudenza, ebbe a schierarsi accanto all’amata, pronto a compiere quanto sarebbe stato necessario.

« Vado...?! » domandò egli, appoggiando il palmo della propria sinistra sulla parete innanzi a loro.

E Lys’sh, che ben conosceva le potenzialità dell’amato e, soprattutto, ben aveva compreso lo spessore di quella parete e la resistenza che essa avrebbe potuto offrire alla di lui sollecitazione, tenendone accuratamente conto in quella che non avrebbe avuto di certo a doversi fraintendere qual una scelta potenzialmente suicida a loro discapito; si limitò inizialmente soltanto ad annuire, salvo poi rendersi conto di quanto quel suo gesto non avrebbe potuto che passare inosservato alla di lui attenzione, spingendola a una soluzione decisamente più diretta...

« Vai! » confermò verbalmente.

Il braccio sinistro di Howe, o, per lo meno, quello con il quale egli era nato e cresciuto, gli era stato negato diversi anni prima a opera della crudeltà di Nissa. Ciò non di meno, chiunque in quel momento avesse avuto occasione di osservarlo, non avrebbe avuto possibilità di comprendere quanto accaduto, di cogliere l’evidenza di quella mutilazione, là dove, se qualcosa di buono egli aveva riportato dal proprio breve viaggio nelle vastità siderali, tale avrebbe avuto a dover essere intesa una protesi di ultima generazione: non un braccio da lavoro, come quello che, al contrario, Midda Bontor aveva preferito mantenere, dopo esserselo visto impiantare all’interno di un carcere come strumento utile a garantire la sua efficienza ai lavori forzati; quanto e piuttosto una fedele replica meccanica dell’arto perduto, il movimento della quale era sì garantito da piccoli servomotori alimentati da un nucleo all’idrargirio al pari di quelli della Figlia di Marr’Mahew, ma che, nella propria superficie esterna era stata ricoperta di un tessuto artificiale in tutto e per tutto assimilabile alla pelle umana, tanto da un punto di vista passivo, quanto e ancor più da un punto di vista attivo. Un surrogato perfetto del suo perduto arto, quindi, che gli aveva restituito la propria piena indipendenza, oltre che tutta la propria integrità fisica, in termini incontrovertibilmente piacevoli e, per l’appunto, addirittura migliori a confronto con quelli ricercati dalla propria vecchia amica per se stessa. Ovviamente, la differenza fra il suo arto e quello di Midda, avrebbe avuto a dover essere inteso anche dal punto di vista delle prestazioni e delle prestazioni in termini di forza: forza, quella della donna guerriero, che in grazia a tale protesi era cresciuta in maniera smisurata, ma che, al contrario, per lui era rimasta quasi normale...
... quasi laddove, comunque, in momenti di necessità, egli avrebbe potuto concedersi occasione di sollecitare in maniera maggiore i propri servomotori, per garantirgli quella spinta in più necessaria, a esempio, a far crollare un antico muro di pietra.

venerdì 22 ottobre 2021

3801

 

… soprattutto nel momento in cui, allorché affrontarli in maniera consapevole e moderata, essi avrebbero avuto a presentarsi qual un’imprevista sorpresa a margine di una già tanto spiacevole situazione, e in una situazione nella quale, oltretutto, non avrebbe neppure potuto mettersi a gridare, imprecando il nome di qualche dio o dea secondo l’ispirazione del momento.

“Eddai... non può essere vero!”

Tardiva fu la comprensione di Howe nel merito di quanto Lys’sh aveva cercato di dirgli. Perché in quei gesti, e nei gesti attraverso i quali ella era convinta di avergli trasmesso una visione quanto più possibile precisa del pericolo che avrebbe avuto a correre passando da lì sotto; egli aveva frainteso un suggerimento, da parte sua, nel merito della necessità dover giungere alle spalle dei propri antagonisti mentre essi erano così impegnati in chiacchiere, tramortendoli prima che potessero avere a offrire qualunque genere di allarme, in quella che, per carità, aveva giudicato essere una premura probabilmente eccessiva e a confronto con la quale, tuttavia, non si sarebbe tirato indietro, nel ben valutare quanto, con un diverso approccio al problema, sicuramente le loro possibilità di successo, e di un successo da conseguirsi in maniera rapida e discreta, sarebbero aumentate rispetto a un confronto frontale.
Solo uno stretto cono di luce avrebbe avuto a doversi intendere tutto ciò che gli stava venendo concesso dalla situazione attuale per potersi proteggere dagli attacchi di quei nemici. E dagli attacchi di quei nemici fra i quali egli era in tal maniera piombato, lasciandosi calare, forse un po’ troppo audacemente, dall’alto. Uno stretto cono di luce a confronto con il quale la sua lama dorata ebbe allor a scintillare vivacemente accanto al suo impegno volto a respingere ogni non morto contro di lui avesse allor a proiettarsi, infierendo senza pietà alcuna contro le loro carni mummificate e, ancor più, contro le loro ossa. In effetti, egli non avrebbe avuto a dimostrare pietà neppure in contrasto ad avversari mortali, ove si fosse trovato in una situazione equivalente circondato non da zombie quanto e piuttosto da comuni antagonisti umani, ragione per la quale, certamente, non avrebbe avuto a riservarsi occasione di freno in contrasto a corpi defunti da secoli e lì rianimati soltanto in grazia alla negromanzia.
E se pur, così facendo, egli avrebbe potuto concedersi una certa possibilità di resistere a quella situazione decisamente avversa, al tempo stesso non avrebbe neppure avuto possibilità di eludere quella trappola letale, e quella trappola letale nella quale era andato a calarsi di propria, incosciente ma spontanea, iniziativa, fosse anche e soltanto nell’assenza di qualunque possibilità utile a orientarsi e a orientarsi in direzione di quella che avrebbe avuto a dover essere intesa la giusta direzione verso la quale proseguire... direzione allor quantomai distante da ogni possibilità di riconoscimento all’interno di quelle tenebre, e di quella negromantica bolgia.
Fortunatamente per lui, in tutto ciò egli non avrebbe avuto a doversi fraintendere solo. E per quanto, all’occorrenza, il fraintendimento intercorso fra loro avrebbe avuto certamente a doversi intendere spiacevole, soprattutto per la letale minaccia in contrasto alla quale si era inconsapevolmente sospinto; Lys’sh non avrebbe mai avuto a lasciarlo solo lì sotto, per così come anche egli stesso era certo ella non avrebbe tardato a prendere posizione.
Ciò avvenne, e avvenne, in verità, non più tardi di una manciata di istanti dopo il suo arrivo lì sotto. Una manciata di istanti nel corso dei quali, ovviamente, egli non si era potuto negare confronto con quegli zombie, respingendoli, mutilandoli, smembrandoli nel colpire pressoché alla cieca; e, ciò non di meno, soltanto una manciata di istanti, tempo utile alla stessa per avere a lasciarsi calare dietro di lui lungo quel medesimo cammino verticale.

« Dobbiamo aprirci la via verso settentrione... » sancì ella, con poche, misurate parole praticamente sussurrate, a indicare al compagno il giusto percorso.
« ... e poi dobbiamo parlare della tua capacità di mimare gli zombie. » non riuscì a negarsi occasione di puntualizzare egli, in una frase obiettivamente inutile in quel momento, e che avrebbe potuto quietamente risparmiarsi a confronto con la necessità di mantenere il maggior silenzio possibile, e, ciò non di meno, in una frase che non ebbe a trattenere, in scherzosa polemica verso la donna amata.

Nella necessità di riuscire a mantenere una certa discrezione nel merito della loro presenza in quel luogo, onde evitare di porre in allarme i propri antagonisti, il fatto che i propri attuali avversari avessero a dover essere identificati quali zombie non avrebbe potuto che deporre a loro favore.
Perché, con buona pace di qualunque possibile stereotipo cinematografico che anche la stessa Lys’sh avrebbe potuto vantare qual proprio, nelle fantasiose interpretazioni del concetto di zombie a confronto con le quali, in passato, si era ritrovata posta innanzi; in quel mondo gli zombie avrebbero avuto a doversi riconoscere decisamente silenziosi... terribilmente silenziosi, nel considerare quanto non soltanto avrebbe avuto a dover essere negata loro la possibilità di un cuore battente o di un petto respirante, ma anche e soltanto la necessità di emettere suoni, prerogativa propria di chi, piuttosto, interessato a comunicare, in termini che pur non avrebbero avuto a riguardare tali creature.
Così, fatta eccezione per il suono delle ossa infrante e delle membra mutilate, nonché, ovviamente, del respiro proprio di Howe e di Lys’sh, nessun altro genere di rumore avrebbe potuto attrarre interessi sgraditi da parte della Progenie della Fenice: non versi di dolore, inesistenti da parte di chi incapace a provare qualunque genere di sensazione; non il clangore delle armi, là dove le sole lame in azione avrebbero avuto a dover essere giudicate proprio quelle dei due amati.
Ovviando, comunque, a rispondere in quel momento, là dove, dopotutto, avrebbe dovuto anzi impegnarsi a cercare di contenere più possibile quella pur giustificabile volontà polemica da parte sua, la giovane ofidiana si limitò a indicare la direzione entro la quale avrebbero avuto a doversi muovere, e a indicarla con il proprio stesso corpo, intraprendendo tale percorso e facendo del tutto affidamento sul fatto che, dietro di lei, egli non avrebbe mancato di restarle vicino, assicurandosi che alcuna minaccia potesse averla a raggiungere dal lato posteriore nel mentre in cui, necessariamente, ella si poneva impegnata ad aprire la via sul fronte anteriore.
Howe, dal canto suo, già più che appagato dall’essersi riservato quel giusto apostrofo nel merito di quanto accaduto, non si volle concedere ulteriore insistenza, almeno per il momento, a tal riguardo, posticipando a momenti migliori quel pur necessario beffeggiamento a di lei discapito per il sicuramente involontario scherzo che ella gli aveva riservato. E, sopperendo perfettamente al ruolo a lui da lei tacitamente riservato, egli non mancò di avanzare, e di avanzare seguendola in maniera puntuale, quasi ricalcando le di lei orme a ogni singolo, nuovo passo dal lei compiuto. Necessità, la sua, non soltanto derivante da quello specifico contesto di negromantico assedio, o, anche, dall’amore da lui provato verso di lei, quanto e piuttosto dalla semplice evidenza di quanto, lì sotto, sarebbe stato semplicissimo per lui avere a smarrire il contatto con lei se soltanto avesse permesso a più di un piede di distanza di separarli, tanto per l’affollamento di zombie attorno a loro ma, ancor più, per le tenebre lì imperanti. E quelle tenebre che egli non era minimamente in grado di superare con il proprio sguardo.
Al contrario rispetto a lui, Lys’sh non avrebbe avuto ad accusare alcuna difficoltà di orientamento in quell’oscurità, là dove, anzi, la propria percezione della realtà a lei circostante avrebbe potuto intendersi quantomai precisa in quel momento. E precisa in termini tali da permetterle di individuare e riconoscere il punto preciso oltre il quale avrebbero potuto concedersi di ricongiungersi all’altro sotterraneo, e al sotterraneo allo presidiato dalla Progenie della Fenice. Un passaggio, il loro, sol ostacolato allora dalla presenza di una parete di pietra, e una parete di pietra che avrebbero avuto a dover rimuovere per giungere a destinazione.

giovedì 21 ottobre 2021

3800


Parlare di non morti in senso generale, sarebbe pressoché equivalso a parlare di nuvole in senso generale. Certamente di base le nuvole avrebbero avuto a dover essere intese in quanto nuvole. Ma non tutte le nuvole avrebbero potuto essere fraintese allo stesso modo. E non dalla presenza di qualunque nuvola ci si sarebbe mai potuti attendere le medesime conseguenze di altre nuvole. Nuvole alte e nuvole basse, nuvole cariche di pioggia e cariche di neve, nuvole di tempesta e piacevoli nuvolette utili a stemperare la calura propria dell’estate: pressoché ogni nuvola avrebbe potuto vantare una propria storia unica, nonché, appunto, una serie di caratteristiche egualmente uniche, tali da non perdonare facili confusioni, per così come avrebbe potuto testimoniare qualunque pellegrino.
Parlare di non morti in senso generale, sarebbe anche pressoché equivalso a parlare di vento in senso generale. Certamente di base il vento avrebbe avuto a dover essere inteso in quanto vento. Ma non tutti i venti avrebbero potuto essere fraintesi allo stesso modo. E non dalla presenza di qualunque vento ci si sarebbe mai potuti attendere le medesime conseguenze di altri venti. Venti continentali e venti marini, venti caldi e venti freddi, venti di tempesta e piacevoli brezze estive: pressoché ogni vento avrebbe potuto vantare una propria storia unica, nonché, appunto, una serie di caratteristiche egualmente uniche, tali da non perdonare facili confusioni, per così come avrebbe potuto testimoniare qualunque marinaio.
E se un pellegrino non avrebbe mai potuto confondere una nuvola per un’altra; e un marinaio non avrebbe mai potuto confondere un vento per un altro; mai un avventuriero avrebbe dovuto confondere un non morto per un altro… in un errore che sarebbe stato altresì pagato a caro prezzo.

Banale, ma non troppo, avrebbe, a esempio, avuto a doversi intendere il confronto con un cosiddetto zombie, o con uno scheletro, che altro non avrebbe dovuto essere considerato se non lo stadio finale proprio dello zombie, quando ogni residuo di carne e tessuto molle fosse alfine marcito. Zombie e scheletri avrebbero avuto sì a dover essere considerati clienti spiacevoli, fosse anche e soltanto per la loro quieta indifferenza a qualunque azione condotta a loro discapito, in termini tali da poter proseguire nel proprio attacco anche ove smembrati, vedendo ogni singolo arto poter cercare autonoma rivalsa sul proprio antagonista. Ciò non di meno, agli zombie e agli scheletri non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto maggiore acume rispetto a quello proprio di una medusa, limitandosi a elaborare opportunamente gli stimoli loro derivanti dal mondo esterno e a rispondere in maniera puntuale agli stessi, secondo il proprio imperativo basilare, e quell’imperativo abitualmente rivolto alla sistematica eliminazione di qualunque essere vivente appartenente al regno animale in quanto tale. In tal senso, quindi, avere a che fare con zombie o scheletri non avrebbe rappresentato una difficoltà nel confronto con il singolo, generalmente anzi di facile gestione fosse anche e soltanto per la propria intrinseca lentezza e la più completa assenza di agilità; quanto e piuttosto con il gruppo, là dove raramente ci si sarebbe potuti concedere l’opportunità di avere a ritrovarsi innanzi a un solo zombie o un solo scheletro.
Già più complesso, invece, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto l’eventuale confronto con un legione, ossia un vero e proprio, mostruoso, agglomerato di cadaveri fusi insieme a creare un’unica entità di dimensioni notevoli, di forza devastante e di resistenza decisamente elevata. Con diversi legioni, in particolare, la stessa città di Kriarya, nonché la medesima Midda Bontor, aveva avuto a dover fare i conti alcuni anni prima, avendo proprio malgrado a verificare in prima persona il pericolo derivante da tali creature, e da creature, fortunatamente, non esistenti in natura, quanto e piuttosto frutto della volontà di un negromante e, in ciò, asserviti esclusivamente ai suoi interessi, ai suoi voleri o ai suoi capricci. Non che ciò avesse a rendere meno pericolosi i legioni rispetto ai comuni zombie o scheletri: anzi. L’esistenza di un vero e proprio mandato, di uno scopo chiaro, di una definita volontà atta a muovere i loro passi, non avrebbe potuto che far crescere di molto l’intrinseca pericolosità di simili creature, in termini tali da porli alla stregua di molte fiere mitologiche, temibili bestie al cospetto delle quali, per i più, non soltanto comuni individui, ma anche valorosi guerrieri, la speranza migliore di sopravvivenza sarebbe derivata dalla propria velocità a fuggire e dalla propria abilità a nascondersi.
Ancor più complicato, poi, avrebbe dovuto essere considerato lo scontro con un negromante non morto, in quello che avrebbe potuto essere considerato un non senso, ma che, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un’eccezione tutt’altro che rara. Generalmente mossi dal desiderio di asservire la morte al proprio volere, infatti, realizzazione estrema di ogni negromante sarebbe necessariamente dovuta essere considerata quella volta a sottometterla al punto tale da sospingersi personalmente a ignorarla, diventando, a tutti gli effetti, un non morto e, ciò non di meno, mantenendo tutto il proprio negromantico potere. E benché, per lo più, tale evoluzione era solita presentarsi in forma di spettro ancor prima che in termini corporali, non avrebbero avuto a mancare, nel mito così come anche nella Storia, diversi, importanti esempi di temibili figure annoverabili in tale categoria, e figure la cui estinzione non avrebbe mai avuto a dover essere fraintesa qual banale, nel riuscire a combinare insieme il meglio di ambo le categorie.
Un caso indubbiamente degno di nota, infine, avrebbe avuto a dover essere giudicato quello proprio dei ritornati, e di quella nuova specie di non morti involontariamente generata dalla stessa Midda Bontor in grazia ai poteri della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice. Uomini, donne e altre creature in tutto e per tutto riportati alle proprie condizioni fisiche e mentali immediatamente antecedenti al momento della propria morte, e, peggio ancora, resi del tutto indifferenti a ogni normale limite proprio delle creature viventi: niente stanchezza, niente dolore, nessuna possibilità di essere feriti in maniera permanente e, in effetti, neppure distrutti, là dove, per così come avevano avuto spiacevole opportunità di appurare personalmente Midda, Duva e Lys’sh durante gli accadimenti dell’assedio di Lysiath, anche i danni più gravi, le mutilazioni più crudeli, avrebbero trovato occasione di essere risanati come se nulla fosse mai accaduto e, peggio ancora, senza alcuna reale possibilità di limite attorno a ciò. Creature immortali non in quanto tali, ma semplicemente perché, pur non più vive, non avrebbero neppure avuto a doversi fraintendere morte, né, tantomeno, così facilmente riconducibili alla morte. Fortunatamente, in tale categoria, pur avendo allor a dover essere censiti tutti quanti coloro i quali nel corso della propria esistenza avevano avuto la sfortuna di incrociare i propri passi con Midda Bontor e di essere, in ciò, uccisi da lei; non tutti gli stessi avrebbero dovuto essere fraintesi desiderosi di avere a cercare vendetta a suo discapito… anzi. La maggioranza degli stessi, in verità, aveva deciso di andare oltre a ogni facile risentimento, per avere a godere dell’inattesa possibilità concessa da quella nuova vita non vita, o morte non morte, e una possibilità obiettivamente insperata, e neppur ritenuta possibile… non, quantomeno, in quegli stessi termini. Coloro i quali, tuttavia, non avrebbero voluto rinunciare alla propria rivalsa a suo discapito, certamente avrebbero avuto a doversi riconoscere fra i più pericolosi avversari contro cui chiunque avrebbe mai potuto avere occasione di incrociare i propri passi o, peggio, le proprie armi, incarnando, in fondo, quella sfida che non avrebbe potuto essere vinta.

Howe Ahlk-Ma avrebbe avuto a dover essere riconosciuto e apprezzato, ormai, qual un avventuriero mercenario di un certo livello, non soltanto in virtù del proprio personale rapporto con la leggendaria Midda Bontor, quanto e piuttosto per tutte le imprese da lui compiute e, soprattutto, per tutte le imprese a confronto con le quali egli era riuscito a sopravvivere. In ciò, quindi, il suo personale bagaglio di esperienze non avrebbe avuto a poter essere indicato qual banale. Né, tantomeno, poco variegato nella classificazione di tutti quegli antagonisti innanzi ai quali era riuscito a riportare vittoria, se non solo, sicuramente in compagnia del proprio amico fraterno Be’Wahr Udonn.
In un simile, amplio repertorio personale di esperienze, e a confronto di un mondo come il loro, Howe non avrebbe potuto allor negarsi di conoscere i non morti. E di sapere, per lo più, come affrontarli. Purtroppo, però, non tutti i non morti avrebbero avuto a dover essere banalizzati alla stregua di semplici zombie. E per quanto semplici, comunque, anche gli zombie non avrebbero mai avuto a dover essere considerati qual una sfida di banale risoluzione…

mercoledì 20 ottobre 2021

3799


Howe era perfettamente confidente delle proprie capacità. Ed era sufficiente confidente anche delle capacità della propria compagna d’armi e di letto. La prima e più importante prerogativa di ogni guerriero, dopotutto, sarebbe stata proprio quella: conoscere se stessi e conoscere i propri sodali, nei propri punti di forza e in quelli di debolezza, non tanto al fine di negarsi la possibilità di agire oltre i propri limiti, quanto e piuttosto per avere percezione dei propri limiti e poter razionalmente decidere quando tentare di spingersi oltre, quando superarli, a dispetto di ogni prospettiva in senso contrario.
Tale importante insegnamento non era qualcosa che egli aveva appreso in maniera autonoma, quanto e piuttosto per mezzo dell’esempio e del riscontro concreto di ciò offerto proprio da Midda Bontor, la quale, per prima, non avrebbe avuto a doversi fraintendere né inconsapevole dei propri limiti, né tantomeno timorosa di aversi a spingere oltre gli stessi, pur sempre e comunque mantenendo il controllo della situazione, anche nelle condizioni più avverse. E proprio al cospetto degli straordinari risultati da lei in tal maniera ottenuti, egli sarebbe stato semplicemente uno stupido a non cogliere l’occasione per fare tesoro di ciò. E, fino a prova contraria, egli non era solito avere a considerarsi uno stupido, nel preferire, piuttosto, avere a destinare tale ruolo al proprio fratello d’arme e di vita Be’Wahr.
Nell’essere, quindi, perfettamente confidente delle proprie capacità, e sufficientemente confidente anche delle capacità della propria compagna d’armi e di letto, Howe non avrebbe potuto riservarsi troppi dubbi sulle loro possibilità di vittoria in contrasto a quel gruppetto, ove ci si fosse spinti a un confronto diretto contro di loro. Certo, essi avrebbero sicuramente potuto avere a dimostrare qualche capacità stregonesca non immediatamente evidente, ma nel confronto con l’evidenza del loro abbigliamento e delle armi loro condotte seco, avrebbe avuto a essere considerato più probabile avere a identificare quel gruppo per quanto apparivano essere: bassa manovalanza, carne da macello, all’interno della più amplia e variegata organizzazione della Progenie della Fenice.
Benché, pertanto, quella sfida non avesse a rappresentare per lui un ostacolo insormontabile e, anzi, potesse essere considerata parte della propria più consueta normalità, proponendo quello qual un comunissimo pomeriggio come qualunque altro della propria vita; egli avrebbe quietamente preferito ovviare a ingaggiare quel combattimento nella quieta consapevolezza di quanto, comunque, non potesse avere certezza assoluta di riuscire a contenere l’allarme che sarebbe potuto derivare da tutto ciò, e un allarme che, allora, avrebbe avuto decisamente a nuocere al loro scopo oltre che, all’occorrenza, alla stessa Midda Bontor, nell’idea di avere a salvare la quale si erano sospinti sino a lì.
Abbandonando, in ciò, l’idea di un attacco frontale, necessario sarebbe stato avere a riservarsi una soluzione alternativa, e una soluzione che potesse ad aggirare quell’ostacolo ancor prima che arrischiarsi a un superamento diretto dello stesso. Purtroppo, e proprio malgrado, egli in tal senso non avrebbe potuto essere di alcuna concreta utilità, come già ampliamente dimostrato sino a quel momento, laddove del tutto privo di qualunque coscienza concreta dell’architettura sotterranea di quel luogo e, con essa, di eventuali possibilità alternative a quella pur palese via diretta.

“Possiamo trovare un’altra strada…?!”

Tale fu la domanda che egli tentò di trasmettere verso Lys’sh, e di trasmetterla aprendo la mancina con il palmo rivolto verso l’alto e puntando inizialmente l’indice del destro al centro della stessa, picchiettando lì un paio di volte e poi descrivendo un percorso circolare, fino a sospingersi a puntare al dorso della medesima mano sinistra, questa volta, però, passando lateralmente a essa.
Lys’sh comprese quanto l’amato desiderava domandarle e, in tal senso, ebbe allora a impegnare nuovamente i propri sensi, alla ricerca di un’altra soluzione, di un’altra strada, per così come i suoi sensi potevano essere in grado di trasmetterle. E se un’altra strada alla fine ella ebbe a individuare, non era certa che essa sarebbe piaciuta al proprio sodale.

“C’è un’altra via… ma dovremo lottare contro gli zombie.”

Così si sarebbe voluta comporre, quindi, la risposta che ella desiderava offrire al proprio compagno. Una risposta allor trasmessa da un quieto annuire con espressione poco convinta, prima, e, successivamente, da una supposta imitazione di un non morto, in contrasto alla quale opporre la propria violenza, rappresentata dalla simulazione di un colpo di spada.
A confronto con tutto ciò Howe ebbe ad annuire con chiara convinzione, invitandola quindi a fargli strada verso tale ipotesi alternativa. E Lys’sh, dal canto suo, si limitò a soddisfare quella sua decisione, stringendosi appena fra le spalle nel comprendere quanto, evidentemente, egli avesse a preferire affrontare il pericolo rappresentato dagli zombie ancor prima che correre il rischio di scatenare un qualche grido d’allarme fra le schiere della Progenie della Fenice, e nel giustificare, in fondo, tale preferenza.
Allontanandosi, quindi, di qualche dozzina di piedi dal punto ove quel gruppetto era radunato a presidiare quell’ingresso, la giovane ofidiana ebbe a individuare quello che appariva essere un vero e proprio buco nel terreno, e un buco nel terreno dal quale si era tenuta volontariamente alla larga pocanzi, a ovviare al rischio di avere a caderci dentro.

“Da questa parte…” definì quindi, indicando la voragine buia nel terreno e, in tal maniera, avendo a indicare all’amato la via da seguire.

Howe osservò con aria incerta quel buco nel terreno, e quel buco di cui non sapeva obiettivamente nulla. Ma non potendo certamente avere a frenare il proprio incedere per un simile dettaglio, si osservò rapidamente attorno, cercando un appiglio sufficientemente solido al quale avere a legare una fune, utile a calarsi là sotto.
Un appiglio trovato il quale egli ebbe così a organizzarsi in maniera decisamente repentina, in termini tali da non poter che ispirare sincera ammirazione nella propria compagna, nel vederlo tanto deciso e controllato nei propri gesti, nel proprio incedere, anche a confronto con quella che sarebbe allor stata la sfida loro riservata là sotto. E laddove Howe non si stava concedendo la benché minima esitazione a confronto con tale minaccia, certamente non da meno rispetto a lui si sarebbe mai voluta offrire la stessa Har-Lys’sha, pronta ad affrontare non un solo branco di zombie, ma un’intera legione, ove necessario, pur di avere a salvare la propria amata sorella da qualunque assurdo guaio nel quale si poteva essere andata allor a cacciare.
Il dubbio di non essere stata pienamente compresa dal proprio compagno nella sua definizione della situazione, e in quella definizione allor mimata, ebbe tuttavia a sorgerle nel momento in cui, prima che egli avesse a calarsi là sotto, ella non ebbe ad avvertire la benché minima variazione nel suo battito cardiaco, né, tantomeno, nella produzione di adrenalina all’interno del suo corpo. Una quiete ammirevole, certamente, quella da lui così dimostrata, e pur, ciò non di meno, decisamente sospetta, a confronto con quella sfida che, comunque, non avrebbe avuto a dover essere intesa tanto banale da non suscitare alcuna reazione di sorta.

“… aspetta!” tentò di frenarlo, allungandosi muta verso di lui, colta da tale incertezza, e da tale pericolosa incertezza.

Ma un avviso muto, come il suo, non avrebbe potuto di certo impedirgli di proiettarsi in quel pozzo. E sebbene la di lei mano si fosse sospinta in avanti, a tentare nuovamente di bloccarlo, in questa occasione ella non ebbe a fare in temo, limitandosi ad afferrare vanamente l’aria.

martedì 19 ottobre 2021

3798


Non fu immediato per la giovane ofidiana riuscire a individuare il giusto percorso.
L’aspro odore della morte, lì imperante, predominava al di sopra di ogni altro, in una variegata miscela fra cadaveri ormai mummificati, se non direttamente scheletri, e vittime recenti, atte a dimostrare quanto, probabilmente, anche all’interno delle schiere della Progenie della Fenice non avesse a doversi fraintendere un controllo assoluto sulla Città della Pace e sui suoi non morti. In effetti, per quanto le era stato spiegato anche dalla stessa Midda Bontor nei racconti delle sue innumerevoli gesta, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto esistente un solco importante fra la negromanzia e la stregoneria, e un solco abitualmente atto a far erroneamente credere che la negromanzia fosse una branca minore della stregoneria, benché, in verità, avessero a dover essere riconosciute quali due ramificazioni fra loro estranee. E il fatto che, sino a quel momento, la Progenie della Fenice avesse dato riprova di risorse stregonesche, e, in particolare, di abilità di evocazione, atte a richiamare diversi generi di terrificanti creature; non avrebbe avuto necessariamente a sottintendere quanto da parte loro potesse esservi qualche controllo sui non morti, controllo sì magico, ma di una magia di natura estremamente diversa dalla loro.
Dietro a una tanto varietà di odori, poi, aveva a celarsi anche la ricca miscela offerta dai viventi, e una miscela all’interno della quale ella non avrebbe potuto ovviare a tentare di discernere la fragranza propria della sua amica sororale, in un’impresa difficile, certo, e tutto sommato non impossibile. Improbabile, in tal senso, sarebbe stato per Howe o per qualunque altro essere umano riuscire a comprendere la peculiare visione del mondo offerta a Lys’sh dal proprio olfatto: volendo sforzarsi in tal senso, tanto per comprendere, quanto e ancor più per spiegare quella situazione, avrebbe potuto valere l’immagine metaforica di una serie di nuvolette colorate sparse per tutto il territorio attorno a loro, nuvolette a volte caratterizzate da colori simili, altre da colori fra loro totalmente estranei, e pur, ognuna, contraddistinta da una propria, peculiare sfumatura, e una sfumatura nel ricco arcobaleno delle quali alla giovane ofidiana era richiesto di tentare di individuare quella riconducibile alla Figlia di Marr’Mahew.
Ovviamente l’olfatto non avrebbe avuto a dover essere inteso qual l’unico senso in giuoco in quel momento, seppur riservandosi un grande ruolo. Accanto a esso, infatti, anche il suo finissimo udito le concedeva possibilità di meglio discernere la situazione, distinguendo, innanzitutto, la presenza dei battiti cardiaci così come l’assenza degli stessi, oppure la presenza di una respirazione in contrapposizione all’assenza della stessa, in termini utili a riservarsi la possibilità di un’importante divisione fra i viventi e i non viventi. Una prima distinzione alla quale avere ad aggiungere ogni altro possibile indizio utile a meglio mappare quel luogo e le attività in esso svolte, primi fra tutti eventuali giri di ronda da parte di varie coppie di guardie, fra le quali avrebbero avuto a dover essere anche censiti almeno due dei tre elementi incrociati in precedenza, e dei quali avevano avuto occasione di ascoltare parte del dialogo occorso. Distinguendo, quindi, in tal maniera, le coppie di guardie impegnate nella propria attività di sorveglianza da tutti gli altri, e da coloro i quali, quindi, avrebbero potuto essere intesi fare riferimento ad altro genere di occupazioni, forse concernenti, in maniera diretta o indiretta, la stessa donna guerriero oggetto del loro interesse.
A completare simile quadro d’insieme, accanto agli odori e ai suoni, non avrebbero potuto mancare di essere prese in considerazione dalla donna rettile anche le vibrazioni, e quelle vibrazioni a lei riservate principalmente dal terreno sotto ai suoi piedi, vibrazioni utili, per esempio, a rendersi conto della presenza, nel sottosuolo, di aree cave, utili a indicare in tal senso dei sotterranei, e dei sotterranei non dissimili, all’occorrenza, da quello verso cui Howe aveva diretto con sicurezza i propri passi, nella memoria di quanto già vissuto anni addietro. Sotterranei, quelli, sicuramente per lo più aventi a considerarsi alla stregua di trappole mortali, popolati da non morti magari dormienti e in sola attesa di un’ignara vittima per avere a risvegliarsi e a pretenderne la vita qual letale tributo di sangue. Ma, anche, sotterranei fra i quali doveva essere celato, per logico raziocinio, almeno un accesso sicuro, e un accesso sicuro presidiato non dai morti quanto e piuttosto dai vivi, e dai membri della medesima Progenie della Fenice.
Sommando e, soprattutto, interpolando insieme tali informazioni sensoriali, di natura differente, a volte complementare a volte supplementare, Har-Lys’sha avrebbe potuto quindi ottenere una mappa, e una mappa tridimensionale dell’area a lei circostante, entro i limiti, comunque ampli, propri della copertura dei suoi sensi. Una mappa a confronto con la quale avere possibilità di orientarsi, non soltanto per ovviare allo sgradevole incontro con la Progenie della Fenice, ma anche, e soprattutto, per ricercare all’interno della città quell’accesso e quell’accesso che, in verità, non avrebbe avuto ragion alcuna d’essere lì particolarmente celato in quel momento, nel presidio altresì imposto a quell’intera area. Un accesso che, quindi, riuscì alfine a individuare in grazia a un piccolo assembramento di persone, e un piccolo assembramento che ebbe così a tradire la presenza di un importante luogo di interesse, come, per l’appunto, l’ingresso a qualunque cosa fosse lì sotto celata.
Fu così che, pertanto, Lys’sh ebbe a guidare Howe fino a ritrovarsi innanzi a una mezza dozzina di persone, e mezza dozzina di persone impegnate a consumare un piccolo pasto insieme, chiacchierando di argomenti di varia natura, principalmente faceti. Argomenti innanzi ai quali, in effetti, tutt’altro che terribili fanatici genocidi avrebbero avuto a poter essere considerati, quanto e piuttosto normali persone, e persone intente a vivere la propria vita inseguendo i propri scopi in termini non poi particolarmente dissimili da quanto stavano allor tentando di fare loro due, pur lì schierati in qualità di avversari.

« Dicono che presto dovrebbe piovere… » stava suggerendo qualcuno, sgranocchiando un pezzetto di mela prima tagliato in grazia a un coltello a serramanico, poco più di un temperino, probabilmente tenuto abitualmente in tasca « … speriamo che questo non abbia a complicarci troppo la vita con questi maledetti zombie. »
« In che senso…?! » questionò per tutta risposta un altro, dopo aver finito di bere qualcosa, vino per la precisione, come ebbe a essere colto dall’olfatto di Lys’sh, da un piccolo otre.
« Non sei mai stato qui in passato, dopo qualche acquazzone…? » intervenne un terzo, a evidente sostegno delle posizioni espresse dal primo « Quando l’acqua inzuppa il terreno, rende molto più semplice ai non morti risalire sino alla superficie… oltre a creare spiacevolissime trappole in corrispondenza di pozzi abitualmente non accessibili. »
« Come quello dove è caduto Bohr l’altro giorno… » ribadì il primo, annuendo alle parole così appena scandite « Questa dannata città è più complessa al di sotto della superficie rispetto a quanto non lo appaia al di sopra… e molti di questi passaggi, generalmente, restano cementificati soltanto in grazia alla secchezza stessa del terreno, traducendosi in terribili trappole non appena l’acqua ha a concedere loro la possibilità. »
« … meraviglioso. » commentò ironicamente il secondo ad aver parlato, e quello evidentemente meno avvezzo con le caratteristiche proprie di quel peculiare luogo.

Che la Città della Pace avesse a dover essere riconosciuta tanto complessa sotto la superficie quant’anche al di sopra di essa, a Lys’sh era stata offerta immediata cognizione di causa, e un’immediata cognizione di causa lì quindi soltanto confermata per mezzo di tale dialogo.
Una complessità che, nella fattispecie, avrebbe avuto anche a presentare, proprio alle spalle di quel gruppetto variegato, composto in quasi egual misura da uomini e da donne di diverse etnie, una scalinata, e una scalinata discendente accanto alla quale avere a identificare i resti di un’altra scalinata, e una scalinata allor ascendente, per quanto, ovviamente, allor verso il nulla, nell’assenza di un qualsivoglia livello superiore al quale poter sospingere la propria attenzione, nel rispetto delle generiche condizioni proprie di quel luogo.
Purtroppo, però, per quanto pur allor chiaramente distinguibile nella propria presenza, e distinguibile persino a confronto con l’attenzione visiva propria di Howe, quella scalinata non avrebbe lì potuto essere fraintesa egualmente accessibile. Non, quantomeno, senza avere a voler dichiarare guerra a coloro i quali lì innanzi disposti a in quel contesto semi-conviviale.

lunedì 18 ottobre 2021

3797

 

Logica conclusione, quella propria di Lys’sh, a confronto con la mera evidenza di quanto, semplicemente, quella via sotterranea non avrebbe potuto consentire il passaggio di alcun essere vivente, in termini tali per cui, necessariamente, i membri della Progenie della Fenice avrebbero avuto a dover rendere propria un’altra via, un altro passaggio, e un passaggio da loro ancor ignorato, e che pur doveva esistere. E che, soprattutto, avrebbe avuto a dover essere da loro identificato e utilizzato, per poter sperare di raggiungere effettivamente Midda Bontor, ovunque fosse stata allor condotta.
Howe comprese il senso di quell’invito. E, in misura ancor maggiore rispetto alla mera comprensione, non si concesse meno che fiducia nei riguardi del giudizio della propria amata. Per tale ragione, alla giovane ofidiana non fu richiesto di aggiungere null’altro a quelle poche parole. E, in effetti, forse non sarebbe neppure stato richiesto di aggiungere la seconda parte, il proprio secondo intervento, là dove il primo avrebbe avuto a essere giudicato più che trasparente di tutto il resto.
Senza arrischiarsi, pertanto, ad aggiungere altro a quanto già detto, e a quanto da lei detto in un alito così flebile da risultare necessariamente inudibile a qualunque possibile ascoltatore, anche nell’eventualità in cui fosse stato a meno di tre piedi di distanza da loro, egli si limitò ad annuire e a invitarla, con lo sguardo, e con uno sguardo carico di fiducia, a prendere ella il controllo della situazione. Perché se anche nulla era stato definito a tal riguardo, certo in tal frangente avrebbe avuto a dover essere inteso quanto, in tale ricerca, i di lei sensi sovrumani avrebbero sicuramente potuto offrire un contributo migliore alla ricerca della Figlia di Marr’Mahew, o, comunque, di quel secondo accesso a qualsiasi genere di altro sotterraneo potesse essere celato nella Città della Pace, rispetto a quanto egli non avrebbe mai potuto sperare di riservarsi occasione di rendere proprio, neppur con tutta la più sincera buona volontà.
E se di ciò egli non avrebbe potuto che esserne consapevole, a maggior ragione egualmente conscia non avrebbe potuto che essere anch’ella, in termini tali per cui quel passaggio di testimone, di consegne, non ebbe a riservar loro alcuna opportunità di fraintendimento di sorta, vedendola, anzi, subito avere occasione di impegnarsi al massimo in tale ricerca, espandendo il più possibile i propri sensi e, diversamente rispetto a quanto non era solita dover fare a confronto con un eccessivo quantitativo di riscontri sensoriali, non filtrando più nulla, ma lasciando che ogni minimo suono, ogni più flebile odore e ogni pur impercettibile vibrazione potesse giungere a lei, per aiutarla a generare una vera e propria mappa mentale di quel luogo, non tanto dal punto di vista di ciò che sarebbe potuto essere visto, quanto e piuttosto di tutto ciò che avrebbe potuto essere percepito dall’udito, dall’olfatto e dal tatto, sensi che, in quel particolare frangente, avrebbero avuto sicuramente a potersi intendere più importanti rispetto alla vista, e a quella vista, in effetti, neppur particolarmente eccezionale per lei, soprattutto nel confronto con la capacità visiva propria di un umano.
Ovviamente mappare un’area tanto grande quanto quella della Città della Pace, praticamente equivalente a quella della stessa Kriarya, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa un’operazione né semplice, né immediata, e, ancora, neppure interamente conducibile da una posizione di immobile stallo, per così come, in quel primo istante, ovviamente, ella aveva reso propria. Con quei primi rilievi, in effetti, ella non avrebbe avuto a illudersi di giungere immediatamente al risultato sperato, quanto e piuttosto di riuscire a indentificare, quantomeno, la migliore direzione entro la quale muoversi. E così, dopo qualche istante, in effetti fu... vedendola quindi scattare in avanti, diretta da un lato della città diverso da quello nel quale si erano sospinti e, anche, da quello dal quale erano pocanzi arrivati.

“Certo che se qualche anno fa mi avessero detto che, un giorno, mi sarei ritrovato di nuovo in questo posto maledetto, alla ricerca di una scomparsa Midda Bontor, e al seguito di una donna rettile... e di una donna rettile della quale, obiettivamente, sono decisamente cotto, non ci avrei minimamente creduto.” si ritrovò a riflettere in cuor suo Howe, elaborando i multipli paradossi propri di quella situazione, in una versione per lo più ridotta della realtà e in una versione, allora, neppur atta a prendere in considerazione il fatto che Midda Bontor fosse divenuta, nel contempo, erede del potere di Anmel Mal Toise, o che fosse stata lì condotta dalla Progenie della Fenice dopo un nuovo, e decisamente antipatico, tentativo d’attacco a Kriarya.

Già: egli non avrebbe mai potuto credere a una simile realtà. Così come non avrebbe potuto credere all’idea di aver viaggiato nello spazio, o di essere divenuto amico e compagno d’armi di due donne provenienti da un diverso piano di realtà, o, tantomeno, di essersi quasi perduto in una dimensione primigenia come il tempo del sogno, lì sospintosi in lotta contro una sorta di dio comprensibilmente furibondo per il genocidio della sua intera specie a opera della medesima Midda Bontor. Insomma: egli non avrebbe mai potuto credere a nulla di quanto, comunque, il fato aveva finito per presentargli innanzi, con verità così complesse che non soltanto non avrebbero mai potuto essere riportate a un qualche pubblico, sicuramente incapace di comprenderle, ma che, a stento, si sarebbe potuto dire capace di comprendere egli stesso, pur avendole affrontate e affrontate in prima persona.
Che folle vita era divenuta la sua vita. Lui... figlio di circensi che già era stato ritenuto non meno pazzo rispetto al suo amico fraterno Be’Wahr soltanto perché votatosi a una professione diversa da quella che era stata propria dei suoi genitori, e di tutta la sua famiglia. Lui... avventuriero e mercenario sovente più fortunato che abile, al punto da essere riuscito ad attirare, in un certo momento della propria vita, l’interesse di lady Lavero di Kirsnya, colei che aveva allor riunito insieme, per la prima volta, lui e suo fratello Be’Wahr con Midda Bontor e con Carsa Anloch, ponendoli alla folle ricerca di quell’assurda corona perduta, e di quella corona perduta che, sicuramente, sarebbe stato meglio fosse rimasta tale per i secoli a venire.
E alla luce di tanta follia, Howe non avrebbe potuto negare di comprendere le motivazioni che chiaramente stavano spingendo quei non meno folli ed esaltati fanatici religiosi della Progenie della Fenice nella loro guerra santa contro Anmel Mal Toise e contro, ora, la sua nuova incarnazione, e quell’incarnazione rappresentata da Midda Bontor. Probabilmente, non avesse egli avuto a vivere sin dall’inizio quegli eventi dal proprio fronte di quell’assurda storia, non avrebbe avuto a pensarla poi in maniera troppo diversa da loro, augurandosi la morte della stessa Figlia di Marr’Mahew, e di quella donna che, chiaramente, avrebbe avuto a dover essere ormai intesa più simile a una negromante, a una strega, se non addirittura a un mostro, che non a una semplice avventuriera. Eppure egli aveva iniziato quel cammino, oltre quindici anni prima, accanto a Midda Bontor: e in quei tre lustri, pur a volte senza neppure realmente comprendere cosa stesse accadendo, non aveva mai trovato ragione utile a rimpiangere la propria scelta, neppure nello sventurato giorno in cui Nissa Bontor gli aveva violentemente sottratto il braccio sinistro. Anche in quel momento, anche a confronto con quella mutilazione dolorosa e terrificante, egli non aveva mai avuto ragione di rimettere in dubbio i propri passi, le proprie scelte, e, soprattutto, la propria amicizia con Midda Namile Bontor. Una donna che, certamente, egli amava, per così come anche suo fratello Be’Wahr amava, e pure la stessa Lys’sh amava, e amava chiunque avesse avuto occasione di esserle stato vicino e di essere stato da lei accolto nella propria vita come amico: un amore certamente diverso, quello da lui provato verso Midda, rispetto a quello scoperto recentemente in compagnia di Lys’sh, e pur sempre un amore, e un amore che alcuna razionalità avrebbe avuto a poter porre in dubbio.
Così, per quanto egli non avrebbe potuto mancare di riconoscere la follia della propria vita presente, e non avrebbe potuto mancare di riconoscere una qualche ragionevolezza nelle intenzioni dei loro avversari, al tempo stesso non avrebbe potuto riservarsi alcuna esitazione nel rinnovare la propria professione di totale fedeltà nei riguardi di Midda Bontor, e di una donna che avrebbe seguito sino in capo al mondo e persino oltre... così come, non a caso, era già accaduto.

“Non temere, vecchia mia... stiamo arrivando.” sorrise quindi, all’ideale indirizzo della stessa Midda, e di quella donna guerriero dai rossi capelli color del fuoco e dagli azzurri occhi color del ghiaccio che, certamente, non sarebbe stata lieta di sentirsi appellare qual “vecchia”.

domenica 17 ottobre 2021

3796


E sebbene Lys’sh, ancora, avesse la propria mancina delicatamente adagiata sopra al destro dell’amato, a invocare da lui occasione di calma a confronto con le parole di quei tre, e, in particolare, a confronto con le parole di critica mosse a discapito di Kriarya e di tutti i suoi abitanti; fu allora proprio il turno dell’ofidiana di aver a spazientirsi, ad arrabbiarsi, e a bramare un’occasione di violenta rivalsa a confronto con quella donna, e con quella donna che, in un discorso per loro pur non completamente trasparente, stava lì proclamando apertamente la propria volontà di morte a discapito della Figlia di Marr’Mahew, da loro indicata con il termine di “Erede”, in probabile riferimento alla stessa Anmel Mal Toise, del retaggio della quale, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta corrente destinataria, per così come tutti loro avevano ben dimostrato di essere al corrente nel muovere il proprio impetuoso attacco a discapito della medesima città del peccato. Una rabbia, quella propria della giovane donna rettile, che ebbe a manifestarsi in una stretta violenta e improvvisa attorno a quel medesimo braccio da lei pocanzi sol sfiorato, e nella carne del quale, quasi, ella ebbe ora ad affondare le proprie dita.

« … » si lamentò, in maniera muta, lo shar’tiagho, sgranando gli occhi per quella stretta improvvisa, e quella stretta che, per poco, non ebbe effettivamente a suscitare un’esclamazione dal profondo della sua gola, esclamazione che soltanto in grazia a un encomiabile autocontrollo egli riuscì a tacere.

Malgrado il silenzio allor imperante, e obbligatoriamente imperante, sulla coppia di avventurieri e amici fraterni di Midda Bontor, più che evidente non poté mancare di risuonare all’attenzione di Howe la lunga e colorita serie di improperi che, certamente, Lys’sh non si sarebbe negata occasione di scandire in direzione della donna della Progenie della Fenice che in quel momento si era concessa simile uscita, e simile uscita che, d’altro canto, non aveva assolutamente incontrato un riscontro negativo da parte dei suoi due degni compari, i quali, semplicemente, si erano allor impegnati in una sonora risata di approvazione per tale mozione, plauso di acclamazione a confronto con una tanto violenta risoluzione.

« Comunque sia, speriamo che non abbia a esservi per i nostri capi occasione di rimpiangere la scelta compiuta nell’accettare una simile collaborazione… » sottolineò dopo poco la seconda voce maschile, a sostegno di quanto da lei così dichiarato.
« La cosa migliore da fare credo sia continuare a fidarci del loro giudizio… » suggerì quindi il primo uomo, con tono caratterizzato da una certa rassegnazione innanzi all’evolversi per lui incontrollabile di quegli stessi eventi « Senza abbassare la guardia, ovviamente. Ma, comunque, avendo fiducia nel fatto che quanto da loro deciso abbia a essere il meglio per questo mondo. »

Dopo tale frase, le chiacchiere fra i tre ebbero a continuare ma, in breve, divennero decisamente poco interessanti per Howe e Lys’sh, in termini tali da sospingere i due a riprendere il proprio cammino, e riprendere il proprio cammino, se possibile, con più domande che risposte rispetto a prima di quel piccolo momento di necessaria interruzione. Troppo vaghi, in fondo, erano stati quei tre nel loro dialogo, in termini tali da non concedere loro reale opportunità di comprendere che cosa stesse accadendo e, in particolare, che cosa stesse accadendo con la stessa donna guerriero oggetto della loro ricerca, di quella loro missione di soccorso.
A dar retta alle loro parole, in effetti, Midda avrebbe avuto a dover essere sì, e fortunatamente, riconosciuta ancora in vita, benché, tuttavia, anche riconosciuta qual impegnata in un improbabile sodalizio con la Progenie della Fenice stessa, in termini tali, addirittura, da lasciare insoddisfatti quei tre esponenti, e quei tre esponenti che, chiaramente, avrebbero preferito agire in modi decisamente più radicali rispetto a quelli allor abbracciati da coloro al vertice della loro catena di comando.
Possibile che avessero inteso in maniera corretta i fatti…? Possibile che Midda, pur sostanzialmente rapita da quei folli fanatici religiosi, quegli integralisti genocidi che alcuno scrupolo avrebbero avuto a riservarsi all’idea di cancellare un’intera città dalle mappe, avesse poi trovato occasione di collaborare con essi…? E collaborare a qual fine, soprattutto…?!
Dubbi. Perplessità. Interrogativi di difficile esplicazione, i loro, a confronto con i quali non avrebbero potuto, comunque, far molto di più rispetto a proseguire nel proprio cammino, e a proseguire rinvigoriti, psicologicamente, in esso, dal confronto con l’evidenza di aver avuto ragione nel muovere i propri passi sino a lì. E sebbene, mai come in quel momento, a Howe e Lys’sh sarebbe stato utile avere a concedersi un’opportunità di reciproco confronto, i due restarono allor fedeli al silenzio nel quale si erano costretti per non rischiare inutilmente di compromettere l’esito della loro missione, e un esito quantomai promettente come in quel particolare momento.
E sol quando il loro cammino sembrò giungere in direzione d’arrivo, avendo Howe occasione di riconoscere la loro destinazione, nel resti di quell’edificazione nei sotterranei della quale si avrebbe avuto accesso all’origine del letale percorso che li avrebbe condotti sino al luogo ove per secoli, millenni forse, era stata custodita la corona perduta; Lys’sh si ritrovò costretta a frenare l’incedere del proprio amato, balzandogli repentinamente innanzi e schierandosi a frenare il suo cammino, e un cammino che ella, allora, avrebbe potuto essere certa non avrebbe mancato di condurlo a morte sicura.

“… non di qui!” parve volergli comunicare, e comunicare con fermezza assoluta, nello scuotere vigorosamente il capo innanzi a lui e, così facendo, nel respingere categoricamente ogni possibile ipotesi di progresso in tal direzione.

Howe non avrebbe potuto in alcuna maniera fraintendere il senso di quel suo blocco, del freno da lei in tal maniera imposto al cammino da lui allor tracciato. Ma, ciò nonostante, tale avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuto l’unico percorso a lui noto per accedere al loro obiettivo finale, ragione per la quale, aggrottando la fronte, ebbe a indicare con l’indice nella destra la necessità per loro di aver ad avanzare in quella specifica direzione.
Lys’sh, ancora una volta, scosse fermamente il capo e, tirandolo appena a sé, avvicinò la propria bocca al di lui orecchio sinistro, per aver lì a sussurrare, quasi al limite della soglia dell’udibilità umana, l’argomentazione a sostegno della posizione così promossa.

« E’ colmo di non morti. » scandì, senza ammettere possibilità di replica.

In effetti, in occasione della loro precedente visita, circa tre lustri addietro, quel medesimo sotterraneo si era presto saturato di zombie, zombie fuoriusciti praticamente da ogni parete, oltre che dagli stessi pavimenti: pareti e pavimenti che, lì sotto, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual luoghi di sepoltura per i trapassati, e per dei trapassati che lì, allora, erano stati posti a guardia di quel passaggio, dell’inizio di quel percorso.
Tutt’altro che improbabile, nella propria veridicità, avrebbe quindi avuto a dover essere inteso l’ammonimento allor proposto da Lys’sh, e volto a suggerire quanto, pur a distanza di tanti anni, nulla fosse mutato lì sotto e che, se soltanto essi avessero proseguito in quella direzione, altro non avrebbero avuto che a calarsi nel corrispettivo zombie di un nido di serpenti, condannandosi a un fato tutt’altro che esaltante nella propria stessa formulazione.

« Deve esserci un’altra via. » soggiunse quindi, esprimendo ora non un dato di fatto, quanto e piuttosto una logica conclusione.

sabato 16 ottobre 2021

3795


Benché Howe non potesse contare sulla sovrumana discrezione propria della propria amata ofidiana, gli anni trascorsi a vivere la vita da avventuriero e, in effetti, a sopravvivere alla vita da avventuriero, lo avevano addestrato a muoversi in maniera molto silenziosa: non silenziosa quanto Lys’sh, e non silenziosa in termini tali da poter non essere udito da Lys’sh; ma comunque sufficientemente silenziosa per passare inosservato a confronto con antagonisti umani.
Per questa ragione, l’ingresso di Howe e Lys’sh all’interno della Città della Pace non ebbe a suscitare clamore alcuno fra le schiere dei loro avversari. E, anzi, in grazia a una efficace sinergia fra i due compagni d’arme e di letto, essi poterono muoversi con sufficiente serenità, avanzando all’interno di quelle vie, di quei vicoli, senza correre reali rischi, nello scegliere, di volta in volta, il percorso migliore, l’alternativa più sicura, anche in grazia agli affinatissimi sensi della donna, e quei sensi in grado di permetterle di cogliere la presenza di un possibile antagonista in tempo più che utile a scegliere un diverso percorso, a votarsi a una soluzione alternativa.
Non una parola intercorse, ovviamente, fra loro sin dal momento in cui ebbero a decidere di superare quelle mura: troppo pericoloso sarebbe stato, infatti, avere a parlare, interrompendo il silenzio pressoché assoluto di quel luogo, e di quel luogo dove, al di là della presenza della Progenie della Fenice, erano comunque i morti i padroni di casa. Troppo pericoloso e, obiettivamente, non necessario, là dove, comunque, quanto sarebbe stato necessario avere a comunicarsi reciprocamente avrebbe potuto essere trasmesso in grazia a una comunicazione non verbale, e una comunicazione fatta principalmente di sguardi, di espressioni facciali, o, all’occorrenza, anche di pochi, misurati, gesti con le mani.
Per un quarto d’ora abbondante, in tal maniera, i due ebbero occasione di muoversi all’interno della Città della Pace, seguendo, in maniera non sempre lineare, il percorso mentale che Howe era consapevole avrebbe avuto a condurli verso l’edificio dal sotterraneo del quale avrebbero avuto occasione di accedere al terrificante e letale percorso che li avrebbe avuti a condurre verso il proprio obiettivo finale. E fu proprio quando ormai più di metà della strada prevista era stata coperta, che alcune voci ebbero ad attrarre la loro attenzione, il loro interesse, la loro curiosità, ancor prima che le loro preoccupazioni, offrendosi, in buona sostanza, qual i primi membri della Progenie della Fenice, o, per lo meno, presunti tali, lì allor intenti a parlare, a confrontarsi, in quello che, senza particolare sforzo, avrebbe avuto a dover essere inteso qual un quieto momento di chiacchiera…

« … ono novità…?! » colsero una prima voce, maschile, avere a domandare, con tono privo di polemica e sol animato dalla volontà di essere aggiornato sull’argomento, qualunque esso fosse.
« Ancora nulla. » replicò una seconda voce, egualmente maschile, ed evidentemente appartenente a qualcuno che, a differenza del primo, avrebbe avuto a dover essere considerato più informato a tal riguardo.
« Ho sentito dire che potrebbero essere convocati anche gli anziani. E’ vero…?! » intervenne una terza voce, questa volta femminile, e probabilmente appartenente al medesimo schieramento del primo, nell’invocare qualche verità da parte del secondo « Possibile che abbiano davvero a servire loro…?! »
« Francamente non ne so nulla. » negò tuttavia l’interpellato, con tono di pacifica rassegnazione « Di certo non è qualcosa che qualcuno avrebbe mai potuto attendersi avesse ad accadere. »
« Già… » confermò la prima voce maschile, in replica a quell’opinione, condividendola « Che l’Erede avesse a concedere la sua resa in maniera tanto semplice non era certamente stato preventivato. Anzi. »
« Meglio così… » osservò la voce femminile, con un approccio chiaramente più pragmatico « Dopotutto è la seconda volta che arriviamo a minacciare di sterminare la Città del Peccato… e, personalmente, mi sarebbe dispiaciuto che, dalle minacce, fossimo dovuti passare ai fatti. »
« Davvero ti dai pena per quell’accozzaglia di tagliaborse e tagliagole…?! » domandò, non senza una certa sorpresa, il secondo uomo « Dal mio punto di vista, la loro epurazione sarebbe stato un piacevole effetto collaterale dell’assalto all’Erede, ove avessimo potuto proseguire in tal direzione. Ma i capi hanno preferito altrimenti… »

Sebbene Howe, un tempo, non avesse avuto probabilmente a pensarla molto diversamente da quell’uomo, nel non aver mai frequentato Kriarya sino a quando non era stata proprio Midda Bontor a condurre lui e suo fratello Be’Wahr a scoprire la città del peccato; nel corso degli anni non soltanto l’aveva conosciuta e compresa, ma aveva finito anche per essere adottato da essa e per considerarla qual la propria dimora, lui che, al pari del fratello figlio di circensi, non aveva mai avuto a chiamare alcun luogo qual “casa”.
Per tale ragione, nel sentir giudicare tanto negativamente Kriarya e i suoi abitanti, e nel ritrovarsi costretto ad ascoltare quell’implicito augurio di morte a discapito di tutti loro, egli non poté ovviare a sentir crescere nel profondo del proprio cuore un moto di rabbia, una furia tutt’altro che ingiustificata che, se soltanto gliene fosse stata concessa occasione, avrebbe avuto a esprimersi in maniera violenta a discapito di quel disgraziato. E se pur egli non avrebbe potuto che riconoscersi più che consapevole di quanto stolido sarebbe allor stato rivelare la propria presenza entro il perimetro della Città della Pace; il suo corpo, evidentemente, ebbe a reagire comunque in maniera autonoma, vedendo aumentare il battito del suo cuore e, probabilmente, vedendo impennare la produzione di adrenalina, in termini tali per cui Lys’sh non poté ovviare a rendersene conto, invocando, da parte sua, occasione di calma con un semplice gesto della mano, e della sua delicata mano che ebbe ad appoggiarsi, quasi come con una carezza, sul suo braccio destro.

“Non ne vale la pena…”

Tale frase, avendone la possibilità, sarebbe stata dal lei certamente scandita a margine di quel gesto. E per quanto non venne allor realmente pronunciata, tutto ciò ebbe a risuonare perfettamente nel profondo del di lui cuore nel ritrovarsi posto a confronto con lo sguardo di lei in quel momento: uno sguardo carico di dolce comprensione, e di comprensione sincera per la sua rabbia, ma, al contempo, anche di quieto rifiuto per qualunque iniziativa di rivalsa a discapito di quegli ignari antagonisti, e di quegli antagonisti che sarebbe stato da parte loro mantenere ignari non soltanto per ovviare a un allarme generale, ma anche, e piuttosto, per poter sperare di cogliere qualche cosa di più dalle loro chiacchiere, e da quelle chiacchiere che avrebbero potuto avere a scoprirsi decisamente importanti per loro e per la loro missione.
Howe annuì, pertanto, in direzione dell’amata, e con un sorriso ebbe a trasmetterle quanto avesse compreso e quanto non desiderasse avere a tradire la discrezione con la quale, sino a quel momento, si erano pur impegnati ad avanzare.

« Lei come si sta comportando, piuttosto…?! » domandò il primo uomo, evidentemente nella volontà di riportare la conversazione su un tema che non avrebbe avuto a rischiare di urtare la sensibilità di alcuno, forse per una reazione non poi così positiva da parte della donna innanzi alle parole rivoltele.
« Per ora bene. » confermò il secondo uomo, accettando di lasciar cadere nel nulla il futile confronto sulla città del peccato « Certo: dimostra una certa insofferenza a confronto con la situazione, e continua a insistere sulla necessità di risolvere al più presto la questione, prima che i suoi amici possano raggiungerci e dichiararci guerra. Ma, al di là di questo, è tranquilla… al punto tale che non vi è stato neppure bisogno realmente di imprigionarla. »
« Non sono così certo che sia stato sano, da parte nostra, accettare di collaborare con lei… in fondo è comunque l’Erede. » commentò la voce femminile, prendendo nuovamente parte al dialogo « Lei sì che dovremmo essere contenti di avere a uccidere… e di uccidere senza pietà alcuna. »

venerdì 15 ottobre 2021

3794

 

Insomma: Midda Namile Bontor era a pezzi. E, peggio che mai, non avrebbe neppure potuto concedersi di esserlo. Né, tantomeno, di darlo a vedere. Perché, ora, ella non era più sola. E non aveva più soltanto la responsabilità della propria vita.
Attorno a lei, nel corso di quegli ultimi anni, molteplici erano le persone che si erano radunate. Non soltanto Duva Nebiria e Har-Lys’sha, fra le ultime arrivate e per lei, ciò non di meno, al pari di vere e proprie sorelle, in misura persino maggiore rispetto a quanto mai fosse stata Nissa da dopo la sua clandestina fuga notturna; non soltanto il suo amato Be’Sihl Ahvn-Qa o i loro figli adottivi Tagae e Liagu; ma anche vecchi alleati come Howe Ahlk-Ma e Be’Wahr Udonn; figli mancati come H’Anel Ilom’An e suo fratello M’Eu; ex-mecenati ed ex-scudieri, come lord Brote di Kriarya e il giovane Seem, con relative famiglie al seguito; e, persino, delle versioni alternative di lei e di sua sorella Nissa, Madailéin Mont-d'Orb e la sua gemella Nóirín, giunte sino a lì da un diverso universo, da un’altra realtà, nell’inseguire un’altra Anmel Mal Toise, e un’Anmel Mal Toise che, allorché fondersi con la propria erede, la propria versione di Midda, aveva preferito ucciderla, per conservare, in tal maniera, la propria autonomia, la propria identità; così come, ultime ma non per questo meno importanti, le giovanissime Mera Ronae Bontor e la sua gemella Namile, figlie della stessa Nissa e divenute sua responsabilità dopo la morte di lei, avvenuta, indirettamente, per mano sua. In altre parole... un gran bel gruppo, una vasta famiglia, un vero e proprio clan, che a lei soleva fare riferimento e che, per lei, non avevano mancato di dimostrarsi pronti a combattere, e a combattere contro ogni genere di avversità, contro ogni nemico, umano, mostro o dio che esso avesse a doversi riconoscere.
E come se ciò non avesse a potersi considerare sufficiente, a complicare ulteriormente le cose avrebbero avuto a doversi annoverare le paranoie complottistiche dei sovrani di Kofreya e di quei sovrani che, nel temere l’eventualità di una sua ascesa al potere in quel di Kriarya, capitale già di fatto estranea al loro controllo, al loro dominio, avevano finito con il forzare gli eventi in misura tale, paradossalmente, proprio a condurre a tale sua ascesa al potere, e un’ascesa da lei non soltanto mai ricercata ma, ancor meno, mai desiderata. Un devastante attacco era stato quello così imposto dai sovrani del regno a discapito della città, con l’intento di cancellare in essa ogni barlume di potere costituito, non colpendo soltanto la stessa Midda Bontor, ma anche tutti i lord della città, e quei lord che, effettivamente, in quegli ultimi anni, decenni addirittura, avevano controllato la vita urbana di quella capitale. Un devastante attacco dinamitardo, il loro, reso possibile solo in conseguenza alle nuove conoscenze tecniche introdotte nel loro mondo dai ritornati provenienti da altri mondi, da mondi lontani, e mondi contraddistinti da un progresso tecnico e tecnologico smisurato che, pur probabilmente irriproducibile nella loro primitiva quotidianità, non avrebbero potuto mancare di introdurre nuovi elementi, ed elementi fra i quali, spiacevolmente, non avrebbe avuto a mancare anche qualcosa di negativo; ragione per la quale, proprio malgrado, la stessa Figlia di Marr’Mahew, responsabile per l’avvento dei ritornati del mondo, non avrebbe potuto mancare di considerare in parte anche colpa sua, ragione per la quale, a fronte della necessità di una guida all’interno di una capitale così pesantemente colpita nel proprio profondo, non aveva potuto sottrarsi ad assumere realmente il dominio di quella città, nelle proprie già definite vesti di Campionessa e, in buona sostanza, elevandosi effettivamente a unica signora di Kriarya, regina della città del peccato.
Tanta responsabilità, quindi, quella sulle sue spalle. Molta più di quanto ella non avesse cercato, né avesse mai desiderato. E tanta responsabilità a confronto con il quale, necessariamente, non avrebbe potuto permettersi di accusare alcun colpo, fisico o psicologico che fosse. Perché un suo crollo avrebbe necessariamente rappresentato il crollo di tutti coloro i quali, ormai, dipendevano da lei.
Ma in un tale contesto, in una simile situazione, un suo crollo avrebbe avuto a doversi giudicare quasi inevitabile. Motivo per il quale ella avrebbe dovuto agire quanto prima per riuscire a ritrovare la propria identità, il proprio equilibrio, e quell’identità e quell’equilibrio che, proprio malgrado, sembravano essere andati perduti...

« Manca ancora molto...? » domandò quindi, volgendo l’attenzione all’uomo posto a guardia dell’ingresso della sua stanza, nel sol desiderio di avere a iniziare quanto prima.
« Sii paziente, Erede. » replicò egli, con tono quasi paternalistico a confronto con la fretta da lei dimostrata, e dimostrata reiteratamente, là dove quell’interrogativo era già stato proposto altre tre volte, a intervalli di tempo pressoché regolari « Quanto hai domandato non è mai stato fatto prima. E non possiamo certamente permetterci errori di sorta, con il rischio di estirpare l’identità sbagliata dal tuo animo... »
« Thyres... » sospirò ella, roteando gli occhi verso l’alto a confronto con quella replica, e quella replica che sembrava volerla far apparire qual incapace di apprezzare l’effettiva complessità della situazione, nel dimostrarsi superficialmente frettolosa a confronto con ciò « E’ da giorni, per non dire settimane, che sono paziente. » puntualizzò, prima di voltarsi e di tornare sui propri passi, per andare a gettarsi stancamente sul proprio giaciglio, incrociando le braccia dietro la testa per tornare a guardare quel punto imprecisato sul soffitto che da troppo tempo ormai le stava tenendo compagnia « Sappiate solo che, conoscendo i miei amici, non mancherà certamente troppo al momento in cui avranno a scoprire dove mi avete portata e a raggiungermi... motivo per il quale sarebbe meglio per tutti sbrigarci un po’. »

L’uomo non ebbe a replicare ed ella, obiettivamente, non avrebbe avuto a potersi attendere una qualche replica da parte sua, nel ben comprendere quanto, in fondo, la questione non avesse a dipendere effettivamente da lui, quanto e piuttosto da coloro i quali si dovevano allor star impegnando a cercare una soluzione, e a cercare una soluzione al suo problema.
Sfoghi a parte, comunque, ella era pressoché sicura di quanto la sua scomparsa non sarebbe certamente passata inosservata. E, nel temere per la sua vita, di certo i suoi compagni non avrebbero allor mancato di cercarla in lungo e in largo, riuscendo certamente a giungere sino a lei, ovunque in quel momento si stesse trovando a essere. Ergo era solo questione di tempo prima che la Progenie della Fenice venisse attaccata da Duva o da Lys’sh, da Howe o da Be’Wahr, da Maddie o da H’Anel e M’Eu... o anche da tutti insieme. Motivo per cui, qualunque cosa essi avrebbero voluto avere l’occasione di sperimentare, avrebbero dovuto muoversi a farlo.

“... anche perché nessuno sarebbe propriamente d’accordo a confronto con questa idea.” sospirò in cuor suo, scuotendo appena il capo e socchiudendo gli occhi, per provare a riposare ancora una poco, nella speranza che, in tal maniera, il tempo avesse a passare più velocemente e la soluzione tanto a lungo agognata potesse scoprirsi a portata di mano.

Quanto ella non avrebbe potuto allor immaginare, tuttavia, sarebbe stato di essere allor decisamente prossima al momento in cui i propri amici l’avrebbero raggiunta, molto più di quanto non avrebbe potuto attendersi.
Perché qualche centinaio di piedi sopra la sua testa, animati da una vivace speranza di aver effettivamente raggiunto il proprio obiettivo, avrebbero avuto a dover esser riconosciuti giustappunto due fra i compagni ai quali ella aveva appena rivolto i propri pensieri, a formare un’inedita coppia rispetto alla normalità, e pur una coppia tutt’altro che mal assortita per così come, allora, straordinaria fluidità propria dei loro movimenti, nell’avanzare all’interno della Città della Pace malgrado la diffusa presenza della Progenie della Fenice a presidiare l’intera zona, avrebbe potuto quietamente testimoniare.

“Speriamo solo di riuscire a giungere a qualche risultato.” si volle augurare, confidando sinceramente nella riuscita di quella che certamente avrebbe avuto a dover essere intesa qual una follia... ma, certamente, non la prima né, speranzosamente, l’ultima follia nella quale avrebbe avuto a impegnarsi.

giovedì 14 ottobre 2021

3793

 

Quando non aveva neppure dieci anni, Midda Namile Bontor aveva preso la discutibile decisione di abbandonare la propria famiglia, la propria casa natale e la pacifica isoletta sulla quale era nata e cresciuta sino ad allora, per imbarcarsi clandestina a bordo di una nave mercantile. Ragione alla base di simile scelta era stata l’infantile, e indubbiamente avventata, brama di poter vivere nella realtà quelle epiche ballate di cui tanto adorava sentir narrare dalla voce dei cantastorie, miti e leggende colmi di pericoli, di mostri spaventosi, di indicibili minacce e, ciò non di meno, di grandi eroi, e di grandi eroi in grado di riuscire a sopravvivere a ogni orrore.
Una scelta, quella da lei compiuta, che avrebbe potuto condurre, nel peggiore dei casi, a un infausto destino, vedendola scegliere la nave sbagliata con un equipaggio tutt’altro che ben disposto nei confronti di una clandestina, e, per lo più, di una bimbetta decisamente troppo esuberate. Fortunatamente per lei, comunque, ciò non era accaduto. E allorché terminare prematuramente, e magari drammaticamente, la propria avventura, ella aveva così avuto soltanto a iniziare il proprio cammino e un cammino che negli anni successivi l’avrebbe sospinta verso traguardi sempre più straordinari, avvicinandola molto più di quanto mai ella avrebbe potuto immaginare ai miti della propria infanzia e, persino, finendo col superarli.
Alla base di ogni sua azione, tuttavia, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa una qualche insana brama di gloria. A muovere i di lei passi, se non da bambina, certamente negli anni successivi, e, soprattutto, negli anni successivi al proprio primo, violento scontro con sua sorella Nissa, nel contempo divenuta capitano di una ciurma di pirati, scontro nel quale non soltanto si era vista sfregiare il volto e amputare il braccio, ma nel corso del quale le era anche stata negata qualunque possibilità di avere dei figli; era stato soltanto il desiderio di avere a dimostrare a se stessa di essere la sola autrice del proprio destino, in aperto contrasto a ogni idea di predestinazione o fatalismo. Ella, semplice figlia di comune pescatore, priva di ogni qual genere di altisonanti retaggi o di peculiari profezie atte a definirne un cammino di gloria, desiderava potersi riconoscere in grado di compiere tutto ciò che mai avesse desiderato, in sola grazia alla propria forza di volontà, alla propria determinazione, al proprio impegno, e con buona pace di qualunque eventuale idea di impossibilità della cosa.
Così, in effetti, era stato. E sebbene la gloria non avesse a importarle, essa non aveva potuto che conseguire in maniera spontanea a tutti i suoi incredibili successi, in lotta contro qualunque antagonista, umano o mostruoso che esso avesse a doversi intendere. E anche laddove, in quel di Kriarya, la città del peccato punto di riferimento per ladri e assassini, mercenari e prostitute di tutta Kofreya e non soltanto, ella inizialmente non aveva potuto che essere accolta con ironia e sfiducia, ritrovandosi suggerito un ben diverso percorso professionale rispetto a quello con il quale ella si era presentata; ben presto il suo nome non poté che essere legato a quello di una straordinaria avventuriera mercenaria, in grado di condurre a compimento qualunque missione per il giusto prezzo.
In una tale situazione, in un simile contesto, Midda Bontor non avrebbe avuto a illudersi che la sua vita fosse la migliore delle vite possibili. Al contrario. Ciò nonostante, ella non era mai stata insoddisfatta della sua vita, anche e soltanto a confronto con l’evidenza di quanto, malgrado tutto, la sua vita ancora fosse tale, per così come non avrebbe avuto a dover essere considerato scontato avesse a essere.
Nel condurre uno stile di vita come il suo, nel porsi in giuoco contro minacce e antagonisti come quelli contro i quali ella si impegnava quotidianamente, a partire dalla sua stessa gemella addirittura divenuta regina di un’intera nazione pirata da lei stessa fondata, assolutamente ovvio sarebbe stato per lei morire. E morire di morte violenta. Ragione per la quale ogni singolo istante di vita, in fondo, avrebbe avuto a dover essere celebrato come una straordinaria conquista, un epico risultato forse e persino più importante di ogni altro più famoso traguardo da lei raggiunto nel corso della propria vita.
A confronto con tutto ciò, quindi, ella non avrebbe avuto a doversi considerare solita lamentarsi della propria vita, né inseguire l’idea di una vita diversa, di una vita migliore, concedendosi la non banale opportunità di scoprirsi più che felice per quanto posseduto. E, ciò nonostante, nel corso del tempo, ella era comunque riuscita a trovare occasioni utili a migliorarsi: tornando, per esempio, a stringere legami dopo che per anni la paura derivante dall’idea della ritorsione della propria gemella a discapito di ogni persona a lei vicina l’aveva sospinta a crearsi terra bruciata attorno; così come concedendosi, altro esempio, l’occasione di un nuovo grande amore con Be’Sihl Ahvn-Qa, il suo bel locandiere shar’tiagho; o addirittura, ultimo esempio, la possibilità di scoprirsi madre, nell’accettare nella propria vita due meravigliosi figli adottivi come Tagae e Liagu.
Insomma: Midda Namile Bontor non soltanto era felice di quanto aveva ma, in aggiunta a ciò, sembrava poter essere destinata ad avere ancor più di quanto non avrebbe mai potuto sperare...
... almeno fino a quando il fato non aveva chiaramente deciso di sconvolgerle la vita e, soprattutto, la mente, nel porla in rapida successione a confronto con una serie di tremende prove, e di tremende prove che non avevano potuto ovviare a mutarla nel proprio animo più di quanto non avrebbe mai potuto immaginare sarebbe stato possibile.
Innanzitutto, il viaggio nello spazio siderale, sulle ali della felice. Un viaggio che ella aveva accolto volontariamente, per il quale si era spontaneamente candidata, ritrovandosi anche accompagnata dal proprio amato Be’Sihl, all’inseguimento dell’ombra di Anmel Mal Toise per tentare di chiudere quel discorso involontariamente aperto una decina d’anni prima con il recupero di quella corona perduta. E un viaggio che, malgrado le avesse donato molte gioie, prima fra tutte proprio i suoi figli adottivi, Tagae e Liagu, ma anche le sue due sorelle di vita Duva Nebiria e Har-Lys’sha, l’aveva anche costretta a uno sforzo incommensurabile per riuscire a scendere a patti con una realtà non soltanto estremamente più amplia, ma anche completamente aliena a quella che per lei era sempre stata la propria realtà, e una realtà nella quale, troppo facile, sarebbe stato per lei avere a perdere completamente il senno se soltanto non fosse stata la donna straordinaria che comunque era.
In secondo luogo, la trappola psichica ordita dal suo sposo Desmair, e quella trappola psichica nella quale l’aveva costretta a vivere una vita non sua dopo averla spinta a credere che la sua vita fosse stata soltanto un’illusione, l’onirico delirio derivante da uno stato di coma. In tale realtà alternativa, e una realtà inesistente, seppur largamente ispirata a quella propria della stessa Madailéin Mont-d'Orb, ella non aveva avuto vita facile, non aveva avuto immediata occasione di trovare il proprio spazio. Ma quando alla fine ciò era avvenuto, ella si era ritrovata a essere obiettivamente felice di quanto stava vivendo, quietamente integrata in una società fondata su valori decisamente lontani da quelli propri della sua civiltà natale, e valori che non avrebbe poi potuto rimuovere dalla sua mente, dal suo cuore e dal suo animo con un semplice colpo di spugna.
E ancora, l’accettazione del potere di Anmel Mal Toise, e quel potere da lei sì alfine accolto qual proprio anche e soltanto per poter fronteggiare la temibile minaccia impostale da un Progenitore, un essere divino la collera del quale avrebbe altresì potuto spazzare via l’intero universo se soltanto non fosse stato contenuto, e non fosse stato contenuto, per l’appunto, in grazia ai poteri egualmente divini della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice. Tuttavia, con l’accettazione di quel potere, ella non aveva accolto soltanto esso, quanto e ancor più, e ancor peggio, l’ombra stessa di Anmel Mal Toise, fondendosi con essa, e ritrovandosi, in un modo o nell’altro, a essere qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, e qualcosa che, francamente, non era certa avrebbe voluto essere.
Infine, ideale goccia utile a far traboccare il metaforico vaso del suo equilibrio interiore, era sopraggiunta l’ascesa dei ritornati, fra i quali una rediviva Nissa, qual nuova, e terrificante, rivoluzione non soltanto della sua vita, ma del suo intero mondo natale, conseguenza dei suoi stessi poteri, e di quei poteri dei quali, se soltanto avesse potuto, si sarebbe ben volentieri disfatta. Ritornati con i quali era riuscita, alfine, a trovare un accordo, o, per lo meno, con una buona parte degli stessi, in un reciproco impegno di integrazione quanto più possibile controllata e pacifica. E, ciò non di meno, un’integrazione che, in breve, aveva già iniziato a sconvolgere ogni cosa... aggiungendo nuova follia a quella totale insensatezza che sembrava essere divenuta la propria stessa quotidianità.

mercoledì 13 ottobre 2021

3792

 

« Che poi ancora non ho ben capito tutta questa avversione per Midda... » si concesse occasione di commentare con un certo disappunto la giovane ofidiana, non trovando argomentazioni utili per escludere la partecipazione di Howe a quella missione esplorativa anche ove, così facendo, si sarebbe ritrovata necessariamente ostacolata da lui « ... alla fine ella è divenuta anche la Portatrice di Luce. L’incarnazione del potere stesso della fenice, insomma. E, in questo, non dovrebbero esserle antagonisti... o no?! »
« Credo che preferiscano concentrarsi soltanto sul discorso relativo all’Oscura Mietitrice. » si strinse fra le spalle lo shar’tiagho, non sapendo di preciso in quali altri termini replicare a tanto corretta osservazione « Ma poi, comunque, chi li capisce è bravo! »

A onor del vero, né per Howe, né per Lys’sh, e né per alcun altro dei loro amici, della loro famiglia, del loro clan, l’identità e la natura della Progenie della Fenice avrebbe avuto a doversi intendere sostanzialmente né chiara, né, in effetti, puntualmente definita.
Quanto loro noto, in fondo, avrebbe avuto a doversi riconoscere soltanto quanto derivato dalla loro esperienza diretta nel confronto con simili individui, ossia il fatto che avessero a dover essere intesi membri di una vasta e potente organizzazione, e di un’organizzazione animata dal solo fine di opporsi alla regina Anmel Mal Toise e al suo ritorno. Uno scopo, in verità, tutt’altro che deprecabile, se declinato in tali termini, là dove, in fondo, la regina Anmel Mal Toise, in tutte le proprie possibili incarnazioni alternative da loro sino a quel momento incontrate, non si era mai dimostrata qual una figura particolarmente benevola per alcuno, e, soprattutto, per la stessa Midda Bontor e per coloro a lei più prossimi. Uno scopo, tuttavia, che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto ben lontano dal potersi considerare apprezzabile là dove, altresì, inteso a loro esplicito discapito, e, in particolare, a paradossale discapito sempre della medesima Figlia di Marr’Mahew, sebbene avversa per prima ad Anmel Mal Toise persino ancor prima di avere coscienza del di lei ritorno sulle scene.
Un nonsenso indecifrabile, quello che avrebbe avuto a dover essere così definito, per comprendere l’effettivo senso del quale era occorso loro molto tempo, e, soprattutto, era stato necessario giungere alla chiusura della lunga vicenda relativa alla “loro” Anmel Mal Toise. Vicenda che, per la precisione, aveva avuto inizio proprio in quello stesso luogo, in quella medesima Città della Pace, quando, circa tre lustri addietro, proprio Howe, con suo fratello Be’Wahr, nonché Midda Bontor e Carsa Anloch, si erano lì avventurati alla ricerca della corona perduta della medesima regina, e quella corona perduta loro richiesta, all’epoca, da una ricca mecenate sufficientemente abile e intelligente da riuscire a mettere insieme quella loro inedita squadra, e una squadra che, in effetti, non soltanto ebbe a dimostrarsi perfettamente assortita nella propria formazione ma, anche, squisitamente composta nella propria varietà di elementi, e di elementi che, ritrovatisi a collaborare tanto bene gli uni con gli altri, non si erano poi perduti di vista... anzi... avevano visto la loro reciproca amicizia crescere di anno in anno, sino all’attuale presente. Quanto ignorato non soltanto da quei quattro cavalieri, ma anche dalla loro mecenate, all’epoca, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il non banale dettaglio del fatto che quella corona non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una semplice corona, quanto e piuttosto il contenitore che, per secoli, per millenni, aveva ospitato il potere della stessa Anmel Mal Toise, il potere della creazione della Portatrice di Luce e il potere della distruzione dell’Oscura Mietitrice, un potere per proteggere il quale, allora, erano state concepite una lunga serie di trappole e una serie di trappole culminanti, per l’appunto, con la necessità dell’estremo sacrificio da parte di colui, o colei, che mai avesse ambito alla conquista di tale potere: sacrificio che, nell’inconsapevolezza del proprio reale valore, aveva allor compiuto proprio Midda Bontor, designandosi, in ciò, qual erede di tale potere.
Retaggio, quello così conquistato dall’Ucciditrice di Dei, che non era tuttavia stato da lei rivendicato e che, anzi, aveva avuto occasione di vagare a lungo, prima per il loro mondo, poi per l’universo intero, facendo non pochi danni, là dove, comunque, animato dalla memoria della propria ultima proprietaria, della stessa Anmel Mal Toise, e di quella donna chiaramente tutt’altro che priva di problematiche irrisolte. Tuttavia, benché Midda Bontor non avesse accolto immediatamente in sé il potere di Anmel Mal Toise, quell’eredità maledetta, già solo per il semplice fatto di essersi ritrovata destinataria designata di tale potere, ella non aveva mancato di finire nelle mire della Progenie della Fenice, la quale, in più riprese, si era opposta a lei, con particolare attenzione al momento in cui ella, fra l’altro, aveva posto le proprie mani sugli scettri dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh, e quegli scettri in grazia al potere dei quali, all’onnipotenza propria di Anmel avrebbe avuto a poter aggiungere anche una pericolosissima onniscienza, eventualità quantomai sgradita dal punto di vista proprio di quell’organizzazione. E quando, alla fine, ella era realmente entrata in possesso di quel potere, diventando, a tutti gli effetti, la nuova regina, ineluttabile era stata la rivalsa di quei fanatici, e la rivalsa contro di lei, e contro tutta Kriarya, scatenata per mezzo di quei dodici titani pronti a compiere un vero e proprio genocidio ove si fosse reso necessario.
Cosa poter vantare di conoscere, quindi, della Progenie della Fenice...?!
Il fatto che fossero in tanti. Il fatto che avessero accesso a poteri decisamente non comuni, quali per l’appunto quelli utili a evocare titani, angeli e mahkra. Il fatto che fossero spregiudicati. E il fatto che, alla luce di tutto ciò, non si sarebbero fermati innanzi a niente e a nessuno per perseguire il proprio scopo. E uno scopo, in quel frangente, avverso alla stessa Midda Namile Bontor.
Un potere e una spregiudicatezza, il loro, più che comprensibile, più che giustificabile nell’ipotesi di doversi opporre a una figura ancor più potente, e ancor più spregiudicata, qual quella di Anmel Mal Toise. E, ciò non di meno, un potere e une spregiudicatezza decisamente inopportuni nel confronto con una figura qual quella di Midda Bontor, la quale, pur avendo ereditato tali poteri, non soltanto non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual capace di padroneggiarli ma, anche e soprattutto, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual desiderosa di padroneggiarli.
Ma la volontà della nuova Portatrice di Luce e della nuova Oscura Mietitrice, evidentemente, avrebbero avuto a dover essere considerate di ben minima importanza da parte di coloro i quali l’avevano veduta riversare nel mondo qualche decina di migliaia di ritornati, sconvolgendo in maniera devastante ogni qual genere di equilibrio sociale e naturale lì esistente e, peggio che mai, creando dal nulla una nuova stirpe di non morti, e una stirpe mai vista prima. Non che, in verità, fosse effettivamente stata ella a voler compiere tutto ciò, nell’essersi ritrovata semplicemente manipolata, nell’uso inconscio del proprio potere, da un crudele antagonista, secondo-fra-tre, vicario della regina Anmel Mal Toise... o, più precisamente, dell’”altra” Anmel Mal Toise, e di quella per inseguire la quale Madailéin Mont-d'Orb, una versione alternativa di Midda Bontor, aveva lasciato la propria dimensione d’origine e aveva iniziato a vagare per il multiverso sulle ali della fenice, sino a giungere al loro piano di realtà. Dettagli, questi, decisamente troppo confusi e, soprattutto, ininfluenti, laddove, comunque, a dar corpo ai ritornati era stato il potere or proprio di Midda Bontor, e quel potere contro il quale, per l’appunto, la Progenie della Fenice avrebbe schierato tutte le proprie risorse, tutta la propria ferocia, al solo fine di sottometterlo, di tornare a imprigionarlo, e imprigionarlo, questa volta, speranzosamente in eterno.

« Comunque se essi sono qui, è possibile che vogliano proprio rinchiudere Midda là da dove abbiamo recuperato la corona perduta... e questo non sarà assolutamente buono per noi. » puntualizzò Howe, tornando a concentrarsi sul momento presente, e su quanto sarebbe stato loro richiesto di compiere « Una volta entrati nella Città della Pace, cercherò di condurci direttamente al punto d’accesso al sotterraneo, sperando che la memoria non mi giochi brutti scherzi... »
« D’accordo. » annuì ella, riconoscendo più che sensata quell’analisi « Nel contempo di ciò, io cercherò di cogliere qualche traccia di Midda, affinché, nel caso non sia ancora stata trasferita lì sotto, vi possa essere per noi occasione di scoprirlo. » propose, a completamento naturale del piano del proprio sodale.