11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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venerdì 11 luglio 2008

183


I
l viaggio di ritorno verso i monti Rou’Farth si propose in tempi e modi più sereni rispetto al percorso d’andata, vedendo Midda ed i tredici bambini nomadi muoversi a piedi lungo strade note e sicure senza alcuna premura, senza necessità di marce forzate verso la propria meta.
Il cavallo che la donna guerriero aveva avuto dai briganti continuò ad accompagnarla anche in quell’occasione, non più quale cavalcatura, ma impiegato come animale da soma al fine di trasportare scorte di acqua e cibo per tutto il gruppo: non inseguiti o inseguitori, i membri di quell’improvvisata compagnia si poterono concedere oltre due settimane prima di ritrovarsi nuovamente in vista delle vette innevate che i pargoli erano soliti chiamare casa. Per tutto quel tempo, la donna guerriero non era riuscita a rivolgere loro la parola, a spiegare loro le tragedie che li avrebbero attesi una volta giunti al termine di quel percorso: la speranza di rivedere presto i propri familiari, i propri parenti, i propri amici era probabilmente l’unico sprone che permetteva a quei cuori troppo giovani di compiere con tanto ardore, con tanto vigore in quel nuovo viaggio, ed ella non voleva spegnere tale fiamma con tanta superficialità, a cuor leggero. Per tale suo comportamento, per quel silenzio, ella non poté evitare di considerarsi vigliacca, egoista, nel rimandare sempre a dopo una spiegazione che avrebbe dovuto comunque fornire, un perdono che avrebbe dovuto loro invocare: nel volgere, però, il proprio sguardo verso i bambini, in generale, e verso H’Anel e M’Eu, in particolare, ella non riuscì a trovare fisicamente, psicologicamente ed emotivamente la forza di parlare loro della morte del padre, dell’ingloriosa e tremenda sorte a cui Ma’Vret era stato destinato per colpa sua.
In effetti solo ora che tutto era finito, ora che l’adrenalina aveva cessato di scorrere viva nelle di lei vene, anche la donna guerriero iniziò ad essere realmente cosciente di ciò che era accaduto, della morte dell’antico compagno, del recente amante, trafitto tanto ingiuriosamente alle spalle da una mortale freccia: il gesto di un istante, lo scocco di un attimo, aveva posto fine per sempre alla vita, all’esistenza di un uomo meraviglioso, che tanto aveva amato i propri figli, che tanto aveva donato ad ella, che tanto aveva lottato con forza indomabile, con coraggio forse privo d’eguali in ogni scelta compiuta nella propria esistenza. Egli era morto, come già altri uomini che come lui avevano commesso l’errore di innamorarsi di lei, ucciso da un di lei nemico, da un di lei avversario, lasciando nell’animo della mercenaria il peso di quella colpa, l’angoscia di quella fine. Quello era invero il di lei destino? Quella sarebbe stata la sorte prescelta a tutti coloro che avrebbero mai osato ambire alla di lei compagnia, alle di lei attenzioni, al di lei affetto, al di lei amore?
Incredibilmente, imprevedibilmente, il fato parve però contrariarla al loro arrivo nell’accampamento ricostruito, dove i segni della morte e della distruzione erano ormai stati cancellati negli sforzi dei sopravvissuti per ristabilire l’ordine perduto, nel rigenerare ciò che era stato compromesso: in quel luogo che poche settimane prima aveva visto la propria neve intingersi del sangue di un massacro e che ora si concedeva nuovamente sereno, quieto, pronto ad ospitare ancora una volta una tranquilla comunità, era l’uomo conosciuto con il nome di Ebano, eretto e fiero, quasi come statua, al centro della piazza principale del campo, sorridente verso di loro. A tale vista, le grida di gioia dei suoi figli che a lui accorsero esplosero gaudiose, sincere, cristalline, venendo in breve accompagnate da quelle di tutti gli altri bambini che, similmente a loro, si lanciarono verso le tende alla ricerca, più o meno fortunata, dei propri genitori, dei propri parenti, dei propri cari, lasciando sola e stordita la mercenaria, incredula di fronte alla realtà.

Dopo aver stretto con felicità a sé i figli, sollevandoli entrambi da terra come bambole di pezza nella gioia del ritrovo e nel desiderio di essere libero di correre verso di ella, egli esclamò: « Midda! »
A vuoto si mossero le labbra della donna che, sgranando gli occhi, osservò allibita colui che ricordava privo di vita fra le proprie braccia, inanimato e pesante sopra il proprio corpo.
« Non ho mai dubitato! Non ho mai avuto timori! » continuò l’uomo, raggiungendola con entusiasmo, con sentimento puro nello sguardo innamorato « Sapevo che ce l’avresti fatta, che saresti tornata, anche dove gli altri non riuscivano ad offrirti la mia stessa fiducia! »
Nessuna domanda si pose nella di lei mente sul perché o sul come egli fosse sopravvissuto, nessun dubbio impose il proprio silenzio sulla voce della donna guerriero, privandola di ogni parola: colpevole di quella laconicità totale fu l’immensa esultanza che sentiva nel proprio cuore, nel proprio animo, a scoprirlo tale.
« Midda… » ripeté egli, aprendo le forti braccia, ognuna delle quali reggeva uno dei due bambini, per poterla accogliere a sua volta, per poterla stringere a sé.

La donna guerriero non si sottrasse a quell’offerta, non si ritrasse a quell’abbraccio, altresì gettandosi contro colui che temeva di aver perduto, aggrappandosi quasi al di lui collo, al di lui corpo, per poter spingere le proprie labbra contro le altre, con ardore, con passione, con sentimento puro e sincero. Un lungo bacio fu quello che essi condivisero in quel modo, accompagnati dalle risate divertite dei due bambini che li osservarono senza remore, godendo di quella tranquillità familiare che da troppo era stata loro negata e che, nelle ultime tre settimane, avevano avuto modo di credere perduta per sempre.

« C-come… come è possibile? » tentennò infine ella, separandosi di pochi millimetri dalle di lui labbra, a concedergli respiro, a cercare aria per sé, pur ancora non abbandonandolo, pur ancora rifiutando di allontanarsi da quel dolce calore « Io… ti avevo visto… ti avevo creduto… »
« Lo so. » sussurrò egli, baciandola nuovamente con piccoli e delicati gesti nella gioia infinita per la stessa possibilità offertagli di compiere ancora una volta simili gesti, dopo aver temuto, forse anche solo a livello inconscio, di non poter più avere una simile meravigliosa possibilità « Ma il colpo subito, per quanto fosse ed apparisse grave, non è stato letale. »
« Ma… quando? Come? » domandò ella, non comprendendo, nel chiaro ricordo del proprio saluto su un corpo creduto morto al momento della partenza dall’accampamento nella ricerca degli ostaggi rapiti.
« Sono stato fortunato… » ammise egli, appoggiandosi con la propria fronte contro quella della donna, sussurrando con amore vicino al viso adorato « Dopo la tua partenza stavo per essere cremato insieme agli altri caduti quando, per un lieve attimo, ho ripreso i sensi, lasciando intendere come la vita ancora fosse ancora in me. Ed il resto è venuto da sé… »

Midda osservò con immensi occhi azzurri quelli scuri dell’uomo, immergendosi in essi, senza riuscire ad aggiungere altro, senza necessità di domandare ulteriormente qualcosa ad egli o al fato: tutto ciò che avrebbe potuto desiderare le era stato offerto ed ella voleva ora solo potersi godere quella felicità, quella serenità, quella pace.
In contrasto a ciò che comunque una parte di sé non poteva evitare di bramare, di reclamare con violenza estrema, forse il giorno dopo, la settimana dopo, il mese dopo, ella sarebbe ripartita, avrebbe ripreso il proprio cammino di vita nella chiara consapevolezza di non potersi lì arrestare, di non poter lì trovare il proprio futuro per le stesse ragioni seguendo le quali la fenice aveva compreso non dover ridonare alla donna completamente la salute perduta, di non poter rigenerare integralmente il di lei corpo: in quel momento, però, quel domani appariva ancora troppo lontano, troppo distante da lei per poterle offrire interesse, per poterla distrarre da ciò che le era stato concesso di stringere a sé, di reclamare come proprio.

« A cosa pensi? » le domandò con curiosità Ma’Vret, piegando il capo di lato con fare giocoso, nel coglierla distratta in quei propri pensieri, in quelle riflessioni interiori.
« A questo… » sussurrò Midda, sorridendogli felice, per poi gettarsi con nuova passione contro le labbra dell’uomo, a baciarlo nuovamente, a stringersi ancora una volta ad egli, con tutta se stessa.

Il futuro sarebbe giunto senza dubbio troppo presto, ma come era da sempre solita fare fino ad allora ella avrebbe vissuto nel presente ed in ciò che in esso le sarebbe stato offerto.

giovedì 10 luglio 2008

182


C
on l’addio della fenice, il silenzio calò finalmente nella piana ai piedi del colle ospitante i ruderi della rocca di Korya, accompagnando le tenebre di una nuova e serena sera.
In tutti i presenti una consapevolezza risultava essere condivisa, quella del pericolo occorso nell’aver offerto un potere divino ad un semplice uomo, nell’aver operato al fine di lasciarglielo ottenere e nel non aver impedito tale follia. In particolare, gli uomini e le donne della Confraternita del Tramonto, pur restando chiaramente ed indiscutibilmente legati alla natura mercenaria del loro lavoro, non potevano ignorare le conseguenze della leggerezza con cui avevano accolto quell’incarico, la responsabilità delle azioni compiute senza porre dubbi, senza esitazioni: il successo che essi avevano raggiunto, per il quale erano già stati pagati ed avrebbero atteso altri compensi, aveva rischiato infatti di porre l’intero regno di Kofreya, se non l’intero continente o l’intero mondo, in un pericolo al di fuori della portata di chiunque. Una situazione nella quale nessuno fra loro avrebbe, poi, ottenuto un qualche tornaconto personale.
Ritrovando per prima la propria usuale freddezza ed il controllo pieno sul corpo e sulla mente, Midda gettò innanzitutto una rapida occhiata ai bambini che, ancora, si stringevano attorno a lei, terrorizzati ma sani e salvi, per poi spostare la propria attenzione verso i mercenari della Confraternita. Essi, a loro volta, avevano iniziato a recuperare lentamente coscienza di sé, scossi per quanto avevano veduto, per ciò a cui avevano assistito: in quel loro ritorno alla realtà, ella avrebbe potuto trovare una nuova sfida, l’inizio di una nuova battaglia, laddove lord Alidan era certamente morto, ma un esercito di possibili avversari ancora la circondava con le proprie truppe.

« State tranquilli… » commentò in quel mentre verso i bambini, cercando di rassicurarli con un tono forte e deciso, ma anche dolce nelle proprie note.

H’Anel e M’Eu, più di chiunque altro, alle di lei gambe si stringevano cercando protezione, rifugio, conforto: osservandoli con malinconia, la donna guerriero non poté evitare di considerare come, probabilmente, i due bambini non potessero immaginare la sorte a cui loro padre era stato destinato, non potessero ancora sapere di essere rimasti soli al mondo o la luce di speranza, che nonostante tutto ciò che avevano passato ella riusciva ancora a scorgere nei loro sguardi, si sarebbe spenta.
Come avrebbe fatto a rivelare loro la verità? Come avrebbe potuto spiegare a loro ed a tutti i loro compagni che le famiglie a cui di certo ormai confidavano di poter tornare, di poter presto riabbracciare, erano state distrutte per i folli desideri di un pazzo? Come avrebbe potuto assumersi agli occhi di quelle creature innocenti il prezzo delle proprie responsabilità in tutto quello che era accaduto, laddove tutto era stato unicamente a causa sua? Sinceramente ed egoisticamente non sapeva e non voleva ancora cercare risposte a simili questioni: lungo sarebbe stato il viaggio di ritorno verso i monti che li avrebbe attesi e, sicuramente, nel corso dello stesso avrebbe trovato le parole giuste per invocare il loro perdono.
Ma ora altre questioni richiedevano la di lei attenzione, per garantire loro la possibilità di un ritorno.

« Lasciatemi spazio. » ordinò ella con serenità verso i pargoli, per potersi assicurare libertà di movimento « Vedrete che presto torneremo fra le montagne a voi care. »

Ubbidendole senza porre domande, senza ardire negazioni, confidenti in quella realtà di guerra forse più di quanto ella non ne volesse avere coscienza, più di quanto non volesse ammettere, il gruppo si ritrasse appena da lei: essi erano perfettamente consapevoli della battaglia che avrebbe potuto iniziare da un momento all’altro, ed in questo erano anche certi che l’unica propria speranza di salvezza sarebbe stata rappresentata da ella, da quella donna che, chi più e chi meno, ancor poco tutti conoscevano, ma della quale sapevano essere stata accolta senza remore, senza timori, dalle loro famiglie, nel loro accampamento, nelle loro tende, trattata da pari fra pari.

« Ed ora? » domandò la Figlia di Marr’Mahew, indi rivolgendo tali parole verso tutti i mercenari a lei di fronte e circostanti, verso le armate che attorno a loro stringevano la propria presenza.

Un istante di silenzio accolse quella domanda, nella comune incertezza su cosa sarebbe potuto e dovuto accadere, nel dubbio diffuso fra tutti gli uomini e le donne lì presenti sulla nuova mossa da compiere. Un solo sentimento era comune a tutti loro, dopo troppe ore di attesa, dopo tanti giorni, settimane e mesi di patimento dietro ai comandi di lord Alidan, ora perduto: la stanchezza. Ed in virtù dell’inutilità di tutta quella situazione, del proseguo della medesima verso nuovi e certi spargimenti di sangue che probabilmente avrebbero visto sconfitta la donna guerriero posta davanti a loro, ma che di certo avrebbero richiesto troppi sacrifici privi di qualsivoglia ragione, i vertici di quella rappresentanza della Confraternita del Tramonto presero parola, rivolgendosi verso la probabile avversaria a proporre la propria opinione, le proprie decisioni in merito a ciò che era avvenuto e che sarebbe potuto avvenire, parole che sarebbero ovviamente state legge per tutti i loro subordinati lì presenti.

« Siamo mercenari, esattamente come te. » esordì uno dei comandanti di quell’esercito, avanzando appena verso la donna « Ciò che abbiamo compiuto è stato unicamente nell’esecuzione di ordini ricevuti dal nostro mecenate, giusti o sbagliati che essi fossero. »
« Ora che egli è morto, non abbiamo ulteriori ragioni per cercare conflitto con te. » intervenne un secondo comandante, una donna ora, affiancandosi al compagno « Se non desideri cercare conflitto con noi, puoi considerarti libera, Midda Bontor. »
« Almeno fino al giorno in cui le nostre strade non si incroceranno di nuovo, fino al giorno in cui non vi saranno per noi ragioni di cercare lo scontro con te. » precisò di nuovo il primo, come a voler difendere la posizione della Confraternita, il primato di forza essa tentava di imporre in Kofreya da lungo tempo.

Ella li osservò a lungo con un misto fra pietà e disprezzo, incerta fra esporre il messaggio che già aveva deciso di concedere loro o serbarlo gelosamente nel proprio cuore, in attesa di un momento migliore, di un futuro forse non lontano in cui avrebbe potuto riportare equilibrio là dove ora coglieva solo iniquità. Senza una parola, così, la donna guerriero prese la propria decisione, esplicitata in un gesto rotatorio della lama attorno al proprio corpo in anticipo al suo riposizionamento nel fodero: voltandosi, ella aprì le braccia ad accogliere e guidare i bambini con sé, invitandoli ad intraprendere il lungo cammino verso casa, ad allontanarsi da quel luogo troppo ricco di morte e di orrore per quelle creature innocenti.

« Oggi no. » si limitò a sussurrare, quasi in una promessa sommessa verso se stessa.

Con quella sua scelta, con quella sua decisione di ritirarsi senza rivolgere il benché minimo avvertimento ai propri avversari, ella considerò indegne di alcuna risposta le affermazioni a lei rivolte, immeritevoli di considerazione in un’arroganza quasi disturbante. Nella di lei mente, al di là di tutto ciò, restava certa una realtà che non si sarebbe permessa di scordare, una colpa a cui non avrebbe concesso perdono nonostante quanto essi avevano proposto in propria difesa: fra quegli uomini e quelle donne, infatti, ella sapeva essere celati coloro che si erano macchiati della strage fra i monti, della mattanza indiscriminata ordinata da lord Alidan all’unico scopo di convocarla a sé, fuggiti da quel luogo prima della battaglia nel rapire i bambini che ora stava liberando, nel catturare gli ostaggi che presto sarebbero ritornati alle loro case ritrovando solo le tenebre della morte laddove avrebbero atteso la luce della vita. In quel giorno ella stava offrendo loro le spalle, nell’interesse dei propri protetti, di coloro che aveva giurato di salvare, ma in tale gesto, in tale scelta non stava concedendo loro alcuna grazia: un credito di sangue sapeva di possedere nei riguardi della Confraternita del Tramonto ed, un giorno, sarebbe tornata a reclamare il proprio diritto.
Un giorno ogni debito fra loro sarebbe stato saldato.

mercoledì 9 luglio 2008

181


I
l cielo, già bruno per l’incombente calare della sera, sembrò oscurarsi improvvisamente a seguito di quelle parole, come se ogni energia, come se ogni residuo di luminosità fosse assorbito dall’anziano nobile, negli occhi del quale la nuova e sconcertante luce continuava a brillare con vigore inumano, quasi abbagliando la vista di chiunque a lui rivolgesse lo sguardo, di chiunque a lui ardisse di volgere la propria mortale attenzione.
Le leggende a cui egli si era aggrappato in quegli ultimi anni della sua vita, i miti che narravano dell’immortalità concessa a chi avesse ardito a quell’impresa impossibile, a sfidare la fenice per potersi nutrire di essa, del di lei fuoco, del di lei potere, stavano in quel momento trovando conferma reale davanti agli occhi di tutti, vedendolo elevato sopra agli uomini, non più mortale fra mortali, non più limitato dalla propria decadente fisicità, dal peso dei troppi anni accumulati sopra le proprie spalle.

« Io ho il potere! » ripeté, trasformando ciò che prima era stato un lieve e stentato sussurro in un grido trionfante, un urlo d’esaltazione verso il cielo.

Nella forza concessagli da quell’incanto, dall’uovo di fenice diventato parte di sé, egli si levò di scatto in piedi, come se ogni stanchezza, ogni malattia, ogni debolezza che fino ad un istante prima gravava sulle sue membra, sulle sue ossa, fosse improvvisamente scomparsa, dimenticata. Evidentemente rigenerato dall’essenza di creazione dell’animale, egli si eresse fiero, gettando le braccia al cielo e respirando a pieni polmoni come da anni non si poteva concedere di fare, godendo di quella nuova energia, di quel potere privo di eguali che era diventato proprio, che aveva conquistato dopo troppe ricerche, troppe fatiche, troppa spesa, tutto ampliamente ripagato in quell’istante, in quel nuovo divino stato: nulla gli sarebbe più stato negato, nulla gli sarebbe più stato proibito, oltre ogni uomo, oltre ogni dio, oltre ogni naturale limitazione.

« Lo sento… io sento l’universo intero, attorno a me, in me. » gridò, ridendo in maniera folle, quasi isterica, dimentico di tutti coloro che lo circondavano e che, in ogni istante, retrocedevano a cercare di porre maggiore distanza fra sé e quella pazzia, quella possessione oscura « Con un gesto della mia mano potrei creare dal nulla la vita, potrei generare nuove meravigliose creature… e con un altro cenno potrei cancellare da ogni mappa potenti nazioni, sterminare intere popolazioni: ogni capriccio mi è concesso, ogni desiderio mi è riservato! »

Midda osservò ciò che si stava compiendo davanti a sé con orrore, terrore per ciò che ella aveva permesso, per ciò che tramite di lei era stato compiuto: aveva sperato, aveva creduto che nell’istante in cui egli avesse dischiuso l’uovo, si fosse spinto ad accedere a quel potere privo di eguali, esso l’avrebbe divorato, nella rinascita del mitico uccello di fuoco, nella sua resurrezione. Null’altro, del resto, le avrebbe permesso di comprendere il perché di ciò che era stato, del sacrificio della fenice sotto la di lei mano: laddove egli avesse mantenuto quel potere, quella forza, quella’energia, per lei e per i bambini che desiderava salvare il destino sarebbe stato segnato, laddove nulla avrebbe potuto opporre, neppure con tutta la propria volontà, con tutta la resistenza della lega metallica della propria lama, della propria spada già stretta nella mancina, che inutile sarebbe stata contro un simile entità se fosse giunta ad uno scontro diretto dall’esito scontato.

« Fenice… » sussurrò a labbra socchiuse la donna guerriero, retrocedendo insieme ai bambini stretti a lei « … spero che tu fossi conscia delle conseguenze di ciò che mi hai fatto fare. »

Mentre ella formulava quell’invocazione, quella personale preghiera verso la creatura a cui aveva offerto la propria fiducia, le proprie speranze, la luce negli occhi di lord Alidan continuò a crescere istante dopo istante, con un’intensità sconvolgente, con una forza dirompente: il corpo stesso dell’uomo inizio a risplendere come bruciante di fuoco vivo, quasi la carne si stesse trasformando nelle fiamme della fenice di cui aveva acquisito l’energia, la forza.

« Io… il potere… Gorl… il potere… è troppo! » gemette in quel mentre, trasformando l’esaltazione sul suo viso in panico, in raccapriccio, in terrore puro.

Sotto una pelle sempre più tenue nella propria mortalità, trasparente quasi come leggera e velata membrana priva di forze, priva di coesione, la sue membra realmente mutarono in fuoco e fiamme, bruciando in un’esplosione, in una deflagrazione incontrollata, nel calore della quale i muscoli e le ossa, le vesti e gli organi del nobile furono inceneriti. Ed egli ebbe solo la possibilità di offrire un ultimo disperato grido di dolore: « E’ troppo... troppo… troppo… » prima di svanire nel nulla, nel momento in cui il potere della fenice si manifestò nella propria pienezza, nella propria integrità.
Dove prima era l’uomo che aveva voluto divenire un dio, in tutta la propria fierezza ora riluceva ardente la fenice, creata dal dio Gorl, risorta a nuova e più splendida vita come decantavano da epoche remote le leggende in suo onore, ad essa dedicate: lord Alidan, in quel rogo di resurrezione, fu raggiunto così dalla morte dalla quale troppo a lungo era sfuggito, quale punizione per ciò che aveva osato cercare, quale prezzo per ciò in cui aveva voluto sperare, per la propria bramosia di potere nel quale, infine, era stato annientato completamente, non concedendo al mondo neanche della semplice polvere in proprio ricordo.
In tale spettacolo i mercenari della Confraternita restarono atterriti, spaventati, disorientati, privati di ogni possibilità di comprensione, non desiderando invero neanche spingersi alla ricerca di verità troppo elevate per loro, troppo lontane dalle loro quotidianità per essere accessibili, per essere accettabili. Tutti loro, non diversamente dalla donna guerriero, erano semplici combattenti, addestrati a condurre a termine le proprie missioni, a menar i propri migliori e più mortali colpi senza esitazione contro qualsiasi genere di avversario: in un simile frangente, però, in eventi così superiori a loro ed a ciò che essi avrebbero mai potuto raggiungere con le proprie lame, con le proprie armi, restarono attoniti, inermi, osservando quali silenti spettatori la morte del loro mecenate. Nessuno fra loro, forse ed invero, poté negarsi un certo sollievo nell’ascoltare il di lui ultimo urlo di terrore, nel timore comune e certamente fondato che se non fosse stato per quella fine, per quell’evoluzione inattesa e non sperata, forse sarebbero stati loro ad essere condannati a morte nella follia di quell’uomo, nell’impossibilità di raziocinio per un mortale di fronte a poteri divini, nella sua intrinseca malvagità d’animo.

“Lo ero.” commentò la creatura di fuoco nella mente di Midda, a rispondere alla di lei invocazione precedente, trasmettendole in quelle due semplici parole una sensazione di pace, una sentimento di serenità forse corrispondente a quello che sarebbe potuto essere un tranquillo sorriso.

Dopo essere rimasta un istante sospesa nel vuoto, osservando la donna guerriero con la quale aveva condiviso un sospiro d’eternità, un fremito di ciglia nell’esistenza priva di fine che le era propria, con quell’ultimo saluto privo di addio essa si levò alta nel cielo, illuminando a giorno la notte incombente, diradando le nuvole formatesi nei cieli in un verso animale mai udito prima e, probabilmente, che mai nessuno avrebbe avuto occasione di ascoltare nuovamente. E mentre il fiato in quell’ascesa venne negato a tutti i presenti, ad eccezione della mercenaria ad essa tanto vicina in quel momento, mentalmente e emotivamente, la fenice si gettò con violenza al suolo, scomparendo nel terreno sotto i loro piedi, tornando in quella che era la di lei casa, il di lei santuario, nell’unico luogo ove le era concesso di vivere in serenità la propria esistenza perpetua.

« Grazie. » sorrise la donna guerriero rivolgendosi al nulla ormai di fronte a lei, non potendo evitare di ritrovare i propri occhi pieni di lacrime in quello che coscientemente sapeva essere un addio ad una carissima amica, a ciò che di più bello e buono nella propria vita probabilmente le era stato concesso di incontrare.

martedì 8 luglio 2008

180


P
er un lungo istante il tempo sembrò arrestarsi all’interno del campo, nell’imprevisto stallo in cui Midda aveva gettato la situazione: nessun mercenario della Confraternita del Tramonto offrì il benché minimo accenno d’offesa verso la donna, attendendo ordini specifici a tal riguardo e comprendendo come anche la freccia scoccata con completa abilità, con assoluta destrezza, con massima precisione, non avrebbe concesso a quell’uovo la possibilità di sopravvivere a colei che lo teneva in ostaggio, ricattandoli non diversamente da come loro avevano fatto prima con lei. Lord Alidan, dal proprio punto di vista, prese in esame il nuovo equilibrio da lei voluto e la sfida che, evidentemente, desiderava ingaggiare contro di lui: non avendo lei ragioni di fidarsi della sua parola, e non avendo lui ragioni per mantenere lei stessa ed i bambini in vita dopo la consegna dell’uovo, le di lei azioni risultavano più che comprensibili, se non addirittura prevedibili. In silenzio, quindi, levò la mano mancina, lasciando la destra a reggerlo sul bastone, per richiamare con un gesto delle dita i suoi uomini, comunicando loro in tale atto l’assenso alla richiesta della donna.
Poco dopo, fra la folla di uomini e donne rosso vestiti comparve una lunga fila di bambini, imbavagliati e legati l’uno all’altro: tredici ne contò Midda, riconoscendo fra di essi, con un reale sollievo, anche i volti di H’Anel e M’Eu, i figli di Ma’Vret. Nessuno fra loro sembrava essere ferito o aver subito maltrattamenti, anche se l’orrore di quegli eventi ne aveva visibilmente segnato i visi e gli sguardi: questi, riconoscendola, si volsero a lei con incertezza, divisi fra la gioia di un volto amico e l’incomprensione di quanto stesse accadendo, forse il naturale dubbio che anch’ella potesse essere coinvolta in tutto quello.

« Deduco che tu non desideri offrirmi ulteriore fiducia. » commentò, poi, l’anziano nobile « E’ un vero peccato, soprattutto dopo tutto ciò che hai fatto per me fino ad ora… »
« Io non ho fatto nulla per te, vecchio: ciò che ho compiuto l’ho compiuto unicamente per loro. » rispose la donna, indicando il gruppo di bambini « Slegateli… e lasciateli venire a me. »
Ma, laddove i membri della Confraternita già stavano muovendosi ad ubbidire anche a quel nuovo ordine, dando per scontata l’approvazione del loro mecenate, egli intervenne secco: « Fermi! Prima l’uovo… e poi i bambini. »
« Non mettere alla prova ancora una volta la mia pazienza, vecchio: ciò che reggo è quanto di più prezioso tu possa bramare e quanto di più fragile possa restare nella mia mano. » sentenziò ella, socchiudendo gli occhi e lasciando le proprie pupille stringersi all’interno delle iridi azzurre fino a scomparire quasi in esse « E, dato che molte cose conosci a mio riguardo, dovresti anche essere consapevole di come non possieda alcun genere di sensibilità nell’arto destro, motivo per cui non mi spingo ad adoperare la spada con esso. »

Nuovamente il bivio posto di fronte all’anziano nobiluomo kofreyota non lo entusiasmò, contrariandone i desideri e le aspettative ed irritandone l’umore già posto a dura prova dall’arroganza ora dimostrata dalla mercenaria: purtroppo, però, il ricattatore era ormai divenuto ricattato ed il valore assegnato a quell’uovo era tale da permettere alla donna di porre su di lui qualsiasi capriccio avesse voluto. Un nuovo gesto della sua mano tremante, pertanto, segnò il consenso a quella richiesta, ordinando ai propri uomini di procedere con la liberazione degli ostaggi.
I bambini, così sciolti dai propri vincoli, si mossero prima incerti, poi praticamente di corsa verso l’unico loro riferimento rappresentato da Midda, ammassandosi attorno a lei, dietro di lei, a cercare in lei protezione e difesa da ogni possibile destino avverso.

« Bene. » annuì ella.
« Ho rispettato la mia parte degli accordi… ora mi aspetto che il tuo onore veda mantenuta la tua. » disse serio e concentrato l’anziano, osservandola con attenzione.

La parte più semplice di quel gioco era ormai giunta a conclusione: con gli ostaggi liberi, a lei non restavano più concesse troppe mosse da compiere. Avrebbe potuto cercare evasione, allontanamento dal gruppo, ma ciò sarebbe in effetti valso a poco, laddove un solo comando avrebbe potuto segnare il loro destino in un inseguimento dal quale non avrebbero potuto trovare vittoria, evasione, fuga: tale alternativa, pertanto, era purtroppo da scartare a priori, nell’impossibilità di successo che in essa era implicita. Tutto ciò che le restava da poter fare, pertanto, era l’atto di fiducia, il gesto di fede nella promessa della fenice, in quelle parole di speranza che l’incarnazione stessa di tale valore le aveva donato prima del proprio sacrificio, prima del proprio martirio sotto la di lei lama: avrebbe dovuto consegnare l’uovo e lasciare che il destino compiesse il proprio corso.

« Affogatici! » commentò con asprezza la donna, offrendo l’oggetto tanto bramato nelle mani di un mercenario a lei avvicinatosi per tale scopo.

Rapido l’uomo percorse la distanza che separava Midda da lord Alidan, conducendo al proprio mecenate la preziosa reliquia da egli cercata, da egli desiderata, per cui tanti loro compagni erano morti in quegli ultimi tempi: un piccolo uovo rosso, nulla di straordinario, nulla di appariscente, ma che tanto sangue era valso, tanto dolore aveva portato.

« E’ mio! » esclamò lord Alidan, lasciando cadere a terra il bastone nell’enfasi di accogliere fra entrambe le proprie mani l’uovo tanto desiderato « Finalmente è mio… è mio! »

In un istintivo, atavico senso di timore che quell’oggetto rappresentava nel proprio misticismo, nelle leggende che ad esso offrivano riferimento, tutti i mercenari della Confraternita, dal corriere di tale consegna ai comuni soldati fino a giungere alle alte sfere arretrarono dal loro mecenate, a porre inconsapevolmente un distacco fra loro ed egli, imitati in ciò anche dalla donna guerriero e dai bambini insieme ad ella. Nessuno, neanche Midda, era in grado di ipotizzare cosa sarebbe accaduto, ma in tutti era un’innata coscienza di pericolo per qualsiasi eventualità fosse occorsa, soprattutto in caso di successo da parte dell’anziano nobile: laddove lord Alidan fosse divenuto veramente una creatura superiore forse anche agli dei, cosa sarebbe stato di tutti loro?

« Mio signore… forse bisognerebbe attendere, può essere necessario compiere degli studi. » suggerì uno dei comandanti della Confraternita del Tramonto, continuando a retrocedere da egli « Nulla sappiamo, in fondo, su ciò che potrà accadere… »

Ma lord Alidan non aveva impiegato gli ultimi anni della propria vita in quella folle ricerca solo per indugiare, per porsi dubbi e remore ad una distanza tanto breve dal traguardo desiderato: sordo ad ogni voce, cieco al mondo intero attorno a sé, egli aveva già votato tutta la propria attenzione all’uovo che stringeva fra le mani, all’uovo che avrebbe rappresentato l’immortalità, l’eternità, il potere unico ed irrefrenabile della creazione. Crollando a terra in una mancanza fisica di forze che non potevano più sorreggere quel corpo senza il sostegno del bastone, egli restò assolutamente indifferente a tutto, continuando ad osservare l’oggetto delle proprie bramosie, avvicinandolo lentamente al viso, alla bocca, per poi bucarne con un gesto deciso dei pollici scheletrici il guscio, ad abbeverarsi con il succo di vita contenuto in esso.
Egli bevve, bevve con fervore, con ardimento, con passione quel nettare caldo, non permettendo la dispersione neanche di una goccia di esso, proibendo anche ad una singola stilla di sfuggire alle sue labbra, alla sua lingua. E quando ebbe terminato, gettando a terra un involucro ormai vuoto, ormai privo di qualsivoglia utilità, egli risollevò il proprio sguardo verso gli astanti, mostrando una nuova luce crescente nei suoi occhi, segnale di un nuovo potere, di una nuova tremenda energia entrata nel suo corpo.

« Io… ho… il potere! »

lunedì 7 luglio 2008

179


N
ella sua lenta ma inesorabile discesa da quelli che erano i ruderi dell’antica rocca, Midda avanzava con fierezza, nella forza, nell’energia ristoratrice della rigenerazione di cui la fenice le aveva fatto dono: quasi non riusciva a ricordare da quanto tempo non si sentisse così riposata e vitale, così carica, sicura che anche contro l’intero esercito della Confraternita lì presente avrebbe potuto avere larghe possibilità di vittoria in uno scontro diretto. Come risvegliatasi da un lungo periodo di letargo, ella sentiva le sue membra simili a molle, pronte a scattare alla minima necessità; sentiva la sua mente calma e reattiva, mentre i di lei sensi analizzavano l’intero ambiente a lei circostante, permettendole di pianificare infinite ed alternative strategie d’azione per contrastare qualsiasi eventualità; sentiva il suo cuore colmo di pace, libero da ogni peso che in esso aveva gravato, ostacolandola, legandola in ogni emozione, in ogni azione; sentiva il proprio animo infuocato, come se le fiamme della fenice fossero ancora rimaste in lei, come se quell’energia di creazione e vita ancora bruciasse nel suo corpo, dopo che per sua mano essa era morta.
Razionalmente, però, ancora non riusciva ad accettare di aver compiuto quanto richiestole…

“Ed ora dovrai uccidermi… per compiere la tua missione e porre in salvo i bambini innocenti per cui eri disposta a morire.” le aveva tranquillamente detto la fenice, quand’ancora erano insieme nella stanza sotterranea, nel cuore del santuario.
« No! » aveva replicato lei, con forza, scuotendo il capo quasi terrorizzata all’idea « Io non voglio farlo. Non volevo prima e tantomeno ora! »
“Se tu non lo farai, per quei bambini non vi sarà salvezza.” aveva contestato la creatura.
« Ma anche facendolo non vi sono certezze che possano sopravvivere… o che siano ancora vivi. » aveva negato, ancora scuotendo il capo con energia « Lord Alidan potrebbe averli già sterminati ancora prima del mio arrivo qui, oppure subito dopo il mio ingresso nel tempio. »
“Essi vivono ancora.”
« Come puoi dirlo? Come puoi esserne sicura? » aveva domandato.
“Io posso.” aveva risposto con serenità l’uccello di fuoco “E ti chiedo, se non riesci a riporre fiducia in me e nelle mie scelte, almeno di rispettarle. E’ una richiesta eccessiva?”
« No. » aveva chinato il capo, con la morte nell’animo « Ma perché? »
“Tu eri pronta al sacrificio per loro. Non è vero?”
Ma ella non era riuscita ad offrire risposta a tale questione che non ne aveva richieste nella propria retorica.
“Io sono la fenice. Io ero, io sono ed io sarò: non temere per me, Midda Bontor. Non permettere al tuo animo, molto più buono di quanto tu non voglia ammettere con te stessa, di frenare la tua mano ora.”
« Vuoi donare l’immortalità a lord Alidan? »

A quella domanda non le era stata fornita risposta. La fenice, silente, si era rifiutata di rispondere ad ulteriori questioni, a nuovi dubbi, ad ogni sforzo compiuto dalla mercenaria per indicare una via alternativa al di lei sacrificio: la decisione da parte della creatura era stata presa ed ella, volente o nolente, avrebbe dovuto compiere tale gesto blasfemo, se non per fiducia almeno per rispetto.
In realtà la fiducia non era mancata in Midda nel momento in cui la di lei spada si era levata alta sopra di lei, per poi abbassarsi con violenza fra quelle fiamme, venendo accolta da esse senza opposizione alcuna, senza tentativi d’evasione: la fenice era molto più di una normale creatura, era forse realmente un principio universale di creazione, essenza stessa dell’universo, addirittura divinità più che semplice figlia di dei, e la donna guerriero, nell’abbraccio di comunione con essa, aveva compreso di non poter mettere in dubbio alcuna parola offertale. E così, silente, ella aveva assistito ad un bagliore accecante nel quale il corpo infuocato dell’uccello mitologico si era consumato, simile alla fiamma di una candela ormai completamente sciolta: da quel lampo di luce un uovo era stato generato, nel seguire il mito, nel rispettare ogni voce che ella avesse mai udito a riguardo, un uovo che delicatamente le si era offerto innanzi, esattamente dove prima era essa.
Quell’uovo era ora trasportato con delicatezza fra le di lei mani, con cura non inferiore a quella che si sarebbe offerta ad un neonato: grande quasi il doppio di quelli consueti di gallina, esso si mostrava con una superficie liscia ed appena rosseggiante, emanando un calore inconfondibile dal proprio nucleo, nella vita che non aveva abbandonato quell’involucro ma che in esso sarebbe tornata a risplendere con maggiore forza, con maggiore energia.
In una silente processione, la Figlia di Marr’Mahew trasportò così il proprio prezioso carico osservando sentimenti contrastanti riprendere ad animare le fila dell’accampamento della Confraternita del Tramonto: non sapeva quanto tempo fosse trascorso da quando era entrata nel tempio, ma la fenice aveva confermato che i bambini erano ancora in vita e questo era tutto ciò che le interessava sapere. Negli sguardi di tutti gli uomini e le donne che attorno a lei si accalcarono questa volta poté trovare chiaro stupore, rispetto e, forse, anche timore per colei che non sembrava poter conoscere ostacoli, non sembrava poter trovare limiti. Se il giorno prima essi l’avevano accolta osannando al pensiero che ella avrebbe evitato nuove stragi fra loro, in quel momento non seppero più cosa pensare, non seppero più che pensieri formulare: nessuno fra loro, ovviamente, aveva mai veduto un uovo di fenice, così come nessuno aveva mai veduto la creatura che esso aveva generato e che da esso sarebbe stata rigenerata, ma ciò nonostante nessuno pose dubbi, nessuno offrì incertezze di fronte alla vista di ciò che ella portava fra le mani, custodendolo preziosamente.
La notizia del ritorno della donna guerriero attraversò in breve tempo l’intero campo, attirando ogni curiosità, ogni interesse, ogni persona verso lo spiazzo centrale, il luogo ove già Midda aveva avuto modo di confrontarsi con il suo ricattatore mascherato da mecenate: la storia di cui tutti avevano visto l’inizio, si sarebbe presto conclusa, in un modo o nell’altro.

« Vecchio! » richiamò a gran voce la mercenaria, arrestando il proprio cammino e guardandosi attorno « Vecchio… vieni fuori! »

E lord Alidan non tardò a mostrarsi, avanzando lentamente verso il punto d’incontro, sempre facendo gravare il proprio peso sul bastone senza il quale ormai gli sarebbe stato impossibile pensare di camminare, pensare di muoversi. Sul di lui volto era evidente un’emozione priva d’eguali, un’eccitazione incomparabile per l’oggetto che finalmente distingueva chiaramente, per quell’uovo che, da troppo tempo ricercato, ora gli si offriva di fronte tanto apertamente.

« Mia carissima Midda, luce del mio mattino. » esclamò l’uomo, aprendosi in un largo sorriso « Non ho mai avuto dubbi in merito alla riuscita di questa missione da parte tua… del resto dopo tutto ciò che hai vissuto sarà stata una passeggiata per te, immagino. »
« Vecchio, smettila di infastidire il mio udito con le tue vane parole. » comandò ella, con tono fermo ed energico, stringendo i denti nell’osservarlo « Ed ordina, invece, alla marmaglia che da te dipende di recarmi gli ostaggi, i bambini da te tenuti prigionieri. »
A quella durezza da parte della mercenaria, lord Alidan storse le labbra verso il basso, cambiando espressione e mostrando stizza per un simile tono, per quel comportamento tanto audace a lui rivolto.
« Fallo. » sussurrò, quasi, la donna, lasciandosi comunque udire « O questo uovo diverrà la più preziosa frittata del mondo conosciuto. » aggiunse minacciando, nel tendere ora l’uovo davanti a sé, adagiato fra le dita di metallo della su mano destra, pronte a contrarsi senza esitazione.

Il tempo dei ricatti era concluso: ora avrebbe guidato lei i giochi.

domenica 6 luglio 2008

178


E
ffimera fu la gioia, l’acclamazione, la fiducia dimostrata dai membri della Confraternita del Tramonto verso Midda.
Tale sentimento, invero, era stato unicamente conseguenza della speranza di non dover ulteriormente affrontare le insidie del tempio sotterraneo, all’interno del quale tutti avevano visto morire troppi compagni e tutti rischiavano di doverli seguire, a propria volta, in quel medesimo destino. Nessuno fra loro si sarebbe mai tirato indietro di fronte all’ordine di un superiore, anche laddove i desideri del mecenate non avessero trovato il loro favore: all’interno della Confraternita, l’insubordinazione era una delle colpe peggiori delle quali un membro poteva macchiarsi, trasformandosi automaticamente in un traditore e, pertanto, in un condannato davanti agli occhi di tutti i propri compagni. Quello era uno dei prezzi da pagare per essere parte dell’organizzazione, un prezzo che tutti erano stati ben disposti ad accettare al momento in cui si erano uniti ad essa: di fronte alla morte certa rappresentata dal santuario celato sotto la rocca di Korya, però, le alternative offerte ad ognuno di loro sembravano così ristrette, così obbligatoriamente convergenti verso la fine della propria esistenza, da non rendere tale incarico gradevole agli occhi di alcuno ed, in conseguenza di ciò, da portare tutti ad acclamare con entusiasmo colei che giungeva proponendosi come conquistatrice di quel tempio, la fama della quale rendeva quasi certo il successo in quell’impresa.
Ma quando ormai le ventiquattro ore imposte da lord Alidan per il conseguimento della missione erano agli sgoccioli, ogni fiducia nella donna guerriero era ormai perduta, nella triste consapevolezza che anche lei doveva essere perita nel confronto con le trappole mortali di quel luogo. Tale insuccesso avrebbe portato a due eventi, distinti fra loro ma uno meno piacevole dell’altro: il primo sarebbe stato l’uccisione dei bambini rapiti, i quali nelle coscienze di molti mercenari non sarebbero potuti essere sterminati con così freddo sadismo come invece era loro richiesto da quella circostanza; il secondo sarebbe stato la ripresa da parte loro dei tentativi di espugnare quella fortezza sotterranea, con nuove perdite, nuove morti.

« Siamo quasi alla scadenza, lord Alidan… » comunicò uno dei superiori in grado di quel contingente della Confraternita al proprio mecenate « Desideri che i bambini vengano condotti qui per l’esecuzione? »
« No. » rispose stancamente il nobile, seduto composto su una sedia in mogano scuro e velluto rosso, al riparo nella propria vasta e lussuosa tenda « Per quanto possiate credere, non sono così assetato di sangue da voler assistere alle loro morti. »

Lo sguardo dell’anziano si sospinse oltre l’ingresso aperto della tenda, posto in direzione della salita alla rocca ed al tempio lì celato, forse sperando, più per se stesso che per altri, di veder comparire improvvisamente la mercenaria su quel selciato, su quel sentiero: laddove anche una donna della fama di Midda Bontor avesse fallito in quella missione, in quel recupero, drasticamente si sarebbero ridotte per lui le possibilità di riscontrare successo nel proprio obiettivo, di impadronirsi di un uovo di fenice ed, attraverso esso, di superare incolume la triste fine che il fato gli aveva riserbato.

« Uccideteli dove si trovano ora e, poi, sbarazzatevi dei loro inutili corpi. » sentenziò il mecenate, chinando appena lo sguardo, senza alcun apparente sentimento per l’ordine appena impartito « La mia non vuole essere crudeltà, quanto benevolenza nei riguardi di quelle giovani creature: che futuro potrebbe loro riservare questo mondo se non sofferenza e morte? »
« Sarà fatto, lord Alidan. » annuì il gerarca della Confraternita, inchinandosi appena prima di lasciare quella tenda.

Lord Alidan aveva davvero creduto in Midda Bontor, aveva davvero riposto la propria fede in lei, in quella donna capace di veri miracoli nel sopravvivere ad ogni male, ad ogni sorte avversa: non poteva negarsi di essersi probabilmente anche infatuato di ella, ma non tanto per un corpo senza dubbio attraente, quanto per la di lei forza vitale, per quell’energia che ad egli mancava e che sperava di poter riconquistare attraverso quell’uovo maledetto. Evidentemente, però, anche le ballate eroiche, anche le leggende più stupefacenti dimostravano i propri limiti nel confronto con la cruda realtà e così anche quella semi divinità quale ella era apparsa per molto tempo ai suoi occhi aveva conosciuto l’onta della sconfitta.

« Addio Midda Bontor. » commentò con una lieve nota di amarezza in tali parole « Ho creduto in te ma la mia fiducia era stata mal riposta, purtroppo, e per te non vi è stata possibilità di sopravvivenza. »
Poi, rivolgendosi ad un altro uomo vestito di rosso presente in silenzio nella sua tenda, comandò con fredda determinazione: « Convoca i tuoi superiori: prima di sprecare le vostre vite in quel tempio ho ancora un paio di nomi da porre in questa partita. »
« Sì, lord Alidan. » rispose prontamente l’altro, lasciando poi la tenda.

I tempi in cui essi vivevano erano severi e richiedevano soluzioni altrettanto intransigenti da parte di uomini che, come lui, fossero stati in grado di osservare con il giusto metro di valutazione la realtà ed i suoi principi, comprendendo di avere il dovere morale di piegare ai propri desideri, ai propri scopi tanto una quanto gli altri: gli dei avevano concesso alla sua mente la forza, la lucidità, la coerenza per compiere ciò che la maggior parte delle persone non avevano coraggio di ipotizzare, per il perseguimento dei propri obiettivi, e da parte sua sarebbe stato un insulto a tutti le divinità rifiutare il ruolo assegnatogli. Nel suo destino era l’uovo di fenice, nel suo futuro era l’immortalità che esso gli avrebbe concesso, il potere supremo che alcun gioiello incantato, alcuno scettro magico, alcuna negromanzia avrebbe mai potuto eguagliare. Non per il potere secolare, non per la sete di dominio erano i di lui sforzi in tal senso, nel momento in cui l’idea stessa di regno o di impero avrebbe perso di significato in confronto all’eternità che presto sarebbe stata sua: i sovrani più potenti sarebbero comunque morti, gli imperi più vasti si sarebbero comunque dissolti come polvere nel vento, mentre lui sarebbe ancora rimasto lì, immobile ed immemore, ad osservare il mondo come un dio. Egli non stava percorrendo quel cammino per il dominio dei popoli, per la conquista dei tre continenti e delle loro ricchezze, ma semplicemente e incredibilmente perché esso era il proprio destino.
Midda Bontor forse era morta, ma altri nomi non meno importanti, non meno leggendari rispetto al suo sarebbero stati lì condotti per esaudire quel compito, per recuperare quell’uovo, avesse dovuto per questo spendere fino all’ultimo grammo d’oro che possedeva nel comandare alla Confraternita del Tramonto nuovi uomini, nuovi mercenari per sterminare ed assoggettare chiunque a lui fosse stato necessario.

« Mio signore! » esclamò una vedetta, giungendo con l’affanno di una folle corsa all’ingresso della sua tenda « Mio signore, lord Alidan! La mercenaria… Midda… è tornata! »

Distogliendosi dai propri pensieri a quell’annuncio, lo sguardo del mecenate si portò immediatamente alla rocca che fino a pochi istanti prima aveva speranzosamente osservato, trovando nel sentiero che da essa discendeva verso il loro accampamento l’immagine, sfocata ai suoi occhi, della donna guerriero ormai data per morta, la quale, con fierezza di movimenti, con schiena eretta ed un magnetico carisma privo di eguali, stava portando i propri passi con il ritmo costante e sicuro della vittoria, del successo.

« Cagna maledetta! » sorrise con entusiasmo il nobile, nell’osservarla « Presto… ferma l’esecuzione degli ostaggi: non sarebbe gradevole scontentare la nostra amata eroina nel momento del suo tripudio! »

E mentre la vedetta scomparve ancora di corsa, lord Alidan si alzò dal proprio sedile per muoversi a fatica verso l’uscita della propria tenda, cercando di sforzare il proprio sguardo a mettere a fuoco quell’immagine, ad osservarla con cura per individuare l’oggetto da lui tanto cercato, l’uovo che per lui avrebbe significato vita ed immortalità.

sabato 5 luglio 2008

177


[Passo 42]

Il solo pensiero di compiere un simile gesto risultava essere folle alla mente della Figlia di Marr’Mahew, al suo raziocinio. Mai si era posta dubbi o remore di sorta nell’affrontare creature leggendarie, che il mito voleva essere nate da atti creativi degli stessi dei: nel proprio pragmatico rapporto con la fede, con la religione ed il misticismo, ella aveva sempre ignorato le eventuali offese arrecabili agli dei di fronte ad un simile atto, ad una simile blasfemia, soprattutto quando a spingere la di lei mano, il di lei braccio, era il proprio spirito di sopravvivenza o la ricerca del completamento della propria missione, nel desiderio di dimostrare a se stessa la propria virtù guerriera. Così come non si era mai posta dubbi ad eliminare i propri nemici umani, laddove nella morte di essi avrebbe trovato più valore che nel loro mantenimento in vita, mai aveva indugiato nell’annientare l’esistenza di esemplari unici, forse estinguendo specie anche antiche di secoli, se non di millenni, con assoluta freddezza, totale distacco. Ma in quell’occasione tutto era diverso, tutto era troppo diverso e la creatura che stava fronteggiando, che davanti a lei, sopra di lei, si ergeva magnifica e lucente, andava oltre un semplice ippocampo, una gorgone, un’idra o altri esseri simili. Forse era lei ad essere stanca, forse stava iniziando a diventare troppo vecchia per quel mestiere, così come Ebano aveva compreso molti anni prima, ma dentro di sé era certa di non voler offrire danno ad una simile bestia, anche laddove le fosse stato possibile effettivamente colpirla, ferirla o, addirittura, ucciderla.

« Non posso. » sussurrò a denti stretti, a labbra quasi serrate mentre avvertiva i propri occhi colmarsi di lacrime.

Dolore nel di lei cuore, pena e frustrazione per la condanna che sapeva star imponendo sui bambini rapiti, su H’Anel e M’Eu che, privi di ogni colpa, già avevano visto a causa sua strappato alla vita il padre adorato, l’unico genitore ancora rimastogli, e che presto, per la sua inadempienza, per la sua incapacità a portare a termine il proprio incarico, avrebbero perduto anche la propria vita. Avrebbe voluto, avrebbe desiderato con tutta l’anima essere in grado di levare la propria lama dagli azzurri riflessi contro l’avversaria, ma non riusciva, non poteva, non voleva: se solo essa si fosse ribellata contro di lei, se solo l’avesse attaccata, l’avesse offesa, le avesse dato la benché minima ragione di opporsi, di respingerla, forse avrebbe potuto dimenticare i valori di vita, di speranza che in quel fuoco rilucevano. Ma così no. Così non poteva.

« Attaccami! » gridò, con tono tremante, quasi isterico, piegato dalla stanchezza fisica e mentale per tutto ciò che aveva subito fino a quel momento « Attaccami razza di animale! Ghermisci le mie carni con i tuoi artigli, con il tuo becco aguzzo… straziami! »

Ma la fenice sembrò non offrire peso a quelle grida, sembrò non voler prestare attenzione a quegli insulti: superiore all’intera realtà che la circondava, essa restava ad osservarla, impassibile, immobile, meravigliosa e lucente, imperscrutabile nei propri grandi e profondi occhi neri, forse incuriosita da quell’essere umano tanto bizzarro, che aveva attraversato i pericoli del santuario eretto attorno a sé all’unico apparente scopo di giungere lì per gridare e piangere.
Estraendo la propria lama in un gesto d’ira, contro di sé e contro i propri stupidi limiti più che contro l’animale o il fato, la donna guerriero crollò in ginocchio a terra, scoppiando in lacrime come raramente si concedeva di fare, nel seguire gli insegnamenti di una vita forse troppo severa con lei.

« Ho fallito… » sussurrò, coprendosi gli occhi con la mano destra, mentre la sinistra abbandonava inerme a terra la spada, scuotendo il capo con triste desolazione « Ma’Vret… che tu possa perdonarmi… ho fallito… »

Solo a quel punto l’uccello di fuoco, rimasto fino a quel momento distaccato da quegli eventi, si levò in aria, con una grazia priva di eguali, con un movimento che fece assomigliare quel volo ad un semplice sospirò, un lieve soffiare del vento nel quale esso trovò trasporto per giungere delicatamente di fronte alla donna che non voleva essere sua nemica.

Prosegui con il [Passo 43].

[Passo 43]

Ignorando ormai tutto attorno a sé, Midda restò a lungo con il capo chino, la schiena curva e le braccia inermi fra le gambe piegate sotto di lei, aperte verso i lati: privata di ogni desiderio di vita, di ogni ragione d’esistenza, dal proprio insuccesso, dal proprio fallimento, ella si sentiva pronta a lasciarsi andare, a perdersi in quel luogo per sempre. Neppure nell’attraversare con sofferenza la sala antecedente a quella, nel sentire strapparsi nel dolore donato dal calore della lava ogni energia dal corpo, ogni possibile lucidità dalla mente, ella era stata tanto sconfitta, tanto colpita come in quel momento: non solo i di lei corpo e mente erano ora spenti, ma anche i di lei cuore ed anima stavano lasciandosi andare. Troppe morti gravano su di lei, la responsabilità di troppe vite pesava nel di lei passato e presente, non tanto per quelle che aveva volutamente terminato, ma per tutte le vittime colpevoli unicamente di esserle state vicine, di aver condiviso un tratto del suo lungo cammino d’esistenza: Ma’Vret e i suoi figli erano stati, in ciò, la proverbiale goccia che aveva trasbordato il vaso, ponendola così priva di nuova determinazione. Se solo avesse avuto maggiore cinismo, esso le avrebbe permesso di superare quel momento, di sollevare le spalle e pensare che nulla poteva ormai compiere per loro: ma una simile giustificazione poteva valere per un vile, non per lei.

“Non provare dolore…”
Gli occhi della mercenaria si sbarrarono di colpo a quelle parole, le quali affiorarono nella di lei mente senza, però, appartenerle, senza essere state da lei cercate o da lei volute: « C-cosa? »
“Non provare paura…”

Lo sguardo della donna si levò di colpo, ancora rosso di lacrime e di stanchezza, a focalizzarsi sulla fenice, di fronte a lei, posta ora con le ali conserte lungo i propri infuocati fianchi in un gioco di fiamme e luce tale da non permettere di distinguerle: neri e profondi furono nuovamente gli occhi dell’animale a lei rivolti, colmi di una consapevolezza cosmica assoluta, per la quale ella non poté che provare reverenza e timore.

« Sei tu? » domandò incerta, con tono appena udibile, nel rivolgersi alla creatura « Tu… parli? »
“Sono io… e sono in grado di comunicare con te, seppur attraverso canali ben diversi da quelli a cui sei abituata, Midda Bontor.” confermò la fenice, ancora trasmettendo quelle parole, quei suoni che tali non erano nella di lei mente, senza coinvolgere il suo udito in tutto ciò.
« Sai il mio nome? » chiese nuovamente, incerta, indecisa in quell’improvvisa ed inattesa evoluzione degli eventi.
“Da quando ti conosco ho avuto modo di apprendere molti aspetti interessanti della tua esistenza e del tuo animo.” rispose nuovamente in modo affermativo l’animale, continuando ad osservarla con tranquillità.
« Eppure sono qui da pochi minuti! » cercò di controbattere la donna, ammettendo incomprensione per quel discorso, per quelle frasi.
“Pochi minuti, poche ore, un’intera esistenza: per me non vi è molta differenza.” spiegò pazientemente l’uccello di fuoco, prima di aprire le proprie ali attorno al di lei corpo, in una sorta di abbraccio materno.
« Cosa fai?! » esclamò la mercenaria, turbata da quel gesto, da quel movimento inatteso, per un istante cercando nuovamente contatto con la propria arma, pur consapevole che nulla avrebbe ugualmente osato.
“Non avere timori.” suggerì la fenice, chiudendo delicatamente le proprie ali di fuoco attorno al di lei corpo “Non morte troverai nel mio calore, nelle mie fiamme, ma riposo, ristoro e vita.

Ciò che Midda provò a seguito di quelle parole fu indescrivibile: non dolore, angoscia o pena per quel fuoco che avrebbe potuto e dovuto annientarla, quanto pace, sollievo, gioia, piacere, in un crescendo turbinoso di emozioni positive, ricche di speranza, come poche volte si era concessa di provare, come raramente il destino le aveva permesso di vivere. Ogni male che gravava sul suo corpo e sulla sua mente, che offuscava suo cuore ed il suo animo, sembrò sparire in quella luce, fra le ali di fuoco della fenice, come se essi fossero tutto ciò che da lei poteva venir bruciato, distrutto, annientato: le ferite e la stanchezza apparvero come ricordi lontani, appartenenti ad una vita passata, ad un’esistenza ormai distante da quella nuova e meravigliosa che avvertiva esserle stata donata. Ed in tale sensazione, in tale emozione, in tale esperienza, ella comprese che, qualsiasi fosse l’origine di quella creatura, qualsiasi fosse la sua natura, divina o no, tutto ciò che aveva sentito narrare a riguardo corrispondeva al vero e che nessun altro essere al mondo avrebbe mai potuto essere simbolo di creazione e di speranza più di essa.
Quando alla fine la fenice riaprì nuovamente le proprie ali, ritornando quieta davanti a lei, la mercenaria avvertì un’energia rara e preziosa nelle proprie membra, ritrovando il proprio corpo completamente guarito, integralmente ristorato dal dono unico di vita che le era stato concesso dalla creatura a cui lei avrebbe dovuto portare morte. Si sentiva ed effettivamente era sana e riposata, come se alcuno fra tutti gli eventi di quell’ultima settimana, o di quegli ultimi mesi, avesse avuto modo di pesare su di lei.

“Avrei potuto rimediare anche alla tua cicatrice ed al tuo braccio, restituendo piena bellezza al tuo viso e vita al tuo arto, ma so che non lo desideri, perché per quanto io possa ora averti restituito pace ancora lungo è il cammino che ti riservi di compiere prima di concederti il riposo che meriti.”
A quelle parole, la donna chinò il proprio sguardo per osservare la mano destra, metallica, ed il riflesso del proprio viso su di essa, con lo sfregio che ne deturpava il lato sinistro: per un istante si concesse dubbio, si propose domande in merito a quanto stava rinunciando, ma poi annuì a quell’affermazione, consapevole della ragione nelle parole a lei proposte.
« Grazie. » sussurrò sincera « E’ così. »

venerdì 4 luglio 2008

176


[Passo 40]

Per quanto accurate potessero essere state tutte le rappresentazioni fino a quel momento offerte allo sguardo della donna guerriero, nessuna poté effettivamente essere giudicata degna del modello a cui si erano ispirate, laddove impossibile sarebbe stato catturare lo spirito indomito, meraviglioso, unico di quella creatura.

« Thyres… » sussurrò sbarrando gli occhi.

Posta in cima al vulcano, essa si erse possente, inizialmente in tranquilla indifferenza verso l’intrusa forse non vista, poi spiegando le proprie larghe ali nell'accorgersi dell'ospite, quasi a volerle rendere conto in tale gesto della propria forza, del proprio potere, della propria stessa natura: incredibile la sua essenza, apparentemente di fuoco puro, come se alcun corpo la costituisse al di fuori delle fiamme vive, incontrollate ed incontrollabili, che ardevano illuminando l’ambiente come un faro nel mare; stupefacenti le sue dimensioni, con un'apertura alare che non sembrava conoscere reale conclusione, perdendo i propri confini nell'aria infuocata di quella cavità; inimitabile la sua forma, non simile a quella di alcun altro animale, di alcuna altra creatura pur richiamando in sé aspetti caratteristici di molti diverse specie, aquile, cigni, pavoni, come ad essere un'opera definitiva dell'intero Creato, come a voler raccogliere in sé ogni pregio, ogni valore, ogni vantaggio escludendone a priori i difetti. Due grandi e profondi occhi oscuri erano quelli rivolti nella direzione della mercenaria, forse per studiarla, per analizzarla, per osservarla con interesse, con curiosità o, più banalmente, con diffidenza: impossibile risultava infatti comprendere quali fossero pensieri di quell'essere laddove esso si poneva in un contesto tanto diverso da quello di lei, tanto opposto a quello umano, probabilmente trascendente ad ogni creatura mortale nell'immortalità che, in quel momento, ella non si sentiva di mettere in dubbio, di negare. Osservare la fenice era forse la cosa più vicina, più prossima all'essere posti al cospetto di una divinità e, nonostante tutti gli sforzi, tutta la fatica, tutto il dolore che aveva attraversato fino a quel momento solo per giungere in quel luogo, in quel tempio, la donna si sentì come blasfema nell'offrirsi davanti ad essa, nel porsi in maniera tanto volgare a tale cospetto. Di certo, se fosse sopravvissuta a quella missione, mai in futuro avrebbe potuto definire la fenice come "y'shalfica": dopo aver avuto la possibilità di essere in quel luogo, in quel momento, sarebbe risultato quale un insulto, una vera bestemmia, in quanto alcun attributo di appartenenza territoriale avrebbe mai potuto essere imposto ad una simile essenza, soprattutto da parte di una cultura limitata e primitiva come quella umana.
Ma nonostante simili considerazioni, nonostante la naturale adorazione, il rispetto assoluto che dal di lei cuore sentiva emergere verso ciò che le stava di fronte, la donna guerriero dovette imporsi di riportare il proprio pensiero alla missione che le avevano assegnato, al dovere che avrebbe dovuto compiere: il di lei incarico prevedeva la consegna a lord Alidan di un uovo, un uovo grazie al quale egli avrebbe potuto violare i limiti della carne, la stessa mortalità umana, per ergersi allo stato di un dio. Un uovo che, al di là di ogni possibile fede, al di là del voler dare spazio o meno a miti tanto assurdi, avrebbe rappresentato la salvezza degli ostaggi della Confraternita del Tramonto. Un uovo che lei avrebbe dovuto trovare nelle viscere di quei sotterranei, nel luogo in cui era ora, là dove fin da epoche remote la fenice era venerata e protetta. E laddove tale creatura si ergeva di fronte a lei tanto possente e magnifica, tanto vitale, risultava evidente una terribile verità, una conseguenza fatale per l'adempimento del di lei mandato: al fine di poter entrare in possesso di un uovo, ella avrebbe dovuto fronteggiare e terminare la divina manifestazione alla quale i di lei stessi occhi volgevano in quel momento la propria attenzione, avrebbe dovuto levare la propria spada contro il fuoco dell’immortalità nel tentativo di estinguerlo e costringerlo ad una rinascita.
Avrebbe dovuto uccidere una fenice.

Se vuoi che Midda si getti a testa bassa nello scontro con la fenice, vai al [Passo 41].
Altrimenti prosegui al [Passo 42].

[Passo 41]

« Che Thyres mi possa perdonare. » sussurrò la donna, socchiudendo gli occhi.

Diverse erano state le occasioni in cui Midda aveva compiuto azioni di cui persino ora, dopo lunghi anni, non riusciva ad andare fiera: a volte in conseguenza di un obbligo impostole dal fato avverso altre, peggio, unicamente nel conseguimento di una ricompensa promessale, di un prezzo pattuito. Se contro le prime nulla le era mai stato concesso opporre, nel corso degli anni ella non si era più macchiata delle seconde, acquisendo esperienza, imponendo la propria forza ed il proprio coraggio sopra chiunque a lei avesse provato ad offrire violenza fisica o psicologica, mecenate o non, diversamente da molti altri mercenari secondo i quali la logica ricerca del profitto si doveva imporre sopra a qualsiasi altro principio nel mantenimento del proprio ruolo, di quella professione di vita.
Per la coscienza che ella si era riservata di mantenere, per il libero arbitrio per difendere il quale ella aveva tanto lottato, quel giorno, in quel sotterraneo, ella sentì venir meno una parte di sé, forse la parte più importante, nello sfiorare la propria spada, la propria arma, con l'ipotesi, con il pensiero, con la consapevolezza che avrebbe dovuto estrarla e levarla contro la fenice. Ovviamente ella sapeva di non avere altre possibilità, di non poter ipotizzare evasione, fuga da quella tragica sorte, nella quale altrimenti sarebbero risultati condannati tutti i bambini rapiti fra i quali i figli di Ma'Vret, gli unici eredi, l’unica speranza di immortalità per l’uomo che fra le sue braccia era morto amandola: tale chiara cognizione della situazione, però, non la poteva far essere tanto ipocrita con se stessa dal negarsi la tremenda sensazione di morte che avvertiva nel proprio cuore al portare la mancina all'impugnatura della spada: avrebbe preferito mille volte utilizzare quella lama contro il proprio stesso corpo piuttosto che gettarne il vigore, la forza, il tempro contro qualcosa di tanto superbo, soprattutto conscia di star compiendo tutto ciò unicamente in conseguenza di ignobile e letale ricatto, di una violenza che lei stessa stava subendo. Nella vita solo i figli viziati e capricciosi di ricchi genitori si potevano permettere di rifiutare un destino avverso a prescindere da ogni conseguenza, da ogni responsabilità, non piegando il capo di fronte ad un lavoro che pur non desiderato, non gradito, il fato poteva richiedere loro di svolgere: ella non era mai stata né mai si era sentita tale, capricciosa o viziata, e per questo avrebbe portato a termine la propria missione, anche se in essa la di lei anima molto probabilmente sarebbe stata dannata per l'eternità.
Le vite che da lei dipendevano valevano indubbiamente quel sacrificio, da parte sua e da parte della fenice.

« Preparati a morire... Figlia di Gorl! » gridò con le lacrime agli occhi.

In quelle parole, Midda estrasse fulminea e decisa la propria spada, per iniziare ad arrampicarsi lungo il crinale di quel vulcano in miniatura, poggiando con ira, contro sé stessa, contro il destino e contro lord Alidan, i propri piedi su quel misto di marmo e pietra lavica, a testa bassa, in una felina posizione carica predatrice, come se ella fosse un gatto e la fenice di fronte a lei un passerotto innocente destinato a divenirne cena, pasto prelibato. Ma assurdo era quel paragone, improbabile ed impossibile quella metafora: non preda sarebbe potuta essere quella creatura leggendaria, quel mito incarnato nel fuoco puro, scintilla della creazione, nonostante la fama cresciuta e maturata attorno alla donna guerriero ed alle sue fenomenali imprese. Per quanta abilità ella avesse potuto possedere, per quanta forza avesse potuto essere nelle di lei membra, ella non avrebbe mai raggiunto il livello di combattività necessario a rappresentare non tanto una minaccia ma, almeno, una competizione per quell'avversario, anche laddove il riposo avesse anticipato quello scontro al posto di ciò che invece era occorso, delle troppe prove che aveva dovuto affrontare.
Uno scontro dall'esito già segnato, pertanto, in una fine che non avrebbe mai potuto vederla come vincitrice, che non avrebbe mai potuto ammirarla come conquistatrice, ma di fronte al quale ella non era disposta a ritrarsi: non per la fama, non per la gloria, non per il denaro, come era stato altre volte nella di lei esistenza, ma solo per la salvezza delle vite che da lei dipendevano.

« Perdonami… » sussurrò Midda, rivolgendosi alla propria stessa avversaria, invocandone la pietà.

La fenice non offrì la benché minima mossa a quel gesto d'offesa, non accennò alcuna reazione alla di lei carica contro di sé, restando immobile, ad osservarla, a contemplarla non diversamente, forse, da come la donna aveva compiuto prima nei di lei confronti. Non la temeva e non aveva ragioni per farlo, così come non avrebbe temuto alcun avversario in quel santuario a sé dedicato: ciò nonostante non poteva evitare di offrire ad ella la propria attenzione, interrogandosi forse su cosa avrebbe potuto spingere ad un gesto tanto insano una persona, alla fine certa una donna mortale, slanciata in lacrime contro di sé, brandendo con ira la lama ma non rivolgendo alla propria avversaria tale sentimento. Essa restò immobile fino a quando Midda non le fu di fronte, rivolgendo occhi azzurro ghiaccio nei suoi neri, in un incontro fra anime tanto diverse eppur, forse, tanto simili: due avversarie che non si vedevano come tali, due nemiche che non si percepivano in simile maniera, due destini che si stavano incrociando in un istante fuggevole.
E la mano della mercenaria indugiò, nel levarsi per offrir fendente contro l'uccello di fuoco: la spada alta nell'aria appariva pronta per il colpo di grazia, un gesto che probabilmente non sarebbe mai potuto andare a termine ma che, inevitabilmente, non avrebbe voluto evitare di tentare, quando la di lei mente, il di lei animo, il di lei cuore ed il di lei corpo si rifiutarono di proseguire oltre, negando quella blasfemia, tremando visibilmente e lasciandola crollare in ginocchio lì di fronte, a piangere amare lacrime di sconfitta.

Prosegui con il [Passo 43].

giovedì 3 luglio 2008

175


[Passo 38]

Ogni piede di distanza conquistato verso il basso, in quell'estenuante e difficile discesa, in quella lotta continua contro un calore estremo, insopportabile oltre ogni umana possibilità di accettazione, vide la donna guerriero sempre più sofferente, sempre più stremata: l'idea che inizialmente nella sua mente si era formata, la concezione che aveva veduto quella strada laterale come in qualche modo protetta rispetto al ponte centrale, stava venendo meno, nella convinzione sempre più forte, sempre più aspra, di essersi cacciata in una pessima situazione di improbabile uscita. Ma proprio quando le speranze sembravano essere completamente infrante contro l'amarezza di una realtà avversa, quando il di lei corpo stava ormai abbandonando il controllo sulle proprie membra e la di lei mente stava osservando il proprio senno scivolare lentamente verso quella fornace divina, un'improvvisa ed imprevedibile corrente fresca la colpì in pieno viso, facendone rabbrividire la pelle al punto tale che non in un solo punto della propria superficie coperta e scoperta essa si presentò non increspata.

" Thyres! " gioì in un'esplosione di sincero stupore, non riuscendo quasi a credere a ciò che la stava così refrigerando in quella distanza tanto minimale dalla lava, accogliendo comunque con estrema felicità quel dono inatteso, ormai insperato " Avevo ragione... avevo ragione! "

Nell'improvvisa distensione psicologica, oltre che fisica, derivante da quella brezza, le di lei gambe si piegarono incontrollate, lasciandola ricadere in ginocchio sul gradone che aveva raggiunto, uno degli ultimi in discesa, a godere di quella frescura, di quella brezza tanto piacevole, tanto gradevole, tanto amabile, per lei in quel momento più di qualsiasi possibile compagno maschile, più di qualsiasi arma, più di qualsiasi altra cosa al mondo. Nulla avrebbe potuto avere ancora un significato al di fuori di quel vento, laddove la felicità pura per quell'aria in movimento, quella fresca aria in movimento, rendeva vana ogni alternativa, ogni altra proposta: avrebbe forse potuto perdere anche la concezione del tempo in quel punto, smarrire ogni interesse nel crogiolarsi sotto le carezze offerte da quella corrente, se non fosse stato per la sopravvenuta, tanto rapidamente quanto improvvisamente esso aveva avuto inizio, fine di tale sogno. L'aria fresca che un istante prima accarezzava la sua pelle, donandole godimento nel contrasto con il calore accumulato, si trasformò così in un tremendo soffio incandescente, che ne segnò la pelle appena rinfrancata, appena riposata nel contatto ora perduto: ciò che le aveva offerto speranza di vita ora si propose rivoltandosi contro di lei come una certezza di morte, tanto ne bruciava l'epidermide, essiccandone la superficie, ustionandone le carni.

" Maledizione! " gemette cercando di proteggersi il viso e lo sguardo da quell'aria rovente, tanto caldo da poter temere addirittura di perdere la vista in esso.

Trascorso appena il tempo scandito da pochi battiti del di lei cuore, quella tortura trovò una nuova e repentina conclusione, trasformandosi ancora una volta in un delicato e refrigerante sollievo quasi consolatorio, come se a lei volesse altresì domandare scusa per quanto occorso, per l'isteria di quella temperatura tanto contrastante. Ma prima ancora che la di lei mente si potesse coscientemente porre dei dubbi, delle domande, delle questioni in merito a come o perché stesse accadendo tutto ciò, il di lei corpo si ritrovò slanciato in avanti, seguendo un chiaro istinto di sopravvivenza: qualcosa, infatti, le suggeriva una ritmicità in quell'alternanza, in quel passaggio da refrigerio ad incandescenza, tale per cui troppo poco sarebbe stato il tempo offertole prima di una nuova ondata calda, intervallo che non avrebbe potuto permettersi di gettare via con leggerezza come aveva fatto fino a quel momento.

" ... sette... otto... nove... dieci! " contò a denti stretti, prima di accucciarsi su un nuovo gradone raggiunto in quella corsa sfrenata.

E come a rispondere a quel conteggio, come a seguire le indicazioni offerte dalla di lei voce, la corrente d'aria a lei frontale mutò nuovamente temperatura, tornando ad essere peggio dei più caldi venti dei regni centrali, dei deserti più inospitali, trovandola però, in questa occasione, già pronta ad accoglierla, a difendersi da essa nella posizione assunta. Dieci apparivano pertanto i secondi di tempo entro i quali quelle brezze così simili e così contrapposte sembravano concedersi il cambio e dove, per la vicinanza alla lava e per l'incandescenza di quella stessa aria ella difficilmente avrebbe potuto resistere ancora a lungo nel contrasto al nemico rappresentato dal calore, le pause, gli intervalli offerti dall'aria fresca, se sfruttati al massimo, avrebbero potuto salvarle la vita.

" ... nove... dieci! "

Al termine di quella seconda e ritmata somma di istanti temporali, l'intero sistema rispose alle di lei previsioni, concedendole una nuova tregua, un lasso di tempo sicuramente breve ma che avrebbe potuto rappresentare per la mercenaria l'unica separazione fra la vita e la morte, l'ultima frontiera su cui ancora avrebbe avuto senso combattere nella speranza di una vittoria. In una corsa disperata, una serie di balzi fra un gradone ed il successivo ormai del tutto indifferente al pericolo rappresentato dalla lava, dal magma sotto di sé, Midda si slanciò rapidamente la via offertale in quella decina di secondi, prima di dover tornare ad accucciarsi, a tentare di proteggersi dalla nuova ondata di calore.
Il periodo di calore che seguì a quella corsa, assolutamente equilibrato e rispettoso della cadenza da lei individuata, apparve alla mente della mercenaria enormemente, assurdamente lungo, spossante, nel trovare i propri polmoni privati d'ossigeno laddove il medesimo sembrava essere consumato nell'incandescenza di quell'elevata temperatura. Ma, consapevole che poco ancora le occorreva per raggiungere la salvezza potenzialmente rappresentata nel varco sulla parete di fondo, in quella via da lei tanto cercata, ella non offrì indugio alcuno, non si concesse il minimo sconforto, ed all'ennesima fredda tregua vide il proprio corpo sbalzato in avanti, nell'ultima staffetta necessaria al raggiungimento del traguardo tanto agognato, oltre il quale si gettò con furia nello scandire l'ultimo secondo a sua disposizione.

Prosegui con il [Passo 39].

[Passo 39]

Ruzzolando letteralmente nella fuga appena compiuta, la Figlia di Marr'Mahew impiegò un istante prima di ritrovare posizione eretta e prima di poter volgere il proprio sguardo al cuore del tempio sotterraneo così concessole in uno splendore accecante, una meraviglia unica ed inimitabile che probabilmente da epoche remote non era offerta ad alcuna vista mortale e che, in ciò, trovava ulteriore valore, pregio inestimabile.
Conformata in un'ampia caverna della quale risultava difficile comprendere le reali proporzioni, quella sala presentava lungo le proprie pareti sequenze incredibili di mosaici apparentemente privi di un reale inizio o di una concreta conclusione, quasi in essi fosse rappresentato e contenuto l'intero universo o, forse, quasi l'intero universo si ponesse in quello stesso luogo con tutta la propria infinita ed eterna presenza: impossibile risultava ipotizzare quanto lavoro potesse essere stato posto nell'ornare quella singola area ancor più che tutti i corridoi precedentemente percorsi, in una passione, in una fede priva d'eguali, laddove un evidente amore, una chiara passione era stata rivolta in tale operato o esso non avrebbe mai potuto essere tale. Al centro di tale spazio, ergendosi per numerose decine di piedi sopra il di lei capo e sprofondando ancora a lungo sotto il di lei corpo, era quanto di più assurdamente simile ad un vulcano sarebbe mai potuto apparire per opera umana, ammesso che tali fossero stati gli autori di tutto ciò: in un misto di pietra lavica naturale e di marmi dalle venature rossastre tipici di quell'intero complesso, infatti, davanti alla mercenaria si presentava la tipica forma conica dalla cima della quale, costante e tremendo, un moto di magma incandescente si donava allo sguardo e ad alimentare un vasto bacino posto sotto di lei, congiunto evidentemente con la sala da cui era appena evasa. Lungo i tragitti discendenti dei fiumi di lava così conformati, in percorsi che evidentemente non erano stati affidati al caso nell'essere indirizzati con tanta cura, molteplici ed ammirevoli erano i lavori architettonici lì riportati, in lunghi colonnati, in ampli portali, in statue di indescrivibile bellezza, tutti realizzati nell'ormai onnipresente marmo e tutti evidentemente rivolti al culto della fenice, in rappresentazioni costanti e mai fra loro simili della medesima, dello stesso incredibile animale lì considerato sacro e che, forse, una reale sacralità avrebbe dovuto dimostrare nell'essers
i guadagnato il diritto a tanta idolatria. Impressionante era considerare come il frutto di un coraggio incredibile, o di una follia smisurata, aveva intrecciato con sapienza ormai dimenticata l'opera mortale e quella immortale, dando vita a qualcosa che, dopo tanto tempo, dopo lunghi secoli, epoche intere forse, si offriva allo sguardo ancora meraviglioso ed ineffabile, forse eterno come gli stessi monti Rou'Farth.
Il clima, che in quell'ambiente per quanto vasto avrebbe dovuto comunque essere similare a quello della fornace di un fabbro, tale da rendere plasmabili anche le leghe più solide, si donava altresì mite, quasi temperato alla di lei pelle, in assoluto contrasto con quanto vissuto nella sala che si stava lasciando, non senza un chiaro sollievo, alle spalle: osservando meglio il panorama a lei offerto, Midda poté intuire la presenza, non immediatamente evidente allo sguardo, di almeno due larghe bocche, due vasti pozzi aperti nel soffitto di quella sala, rivolti al cielo e, forse, con il cielo stesso comunicanti nell'attraversare tutta la profondità da lei percorsa nella discesa prima affrontata. Da tali sfiatatoi, da simili condotti di areazione, doveva evidentemente filtrare l'aria fresca del mondo esterno nel prendere il posto di quella altrimenti rovente di quel sotterraneo di fuoco, creando un proprio microclima assolutamente equilibrato già non più presente all'interno della sala adiacente, da cui ella era giunta. E proprio nel mentre in cui la donna guerriero condusse il proprio sguardo a cercare le fonti d'aria utili a mantenere controllato la temperatura in quel sotterraneo, ella vide offrirsi a sé una delle immagine più incredibili della propria intera esistenza, tale per cui probabilmente mai si sarebbe scordata di quel giorno, di quella missione: la visione dell'y'shalfica fenice.

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mercoledì 2 luglio 2008

174


[Passo 36]

Se la via centrale sembrava offrire a Midda apparentemente un minor coefficiente di rischio nella maggiore lontananza dalla lava, al contempo le due alternative laterali le concedevano un chiaro beneficio del dubbio nel cercare di ipotizzarne la funzione originale: ammesso ma non concesso che i fanatici fautori di quel tempio fossero umani e mortali, sembrava impossibile considerare come simili percorsi potessero essere realmente attraversati, laddove il calore sprigionato dalla lava, dal magma, già avrebbe reso difficile la respirazione di chiunque come in quel momento rendeva quella della donna nel luogo in cui si trovava in quel momento, a distanza nettamente superiore dalla fonte di tanto ardore. E proprio in tale assoluta assenza di logica in quei tragitti, la mercenaria non poté evitare di esserne attratta, di rivolgersi ad essi con chiara curiosità: solo l'ipotesi di un'ennesima trappola avrebbe infatti potuto rendere realmente mortali quelle due vie, ma qualcosa nel profondo la spingeva a pensare alla non ulteriore presenza di ordigni letali, di dispositivi predisposti a distruggere coloro che fino a lì avrebbero spinto i propri passi. Certamente nell'escludere trabocchetti lungo i gradoni laterali, ella avrebbe dovuto non considerarne anche nel ponte principale: ciò che la preoccupava maggiormente, in realtà, non era la morte offerta da un qualche congegno in ognuna di quelle possibilità, quanto la tremenda temperatura trasportata nella corrente d'aria ascensionale, e se qualche sorta di protezione sarebbe potuta essere stata prevista a facilitare l'attraversamento di quella sala ella desiderava usufruirne.

« Thyres... » sussurrò accostandosi ai gradoni sulla propria destra.

Riponendo la propria lama nel fodero, al fine di poter ritrovare più liberi i propri movimenti, ella si accostò al bordo del soppalco, bruscamente interrotto davanti a lei nella distanza dal primo solido appoggio: brevi erano in realtà quei due piedi di distacco fra un gradone ed il successivo, tanto da non richiedere neppure l'esigenza di compiere qualsivoglia genere di salto in favore di una più semplice e tranquilla avanzata. Ognuno di quei piccoli abissi aperti sotto i di lei piedi, però, avrebbe potuto condurla inesorabilmente alle fiamme ed al calore mortale della lava, se solo si fosse concessa una minima distrazione, il più leggero incespicare: cercando di non lasciarsi traviare il pensiero da una simile ipotesi ed appoggiando la mano destra, metallica ed insensibile in questo al calore, contro la parete a lei offerta, tese il piede sinistro di fronte a sé, per compiere il primo e, forse, più difficile di una lunga serie di passi verso quel fiume incandescente.
Il calore sprigionato dalla pietra sotto di lei, sulla quale ella cercò sostegno e forza, si concesse tanto violento da spingerla quasi a ritrarsi indietro, lasciandola lottare non per breve dentro di sé per costringersi, invece, a non retrocedere, a non indietreggiare ma, al contrario, a porsi con maggiore impegno in quell'avanzata. Il piede destro, ancora sul soppalco, così, fu condotto a seguire il proprio compagno, prima di spingersi addirittura verso il gradone successivo, a raggiungere un nuovo traguardo che, nella propria ustionante presenza, non donò alcun genere di incentivo alla donna guerriero.

« Stupida! » si rimproverò, con asprezza.

Molte erano invero le ragioni per cui si riteneva meritevole di quell'insulto. Tale si sentiva per essersi fatta guidare dal proprio egoismo fino ai nomadi delle montagne, alla ricerca di un abbraccio, di un letto caldo, di un amore che sapeva non le sarebbero stati rifiutati, segnando in tal modo, però, il destino di troppe persone assolutamente innocenti nella carneficina imposta su di loro. Tale si sentiva per essersi posta in modo folle e sconsiderato all'inseguimento dei rapitori, senza considerare neanche per un istante una strategia diversa nel cercare di porre a tacere il senso di colpa che avvertiva chiaramente gravare nel proprio animo. Tale si sentiva per essersi fatta manipolare senza opporre alcuna voce da lord Alidan, creando in ciò un grave precedente su cui qualsiasi nobiluomo kofreyota avrebbe potuto cercare gioco, nel garantirsi i di lei servizi ponendo sotto minaccia persone a lei care. Tale si sentiva, soprattutto, per la scelta compiuta nel percorrere quei gradoni, portando i propri passi con troppa leggerezza ad appoggiarsi su superfici a dir poco roventi che, senza tregua, la torturavano nel ricordarle quanto inutili fossero i suoi calzari a difesa delle alte e delle basse temperature.

« Thyres... quanto sono stupida! » ripeté, con rabbia ora nella voce.

Più i di lei passi si muovevano ad inoltrarsi in quella via, a discendere in quel percorso verso il magma, e più il calore diventava sconcertante, insopportabile, piagandone la stessa pelle su tutto il corpo in mille spontanee bolle di leggera ustione, danni per il momento ancora contenibili ma che, proseguendo in quella strada, l'avrebbero forse potuta anche portare alla morte. Tornare indietro, però, non sembrava essere per lei ammissibile dove, inesorabile, continuò nel proprio cammino.

Prosegui con il [Passo 38].

[Passo 37]

Percorsi i primi novanta piedi sulla passerella, giunta praticamente a metà del percorso a lei imposto in quella scelta, la Figlia di Marr’Mahew sentì le proprie forze venir meno, ricadendo in avanti sulla pietra rovente: il calore che pur le avrebbe presto ustionato le morbide carni sembrò essere ignorato nel torpore innaturale, nella stanchezza che la dominava in quell'atmosfera pesante, irrespirabile, neppure avvertito dalla di lei mente ormai separata del corpo e dalla realtà a lei circostante laddove troppo era il dolore che viveva per poter essere umanamente elaborato, gestito, sopportato.
Quasi in una situazione di coma, più privata di coscienza che ancora dotata di senno, ella non poté negare di riconoscere la propria sconfitta, non per mano di un terribile avversario, non sotto i colpi di una propria nemesi, ma nell'ingiurioso e, purtroppo, imprevedibile destino che in quel tempio dimenticato aveva deciso per la di lei fine, per la conclusione di ogni sua impresa. Alle generazioni future sarebbe rimasto così il ricordo della caduta di Midda Bontor, annientata in conseguenza delle proprie azioni, della propria debolezza di fronte alla divina ragione che quel santuario aveva votato a creature immortali e che lei, semplice mortale, aveva come molti in passato tentato di violare senza successo.
Presto la di lei anima immortale avrebbe lasciato un corpo privo di vita, un cuore inanimato, una mente privata di ogni pensiero, per ascendere forse fra i giusti, fra i guerrieri migliori in gloria agli dei, ed a quel punto a lei sarebbe stata concessa l'occasione per offrire l'ultimo e necessario saluto a tutti coloro che aveva amato e perduto, a tutti coloro che aveva lasciato senza spiegazioni e senza apparenti ragioni, ritrovando insieme a loro la pace.

« … no... »

Un sussurro, un sussulto, che sulle di lei labbra, nelle di lei membra, vide uno spasmo di vita e di volontà ribellarsi all'ineluttabilità del destino, di quell'amara sorte a cui si stava arrendendo: con quale coraggio, con quale dignità, sarebbe potuta morire in quel modo, in quell'abbandono egoistico e vile, in quel rifiuto di confronto, di lotta, che non le era proprio?

« … no... »

Lentamente le di lei mani si contrassero, i di lei pugni si richiusero, in un'energia lentamente ritratta a sé, con semplice e pura forza di volontà, con chiaro desiderio di non lasciarsi andare di fronte a quella morte ormai scontata, a quella vita ormai sprecata: forse sarebbe veramente caduta in quel tempio, forse avrebbe veramente rimesso la propria anima agli dei entro quei sotterranei, ma se così fosse stato non sarebbe stato in conseguenza di un abbandono da parte sua, non sarebbe stato in una di lei mancanza di volontà, in una di lei arrendevolezza precoce.

« No! »

A quel terzo sussurro, ormai diventato simile ad un grido di rabbia più che di disperazione, ella si costrinse a rialzarsi, con fatica, lentamente ma inesorabilmente. Il di lei corpo, prima abbandonato, tornò ad ergersi al centro di quella sala di fuoco, quasi incarnazione dello stesso spirito dell'y'shalfica fenice da lei ricercata, quasi anch'ella fosse morta e risorta dalle proprie ceneri nella consapevolezza maturata di non voler ancora accettare la conclusione del proprio cammino.
Con tale impeto, con lo sforzo inumano da lei compiuto per tornare ad essere la sola padrona del proprio futuro, ella pose tutto il proprio impegno, tutte le proprie speranze, tutto il proprio sforzo in uno scatto felino, in una corsa sfrenata su quel ponte, senza più limitarsi nei propri timori, nelle paure umane di cadere in esso, nel dolore razionale per il calore lì sprigionato. Ed in quella fuga dalla morte, in quella lotta per la vita ed il diritto ad essere, ella coprì la distanza che ancora la separava dal proprio obiettivo, da quella soglia ricavata nella parete di fondo della sala, gettandosi oltre la stessa in uno slancio simile ad un tuffo in mare, incosciente di cosa fosse oltre quel varco ma decisa a lasciare quanto prima il destino segnato che aveva intravisto, e preso per un lungo istante in considerazione, davanti a sé alle proprie spalle.

Prosegui con il [Passo 39].

martedì 1 luglio 2008

173


[Passo 33]

Fra le alternative offerte alla donna guerriero, nell'evoluzione della situazione, una in particolare attirò il di lei interesse offrendole un violento flusso di aria calda che la invitò ad intraprendere tale direzione: ciò che inizialmente aveva temuto, ora da lei era ricercato nello spingersi a raggiungere una nuova e vasta sala di fuoco.
Con una larghezza di oltre sessanta piedi ed una lunghezza di almeno tre volte tanto, il nuovo spazio ricavano nel cuore della terra si proponeva non tanto frutto dell'uomo quanto della natura stressa, che in quel luogo, in quella profondità, aveva posto la propria linfa vitale incandescente relativamente vicino alla superficie pur senza spingersi a risalire in essa. Un fiume di lava ardente attraversava così l'intero spazio o, meglio, vedeva l'intera sala eretta in sospensione su di esso, in una commistione equilibrata e perfetta di alte arcate in roccia naturale e di un soppalco in marmo: tale pavimento, in effetti, si proponeva quasi come una sfida dei mortali agli dei, dell'umana architettura alla furia incontrollabile del magma. Ma non contrasto era ciò che evidentemente aveva guidato la mano di coloro che avevano eretto quel luogo, quanto rispetto assoluto, devozione alle divinità del fuoco e della terra che in quel sito trovavano il proprio naturale santuario. Il soppalco, largo per i primi nove piedi quanto l'intera sala si restringeva, più avanti, in una sottile passerella apparentemente sospesa sopra quell'abisso di fuoco, ampia non oltre tre piedi: un ponte privo di balaustre che si inoltrava fino all'estremo opposto di quella sala, dove una soglia si proponeva scavata nella parete per offrire un proseguo al cammino dei fedeli.

« E' in momenti come questo che mi manca l'acqua del mare... » commentò la mercenaria, storcendo le labbra verso il basso.

Con la pelle imperlata di sudore, per il calore che dalla lava era donato a livelli improponibili, ella si terse la fronte spostando nel contempo un ciuffo di capelli corvini lontano dagli occhi prima di offrire una valutazione sulla situazione. Invero estremamente breve sarebbe potuta essere la stima di tale condizione, laddove più che evidente risultava essere il di lei obbligo a proseguire in tale cammino: l'y'shalfica fenice vedeva la propria origine dalle fiamme, dal fuoco, e nulla meglio di quel luogo poteva, pertanto, essere ambiente naturale per simili creature. Tutto ciò che si era ritrovata ad affrontare fino a quel momento, chiaramente, era stato utile a proteggere quel luogo, quel largo atrio incandescente di accesso al tempio vero e proprio, che l'avrebbe sicuramente attesa oltre la soglia a lei contrapposta. Era, pertanto, indispensabile per lei inoltrarsi su quella passerella in marmo, sospesa sopra morte certa.

Se desideri che Midda si soffermi a riflettere ulteriormente, vai al [Passo 34].
Altrimenti, se preferisci che si getti subito nel proseguo della missione, continua con il [Passo 35].

[Passo 34]

L'idea di percorrere il ponte non convinceva la donna guerriero che, osservando il magma in costante movimento sul fondo del baratro lì aperto si ritrovò ad immaginare una caduta in esso, con la conseguente, immediata ma orrenda conclusione della propria esistenza. Gli zampilli di lava eruttavano continuamente in brevi esplosioni, gettandosi con i propri toni rossi incandescenti sulla crosta più scura della superficie appena raffreddata a contatto con l'aria, in una vaga illusione di compattezza la quale, a tutti gli effetti, non era tale. Se percorrendo quella passerella avesse posto in fallo il proprio piede o se, ancor peggio, avesse vista azionata una nuova trappola, ella non avrebbe avuto scampo in quella caduta, non avrebbe in alcun modo potuto salvarsi dal calore che avrebbe istantaneamente consumato le di lei carni, dandole appena il tempo, forse, di invocare per un'ultima volta Thyres prima di scoprire se davvero vi fosse o meno un'esistenza oltre la vita mortale.
Avvicinandosi così al bordo del baratro, Midda studiò con cura la situazione, a comprendere quante altre soluzioni avrebbe potuto intraprendere al posto di quella via tanto diretta e tanto mortale. E fu così che il di lei sguardo venne attratto in direzione delle pareti laterali di quel complesso, vedendo impressi nella roccia una serie di stretti gradoni, a distanza di circa due piedi l'uno dall'altro, in direzione discendente su entrambi gli estremi della sala, verso il mortale basamento della stessa. Impossibile era ipotizzarne lo scopo, in quello che appariva quale un vero e proprio approccio alla lava incandescente e che, arrestandosi a meno di sei piedi da essa, si ritrovava ad offrire un improbabile passaggio verso due soglie contrapposte nella parete di fondo, meno appariscenti rispetto a quella centrale. Visibilità a parte, nessun diverso livello di rischio caratterizzava le tre alternative, laddove in ogni caso un errore avrebbe significato comunque morte certa. Ogni eventuale dubbio, poi, restava comunque in merito a ciò che sarebbe stato a lei offerto oltre quella parete lontana, dietro a quelle porte ricavate nella roccia pura, nell'impossibilità a formulare qualsiasi ipotesi a tal riguardo.

Se desideri che Midda percorra la via centrale, prosegui con il [Passo 35].
Se preferisci, altrimenti, che decida in favore di una via laterale, continua con il [Passo 36].

[Passo 35]

Scuotendo il capo nel domandarsi a che punto mai sarebbe giunta la propria follia, la mercenaria roteò la propria spada attorno alle spalle prima di riporla nel fodero: ciò che aveva deciso di fare l'avrebbe trovata sicuramente meglio disposta a mani nude piuttosto che impacciata dalla presenza e dal peso di sbilanciamento aggiunto dalla lama. Aveva infatti scelto di affrontare la passerella, non giudicando ipotizzabili altre vie al di fuori di quella.

« Questa volta finisce male... » si rimproverò, muovendosi fino all'inizio della stessa.

La larghezza non superiore ai tre piedi ma non inferiore ai due garantiva un passaggio forse descrivibile come "sicuro", anche se sulla scelta di tale termine avrebbe avuto tranquillamente di che discutere. Il calore proveniente dal magma sotto di lei spingeva l'aria verso l'alto con una forza a dir poco violenta, nella creazione di straordinarie correnti ascensionali che avrebbero potuto sbilanciarla senza preavviso alcuno, colpendola come foglia delicatamente aggrappata al ramo del proprio albero. La pietra sotto i di lei piedi si presentava estremamente calda e la copertura garantita dalle pezze che usava come calzari non le avrebbe mai offerto protezione da simili temperature, rendendo quel cammino simile ad un martirio, facendole ampiamente rimpiangere la neve abbandonata fra le montagne. Infine, per quanto potesse essere lì da epoche remote, nulla suggeriva stabilità su quel ponte, e se solo una pietra avesse ceduto sotto il di lei peso per ella non vi sarebbe stata speranza di futuro. In conseguenza di tali e di molte altre ragioni solo un forsennato avrebbe intrapreso quella strada, ma la pazzia di Midda in quella scelta si ritrovava ad essere giustificata dalla sola motivazione che l'aveva spinta in quel tempio dimenticato: l'ignobile e letale ricatto di lord Alidan.
Avanzando con un passo leggero, ella pose pertanto il primo piede, il sinistro, su quella via, concentrandosi completamente a tentare di estraniare la propria mente dal corpo, alienandosi dalle sensazioni di dolore che tanto l'aria bollente quanto la calda pietra sotto di lei le concedevano senza grazia alcuna.

« Pensa ad un bel mare fresco... pensa a tanta acqua refrigerante... » sussurrò fra i denti, obbligandosi a non abbassare lo sguardo verso la lava quanto a concentrarlo davanti a sé, verso la soglia così apparentemente lontana.

Appoggiato il primo piede, trasferì il peso del proprio corpo su di esso per poi richiamare a sé anche il destro al fine di proseguire in quella lunga attraversata, sentendo il fiato mancarle per la temperatura dell'aria donata ai suoi polmoni, tanto elevata da avvertirli quasi bruciare in petto. Madida di sudore era la di lei pelle, mentre la stoffa degli abiti, i quattro stracci che definiva tali, si incollava al di lei corpo per effetto della traspirazione, non offrendole però in questo alcun senso di raffreddamento, alcun sollievo.

« Thyres! » imprecò in un istante di sconforto, temendo di perdere i sensi i quella situazione tanto disumana.

I suoi pensieri volarono alla bisaccia dell'acqua lasciata appesa al cavallo fuori da quel tempio: se solo fosse stata con lei in quel momento, l’avrebbe abbondantemente svuotata addosso a sé e nella propria gola, a rinfrescare il sangue che sembrava incandescente nelle sue vene. Ma, nonostante ciò, ella si costrinse ad avanzare e ad ogni passo si obbligò a procedere con maggiore vigore, con più impeto, consapevole che la benché minima esitazione sarebbe stata per lei una condanna a morte.
Ignorando il calore, non offrendo peso all'aria che sembrava strappare la pelle e la carne dalle di lei ossa nel proprio incandescente moto verticale, ella riuscì a continuare nella propria missione, riuscì a proseguire senza esitazione, senza timori, a denti stretti nel richiamare a sé ogni minimo addestramento ricevuto sul resistere al dolore: un conto, però, risultava essere isolare il male proveniente da una ferita riportata in battaglia, laddove l'intero resto del corpo era coinvolto in una lotta per la propria sopravvivenza, un'altra situazione risultava altresì quella che da lei richiedeva di dimenticarsi dell'intero proprio lato mortale e materiale, nel momento in cui non un solo palmo di quelle membra si offriva libero dal patimento.

« Thy... res... » pregò, con gli occhi colmi di lacrime.

Prosegui con il [Passo 37].