11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 11 luglio 2008

183


I
l viaggio di ritorno verso i monti Rou’Farth si propose in tempi e modi più sereni rispetto al percorso d’andata, vedendo Midda ed i tredici bambini nomadi muoversi a piedi lungo strade note e sicure senza alcuna premura, senza necessità di marce forzate verso la propria meta.
Il cavallo che la donna guerriero aveva avuto dai briganti continuò ad accompagnarla anche in quell’occasione, non più quale cavalcatura, ma impiegato come animale da soma al fine di trasportare scorte di acqua e cibo per tutto il gruppo: non inseguiti o inseguitori, i membri di quell’improvvisata compagnia si poterono concedere oltre due settimane prima di ritrovarsi nuovamente in vista delle vette innevate che i pargoli erano soliti chiamare casa. Per tutto quel tempo, la donna guerriero non era riuscita a rivolgere loro la parola, a spiegare loro le tragedie che li avrebbero attesi una volta giunti al termine di quel percorso: la speranza di rivedere presto i propri familiari, i propri parenti, i propri amici era probabilmente l’unico sprone che permetteva a quei cuori troppo giovani di compiere con tanto ardore, con tanto vigore in quel nuovo viaggio, ed ella non voleva spegnere tale fiamma con tanta superficialità, a cuor leggero. Per tale suo comportamento, per quel silenzio, ella non poté evitare di considerarsi vigliacca, egoista, nel rimandare sempre a dopo una spiegazione che avrebbe dovuto comunque fornire, un perdono che avrebbe dovuto loro invocare: nel volgere, però, il proprio sguardo verso i bambini, in generale, e verso H’Anel e M’Eu, in particolare, ella non riuscì a trovare fisicamente, psicologicamente ed emotivamente la forza di parlare loro della morte del padre, dell’ingloriosa e tremenda sorte a cui Ma’Vret era stato destinato per colpa sua.
In effetti solo ora che tutto era finito, ora che l’adrenalina aveva cessato di scorrere viva nelle di lei vene, anche la donna guerriero iniziò ad essere realmente cosciente di ciò che era accaduto, della morte dell’antico compagno, del recente amante, trafitto tanto ingiuriosamente alle spalle da una mortale freccia: il gesto di un istante, lo scocco di un attimo, aveva posto fine per sempre alla vita, all’esistenza di un uomo meraviglioso, che tanto aveva amato i propri figli, che tanto aveva donato ad ella, che tanto aveva lottato con forza indomabile, con coraggio forse privo d’eguali in ogni scelta compiuta nella propria esistenza. Egli era morto, come già altri uomini che come lui avevano commesso l’errore di innamorarsi di lei, ucciso da un di lei nemico, da un di lei avversario, lasciando nell’animo della mercenaria il peso di quella colpa, l’angoscia di quella fine. Quello era invero il di lei destino? Quella sarebbe stata la sorte prescelta a tutti coloro che avrebbero mai osato ambire alla di lei compagnia, alle di lei attenzioni, al di lei affetto, al di lei amore?
Incredibilmente, imprevedibilmente, il fato parve però contrariarla al loro arrivo nell’accampamento ricostruito, dove i segni della morte e della distruzione erano ormai stati cancellati negli sforzi dei sopravvissuti per ristabilire l’ordine perduto, nel rigenerare ciò che era stato compromesso: in quel luogo che poche settimane prima aveva visto la propria neve intingersi del sangue di un massacro e che ora si concedeva nuovamente sereno, quieto, pronto ad ospitare ancora una volta una tranquilla comunità, era l’uomo conosciuto con il nome di Ebano, eretto e fiero, quasi come statua, al centro della piazza principale del campo, sorridente verso di loro. A tale vista, le grida di gioia dei suoi figli che a lui accorsero esplosero gaudiose, sincere, cristalline, venendo in breve accompagnate da quelle di tutti gli altri bambini che, similmente a loro, si lanciarono verso le tende alla ricerca, più o meno fortunata, dei propri genitori, dei propri parenti, dei propri cari, lasciando sola e stordita la mercenaria, incredula di fronte alla realtà.

Dopo aver stretto con felicità a sé i figli, sollevandoli entrambi da terra come bambole di pezza nella gioia del ritrovo e nel desiderio di essere libero di correre verso di ella, egli esclamò: « Midda! »
A vuoto si mossero le labbra della donna che, sgranando gli occhi, osservò allibita colui che ricordava privo di vita fra le proprie braccia, inanimato e pesante sopra il proprio corpo.
« Non ho mai dubitato! Non ho mai avuto timori! » continuò l’uomo, raggiungendola con entusiasmo, con sentimento puro nello sguardo innamorato « Sapevo che ce l’avresti fatta, che saresti tornata, anche dove gli altri non riuscivano ad offrirti la mia stessa fiducia! »
Nessuna domanda si pose nella di lei mente sul perché o sul come egli fosse sopravvissuto, nessun dubbio impose il proprio silenzio sulla voce della donna guerriero, privandola di ogni parola: colpevole di quella laconicità totale fu l’immensa esultanza che sentiva nel proprio cuore, nel proprio animo, a scoprirlo tale.
« Midda… » ripeté egli, aprendo le forti braccia, ognuna delle quali reggeva uno dei due bambini, per poterla accogliere a sua volta, per poterla stringere a sé.

La donna guerriero non si sottrasse a quell’offerta, non si ritrasse a quell’abbraccio, altresì gettandosi contro colui che temeva di aver perduto, aggrappandosi quasi al di lui collo, al di lui corpo, per poter spingere le proprie labbra contro le altre, con ardore, con passione, con sentimento puro e sincero. Un lungo bacio fu quello che essi condivisero in quel modo, accompagnati dalle risate divertite dei due bambini che li osservarono senza remore, godendo di quella tranquillità familiare che da troppo era stata loro negata e che, nelle ultime tre settimane, avevano avuto modo di credere perduta per sempre.

« C-come… come è possibile? » tentennò infine ella, separandosi di pochi millimetri dalle di lui labbra, a concedergli respiro, a cercare aria per sé, pur ancora non abbandonandolo, pur ancora rifiutando di allontanarsi da quel dolce calore « Io… ti avevo visto… ti avevo creduto… »
« Lo so. » sussurrò egli, baciandola nuovamente con piccoli e delicati gesti nella gioia infinita per la stessa possibilità offertagli di compiere ancora una volta simili gesti, dopo aver temuto, forse anche solo a livello inconscio, di non poter più avere una simile meravigliosa possibilità « Ma il colpo subito, per quanto fosse ed apparisse grave, non è stato letale. »
« Ma… quando? Come? » domandò ella, non comprendendo, nel chiaro ricordo del proprio saluto su un corpo creduto morto al momento della partenza dall’accampamento nella ricerca degli ostaggi rapiti.
« Sono stato fortunato… » ammise egli, appoggiandosi con la propria fronte contro quella della donna, sussurrando con amore vicino al viso adorato « Dopo la tua partenza stavo per essere cremato insieme agli altri caduti quando, per un lieve attimo, ho ripreso i sensi, lasciando intendere come la vita ancora fosse ancora in me. Ed il resto è venuto da sé… »

Midda osservò con immensi occhi azzurri quelli scuri dell’uomo, immergendosi in essi, senza riuscire ad aggiungere altro, senza necessità di domandare ulteriormente qualcosa ad egli o al fato: tutto ciò che avrebbe potuto desiderare le era stato offerto ed ella voleva ora solo potersi godere quella felicità, quella serenità, quella pace.
In contrasto a ciò che comunque una parte di sé non poteva evitare di bramare, di reclamare con violenza estrema, forse il giorno dopo, la settimana dopo, il mese dopo, ella sarebbe ripartita, avrebbe ripreso il proprio cammino di vita nella chiara consapevolezza di non potersi lì arrestare, di non poter lì trovare il proprio futuro per le stesse ragioni seguendo le quali la fenice aveva compreso non dover ridonare alla donna completamente la salute perduta, di non poter rigenerare integralmente il di lei corpo: in quel momento, però, quel domani appariva ancora troppo lontano, troppo distante da lei per poterle offrire interesse, per poterla distrarre da ciò che le era stato concesso di stringere a sé, di reclamare come proprio.

« A cosa pensi? » le domandò con curiosità Ma’Vret, piegando il capo di lato con fare giocoso, nel coglierla distratta in quei propri pensieri, in quelle riflessioni interiori.
« A questo… » sussurrò Midda, sorridendogli felice, per poi gettarsi con nuova passione contro le labbra dell’uomo, a baciarlo nuovamente, a stringersi ancora una volta ad egli, con tutta se stessa.

Il futuro sarebbe giunto senza dubbio troppo presto, ma come era da sempre solita fare fino ad allora ella avrebbe vissuto nel presente ed in ciò che in esso le sarebbe stato offerto.

4 commenti:

coubert ha detto...

Colpo di scena! :O


(Ma intanto i membri della Jol'Ange saranno minimo minimo torturati a morte da sadici individui, che si annoiano aspettando Midda...)

Sean MacMalcom ha detto...

Torneremo presto a parlar di loro! :D
Non temere!!! :D

Palakin ha detto...

Era ora!

Sean MacMalcom ha detto...

LOL! :D

Non credevo che avessero tanto seguito! :D