11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 27 luglio 2008

199


« C
he dire… grazie? » rispose Midda, osservando ancora sospettosa il proprio interlocutore.

Nei di lui rossi occhi risultava difficile riuscire a cogliere un qualche segno di umanità, per quanto indubbiamente egli fosse uomo, respirasse come un uomo, si muovesse come un uomo, parlasse come un uomo e, molto probabilmente, pensasse come un uomo. Fu proprio in virtù di quest’ultimo fatto, nella vasta conoscenza che la mercenaria aveva dell’animo umano e delle sue sfaccettature, nell’esperienza derivante dalla vita e dall’attenta osservazione della stessa, dallo studio di ogni proprio amico e nemico, di ogni persona conosciuta e di tutte quelle mai presentatele, che ella ebbe la possibilità di cogliere in quello sguardo altrimenti spiazzante un lieve fremito, una rapida contrazione, segnale inequivocabile dell’imminenza di un’azione, di un movimento desiderato come inatteso da parte di lei. Mortalmente rapido fu così il di lui braccio destro, nel levarsi armato del pugnale nero e diretto con esso alla gola della donna, in un montante fulmineo che avrebbe potuto ritrovare la di lei trachea squarciata di netto prima ancora che un solo battito di cuore fosse potuto terminare: il movimento di lui ricercante la di lei morte, non trovò però alcuna carne, alcun sangue ad attenderlo, laddove nel mentre di tutto ciò ella si gettò all’indietro, a sfuggire dalla morte certa con un semplice ma altrettanto rapido ed elegante movimento.
Una nuova battaglia aveva avuto inizio e nel sangue di Midda, nelle di lei vene, fu l’adrenalina ad essere spinta con violenza estrema, ad inebriarla concedendole un nuovo ed improvviso controllo sul proprio corpo martoriato, offrendole insensibilità al dolore che già provava al fine di proteggersi da nuova sofferenza e morte.
L’albino, contrariato nel fendere l’aria con il proprio pugnale, mosse la propria spada in un rapido tentativo di affondo, a raggiungere colei che gli era appena sfuggita ma che, nuovamente, scartò anche quell’attacco con maestria ed assoluto controllo, mantenendo le braccia conserte sotto ai seni e limitandosi, in ciò, ad un gioco di gambe, ad un movimento controllato del proprio corpo sufficiente a veder la lama nera spingersi nel vuoto ma volontariamente limitato al punto tale da ritrovarla accanto a sé, con sprezzo e determinazione. Sbilanciato quale egli era a seguito di quel gesto, non fu in grado di offrire altra offesa se non dopo aver recuperato il proprio baricentro in posizione più ottimale, riportandolo all’interno della propria area d’equilibrio.

« Come ho detto non mi interessa combattere, né contro di te, né contro altri. » sancì la mercenaria, approfittando di quel momento di sosta per parlare « Ma non renderò conto delle mie reazioni di fronte ad un nuovo tentativo d’offesa da parte tua. »

L’uomo, quasi contemporaneamente a quelle frasi, in evidente mancanza di ascolto verso le medesime, fece roteare la propria spada stretta nella mancina attorno al corpo, prima di scattare improvviso in un fendente, solcando l’aria dall’alto verso il capo della donna guerriero: ella, senza scartarlo ora, levò le proprie mani al cielo, chiudendole di piatto attorno alla lama di pietra diretta contro di lei nel catturarla al volo in tale movimento, fra la carne della propria mano sinistra ed il metallo della destra. L’avversario sorrise a quella presa, forse per ammirazione verso di ella, forse per semplice gioia nel ritrovarla là dove voluta, dove desiderata, prima di muovere nuovamente il pugnale verso il ventre di lei, pronto ad aprirlo senza pietà, a sbudellare la donna con freddezza quasi pari a quella da ella dimostrata nel difendersi fino a quel momento: inaspettatamente per lui, però, fu ancora ella a ritrovarsi in posizione di forza, piegando di colpo l’intera spada catturata verso il basso per difendersi con la stessa dalla lama più corta, forzando, non senza dolore da parte di egli, la di lui stretta attorno all’elsa dell’arma stessa per raggiungere tale obiettivo. E prima che egli potesse rendersene conto, un violento calcio lo sospinse all’indietro, privandolo della propria spada e lasciandolo spiazzato dalla rapidità di quel passaggio, che vide così la donna, prima disarmata, impossessarsi di quella lunga lama in pietra, muovendola con la mancina nel cercarne un equilibrio.
Offrendole in ciò un nuovo sorriso, egli scosse il capo a quel tentativo di lei, ben consapevole di quanto le proprie armi fossero estremamente diverse, nella concezione, nelle proporzioni, nel peso, da quelle del mondo esterno mai conosciuto e, per questo, praticamente impossibili da gestire con tanta immediatezza da parte di chi non ne aveva abitudine. Approfittando dell’attenzione di ella rivolta al tentativo di domare quella lama, l’albino si gettò nuovamente in avanti con il proprio pugnale, in un movimento che lo vide piegato verso suolo, simile ora più che mai ad una grande tigre bianca, fiera e pericolosa. La Figlia di Marr’Mahew, cogliendo quel nuovo attacco, lanciò da parte la spada effettivamente per lei risultata inservibile, per poi scartare nuovamente il tentativo d’affondo di egli e rivolgergli, ora, un montante diretto al mento con il proprio pugno di metallo, lucente nei colori neri e nei suoi classici riflessi rossastri. Indubbiamente quella tigre umana non era un avversario banale ed ella, dentro di sé, si ritrovò ad essere praticamente certa che nessuno di quegli attacchi fossero realmente rivolti al desiderio di una di lei affrettata dipartita: al contrario, si poteva considerare fiduciosa di come tutto quello non fosse altro che parte di una prova, un esame per comprendere se e quanto ella si potesse meritare il diritto a sopravvivere in quella terra bruciata. Per questo, nell’occasione offertale di colpirlo, la donna guerriero evitò volontariamente di rivolgere la violenza del proprio colpo là dove avrebbe potuto anche ferirlo o ucciderlo, addirittura dosando la forza di quel pugno nel desiderio di non creare troppe ossa rotte. E, nonostante tutto, l’impatto fra il metallo di quella mano e la carne e le ossa di quel volto fu inevitabilmente violento, vedendo l’uomo gettato a terra lontano da lei senza possibilità di difesa, senza speranza di opposizione.
Quasi stordito da quel secondo attacco, se primo si voleva considerare il calcio, egli restò piegato a terra per qualche secondo, non solo nel silenzio della sua avversaria, tornata ad incrociare le braccia sotto ai seni, dimostrando con essi un respiro solo appena accelerato e per nulla affannato, ma anche di tutti i propri compagni, di tutta la folla che, sempre senza esprimere verbo, aveva assistito a quello scontro con lo stesso quieto disinteresse che si potrebbe offrire ad un rito fin troppo conosciuto.

« Fai un favore ad entrambi. » suggerì Midda, osservando tranquilla la massa di muscoli a terra poco lontana da ella « Non rialzarti. »
Ma una voce, a quel punto, intervenne, negando le parole da ella appena pronunciate: « No. Rialzati invece, Jodh’Wa, per accogliere la nostra nuova amica, dimostratasi degna di poter essere parte della nostra famiglia, di poter dividere il nostro letto ed il nostro cibo, la nostra forza e le nostre armi. »

Una nuova figura emerse dalla massa altrimenti indistinta, presentandosi come quella di una giovane donna, una ragazza ancor più che una fanciulla, tanto poche apparivano le stagioni che ella sembrava possedere sulle proprie spalle. Albina anch’ella, offriva una carnagione assolutamente bianca, impressionante quasi in tanto pallore reso ancor più evidente dagli abiti neri che indossava, forse in un volontario contrasto di colori. Nel di lei volto chiare risultavano delle origini riconducibili al continente di Hyn, che probabilmente ella non aveva mai veduto pur avendo tale terra ospitato i natali dei di lei genitori: i due occhi, rossi non diversamente da quelli dell’uomo tigrato da lei chiamato Jodh’Wa, si conformavano infatti nella forma tipica di tale zona, così come il resto del di lei viso riportava fedelmente caratteristiche orientali, nella composizione delle labbra, del naso, degli zigomi, del mento. Sopra ad esso, i capelli in un misto di biondo e di bianco si presentavano disordinati ed al tempo stesso perfettamente controllati, legandosi in un’alta crocchia dietro alla nuca e ridiscendendo appena a sfiorare le spalle: queste, al pari del resto del di lei busto, adolescenziali seni compresi, si offrivano coperte unicamente da una leggerissima retina nera, che nulla celava alla vista risultando nella sua forma a casacca più ornamentale che, effettivamente, necessaria a coprirne il corpo delicato ed immacolato. Le gambe, in opposizione, si ritrovavano fasciate in ampli e neri pantaloni drappeggiati nella tipica moda di Hyn, scendendo gonfi fino alle ginocchia per esser lì fasciati strettamente attorno ai polpacci, a garantirne libertà assoluta di movimento: essi, probabilmente, dovevano essere parte dell’eredità paterna di ella al pari dei calzari che ne coprivano i piedi. A completare l’immagine da lei offerta era infine un lungo bastone, sempre ricavato dalla pietra lavica nel proprio inequivocabile colore scuro, scolpito nella propria estremità simile ad una mezzaluna o, forse, ad un enorme artiglio: un segno di comando, un simbolo di potere, che nelle mani di una ragazzina appariva quasi fuorviante.

« Ancora una volta: benvenuta nel Cratere, Figlia di Marr’Mahew. » dichiarò, rivolgendosi ora direttamente alla donna.

3 commenti:

coubert ha detto...

Questa prova non me l'aspettavo... come mi ha sorpreso l'identità di chi, al momento, pare il capo.

Ma ho un dubbio sul modo in cui Midda ha fermato il fendente di spada, con le mani.
Magari non ho cpaito io la dinamica dell'azione, ma non si sarebbe dovuta ferire abbastanza la mano "di carne"?

Sean MacMalcom ha detto...

Per la sorpresa: felice di averti sorpreso! :D Ogni tanto è bello che non prevedi proprio tutto!!! :D

Per la mano: mmmm... forse non l'ho spiegata al meglio, ma l'idea era quella di chiudere le palme delle mani attorno alla lama in discesa, arrestandone il percorso come si è visto mille volte dei film. Personalmente non l'ho mai provato, quindi ammetto ignoranza sul fatto se ci si ferisca o meno... ma considerando che ha fatto anche cose peggiori di quelle e che, appunto, come scena è tutt'altro che nuova, direi che potrebbe essere passabile, no? :D

Spero che non sia il mio ultimo messaggio per i prossimi sette giorni! :(

coubert ha detto...

Mah, onestamente penso che un'azione del genere, se fatta anche con la mano buona, preocura una bella ferita.
Stasera mi informo e ti so dire meglio.


(Non per mera puntigliosità, ma per conoscenza)