11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 13 luglio 2008

185


S
cortata da un piccolo esercito, quasi fosse regina più che prigioniera ricercata, Midda Bontor venne condotta nuovamente a Kirsnya, nell’adempimento da parte dei soldati delle istruzioni ricevute da propri superiori. Sebbene si fosse consegnata del tutto spontaneamente ai propri carcerieri, la donna guerriero compì il viaggio verso la capitale in catene, nell’evidenza del timore che la di lei presenza suscitava fra coloro incaricati del suo arresto. Nell’assenza di armi sul di lei corpo e nell’assenza di qualsivoglia reazione all’attacco, ella offrì ai trenta uomini di quel plotone più inquietudine di quella che probabilmente avrebbe offerto combattendo come una tigre e falciando le loro vite come steli di grano nell’opera del mugnaio: nessuno, infatti, riuscì a gioire della tranquillità di quell’azione, del successo di quella missione, nell’insana ma realistica convinzione che, comunque, la loro vittoria fosse stata solo apparente e fittizia e che l’unica ad aver avuto la meglio fosse stata proprio la mercenaria.
Nell’accamparsi poco fuori dalla capitale, per attendere un nuova alba prima di rientrare in essa a causa delle porte d’ingresso ormai chiuse ed inviolabili nell’esagonale cinta muraria a sua protezione, ogni precauzione venne presa nei confronti della prigioniera, quasi fosse un demone, un’oscura e malvagia divinità, più che una semplice donna: le pesanti catene che per tutto il tragitto avevano legato le di lei braccia e gambe ai fianchi vennero puntellate a terra, tendendosi radiali attorno a ella per immobilizzarla in un singolo punto, per non offrirle possibilità di movimento alcuno. Dei trenta uomini che costituivano quell’esercito, tre furono i gruppi di guardia imposti dal tenente loro comandante, laddove non meno di dieci di essi sarebbero dovuti restare costantemente vigili nei confronti della mercenaria, a prevenirne una fuga, ad evitare un’improbabile strage notturna: per quanto terribile e possibile nella fama della donna, invero nessuno temeva tale eventualità, nella consapevolezza ormai comunemente maturata che ella avesse voluto tutto ciò e, per tale ragione, non avrebbe offerto ostacoli fino a quando non avesse avuto ragione di farlo. Nonostante le catene che la costringevano, nonostante la di lei apparente quiete, nonostante la disparità numerica, in quel tragitto non le fu mai offerto alcun sopruso, non venne tentata verso di lei alcuna violenza laddove ciò sarebbe anche stato prevedibile nella possibilità loro offerta di porsi in vantaggio su una famosa guerriera ora ridotta a schiava: al contrario, senza necessità di alcun ordine da parte del tenente in tal senso, massime premure vennero a lei concesse tanto nella giornata quanto nella serata ed, addirittura, al momento della cena fu lo stesso comandante di quel gruppo a muoversi per condurle una ciotola in legno con una porzione di zuppa di verdure.

« Questa è per te. » dichiarò egli, ormai con un tono meno impostato rispetto al loro primo incontro, tendendole il piatto « Non avere timori: non contiene veleni o droghe. »
Midda, costretta in una posizione inginocchiata a terra dalle proprie catene, accucciata ai di lui piedi, sollevò di poco le proprie mani, nei limiti di quanto a lei consentito, per accogliere l’offerta: « Grazie. » rispose con tono freddo, ma non avverso.

Dopo aver appoggiato la ciotola fra le di lei mani, ovviamente senza fornirle alcun genere di posata potenzialmente troppo pericolosa, egli indugiò un istante nel proprio allontanamento, in quel cammino che avrebbe dovuto vederlo tornare dai propri uomini, allontanarsi dalla prigioniera: osservandola con curiosità, con interesse, con rispetto anche, egli si soffermò, decidendo poi di lasciarsi sedere a terra di fronte a lei.
La mercenaria non gli rivolse alcuna attenzione, non seguì alcuno di quei gesti, nel chinare semplicemente lo sguardo di ghiaccio, rilucente in quella notte chiara, sul piatto concessole, nel piegarsi con il viso fino ad esso per iniziare, non senza difficoltà, a nutrirsi del suo caldo contenuto, a ristorare in esso le proprie membra comunque provate per il viaggio di un’intera giornata sotto il giogo di quelle catene.

« Perché? » domandò dopo un momento di silenzio l’uomo, contemplandola in quel mentre.

Senza levare i propri occhi verso di egli nonostante quella parola, la donna continuò con la propria cena per un lungo periodo, forse a voler mettere alla prova la pazienza e l’interesse del proprio interlocutore prima di rispondergli: il tenente, dal canto suo, restò tranquillo di fronte ad ella, attendendo il momento in cui si sarebbe mossa a concedergli la propria attenzione e, forse, le proprie spiegazioni.
Giovane, probabilmente con non oltre venti o venticinque inverni sulle spalle, il soldato mostrava un viso leggermente ovale e totalmente glabro, privo di ogni sorta di peluria tanto da farlo apparire in ciò ancora più fanciullo di quanto evidentemente non fosse: attorno agli occhi verdi, brillanti come smeraldi in una probabile eredità materna, erano numerose piccole cicatrici, non evidenti ad un primo sguardo ma chiaramente derivanti da un qualche incidente o da una qualche lesione in guerra subita non in tempi recenti, la quale, incredibilmente e fortunatamente, non gli era costata la vista; sottili le di lui labbra, sotto il naso, lievemente rivolto in basso nella propria estremità, e sopra il mento, ornato da una fossetta nel proprio centro; corti i capelli fulvi che infine incorniciavano quel volto, per quanto dietro al di lui capo si tendessero in un breve e vezzoso codino all’altezza del di lui collo. Il suo corpo, rivestito dalla classica uniforme dell’esercito kofreyota, si proponeva atletico, evidentemente formato da un duro addestramento che, comunque, non lo aveva privato di grazia, non lo aveva reso simile ad un colosso: muscoli snelli, sciolti, sicuramente agili e scattanti, erano i suoi, in contrapposizione a quelli più forti, portati a maggiore risalto nella propria durezza, di molti suoi subordinati e della maggior parte dei guerrieri di quel continente.

« Esplicita meglio il tuo dubbio, se desideri avere possibilità di una risposta. » commentò infine la mercenaria, rialzando il proprio sguardo verso di egli, senza dimostrare alcun sentimento: non disturbo, non noia, non rabbia, non interesse.
« Tu sei Midda Bontor… » riprese a quel punto il tenente, nel rivolgerle di nuovo parola « Le leggende, i canti su di te e sulle tue imprese si sprecano e spesso appaiono tanto incredibili dal non essere umanamente accettabili. » spiegò, distraendosi dal proprio intento iniziale in quelle parole e proseguendo « Ora si dice, persino, che tu abbia affrontato in battaglia una fenice, dominandola al punto da rendere il suo fuoco parte di te, da diventare a tua volta ad essa simile nel tuo animo… ma non può essere vero! »
« In effetti non è vero. » aggrottò la fronte ella, sorridendo appena « Non l’ho affrontata: abbiamo semplicemente parlato ed essa ha deciso di offrirmi il suo aiuto contro un vecchio pazzo. »

Il giovane soldato ammutolì a quelle parole, battendo ripetutamente le palpebre e muovendo a vuoto le labbra, nel cercare di comprendere se ella stesse offrendo un sincero racconto dei fatti oppure se lo stesse ingannando, si stesse prendendo gioco di lui. Impossibile però distinguere una possibilità dall’altra, laddove da un lato le cronache, tanto rapidamente diffusesi in tutta Kofreya su quell’ultima impresa, erano assurde e totalmente prive di ogni possibilità di riscontro; dall’altro non meno incredibile si concedeva la versione dei fatti da ella addotta con assoluta tranquillità, come se avesse espresso un’opinione sul tempo dei giorni trascorsi. Scuotendo il capo e cercando di ritornare al motivo del proprio interloquire con ella, il tenente decise così di evitare di porsi dubbi su quelle parole, laddove non avrebbe mai potuto comprenderne la reale natura.

« Al di là di questo… » riprese egli « … perché ti sei fatta arrestare? Io non riesco a comprenderlo… »

Nonostante la cortesia della richiesta a lei proposta da parte del giovane, il cui rispetto e la cui, forse, adorazione per ciò che ella era e rappresentava influivano di certo molto nel suo rapportarsi a lei e portavano, probabilmente, ad un grande conflitto interiore fra il suo dovere e quello che, invece, avrebbe preferito fare, Midda restò in silenzio ad osservarlo a lungo, prima di sorridere delicatamente e riportare il proprio sguardo solo alla ciotola con la zuppa, in un tacito rifiuto ad offrire ogni spiegazione, a concedere ulteriormente il proprio verbo ad egli.
Donna ancor prima che guerriero, ella in quell’ultimo sguardo, in quella reazione, impose definitivamente il proprio volere sull’uomo, il quale, per quanto contrariato, non poté fare altro che accettare tale rifiuto, rialzandosi in silenzio ed allontanandosi da lei senza tentare di imporsi in alcuna inutile insistenza.

2 commenti:

coubert ha detto...

Beh, ovvio che se ha un piano non lo va a spifferare al tenentino xD

Sean MacMalcom ha detto...

Tentare non costa! :D
Ha tentato... ed ha fallito! :D