11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 4 luglio 2008

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[Passo 40]

Per quanto accurate potessero essere state tutte le rappresentazioni fino a quel momento offerte allo sguardo della donna guerriero, nessuna poté effettivamente essere giudicata degna del modello a cui si erano ispirate, laddove impossibile sarebbe stato catturare lo spirito indomito, meraviglioso, unico di quella creatura.

« Thyres… » sussurrò sbarrando gli occhi.

Posta in cima al vulcano, essa si erse possente, inizialmente in tranquilla indifferenza verso l’intrusa forse non vista, poi spiegando le proprie larghe ali nell'accorgersi dell'ospite, quasi a volerle rendere conto in tale gesto della propria forza, del proprio potere, della propria stessa natura: incredibile la sua essenza, apparentemente di fuoco puro, come se alcun corpo la costituisse al di fuori delle fiamme vive, incontrollate ed incontrollabili, che ardevano illuminando l’ambiente come un faro nel mare; stupefacenti le sue dimensioni, con un'apertura alare che non sembrava conoscere reale conclusione, perdendo i propri confini nell'aria infuocata di quella cavità; inimitabile la sua forma, non simile a quella di alcun altro animale, di alcuna altra creatura pur richiamando in sé aspetti caratteristici di molti diverse specie, aquile, cigni, pavoni, come ad essere un'opera definitiva dell'intero Creato, come a voler raccogliere in sé ogni pregio, ogni valore, ogni vantaggio escludendone a priori i difetti. Due grandi e profondi occhi oscuri erano quelli rivolti nella direzione della mercenaria, forse per studiarla, per analizzarla, per osservarla con interesse, con curiosità o, più banalmente, con diffidenza: impossibile risultava infatti comprendere quali fossero pensieri di quell'essere laddove esso si poneva in un contesto tanto diverso da quello di lei, tanto opposto a quello umano, probabilmente trascendente ad ogni creatura mortale nell'immortalità che, in quel momento, ella non si sentiva di mettere in dubbio, di negare. Osservare la fenice era forse la cosa più vicina, più prossima all'essere posti al cospetto di una divinità e, nonostante tutti gli sforzi, tutta la fatica, tutto il dolore che aveva attraversato fino a quel momento solo per giungere in quel luogo, in quel tempio, la donna si sentì come blasfema nell'offrirsi davanti ad essa, nel porsi in maniera tanto volgare a tale cospetto. Di certo, se fosse sopravvissuta a quella missione, mai in futuro avrebbe potuto definire la fenice come "y'shalfica": dopo aver avuto la possibilità di essere in quel luogo, in quel momento, sarebbe risultato quale un insulto, una vera bestemmia, in quanto alcun attributo di appartenenza territoriale avrebbe mai potuto essere imposto ad una simile essenza, soprattutto da parte di una cultura limitata e primitiva come quella umana.
Ma nonostante simili considerazioni, nonostante la naturale adorazione, il rispetto assoluto che dal di lei cuore sentiva emergere verso ciò che le stava di fronte, la donna guerriero dovette imporsi di riportare il proprio pensiero alla missione che le avevano assegnato, al dovere che avrebbe dovuto compiere: il di lei incarico prevedeva la consegna a lord Alidan di un uovo, un uovo grazie al quale egli avrebbe potuto violare i limiti della carne, la stessa mortalità umana, per ergersi allo stato di un dio. Un uovo che, al di là di ogni possibile fede, al di là del voler dare spazio o meno a miti tanto assurdi, avrebbe rappresentato la salvezza degli ostaggi della Confraternita del Tramonto. Un uovo che lei avrebbe dovuto trovare nelle viscere di quei sotterranei, nel luogo in cui era ora, là dove fin da epoche remote la fenice era venerata e protetta. E laddove tale creatura si ergeva di fronte a lei tanto possente e magnifica, tanto vitale, risultava evidente una terribile verità, una conseguenza fatale per l'adempimento del di lei mandato: al fine di poter entrare in possesso di un uovo, ella avrebbe dovuto fronteggiare e terminare la divina manifestazione alla quale i di lei stessi occhi volgevano in quel momento la propria attenzione, avrebbe dovuto levare la propria spada contro il fuoco dell’immortalità nel tentativo di estinguerlo e costringerlo ad una rinascita.
Avrebbe dovuto uccidere una fenice.

Se vuoi che Midda si getti a testa bassa nello scontro con la fenice, vai al [Passo 41].
Altrimenti prosegui al [Passo 42].

[Passo 41]

« Che Thyres mi possa perdonare. » sussurrò la donna, socchiudendo gli occhi.

Diverse erano state le occasioni in cui Midda aveva compiuto azioni di cui persino ora, dopo lunghi anni, non riusciva ad andare fiera: a volte in conseguenza di un obbligo impostole dal fato avverso altre, peggio, unicamente nel conseguimento di una ricompensa promessale, di un prezzo pattuito. Se contro le prime nulla le era mai stato concesso opporre, nel corso degli anni ella non si era più macchiata delle seconde, acquisendo esperienza, imponendo la propria forza ed il proprio coraggio sopra chiunque a lei avesse provato ad offrire violenza fisica o psicologica, mecenate o non, diversamente da molti altri mercenari secondo i quali la logica ricerca del profitto si doveva imporre sopra a qualsiasi altro principio nel mantenimento del proprio ruolo, di quella professione di vita.
Per la coscienza che ella si era riservata di mantenere, per il libero arbitrio per difendere il quale ella aveva tanto lottato, quel giorno, in quel sotterraneo, ella sentì venir meno una parte di sé, forse la parte più importante, nello sfiorare la propria spada, la propria arma, con l'ipotesi, con il pensiero, con la consapevolezza che avrebbe dovuto estrarla e levarla contro la fenice. Ovviamente ella sapeva di non avere altre possibilità, di non poter ipotizzare evasione, fuga da quella tragica sorte, nella quale altrimenti sarebbero risultati condannati tutti i bambini rapiti fra i quali i figli di Ma'Vret, gli unici eredi, l’unica speranza di immortalità per l’uomo che fra le sue braccia era morto amandola: tale chiara cognizione della situazione, però, non la poteva far essere tanto ipocrita con se stessa dal negarsi la tremenda sensazione di morte che avvertiva nel proprio cuore al portare la mancina all'impugnatura della spada: avrebbe preferito mille volte utilizzare quella lama contro il proprio stesso corpo piuttosto che gettarne il vigore, la forza, il tempro contro qualcosa di tanto superbo, soprattutto conscia di star compiendo tutto ciò unicamente in conseguenza di ignobile e letale ricatto, di una violenza che lei stessa stava subendo. Nella vita solo i figli viziati e capricciosi di ricchi genitori si potevano permettere di rifiutare un destino avverso a prescindere da ogni conseguenza, da ogni responsabilità, non piegando il capo di fronte ad un lavoro che pur non desiderato, non gradito, il fato poteva richiedere loro di svolgere: ella non era mai stata né mai si era sentita tale, capricciosa o viziata, e per questo avrebbe portato a termine la propria missione, anche se in essa la di lei anima molto probabilmente sarebbe stata dannata per l'eternità.
Le vite che da lei dipendevano valevano indubbiamente quel sacrificio, da parte sua e da parte della fenice.

« Preparati a morire... Figlia di Gorl! » gridò con le lacrime agli occhi.

In quelle parole, Midda estrasse fulminea e decisa la propria spada, per iniziare ad arrampicarsi lungo il crinale di quel vulcano in miniatura, poggiando con ira, contro sé stessa, contro il destino e contro lord Alidan, i propri piedi su quel misto di marmo e pietra lavica, a testa bassa, in una felina posizione carica predatrice, come se ella fosse un gatto e la fenice di fronte a lei un passerotto innocente destinato a divenirne cena, pasto prelibato. Ma assurdo era quel paragone, improbabile ed impossibile quella metafora: non preda sarebbe potuta essere quella creatura leggendaria, quel mito incarnato nel fuoco puro, scintilla della creazione, nonostante la fama cresciuta e maturata attorno alla donna guerriero ed alle sue fenomenali imprese. Per quanta abilità ella avesse potuto possedere, per quanta forza avesse potuto essere nelle di lei membra, ella non avrebbe mai raggiunto il livello di combattività necessario a rappresentare non tanto una minaccia ma, almeno, una competizione per quell'avversario, anche laddove il riposo avesse anticipato quello scontro al posto di ciò che invece era occorso, delle troppe prove che aveva dovuto affrontare.
Uno scontro dall'esito già segnato, pertanto, in una fine che non avrebbe mai potuto vederla come vincitrice, che non avrebbe mai potuto ammirarla come conquistatrice, ma di fronte al quale ella non era disposta a ritrarsi: non per la fama, non per la gloria, non per il denaro, come era stato altre volte nella di lei esistenza, ma solo per la salvezza delle vite che da lei dipendevano.

« Perdonami… » sussurrò Midda, rivolgendosi alla propria stessa avversaria, invocandone la pietà.

La fenice non offrì la benché minima mossa a quel gesto d'offesa, non accennò alcuna reazione alla di lei carica contro di sé, restando immobile, ad osservarla, a contemplarla non diversamente, forse, da come la donna aveva compiuto prima nei di lei confronti. Non la temeva e non aveva ragioni per farlo, così come non avrebbe temuto alcun avversario in quel santuario a sé dedicato: ciò nonostante non poteva evitare di offrire ad ella la propria attenzione, interrogandosi forse su cosa avrebbe potuto spingere ad un gesto tanto insano una persona, alla fine certa una donna mortale, slanciata in lacrime contro di sé, brandendo con ira la lama ma non rivolgendo alla propria avversaria tale sentimento. Essa restò immobile fino a quando Midda non le fu di fronte, rivolgendo occhi azzurro ghiaccio nei suoi neri, in un incontro fra anime tanto diverse eppur, forse, tanto simili: due avversarie che non si vedevano come tali, due nemiche che non si percepivano in simile maniera, due destini che si stavano incrociando in un istante fuggevole.
E la mano della mercenaria indugiò, nel levarsi per offrir fendente contro l'uccello di fuoco: la spada alta nell'aria appariva pronta per il colpo di grazia, un gesto che probabilmente non sarebbe mai potuto andare a termine ma che, inevitabilmente, non avrebbe voluto evitare di tentare, quando la di lei mente, il di lei animo, il di lei cuore ed il di lei corpo si rifiutarono di proseguire oltre, negando quella blasfemia, tremando visibilmente e lasciandola crollare in ginocchio lì di fronte, a piangere amare lacrime di sconfitta.

Prosegui con il [Passo 43].

2 commenti:

coubert ha detto...

Come si può pensare di uccidere qualcosa del genere?

Sarebbe blasfemo come andare a sbaranare unicorni... (uhm, Tanabrus sta fischiettando e nascondendo i piani preparati per uccidere l'unicorno del paladino del gruppo... :$ )


E come finirà la cosa?

La fenice si sacrificherà per salvare i bambini? O la spedirà dove essi sono tenuti prigionieri?

Perchè uno scontro fisico ora come ora mi pare improbabile...


(O... o... arriverà Ikki!!!!)

Sean MacMalcom ha detto...

La spada di Midda contro il Fantasma Diabolico di Ikki??
Questo sì che sarebbe uno scontro interessante!! :D