11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 23 luglio 2008

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D
ue settimane di marcia quasi ininterrotta occorsero al plotone per giungere a destinazione: otto lunghi giorni videro, infatti, il piccolo esercito impegnato fra pianure e colline, mentre i restanti sei giorni furono offerti in pegno alla vasta zona vulcanica denominata Terra di Nessuno.
Fiera nel proprio nome, la zona si donava allo sguardo chiaramente delimitata dalla propria stessa desolazione, nel rispetto di ogni voce a tal riguardo: dove prima erano verdi colline e vasti prati simili ad oceani di smeraldo nel movimento dell’erba imposto dal vento su di essa, immediatamente dopo solo terra scura, bruciata, arida si era proposta a coloro che audacemente in essa avevano condotto il proprio cammino, con passo ugualmente rapido ma meno deciso, meno sicuro nel percorrere vie pur già note. Diverso era quel paesaggio rispetto a quanto offerto dai monti Rou’Farth, ad oriente del regno di Kofreya, essendo tale conformazione conseguenza unica dell’attività sismica in essa presente probabilmente fin dall’origine dei tempi ed ancora senza fine, come alte colonne di fumo sembravano voler ricordare nel levarsi verso il cielo, portando nell’aria polvere sulfurea, zapilli incandescenti e cenere insieme all’incandescente respiro del pianeta. Non rocce sprezzanti si ergevano a sfidare il sole e le stelle, ricoprendosi di bianca e fresca neve, quanto nere e spumose pietre vulcaniche, tanto friabili sotto ai piedi quanto spesso acuminate e taglienti nelle loro forme irregolari, sopra le quali più volte Midda si era ritrovata suo malanimo ad inciampare, riportando diverse ferite sia su entrambe le gambe sia sul braccio mancino, fortunatamente senza mai conseguire gravi danni in conseguenza di tali incidenti. Nonostante ogni difficoltà che l’ostilità di un simile ambiente sembrava offrire in opposizione alla vita stessa, a tutti loro ed, in particolare ovvio riguardo, alla prigioniera, la meta fu raggiunta in tempi e modi stabiliti, vedendo perseguiti sentieri sicuri, per quanto poco noti e poco ricercati.
A seguito di quanto accaduto nei primi giorni, nel proseguo del viaggio alla donna guerriero non furono proposte nuovi problemi da parte dei propri carcerieri, da parte delle persone incaricate della di lei sorveglianza, nonostante tutti non potessero evitare di incolparla per la morte dei propri compagni: in conseguenza, infatti, della versione offerta dal maggiore, ritenuta poco credibile da parte dei suoi subordinati, forte del fatto di essere l’unica possibile testimone dei fatti occorsi, l’unico credibile ago di una bilancia di giudizio ormai incontrollabile nelle menzogne che circondavano la realtà dei fatti, la mercenaria si era riuscita a ritagliare uno spazio di personale benessere, ritrovando non solo l’assenza di ogni possibile molestia ma anche la presenza praticamente costante di acqua e, talvolta, anche di cibo. Invero, che tutto ciò potesse avvenire nella totale ignoranza di Onej’A, risultava essere poco credibile, poco coerente, nel richiedere un’ingenuità effettivamente assente in quell’uomo, ma ella decise di non porsi problemi in tal senso: se i suoi carcerieri, dai gradi maggiori fino al responsabile in comando, per volontà o per costrizione, avevano deciso di concederle una costanza di cibo ed acqua, offrendole sopravvivenza e forza laddove altrimenti avrebbero dovuto avvicinarla a morte certa, ella non si fece scrupoli, approfittando con immenso piacere dell’occasione. Ovviamente mai aveva avuto desiderio o intenzione di sconfessare la versione proposta dal maggiore in merito a quanto accaduto in quella notte di sangue, nel momento il cui i di lei piani continuavano a prevedere il raggiungimento del carcere ad ogni costo: così, nonostante ogni accordo più o meno esplicito preso con le sue ormai generose guardie di scorta, nel corso della sera precedente al loro arrivo al carcere, quando ogni conto richiese di essere saldato, ella non rinnegò nulla delle parole già narrate, offrendo tutta la responsabilità dei fatti occorsi a colui che aveva deciso per tal senso.
In conseguenza di tutto quello, al termine di un cammino aspro, ella raggiunse la propria meta, il luogo della propria condanna, con maggiori energie, con maggiori forze rispetto a quanto lei stessa non avrebbe mai scommesso, nonostante le piaghe tremende imposte dalle catene sulle di lei forme, sulla di lei carne, ferite ed escoriazioni che solo il tempo avrebbe potuto guarire, avrebbe potuto vedere risanate, riportate alla propria forma originaria. Quando, infatti, finalmente il giogo di ferro ed acciaio venne sciolto dalle spalle, dai fianchi, dalle braccia e dalle gambe della prigioniera, lo spettacolo che si offrì tanto al di lei sguardo quanto agli occhi di tutti fu quello di un corpo martoriato, uno fisico un tempo splendido e sensuale torturato tremendamente da tutto ciò che aveva attraversato, da quella lunga, lenta e sadica imposizione, reso quasi simile a quello di un’appestata, di una lebbrosa più che a quello della meravigliosa ed eccitante creatura quale era prima dell’arresto. Una sensazione di sollievo per la liberazione da quelle catene, oltre ad una di orrore per quanto avvenuto alle proprie carni, non poté che essere nella mercenaria, posta di fronte ora all’ingresso al cratere, un varco scavato nella pietra lavica, un tunnel grezzo, povero, privo di qualsivoglia raffinamento, di qualsiasi decorazione, che davanti a lei si proponeva come metafora di un oscuro futuro, dal quale mai avrebbe potuto trovare fuga, dal quale mai avrebbe potuto trovare salvezza se non per grazia di lady Lavero, della donna che a lei aveva offerto amnistia completa in cambio della concessione di mercenari servigi. “Mai”, ovviamente, era ciò che tutti pensavano, ciò che tutti ritenevano, tutti al di fuori di ella.

« Abbiate l’umità e l’accortezza di presentare le vostre intenzioni, o sciagurati che ivi avete condotto il vostro destino. »

Quella richiesta, pronunciata con voce tremula, traspirante decadenza, debolezza, se non più propriamente decomposizione, fu offerta dal portavoce dei guardiani del carcere, i quali si presentarono in un gruppo di cinque unità: vestiti simili a monaci, celando completamente le proprie fattezze avvolti in bianche tonache con lunghi cappucci calati sul viso, essi dimostravano nelle limitate visioni che concedevano dei propri corpi carnagioni assurdamente pallide, quasi albine, apparendo straordinariamente anziani, piegati sotto il peso di troppi anni, più morti che vivi. Nella consapevolezza che chiuso era il numero di tale organizzazione, di simile gruppo, e che i segreti di quel carcere da essi conosciuti si tramandavano di generazione in generazione, di padre in figlio, impossibile a credere era la possibilità di un futuro per tutto ciò, laddove non un solo margine di gioventù, non una sola speranza di vita si proponeva fra loro. Ridicoli nella minaccia delle proprie parole, di quell’ammonimento al timore, essi apparvero agli occhi di tutti, avanzarono lenti ed incerti quasi come se da un istante all’altro essi avrebbero potuto ricadere rovinosamente a terra.

« Siamo membri della guardia cittadina di Kirsnya e conduciamo a voi una nuova ospite per il cratere. » si presentò il maggiore Onej’A, smontando da cavallo ed invitando i propri uomini a spingere in avanti Midda, ad offrirla meglio allo sguardo dei custodi.
« Una femmina. » commentò colui che aveva già espresso parola pocanzi « Di aspetto gradevole per quanto sofferente per il lungo tragitto percorso in prigionia, che su di lei è stato imposto più di chiunque altro precedentemente qui condotto. Chi è colei che ha meritato un simile trattamento? Chi è colei che ha richiesto tutte queste guardie per giungere all’ultima sua dimora? »
« Midda Bontor è il mio nome. » intervenne a quel punto la mercenaria, cercando di ergersi fiera nonostante le grida di dolore che ogni singola membra del proprio corpo gettava in tale gesto nella di lei mente, assordandola « Sessanta persone hanno dovuto accompagnarmi perché timorose della mia ira laddove io spontaneamente mi sono offerta alla giustizia della capitale. »
Uno sguardo del comandante delle guardie sembrò voler fulminare la condannata, nel dissenso offerto per un simile intervento: « Quarantotto ore. » riprese poi « Tale è stato il tempo imposto ad ella nella propria prigionia: quarantotto ore per riflettere sul proprio futuro, per evitare di concludere i propri giorni in questo carcere come tutti gli stolti che prima di lei hanno rifiutato l’unica possibilità di redenzione offerta loro dal fato, dalla generosità dei propri inquisitori. »
« Se tali sono i desideri dei signori di Kirsnya, noi onoreremo simile richiesta. » confermò semplicemente l’incappucciato, mentre i suoi compagni inziarono a muoversi per, evidentemente, prepararsi all’apertura della via d’accesso alle carceri « Ricorda, Midda Bontor, che fra due giorni a partire da ora noi riapriremo la via e questa sarà la sola occasione che avrai per riguadagnare la libertà, per tornare a offrire al mondo la tua bellezza ora provata dalla sofferenza, dal dolore, dal patimento. »
Quasi ad attendere un commento da parte della prigioniera, l’uomo arrestò il proprio parlare, osservandola pur senza vederla, nella stoffa che ne celava l’intero volto fatta eccezione per la punta rugosa del bianco mento.
Ma ella non espresse verbo, ed allora egli decise di concludere: « In caso contrario, la tua esistenza resterà condannata in eterno, imprigionata senza speranza all’interno di questo luogo caotico, di questa realtà priva di ogni regola, di ogni onore, di ogni compassione. Fino al giorno in cui, nauseata della tua vita, tu stessa tenterai di trovare quiete nella morte, libertà nella conclusione della tua esistenza. »

2 commenti:

coubert ha detto...

Non preoccuparti per la trasferta lavorativa... dispiace essere costretti a interrompere dopo tanto impegno per mantenere il ritmo giornaliero per mesi e mesi, ma si tratta di circostanze straordinarie ;)


Io intanto spero che entro lunedì le cose comincino a chiarirsi un poco :P

Sean MacMalcom ha detto...

Non hai idea della rabbia che provo per essere costretto a bloccarmi all'alba del 200° episodio, non per colpa mia fra l'altro, non per mancanza di voglia, tempo o idee (la mente mi strabocca di idee... tanto che credo che approfitterò di quella settimana di blocco ed isolamento dal mondo per portarmi avanti di un bel po'), ma per una stupida questione logistica.
Purtroppo perso fra i monti quale sarò dubito che l'UMTS potrà ricevere e data la singola stella dell'albergo in cui alloggerò, dubito vivamente della possibilità che mi sia concessa la connessione ad internet! :((
Ripeto... che rabbia!!!!