11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

venerdì 25 luglio 2008

197


C
erberi. Sotto alcuni punti di vista simili ad un incrocio fra ippocampi ed idra, essi si proponevano massicci nelle proprie dimensioni, in quelle proporzioni che per molti richiamavano alla mente dei giganteschi canidi, o forse plantigradi, seppur rassomiglianti in effetti ad un cane o ad un orso quanto un ippocampo sarebbe risultato comparabile ad un cavallo con la coda di pesce, forma in cui in effetti le leggende amavano descriverlo in una concezione forse troppo romantica di tale abominio.
Capaci con un sol morso di decapitare le proprie vittime, animali o umane che esse fossero state, le teste di un cerbero si contavano in numero pari a tre, poste una accanto all’altra sopra a spalle comuni, proponendosi effettivamente rassomiglianti a quella di un cane, di un grosso mastino, fatta eccezione per alcune doverose e sostanziali differenze che rendevano a tutti gli effetti arduo il paragone, difficile l’identificazione con un animale comune. I denti della creatura, lunghi ed affilati, si mostravano completamente scoperti, nonché privi di possibilità di copertura, all’estremità di un muso assolutamente glabro ed altresì facente sfoggio di rettili scaglie nere, disposte compatte su tutta la sua superficie nell’unica eccezione offerta dalle narici e dai due occhi. Questi ultimi, grandi e lucidi, si concedevano in colori rossastri, simili a perle rosse, a pozze di sangue brillante o, forse, a fuoco vivo, nel concedere in simile apparenza ragione per attribuirne, alle menti dei più, l’esistenza al dio Gorl, già ipotetico creatore dell’y’shalfica fenice e di molte altre incredibili bestie. Non orecchie si presentavano, poi, superiormente a tali teste, di dimensioni superiori al piede e mezzo: tanto in quel punto così quanto lungo tutti i tre grossi colli, lunghi almeno due piedi e mezzo e larghi più di uno, era un’assurda ed orrenda criniera composta da corti, sottili, ma assolutamente vivi ed animati piccoli serpenti. Con decine, centinaia, forse migliaia di piccole teste, di piccoli occhi, di piccole bocche che voraci cercavano incessantemente nutrimento, cibo, essi erano forse lì predisposti proprio allo scopo di potersi nutrirsi contemporaneamente alle tre fauci principali, nel momento in cui esse si fossero gettate nella carcassa di una preda, ripulendone con cura le ossa da ogni minimo residuo come uno sciame di piranha: se rossi erano gli occhi anche di quei piccoli serpenti, quasi luminescenti nel creare un effetto magmatico attorno alle teste di cui erano parte, nera era la loro scagliosa pelle, similmente a quella del resto della creatura. Nell’unico corpo comune a così tante menti, un forte busto e quattro larghi arti si proponevano come supporto per tutto ciò, in forme lisce, quasi lucenti nell’intensità del loro oscuro colore e nella perfezione delle scaglie che costituivano quell’epidermide, in un’apparenza vellutata, quasi delicata per quanto sotto ad una simile pelle forti, tremendi muscoli si potevano chiaramente distinguere frementi nell’insofferenza dell’immobilità a cui erano costretti. Nelle estremità delle zampe, si presentavano poi un mortale assortimento di artigli simili a lame, lunghi oltre mezzo piede e sicuramente affilati come coltelli, forti forse al punto tale da poter scalfire la roccia, da poter incidere la pietra senza fatica alcuna, mentre una corta ma pesante coda si proponeva a completare quell’incredibile e difficilmente descrivibile quadro, forse a riequilibrare nella propria massa il peso altrimenti troppo rivolto alla parte anteriore, alle tre teste che lì gravavano con la propria mole, in una disarmonia tale che troppo facilmente avrebbero potuto perdere il controllo e ruzzolare poco dignitosamente in avanti.
Dietro a pesanti sbarre di ferro ed acciaio, in un diametro superiore al piede per la necessità di mantenere sotto controllo simili bestie, erano i cinque cerberi che allo sguardo di Midda si erano concessi, racchiusi ai lati di quella sala ricavata nella pietra vulcanica. Osservandoli con cura, ella ritenne che il meccanismo che aveva garantito quel blocco fosse stato azionato unicamente a concedere il proprio avanzamento all’interno di quel corridoio, per desiderio, per volontà dei custodi esterni di quel carcere, da coloro i quali soli avevano la chiave di quel sofisticato congegno di morte: probabilmente, non appena le due soglie in pietra alle estremità di quella sala si fossero richiuse, ad aprirsi sarebbero state quelle gabbie, vedendo così le creature libere di muoversi e di attaccare chiunque avesse osato sfidarle in un tentativo di fuga dal carcere, dall’area delimitata da quel cratere. Concedendo così loro il giusto rispetto ma alcun timore, la mercenaria non poté fare a meno di domandarsi attraverso quali vie ad essi potesse giungere il nutrimento e, soprattutto, quanti prima di lei avevano tentato evasione dalla propria condanna, finendo però come pasto inatteso e non sperato per quelle abominevoli bestie. Invero esse erano a lei già note ed, in virtù di tale conoscenza, da lei considerate più che temibili anche solo in unità singole: anche laddove il suo corpo e la sua mente fossero stati completamente riposati, non provati come invece erano in quel momento a seguito della lunga prigionia, pensare di affrontare apertamente cinque simili animali avrebbe rappresentato un chiaro desiderio di suicidio, atto che ella non desiderava assolutamente compiere con tanta leggerezza, conscia dei propri umani limiti. E proprio per tutto ciò, ogni pensiero dovette essere da lei interrotto nell’avvertire un nuovo movimento, un moto di chiusura proveniente dalla soglia che attendeva il suo passaggio in uscita da quella sala, all’interno della quale ella sarebbe stata freddamente rinchiusa in conseguenza di un ritardo anche minimale.

« Scusate se non mi trattengo in questo splendido ambiente, ma qualcuno mi attende più avanti. » salutò, non risparmiandosi una vena di sarcasmo, nel lasciare in fretta quella sala « Con il vostro permesso… »

Dopo che la soglia si richiuse alle di lei spalle, con uno spessore ora considerato quasi rassicurante nei suoi tre piedi in pietra compatta, la donna guerriero si ritrovò costretta a riprendere un nuovo cammino non diverso da quello già affrontato, attraverso un secondo e lungo corridoio intervallato regolarmente da continue porte in pietra nel quale ebbe la possibilità di avanzare verso il centro del cratere, di superare quell’immenso e naturale perimetro roccioso. Secondo di lei calcoli, interrottisi con l’arrivo nella sala dei cerberi, ella percorse così un’estensione almeno equivalente a quella dell’altro tratto prima di raggiungere, finalmente, la meta tanto ambita, prima di portare il proprio viso a scoprire nuovamente la luce del sole all’interno del carcere segreto.
Davanti al di lei sguardo, così, si presentò un ambiente simile ad una vasta e desolata valle, priva di vita vegetale o animale, priva di una qualsivoglia naturale flora o fauna, dominata solo da rocce scure e sbuffi di calda aria che, frequentemente, si offrivano al cielo fuoriuscendo da diverse fessure dello stesso terreno, lasciando in tutto ciò seriamente dubitare dell’inattività di quel vulcano, come altrimenti era stato descritto. L’area racchiusa all’interno di quel confine risultava tanto vasta da non permettere alla mercenaria di poter intravedere il bordo a lei opposto, il margine lontano di quel cratere, al pari dei limiti posti sopra la propria testa, dei quali non riusciva in alcun modo a distinguere la conclusione, per quanto cielo e sole si offrissero regolarmente al di lei sguardo sopra a quel complesso naturale, a quella zona così piegata all’umano volere da esser trasformata in qualcosa di assolutamente diverso dalle iniziali considerazioni, dai desideri che gli dei probabilmente avevano avuto per essa. Come preannunciato, alcuna guardia, alcuna sentinella, alcun secondino si propose a lei non appena emerse dal corridoio, immediatamente poi serrato alle proprie spalle, in quanto la presenza di alcuno risultava essere richiesta per assicurare il contenimento ivi dei prigionieri: al contrario, se lì fosse stato anche del personale esterno ai detenuti, si sarebbe potuta creare una falla nella sicurezza stessa di quell’impianto, nell’esigenza attualmente non presente di prevedere per coloro che lì sarebbero giunti come lavoratori pagati, e non come reclusi, una via di accesso e di uscita decisamente più semplice rispetto all’unica ora presente, un percorso meno impegnativo e meno pericoloso che avrebbe però rappresentato anche una via di fuga, una possibilità di evasione da una condanna altrimenti eterna per tutti gli altri. Nell’assenza, al contrario, di qualsiasi anima al di fuori di coloro lì destinati per conseguenza di immeritevoli azioni, di torti addotti alla città di Kirsnya, alla sua popolazione o ai suoi governanti, il sigillo posto attorno a quel luogo avrebbe potuto essere e restare totale, assoluto, apparentemente privo di punti deboli e per questo inviolabile.

« Si aprano le danze… » non poté fare a meno che commentare, stringendo le labbra ed i denti di fronte alla folla lì radunata.

Dove infatti nessuna guardia risultò preposta alla di lei accoglienza, un’altra categoria di persone si stava proponendo di fronte ad ella: uomini e donne di diversa età, di diversa estrazione sociale, di diverse origini, si erano infatti affollati intorno all’unico ingresso ed all’unica uscita da quel luogo, probabilmente avvertiti dell’arrivo di un nuovo ospite da qualche vibrazione conseguente al movimento di tutte le porte in pietra. Accanto ad essi, dal loro punto di vista, ella avrebbe forse passato il resto della propria esistenza e la durata della medesima sarebbe stata presto stabilita in conseguenza delle di lei azioni.

4 commenti:

coubert ha detto...

Oh, vediamo di scoprire chi sta cercando con tanto fervore Midda!

Sean MacMalcom ha detto...

NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!

Se settimana prossima non avrò connessione, mi fermerò proprio prima del numero 200!!! :(((

coubert ha detto...

Vedila come una pausa "ad hoc" per creare attesa attorno al duecentesimo episodio ;)

Sean MacMalcom ha detto...

Non hai idea di quanto mi stia rugando tutto questo.
Spero davvero di riuscire, non so come, a potermi collegare... :((