11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 24 luglio 2008

196


I
n silenzio la donna guerriero accolse le parole di minaccia, di condanna, offerte dal portavoce dei guardiani del carcere, dei suoi secondini, se tali sarebbero mai potuti essere definiti.
Senza scomporsi di fronte ad esse, quasi senza dimostrare interesse nei riguardi delle medesime, ella iniziò a muovere lentamente il capo ed il collo, lasciandolo delicatamente dondolare da destra a sinistra, in avanti ed indietro, a recuperare lentamente la mobilità perduta, a rimpossessarsi del controllo sulla propria muscolatura indolenzita, sulle proprie membra bloccate dalla troppa immobilità, senza volersi imporre negativi sforzi, senza voler rischiare di ritrovare uno strappo nel cedere all’enfasi di quel momento per quanto le vertebre, già in tale morbidezza, protestassero rumorosamente con sinistri scricchiolii. Distaccandosi mentalmente dall’universo attorno a lei, nella consapevolezza di doversi presentare forte all’interno di un ambiente carcerario al fine di ridurre al minimo le probabilità di scontro, i conflitti che comunque non sarebbero mancati, ella dedicò la propria attenzione completamente ed unicamente al corpo da troppo tempo dimenticato, da troppo tempo trascurato, nel mentre in cui le ultime formalità venivano svolte fra le guardie attorno a lei ed i custodi di quell’ingresso: al di là della retorica offertale da tutti i discorsi fatti fino a quel momento, ella sapeva di doversi attendere qualsiasi spettacolo all’interno di quel cratere, nel bene o nel male, e nonostante ella sperasse di ritrovare una comunità non dissimile da quella della città del peccato, con cui avrebbe avuto forse maggiore confidenza, era certa che superata quell’oscura soglia il suo destino sarebbe stato deciso unicamente dalla di lei forza e dalla di lei intelligenza, come del resto tale era quasi da sempre nel suo stile di vita. Non appena il collo riuscì ad offrirle un movimento fluido senza imporle straziante dolore, ella volse la propria attenzione alle spalle, iniziando a far roteare con cura anch’esse, sollevandole ed abbassandole, spingendole in avanti e tirandole indietro, tendendo in questo la pelle segnata dal peso delle catene, dall’attrito del metallo, ma imponendosi di non offrire spazio a tale sofferenza nella propria mente: se solo avesse dedicato attenzione ad ogni lesione del proprio corpo, infatti, ad ogni messaggio di avvertimento che alla sua coscienza veniva offerto da quel male, ella avrebbe potuto anche lasciarsi sdraiare lì a terra, rifiutandosi di proseguire di un unico passo. Ma laddove fosse privata di cibo ed acqua probabilmente neanche avrebbe avuto la forza di reggersi in piedi nell’ipotesi di essere sopravvissuta fino a quel momento, nutrita quale altrimenti era stata non poteva concedersi alcuna possibilità di lamentela.

« E’ il momento. » annunciò improvvisamente il portavoce dei guardiani.

Nel seguire il silenzioso comando offerto da un cenno della mano da parte del maggiore Onej’A, un paio di guardie ai fianchi di Midda la invitarono ad avanzare, senza però spingerla, nell’ammirazione che, invero, anche essi ora iniziavano a provare per quella donna straordinaria capace di riprendersi dal straziante martirio impostole con tanta fermezza, tanta indifferenza quasi, concentrata quale appariva nel sciogliere i propri muscoli, nel ritornare fiera padrona del proprio corpo: al di là di ogni proprio pregiudizio, di ogni più o meno giustificabile rancore, la dimostrazione di valore che ella stava offrendo in quel momento trasudava di un carisma non comune, di una forza d’animo rara e preziosa che non avrebbe mai potuto passare inosservata.

« Quanta fretta… » commentò la mercenaria, aggrottando la fronte a quell’invito.

Con sguardo serio, in contrasto all’ironia di quelle parole, ella iniziò ad avanzare verso l’ingresso al cratere, continuando, in ciò, con i propri esercizi, con quei movimenti ora rivolti alle braccia allo scopo di offrire ad entrambe nuovo controllo, nuovo coordinamento, in contrasto all’atrofia a cui era stata altrimenti costretta dalle proprie catene. Sebbene potesse apparire distratta nell’attenzione rivolta al proprio corpo, in quei passi ancora lentamente condotti, ancora incertamente offerti verso il luogo della propria detenzione, ogni senso della donna era ora portato all’ambiente a sé circostante, per cercare di comprenderne i segreti, di intuirne i misteri, i meccanismi che, in un’aura di misticismo, non concedevano ad alcuno fuga da quel luogo, da quella prigione.
Nei di lei intenti non era prevista né la condanna a vita e, neppure, l’asservimento alla sua candidata mecenate: il primo per ovvie e naturali motivazioni; il secondo non tanto per disprezzo verso di ella, quanto piuttosto per un effettivo interesse nel breve termine rivolto ad altri obiettivi, come con assoluta sincerità aveva riferito a lady Lavero. Invero ella provava una reale curiosità nei confronti di una simile figura, enigmatica ed attraente al contempo, per anni considerata morta da tutti ed ora, dopo la scomparsa del fratello, ritornata con tanto potere nella vita politica e sociale della propria città, della propria provincia: se la nobildonna non si fosse comportata da sciocca, nel richiederle ciò che ella non avrebbe mai compiuto per alcuna somma di denaro, di certo la loro eventuale collaborazione avrebbe potuto offrire missioni molto interessanti per il di lei futuro, nuove appassionanti sfide in cui provare la propria abilità, il proprio coraggio, espandendo la leggenda attorno al proprio nome, nella narrazione delle proprie imprese.
Per tali ragioni, Midda avanzò con massima attenzione all’interno dell’oscuro cunicolo, che solo poche torce tentavano vanamente di illuminare, cercando di cogliere ogni possibile indizio su quello che avrebbe potuto essere il tanto famigerato sistema di sicurezza di quella prigione. Non troppi passi riuscirono ad essere condotti prima che ella venisse bloccata da una prima enorme e pesante soglia di pietra: tale ostacolo, al di lei arrivo, lentamente si abbassò ad aprirle la via, a concederle la possibilità di proseguire oltre, mostrandole il proprio impressionante spessore di tre piedi ed una nuova porta, altresì chiusa ed immobile, ad una distanza di non oltre sei piedi da lei. Nell’attesa paziente del completamento dell’apertura di quel primo stadio, la mercenaria ipotizzò come all’interno dell’intero percorso di ingresso al vulcano fosse stato realizzato un complesso ma semplice meccanismo di porte che, sequenzialmente, venivano aperte e richiuse a permettere l’avanzamento in un senso o in quello opposto del detenuto, guidandolo così in maniera obbligata ad avanzare verso il cratere o verso l’uscita da esso, nell’unica alternativa altrimenti offerta di restare intrappolato per sempre fra due soglie chiuse. Tale teoria trovò immediata conferma quando, conclusa la discesa della prima lastra, ella ebbe pochi secondi di tempo per attraversarla prima che essa iniziasse a risalire alle di lei spalle vedendo, altresì, la soglia successiva intraprendere una lenta discesa, ad aprire in tal modo il varco verso il proseguo di quel complesso cammino. Il segreto tanto custodito da quella sorta di ordine monastico, quale appariva allo sguardo il gruppo di guardiani dell’ingresso alla prigione, non era quindi nulla di più di un gioco di contrappesi, o di forze idrauliche, non diverso da quelli presenti in molti templi o santuari come meccanismo di difesa, come trappola per evitare l’ingresso ad incauti avventurieri o ladri in cerca di facile guadagno. Per quanto semplice, comunque, tale meccanismo appariva assolutamente efficace, come del resto l’assenza di evasioni da quel luogo dimostrava più di ogni altra analisi: nella supposizione assolutamente infondata di scegliere quella quale via di fuga, ella avrebbe dovuto ragionare accuratamente su come poter aggirare tutto ciò.

« Thyres… queste porte non finiscono più. » commentò, avanzando un passo alla volta attraverso i continui varchi che davanti a lei si aprivano in concomitanza della chiusura di quelli alle proprie spalle.

Cercando di non perdere il conto tanto delle distanze quanto dei blocchi attraversati, infatti, la donna guerriero era giunta nel momento di quell’affermazione ad un totale di tredici soglie per circa ottanta piedi di lunghezza percorsa: un percorso tutt’altro che breve che, però, si ritrovò ad essere più che raddoppiato prima dell’arrivo ad una svolta significativa in esso, qualcosa che ormai sinceramente ella non si sarebbe mai potuta attendere nel ritenere di aver pienamente compreso il funzionamento di tutto quel sistema di sicurezza, la filosofia celata dietro al mantenimento del controllo su quel carcere dimenticato. Improvvisamente ed inaspettatamente, infatti, davanti agli occhi di Midda una sala ricavata sempre nella nuda roccia vulcanica si concesse, con l’orrore rappresentato da cinque nuovi guardiani, assolutamente diversi a quelli posti all’esterno di quel complesso, imparagonabili ad essi e, sicuramente, rappresentanti un ottimo deterrente per chiunque avesse cercato di violare quel percorso senza permesso, ammesso ma non concesso di poter sopravvivere laddove altresì il permesso fosse stato realmente concesso.

« Odio i cerberi… » sussurrò la Figlia di Marr’Mahew a denti stretti.

2 commenti:

coubert ha detto...

Eh, già pensava di avere a che fare solo con una setta di vecchi ingegneri... :P

Sean MacMalcom ha detto...

LOL!!!!! :D