11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 31 gennaio 2018

2443


« Cosa rappresenta per me…?! » protestò aspramente l’uomo, fremendo nel desiderio di scaraventarsi contro di lei e, ciò non di meno, riuscendo a frenarsi, nella consapevole minaccia per lui rappresentata, allora, da quella lama cristallina « Cosa rappresenta per te, piuttosto… » rigirò su di lei la questione, iracondo « Fra tutti i tesori che ho accumulato nella mia vita, fra tutte le ricchezze delle quali potresti impadronirti, perché proprio quel pendente? Perché proprio quello?! Il suo valore economico è insignificante rispetto a quasi qualunque altro oggetto della mia collezione… »
« Ragione per la quale dovresti essere ben lieto che io abbia a preferire questo ad altro… » puntualizzò la mercenaria, scuotendo appena il capo « Proverò a riformulare la domanda: perché dovresti essere disposto a sacrificare la tua vita per questo gioiello...?! »

Malgrado la non più giovine età, malgrado tutte le primavere alle proprie spalle, malgrado l’atteggiamento squisitamente moderato del quale prima aveva fatto sfoggio, facile, in quel momento, sarebbe stato comprendere come Mapan Seg fosse riuscito a uccidere un uomo a mani nude, e a ucciderlo a forza di pugni, massacrandolo nell’impeto di quel lontano giorno: al di sotto della stanca pelle del suo collo e delle sue mani, così come al di sotto dei suoi abiti da camera e della sua vestaglia, i muscoli di un uomo tutt’altro che sconfitto, tutt’altro che vinto dalla vita o dal tempo, in quel frangente stavano vibrando, e vibrando nell’insano desiderio di travolgerla, di gettarla a terra e di ucciderla, a costo, nel contempo di ciò, di morire a sua volta, nella volontà, comunque, di ottenere il suo sangue, di pretendere la sua vita a giusto pagamento per l’ardire da lei dimostrato nel tentare di impossessarsi di quel gioiello.
Una foga, una passione, una rabbia, la sua, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere e a fraintendere qual vana, quanto, e piuttosto, concreta dimostrazione dell’avversario sicuramente formidabile che, nel nome di quell’oggetto, egli sarebbe stato in grado di essere se soltanto quella lama, allora, non gli stesse offrendo una letale ragione per trattenersi. Ragione che, tuttavia, facile sarebbe stata a smarrirsi nel confronto con una nuova scarica d’adrenalina…

« Se credi che fermerò la mia mano, e la mia spada, permettendoti di giungere a me e di colpirmi, mi dispiace, ma ti sbagli… » escluse la donna, sforzandosi a dimostrare un tono quanto più accomodante possibile, nel tentare di non alimentare, ulteriormente, a furia nel suo cuore « Non saresti il primo, né certamente l’ultimo, a morire per mano mia. E, francamente, il tuo nome e il tuo volto sarebbero dimenticati come quelli tutti coloro che mi sono lasciata alle spalle negli ultimi trent’anni. » chiarì, a scanso di equivoci, nel meglio definire la propria posizione « Nessun rammarico, nessun rimorso: la guerra è la mia vita. »
« Se credi che la tua minaccia fermerà la mia, di mano, nell’impedirmi di strapparti il petto dal cuore, mi dispiace, ma ti sbagli… » replicò a tono l’uomo, palesando, tuttavia e fortunatamente, toni più moderati rispetto ai precedenti « Quel gioiello è il solo ricordo che mi resta di mia moglie… e non permetterò né a te, né a chiunque altro, di impossessarsene… non fino a quando avrò ancora vita. » esplicitò, alfine svelando le ragioni di tanta furia nel confronto con l’idea di quel furto, del furto di quel pendente fra tutti i propri tesori.

E Midda Bontor, che pur non aveva mentito nel proclamare la propria più completa indifferenza nei confronti dei nomi e dei volti delle proprie vittime passate, non nel confronto con l’abitudine della guerra per lei propria, di una vita intera spesa fra battaglie, duelli e scontri, non poté ovviare a essere colpita da quelle motivazioni, da quelle parole, avendo cura, al contrario, di ben conservare nel proprio cuore e nella propria mente, il ricordo di tutti coloro che, altresì, ella aveva amato nel corso della propria esistenza, uomini e donne che, in buona parte, non avrebbero più avuto a potersi considerare in vita, e nel confronto con la memoria dei quali, pur, ella non avrebbe potuto ovviare a provare ancora forti emozioni: sua madre Mera, alla quale neppure aveva avuto occasione di rivolgere un ultimo saluto, nell’essere lontana da casa quando la morte l’aveva pretesa; sua sorella Nissa, morta fra le sue stesse braccia, per colpa della sua stessa spada, ultima vittima di una lunga guerra fra loro; il suo primo maestro d’arme Degan, assassinato per volontà del proprio stesso figlio, neppur conosciuto qual tale; il suo primo grande amore Salge, ucciso a tradimento sotto ai suoi occhi; e molti altri nomi, molti altri volti, di persone amate e perdute, che, tuttavia, mai avrebbe potuto dimenticare, al pari di tutti coloro che, pur non morti, ella si era lasciata alle spalle, nel folli dinamiche della sua complicata vita. A coloro che ella amava, o aveva amato, la sua mente e il suo cuore avrebbero preferito dedicare le proprie attenzioni, allorché sprecare inutilmente le proprie energie nei riguardi di chi, altresì, magari odiato, o, persino, neppur conosciuto, e che, semplicemente, era caduto per effetto dei suoi colpi, delle sue azioni.
In ciò, pertanto, ella ebbe a rinnovare il proprio sincero rispetto nei confronti di quell’individuo, di quell’uomo che, pur disposto a lasciarsi derubare per non porre in dubbio l’incolumità dei suoi cari, non avrebbe mai permesso ad alcuno, neppur nel confronto con una concreta minaccia come quella rivoltagli in quel frangente, di privarlo di una reliquia per lui legata all’importante ricordo di una persona amata e perduta, una persona come la propria sposa. E per questo, nel confronto con un rinnovato sentimento di stima nei suoi riguardi, con la stessa velocità con la quale aveva fatto apparire la propria spada, la mercenaria ebbe allora e improvvisamente a riporla nel proprio fodero, in un gesto che, più di molte parole, avrebbe voluto esprimere il proprio disinteresse a proseguire in quel conflitto.
Un gesto che, in effetti, si riservò occasione di essere apprezzato, dal proprio interlocutore, più di molte parole, consentendo alla sua mente pur agitata dalle emozioni, dai sentimenti di forte odio per colei che tanto si stava impegnando a sottrargli quel medaglione, di ritrovarsi a essere spiazzata dall’ultima delle azioni che mai avrebbe potuto attendersi da parte sua. Un’azione che, allora, gli consentì di recuperare controllo sufficiente per esprimere verso di lei una semplice domanda…

« Cosa pensi di fare…?! »

E la donna guerriero, lieta di quel risvolto, non esitò a volgergli un quieto sorriso divertito, e a concedere voce alle proprie idee, ai propri pensieri, certa di quanto, forse, ciò che avrebbe avuto a proporgli lo avrebbe potuto soddisfare.

« Questo pendente, la chiave di Mesoolan, è per me un oggetto indispensabile per il conseguimento di una missione, e di una missione volta al recupero di qualcos’altro. » spiegò, con tono tranquillo « Una volta ottenuto quanto la mia mecenate desidera, non avrò ulteriore interesse nei confronti di questo gioiello, per te altresì di così tanto importante valore: motivo per il quale, se tu ora mi lascerai andare senza costringermi a farti del male, o, peggio, a ucciderti, ti assicuro che, alla fine di quest’avventura, sarà mia premura tornare qui, per rimettere tutto al suo posto, senza che tu abbia neppure a rendertene conto… » gli propose, sorridendo quieta « Ritengo che la mia proposta possa considerarsi più che ragionevole, non trovi?! » cercò conferma da parte sua, a riguardo di quell’idea.
« Per me il valore di quell’oggetto trascende la sua stessa natura materiale. » replicò aspramente l’uomo, pur, ancora, trattenendosi, non avventandosi addosso a lei così come pur, allora, avrebbe potuto compiere senza più ulteriori freni « In questo non vi è nulla di ragionevole nel tuo blaterare, volto a spingermi a fidarmi di una semplice ladra mercenaria. »
« Mercenaria ladra, al limite… » lo corresse ella, scuotendo il capo « E, per quanto mi concerne, in questo momento anche per me il valore di questo oggetto trascende la sua stessa natura materiale. Per me, infatti, rappresenta la salvezza dei miei figli, tenuti prigionieri da colei alla quale ora sono costretta a offrire i miei servigi… » spiegò, con tono improvvisamente divenuto serio « … per te, lo comprendo, è il ricordo di un amore perduto. Ma per me, ora, rappresenta la possibilità di evitare di perdere chi amo. »

martedì 30 gennaio 2018

2442


A celarne le spalle, oltre alle larghe maniche a sbuffo della bianca camicia, anche un lungo cappotto ridiscendeva, dall’alto delle sue forme, sino quasi a sfiorare il suolo ai suoi piedi, anche quest’ultimo contraddistinto, similmente al resto dei suo vestiario, da una parvenza vellutata, seppur, similmente ai suoi stivali, da una tonalità marrone scuro, con una lunga sequela di fregi dorati a sancirne la possibilità di chiusura. Fregi dorati che, in effetti, avrebbero avuto a dover essere egualmente ritrovati anche tanto sul panciotto, lungo la mediana del suo addome, quanto sui pantaloni, definendo i suoi fianchi, e, anche, sui suoi stivali, sancendone le chiusure superiori. Una scelta di vestiario, quella così delineata, che non avrebbe potuto ovviare a definire un gusto estremamente classico da parte di quella donna e che pur, per quanto ovviamente egli non avrebbe potuto immaginarlo in quel frangente, non avrebbe avuto a doversi considerare frutto di una sua effettiva scelta in tal senso, nell’essere stata, in siffatta maniera, vestita ed equipaggiata dalla sua attuale mecenate, da colei per soddisfare i desideri della quale aveva ripreso le proprie antiche abitudini da mercenaria. Mecenate, la sua, che, per l’appunto, non si era limitata semplicemente a rivestirla, ma anche a equipaggiarla, e a equipaggiarla, tuttavia, non seguendo i propri gusti, quanto e piuttosto accogliendo le richieste della propria mercenaria, nel concederle una spada bastarda e uno stiletto, così come da lei richiesto, quali uniche armi con le quali affiancarsi: spada molto particolare, quella che aveva desiderato, e che, in effetti, aveva dovuto essere addirittura estemporaneamente sottratta ai preziosi cimeli della sua committente, giacché, a bordo della sua nave, tale avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la sola lama di quella particolare foggia presente. E laddove pur ignaro di tutto il discorso a contorno avrebbe avuto a doversi allor considerare Mapan Seg, immediato, per il suo sguardo, fu scorgere le armi con le quali ella appariva equipaggiata, scelta non meno insolita rispetto a quelle sue vesti soprattutto innanzi all’assenza di una qualunque arma da fuoco, laser, al plasma o sonica che dir si volesse.
Molto più dei suoi occhi, tuttavia, molto più dei suoi prosperosi seni, ancora, molto più delle sue eccentriche vesti, e, infine, molto più delle sue armi, quanto ebbe in quel mentre occasione di attirare il suo interesse, fu quanto egli poté cogliere pendente attorno al suo collo, un gioiello, un ornamento molto particolare, e nel confronto con il quale egli non avrebbe potuto ovviare a vantare una certa confidenza, nell’aversi a dover riconoscere qual di sua proprietà, e nell’aver allora a rappresentare, nella fattispecie, qual il frutto di quel furto. Un monile a confronto con il quale, a dispetto di quanto, sino a quel momento, promosso e promesso, Mapan Seg non poté ovviare a sentir il sangue salirgli violentemente al viso, ottenebrandogli ogni raziocinio e spingendolo, allor, ad agire, e ad agire nella probabilmente stolida volontà di recuperare quanto sottrattogli…

« Tutto ma non quello! » ringhiò, cercando di gettarsi contro la donna, di costituzione più modesta rispetto alla sua, deciso, se necessario, a sopraffarla con il proprio stesso corpo, pur di non permetterle di allontanarsi con quel medaglione.

Se pur improvvisa fu la rivolta dell’uomo a discapito della ladra, straordinariamente repentina ebbe a essere la reazione della stessa a suo freno, in un movimento tanto rapido della propria mancina, a impugnare l’arma dal proprio fodero e a estrarne l’intera estensione, che, quasi, quella temibile spada a una mano e mezza parve essersi lì materializzata all’improvviso, laddove, tuttavia, prima neppur esistente. E quella che ella ebbe a svelare, in tal gesto, in simile movimento, allo sguardo del proprio ipotetico sfidante si propose essere non una lama comune, quanto e piuttosto di mirabile pregio, di straordinaria rarità, nell’essere stata forgiata secondo un’antica tecnica di tradizione elberichiana da un unico blocco di lonsdaleite, con un materiale e attraverso un procedimento tale da rendere quella stessa lama, quell’arma meravigliosa, qual sostanzialmente indistruttibile, per quanto, apparentemente, non simile a un blocco di cristallo scolpito: cristallo scolpito che, se soltanto Mapan Seg fosse avanzato di un sol, ulteriore passo, avrebbe potuto affondare serenamente nelle sue carni senza fatica alcuna, in maniera non dissimile a un coltello rovente attraverso un panetto di burro.
Ben consapevole di ciò, nel riconoscere l’arma contro di lui così materializzata nella mancina della propria antagonista, e ben cosciente di quanto, da morto, non avrebbe potuto certamente impedirle di allontanarsi con quel gioiello, l’uomo ebbe così a frenare il proprio impeto, a bloccarsi appena in tempo per vedere soltanto la propria vestaglia sfiorare delicatamente la punta di quella lama cristallina, leggerissimo, quasi impercettibile contatto allor più che sufficiente a permettere alla medesima di tagliarla, e di tagliarla in maniera del tutto passiva, a comprova di quanto effettivamente alcun fraintendimento avrebbe avuto a dover essere accomunato a quella lama…

« Fermati, Mapan Seg! » gli ordinò ella, dimostrando, senza alcuna sorpresa in lui, di ben conoscere il suo nome, la sua identità « Non sono pagata per ucciderti… e, francamente, non ho alcun interesse a compiere qualcosa per cui io non sia pagata. » sancì, dichiarando, priva di imbarazzo alcuno, la propria natura mercenaria, nonché quanto, il proprio interesse in tutta quella questione, avesse a doversi considerare in sola connessione a un incarico, a una commissione professionale da lei accettata.

Ma, per quanto in quel frangente consapevole di essere pressoché disarmato nel confronto con una lama straordinaria, l’uomo, a discapito di tutta la saggezza prima dimostrata, ebbe allora a non voler demordere, a non voler cedere nel confronto con quel furto, al punto tale, addirittura, da muovere la propria destra, con il palmo aperto, ad appoggiarsi lungo il piatto della lama contro di lui sollevata e a spingerla, bruscamente, di lato, per farsi strada verso di lei. Un gesto rabbioso, e pur tutt’altro che sciocco nelle proprie ragioni, che da lei venne comunque rapidamente vanificato, nel lasciar proseguire il movimento della spada per così come impostagli dall’uomo ad allontanarsi dal suo ventre e, ciò non di meno, un istante dopo, a ritornare, in una piccola parabola, sino al suo collo, lì, tuttavia, non appoggiandosi nella riprovata mancanza di interesse, da parte sua, a ferirlo o ucciderlo, tanto avrebbe avuto a doversi considerare il rischio di decapitarlo quasi involontariamente nel confronto con il filo di quella spada. Spada che, per quanto ella provasse sincere emozioni contrastanti a tal riguardo, avrebbe forse avuto a che vincere persino nel confronto con la propria storica lama, quella che, suo malgrado, allora avrebbe avuto a doversi cercare a chissà quale assurda distanza da lei, insieme ai suoi amici e al suo amato sulla Kasta Hamina.

« Fermati, sciocco! » lo intimò nuovamente la donna guerriero, scuotendo il capo e non potendo che provare preoccupazione per l’incolumità del proprio antagonista, laddove, improvvisamente, sembrava aver perso il lume della ragione, nel confronto con la consapevolezza di quanto ella stesse cercando di sottrargli « Dove è finita tutta la tua assennatezza? Dove è finita tutta la premura pocanzi dimostrata per i tuoi cari?! Desideri davvero che, fra qualche ora, qualcuno abbia a trovare il tuo cadavere sgozzato su questo pavimento?! » gli domandò, cercando invero, con quelle parole, di costringerlo a recuperare la saviezza perduta.

Purtroppo, nel profondo dello sguardo di Mapan Seg, in quel momento, si stava mostrando soltanto un’incredibile rabbia, un bruciante senso di rancore a suo discapito, ragione per la quale, difficile sarebbe stato riuscire ad avere con lui un qualunque genere di dialogo…

« Cosa rappresenta per te la chiave di Mesoolan?! » insistette Midda, cercando di riuscire a ottenere da lui una qualche risposta, una qualunque spiegazione utile a giustificare, in qualunque maniera, il sacrificio al quale pur sembrava tanto stupidamente desideroso di votarsi.

lunedì 29 gennaio 2018

2441


« In effetti no. Anzi… in verità ho già tutto quello che mi serve e, se non fosse stato per l’arrivo dei tuoi uomini a disturbarmi, a quest’ora sarei già lontana. » confermò la donna guerriero, alle sue spalle, annunciando in tal maniera il già occorso completamento della propria ruberia, con lieve disappunto nella propria voce per quella sgradevole piega negativa occorsa proprio all’ultimo minuto, quando ormai la missione avrebbe potuto considerarsi terminata.
« Allora vattene. » insistette Mapan Seg, con evidente frustrazione, nell’aversi a dover riconoscere, in tutto quello, qual palesemente impossibilitato ad agire e, in una situazione di impotenza nella quale non avrebbe avuto a potersi ritenere abitualmente confidente e a confronto con la quale, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare a provare un senso crescente di rabbia nel proprio cuore « Vattene prima che qualcun altro abbia a rendersi conto della tua presenza qui e possa cercare di fermarti. » le suggerì, dimostrando, in tal senso, sincera preoccupazione per coloro i quali avrebbero potuto incrociare i suoi passi e avrebbero potuto rischiare vanamente la propria vita contro di lei.

Piacevolmente sorpresa dall’approccio squisitamente moderato riservatole da parte del proprio prigioniero, Midda Bontor non ebbe alcuna ragione di infierire gratuitamente a discapito del medesimo. Avendo ottenuto quanto desiderato, e non vedendosi imposta particolare minaccia, obiettivamente l’unica cosa che le sarebbe rimasta da fare sarebbe stata quella di dileguarsi, per poter proseguire, in grazia al tesoro così sottratto, la propria impresa, la propria missione per il recupero di qualcosa di più importante: qualcosa a confronto del quale, quel cimelio avrebbe avuto a doversi considerare una semplice chiave d’accesso, proponendosi qual un mezzo ancor prima che un fine.
Non potendo trovare alcuna ragione per proseguire in quel dialogo, quindi, ella avrebbe potuto mettere facilmente a nanna il proprio interlocutore, con una carezza della propria mano destra, in cromata lega metallica: un gesto che non aveva avuto alcuna esitazione a volgere a discapito delle sue guardie e che pur, innanzi a lui, ebbe di che frenarsi, domandandosi se fosse il caso di agire realmente in quel modo o se, piuttosto, non sarebbe stato meglio riservarsi altre opportunità, qual segno di giusto rispetto per la saggezza da questi dimostrata nel ben valutare quanto la vita dei propri cari avrebbe avuto a doversi considerare più importante di qualunque ricchezza potesse aver accumulato nel corso della propria vita.
Così, rabbonita dal suo comportamento, e complice l’assenza di qualche concreta ragione per voler far del male a quell’uomo, nel non aver mai ricevuto danno da lui, la donna guerriero, in quel momento nelle non inedite vesti di ladra, si convinse a proporgli un semplice accordo…

« Me ne andrò via subito. » lo rassicurò, a escludere qualunque fraintendimento a tal riguardo « Ma prima che ciò accada, dovrei farti perdere ogni consapevolezza del mondo a te circostante, a ovviare l’eventualità nella quale, sospinto da una qualche imprevedibile brama di ribellione, tu abbia a rischiare la tua stessa esistenza nel tentare di fermarmi. » illustrò, per poi proseguire « Ciò non di meno, preferirei evitare questa precauzione… nell’ipotesi nella quale tu vorrai offrirmi la tua parola d’onore che non cercherai di impegnarti in inutili eroismi a mio discapito. »

Per Mapan Seg, l’essere posto di fronte a quelle parole non poté che generare un momento di sincero dubbio, quasi disorientamento, nel non riuscire, in cuor suo, a comprendere realmente in quali termini avrebbe avuto a dover interpretare tutto ciò e, soprattutto, in quali termini avrebbe avuto a dover considerare la propria potenziale assassina.
Quella donna, ancor sconosciuta, neppur vista in faccia, e pur penetrata con tanto straordinario ardimento entro i confini della propria dimora, per depredarlo, oltre ad aver superato tutti i suoi sistemi di allarme aveva anche avuto la meglio contro tutti i suoi uomini, lasciandoli stesi a terra, probabilmente incolumi e, pur, privi di sensi, in un comportamento che, al contempo, avrebbe potuto essere inteso qual volto a imporre su tutti loro una straordinaria umiliazione e, ciò non di meno, a garantire loro un’indubbia premura, nel consentirgli di vivere, e di vivere ancora un giorno così come, nella medesima situazione, probabilmente nessun altro si sarebbe sforzato loro di assicurare. E, in quel momento, pur premendogli una lama alla gola, e in ciò suggerendo una possibilmente sgradevole, prematura e violenta fine della propria esistenza, ella stava offrendo lì riprova di non volergli imporre danno, in un nonsenso tale per cui sarebbe stato obiettivamente impossibile comprenderne la volontà, gli intenti, o quanto, allora, avrebbe potuto realmente compiere.
In tal modo sinceramente confuso, e francamente incerto sulla migliore risposta da concedere alla propria interlocutrice, egli decise di offrire il proverbiale buon viso a quel pur cattivo gioco e, in ciò, di accettare l’occasione che ella gli stava garantendo…

« Il mio solo desiderio è che tu possa levarti quanto prima di torno. » ribadì Mapan, storcendo appena le labbra verso il basso « Se questo è anche ciò a cui tu ardisci, non sarò certamente io a ostacolarti: hai la mia parola d’onore. » dichiarò, ricorrendo ai medesimi termini da lei adoperati per definire l’impegno richiestogli.
« E sia. » confermò quindi la donna guerriero, ritraendo la propria lama e la propria mano da lui, e lasciandolo, in tal senso, finalmente libero dalla propria presenza, e libero di muoversi per come più avrebbe potuto preferire.

Ovvio, nell’esatto istante della propria ritrovata libertà, non poté che essere per l’uomo il desiderio di voltarsi, e di voltarsi verso la propria antagonista, per poter, quantomeno, avere evidenza visiva di chi potesse essere, per poterne osservare, seppur solo fugacemente, il volto, a riservarsi in ciò occasione di riflettere nel merito di quella donna e del suo strano comportamento, anche dopo che ella se ne fosse andata.
Così, egli ebbe occasione di cogliere l’immagine di una donna matura, probabilmente sulla quarantina, il cui primo, indiscutibilmente più evidente dettaglio avrebbe avuto a dover essere considerato quello rappresentato dai suoi occhi color del ghiaccio, tanto azzurri da sembrar quasi bianchi e da offrire l’illusione di brillare di una gelida luce propria. In contrapposizione a tali occhi, a simili gioielli di incommensurabile valore, non avrebbero potuto ovviare a porsi i suoi capelli, capelli di un color rosso fuoco incredibilmente intenso, capelli che avrebbero potuto essere meglio valorizzati, e meglio avrebbero potuto valorizzare la sua immagine e la sua femminilità, se soltanto fossero stati portati in un diverso taglio, un taglio che, quantomeno, potesse giungere ad accarezzarle le spalle: al contrario, tuttavia, essi si ponevano corti, cortissimi, in un approccio quasi militare alla questione, atti a descrivere, in tal senso, una combattente ancor prima che una comune donna, così come anche ben definito dal lungo sfregio che ne attraversava il volto sul fronte sinistro, proprio in corrispondenza di un occhio, e del quale, pur, ella non sembrava avere a che importarsene, sfoggiandolo con quieta fierezza. In antitesi all’estetica propria del suo taglio di capelli, tuttavia, il suo corpo non avrebbe potuto ovviare a svelare tutta la sua femminilità, nel far sfoggio di forme tanto prorompenti a fronte delle quali, difficile, in verità, sarebbe stato per qualunque interlocutore restare concentrato sui suoi occhi senza, in tal senso, scendere più in basso, verso i seni, verso i fianchi, verso i glutei e, più in generale, verso ogni sua curva squisitamente enfatizzata. La circonferenza toracica della donna, probabilmente già abitualmente esuberante, in quel particolare momento appariva tutt’altro che sobriamente enfatizzata da un’ampia scollatura triangolare, il cui vertice inferiore andava a esaurirsi praticamente in corrispondenza dell’apogeo dei suoi seni, rigidamente contenuti all’interno di una camicia bianca appena intuibile, nella propria presenza, al di sotto di un vellutato panciotto blu scuro, attillato quanto sufficiente per non celare alcuna sua forma e, ciò non di meno, lungo abbastanza a scendere sino a coprirne i fianchi, esaurendosi soltanto all’inizio delle sue gambe, a sua volta avvolte morbidamente da pantaloni di tessuto nero quasi disegnati al di sopra delle sue stupende gambe, tanto, lì, avrebbero avuto a doversi riconoscere stretti attorno a esse. Pantaloni che, a sua volta, andavano a esaurirsi all’interno di alti stivali di pelle marrone scura, lunghi quanto sufficiente non solo a inglobare i suoi polpacci ma, addirittura, a sfiorarne le ginocchia.

domenica 28 gennaio 2018

2440


C’era stato un tempo in cui Midda Namile Bontor era stata una mercenaria. E, probabilmente, non aveva mai smesso di esserlo: in qual altri termini poter giustificare, altrimenti, l’impegno che aveva accettato di rendere proprio nel porsi al servizio del capitano di una masnada di pirati?
Figlia di un pescatore e figlia dei mari, cresciuta negli anni della propria fanciullezza a bordo di una nave impiegata prima come mozzo e poi come marinaio, che al mare aveva votato la propria vita e che al mare, per oltre metà della propria esistenza, aveva sognato nostalgicamente di fare ritorno, ella non aveva mai potuto ovviare a percepire il concetto stesso di pirata qual a sé antitetico, antagonista. E non aveva mai potuto ovviare a percepirlo qual tale già prima di scoprire quanto la sua stessa gemella Nissa fosse divenuta, prima, a sua volta un pirata e, poi, fosse addirittura assurta, nel loro mondo, a regina di una vera e propria nazione di pirati, un regno che proprio sua sorella aveva costruito dimostrando un valore, una forza, un intelletto sicuramente straordinari, e, ciò non di meno, impegnandosi, in tutto ciò, a incarnare semplicemente tutto ciò che ella non avrebbe mai potuto ovviare a odiare, e odiare profondamente, nella propria vita.
In tutto ciò, che la Jaco Milade non fosse una nave costruita al fine di solcare i mari, quanto e piuttosto le infinite distese siderali, non avrebbe mutato, ai suoi occhi, particolarmente il concetto… anzi. E dal momento in cui, del resto, il suo stesso capitano, la splendida Lles Vaherz, era solita definire se stessa qual un pirata e il proprio equipaggio qual una ciurma di predoni e tagliagole, difficile sarebbe stato offrire ragione di torto a tutti i pregiudizi che, a tal proposito, la donna guerriero avrebbe potuto riservarsi a tal riguardo.
Ciò nonostante, al di là di tutti i propri pregiudizi, e al di là della fiera rivendicazione, da parte di Lles e degli uomini e delle donne al suo servizio, della propria identità di pirati; Midda Bontor non aveva esitato neppure un istante ad accettare di rimettersi in giuoco come avventuriera, innanzitutto, e come ladra, a margine di ciò, proprio al servizio di quella donna pirata, eleggendola a propria mecenate nella semplice evidenza di quanto, allora, pur in assenza di particolari ragioni di entusiasmo a tal riguardo, quella particolare figura avrebbe potuto garantirle in cambio qualcosa che ella non avrebbe potuto ovviare a desiderare e per ottenere la quale, allora, sarebbe stata disposta a scendere a patti anche con chi, per lei, così visceralmente giudicabile qual avversario: la libertà dei propri figli.
In verità, nulla in quanto ella stava compiendo allora avrebbe avuto a doversi ritenere qualcosa di inedito. Già in passato, ben dieci anni prima di allora, Midda Bontor si era ritrovata ad accettare di porsi al servizio di qualcuno che non avrebbe mai potuto apprezzare, né nei propri modi, né nelle proprie idee, e che pur, all’epoca, si era dimostrata in grado di poterle garantire, come ricompensa per i propri servigi, un’informazione, e un’informazione che le stava particolarmente a cuore, per ragioni squisitamente personali: e così, come all’epoca ella aveva accettato di porsi al servizio di lady Lavero, entrando, addirittura, a far parte di una piccola squadra di mercenari da quest’ultima appositamente costituita con l’incarico di recuperare la corona perduta della regina Anmel Mal Toise, un antico e leggendario manufatto in conseguenza alla dissepoltura del quale, proprio malgrado, la stessa donna guerriero avrebbe finito per rovinarsi la vita; allo stesso modo, nel tempo presente, ella non avrebbe mai potuto tirarsi indietro a fronte della necessità di riscattare, attraverso il compimento della missione affidatale, il fato dei propri bambini.
E ben misera importanza avrebbe avuto il fatto che, sino a poche settimane prima, ella neppure conoscesse Tagae e Liagu, i due pargoli per la protezione e la salvezza dei quali, adesso, tanto avrebbe rischiato, e tanto avrebbe posto in giuoco, a partire dai propri ideali, sino a giungere alla propria stessa vita. Da quando, per una pura e semplice casualità, uno scherzo del fato, i loro destini avevano avuto occasione di incrociarsi, quella coppia di bambini di forse otto anni, o forse neanche tali, era entrata profondamente nel suo cuore, abbattendo ogni barriera che lì ella aveva inconsapevolmente eretto a propria stessa protezione nel corso degli anni, probabilmente fin da quando la sua gemella Nissa, nel desiderio di consumare una folle vendetta a suo discapito, l’aveva ferita al ventre, non uccidendola e pur rendendo sterile il suo grembo per sempre. Nella consapevolezza, quindi, dell’evidenza della propria impossibilità ad avere figli, nel corso del tempo Midda Bontor, per non soffrire, si era sempre sottratta a qualunque possibile surrogato di maternità che, pur, non aveva mancato di presentarsi nella sua vita in diverse forme, in diverse occasioni, ultima fra le quali, persino, l’adozione delle proprie due nipotine, rimaste orfane dopo la morte della loro genitrice e, ciò non di meno, da lei lasciate indietro, nel proprio mondo: un abbandono, il suo, giustificato nel non volerle coinvolgere nella follia di quanto l’avrebbe attesa, del viaggio che avrebbe avuto a dover compiere sulle ali della fenice, e che l’avrebbe condotta al di fuori dei confini stessi di quanto, sino ad allora, per lei non avrebbe avuto a dover essere soltanto considerato il proprio mondo, ma anche tutta la propria concezione di realtà; un abbandono, il suo, altresì probabilmente più intimamente motivato dal timore di scoprirsi incapace a essere madre per qualcuno, fossero anche due piccole orfane soltanto bisognose di una famiglia.
Con Tagae e Liagu, tuttavia, qualcosa era inaspettatamente mutato in lei. Forse in conseguenza alla loro drammatica storia, forse a seguito di tutte le disavventure già ripetutamente vissute per raggiungerli e salvarli, forse e semplicemente perché essi avrebbero allora avuto bisogno di lei nelle proprie vite non di meno di quanto ella avrebbe avuto bisogno di loro; Midda Bontor era arrivata a considerare quei due pargoli al pari di due figli… in un sentimento d’affetto da essi, del resto, felicemente ricambiato, null’altro avendo a desiderare se non l’amore che ella aveva già dimostrato essere in grado di destinare loro. E proprio per loro, solo per loro, ella non avrebbe potuto ovviare, allora, a scendere a patti persino con il capitano di una nave di pirati, accettando di svolgere una missione per lei al fine di riscattare, attraverso il successo nella medesima, la libertà di quei due pargoli, oltre, ovviamente, alla propria, guadagnandosi, in questo, anche un viaggio fino a quanto solo, allora, avrebbe potuto definire qual casa: la Kasta Hamina, la nave mercantile all’interno della quale l’aspettavano i suoi compagni di equipaggio, le sue amiche e, soprattutto, il suo compagno, il suo amato Be’Sihl.
Così… eccola. Nuovamente tornata a essere una mercenaria. Tutto come in passato; tutto come una volta; tutto come ai vecchi tempi.

« Devi ancora dirmi cosa desideri da me… perché sei entrata in casa mia… » parve volerle ricordare il suo prigioniero, Mapan Seg, nel mentre in cui la tensione muscolare da lui precedentemente dimostrata ebbe a scemare rapidamente, in evidente conseguenza al freno da lei impostogli, in quella così precisa interpretazione dei suoi più intimi desideri di ribellione contro di lei a fronte della quale, probabilmente, non aveva potuto ovviare a desistere, nel timore di quanto, allora, ella avrebbe potuto compiere per assicurarsi l’assenza di una qualche interferenza da parte sua nei propri piani.
« Nulla di cui non potrai fare a meno… non preoccuparti. » volle tranquillizzarlo Midda, scuotendo appena il capo, per quanto tal gesto non avrebbe potuto essere da lui colto, essendo ella ancor posizionata alle sue spalle « Hai tante ricchezze, tanti tesori accumulati in una vita intera… uno in meno non cambierà nulla. » insistette a tranquillizzarlo, con un lieve sorriso, ancor non apprezzabile da parte del suo interlocutore.

Ma una mercenaria, al servizio di un pirata, avrebbe potuto ancora considerarsi tale…? Oppure, a sua volta, avrebbe avuto a doversi ritenere un semplice predone, un tagliagole come tanti altri, termine che, del resto, in quel preciso istante, in quel particolare contesto, non avrebbe potuto essere più che azzeccato, nel considerare ove, la sua sottile lama, era stata appoggiata.

« Prendi ciò che desideri… e vattene. » la invitò, pertanto, il padrone di casa, con toni decisamente meno accattivanti di quanto, in un simile frangente, avrebbero potuto attendersi da parte sua, benché, comunque, ben giustificabili nelle proprie motivazioni « Non credo che tu abbia bisogno della mia compagnia, o del mio aiuto, per completare il furto. » sottolineo, nell’evidenza dell’ovvia verità di quanto, sino a quel momento, ella fosse riuscita a cavarsela tranquillamente da sola, là dove, pur, non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità d’agire.

sabato 27 gennaio 2018

2439


C’era stato un tempo in cui Midda Namile Bontor era stata una mercenaria. E una delle migliori mercenarie del proprio mondo.
In quel tempo, ella non avrebbe avuto a doversi considerare, in verità, qual realmente interessata al denaro promessole per i propri incarichi, denaro che pur, ella, non avrebbe poi mancato di pretendere e pretendere, sovente, in misura raddoppiata, triplicata o, addirittura, quintuplicata rispetto all’accordo iniziale, in diretta proporzione agli imprevisti incontrati a margine del completamento della propria missione. A spingerla a porre la propria vita in gioco, in verità, avrebbe avuto a dover essere considerato, semplicemente, il desiderio di porsi alla prova con sempre nuove sfide, nell’affrontare imprese sempre più complesse delle precedenti, a dimostrare, in ciò, non semplicemente la propria bravura, quanto la propria più assoluta autodeterminazione nel confronto di uomini e dei. Raramente, in tutto ciò, ella avrebbe avuto a subire una missione non gradita: nell’accurata selezione dei propri mecenati, alla fine ridottosi, sostanzialmente, a un unico soggetto, Midda Bontor aveva sempre considerato con attenzione la capacità degli stessi di concederle quanto da lei desiderato, quanto da lei bramato, rifiutando l’idea di spendersi in quelle mere banalità per le quali, ben volentieri, avrebbe concesso quieta possibilità di azione ad altri soggetti, ad altri mercenari, senza, in questo, riservarsi opportunità di recriminazione, nel non avere interesse a facili guadagni, quanto e piuttosto a quelle imprese a fronte delle quali chiunque altro avrebbe semplicemente considerato impossibile sopravvivere, o, ancor meno, riportare vittoria.
Ovviamente, non tutti gli incarichi nei quali ella si era lasciata coinvolgere, nel corso della propria avventurosa vita da mercenaria, avrebbero avuto a poter vantare un incedere sì incalzante da non concederle un momento di respiro, né, in alternativa, l’immediato confronto con il fulcro del proprio interesse. Al contrario, non rara avrebbe avuto a doversi considerare l’eventualità nella quale, ancor prima di poter giungere all’impresa desiderata, alla sfida bramata, ella avrebbe avuto a doversi lasciar coinvolgere in altre missioni, in altri confronti minori, contorno necessario, per non dire obbligato, utile a permetterle di raccogliere quelle informazioni, o quegli artefatti accessori per il compimento del proprio scopo primario. A volte, in casi fortunati, queste imprese a contorno si scoprivano paradossalmente persino più articolate e più complicate rispetto a quelle di riferimento principale, in termini che, a posteriori, ella avrebbe potuto aver ad apprezzare e ricordare con maggiore orgoglio nel confronto con quanto, alfine, effettivamente perseguito secondo i propri desideri iniziali. In altre situazioni, casi altresì più frequenti e consueti, tutti i preparativi a margine del proprio incarico avrebbero avuto a presentarsi, né più né meno, per quanto avrebbero potuto promettere sin dall’inizio: mera attività collaterale della quale, potendo, avrebbe fatto quietamente a meno.
In simili scenari, nel corso tali marginali sfide a fronte delle quali, pur, non si era potuta mai tirare indietro, non, quantomeno, nel voler poi perseguire i propri scopi iniziali, sovente Midda Bontor era stata costretta a reinventarsi in molti diversi ruoli, anche estranei a quella propria naturale vocazione nei confronti dell’avventura che pur, alla base di tutto, avrebbe avuto a dover essere identificata: ladra, spia, sequestratrice, torturatrice, assassina e, ancora, molti altri volti, molte altre versioni minori di sé, forse meno conosciute, ma non per questo meno rappresentative di se stessa di quanto non avrebbe potuto essere l’idea di donna guerriero, o di mercenaria. E per quanto, sicuramente, proprio nel ruolo, nell’immagine di donna guerriero, mercenaria e avventuriera, ella aveva raggiunto, nel proprio mondo natale, maggiore fama, maggiore gloria, al punto tale da entrare, di buon diritto, nella leggenda, quand’ancora lì presente, quand’ancora testimonianza fisica della propria pur indiscutibile natura umana; tutti i propri altri volti, tutte le altre proprie specializzazioni, non avrebbero avuto a doversi minimizzare qual frutto di mera improvvisazione da parte sua, avendo avuto molteplici occasioni, molteplici possibilità, per impegnarsi in tutti quei ruoli nel corso della propria lunga vita.
E, così, per quanto, sicuramente, ella non avrebbe avuto a potersi giudicare qual la ladra più abile o più famosa del proprio mondo, certamente avrebbe potuto egualmente vantare un certo passato a tal riguardo, in tal mestiere. Un passato a fronte del quale, nel momento in cui ebbe a doversi presentare, in tali vesti, nel palazzo-fortezza di Mapan Seg, non si ebbe a dimostrare al pari di una novellina al proprio primo tentativo di effrazione… non, soprattutto, a casa di un personaggio simile.
Per quanto, infatti, Mapan Seg avrebbe potuto forse illudersi di essere un esempio unico nel proprio mondo così come nell’intero Creato, invero Midda aveva avuto già occasione di incontrare, e talvolta di depredare, tanti altri uomini, e donne, nel corso dei primi quarant’anni della propria esistenza, e degli ultimi venti in dettaglio. Uomini e donne sovente rinchiusi in fastosi palazzi, in incredibilmente sicure fortezze, non dissimili da quella di Mapan Seg, dall’interno delle quali erano soliti gestire il proprio dominio d’influenza, attraverso uomini e donne più o meno fidati, o, anche, attraverso l’impiego di mercenari, soldati di ventura da retribuire, e retribuire profumatamente, per la propria difesa, per la protezione dei proprie tesori, delle proprie famiglie e di se stessi. In ciò, quindi, sebbene Midda Bontor non fosse mai stata, prima di allora, nel sistema di Alehenar, o su quel pianeta, o in quella città, né avesse avuto precedente occasione di incontrare il proprio attuale prigioniero, poco o nulla, in tutto quello, avrebbe avuto a doversi considerare effettivamente inedito, nelle proprie dinamiche e nella propria più semplice e diretta sostanza.
Facile, quindi, una volta superata la barriera energetica esterna, era stato per lei penetrare entro i confini di quel palazzo, ingannando i vari sistemi di sicurezza e sopraggiungendo, di sorpresa, alle spalle delle guardie, sopraffacendole senza alcuna fatica, senza alcun impegno, e aprendosi strada all’interno di quei corridoi, di quelle stanze, verso il proprio obiettivo. Facile, ancora, in grazia a sensi estremamente allenati da una vita intera trascorsa a correre sul filo del rasoio, non potendosi neppure permettere occasione di dormire un vero, profondo sonno, nell’eventualità che, tale, avesse a doversi considerare il suo ultimo in conseguenza a uno spiacevolmente imprevisto antagonista, era stato per lei riuscire a cogliere il pur leggero movimento in proprio avvicinamento di qualcuno, poi identificato qual lo stesso Mapan Seg, padrone di casa. Facile, infine, per mezzo della propria straordinaria furtività, seconda solo a quella intrinsecamente propria della specie ofidiana, era stato per lei sorprenderlo, cogliendolo alle spalle e cercando, in ciò, di estinguerne rapidamente ogni passione, ogni velleità di combattimento, non avendo francamente alcun interesse a spargere il suo sangue lungo quel corridoio, per così come, di lì a un istante, gli avrebbe anche confermato verbalmente.
E se, Mapan Seg, nel corso di quel dialogo, aveva erroneamente reso propria la presunzione di aver ben compreso la propria antagonista e, in ciò, di potersi permettere l’eventualità di un’offensiva a suo discapito, di una reazione alla minaccia da lei rappresentata; la lieve tensione muscolare che, necessariamente, aveva percorso il suo intero corpo nel mentre in cui la sua mente rifletteva su tale possibilità e il suo cuore si preparava alla battaglia, fu allora sufficiente alla donna guerriero, lì nelle vesti di ladra, per comprendere quanto egli potesse star pensando di compiere, avendo colto lo stesso fremito in dozzine, centinaia, persino migliaia di avversari nel corso della sua vita, e avendo imparato a intenderlo meglio di un’aperta dichiarazione di guerra…

« Calmo… vecchio mio. Stai calmo. » gli volle intimare, pertanto, cercando di risultare ancora e quanto più possibile accomodante nei suoi riguardi, benché, a tentare di placare ogni possibilità di stolidi eroismi ella ebbe a muovere la propria destra, in metallo cromato, ad appoggiarsi sulla sua spalla, imponendogli una lieve pressione utile a lasciargli intuire la forza propria di quella protesi artificiale alimentata all’idrargirio e, ciò non di meno, a non imporgli alcun danno « Non amo ripetermi e, in questo, non ti ripeterò le condizioni per la nostra serena ed estemporanea convivenza… » ribadì, sperando che, in questa occasione, egli avesse a cogliere la serietà dei propri intenti e, in ciò, abbandonasse ogni ipotesi di ribellione a suo riguardo, ovviando a costringerla a procedere entro sviluppi sicuramente meno piacevoli, e meno piacevoli, in particolare, soltanto per lo stesso Mapan Seg.

venerdì 26 gennaio 2018

2438


Mapan Seg non era mai stato uno stupido. Non che nel corso della propria vita non avesse commesso errori o imprudenze… anzi. Ciò non di meno, ogni errore commesso, ogni imprudenza concessasi era sempre stata finalizzata al perseguimento di uno scopo, alla ricerca di un risultato, riservandosi, in ciò, l’opportunità di offrirsi qual propedeutica alla propria crescita personale, nell’offrirsi qual mera esperienza, ed esperienza utile a comprendere le strade migliori nelle quali aversi a impegnare a discapito delle soluzioni meno efficienti, meno ragionevoli, da escludersi, quei percorsi da evitare al fine di non dimostrarsi, effettivamente, qual uno stupido, se non, addirittura, un folle.
Ovviamente, all’interno di una normale curva di apprendimento, gli anni della propria giovinezza gli avevano garantito maggiori opportunità di commettere errori e imprudenze, nella semplice necessità di accumulare sempre maggiori informazioni, maggiori dati nel merito di quanto avrebbe avuto a dover essere considerato opportuno o meno a compiersi. Con il tempo, con l’esperienza, poi, sempre meno erano risultate le occasioni nelle quali egli aveva potuto permettersi un qualche margine di errore, nella sempre maggiore consapevolezza di quanto avrebbe avuto a poter costare caro un qualunque sbaglio, nel momento sbagliato, nell’occasione sbagliata. Giunto, quindi, alla sua non più giovane età, Mapan Seg non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di quanto, in una situazione qual quella lì presentatagli, con il gelido filo di una lama appoggiato alla gola, un errore avrebbe potuto condurlo a perdere la propria stessa vita, ritrovandosi, suo malgrado, persino privo dell’effettiva possibilità di comprendere cosa potesse essere accaduto. E, non essendo uno stupido, né desiderando divenire tale all’inizio di quel settimo decennio della propria esistenza, egli non avrebbe potuto riservarsi occasione di porre superficiale sfida alla propria antagonista senza, in questo, temere le sgradevoli conseguenze per lui potenzialmente derivanti.
Certamente, in quel momento, in quel frangente, egli avrebbe potuto tentare di levare un grido, o di gettarsi all’indietro a travolgere la controparte con il proprio peso, o di afferrare quella lama a prevenire un letale sviluppo a proprio discapito. Purtroppo per lui, tuttavia, per quanta rapidità avrebbe potuto rendere propria nel compiere una qualunque fra quelle possibili azioni, difficilmente avrebbe impiegato minor tempo di quello allor richiesto a una lama per aprirgli una seconda bocca sul collo e, in ciò, lasciarlo annegare nel proprio stesso sangue, macabra sorpresa da riservare ai propri familiari all’indomani.
Possibile, in tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere poi considerata l’eventualità nella quale la propria antagonista non fosse realmente animata da una qualche brama di morte nei suoi riguardi, avendosi a riconoscere, invero, qual semplicemente desiderosa di spaventarlo, di porlo in soggezione, ipotesi a fronte della quale, pertanto, ella avrebbe avuto ragione di che frenare la propria offensiva anche nell’eventualità di una sua reazione, garantendogli, in questo, tempo sufficiente a porre in essere una qualunque fra le possibilità contemplabili per avere occasione di godere di una nuova alba. Ma tale possibilità, simile eventualità, pur non necessariamente remota, avrebbe avuto a doversi comunque riconoscere qual caratterizzata, dal suo personale punto di vista, da una conclusione eccessivamente spiacevole nel caso in cui, in tale valutazione, egli avesse commesso un qualche errore, una qualche imprudenza.
Alla luce di simili considerazioni, quindi, Mapan Seg non avrebbe potuto che decidere di rendere proprio un approccio forse meno ardito, e pur, sicuramente, più apprezzabilmente volto all’autoconservazione. Un approccio che, nella fattispecie, avrebbe visto volgere un voto di preferenza in favore al dialogo ancor prima che all’azione, alla diplomazia ancor prima che alla guerra…

« Non so chi tu sia… o cosa tu stia cercando. Ma ti posso assicurare che non è mia intenzione imbrattare il bianco marmo di questi pavimenti con il mio caldo sangue… » dichiarò egli, pertanto, con tono di voce ancora moderato, quasi sussurrato, nel non voler essere frainteso nella propria volontà, in misura tale per cui, eventualmente, l’altra avrebbe potuto credere avesse a voler dare l’allarme e, in questo, vi fosse la necessità di imporgli silenzio, e imporglielo in maniera definitiva.
« Saggia decisione. » replicò la voce femminile, approvando quietamente quella scelta, quella dimostrazione, da parte sua, di autocontrollo utile a ovviare a sgradevoli e letali conseguenze « Per quanto mi riguarda, in tutta onestà, ti posso assicurare che non è mia intenzione imbrattare il bianco marmo di questi pavimenti con il tuo caldo sangue… » ripeté le sue stesse parole, salvo, poi, integrarle « … ma, laddove tu me ne dovessi offrire occasione, non esiterò a farlo. »
« Cosa vuoi in casa mia…? Cosa cerchi…?! » ebbe a tentare di domandarle Mapan Seg, restando immobile e mantenendo quanto più possibile la propria voce con un tono costante e controllato, tutt’altro che desideroso di apparire eccessivamente timoroso nei suoi riguardi « Se sono ricchezze quelle che vai cercando, non farti problemi e serviti tranquillamente: ne ho in eccesso e, obiettivamente, quando sarò morto non mi serviranno a molto. Ma lasciami in pace… e, soprattutto, lascia in pace la mia famiglia. » le suggerì, in quella che risultò essere più un’intimazione che una supplica, nell’aver risvegliato, nel profondo del suo cuore, tutto l’ardore di un tempo, lo stesso che lo aveva condotto a massacrare a mani nude chi, prima di allora, aveva cercato di arrecare loro danno.
« Tranquillo. » sembrò volerlo rassicurare la sua interlocutrice, escludendo immediatamente i timori da lui così dichiarati « Non ho interesse alcuno verso te o la tua famiglia. E, se continuerai a dimostrarti collaborativo nei miei riguardi, ti assicuro che me ne andrò in silenzio come sono giunta… e nessuno avrà mai a sapere in che maniera ho ingannato tutti i tuoi sistemi di sicurezza, violando il perimetro di questa tua fortezza. » puntualizzò, dimostrando, anche dal proprio punto di vista, un quieto intento volto alla diplomazia, al dialogo con lui, ancor prima che a soluzioni decisamente più violente.
« I miei uomini… lì a terra: sono vivi…? » insistette egli, cercando di meglio delineare, in tal senso, il carattere della propria interlocutrice, e di meglio comprendere quanto, effettivamente, la lama appoggiata sul suo collo avesse a doversi realmente giudicare una minaccia nei suoi riguardi e quanto, invece, no, così come, in tanta apparentemente quieta volontà di dialogo ella non avrebbe potuto ovviare ad apparire.
« Lo sono. » confermò la voce femminile, risultando quasi annoiata da quel dialogo, un dialogo che, probabilmente, stava tollerando più per quieto vivere, per sereno interloquire con il proprio ostaggio, allorché per un proprio, qualche interesse ad approfondire l’argomento e a insistere in quel confronto verbale, un gentile omaggio che, paradossalmente, stava offrendo al proprio anfitrione, nel mentre in cui, comunque, non stava ovviando a minacciarlo con una lama alla gola « Sono solo un po’ contusi… e probabilmente si sveglieranno con un bel mal di testa. Ma sono sicuramente vivi… »

Rassicurato dalla calma dimostrata dalla propria antagonista, nonché dall’evidenza di quanto, sino a quel momento, non una goccia di sangue fosse stata versata, Mapan Seg ebbe a sentirsi più tranquillo nel proprio approccio con quella situazione e, per un fugace istante, si ritrovò a credere di poter avere una possibilità non soltanto per sopravvivere a quella notte, e all’imboscata nella quale, proprio malgrado, era caduto, ma, ancor più, per ribaltare quell’intero scenario, riportando vittoria contro quell’ancor ignota figura alle sue spalle. Una figura che, al di là delle pessime premesse, probabilmente non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual realmente animata da un qualche desiderio di morte, e di morte nei suoi riguardi, o nei riguardi di chiunque altro lì presente all’interno della fortezza.
Se solo così fosse effettivamente stato, quella notte, non soltanto egli avrebbe ovviato alla propria morte, o alla morte di chiunque altro ma, ancor più, sarebbe anche stato in grado di prevenire qualunque azione criminale ella avrebbe avuto interesse a compiere lì dentro, a eventuale discapito dei suoi tesori…

« Calmo… vecchio mio. Stai calmo. » gli intimò, tuttavia, la voce femminile alle sue spalle, mentre una mano metallica si appoggiava pesantemente sulla sua spalla destra, ad arginare eventuali colpi di testa da parte sua, nell’averne, apparentemente, intuito le intenzioni, i pensieri, quasi quelle riflessioni fossero state condotte da lui ad alta voce « Non amo ripetermi e, in questo, non ti ripeterò le condizioni per la nostra serena ed estemporanea convivenza… » ribadì, suggerendo, in maniera indiretta, quanto non si sarebbe resa scrupolo alcuno nello sgozzarlo, se solo egli lo avesse reso necessario.

giovedì 25 gennaio 2018

2437


Mapan Seg non era mai stato un uomo cattivo: pragmatico, sicuramente; violento, quando necessario; spregiudicato, a volte… ma mai cattivo.
Compiuti vent’anni, Mapan Seg, figlio di una famiglia umile, aveva già compreso le dinamiche della società in cui viveva, in cui avevano vissuto prima di lui i suoi genitori e in cui, un giorno, forse, avrebbero vissuto anche i suoi figli e, in questo, aveva compreso quanto, nell’essere troppo buoni, l’unico risultato sarebbe stato quello di apparire necessariamente deboli e stupidi, esponendosi, in conseguenza, a tutti coloro i quali, di tale debolezza, avrebbero voluto approfittare. Per questa ragione, egli aveva deciso di non voler apparire né debole, né stupido, impegnandosi a lottare per rendere proprio un destino diverso da quello dei propri genitori, elevandosi all’interno di una società che nulla gli avrebbe mai donato e dalla quale, ciò non di meno, se si fosse impegnato abbastanza, se avesse giocato secondo non le regole più giuste, ma le regole più vere, egli avrebbe potuto pretendere, e pretendere ogni cosa. In questo modo, con impegno e costanza, con pragmatismo, violenza e spregiudicatezza, Mapan Seg si era dimostrato in grado di fare la differenza, e di fare la differenza per se stesso e per le persone a lui più vicine, le persone che, realmente, nel corso della sua vita, avevano dimostrato di essere con lui solidali, riversando a discapito di tutte le altre soltanto la sua più fredda indifferenza: non per cattiveria, non per mancanza di pietà nel proprio cuore, ma nella mera consapevolezza di non poter preoccuparsi per tutti o, in tal sforzo, avrebbe finito per non servire a nessuno, e per danneggiare se stesso.
Compiuti quarant’anni, Mapan Seg, figlio di una famiglia umile, aveva già costruito un vero e proprio impero economico, un impero avente il proprio dominio sull’intero sistema di Alehenar, e la propria sede nel quarto pianeta del medesimo, il maggiore in termini di popolazione e ricchezza. Ai suoi genitori, Mapan Seg aveva regalato una tenuta in un placido mondo periferico, nel desiderio non tanto di allontanarli da sé, quanto e piuttosto di allontanarli da tutti i mali che, nel mondo, avrebbero potuto essere loro riservati, ricambiando, in ciò, l’impegno dagli stessi posto nei primi vent’anni della sua vita, nel corso dei quali lo stesso desiderio di protezione non aveva mancato di contraddistinguerli in ogni scelta in suo favore. A sua moglie, e alle sue tre concubine, così come ai due figli legittimi, e agli altri otto illegittimi, Mapan Seg aveva voluto altresì dedicare un palazzo simile a una fortezza, con straordinari sistemi di sicurezza e un’alta cinta di mura volta a difenderli, a proteggerli dal mondo circostante e, con esso, da tutte le minacce che, presto o tardi, avrebbero potuto vederli protagonisti per causa sua: non desiderando essere né debole né stupido, infatti, egli non avrebbe potuto ignorare la realtà dei fatti, e dei fatti che, in conseguenza alla sua stessa ricchezza, al suo stesso potere, non avrebbero potuto mancare di imporgli dei nemici, avversari i quali, privi di qualunque genere di compassione, avrebbero potuto anche ipotizzare di giungere a lui attraverso la propria famiglia, di colpirlo colpendo le sue compagne o i suoi figli.
Compiuti sessant’anni, Mapan Seg, fondatore di un vero e proprio impero economico, aveva finito per rinchiudersi a sua volta nel palazzo-fortezza costruito per la propria famiglia, obiettivamente stanco di rischiare, ogni giorno, la propria vita nel monto a lui circostante. Lì segregatosi, vedovo della propria sposa, e pur circondato, ancora, da due delle prime tre concubine e altre due giunte in seguito, nonché dei figli più giovani che, da esse, gli erano stati donati; Mapan Seg trascorreva sereno la propria vita, indifferente alla distruzione che, nel frattempo, si era venuta a creare attorno a lui, nel resto del suo mondo. Il sistema di Alehenar, infatti, da sempre popolato da ben quattro diverse specie senzienti, era sprofondato da oltre dieci anni in un terrificante conflitto civile, alimentato da interessi esterni, conflitto a seguito del quale milioni di morti si avrebbero avuto a dover contare su tutti i pianeti… un conflitto, con il quale, Mapan Seg non avrebbe voluto avere nulla a che fare. Invero, dal proprio punto di vista, Mapan Seg avrebbe avuto a dover essere considerato uno straordinario esempio di integrazione, giacché, fatta eccezione per la sua defunta moglie e per la sua terza concubina, alcun’altra delle sue compagne avrebbe avuto a dover essere considerata umana suo pari, rappresentando, anzi, uno straordinario campionario di tutte le specie in lotta all’interno del sistema di Alehenar, a comprova di quanto, egli, fosse ben distante da qualunque genere di interesse per un conflitto razziale. Così, nel mentre in cui il mondo attorno a lui cercava di autodistruggersi, Mapan Seg, circondato dalla propria famiglia, e dalle proprie ricchezze, aveva deciso, con quieta indifferenza, di disinteressarsi di ogni cosa, vivendo all’interno della bolla energetica che, onnipresente, proteggeva il suo palazzo da qualunque genere di pericolo.
Tanti, all’interno della fortezza di Mapan Seg, avrebbero avuto a dover essere quindi considerati i tesori presenti. Tesori che egli era consapevole avrebbero potuto porre in pericolo se stesso e la propria famiglia, nell’avidità che avrebbe potuto lì sospingere nuovi antagonisti, nuovi avversari sol bramosi di derubarlo di tali ricchezze. Tesori che, ciò non di meno, egli aveva voluto mantenere accanto a sé per non permettere ad alcuno di poterli depredare, nella quieta consapevolezza di quanto, obiettivamente, inespugnabile avrebbe avuto a dover essere considerata la sua fortezza. Non soltanto una dimora, quindi, ma un vero e proprio monumento alla sua grandezza, al suo straordinario dominio, un dominio che non avrebbe conosciuto termine se non con la sua morte, e la sua morte naturale, quand’essa fosse sopraggiunta.

Per questa ragione, quella notte, Mapan Seg non poté che svegliarsi di soprassalto a confronto con una strana sensazione alla bocca dello stomaco, una sensazione volta a suggerirgli la presenza di un estraneo all’interno della sua dimora.
Raccogliendo il proprio dispositivo di controllo remoto dei sistemi della fortezza, a verificare la situazione corrente, l’uomo non ebbe a doversi preoccupare di fare rumore nel muoversi nell’oscurità della propria camera da letto: entro quelle pareti, infatti, egli era il solo a dormire, dal momento in cui, fatta eccezione per la propria defunta sposa, a nessun’altra compagna, ad alcuna concubina, egli aveva mai dato il permesso di varcare i confini di quella stanza, come forma di rispetto nei confronti della propria unione matrimoniale. Per quanto, infatti, nel sistema di Alehenar fosse consuetudine, per un uomo potente, circondarsi di amanti, qual dimostrazione della propria ricchezza, e per quanto alcuna ostilità fosse mai esistita fra le sue concubine e sua moglie, quand’ella ancora era in vita, così come fra i suoi figli legittimi e quelli illegittimi, egli aveva voluto imporsi un certo rigore morale, un rigore atto a definire quella qual differenza imprescindibile fra il proprio matrimonio e ogni altro rapporto. Così, anche quando divenuto vedovo, egli non aveva voluto tradire il ricordo della propria amata moglie accogliendo entro il proprio talamo nuziale altre donne e, in ciò, preferendo continuare a dormire solo in quella stanza, per quanto, di tanto in tanto, non si negasse, malgrado la non più giovanile età, di cercare occasione di conforto fra le braccia di qualcuna delle proprie attuali amanti.
Secondo i sistemi di sicurezza, per così come riportato dai rapporti presentatigli su quel piccolo schermo, la sensazione alla bocca dello stomaco, per la quale egli si era ridestato in maniera tanto brusca, avrebbe avuto a doversi considerare soltanto effetto di un brutto sogno, o forse di una cena troppo abbondante e non ancora digerita: la cupola energetica, attorno alla propria magione, si proponeva come sempre perfettamente intatta, i sensori perimetrali non suggerivano l’eventualità di alcuna intrusione e, ancora, nessun particolare allarme risultava dalle guardie di ronda, veterani esperti facenti parte del proprio piccolo esercito personale che, a discapito di qualunque possibilità di imprevisto, condividevano la sua stessa quotidianità all’interno di quell’enorme palazzo, custodendolo e proteggendolo. Ciò non di meno, per quanto assurdo tutto ciò avrebbe avuto a doversi considerare, quella sensazione ancor non sembrava volerlo mollare, al punto tale che, dopo aver cercato inutilmente di riaddormentarsi, Mapan Seg scelse di alzarsi, di indossare una vestaglia e di accertarsi, in prima persona, dell’assenza di qualsivoglia pericolo attorno a lui, a minacciare lui o la propria famiglia.
In verità, una sola volta, più di vent’anni prima, antecedentemente all’installazione della bolla energetica, qualcuno era riuscito a violare i confini della sua abitazione e a ingannare tutti i suoi sistemi e le sue guardie, giungendo sino in prossimità alle sue stanze. E quella, per completezza di cronaca, era anche stata l’unica volta che Mapan Seg si era letteralmente sporcato le mani di sangue, in prima persona, aggredendo l’intruso prima che potesse attentare alla sua vita o alla vita dei suoi cari, e di lui lasciando soltanto una carcassa informe e sanguinolenta, tanta avrebbe avuto a doversi considerare la violenza brutale che, sul medesimo, aveva riversato con il solo impiego dei propri semplici pugni, e di una massa corporea indubbiamente notevole. Più di vent’anni dopo, ormai, la sua possanza non avrebbe ovviamente potuto essere posta in paragone con quella dell’epoca, ma, ciò non di meno, il suo spirito non avrebbe avuto a doversi considerare alterato, tale per cui, laddove quella sensazione fosse stata confermata dall’evidenza di un qualche intruso, soltanto negli dei quest’ultimo avrebbe potuto confidare per una qualche dimostrazione di pietà, giacché da parte sua non ne avrebbe trovata alcuna.
Rivestitosi quindi con una vestaglia marroncina, e armatosi, in maniera del tutto improvvisata, con una statuetta di solida pietra, la quale avrebbe avuto a intendersi alla perfezione qual arma contundente, in aiuto, in supporto al proprio corpo consapevolmente dotato di minor baldanza rispetto a un tempo; Mapan Seg uscì quietamente dalla propria camera da letto, per immettersi in un primo corridoio e, da lì, iniziare a verificare la situazione interna dell’amplio edificio, con la speranza di poter soddisfare, in tal maniera, quella strana sensazione alla bocca dello stomaco e, malgrado tutto, di potersi dare dell’idiota per essersi costretto a quella passeggiata notturna, nel momento in cui, alfine, avrebbe avuto conferma della sua più banale inutilità.  A dispetto di simile, intimo e autocritico proposito, comunque, quella passeggiata notturna non ebbe a dimostrarsi sì inutile, qual frutto delle paranoiche fantasie di un uomo di sessant’anni…
… non, quantomeno, quando egli, raggiungendo l’ingresso al proprio museo privato, quell’ala dell’edificio all’interno della quale aveva accumulato alcuni fra i propri più importanti tesori, egli ebbe a maturare consapevolezza della presenza di una coppia di sagome riverse in un angolo del corridoio… una coppia di sagome che, avvicinandosi, poté identificare qual appartenenti a due proprie guardie, lì chiaramente prive di sensi, se non, addirittura, morte.

« … avevo ragione… » alitò, praticamente inudibile, nel riconoscersi il merito di quella scoperta, e nel prepararsi, psicologicamente, al peggio, nel confronto con un qualche avversario, un qualche furfante lì intrufolatosi, forse, per porre in pericolo la sua collezione personale.
« … avevi ragione… » confermò, in un lieve sussurro, una voce femminile alle sue spalle, nel mentre in cui, con estrema delicatezza, una fredda lama veniva appoggiata sulla sua gola « Mi dispiace per te, ma, per quanto il tuo passo possa essere leggero, non potrà mai reggere il paragone con quello di un’ofidiana… e una fra le mie migliori amiche è proprio un’ofidiana! » soggiunse, con incedere quasi divertito.

mercoledì 24 gennaio 2018

2436


Rispetto alla Jaco Milade, la Kasta Hamina, il mercantile a bordo del quale Midda Bontor aveva avuto non solo occasione di trovare una nuova famiglia, nella quale potersi sentire a casa benché a inconcepibile distanza da tutto ciò che mai avesse definito, o avrebbe potuto definire, attraverso tale termine, ma anche il proprio posto in quella nuova e più amplia realtà, nel ruolo di responsabile della sicurezza, avrebbe avuto a doversi considerare incredibilmente piccola, ristretta non soltanto nelle proprie dimensioni, ma anche, e ancor più, nei propri spazi interni. Laddove infatti, all’interno della Kasta Hamina, non un solo angolo avrebbe avuto a doversi considerare privo di un proprio specifico ruolo, di una propria concreta funzione, nella necessità di non sprecare spazio altresì utile, vedendo lì attribuito, a lei e a Be’Sihl, un alloggio obiettivamente inferiore, in dimensioni, rispetto a quello che entrambi avevano condiviso nella loro locanda in quel di Kriarya, e benché, nulla di tutto questo, avrebbe avuto a doversi considerare per lei un problema, abituata, in fondo, a spazi persino inferiori a bordo delle navi nelle quali era cresciuta e aveva passato gli anni più lieti, e più nostalgici, della propria giovinezza; nel ritrovarsi a passeggiare all’interno della Jaco Milade, quanto venne presentato alla sua attenzione, al suo sguardo, furono ampli corridoi, all’interno dei quali tre o quattro persone avrebbero potuto camminare quietamente affiancati, intrattenendosi in chiacchiere e pettegolezzi, e ancor più ampli spazi comuni, come una sala mensa sì vasta che avrebbe potuto ospitare, al suo interno, tranquillamente una cinquantina di persone, comodamente distribuite su più tavoli senza, in ciò, intralciarsi a vicenda, o come una plancia così estesa e così popolata, a confronto della quale, quella con cui ella stava appena iniziando a maturare una qualche confidenza avrebbe avuto a doversi reputare, piuttosto, uno sgabuzzino. Non che, in tutto ciò, l’alloggio nel quale ella e i due bambini avevano trovato ospitalità, per gentile concessione del loro capitano, avesse a doversi considerare insufficiente per i loro bisogni: in effetti, addirittura, lo spazio loro concesso avrebbe avuto a doversi distinguere qual contraddistinto da due differenti stanze da letto, oltre, ovviamente, a un’aria riservata ai servizi igienici, per un’estensione totale entro la quale, tutto sommato, la stessa Figlia di Marr’Mahew non avrebbe avuto a potersi considerare altro se non a disagio.
Sì… disagio. Tale, invero, avrebbe avuto a dover essere considerato lo stato d’animo della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco nel confronto con quella situazione, nel ritrovarsi formalmente ospite, ma sostanzialmente prigioniera, di quel capitano pirata e del suo imponente equipaggio, a bordo di quell’enorme nave spaziale, in un angolo non conosciuto dell’universo e priva, in tutto ciò, del benché minimo controllo sul proprio destino. Certo: rispetto al precedente viaggio, quello da lei compiuto insieme a Tagae e Liagu qual prigioniera a bordo di una sconosciuta nave spaziale della Loor’Nos-Kahn, la loro attuale condizione avrebbe avuto a doversi riconoscere qual contraddistinta da un indubbio, maggiore livello di libertà, e di libertà utile a vedersi garantita occasione di circolare liberamente a bordo di quella nave senza, in questo, alcuna costrizione fisica, vedendosi concesso, addirittura, il libero uso del proprio arto destro, senza che la sua batteria all’idrargirio fosse privata della propria carica, a prevenire particolari possibilità di ribellione da parte sua. Ciò non di meno, sia nel confronto con la natura di masnadieri degli uomini e delle donne, degli umani e delle chimere a lei circostanti, sia nelle dinamiche proprie del loro primo incontro, del tentativo rimasto incompiuto di salvataggio dei due pargoli, così come dello scontro altrettanto ancor in sospeso fra lei e Lles; la donna guerriero non avrebbe potuto reputarsi a proprio agio in quella situazione, non avrebbe potuto concedersi l’opportunità di abbassare, psicologicamente, la guardia, nel temere quanto, da un momento all’altro, le cose avrebbero potuto precipitare.
Benché, quindi, fossero già trascorse più di quarantotto ore dalla loro partenza dal Mercato Sotterraneo, e benché in quelle quarantotto ore non a lei, non ai suoi bambini fosse stata imposta la pur minima occasione di minaccia, vedendosi, altresì, posti in condizioni di lavarsi, di cambiarsi, di rifocillarsi e di dormire, in una situazione così piacevole qual mai, negli ultimi anni della propria pur giovanissima vita, Tagae o Liagu avrebbero potuto vantare di ricordare, vedendosi offerta la possibilità addirittura di giocare all’interno di un’ampia vasca da bagno, di indossare vestiti morbidi e colorati, di mangiare piatti quasi neppur ricordati nel proprio sapore e di coricarsi in un letto morbidissimo, dormendo l’uno abbracciata all’altra; Midda Namile Bontor non avrebbe potuto essere considerata a proprio agio in tutto quello. Anzi. Forse, paradossalmente, ella avrebbe avuto a doversi considerare più confidente con l’idea di una vera e propria cella, rispetto, piuttosto, a quella prigione dorata nella quale, pur volontariamente, si era andata a infilare trascinando, seco, i due bambini e, di questo, non potendo ovviare a farsene una colpa, pur ben consapevole di quanto non le fossero state concesse molte altre possibilità.
Al mattino del terzo giorno, pertanto, dopo aver lasciato i propri bambini nei loro alloggi, affidando loro qualche problema di matematica con il quale confrontarsi, nel riprendere le loro sane, classiche vecchie abitudini, l’Ucciditrice di Dei volle riservarsi occasione utile per attraversare la nave e dirigersi, in particolare, verso la plancia, là dove sperava le sarebbe stata concessa occasione per parlare nuovamente con il capitano, con la quale, in effetti, non aveva avuto più possibilità di confronto sin dal loro arrivo a bordo della Jaco Milade…

Malgrado vasto e variegato avesse a dover essere riconosciuto l’equipaggio di quella nave, in una stima che l’Ucciditrice di Dei aveva valutato nell’ipotetica misura di almeno un centinaio di membri, palese avrebbe avuto a dover essere considerato, sin da subito, quanto fra tutti gli appartenenti al medesimo avrebbero avuto a dover essere riconosciuti esistenti forti legami di fratellanza, di solidarietà, in termini tali per cui, allora, la presenza aggiunta di quella nuova donna e dei due bambini non avrebbe potuto passare inosservata, non potendole consentire, in alcuna maniera, di poter essere fraintesa qual a sua volta appartenente ai loro ranghi, neppure nell’eventualità in cui il suo aspetto fisico, quelle sue caratteristiche uniche, non l’avessero comunque resa particolarmente riconoscibile, facilmente identificabile anche all’interno di una stanza affollata. Così, per quanto alcun particolare abbigliamento o segno distintivo avrebbe avuto a doverla identificare qual un’ospite lì a bordo, nessuno fra coloro i quali ella aveva avuto già occasione di incrociare, ed ebbe nuovamente possibilità in quella mattina, avrebbe potuto fraintenderne l’identità, subito associandola a colei lì a bordo presente per esplicita volontà del loro capitano, un’ospite alla quale offrire ogni riguardo nel non voler altresì incorrere nelle possibili ire del loro medesimo comandante.
In tutto ciò, senza alcuna necessità di essere scortata attraverso la nave, laddove, obiettivamente, avrebbe lì avuto a doversi considerare, in buona sostanza, implicitamente sorvegliata da parte di chiunque presente, Midda poté quietamente giungere sino all’ingresso alla plancia e, da quel punto, accedere al ponte di comando della Jaco Milade quasi anch’essa fosse parte dei suo equipaggio. Un ingresso in scena, il suo, che non ebbe a suscitare particolari allarmi fra coloro i quali lì intenti nelle proprie attività quotidiane, quanto, e semplicemente, una giustificabile curiosità, e una curiosità allor alimentata dalle immancabili voci, dai prevedibili pettegolezzi, che non avevano potuto mancare di accompagnare l’arrivo a bordo di una simile figura, sfida a confronto con la quale anche il loro capitano sembrava aver accusato il colpo, non concludendo il duello con quella stessa facilità con la quale tutti loro, inclusa la stessa Lles, si sarebbero attesi fosse in grado di concluderlo.
Anche la stessa Lles, comodamente seduta con le lunghe gambe accavallate su un’amplia poltrona, quasi un trono, al centro della plancia, non ebbe a manifestare particolare ragione di sorpresa nei riguardi di quell’apparizione, limitandosi a voltarsi, appena, verso l’ingresso nel momento in cui le porte ebbero a dischiudersi automaticamente, e, in tal senso, subito esaurendo ogni evidenza di interesse nei suoi riguardi, nel riportare la propria attenzione agli schermi schierati innanzi a sé, e al lavoro dei propri uomini a confronto con gli stessi. E se, per un lungo istante, alla donna guerriero non poté che sorgere il dubbio di non essere stata riconosciuta proprio da parte della stessa Lles, che fra tutti meno possibilità avrebbe potuto accusare a tal riguardo, in quell’assenza di apparenti reazioni, ogni timore a tal riguardo non poté che dissiparsi nel momento in cui, alfine, questa ebbe a prendere voce verso di lei…

« Non c’è che dire: ho proprio buon gusto in fatto di abbigliamento… » commentò, non negandosi un lieve sorriso sornione a margine di tale commento, benché, dando le spalle alla propria interlocutrice, ciò non avrebbe potuto essere da lei colto « Decisamente migliore rispetto al tuo, dolcezza. Se mi posso permettere di sottolinearlo. » soggiunse, offrendo riferimento, in tal senso, all’abbigliamento da lei indossato in occasione del loro primo incontro.
« Un po’ troppo… vistoso, per i miei gusti. » obiettò l’altra, scuotendo appena il capo, salvo poi comunque non poter evitare di riconoscerle i propri legittimi crediti « Devo tuttavia ammettere che la stoffa è squisita: una delle migliori che mai io abbia indossato nella mia vita. » le concesse, omettendo, a tal proposito, quanto obiettivamente non avesse avuto a doversi mai considerare sua priorità quella volta al proprio abbigliamento, ragione per la quale, quella sua ultima affermazione, avrebbe potuto essere considerata impropriamente viziata nella propria valutazione.
« E’ un piacere, tesoro. E’ un piacere… » minimizzò la prima, stringendosi appena fra le spalle, pur intimamente soddisfatta di sé per l’immagine che, ora, la propria ospite stava offrendo, decisamente valorizzata dal proprio nuovo abbigliamento.

Muovendo qualche passo attraverso la vasta plancia, Midda avanzò allora in direzione del suo anfitrione, non mancando di osservare attorno a sé l’ambiente con sincera curiosità e, ovviamente, immancabile incomprensione nei confronti del medesimo, laddove tutta quella tecnologia avrebbe avuto a doversi considerare per lei quantomeno aliena, imperscrutabile persino nel significato delle scritte su di essa presenti. Prima ancora che ella potesse giungere sino a destinazione, con un movimento intrinsecamente elegante e sensuale Lles ebbe ad alzarsi dalla propria poltrona, per voltarsi verso di lei e concederle occasione di contatto visivo, prima di riprendere, nuovamente, a parlare…

« Immagino che tu sia qui per sapere in che termini io desideri concederti occasione di riscatto per te stessa e per i tuoi figlioli… » commentò sorridendo, contraddistinta ai lati delle proprie labbra dalle immancabili fossette delicatamente scavate nelle sue guance.
« Riscatto…? » ripeté la Figlia di Marr’Mahew, pur comprendendo perfettamente cosa l’altra volesse intendere e, obiettivamente, nulla di meno attendendosi da parte sua.
« Splendore. » ridacchiò scuotendo il capo, palesemente divertita « Non avrai davvero pensato che io avrei rinunciato a quei due cuccioli, e al loro potenziale distruttivo, senza pretendere nulla in cambio… »

martedì 23 gennaio 2018

2435


« Amici tuoi…? » domandò il capitano Vaherz, aggrottando la fronte con aria dubbiosa a quell’interruzione, da lei riconoscibile, al contempo, qual evento sgradito, nella totale mancanza di rispetto così dimostrata per il combattimento lì in corso, e gradito, nella possibilità di respiro che, in tal maniera, le venne garantita, nell’obbligata interruzione dell’assalto di quella straordinaria antagonista.
« Non proprio. » escluse per tutta risposta la Figlia di Marr’Mahew, storcendo le labbra verso il basso a meglio esplicitare tutta la propria contrarietà nel confronto con quella gente, con quegli individui ai quali, del resto, non avrebbe potuto gradire essere associata « Ti sia sufficiente sapere che, se ora sono stata costretta ad affrontarti, e quasi a ucciderti, tutto ciò si deve soltanto a loro… »
« Ehy… non dare per assodata la tua vittoria, dolcezza! » protestò l’altra, apparendo indispettita dalla scarsa considerazione così destinata alle proprie possibilità di successo e, in questa nuova occasione, accusando inaspettatamente il colpo, forse in conseguenza alla maturata consapevolezza di quanto tutt’altro che improbabile avrebbe avuto a doversi giudicare una simile eventualità, a dispetto di quanto, inizialmente, quietamente creduto « Il nostro scontro è appena iniziato… »
« Il nostro scontro è già finito, se non te ne sei resa conto. » escluse tuttavia la prima, indicando con un cenno del capo gli uomini in nero che, con incedere convinto, si stavano allor facendo strada fra la folla, diretti verso di loro, nell’evidente volontà di recuperare la proprietà in tal maniera appena rivendicata « Quei bei tomi non si faranno scrupoli a sterminare te e tutto il tuo equipaggio per raggiungermi… cambia aria, finché ancora ne hai la possibilità. »

Un invito non così fine a se stesso, quello da lei così offerto, laddove, a prescindere da tutta la propria più viscerale avversione a dei pirati, dei mari o dell’immensità siderale essi avrebbero avuto a doversi ritenere, pur ammirevole, dal punto di vista della donna guerriera, avrebbe avuto a doversi lì comunque considerare la quieta serenità nella quale, malgrado quanto attorno a loro stesse accadendo, i masnadieri al servizio della sua interlocutrice stavano ancora apparendo, fermi nelle proprie posizioni, lungo quell’ideale circonferenza da essi descritta  attorno a loro, attendendo, con la più assoluta dimostrazione di fiducia, un qualunque ordine da parte del loro comandante, chiaramente certi del fatto che, al momento opportuno, ella non avrebbe mancato di esprimersi e di esprimersi nei termini più corretti per garantire loro successo, in qualunque direzione avrebbe mai potuto decidere di muoversi. A fronte di quell’ennesima, inoppugnabile riprova del valore della propria antagonista e dei suoi degni compari, di quello spirito di cameratismo non così comune, non così ovvio non soltanto fra dei pirati, ma, anche e persino, fra semplici marinai, Midda Bontor non avrebbe quindi avuto piacere a vederli sterminare senza una reale ragione a motivare quelle morti, a definire quella strage: una strage che, beninteso, ella stessa avrebbe imperturbabilmente compiuto per la salvezza dei suoi bambini e che pur, parimenti, non avrebbe voluto avesse a occorrere in maniera tanto gratuita per mano della Loor’Nos-Kahn, andando ad aggiungere anche quella donna e il suo equipaggio all’annovero di tutti i morti inutili dei quali, nel corso di quella disavventura, la medesima ex-mercenaria e i due pargoli si stavano sgradevolmente circondando.
Ma se, in tutto ciò, una cortesia avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual quella alla base del suggerimento dell’Ucciditrice di Dei in favore di colei e coloro che pur, in altro contesto, non avrebbe esitato a uccidere sistematicamente, senza rendere propria la benché minima ragione di rimorso; non minor gentilezza avrebbe avuto a dover essere attribuita alla sua controparte, nel momento in cui, dopo un fugace e pur necessario momento di valutazione della situazione e dei possibili sviluppi della medesima, volle riprendere voce, ed esprimersi, al contempo, verso di lei e verso i propri compagni d’arme, condividendo con loro la propria decisione, la propria presa di posizione nel merito di quanto lì in atto…

« Splendore: io non amo ripetermi e, credimi, se ti ho detto che il nostro scontro è appena iniziato… il nostro scontro è appena iniziato! » dichiarò il capitano di quella ciurma di predoni e tagliagole, scuotendo appena il capo prima di rinfoderare, con un gesto elegante, la propria sciabola nel rispettivo fodero, a dimostrare, in un gesto, molto più di quanto avrebbe potuto argomentare con mille parole « Tuttavia, credo possa essere opportuno proseguire il nostro confronto altrove. Quindi, a meno che tu non abbia piacere a restare a intrattenerti con i tuoi vecchi amici, ritengo che questo abbia a considerarsi il momento giusto, per te, di seguirmi. » la invitò, ammiccando con fare complice verso di lei, prima di concludere il proprio proclama rivolgendosi a tutti i propri uomini « Amici miei… è tempo di fare ritorno alla Jaco Milade! »
« Cosa ti fa pensare che io ti seguirò…?! » parve esitare la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, innanzi a quell’invito francamente inatteso, la natura del quale, obiettivamente, sarebbe stata difficile da comprendere nel confronto con una figura tanto palesemente controversa qual avrebbe avuto a doversi considerare la sua interlocutrice e autoproclamatasi anfitrione.

Ma, allorché offrirle una risposta diretta, proseguendo quello scambio che si era già dilungato eccessivamente, Lles si limitò a voltarle le spalle e a dirigersi, con passo tranquillo e, pur, deciso, verso il mezzo di trasporto dal quale erano pocanzi scesi tutti quanti e all’interno del quale, allora, stavano tutti ordinatamente facendo ritorno. Lo stesso mezzo all’interno del quale, del resto, ancora si poneva la gabbia contenente, quali prigionieri, Tagae e Liagu, in tutto ciò rimasti silenziosi spettatori di quanto lì in corso, animati da un sentimento di fiducia verso la loro nuova madre adottiva non dissimile, e non inferiore, da quello dimostrato da tutti i masnadieri in direzione del loro capitano.
E solo prima di salire a bordo del medesimo mezzo di trasporto antigravitazionale, voltandosi appena verso la propria ipotizzata ospite, la donna dalla pelle bronzea ebbe a sorriderle e a offrirle nuovamente la visione delle fossette ai lati delle proprie labbra…

 « Francamente, ti giudico troppo intelligente per aspettarti davvero una risposta… » si limitò a esclamare verso di lei, a non concedersi la scortesia di una mancata risposta, dell’assenza di replica a quell’ultimo interrogativo, in tal senso declassato, palesemente, a meramente retorico.

E Midda, proprio malgrado, al di là della domanda così dispersivamente formulata, avrebbe avuto effettivamente a riconoscersi troppo intelligente per poter avere reale esigenza di una qualche risposta, di una qualunque replica, giacché, in quel momento, in quel contesto, la sua scelta avrebbe avuto a doversi considerare sostanzialmente obbligata. E obbligata tanto per la presenza di Tagae e Liagu a bordo di quel mezzo, i quali, altresì, sarebbero stati superficialmente abbandonati al proprio destino al di là di tutte le promesse loro rivolte; quanto per la palese assenza di particolari alternative a lei riservate a confronto con la ritrovata minaccia propria della Loor’Nos-Kahn, in quel nuovo gruppo armato che, se soltanto non avesse accettato quell’invito, si sarebbe necessariamente ritrovata ancora ad affrontare, in una situazione che, nel dimostrarsi così straordinariamente ripetitiva, avrebbe potuto condurla, presto o tardi, alla follia.
Avendo quindi a scegliere fra il seguire i suoi bambini, affidandosi ai capricci di una potenziale sociopatica, qual la sua antagonista, e lì ipotetica alleata, avrebbe potuto temersi essere, e l’abbandonare i due pargoli al proprio fato, restando a offrirsi alle brame di quel nuovo, anonimo contingente di uomini e donne, umani e chimere nero vestiti, e rappresentativi del braccio armato della medesima organizzazione per colpa della quale tutto quello aveva avuto inizio; la donna guerriero non avrebbe dovuto obiettivamente riservarsi alcuna ragione di esitazione, affrettandosi a seguire i masnadieri nuovamente a bordo dello stesso mezzo da lei tanto violentemente assaltato, per affidare a esso, e a essi, il propri destino e il destino di Tagae e Liagu.
E così fece, benché…

« … sia chiaro: questo non significa che tu mi piaccia! » volle puntualizzare, rivolgendosi direttamente alla propria divertita padrona di casa, nel mentre in cui, senza alcuna esitazione, il mezzo ebbe nuovamente a decollare, per allontanarsi rapidamente da lì non appena ella, ultima rimasta ancora a terra, fu salita a bordo.

lunedì 22 gennaio 2018

2434


Che Midda Bontor, a seguito delle prime schermaglie già occorse, fosse lì ancora in piedi, in buona salute e, soprattutto, desiderosa di combattere al punto tale da ricercare, ella stessa, il confronto con la propria controparte; avrebbe avuto a dover essere intesa qual dimostrazione più che palese, più che evidente, più che trasparente di quanto probabilmente superficiale avrebbe avuto a dover essere considerato l’approccio adottato dalla sua avversaria, nell’ipotesi quietamente smentita di poter concludere quello scontro in maniera rapida e banale, erroneamente giudicando la fama pur esistente attorno a quel nome, attorno a quell’individuo, qual fondamentalmente immeritata, evidenza più di un eccesso di rumore attorno a lei che di meriti reali, di risultati concreti.
Che Lles Vaherz, a seguito delle prime schermagli già occorse, fosse lì ancora in piedi e in buona salute, per quanto forse non più così fiduciosa in un quieto e scontato esito in proprio favore, in una banale vittoria priva di particolari sforzi; avrebbe avuto a dover essere intesa qual comprova più che indubbia, più che incontrovertibile, più che indiscutibile di quanto certamente non così infondata avrebbe avuto a dover essere intesa la sua sicumera, quel suo approccio sprezzante nei confronti della minaccia altresì per lei giudicabile qual rappresentata dalla propria antagonista, nell’aver invocato, addirittura preteso, la possibilità di uno scontro nel confronto con il quale, l’esito finale non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto tanto ovvio così come aveva creduto sarebbe allor stato.
Che gli uomini della masnada, quei predoni e tagliagole, a seguito delle prime schermaglie già occorse, fossero lì ancora in piedi e immobili, a delimitare indomitamente il perimetro dell’area designata per quello scontro, senza né ipotizzare una qualunque fuga dalla scena, né, parimenti, intervenendo in essa, a sostegno del proprio capitano; avrebbe avuto a dover essere intesa qual evidenza più che solida, più che inattaccabile, più che ovvia di quanto assolutamente non così retorica avesse a dover essere intesa la loro fedeltà e la loro fiducia nei confronti della stessa, così come della sua possibilità, malgrado tutto, di quieta vittoria nei confronti di quell’avversaria che, pur, stava dimostrando con ardore incommensurabile quanto, effettivamente, avesse lì a dover essere riconosciuta qual temibile.
Che tutti gli uomini, le donne, umani e chimere, lì attorno radunatisi, fermatisi ad assistere al conflitto in atto, fossero lì ancora in piedi e immobili, a osservare silenziosamente l’evolversi di quella sfida, di quel combattimento, in necessario silenzio laddove, nella velocità della progressione dello stesso perdersi in chiacchiere avrebbe ineluttabilmente significato anche perdersi parte dell’evoluzione del medesimo; avrebbe avuto a dover essere intesa qual testimonianza più che inappellabile, più che concreta, se non, addirittura, banale, di quanto macabramente interessati avessero tutti loro a doversi riconoscere innanzi all’eventualità della morte di una delle due contendenti, attendendo quasi con voracità il sanguinoso epilogo loro promesso senza possibilità di dubbio alcuno nel merito di qual genere di morale guidasse le loro esistenze.
Nulla, in tutto ciò, nel confronto con la situazione in tal maniera osservabile, avrebbe potuto obiettivamente sconvolgere la Figlia di Marr’Mahew, abituata, nel proprio mondo, a dinamiche sociali tali per cui, anche tutto quello, avrebbe avuto a poter essere ritenuto persino normale. In effetti, anzi, la sfida lì riservatale, la folla lì attorno in attenta attesa della conclusione del conflitto e, persino, il proprio più o meno disgraziato allontanamento dai propri compagni della Kasta Hamina, non avrebbe potuto ovviare a riportare all’attenzione della sua memoria una scena non dissimile vissuta molti anni prima, in quel dell’Arena di Garl’Ohr, là dove, invero, in luogo a un singolo antagonista, a un’unica controparte, in sua offesa, a sua possibile condanna, erano state schiera una sequenza di uomini e bestie, concluse, addirittura, da una creatura mitologica, tali per cui, forse, tutto quello avrebbe avuto a doversi ritenere persino banale, addirittura noioso, se non fossero passati, suo malgrado, dieci anni da tutto ciò… e se, in questo, per quanto spiacevole ad ammettersi, ella non avrebbe avuto a doversi più considerare la giovane irrefrenabile che avrebbe potuto essere giudicata un tempo. Non che, sino a quel momento, lo scontro in atto, la sfida lì postale da Lles avesse avuto occasione di porla realmente a rischio, nelle dinamiche proprie di un ordinario duello fra due donne straordinarie: ciò non di meno, nel profondo del proprio cuore, non avrebbe avuto occasione per potersi considerare certa di poter uscire nuovamente trionfatrice dall’Arena di Garl’Ohr, laddove le fosse mai stato richiesto di rientrarci: fortunatamente, però, tanto il suo mondo, tanto il regno di Gorthia, avrebbero avuto a doversi considerare così distanti da non poter correre alcun rischio a tal riguardo. La sola preoccupazione, la sola sfida che, in tutto questo, avrebbe mai avuto a poter attrarre la sua attenzione, pertanto, avrebbe avuto a dover essere identificata nella stessa donna dalla pelle bronzea con la quale, in quel momento, in quel preciso istante, stava scambiando una nuova sequenza di rapidi attacchi di spada, sequenza ancor mantenuta a un ritmo sì martellante, sì incessante tale per cui, alla stessa, non avrebbe potuto essere riservata alcuna possibilità di offesa, alcuna occasione di replica a suo discapito, a meno di non voler rischiare, nell’ipotizzare un attacco, di esporsi, mortalmente, alla sua lama.
A favore della propria antagonista, in verità, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto mancare di riconoscerle un meritato tributo guerriero, sicuramente con l’aiuto dei propri arti artificiali, ma altrettanto indubbiamente in grazia anche di una mente attenta e straordinariamente focalizzata su quanto lì in atto: poche, pochissime, nel corso della sua vita, erano state le persone in grado di dimostrarsi capaci di sostenere una prova del genere in maniera sì prolungata, senza, in tutto questo, perdere fede in una possibilità di vittoria o, più semplicemente, nella speranza di sopravvivere a quanto in atto. Il capitano Vaherz, in tutto ciò, non soltanto sembrava riuscire a essere animata da simile positività, ma, ancor più, malgrado tutto, sembrava ancor in grado di offrirsi serena innanzi a lei, per quanto, inevitabilmente, concentrata sul mantenersi ancora in piedi e in buona salute.
A confronto con tutto ciò, quindi, facile sarebbe stato presumere quanto quello scontro avrebbe potuto proseguire ancora a lungo, prima di sancire una vincitrice e una sconfitta, in un discernimento non tanto scontato, non tanto ovvio così come, entrambe le parti in causa, avrebbero probabilmente avuto piacere a poter considerare. Ciò non di meno, nel lasciarsi coinvolgere da quegli eventi, da quella donna e, soprattutto, dalla necessità di salvare i due pargoli, quei due proclamati figli adottivi che, con tanto ardore, stava cercando di riscattare dal proprio fato di prigionieri; Midda Bontor aveva necessariamente finito con il trascurare un particolare tutt’altro che banale, un dettaglio del quale ella non avrebbe più avuto a potersi considerare inconsapevole e che, nella foga della battaglia, aveva pur totalmente obliato: nel suo sangue, così come nel sangue dei due pargoli, avrebbe avuto a dover essere ancora considerato presente quel particolare sistema di tracciamento tale per cui i suoi antagonisti originali, gli uomini in nero della Loor’Nos-Kahn, avrebbero avuto facile occasione di rintracciarli, per ridestinarli, quietamente, ognuno al proprio destino. Un destino al quale, nel suo particolare caso, nel suo valore, per così come definito da una regolare asta, di ben dieci miliardi di crediti, difficilmente quell’organizzazione avrebbe mancato di volerla indirizzare… non, per lo meno, dopo tutti i danni che ella aveva loro inflitto, non dopo tutte le morti che ella aveva loro causato, tali per cui, quella cifra, altro non avrebbe avuto a dover essere intesa che la minima aspettativa di risarcimento.
Così, ritrovatasi allor distratta dal pensiero della minaccia pur rappresentata dalla Loor’Nos-Kahn, la Figlia di Marr’Mahew si era concessa l’opportunità di impegnarsi in tutto quello a testa bassa, concedendo, ineluttabilmente, ai propri inseguitori occasione di ritrovarla, di raggiungerla, e, soprattutto, di circondarla…

« Fermi tutti! » ordinò, pertanto, una voce estranea al contesto, alla sfida lì in atto, irrompendo sulla scena dall’esterno della folla lì attorno radunatasi « Quella donna è di nostra proprietà… e chiunque le farà del male dovrà vedersela con noi, con la Loor’Nos-Kahn! » sancì, con tono arrogantemente imperioso, nel definire quel nome, e, con esso, nel pretendere che la questione avesse, repentinamente, a doversi considerare già risolta.
« … Thyres… » sussurrò la donna dagli occhi color ghiaccio, immediatamente ricondotta alla realtà antecedente a quello scontro e, in tal senso, non potendo ovviare, nel profondo del proprio cuore, a insultarsi pesantemente per essersi permessa di obliare a un dettaglio simile, per esserci concessa l’occasione di dimenticarsi dei propri primi antagonisti.

domenica 21 gennaio 2018

2433


Consapevole che, al di là delle straordinarie capacità per lei derivanti dalle proprie protesi robotiche, tanta velocità e tanta forza a nulla sarebbero valse senza l’attento controllo della propria mente, controllo che, ineluttabilmente, avrebbe potuto venir meno nel momento in cui, nel continuo, costante e ossessivo succedersi di attacchi a suo discapito, l’avrebbe posta a confronto con i limiti della propria pur intrinseca natura umana; Lles Vaherz non avrebbe potuto ignorare quanto l’assedio a lei imposto avrebbe avuto a dover terminare, e terminare nel minor tempo possibile, per permetterle di sperare di sopravvivere al medesimo. Così, a ogni nuova, necessaria parata, ella non avrebbe potuto ovviare a tentare di invertire i loro rispettivi ruoli, evadendo dalla posizione di costretta difesa entro la quale l’altra sembrava averla intrappolata, per poter assumere nuovamente un approccio offensivo e, in ciò, sperare di dimostrarsi egualmente temibile qual pur, in tutto ciò, la sua antagonista si stava dimostrando essere. Purtroppo per lei, tuttavia, la sua desiderata preda sembrava star offrendole finalmente quanto da lei richiesto, quanto da lei preteso in quella stessa sfida, a lei alfine proponendosi degna della propria fama, degna della propria nomea, e degna, probabilmente, anche degli altisonanti titoli dalla medesima proclamati a proprio stesso riguardo, qualunque cosa avrebbero avuto a dover significare parole come “Marr’Mahew” o “Kriarya”: in conseguenza a ciò, malgrado ogni suo sforzo, ogni suo impegno volto a tentare di rovesciare la situazione in proprio favore, nonché malgrado la maggiore velocità a lei assicurata dalla mirabile tecnologia delle proprie protesi; quell’avversaria, quell’antagonista sembrò in grado di poterle tenere serenamente testa, senza palesare il benché minimo affaticamento in tutto ciò, quasi quella, in effetti, altro non avesse che a doversi considerare una mera attività ricreativa, ancor prima che una letale sfida. Comprendendo, proprio malgrado, di non avere molte altre alternative rispetto a un gesto meno elegante rispetto a quello che non avrebbe voluto riservarsi; nel fugace intervallo concessole fra un colpo e il successivo, troppo breve per poter riprendere il controllo della propria arma e, con essa, tentare di contrastare il costante evolversi di quel flusso d’attacco, la donna pirata ebbe a riservarsi l’occasione utile per sferrare un rapido colpo, con la propria mancina libera, direzionato al basso ventre della propria antagonista, non tanto nella speranza di raggiungerla e di riservarsi occasione d’offesa a suo riguardo, ma, piuttosto, pregando affinché, in conseguenza a tutto ciò, l’altra avesse a rendere propria premura di evaderla e, in ciò, di allontanarsi da lei, interrompendo, di conseguenza, la propria sequela di colpi potenzialmente letali.
Ancora una volta, tuttavia, l’incommensurabile familiarità che la donna da dieci miliardi di crediti avrebbe potuto vantare nei riguardi della guerra, e non di una guerra moderna, elegante e sovente persino priva di reale contatto fisico fra le controparti, quanto e piuttosto una versione più antica e più pura della guerra, una versione più carnale e violenta, tale per cui la benché minima esitazione, il più effimero errore avrebbe potuto comportare di ritrovarsi con un pugnale, apparentemente comparso dal nulla, infilzato nell’addome, le permise di vanificare il pur plausibile desiderio della controparte di sorprenderla, e di sorprenderla in quel gesto tanto veloce da risultare fondamentalmente impercettibile agli sguardi meno esperti, meno attenti, e pur, altresì, straordinariamente palese all’attenzione di chi, nel dettaglio rappresentato dal più banale fremito di un muscolo avrebbe avuto a dover distinguere la differenza fra la vita e la morte, fra la propria vita e la propria morte. Così, benché alcun errore avrebbe avuto a dover essere attribuito all’esecuzione sostanzialmente perfetta della controparte, Midda Bontor fu in grado di comprendere quanto lì sarebbe avvenuto forse persino prima di rispetto a una qualsivoglia maturata consapevolezza a tal riguardo da parte del medesimo capitano di masnada, in termini tali per cui, la sua, non avrebbe avuto a dover essere intesa qual una reazione, quanto e piuttosto un’azione concorrente a quella mossa a propria ipotetica offesa, azione utile, allora, a schierare il proprio destro a propria difesa, a propria protezione, impiegandone la metallica solidità allor cromata, così come già quella a essa antecedente in nere tonalità dai rossi riflessi, qual uno scudo fra sé e ogni avverso destino potenzialmente promessole.
A nulla, in tutto ciò, valse lo sforzo della donna dalla bronzea pelle, la quale, con disappunto, ebbe lì a guadagnare soltanto un fugace intervallo di tempo utile a comprendere di aver fallito e, in ciò, a saltare all’indietro, cercando, se non in termini assoluti, almeno da un punto di vista squisitamente relativo di riuscire a guadagnare quel distacco, quello spazio fra loro idealmente utile a permetterle di riorganizzarsi. Ipotesi di fronte alla quale, ancora una volta, la donna guerriero non volle permetterle di riservarsi alcun successo, nel proporsi, nuovamente, con straordinaria prontezza, innanzi a lei, in termini che, pertanto, ebbero lì a costringerla a compiere quella che, necessariamente, sarebbe stata interpretata qual un’estemporanea ritirata, il tentativo di ripiegare quanto allor sufficiente per riprendere quantomeno fiato, occasione che ebbe così a riservarsi richiedendo alle proprie gambe un nuovo straordinario sbalzo verso l’alto dei cieli, unica direzione entro la quale, sino a prova contraria, l’altra non sarebbe stata in grado di seguirla.

« Thyres… » ebbe, a tal riguardo, a lamentarsi la Figlia di Marr’Mahew, invocando il nome della propria dea nel vedersi sottrarre il proprio bersaglio, la propria preda, la propria antagonista, in quanto, per un fugace istante, ebbe a risultare persino qual una mistica sparizione, salvo poi essere correttamente interpretato per quanto effettivamente avrebbe avuto a dover essere inteso, ossia un nuovo, straordinario salto compiuto verso l’alto dei cieli.

Un balzo, il secondo, che ebbe a superare in altezza il primo, elevando Lles addirittura per una quindicina di piedi, prima di vederla, necessariamente, ridirigersi a terra e trovare nuovamente contatto con il suolo, tuttavia, non nella medesima posizione prima occupata quanto, e piuttosto, a una più prudente distanza di nove piedi dalla controparte, distanza utile, in tutto ciò, a garantirle non soltanto l’intervallo da lei sperato, ma, anche, occasione per riprendere voce e per cercare, almeno verbalmente, occasione di giustificare quel proprio gesto, mistificandone le effettive motivazioni dietro al consueto sarcasmo che, sino a quel momento, aveva voluto dimostrar qual proprio…

« Stupefacente ardore, dolcezza! » dichiarò pertanto, sorridendole e lasciando ricomparire, dopo tutta la necessariamente tesa concentrazione degli attimi precedenti, le fossette ai lati delle proprie labbra « Scusa se mi sono voluta sottrarre a te, ma avevo paura che, nell’insistere con tanta foga, potesse venirti un principio d’infarto… » ironizzò, sperando in tal maniera di rigirare la questione su di lei ancor prima che su di sé, o, quantomeno, di provocarla quanto sufficiente a non permetterle di elaborare il reale perché di tanto impegno da parte sua.
« Potrei sbagliarmi, ma non ti darei più di trent’anni di vita. » sancì Midda, per tutta risposta, lasciando roteare la spada attorno a sé prima di assumere una nuova postura di guardia, e una postura volta a preludere a una nuova carica nei riguardi di quell’antagonista, a dimostrazione di quanto, ancora, non avesse a doversi fraintendere qual stanca di tutto ciò « In questo, posso dire con assoluta certezza di aver iniziato a usare l’ironia come arma psicologica nei miei combattimenti prima ancora che tu fossi in grado di soffiarti il naso da sola, mia cara. » puntualizzò, ammiccando appena « Non sperare, quindi, che tutto questo tuo chiacchierare possa distrarmi tanto facilmente… »

E prima che la donna pirata potesse aver nuova occasione di argomentare la propria posizione, probabilmente impegnandosi a smentire le pur corrette intuizioni della controparte nel merito dei propri intenti; la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe nuovamente a proiettarsi verso di lei, desiderosa di concederle quella battaglia per la quale tanto aveva insistito, quel combattimento per il quale tanto si era prodigata a sfidarla, non ancora, purtroppo, pienamente consapevole di qual genere di antagonista, di avversaria, allora, avrebbe avuto occasione di trovarsi innanzi.