11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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mercoledì 24 gennaio 2018

2436


Rispetto alla Jaco Milade, la Kasta Hamina, il mercantile a bordo del quale Midda Bontor aveva avuto non solo occasione di trovare una nuova famiglia, nella quale potersi sentire a casa benché a inconcepibile distanza da tutto ciò che mai avesse definito, o avrebbe potuto definire, attraverso tale termine, ma anche il proprio posto in quella nuova e più amplia realtà, nel ruolo di responsabile della sicurezza, avrebbe avuto a doversi considerare incredibilmente piccola, ristretta non soltanto nelle proprie dimensioni, ma anche, e ancor più, nei propri spazi interni. Laddove infatti, all’interno della Kasta Hamina, non un solo angolo avrebbe avuto a doversi considerare privo di un proprio specifico ruolo, di una propria concreta funzione, nella necessità di non sprecare spazio altresì utile, vedendo lì attribuito, a lei e a Be’Sihl, un alloggio obiettivamente inferiore, in dimensioni, rispetto a quello che entrambi avevano condiviso nella loro locanda in quel di Kriarya, e benché, nulla di tutto questo, avrebbe avuto a doversi considerare per lei un problema, abituata, in fondo, a spazi persino inferiori a bordo delle navi nelle quali era cresciuta e aveva passato gli anni più lieti, e più nostalgici, della propria giovinezza; nel ritrovarsi a passeggiare all’interno della Jaco Milade, quanto venne presentato alla sua attenzione, al suo sguardo, furono ampli corridoi, all’interno dei quali tre o quattro persone avrebbero potuto camminare quietamente affiancati, intrattenendosi in chiacchiere e pettegolezzi, e ancor più ampli spazi comuni, come una sala mensa sì vasta che avrebbe potuto ospitare, al suo interno, tranquillamente una cinquantina di persone, comodamente distribuite su più tavoli senza, in ciò, intralciarsi a vicenda, o come una plancia così estesa e così popolata, a confronto della quale, quella con cui ella stava appena iniziando a maturare una qualche confidenza avrebbe avuto a doversi reputare, piuttosto, uno sgabuzzino. Non che, in tutto ciò, l’alloggio nel quale ella e i due bambini avevano trovato ospitalità, per gentile concessione del loro capitano, avesse a doversi considerare insufficiente per i loro bisogni: in effetti, addirittura, lo spazio loro concesso avrebbe avuto a doversi distinguere qual contraddistinto da due differenti stanze da letto, oltre, ovviamente, a un’aria riservata ai servizi igienici, per un’estensione totale entro la quale, tutto sommato, la stessa Figlia di Marr’Mahew non avrebbe avuto a potersi considerare altro se non a disagio.
Sì… disagio. Tale, invero, avrebbe avuto a dover essere considerato lo stato d’animo della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco nel confronto con quella situazione, nel ritrovarsi formalmente ospite, ma sostanzialmente prigioniera, di quel capitano pirata e del suo imponente equipaggio, a bordo di quell’enorme nave spaziale, in un angolo non conosciuto dell’universo e priva, in tutto ciò, del benché minimo controllo sul proprio destino. Certo: rispetto al precedente viaggio, quello da lei compiuto insieme a Tagae e Liagu qual prigioniera a bordo di una sconosciuta nave spaziale della Loor’Nos-Kahn, la loro attuale condizione avrebbe avuto a doversi riconoscere qual contraddistinta da un indubbio, maggiore livello di libertà, e di libertà utile a vedersi garantita occasione di circolare liberamente a bordo di quella nave senza, in questo, alcuna costrizione fisica, vedendosi concesso, addirittura, il libero uso del proprio arto destro, senza che la sua batteria all’idrargirio fosse privata della propria carica, a prevenire particolari possibilità di ribellione da parte sua. Ciò non di meno, sia nel confronto con la natura di masnadieri degli uomini e delle donne, degli umani e delle chimere a lei circostanti, sia nelle dinamiche proprie del loro primo incontro, del tentativo rimasto incompiuto di salvataggio dei due pargoli, così come dello scontro altrettanto ancor in sospeso fra lei e Lles; la donna guerriero non avrebbe potuto reputarsi a proprio agio in quella situazione, non avrebbe potuto concedersi l’opportunità di abbassare, psicologicamente, la guardia, nel temere quanto, da un momento all’altro, le cose avrebbero potuto precipitare.
Benché, quindi, fossero già trascorse più di quarantotto ore dalla loro partenza dal Mercato Sotterraneo, e benché in quelle quarantotto ore non a lei, non ai suoi bambini fosse stata imposta la pur minima occasione di minaccia, vedendosi, altresì, posti in condizioni di lavarsi, di cambiarsi, di rifocillarsi e di dormire, in una situazione così piacevole qual mai, negli ultimi anni della propria pur giovanissima vita, Tagae o Liagu avrebbero potuto vantare di ricordare, vedendosi offerta la possibilità addirittura di giocare all’interno di un’ampia vasca da bagno, di indossare vestiti morbidi e colorati, di mangiare piatti quasi neppur ricordati nel proprio sapore e di coricarsi in un letto morbidissimo, dormendo l’uno abbracciata all’altra; Midda Namile Bontor non avrebbe potuto essere considerata a proprio agio in tutto quello. Anzi. Forse, paradossalmente, ella avrebbe avuto a doversi considerare più confidente con l’idea di una vera e propria cella, rispetto, piuttosto, a quella prigione dorata nella quale, pur volontariamente, si era andata a infilare trascinando, seco, i due bambini e, di questo, non potendo ovviare a farsene una colpa, pur ben consapevole di quanto non le fossero state concesse molte altre possibilità.
Al mattino del terzo giorno, pertanto, dopo aver lasciato i propri bambini nei loro alloggi, affidando loro qualche problema di matematica con il quale confrontarsi, nel riprendere le loro sane, classiche vecchie abitudini, l’Ucciditrice di Dei volle riservarsi occasione utile per attraversare la nave e dirigersi, in particolare, verso la plancia, là dove sperava le sarebbe stata concessa occasione per parlare nuovamente con il capitano, con la quale, in effetti, non aveva avuto più possibilità di confronto sin dal loro arrivo a bordo della Jaco Milade…

Malgrado vasto e variegato avesse a dover essere riconosciuto l’equipaggio di quella nave, in una stima che l’Ucciditrice di Dei aveva valutato nell’ipotetica misura di almeno un centinaio di membri, palese avrebbe avuto a dover essere considerato, sin da subito, quanto fra tutti gli appartenenti al medesimo avrebbero avuto a dover essere riconosciuti esistenti forti legami di fratellanza, di solidarietà, in termini tali per cui, allora, la presenza aggiunta di quella nuova donna e dei due bambini non avrebbe potuto passare inosservata, non potendole consentire, in alcuna maniera, di poter essere fraintesa qual a sua volta appartenente ai loro ranghi, neppure nell’eventualità in cui il suo aspetto fisico, quelle sue caratteristiche uniche, non l’avessero comunque resa particolarmente riconoscibile, facilmente identificabile anche all’interno di una stanza affollata. Così, per quanto alcun particolare abbigliamento o segno distintivo avrebbe avuto a doverla identificare qual un’ospite lì a bordo, nessuno fra coloro i quali ella aveva avuto già occasione di incrociare, ed ebbe nuovamente possibilità in quella mattina, avrebbe potuto fraintenderne l’identità, subito associandola a colei lì a bordo presente per esplicita volontà del loro capitano, un’ospite alla quale offrire ogni riguardo nel non voler altresì incorrere nelle possibili ire del loro medesimo comandante.
In tutto ciò, senza alcuna necessità di essere scortata attraverso la nave, laddove, obiettivamente, avrebbe lì avuto a doversi considerare, in buona sostanza, implicitamente sorvegliata da parte di chiunque presente, Midda poté quietamente giungere sino all’ingresso alla plancia e, da quel punto, accedere al ponte di comando della Jaco Milade quasi anch’essa fosse parte dei suo equipaggio. Un ingresso in scena, il suo, che non ebbe a suscitare particolari allarmi fra coloro i quali lì intenti nelle proprie attività quotidiane, quanto, e semplicemente, una giustificabile curiosità, e una curiosità allor alimentata dalle immancabili voci, dai prevedibili pettegolezzi, che non avevano potuto mancare di accompagnare l’arrivo a bordo di una simile figura, sfida a confronto con la quale anche il loro capitano sembrava aver accusato il colpo, non concludendo il duello con quella stessa facilità con la quale tutti loro, inclusa la stessa Lles, si sarebbero attesi fosse in grado di concluderlo.
Anche la stessa Lles, comodamente seduta con le lunghe gambe accavallate su un’amplia poltrona, quasi un trono, al centro della plancia, non ebbe a manifestare particolare ragione di sorpresa nei riguardi di quell’apparizione, limitandosi a voltarsi, appena, verso l’ingresso nel momento in cui le porte ebbero a dischiudersi automaticamente, e, in tal senso, subito esaurendo ogni evidenza di interesse nei suoi riguardi, nel riportare la propria attenzione agli schermi schierati innanzi a sé, e al lavoro dei propri uomini a confronto con gli stessi. E se, per un lungo istante, alla donna guerriero non poté che sorgere il dubbio di non essere stata riconosciuta proprio da parte della stessa Lles, che fra tutti meno possibilità avrebbe potuto accusare a tal riguardo, in quell’assenza di apparenti reazioni, ogni timore a tal riguardo non poté che dissiparsi nel momento in cui, alfine, questa ebbe a prendere voce verso di lei…

« Non c’è che dire: ho proprio buon gusto in fatto di abbigliamento… » commentò, non negandosi un lieve sorriso sornione a margine di tale commento, benché, dando le spalle alla propria interlocutrice, ciò non avrebbe potuto essere da lei colto « Decisamente migliore rispetto al tuo, dolcezza. Se mi posso permettere di sottolinearlo. » soggiunse, offrendo riferimento, in tal senso, all’abbigliamento da lei indossato in occasione del loro primo incontro.
« Un po’ troppo… vistoso, per i miei gusti. » obiettò l’altra, scuotendo appena il capo, salvo poi comunque non poter evitare di riconoscerle i propri legittimi crediti « Devo tuttavia ammettere che la stoffa è squisita: una delle migliori che mai io abbia indossato nella mia vita. » le concesse, omettendo, a tal proposito, quanto obiettivamente non avesse avuto a doversi mai considerare sua priorità quella volta al proprio abbigliamento, ragione per la quale, quella sua ultima affermazione, avrebbe potuto essere considerata impropriamente viziata nella propria valutazione.
« E’ un piacere, tesoro. E’ un piacere… » minimizzò la prima, stringendosi appena fra le spalle, pur intimamente soddisfatta di sé per l’immagine che, ora, la propria ospite stava offrendo, decisamente valorizzata dal proprio nuovo abbigliamento.

Muovendo qualche passo attraverso la vasta plancia, Midda avanzò allora in direzione del suo anfitrione, non mancando di osservare attorno a sé l’ambiente con sincera curiosità e, ovviamente, immancabile incomprensione nei confronti del medesimo, laddove tutta quella tecnologia avrebbe avuto a doversi considerare per lei quantomeno aliena, imperscrutabile persino nel significato delle scritte su di essa presenti. Prima ancora che ella potesse giungere sino a destinazione, con un movimento intrinsecamente elegante e sensuale Lles ebbe ad alzarsi dalla propria poltrona, per voltarsi verso di lei e concederle occasione di contatto visivo, prima di riprendere, nuovamente, a parlare…

« Immagino che tu sia qui per sapere in che termini io desideri concederti occasione di riscatto per te stessa e per i tuoi figlioli… » commentò sorridendo, contraddistinta ai lati delle proprie labbra dalle immancabili fossette delicatamente scavate nelle sue guance.
« Riscatto…? » ripeté la Figlia di Marr’Mahew, pur comprendendo perfettamente cosa l’altra volesse intendere e, obiettivamente, nulla di meno attendendosi da parte sua.
« Splendore. » ridacchiò scuotendo il capo, palesemente divertita « Non avrai davvero pensato che io avrei rinunciato a quei due cuccioli, e al loro potenziale distruttivo, senza pretendere nulla in cambio… »

martedì 23 gennaio 2018

2435


« Amici tuoi…? » domandò il capitano Vaherz, aggrottando la fronte con aria dubbiosa a quell’interruzione, da lei riconoscibile, al contempo, qual evento sgradito, nella totale mancanza di rispetto così dimostrata per il combattimento lì in corso, e gradito, nella possibilità di respiro che, in tal maniera, le venne garantita, nell’obbligata interruzione dell’assalto di quella straordinaria antagonista.
« Non proprio. » escluse per tutta risposta la Figlia di Marr’Mahew, storcendo le labbra verso il basso a meglio esplicitare tutta la propria contrarietà nel confronto con quella gente, con quegli individui ai quali, del resto, non avrebbe potuto gradire essere associata « Ti sia sufficiente sapere che, se ora sono stata costretta ad affrontarti, e quasi a ucciderti, tutto ciò si deve soltanto a loro… »
« Ehy… non dare per assodata la tua vittoria, dolcezza! » protestò l’altra, apparendo indispettita dalla scarsa considerazione così destinata alle proprie possibilità di successo e, in questa nuova occasione, accusando inaspettatamente il colpo, forse in conseguenza alla maturata consapevolezza di quanto tutt’altro che improbabile avrebbe avuto a doversi giudicare una simile eventualità, a dispetto di quanto, inizialmente, quietamente creduto « Il nostro scontro è appena iniziato… »
« Il nostro scontro è già finito, se non te ne sei resa conto. » escluse tuttavia la prima, indicando con un cenno del capo gli uomini in nero che, con incedere convinto, si stavano allor facendo strada fra la folla, diretti verso di loro, nell’evidente volontà di recuperare la proprietà in tal maniera appena rivendicata « Quei bei tomi non si faranno scrupoli a sterminare te e tutto il tuo equipaggio per raggiungermi… cambia aria, finché ancora ne hai la possibilità. »

Un invito non così fine a se stesso, quello da lei così offerto, laddove, a prescindere da tutta la propria più viscerale avversione a dei pirati, dei mari o dell’immensità siderale essi avrebbero avuto a doversi ritenere, pur ammirevole, dal punto di vista della donna guerriera, avrebbe avuto a doversi lì comunque considerare la quieta serenità nella quale, malgrado quanto attorno a loro stesse accadendo, i masnadieri al servizio della sua interlocutrice stavano ancora apparendo, fermi nelle proprie posizioni, lungo quell’ideale circonferenza da essi descritta  attorno a loro, attendendo, con la più assoluta dimostrazione di fiducia, un qualunque ordine da parte del loro comandante, chiaramente certi del fatto che, al momento opportuno, ella non avrebbe mancato di esprimersi e di esprimersi nei termini più corretti per garantire loro successo, in qualunque direzione avrebbe mai potuto decidere di muoversi. A fronte di quell’ennesima, inoppugnabile riprova del valore della propria antagonista e dei suoi degni compari, di quello spirito di cameratismo non così comune, non così ovvio non soltanto fra dei pirati, ma, anche e persino, fra semplici marinai, Midda Bontor non avrebbe quindi avuto piacere a vederli sterminare senza una reale ragione a motivare quelle morti, a definire quella strage: una strage che, beninteso, ella stessa avrebbe imperturbabilmente compiuto per la salvezza dei suoi bambini e che pur, parimenti, non avrebbe voluto avesse a occorrere in maniera tanto gratuita per mano della Loor’Nos-Kahn, andando ad aggiungere anche quella donna e il suo equipaggio all’annovero di tutti i morti inutili dei quali, nel corso di quella disavventura, la medesima ex-mercenaria e i due pargoli si stavano sgradevolmente circondando.
Ma se, in tutto ciò, una cortesia avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual quella alla base del suggerimento dell’Ucciditrice di Dei in favore di colei e coloro che pur, in altro contesto, non avrebbe esitato a uccidere sistematicamente, senza rendere propria la benché minima ragione di rimorso; non minor gentilezza avrebbe avuto a dover essere attribuita alla sua controparte, nel momento in cui, dopo un fugace e pur necessario momento di valutazione della situazione e dei possibili sviluppi della medesima, volle riprendere voce, ed esprimersi, al contempo, verso di lei e verso i propri compagni d’arme, condividendo con loro la propria decisione, la propria presa di posizione nel merito di quanto lì in atto…

« Splendore: io non amo ripetermi e, credimi, se ti ho detto che il nostro scontro è appena iniziato… il nostro scontro è appena iniziato! » dichiarò il capitano di quella ciurma di predoni e tagliagole, scuotendo appena il capo prima di rinfoderare, con un gesto elegante, la propria sciabola nel rispettivo fodero, a dimostrare, in un gesto, molto più di quanto avrebbe potuto argomentare con mille parole « Tuttavia, credo possa essere opportuno proseguire il nostro confronto altrove. Quindi, a meno che tu non abbia piacere a restare a intrattenerti con i tuoi vecchi amici, ritengo che questo abbia a considerarsi il momento giusto, per te, di seguirmi. » la invitò, ammiccando con fare complice verso di lei, prima di concludere il proprio proclama rivolgendosi a tutti i propri uomini « Amici miei… è tempo di fare ritorno alla Jaco Milade! »
« Cosa ti fa pensare che io ti seguirò…?! » parve esitare la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, innanzi a quell’invito francamente inatteso, la natura del quale, obiettivamente, sarebbe stata difficile da comprendere nel confronto con una figura tanto palesemente controversa qual avrebbe avuto a doversi considerare la sua interlocutrice e autoproclamatasi anfitrione.

Ma, allorché offrirle una risposta diretta, proseguendo quello scambio che si era già dilungato eccessivamente, Lles si limitò a voltarle le spalle e a dirigersi, con passo tranquillo e, pur, deciso, verso il mezzo di trasporto dal quale erano pocanzi scesi tutti quanti e all’interno del quale, allora, stavano tutti ordinatamente facendo ritorno. Lo stesso mezzo all’interno del quale, del resto, ancora si poneva la gabbia contenente, quali prigionieri, Tagae e Liagu, in tutto ciò rimasti silenziosi spettatori di quanto lì in corso, animati da un sentimento di fiducia verso la loro nuova madre adottiva non dissimile, e non inferiore, da quello dimostrato da tutti i masnadieri in direzione del loro capitano.
E solo prima di salire a bordo del medesimo mezzo di trasporto antigravitazionale, voltandosi appena verso la propria ipotizzata ospite, la donna dalla pelle bronzea ebbe a sorriderle e a offrirle nuovamente la visione delle fossette ai lati delle proprie labbra…

 « Francamente, ti giudico troppo intelligente per aspettarti davvero una risposta… » si limitò a esclamare verso di lei, a non concedersi la scortesia di una mancata risposta, dell’assenza di replica a quell’ultimo interrogativo, in tal senso declassato, palesemente, a meramente retorico.

E Midda, proprio malgrado, al di là della domanda così dispersivamente formulata, avrebbe avuto effettivamente a riconoscersi troppo intelligente per poter avere reale esigenza di una qualche risposta, di una qualunque replica, giacché, in quel momento, in quel contesto, la sua scelta avrebbe avuto a doversi considerare sostanzialmente obbligata. E obbligata tanto per la presenza di Tagae e Liagu a bordo di quel mezzo, i quali, altresì, sarebbero stati superficialmente abbandonati al proprio destino al di là di tutte le promesse loro rivolte; quanto per la palese assenza di particolari alternative a lei riservate a confronto con la ritrovata minaccia propria della Loor’Nos-Kahn, in quel nuovo gruppo armato che, se soltanto non avesse accettato quell’invito, si sarebbe necessariamente ritrovata ancora ad affrontare, in una situazione che, nel dimostrarsi così straordinariamente ripetitiva, avrebbe potuto condurla, presto o tardi, alla follia.
Avendo quindi a scegliere fra il seguire i suoi bambini, affidandosi ai capricci di una potenziale sociopatica, qual la sua antagonista, e lì ipotetica alleata, avrebbe potuto temersi essere, e l’abbandonare i due pargoli al proprio fato, restando a offrirsi alle brame di quel nuovo, anonimo contingente di uomini e donne, umani e chimere nero vestiti, e rappresentativi del braccio armato della medesima organizzazione per colpa della quale tutto quello aveva avuto inizio; la donna guerriero non avrebbe dovuto obiettivamente riservarsi alcuna ragione di esitazione, affrettandosi a seguire i masnadieri nuovamente a bordo dello stesso mezzo da lei tanto violentemente assaltato, per affidare a esso, e a essi, il propri destino e il destino di Tagae e Liagu.
E così fece, benché…

« … sia chiaro: questo non significa che tu mi piaccia! » volle puntualizzare, rivolgendosi direttamente alla propria divertita padrona di casa, nel mentre in cui, senza alcuna esitazione, il mezzo ebbe nuovamente a decollare, per allontanarsi rapidamente da lì non appena ella, ultima rimasta ancora a terra, fu salita a bordo.

lunedì 22 gennaio 2018

2434


Che Midda Bontor, a seguito delle prime schermaglie già occorse, fosse lì ancora in piedi, in buona salute e, soprattutto, desiderosa di combattere al punto tale da ricercare, ella stessa, il confronto con la propria controparte; avrebbe avuto a dover essere intesa qual dimostrazione più che palese, più che evidente, più che trasparente di quanto probabilmente superficiale avrebbe avuto a dover essere considerato l’approccio adottato dalla sua avversaria, nell’ipotesi quietamente smentita di poter concludere quello scontro in maniera rapida e banale, erroneamente giudicando la fama pur esistente attorno a quel nome, attorno a quell’individuo, qual fondamentalmente immeritata, evidenza più di un eccesso di rumore attorno a lei che di meriti reali, di risultati concreti.
Che Lles Vaherz, a seguito delle prime schermagli già occorse, fosse lì ancora in piedi e in buona salute, per quanto forse non più così fiduciosa in un quieto e scontato esito in proprio favore, in una banale vittoria priva di particolari sforzi; avrebbe avuto a dover essere intesa qual comprova più che indubbia, più che incontrovertibile, più che indiscutibile di quanto certamente non così infondata avrebbe avuto a dover essere intesa la sua sicumera, quel suo approccio sprezzante nei confronti della minaccia altresì per lei giudicabile qual rappresentata dalla propria antagonista, nell’aver invocato, addirittura preteso, la possibilità di uno scontro nel confronto con il quale, l’esito finale non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto tanto ovvio così come aveva creduto sarebbe allor stato.
Che gli uomini della masnada, quei predoni e tagliagole, a seguito delle prime schermaglie già occorse, fossero lì ancora in piedi e immobili, a delimitare indomitamente il perimetro dell’area designata per quello scontro, senza né ipotizzare una qualunque fuga dalla scena, né, parimenti, intervenendo in essa, a sostegno del proprio capitano; avrebbe avuto a dover essere intesa qual evidenza più che solida, più che inattaccabile, più che ovvia di quanto assolutamente non così retorica avesse a dover essere intesa la loro fedeltà e la loro fiducia nei confronti della stessa, così come della sua possibilità, malgrado tutto, di quieta vittoria nei confronti di quell’avversaria che, pur, stava dimostrando con ardore incommensurabile quanto, effettivamente, avesse lì a dover essere riconosciuta qual temibile.
Che tutti gli uomini, le donne, umani e chimere, lì attorno radunatisi, fermatisi ad assistere al conflitto in atto, fossero lì ancora in piedi e immobili, a osservare silenziosamente l’evolversi di quella sfida, di quel combattimento, in necessario silenzio laddove, nella velocità della progressione dello stesso perdersi in chiacchiere avrebbe ineluttabilmente significato anche perdersi parte dell’evoluzione del medesimo; avrebbe avuto a dover essere intesa qual testimonianza più che inappellabile, più che concreta, se non, addirittura, banale, di quanto macabramente interessati avessero tutti loro a doversi riconoscere innanzi all’eventualità della morte di una delle due contendenti, attendendo quasi con voracità il sanguinoso epilogo loro promesso senza possibilità di dubbio alcuno nel merito di qual genere di morale guidasse le loro esistenze.
Nulla, in tutto ciò, nel confronto con la situazione in tal maniera osservabile, avrebbe potuto obiettivamente sconvolgere la Figlia di Marr’Mahew, abituata, nel proprio mondo, a dinamiche sociali tali per cui, anche tutto quello, avrebbe avuto a poter essere ritenuto persino normale. In effetti, anzi, la sfida lì riservatale, la folla lì attorno in attenta attesa della conclusione del conflitto e, persino, il proprio più o meno disgraziato allontanamento dai propri compagni della Kasta Hamina, non avrebbe potuto ovviare a riportare all’attenzione della sua memoria una scena non dissimile vissuta molti anni prima, in quel dell’Arena di Garl’Ohr, là dove, invero, in luogo a un singolo antagonista, a un’unica controparte, in sua offesa, a sua possibile condanna, erano state schiera una sequenza di uomini e bestie, concluse, addirittura, da una creatura mitologica, tali per cui, forse, tutto quello avrebbe avuto a doversi ritenere persino banale, addirittura noioso, se non fossero passati, suo malgrado, dieci anni da tutto ciò… e se, in questo, per quanto spiacevole ad ammettersi, ella non avrebbe avuto a doversi più considerare la giovane irrefrenabile che avrebbe potuto essere giudicata un tempo. Non che, sino a quel momento, lo scontro in atto, la sfida lì postale da Lles avesse avuto occasione di porla realmente a rischio, nelle dinamiche proprie di un ordinario duello fra due donne straordinarie: ciò non di meno, nel profondo del proprio cuore, non avrebbe avuto occasione per potersi considerare certa di poter uscire nuovamente trionfatrice dall’Arena di Garl’Ohr, laddove le fosse mai stato richiesto di rientrarci: fortunatamente, però, tanto il suo mondo, tanto il regno di Gorthia, avrebbero avuto a doversi considerare così distanti da non poter correre alcun rischio a tal riguardo. La sola preoccupazione, la sola sfida che, in tutto questo, avrebbe mai avuto a poter attrarre la sua attenzione, pertanto, avrebbe avuto a dover essere identificata nella stessa donna dalla pelle bronzea con la quale, in quel momento, in quel preciso istante, stava scambiando una nuova sequenza di rapidi attacchi di spada, sequenza ancor mantenuta a un ritmo sì martellante, sì incessante tale per cui, alla stessa, non avrebbe potuto essere riservata alcuna possibilità di offesa, alcuna occasione di replica a suo discapito, a meno di non voler rischiare, nell’ipotizzare un attacco, di esporsi, mortalmente, alla sua lama.
A favore della propria antagonista, in verità, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto mancare di riconoscerle un meritato tributo guerriero, sicuramente con l’aiuto dei propri arti artificiali, ma altrettanto indubbiamente in grazia anche di una mente attenta e straordinariamente focalizzata su quanto lì in atto: poche, pochissime, nel corso della sua vita, erano state le persone in grado di dimostrarsi capaci di sostenere una prova del genere in maniera sì prolungata, senza, in tutto questo, perdere fede in una possibilità di vittoria o, più semplicemente, nella speranza di sopravvivere a quanto in atto. Il capitano Vaherz, in tutto ciò, non soltanto sembrava riuscire a essere animata da simile positività, ma, ancor più, malgrado tutto, sembrava ancor in grado di offrirsi serena innanzi a lei, per quanto, inevitabilmente, concentrata sul mantenersi ancora in piedi e in buona salute.
A confronto con tutto ciò, quindi, facile sarebbe stato presumere quanto quello scontro avrebbe potuto proseguire ancora a lungo, prima di sancire una vincitrice e una sconfitta, in un discernimento non tanto scontato, non tanto ovvio così come, entrambe le parti in causa, avrebbero probabilmente avuto piacere a poter considerare. Ciò non di meno, nel lasciarsi coinvolgere da quegli eventi, da quella donna e, soprattutto, dalla necessità di salvare i due pargoli, quei due proclamati figli adottivi che, con tanto ardore, stava cercando di riscattare dal proprio fato di prigionieri; Midda Bontor aveva necessariamente finito con il trascurare un particolare tutt’altro che banale, un dettaglio del quale ella non avrebbe più avuto a potersi considerare inconsapevole e che, nella foga della battaglia, aveva pur totalmente obliato: nel suo sangue, così come nel sangue dei due pargoli, avrebbe avuto a dover essere ancora considerato presente quel particolare sistema di tracciamento tale per cui i suoi antagonisti originali, gli uomini in nero della Loor’Nos-Kahn, avrebbero avuto facile occasione di rintracciarli, per ridestinarli, quietamente, ognuno al proprio destino. Un destino al quale, nel suo particolare caso, nel suo valore, per così come definito da una regolare asta, di ben dieci miliardi di crediti, difficilmente quell’organizzazione avrebbe mancato di volerla indirizzare… non, per lo meno, dopo tutti i danni che ella aveva loro inflitto, non dopo tutte le morti che ella aveva loro causato, tali per cui, quella cifra, altro non avrebbe avuto a dover essere intesa che la minima aspettativa di risarcimento.
Così, ritrovatasi allor distratta dal pensiero della minaccia pur rappresentata dalla Loor’Nos-Kahn, la Figlia di Marr’Mahew si era concessa l’opportunità di impegnarsi in tutto quello a testa bassa, concedendo, ineluttabilmente, ai propri inseguitori occasione di ritrovarla, di raggiungerla, e, soprattutto, di circondarla…

« Fermi tutti! » ordinò, pertanto, una voce estranea al contesto, alla sfida lì in atto, irrompendo sulla scena dall’esterno della folla lì attorno radunatasi « Quella donna è di nostra proprietà… e chiunque le farà del male dovrà vedersela con noi, con la Loor’Nos-Kahn! » sancì, con tono arrogantemente imperioso, nel definire quel nome, e, con esso, nel pretendere che la questione avesse, repentinamente, a doversi considerare già risolta.
« … Thyres… » sussurrò la donna dagli occhi color ghiaccio, immediatamente ricondotta alla realtà antecedente a quello scontro e, in tal senso, non potendo ovviare, nel profondo del proprio cuore, a insultarsi pesantemente per essersi permessa di obliare a un dettaglio simile, per esserci concessa l’occasione di dimenticarsi dei propri primi antagonisti.

domenica 21 gennaio 2018

2433


Consapevole che, al di là delle straordinarie capacità per lei derivanti dalle proprie protesi robotiche, tanta velocità e tanta forza a nulla sarebbero valse senza l’attento controllo della propria mente, controllo che, ineluttabilmente, avrebbe potuto venir meno nel momento in cui, nel continuo, costante e ossessivo succedersi di attacchi a suo discapito, l’avrebbe posta a confronto con i limiti della propria pur intrinseca natura umana; Lles Vaherz non avrebbe potuto ignorare quanto l’assedio a lei imposto avrebbe avuto a dover terminare, e terminare nel minor tempo possibile, per permetterle di sperare di sopravvivere al medesimo. Così, a ogni nuova, necessaria parata, ella non avrebbe potuto ovviare a tentare di invertire i loro rispettivi ruoli, evadendo dalla posizione di costretta difesa entro la quale l’altra sembrava averla intrappolata, per poter assumere nuovamente un approccio offensivo e, in ciò, sperare di dimostrarsi egualmente temibile qual pur, in tutto ciò, la sua antagonista si stava dimostrando essere. Purtroppo per lei, tuttavia, la sua desiderata preda sembrava star offrendole finalmente quanto da lei richiesto, quanto da lei preteso in quella stessa sfida, a lei alfine proponendosi degna della propria fama, degna della propria nomea, e degna, probabilmente, anche degli altisonanti titoli dalla medesima proclamati a proprio stesso riguardo, qualunque cosa avrebbero avuto a dover significare parole come “Marr’Mahew” o “Kriarya”: in conseguenza a ciò, malgrado ogni suo sforzo, ogni suo impegno volto a tentare di rovesciare la situazione in proprio favore, nonché malgrado la maggiore velocità a lei assicurata dalla mirabile tecnologia delle proprie protesi; quell’avversaria, quell’antagonista sembrò in grado di poterle tenere serenamente testa, senza palesare il benché minimo affaticamento in tutto ciò, quasi quella, in effetti, altro non avesse che a doversi considerare una mera attività ricreativa, ancor prima che una letale sfida. Comprendendo, proprio malgrado, di non avere molte altre alternative rispetto a un gesto meno elegante rispetto a quello che non avrebbe voluto riservarsi; nel fugace intervallo concessole fra un colpo e il successivo, troppo breve per poter riprendere il controllo della propria arma e, con essa, tentare di contrastare il costante evolversi di quel flusso d’attacco, la donna pirata ebbe a riservarsi l’occasione utile per sferrare un rapido colpo, con la propria mancina libera, direzionato al basso ventre della propria antagonista, non tanto nella speranza di raggiungerla e di riservarsi occasione d’offesa a suo riguardo, ma, piuttosto, pregando affinché, in conseguenza a tutto ciò, l’altra avesse a rendere propria premura di evaderla e, in ciò, di allontanarsi da lei, interrompendo, di conseguenza, la propria sequela di colpi potenzialmente letali.
Ancora una volta, tuttavia, l’incommensurabile familiarità che la donna da dieci miliardi di crediti avrebbe potuto vantare nei riguardi della guerra, e non di una guerra moderna, elegante e sovente persino priva di reale contatto fisico fra le controparti, quanto e piuttosto una versione più antica e più pura della guerra, una versione più carnale e violenta, tale per cui la benché minima esitazione, il più effimero errore avrebbe potuto comportare di ritrovarsi con un pugnale, apparentemente comparso dal nulla, infilzato nell’addome, le permise di vanificare il pur plausibile desiderio della controparte di sorprenderla, e di sorprenderla in quel gesto tanto veloce da risultare fondamentalmente impercettibile agli sguardi meno esperti, meno attenti, e pur, altresì, straordinariamente palese all’attenzione di chi, nel dettaglio rappresentato dal più banale fremito di un muscolo avrebbe avuto a dover distinguere la differenza fra la vita e la morte, fra la propria vita e la propria morte. Così, benché alcun errore avrebbe avuto a dover essere attribuito all’esecuzione sostanzialmente perfetta della controparte, Midda Bontor fu in grado di comprendere quanto lì sarebbe avvenuto forse persino prima di rispetto a una qualsivoglia maturata consapevolezza a tal riguardo da parte del medesimo capitano di masnada, in termini tali per cui, la sua, non avrebbe avuto a dover essere intesa qual una reazione, quanto e piuttosto un’azione concorrente a quella mossa a propria ipotetica offesa, azione utile, allora, a schierare il proprio destro a propria difesa, a propria protezione, impiegandone la metallica solidità allor cromata, così come già quella a essa antecedente in nere tonalità dai rossi riflessi, qual uno scudo fra sé e ogni avverso destino potenzialmente promessole.
A nulla, in tutto ciò, valse lo sforzo della donna dalla bronzea pelle, la quale, con disappunto, ebbe lì a guadagnare soltanto un fugace intervallo di tempo utile a comprendere di aver fallito e, in ciò, a saltare all’indietro, cercando, se non in termini assoluti, almeno da un punto di vista squisitamente relativo di riuscire a guadagnare quel distacco, quello spazio fra loro idealmente utile a permetterle di riorganizzarsi. Ipotesi di fronte alla quale, ancora una volta, la donna guerriero non volle permetterle di riservarsi alcun successo, nel proporsi, nuovamente, con straordinaria prontezza, innanzi a lei, in termini che, pertanto, ebbero lì a costringerla a compiere quella che, necessariamente, sarebbe stata interpretata qual un’estemporanea ritirata, il tentativo di ripiegare quanto allor sufficiente per riprendere quantomeno fiato, occasione che ebbe così a riservarsi richiedendo alle proprie gambe un nuovo straordinario sbalzo verso l’alto dei cieli, unica direzione entro la quale, sino a prova contraria, l’altra non sarebbe stata in grado di seguirla.

« Thyres… » ebbe, a tal riguardo, a lamentarsi la Figlia di Marr’Mahew, invocando il nome della propria dea nel vedersi sottrarre il proprio bersaglio, la propria preda, la propria antagonista, in quanto, per un fugace istante, ebbe a risultare persino qual una mistica sparizione, salvo poi essere correttamente interpretato per quanto effettivamente avrebbe avuto a dover essere inteso, ossia un nuovo, straordinario salto compiuto verso l’alto dei cieli.

Un balzo, il secondo, che ebbe a superare in altezza il primo, elevando Lles addirittura per una quindicina di piedi, prima di vederla, necessariamente, ridirigersi a terra e trovare nuovamente contatto con il suolo, tuttavia, non nella medesima posizione prima occupata quanto, e piuttosto, a una più prudente distanza di nove piedi dalla controparte, distanza utile, in tutto ciò, a garantirle non soltanto l’intervallo da lei sperato, ma, anche, occasione per riprendere voce e per cercare, almeno verbalmente, occasione di giustificare quel proprio gesto, mistificandone le effettive motivazioni dietro al consueto sarcasmo che, sino a quel momento, aveva voluto dimostrar qual proprio…

« Stupefacente ardore, dolcezza! » dichiarò pertanto, sorridendole e lasciando ricomparire, dopo tutta la necessariamente tesa concentrazione degli attimi precedenti, le fossette ai lati delle proprie labbra « Scusa se mi sono voluta sottrarre a te, ma avevo paura che, nell’insistere con tanta foga, potesse venirti un principio d’infarto… » ironizzò, sperando in tal maniera di rigirare la questione su di lei ancor prima che su di sé, o, quantomeno, di provocarla quanto sufficiente a non permetterle di elaborare il reale perché di tanto impegno da parte sua.
« Potrei sbagliarmi, ma non ti darei più di trent’anni di vita. » sancì Midda, per tutta risposta, lasciando roteare la spada attorno a sé prima di assumere una nuova postura di guardia, e una postura volta a preludere a una nuova carica nei riguardi di quell’antagonista, a dimostrazione di quanto, ancora, non avesse a doversi fraintendere qual stanca di tutto ciò « In questo, posso dire con assoluta certezza di aver iniziato a usare l’ironia come arma psicologica nei miei combattimenti prima ancora che tu fossi in grado di soffiarti il naso da sola, mia cara. » puntualizzò, ammiccando appena « Non sperare, quindi, che tutto questo tuo chiacchierare possa distrarmi tanto facilmente… »

E prima che la donna pirata potesse aver nuova occasione di argomentare la propria posizione, probabilmente impegnandosi a smentire le pur corrette intuizioni della controparte nel merito dei propri intenti; la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco ebbe nuovamente a proiettarsi verso di lei, desiderosa di concederle quella battaglia per la quale tanto aveva insistito, quel combattimento per il quale tanto si era prodigata a sfidarla, non ancora, purtroppo, pienamente consapevole di qual genere di antagonista, di avversaria, allora, avrebbe avuto occasione di trovarsi innanzi.

sabato 20 gennaio 2018

2432


Se Midda Namile Bontor non avesse trascorso tre quarti della sua intera esistenza, sin da quando poco più che bambina ancor neppur definibile qual fanciulla, a combattere, e a combattere qualunque genere di battaglia le fosse offerta, contro uomini e stregoni, contro mostri e dei, sicuramente quell’attacco, quel movimento sì rapido e altrettanto straordinariamente preciso non avrebbe mancato di raggiungerla, di ferirla e, forse e persino, di condannarla a morte, sancendo la conclusione di quello scontro tragicamente breve. Laddove, tuttavia, i suoi forse altisonanti titoli, qual Figlia della dea della guerra Marr’Mahew, o Ucciditrice di Dei, non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual espressione di mero vanto, quanto, e piuttosto, testimonianza concreta dei suoi straordinari successi, delle sue incredibili imprese, anche posta a confronto con tanta straordinaria velocità di esecuzione e precisione di movimento, ella ebbe a permettersi possibilità di sopravvivere e di sopravvivere, nel dettaglio, attraverso uno non di meno straordinariamente rapido movimento discendente, verso il suolo, che la esclude dalla traiettoria di quella lama e che le permise, allora, di tentare di condurre un contrattacco, una degna risposta, in un’ampia spazzata, un movimento rotatorio imposto a tutto il proprio corpo per spingere le proprie gambe a colpire quelle di lei e, in ciò, a privarla del proprio equilibrio, precipitandola al suolo.
Ma, se pur, l’evasione alla propria prospettiva di morte, allora, ebbe piacevole successo, non identico risultato ebbe a poter vantare nei riguardi della propria nuova offensiva, la quale si vide parimenti vanificata, nel proprio risultato, da un balzo, e un balzo estraneo a qualunque umana possibilità di movimento, tal da proiettare, sopra la propria testa, e sopra le teste di tutti, la sua controparte per quasi una dozzina di piedi rispetto al livello del suolo. Un salto sovrumano, quello in tal maniera compiuto, che non volle ovviare a riservarsi l’opportunità di trasformarsi in un nuovo, estemporaneo tentativo d’offesa a suo riguardo, trasformando l’ineluttabile ricaduta al suolo in una mossa volta a inchiodarla sotto di sé e, nel dettaglio, sotto il suo ginocchio destro, sospinto volontariamente verso il basso, a poterla, in tal maniera, schiacciare letteralmente a terra.
In ciò, quindi, ebbe a essere nuovamente il turno della donna dagli occhi color ghiaccio quello di ovviare agli effetti più negativi di quella nuova aggressione, di quella nuova mossa, sottraendosi a quell’offensiva nel rotolare rapidamente lateralmente e, in un sol movimento continuo, nel rialzarsi dal suolo, là dove, in tal condizione, sarebbe stata un bersaglio eccessivamente esposto. Per questa ragione, quando Lles ripiombò a terra, incrinando il manto stradale sotto il proprio ginocchio e lasciandogli assumere una aspetto simile a una ragnatela in conseguenza alle fratture impostegli nella violenza propria di quell’impatto, Midda ebbe a offrirsi nuovamente già in piedi, estraendo alfine la spada dal proprio fodero, nel ben valutare quanto, ormai, spiacevolmente stolido sarebbe stato per lei rifiutare quel conflitto, sottrarsi a quell’obbligato duello, non laddove l’altra non si sarebbe certamente fermata prima di aver preteso da lei un ineluttabile tributo di sangue e non laddove, per impedirle di raggiungere un simile traguardo, avrebbe avuto a dover ricorrere a tutte le proprie risorse, senza esclusione di colpi…

« Fammi indovinare: anche le gambe non sono originali… » ebbe a commentare osservando l’antagonista rialzarsi in piedi e non dimostrare il benché minimo disturbo nei propri movimenti dopo la violenza di quell’ultimo colpo che, a rigor di logica, avrebbe avuto a doverle frantumare la rotula e la gamba intera, più in generale, oltre a non offrire alcun piacere al resto del suo corpo, a partire, innanzitutto, dalla sua schiena.
« Ciò non di meno, non credo che si possa esprimere obiezioni su quanto siano egualmente splendide. » puntualizzò la donna pirata, dondolandosi appena prima a destra e poi a sinistra, quasi a voler offrire una migliore opportunità volta ad ammirare i propri magnifici arti inferiori, con quieta fierezza a tal riguardo, nella serena consapevolezza della propria beltà e, in questo, dei propri pregi, anche di natura esclusivamente fisica « O hai qualche pregiudizio in contrasto a ciò…?! » sorrise provocatoria, ammiccando verso di lei.
« Assolutamente. » negò l’altra, scuotendo appena il capo « In effetti, ho persino conosciuto una mia versione alternativa che riversava in condizioni non dissimili alle tue. » riprese e soggiunse, non tanto a soddisfazione di un qualche possibile curiosità nella controparte quanto, e piuttosto, nella mera rievocazione di quella particolare avventura, di quella singolare esperienza nel tempio sotterraneo della fenice, là dove, la seconda volta, le era stata concessa l’opportunità unica di porsi a confronto non soltanto con una singola, altra Midda proveniente da un universo parallelo, ma con un bel repertorio di proprie versioni alternative, fra cui, in effetti, una che, a differenza sua, non aveva perduto soltanto l’arto destro, ma anche il sinistro, nonché entrambe le gambe, ridotta brutalmente a un torso umano ma, ciò non di meno, in grazia alla propria forza di volontà, riuscendo alfine a riacquistare la propria mobilità attraverso una completa armatura di nero metallo dai rossi riflessi animata in grazia alla magia, soluzione non dissimile da quella che, fino a qualche anno prima, era anche per lei surrogato del proprio arto mancante.

Al di là di quel fugace intermezzo, di quell’estemporaneo scambio di parole fra loro, lo scontro, ovviamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere ben lontano dal potersi considerare concluso. Al contrario.
Posti ormai tutti i pezzi sulla scacchiera da entrambi i lati, nella spada sguainata della Figlia di Marr’Mahew, e nella condivisione in merito alle superiori capacità del capitano Vaherz in conseguenza alle proprie protesi artificiali, e protesi utili a concederle, al contempo, sia i benefici propri di normali arti di carne e ossa, sia quelli derivanti dalla potenza di straordinari servomotori alimentati all’idrargirio; le due combattenti, le due sfidanti, non avrebbero potuto procedere in altra direzione se non in quella della lotta, e di una lotta destinata potenzialmente all’annientamento reciproco, nell’eventualità in cui una delle due non fosse riuscita a prevalere sull’altra. E se, nei primi minuti, la folla attorno a loro era risultata sufficientemente animata, nell’incitarle entrambe al combattimento, nel momento in cui la sfida aveva avuto chiaramente inizio, soltanto il più assoluto silenzio era ridisceso attorno a loro, nell’attenzione richiesta a tutti gli spettatori, a tutti i testimoni lì presenti, per riuscire a seguire, effettivamente, movimenti altresì troppo rapidi, azioni, reazioni ed evoluzioni in un susseguirsi troppo concitato, per poter giustificare loro anche la più semplice distrazione derivante da un banale commento verbale.
Così, arma in pugno, l’Ucciditrice di Dei ebbe a proiettarsi, allora, in direzione della propria antagonista, iniziando a menare una straordinaria sequenza di colpi a confronto con la quale difficilmente, chiunque, avrebbe potuto avere possibilità di sopravvivenza, forse intercettandone uno, forse evitandone un altro, ma, alfine, necessariamente cadendo sotto un fendente, uno sgualembro o un ridoppio di quell’incessante serie di attacchi, tutti condotti con impareggiabile precisione e, soprattutto, straordinaria forza, e forza, in quel caso, sol merito dell’ammirevole forma fisica della protagonista di tutto ciò, avendo ella a dover maneggiare, necessariamente, la propria lama con la mancina, ove, priva di sensibilità nella propria destra, non sarebbe stata in grado di gestire i sottili equilibri di una pur tanto violenta e devastante azione. Ciò non di meno, al di là dell’impareggiabile offensiva che, allora, quella donna dagli occhi color ghiaccio ebbe finalmente a dimostrar qual propria malgrado uno stile nell’uso della propria spada inoppugnabilmente meno elegante, seppur egualmente efficace, rispetto a quello che avrebbe avuto a dover essere attribuito alla propria controparte, Lles non ebbe a cadere in conseguenza al primo, al secondo, al terzo, e neppure al decimo colpo menato: muovendosi, infatti, con non minor velocità e senso di controllo, e, in tal senso, sicuramente aiutata dai propri miglioramenti fisici di natura tecnologica, ella fu in grado di parare e deviare ogni colpo contro di lei rivolto, offrendo anche evidente dimostrazione di quanto la propria sciabola, benché dotata di una lama più stretta rispetto a quella della spada della controparte, avesse a poter vantare una straordinaria resistenza, mai cedendo nel corso di quel confronto e, anzi, quasi apparendo in una situazione di superiorità. Una superiorità quella propria dell’arma dell’avversaria, che Midda era certa non sarebbe stata egualmente tale se soltanto avesse avuto occasione di impugnare la propria lama bastarda, forgiata e temprata secondo un’antica e quasi perduta tradizione del proprio mondo atta a creare una lega dagli azzurri riflessi dotata di una forza priva d’eguali… ma, in quel momento, in quel contesto, ella avrebbe avuto a doversi impegnare a rendere il meglio con quanto le era stato concesso di possedere e, in ciò, di batterla anche partendo da condizioni di potenziale svantaggio qual pur, quella, avrebbe avuto a doversi ritenere.

venerdì 19 gennaio 2018

2431


A dispetto dei timori espressi da Lles, e trascurando completamente la possibilità di entrare all’interno del retro di quel veicolo, e di raggiungere la gabbia lì riposta, Midda ebbe altresì a proiettare il proprio corpo in un primo salto, un balzo che la condusse ad appoggiare fugacemente il proprio piede sinistro su una curva utile della forma del mezzo e in tal dove trovare un punto d’appoggio allo scopo di spingersi ancora più in alto, quasi rimbalzando sul lato opposto e lì lasciando aderire, questa volta, il destro, su un altro punto idoneo, prima di sospingersi, in un’amplia parabola, in una straordinaria capriola all’indietro, a volare al di sopra della testa della propria avversaria, per atterrarle alle spalle e, in quel punto sopraggiunta, cercare di menare il proprio colpo, un montante che, condotto con il suo destro, non si sarebbe limitato a colpirla ma, addirittura, a distruggerla, nella forza dei servomotori alimentati all’idrargirio propri di quell’arto trapassandole la schiena e l’addome, fino a fuoriuscire dal suo petto. Un colpo, in tutto questo, contraddistinto non soltanto da audace concezione e da straordinaria esecuzione, ma, anche e ancor più, caratterizzato da un’impietosa volontà di condanna, di morte, a discapito della controparte, alla quale, potenzialmente, non sarebbe stata concessa altra possibilità al di fuori di una violenta e sanguinosa dipartita, avendo probabilmente appena il tempo di maturare l’idea di quanto così accaduto, e della fine alla quale, in tal maniera, si sarebbe ritrovata a esser tradotta in un nuovo stato d’esistenza, compatibilmente con le proprie eventuali credenze religiose.
Ma se pur, effettivamente, il potenziale di morte proprio di quell’azione avrebbe avuto a doversi riconoscere estraneo a qualunque possibilità di argomentazione o critica, tale potenziale, nella pratica di quello scontro, ebbe a doversi inaspettatamente confrontarsi con la ferrea volontà a mantenersi in vita, e in salute, della controparte, la quale, in conseguenza a ciò, non avrebbe potuto permettersi alcuna occasione volta ad attendere quietamente l’evolvere degli eventi, senza, in essi, agire e interagire. Così, nel dimostrare un ammirevole acume e un’incredibile capacità di freddo controllo sugli eventi, e sull’ambiente a sé circostante, il capitano dei pirati non ebbe ad accettare passivamente il destino al quale la propria antagonista l’avrebbe tanto banalmente condannata, preferendo mantenere quieta consapevolezza nel merito della posizione della stessa e, al momento del suo pur ipoteticamente letale attacco, offrire a quel suo pugno cromato non il calore e la morbida accoglienza delle proprie carni, quanto e piuttosto il nulla allor rappresentato dalla semplice aria, e dalla semplice aria nella quale lasciò fendere, incapace a imporle qualunque danno, quella temibile estremità, compiendo nel contempo proprio di quell’attacco, di quell’aggressione, un perfettamente misurato, lieve movimento, minimo indispensabile utile a escluderla dalla sua traiettoria e a permetterle di riservarsi, ancor, salva la vita. Mirabile, in tutto questo, ebbe a dover essere la sua velocità, anche all’attenzione della stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale quasi non poté riservarsi il tempo di comprendere realmente quanto avesse lì a doversi considerare in corso prima che, altresì, tutto fosse allor terminato.
E laddove incredibilmente rapida ebbe a dimostrar di saper essere Lles in un contesto difensivo, altrettanto non mancò di dimostrarsi in uno offensivo, utile, nella nuova posizione così assunta, quasi frontale alla propria controparte, a menare a sua volta un colpo, lì animato, in verità, non da intenzioni apertamente letali quali quelle a lei riservate, quanto e piuttosto dalla volontà di offrire una dimostrazione, e una dimostrazione che, nel proprio intimo, ella volle probabilmente sperare essere utile alla donna da dieci miliardi di crediti per decidersi a concederle la sfida da lei desiderata, quella possibilità di singolar tenzone da lei ricercata e che, in un modo o nell’altro, l’altra sembrava intenzionata a eludere, non apparendo intenzionata a dedicarle quell’attenzione, quell’interesse pur quietamente preteso. Una dimostrazione, la sua, che fu allora espressa in una semplice spinta, e in una spinta che, con il palmo della mancina aperto, ella ebbe a muovere in direzione del suo basso addome con la stessa precisione di un pugno, e che pur pugno non volle essere, per fortuna della controparte, laddove se così non fosse stato, probabilmente l’effetto finale non avrebbe avuto a doversi intendere particolarmente differente da quello che, a sua volta, aveva sperato di imporre con il proprio arto cromato, giacché, in un’incredibile velocità d’azione, tale da non permetterle alcuna possibilità di difesa da tutto ciò, gli effetti propri di quella spinta, di quell’impulso imposto in contrasto al suo ventre, ebbero a definirsi nel vederla catapultata con disumano vigore per oltre nove piedi all’indietro, sino a raggiungere il limite della loro arena e, in ciò, a colpire, di schiena, la schiena di uno dei tagliagole lì disposti a mantenere intatto il limite circolare loro riservato e, ancora, quasi a sbilanciarlo in avanti, in conseguenza alla straordinaria energia cinetica che l’altra era così stata in grado di imporle.
Un colpo in conseguenza al quale, pertanto, Midda ebbe a ritrovarsi per un breve istante impossibilitata persino a respirare, istante nel corso del quale, tuttavia, la sua mente non si negò possibilità di rielaborare quanto appena accaduto, nel tentativo di offrire una chiave di interpretazione logica a tutto ciò. Una chiave di interpretazione, allora, che non poté ovviare a ricollegarsi a una delle ultime frasi ridacchiate da parte della donna pirata prima dell’inizio di quello scontro, di quella loro tanto invocata possibilità di duello, e, in particolare, al disinteresse dimostrato dall’altra alla prospettiva di poter perdere entrambe le mani in conseguenza a quel conflitto: eventualità che, sebbene nel mondo dal quale la donna guerriero proveniva avrebbe terrorizzato chiunque, proponendosi qual menomazione di impossibile superamento, in quella nuova e più amplia realtà, così come il suo stesso arto cromato avrebbe avuto a rappresentare, non avrebbe potuto più ritenersi qual ostacolo sì insormontabile, condizione sì immutabile, in grazia allo straordinario progresso tecnologico che contraddistingueva quelle civiltà…

« Le tue braccia… » esitò la Figlia di Marr’Mahew, aggrottando appena la fronte nel cercare di recuperare voce e posizione eretta, separandosi da colui che, involontariamente, le si era offerto qual scomodo materasso utile ad arrestare il volo in tal maniera impostole dalla controparte.
« Un modello senza dubbio più elegante del tuo. » sottolineò Lles, riservandosi occasione per un nuovo sorriso immancabilmente sornione, nel levare innanzi a sé la propria estremità mancina e nell’osservarla quasi con compiacimento, nell’assoluta verosimiglianza della stessa con un arto reale, risultando apparentemente contraddistinto da pelle e da carne, garantendole tutta quell’importante sensibilità tattile propria della pelle e della carne, e, ciò non di meno, non avendo a doversi considerare, a tutti gli effetti, qual più naturale di quanto non avrebbe avuto a doversi reputare il destro cromato della propria allor sorpresa interlocutrice « Con rispetto parlando, per quanto sicuramente possa contribuire all’immagine di ragazza cattiva alla quale, evidentemente, tanto tieni, io avrei qualche remora a mostrarmi in giro con una protesi così rozza qual quella: sembra quasi un semplice modello da lavoro di quelle che vengono installate ai detenuti delle prigioni di Loicare. » la criticò, scuotendo appena il capo « … o forse è veramente così, tesoro?! » ridacchiò, strizzando l’occhio sinistro in un gesto di ricerca di complicità con lei.

Cercando di approfittare della distrazione da lei resa propria in quel breve monologo, la donna guerriero si impose una rapida ripresa dal lieve stordimento nel quale il colpo a lei inferto l’aveva fatta ricadere, per scattare in avanti, in grazia di tutta l’energia propria dei vigorosi muscoli delle sue gambe, per coprire in un attimo la distanza fra loro esistente e cercare, nuovamente, di raggiungerla, e di raggiungerla, ancora, non nell’impiego della propria spada, ma, più semplicemente, del proprio arto destro, nella volontà di imporle quell’unico, singolo colpo in grazia al quale, allora, quell’intera questione avrebbe potuto essere facilmente conclusa, nella morte della propria controparte, nonché dell’attuale carceriera dei due bambini.
Purtroppo, ancora una volta, la sua pur straordinaria velocità d’esecuzione venne sostanzialmente umiliata da quella che, altresì, ebbe modo di riservarsi la sua avversaria, restando in immobile attesa del suo arrivo sino all’ultimo istante utile e, solo quando ormai avrebbe avuto a dover essere bersaglio designato per il suo colpo, compiendo quel pur lieve movimento utile, allora, a sottrarla al medesimo, lasciando sfogare tanta forza, tanta violenza, nel vuoto lasciato in propria vece, in un’evasione da quell’offensiva straordinariamente misurata e che, ora, volle riservarsi anche l’opportunità di condurre un primo movimento della propria lama a potenziale discapito di quell’antagonista, in un ridoppio diritto volto in direzione del suo fianco mancino…

giovedì 18 gennaio 2018

2430


E fu il silenzio…
… in silenzio, innanzi a tale sfida, ebbero a presenziare Tagae e Liagu, attendendo pazientemente la vittoria della loro tutrice, nonché genitrice adottiva, ancora imprigionati all’interno della propria gabbia e, in effetti, all’interno del mezzo di trasporto nel quale, sino a lì, erano stati condotti.
… in silenzio, nel confronto con quel duello, ebbero a testimoniare tutti gli uomini al servizio di Lles Vaherz, attendendo quasi con tedio la vittoria del loro capitano, nonché compagna d’armi, quietamente disposti a limite di quell’area circolare, di quel palcoscenico al di sopra del quale, presto, anche la famigerata Midda Bontor avrebbe certamente incontrato la propria ineluttabile sconfitta.
… in silenzio, innanzi alla minaccia di quella spada sguainata, ebbe a permanere la stessa donna guerriero dagli occhi color ghiaccio, immobile con le braccia conserte innanzi a sé.
… in silenzio, nel confronto con la quiete così provocatoriamente riservatale, ebbe a restare la medesima donna dalla bronzea pelle e dagli occhi ambrati, in attesa nella propria postura di guardia.
E fu il silenzio…
… o quasi.

« Allora…?! » si sollevò una voce maschile di protesta fra gli astanti, fra coloro lì arrestatisi incuriositi alla prospettiva di una sfida, di un combattimento così a loro gratuitamente offerto, un piacevole spettacolo con il quale potersi intrattenere al proprio arrivo, o prima della propria ripartenza dal Mercato Sotterraneo e, ciò non di meno, lì apparentemente destinati a restare insoddisfatti, nella quiete immobilità così precipitata.
« E dai… attaccala…! » insistette una seconda voce, questa volta femminile, richiedendo l’evolversi della situazione, e l’evolversi proprio di un’offensiva allor da riservarsi a discapito di colei che, tanto impunemente, stava lì rifiutandosi di estrarre la propria lama per rispondere alla questione.
« Forza, pollastre! Non abbiamo tutto il gior… » tentò di intervenire una terza voce, nuovamente maschile, salvo essere arrestata dall’intervento di un pesante pugno, e un pugno in grazia al quale, allora, l’intero cranio dell’incauto commentatore venne letteralmente fracassato, vedendo lo stesso crollare a terra morto sul colpo, qual giusta punizione a lui inferta da uno dei masnadieri per la propria così intollerabile mancanza di rispetto nei confronti delle due contendenti e, in particolare, del capitano Vaherz.
Un richiamo a toni più riguardosi, quello in tal maniera fisicamente espresso, che non mancò di essere anche ribadito verbalmente da colui che, senza apparente preoccupazione, aveva appena definito la morte di un perfetto sconosciuto: « Ogni mancanza di educazione non sarà tollerata. » sancì, con voce tuonante al di sopra della folla, della folla necessariamente sorpresa da quella morta occorsa in maniera tanto subitanea e inattesa « Spero di essere stato chiaro… »

Solo un quieto annuire, soprattutto da parte di coloro più vicini a quell’uomo, si riservò il compito di confermare comprensione nel merito di tali parole, permettendo, allora, al silenzio di tornare a imporsi al di sopra della scena.
E Midda, che pur aveva sperato, nella propria reazione, di incontrare, come di consueto, come già avvenuto un numero ormai incalcolabile di volte nel corso della propria vita, una qualche espressione di contrarietà da parte della sua avversaria, che, in tal maniera, avrebbe avuto a doversi considerare quantomeno offesa da tutto ciò, dall’apparente mancanza di attenzione che ella stava dimostrando nei suoi riguardi; non poté lì ovviare a comprendere quanto, proprio malgrado, tale tattica non avrebbe avuto occasione di riscontrare il successo sperato. Non, per lo meno, da parte di chi, evidentemente, avrebbe avuto a doversi considerare non soltanto in temibile parallelismo alla propria gemella ma, come sin da subito intuito, in spiacevole somiglianza a se stessa, anche nei propri approcci, nelle proprie strategie.
Una consapevolezza, quella da lei alfine così maturata, che evidentemente ebbe a dover essere espressa in maniera sufficientemente trasparente dal suo sguardo, dai suoi occhi abitualmente enigmatici per i propri avversari, e che pur, da quella controparte in particolare, vennero correttamente interpretati nelle proprie emozioni e nei propri pensieri, confermando, anche ove non necessario, quanto avesse a doversi considerare pericolosa…

« Sì. E’ inutile che tu abbia ad aspettare di farmi innervosire, splendore. » sorride Lles, facendo ricomparire le proprie irriverenti fossette ai lati delle labbra « Se pensi di potermi battere in grazia a una così banale tattica psicologica, mi spiace per te, ti sbagli di grosso! »

Ovviando a imprecare verbalmente, e pur non mancando di scandire il nome della propria dei prediletta all’interno del proprio cuore, la donna guerriero ebbe allora a lasciar ricadere le braccia ai propri fianchi, prima, e poi ad alzarle in posizione di guardia, innanzi a sé, con i pugni chiusi, quasi a prepararsi, in tal maniera, a una rissa ancor prima che a un combattimento all’arma bianca. E a sottolineare la propria mancanza di entusiasmo per la prospettiva di confronto lì offertale, in un nuovo tentativo di irritare la propria controparte, ella si impegnò anche a sbuffare nel mentre di ciò, sollevando per un fugace istante gli occhi al cielo, a meglio evidenziare le proprie, supposte emozioni…

« L’ultima volta che ho avuto occasione di affrontare un insistente spadaccino, non è finita molto bene per lui. » volle ricordare l’ex-mercenaria, rendendo omaggio a un semplice Nessuno del proprio passato, un uomo che tanto aveva insistito per affrontarla, e affrontarla ripetutamente, e che, pur, alfine, si era dovuto necessariamente pentire della propria scelta « Lascia andare i miei bambini e permettici di allontanarci senza creare problemi. E, forse, per te, andrà meglio… »
« Lasciami indovinare… lo hai ucciso in un colpo solo?! » ipotizzò, dimostrandosi soltanto divertita, la sua interlocutrice, pur senza ancora ipotizzare alcun movimento d’offesa nei suoi confronti, in quieta attesa dell’inizio reale del loro scontro.
« Peggio… l’ho lasciato vivere, dopo avergli amputato entrambe le mani. » replicò la prima, sincera in quella dichiarazione, nell’aver proceduto in tal senso, in conseguenza di dinamiche nello spiegare le quali, in quel mentre, avrebbe preteso più tempo di quanto, probabilmente, non avrebbe potuto considerare proprio.
« A tal riguardo, francamente non ho problemi… » ridacchiò Lles, quasi ella le avesse appena raccontato una barzelletta « E se non hai altri aneddoti da condividere, direi che potremmo anche iniziare, prima che faccia notte. » la volle invitare, sollevando, per un momento, la mancina quietamente appoggiata al proprio fianco sinistro, per invitarla, con un cenno delle dita, ad attaccarla, a provare a dimostrarle nei fatti, ancor prima che nelle parole, il proprio valore « Avanti… ti sto aspettando. »
« Come preferisci… » si strinse nelle spalle la Figlia di Marr’Mahew, gettando uno sguardo alle proprie spalle e, poi, decidendo alfine di agire, per così come incitata a fare.

Con uno scatto felino, per un istante, la donna guerriero sembrò allora diretta alla volta del mezzo dal quale erano appena scesi e, in particolare, in direzione dei due bambini lì ancora imprigionati.
Un gesto innanzi al quale, necessariamente, la sua controparte, il capitano della masnada di predoni e tagliagole, non poté che reagire accennando a scattare a sua volta in avanti, per poterle impedire qualunque eventuale azione in tal senso, qualunque tentativo di liberazione della coppia prima di aver guadagnato qualunque diritto a tal riguardo, secondo i termini del loro accordo, della loro sfida.

« Non penserai davvero di potermi fuggire?! » protestò la donna pirata, decisamente contrariata da quell’idea, da quella prospettiva così irriverente innanzi al duello in corso.

mercoledì 17 gennaio 2018

2429


La Figlia di Marr’Mahew, ancora, non avrebbe potuto vantare particolare confidenza su qual genere di pianeta fosse quello nel quale ella era stata trasportata insieme ai due bambini, né qual genere di leggi lo regolassero: ciò non di meno, alla luce di quanto già veduto e vissuto, e di quanto anche allora accadde, non poté ovviare a ipotizzare un certo, interessante collegamento con quanto ella avrebbe potuto definire qual casa propria, ossia la città del peccato del regno di Kofreya, Kriarya.
Ove, infatti, nei mondi sino a quel momento esplorati, nelle città sino a quel momento conosciute in quella nuova e più ampia concezione di realtà rispetto a quella che avrebbe potuto vantare un tempo, ella aveva avuto modo di constatare una certa, ipocrita e perbenista, parvenza di costante legalità, se non, addirittura, una ricerca persino ossessivamente autoritaria di mantenere l’ordine costituito attraverso l’uso e l’abuso della legge, in misura tale per cui, certamente, mai Lles Vaherz avrebbe potuto permettersi la benché minima occasione di allestire la scena del loro scontro, della loro battaglia, con la stessa quiete, con la stessa semplicità con la quale, altresì, lì venne allestita; in quel Mercato Sotterraneo, al capitano di quella masnada di predoni spaziali venne garantita tutta la serena tranquillità utile a gestire le cose secondo i propri interessi, secondo i propri desideri, in quello che, anzi e persino, allorché cercare la discrezione propria di un luogo appartato, volle apparire persino qual un vero e proprio evento pubblico, per il piacere di qualunque eventuale spettatore avesse voluto riservarsi occasione di testimoniare a tale scontro. Così, non appena atterrati, non appena tornati a contatto con la solidità del suolo in quella che, pur, altro non avrebbe avuto a dover essere considerata che un’area di manovra squisitamente trafficata, un parcheggio esterno allo spazioporto e, in questo, indubbiamente animato da una certa disordinata folla lì di passaggio; gli uomini al servizio di Lles si premurarono di creare una vera e propria arena per ospitare quello scontro, aprendo fra la folla una superficie quasi perfettamente circolare attorno al loro mezzo di trasporto e delimitandola con la propria stessa presenza, senza che, a tal fine, il loro capitano dovesse aver ulteriore bisogno di esprimersi rispetto a quanto già pocanzi compiuto, segno evidente di quanto, quello che di lì a breve avrebbe avuto luogo, non avrebbe avuto a doversi fraintendersi qual il suo primo scontro, il suo primo duello. E se, pur, a fronte di tutto quello, in altre città, in altri pianeti, ineluttabile sarebbe stato un rapido intervento delle forze dell’ordine per dirimere in maniera decisa la questione, probabilmente arrestandoli e incarcerandoli tutti, lì al Mercato Sotterraneo l’evolversi degli eventi non ebbe a suscitare alcun genere di allarme, alcuna preoccupazione da parte di chicchessia, attirando, anzi e solamente, un certo interesse, una certa attenzione, e attenzione rivolta, allora, a comprendere cosa sarebbe accaduto e se, magari, sarebbe stato qualcosa su cui poter lucrare.

« Deduco che questo non abbia a essere la prima volta che sfidi a singolar tenzone una perfetta sconosciuta… » non poté ovviare a commentare Midda, aggrottando la fronte nel cogliere quanto lì in corso, scendendo un istante dopo dal mezzo da lei tanto violentemente attaccato.
« Dici…?! » sorrise sorniona l’altra, minimizzando quanto lì stava accadendo, nel seguirla, nell’affiancarla all’uscita dal quel piccolo veicolo da trasporto « Meglio per me, allora… » soggiunse poi, ammiccando lievemente « … in questo modo, forse, potrei avere qualche possibilità di sopravvivere alla temibile Midda Bontor. » evidenziò, in quello che, ancor prima che qual tributo, senza particolare sforzo avrebbe avuto a intendersi facile ironia.

Un punto a favore di quell’antagonista ancora sconosciuta, quello in tal maniera a doversi accreditare da parte dell’Ucciditrice di Dei, a confronto con la quale, pertanto, ella non poté che ricevere l’ennesima conferma di quanto, allora, non avrebbe dovuto concedersi alcuna superficiale possibilità di sottovalutarne le possibilità, il pericolo da lei così rappresentato per sé e per i due pargoli. Un pericolo, parimenti, che non avrebbe avuto a dover essere neppur, al contrario, eccessivamente sopravvalutato, ove, altrimenti, avrebbe potuto essere per la medesima donna guerriero qual fonte di inibizione, di timoroso freno là dove, comunque, non avrebbe avuto a doversi permettere di trattenere alcuno dei propri colpi, risparmiare alcuno dei propri attacchi, sancendo, al più presto, la morte di quell’avversaria che, in un qualunque altro momento, probabilmente avrebbe potuto scoprirsi meritevole anche della sua ammirazione e che, pur, in quello specifico contesto, avrebbe avuto a dover essere abbattuta nei tempi più rapidi possibili, seguita a ruota da tutti i propri compagni di ventura, la cui ira, altrimenti, avrebbe potuto porre in inevitabile rischio non soltanto il suo domani, ma, ancor più, quello di Tagae e Liagu, nella volontà di vendicarsi per quanto, di lì a breve, sarebbe quindi occorso.

« Spero che quell’arma non abbia a doversi considerare la tua prediletta… » riprese voce Lles, in riferimento alla spada al fianco destro della propria antagonista, nel mentre in cui, prendendo le distanze da lei, si mosse a prendere posizione per la loro sfida, per il loro duello, che, francamente, non avrebbe voluto posticipare di un istante più del dovuto, nell’intima speranza che quella controparte fosse realmente degna della propria fama « E’ così… dozzinale. » storse appena le labbra verso il basso, a ribadire tutta la propria più severa critica a tal riguardo, accarezzando, al contempo, con la propria mancina, la raffinata impugnatura della propria sciabola, nel paragone estetico con la quale, in effetti, poche armi avrebbero potuto riservarsi opportunità di confronto.
« Servirà egualmente al suo scopo. » replicò la donna da dieci miliardi di crediti, non desiderando, in ciò, doversi in alcun modo giustificare innanzi all’altra, ben comprendendo quanto, tutto quello, altro non avesse a doversi considerare se non un banale tentativo di incrinare la sua sicurezza, la sua confidenza con quella sfida, a iniziare addirittura dalla qualità della propria arma.

Fortunatamente per sé, comunque, pur avendo sì un’arma prediletta, allora ben conservata nell’armeria della Kasta Hamina in attesa del suo ritorno, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto accusare particolari difficoltà nel porsi a confronto con altre armi, con altre lame e non soltanto, avendo avuto, nel corso della propria vita, l’ineluttabile necessità di combattere, e di combattere per il proprio domani, equipaggiandosi con la più variegata alternativa di armi, convenzionali e non, e, non di rado, arrivando persino a dover dirimere le questioni, alfine, in mera conseguenza delle proprie nude mani, delle proprie unghie e, persino, dei propri denti, e non qual mera espressione retorica.
In ciò, quindi, essere lì equipaggiata con un’arma definita dozzinale, non avrebbe per lei comportato alcun particolare problema, non psicologico, non pratico, con buona pace di ogni impegno, in senso contrario, da parte della propria avversaria.

« E sia. » acconsentì il capitano della masnada, non permettendo alla propria serenità, alla propria imperturbabilità, di essere allor alterata, vanificata, da quella risposta e dalla minaccia in essa implicitamente espressa, sguainando, in grazia di un movimento soavemente elegante, la propria lunga lama, e assumendo una postura di guardia, propria di un’abile spadaccina, di una esperta schermitrice, la cui tecnica non sarebbe mai stata posta in dubbio da alcuna sfida, per quanto difficile, per quanto potenzialmente letale « In guardia, dolcezza. » invitò la propria controparte a imitarla, non volendosi riservare alcun vantaggio nei suoi riguardi, affinché, a posteriori, la sua vittoria non avesse a potersi dire viziata in tal senso.

Ciò non di meno, e con la più quieta indifferenza nei riguardi della palese minaccia lì presente innanzi al proprio sguardo, la donna dagli occhi color ghiaccio non sembrò voler accogliere tale esortazione. Al contrario, addirittura, ella ebbe a sollevare le proprie braccia per condurle a incrociarsi sotto ai propri prosperosi seni, quasi a esprimere il più totale disinteresse nei confronti della minaccia dall’altra rappresentata a proprio ipotetico discapito.

martedì 16 gennaio 2018

2428


« … mai sentito, mi dispiace. » riprese la donna dagli occhi color ghiaccio stringendosi nelle spalle, a minimizzare la contrizione così appena dichiarata, e, in tal senso, a dimostrare il proprio più sincero disinteresse per quell’informazione, benché, pocanzi, avesse espresso esplicita richiesta a tal riguardo, nel merito di simile dettaglio « Dovrebbe dirmi qualcosa…?! » insistette, a cercare, da parte sua, una qualche conferma o smentita a tal riguardo.
« Assolutamente nulla… » non ebbe a cercar vanto l’altra, ritornata in posizione eretta dopo la conclusione dell’inchino, a sua volta sollevando e lasciando ricadere le spalle in un gesto volto a banalizzare quietamente la faccenda, e a dimostrare quanto quell’eventuale tentativo di provocazione a suo discapito non avrebbe trovato terreno fertile in lei… al contrario « A differenza tua, non ho avuto interesse a costruire una qualche terrificante fama attorno al mio nome, giacché, per semplice discrezione, ho sempre preferito ovviare a lasciare testimoni superstiti al passaggio mio o dei miei uomini. » sorrise nuovamente, facendo ricomparire le fossette ai lati delle proprie labbra quasi a voler enfatizzare, in esse, la malizia propria di quell’ultima asserzione, la crudeltà così serenamente dimostrata.
« Immagino, quindi, che tu sia il capitano di una nave pirata… » dedusse con una tranquillità assolutamente sincera, non avendo ragione alcuna per sconvolgersi all’idea, nell’aver avuto praticamente sin dalla più tenera età, ancor prima degli anni della propria pubertà, occasione di continuo confronto con ciurme di predoni dei mari e, soprattutto, avendo avuto a che fare, nella propria vita, la più crudele regina dei pirati che mai la storia del proprio mondo avrebbe potuto ricordare, sua sorella Nissa Bontor « Al di là di ogni possibile considerazione sul tuo discutibile stile di vita, non posso negare, quantomeno, che tu abbia buon gusto nel vestire… molto più della maggior parte dei pirati con i quali abbia avuto occasione di scontrarmi nel corso della mia vita. » le riconobbe, offrendo riferimento esplicito al suo completo con un lieve cenno della destra, a indicare, con un movimento dall’alto verso il basso, l’apprezzato abbigliamento da lei in tal maniera reso proprio.

Quieta, in quel quasi amichevole preludio a quella che, dal proprio punto di vista, sarebbe stata una lotta senza quartiere fra loro, una sfida all’ultimo sangue non per un qualche torto subito, non per una qualche vendetta da pretendere, ma, semplicemente, perché ciò avrebbe avuto a doversi considerare allor qual desiderato; Lles ebbe a risollevare la propria mancina, chiudendola a pugno, e, con essa, a battere due colpi contro la parete alle sue spalle, divisoria nel confronto dell’abitacolo di pilotaggio di quel mezzo di trasporto merci, per richiamare in tal senso l’attenzione degli uomini dall’altra parte e poter rivolgere a essi le proprie successive parole…

« Appena possibile, atterrate. » ordinò, senza spostare lo sguardo dagli occhi color ghiaccio della propria controparte, non volendole concedere, ovviamente, la benché minima occasione per coglierla di sorpresa con un qualche gesto a tradimento, un qualche attacco privo di quella cortesia che pur, sino a quel momento, fra loro si era dimostrata presente e che, qualcosa nell’approccio della propria famigerata controparte, pur, non avrebbe potuto spingerla a considerare quanto ella non avrebbe mai potuto rendere propria una simile evoluzione « La mia nuova amica e io abbiamo bisogno di spazio… »
« D’accordo, capitano. » replicò, necessariamente ovattata, una voce dall’altra parte di quella parete, a dimostrare di aver recepito il messaggio così da lei scandito e di essere, come di consueto, ai suoi ordini, pronti a compiere qualunque cosa ella avesse loro domandato.

Offrendo, quindi, il proprio miglior viso al non propriamente gradevole giuoco lì riservatole, la Figlia di Marr’Mahew cercò di non prestare caso allo sgradevole parallelismo che allor non avrebbe potuto mancare di emergere alla sua attenzione fra quella tal Lles Vaherz e la propria defunta gemella, antagonista di quasi tre decenni, su quattro, della propria intera esistenza. Una somiglianza, quella da lei in tal maniera percepita, che avrebbe avuto a dover lì essere riconosciuta soprattutto nel rapporto della medesima con la propria ciurma, con quegli uomini e donne che, facenti parte del suo equipaggio, non soltanto si sarebbero sempre impegnati a rispettare i suoi voleri ma, ancor più, avrebbero agito in tal senso animati da un cuore profondamente entusiasta a tale prospettiva, da un animo in assoluta armonia con ogni suo più semplice capriccio: una totale devozione, un sincero rispetto in grazia di quanto, da parte della loro stessa aggregatrice, non avrebbe avuto a doversi considerare semplice dimostrazione di autorità, ma, anche e ancor più, di autorevolezza, tal da giustificare tanta quieta ammirazione nei suoi riguardi, simile cieca fiducia nei suoi comandi, nelle sue decisioni.
Tale fattore, invero, non avrebbe potuto ovviare a preoccupare la donna dagli occhi color ghiaccio nella consapevolezza di quanto, già entro i confini del proprio mondo, del proprio pianeta d’origine, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il principale, il più importante discriminante fra un qualunque equipaggio eterogeneamente composto da predoni e tagliagole, e la straordinaria potenza che Nissa Bontor era stata capace di riunire ai propri comandi, ai propri servigi. Ella, difatti, era stata in grado di ascendere sino al ruolo di essere regina dei pirati dei mari del sud non per il proprio bel viso, o per un semplice fortuito caso, quanto e piuttosto per il proprio carisma e il proprio acuto intelletto, per la propria mirabile capacità di cogliere una confusa masnada costituita dai peggiori delinquenti lì in circolazione e trasformarla in un unico corpo, un insieme coordinato di ossa e membra volte a fronteggiare, in maniera straordinariamente coesa, ogni ostacolo sarebbe loro  posto innanzi al proprio cammino. E se essere posta a confronto, in tutto ciò, con un normale gruppo di predoni, animati dai propri più stolidi istinti, da bisogni primari di facile comprensione e gestione, sarebbe stato per l’Ucciditrice di Dei qualcosa di sufficientemente banale, una sciocchezza almeno pari ai propri costanti allenamenti quotidiani, quell’esercizio giornaliero al quale ella era solita dedicarsi per mantenere ai massimi livelli la propria forma fisica e, con essa, la propria capacità di reagire, e agire, innanzi a tutte quelle difficoltà nei confronti con le quali, era consapevole, si sarebbe sempre ritrovata a essere, fosse anche e soltanto per mero piacere personale; ritrovarsi, altresì, innanzi a un gruppo lì animato dalle stesse emozioni, dalla stessa solidarietà, dal medesimo spirito di cooperazione e di comunione, solitamente proprio di un vero equipaggio, di una famiglia qual anche ella aveva avuto la fortuna e il piacere di ritrovare a bordo della Kasta Hamina, a oltre vent’anni da quando aveva vissuto la sua prima, felice esperienza lungo le vie dei mari, non avrebbe potuto ovviare a imporle ragioni di prudenza nei riguardi di quanto, allora, avrebbe potuto attenderla nel confronto con Lles, tanto nel caso di una propria sconfitta, quanto e ancor più in quello di una propria vittoria, giacché, improbabile, sarebbe così stato per lei riuscire a concludere lo scontro semplicemente nell’abbattere quella singola donna.
Nel merito di simili intimi pensieri, di tali personali riflessioni, l’ex-mercenaria dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco si premurò attentamente di offrire la benché minima evidenza all’attenzione di chiunque attorno a lei, certa di quanto il benché minimo fremito sul suo volto avrebbe avuto occasione d’essere colto, e interpretato nelle proprie motivazioni, dalla sua non banale antagonista, garantendole, in ciò, occasione per rinvigorirsi psicologicamente più di quanto già non avrebbe potuto vantare d’essere, avvantaggiandosi, di conseguenza, nel confronto che le avrebbe di lì a breve viste protagoniste: un favore, un dono che, ovviamente, non avrebbe potuto riservarsi ragione di garantirle, non per il proprio stesso bene, non, e a maggior ragione, per quello dei suoi bambini, di quei figli adottivi che, in un moto di straordinaria onestà con se stessa e con il proprio cuore, aveva pocanzi rivendicato qual propri e che, ora più che mai, avrebbe voluto esporre al benché minimo rischio, né, tantomeno, le speranze di libertà dei quali avrebbe voluto tradire. E solo un tremito quasi impercettibile, da sotto i loro piedi, ebbe a distrarla da quei pensieri, da quelle riflessioni, per riportarla alla realtà dello scontro che, di lì a breve, avrebbe definito il destino di tutti i principali attori presenti sulla scena in quel particolare momento.

lunedì 15 gennaio 2018

2427


« Nel mondo da cui provengo, sono conosciuta con molteplici nomi: Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei… » continuò ella, immediatamente, distendendo lateralmente le braccia, quasi perpendicolari a confronto dell’asse del proprio corpo, a voler permettere a coloro lì presenti di avere migliore occasione per osservarla, per contemplarla, per imprimersi la sua immagine nella memoria « Sono nata quarantun anni fa, in una piccola isola di nome Licsia. Da allora ho combattuto, ho amato, ho trionfato e ho perduto. » scandì, con tono solenne, nella fierezza di ogni singola parola pronunciata, cercando di trasmettere attraverso ogni significante accuratamente scelto il significato più opportuno per il messaggio che, allora, avrebbe voluto loro trasmettere « Il mio nome è Midda Bontor… e questi bambini sono i miei bambini. » sancì, ferma nel proprio tono e nelle proprie intenzioni, indicando Tagae e Liagu accanto a sé, nella gabbia « E che gli dei abbiano pietà per coloro che si porranno a ostacolo del mio cammino verso di loro, perché io non ne potrò dimostrare… »

Con occhietti sgranati, i due pargoli al centro di quella diatriba restarono in attonito silenzio innanzi alla scena lì in corso e, soprattutto, a quell’ultima dichiarazione, a quell’ultimo proclama.
Proclama, quello reso proprio dalla donna guerriero e per loro ragione di commovente sorpresa, non tanto in quanto atto a invocare la misericordia degli dei per coloro i quali si fossero a lei opposti, ma, piuttosto, in quanto atto a definirli, in maniera tanto inattesa quanto emozionante, quali i “suoi” bambini. Un particolare aggettivo possessivo, quello da lei impiegato, chiaramente non volto a rivendicare alcun particolare genere di proprietà a loro riguardo, così come, in quelle ultime ore, troppe persone non si erano divertite a litigarsi occasione di compiere; quanto e piuttosto l’esistenza di un legame d’affetto, un vincolo parentale a confronto con il quale, allora, essi non avrebbero più avuto a doversi limitare a vederla qual una tutrice e una protettrice, ma, addirittura, avrebbero potuto permettersi l’occasione di considerarla al pari di una genitrice. E sebbene, tanto a Tagae, quanto a Liagu, fosse ben chiaro che ella non avrebbe potuto mai essere considerata qual loro madre nel senso biologico del termine, neppur conoscendo quella donna soltanto poche settimane prima; alla luce di quanto da lei compiuto, per l’impegno da lei dimostrato nei loro confronti sin dal loro primo incontro e prima ancora, e per quanto ella era stata in grado di donare loro sotto ogni punto di vista, impossibile sarebbe stato per loro poter riconoscere in chiunque altro al di fuori di lei una figura materna: ragione per la quale, il ritrovarsi a essere parimenti da lei accolti qual figli, non avrebbe potuto per loro rappresentare nulla di meno della concretizzazione di un sogno non sperato, la realizzazione di un desiderio mai espresso per il sol timore dell’eventualità di un rifiuto da parte sua innanzi a quanto, pur, avrebbe potuto essere maggiore rispetto a quello che ella sarebbe stata altresì disposta a concedere loro.
E laddove, a fronte di tutto ciò, sincera sorpresa avrebbe avuto a dover essere intesa in Tagae e Liagu, altrettanto onesto stupore avrebbe avuto a doversi considerare, allora, presente ad animare una parte della mente della medesima donna guerriero lì protagonista, quella parte della sua mente più timorosa, nel più intimo e onesto confronto con l’evidenza di quanto, in quel frangente, tutto ciò non fosse stato dichiarato per riservarsi occasione di drammaticità, ma, piuttosto, per un’intima, viscerale consapevolezza nel merito di quanto, al di là di tutte le proprie paure, di tutto il proprio senso di inadeguatezza all’idea di essere madre, quei due bambini fossero ormai penetrati così profondamente nel suo cuore, nel suo animo, da non poterli amare in misura inferiore a due inattesi, e mai sperati, figli. A nulla, nel confronto con tutto ciò, avrebbero potuto valere altre pur corrette considerazioni, qual la possibile esistenza in vita, da qualche parte nell’universo, della vera famiglia di quei due piccoli dispersi, o il pericoloso dettaglio della loro stessa trasformazione in armi viventi a opera della Loor’Nos-Kahn: ai suoi occhi, alla sua mente, al suo cuore, al suo animo, quei due bambini sarebbero comunque rimasti i suoi bambini, ed ella sarebbe stata felicemente disposta a donare la propria vita per la loro salvezza.

« … Midda… » sussurrò, con gli occhi colmi di lacrime di gioia, la piccola Liagu, spingendosi allora verso la gabbia, incurante delle sbarre e di tutti gli altri lì fuori, per cercare di tendere le proprie braccine verso di lei.
« So di non essere perfetta, piccola mia… e che, sicuramente, meritereste di meglio rispetto a me… » replicò ella, con tono dolcemente moderato, chinandosi appena a sfiorare il suo capetto con la propria mancina, in una carezza colma d’affetto « … ma mi impegnerò a essere migliore, per voi. Innanzi a Thyres e agli dei tutti, io lo giuro. » dichiarò, sorridendole con non minor gioia rispetto a quella da lei dimostrata, nel mentre in cui vide lì sopraggiungere anche il fratellino, animato da non diverse emozioni « Ma ora, stai indietro, Liagu. Anche tu, Tagae… e cercate di distogliere lo sguardo. » ebbe a raccomandare loro, non desiderando imporre alle loro infantili menti ulteriori immagini di guerra oltre a quelle che già, con eccessiva leggerezza, aveva riservato loro in passato « Non sarà un bello spettacolo. »

Lles Vaherz, rimasta in quegli ultimi istanti discretamente in disparte, quasi a voler rispettosamente concedere loro occasione di intimità, malgrado quanto pur pocanzi a sua volta annunciato, a sua volta fieramente proclamato nella promessa di morte a discapito della propria dirompente ospite, volle allor riprendere voce nella questione, cogliendo quelle ultime raccomandazioni, così scandite da parte dell’alfine presentatasi Midda Bontor, qual la conferma di quanto quella fugace parentesi fra lei e i due bambini avrebbe avuto a doversi considerare terminata, e decidendo che, di conseguenza, fosse giunta per lei occasione di riportare l’attenzione di tutti a sé e ai propri più sfrenati desideri di battaglia nei confronti di quella donna, la cui nomea l’aveva indubbiamente preceduta, accompagnata da un’impressionante fedina penale elencante un numero terrificante di omicidi compiuti.
E, nel riprendere voce, la donna dalla pelle color del bronzo non volle dimostrare il benché minimo interesse nei riguardi dei contenuti di quell’ultimo dialogo occorso fra la propria bramata antagonista e i due cuccioli in suo possesso, di sua proprietà, non desiderando, in tal senso, spendere la più fugace attenzione, avendo molto altro, lì innanzi, a cui volgere i propri pensieri. Prendere in esame quel breve confronto fra colei proclamatasi qual madre di quella coppia fondamento di una devastante arma di distruzione di massa, e le due bestioline lì imprigionate, infatti, avrebbe necessariamente significato riconoscere una dignità umana a quest’ultime e, in ciò, avere ragione di che sentirsi in imbarazzo, in colpa, per aver contribuito alla loro tratta: ignorarlo, altresì, e tornare alla questione iniziale, all’identità della stessa e, con essa, allo scontro promessole, invece, sarebbe semplicemente equivalso a proseguire, né più né meno, per il cammino già reso proprio, senza possibilità di disturbi emotivi a tal riguardo.

« Midda Bontor, pertanto. » annuì, palesando in maniera incredibilmente chiara la propria soddisfazione a tal riguardo, a quella conferma, in verità entro certi versi retorica nel considerare l’audacia con la quale ella aveva lì fatto la propria apparizione, nonché la fermezza con la quale aveva più volte minacciato tutti i presenti, e, ciò non di meno, una conferma desiderata, fosse anche per una questione di trasparenza, ufficializzazione utile, una volta sconfittala, a non permettere ad alcuno di sollevare dubbi od obiezioni a tal riguardo « Lles Vaherz… capitano Lles Vaherz. » ebbe poi a volersi presentare, accennando persino un ampio e plateale inchino, nel portare la destra innanzi a ventre e nel spingere la sinistra all’indietro, a scostare il nero mantello damascato e, indirettamente, in ciò, a scoprire completamente la propria arma, la propria elegante sciabola « Sarà un vero onore, per me, potermi fregiare del vanto conseguente ad aver affrontato, e vinto, una donna del tuo calibro! »
« Lles Vaherz… » ripeté quindi la Figlia di Marr’Mahew, soppesando appena quel nome, in ogni propria sillaba, quasi a voler verificare, nella propria memoria, se avesse a doversi considerare noto o meno e, senza alcuna sorpresa, scoprendolo qual sconosciuto, così come, del resto, esso sarebbe per lei stato anche nell’eventualità in cui ella avesse potuto vantare il titolo di donna più pericolosa dell’universo, nella propria ancor oggettivamente scarsa conoscenza di tutti quei mondi, di tutti quei sistemi, di tutta quella galassia intera, oltre, ovviamente, di tutti i suoi singoli abitanti.

mercoledì 10 gennaio 2018

2426


Che la giovane donna innanzi a lei non le avrebbe concesso di allontanarsi facilmente da lì, conducendo seco i due bambini, per la Figlia di Marr’Mahew, era stato chiaro sin dal primo intervento della medesima, quel quieto, quasi ironico apostrofare a lei rivolto, a lei destinato, a chiederle di aver la compiacenza di volersi presentare, dopo aver imposto la propria presenza in maniera tanto violenta, tanto arrogante, entro i limiti di quanto avrebbe avuto a dover essere considerato il proprio territorio. Che l’eventuale confronto con quella giovane donna non avrebbe avuto a doversi ritenere banale, per l’Ucciditrice di Dei, era stato altrettanto immediatamente estraneo a qualunque ambiguità, e non in grazia a una qualche particolare dimostrazione di abilità da parte della medesima, non per una qualche comprovata capacità guerriera, quanto e piuttosto per un pregiudizio, e un pregiudizio allor giustificato dall’aver riconosciuto in quella controparte un riflesso della propria stessa immagine.
Come già innanzi a Ja’Nihr o Carsa, in passato, o come al confronto con Duva, in tempi più recenti, Midda aveva avuto possibilità di identificare all’istante gli spiriti a lei più affini, donne che, suo pari non soltanto avrebbero saputo combattere ma, ancor più, avrebbero avuto piacere a farlo, e a farlo anche in maniera apparentemente fine a se stessa, e pur, allora, motivate dalla volontà di dimostrare la propria autodeterminazione, la propria assoluta libertà innanzi al proprio fato, e a qualunque avversario, umano e non, mortale e non, avrebbe mai potuto desiderare esprimersi in senso opposto; allo stesso modo, ella, posta innanzi a quella sconosciuta in vermiglie vesti e nera cappa damascata, non avrebbe mai potuto mancare di cogliere quell’eguale indole, quello stesso piglio che, consapevolmente, era solita animarla, e del quale non avrebbe potuto considerarsi più indomitamente fiera.
Una caratteristica innanzi a cui, nel corso degli ultimi vent’anni, i suoi antagonisti non avrebbero potuto ovviare a riservarsi una giustificabile esitazione, nel timore di quanto, per loro, avrebbe avuto a poter conseguire da tutto ciò. Una caratteristica innanzi alla quale, in quel particolare momento, colta in quella particolare avversaria, ella non avrebbe potuto ovviare a riservarsi un altrettanto giustificabile esitazione, nel non potersi concedere il lusso di sottovalutare, allora, la giovane donna lì sorridente innanzi a lei.

« … se così fosse, cambierebbe qualcosa? » ebbe a domandare, quindi, di rimando, aggrottando appena la fronte a minimizzare l’importanza del proprio nome di famiglia.
« Cambierebbe sicuramente il senso di un’eventuale disfida fra noi… » sorrise l’ancor per lei sconosciuta interlocutrice, socchiudendo con aria quasi maliziosa i propri occhi castano rossicci, prossimi a una tonalità ambrata « Questi due cuccioli mi faranno guadagnare parecchi soldi, là dove li porterò. E, francamente, non potrei ovviare a considerare uno stolido illuso chiunque pensasse di portarli via, senza, in ciò, rimetterci la pelle come ineluttabile conseguenza. » sancì, riducendo a delle semplici bestioline, a mera merce, i suoi due prigionieri e, in tutto ciò, dimostrandosi pertanto in quieta armonia con il mondo a lei circostante, con il Mercato Sotterraneo, del quale, altrimenti, non sarebbe stata allor frequentatrice.

In silenzio, la Figlia di Marr’Mahew contemplò, in quel mentre, la propria controparte, ascoltandone le parole e non potendo ovviare a provare un certo disprezzo, una certa repulsione, per il modo nel quale, così facendo, ella stava insudiciando la propria stessa immagine, quel riflesso nel quale, in maniera sicuramente affrettata, ma non superficiale, ella aveva avuto lì occasione di distinguere se stessa.
Sebbene, infatti, nel cinico pragmatismo di quella donna, ella non avrebbe potuto ovviare a riconoscersi, e a riconoscere molte proprie scelte passate, sovente anche a suo discapito aspramente criticate da coloro i quali con lei si ritrovarono a confronto allor sospinti da una ben diversa morale; mai la donna dagli occhi color ghiaccio aveva in qualsivoglia modo appoggiato, o anche solo tollerato, il concetto intrinseco nell’idea che una persona potesse possedere, per termini di legge, un’altra persona, o che quest’ultima, addirittura, potesse essere persino privata della propria identità in quanto uomo, donna, o bambino, per essere banalizzato alla stregua di una bestia qualsiasi: esattamente quanto, in quel frangente, stava chiaramente compiendo la sua interlocutrice a discapito di Tagae e Liagu, di quei due bambini che già tanto a lungo la stessa Loor’Nos-Kahn aveva cercato di trasformare in semplici articoli mercato, addirittura privandoli dei loro stessi nomi, ed esattamente quanto, allora, l’Ucciditrice di Dei mai avrebbe potuto tollerare continuasse a occorrere in maniera così impunita.

« Per rispondere alla tua domanda, comunque, a questo punto il tuo nome potrebbe decretare la tua sorte. » continuò l’altra il proprio breve monologo, in alcuna misura turbata dallo sguardo di disapprovazione in tal maniera a lei destinato da quegli occhi color ghiaccio « Ove tu fossi una Midda qualunque, ti lascerei alle cure dei miei collaboratori, l’allegra masnada di tagliagole che puoi contemplare attorno a te, non avendo senso, per me, essere tanto egoista nel negare loro occasione di divertimento. » argomentò serenamente, pur promettendo, in tal senso, una prospettiva quantomeno atroce per una qualunque altra eventuale avversaria, prospettiva che, pur, non ebbe in alcun modo a turbare, in quel frangente, colei che, francamente, in tutto ciò stava soltanto impegnandosi al fine di trattenere la propria furia, in grazia alla quale avrebbe ben volentieri seminato morte fra tutti i presenti « Ma nell’eventualità in cui tu, altresì, fossi proprio quella particolare Midda, non potrei ovviare ad avere piacere a impegnarmi personalmente in tuo contrasto… a scoprire quanto, effettivamente, la tua fama abbia a doversi considerare meritata oppure no. » riprese e concluse, appoggiando pigramente la propria mancina sull’impugnatura della sciabola appesa al suo fianco sinistro, in un gesto di apparente noncuranza, e pur atto a ribadire quel già proclamato desiderio di confronto con lei « Quindi, splendore… quale Midda sei?! »

Osservando quella giovane donna dallo spirito a lei così affine, Midda Bontor non poté ovviare a provare un moto di intimo imbarazzo nei confronti di tutti quegli avversari, di tutti quei propri antagonisti, alfine persino divenuti amici e alleati, come lord Bugeor di Kriarya, oppure lo stesso El’Abeb, per diversi anni, lustri addirittura, allegramente alternatisi fra i due opposti ruoli nei suoi riguardi, nel confronto con i quali ella stessa non aveva mai mancato di offrire gratuitamente boriosa alterigia a ogni occasione utile, imponendosi nel dialogo, nel rapporto con gli stessi, non diversamente da quanto, in quel momento, quell’ancor sconosciuta figura stava già quietamente divertendosi a compiere nei suoi riguardi, a suo esplicito discapito, solamente suscitando, nel profondo del suo cuore, il desiderio di tradurre il suo volto in un ammasso informe di carne, sangue e ossa per effetto di un montante del suo impietoso pugno destro. Ritrovatasi a essere, in quel momento, nei panni di tutti coloro contro i quali, abitualmente, ella stessa si poneva in qualità di nemica, la Figlia di Marr’Mahew, infatti, non poté ovviare a provare un sincero moto di simpatia a loro favore, avendo francamente a odiare, e odiare visceralmente, quel comportamento, quel suo stesso comportamento, in termini nei quali, addirittura, non avrebbe potuto negare loro ragione nell’impegnarsi tanto per ucciderla.
Ciò non di meno, proprio nel confronto con quanto, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un comportamento anche da lei sovente adottato, la donna da dieci miliardi di crediti non avrebbe potuto concedersi di cascare, tanto banalmente, nel tranello psicologico così dall’altra proposto a suo discapito, quel tentativo atto a farle perdere il controllo e, in ciò, a porla in una situazione di ineluttabile inferiorità nel confronto che le avrebbe certamente attese, un confronto che, malgrado tutto, avrebbe avuto a doversi sforzare di affrontare secondo le regole a lei più note, con la freddezza che abitualmente l’avrebbe contraddistinta, non potendosi permettere alcun errore non tanto per se stessa, quanto per i due bambini il cui destino, allora, sarebbe da lei necessariamente dipeso.

« Quale Midda sono…?! » ebbe a ripetere, inarcando il sopracciglio destro e scuotendo appena la testa, con un sorriso quasi sconsolato a contraddistinguere il suo volto.