11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 11 gennaio 2019

domenica 24 marzo 2019

2859


Distratta da quei pensieri, distratta da quella riflessione nel merito della natura di quel sogno, chinando lo guardo a osservare il proprio corpo Maddie non poté ovviare a storcere le labbra verso il basso nel riconoscersi, proprio malgrado, ancora nelle proprie vere vesti. Laddove, infatti, quello aveva a doversi considerare un sogno, e un sogno così ricollegato alla propria fittizia vita come Midda Bontor, ella non avrebbe potuto ovviare a sperare di poter riconquistare le proprie sembianze originali, la tonicità del proprio corpo da donna guerriero, la pienezza della femminilità delle proprie forme: purtroppo tutto era rimasto uguale, e al suo sguardo, quanto allora ebbe ad apparire, fu miseramente il proprio vero corpo, con tutti i propri difetti, con tutti i propri limiti, con tutta la propria debolezza…

« Uff… » sbuffò, ormai scesa a patti con la natura onirica di quel momento e, in tal senso, divenuta immune al senso di inquietudine precedente, decisa, per il tempo che ancora le sarebbe stato concesso, a esplorare le possibilità di quel momento di sogno lucido, per così come troppo raramente ci si sarebbe potuti riservare opportunità « … perché neppure in un sogno posso assomigliare a Midda?! »
« Non ti distrarre… per carità divina. » gemette l’uomo, levando lo sguardo al cielo e portandosi le mani al volto, in un segno di evidente frustrazione da parte sua « Ci sei quasi… ti manca così poco per risvegliarti. » le confermò egli, in una frase a dir poco ironica da parte di un sogno, e di un sogno che ella aveva smascherato in quanto tale e che, razionalmente, non avrebbe dovuto voler ricercare il suo risveglio, non laddove, in ciò, avrebbe fondamentalmente smesso di esistere « Rispondimi, Midda… perché mi stavi cercando? »
« Non ti ricordavo così rompiscatole… sai? » replicò ella, scuotendo appena il capo e inarcando un sopracciglio a osservare con aria critica il proprio interlocutore « In effetti, forse, non sto facendo proprio un grande affare a cercarti… » soggiunse poi, domandandosi quanto quel sogno stesse distorcendo la realtà dei fatti e quanto, altresì, le stesse offrendo una qualche interessante profezia sul proprio possibile futuro con Basel « … non so che idea tu ti sia fatto di me, mio caro, ma sappi che anche se non sono Midda, non amo essere trattata con prepotenza o arroganza. » puntualizzò, non potendo ovviare, poi, a riservarsi un risatina divertita, nel confronto con il pensiero di star argomentando in tal maniera con un sogno.
« Ma tu sei Midda! » protestò Be’Sihl, strofinandosi il volto con le mani, a tentare di scaricare l’evidente nervosismo proprio di quel momento.

Un momento, quello nel quale egli era allora giunto, che, a dispetto di quanto mai ella avrebbe potuto intendere, aveva avuto occasione di conquistare dopo troppi mesi di distacco da lei, troppi mesi di lontananza fisica e psicologica dalla donna amata: mesi nel corso dei quali lo shar’tiagho era stato costretto ad abbracciare scelte, a compiere azioni la responsabilità delle quali avrebbe gravato sul suo cuore per il resto della propria esistenza, compromettendosi tuttavia più che volentieri per la donna amata.
In quei mesi Be’Sihl aveva viaggiato. Aveva combattuto. Aveva torturato e aveva ucciso, e aveva torturato e aveva ucciso in modi che, in passato, non avrebbe neppure immaginato di poter concepire. E lo aveva fatto nella sola volontà, nella sola speranza di poter riuscire a ricongiungersi a lei, sebbene, invero, in modi, in dinamiche diverse da quelle per loro lì attuali. Accidenti… per lei era arrivato persino a morire! E, per quanto ancora ella non lo sapesse, non potendo aver avuto alcuna occasione per scoprirlo, egli era stato resuscitato dalla morte in sola grazia alle nanotecnologie alla base della famigerata Sezione I, nel riconoscergli, in tal senso, una nuova occasione di vita subordinata al prezzo che, tuttavia, a lui sarebbe stato richiesto al momento della propria morte, e il prezzo proprio dell’impossibilità, allora, a morire realmente, trasformandosi nel corrispettivo tecnologico degli zombie del loro mondo d’origine.
In tutto ciò, essere posto a confronto, allora, a una così breve distanza dal raggiungimento del proprio obiettivo, e, in ciò, del risveglio di Midda, e, ciò non di meno, non essere ancora in grado di conquistarlo, e non essere in grado di conquistarlo perché ella stessa, vittima della trappola mentale nella quale l’aveva precipitata Desmair, non si stava dimostrando in grado di accettare la verità della propria stessa natura, non avrebbe potuto ovviare innervosirlo, e innervosirlo non tanto contro di lei, quanto contro quel destino avverso che, palesemente, non stava volendo dimostrare per lui alcuna pietà.

« … dannazione! » imprecò, liberando il viso dalla presenza delle proprie mani solo per avere occasione di inspirare profondamente aria nei propri polmoni, a cercare di imporsi un momento di lucidità « E allora proviamo in questo modo! » annunciò, più in una sorta di incitazione psicologica verso se stesso che nell’intento di un qualche avviso verso di lei, votando in favore di una diversa risoluzione, forse azzardata e, tuttavia, quantomeno giustificata dalla disperazione del momento.

Così, in maniera del tutto inattesa, imprevista e imprevedibile, giacché sino a quel momento egli si era persino astenuto dal cercare un qualsivoglia effimero contatto fisico con lei, ebbe allora a riservarsi un improvviso slancio fisico verso di lei, e uno slancio fisico che lo condusse, pertanto, a stringerla a sé e a premere con dolce fermezza le proprie labbra contro quelle di lei, alla ricerca dell’occasione di un appassionato bacio.
E se facile, e assolutamente giustificato, sarebbe stato, lì, per lei respingerlo, non avendo egli a poter vantare alcuna confidenza con lei, alcun pregresso rapporto utile a giustificare quel gesto, ciò non avvenne. Ed ella, al contrario, si chiuse con dolce naturalezza, con spontaneità, contro di lui, offrendosi quasi tutto ciò avesse a doversi considerare la cosa più naturale del mondo, ovvia nella propria occorrenza qual il mero battito del proprio cuore o il cadenzato movimento del proprio petto a ogni respiro.
Un bacio, quello che egli ebbe a cercare e che ella ebbe a offrire, che non mancò di riservarsi al contempo straordinaria dolcezza e incredibile passione, e che, nell’incontro delle loro labbra, ebbe a concretizzare due sentimenti, due emozioni, di due persone tanto diverse da aver forse a essere considerate reciprocamente antitetiche, agli antipodi di mondi fra loro addirittura separati, e che pur, per il tempo di quella comunione fisica, mentale, spirituale ed emotiva, ebbero a divenire un'unica, meravigliosa, entità. Un bacio, quello che egli ebbe a cercare e che ella ebbe a offrire, che, da parte di Be’Sihl, avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto qual funzionale al desiderio di riuscire a scuotere emotivamente la propria interlocutrice in termini sufficienti a permetterle di riprendere coscienza di sé, di ritrovare la propria vera natura e, con essa, di infrangere i terrificanti confini di quell’allucinazione nella quale era stata rinchiusa, quella prigione mentale dalla quale altrimenti non avrebbe mai potuto trovare occasione di salvezza; e, tuttavia, un bacio che, a margine di ciò, non avrebbe potuto essere comunque giudicato meno che desiderato, nel considerare quanto a lungo era stato da lui atteso, e quanto, in quegli ultimi mesi, tanto aveva dovuto compiere per potersi riconquistare la speranza propria di quella possibilità, e di quella possibilità di ritrovare la donna da lui così disperatamente amata. Un bacio, quello che egli ebbe a cercare e che ella ebbe a offrire, che, da parte di Maddie, avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto, almeno nelle proprie ragioni, nella propria arrendevolezza e complicità, qual il quieto abbandono a quella che, ancora, avrebbe avuto a doversi giudicare qual la fantasia propria di un sogno, e che pur, nel mentre di quel dolce crescendo, di quella appassionata reciproca ricerca di sé nell’altro, ebbe ad assumere lentamente, ma inesorabilmente, un ben diverso valore, e il valore proprio di qualcosa di autentico, qualcosa di importante, qualcosa di noto e pur forse dimenticato, o qualcosa di mai dimenticato e a cui, pur, in quegli ultimi mesi, in quegli ultimi anni, ella aveva rinunciato, e aveva rinunciato nell’impossibilità a ritrovare, non appartenendo, tutto ciò, al suo mondo, alla sua realtà, alla sua quotidianità: qualcosa che, allora e improvvisamente, ebbe a sorprenderla e, persino, a spaventarla, facendola ritrarre, pur in parte a malincuore, da lui, e spingendolo via da sé, nella necessità di comprendere cosa diamine stesse accadendo.

sabato 23 marzo 2019

2858


« Non te ne importare… » scosse il capo l’uomo, minimizzando il valore di tutto ciò e, in tal senso, confermandolo, e confermandolo al di là di quanto, allora, niente di tutto quello avrebbe avuto a potersi fraintendere qual normale, qual sensato, qual corretto « … guardami, Midda. » insistette, ancora chiamandola in quella maniera, per quanto, a confronto con il resto del mondo a loro circostante, improvvisamente anche la questione di quel nome avrebbe avuto a doversi considerare secondaria, una banalità priva di ogni significato « Guardami e rispondimi, te ne prego! »

Il resto del mondo a loro circostante, infatti, si era fermato.
E non si era fermato in romantica maniera metaforica. Né, tantomeno, per dare spazio a una qualche sfida da social network. Il mondo attorno a loro si era fermato nel senso più stretto del termine, nel senso più concreto di tale idea, per quanto folle quella stessa idea avrebbe avuto a potersi considerare.
Non soltanto le persone, ma anche gli animali, e persino gli oggetti attorno a loro, avevano interrotto qualunque azione, attiva o passiva, mostrandosi improvvisamente immobili, inanimati, statuari, in uno scenario che a volersi descrivere surreale o inquietante sarebbe equivalso a banalizzare la situazione. A partire dagli uccelli in cielo, passando per i cani a terra e, persino, gli insetti nell’aria, senza escludere, a margine di tutto ciò, le automobili per strada, le insegne luminose, il simbolo abitualmente lampeggiante indicante la presenza di una farmacia, ma anche, e addirittura, una cassetta di mele sfuggita di mano a un ragazzo, e che, in conseguenza di ciò, altra alternativa non avrebbe avuto se non sottomettersi alla forza di gravità e precipitare al suolo: tutto era stato posto in uno stato di sospensione, di ibernazioni, bloccati nel tempo e nello spazio come in un videogioco messo in pausa, o qualunque altra innaturale analogia idealmente immaginabile. Tutto… o quasi.
Perché, in un mondo trasformatosi, improvvisamente e inspiegabilmente, in un’istantanea, Maddie e il suo interlocutore ancora sembravano aver conservato la propria libertà d’azione, di movimento, in un dettaglio, forse, persino ancor più surreale o inquietante rispetto a tutto il resto.

« … cosa sta succedendo? » gemette ella, ovviando a mettersi a gridare, in quel frangente, soltanto perché troppo spaventata persino per poter pensare di mettersi a gridare « Cosa sta succedendo a tutti quanti…?! »
« Ti stai avvicinando alla verità… e, in questo, l’inganno di Desmair sta perdendo la propria consistenza. » proclamò l’uomo innanzi a lei, serio nei propri toni, riuscendo a resistere al desiderio di spingere le proprie mani in avanti, per toccarla, per cercare un contatto fisico con lei in quello che comprendeva essere un momento troppo delicato per potersi concedere, con un approccio allor troppo semplicistico, tale opportunità « Devi concentrarti, Midda… devi concentrarti sulla mia domanda: perché mi stavi cercando? »
« Io… » esitò la donna, umettandosi le labbra con aria confusa e, ovviamente, agitata, nel muovere lo sguardo freneticamente attorno a loro, a tentare di cogliere evidenza della presenza di qualche altra eventuale attività attorno a loro, e, a margine di ciò, ritrovandosi solo a verificare quanto, in lontananza, le immagini avrebbero avuto a doversi considerare sempre più sbiadite, nebulose, quasi sfocate, a conferma delle parole appena udite, e di quelle folli parole atte a dichiarare una perdita di consistenza del tessuto stesso della realtà « … Desmair?! » ripeté, elaborando con qualche istante di ritardo l’aver udito da lui pronunciare quel nome, e averlo udito, quindi, scandito con assoluta cognizione di causa, non qual una parola lì pronunciata fuori dal proprio contesto, quanto e piuttosto qual una quieta verità, una realtà concreta, nel riferimento a qualcuno di conosciuto, per quanto, al contrario, soltanto frutto della sua immaginazione, e di quell’immaginazione che aveva riciclato il personaggio antagonista di un vecchio film e l’aveva riadattato a modo proprio, qual semidio immortale.
« Perché mi stavi cercando…? » ripeté, tuttavia, il suo interlocutore, fermo ancora su quell’interrogativo, in attesa, apparentemente quieta, ma probabilmente decisamente più frenetica di quanto non desiderasse rendere evidente, di una risposta da parte sua.
« Perché mi chiami Midda…?! » reagì ella, scuotendo appena il capo nel rifiutare l’idea di offrire seguito a quella questione, non fino a quando non avesse avuto la possibilità di comprendere cosa stesse succedendo, in una situazione che, a ogni istante, sembrava delinearsi più qual un nuovo e paradossale incubo, allorché un evento concreto.
« Perché è il tuo nome: Midda Namile Bontor, figlia di Nivre e Mera Bontor, nata nell’isola di Licsia il ventitreesimo giorno del mese di Payapr. E non chiedermi l’anno preciso, perché quello non me l’hai mai voluto rivelare, in un insolito sfoggio di femminile vanità da parte tua… » sancì egli, scandendo con assoluta precisione quelle informazioni, quei dati dei quali ella non aveva, invero, ancora offerto evidenza nei propri racconti, in termini tali per cui, se quell’uomo avesse avuto a doversi giudicare un folle, tale follia avrebbe avuto a doversi riconoscere qual a dir poco sovrannaturale, nella misura utile, quantomeno, a estrarle determinate informazioni direttamente dalla mente « … e ora, per l’amore di tutti gli dei del Creato, rispondimi: perché mi stavi cercando…?! »

Un sogno… o, più probabilmente, un incubo: in alcun altro modo tutto quello avrebbe potuto trovare giustificazione nella propria occorrenza. Ed ecco spiegato come fosse stata in grado di rintracciare Basel… semplicemente non lo aveva ancora fatto!
Nulla di tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare reale. E, anzi, mischiando i propri fittizi ricordi della sua falsa vita come Midda a quelli della propria attuale, e vera vita come Maddie, la propria mente aveva creato quell’assurdo costrutto, in uno scenario tanto realistico quanto assurdo, e tale da presentare, innanzi ai suoi occhi, nelle ipotetiche vesti di Basel, il proprio amato Be’Sihl. Perché solo in quei termini tutte le informazioni in suo possesso avrebbero potuto avere senso: quell’uomo, coprotagonista di quel momento onirico, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto che qual lo stesso Be’Sihl…

« … cosa hai fatto ai capelli? » domandò ella, in un interrogativo che, obiettivamente, non avrebbe avuto alcun senso per Basel ma che avrebbe avuto a doversi riservare il proprio valore per Be’Sihl, un interrogativo che, allora, ella ebbe a formulare con aria sì stranita e pur comunque certa di aver risolto l’arcano, e, in tal senso, certa di essere in procinto di svegliarsi, giacché, comunemente, tale avrebbe avuto a essere la naturale evoluzione di un sogno nel momento in cui, alfine, rivelato nella propria effettiva natura, nel momento in cui, forse tardivamente, e pur efficacemente, la coscienza riprendeva finalmente il controllo sulla mente, restituendo a tutto il giusto senso di realtà.
« Davvero tu vuoi farmi questa domanda?! » obiettò Be’Sihl, aggrottando la fronte con occhi per un istante fuori dalle orbite, nel confronto con l’assurdità di quella questione in un contesto simile a quello nel quale si stavano lì ponendo precipitati « Da quando ti conosco non hai fatto altro che torturare i tuoi di capelli, nel migliore dei casi tagliandoli alla meno peggio con la tua stessa spada o, in alternativa, da quando siamo a bordo della Kasta Hamina, arrivando a non tenerli più lunghi di un dito! » protestò egli, in un’argomentazione a fronte della quale, invero, difficilmente ella avrebbe avuto possibilità di obiettare « Persino tua figlia è arrivata a fartelo notare, diamine… »

Be’Sihl aveva ragione: in uno dei loro ultimi dialoghi, il giorno stesso della ricomparsa di Desmair in maniera attiva nella sua vita, Liagu le aveva amorevolmente rimproverato il taglio eccessivamente spartano che aveva imposto ai propri capelli, tentando di spronarla ad apparire più bella, e bella almeno quanto la sua corrispettiva, di qualche anno più giovane, Maddie: un invito di fronte al quale, ovviamente, ella non aveva potuto sottrarsi, accettando di prometterle di smettere di tagliarli così corti, per poterli far ricrescere.
Che sogno strano. Che incubo assurdo. Abitualmente i sogni avrebbero avuto a doversi riconoscere contraddistinti da una certa incoerenza… ma, in quello, la coerenza con i propri ricordi si poneva altresì assoluta, e assoluta in maniera tale da spingerla a dubitare della natura stessa di quello stesso sogno, se non fosse stato che tale non avrebbe potuto essere altro: non nell’immobilità e nell’evanescenza del mondo a loro circostante, non nella presenza di Be’Sihl innanzi a lei.

venerdì 22 marzo 2019

2857


« Perché mi stavi cercando, Maddie…? » sorrise verso di lei, riconoscendo di dover essere probabilmente in imbarazzo per tanto interesse da parte sua e, ciò non di meno, ignorando la ragione del medesimo, soprattutto a confronto con quanto aveva presunto essere il suo desiderio nel loro recente passato, ossia quello di non avere a che fare ulteriormente con lui.

Dopo tante parole, a confronto, nuovamente, con quell’interrogativo, e senza, ora, occasione utile a eluderlo, la donna si ritrovò costretta a riservarsi un lungo momento di silenzio, e un lungo momento di silenzio in conseguenza alla necessità di individuare una risposta utile a quella stessa domanda. Perché, per quanto ella fosse certa della ragionevolezza di ritrovare Basel e di affrontarlo, difficile sarebbe stato, in verità, avere a condividere tale sicurezza con qualcuno e, in particolare, proprio con lui.
Cosa avrebbe dovuto dirgli? Avrebbe dovuto spiegargli la verità esistente dietro alle storie di Midda e, in ciò, condividere con lui il proprio turbamento a confronto con colui che, in quel mondo, in quella realtà, ai suoi occhi appariva qual il corrispettivo del proprio amato Be’Sihl…?!
Nel migliore dei casi, egli l’avrebbe presa per pazza. E difficile sarebbe stato non offrirgli torto.
Perché, improvvisamente, tutto quello che un istante prima sembrava così chiaro innanzi al suo giudizio, soprattutto a seguito della splendida chiacchierata in compagnia della propria gemella, ora non avrebbe potuto ovviare ad apparire terribilmente confuso? Perché il proprio cuore stava iniziando a battere e a battere a una velocità insolitamente accelerata nell’evidenza di una situazione di crisi, e una situazione di crisi a confronto con la quale non avrebbe potuto ovviare a dirsi terrorizzata dai risvolti che avrebbero potuto conseguire a ciò…?!

« Perché…?! » ripeté egli, con tono che desiderava mantenersi ancora quieto e, ciò non di meno, con una crescente serietà, o, per lo meno, tale interpretata nel confronto con il giudizio alterato della donna posta innanzi a lui, di quella donna che non aveva fatto altro che inseguirlo per giorni, cercarlo senza tregua, salvo, ora, non essere apparentemente più in grado di offrire una singola parola nel confronto con lui.

Il mondo attorno a Maddie parve rallentare, nel confronto con l’ansia generata da quel momento, da quel confronto. Un’ansia invero ingiustificata, e che pur, nel profondo del suo cuore, non avrebbe potuto essere equivocata in altro modo, nel non permetterle quasi di avere occasione di respirare.
Cosa aveva fatto...?! Aveva veramente mandato al diavolo la felicità che lì, finalmente, era stata in grado di conquistare, con il proprio compagno, con la propria famiglia, con il proprio lavoro, per inseguire la chimera rappresentata da quell’uomo e da quell’uomo a lei sconosciuto? Era stata davvero così stupida…?!
Era stata felice. Dopo trentatré anni di coma, e un ulteriore, interminabile anno speso a riconquistare la propria vita, il proprio corpo, la propria libertà, il fato le aveva concesso l’occasione di essere felice, insieme a Desmond, insieme alla sua famiglia, in quel nuovo mondo scevro di ogni follia. E quanto ella era stata in grado di fare, semplicemente, banalmente, era stato mandare tutto all’aria…
… per cosa poi? Per poter essere un personaggio nato dalla sua stessa immaginazione?!
Beh… in tal caso, forse, ci stava riuscendo meglio del previsto, giacché nel corso della propria vita come Midda, a ben vedere, avrebbero avuto a dover essere elencate di più le mosse azzardate rispetto a quelle assennate, di più gli errori rispetto alle scelte corrette. Tale era sempre stata Midda Bontor: l’incarnazione stessa della libertà, e della libertà di sbagliare, e di sbagliare non in maniera fine a se stessa, ma per crescere, per diventare continuamente una versione migliore di sé, anche a costo, in tal modo, di essere costretta a lasciare la felicità che avrebbe potuto contraddistinguerla, la serenità che avrebbe avuto a doversi riconoscere altresì alla base della propria quotidianità.
Ma essere Midda Namile Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, la donna da dieci miliardi di crediti, non avrebbe dovuto essere frainteso qual qualcosa di semplice, qual qualcosa di gradevole. Non sempre. Perché ogni errore avrebbe avuto il proprio prezzo da pagare… e, in quel caso specifico, in quella propria rinnovata ricerca di autodeterminazione, ella si stava allor ponendo a confronto con il conto, e un conto che, forse, non avrebbe voluto saldare, per quanto, ormai, non vi fossero alternative.

« Perché, Midda…?! » insistette la voce di Basel, in quel momento quasi inudibile alle sue sorde orecchie, in quell’assurdo stallo nel quale la sua mente si stava allor ponendo, in un terrificante attacco di panico.

“…”

Se già il mondo attorno a Maddie era parso rallentare, innanzi a quell’ultimo interrogativo esso ebbe a fermarsi completamente a confronto con la sua percezione della realtà, in un arresto, in un blocco totale dovuto, nel dettaglio, a una singola parola da lui così pronunciata.
Una singola parola che, altro, non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non un nome e un nome volto ad appellarla, ma, allora, non ad appellarla come Maddie, quanto e piuttosto come…

“… Midda…?”

L’aveva veramente chiamata Midda…? Perché avrebbe mai dovuto chiamarla Midda...?!
Nella migliore delle ipotesi, ella aveva udito male, fraintendendo la pronuncia del proprio nome in quella diversa declinazione. Nella peggiore delle ipotesi, egli doveva averla realmente chiamata in tal maniera, e questo avrebbe potuto aprire dozzine di scenari, nessuno dei quali propriamente positivo.
Che ella si fosse sbagliata su quell’uomo e, allorché essere un possibile amico, avrebbe avuto a doversi considerare un pazzo visionario che aveva creato un pericoloso cortocircuito fra l’autrice e la sua protagonista? Che ella si fosse sbagliata su quell’uomo e, allorché essere stata lei a dare la caccia a lui, avrebbe avuto a doversi riconoscere esattamente l’opposto, con lui che, in maniera indubbiamente meritevole di lode, l’aveva perseguitata sino a quel momento senza rendere nulla di tutto ciò realmente palese al punto tale da offrire spazio a quell’impropria, e forse solo supposta, inversione delle parti? In effetti, rieleggendo gli eventi occorsi sino a quel momento, sino a quel giorno, sotto una tanto paranoica interpretazione della realtà, tutto avrebbe potuto acquisire un diverso significato, a partire dal salvataggio di Santiago, tutt’altro che casuale, sino a ritornare a quelle sue continue e ossessive apparizioni innanzi al suo sguardo, in termini tali da alimentare in lei la curiosità di conoscerlo meglio, con la volontà di scambiare con lui quattro chiacchiere per così come poi era stato.
Ma se tale avesse avuto a doversi considerare la realtà, a dir poco terrificante avrebbe avuto a doversi riconoscere la follia di quell’uomo, sospintosi a livelli ben oltre qualunque ipotesi di molestia o di persecuzione…
… no. A parlare, allora, avrebbe avuto a dover essere considerata soltanto la sua paura.
La stessa paura che, in quel momento, la stava bloccando. E attorno a lei stava bloccando la sua intera percezione del mondo…

… o forse no?!

« … ma cosa diavolo…?! » sgranò gli occhi la donna, così sorpresa da superare persino il concetto stesso di spavento o terrore, nell’impossibilità a credere a quanto allora stava accadendo.

giovedì 21 marzo 2019

2856


« … Basel? »

Una strategia tutt’altro che fallimentare, quella che ebbe così ad abbracciare, come si ebbe a dimostrare dal confronto con i risultati, e con quei risultati che, alla fine, ebbero a permetterle di giungere alle spalle dell’uomo da lei così appassionatamente ricercato, sorprendendolo intento, alle prime luci dell’alba, a scaricare alcune casse nella zona del mercato più grande e importante della città.
Una strategia, la sua, che ebbe necessariamente a spiazzare anche lo stesso Basel, il quale, in tal maniera raggiunto e identificato, non poté ovviare a voltarsi con aria disorientata, nel confronto con quella donna e con quella donna che, probabilmente, non si sarebbe atteso di poter incontrare… e non di certo in quel luogo o a quell’ora.

« Maddie!... » la riconobbe egli, osservandola con incerta curiosità, e con un’incerta curiosità, dal proprio punto di vista, più che legittima, nel considerare quanto, in fondo, fosse stata proprio lei a imporre un termine al loro nascente rapporto, di qualunque natura esso fosse.

E nel porsi, finalmente, innanzi a lui, per un istante Maddie non seppe cosa dire o cosa pensare, laddove, a quel punto, la sua fantasia avrebbe nuovamente dovuto scontrarsi con la realtà, e tutti i suoi sogni, tutte le sue emozioni innanzi alla necessità di ricercare e ritrovare Be’Sihl si sarebbero quindi scontrati con l’evidenza di quanto, lì, quell’uomo, non avesse a essere Be’Sihl… né, obiettivamente, avrebbe mai potuto esserlo, anche laddove, al contrario, ella avrebbe potuto eventualmente riconquistare la propria identità come Midda Bontor, in quel proprio nuovo proposito, in quel proprio nuovo impegno.
Solo silenzio, quindi, ebbe a imporsi fra quell’uomo e quella donna, nel mentre in cui attorno a loro il mondo si muoveva con quieta frenesia, ad allestire tutto quanto prima dell’orario di apertura, prima dell’arrivo dei primi clienti, prestando attenzione, malgrado l’incredibile traffico di persone e merci, a mantenere ogni rumore quanto più possibile contenuto, nel rispetto di quell’orario ancor troppo immaturo per poter essere realmente considerato mattino.

« Buongiorno… » accennò un lieve sorriso egli, nel confronto con quel momento di stallo, e quel momento di stallo che lo stava lì trovando ancora con una pesante cassetta fra le mani, pesante cassetta che, allora, ebbe a consegnare a un proprio collega, per potersi riservare una maggiore libertà nel confronto con quell’interlocutrice « … non mi aspettavo di poter avere occasione di rincontrarti. » soggiunse, passandosi la mancina sul retro dei pantaloni, a imporle un qualche presumibile senso di pulizia, prima di tenderla verso di lei in segno di saluto « Come stai? »
« … non è stato facile trovarti. » commentò ella, osservando incerta quella mano tesa verso di lei, laddove, allorché limitarsi a quel gesto, e a quel gesto così formale, ella avrebbe altresì preferito potergli saltare al collo, e abbracciarlo, per quanto, chiaramente, tutto ciò sarebbe stato quantomeno inopportuno nei confronti di un perfetto estraneo.
« Mmm…? » esitò Basel, aggrottando appena la fronte, nel dimostrare di non avere a comprendere il senso di quell’affermazione.
« Non è stato facile trovarti. » ripeté ella, scuotendo appena il capo « Non possiedi un profilo internet, non sei presente sui social, né su un qualunque elenco telefonico… non che oggigiorno qualcuno faccia ancora riferimento agli elenchi telefonici, sia chiaro. » precisò, non in tono d’accusa verso di lui, quanto e piuttosto a titolo esplicativo, e a titolo esplicativo di quanto appena asserito « Ho provato a chiedere di te ai dipendenti della libreria dove ci siamo incontrati la prima volta, nell’eventualità in cui tu fossi stato un loro cliente abituale… ma ovviamente non ti conoscevano, o comunque non si ricordavano di te, nel marasma di persone che hanno partecipato alla presentazione. »
« Ammetto di essere un po’ confuso… » sussurrò l’altro, ritraendo la mancina e accennando un lieve sorriso imbarazzato « … perché mi stavi cercando? »
Maddie, tuttavia, sembrò ignorare quel quesito, proseguendo nello spiegare, ancor prima del perché, il come ella fosse stata in grado di trovarlo: « Non avendo avuto fortuna nella libreria, ho iniziato a provare a chiedere di te a tutti i negozianti attorno alla piazza dove eravamo soliti incontrarci, per comprendere se qualcuno di loro potesse conoscerti… ma, ancora una volta, nulla di fatto. » definì, scuotendo il capo « Così ho tentato di seguire la pista del tuo intervento in soccorso a mio nipote. Ah! Per inciso… grazie! Grazie! E ancora grazie! » sancì, portandosi le mani al petto, a evidenziare il proprio più sincero trasporto emotivo per il suo aiuto, per quell’azione decisa per solo merito della quale Santiago aveva avuto occasione di sopravvivere indenne a quella che, altresì, sarebbe sicuramente stata una terrificante tragedia « Perché sei stato tu… non è vero?! » soggiunse poi, in quella che, comunque, non avrebbe avuto a doversi considerare realmente qual una domanda, quanto piuttosto una quasi retorica ricerca di conferma.
« Sì… ma… » esitò l’uomo, non avendo comunque neppure in tempo di annuire a quella richiesta prima che ella avesse nuovamente a riprendere voce verso di lui.
« Lo sapevo. L’ho detto a Rín che eri stato tu! Ne ero certa… » incalzò ella, socchiudendo per un istante gli occhi a godere di quel momento, e di quel proprio piccolo trionfo personale, in conseguenza alla ragione che si stava vedendo quindi riconosciuta « Purtroppo, non so perché, quel giorno sei scappato via prima che chiunque potesse realmente comprendere cosa fosse successo… e così nessuno, in effetti, è riuscito a ricostruire con esattezza né la dinamica degli eventi, né, tantomeno, ha avuto la possibilità di identificarti. » spiegò, nell’evidenziare, in conseguenza di ciò, un nuovo fallimento nella propria ricerca, e in quella ricerca che era stata a lungo infruttuosa, almeno sino a quando un’idea tanto azzardata quanto fortunata non l’aveva colta « Fra l’altro, se non ho capito male, il sindaco vorrebbe candidarti a ricevere un premio al valor civile… però per poterlo fare prima dovrebbe riuscire a comprendere chi tu sia, cosa che, nella situazione attuale, non ha a doversi considerare particolarmente semplice: non so se ti possa interessare. »
« In verità no… » sussurrò Basel, in un quieto sospiro, nella certezza di quanto, comunque, anche quel nuovo proprio intervento sarebbe stato pressoché ignorato al pari degli altri, nel fiume di parole con il quale ella stava evidentemente infrangendo un qualche blocco emotivo, e un blocco emotivo che troppo a lungo doveva averla frenata e che, venendo lì meno, non avrebbe potuto condurre ad altro risultato, nel bene o nel male, se non a quello.
E, in effetti, la donna dagli occhi color ghiaccio non si concesse occasione di freno, subito riprendendo e proseguendo il discorso rimasto in sospeso prima di quella breve digressione nel merito degli eventi relativi al salvataggio di Santiago: « Comunque alla fine ti ho trovato. E non ci crederai mai, ma ti ho trovato grazie a Elric di Melniboné… il libro che stavi leggendo! » proclamò, non senza un certo orgoglio nell’essere riuscita in ciò, e in qualcosa che, probabilmente, chiunque altro avrebbe ritenuto impossibile « Mi sono ricordata, infatti, di come tu mi avessi detto di averlo comprato in una bancarella. E così ho iniziato a girare tutte le bancarelle dell’usato, e non hai idea di quante accidenti siano in questa città, sperando che qualcuno si ricordasse di aver venduto quello specifico volume e che, magari, avesse anche una qualche idea nel merito dell’identità dell’acquirente. »
« … ed è stato così? » provò a suggerire l’uomo, attendendo il gran finale.
« Ed è stato così! » confermò ella, annuendo vigorosamente « Mi hanno detto che lavori ogni mattina e ogni sera in questo mercato, dando una mano ad allestire e a smontare i vari banchi. E, in questo, mi è stato sufficiente venire qui, questa mattina, per avere finalmente occasione di incontrarti! » concluse, concedendosi, solo allora, la possibilità di un amplio sorriso, e si un sorriso felice verso di lui o, forse e piuttosto, nel confronto con il proprio trionfo, e quel trionfo che, tuttavia, non aveva ancora trovato una reale spiegazione, così come egli non mancò di evidenziare riproponendo un semplice interrogativo.

mercoledì 20 marzo 2019

2855


Nei panni di Midda Namile Bontor, quanto ella non avrebbe mai accettato di rendere propria sarebbe stata un’ingiusta ambiguità sentimentale: sebbene, infatti, nel corso della propria vita ella non si fosse lasciata mancare alcun compagno, vivendo quell’aspetto della propria esistenza con la stessa libertà propria di ogni altro fronte; la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio non aveva mai reso proprio alcun dualismo emotivo. Così, mai ella aveva frequentato più di un uomo alla volta, o si era concessa occasione di tradire la fiducia dell’uno con un altro, nel rispetto che non aveva mai voluto mancare di offrire ai propri compagni, o, quantomeno, a quei compagni degni di tale titolo, lasciando in ciò perdere le frequentazioni occasionali con le quali, di tanto in tanto, non aveva mancato di accompagnarsi, ma sempre e soltanto in periodi della propria vita nei quali non avrebbe potuto vantare altro compagno, altro impegno al di fuori di quello.
In ciò, con la morte nel cuore, ma con una consapevolezza rinnovata nel dover abbracciare quella strada, per comprendere in quale direzione avrebbe mai voluto realmente e consapevolmente guidare la propria vita, senza permettere che fosse la vita stessa a guidarla, tornata a casa, quella sera, Maddie dovette affrontare Desmond. E dovette affrontarlo per ringraziarlo dello splendido tempo che le aveva donato, di quei mesi, di quell’anno e più, che avevano condiviso insieme, e per tutto ciò che, in tal mentre, era stato fra loro. Ma, anche e soprattutto, per comunicargli quanto, non per sua responsabilità, non per sua colpa, quel loro rapporto non avrebbe potuto proseguire, non avrebbe potuto continuare nella medesima direzione nella quale, sino a quel momento, si erano armoniosamente mossi, per quanto, necessariamente, ciò avrebbe per lei rappresentato una serie incredibile di rinunce, a partire dallo splendido appartamento che condividevano, per poi proseguire con tutti gli agi di quella vita che egli le aveva concesso, le aveva donato, senza chiederle nulla in cambio se non il suo amore.
E se Des, ovviamente, non riuscì a comprendere il perché di quell’evoluzione, e di quell’evoluzione così inattesa, arrivando a supplicarla di volerci ripensare, e, addirittura, di tentare di recuperare quel loro rapporto rivolgendosi a qualche aiuto esterno, da parte di Jacqueline, magari, o di un qualunque suo collega più specializzato in quel genere di situazioni; Maddie non poté concedersi di cedere al desiderio di tornare ad abbracciare quel meraviglioso corpo, di baciare le sue labbra, e di lasciarsi tutto quello alle spalle. Perché fino a quando avesse teso la mano verso Desmond, non avrebbe potuto permettersi di esplorare realmente l’alternativa rappresentata da Basel e, in ciò, di comprendere realmente se stessa, e il perché di quel proprio assurdo turbamento nei riguardi di quell’uomo. E se anche, alla fine, con Basel non si sarebbe giunti da alcuna parte, per lo meno ella avrebbe potuto rendere propria l’orgogliosa certezza di averci tentato… e di averci tentato nel rispetto più assoluto di se stessa e di chiunque altro, ovviando a ridurre impietosamente Des a una semplice alternativa sicura, per così come, in troppi, nei suoi panni, non avrebbero esitato a compiere. Ella, tuttavia, non desiderava essere parte di quei troppi: ella, in quel momento, desiderava essere Midda Namile Bontor, e, come tale, mai avrebbe potuto concedersi una simile, imperdonabile, ambiguità.

Nei panni di Midda Namile Bontor, quanto ella poi avrebbe sicuramente reso propria, sarebbe stata una maggiore determinazione nella ricerca di se stessa, e dei propri obiettivi: per quanto, infatti, nel corso della propria vita non le fosse mancata occasione di doversi reinventare, e di doversi reinventare drasticamente sovente non per propria effettiva volontà, quanto e piuttosto in risposta a eventi a lei esterni, a lei estranei a confronto con i quali altra occasione non avrebbe potuto riservarsi se non quell’evoluzione; la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio non aveva mai subito passivamente simili situazioni, trovando sempre occasione di divenirne non soltanto partecipe, ma, addirittura, protagonista. Così, mai ella avrebbe lì potuto permettersi di attendere il giorno in cui, nuovamente, il fato avrebbe voluto concederle di incontrare Basel, ma, al contrario, si sarebbe dovuta impegnare al fine di rendere tale giorno realtà, e una realtà per così come da lei, quindi, desiderata.
In ciò, pur fondamentalmente inconsapevole nel merito di come essere in grado di rintracciare quell’uomo, avendo a malapena conoscenze utili a comprendere come muoversi in quel mondo che, troppo sovente, le appariva ancora estraneo, ancora sconosciuto nella propria complessità, Maddie non avrebbe potuto rinunciare a impegnare tutte le proprie energie nella ricerca di Basel. Una ricerca, la sua, allora non banalmente motivata dalla necessità di soddisfare una qualche brama d’amore, quanto e piuttosto definita dalla necessità, in tutto ciò, di riuscire a comprendere meglio se stessa e, in ciò, di trovare occasione per comprendere in quale direzione, in futuro, avrebbe potuto avere a desiderare muovere i propri passi, che questi avessero a vederla affiancarsi a quell’uomo oppure, chissà, a chiunque altro nel mondo: in questo, quindi, il sogno rappresentato da Basel, o Be’Sihl che dir si volesse, non avrebbe rappresentato un fine, quanto e piuttosto un mezzo, e un mezzo per avere realmente occasione di riconciliare le proprie due nature, le proprie due storie, il proprio passato come Midda, e il proprio presente come Maddie, e, in tal maniera, avere possibilità di comprendere chiunque avrebbe avuto poi a poter divenire in futuro.
Ovviamente, e per l’appunto, ella non avrebbe potuto avere idea di come ritrovare un singolo individuo in una città di più di ottocentomila abitanti. Ma questo non ebbe a frenarla, non ebbe a esser per lei ragione di ostacolo, non rafforzata, qual si trovò a essere, dal sostegno, a margine di quella ricerca, da parte della propria famiglia: sua sorella Nóirín, innanzitutto, colei che, nel proprio nuovo ruolo di confidente, più di chiunque altro avrebbe potuto vantare confidenza con le reali motivazioni dietro alla fine del suo rapporto con Desmond e dell’inizio di quella nuova, e folle, avventura; ma anche loro padre Jules, il quale, dal canto proprio, ebbe ad accogliere con una certa tranquillità quella piccola rivoluzione, non offrendo evidenza di voler ipotizzare neppure per un istante di chiedere alla propria amata figliuola cosa fosse accaduto, quanto e piuttosto, semplicemente ma meravigliosamente, sostenendola, e sostenendola in tutto e per tutto, ritrovando, condizione necessaria e sufficiente alla base di ciò, il semplice fatto di essere lui suo padre e lei sua figlia, in un rapporto che nulla al mondo avrebbe potuto mutare e che, pertanto, l’avrebbe sempre visto pronto a schierarsi in suo sostegno, a sua difesa. Così, sostenuta e aiutata dai propri cari, Maddie non ebbe a poter recriminare le proprie scelte, le proprie decisioni, quanto, e piuttosto, dopo un ineluttabile sconforto iniziale, una irrinunciabile sensazione di disagio nel confronto con l’incognita rappresentata da quella piccola rivoluzione della propria quotidianità, ella ebbe, giorno dopo giorno, a riconquistare sempre più fiducia in se stessa, riscoprendo un’energia che, in effetti, nel corso di quell’ultimo anno aveva dimenticato di possedere, una forza d’animo che aveva lasciato affievolire nel proprio cuore, vittima di un impietoso confronto con se stessa, e con la se stessa protagonista delle proprie memorie, dei propri ricordi, dei propri racconti, e, ciò non di meno, incapace a trovare occasione per dimostrarsi di non essere poi così diversa, di non aver perduto, in fondo, nulla di ciò che era da sempre stata. E ritrovando costantemente, un po’ di più a ogni nuova alba, consapevolezza di sé e delle proprie possibilità, ella ebbe a superare i limiti di quell’inedita timidezza, di quell’estenuante insicurezza dietro la quale si era nascosta per troppo tempo, allo scopo di iniziare a setacciare al pettine, quasi letteralmente, quell’intera città, al solo scopo di rintracciare il proprio obiettivo, l’uomo al centro dei propri interessi. 
Purtroppo, per quanto impegno, per quanta passione ella avrebbe potuto impiegare in una ricerca a tappeto, le fu presto evidentemente quanto tentare di raggiungere un qualunque risultato in quella maniera avrebbe equivalso a ipotizzare di trascorrere un tempo non meglio precisato, variabile fra un’ora e il resto della propria esistenza, a girovagare senza meta all’interno della città. Motivo per il quale, dopo essersi concessa una prima settimana in tal direzione, e una prima settimana comunque utile a permetterle di superare le incertezze iniziali per abbracciare, ormai con piena convinzione, quell’iniziativa, quella missione, Maddie ebbe a cercare di sostituire alla mera tenacia, anche un minimo di senso pratico. E quel minimo di senso pratico per lei allora utile a tentare di percorrere diverse strade, cercando di rintracciare, con piglio indubbiamente degno di qualunque investigatore privato, il proprio obiettivo, a partire dalle informazioni note, a di lui riguardo, e da lei lì consapevolmente possedute, nulla lasciando di intentato anche nel momento in cui, invero, tutto ciò non avrebbe potuto ovviare a risultate quantomeno effimero nel proprio intrinseco valore e nelle possibilità che, da ciò, avrebbero potuto razionalmente derivare.

martedì 19 marzo 2019

2854


« E… quindi…?! » domandò, offrendo la propria mancina alla mano che la sorella le stava tendendo, nel rispondere positivamente a quella ricerca di contatto, benché le sue parole, poi, non si negarono occasione di sollevare palesi dubbi « Anche volendo riconoscere che io sia Midda… cosa dovrei fare? » questionò, in una domanda che, obiettivamente, avrebbe ormai trasceso la questione Basel, o Be’Sihl che dir si volesse, e si sarebbe altresì sospinta verso un discorso più amplio, e un discorso, allor, riguardante più in generale la propria intera vita, e quella vita che stava vivendo nella propria quotidianità, e che aveva imparato ad apprezzare per quanto così estranea a tutto ciò che, in passato, era stato per lei vita « Dovrei imbottirmi di steroidi per tentare di recuperare il mio corpo perduto? Magari farmi un intervento di mastoplastica additiva per farmi riempire i seni? E comprare una spada a una fiera per poter iniziare a girare vestita come una senzatetto cercando qualche mostro mitologico da combattere…?! Ho visto “La leggenda del re pescatore”… e, francamente, non credo che quello sia la sorte migliore da auspicare a chiunque, al di là del lieto fine. » sancì, stringendo la mano della sorella e, ciò non di meno, ribadendo tutta la propria critica contrarietà a quella prospettiva, e alla prospettiva che avrebbe avuto a poter essere intesa dietro a quelle parole, dietro a quell’invito.
« Io non credo che tu sia pazza… ma quando inizi a fare certi discorsi, risulti quantomeno delirante. » ridacchiò la gemella, scuotendo il capo e facendo leggera pressione sulla porta, per potersi riservare occasione di avanzare all’interno del bagno « Una mezza misura fra negare te stessa e trasformarti in una versione femminile di Parry, non credi che potrebbe essere un compromesso ideale…? » le propose, cogliendo la citazione cinematografica allor propostale e, in tal senso, tentando di replicare a tono alla sua provocazione « Non ti sto dicendo di trasformarti fisicamente in Midda, sottoponendoti a chissà qual genere di intervento... che poi, oh… per carità, se ti facesse sentire meglio con te stessa, non vedrei nulla di negativo nel confronto con tale idea. Comunque non ti sto dicendo di trasformarti fisicamente in Midda, ma, piuttosto, di riabbracciare la tua antica visione del mondo, e del rapporto con esso, a partire dalle piccole cose sino alle questioni più grandi. » tentò di meglio esplicitare il proprio discorso, cercando, in ciò, di non offrire più spazio a fraintendimenti di sorta.
« … ergo? » esitò Maddie, aiutandola ad avanzare all’interno del bagno nell’aprire maggiormente la soglia e nel creare spazio sufficiente alla sua sedia a rotelle per avanzare, e per avanzare all’interno di quell’ambiente nel quale aveva ipotizzato di avere a rinchiudersi per il resto della propria esistenza.
« Ergo… se sei in dubbio su come avere a comportarti con Desmond o con Basel, prova a porti una semplice domanda: nei panni di Midda, cosa farei se mi trovassi in questa situazione?! » la incalzò, cercando di spronarla, in tal senso, a trovare un’occasione di pace con se stessa e, in conseguenza, a ritrovare la propria perduta pace interiore.
« Nei panni di Midda… cosa farei se mi trovassi in questa situazione? » ripeté l’altra, cercando di riservarsi occasione di riflessione a tal riguardo, ritrovandosi a fissare il vuoto innanzi a sé nel soppesare il senso di quelle parole e di quelle parole apparentemente banali, scontate, e con le quali pur non si era mai concessa una possibilità di reale confronto, nell’avere a impegnarsi, piuttosto, a cercare di soffocare ogni qual genere di impulso, di istinto utile a permettere a Midda di riaffiorare, e di riaffiorare per così come, in quel mondo, in quella realtà, non avrebbe desiderato avesse ad avvenire.
« Esattamente… »  annuì Rín, con un amplio sorriso « Poniti questa domanda… e cerca di trovare una risposta. » la invitò nuovamente, salvo poi aggiungere con un misto di divertimento e di quieta urgenza « Ma, per favore, fallo fuori di qui… perché prima non stavo scherzando, e ho veramente bisogno di andare in bagno! » ridacchiò, liberandole la mano dalla propria delicata stretta solo per avere la possibilità di spingere la propria sedia in direzione del gabinetto, a dimostrare la quieta serietà delle proprie intenzioni.

E se, per un fugace istante, Maddie si ritrovò a osservarla quasi senza comprendere cosa stesse accadendo, nel momento in cui il suo sguardo ebbe nuova occasione di ricollegarsi al suo cervello, e di elaborare quelle immagini, non poté ovviare a un imbarazzato senso di vergogna nel rendersi conto di aver sequestrato il bagno a propria sorella, e di essere ancora lì, in quel momento, intenta a osservarla con aria svampita nel momento in cui, comunque, l’altra aveva appena chiarito in maniera sufficientemente chiara il proprio proposito per l’immediato.

« Oh… scusa! » arrossì, accennando a lasciare quanto prima quella stanza, e a chiudere la porta alle proprie spalle, per concedere all’altra una giusta occasione di intimità per le proprie esigenze fisiologiche.
« Scusami tu… » replicò, da oltre la porta ormai chiusa dietro di lei, la voce della sorella, non negandosi nuova occasione per ridacchiare « Cinque minuti e sono di nuovo da te, croce sul cuore! » le promise, iniziando, rimasta sola all’interno del bagno, ad armeggiare fra la sedia e i propri pantaloni, per prepararsi a trasferirsi, non senza le consuete, e dai più ignorate, difficoltà del caso, in posizione utile a mantenere la parola data.

Non si fosse ritrovata a essere ancora disorientata dal discorso appena affrontato, e, con esso, dal turbamento derivante, probabilmente Maddie sarebbe allora esplosa a ridere sonoramente per quella scena, e quella scena di normale quotidianità e, ciò non di meno, di quella normale quotidianità fra sorelle alla quale non avrebbe avuto a doversi considerare abituata, non avendo memoria di aver mai avuto a dover litigare l’uso del bagno con la propria gemella. Ciò non di meno, in quel momento, in quel frangente, la sua mente era completamente assorda dall’interrogativo che le era stato concesso e al quale, allora, avrebbe avuto a dover trovare un’occasione di risposta, per dare un senso a tutto quello, e a quel lungo momento di riflessione che aveva voluto riservarsi possibilità di vivere insieme alla propria amata Rín.
Così, allorché ridere di sé e di Rín per quanto accaduto, e per la situazione ridicola che la sua infantile fuga aveva avuto occasione di alimentare nella propria occorrenza, Maddie ebbe a restare unicamente concentrata su quell’interrogativo, e su quell’interrogativo molto semplice e, pur, quanto mai complicato. Un interrogativo volto ad aiutarla a ritrovare contatto con il proprio passato, e, con esso, con la propria vera natura, e con quella propria vera natura dal nome Midda Namile Bontor.

« Nei panni di Midda… » ripeté fra sé e sé, muovendosi nuovamente in direzione del soggiorno, per là attendere il ritorno della propria gemella e, nel contempo, avere occasione di riflettere su quella questione.

Tutto quello, entro certi versi, avrebbe avuto a doversi considerare profondamente ridicolo, grottesco e paradossale, se soltanto non fosse stato drammatico. Perché dopo aver vissuto, o aver creduto di vivere, per più di quarant’anni, quasi quarantacinque, come Midda Bontor, senza in tal senso avere a doversi riservare un solo, effimero istante di esitazione nel riflettere su come poter affrontare una qualunque disfida, fosse essa propria della quotidianità o del tutto estranea a essa, in quel momento, in quel mentre, intrappolata qual sembrava trovarsi a essere nelle vesti di Madailéin Mont-d'Orb, ella si stava ponendo addirittura in difficoltà nel tentare di immaginare in quale maniera avrebbe avuto a dover reagire nel confronto con una simile banalità, qual, pur con massimo rispetto verso Desmond o Basel, tale interrogativo avrebbe avuto a dover essere considerato in paragone a situazioni decisamente molto più critiche a confronto con le quali, nel corso della propria avventurosa vita, si era posta innanzi.

« Nei panni di Midda… » insistette, quasi una sorta di mantra, ripetuto a bassa voce per assimilare in profondità quelle parole e, in ciò, per tentare in grazia di esse di veder riaffiorare, da quel medesimo abisso psicologico, la giusta risposta « ... cosa farei se mi trovassi in questa situazione? »

lunedì 18 marzo 2019

2853


Chiusasi in bagno, in maniera probabilmente infantile e pur giustificabile nel confronto con la propria paradossale situazione personale, e con quella situazione che, idealmente, l’avrebbe potuta raffigurare come una bambina risvegliatasi in un corpo adulto, Maddie per un lunghissimo istante ipotizzò di non lasciare quello spazio protetto per il resto della propria vita. E non tanto per proteggere se stessa dagli altri, ma per proteggere gli altri da se stessa e dal pericolo delle proprie assurde fantasie, quelle fantasie di mondi lontani, di realtà assurde, estranee a ogni concetto di verità e, ciò non di meno, evidentemente appassionanti, coinvolgenti, laddove in grado di plagiare anche i suoi familiari.
Ciò non di meno quel bagno era a casa di sua sorella. E privare sua sorella e la sua famiglia di un bagno per il resto della propria esistenza non sarebbe stata una cosa carina da fare, così come, bussando sulla porta, la stessa Rín cercò allora di ricordarle…

« Maddie… per favore. Apri la porta… » domandò, con tono quanto mai cortese, gentile, premuroso verso di lei, probabilmente più preoccupato per lei stessa che per sé a differenza di quanto, dal punto di vista opposto, avrebbe potuto esser giudicato prioritario « Non so che cosa ti abbia sconvolta, ma sono comunque sufficientemente certa che barricarsi nel mio bagno non abbia a doversi riconoscere qual la soluzione migliore. » argomentò, puntando allora sull’ironia, quasi sul giuoco, per stemperare la tensione, e permettere a qualunque cosa stesse accadendo di non avere a degenerare in termini spiacevoli, se non, addirittura, drammatici o tragici « Per inciso… potrei probabilmente aver bisogno di usarlo tipo adesso. »
« Avevi ragione, Rín… sono folle. E la mia follia è contagiosa. » replicò Maddie, dall’interno del bagno, esitando ancora a concederle ascolto, a riconoscerle fiducia, non tanto per lei, quanto e piuttosto per se stessa « Ti prego. Chiama qualcuno e fammi internare. »
« Ti ho già chiesto scusa per le mie parole di prima… » ricordò l’altra, nel riconoscere quanto avesse a doversi considerare esistente un certo parallelismo fra quelle parole e quanto da lei prima pronunciato, prima scandito, in un momento sicuramente di mancanza di tatto da parte sua, sola conseguenza della propria comunque umana emotività « … e, comunque, io non credo realmente che tu sia pazza. Anzi. » soggiunse, cercando di ritrovare una qualche connessione emotiva con lei, per così come prima era stata in grado di ottenere e come, altresì, in quel momento sembrava purtroppo aver perduto « Probabilmente abbiamo tutti sbagliato a banalizzare l’esperienza che hai vissuto come Midda Bontor, e a ridurla a una mera fantasia, a una sorta di sogno. Perché è chiaro quanto nulla di tutto quello sia stato soltanto un sogno… non per te, quantomeno. »

Un momento di silenzio ebbe a seguire quell’ultima affermazione, dimostrando quanto, da dietro quella porta chiusa, Maddie stesse probabilmente riflettendo su quelle stesse parole e sulle loro implicazioni.
Un momento di silenzio, quello così imposto anche a Rín, nel confronto con il quale facile sarebbe stato per lei avere a insistere ulteriormente, a incalzare in quella direzione, in quel discorso, in termini nei quali, tuttavia, non volle riservarsi possibilità di intervento, per non offrire l’impressione sbagliata e, in ciò, per non offrire l’idea di star in qualche maniera agendo al fine di manipolare la psiche della propria interlocutrice, per così come, sinceramente, ora non avrebbe potuto ovviare a ritenere di aver sbagliato, insieme a tutti gli altri, a tentare di compiere, spingendola, per tutta risposta, a dubitare di sé, a dubitare delle proprie possibilità, a dubitare delle proprie scelte e a trasformarsi nella figura timida e impacciata che, in quel momento, si era rinchiusa nel suo bagno. Una colpa a dir poco blasfema, nel momento in cui, a confronto con tutto ciò, l’alternativa avrebbe avuto a poter essere quella incarnata dall’immagine di Midda Bontor: non un personaggio di fantasia, quanto e piuttosto colei che sua sorella era stata sino a un paio di anni prima, sino al momento del suo risveglio, e al momento in cui, dall’essere una straordinaria donna guerriero, si era ritrovata altresì intrappolata in un corpo che, probabilmente, non avrebbe potuto neppure aver a riconoscere, tanto estraneo avrebbe avuto a dover essere considerato nel confronto con i propri ricordi, e quei ricordi che, non senza un certo concorso di colpa, ella aveva accettato di poter ascoltare, e ascoltare per quanto tali, solo in quel momento, avendo in ciò effettiva occasione di coglierne il dramma, di comprenderne il patimento… e di comprenderlo, probabilmente, in maniera più profonda di quanto nessun altro, sino a quel momento, avrebbe potuto vantare di essere stato in grado di compiere.
Così, per quanto Rín fosse ovviamente consapevole di quanto Midda Bontor e il suo mondo non avrebbero avuto a dover essere giudicati qual realmente esistenti, al tempo stesso ella non avrebbe potuto ovviare a comprendere quanto, parimenti, il rinnegare tutto ciò altro non avrebbe avuto a doversi interpretare in altro modo se non al pari del rinnegare anche la reale natura della propria stessa sorella, ingabbiandola all’interno di una quotidianità non soltanto a lei estranea, ma, in tutto ciò, a lei necessariamente avversa, nel costringerla, allora, a sentirsi sì inadeguata a quel mondo in misura inversamente proporzionale a quanto, al contrario, avrebbe avuto a poter vantare confidenza con l’altro. E quando, con un gesto lento e incerto, Maddie ebbe a girare la chiave nella serratura della porta del bagno, per poi aprire un lieve spiraglio attraverso la stessa a concedersi occasione di cercare nuovo contatto visivo con la gemella, negli occhi azzurro ghiaccio di quest’ultima ella non poté cogliere alcun altro sentimento se non un amore illimitato, e un amore a confronto con il quale qualunque questione avrebbe potuto trovare risposta, qualunque ostacolo avrebbe potuto essere superato, qualunque problema avrebbe potuto essere risolto.
Un amore, quello presente nello sguardo premuroso di Rín, che non mancò di colpire profondamente Maddie, restituendole fiducia nella misura utile a domandarle, allora, cosa intendesse dire…

« Midda Bontor sei tu. » asserì Rín, senza esitazione alcuna a quell’interrogativo, annuendo quietamente a enfatizzare il valore di quell’affermazione « Santiago e Lourdes lo hanno capito sin da subito, senza neppure conoscerti. A papà, a me, a Jacqueline e a tutti gli altri, invece, non è stata concessa la medesima sensibilità infantile, in termini tali per cui, allorché permetterti di essere ciò che sei, altro non abbiamo fatto, in questi mesi, che spingerti a tentare di divenire ciò che noi credevamo tu saresti dovuta essere. E nel tuo amore per noi, nella tua fiducia per noi, tu ci hai dato retta, finendo soltanto per perderti, per perdere te stessa, il tuo vero io… » spiegò, decisa a condurre a termine quel discorso, e quel discorso dal quale, forse, sarebbe potuto dipendere il destino stesso della propria famiglia, e della propria famiglia nella misura in cui, ovviamente, Maddie avrebbe sempre e comunque fatto parte di essa « L’errore più grande di Nissa è stato quello di interpretare la tua libertà di scelta come un tradimento, e un tradimento verso di sé, verso il suo amore: ora, a me, è data la possibilità di correggere tale colpa, di riscattare la sua memoria, nel non ripetere il suo stesso cammino e nel non cercare di costringerti a essere qualcosa che tu non sei. » puntualizzò, tendendo attraverso la porta socchiusa una mano verso la sorella, a cercare con lei un contatto fisico, oltre che visivo ed emotivo « Ho avuto modo di sentirti più viva in quest’ultima mezz’ora, nell’ascoltarti narrare del tuo arrivo in Kriarya, che in qualunque altro momento della tua vita, dal giorno del tuo risveglio: neppure nel raccontarmi del tuo incontro con Desmond eri stata capace di trasmettermi emozioni tanto forti come quelle che, al contrario, ora hanno contraddistinto il tuo primo confronto con Be’Sihl. Ed è per questo che non ho più dubbio alcuno, e non voglio avere più dubbio alcuno, nel dirti… tu sei Midda Bontor! »

Confusa, attonita, a tratti spaventata, e pur anche emozionata, Maddie non avrebbe saputo come porsi a confronto con quelle parole, e con quelle parole che, nel loro insieme, avrebbero potuto rendere propria forza sufficiente a scardinare il senso stesso della sua realtà, capovolgendolo così come mai avrebbe potuto immaginare essere possibile. Perché, in quelle parole, per la prima volta dal proprio risveglio, ella non avrebbe potuto ovviare a cogliere non soltanto l’amore che pur mai le era stato negato, ma anche quell’autentica fiducia in sé che, nel ritrovarsi a essere posta a confronto con una realtà a lei estranea, e atta ad annichilire ogni ricordo del proprio mondo e del proprio passato, ineluttabilmente le era stata negata.

domenica 17 marzo 2019

2852


«  ̶  Mi piaci…  ̶  confermai pertanto, annuendo nel confronto con quel suo proclama, dopo averne soppesato con attenzione ogni singola parola, nel desiderio di non avere a esprimere un giudizio troppo affrettato che avesse a poter essere frainteso e frainteso qual una sorta di scherno nei suoi riguardi, a suo possibile discapito  ̶  Davvero!  ̶  insistetti, offrendogli un quieto sorriso a supporto della sincerità propria di quella mia presa di posizione  ̶  Quindi… cosa mi diresti se ti proponessi di aggiungere al credito che sono speranzosa vorrai concedermi anche l’affitto di una camera…?  ̶  gli proposi, ben lieta all’idea di aver a fare riferimento a un simile padrone di casa, e a un padrone di casa che, in un sicuramente razionale ed egoistico calcolo di interessi e profitti, non avrebbe quantomeno tentato di sgozzarmi nella notte su richiesta del suo protettore, laddove i possibili e futuri interessi di quest’ultimo, e i miei, non avessero avuto occasione di coincidere. »
« Devo essere sincera… ma quando ti ho chiesto di parlarmi di lui, mi sarei aspettata che ti impegnassi a rievocare un evento un po’ più… come dire?... romantico, della vostra vita insieme. » aggrottò la fronte Rín, quantomeno critica nel confronto con quella storia, e quella storia che, era chiaro, non avrebbe offerto margine di manovra a momenti particolarmente sentimentali, nell’evidenza di quanto, in quel periodo della propria vita, sua sorella avrebbe avuto chiaramente a poter vantare il medesimo spessore emotivo di un carciofo… o forse anche meno.
« Lasciami il tempo di arrivarci… » la rimproverò Maddie, scuotendo il capo «  ̶  Ancora una volta, un’affermazione quantomeno audace da parte tua.  ̶  replicò quindi il locandiere, sorridendo e scuotendo il capo con aria quasi divertita  ̶  O davvero credi che i tuoi splendidi occhi saranno sufficienti a convincermi della sincerità del tuo cuore…?!  ̶  soggiunse, dandomi le spalle per un attimo, e in quello stesso istante in cui, per la prima volta, sembrò voler palesare un qualche interesse in mio favore, per così come, sino a quel momento, non aveva reso propria alcuna particolare evidenza, in ciò, fra l’altro, non puntando verso dettagli di me decisamente più popolari, quanto e piuttosto verso i miei occhi, e quegli occhi che, in effetti, per lo più avrebbero avuto a considerarsi soliti intimorire gli interlocutori, anziché attrarli. »
« … ecco, almeno lui si salva. » commentò quasi fra sé e sé la sorella, levando gli occhi al cielo, a ricercare in qualche forza superiore la pazienza utile a trattenersi dal commentare in maniera più vivace quel racconto, e quel racconto che, in verità, non avrebbe deposto propriamente a favore della propria gemella, a buon dire « A meno che parlando di “occhi” non desiderasse riferirsi a qualcos’altro… » soggiunse, arricciando appena le labbra e domandandosi quanto, in fondo, non stesse riconoscendo maggiore credito del dovuto a Be’Sihl.
« Fu anche il mio dubbio, in verità. » confermò la prima, non rimproverandola ulteriormente per quella breve interruzione e, anzi, proseguendo quieta nella propria narrazione « Al punto tale che, nel mentre in cui, ancora, egli mi stava volgendo le spalle, volli porlo alla prova, nel tentativo di porlo in imbarazzo e in imbarazzo nel confronto con l’evidenza di quanto non ai miei occhi aveva allor rivolto la propria pur sicuramente discreta attenzione, ma a un altro particolare di me… »
«  ̶  Mi onora sapere che giudichi splendido il verde dei miei occhi…  ̶  lo provocai, attendendomi da parte sua una quieta conferma, e una quieta conferma utile a dimostrare quanto, probabilmente, non avesse sollevato lo sguardo dai miei seni, e dai miei seni che, in quel momento, si ponevano costretti all’interno di una casacca di morbido tessuto verde smeraldo. » ammiccò verso la sorella, a discriminare il perché della scelta di quel particolare colore, in sostituzione a quello corretto dei loro occhi.
« Sorprendendomi, tuttavia, egli non ebbe esitazione alcuna a replicare, e a replicare in termini tali da pormi metaforicamente, ma definitivamente, con le spalle al muro:  ̶  Sono anche io un uomo, e non posso negare di trovare decisamente interessante la tua procacità.  ̶  ammise, salvo immediatamente soggiungere  ̶  Ma, te ne prego, non mi considerare in termini sì negativi da non reputarmi in grado di distinguere i tuoi occhi dai tuoi seni, o da credermi tanto falso da rivolgere un elogio ai tuoi occhi avendo altresì a interessarmi solo ed esclusivamente ai tuoi seni.  ̶  sancì, tornando a voltarsi verso di me e a presentarmi, innanzi allo sguardo, un piatto di zuppa, accompagnato da un bicchiere di vino, lì evidentemente eletti a mia cena  ̶  Quando vorrò complimentarmi con gli dei per la sensuale bellezza dei tuoi seni lo farò e lo farò in maniera assolutamente esplicita. Per intanto, tuttavia, accontentati di sentirmi apprezzare i tuoi occhi, e quei due occhi azzurri così simili a due gemme preziose per avere l’occasione di tentare di conquistare i quali, sono certo, in molti si dannerebbero l’anima.  ̶  »
« Bum! » esplose Rín, sgranando gli occhi e riunendo le mani in quello che avrebbe potuto sembrare l’inizio di un applauso e che, altresì, ebbe a dimostrarsi il tentativo di enfatizzare maggiormente il suono onomatopeico così appena scandito, a dimostrare quanto potente avesse avuto a doversi riconoscere la replica propria del locandiere al tentativo di provocazione da parte della sorella « Che tipo, questo Be’Sihl! » soggiunse poi, annuendo ripetutamente con un sorriso divertito nell’immaginare la scena, per così come rievocata dalle parole appena udite « E tu ci hai messo davvero quindici anni prima di convincerti a tentare una storia con lui?! »
« Che vuoi che ti dica? » si strinse ella fra le spalle, con aria sconsolata « Avevo ancora il cuore a pezzi per essere stata costretta a lasciare Salge, l’uomo con cui credevo veramente avrei avuto la possibilità di trascorrere tutta la mia vita. E, come ti stavo accennando pocanzi, Be’Sihl, all’inizio, ebbe addirittura a intimidirmi, nella propria piena consapevolezza di sé, di quanto avesse a desiderare dalla propria vita e, ancora, di come ottenerlo, in misura tale per cui, al di là di ogni considerazione, non avrei potuto evitare di esitare a confronto con lui, nel timore di compromettere quel rapporto nascente. » tentò di giustificarsi, per quanto, ovviamente, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a rimproverarsi all’idea di tutti gli anni che aveva sprecato nel non concedersi quell’occasione « Se a questo aggiungi la complicità professionale, e non solo, che ebbi occasione, di lì a breve, di scoprire con Ebano… beh… diciamo che, se anche attesi quindici anni per concedermi un’occasione con lui, tale periodo non mi vide comunque condurre una vita sentimentale priva di spunti di… riflessione. »
« … chiamiamoli così… » ridacchiò la gemella, scuotendo appena il capo, senza alcun giudizio di critica a discapito della propria interlocutrice, quanto e piuttosto, semplicemente, accogliendo quietamente la verità dei fatti per così come da lei narrati, e narrati con assoluta sincerità « Del resto, per quello che hai avuto occasione di descrivere in “Un ricatto letale”, anche Ma’Vret non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual uno spiacevole compagno di riflessioni… anzi. » la incalzò, guardandola con fare scherzosamente malizioso, nel voler porre l’accento su quanto ella non si fosse fatta mancare alcuna occasione di divertimento nella propria vita passata e, in tal senso, ritrovandosi anch’ella ormai a smarrire estemporaneamente il senso della realtà, nel riferirsi allora tanto a Be’Sihl, ma anche a Salge, Ma’Vret e chiunque altro, quali a persone reali, e non a semplici frutti dell’immaginario della propria sorella, nei di lei lunghi anni di coma.

E se Maddie non avrebbe potuto essere più che felice di tutto ciò, confrontandosi con gioiosa serenità con la propria gemella su tali temi, e, soprattutto, sulla propria vita come Midda Bontor; un fugace momento di lucidità non mancò di riportare la sua attenzione alla verità dei fatti, e alla verità di quanto, allora, allorché permettere a Rín di non farla smarrire nei propri deliri, aveva finito per trascinarla seco in essi, ritrovandosi a disquisire quietamente con lei dei propri passati amori quasi fossero realmente esistiti… e quasi, per trentatré lunghi anni, ella non avesse vissuto la propria esistenza costretta in un letto, alimentata a forza dalle macchine, nel mentre in cui la propria mente, cieca e sorda alla realtà, la teneva in ostaggio all’interno di quel fantastico mondo immaginario… un mondo sì fantastico e pur, ciò non di meno, comunque immaginario. Tristemente immaginario.

« Cielo… » sussurrò, mutando repentinamente espressione e ritrovandosi, in ciò, sinceramente spaventata da se stessa e da quella che, quietamente, non avrebbe potuto indicare in altro modo se non qual follia, e una follia che, oltretutto, stava rischiando di divenire contagiosa.

sabato 16 marzo 2019

2851


« Riprovaci… » la invitò Rín, inarcando un sopracciglio con fare critico « … che tu ti sia espressa in tal maniera, francamente, non ci credo. E ho qualche dubbio anche sulla reazione di Be’Sihl, decisamente più composta di quanto non sarebbe stato umano attendersi in un tale scenario. » precisò, escludendo in tal maniera la veridicità di quell’ultima parte del racconto, evidentemente abbellito, nei propri toni, per distrarla dal disastro della quale la propria gemella aveva appena confessato di essersi resa protagonista.
« Uff… » sbuffò Maddie, gonfiando le guance con fare giocosamente infastidito da quel velato rimprovero da parte della propria ascoltatrice, la quale aveva così dimostrato di non volerle concedere cieca fiducia o, forse e piuttosto, di conoscerla meglio di quanto ella non avrebbe avuto a poter scommettere che fosse, nel rifiutare da parte sua… o, per meglio dire, da parte di Midda, una risposta tanto composta « … diciamo che stavo soltanto cercando di aggiungere un po’ di epicità alla scena, rivedendo in minima parte i dialoghi. Ma, all’atto pratico, non c’è stata poi una sostanziale differenza nei contenuti… soltanto nei toni. » ammise pertanto, cercando, comunque, di riservarsi comunque una minima possibilità di rivalsa nei riguardi della storia da lei narrata, e di quella storia che non le era stata concessa occasione di alterare a proprio piacere, secondo i propri gusti « Comunque sia, ecco quanto Be’Sihl ebbe a dirmi, rivolgendosi a me per la prima volta con braccia incrociate al petto e sguardo decisamente critico nei miei riguardi:  ̶  Se mi posso permettere l’interrogativo, straniera, hai in programma di fermarti a lungo in città…? Lo domando unicamente allo scopo di valutare se mi conviene cambiare mestiere, nel considerare la misura in cui potresti essere in grado di danneggiarmi da qui alla tua ripartenza…  ̶  »
«  ̶  Esagerato…  ̶  ridacchiai per tutta risposta, scuotendo il capo  ̶  Si tratta soltanto di qualche piatto e un paio di sedie… non ti ho mica dato fuoco al locale!  ̶  dichiarai, a cercare di porre la questione entro un più razionale punto di vista, in quella che, con il proverbiale senno di poi, mi rendo ora conto essere stata una profezia quantomeno ironica nella propria formulazione, nel considerare come, di lì a tre lustri più tardi, avrei effettivamente finito con il dare fuoco alla sua intera locanda, se pur non in conseguenza a una semplice rissa, sia chiaro  ̶  Il mio nome è Midda Bontor… e se vorrai concedermi un minimo di credito, e ti assicuro che, da qui a un mese, sarai ampliamente ripagato: formula una cifra, e te la raddoppierò!  ̶  »
«  ̶  Un’affermazione quantomeno audace da parte tua, Midda Bontor.  ̶  accennò egli, quindi, un sorriso divertito, nel voler in tal maniera reagire a quella che, da parte della medesima, avrebbe avuto più a ipotizzarsi qual una provocazione, rispetto a un’effettiva occasione di accordo, almeno dal suo personalissimo punto di vista  ̶  E, aiutami a comprendere, in quale modo stai ipotizzando di poter accumulare così tanto oro in così poco tempo…?! Vorresti forse impiegare questa tua predisposizione ai guai per porti al servizio del primo lord disponibile a offrirti un ingaggio…?!  ̶  ebbe a domandarmi, nel riconoscermi, in tal senso, qual una combattente allorché una qualunque altra figura professionale, negandosi di cadere nella facile trappola di ben più banali alternative. »
«  ̶  Non proprio del primo… diciamo di colui che riuscirà a stuzzicare maggiormente la mia fantasia.  ̶  sorrisi per tutta risposta  ̶  Il dramma di ogni avventuriero è quello di riuscire a trovare nuove avventure a cui potersi dedicare, in fondo: e colui che sarà in grado di offrirmele, e di offrirmele insieme a un giusto compenso, certamente, incontrerà soltanto il mio favore e la mia fedeltà.  ̶  »
«  ̶  Se lo dici tu, non posso fare altro che crederti, Midda Bontor.  ̶  ripeté ancora il mio nome, soppesandone ogni singola sillaba, quasi stesse assaporando un liquore molto invecchiato, da trattenere delicatamente sulla punta della lingua allo scopo di poterne cogliere ogni diversa intonazione  ̶  Ciò non di meno, concedimi la possibilità di diffidare di tanta ammirevole ricerca di indipendenza e autodeterminazione da parte di chi desiderosa di avere a rivendersi qual mercenaria al miglior offerente…  ̶  puntualizzò, in quella che quasi apparve, allora, qual una critica, e una critica non particolarmente velata nel confronto con il mio intento. »
« In silenzio ebbi quindi a osservarlo, e osservarlo con serietà, nel non volergli concedere gratuita occasione d’offesa a mio discapito e, ciò non di meno, non essendo in tutto ciò realmente in grado di discriminare quanto, dietro a tali parole, avesse a doversi considerare presente una qualche offesa. » puntualizzò, storcendo appena le labbra verso il basso « Se, infatti, facile sarebbe stato definire tutto quello qual una spiacevole aggressione, nello sguardo di quell’uomo, e in quei suoi meravigliosi occhi quasi arancioni, non ebbi a cogliere una qualche evidenza di concreto antagonismo nei miei riguardi, quanto, e piuttosto, quasi una certa delusione. E una delusione che, in quel mentre, ebbi a comprendere in diretta conseguenza all’idea che, ambizione nella mia esistenza, avesse a essere quella di divenire mercenaria. » rimembrò, perdendosi per un istante con il proprio sguardo glaciale a fissare il nulla innanzi a sé, o forse, e piuttosto, a rievocare le memorie sempre più distanti di quegli eventi sicuramente lontani, ma mai dimenticati « In effetti, fu quasi come se egli stesso avesse ben inteso quanto, al di là di ogni volutamente evidente entusiasmo, per me, tutto quello, avesse a doversi riconoscere semplicemente qual un piano di riserva, una soluzione alternativa a quanto, altresì, avrei potuto preferire avesse a poter essere riconosciuta la mia quotidianità, lontano da quella città, lontano da quel regno e, più in generale, dallo stesso continente, per poter, altresì, essere libera di viaggiare lungo i mari, continuando lungo quella strada per seguire la quale, dieci anni prima, avevo addirittura abbandonato i miei cari, la mia famiglia.  »
« Possibile che, con uno sguardo e poche parole, quell’uomo, il nome del quale ancora ignoravo, fosse stato così capace di cogliere la verità alla base di quanto, lì, era divenuto il mio presente? » proseguì, senza minimizzare la sorpresa propria in tutto ciò, e in quella così dimostrata straordinaria capacità, da parte di Be’Sihl, di comprenderla, di capirla in termini nei quali soltanto un vecchio amico sarebbe stato in grado di compiere, pur non avendolo mai visto prima di quel giorno, pur non avendolo mai incrociato prima di quel momento.
«  ̶  Ancora non conosco il tuo nome… ma posso già dire che mi piaci, locandiere.  ̶  affermai quietamente, cercando allora di dissimulare la sorpresa che in tal maniera mi era stata imposta da parte sua  ̶  Ma… permettimi una nota polemica, te ne prego: laddove ti poni in tal severa maniera nel confronto con l’idea che io abbia a ricercare un mecenate, come puoi scendere a patti con il pensiero di aver a dover servire un lord della città…?! Perché, per quanto mi risulta, nessuno vive, opera, o muore, in quel della città del peccato, senza avere un signore al quale far riferimento.  ̶  sorrisi sorniona, certa di aver appena imposto un bello scacco, se non addirittura uno scacco matto, al mio interlocutore, in quella disfida morale a chi avesse a doversi considerare più retto in accordo ai propri ideali, ai propri principi. »
«  ̶  Ti sbagli, Midda Bontor.  ̶  scosse il capo egli, escludendo di incassare il colpo da me metaforicamente inferto, sciogliendo alfine la postura a braccia conserte che aveva conservato sino a quel momento, solo per avere ad appoggiare ambo le mani sul legno del bancone lì posto a divisione fra noi  ̶  Perché, a dispetto di quanto credi di sapere, io vivo, opero, e francamente non intendo morire, in quel della città del peccato, senza avere un signore al quale far riferimento.  ̶  sancì, non senza un certo orgoglio, e un orgoglio assolutamente giustificato nel considerare quanto stava lì asserendo, in un’eccezione più unica che rara alle leggi non scritte di Kriarya  ̶  Il mio nome è Be’Sihl Ahvn-Qa, e io sono e sempre resterò l’unico padrone della mia vita.  ̶  dichiarò, in parole che ebbero allora a risuonare ricche di una forza, di un’energia tale che, nel confronto con le stesse, non ebbi più possibilità di dubbio nel comprendere chi, fra tutti i presenti all’interno di quell’edificio, in quella bolgia, allora svenuta o quasi, di nerboruti bruti senza cervello, avesse a doversi riconoscere qual l’unico in grado di possedere quanto necessario per poter essere giudicato, da parte mia, degno di rispetto. »
« Un rispetto, quello che lì ebbe a conquistarsi innanzi al mio sguardo, che, devo essere sincera, quasi mi pose addirittura in soggezione, nell’essersi in tal maniera posto, in quel momento particolarmente complesso della mia vita, qual un esempio, qual un ideale a cui avere a tendere, per cercare di ritrovare la giusta rotta, per riconquistare me stessa, dopo che, come pur senza volerlo ammettere ad alta voce, temevo di essermi irrimediabilmente perduta. »

venerdì 15 marzo 2019

2850


« La prima volta che ebbi a fare capolino all’ingresso della sua proprietà, il sole era ormai precipitato oltre la linea dei monti Rou’Farth. » continuò, ora senza nuove interruzioni da parte della propria sorella, la quale, dal canto proprio, sembrava volersi veramente dedicare semplicemente ad ascoltarla, dedicandole tutta l’attenzione possibile « Solo un’ora prima ero giunta alle porte di ingresso della città e, superate le imponenti mura dodecagonali di Kriarya, devo ammettere che mi ero ritrovata decisamente smarrita a confronto con la vastità di quella capitale kofreyota. Forse risulterò un po’ provinciale in questa mia affermazione, ma, prima di allora, non mi ero mai ritrovata a confronto con qualcosa di così imponente, nella straordinaria magnificenza di quelle alte, altissime torri ognuna rappresentativa del potere di un signore, di un lord locale, e ognuna, in ciò, impegnata a voler apparire la più alta, la più prossima alla sommità del cielo: ciò senza contare quanto, ancora, avessi a dovermi considerare sufficientemente estranea alla geometrica architettura propria di quel di Kofreya e, in realtà, della maggior parte del resto del mondo, abituata, piuttosto, alle forme più fantasiose della mia nativa Tranith, con le sue case, con i suoi edifici, così simili a eterogenei gruppi di funghi spuntati direttamente dalle profondità della terra, aggrappati alle scogliere o alle montagne, in quel che, per uno straniero sarebbe probabilmente apparso qual qualcosa di bizzarro, ma che, per me, avrebbe avuto a doversi altresì riconoscere qual semplicemente la norma. » rievocò, non negando quel lontano senso di estraneità a quella particolare realtà, per così come vissuto all’epoca, in verità non poi troppo dissimile dall’egual senso di estraneità provato nuovamente in molte altre occasioni, ogni qual volta, per scelta o per destino, ella si era ritrovata a doversi confrontare con qualcosa di nuovo, con qualcosa di estraneo, con qualcosa di alieno a quanto, per lei, sino ad allora concepito qual realtà.
« In tutto ciò, dopo aver girovagato un po’ all’interno di quelle vie affollate senza avere una reale consapevolezza nel merito della direzione da intraprendere, e forse senza neppure sapere cosa avere lì realmente a ricercare, quando mi venni a ritrovare a confronto con l’insegna propria di una locanda, non mi volli concedere esitazione alcuna e, con passo convinto, mossi i miei passi in quella direzione, nella necessità di trovare un riparo per la notte, in dubbio fra potermi fidare o meno a soggiornare in una città popolata da ladri e assassini, mercenari e prostitute, e, ciò non di meno, sufficientemente certa di non voler avere a dormire per strada in un tal genere di contesto. » sorrise, divertita dal ricordo della propria ingenuità in quell’epoca lontana, e quell’epoca di molti anni antecedente rispetto al giorno in cui, di quella stessa città, sarebbe poi stata riconosciuta a furor di popolo qual Campionessa « Comparendo, quindi, giovane e sconosciuta all’ingresso di quel locale, non potei ovviare ad attrarre l’attenzione di tutti, nell’interesse che, ineluttabilmente, le mie proporzioni non avrebbero potuto mancare di suscitare in praticamente l’intera popolazione maschile autoctona, nonché in parte di quella femminile… » aggrottò la fronte, a voler ironizzare attorno a tal particolare, e, tuttavia, a non potersi nuovamente negare nostalgia per quel corpo che non le apparteneva più e che, in verità, non le era neppure mai appartenuto « Solo una persona, di sesso maschile, ebbe allora a dimostrare sufficiente riguardo nei miei confronti da non palesare attenzione in tal direzione: colui che, di lì a poco, avrei scoperto essere il giovane proprietario di quella medesima locanda… Be’Sihl Ahvn-Qa, ovviamente. »
« Detto fra noi, e per riservarmi assoluta sincerità, nel non voler rinnegare la realtà dei fatti né, tantomeno, nel non desiderare avere a offrire di me stessa un’immagine più matura di quanto non mi sia mai appartenuta, dal canto mio non avrei avuto a dovermi riconoscere qual abituata a non suscitare palese interesse da parte di coloro i quali si ponevano, per la prima volta, a confronto con me… e, quindi, nel ritrovarmi apparentemente ignorata da quel giovane intento a servire birra ai propri clienti, non potei ovviare a interpretare, tutto ciò, qual una sorta di sfida personale. » sorrise, lasciando emergere, in quel sorriso e in quelle parole, parole cariche di una profonda sicumera a lei abitualmente estranea, una parte di quello spirito sopito che un tempo le era stato proprio… lo spirito della mirabile Midda Bontor « Non dico un’offesa al mio orgoglio, o un’onta da lavare col sangue, ma, comunque, quanto sufficiente a indispettirmi, e a voler, a tutti i costi, avere a ritrovare anche nei suoi occhi interesse per me… o, al più, avere a scoprire un’assolutamente legittima indifferenza verso qualunque donna, più in generale. »
« Posso immaginare… » ridacchiò Rín, divertita da quelle parole e, invero, incuriosita dall’aura di maggiore confidenza in se stessa e nelle proprie possibilità che, in quel momento, sembrava avvolgerla, così come poche volte, o forse mai, aveva avuto occasione di cogliere in lei da dopo il suo risveglio.
« Ignorando chiunque altro nel locale, avanzai quindi in direzione del bancone, dietro al quale, in quel mentre, egli si era spostato, nella necessità di rifornirsi con altre birre a soddisfare nuove richieste da parte dei suoi ospiti. » continuò Maddie, in quel viaggio nel indietro nel tempo « O per lo meno tale sarebbe stato il mio intento, se non mi fossi ritrovata inaspettatamente bloccata nel mio incedere da una stretta, e da una prepotente stretta che ebbe a bloccarmi il polso sinistro, strattonandomi con forza all’indietro, in direzione di un bruto fra i tanti lì seduti ai tavoli. »
« Non seppi mai cosa fosse passato per la testa di quel tizio, se egli avesse dovuto esser allora riconosciuto qual troppo ubriaco per comprendere quello che stava compiendo oppure se tale avesse a dover esser considerato il suo consueto metodo di approccio con una donna. Perché, invero, quel tizio non ebbe neppure la possibilità di aprire bocca in mia direzione, nel momento in cui, sfruttando l’impulso da lui stesso imposto a mio discapito, e amplificandolo in grazia alle mie stesse energie, mossi allora la mia destra, e la mia destra in nero metallo dai rossi riflessi, a impattare violentemente su quel volto: non in misura tale da ucciderlo sul colpo, così come avrei anche potuto fare, sia chiaro, ma, comunque, in termini sufficienti da privarlo di ogni consapevolezza nel merito di se stesso e del mondo a lui circostante, nel mentre in cui un abbondante esplosione di sangue ebbe a eruttare dal suo setto nasale infranto e dalla sua bocca, nella perdita di almeno un paio di incisivi. » sancì, mimando in tal narrazione il gesto da lei compiuto e trasognando quanto la sua attuale protesi, quella protesi sì straordinaria e pur straordinariamente fragile se paragonata a quanto l’aveva sempre accompagnata, potesse essere allora pari alle altre da lei possedute, se non all’ultima, fantascientifica, quantomeno alla prima, protagonista di quella stessa così rievocata memoria « Fu in tal modo che, per un istante, imposi il silenzio all’interno dell’intera locanda, nella sorpresa con la quale i più ebbero ad accogliere il mio gesto. E fu in tal modo che, un attimo dopo, ebbi a scoprire quanto poco fosse sufficiente, in quel di Kriarya, per generare una rissa… e, soprattutto, a scoprire quanto, in verità, tutto quello avesse a piacermi, in una straordinaria possibilità di allenamento, per me, e di dimostrazione delle mie capacità guerriere, per il resto del mondo. »
« Povero Be’Sihl… non vi eravate neppur presentati, e già gli stavi mettendo a soqquadro l’intera locanda! » sospirò la gemella, scuotendo il capo e coprendosi, per un istante, gli occhi con le mani, in un segno di quieto imbarazzo per il comportamento della propria amata sorella, in quello che, sì, non avrebbe dovuto dimenticare essere semplicemente la narrazione di una fantasia e pur, ciò no di meno, in quello che, in quel frangente, si stava concedendo occasione di ascoltare quasi fosse la cronaca di eventi realmente occorsi, per avvicinarsi meglio a Maddie e, in ciò, poter meglio comprendere quanto avesse ad agitarsi nel suo cuore in quel momento, in quella particolare situazione che ella aveva voluto condividere con lei.
« Già. » ridacchiò la prima, stringendosi fra le spalle a minimizzare, tuttavia, la propria colpa in tal senso, quasi, in fondo, egli non avrebbe potuto attendersi nulla di diverso da parte sua « Comunque sia, non dovette dispiacergli troppo, giacché, quando un’ora più tardi mi ritrovai a essere la sola oltre a lui ancora in piedi all’interno della locanda, egli ebbe a muoversi fino a me con un ampio vassoio in mano, recando meco una brocca di vino rosso e un generoso piatto di carne grigliata, con l’intento di volgermi una semplice domanda:  ̶  Se mi posso permettere l’interrogativo, mia signora, per quanto tempo desideri restare in città…? Lo domando unicamente allo scopo di valutare quale stanza aver a poterti offrire per il tuo soggiorno nella mia umile dimora…  ̶  »
«  ̶  Non sono la signora di nessuno, mio buon locandiere…  ̶  mi riservai, allora, occasione di replicare  ̶  Mi chiamo Midda… Midda Bontor. Ed è mia intenzione restare in città sino a quando non avrò trovato un mecenate che voglia incaricarmi di una missione degna d’esser compiuta.  ̶  »

giovedì 14 marzo 2019

2849


Fu la prima volta che qualcuno, al di là di Jacqueline, le chiese di parlare della propria vita come Midda Bontor in quanto tale, con le proprie emozioni, con i propri sentimenti, e non qual un semplice racconto di fantasia. E per Maddie non fu immediato accontentare la sorella, frenata, nell’esprimersi, da quella parete emotiva che, sin dal giorno del proprio risveglio dal coma, aveva dovuto imparare a erigere attorno al ricordo di quel passato, prendendo le distanze da esso, imparando a considerarlo qualcosa di estraneo a sé, per quanto, evidentemente, non fosse completamente riuscita a impegnarsi in tal senso.
Fosse stato chiunque altro a chiederle di parlare, sicuramente ella si sarebbe riservata ineluttabili ritrosie a esprimersi, e a esprimersi in maniera sincera e aperta su un argomento tanto delicato: di fronte a suo padre, di fronte a Desmond, difficilmente ella si sarebbe concessa occasione di aprire uno spiraglio attraverso quelle solide barriere psicologiche a permettere al proprio passato di riaffiorare, non soltanto come immagini di un fantastico mondo lontano, quanto e piuttosto come memorie concrete della propria vita, e di una vita non meno reale di quella che stava vivendo lì, in quello stesso momento, contraddistinta da eguali gioie ed eguali dolori, da sconfitte e da vittorie, da meravigliosi piaceri e da sconfinate sofferenze. Ma Rín era la sua gemella, era stata con lei sin da prima della loro nascita, e aveva condiviso con lei più di quanto chiunque altro avrebbe potuto immaginare fosse possibile condividere: in ciò, se una persona nell’intero Creato avrebbe potuto comprenderla, avrebbe potuto capire quello che provava, tale persona sicuramente sarebbe stata proprio lei.
Così Maddie iniziò a parlare. E a parlare con il cuore in mano, andando ad attingere le proprie parole, e le proprie emozioni, direttamente da quel lontano passato, quel lontano passato immaginario per chiunque altro al di fuori di lei, ma per lei, altresì, tremendamente reale…

« Ricordo la prima volta che lo ebbi a incontrare… » sorrise timidamente ella, scuotendo appena il capo a mistificare il proprio imbarazzo in quella confessione « Probabilmente lui crede il contrario, ma lo ricordo perfettamente, come fosse ieri. » puntualizzò, in un’affermazione indubbiamente curiosa, nel considerare quanto, in tali parole, facile sarebbe stato sottintendere un qualche immediato interesse da parte sua nei confronti di quell’uomo, per quanto per più di quindici anni ella non ebbe a riservare alcuna evidenza di ciò, nel non permettere al loro rapporto di evolvere al di là di una meravigliosa amicizia « Ero giunta da poco in quel di Kriarya, dopo gli eventi che mi avevano condotto ad abbandonare la Jol’Ange e la via dei mari. E, a dispetto di quanto non avrei voluto e potuto dare a vedere, mi sentivo decisamente smarrita. »
« Ti riferisci allo scontro con l’altra me…? Nissa…?! » le domandò Rín, ascoltandola con attenzione.
« Esattamente. » annuì Maddie, confermando quel particolare « In verità era passata qualche stagione da allora, giacché, dopo essermi ripresa dalle ferite inflittemi da mia sorella, mi ero ritrovata a vagare per il continente alla ricerca di una maniera per riconquistare il mio perduto arto destro. » rievocò, incupendosi al ricordo di quel periodo della propria esistenza, e un periodo del quale mai aveva avuto piacere di parlare, in conseguenza a un segreto di cui soltanto il suo compagno d’armi e amico Howe, diversi anni dopo, ebbe a scoprire a proprie spese, nella volontà, alfine mai appagata, di recuperare a sua volta il un proprio braccio, dopo che anch’egli, ironia della sorte, ebbe a perderlo proprio in conseguenza a uno scontro con l’implacabile Nissa « Alla fine, con un nuovo, lucente braccio destro, una meravigliosa armatura in nero metallo dai rossi riflessi che mi avrebbe accompagnata per quasi vent’anni, il mio peregrinare mi condusse in quel di Kriarya, con l’unico scopo di tentare di offrire un nuovo senso alla mia quotidianità, alla mia esistenza, nel rivedermi come mercenaria. »
« Purtroppo, soprattutto all’inizio, non fu facile per una prosperosa ventenne, quale ero in quel mondo, in quella realtà, riuscire a essere presa con serietà dai mecenati della città: vedendomi, e di me delineando soltanto la mia… sigh… abbondante circonferenza toracica… » commentò, non senza una certa nostalgia, nel confronto impietoso con la propria attuale situazione, e con quella situazione nella quale, l’immobilità del coma non aveva concesso al suo corpo quell’eguale, e generosa, possibilità di sviluppo, per così come, al contrario, alla sua stessa interlocutrice, alla sua gemella Rín, non era stata altresì negata « … nessuno fra loro si dimostrò interessato a concedermi fiducia nella mia candidatura ad avventuriera, proponendomi, piuttosto, altre occasioni di impiego, e di impiego sempre mercenario, ma decisamente meno consono ai miei interessi. »
« … tranne Brote. » suggerì la sua gemella, annuendo nel dimostrare di aver ben compreso la situazione a contorno di quella narrazione.
« Già. » confermò Maddie, ripensando non senza una certa nostalgia al proprio antico mecenate, e amico, quell’uomo che già prima di svegliarsi in quel nuovo mondo, in quella nuova e unica realtà, non aveva avuto occasione di rivedere da tempo, in conseguenza al proprio viaggio fra le stelle, e che, ormai, non avrebbe più avuto occasione di incontrare « Brote è stato uno dei pochi che, sin dal nostro primo incontro, mi ha offerto rispetto, non vedendo in me soltanto una potenziale sgualdrina, ma un investimento… e un investimento sul quale non gli ho mai dato motivazione per la quale ricredersi, concedendogli di accumulare tesori, reliquie e trofei al di là di ogni sua possibile immaginazione. Ovviamente venendo ben ricompensata per ogni missione, per ogni incarico. »
« Ecco… scusa se apro un momento una piccola parentesi… » la interruppe Rín, levando appena la destra a richiedere possibilità di parola « … c’è una cosa che non ho mai ben compreso, tanto nell’ascoltarti, quanto nel leggere i tuoi racconti: per quale ragione hai avuto bisogno di mecenate? Alla fine, avresti potuto tranquillamente agire di tua iniziativa, ovviando a dover dipendere dai capricci di qualcun altro. E tutti i tesori, tutte le reliquie, tutti i trofei che hai recuperato nel corso degli anni, avrebbero potuto restare tuoi… come, probabilmente, sarebbe anche stato giusto avvenisse, essendo stata appunto tu a recuperarli. »
« Beh… » si strinse ella nelle spalle, minimizzando l’importanza della cosa « … in verità a me di tutta quella paccottiglia non è mai interessato molto: quello che mi ha sempre spinta è stato il sapore della sfida, non la bramosia, la cupidigia nei confronti dei miei obiettivi. » sorrise, assolutamente sincera, onesta in tal senso, e, in cuor suo, lì felice di avere finalmente occasione di dialogare con la propria gemella della propria vita passata, e di dialogarne quasi essa fosse realmente occorsa, e non avesse a doversi semplicemente a considerare il folle delirio della sua mente comatosa « All’atto pratico, avrei dovuto comunque trovare poi occasione di rivendere tutto quello, con la necessità, poi, di dovermi preoccupare anche di ciò… esigenza a confronto con la quale, invece, non mi sono mai ritrovata, nella quieta comodità derivante dall’avere un mecenate a cui offrire riferimento. »
« Insomma… un po’ la differenza che esiste fra un dipendente e un libero professionista. » tentò di semplificare l’altra, per meglio comprendere la questione.
« Diciamo di sì… anche se, in verità, con la collaborazione di Brote in tal senso, il nostro non è mai stato un rapporto dipendente-datore. » precisò Maddie « Per fortuna, sua e mia, egli ha dimostrato sin da subito la capacità di comprendere di non potermi “possedere”, come un qualunque mercenario, quanto e piuttosto di dover basare la nostra collaborazione sul rispetto reciproco, e su una quieta divisione dei ruoli: a lui trovarmi gli incarichi e preparare tanto oro quanto avrebbe potuto soddisfare le mie sovente mutevoli richieste di pagamento, e a me renderlo uno dei lord più importanti non soltanto di Kriarya, ma dell’intera Kofreya… per quanto nobile non fosse mai stato. »
« Capisco… » annuì Rín, abbassando la mano a dimostrare la propria soddisfazione per quella risposta « E scusami per l’interruzione. »
« Figurati. » piegò appena il capo di lato la prima, cercando di recuperare il filo del discorso che, allora, aveva deviato un po’ dal tema iniziale « Comunque, come stavo dicendo, Brote è stato sicuramente una delle prime persone a comprendere quanto io non avessi a dover essere fraintesa soltanto qual un mero complemento dei miei seni… ma non è stato l’unico. » riprese la propria narrazione, riportando la questione all’interno del contesto iniziale « Insieme a lui, in quei primi giorni nella città del peccato, un altro uomo ebbe a dimostrare sufficiente lungimiranza da non concedersi opportunità di offrirmi facile occasione di torto e, anzi, da voler porre il rispetto alla base del nostro rapporto… e quell’uomo altro non avrebbe avuto a doversi identificare se non proprio nel mio bel locandiere, dall’esotica origine shar’tiagha. »

mercoledì 13 marzo 2019

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« Mi dispiace di aver alzato la voce… » riprese quindi parola Rín, dopo quel breve intervallo di silenzio utile a permetterle di riordinare le idee « Tu sei venuta a parlarmi con assoluta onestà e trasparenza, e io, per tutta risposta, ti ho urlato contro: perdonami, Maddie… sono stata davvero pessima. » ammise, accettando in maniera matura l’evidenza del proprio errore, e, di questo invocando da parte della propria amata gemella un’occasione di scuse « Io… non ho modo per immaginare quanto abbia a essere difficile, per te, confrontarti ogni giorno con tutto quello che accade attorno a te, dopo quei tre decenni di coma. E, probabilmente, nessuno al mondo potrebbe mai essere in grado di capire veramente quello che tu stai provando. » argomentò, con un dolce e quieto sorriso verso di lei, spingendo le ruote della propria sedia ad avvicinarsi verso la sorella, per cercare un contatto fra la propria destra e la sua mancina.
Maddie non rispose a quelle parole, né, tuttavia, si sottrasse alla ricerca di contatto da parte della sorella, rigirando, anzi, la propria mancina per offrire il proprio palmo verso l’alto e, in ciò, per riconoscerle una complicità in quella quieta ricerca di contatto con lei.
« In questo, è sbagliato da parte mia farti pressioni e, soprattutto, farti pressioni nel merito della tua vita sentimentale. Desmond è un uomo stupendo, e forse non ti rendi conto di quanto siate stupendi insieme: ma, al di là di tutto questo, se tu hai qualche dubbio nel merito del vostro rapporto, non posso arrogarmi alcun diritto nel dirti cosa fare o non fare con lui… » sancì ella, con un quieto sospiro « Quindi… » riprese immediatamente, a concludere quel breve discorso di scuse « … desidero solo che tu sappia che qualunque avrà a essere la tua decisione, fosse anche quella di impegnarti a seguire l’ispirazione propria di questo tuo complesso sentimento nei riguardi di uno sconosciuto, io comunque sarò sempre al tuo fianco. E non avrai mai a temere di doverti confidare con me… non per questa cosa, non per altre: sono tua sorella, Maddie, e sarò sempre pronta ad ascoltarti e a sostenerti in tutto ciò che deciderai di voler perseguire nel corso della tua vita. » le promise, sincera in tale intento, laddove, a dispetto delle parole pronunciate solo pochi istanti prima, mai ella avrebbe voluto permettere l’insorgere di qualsivoglia barriera fra lei e la propria gemella o, anche e soltanto, una qualunque ritrosia, da parte della stessa, a trovare occasione per esprimersi nei suoi confronti, per confidarsi con lei.

Ancora in silenzio, Maddie sorrise a quelle parole, stringendo delicatamente la mano della gemella nella propria, a dimostrare quanto avesse compreso, e apprezzato, quelle parole.
Ciò non di meno, una parte della sua mente non aveva potuto fare a meno di fermarsi all’intervento precedente, nel quale Rín, forse con eccessiva veemenza e pur senza torto, aveva voluto porre l’accento su quanto male avrebbe ingiustamente rivolto a discapito di Desmond nel momento in cui, in un modo o nell’altro, egli fosse venuto a conoscenza di quegli eventi, e dell’interesse allor da lei così dimostrato, pur senza alcuna malizia, nei riguardi di Basel. Un pensiero, quello, che non poté ovviare a suscitare nel profondo del suo animo un profondo senso di colpa, e un senso di colpa per un torto che, ella ne era perfettamente consapevole, Des non avrebbe mai meritato di ricevere da lei.

« A cosa stai pensando…? » la invitò Rín a confidarsi, consapevole di non averle dato molte ragioni per farlo e, ciò non di meno, non desiderando che la propria gemella avesse a chiudersi innanzi a lei, avesse a negarsi occasione di condivisione dei propri dilemmi con lei, non allora, per quella questione, né per altro in altro momento.
« Sto pensando al fatto che non so che cosa pensare… » replicò Maddie, con un sorriso tirato, non desiderando eludere quella questione e, ciò non di meno, non sapendo neppure in che maniera avere a confidarsi con lei a tal riguardo, in una situazione ancora troppo confusa per poter essere adeguatamente descritta « Il mio rapporto con Des è qualcosa di meraviglioso: Des è meraviglioso. E io credo di amarlo, e di amarlo davvero. So di amarlo. »
« … ma…? » la incalzò delicatamente l’altra, presupponendo come dovesse esserci necessariamente un “ma” alla base di quel discorso.
« So perfettamente che quanto ho vissuto come Midda Bontor non è reale. So perfettamente che Santiago e Lourdes non sono Tagae e Liagu, che Jacqueline non è Carsa, e che tutte le persone che mi sembrano familiari non hanno a dover essere confuse con i propri corrispettivi creati dalla mia immaginazione… » premesse la prima, scuotendo appena il capo « Ciò non di meno… per quanto sia stato solo un lungo, e malato, sogno, per me quel sogno è stato tutta la mia vita, tutta la mia esistenza per oltre quarant’anni… o trenta dal vostro punto di vista. E per quanto la mia mente possa razionalmente distinguere la verità dall’immaginazione, per il mio cuore è ancora difficile farlo. »
« Sei attratta da Basel…? » tentò di riassumere la sua gemella, ora senza voler esprimere giudizio di sorta in quella dichiarazione, nel limitarsi, semplicemente, a cogliere le parole da lei pronunciate e a riordinarle in una conclusione più diretta.
« No… » escluse immediatamente Maddie, salvo poi soggiungere « … sì… » e ancora cambiare idea « … non lo so. » ammise, scuotendo il capo e coprendosi il volto con le mani, a palesare tutta la propria più intima confusione « Cioè… hai ragione quando dici che di Basel non so nulla. A malapena so come si scrive il suo nome e, probabilmente, sbaglierei a scrivere il suo cognome. » dichiarò, con assoluta onestà intellettuale a tal riguardo, nel ricordare a stento quest’ultimo « E’ di Be’Sihl che non riesco a smettere di essere innamorata, per quanto tutto ciò possa essere assurdo. » puntualizzò poi, mantenendo il volto ben celato dietro le mani, nell’aver paura della reazione della propria gemella a confronto con tale verità, e con tale, assurda verità a confronto con la quale, probabilmente, non avrebbe più avuto a doversi porre… non dopo tanto tempo dal proprio risveglio, non dopo tanto impegno nelle sessioni con Jacqueline.

Ma se, a quel punto, ella non avrebbe potuto ovviare ad attendersi una nuova sfuriata da parte della propria interlocutrice o, forse, ed eventualmente, una reazione più pacata e pur volta a invitarla a razionalizzare tutta la questione e, in tal senso, a prendere una posizione, e una posizione che avrebbe dovuto cessare di essere così ambigua come era stata sino a quel momento, decidendo se voler essere innamorata di Desmond oppure di Be’Sihl o chi per lui; quanto, da parte di Rín le fu destinato, non fu nulla di tutto quello… al contrario.
Avanzando ancora di poco verso di lei, infatti, Rín posizionò la propria sedia in parallelo a quella dove ella era seduta in quel mentre, per potersi concedere l’opportunità di spingersi ad abbracciarla, e, in ciò, di chiuderla in maniera premurosa e protettiva fra le proprie braccia, accarezzandole delicatamente la schiena a volerle trasmettere, in ciò, tutto il proprio affetto, tutta la propria vicinanza, tutta la propria solidarietà per un momento così complicato, e un momento che, allora, avrebbe dovuto trovare occasione di risolvere, certo, in un modo o nell’altro, ma che, non per questo, avrebbe avuto a dover incrinare in alcuna maniera il loro rapporto sororale.
E così, allorché imporle qualsivoglia genere di rimprovero, anziché suggerirle di prendere una qualche posizione risoluta, anziché costringerla a scendere a patti con quanto, in fondo, nulla di più e nulla di meno avrebbe avuto a doversi considerare se non una follia, Rín non fece altro che cullarla dolcemente fra le proprie braccia, prima di invitarla, con tutta la tenerezza propria di una madre qual ella, dopotutto, era, a parlare. E a parlare, tuttavia, esprimendosi attorno all’unico argomento che mai, Maddie, dal canto proprio, avrebbe potuto attendersi di essere invitata a esporre in quel frangente, in quel particolare momento…

« Hai voglia di parlarmi un po’ di lui…? » la invitò, con dolcezza nella propria voce, in una domanda, una richiesta, che ebbe a meglio precisare subito dopo, a ovviare a qualunque genere di ambiguità a tal riguardo « … del tuo bel Be’Sihl, intendo. E degli anni che avete trascorso insieme in quell’altro mondo. » puntualizzò, senza alcuno scherno nella propria voce, né compassionevole desiderio di stare al suo gioco, quanto e piuttosto con quieta curiosità per un uomo così speciale, e speciale al punto tale da aver in tal maniera segnato la vita della propria gemella tanto profondamente.