11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

sabato 23 marzo 2019

2858


« Non te ne importare… » scosse il capo l’uomo, minimizzando il valore di tutto ciò e, in tal senso, confermandolo, e confermandolo al di là di quanto, allora, niente di tutto quello avrebbe avuto a potersi fraintendere qual normale, qual sensato, qual corretto « … guardami, Midda. » insistette, ancora chiamandola in quella maniera, per quanto, a confronto con il resto del mondo a loro circostante, improvvisamente anche la questione di quel nome avrebbe avuto a doversi considerare secondaria, una banalità priva di ogni significato « Guardami e rispondimi, te ne prego! »

Il resto del mondo a loro circostante, infatti, si era fermato.
E non si era fermato in romantica maniera metaforica. Né, tantomeno, per dare spazio a una qualche sfida da social network. Il mondo attorno a loro si era fermato nel senso più stretto del termine, nel senso più concreto di tale idea, per quanto folle quella stessa idea avrebbe avuto a potersi considerare.
Non soltanto le persone, ma anche gli animali, e persino gli oggetti attorno a loro, avevano interrotto qualunque azione, attiva o passiva, mostrandosi improvvisamente immobili, inanimati, statuari, in uno scenario che a volersi descrivere surreale o inquietante sarebbe equivalso a banalizzare la situazione. A partire dagli uccelli in cielo, passando per i cani a terra e, persino, gli insetti nell’aria, senza escludere, a margine di tutto ciò, le automobili per strada, le insegne luminose, il simbolo abitualmente lampeggiante indicante la presenza di una farmacia, ma anche, e addirittura, una cassetta di mele sfuggita di mano a un ragazzo, e che, in conseguenza di ciò, altra alternativa non avrebbe avuto se non sottomettersi alla forza di gravità e precipitare al suolo: tutto era stato posto in uno stato di sospensione, di ibernazioni, bloccati nel tempo e nello spazio come in un videogioco messo in pausa, o qualunque altra innaturale analogia idealmente immaginabile. Tutto… o quasi.
Perché, in un mondo trasformatosi, improvvisamente e inspiegabilmente, in un’istantanea, Maddie e il suo interlocutore ancora sembravano aver conservato la propria libertà d’azione, di movimento, in un dettaglio, forse, persino ancor più surreale o inquietante rispetto a tutto il resto.

« … cosa sta succedendo? » gemette ella, ovviando a mettersi a gridare, in quel frangente, soltanto perché troppo spaventata persino per poter pensare di mettersi a gridare « Cosa sta succedendo a tutti quanti…?! »
« Ti stai avvicinando alla verità… e, in questo, l’inganno di Desmair sta perdendo la propria consistenza. » proclamò l’uomo innanzi a lei, serio nei propri toni, riuscendo a resistere al desiderio di spingere le proprie mani in avanti, per toccarla, per cercare un contatto fisico con lei in quello che comprendeva essere un momento troppo delicato per potersi concedere, con un approccio allor troppo semplicistico, tale opportunità « Devi concentrarti, Midda… devi concentrarti sulla mia domanda: perché mi stavi cercando? »
« Io… » esitò la donna, umettandosi le labbra con aria confusa e, ovviamente, agitata, nel muovere lo sguardo freneticamente attorno a loro, a tentare di cogliere evidenza della presenza di qualche altra eventuale attività attorno a loro, e, a margine di ciò, ritrovandosi solo a verificare quanto, in lontananza, le immagini avrebbero avuto a doversi considerare sempre più sbiadite, nebulose, quasi sfocate, a conferma delle parole appena udite, e di quelle folli parole atte a dichiarare una perdita di consistenza del tessuto stesso della realtà « … Desmair?! » ripeté, elaborando con qualche istante di ritardo l’aver udito da lui pronunciare quel nome, e averlo udito, quindi, scandito con assoluta cognizione di causa, non qual una parola lì pronunciata fuori dal proprio contesto, quanto e piuttosto qual una quieta verità, una realtà concreta, nel riferimento a qualcuno di conosciuto, per quanto, al contrario, soltanto frutto della sua immaginazione, e di quell’immaginazione che aveva riciclato il personaggio antagonista di un vecchio film e l’aveva riadattato a modo proprio, qual semidio immortale.
« Perché mi stavi cercando…? » ripeté, tuttavia, il suo interlocutore, fermo ancora su quell’interrogativo, in attesa, apparentemente quieta, ma probabilmente decisamente più frenetica di quanto non desiderasse rendere evidente, di una risposta da parte sua.
« Perché mi chiami Midda…?! » reagì ella, scuotendo appena il capo nel rifiutare l’idea di offrire seguito a quella questione, non fino a quando non avesse avuto la possibilità di comprendere cosa stesse succedendo, in una situazione che, a ogni istante, sembrava delinearsi più qual un nuovo e paradossale incubo, allorché un evento concreto.
« Perché è il tuo nome: Midda Namile Bontor, figlia di Nivre e Mera Bontor, nata nell’isola di Licsia il ventitreesimo giorno del mese di Payapr. E non chiedermi l’anno preciso, perché quello non me l’hai mai voluto rivelare, in un insolito sfoggio di femminile vanità da parte tua… » sancì egli, scandendo con assoluta precisione quelle informazioni, quei dati dei quali ella non aveva, invero, ancora offerto evidenza nei propri racconti, in termini tali per cui, se quell’uomo avesse avuto a doversi giudicare un folle, tale follia avrebbe avuto a doversi riconoscere qual a dir poco sovrannaturale, nella misura utile, quantomeno, a estrarle determinate informazioni direttamente dalla mente « … e ora, per l’amore di tutti gli dei del Creato, rispondimi: perché mi stavi cercando…?! »

Un sogno… o, più probabilmente, un incubo: in alcun altro modo tutto quello avrebbe potuto trovare giustificazione nella propria occorrenza. Ed ecco spiegato come fosse stata in grado di rintracciare Basel… semplicemente non lo aveva ancora fatto!
Nulla di tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare reale. E, anzi, mischiando i propri fittizi ricordi della sua falsa vita come Midda a quelli della propria attuale, e vera vita come Maddie, la propria mente aveva creato quell’assurdo costrutto, in uno scenario tanto realistico quanto assurdo, e tale da presentare, innanzi ai suoi occhi, nelle ipotetiche vesti di Basel, il proprio amato Be’Sihl. Perché solo in quei termini tutte le informazioni in suo possesso avrebbero potuto avere senso: quell’uomo, coprotagonista di quel momento onirico, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto che qual lo stesso Be’Sihl…

« … cosa hai fatto ai capelli? » domandò ella, in un interrogativo che, obiettivamente, non avrebbe avuto alcun senso per Basel ma che avrebbe avuto a doversi riservare il proprio valore per Be’Sihl, un interrogativo che, allora, ella ebbe a formulare con aria sì stranita e pur comunque certa di aver risolto l’arcano, e, in tal senso, certa di essere in procinto di svegliarsi, giacché, comunemente, tale avrebbe avuto a essere la naturale evoluzione di un sogno nel momento in cui, alfine, rivelato nella propria effettiva natura, nel momento in cui, forse tardivamente, e pur efficacemente, la coscienza riprendeva finalmente il controllo sulla mente, restituendo a tutto il giusto senso di realtà.
« Davvero tu vuoi farmi questa domanda?! » obiettò Be’Sihl, aggrottando la fronte con occhi per un istante fuori dalle orbite, nel confronto con l’assurdità di quella questione in un contesto simile a quello nel quale si stavano lì ponendo precipitati « Da quando ti conosco non hai fatto altro che torturare i tuoi di capelli, nel migliore dei casi tagliandoli alla meno peggio con la tua stessa spada o, in alternativa, da quando siamo a bordo della Kasta Hamina, arrivando a non tenerli più lunghi di un dito! » protestò egli, in un’argomentazione a fronte della quale, invero, difficilmente ella avrebbe avuto possibilità di obiettare « Persino tua figlia è arrivata a fartelo notare, diamine… »

Be’Sihl aveva ragione: in uno dei loro ultimi dialoghi, il giorno stesso della ricomparsa di Desmair in maniera attiva nella sua vita, Liagu le aveva amorevolmente rimproverato il taglio eccessivamente spartano che aveva imposto ai propri capelli, tentando di spronarla ad apparire più bella, e bella almeno quanto la sua corrispettiva, di qualche anno più giovane, Maddie: un invito di fronte al quale, ovviamente, ella non aveva potuto sottrarsi, accettando di prometterle di smettere di tagliarli così corti, per poterli far ricrescere.
Che sogno strano. Che incubo assurdo. Abitualmente i sogni avrebbero avuto a doversi riconoscere contraddistinti da una certa incoerenza… ma, in quello, la coerenza con i propri ricordi si poneva altresì assoluta, e assoluta in maniera tale da spingerla a dubitare della natura stessa di quello stesso sogno, se non fosse stato che tale non avrebbe potuto essere altro: non nell’immobilità e nell’evanescenza del mondo a loro circostante, non nella presenza di Be’Sihl innanzi a lei.

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