11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

giovedì 30 aprile 2020

3262


« Credo che tu mi stia scambiando per Liagu… » ridacchiò ora Lys’sh, scuotendo appena il capo nel trovarsi così posta a confronto con tutta la più viva premura materna della propria amica, in termini che avrebbero avuto a doverla persino inorgoglire, invero, nell’affetto che in tutto ciò l’altra le stava chiaramente dimostrando, e che pur, allora, avrebbe forse svilito, in parte, il proprio profilo di emancipata donna guerriero, indomita e incurante d’ogni avversità « Ti ricordi, vero, che io sono Har-Lys’sha…? La tua fiera compagna d’arme…? Il terzo, e in questo momento più importante, elemento della nostra squadra…?! »
« E tu ti ricordi che non hai delle ali dietro la schiena…? E neppure l’innaturale abilità di arrampicarti lungo le pareti come una lucertola…?! » protestò allora l’altra, imbronciandosi appena, con fare scherzoso, ma poi, nel rendersi conto che in quella posizione l’altra non avrebbe mai potuta vederla in faccia, lasciandosi scoppiare quindi a ridere « Fai come credi… ma cerca solo di non ammazzarti. »
« Quello sempre! » confermò quindi la prima, in un sottinteso forse retorico e che pur, in momenti come quelli, sarebbe stato opportuno effettivamente esplicitare, a scanso di ogni possibilità di fraintendimento.

Dopo essersi ben assicurata i pugnali nei rispettivi foderi, per essere sicura che non avessero a muoversi di lì nei momenti meno opportuni, la giovane donna rettile fece quindi un profondo respiro, prima di liberarsi di tutta l’aria nei propri polmoni e avviarsi a compiere quanto, così, concordato, spingendo il braccio destro, la spalla destra e la testa, per prime, attraverso quel pertugio e, con movimento lento, e pur deciso, iniziandosi a proiettare all’interno del pozzo, con l’ovvio impegno rivolto a ricercare, pur alla cieca, un qualunque appiglio di sorta.
E il fatto che, in quel frangente, Lys’sh fosse costretta a muoversi al buio, in effetti, ben poco avrebbe potuto importare, laddove fra il burqa a cui era stata costretta da giorni, e l’oscurità predominante, comunque, in tutto quell’ultimo percorso, in quell’ultima scala in discesa, ella non stava allor muovendosi alla cieca già da molto tempo, e, in ciò, forse e persino, avrebbe avuto a doversi intendere ormai abituata a sfruttare maggiormente gli altri sensi allorché la vista, e quella vista verso la quale, in genere, non avrebbe avuto a doversi fraintendere solita riporre particolare fiducia, comunque per lei sempre e ampliamente superata dagli altri sensi.

« Non sai che spettacolo ti stai perdendo, Midda… » suggerì Duva a favore della compagna alle proprie spalle, e di quella compagna che, allora, non avrebbe potuto contemplare l’incredibile prova di contorsionismo della quale Lys’sh si stava così rendendo protagonista, spingendo il proprio intero corpo attraverso un sì ridicolo pertugio « … la nostra sorellina è veramente in gamba. »
« Ne sono perfettamente consapevole! » confermò la Figlia di Marr’Mahew, non avendo certamente mai voluto sollevare il benché minimo dubbio a tal riguardo « Non che non abbia mai offerto più che indubbia riprova di ciò in passato, oltretutto. » puntualizzò, a incalzare ulteriormente a tal riguardo « Credo anzi di poter dire, senza esagerare, che l’unico motivo per cui possiamo ancora considerarci alla pari rispetto a lei è solo per la nostra maggiore esperienza, che ci permette di colmare ogni mancanza sotto altri punti di vista! »
« Ehm… ragazze…?! » esitò la voce di Lys’sh, provenendo dal pozzo accanto a loro « Non c’è bisogno che mi rendiate simile omaggio… o, veramente, inizierò a temere di star per morire! » ironizzò l’altra, ovviamente per nulla contrariata da tutto quello e, ciò non di meno, neppur ritenendo di star compiendo nulla di straordinario… non, quantomeno, per un’ofidiana suo pari.

Ma se, per un’ofidiana, nulla di straordinario sarebbe stato riuscire a passare attraverso quel pertugio, e, forse e persino, per passaggi addirittura più contenuti, per un qualunque essere umano, quanto allor ella stava portando a termine quasi con banalità avrebbe avuto a doversi intendere, obiettivamente, qualcosa di incredibile, tanto quanto sarebbe potuto essere vederla spiccare letteralmente il volo. E così, Duva, dalla propria posizione di favore nel testimoniare quegli eventi, non poté che continuare a dirsi semplicemente meravigliata da tutto ciò, godendosi lo spettacolo fino all’ultimo minuto e, anzi, dispiacendosi per l’impossibilità, poi, ad ammirare quanto, ancora, di eguale sarebbe dovuto nuovamente occorrere, e occorrere per permetterle di rientrare in quel percorso esterno al pozzo, e in quel percorso che, speranzosamente, in ciò, si sarebbe quindi sbloccato per loro.
La giovane donna rettile, dal canto proprio, si mosse con maggiore rapidità e prudenza possibile, allungandosi alla cieca nella ricerca del proprio supposto punto di arrivo e di quel punto che, per un lungo istante, ebbe a temere non si sarebbe palesato qual presente, rendendo vano ogni suo impegno in tal senso. E proprio quando ormai ella non avrebbe potuto mancare di iniziare a sfiduciarsi, e a temere di dover fare ritorno là da dove tutto aveva avuto inizio, ancoraggio psicologico ben visibile in grazia al bagliore proprio della lampada a olio sorretta da Duva, brillante come un sole nelle fitte tenebre di quell’inusuale scenario; la sua mano ebbe a percepire una rientranza nella parete… e quella rientranza utile a supporre, allora, di aver raggiunto la meta desiderata.

« L’ho trovata! » esclamò quindi, in favore delle amiche, per comunicare loro il proprio successo in tal senso e, implicitamente, l’inizio del successivo impegno ad avanzare, per lasciare il pozzo, con la propria oscura minaccia, e fare ritorno alla sdrucciolevole solidità di quei gradini.

In effetti, per quanto ella non avrebbe avuto ad accusare particolari fobie né nei riguardi delle altezze, né tantomeno nei riguardi degli spazi chiusi, per così come, in quest’ultimo caso, difficilmente avrebbe potuto altrimenti avventurarsi in quella discesa, forse il fatto di essere di notte, e, in questo, di non poter cogliere nulla del mondo lì a lei circostante, e, più precisamente, dell’effettiva estensione del pozzo sotto di lei, avrebbe forse avuto a doversi intendere qual un vantaggio, e un vantaggio di ordine psicologico tale per cui, pur ovviamente consapevole di non potersi permettere di perdere la presa, ella non avrebbe potuto correre il rischio di angosciarsi a confronto con l’evidenza della sgradevole sorte che avrebbe potuto coglierla se soltanto ciò fosse accaduto.
Ovviamente, non potendo vantare alcuna particolare ragione d’affetto per quel pozzo, favore delle tenebre o meno, ella non poté mancare di considerarsi ben felice alla prospettiva di fare ritorno alle scale avvitate attorno a esso, per quanto, nella più quieta ignoranza di ciò che lì avrebbe avuto ad attenderla, un qualunque triste fato di morte avrebbe potuto esserle allor riservato là fuori come lì dentro… indistintamente.
Uscire dal pozzo, facendo ritorno alla scalinata, ebbe a essere necessariamente più complicato rispetto al corrispettivo movimento opposto. Ed ebbe a essere necessariamente più complicato nell’ordine di misura di quanta minore spinta ella avrebbe potuto imporsi attraverso le gambe in quel movimento attraverso uno spazio del tutto e per tutto identico a quello che aveva appena lasciato. Ciò non di meno, con un po’ di fatica, e con tanto impegno, ella non mancò di riportare successo anche in tal senso, ricadendo, alfine, con non troppa eleganza, sul proseguo della gradinata, e su quel proseguo sul quale, necessariamente, ebbe a ruzzolare per qualche piede di distanza, prima di riuscire a ritrovare il controllo e a fermarsi, avviluppata da un vero e proprio manto di ragnatele e ricoperta dalla polvere dei secoli, per così come lì accumulatasi.

« Ce l’ho fatta! » annunciò allora, in direzione delle proprie sorelle d’arme, rimettendosi prudentemente in piedi e muovendosi a risalire, e a risalire in direzione della porta chiusa che, quindi, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual intenta a dividerla dalle proprie compagne.
« Ottimo! » esclamò Duva, con palese entusiasmo a confronto con tale novella.
« … speriamo solo che non vi sia qualche lucchetto o altro simile… » sussurrò quasi fra sé e sé l’Ucciditrice di Dei, nel non voler escludere tale eventualità… e un’eventualità che, allora, sarebbe stata quantomeno sgradevole nella propria occorrenza.

mercoledì 29 aprile 2020

3261


« Che alternative ci sono offerte…?! » domandò la Figlia di Marr’Mahew, arretrata rispetto alle compagne e, in ciò, impedita a poter prendere visione della situazione in maniera diretta, dovendo, in tal senso, fare affidamento soltanto sulle informazioni a lei concesse dalle proprie amiche o, per maggior precisione, dalla giovane donna rettile, la quale, meglio di chiunque altro, avrebbe potuto esprimere una valutazione specifica a tal riguardo.
« Da un lato credo si vada alle fogne, restando praticamente al livello attuale. » dichiarò l’altra, così interrogata, sospingendosi appena in avanti nell’una e nell’altra direzione al fine di meglio elaborare le informazioni concessele dai propri sensi « Dall’altro si scende, seguendo il pozzo. Ma non mi chiedere ancora per quanto… evidentemente la particolare conformazione di questo luogo sta disorientando anche me. » precisò, sebbene, in fondo, non credesse di aver sbagliato nella propria precedente valutazione nel merito della profondità di quel posto.
« Le fogne non ci interessano… qualunque altra cosa, sì. » sancì Duva, prendendo posizione non tanto per una qualche particolare cognizione di causa in tal senso, ma soltanto nella volontà di ovviare all’incontro con le fogne, e a quell’incontro che già tanto a lungo avevano posticipato e che, in ciò, sarebbe stata ben lieta di continuare a rinviare.
« In effetti concordo. » annuì Midda, a sostegno della posizione assunta dall’amica, e da quella posizione forse animata dagli intenti sbagliati e, ciò non di meno, espressa nella direzione più corretta « Ammesso che la spada di Kila sia nascosta, effettivamente, qui sotto, di certo non sarà stata celata all’interno delle fogne, ma in un livello inferiore a esse, e un livello di cui, evidentemente, la città ha perso memoria… »
« O forse ha voluto perdere memoria. » puntualizzò Lys’sh, ben poco convinta dall’eventualità che, effettivamente, un simile tesoro, una tanto importante reliquia, potesse essere lì sotto celata nell’indifferenza più completa della gente… salvo, poi, aver visto una tanto chiara informazione a tal riguardo attraversare addirittura i confini stessi di quel regno per giungere, sino a loro, nel cuore di Kriarya « Siamo tutte consapevoli, vero, che potrebbe trattarsi semplicemente di una trappola…?! »
« Una trappola sola…? » sorrise l’Ucciditrice di Dei, scuotendo il capo « Quella sì che sarebbe una sorpresa! In effetti mi aspetto molto di più a protezione di qualcosa di importante come l’arma che cerchiamo. »
« D’accordo… d’accordo. » annuì passivamente Lys’sh, accettando di offri fiducia all’esperienza della propria amica in tal senso « Comunque sia… entrambi i passaggi sono chiusi. Quello verso le fogne da una grata simile a quella che hai già tanto deliziosamente divelto in cima alle scale, l’altra da una solida porta… apparentemente in metallo. » commentò, per poi provare a bussare con la destra su tale superficie, ottenendo conferma di ciò « … sì, è proprio metallo! »
« Questo potrebbe essere un problema. » osservò Duva, voltandosi appena in direzione dell’amica alle sue spalle e verificando quanto, nelle dimensioni particolarmente ridotte di quel corridoio, non vi potesse essere alcuna occasione per lei di riuscire ad avanzare e ad avanzare superando lei, superando Lys’sh e arrivando, in ciò, sino alla porta.
« Già. » confermò Midda, comprendendo il senso delle parole di Duva e condividendolo « Descrivetemela… come è fatta? »
« E’ una porta… » aggrottò la fronte l’altra, poco convinta da quella richiesta.
« E’ rettangolare. » precisò meglio la donna rettile, cercando di soddisfare ancora una volta l’amica « Non vedo né serrature, né chiavistelli. E, in effetti, neppure i cardini… » commentò, riponendo estemporaneamente i due pugnali e percorrendo allora, per maggiore dettaglio, l’intera cornice della porta con le mani, ad assicurarsi di non star perdendo alcun particolare importante in tal senso.
« Confermo. » annuì allora Duva, quasi a correggere la propria forse superficiale, forse troppo precipitosa, valutazione precedente.
« Significa che è si dovrebbe aprire spingendola. E che è stata chiusa dall’interno. » analizzò quindi la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco « Questo suggerirebbe, però, che vi possa essere un’altra uscita da qualunque luogo sia lì dietro nascosto… »
« … o che l’ultima persona ad aver chiuso la porta sia rimasto lì dentro a morire. » suggerì l’altra, con macabra ironia, in quello che avrebbe voluto essere soltanto uno scherzo e che, ciò non di meno, ancora voltandosi verso Midda, ebbe a intuire non stesse venendo considerato propriamente tale dalla medesima, per così come una smorfia sul suo viso non avrebbe potuto mancare di palesare « No. Stai scherzando, vero…?! »
« Chi può dirlo?! » si strinse fra le spalle la prima, non confermando, né escludendo, la cosa « Se si tratta di custodire una reliquia così importante, nulla può essere banalmente escluso a priori… »
« … maledetti fanatici... » commentò quindi Duva, con storcendo le labbra verso il basso e scuotendo appena il capo a condannare chiunque avesse potuto concepire una soluzione simile.
« Idee su come aprirla…?! » questionò tuttavia Lys’sh, tentando di riportare l’attenzione al problema principale « Non possiamo restare qui a campeggiare per il resto della nottata… o quel disgraziato ti morirà addosso. » suggerì, a dimostrare di non essersi dimenticata del quarto, ignaro membro della loro comitiva, il cui cuore batteva sempre più faticosamente nel di lui petto.

Se soltanto fosse stata lei, lì davanti, forse la Campionessa di Kriarya avrebbe potuto provare a sfondare la porta a pugni, laddove, in fondo, non sarebbe stata certamente né la prima, né l’ultima porta, e porta metallica, che il suo destro in lucente metallo cromato avrebbe tanto brutalmente violato. Ma da lì dietro, da una posizione nella quale, a stento, riuscita a distinguere la presenza di Lys’sh davanti a Duva, difficile sarebbe stato pensare di intervenire.

« Forse è il caso di tornare indietro e scambiarci di posizione… » suggerì quindi, ben poco convinta, ella stessa, della fattibilità di un tale proposito, e di un tale proposito che avrebbe visto sprecare molto tempo, più di quanto non avrebbero potuto permettersi di fare.
« … forse no. » escluse tuttavia Duva, piegando appena il capo di lato, e piegandolo in direzione della piccola finestrella fra lei e Lys’sh, e quella piccola finestrella appena sufficiente a permetterle di spingere, al di fuori della medesima, il proprio capo o la loro lanterna, ma non entrambe insieme « Se anche più in basso queste finestrelle continuassero, forse una di noi potrebbe riuscire ad accedere per un diverso percorso all’altra parte della porta, e aprirla dall’interno. »
« Chissà perché, ma credo che tu stia riferendoti a me! » aggrottò appena la fronte Lys’sh, avvicinandosi a sua volta a quel pertugio, per prendere confidenza con il medesimo.
« Nessun umano adulto potrebbe passare da questo buco… » annuì allora l’altra, a conferma del corretto intendimento da parte dell’amica sororale.
« … ergo è una fortuna che io non sia umana. » sospirò la prima, accennando il proprio personale corrispettivo di un sorriso, e di un sorriso tirato a confronto con tutto quello « Comunque sì… potrei tentare. » confermò poi, valutando quello stretto spazio qual comunque sufficiente per lei.
« Credo sia meglio tornare indietro. » insistette tuttavia Midda, reinserendosi nuovamente nella questione in analisi e riportando in auge la propria ipotesi iniziale, e quell’ipotesi allor improvvisamente più accattivante… e certamente più accattivante rispetto alle alternative « Non sappiamo neppure se ci sia effettivamente una finestrella dall’altra parte… né qual genere di pericoli tu potrai mai ritrovarti ad affrontare, e ad affrontare da sola, ammesso ma non concesso che tu non abbia prima a perdere la presa e a misurare in altezza l’effettiva profondità di questo dannato pozzo. » suggerì, dimostrando chiara premura per le sorti della propria amica, e per quelle sorti che non desiderava mettere a rischio con così tanta banalità.

martedì 28 aprile 2020

3260


« Gira che ti gira, alla fine è comunque colpa tua… » sottolineò quindi Lys’sh, all’indirizzo di Duva, non potendo trattenere a sua volta una risatina divertita a confronto con tutto ciò.

Facili ironie e battute a parte, le tre donne continuarono leste sul proprio cammino, ben consapevoli di non avere tempo da perdere laddove, ancora, fosse stata loro intenzione quella di tentare di salvare il poveraccio che, non senza un certo impegno, stavano conducendo seco.
E, ben presto, seguendo l’intuizione della Campionessa di Kriarya, nonché il suo ammirevole senso dell’orientamento, capace di guidarla in quel sotterraneo con assoluta sicurezza per giungere esattamente là dove desiderava, quasi fosse lì sotto stata altre migliaia di volte, ebbero a raggiungere, effettivamente, una nuova rampa di scale, e una nuova, particolare rampa di scale realizzata a spirale attorno al medesimo pozzo, al fine di ridiscendere lungo il medesimo. Una discesa, quella che, ovviamente, non avrebbero mancato di rendere propria, ipoteticamente ostacolata, allora, dalle sbarre metalliche proprie di un cancello, e da quelle sbarre metalliche che, tuttavia, ben poco ebbero a potere in contrasto al braccio destro della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco, sottomettendosi a lei quasi, allorché di solido ferro, fossero allor state di semplice creta, o forse di burro.

« Come avresti fatto un tempo, senza i servomotori della tua protesi ad aiutarti…?! » le domandò incuriosita la giovane donna rettile, constatando l’ennesima riprova del perché, fra tutte le possibilità che pur le erano state offerte prima di fare ritorno al proprio mondo natale, Midda avesse pur voluto mantenere quell’arto così grezzo, o quantomeno tale dal loro punto di vista, un arto concepito soltanto per il lavoro duro, e per alcun altro scopo: non per maneggiare oggetti, non per relazionarsi socialmente, non per un qualunque possibile aspetto proprio di una vita comune… e di una vita comune qual, chiaramente, ella pur non era né abituata n* intenzionata a vivere.
« Mi sarei arrangiata in altro modo. » strizzò l’occhio sinistro verso di lei, per tutta risposta, con fare complice, in una risposta priva di reali certezze e pur, allora, più che accettabile nella propria veridicità nel provenire da parte sua… e da parte di chi, del resto, non avrebbe avuto a dover essere considerata qual nota per la propria arrendevolezza innanzi all’evidenza di un fato avverso.

Dischiusa la via, Midda e le proprie compagne poterono quindi proseguire, seppur or non più affiancate, in quell’incomoda discesa: il passaggio così raggiunto, infatti, avrebbe avuto a dover essere inteso, pressoché, qual un vecchio accesso di servizio, ragione per la quale, oltre a non godere propriamente di un’adeguata illuminazione, a differenza del resto dell’ambiente nel quale si erano mosse sino a quel momento, avrebbe avuto a dover essere inteso anche incredibilmente stretto, fatiscente, per non dire pericolante, nella propria stessa integrità strutturale e, oltremodo, sporco, nell’offrirsi ricolmo della polvere dei secoli, oltre che di ragnatele tanto fitte da apparire simili a veri e propri tendaggi.
In ciò, la prima ad avanzare, in una nuova, e inedita, formazione, non avrebbe mancato di essere Lys’sh, facendosi strada in quel percorso in grazia, innanzitutto, ai propri sensi sovrumani e, in secondo luogo, ai propri pugnali, e a quei pugnali che, con movimenti decisi, venivano calati sulle ragnatele, a dischiudere loro la vita. Alle spalle della giovane donna rettile, quindi, sarebbe succeduta Duva, or armata non tanto della spada, e della spada che in quello stretto spazio avrebbe avuto a doversi riconoscere più un incomodo che un qualche aiuto, quanto e piuttosto di una lampada a olio, e una lampada staccata a forza da una parete prima di avventurarsi in quella discesa, utile a offrire loro, se non una reale visuale sull’ambiente loro circostante, quantomeno quel minimo, indispensabile di luce utile a non brancolare nel buio, e a non rischiare di ammazzarsi su quegli stretti e sdrucciolevoli gradini. Fossero scese in quel budello non di notte, ma di giorno, forse, ad aiutare il loro cammino, avrebbe avuto a offrirsi la luce naturale, e quella luce che, filtrando dalla cima del pozzo, avrebbe potuto anche penetrare in quel cunicolo laterale in grazia a molteplici finestrelle che, nel contempo di quella discesa, non stavano mancando di accompagnarle: purtroppo, però, avendo scelto, in maniera decisamente obbligata, il favore delle tenebre per quella propria azione, l’unica fonte di luce non avrebbe potuto che essere riconosciuta quella così allor seco condotta dalla donna, e dalla donna posta in posizione mediana alle proprie complici. Ultima, in coda al gruppo, avrebbe alfine chiuso il corteo la stessa Midda Bontor, la quale, tornata a farsi carico esclusivo del proprio avversario moribondo, avrebbe dovuto prestare il doppio dell’attenzione rispetto alle compagne al fine di non perdere l’equilibrio in quella discesa, tanto per non rovinare al suolo insieme al proprio già acciaccato passeggero, quanto per non travolgere, nella caduta, le proprie amiche, le proprie compagne, la proprie sorelle d’arme.

« Hai idea di quanto avremo ancora da scendere, Lys’sh?! » domandò quindi Duva, cercando di individuare il termine di quel loro percorso e, ciò non di meno, non potendo avere alcuna speranza in tal senso, laddove, al di là della scarsa illuminazione, la conformazione circolare di quelle scale non avrebbe permesso in alcuna maniera di presumerne l’estensione totale « Non per qualcosa… ma non so quanto olio possa esserci in questa lampada, e sarebbe quantomeno sgradevole ritrovarsi completamente al buio infilate in questo buco! »
« Riesco a percepire lo scorrere dell’acqua e l’odore di… beh… della fogna. » replicò la donna rettile, lasciandosi guidare, al solito, dai propri sensi « Sembrano particolarmente vicini… anche se l’eco delle nostre voci, dal pozzo, mi fa ipotizzare che potremo scendere ancora di almeno sessantina di piedi, prima di arrivare al fondo. »
« Sessanta piedi…?! » esitò l’altra, sgranando gli occhi « Diamine… certo che hanno scavato in profondità questi y’shalfichi! »

Midda tacque a confronto con quella conversazione, anche se, in effetti, quella stima le appariva quantomeno bizzarra, nel considerare quanto, in effetti, per la distanza che già avevano percorso nella propria discesa, avrebbe avuto ad attendersi di essere già posta a confronto con le fogne della città.
Per quanto, infatti, progredita avrebbe potuto essere considerata l’architettura urbanistica di Y’Shalf rispetto a Kofreya, proprio in conseguenza alla creazione di un sì capillare sistema fognario sotto la città, improponibile avrebbe avuto a essere ipotizzata la realizzazione dello stesso a oltre un centinaio di piedi sottoterra, a meno di non avere a sfruttare qualche cavità esistente già in precedenza. Ma laddove gli sbocchi delle fogne, ella ne era consapevole, avevano a ritornare poi in superficie, all’esterno della cinta muraria cittadina, non soltanto improbabile, ma anche contraria alle leggi stesse della fisica sarebbe stata una tale profondità per le medesime fogne. Fogne che, per quanto ella avrebbe potuto valutare, avrebbero ormai già dovuto incontrare…
E se Midda tacque a confronto con quella conversazione, tenendo per sé quelle proprie considerazioni in apparente contrasto con la pur intrinsecamente controversa valutazione appena offerta da Lys’sh, la scala che stavano percorrendo ebbe, improvvisamente, a offrire un inatteso bivio, e un bivio che, se da un lato, non avrebbe mancato di proseguire, effettivamente, in direzione delle fogne, e delle fogne così obiettivamente già raggiunte, dall’altro avrebbe avuto a ridiscendere ancora più in basso, seguendo il percorso del pozzo lì tutt’altro che terminato.

« E questa…?! » commentò Lys’sh, aggrottando la fronte con evidente sorpresa, laddove, francamente, non aveva avuto occasione di ben percepire quella particolare conformazione, anche per le troppe, e contrastanti, informazioni offertele dai suoi sensi « Siamo a un bivio… »

lunedì 27 aprile 2020

3259


La planimetria del tempio si rivelò, almeno all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, decisamente più classica rispetto a quanto ella non avrebbe mai potuto ipotizzare avesse a poter essere.
Sebbene l’area riservata ai sacerdoti, esterna al santuario nel senso stretto del termine, e pur inclusa nella complessità architettonica dell’edificio, altro non avesse a dover essere identificata se non qual una sorta di intercapedine allargata fra la zona di preghiera, e di preparazione alla preghiera, riservata ai pellegrini uomini, e la zona di preghiera, e di preparazione alla preghiera, riservata alle pellegrine donne loro accompagnatrici, giacché ovviamente mai una donna si sarebbe potuta altrimenti presentare di propria libera iniziativa in un luogo come quello, né, fondamentalmente, in qualunque altro luogo; per così come giustamente ipotizzato nel pomeriggio l’area riservata, altresì, a ogni possibile scopo di servizio, fossero le cucine, così come vari depositi e cantine, si estendeva, al di sotto del livello del suolo, per un’ampiezza decisamente più importante, e importante quanto sufficiente, per lo meno, a coprire buona parte dell’intera estensione dell’edificio stesso.
Dal corridoio centrale lungo il quale si erano avventurate, quindi, le donne ebbero alfine a giungere, effettivamente, a un bivio, e a un bivio volto a salire o a scendere. E se loro interesse avrebbe avuto a dover essere inteso quello proprio dello scendere, facile sarebbe stato presumere quanto, salendo, avrebbero avuto ad avventurarsi, piuttosto, in quelle che avrebbero avuto a doversi censire quali le stanze personali dei vari sacerdoti, i loro appartamenti, là dove, molto probabilmente, le rispettive famiglie nel stavano aspettando il ritorno, ignare di quanto, altresì, stesse accadendo, e fosse, in effetti, già accaduto, sotto ai loro piedi. Ignorando quindi più che volentieri la strada a salire, e quell’amplia e riccamente decorata scalinata che avrebbe imposto sicuramente loro soltanto nuovi problemi; le tre donne furono ben liete di avventurarsi al livello inferiore, e a un livello nel quale la complessità di quella struttura ebbe necessariamente a crescere, se non nella volontà di confondere eventuali e inattesi visitatori, certamente nella volontà di sfruttare al massimo quel seminterrato, ricavando in esso il più amplio numero di spazi possibili per ogni esigenza.
Inconsapevoli della direzione da intraprendere, anche in virtù della più quieta e completa ignoranza nel merito di ove avere a voler dirigere, effettivamente, i propri passi, le tre donne avrebbero potuto quindi smarrirsi lì sotto, iniziando a peregrinare senza una meta precisa all’interno di quell’involontario dedalo di corridoi e stanze. Ma, più per intuizione che per una qualche, effettiva, consapevolezza a tal riguardo, Midda Bontor non volle dimostrare esitazioni, facendo propria una direzione ben precisa e, in quel verso, avendo a guidare anche le proprie amiche, sempre accanto a lei, sempre intente, a momenti alterni, ad aiutarla a reggere il proprio ingombrante, e morente, fardello.
Una sicurezza evidente, quella della quale la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco si fece interprete, che non passò inosservata alle sue amiche, le quali, ineluttabilmente, non poterono mancare di sollevare domande a tal riguardo, non animate da un qualche spirito di obiezione nel merito delle sue scelte, quanto e piuttosto da una quieta volontà di comprensione nel merito di quale arcano potesse star loro sfuggendo in quel frangente…

« Devi dirci qualcosa…?! » l’apostrofò quindi Lys’sh, piegando appena il capo di lato.
« Riguardo a…? » domandò per tutta risposta la Figlia di Marr’Mahew, non comprendendo a cosa la propria amica sororale potesse star riferendosi in tutto ciò.
« Riguardo al fatto che, improvvisamente, sembri sapere alla perfezione dove andare… » sottolineò Duva, condividendo l’interrogativo proprio dell’altra e proponendosi più che curiosa per una qualche risposta a tal riguardo « … cioè, noi eravamo rimaste al fatto che avevi avuto indicazioni ben poco definite nel merito di una possibile presenza della spada qui sotto: non che ti fossi imparata una mappa a memoria e che, improvvisamente, tu sappia perfettamente in che direzione muoverti. » puntualizzò, sorridendo ironica a margine di tutto ciò.
« Cosa ci siamo perse…? » insistette quindi la prima, annuendo a serena conferma del dubbio meglio argomentato da quell’ultima.
« Ah… niente, niente! » scosse per tutta replica l’interrogata, pur non frenando il proprio incedere, e quell’incedere indubbiamente deciso in una direzione apparentemente nota « E’ che, per ora, la struttura interna di questo luogo si sta rivelando abbastanza classica… e, in questo, procedendo in questa direzione, mi attendo di giungere sino al pozzo del cuore del tempio. »

In effetti, durante la propria esplorazione pomeridiana del luogo, seppur non sviluppatasi, né tantomeno conclusasi, per così come ella avrebbe potuto preferire accadesse, Duva aveva avuto occasione di cogliere, nella confusione propria dell’interno del delubro, quello che avrebbe avuto a poter essere ipotizzato come un pozzo, per quanto, obiettivamente, non avrebbe avuto alcun senso a essere lì presente. Non, quantomeno, dal proprio personale punto di vista.
Dal punto di vista della propria amica, tuttavia, quel pozzo sembrava aversi a dover intendere quanto la banalità più ovvia del mondo, al punto tale che, obiettivamente, tanto in Duva, quanto in Lys’sh, non poté mancare il dubbio che ogni tempio fosse dotato di un pozzo nel proprio punto più sacro…

« … scusa. » esitò quindi Duva, aggrottando appena la fronte « Vorresti spiegarci questa cosa del pozzo?! »
« Molti templi, soprattutto fra i più antichi, presentano al proprio centro un pozzo, generalmente collegato direttamente con qualche recondita stanza sotterranea… » esplicitò la donna guerriero, a favorire la comprensione da parte delle proprie amiche « A seconda del tempio, tale pozzo può assumere diverse funzioni: nel cuore della palude di Grykoo, per esempio, era un vero e proprio scarico per i resti dei sacrifici umani che lì erano compiuti… e, molti anni fa, me ne servii, più inconsapevolmente che per un qualche piano premeditato a tal riguardo, per riuscire ad accedere al tempio. » rievocò, riportando la mente a un’epoca così lontana nel tempo da sembrar quasi volersi riferire a un’altra donna, e a una donna che, forse e ormai, ben poco avrebbe avuto ancora ad assomigliarle, fisicamente e psicologicamente « Quando oggi siamo venute in avanscoperta, nel mentre in cui tu eri impegnata con il sacerdote, non ho potuto fare a meno di cogliere, al centro esatto anche di questo tempio, la presenza di un pozzo, e di un pozzo in diretta perpendicolare con il lucernario al centro della cupola, utile a permettere alla luce naturale di avere a permeare l’interno del santuario nell’arco di tutta la giornata: il pozzo, in ciò, nasce probabilmente per poter scaricare l’acqua piovana, nei giorni di brutto tempo, direttamente nelle fogne. »
« Ancora con queste fogne! » protestò allora l’altra, sgranando gli occhi « E’ lì che ci stai portando?! E’ proprio una fissa da parte tua! »
« Non mi interessano le fogne in senso stretto… » ridacchiò per tutta replica Midda, arricciando l’angolo destro delle labbra in una smorfia divertita « … tuttavia, se esiste un qualche sotterrano dimenticato al di sotto di questo templio, sicuramente sarà stato realizzato al di sotto del livello stesso delle fogne. E, in questo, giungere a quel pozzo potrà darci la possibilità di guadagnare più rapidamente spazio verso il nostro obiettivo finale! »
« E perché invece di complicarci così tanto la vita non siamo passate direttamente dalle fogne?! Se tanto lì dobbiamo finire… » replicò dubbiosa Duva, ancora poco convinta da quelle parole « Avremmo potuto evitare tutta la sceneggiata di questa mattina e tutto quello che ne è derivato… »
« Perché prima di questa mattina non avevo la benché minima idea che vi fosse un pozzo al centro del tempio! » sospirò Midda, scuotendo appena il capo « Proprio a raccogliere questo genere di informazioni, ti ricordo, era stata pensata tutta la sceneggiata di questa mattina… sceneggiata che si è decisamente complicata nel momento in cui qualcuna, di cui non faccio nomi, ha deciso di imporsi qual nuova eroina di Gau’Rol innanzi all’attenzione di tutti i suoi sacerdoti! »

domenica 26 aprile 2020

3258


« Parli tu…? » esclamò la voce di Midda, sopraggiungendo in lontananza alle loro spalle « E io cosa dovrei dire, allora?! » soggiunse, evidenziando quanto, anche dal proprio punto di vista, ella non avrebbe certamente avuto a doversi fraintendere degna di ragioni di fierezza per il proprio comportamento.

Fu così che, voltandosi verso di lei, Duva e Lys’sh si resero immediatamente conto di quanto stesse lì accadendo e di quanto la loro amica si stesse così impegnando al fine di condurre seco il corpo ferito del sacerdote da lei aggredito, non senza, in tal senso, dimostrare evidente impaccio nei propri movimenti.
Un impaccio nel merito del quale ella avrebbe avuto a doversi intendere certamente consapevole, e a riguardo del quale, pur, Lys’sh non volle mancare di sollevare un obbligato interrogativo, nell’ovvio intento di volgere in commedia la tragica drammaticità propria di tutto ciò…

« Ehm… » esitò quindi la giovane donna rettile « … lo sai, vero, che ti è rimasto qualcosa sulla schiena?! » domandò, aggrottando appena la fronte e indicando con un movimento incerto dell’indice destro la presenza di un ingombro a suo discapito « Così… per dire. »
« Lo so. » annuì la Figlia di Marr’Mahew, accennando appena un sorriso, a dimostrare quanto la situazione avesse a doversi riconoscere completamente sotto controllo da parte sua « Con un arto mutilato, e senza un qualche genere di aiuto medico, questo poveraccio sarebbe morto prima dell’alba… » puntualizzò poi, a giustificare il senso di tutto ciò.
« Ah… beh… » intervenne allora Duva, non particolarmente convinta da simile argomentazione « In questo modo, invece, la sua aspettativa di vita è radicalmente mutata! » osservò, inarcando un sopracciglio e incrociando le braccia al petto « So che non è il massimo per te, soprattutto da dopo tutta la faccenda con Anmel Mal Toise… ma io temo che questo disgraziato sia comunque già spacciato. » soggiunse poi, scuotendo appena il capo, a voler imporre all’amica un po’ di sano realismo « Forse la cosa più misericordiosa che potremmo fare, sarebbe quella di porre immediatamente fine alla sua vita. » suggerì quindi, senza particolare entusiasmo, senza gioia in tal senso, e pur a completare l’opera così più o meno volontariamente iniziata da parte della propria amica.
« In qualunque altro momento ti potrei anche dare ragione… ma non oggi, non ora. » negò tuttavia Midda, escludendo quella possibilità e non escludendola per mero partito preso, quanto e piuttosto in grazia a una ben chiara, intima idea a tal riguardo « Siamo qui per conquistare la spada di Kila, dopotutto. La spada della misericordia! » ricordò alle proprie amiche « Portiamo a termine la nostra missione, allora… e con quell’arma saremo in grado di salvargli la vita! »

Un proposito al contempo nobile e folle, quello che la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco stava così suggerendo alle amiche, a confronto con il quale più che sensato, più che razionale, sarebbe allor stato reagire con un certo scetticismo, tale da richiederle di ritornare con i piedi per terra e comprendere quanto, anche nell’eventualità di non voler direttamente abortire quella missione, dimenticando la spada di Kila e cercando di far ritorno a casa, fino a quando ancora tale possibilità sarebbe stata loro concesso, improbabile sarebbe comunque stato supporre di riuscire a completare la propria impresa in così breve tempo, qual il tempo che, allora, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual ancor ipotizzabile per quel disgraziato mutilato anche nella più benevola delle possibilità.
Insomma: comunque si volesse rigirare la questione, per Duva e Lys’sh, in quel momento, la cosa più sensata da fare sarebbe stata quella di insistere nel riguardi dell’inutilità di tale sforzo, per convincere l’amica a lasciar perdere l’assurdità propria del proposito che, in tal maniera, aveva eletto qual proprio, a tentare di rimediare all’errore compiuto, a non voler riconoscere anche il sangue di quell’uomo sulla propria coscienza, e sulla coscienza propria di colei che, se soltanto si fosse arresa all’ineluttabilità di quella morte, si sarebbe egualmente arresa anche all’ineluttabilità del proprio destino qual Oscura Mietitrice.
Ma entrambe le donne, entrambe le amiche della Figlia di Marr’Mahew, ben sapevano quanto, nel proprio ruolo, per l’appunto, di amiche, la ragionevolezza non avrebbe avuto a poter necessariamente vantare la qualifica di valore, non nel confronto con la necessità, in determinati momenti, in determinate situazioni, di cedere, all’occorrenza, anche all’irragionevolezza, all’insensatezza, alla più completa mancanza di saviezza, per dimostrare d’esser altresì pronte a compiere anche l’impossibile al fianco della propria compagna e sorella. E per così come, entrambe, tempo prima, avevano deciso di abbandonare le proprie vite, per così come erano da sempre state vissute nell’infinità siderale, per cercare un futuro più scomodo, più pericoloso e, sicuramente, più assurdo accanto a lei, entro i confini del di lei mondo natale, e di quello che, ormai, anche per loro avrebbe avuto a dover essere inteso qual il solo mondo esistente; ancora una volta, animate da quel medesimo senso di amicizia, di affetto, di fiducia e di lealtà, entrambe non vollero lì ergersi al ruolo di alfieri di una qualsivoglia assennatezza, riconoscendo quanto, in quel particolare frangente, ciò di cui ella avrebbe avuto bisogno non sarebbe stato qualcuno alzasse una mano a bloccarla dicendole “Lascia stare, è inutile”, quanto e piuttosto qualcuno che le tendesse una mano ad aiutarla, a sostenerla, con la promessa del “Insieme ce la faremo”.
E così fu…
Così fu nel vedere, senza ulteriore esitazione, senza ulteriore necessità di replica, tanto Lys’sh, quanto Duva, muoversi rapidamente ad affiancare l’amica e a rendere proprio il carico che ella, sino a quel momento, aveva condotto da sola. Un carico che, così spartito fra tutte e tre, non poté obiettivamente che diventare molto più leggero, non soltanto a livello fisico ma, ancor più, a livello psicologico.

« Dobbiamo fare alla svelta. » suggerì quindi Lys’sh, con quello che, sul suo volto, avrebbe avuto a dover essere inteso un sorriso anche laddove l’assenza di labbra avrebbe reso tale espressione decisamente meno immediata, almeno a confronto con uno sguardo estraneo « A questo poveraccio resterà sì e uno un’ora di vita… »
« Un’ora?! » fece spallucce Duva, a titolo di replica « Boff… » banalizzò ulteriormente, aggrottando la fronte « In un’ora, ai vecchi tempi, avremmo fatto in tempo a radere al suolo questo intero posto e a ritornare a casa… » commentò, non mancando ovviamente di grottesca esagerazione a titolo di ironia.
« Ai vecchi tempi avremmo avuto delle granate al plasma, e una navetta d’appoggio qui fuori… » ridacchiò Midda, scuotendo appena il capo « Cerchiamo di non esagerare e accontentiamoci di riuscire ad arrivare alla spada di Kila, ovunque possa essere nascosta. » soggiunse poi, ammiccando in direzione dell’amica sororale, non a sminuire il senso del suo incitamento, quanto e piuttosto a meglio contestualizzarlo nel loro attuale presente.

Poi, ancor prima di proseguire, ella sembrò ricordarsi dello scandalo che aveva dato origine al tutto e, lesta, ebbe a voltarsi verso Lys’sh, per tentare di verificare la sua attuale condizione.
Una premura, quella da lei dimostrata, che non passò inosservata all’attenzione della mercenaria, e che, altresì, la vide sporgere in avanti il braccio ferito, a rassicurare l’amica nel merito delle proprie attuali condizioni: un taglio, il suo, fortunatamente non profondo, che, allora, non avrebbe potuto mancare di apparire ben peggiore di quanto non fosse, nell’ampia macchia di sangue lì attorno creatasi sulla stoffa della manica della camiciola, ma che, in effetti, aveva persino già smesso di sanguinare, e che, con un minimo di cure, si sarebbe rimarginato senza particolare complicazioni in pochi giorni.

« Sto bene… » sottolineò con un nuovo sorriso, o quanto per lei tale, ad acquietare l’animo dell’amica « E’ poco più di un taglietto: prima ho gridato più per la sorpresa che, effettivamente, per il dolore… tranquilla. »

sabato 25 aprile 2020

3257


Difficilmente Midda avrebbe potuto dirsi più arrabbiata con se stessa di quanto non avesse a doversi intendere in quel momento. Aveva trascorso settimane, mesi addirittura, non soltanto a trattenersi, ma, addirittura, a cercare di rieducarsi, e di rieducarsi a uno stile di vita diverso dal proprio e, dopo tanto impegno, alla prima occasione utile per porsi realmente alla prova, ella aveva ceduto praticamente a tempo zero, ritornando a una violenza forse peggiore di quanto non le sarebbe potuta mai essere propria un tempo.
Come era potuto accadere…? Cosa diamine era successo…?!
Lys’sh era stata ferita. Vero. Ma nulla di grave. Nulla di sì grave da giustificare una reazione simile. In fondo, quelle avrebbero avuto a dover essere intese quietamente quali le regole del gioco: erano guerriere, erano combattenti, erano avventuriere e, in quanto tali, essere ferite avrebbe avuto a dover essere intesa qual un’eventualità a dir poco comune, naturale quasi quanto il semplice svegliarsi al mattino.
E allora perché reagire in maniera tanto brutale…?
Ma, soprattutto, perché provarne anche uno sfrenato, intimo piacere, quasi finalmente fosse stata libera di muoversi dopo tanto, troppo tempo di prigionia, di cattività…?!

“Sei una stupida, vecchia mia…” si rimproverò aspramente, e, a modo suo, anche amaramente, storcendo le labbra verso il basso con aria di palese disprezzo a proprio discapito, nel mentre in cui osservò le proprie amiche iniziare a rincorrere i fuggitivi, ancora con la propria destra levata innanzi a sé, e grondante del sangue del proprio antagonista “… sei proprio una stupida.”

Midda era consapevole che levarsi dalla guerra non avrebbe potuto significare, necessariamente, levare la guerra da lei. E dopo una vita intera trascorsa a combattere e uccidere, di certo ella non avrebbe potuto tramutarsi in una sorta di benevola divinità della misericordia per pura, semplice e razionale volontà a tal riguardo. Anzi…
Ciò non di meno sperava di essere in grado di sapersi contenere in misura maggiore rispetto a quanto non si fosse dimostrata capace di compiere in quel frangente. In misura maggiore quanto sufficiente, per lo meno, da non rischiare di aggiungere l’ennesima vittima alla già lunga, lunghissima lista di omicidi compiuti nel corso della propria vita.
Eppure quel disgraziato ora era lì a terra, svenuto e sanguinante, condannato, in assenza di qualche pronta guarigione, a morire. E ciò, ovviamente, innegabilmente, inappellabilmente, sarebbe stata soltanto colpa sua. E di quella propria intima indole in favore della Distruzione. Quell’indole su cui la regina Anmel Mal Toise aveva voluto scommettere tutto, nel riconoscerla, nell’identificarla, nell’accettarla, alla fine, quale propria erede.

« Dannazione! » ringhiò la donna, guardandosi attorno e cercando qualcosa per cercare di rallentare l’apparente inesorabilità del fato di quell’uomo, e di quell’uomo da lei così brutalmente mutilato a mani nude.

Purtroppo ella non aveva la benché minima confidenza con quell’ambiente, e cercare di maturarla, in quel frangente, non sarebbe stato propriamente fattibile. Così, storcendo nuovamente le labbra e sperando di non ritrovarsi a perdere i pantaloni, ella di slacciò rapidamente la cintura, e iniziò a girarla più e più volte attorno al mozzicone di braccio rimasto al proprio antagonista, stringendola fermamente per avere lì a tentare di contenere la perdita di sangue e di posticipare, quanto più possibile, quella condanna a morte su di lui già, impropriamente, imposta.

« Non so come ti chiami, mio caro… ma cerca di non morirmi ora fra le braccia. » sancì, pregando in cuor suo per un qualche riscatto in favore della vita di quel sacerdote e, soprattutto, in favore della propria anima, e di quell’anima che non sembrava riuscire a rivolgersi in favore della Creazione, per così come pur, in quanto Portatrice di Luce, avrebbe potuto anche essere sua prerogativa compiere « E’ una mossa disperata e me ne rendo conto… ma non credo che tu abbia migliori alternative in questo momento… o, semplicemente, alternative! » soggiunse poi, a giustificare, forse più a se stessa che a lui, ancor, del resto, lì totalmente privo di sensi, la ragione di quanto allora avrebbe compiuto, e di quanto lì compì, nel sollevare da terra il proprio antagonista e nel caricarselo in spalla, decisa a tentare il possibile e anche l’impossibile per rimediare a quanto appena compiuto.

E per quanto il carico rappresentato da quel corpo non fosse nulla di piacevole, ella non desistette nel proprio intento e, anzi, cercando la postura migliore, riprese a camminare, e a camminare sulle orme delle proprie amiche, decisa a raggiungerle e a raggiungerle con quel peso morto, per allor ancora metaforicamente parlando, ma presto in senso decisamente più letterario, sulle spalle.
Quanto ella aveva in mente, se ne rendeva perfettamente conto, avrebbe avuto a doversi intendere un’azione a dir poco espressiva di tutta la propria più trasparente disperazione nel confronto con quanto compiuto e nel confronto con il palese significato di quanto compiuto. Ciò non di meno, ella non desiderava ancora arrendersi, non desiderava ancora ignorare l’esistenza di una pur fugace opportunità di salvezza per lui, e di riscatto per lei… e un’opportunità che, se soltanto le informazioni giuntele per mezzo di lord Brote non si fossero dimostrate erronee, avrebbe avuto a doversi intendere celata sotto a quello stesso templio, nelle profondità di un qualche sotterraneo perduto, di una cripta dimenticata dal tempo stesso, e una cripta all’interno della quale, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere custodita l’antica spada di Kila… e quella spada capace di donare la vita allorché la morte per così come qualunque altra lama sarebbe stata soltanto capace di negare la vita.

« Speriamo solo che non ci sia troppo da correre o da saltare… » commentò ella, fra sé e sé, nel riconoscere la propria obiettiva difficoltà di movimento in conseguenza al pesante ingombro del proprio inatteso carico « … in questo momento sarebbe quantomeno difficoltoso. »

Nel contempo di ciò, non senza un certo impegno nella rincorsa, Duva e Lys’sh erano riuscite a riconquistare il terreno perduto nei confronti dei fuggiaschi e, complice l’ormai irrazionale, e pur più che comprensibile, desiderio da parte degli stessi rivolto solamente all’evasione da qualunque orrore stesse lì accadendo, erano state in grado di concludere rapidamente il confronto, spingendo nel mondo dei sogni anche gli ultimi ancora coscienti fra quei sacerdoti o, quantomeno, sperando di aver realmente riportato successo in tal senso e di non essersi perdute qualcuno di loro strada facendo e qualcuno che, purtroppo, non avrebbe allor mancato di rappresentare per tutte loro uno spiacevole impiccio nel momento in cui, alla fine, quella temuta campana d’allarme si fosse messa a suonare. Per il momento, e per quanto erano state in grado di contare, comunque, tutti coloro dei quali entrambe avevano avuto qualche ragione di coscienza sembravano essere lì presenti all’appello, in termini tali per cui, dopo aver lasciato ricadere anche l’ultimo fra gli stessi al suolo, con un bel bernoccolo alla base della nuca, Duva non poté negarsi un profondo sospiro di sollievo, anche utile a riprendere fiato a margine di tutto ciò…

« Ce l’abbiamo fatta…?! » cercò rassicurazione in Lys’sh, a tal proposito.
« Forse… » parve osservarsi attorno l’amica, sondando l’ambiente, in verità, non tanto con la propria vista, quanto e piuttosto con il proprio udito, a cercare di cogliere evidenza di ulteriori fuggiaschi che potessero essere evasi alla loro azione « … non mi pare di cogliere nessun altro movimento. »
« Accidenti! » sospirò di nuovo, rifoderando la propria spada e osservandosi a sua volta attorno, non tanto alla ricerca di nuove, e inedite figure, quanto e piuttosto a ricontrollare tutti i corpi privi di sensi che avevano lì sparso a terra, lungo quel corridoio « Forse avrei dovuto controllarmi un po’ di più… così ci saremmo risparmiati tutto questo. » commentò, non negando la propria partecipazione di colpa a quel macello, e a quel macello al quale, allor, erano state originariamente costrette a causa della sua incapacità a tollerare le stolide argomentazioni patriarcali di Zaki-Rahi.

venerdì 24 aprile 2020

3256


Inutile a ribadirsi, alla giovane donna rettile non sarebbe potuto interessare di meno nel merito del giudizio di quegli uomini. Anzi.
Da un certo punto di vista, forse e addirittura, la mancanza di apprezzamento propria di quei sacerdoti y’shalfichi non avrebbe avuto a doversi fraintendere sì negativa quanto, piuttosto, le reazioni di discriminazione razziale alle quali, in passato, si era ritrovata a essere sottoposta da ben altre fonti. Là dove, infatti, in quel mondo l’ignoranza propria della popolazione autoctona avrebbe potuto essere quietamente giustificata nel confronto con la palese evidenza di quanto inedita avrebbe avuto a dover essere giudicata la sua figura, e una figura lì altresì accomunata, per l’appunto, all’idea di un sanguinario mostro omicida; altrove, e in quei mondi in cui, al contrario, la consapevolezza dell’esistenza di vere e proprie civiltà non umane non avrebbe avuto a doversi intendere nulla di sorprendente, decisamente più grave, indubbiamente più ingiustificabile, avrebbe avuto ad accusarsi l’antagonistica ostilità della quale sovente si era ritrovata oggetto per il semplice fatto di esser quello che era: una giovane donna ofidiana e, peggio che mai, neppur di sangue puro, in quanto una pur minima parte del suo corredo genetico avrebbe avuto a doversi intendere umano. Chimera per gli uni, per così come erano sempre stati soliti definire gli umani tutte le specie non umane, mezzosangue per gli altri, per così come venivano pregiudicati gli incroci ibridi fra specie diverse, Har-Lys’sha era stata costretta ad affrontare il pregiudizio delle persone fin dalla più tenera età. Ragione per la quale, allora, ben misero valore avrebbero potuto riservarsi gli insulti così a lei rivolti da parte di quegli stolidi ignoranti… definibili ignoranti, nel dettaglio, non in virtù di qualche facile volontà d’insulto, quanto e piuttosto in virtù della loro obbligata ignoranza nel merito dell’esistenza, nella vastità infinita del Creato, di una realtà molto più complessa rispetto a quanto mai avrebbero potuto immaginare: e una realtà nella quale, quindi, anche quel “mostro” non avrebbe avuto, in effetti, a doversi intendere nulla di più, né nulla di meno, rispetto a qualunque altra donna umana o non.
Poi, per carità: nel considerare quanto male da parte di quei sacerdoti y’shalfichi, una donna avrebbe avuto a dover essere intesa anche e semplicemente in quanto donna… ogni possibile elucubrazione nel merito di tutto ciò, purtroppo, avrebbe avuto a dover essere considerata alla stregua del ridicolo!

« Ti sembra che io me la stia prendendo…?! » commentò quindi per tutta replica la giovane donna rettile, stringendosi appena fra le spalle, in quello che avrebbe avuto a potersi intendere qual un semplice gesto di minimizzazione nel merito del discorso in corso, e che pur, con squisita scelta di tempi, ebbe a servirle, anche, ad accompagnare l’ennesima evasione dall’aggressione dell’ennesimo antagonista, il fendente del quale, in conseguenza a quel gesto e a una lieve torsione del di lei busto, ebbe a piombare su vuoto che ella lasciò in luogo alle proprie sinuose forme, solo per poi andare a colpire, con l’elsa di uno dei propri pugnali, il polso avversario, costringendolo ad abbandonare la presa sulla propria lama e a farla precipitare al suolo con un gridolino di dolore « In effetti, non mi potrebbe interessare di meno del loro giudizio. Ma anche se così non fosse, mi è stato detto molto di peggio, in passato… » puntualizzò, ammiccando verso Midda un istante prima di guidare l’elsa dell’altro proprio pugnale a impattarsi dietro il collo dell’antagonista, così stolidamente sbilanciatosi in avanti, per porre pietosamente fine al suo dolore, e a quel dolore che non mancò di essere obnubilato nelle tenebre dell’incoscienza nelle quali così precipitò.
« Sei sempre troppo serafica, mia cara! » protestò tuttavia Duva, intromettendosi nel discorso « Possibile che nulla ti scalfisca…?! »

La domanda così rivolta alla giovane donna rettile, purtroppo, manifestò un nuovo, or spiacevole, tempismo da parte dei loro antagonisti, e di un nuovo antagonista, appena sbucato, in quel preciso istante, dalla stanza alla loro destra, da dietro la porta chiusa, il quale, non mancando di intervenire in supporto dei propri compagni, si avventò sulla prima figura che ebbe a distinguere innanzi al proprio cammino, e alla figura, allora, della stessa Lys’sh. E se pur, con un nuovo, rapido volteggio ella riuscì a sottrarsi, miracolosamente, agli effetti più negativi di quell’affondo, il filo perfetto di quei pugnali ondulati non mancò di accarezzarle una spalla, la mancina, lì aprendole un tanto inatteso, quanto doloroso, taglio, che costringe la giovane a un gemito di dolore.
Prima che, tuttavia, Lys’sh potesse anche soltanto ipotizzare una qualunque replica a discapito dell’antagonista, Midda intervenne in scena e, chiaramente preoccupata, per non dire alterata, alla vista del sangue dell’amica, afferrò il braccio armato del sacerdote con il proprio destro e, senza battere ciglio, serrò le dita a pugno. Un gesto apparentemente banale e che pur, così, vide imprimere sulle carni e sulle ossa di quel malcapitato pressione sufficiente  ad abbattere un muro, in grazia ai potenti servomotori celati all’interno di quell’arto meccanico e alimentati dall’energia propria di un nucleo all’idrargirio, secondo tecniche… anzi, tecnologie addirittura inimmaginabili in quel mondo. E un gesto che, nella propria apparente banalità, si manifestò quindi a dir poco devastante per quel disgraziato, il quale si vide, letteralmente, strizzare il braccio fino all’osso e, ancor più, al midollo, ritrovando macerati tessuti, pelle, membra e, appunto, persino il medesimo osso in quella stretta, al punto tale che, in uno straziante grido di dolore e, ancor più, di orrore, egli assistette alla caduta al suolo del proprio stesso arto, e di quell’arto, in maniera tanto violenta, tanto brutale, reciso dal resto del suo corpo.

« Giù le mani dalla mia amica… » ringhiò quindi la Figlia di Marr’Mahew, giustificando la propria reazione qual palese risposta alla violenza da lui imposta a discapito di Lys’sh, e di quella violenza che, in tal maniera, gli era stata restituita cento… forse mille volte tanto, e che, per il trauma di quanto accaduto, lo vide necessariamente piombare a sua volta al suolo, non distante dai resti del proprio braccio staccato, privo di sensi, privo di ogni ulteriore coscienza nel merito di quanto sarebbe quindi potuto accadere.
« Midda! » protestò Lys’sh, preoccupata da quell’impeto di collera da parte della propria sorellona, e di quell’impeto di collera del quale, oltretutto, non avrebbe potuto ovviare a considerarsi responsabile, e a considerarsi spiacevolmente responsabile in conseguenza alla ferita che, purtroppo, aveva appena scioccamente subito « Calmati, ti prego… è solo un taglietto! »

Quanto occorso era stato così subitaneo che, all’attenzione di tutti gli altri presenti in quel corridoio, e di tutti coloro che, ancora, avrebbero potuto vantare una qualche consapevolezza di sé e del mondo circostante, fu necessario un istante di troppo per riuscire anche e soltanto ad acquisire coscienza di quell’ultima, raccapricciante evoluzione, e quell’evoluzione che, all’interno del pugno metallico della donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, stava lì ancor palesando brandelli insanguinati di stoffa, carne e ossa di quello che, solo un attimo prima, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un braccio.
Ma quando, alfine, i sacerdoti ancora intenti a combatterle compresero l’accaduto, e compresero come quella donna avesse appena mutilato, a mani nude, uno di loro, ogni precedente baldanza non poté che essere abbandonata in favore della ricerca di una precipitosa occasione di fuga, e di fuga lontano da colei che, senza troppe possibilità di fraintendimento, sembrava desiderosa di promettere loro un fato di morte…

« Dannazione… » sospirò Duva, nel ritrovarsi travolta dalla carica degli antagonisti, così desiderosi di allontanarsi da Midda da non riuscire neppure a rivolgerle una qualche ulteriore attenzione, e spingendola bruscamente da parte, semplice intralcio sulla loro via di fuga, e di fuga ad allontanarsi da quella terribile minaccia mortale.
« Ecco… ora stanno scappando! » sbuffò Lys’sh, levando gli occhi al cielo e non potendo neppure avere a dedicare attenzione alla ferita appena riportata, nella necessità, al pari di Duva, di rincorrere quella mezza dozzina di disgraziati, prima che potessero darsi alla macchia e, peggio, prima che potessero allor decidere di suonare l’allarme.

giovedì 23 aprile 2020

3255


Ovviamente, però, quei quattro sacerdoti avrebbero avuto a dover essere riconosciuti soltanto qual un’avanguardia, una prima carica di un gruppo più vasto.
Un’avanguardia che si vide, pertanto, rapidamente raggiunta e rinforzata, nelle proprie fila, da un secondo contingente di uomini armati, e un secondo contingente che, ancora una volta, ebbe lì a precipitare innanzi a loro, emergendo dalle due porte sulla mancina, pronti a offrire battaglia a quelle blasfeme intruse straniere…

« Aumentano! » osservò Duva, forse eccessivamente retorica e banale in tal senso, nel mentre in cui, con un preciso movimento della propria lama riuscì a disarmare uno dei propri due primi antagonisti, andando, nel contempo di ciò, a impattare con la propria mancina, chiusa a pugno, dritta contro il suo naso, con una conseguente, copiosa esplosione di sangue.
« L’importante è riuscire a mantenerli tutti qui, evitando che possano propagare l’allarme… » sottolineò Midda, ancora ricorrendo all’uso della lingua franca, e di quella lingua in grazia alla quale, in quel preciso frangente, avrebbe ovviato a offrire qualche gratuito consiglio ai loro antagonisti, e a quegli antagonisti, almeno in apparenza, lì sol impegnati a tentare di respingerle, senza riservarsi particolare interesse al confronto con una probabilmente più sensata idea di propagare l’allarme, e propagarlo anche al di fuori del tempio, a permettere a tutta la città di essere informata nel merito dell’attacco lì in corso « … non dobbiamo permettere loro di arrivare a suonare le campane. O ci ritroveremo con mezza Y’Rafah con il fiato sul collo… e lì sì che saranno guai. » sottolineò, in un’utile informazione a beneficio delle proprie amiche.
Un’informazione, quella loro offerta, che, in effetti, ebbe a coglierle impreparate, per così come Duva non volle negarsi occasione di evidenziare, aggrottando appena la fronte: « Campane…?! Non hai mai parlato di campane! » protestò, decisamente contraddetta da ciò.
« Avrebbe fatto qualche differenza…?! » domandò per tutta replica l’altra, inarcando un sopracciglio.

Ovviamente non avrebbe fatto nessuna differenza: quanto le tre donne avevano compiuto sino a quel momento lo avrebbero compiuto sempre e comunque, a prescindere da campane o da qualunque altro sistema di allarme. Certo, a saperlo prima, a esserne informate in anticipo, forse avrebbero potuto adeguatamente organizzarsi al fine di sabotare le campane, o qualunque meccanismo utile a suonarle, in maniera tale da isolare, fisicamente, quel monastero dal resto del mondo. Ma ciò, invero, avrebbe visto premettere da parte loro l’eventualità di essere scoperte, ipotesi che sino a quel momento non avevano ancora preso in considerazione… così come, del resto, non avevano neppure preso in considerazione null’altro di quanto allora stava lì accadendo.

« Niente morti… giusto?! » domandò Lys’sh, nell’apparente intento di richiedere alla propria amica dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco una qualche conferma nel merito e, ciò non di meno, animata in ciò da un ben diverso intento, e un intento utile a verificare quanto, ancora, ella avesse a doversi giudicare ferma sul proprio nuovo proposito di vita.
« Niente morti… » replicò quietamente Midda, più che serena a tal riguardo « Non sono male… ma non sono neppure avversari alla nostra altezza! » banalizzò, in un’argomentazione atta a vanificare qualunque possibile giustificazione psicologica in favore dell’eventuale omicidio dei loro antagonisti, per così come lì schieratisi.

Non avversari banali avrebbero avuto a doversi intendere quei sacerdoti di Gau’Rol, e, decisamente, ben lontani da qualunque modello presbiterale che mai Duva o Lys’sh avrebbero potuto vantare qual proprio, nel confronto con le proprie, personali, esperienze passate. L’idea di sacerdote che quelle due donne avrebbero avuto a poter descrivere, in accordo con quanto mai vissuto in passato, sarebbe stata quella di una figura mite, a tratti persino ingenua, o, al più, ove proprio negativa, melliflua, ambigua, ma mai esplicitamente aggressiva al pari di quegli uomini lì intenti a dichiarare loro battaglia, e a dichiarare loro battaglia nel chiaro desiderio di farle a pezzi per l’onore e la gloria del loro dio. Ma, del resto, quella avrebbe avuto anche a doversi intendere la prima, effettiva occasione, per le medesime, di un qualche confronto con la cultura religiosa locale, un aspetto della società obiettivamente assente in quel di Kriarya, città del peccato, e che, per questo, non aveva permesso loro di correggere il proprio pregiudizio a riguardo dell’intera categoria.
Non avversari banali, quindi, avrebbero avuto a doversi intendere quei sacerdoti di Gau’Rol. Ma, obiettivamente e per così come anche sottolineato da Midda, neppure degli avversari particolarmente degni di speciali attenzioni, omologandosi pressoché nella media di un qualche soldato di carriera. E laddove, divisa fra un destino da Portatrice di Luce e uno da Oscura Mietitrice, e un passato particolarmente marcato da scelte e azioni in favore alla seconda opportunità, Midda Namile Bontor, succeditrice della regina Anmel Mal Toise, avrebbe avuto a dover ben valutare in quale misura dispensare morte e imporre distruzione; certamente nulla di tutto quello avrebbe mai potuto giustificare, per lei, un qualche, ulteriore cedimento in direzione delle tenebre, e di quel già auspicato destino per così come la stessa Anmel Mal Toise, nell’accettarla quale propria erede, le aveva preannunciato.
Nessun morto, quindi, avrebbe ella avuto più a ricercare, nel rispetto di quell’intento che anche quel doloroso vuoto al proprio fianco, o, in quel momento, nella propria mano mancina, avrebbe ben potuto esemplificare. In una scelta che, comunque, né da parte propria, né tantomeno da parte delle proprie alleate, avrebbe avuto a doversi fraintendere qual destinata a vederle particolarmente arrendevoli innanzi a quegli avversari, o a qualunque altro avversario avrebbe potuto pararsi loro innanzi. Al contrario! Tanto più l’avversario avrebbe avuto a dover essere intenso qual degno di guerriero rispetto, tanto più sarebbe stato giustificabile, da parte loro, un intento volto a sconfiggerlo senza, in questo, sancirne la morte, a dimostrazione, in tal maniera, di una superiorità tanto marcata da non avere a doversi preoccupare di alcuna futura, possibile rivalsa da parte sua. Ragionamento a confronto con il quale, necessariamente, un qualunque altro avversario, meno che degno di guerriero rispetto da parte loro, ancor meno avrebbe potuto avere a meritare la morte per loro mano.

« E poi vuoi mettere che bello quando, domani mattina, andranno a raccontare in giro di essere stati battuti da tre donne…?! » osservò, non priva di ironia, Duva, sorridendo divertita al pensiero e al pensiero di quel riscatto psicologico per l’intero genere femminile dopo le oscenità patriarcali delle quali era stata proprio malgrado testimone per tutta l’estensione di quel lungo corridoio.
« Ma figurati se lo faranno… » escluse Midda, scuotendo appena il capo, nel mentre in cui, con un nuovo movimento quietamente controllato del proprio destro, andava a intercettare l’ennesimo affondo al proprio discapito, non soltanto afferrando la lama ondulata del pugnale usato a suo supposto discapito ma, addirittura, mandandola in frantumi, in un’azione che, certamente, non avrebbe mancato di poter vantare un proprio valore psicologico, sotto lo sguardo attonito di coloro che lì, quindi, erano stati testimoni di simile reazione « … andranno a dire che… »
« Sono dei mostri! » esclamò, con mirabile tempismo, l’ennesimo sacerdote resosi conto della natura di Lys’sh, sempre con qualche istante di ritardo rispetto all’inizio del relativo confronto, quasi la loro mente avesse a impiegare sempre qualche secondo di più per comprendere quanto quella supposta donna non avesse a doversi riconoscere, effettivamente, qual una donna… o, per lo meno, non qual una donna umana.
« … appunto! » ridacchiò la Figlia di Marr’Mahew, respingendo con un calcio al basso ventre una nuova carica a proprio discapito e catapultando all’indietro il proprio avversario di turno con sufficiente impeto utile a travolgere anche colui che, così, si era appena espresso a discapito della sua sorellina « Non te la prendere, Lys’sh… non sanno apprezzare neppure le donne umane. Figurarsi una bellezza esotica del tuo calibro! » volle rassicurarla, quasi l’altra potesse altrimenti avere a offendersi per un simile, negativo giudizio a proprio discapito.

mercoledì 22 aprile 2020

3254


Ovviamente, comunque, il livello di minaccia, in quel caso, avrebbe avuto a dover essere giustamente commisurato nella natura sacerdotale dei loro potenziali avversari, e di quegli avversari che, almeno dal punto di vista proprio di Duva e di Lys’sh, in quanto tali, non avrebbero avuto a dover essere ragionevolmente fraintesi quali particolarmente degni di nota.
Dopotutto quale minaccia avrebbero mai potuto rappresentare dei semplici sacerdoti per tre guerriere loro pari? O, anche e soltanto, per Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, abituata a confrontarsi con i più feroci antagonisti che il fato avrebbe potuto porle innanzi?! Al più avrebbero potuto imprecarle dietro, maledicendola nel nome del loro riprovevole dio…
Fu proprio nel mentre in cui tali pensieri stavano allor venendo formulati, e stavano venendo formulati nel contempo del quieto avanzare della stessa Midda per così come guidata dai gesti di Lys’sh, che giovane donna rettile ebbe a sbarrare gli occhi e a tentare di avvisare la propria sorellona addirittura con un grido. Ma, purtroppo, un grido che comunque ebbe a giungere in ritardo.

« Attenta! »

Tutto era precipitato in un fugace istante. Un attimo prima le voci all’interno della stanza alla sinistra della donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco si stavano offrendo ancor impegnate in quel disarmonico chiacchiericcio, evidenza dell’impegno volto da coloro lì all’interno a ingannare il tempo in qualche modo, probabilmente in attesa del ritorno del loro compare e, con esso, dell’arrivo dei loro ospiti. Un momento dopo un contingente di ben quattro sacerdoti armati di lucenti pugnali dalla lama ondulata avevano fatto la loro improvvisa apparizione nel corridoio, due dalla prima porta e due dalla seconda, in maniera tale da chiudere in un’ideale morsa Lys’sh e Duva e, al contempo, da piombare dritti innanzi alla Figlia di Marr’Mahew, lì sì in prossimità alla porta da non potersi riservare molte particolari occasioni di manovra per ovviare alla necessità di quello scontro.
Non una parola di sorpresa, non un commento nel merito della presenza di quelle tre donne, e di una donna rettile, all’interno del loro santuario, e di un’area tanto riservata del medesimo, ebbe a caratterizzare quei sacerdoti, i quali, senza dimostrare particolare esitazione, in misura degna dei più prodi guerrieri, si avventarono immediatamente a discapito delle loro antagonista, cercando di rendere proprio il vantaggio di quella sorpresa. E tanto in quell’immediata offensiva, quanto nella loro più quieta freddezza, Duva non poté ovviare a riflettere su quanto, probabilmente, avesse sbagliato la propria valutazione originale a loro riguardo, e quella valutazione atta a minimizzarli quali una banale possibilità di minaccia a loro discapito.

« … Thyres… » gemette la donna guerriero, levando il proprio braccio in lucente metallo cromato e, in ciò, intercettando e deviando un affondo diretto al proprio cuore, e un affondo che, non avesse in tal modo potuto reagire, l’avrebbe semplicemente condotta in seno al giudizio degli dei tutti nell’aldilà, senza lasciarle molte altre possibilità di argomentazione nel merito di quella battaglia.

Lys’sh e Duva, dal canto proprio, non si videro concessa neppure l’opportunità di sguainare le proprie armi, la spada per la seconda, e una coppia di lunghi pugnali per la prima, laddove l’evoluzione di quella sequenza fu così repentina, così immediata, che a stento ebbero a maturare consapevolezza dell’ingresso in scena di quei sacerdoti prima di doversi difendere dagli attacchi degli stessi, e di tre fra loro, tanti furono quelli che, immediatamente, si affollarono a loro discapito. E se Duva, dal canto proprio, votò in favore di una reazione estremamente diretta, e diretta quanto lo scaraventarsi a propria volta in contrasto ai due comparsi dalla porta più lontana, eludendo i loro affondi e travolgendoli, con tutta la forza propria di una sì breve accelerazione, con l’intento di ribalzarli a terra; Lys’sh, a confronto con il terzo, il compagno di quello che si stava opponendo allor a Midda, null’altro poté riservarsi occasione di compiere se non impegnarsi a eluderlo, danzando con lui nell’intento, se non di offenderlo, quantomeno di ovviare alle offese contro di lei rivolte.

« Che razza di sacerdoti sono questi…?! » protestò quindi Duva, ad alta voce, ma non ricorrendo alla lingua kofreyota, quanto e piuttosto, ancora una volta, alla lingua franca allor comprensibile solo alle proprie amiche, non tanto per una qualche esigenza di riservatezza in quel discorso, quanto e piuttosto per minimizzare le proprie possibilità di distrazione da quel confronto, e da quel confronto che, solo dopo averla vista respingere brutalmente quella prima carica le poté permettere di estrarre, allora, la propria lama per garantirsi una più utile difesa da quelle dei propri antagonisti.
« Hai visto quale dio venerano…? » replicò semplicemente Midda, aggrottando appena la fronte, quasi con superficialità, come se qualunque eventuale forma di scandalo, a margine di tutto ciò, avesse a doversi intendere necessariamente gratuita.
« … in effetti… » confermò quindi l’altra, storcendo appena le labbra verso il basso, a implicita critica a proprio stesso discapito, e a discapito di chi, pur, era erroneamente partita dal presupposto di avere a doversi confrontare con degli inoffensivi religiosi.

Nel contempo di tali parole, e superata l’enfasi dell’impatto iniziale, il sacerdote contrappostosi a Lys’sh parve maturare tardivamente coscienza di qual genere di creatura gli stesse venendo presentata innanzi allo sguardo, nel ben riconoscere quanto nulla di naturale, nulla di ovvio o di banale, avrebbe avuto a doversi intendere in quella presenza, e in quella presenza che non avrebbe avuto a doversi intendere qual una comune donna, per quanto all’occorrenza straniera, quanto e piuttosto qual qualcosa di diverso, e qualcosa di spiacevolmente assimilabile a una temibile creatura mitologica anche nota come…

« … gorgone! » esclamò quindi egli, ritraendosi spaventato all’indietro e coprendosi, stolidamente, gli occhi con l’avambraccio destro, in un gesto lì animato maggiormente da istinto ancor prima che da razionalità, e in un gesto che, allor, poté offrire una sorprendente e inattesa occasione alla sua avversaria, e un’occasione utile per aggredirlo, e per aggredirlo con il lato della propria mano destra, in un colpo perfettamente mirato al suo collo, e un colpo che avesse lì a impedirgli non tanto ulteriori possibilità di parola, quanto e piuttosto ulteriori possibilità di respiro « E’ una gor… » fu costretto a interrompersi nel ripetere il proprio allarme, e su costretto a interrompersi in conseguenza a un’improvvisa impossibilità di espressione, e un’improvvisa impossibilità di espressione che, di lì a un attimo, lo vide liberare il proprio sguardo solo per guidare entrambe le proprie mani alla gola, in una reazione ancora una volta più istintiva che effettivamente razionale nel confronto con quell’improvviso senso di soffocamento.
« Ofidiana, prego. » puntualizzò Lys’sh, aggrottando la fronte nel confronto con quell’errata identificazione, e pur un’identificazione non inedita a suo discapito da parte di chi, in fondo, abituato a identificare con tale termine delle figure femminili suo pari o, quantomeno, a lei assimilabili « E non ti preoccupare: non pietrifico con lo sguardo. » soggiunse, nel mentre in cui, rigirando attorno all’antagonista, guidò il proprio gomito a impattare dietro il suo capo, con violenza sufficiente a completare l’opera e a spedirlo, in tal maniera, nel mondo dei sogni, primo fra tutti i propri compagni a essere escluso da quella battaglia, da quel conflitto.

Una prima vittoria, quella riportata da parte della giovane donna rettile, che fu presto affiancata, seppur soltanto un istante più tardi, da una seconda vittoria, e una vittoria, or, segnata da parte della Figlia di Marr’Mahew, la quale, andando a rivolgere un deciso montante con il proprio pugno destro a discapito dell’addome del proprio antagonista, ebbe a sua volta a segnare la per lui prematura partecipazione a quel conflitto, privandolo di sensi e di ogni consapevolezza del mondo a sé circostante.

martedì 21 aprile 2020

3253


« Più avanti ci sono delle stanze. » avvertì la giovane donna rettile, socchiudendo gli occhi a meglio concentrarsi sulle proprie percezioni sensoriali « Almeno un paio sulla destra, e altrettante sulla mancina. O, forse, a sinistra, si tratta di una sala più grande… non ne sono certa. »
« C’è qualcuno…? » si informò Duva, già portando la destra all’impugnatura della propria spada, a dimostrare di non volersi riservare esitazione di sorta nel confronto con l’eventuale sfida lì loro riservata e, anzi, forse e persino di volerla allor ricercare, come alternativa all’indolenza nella quale troppo a lungo erano rimaste dal loro ingresso in città.
« Oh… sì. » confermò Lys’sh, annuendo appena « Almeno una mezza dozzina di persone… forse più. » confermò, nel mentre in cui le fessure per lei narici, al centro del suo volto, si espansero e si contrassero per un paio di volte prima che avesse a riprendere, ancora, voce per un ulteriore dettaglio « E più avanti credo ci siano delle scale di servizio, che abbiano a scendere verso le cucine… riesco a sentire l’odore delle carni in cottura e delle spezie, provenire da lì. »
« Ottima notizia. » commentò la Figlia di Marr’Mahew, a quieta gratificazione dell’amica, nonché compagna d’arme « Se solo riuscissimo a evitare di ingaggiare conflitto nel passare davanti alle stanze, avremo la possibilità di proseguire al livello inferiore senza, ancora, generare allarmi di sorta. » ipotizzò e suggerì, con incedere quietamente speranzoso in tal senso, non perché temesse di dover dichiarare battaglia a chicchessia, quanto e piuttosto nel non desiderare tradire l’intendimento iniziale della loro missione, e di una missione di esplorazione, ricerca e, all’occorrenza, recupero di quella reliquia perduta allorché volta a generare, semplicemente, confusione entro i confini propri di Y’Shalf.
« In caso contrario, dovremo porli tutti a nanna prima che possano, effettivamente, sollevare allarmi di sorta… » suggerì per tutta replica Duva, sembrando quasi voler minimizzare l’eventualità di un qualche “pericolo” di sorta in tal senso « Non vorremo avere paura di uno sparuto gruppetto di sacerdoti, voglio sperare… » soggiunse poi, a meglio argomentare la propria posizione.
« No. Ovviamente no. » negò la donna guerriero dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, accennando a scuotere appena il capo « Tuttavia, meno attenzione riusciamo ad attirare, e meglio sarà per tutti noi… » puntualizzò poi, accennando a riprendere il cammino interrotto.

Le tre donne, così, si rimisero in moto, nella medesima direzione percorsa sino a quel momento, e in quella direzione lungo la quale, presto, avrebbero avuto allor a doversi porre a confronto con una nuova, interessante prova di quieta discrezione. Non percorsero, quindi, più di un altro centinaio di passi prima che anche allo sguardo di Midda fossero evidenti le porte, e le porte nel merito delle quali Lys’sh le aveva avvisate. E, in effetti, nel rispetto di quanto anticipato da parte della stessa giovane donna rettile, quattro furono le soglie che si presentarono all’attenzione dell’Ucciditrice di dei: le prime due in simmetrica contrapposizione, l’una sulla destra e l’altra sulla mancina, le successive due altresì sfasate, offrendo precedenza a quella sulla destra e soltanto una dozzina di piedi più avanti, avendo a riconoscere la soglia sulla mancina. Ma se le due soglie a sinistra non palesavano la presenza di porte, a richiuderle e, soprattutto, a garantire alle tre donne una più semplice opportunità di passaggio, le soglie a destra apparivano oscurate dalla presenza di porte, e di porte che, nella propria mera presenza, avrebbero quindi potuto avere a rappresentare un’occasione di utile vantaggio all’avanzata delle tre, imponendo loro la necessità di avere a doversi preoccupare soltanto del fronte opposto.
Giunte a tal punto, tuttavia, assurdo sarebbe stato per Midda pretendere di avere ancora ad aprire la via, là dove, all’interno del loro pur ristretto gruppetto, aveva a doversi intendere una figura ben più idonea in tal senso. Ragione per la quale, quindi, senza neppure rivolgerle una parola, quanto e piuttosto un semplice sguardo e un cenno con il capo, la Campionessa di Kriarya ebbe quindi a cedere il passo a Lys’sh, affidando a lei il compito di aprire la via, e di aprire la via verso le ancor non individuate scale ipotizzate sul proseguo del loro cammino.
La giovane donna rettile, così, ebbe a superare la propria sorellona e a proseguire in solitaria lungo il corridoio, muovendosi con un passo sì rapido e pur sì leggero tale per cui, allorché camminare, l’impressione che ebbe a offrire alle proprie compagne fu quella che ella stesse lì scivolando al di sopra del pavimento, e almeno un paio di pollici al di sopra del pavimento, laddove, fosse anche e soltanto stata a contatto fisico con lo stesso, comunque, sarebbe stata presumibile la presenza di un qualche fruscio di sorta in conseguenza a tutto ciò. Osservandola, quindi, con la consueta ammirazione che entrambe non avrebbero potuto mancare di provare per lei, Midda e Duva la videro muoversi fino quasi alla prima coppia di porte, salvo frenare di colpo a meno di un piede di distanza dalle medesime e accennare un movimento all’indietro, in evidente risposta a qualche percezione di pericolo, avendo forse avvertito qualcosa provenire dall’interno di una delle due stanze e, in ciò, temendo che, proprio in quel preciso momento, qualcuno stesse per emergere nel corridoio, avendola così a sorprendere nel frangente meno opportuno. E se, in tutto ciò, un’imprecazione ebbe già ad affiorare sulle labbra della Figlia di Marr’Mahew, pronta a ringraziare, per tanta mancanza di grazia, gli dei tutti; il fatto che, dopo un fugace istante di esitazione, Lys’sh non mancò di riprendere il proprio cammino, e di riprenderlo in rapido superamento di quella prima tappa, ebbe a tramutare quell’imprecazione verbale in un’invocazione mentale, e in un’invocazione in quieto, e non sarcastico, ringraziamento a Thyres per il favore concesso loro.
Postasi così a circa cinque piedi oltre la prima coppia di porte, Lys’sh fece allor cenno alle amiche di avanzare a propria volta. E Midda rigirò immediatamente tale invito all’indirizzo di Duva, cedendo a lei la precedenza di movimento e riservando ora per sé l’ingrato compito di avere a chiudere la loro comitiva.
Senza fiatare, non riconoscendo allor necessità di ulteriori commenti, Duva annuì all’invito di Midda e, cercando di riservarsi quanta più discrezione possibile, pur ovviamente non potendosi porre in competizione con quella propria di Lys’sh, ebbe a iniziare ad avanzare a propria volta, e ad avanzare a propria volta in costante accordo con le indicazioni di Lys’sh e con quelle indicazioni che, attraverso semplici cenni della propria destra, la stavano guidando a proseguire oppure a rallentare, se non a frenarsi, in evidente correlazione con quanto, dal proprio avvantaggiato punto di osservazione, ella avrebbe potuto riservarsi occasione di rilevare. E in quello che, quasi, apparve simile a un giuoco infantile, pur non avendo a doversi riconoscere contraddistinto da alcuna velleità ludica, anche Duva riuscì a superare agilmente quel primo ostacolo, ponendosi al fianco dell’amica rettile.
Solo Midda, così, si ritrovò quindi dal lato sbagliato di quella prima coppia di porte e, in ciò, fu ovviamente il suo turno di avanzare, e di avanzare al pari di quanto già compiuto da Duva in quieta ubbidienza a ogni istruzione visiva offertale da Lys’sh. E se, a osservare Duva, la questione avrebbe avuto a potersi intendere quasi divertente, nel viverla in prima persona, e nel viverla con il sempre più palese sentore di un allegro vociare proveniente dalla sala alla propria sinistra, Midda non poté ovviare ad accusare la spiacevole assenza di una spada al proprio fianco. Quella compagna di mille avventure, che per lustri l’aveva accompagnata in ogni regno e in ogni mondo, era andata purtroppo perduta nell’ultima grande sfida che aveva affrontato all’interno del cosiddetto tempo del sogno, e tale perdita era stata da lei accolta come evidenza di una provvidenziale volontà atta ad aiutarla nel proprio impegno a minimizzare il rischio di tradursi nella nuova Oscura Mietitrice, motivo per il quale non era più stata sostituita sino ad allora: ciò non di meno, l’idea di essere lì priva di una spada, e della propria spada, non avrebbe potuto ovviare a gravare su di lei al pari della perdita di un arto, in un paragone che, nel suo caso specifico, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual esagerata iperbole, quanto e piuttosto qual frutto di esperienza diretta, avendo già avuto anche occasione di confrontarsi con le conseguenze proprie della perdita di un braccio, e del proprio braccio destro. E per così come, in conseguenza alla perdita del proprio braccio destro, i momenti psicologicamente più difficili erano stati quelli in cui ella avrebbe avuto a impiegare tale arto; allo stesso modo, nella perdita della propria spada, tale frangente non avrebbe potuto mancare di riservarsi il proprio impegno psicologico, nella quieta consapevolezza di quanto, fosse ancora stata al suo fianco, ella non avrebbe mancato di accarezzarla, pronta, all’occorrenza, a sguainarla e a rivolgerla in contrasto a qualunque minaccia le si fosse parata innanzi.

lunedì 20 aprile 2020

3252


Liberarsi dei burqa, così come di ogni altro incomodo travestimento, fu per le tre donne una scelta di ordine pratico, ancor prima che di altra natura.
In conseguenza al gesto di Duva, tanto avventato, quanto pur, e a modo suo, giustificato, ogni particolare impegno volto a mistificare le loro identità avrebbe avuto a doversi intendere, ormai, sostanzialmente vano. Ove, infatti, fossero state trovate in giro, tanto sotto le mentite spoglie di Mu'Sah e della sua famiglia, quanto sotto le proprie evidenti identità, la reazione dei loro antagonisti non sarebbe certamente stata dissimile, in quello che, difficilmente, avrebbe avuto a poter essere inteso in altro modo se non qual un attacco al tempio, e un attacco sì blasfemo da doversi giudicare meritevole di morte. In ciò, quindi, fra il ritrovarsi a essere ostacolate all’interno di tali abiti o, piuttosto, potersi concedere una più naturale libertà di movimento nelle proprie effettive vesti, la decisione sarebbe necessariamente ricaduta sulla seconda opportunità, e su quell’opportunità in grazia alla quale, quantomeno, rendere più agevole qualunque azione, o reazione, sarebbe potuta essere loro richiesta.
Nel caso proprio di Har-Lys’sha, poi, liberarsi da quella montagna di stoffa, oltre a tradursi in una semplificazione nei propri movimenti, non avrebbe potuto mancare di tradursi anche in una semplificazione nella propria personale possibilità di interazione con il mondo circostante, ritrovando una quieta occasione di confronto visivo con lo stesso, non più ostacolato, come era stato sino a quel momento, dall’incomoda retina altrimenti piazzata innanzi ai suoi occhi.
In questo nessuna di loro ebbe esitazione a ritornare rapidamente alla propria spontanea naturalezza, fatta eccezione per qualche rimasuglio di trucco per liberarsi del quale Duva avrebbe avuto allor bisogno quantomeno di un catino d’acqua e di un po’ di sapone, prima ancora di proseguire nella propria esplorazione di quell’area del tempio. E, insieme al loro aspetto naturale, e ai loro vestiti, non mancarono allora di ricomparire anche le loro armi, e quelle armi che, sino ad allora, erano state opportunamente celate al di sotto dei loro travestimenti, nella quieta consapevolezza di quanto, con estrema probabilità, non sarebbero riuscite ad allontanarsi da lì senza prima combattere.

« E ora… dove andiamo?! » domandò Duva, riallacciandosi alla cintola il fodero della spada che Midda le aveva custodito sino a quel momento, e di quella spada in compagnia della quale, allora, ebbe occasione di tornare a sentirsi più completa, e completa nella misura in cui, se qualcuno avesse avuto a pretendere la sua vita, ella non avrebbe avuto certamente a concedergliela gratuitamente.
« Bella la vita così… » protestò Midda, aggrottando la fronte con aria divertita « … prima ci metti tutte nei guai e poi ti aspetti una pronta risposta…?! » la canzonò, aiutandola a liberarsi di un ridicolo batuffolo di barba posticcia rimastale aggrappata al mento « Lys’sh…? Riesci a percepire ancora dei passaggi di servizio simili a quelli che hai rilevato oggi…?! » domandò poi, rivolta all’amica rettile, nel fare in ciò affidamento alla sua maggiore sensibilità per poter uscire da quell’altrimenti spiacevole impaccio.
« No. » negò l’altra, scuotendo appena il capo « Però non sento nessuno nel corridoio innanzi a noi per almeno due o trecento piedi… » puntualizzò, a garantire loro occasione di avanzare ulteriormente lungo il cammino che già stavano rendendo proprio « … forse più avanti troveremo qualche utile deviazione. »
« Altrimenti potremmo tornare indietro… » ipotizzò la Figlia di Marr’Mahew, inarcando un sopracciglio « In prossimità all’ingresso abbiamo incrociato una biforcazione… ed è possibile che, scegliendo una diversa via, potremmo ritrovarci all’interno del tempio vero e proprio, allorché in questa area residenziale. »
« Forse… o forse potremmo finire semplicemente nel guardaroba. » suggerì non completamente a torto Duva, arricciando appena le labbra di lato « Decidi tu, Midda… sei quella che ha maggiore esperienza con questo genere di architetture. »
« Mi ripeto: bella la vita così… » ridacchiò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo nel vedersi, così, costretta ancora una volta a un ruolo di comando, con tutti gli onori, ma, soprattutto, gli oneri che da ciò sarebbero quindi potuti derivare « Nel dubbio… avanziamo. » sancì poi, non essendo abituata, per propria indole personale, a retrocedere di fronte alla battaglia, per quanto, in quella particolare occasione, la battaglia non avrebbe dovuto prevedere da parte sua alcun, consueto massacro, nel nuovo approccio che ella aveva deciso di rendere proprio nel confronto con i problemi, e un approccio idealmente utile ad avvicinarla maggiormente al ruolo di Portatrice di Luce allorché di Oscura Mietitrice « Apro io, Lys’sh centrale e chiudi tu. » definì, a ideale protezione non tanto della loro più giovane amica, quanto e piuttosto di colei che, allora, avrebbe avuto a poter essere loro d’aiuto nell’orientarsi, anche e soprattutto in grazia ai propri affinati sensi.

Lys’sh, a confronto con tale proposta, avrebbe voluto suggerire una soluzione diversa, e una soluzione tale per cui ella avrebbe potuto muoversi in quieta avanscoperta lasciando le proprie amiche a distanza di sicurezza dietro di sé. Nella propria natura ofidiana, infatti, ella, oltre che da sensi particolarmente acuti, avrebbe avuto a potersi riconoscere squisitamente capace di assoluta discrezione, e di quella discrezione utile a sopraggiungere alle spalle di chiunque praticamente senza suscitare, in questi, il benché minimo dubbio nel merito della sua stessa presenza. Una caratteristica, quella così attribuibile, che non avrebbe potuto mancare di riservarsi il proprio indubbio vantaggio tattico in un contesto esplorativo, qual quello che stava allora venendo richiesto dalla situazione.
Ciò non di meno, ella tacque. E tacque in virtù di una quieta fiducia nei riguardi dell’esperienza della propria sorellona e nella consapevolezza di quanto, allora, assurdo sarebbe stato impegnarsi a porre in discussione ogni minima decisione: quello non avrebbe più avuto a dover essere frainteso qual il momento del giuochi, quanto e piuttosto quello dell’azione. E se, nei giuochi, la loro rivalità avrebbe anche potuto essere grottescamente rimarcata, nel momento dell’azione le tre donne non avrebbero allor mancato di muoversi all’unisono, di agire come un’unica entità, per così come già da molti anni erano solite fare, e per così come, in tanto tempo, mai tutto ciò aveva mancato di offrire loro utile conferma sull’efficacia e l’efficienza propria di un simile agire.
Così organizzatesi, le tre donne, le tre compagne d’arme, le tre complici, le tre sorelle di vita, dopo essersi assicurate di aver immobilizzato e ridotto al silenzio il sacerdote aggredito, e, invero, ancor privo di sensi, si avviarono con passo rapido, ma leggero, a proseguire la propria avanzata lungo il corridoio, pronte ad affrontare qualunque sfida avrebbe potuto esser loro riservata.
Cento piedi, duecento piedi, trecento piedi: tanti furono quelli da loro così affrontati e superati, ancora circondate da statue e quadri raffiguranti Gau’Rol, prima di ritrovarsi esattamente al punto di partenza, senza apparente via di uscita e senza altra soluzione se non quella di proseguire, in quel lungo, lunghissimo corridoio la conclusione del quale non avrebbe avuto a potersi intendere ancor prossima.

« Proseguiamo…?! » sussurrò Midda in direzione di Lys’sh, storcendo appena le labbra nel confronto con quella loro palese mancanza di informazioni utili anche e soltanto a comprendere ove potessero trovarsi, o quanto ancora avrebbero, in tal direzione, avuto a dover proseguire prima di sbucare… chissà dove!
« Sì. » confermò Lys’sh, non tanto con l’intento di avallare quella proposta, quanto e piuttosto nella volontà di confermare quanto, lì attorno, non avrebbero avuto allor a dover essere ravvisate minacce o, quantomeno, minacce evidenti ai suoi sensi.

E così via ancora per altri cento piedi, duecento, trecento. Con una nuova conferma e una nuova ripartenza. E una nuova conferma e una nuova ripartenza che, forse, avrebbero avuto allor a doversi intendere retorici anche alla terza sosta se, soltanto, Lys’sh non avesse lì offerto l’evidenza di qualcosa di diverso, di inedito rispetto agli ultimi minuti…

domenica 19 aprile 2020

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Il percorso fu decisamente lungo, e lungo almeno quanto utile a condurle sino all’altezza del corpo centrale e, probabilmente, persino oltre, ma non le vide mai scendere, né tantomeno salire, di livello rispetto al suolo: un percorso, il loro, che avrebbe avuto a doversi probabilmente riconoscere parallelo, e probabilmente mediano, ai due percorsi compiuti già in giornata, quello attraverso i chiostri da Duva, e quello attraverso i grandi atri da Midda e Lys’sh. E non fu un percorso privo di possibili attrattive, non laddove, attorno a loro, innumerevoli avrebbero avuto a potersi riconoscere le opere artistiche lì esposte, tanto scultoree, quanto pittoriche, e tutte aventi qual ineluttabile immagine protagonista quella propria dello stesso dio Gau’Rol, almeno secondo l’immaginario y’shalfico. In ciò, a Duva e a Lys’sh, più estranee rispetto a Midda con tutti i variegati e complessi pantheon propri di quel mondo, poté essere presentata un’interessante carrellata di immagini, di scene, tali da far maturare loro confidenza con il dio in questione e, soprattutto, utili a esaltarne le infinite opere, i mirabili trionfi, e quei trionfi tali per cui, almeno entro i confini di quel santuario, tale dio avrebbe avuto a dover essere giudicato qual uno fra i più potenti dei esistenti.
Gau’Rol, riconoscibile in quanto tale nella propria onnipresenza attraverso le varie opere, avrebbe quindi avuto a dover essere riconosciuto qual un giovane uomo, al culmine della propria virile prestanza, per così come ben evidenziato dal fisico ritratto sempre pressoché nudo, se non per un pudico perizoma cingilombi invero neppur sempre presente: muscoli possenti, i suoi, tesi al di sotto di un’epidermide così tesa nello sforzo di contenere tanta prestanza da sembrar puntualmente in procinto di spezzarsi, scoppiando come la pelle di un otre colmato oltre misura, a evidenziare la sua forza fisica, e una forza fisica probabilmente priva di qualunque possibile antagonismo. Il suo volto, squadrato nella propria forma, presentava una volitiva mandibola apparentemente tagliata con l’accetta, tanta avrebbe avuto a dover essere intesa la sua severità, e tale da offrire un mento altrettanto importante, possente, al di sotto di carnose labbra piene e di un naso appena schiacciato al centro del viso, a delineare un profilo, invero, decisamente più prossimo a quello di un figlio dei regni desertici centrali che, a tutti gli effetti, di un figlio d’Y’Shalf o, comunque, di uno qualsiasi dei regni in quell’angolo sud-occidentale del continente, per così come ben confermato anche dalla colorazione della sua stessa carnagione, tanto nelle opere pittoriche, quanto e persino in alcune statue magnificamente dipinte, e tali da offrire, a seconda dell’opera, sfumature decisamente prossime all’intensità propria di Duva, se non, persino e addirittura, più marcate, per quanto ben poco margine di manovra ci si sarebbe potuto riservare in tal senso, a meno di non volerlo rendere completamente nero. Ovviamente glabro, quel possente corpo, appariva ritratto anche privo di qualunque capigliatura, o, quantomeno, di qualunque capigliatura nel senso più umano del termine, laddove, altresì, in un’ottica divina, e in un’ottica utile a ben evidenziare il suo elemento di riferimento, il suo dominio, quella testa, quello stesso volto, si proponeva allora contornato, nella propria possente presenza, da un fuoco ardente, e un fuoco che non si limitava a incoronarlo, partendo, piuttosto, dall’altezza delle spalle e lì risalendo fino all’apice del capo e ben oltre ancora. Un fuoco, quello, che in molte opere si proponeva anche e addirittura più marcato, più amplio, e tanto amplio da scendere a coinvolgere anche il suo petto e, più in basso ancora, tale da avvolgergli l’intero, possente addome, braccia incluse.
E nell’incredibile varietà di scene così lì presentate, le imprese del quale egli avrebbe avuto a doversi riconoscere protagonista avrebbero avuto a dover essere censite in un numero così elevato da poter offrire materiale utile, a bardi e cantori, per poter campare una vita intera soltanto offrendo riferimento a quella mirabile figura. Una figura capace di sgominare interi eserciti, di sconfiggere monumentali fiere e di squarciare intere montagne con la sola forza delle proprie mani, oltre che, ovviamente e irritantemente, almeno dal punto di vista proprio delle tre amiche, di soggiogare ogni qual genere di femmina con lui ritratta in simili scene, sottomettendole a ogni proprio capriccio, e facendole proprie, sovente con evidente violenza, in ogni qual genere di posizione, con una varietà, anche in tal caso, tanto riprovevole nella propria ispirazione, quanto ammirevole nella propria fantasia, tale, persino, da sorprendere a un certo punto la stessa Duva, la quale, arrestandosi innanzi a una statua in particolare, restò per qualche istante a cercare di ben comprendere in grazia di quale legge fisica avrebbe mai potuto funzionare quella cosa…

« Straordinaria la plasticità di quest’opera… nevvero?! » sorrise Zaki-Rahi, cogliendo l’interesse del proprio ospite nei riguardi della statua e, in ciò, non mancando di soffermarsi a sua volta, per concedergli tempo utile a meglio rimirare la scena « Anche io rimango sempre sorpreso da quanto ispirato abbia saputo offrirsi l’artista nello spingersi a tanto… »

Superando il primo, e più disorientante impatto con l’opera, e scendendo con il proprio sguardo a incrociare quello ricolmo di sofferenza della fanciulla lì ritratta, e ritratta in evidente angoscia a confronto con la situazione presentata, Duva dovette mordersi la punta della lingua, al di sotto delle labbra, per non esprimere il proprio più sincero pensiero nel confronto con tutto ciò, e un pensiero che, difficilmente, avrebbe incontrato l’approvazione del sacerdote.
Purtroppo quest’ultimo, anziché tacere, come ella avrebbe potuto preferire avesse il buon senso di fare in quel particolare momento, ebbe al contrario a incalzare nei suoi riguardi, totalmente inconsapevole di quanto, allorché rivolgersi a un uomo, e a un uomo y’shalfico più che fiero di condividere certe posizioni, stava lì interloquendo con una donna, e una donna che, in più di un’occasione, si era ritrovata condannata per essere intervenuta in maniera violenta, se non addirittura letale, a discapito di scene brutali quali tutte quelle delle quali il loro supposto dio si stava rendendo protagonista…

« Del resto, sono certo che anche tu, mio caro amico, sappia farti egualmente valere nel confronto con le tue sette mogli! » esclamò, ben memore del numero da lei proposto qualche ora prima, a definire i termini della propria cerchia familiare « Come gli dei tutti ci insegnano, e Gau’Rol sopra a ogni altro, la sola, giusta e santa possibilità che un uomo ha di giacere con una donna è quella di provare piacere senza che ella abbia a fare altrettanto… anzi. Più vi sarà pena, in lei, più gli dei tutti saranno fel… »

Quella sentenza, tuttavia, non ebbe occasione di giungere a termine. Perché, per quanta pazienza Duva avrebbe mai potuto vantare, anche ella avrebbe avuto a dover accusare un limite. E un limite che, allora, era già stato superato almeno una mezza dozzina di parole prima della sua reazione.
Così, con un movimento deciso, ella si voltò verso l’inconsapevole sacerdote e lo travolse con un montante dritto alla bocca dello stomaco, in corrispondenza al diaframma, non soltanto bloccando per lui repentinamente ogni possibilità di respiro, e, di conseguenza, di grido o d’allarme, ma, ancor più, privandolo direttamente dei propri sensi, della propria consapevolezza del mondo a sé circostante, e lasciando calare innanzi ai suoi occhi un doloroso velo di tenebra senza quasi che egli potesse realmente capire quanto così fosse accaduto.

« Scusami tanto, Zaki… ma su certi temi proprio non transigo. » sussurrò ella, subito afferrando, con la mancina, il corpo del proprio interlocutore, nonché vittima, per impedirgli di crollare troppo rumorosamente a terra, per così come, se qualcuno fosse stato nelle vicinanze, avrebbe potuto comunque tradursi in un segnale di pericolo.
« Ehi… » protestò Midda, sorpresa, ma forse neppure poi troppo, da quel gesto, e da quel gesto che, probabilmente, avrebbe presto compiuto anche ella stessa, se soltanto Duva non l’avesse anticipata « … e poi sono io quella irruenta…! » sottolineò, avanzando rapida verso l’amica, per darle una mano a sorreggere quel corpo.
E Lys’sh, con un quieto sospiro, approfittò immediatamente dell’occasione per liberarsi dell’incomodo burqa e riemergere in tutta la propria bellezza rettile, prima di commentare: « Direi che a questo punto, al solito, ogni piano è saltato e andremo avanti a braccio… no?! »