11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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sabato 18 giugno 2022

Speciale Quattromila

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, autoconclusivo, ha da considerarsi quale un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare il raggiungimento di un traguardo importante come quello rappresentato dal quattromillesimo episodio, oggi pubblicato.  

Quando la donna guerriero si ritrovò a volare letteralmente in aria, a essere catapultata verso il cielo come se nulla fosse, il suo amor proprio non poté mancare di avere ovviamente a risentirne.
Come avrebbe mai potuto essere altrimenti...?

Tutto aveva avuto inizio dalla fine, e dalla fine di una sua avventura come tante. Non un’avventura particolarmente degna di nota. Non un’avventura su cui qualche cantore avrebbe potuto avere di che riportare memoria. E, tuttavia, un’avventura che le aveva fruttato un certo gruzzolo. E solo gli dei avrebbero potuto sapere quanto, in quel periodo, il denaro avesse a farle comodo.
Sulla via del ritorno, ella si era venuta tuttavia a scontrare con un paio di brutti ceffi, due sventurati malintenzionati che, evidentemente, non la conoscevano di fama, e che, avendo a confrontarsi con l’immagine di una donna sola avevano evidentemente presunto di poter avere facilmente la meglio su di lei.
Illusi!
E così, benché essi prima di allora, chiaramente, non la conoscevano di fama, dopo quell’incontro non avrebbero avuto a dimenticare facilmente i suoi disordinati capelli color del fuoco, né i suoi occhi color del ghiaccio, un contrastante abbinamento che non avrebbe potuto mancare di risuonare qual un monito, un chiaro segnale di pericolo, volto a spingerli cercare altrove soddisfazione alle proprie brame di facile arricchimento.
Ella li aveva fatti volare letteralmente in aria, li aveva catapultati verso il cielo come se nulla fosse, e quei due disgraziati, con occhi sgranati e bocche spalancate per lo stupore e la paura, non avevamo potuto fare a meno di darsela a gambe... ovviamente dopo essere riatterrati, dolorosamente, al suolo.
A margine di quello scontro, tuttavia, due occhietti curiosi avevano avuto ad assistere a quanto lì avvenuto. Due occhietti curiosi ai quali avrebbero avuto a corrispondere anche due manine leste nell’afferrare il borsello dell’oro caduto a terra alla stessa donna guerriero nel corso della fugace colluttazione con i propri aggressori. E due manine leste nell’afferrare il borsello dell’oro le quali erano lì accompagnate da due zampette altrettanto veloci, nel correre via conducendo seco quello stesso borsello, non necessariamente per un qualche intento furfantesco, ma anche e soltanto per semplice curiosità, o per volontà di giuoco.
Ma la donna guerriero, protettasi dall’assalto dei due brutti ceffi, non avrebbe allor potuto permettere a una scimmietta da circo che indossava dei pantaloni blu e una giacca gialla, accompagnata, sopra la testa, da una paglietta bianca, di avere successo nel derubarla del proprio oro.

« Ehi, ferma tu! » intimò pertanto.

Ma la scimmietta non offrì allora alcuna evidenza di essere interessata a concederle ascolto. E così, più sorpresa che altro, la donna si ritrovò costretta a rincorrere quel piccolo primate, nella volontà di non avere a vanificare del tutto quell’avventura già priva d’ogni particolare ragione d’interesse, non potendo che ridere di se stessa per aver concesso a quell’animaletto di sottrarle il proprio tesoretto in maniera così banale.
Correndo attraverso il bosco, quindi, la donna guerriero raggiunse la periferia di una cittadina, emergendo dagli alberi giusto in tempo per veder la scimmietta superare il cancello di una villetta, circondata da un amplio giardino.
La donna dai capelli color del fuoco e dagli occhi color del ghiaccio non desiderava arrecare disturbo ad alcuno, soprattutto al proprietario di quella casa, chiunque egli fosse. Ma, al tempo stesso, non desiderava neppure riconoscerla vinta alla scimmietta. E così, offrendo buon viso a cattivo giuoco, ella ebbe a scavalcare agilmente lo steccato posto a circondare la casa, per avanzare con discrezione all’interno di quel giardino non particolarmente curato... o, in effetti, decisamente disordinato, lasciato in tutto e per tutto libero di esprimersi secondo i propri capricci.
Avvicinandosi alla villa, all’interno della quale ormai era scomparsa la scimmietta, ella ebbe a concedersi un istante di stupore nel ritrovarsi a osservare un cavallo. E se nulla di strano avrebbe avuto a doversi intendere nell’esistenza di un cavallo, di certo non il primo né l’ultimo che ella avrebbe avuto a vedere in vita sua, decisamente insolito avrebbe dovuto essere altresì giudicata la presenza del cavallo nella veranda di quella casa, quasi, allorché una veranda, essa avesse a intendersi qual una stalla. Ma quella non era una stalla, era una veranda. E malgrado fosse una veranda, quello era comunque un cavallo: un cavallo quietamente sistemato all’interno di una veranda.

« Questa è bella... » commentò fra sé e sé, domandandosi quali altre bizzarrie avrebbero mai potuta attenderla all’interno di quell’edificio, nell’annoverare già la presenza di una scimmietta con una paglietta bianca in testa e un cavallo residente nella veranda.

Disordine. Ecco cosa ebbe ad attenderla all’interno della villa. Un disordine decisamente disarmante anche per lei, che, di certo, non avrebbe potuto vantar particolare pignoleria in tal senso. E un disordine tale da poter rendere persino impensabile avere a ritrovare la scimmietta.
Se non fosse che, in effetti, la scimmietta non era nascosta in alcun punto in particolare, ma, anzi, sedendo al centro del tavolo della cucina, era intenta ad armeggiare con il nodo presente a tenere chiuso il suo borsello, evidentemente animata da un’infantile curiosità per il contenuto dello stesso.

« Scusami... ma quello sarebbe mio! » sancì, avvicinandosi verso il tavolo e la scimmietta, con l’intento di riappropriarsi del maltolto.

Ma la scimmietta, forse colta di sorpresa dalla discrezione con la quale ella aveva saputo muoversi sino a quel momento, ebbe a lanciare un grido d’allarme a confronto con quella presenza imprevista e, potenzialmente, minacciosa.
E fu allora che ella si ritrovò a volare letteralmente in aria, a essere catapultata verso il cielo come se nulla fosse. E non per l’intervento di un gigante, o di qualche nerboruto bruto, quanto e piuttosto di una bambina, e di una bambina apparsa quasi dal nulla.
Con un nasino a patata al centro di un viso spruzzato da lentiggini, e con una montagna di rossi capelli color carota stretti un due trecce sparate l’una a destra e l’altra a sinistra del suo capo, quella bimba magrolina, vestita con un bizzarro abito blu rattoppato di rosso, una lunga calza marrone e l’altra nera, nonché due enormi scarpe ai piedi, avrebbe avuto certamente a rappresentare il naturale completamento di quel bizzarro contesto. Ma tutt’altro che naturale, in tal senso, avrebbe avuto a dover essere considerata la facilità con la quale era stata capace non soltanto di sorprendere la donna guerriero ma, addirittura, di sollevarla di peso e catapultarla in aria, al solo scopo di proteggere la propria scimmietta.
Sì. Perché l’unica ragione alla base di quell’apparente aggressione altro non avrebbe avuto a dover essere intesa se non quella volontà di difesa, e di difesa per il piccolo primate spaventato, per così come ebbe subito a chiarire, prendendo voce verso la sconosciuta introdottasi in casa propria...

« Perdonami. Ma non è affatto carino far la gradassa con una piccola scimmietta indifesa! » si giustificò pertanto.

La donna guerriero, ritrovatasi precipitata oltre la veranda e giù per i gradini, così sdraiata sul vialetto d’ingresso dalla villa, non prestò caso al dolore dell’impatto al suolo, nel preferire rialzarsi rapidamente al solo scopo di poter meglio osservare la propria interlocutrice, e accertarsi di quanto veduto, benché apparentemente assurdo.
Ma per quanto assurdo potesse apparire, quella bambina si proponeva qual nulla di più di una bizzarra bambina con un bizzarro modo di vestirsi. Una bizzarra bambina con un bizzarro modo di vestirsi e forza sufficiente a catapultarla via, come se nulla fosse...

« Invero non desideravo fare la gradassa. » osservò quindi la donna guerriero, levando le mani a dimostrare l’assenza di qualunque volontà offensiva a discapito tanto della bimba, quanto della sua scimmietta « Volevo soltanto recuperare il mio borsello, che la tua scimmietta mi ha inavvertitamente sottratto. »
La bimba la osservò per un istante, prima di aprirsi in un amplio sorriso divertito, e avere a riprendere voce verso di lei: « Ehi. Ma tu mi assomigli! » sancì, nel riconoscere una certa somiglianza fra loro, non soltanto in termini di lentiggini e di capelli, malgrado due sfumature differenti di rosso fra loro, ma anche in termini di eccentricità del vestiario, giacché, con buona pace di ogni precedente nota, anche l’abbigliamento della donna guerriero non avrebbe potuto essere propriamente considerato consueto, quanto e piuttosto un’accozzaglia di capi sdruciti e tenuti insieme più dallo sporco che dalla trama del proprio tessuto « Non è che conosci mio papà...? E’ il capitano Efraim Calzelunghe, Sua Maestà sovrano dell’isola Cip-cip! »
« Oh diamine... » esitò l’altra, colta in contropiede a quella domanda « Francamente non credo. O, quantomeno, non rammento. » negò subito dopo, scuotendo appena il capo.
« Beh. Se non lo conosci, allora non dovremmo essere parenti. Ma se un giorno lo conoscerai, magari potremmo anche diventare parenti! » dichiarò la bimba, seguendo una logica tutta sua « Non che io abbia molti parenti, sai? Non mi dispiacerebbe averne uno in più. Magari potresti essere mia nipote! »
« Non sarebbe più sensato se fossi tua zia...?! » ridacchiò la donna, facendo sinceramente fatica a star dietro a quel discorso.
« No... non mi interessa una zia. » escluse tuttavia l’altra, stringendosi fra le spalle « Anche perché potresti essere una zia antipatica che vuole solo che io mi lavi dietro le orecchie. » puntualizzò, in un’arringa ineccepibile, se soltanto avesse avuto una qualche logica « Io invece non ti chiederei mai di farlo. Ragion per la quale è meglio che sia io la zia. Non trovi? »

E fu così che, senza neppur aver capito come, la donna guerriero si ritrovò con la promessa di una zia in più. Una zia di dieci anni appena... ma con forza sufficiente per farla volare letteralmente in aria, catapultata verso il cielo come se nulla fosse!

NOTE DI COPYRIGHT: Pippi Calzelunghe, scritto da Astrid Lindgren, è copyright © di The Astrid Lindgren Company, e rappresenta uno dei libri che più hanno caratterizzato l'infanzia dell'autore di Midda's Chronicles, entusiasmandolo e, inevitabilmente, anche ispirandolo in quest'opera sin dal primo giorno di pubblicazione.
Tutti i diritti su
Pippi Calzelunghe hanno da intendersi di proprietà esclusiva della The Astrid Lindgren Company.
L'utilizzo dei personaggi di Pippi Calzelunghe e del signor Nilsson nel corso di questo episodio speciale non desidera violare in alcun modo la proprietà di chi avente diritto, ma soltanto rendere omaggio a un libro meraviglioso, pietra miliare della storia della letteratura mondiale. Questo episodio speciale non sarà mai utilizzato a scopo di lucro, né la sua pubblicazione è affiliata o dipendente da eventuali editori.
Tutti i diritti su Midda e sull'universo a lei collegato restano ovviamente di proprietà esclusiva del rispettivo autore.



venerdì 4 marzo 2022

Speciale 4 marzo 2022

 

Era passato un po’ di tempo dall’ultima volta in cui la donna guerriero e il suo cantore si erano ritrovati a confronto diretto.
Vi era stato un periodo nella vita di lui abbastanza complicato in cui cercare un confronto con lei era diventato quasi un’abitudine. Poi, fortunatamente, tutto aveva ripreso a scorrere in maniera consueta e, così, ella aveva potuto ovviare a ogni qual genere di assillo da parte di lui. Questo, per lo meno, fino a quando il mondo del suo cronista non si era ritrovato ad affrontare una grave crisi bellica. E una crisi bellica che, non fosse stata reale, sarebbe stato il soggetto perfetto per un romanzo o per un film...

« Immagino che tu non conosca James Bond, non è vero...?! » le domandò con incedere retorico egli, certo della risposta che ella avrebbe avuto a concedergli.
« ... amico tuo?! » aggrottò la fronte la donna dagli occhi color del ghiaccio, storcendo appena le labbra verso il basso e scuotendo il capo, a confermare l’atteso diniego.
« No. Certo che no. » ridacchiò egli, divertito all’idea « E’ il protagonista di una serie di romanzi scritti da un autore britannico del secolo scorso e, almeno nell’idea, ispirati al suo passato militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale... »
« Scusa... hai detto “guerra mondiale”...?! » ripeté ella, dimostrandosi abbastanza disinteressata alla questione relativa a quell’autore britannico, ma decisamente più incuriosita da quel particolare accostamento di termini « Cosa intendi dire con “guerra mondiale”?! »
« Una guerra su scala planetaria. » spiegò il cantore, decisamente poco fiero di tale particolare aspetto della Storia del proprio mondo « Una guerra che ha a coinvolgere nazioni e governi in ogni continente, con un conteggio di vittime smisurato, per non dire folle. »
« Thyres! » esclamò la donna guerriero, tutt’altro che estranea al concetto di guerra e, ciò non di meno, decisamente aliena all’idea di un tanto vasto genere di conflitto « Dalle mie parti non credo che si sia mai arrivato a qualcosa di simile. Al più, nei casi peggiori, ci si può essere sospinti a guerre a livello continentale... ma fra un continente e l’altro, non davvero! » sottolineò, per poi subito soggiungere « Certo è pur vero che dalle mie parti le possibilità di spostamento fra un continente e l’altro sono comunque minime... in termini tali per cui improbabile sarebbe riuscire a condurre un intero esercito altrove, anche volendo impegnarsi in una simile follia. »
« Eh lo so... » sorrise egli, ben consapevole della situazione propria del mondo di lei, e di quel mondo certamente contraddistinto dai propri problemi, ma anche da tante complicazioni in meno « E invece, dalle mie parti, siamo stati così bravi da riuscire a condurre ben due Guerre Mondiali in meno di cinquant’anni. » esplicitò in maniera ironica, con un sorriso teso e tirato « Pensa: quella che ora noi conosciamo come la Prima Guerra Mondiale, inizialmente era stata definita soltanto come la Grande Guerra, nell’ingenua convinzione che non ve ne sarebbe certamente potuta essere un’altra eguale. E, invece, la Seconda è stata persino peggiore della Prima. »
« E’ andata bene che non abbiate avuto la fantasia di immaginarne anche una Terza, allora... » osservò la donna, inarcando un sopracciglio con aria critica « Dato l’andazzo... »
« Già. » sospirò il cantore, cercando almeno per il momento di soprassedere sulla questione, salvo poi soggiungere così ispirato dalle parole di lei « In effetti, a uno dei più grandi geni della Storia del mio mondo un giorno ebbero a chiedere in che modo sarebbe potuta essere combattuta la Terza Guerra Mondiale, e questi rispose: “Non lo so, ma posso dirvi cosa useranno nella Quarta. Useranno le pietre!” »
« Le pietre...?! » esitò ella, non cogliendo immediatamente il senso dell’affermazione.
« Sì... nel senso che una Terza Guerra Mondiale porterebbe una devastazione tale da cancellare completamente ogni segno di civiltà, facendoci regredire all’Età della Pietra... » argomentò, rendendosi poi conto che forse ella non avrebbe avuto comunque a comprendere e, in ciò, decidendo di tagliare corto « Ma lascia perdere. Non è di questo che ti volevo parlare... »
« Vedo che hai ancora il vizio di perderti nel tuo stesso favellare, eh?! » lo canzonò ella, divertita da tutto ciò e, stranamente, non dimostrandosi così desiderosa di tornare alle proprie questioni, forse perché, in fondo, non poi così dispiaciuta di avere a scambiare due parole con lui.
« Ti dicevo di James Bond... » tentò di riprendere egli, tornando all’inizio di quella breve dissertazione « Per la precisione, James Bond è un agente segreto che si ritrova a combattere contro un ricco assortimento di folkloristici antagonisti, la maggior parte dei quali accomunata da qualche folle smania di dominio, o di distruzione, del mondo. »
« Interessante... » commentò ella, con un tono utile a voler esattamente sottintendere l’opposto, ossia quanto di tutto ciò non avesse a importarle assolutamente nulla « Anche io ne ho conosciuta almeno una così. Si chiamava Anmel Mal Toise... non so se te la ricordi. » ironizzò, certa che egli avesse a rammentarsi di una delle proprie peggiori antagoniste, per avere a inseguire la quale era stata persino costretta a lasciare i confini del proprio mondo natale e viaggiare per un lustro fra le stelle del firmamento « Ti inviterei a scrivere qualcosa a tal riguardo nel caso ti interessasse... ma, in effetti, lo hai già fatto. A lungo. Molto a lungo. »
« Non è mica colpa mia se tu hai combattuto a lungo... molto a lungo contro Anmel! » protestò il cronista, respingendo al mittente quell’addebito « Io mi sono limitato a raccontare la storia: il resto ce lo hai messo tutto tu! » puntualizzò, non desiderando arrogarsi alcuna paternità a tal riguardo.
« Va bene, va bene... » decise di soprassedere la donna, non desiderando avere a cercare facile polemica gratuita a tal riguardo « ... comunque sia non ho ancora capito perché tu mi stia raccontando di questo Geim Sbond. »
« E’ che non ho mai compreso realmente come gli avversari di James Bond potessero risultare in qualche modo credibili. » replicò egli, riprendendo ancora una volta il discorso fugacemente interrotto « Cioè... perché mai qualcuno dovrebbe svegliarsi un mattino e decidere di minacciare il mondo intero...?! Non ha molto senso. »
« Credo che l’errore di fondo, da parte tua, abbia da doversi riconoscere nel tentare di razionalizzare la fantasia di un romanziere... » si strinse fra le spalle la donna, senza offrire particolare peso alla questione da lui proposta « Alla fine una storia potrebbe meritare di essere raccontata a prescindere dal suo livello di realismo, effettivo o percepito... non trovi?! »
« Assolutamente. » annuì egli, con quieta convinzione « Del resto io narro le tue avventure che, con tutto il dovuto rispetto, in un mondo con il mio non possono che apparire del tutto estranee a ogni qualsivoglia idea di realtà. » sottolineò, in un esempio tutt’altro che gratuito nel considerare, per l’appunto, l’identità della propria interlocutrice « Tuttavia, al di là di quel patto di fondo con il lettore chiamato sospensione dell’incredulità, non è che uno può pensare di avere a scrivere di cose del tutto prive di senso. Ragione per la quale, al di là di ogni facile giudizio, anche un cattivo di James Bond non dovrebbe essere del tutto privo di un fondo di realtà, persino nella sua folle brama di distruzione globale... »
« D’accordo. » ammise ella, levando entrambe le mani innanzi a sé, in segno di resa « Posso dire che sto facendo sempre più fatica a seguirti e a immaginare ove tu voglia andare a parare...?! » replicò la donna, aggrottando la fronte con aria disorientata.
« Provo ad arrivare al punto... » promise egli, subito proseguendo « Il punto è che in passato non ero mai riuscito a comprendere cosa potesse aver ispirato a un ex-militare, a un reduce della Seconda Guerra Mondiale, una fantasia come quella propria degli antagonisti del proprio protagonista, e di un protagonista, per lo più, contraddistinto da un certo retrogusto autobiografico. » sintetizzò e rielaborò, sforzandosi di dare maggior consistenza possibile ai propri pensieri e, ancor più, ai propri dubbi « Almeno fino a quando non mi sono ritrovato a comprendere che, in effetti, quell’uomo si era ritrovato in prima persona a dover combattere contro un folle maniaco degna fonte di ispirazione per tutti i propri personaggi antagonisti: lo stesso folle maniaco al centro dell’intera Seconda Guerra Mondiale... »
« Aspetta... » esitò la donna, apparendo forse ancor più confusa che in precedenza « Vuoi forse dirmi che alla base di un conflitto su base planetaria aveva a doversi intendere una singola persona...?! » riformulò, cercando di comprendere « Manco Anmel si è mai sospinta a tanto... »
« Non che abbia fatto tutto da solo, sia chiaro. » sottolineò egli, scuotendo il capo « Ciò nonostante, un certo ruolo da protagonista negativo della questione un certo folle maniaco ce l’ha avuto, fungendo da connettore per l’odio e la violenza di molte altre persone... e ispirando e guidando interi eserciti a tentare di imporre la sua linea di pensiero sul mondo intero, con le buone o con le cattive. »
« Ergo, l’autore di Geim Sbond, secondo te, si è ispirato a costui per dare sostanza a tutti i propri antagonisti...?! » domandò ella, tentando di comprendere il filo proprio del pensiero del proprio interlocutore.
« Per carità: non sono un esperto a tal riguardo... e, sicuramente, qualcuno potrebbe anche gridare allo scandalo per questo mio approccio deduttivo fondato sul nulla più assoluto. » si autodenunciò, a scanso di equivoci a tal riguardo « Ciò non di meno, non ho potuto fare a meno di pensare a questo nel ritrovarmi a confronto, nella mia realtà storica attuale, con il profondo desiderio che possa apparire improvvisamente un James Bond a eliminare il cattivo della situazione e a restituire al mondo la propria incasinata quotidianità, tutt’altro che perfetta, certamente, e pur ben lontana dal potersi fraintendere prossima all’ecatombe di una Terza Guerra Mondiale... »

Un momento di silenzio ebbe a calare allora fra la donna guerriero e il suo cantore, nel mentre in cui ella non mancò di concedersi occasione di rianalizzare con calma quelle ultime parole per cercare di comprenderne il reale significato. Parole in conseguenza delle quali, poi, ella non poté ovviare a domandare: « Ma di che diamine stai parlando...?! », ascoltando con indubbia attenzione la spiegazione che ne ebbe a seguire. E una spiegazione a confronto con la quale le nere pupille al centro delle di lei azzurre iridi non poterono ovviare a dilatarsi fino a quasi a inglobare tutto quanto, per l’obbligato stupore conseguente.

« So che non è bello da dire, soprattutto a confronto con quella che vorrebbe essere la mia morale personale e religiosa... » concluse alfine egli, scuotendo appena il capo con palese rammarico « Ma in questo momento vorrei tanto che tu potessi essere la mia James Bond, arrivare sino a quel folle maniaco e... beh... fare quello che tu sai fare meglio. » dichiarò, dispiaciuto per quella propria stessa fantasia « Perché, francamente, non ho alcuna voglia di ritrovarmi a vivere la Terza Guerra Mondiale soltanto perché qualcuno, un giorno, si è svegliato dal lato sbagliato del letto! »

lunedì 12 agosto 2019

Speciale Tremila

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, autoconclusivo, ha da considerarsi quale un evento speciale estraneo alla consueta continuità narrativa della serie e concepito nella sola volontà di festeggiare il raggiungimento di un traguardo importante come quello rappresentato dal tremillesimo episodio, oggi pubblicato.  


Quando quell’urlo spaventato la raggiunse, la donna guerriero non ebbe esitazione alcuna e, in un sol istante, si ritrovò a correre nel folto della foresta, in quell’oscura notte priva di luna.
Qualcuno forse avrebbe avuto di che rimproverarla di incoerenza per ciò, perché, in quanto mercenaria, e fieramente mercenaria, ella non avrebbe avuto a dover rispondere sì celermente al grido di una sconosciuta: ma quei freddi occhi color ghiaccio, e quei scomposti capelli rossi come il fuoco, non si sarebbero mai concessi occasione di freno innanzi a una richiesta d’aiuto, e da una richiesta d’aiuto come quella implicita in quel verso disperato, in maniera del tutto indifferente all’eventualità di aver a lucrarci sopra. Anche in virtù della pura e semplice evidenza di quanto, in verità, l’oro non avesse mai, né mai avrebbe, realmente mosso le sue azioni, o effettivamente motivato i suoi gesti, rappresentando, al contrario, un piacevole effetto collaterale di un’esistenza da sempre consapevolmente e volontariamente vissuta sul proverbiale filo del rasoio, in una folle corsa contro uomini, mostri e dei, nel voler dimostrare, a chiunque, uomo o dio che egli fosse, quanto l’unica artefice della propria sorte avrebbe avuto a dover essere considerata proprio lei, nella sua più assoluta e fiera autodeterminazione.
Ella non conosceva quelle terre, né, tantomeno, avrebbe potuto vantare una benché minima confidenza con quella foresta. Ciò non di meno, incessante fu il crescendo del suo passo, e del passo proprio di chi, come lei, familiare con quel genere di situazioni, con quel genere di scenari, era abituata a muoversi nelle tenebre più cupe così come nella luce più abbagliante, e a muoversi, puntualmente, verso un avversario, verso un nemico, e, con esso, verso l’ennesima riprova utile a dimostrare il proprio valore guerriero. E se, in tal rapido avanzare, il suo braccio mancino, in carne mortale ammantata di candida epidermide riccamente ornata da tatuaggi tribali in diverse sfumature di azzurro e blu, avrebbe avuto a doversi riconoscere mantenuto aderente al corpo, all’addome, e in ciò prossimo alla spada, e a quella spada bastarda compagna di mille e più avventure, che lesta ella avrebbe sguainato al momento opportuno; il suo braccio destro, in lucido metallo cromato animato, in virtù di una magia tecnologica, dal potere proprio di un gruppo di servomotori alimentati all’idrargirio, avrebbe lì avuto a doversi posizionare, similmente a uno scudo, sollevato innanzi a sé, al proprio volto e alla parte superiore del proprio generoso busto, per aprirle la strada attraverso ogni qual genere di ostacolo, fossero essi rami, fronte, cespugli o rovi, spazzandoli senza che alcuna percezione di essi avesse a rallentarla, avesse a frenarla nel proprio audace incedere.
Un secondo urlo ebbe a correggere, di poco, la sua traiettoria. E, in grazia a ciò, ella ebbe a raggiungere la scena. Una scena che ebbe lì a presentarsi al suo sguardo tanto spiacevolmente consueta, quanto originalmente anomala.
La spiacevole consuetudine propria dell’immagine che ebbe a raggiungere lo sguardo della donna guerriero, fu quella propria di un gruppo di bruti, tre per la precisione, lì intenti ad assediare un’inerme fanciulla, gettata a terra innanzi a loro. E tanto grossi e spiacevoli allo sguardo avevano lì a riconoscersi i bruti, tanto esile e soave non avrebbe potuto che risultare la giovane, poco più di una ragazza, con pelle eburnea, capelli del biondo dorato del grano, occhi dell’intenso blu del mare, e tratti fini, eleganti, delicati a tratteggiare un volto di incomparabile beltà. I bruti, a contorno di quella fragile preda, apparivano contraddistinti da corpi sì nerboruti da vantare, ognuno, una massa di almeno tre volte tanto quella della fanciulla, quanto quella della donna guerriero, e una massa che non avrebbe potuto che risultare ancor più imponente, nella propria presenza, in conseguenza di pesanti pellicce ad adornare le loro spalle e i loro busti. La fanciulla, al centro di quel predatorio assedio, si presentava altresì avvolta in una candida veste bianca, e una candida veste bianca che avrebbe reso ancor più eterea la sua figura, non fosse stata turbata, nella propria delicatezza, nella propria purezza, dal rosso vivo del sangue. E di un sangue non suo.
L’originale anomalia, infatti, propria di quella stessa immagine avrebbe avuto a doversi identificare nell’impegno lì proprio di quella giovinetta, e di quella giovinetta lì intenta, circondata qual era da quei bruti, a tentare di difendere, in grazia a un corto pugnale, poco più di uno stiletto, un enorme lupo dal nero manto, e un enorme lupo al quale, allora, ella si poneva disperatamente abbracciata. Straordinaria avrebbe avuto a doversi riconoscere quella bestia, e una bestia a confronto con la quale qualunque guerriero avrebbe avuto di che temere per la propria vita. E ciò non di meno, sincero avrebbe avuto a doversi considerare l’amore proprio di quella donna per quell’animale, e per quell’animale che, esanime e sanguinante, giaceva fra le sue braccia, nel mentre in cui ella, disperata, tentata di difenderlo, gridando il proprio dolore, e quel dolore lì espresso anche dalle calde lacrime che ne solcavano il volto perfetto.
Ma se pur quell’originale anomalia, e quell’anomalia propria di una fanciulla abbracciata a un enorme lupo nero, avrebbe avuto a poter disorientare il giudizio della donna guerriero; la spiacevole consuetudine propria di quei tre bruti a lei circostanti, e armati soltanto delle peggiori intenzioni, non avrebbe potuto permetterle dubbio alcuno su qual avrebbe avuto a dover essere la via migliore nella quale agire. E la mercenaria agì, e agì per come meglio avrebbe saputo agire. E agì gettandosi nella mischia, e piombando alle spalle di quegli uomini, di quei bruti, in maniera impietosa, decisa a pretendere le loro vite qual sol giusto pagamento per l’ardire che si erano riservati nell’attentare alla vita di quella fanciulla.
Un confronto rapido. Un confronto privo di un qualunque reale senso di sfida per colei che della guerra aveva reso la propria professione, e del dispensar morte aveva fatto un’arte. E un confronto che, allor, ebbe a concludersi in pochi istanti, con tre cadaveri distesi al suolo, qual un’offerta votiva a quella giovinetta.
E laddove, in ciò, la fanciulla avrebbe avuto necessariamente a riconoscere la nuova arrivata qual un’alleata, qual un’amica, il terrore che ancor dominava sul suo cuore, alimentato dal dolore proprio per le condizioni in cui riversava la bestia, non le garantì sufficiente lucidità in tal senso, lasciandole fraintendere il senso di quell’intervento e vedendola, ancora, mantenere alta e minacciosa quella sottile lama, rivolta a discapito della propria salvatrice nell’egual misura nella quale era stata, un attimo prima, promessa ai suoi aggressori.
Un sorriso, e poche parole scandite con tono dolce, quasi materno per quella giovinetta che, probabilmente, avrebbe potuto vantare sì l’età utile per essere sua figlia, permisero alla donna guerriero di superare l’ostacolo proprio di quella diffidenza, di quella paura, lì presentandosi con il proprio nome e lì spiegando di non aver interesse alcuno a farle del male… al contrario. E la giovinetta, la qual ebbe lì a presentarsi come la figlia del conte d'Anjou, nessun altro interesse, nessun’altra priorità ebbe a esprimere se non per le condizioni del lupo, di quell’enorme bestia distesa come morta, e la morte della quale, pur, mai ella avrebbe potuto accettare, non, quantomeno, senza morirne a sua volta, pregando la sua sconosciuta salvatrice di aver a intervenire, a far qualcosa per lui, prima che potesse essere troppo tardi.
La donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe avuto a poter vantare particolare confidenza con la vita nell’egual misura in cui, al contrario, avrebbe potuto esprimerne nei riguardi della morte, e della morte che ella sarebbe stata in grado di dispensare con quieta serenità, così come i cadaveri dei tre bruti avrebbero potuto silenziosamente testimoniare. E, di certo, ella non avrebbe potuto essere solita rivolgere a delle bestie maggior premura di quella che non avrebbe potuto riconoscere a delle persone, verso già il destino delle quali non avrebbe potuto turbarla particolarmente, non nel bene, né tantomeno nel male. Ciò non di meno il vivo e straziante dolore di quella fanciulla non avrebbe potuto ovviare a turbarla, e a turbarla in misura sufficiente a volersi impegnare, per quanto possibile, a soccorrere quella bestia, e quella bestia che, in una differente situazione, probabilmente si sarebbe soltanto impegnata a uccidere. E per quanto, nei riguardi della vita non potesse vantare particolare confidenza, con le ferite, e le ferite proprie di una battaglia, ella non avrebbe potuto mancare di essere più che esperta, così come sulle tecniche utili a permettere, a se stessa o ai propri alleati, di restare aggrappati alla vita anche laddove il resto del Creato sembrava prometter loro soltanto la morte. Così ella, riposta la spada ed estratto un piccolo borsello con ago e filo, e altri strumenti utili a ricucire ferite proprie come quella che, sul suo volto, molti anni or sono, molti decenni fa, aveva lasciato un’orrida cicatrice perpendicolare al suo occhio sinistro, ebbe lì a chinarsi delicatamente innanzi alla fanciulla e al lupo, per cercare di impegnarsi, con tutte le proprie energie, nella salvezza di quell’animale.
Le ferite, perché più di un taglio avrebbe avuto a dover esser riconosciuto sparso nella nera pelliccia del lupo, non erano superficiali. E, ciò non di meno, fosse ella riuscita a ricucirle per tempo, e a bloccare, in tal maniera, la perdita di sangue, quella bestia avrebbe potuto riservarsi un’occasione di futuro, giacché nessun organo sembrava intaccato. Senza esitazione, quindi, la donna guerriero, abituata a togliere la vita, lì si impegnò nel tentativo di restituirla, e di restituirla a quell’animale morente. E a quell’animale morente che sol fugacemente sembrò esprimere del dissenso nei confronti della sua presenza, senza, tuttavia, riservarsi energie utili a reagire, e a reagire in suo contrasto. Un dissenso che, tuttavia, fu delicatamente posto a tacere da una dolce carezza della fanciulla, e dal bacio che ella, ancora piangendo, ebbe ad appoggiare sul capo di quell’animale, pregando il Cielo affinché non richiedesse quella vita, non esigesse quel sacrificio.
Per ore, quindi, la mercenaria si ritrovò a impegnarsi a cauterizzare, laddove necessario, e a ricucire, laddove possibile, il corpo martoriato di quell’animale, e di quell’animale che doveva aver lottato con tutte le proprie forze prima di crollare sotto il peso di quei colpi. E così era effettivamente stato, come ebbe a confermare la bionda fanciulla, laddove quel gruppo di tre, in origine, avrebbe avuto a vantare il doppio dei propri membri, metà dei quali, prima del tempestivo arrivo della donna guerriero, erano già stati fatti a pezzi dalla ferocia di quell’animale, il quale, alla fine, aveva ceduto solo in conseguenza di un’impropria disparità numerica fra sé e i propri antagonisti.
E se, poco prima dell’alba, il corpo della bestia era stato completamente ricucito e fasciato, anche in grazia alla collaborazione della stessa giovinetta e all’abbondante contributo della propria bianca veste tradotta in bende; quando i primi bagliori della nuova aurora ebbero a sorprenderli, attraverso il fitto degli alberi della foresta, un alto grido ebbe a levarsi improvviso dalla bocca della fanciulla, nel mentre in cui, con un ultimo sguardo, ella tentò di ringraziare la propria nuova amica, e quell’amica nei riguardi della quale, presto lo avrebbe compreso, aveva contratto un debito privo di ogni possibilità d’essere estinto.
Un grido che ebbe a preoccupare la mercenaria, lì confusa per quella reazione, e che, nel tempo proprio di un battito di ciglia, ebbe a trasformarsi nel grido animale proprio di un falco… qual falco, quella splendida giovane era mutata innanzi al suo sguardo, liberandosi del resto delle proprie vesti insanguinate e levandosi in volo, verso l’alto dei cieli. E se al posto della donna, un falco aveva fatto la propria comparsa, al posto del lupo, e di quel lupo che per tutta la notte la donna guerriero aveva tentato di salvare, altro ella non ebbe a trovare che un uomo, un uomo dai biondi capelli e dalla pelle egualmente dorata, dai tratti eleganti e pur virili, che lì, disteso al suolo, volse un fugace sguardo innamorato verso il falco, e verso quel falco per difendere il quale sarebbe morto mille volte, prima di cadere incosciente in un profondo sonno ristoratore.

NOTE DI COPYRIGHT: LadyHawke, scritto da Edward Khmara e diretto da Richard Donner, è copyright © di Twentieth Century Fox e Warner Bros., e rappresenta uno dei film che più hanno caratterizzato la giovinezza dell'autore di Midda's Chronicles, entusiasmandolo e, inevitabilmente, anche ispirandolo in quest'opera sin dal primo giorno di pubblicazione.
Tutti i diritti su
LadyHawke hanno da intendersi di proprietà esclusiva della Twentieth Century Fox e Warner Bros.
L'utilizzo dei personaggi di Isabeau d'Anjou ed Etienne Navarre nel corso di questo episodio speciale non desidera violare in alcun modo la proprietà di chi avente diritto, ma soltanto rendere omaggio a un film meraviglioso e ai suoi straordinari interpreti, fra cui la sempre bravissima e bellissima Michelle Pfeiffer e, in particolare, il purtroppo compianto Rutger Hauer, spentosi lo scorso 19 luglio. Questo episodio speciale non sarà mai utilizzato a scopo di lucro, né la sua pubblicazione è affiliata o dipendente da eventuali editori.
Tutti i diritti su Midda e sull'universo a lei collegato restano ovviamente di proprietà esclusiva del rispettivo autore.



CURIOSITA': l'account di Blogger con il quale questa pubblicazione è nata nell'ormai lontano 2008 è, non a caso, etienne.navarre.82.

mercoledì 24 ottobre 2018

In memoria di mia nonna

NOTA INTRODUTTIVA: Questa mattina, intorno all'una, il telefono di casa ha squillato per comunicarmi la tragica notizia della dipartita di mia nonna Gaetana "Nella" Visicaro, nata il 17 maggio 1924 da Francesco Visicaro e Maria Concetta Parisi, e madre di mio padre. Mia nonna si è spenta nel sonno, così come da sempre aveva sperato di poter fare e, in questo, non posso che essere felice per lei, per quanto il vuoto che lascerà nelle vite di coloro che l'hanno amata sarà incommensurabile.
Dopo la fine della telefonata, la prima cosa che ho fatto è stata quella di prendere il mio Breviario, un suo dono, e di recitare una parte dell'Ufficio dei Defunti. Poi, mi sono seduto alla scrivania e ho scritto di getto il breve racconto che segue, una digressione fra Midda e i propri bambini sulle proprie radici e, in particolare, sulla nonna che, per lei, è stata sicuramente un riferimento importante, e della quale ho già narrato in molteplici, altre, occasioni, una fra tutte ne "La canzone di Midda". Ora sono le quattro del mattino, e, dopo aver concluso questa narrazione, credo che potrò concedermi anche io l'occasione di piangere.
Arrivederci nonna... grazie per ogni cosa e scusami se, forse, non sono riuscito a essere il nipote che avresti voluto fossi.


« Mamma…? » la apostrofò il piccolo Tagae, sollevando lo sguardo dall’esecuzione dei calcoli matematici sui quale ella stava allora impegnando lui e sua sorella, come ogni mattina, in accordo a quello che, ormai da più di un anno, sin da quel lungo momento di prigionia a bordo della nave della Loor’Nos-Kahn, aveva definito essere il loro piano di studi.
« … non vale farsi aiutare… » lo rimproverò con diligente severità Liagu, aggrottando la fronte senza neppure spostare il volto dal foglio sul quale avrebbe avuto a doversi riconoscere china in quel momento, e, ciò non di meno, non risparmiando un’impietosa occhiataccia al fratello, osservandolo di sbieco.

A sua volta impegnata, nel contempo degli attenti calcoli dei propri figli, nello studio e, per la precisione, nello studio della lingua franca parlata fra le stelle, di quel compromesso che i primi viaggiatori fra le stelle si erano riservati per riuscire a comunicare reciprocamente senza, in ciò, veder prevaricata la cultura dell’uno piuttosto che quella dell’altro, nel preferire una lingua a un’altra; Midda Namile Bontor non poté ovviare a trattenere un sorriso nel confronto con la reazione di Liagu, in molti comportamenti della quale, sovente, non avrebbe potuto ovviare a ritrovare, malgrado l’assenza di qualunque relazione di sangue, quella propria della sua compianta sorella Nissa, quando ancora avrebbero avuto a dover essere ricordate bambine.
Come Nissa prima di lei, anche Liagu, infatti, non avrebbe mancato di offrire un carattere per lo più docile, quasi sommesso nei confronti di quello più vivace e impetuoso del fratello, salvo, nella propria apparente mitezza, non risparmiare i propri rimproveri, anche e soprattutto a discapito dello stesso Tagae, nel momento in cui le colpe del medesimo avrebbero avuto a doversi dimostrare evidenti, ed evidenti innanzi al proprio personalissimo metro di giudizio, allo stesso modo in cui, anche a lei non erano mai state risparmiate, a suo tempo, e in effetti per tutto il resto della propria esistenza, dalla sua gemella. Un parallelismo quasi dolce, quello che non avrebbe potuto ovviare a identificare esistente fra lei e Nissa e fra Tagae e Liagu, che pur, a confronto con il tragico dramma della propria esperienza personale, non avrebbe potuto quasi avere a che temere, nell’eventualità che, a loro volta, anche i propri figli seguissero le stolide orme della loro genitrice e della zia mai conosciuta.
Scuotendo allora la testa, quasi a scacciare fisicamente quei cattivi pensieri dalla propria mente, Midda non poté comunque ovviare a rispondere all’appello del figlioletto, con buona pace dei timori espressi dalla bimba sull’eventuale aiuto che egli avrebbe potuto richiederle…

« Dimmi, Tagae. » lo invitò a esprimersi, inserendo un segnalibro all’interno del testo di grammatica che stava leggendo, per poter così rivolgere tutta la propria attenzione verso il pargolo.
« Perché tu hai due nomi e papà ne ha uno solo…? » domandò questi, in un interrogativo assolutamente estraneo ai calcoli che avrebbe dovuto star eseguendo, a dimostrare quanto, in effetti, la sua mente non fosse poi così concentrata sugli stessi.
« In che senso…? » questionò ella, colta in sincero contropiede da tale domanda, e, per questo, per un fugace istante persino impossibilitata a ricordare il proprio stesso nome, allor oggetto di legittima curiosità da parte del bambino.
« Tu ti chiami Midda Namile Bontor… mentre papà si chiama solo Be’Sihl Ahvn-Qa. » osservò Liagu, intervenendo nella questione e dimostrando tutta la propria attenta preparazione anche sotto quel frangente « Due nomi… Midda e Namile. No…? »  cercò conferma, ora interrompendo a propria volta i calcoli in corso per potersi dedicare, con curiosità, all’argomentazione sollevata dal fratello.
« Beh… sì. » sorrise divertita la donna, dovendosi sforzare nell’ovviare a scoppiare a ridere nel vedersi ricordato il proprio stesso nome dai figlioli, allor attratti da quella disparità con l’ingenuità propria dei bambini, nelle più innocenti domande dei quali non avrebbe potuto che essere colta la continua ricerca di piccole e grandi verità, sulla vita, sull’universo, e su tutto il resto.
« E perché…? » insistette Tagae, incrociando le braccia sul tavolo, e così appoggiandosi per far leva e sollevarsi un po’ di più verso la genitrice adottiva, non avendo ancora ricevuto da questa una risposta al proprio interrogativo.
« E’ una tradizione della gente dell’isola dove sono nata… » sorrise la donna, offrendo lumi attorno a simile arcano, in quella che, probabilmente, non avrebbe avuto a dover essere considerata poi una grande rivelazione, e che pur altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta che la verità dei fatti « A Licsia, a rendere onore alle proprie radici, alla propria Storia, a tutti i nuovi nati, accanto a un primo nome proprio, viene sempre posto un secondo nome, ereditato dai nonni per i bambini, e dalle nonne per le bambine. » argomentò quietamente, passando con lo sguardo da Tagae a Liagu e viceversa « Namile era la mamma di mia mamma, mentre Ronae era la mamma di mio papà: così a mia sorella venne dato il nome Nissa Ronae, e a me, invece, Midda Namile, a ricordarci sempre di essere parte di una storia più grande di noi, che è esistita prima di noi e che continuerà a esistere anche dopo che noi non saremo più. »
« E nonna Namile vive ancora a Licsia…? » domandò il pargolo, evidentemente desideroso di conoscere maggior dettagli nel merito di quella figura così intimamente connessa alla sua mamma, in un quesito forse ingenuo e, ciò non di meno, corretto nella propria formulazione.
« No, piccolo mio. » scosse il capo ella, con un sorriso ora necessariamente malinconico, nel porsi ben consapevole di aver perduto molte, troppe occasioni di addio in quel lontano giorno del proprio passato nel quale aveva deciso di allontanarsi da casa propria per esplorare il mondo, per vivere tutte quelle meravigliose avventure la narrazione delle quali da sempre l’aveva attratta « Nonna Namile è salita al cospetto degli dei molti anni or sono. »
« Della dea Thyres…? » questionò Liagu, fondamentalmente ignorante nel merito del culto del quale, pur, la madre avrebbe avuto a dover essere considerata fedele professante, e, ciò non di meno, avendole sentito invocare, o imprecare, quel nome così tante volte da averlo ormai quietamente acquisito come dato di fatto.
« Della dea Thyres, e di tutti gli altri dei del nostro pantheon. » confermò Midda, sospirando appena « E’ innanzi al loro giudizio che anche io, un giorno, avrò a ritrovarmi, dovendo rendere conto di tutte le azioni che ho compiuto in vita mia, di coloro che ho amato, di coloro che ho odiato; di coloro a cui ho graziato la vita e di coloro a cui, invece, l’ho negata; di quando sono stata coraggiosa e, anche, di quando invece ho agito vigliaccamente, sottraendomi alle mie responsabilità, sottraendomi ai miei doveri. » spiegò, in quello che, almeno dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a doversi considerare il senso stesso della vita, un senso che, ella, aveva quietamente accettato molti anni prima « Comunque è interessante che mi stiate chiedendo di nonna Namile, sapete…? »
In silenzio i due bambini la osservarono, attendendo che la retorica alla base di quella domanda potesse concretizzarsi in una qualche spiegazione nel merito di quanto, ovviamente, essi non avrebbero potuto vantare alcuna conoscenza pregressa.
« Nonna Namile non è stata soltanto una nonna, per me e Nissa: è stata, in effetti, la nostra tutrice, il nostro mentore. » spiegò, rievocando giorni di un lontano passato, e di quel lontano passato in assenza del quale, tuttavia, quel loro stesso presente non sarebbe mai stato « E’ stata lei a insegnarci a leggere, a scrivere e a far di calcolo… che, nel mio mondo, è molto più di quanto la maggior parte delle persone possono vantare di essere in grado di compiere. » puntualizzò, non qual ragione di demerito per la scarsa cultura del proprio pianeta d’origine, quanto e piuttosto qual ragione di merito per la sua mai abbastanza compianta nonna Namile « E quante gliene abbiamo combinate… gliene ho combinate! » soggiunse poi, sorridendo divertita a quel ricordo « Vedete, non è che io fossi proprio un’allieva modello… »

Una rivelazione, quella che ella ebbe così a condividere con i due bambini, che non poté mancare che esaltare il piccolo Tagae, a sua volta poco entusiasta di aver a che fare tutti i giorni con lo studio e i compiti, e che, parimenti, non poté mancare di suscitare un sospiro di malcelato rimprovero da parte di Liagu, la quale, al contrario, sembrò quasi voler criticare la scelta della madre di condividere loro quel dettaglio, offrendo al fratello ragioni utili per dimostrare ancor meno entusiasmo rispetto a quanto già non fosse solito riservarsi nel confronto con lo studio.

« E nonna Namile come reagiva alle tue marachelle…? » domandò quindi la bambina, sperando in una risposta che potesse imporsi utile monito innanzi alle eventuali velleità di ribellione del fratello.
« Oh… sempre con tanta pazienza. Tanta pazienza e tanto amore. Ma, anche, tanta severità. » puntualizzò Midda, sorridendo a quel ricordo « E, probabilmente, se la notte in cui io sono scappata di casa l’avessi incontrata, mi avrebbe fatto passare la voglia di imbarcarmi con una bella pedata sul fondoschiena, rispedendomi a letto con la promessa di darmi il resto la mattina successiva! » ridacchiò, ritrovandosi, quasi senza volerlo, gli occhi lucidi di lacrime, nel confronto con una simile immagine mentale, con una tale idea, quanto mai realistica di ciò che sarebbe potuto avvenire « Per fortuna, o purtroppo, non l’ho incontrata… e, in effetti, non ho neppure mai avuto occasione di salutarla o di dirle addio. Così come non ho avuto neppure occasione di dire addio a mia madre… e a tante altre persone a cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene. » continuò a parlare, in un discorso sempre più dolceamaro, necessariamente carico di rimpianti e di sensi di colpa al confronto con l’idea delle proprie colpe, e di quelle stesse colpe delle quali, un giorno, avrebbe dovuto rendere conto agli dei tutti, ma che, per intanto, non avrebbero potuto ovviarle incommensurabile tristezza all’idea di quanto dolore, purtroppo, ella dovesse aver imposto in quella fatidica notte a tutte le persone colpevoli, soltanto, di averla amata.

E se, senza rendersene conto, ella ebbe a ritrovarsi il volto rigato da calde lacrime, fu questione di un attimo che, ancora una volta senza maturarne reale coscienza, ella ebbe anche a ritrovarsi stretta nell’abbraccio dei due bambini, i quali, levatisi dalle proprie sedie, erano così corsi uno alla sua sinistra, l’altra alla sua destra, per stringersi a lei, e per dimostrarle tutto il proprio affetto, tutta la propria vicinanza, in quell’intimo confronto con emozioni, evidentemente, troppo grandi per poter essere quietamente gestite anche dalla leggendaria Figlia di Marr’Mahew, dall’Ucciditrice di Dei, dalla Campionessa di Kriarya, dalla donna da dieci miliardi di crediti.

« Scusate… non so cosa mi sia preso. » sussurrò Midda, scuotendo appena il capo nell’angoscia che, in quel momento, le stava serrando la gola.
« Mamma… non essere triste. » la invitò il piccolo Tagae, tentando di consolarla laddove, in caso contrario, anch’egli non avrebbe potuto ovviare a sentirsi in colpa, e a sentirsi in colpa per aver fatto stupidamente piangere loro madre con una domanda del tutto inconsulta.
« Mamma… » la richiamò anche Liagu, stringendosi a lei già a sua volta con le lacrime agli occhi, non potendo ovviare a provare empatia per il dolore così provato dalla genitrice « Io sono certa che nonna Namile ti voglia ancora tanto bene, e che ti osservi ogni giorno, vegliando su di te insieme agli dei tutti, e raccontando loro con orgoglio come ti abbia cresciuta bene, come ti abbia insegnato tante cose, e ti abbia permesso di essere la mamma straordinaria che sei ora con noi. »

Parole cariche di infantile ingenuità, e, al contempo, di ferma convinzione, quelle proprie della piccola Liagu, che non poterono concedere altra possibilità alla donna se non quella di una completa esplosione di lacrime, e di calde lacrime che, dal suo volto, discesero allora sino al mento, e da lì a bagnarle la gola e il petto, nel mentre in cui ella ebbe a stringere con dolcezza, e con delicata forza, i due bambini a sé. Lacrime, le sue, or non più soltanto di dolore, ma anche di gioia, e di gioia per l’amore che, probabilmente immeritato, le stava venendo tributato da quei due pargoli, e quei due pargoli a confronto con i quali, più sovente di quanto mai avrebbe potuto credere, ella non avrebbe potuto ovviare a scoprirsi allieva ancor prima che maestra, imparando da loro decisamente più di quanto mai avrebbe potuto loro insegnare.
E lungo, incredibilmente lungo, fu quell’abbraccio, e quell’abbraccio dal quale i due bambini non si sottrassero, anzi stringendosi a lei, e a lei stringendosi nell’intento di trasmetterle, con la forza dei propri abbracci, tutto il proprio affetto, tutta la dimostrazione della propria presenza. E solo quando, alfine, ella ebbe a ritrovare il proprio perduto equilibrio emotivo, essi accettarono di lasciarla, per ritornare a sedersi ai propri posti, attorno a quel tavolo nella sala mensa della Kasta Hamina eletto a propria scuola, con il proposito di riprendere i calcoli interrotti, avendo decisamente saziato la propria voglia di conoscenza nel merito di quel particolare inconsueto proprio del suo nome.
Ma, a interrompersi in tale ripresa, allora, fu proprio la piccola Liagu, colei che pocanzi tanto severamente aveva giudicato il fratello per la distrazione riservatasi rispetto ai loro compiti, riprendendo voce verso la madre e promuovendo qualcosa di assolutamente inedito per loro, ma anche per lei…

« Anche Tagae e io meritiamo un secondo nome. » sancì con ferma convinzione, in quella che, in effetti, non avrebbe avuto a dover essere intesa qual una proposta, quanto e piuttosto, una risoluzione, una decisione già presa e che, in tutto ciò, stava semplicemente venendo comunicata.
« … come…? » esitò Midda, temendo di non aver compreso.
« L’hai detto tu. » intervenne Tagae, nell’aver ben colto l’iniziativa della sorella « Bisogna rendere onore alle proprie radici, alla propria Storia… »
« Anche noi vogliamo essere parte della storia tua e di papà. » incalzò Liagu, annuendo con ferma convinzione « Siamo vostri figli. E nonna Namile deve poter essere fiera anche di noi, davanti agli dei! »

Un nuovo nodo in gola non poté che attentare, ancora una volta, alla respirazione della donna guerriero, la quale, così incalzata dai propri figli, non avrebbe potuto desiderare altro che concedersi nuovamente occasione di pianto, e di commosso pianto per quel dono meraviglioso da essi rappresentato, un dono che mai avrebbe realmente meritato e che pur, in quel momento, in quel frangente, avrebbero avuto a doversi considerare parte della propria vita.
Ma, sforzandosi di mantenere un certo contegno, un certo decoro, ella si impedì, allora, di cedere ancora una volta tanto facilmente alle lacrime, e si sforzò di deglutire, e di inspirare a fondo dal naso, a imporre al proprio cuore di affrontare con quanta più quiete possibile quella situazione…

« Come si chiama la mamma di papà…? » insistette la bambina, evidentemente desiderosa di quell’informazione, di quel dettaglio, per conoscere quello che avrebbe assunto, per propria esplicita volontà, qual proprio nuovo nome.
« Ras’Meen… » rispose, riportando per un istante il pensiero all’immagine di quella donna straordinaria, in compagnia della quale si era trattenuta troppo poco tempo, ma che non avrebbe potuto ovviare a ricordare con sincero affetto e incommensurabile gratitudine, e gratitudine per aver messo al mondo il proprio amato Be’Sihl « Si chiama Ras’Meen. » ripeté, augurandosi che ella potesse godere ancora di ottima salute, benché fossero ormai passati diversi anni dal loro incontro.
« E allora d’ora in poi io mi chiamerò Liagu Ras’Meen! » sancì la prima, fiera di poter accogliere quel nome, e legare maggiormente il proprio presente al passato della propria famiglia, di una famiglia consapevolmente adottiva, ma di una famiglia che non avrebbe potuto amare più di quanto non amasse, e che, ne era certa, non l’avrebbe potuta amare di più di quanto non l’amasse.
« E tuo papà…? » domandò Tagae, avendo compreso il ragionamento della sorella e desiderando, a sua volta, ricevere il proprio secondo nome.
« Nivre… » replicò ella, costretta a stringere le labbra per contenere l’emozione propria nello scandire il nome di suo padre, e di quel padre che, sperava, ancora stesse attendendo il suo ritorno dall’altra parte dell’universo, nel loro pianeta natale.
« Quindi tu sarai Tagae Nivre. » definì Liagu, ribattezzando in tal maniera anche proprio fratello « Ora dobbiamo solo imparare a scrivere i nostri nuovi nomi! » soggiunse poi, osservando la carta innanzi a sé, con i calcoli incompiuti, e ritrovandosi, tuttavia, desiderosa di lasciar perdere quell’esercizio per dedicarsi a quel nuovo compito e a quel nuovo compito che non avrebbe potuto ovviare a entusiasmarli.

E per quanto, in cuor suo, la donna guerriero non avrebbe potuto essere effettivamente certa dell’eventualità che nonna Namile, o che sua madre Mera, insieme agli dei, stessero allor volgendo a lei uno sguardo d’orgoglio, tante, troppe avrebbero avuto a doversi considerare le sue mancanze e le sue colpe, l’ultima fra tutte le quali l’uccisione della propria stessa gemella Nissa; a confronto con tutto quello, innanzi alla fierezza dimostrata dai propri figli adottivi nel confronto con quei nomi, e con quei nomi allor pretesi quali propri, e pretesi quali propri per reclamare, quale propria, anche la Storia della propria famiglia, e di quella famiglia nella quale non si erano semplicemente ritrovati a nascere, ma avevano volontariamente deciso di essere parte, e di essere parte con tutto il proprio impegno, con tutto il proprio affetto, Midda Namile Bontor non avrebbe potuto ovviare a essere meno che assolutamente certa di quanto, insieme agli dei, nonna Namile, sua madre Mera, e tutti gli antenati suoi e di Be’Sihl, stessero allor volgendo proprio in direzione di quei due pargoli mai conosciuti in vita uno sguardo d’orgoglio, reclamando innanzi agli dei tutti la propria parentela con loro, con quella coppia di bambini che non avrebbero potuto non voler amare, e non voler amare con tutto l’affetto proprio di una famiglia.
Così, che ella potesse volerlo o meno, una nuova coppia di lacrime ebbero a farsi strada dalle sue gote sino al suo mento, nella certezza di quanto, al momento in cui anch’ella avrebbe avuto a doversi presentare al cospetto degli dei, accanto a tutte le proprie colpe, a tutte le proprie mancanze, certamente una cosa buona avrebbe potuto addurla: essere stata destinataria dell’amore di quei due bambini.

« Liagu Ras’Meen… » apostrofò la piccola, nel mentre in cui ebbe così ad alzarsi dalla propria sedia per potersi spostare verso quella della bambina, genuflettendosi accanto a lei per stringerla in un dolce abbraccio e schioccarle un bacio sulla guancia, rialzandosi, poi, e spostandosi verso suo fratello, al quale destinò il medesimo trattamento « Tagae Nivre… » lo chiamò, risollevandosi per osservarli con incommensurabile amore e orgoglio « Nonna Namile non ha avuto, purtroppo, l’occasione di conoscervi… ma se c’è qualcosa di cui oggi sono certa è quanto, al cospetto degli dei, ella stia ora elargendo le proprie benedizioni su di voi, bambini miei. » dichiarò, a parafrasare quanto prima suggeritole dalla stessa bambina « Siete certamente il suo orgoglio, bambini… credetemi. »

domenica 14 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (4 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, ultimo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Straordinario avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto Mera Ronae Bontor e Namile Bontor, le due gemelle di Nissa, avessero avuto occasione di crescere nel corso di quell’ultimo anno.
Solo un ciclo di stagioni prima di quel triste giorno di commemorazione, complice l’estremo senso di protezione loro riservato dalla madre e una vita intera trascorsa entro i confini dell’isola della quale avrebbero avuto a doversi considerare future sovrane, entrambe non avevano potuto vantare la benché minima confidenza con il mondo e con la realtà degli eventi loro circostanti, ritrovandosi pertanto ad affrontare la tragedia propria della morte del loro amato fratello maggiore, nonché della loro genitrice, non soltanto con il comprensibile disorientamento conseguente a un tanto terribile lutto, quanto e ancor più con tutte le difficoltà conseguenti ad aver perso, insieme a quei due membri della propria famiglia, il proprio intero mondo, tutto il Creato con il quale, da sempre, avevano avuto occasione di confronto, di relazione. A seguito di tutto ciò, comunque, con l’aiuto loro offerto innanzitutto dalla loro nuova famiglia, per così come loro concessa a bordo della Jol’Ange, e poi dal loro nonno Nivre, entrambe si erano riservate l’opportunità di dimostrare il valore del proprio sangue, del proprio retaggio, maturando straordinariamente e arrivando, in breve tempo, a recuperare i dieci anni di vita da loro precedentemente vissuti quasi fuori dal mondo, non soltanto a livello di confidenza con la realtà a sé circostante, ma anche, e ancor più, a livello di confidenza con se stesse, con i propri cuori, con i propri animi.
Così, benché il duro discorso di lord Brote, solo un anno prima, le avrebbe vedute, probabilmente, scoppiare in lacrime, come istintivo e infantile mezzo di protezione da tanta pur giusta severità; a un anno di distanza, le nuove Mera Ronae e Namile ebbero lì a reagire con ammirevole autocontrollo, ascoltando le parole loro destinate da quell’uomo pur conosciuto più di nome che di fatto, e giudicandole in maniera obiettiva per i loro contenuti, e non nel carico di emozioni che pur, in quel cupo giorno, non avrebbero pur potuto ovviare a contraddistinguerle. E, attirando l’attenzione del loro capitano, Noal, per richiedere attraverso lui di poter prendere voce, quanto allora quelle due decenni vollero condividere con tutti, fu obiettivamente riprova importante del loro valore, e di quanto, indubbiamente, nulla, in quella nuova generazione di Bontor, avrebbe avuto a invidiare all’ultima…

« Mia sorella e io siamo grate a lord Brote di Kriarya per il suo intervento, i contenuti del quale non possiamo che condividere pienamente. » esordì la piccola Namile, in quelle parole, e nel tono da lei reso proprio, dimostrando molto più della propria effettiva età.
« Se nostra madre e nostra zia avessero avuto occasione di comprendere la saggezza propria di un tale avviso, oggi non soltanto alcun fra noi avrebbe ragione di essere qui presente… ma, soprattutto, nostro fratello Leas non sarebbe mai morto, nostra madre Nissa non sarebbe mai morta, e tutti noi avremmo potuto essere una sola grande famiglia, così come avrebbe dovuto essere. » proseguì Mera Ronae, confermando, nel proprio intervento, quanto effettivamente la maturazione della quale entrambe erano state protagoniste avesse a doversi considerare a dir poco impressionante, complice, sicuramente, la terribile tragedia loro purtroppo imposta, eventi a fronte dei quali alcuna alternativa avrebbe potuto essere loro riservata fra il reagire, come avevano evidentemente scelto di fare, e l’arrendersi, perdendo, ineluttabilmente, ogni attrazione nei riguardi della vita stessa.
« Per quanto poco possa significare, siamo entrambe profondamente afflitte per quanto è accaduto. E, soprattutto, per le perdite che ognuno di voi si è ritrovato ad affrontare. » riprese la prima, con tono ancora calmo, estremamente misurato, benché, nella frase successiva, non poté ovviare a incrinarsi nell’ineluttabile dolore da lei provato « Che il sacrificio di tutti i nostri morti, non abbia a essere vano. E che il dono della vita a noi riservato non abbia a essere vanamente sprecato. »
« Che la guerra non abbia più a essere espressione di una capricciosa incomprensione. E che i mostri, che hanno proiettato la loro ombra sulle nostre vite, abbiano a essere sempre sconfitti, così come un anno fa è stato durante l’ultima, grande battaglia. » continuò la seconda, stringendo delicatamente la mano della sorella per cercare reciproca occasione di forza « Perché il nemico non abbia mai a esser cercato fra i nostri simili, i nostri pari, ma in quelle oscene creature come l’Oscura Mietitrice, per contrastare la quale anche nostra zia Midda ha scelto di rinunciare alla propria vita, inseguendola al di là dei confini del nostro mondo sulle ali della fenice. »
« Per tutti coloro che abbiamo perduto… » incitò, allora, Namile, elevando il proprio piccolo pugno sinistro verso il cielo.
« … oaaah! » la accompagno, di pari passo, Mera Ronae, proiettando il proprio pugnetto destro verso l’alto.
« Oaaah! » risposero allora tutti quanti, senza più altra remora, senza più altra esitazione, a incominciare dallo stesso Brote, il quale, nel confronto con quelle piccole, non avrebbe potuto ovviare a provare una stretta al cuore, superando ogni possibile rancore per tragica la perdita della propria sposa.

Fu proprio nel mentre di quello straordinario coro di voci, di grida verso l’alto dei cieli in omaggio a tutti coloro perduti nel loro passato, che qualcosa di totalmente imprevisto, e di assolutamente imprevedibile, ebbe ad accadere, spingendo necessariamente quel clima di pace a degenerare rapidamente, nel vedere tutti i presenti dotati di una qualche arma, fosse anche un semplice stiletto, porre immediatamente le proprie mani, le proprie attenzioni, alla medesima, per cercar di non farsi ritrovare impreparati innanzi al peggio, nel mentre in cui tutti gli altri ebbero a volgere le proprie premure, le proprie attenzioni, verso coloro i quali non avrebbero lì potuto difendersi, non avrebbero allora avuto a sguainare alcuna lama per essere pronti a vendere cara la propria pelle, laddove ciò si fosse dimostrato necessario, offrendosi, spiacevolmente, qual potenziali agnelli condotti al macello.
Un’oscura scarica di energia aveva lì fatto la propria improvvisa apparizione, sorgendo apparentemente dal medesimo monumento funebre attorno al quale, innanzi al quale, tutti loro si erano in tal maniera riuniti, caricando l’aria di elettricità statica e costringendo ogni epidermide a incresparsi, in un incontrollato, e incontrollabile, brivido di gelo, e di un gelo innaturale, quasi, invero, un gelo dell’anima, ancor prima che dei corpi o dei cuori. Un’oscura energia, quella lì comparsa innanzi ai loro occhi, che non avrebbe avuto a dover essere considerata inedita per tutti coloro i quali, esattamente un anno prima, in quel medesimo luogo, avevano assistito alla fine di Nissa Ronae Bontor… non laddove un’eguale, identica ombra di morte era fuoriuscita rabbiosamente dalla sua bocca alfine priva di vita, riversandosi velocemente verso l’alto dei cieli e, in tal direzione, scomparendo.

« Non può essere… » ringhiò El’Abeb, stringendo un’arma in ogni mano, affiancato, ancora, dalla sua sposa, non meno armata e non meno pronta alla pugna rispetto a quanto egli avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, degna compagna di tal temuta figura.
« … è tornata! » sussultò Seem, osservando con orrore, con raccapriccio, quell’immagine, quella tenebrosa promessa di sofferenza e distruzione, non sapendo quali emozioni poter provare innanzi a essa, laddove, accanto all’ovvio, ineluttabile timore, non avrebbe potuto che sussistere della necessaria speranza, e speranza per il ritorno, allor da sperarsi altrettanto prossimo, della sua signora, del suo cavaliere, ipotizzato ancor all’inseguimento di quell’antagonista benché, anche e terribilmente, tutto ciò avrebbe potuto essere inteso qual evidenza di una disfatta, di una tragica disfatta a confronto con la prospettiva della quale pur, la sua mente, non avrebbe mai accettato di porsi.
« Anmel… » esclamarono, quasi all’unisono, Howe e Be’Wahr, identificando in quella reazione emotiva quella sagoma, quella tenebrosa ombra anche per tutti coloro che, un anno prima, non avevano avuto occasione di assistere alla sua fuga, e alla sua fuga verso le stelle.
« L’Oscura Mietitrice… » definì Camne Marge, in un gemito, a sua volta pronta allo scontro e, ciò non di meno, perfettamente consapevole di quanto vana avrebbe potuto essere qualunque loro azione a suo discapito, soprattutto in quella forma, soprattutto in quell’emanazione di puro potere.

Un’oscura energia, lì impostasi in loro apparente sfida, la quale, tuttavia, non ebbe a perdurare attorno al monumento funebre, e innanzi ai loro sguardi, per più di qualche fugace istante, prima di muoversi, e di muoversi simile alla scarica di un nero fulmine di tenebre, verso il mare, verso nord, e, in quella direzione, verso il continente, ignorando i nemici lì paratisi innanzi a lei, forse in conseguenza di un’altra agenda, di altri propositi, altri piani che, in quel momento, non avrebbero potuto prevedere l’eventualità di quello scontro, per quanto, forse, esso avrebbe avuto a dimostrarsi occasione di vana sfida per essa.

« … in nome di Gah’Ad, cosa diamine…?! » tentò di domandare spiegazioni Av’Fahr, salvo, suo malgrado, ritrovarsi interrotto bruscamente dall’occorrenza di un altro evento energetico.

Una nuova manifestazione di straordinario potere ebbe allora a porre tutti in guardia, e in guardia innanzi a quello che in alcun altro modo avrebbe avuto a essere descritto se non qual un violento incendio, un incendio che sembrò coinvolgere l’intero monumento funebre, benché fosse di pietra e assurdo, in ciò, sarebbe stato presumerne una qualsivoglia possibilità di combustione. 
Quelle fiamme, tuttavia, non avrebbero avuto a dover essere intese quali fiamme di sofferenza o di morte, quanto e piuttosto di speranza e di vita, vita qual quella propria di una sagoma femminile che, inaspettatamente, ebbe ad avanzare attraverso quelle fiamme, con assoluta serenità, quasi fierezza, nel procedere a schiena dritta e fonte alta, verso di loro…

« Questo è veramente imbarazzante… » sorrise la giovane in tal maniera materializzatasi innanzi a loro, con corti capelli rosso fuoco e forme procaci, lì, suo malgrado, offerte totalmente agli sguardi dei presenti in conseguenza alla sua più completa nudità, non senza un certo rossore a ravvivare le altresì sue pallide gote. « A mia discolpa, posso dire che è la prima volta che mi accade, in oltre due anni di viaggi attraverso le dimensioni: in genere, la fenice si premura di ovviare a lasciarmi in luoghi affollati. » soggiunse, storcendo appena le labbra e cercando, pudicamente, di coprire le proprie nudità, per quanto improbabile sarebbe stato riuscire celare tanta abbondanza.
« Mi chiamo Madailéin Mont-d'Orb… Maddie, se preferite. » tentò di minimizzare, approfittando per presentarsi, salvo cogliere solo stupore e palese mancanza di comprensione sui volti dei presenti « Anche se temo che, in questo momento, non stiate capendo assolutamente nulla di quanto io possa star dicendo. »

sabato 13 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (3 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, terzo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Ineluttabile, nel corso di un simile giorno di commemorazione, passaggio essenziale nello sviluppo di una tale celebrazione, non poté che essere un momento di oratoria condivisa, un’occasione per ognuno dei presenti di condividere, innanzi a tutti gli altri, amici, alleati o, anche, meri estranei che essi fossero, i propri pensieri, i propri sentimenti, nel confronto con l’orrore consumatosi nel corso dei trent’anni precedenti a quell’ultimo. Non un esercizio di semplice retorica quanto, e piuttosto, un modo, o forse una speranza, di essere in quel modo capaci di rendere omaggio a tutti i caduti, a tutte le vittime, e a coloro lì sacrificatisi per porre fine a tale insensata follia, ringraziando parimenti gli dei tutti di quanto, allora, le loro vite avessero avuto occasione di mutare, e di mutare in meglio in quegli ultimi mesi di pace.
E a esordire, in tal senso, non avrebbe potuto essere altri che il padrone di casa, l’anfitrione di tutti coloro i quali, a Rogautt, in quel giorno si erano lì sospinti anche per suo esplicito invito, nella complicità della sua palese volontà atta a riunificarli tutti in quel luogo per quello specifico, e importante, giorno…

« A tutti… bentrovati. » scandì, quindi, a gran voce, El’Abeb, l’uomo con il volto di scheletro, divenuto tale in seguito all’applicazione di un’antica, mistica reliquia già indossata, prima di lui, da altri uomini facenti proprio quel medesimo nome, e, in ciò, costituenti il mito di quel guerriero immortale, qual pur, invero, non era né sarebbe mai stato, per propria fortuna, giacché non avrebbe mai potuto tollerare l’idea di vivere l’immortalità senza la propria amata Shu-La al suo fianco « La mia regina e io siamo lieti che in tanti abbiate risposto alla nostra convocazione, per essere qui, oggi, insieme a noi, a ricordare quanto accaduto, in questa stessa terra, esattamente un anno or sono. » dichiarò, in un formale benvenuto allor scandito più nella volontà di attrarre a sé l’attenzione di tutti che perché allor realmente necessario, nell’essere già stati tutti accolti, da parte sua, uno per uno.
« Sebbene lo scorso anno, la maggior parte di noi, fosse qui sopraggiunta con la chiara volontà di fermare Nissa Bontor, per porre fine al degenero del quale, in diversa misura, siamo stati testimoni; oggi, la sola persona a cui dobbiamo rivolgere la nostra gratitudine nel confronto con la nostra stessa, pura e semplice esistenza in vita, altri non ha che a esser ricordata proprio la stessa Nissa Ronae Bontor, prima regina di Rogautt nonché ultima eroina di quell’insensata guerra durata tre lunghe decadi. » volle immediatamente evidenziare il nuovo signore di quell’isola, non soltanto a vantaggio delle due piccole Bontor lì presenti o del loro nonno; non soltanto a vantaggio di tutti gli ex-pirati, ora suoi fedeli compagni e compagne, lì attorno impegnati in assorta testimonianza di quanto lì stesse accadendo; ma anche, e soprattutto, per semplice onestà intellettuale, laddove… « Senza il suo coraggioso sacrificio, animato dalla sola volontà di proteggere le sue amate figlie, qui presenti, e la sua amatissima sorella Midda, nessuno fra noi, nessuno in qualunque regno dei tre continenti di questo nostro splendido Creato, sarebbe mai stato in grado di tener testa alla regina Anmel Mal Toise e, ancor meno, all’Oscura Mietitrice… né, in ciò, di sopravvivere a quella sfida indubbiamente superiore a quanto neppur tutte le nostre forze riunite avrebbero mai potuto sperar di giungere. » concluse, volgendo il proprio sguardo verso la propria amata, affinché fosse ella ad aver l’onore di invocare un necessario tributo per quella donna, così a lungo giustamente odiata e pur, alfine, unica reale vincitrice di quella guerra.
E Shu-La, ben accogliendo l’onore a lei premurosamente riservato dal suo sposo, prese voce, dichiarando con straordinaria energia nel levare il proprio pugno destro al cielo: « A Nissa Ronae Bontor… Oaaah! »
« Oaaah! » risposero in molti, ma non tutti, unendosi a quel saluto con tutta la forza delle proprie voci, con tutta l’aria dei propri polmoni, in un collettivo e quasi selvaggio grido d’addio.

Fra coloro che non erano riusciti a tributare a Nissa Bontor quel pur meritato omaggio, fu lord Brote di Kriarya; colui che, per mano di quella crudele assassina, si era visto privato della propria amata N’Hya, sua sposa e madre di suo figlio, sotto il suo stesso sguardo sacrificatasi per proteggerlo da un attacco a tradimento da parte di colei che, forte della propria assoluta uguaglianza rispetto alla propria odiata gemella, si era a lui ingannevolmente presentata qual la propria amica e mercenaria.
E a spiegare il perché della propria apparente indifferenza a tutto ciò, egli non tardò a prendere voce, quando un quieto silenzio di riflessivo cordoglio ebbe lì a proporsi…

« A costo di voler apparir ingrato a Nissa Bontor per il suo sacrificio, io non credo di essere in grado, in tutta onestà, di ignorare tutte le colpe delle quali, prima di quel pur obiettivamente importante gesto di amore, ella non aveva mancato di rendersi protagonista. » sancì, allora, con tono di voce forte, deciso, che nulla avrebbe avuto allor a invidiare a quello già reso proprio, pocanzi, da El’Abeb nel proprio intervento « Volgo il mio pensiero, in tutto ciò, ovviamente a mia moglie Nass’Hya Al-Sehliot, la quale, oggi, sarebbe viva e potrebbe crescere, insieme a me, nostro figlio, se soltanto Nissa non avesse deciso di insistere, nella sua ossessiva ricerca di vendetta a discapito di sua sorella Midda addirittura spingendosi a varcare le mura di Kriarya e, lì, della mia dimora. » esplicitò, con tono necessariamente duro, e duro qual solo avrebbe avuto a poter essere nella rabbia che mai si sarebbe sopita a confronto con tutto ciò « E volgo il mio pensiero, oltre che alla mia defunta sposa, anche a tutti coloro i quali, nel corso del tempo, in quei tragici trent’anni, sono stati assassinati per sua mano, o per suo ordine, l’elenco completo dei nomi dei quali non sarei neppure in grado di enunciare, nell’essere, probabilmente, molti più di quanto, chiunque fra noi, potrebbe credere di sapere. » soggiunse, spaziando per un istante con lo sguardo in direzione dell’equipaggio della Jol’Ange, coloro i quali, indubbiamente, non avrebbero potuto mancare di comprendere quel suo discorso.
« Ciò non di meno, non voglio neppur ignorare l’estremo gesto di una donna scopertasi, ormai, ridotta a un letale burattino nelle mani di un potere maggiore rispetto al suo, e rispetto a qualunque altro potere; un gesto che, allora, l’ha veduta compiere una scelta importante, drammatica, tragica, anche e soprattutto per merito di quanto, già prima di lei, parimenti aveva compiuto il suo stesso primogenito, Leas Tresand. » volle poi proseguire Brote, non negando, non rifiutando, malgrado tutto, di concedere l’onore delle armi a quella antagonista sconfitta, riconoscendole, allora, i propri meriti al pari delle proprie colpe « E, anzi, è proprio nel ricordare tutte le colpe di Nissa che, a maggior ragione, quel suo ultimo atto può assumere maggiore valore, e valore nell’amor così da lei tributato per le proprie figlie e, tutt’altro che folle a dirsi nel conoscerne la storia, anche per la propria tanto osteggiata sorella. Sorella nella ricerca dell’amore creduto perduto della quale, tutto, nella sua vita, Nissa aveva posto in discussione, aveva tragicamente rivoluzionato, sopraffatta dal dolore e dal senso di tradimento conseguente all’abbandono che Midda le aveva incautamente riservato. » sottolineò, volgendo in ciò la propria attenzione verso la nuova generazione di Bontor, le due giovanissime gemelle che, proprio malgrado, non avrebbero mai potuto ovviare a scendere a patti con il retaggio intrinseco nel loro stesso nome di famiglia, un retaggio innanzi al quale, allora, entrambe avrebbero potuto spingersi a straordinari risultati, così come, parimenti, a terrificanti sconfitte, se soltanto non avessero prestato attenzione all’insegnamento loro rivolto dalla generazione a loro precedente.
« Se questa vicenda ha a doverci concedere un insegnamento, che questo abbia, pertanto, a essere:… » concluse, destinando le proprie parole, in particolare, proprio a quelle due gemelle, le quali, proprio malgrado, allora non avrebbero potuto ovviare a ritrovarsi qual poste al centro dell’attenzione « … che l’odio più grande altro non abbia a dover essere inteso se non che volto a dissimulare il dolore più profondo; e che proprio in quei momenti in cui più ci potremo mai sentire soli, feriti, e abbandonati, altro non abbia a dover essere il nostro scopo, nostra volontà, che la ricerca di un dialogo con le persone che più ci hanno fatto soffrire, seppur, anche, in talune circostanze, tutto ciò possa considerarsi tanto doloroso da preferire spingerci a illuderci di non voler più avere a che fare con loro, o, peggio, di aver soltanto a dover perseguire una qualche vendetta, in grazia alla quale riequilibrare i conti. » enunciò, in quella che avrebbe potuto essere fraintesa qual la morale alla fine di una favola se solo, allora, nulla di tutto quello avesse avuto a doversi altresì riconoscere qual una tragica realtà.

venerdì 12 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (2 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, secondo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Terza, per ordine di arrivo, ebbe lì a sopraggiungere la delegazione più numerosa, e più eterogenea, fra tutte quelle attese, comprendendo, al suo interno, in una non casuale comunione, coloro che più avrebbero potuto vantare d’aver sofferto tragiche perdite nel corso di quella guerra, includendo, anche, il primo e le ultime innocenti vittime collaterali di quanto occorso, ossia Nivre Bontor, padre di Midda e Nissa, nonché Mera Ronae e Namile, le due figlie di quest’ultima. Generazione precedente e generazione successiva a quella propria delle due gemelle epicentro della guerra, entrambe, proprio malgrado, si erano vedute private delle proprie famiglie in conseguenza a quanto accaduto: Nivre, innanzitutto, ritrovatosi senza le proprie sempre amate figlie in quasi tragica concomitanza alla perdita della propria sposa, e, per tal ragione, abbandonato in solitudine nel lugubre rimpianto di quanto accaduto, di una felicità negatagli per ragioni a lui obiettivamente mai note; e le due ultime Bontor, coloro le quali, con non minor consapevolezza, e con non maggior colpa, erano state condannate a crescere quali orfane, prive di una madre da amare o di una zia da odiare… o viceversa, nella difficoltà, per loro ancor oggettiva, di realizzare la complessità della tragedia occorsa. Collante fra quelle due generazioni, unite dal sangue, e pur, reciprocamente distanti, nella lontananza loro imposta dall’obiettiva estraneità reciproca, essendosi conosciuti, ritrovati, per la prima volta, soltanto nel corso di quell’ultimo anno; e lì presenti, loro pari, a rendere omaggio alla commemorazione di quanto occorso, della tragedia accaduta, e di tutti coloro i quali, nel corso di quegli anni di conflitto, erano morti in nome di un’assurda vendetta; avrebbero avuto a dover essere considerati i membri superstiti del secondo equipaggio della Jol’Ange, la goletta un tempo appartenuta al capitano Salge Tresand e a Midda, suo primo grande amore, e che, proprio in quanto così vicina a lei, così esposta a quei venti di battaglia, avrebbe potuto macabramente vantare il più alto conteggio di tragiche perdite subite nel corso di quei terribili trent’anni. Noal, l’attuale capitano, Hui-Wen, Masva, Av’Fahr, Ifra e Camne: proprio a coloro che più avrebbero avuto motivazioni per odiare Nissa, nell’aver perduto troppe persone amate per causa sua, la stessa Midda Bontor aveva altresì deciso, un anno prima, di affidare le due nipotine, poco più che bambine, neppur fanciulle, per garantire alle stesse occasione, opportunità di una famiglia, e di una famiglia vera, all’interno della quale avere occasione di crescere secondo i valori del mare, nel rispetto delle sue antiche tradizioni, dei suoi costumi e, magari, di riuscire un giorno a trovare la forza necessaria a perdonare tutti coloro venuti prima di loro, a incominciare da loro madre e da loro zia. Una scelta non difficile, quella così compiuta dalla donna guerriero, nella più totale, assoluta e incondizionata fiducia da lei riposta verso quegli uomini e quelle donne, già da tempo considerati al pari di una famiglia, già parte della propria famiglia: una scelta, quella da lei compiuta, che quanto poi accaduto aveva quietamente avallato nella propria correttezza, laddove alle piccole era stata offerta occasione non soltanto di iniziare una nuova vita in quella propria nuova famiglia, ma, sempre nel rispetto del desiderio dalla loro parente espresso, di ritrovare occasione di contatto con quanto, altresì, rimasto della propria originale famiglia, e, in particolare, con quel nonno un tempo addirittura sconosciuto nella propria stessa esistenza in vita.
Tardivi nel sopraggiungere sino a Rogautt, ma non per questo contraddistinti da minor diritto a essere lì presenti in quel giorno, e non per questo meno che attesi nella propria venuta, furono poi coloro i quali, accanto a Midda Bontor erano stati presenti nel momento in cui l’ultima, e più folle fase dello smisurato conflitto con Nissa aveva avuto inizio: quei mercenari e avventurieri che, con lei, avevano affrontato le improbe prove per il recupero della corona perduta della regina Anmel Mal Toise, e che, in ciò, involontariamente, avevano liberato un antico e oscuro male. Howe e Be’Wahr, fratelli di vita seppur non di sangue, a quell’appuntamento, a quel momento di celebrazione e di commemorazione, non avrebbero potuto mancare; né, parimenti, avrebbero potuto perdonarsi laddove lì fosse mancata anche il quarto membro del loro indomito gruppo, loro antica amica, alleata, e talvolta avversaria, benché, proprio malgrado, ormai priva di qualunque memoria nel merito di quanto potesse essere stato da lei compiuto in passato, nel corso di una lunga vita vissuta al di fuori della propria stessa cognizione del mondo: Ah'Reshia Ul-Geheran, splendida nobildonna y’shalfica, un tempo anche nota come Carsa Anloch. Accanto a quest’ultima, ad accompagnarla premurosamente, e, soprattutto a voler rendere pari omaggio ai caduti di quel lungo conflitto e, ancora, a ricordare colei che, pur non morta, egualmente era ormai scomparsa da quasi un anno, avrebbero avuto a doversi elencare anche altri antichi amici della Figlia di Marr’Mahew, coloro i quali, in effetti, per primi avevano avuto occasione di chiamarla in tal maniera: l'alcalde dell’isola di Konyso’M, Lafra Narzoi, sua figlia Heska, Mab’Luk, sposo di quest’ultima, e la loro bambina di ormai otto anni, Gaeli.
Ancora un’ultima figura, alfine, volle riservarsi occasione lì di fare la propria apparizione, questa volta, tuttavia, assolutamente inattesa da chiunque e, di buon grado, obiettivamente sconosciuta ai più: una donna, ciò nonostante, a sua volta legata a Midda Bontor da una complessa storia passata e, in conseguenza a essa, da un rapporto difficilmente definibile qual amore, benché, avendone avuto l’occasione, non aveva voluto negarsi di essere a sua volta lì presente, sfidando, a tal scopo, i confini del mare e il lungo viaggio in nave sino a quell’isola sperduta nei mari del sud, per così come poche persone, nel continente, si sarebbero riservate l’opportunità di compiere. Un viaggio che Fath’Ma, tale il nome di quella donna, aveva allora affrontato insieme al proprio compagno Ma’Vret, un tempo mercenario conosciuto in quel di Kofreya con il nome di Ebano e, con lui, insieme ai di lui figli, i quali, a propria volta, per altre vicissitudini, non avrebbero potuto ovviare a considerarsi altresì più trasparentemente legati al ricordo della scomparsa donna guerriero, nonché, sebbene a distanza di ben oltre dieci anni da quei lontani eventi, ancora a lei profondamente riconoscenti per quanto ella aveva avuto occasione di compiere per loro e per la loro salvezza: H’Anel, un’ormai splendida giovane donna quasi ventenne, e M’Eu, suo fratello ormai prossimo ai diciott’anni e, già, chiaramente degno erede dell’antica fama di suo padre.

Nessuno, fra tutti coloro così variegatamente riuniti in quel luogo, volle permettersi di sollevare dubbi, domande, perplessità nel merito delle ragioni, delle motivazioni della presenza dei volti eventualmente ignoti fra loro, in quanto, allora, avrebbe avuto a doversi quietamente riconoscere qual una dimostrazione di rispetto, e di rispetto sia per il monumento innanzi al quale si erano riuniti sia, e ancor più, per quanto, sicuramente, in maniera più o meno marcata, avrebbe avuto comunque a doversi riconoscere qual la tragedia presente nel passato di ognuno di loro. Quali fossero state le loro esperienze, le loro storie, le loro perdite, tutti, in quel giorno, in quel luogo, avrebbero avuto a doversi ritenere ben accetti, per ricordare insieme gli errori del passato e impegnarsi, in ciò, a ovviare a ripeterli in futuro: errori a confronto con i quali, a maggior ragione, il sospetto e la diffidenza reciproci non avrebbero avuto a doversi riservare opportunità di spazio alcuno. Non fra loro. Non in quel momento. Non innanzi a quel monumento.
Chi già aveva avuto trascorsa occasione di presentarsi, di conoscersi, magari anche di combattere l’uno al fianco degli altri, non perse lì possibilità di riabbracciare i propri antichi compagni e compagne d’armi, esprimendo tutta la propria più sincera felicità per quell’adunanza, per quella riunificazione così trasversale la cui possibilità, altrimenti, avrebbe avuto a doversi giudicare quantomeno complicata, fosse solo per le distanze che, abitualmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere qual esistenti fra tutti loro, sparsi per quell’intero angolo di mondo: chi, altresì, ancor non avrebbe avuto a poter vantare alcun pregresso legame, non venne egualmente isolato o allontanato, preferendo, anzi, immediatamente, scoprirne il nome e la storia, a cercar di offrire maggiore risalto possibile a qualunque ricordo di quella guerra e, ancor più, dei suoi protagonisti o partecipi. Con piacere, pertanto, l’alcalde Narzoi ebbe occasione di conoscere Nivre, il padre di colei in sol grazia alla quale egli ancor aveva una figlia e, questa, addirittura, gli aveva concesso l’opportunità di divenire nonno. Con malinconia, ancora, lord Brote ebbe opportunità di entrare in contatto con Fath’Ma, la quale, molti anni prima, in quella che sembrava essere ormai un’altra vita, era stata una serva nello stesso harem nel quale, per qualche tempo, aveva avuto occasione di vivere la propria compianta sposa Nass’Hya, madre di suo figlio Na’Heer, nel nome per lui scelto dalla madre purtroppo mai conosciuta. E con curiosità, a margine di tutti, Ebano ebbe occasione di approfondire la propria conoscenza su quanto fosse accaduto alla propria antica amante negli anni successivi al loro rapporto e alle loro sporadiche riconciliazioni, colei che egli aveva conosciuto e amato molto prima che divenisse la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya o l’Ucciditrice di Dei.

giovedì 11 gennaio 2018

La quiete dopo la tempesta (1 di 4) - Speciale primo decennale

NOTA INTRODUTTIVA: Il seguente episodio, primo di quattro, ha da considerarsi quale parte di un breve evento speciale per festeggiare i primi dieci anni dall'inizio della pubblicazione di Midda's Chronicles (11 gennaio 2008). A differenza di altri speciali, quanto qui narrato è da intendersi perfettamente contestualizzato nella continuità narrativa delle Cronache, collocandosi in parallelo agli eventi raccontati nel quarantaseiesimo racconto.

Era trascorso un anno: un anno dalla fine della guerra.
Una guerra che aveva trasceso ogni logica convenzionale, nella propria origine, nel proprio sviluppo e nella propria conclusione.
Per alcuni consumatasi in tempi straordinariamente brevi, fondamentalmente nel corso di una singola, conclusiva battaglia, per altri protrattasi addirittura tre lunghi decenni prima di poter alfine terminare; quella guerra non aveva coinvolto specifici regni, non aveva previsto confini da difendere o da invadere, non aveva contemplato assedi o marce, ma, più o meno consapevolmente, più o meno esplicitamente, aveva egualmente sconvolto, in maniera diretta, l’esistenza di centinaia di uomini e donne in essa ritrovatisi schierati in prima fila, e, in maniera indiretta, quelle di altre migliaia ritrovatisi a essere così trascinati, proprio malgrado, in qualcosa del tutto ignoto e ignorato, e pur, ciò non di meno, volto a porre in dubbio la loro stessa sopravvivenza, il loro medesimo domani. Tale guerra aveva veduto, in una non casuale analogia a un terremoto, qual proprio epicentro, qual proprio punto d’origine, due donne: sorelle, gemelle addirittura, fisicamente identiche fra loro e pur, sin dai più teneri anni della propria infanzia, sospinte da diversi interessi e passioni, scopi e principi nelle proprie esistenze, al punto tale, loro malgrado, da sembrare ineluttabilmente destinate a fraintendersi, e a fraintendersi tanto da degenerare in una sanguinosa faida. Faida in conseguenza alla quale non soltanto le loro stesse esistenze avevano finito con il condannarsi a un cupo fato di morte, ma anche quelle di molte, troppe altre persone attorno a loro: uomini e donne i quali, nel corso di quei trent’anni, erano, presto o tardi, tragicamente caduti, quali vittime di tanto osceno giuoco.
Nel corso degli ultimi anni, la guerra fra le due sorelle aveva finito con l’assumere proporzioni persino grottesche, nel veder coinvolti attori di natura sempre meno umana, sempre più lontana dal considerarsi mortale, sino ad arrivare a coinvolgere, persino, gli stessi dei e, ancor più, principi a loro antecedenti, a loro superiori, quelle forze primordiali alla base della medesima Creazione. E difficile, in tutto ciò, avrebbe avuto a potersi immaginare quanto ancora tale guerra avrebbe potuto proseguire in termini altrettanto folli, ancor più insensati, se, alfine, non fosse giunta a conclusione, e non fosse giunta all’unica conclusione possibile, con la non meno folle, non meno insensata morte di una delle due sorelle per l’altra. Non per mano dell’altra, ma per il bene dell’altra, in un tragico sacrificio dal sapore di suicidio: sangue versato quello dell’una per il bene dell’altra, nonché per il bene di tutti coloro i quali, ancora, avrebbero avuto a potersi riconoscere fortunatamente in vita. Un annovero, quest’ultimo, il quale non avrebbe più avuto a poter includere il suo figlio primogenito, a sua volta, e prima di lei, immolatosi indomitamente nella speranza di porre fine, a prezzo della propria vita, a quella guerra; ma che, fortunatamente, avrebbe visto altresì presenti le sue secondogenite, due bambine, ancora due sorelle gemelle, per il bene delle quali ella non avrebbe potuto che pregare per un fato diverso da quello che aveva contraddistinto loro, migliore rispetto al loro.
Nella medesima follia che aveva caratterizzato tale guerra, anche le conseguenze della conclusione della stessa non avrebbero avuto a potersi considerare propriamente convenzionali, nel veder incoronata qual vincitrice chi nulla avrebbe potuto, in tutto ciò, vantar d’aver vinto, e nel definire sconfitta colei la quale, altresì, aveva autonomamente decretato la propria stessa condanna per la salvezza di tutti. E laddove l’antagonista era divenuta eroina, e l’eroina aveva necessariamente smarrito il proprio ruolo, domandandosi quanto, in tutto ciò, non avesse ella stessa a doversi considerare antagonista; a un anno di distanza esatto dalla fine della guerra, quasi tutti i principali protagonisti che, a essa, erano sopravvissuti, guadagnandosi il titolo di trionfatori, mai avrebbero potuto avere di che celebrare il proprio trionfo, obiettivamente a dir poco immeritato, quanto e piuttosto il ricordo di coloro i quali, figlio e madre, con il proprio cosciente e volontario sacrificio, soli avevano posto termine a trenta lunghi anni di dolore e di morte.

Era trascorso un anno: un anno dalla fine della guerra.
Una guerra che aveva trasceso ogni logica convenzionale, nella propria origine, nel proprio sviluppo e nella propria conclusione.
E per rendere omaggio agli eroi, e vittime, di quella guerra, a un anno di distanza esatto dalla conclusione di tanto orrore, coloro i quali avrebbero potuto vantare di esserne sopravvissuti ebbero a ritrovarsi nuovamente insieme, salpando dai più disparati angoli del Creato ove, nel contempo, avevano avuto occasione di impegnarsi a proseguire le proprie esistenze, sforzandosi di mai sprecare il dono loro concesso, per riunirsi là dove tutto aveva trovato conclusione, e là dove, nel corso di quell’ultimo anno, non aveva mancato di essere eretto un monumento funebre a imperitura memoria di Leas Tresand e di sua madre di Nissa Ronae Bontor, il sacrificio di sangue dei quali aveva sol posto fine a tutto. E, a tale appuntamento, si presentarono tutti… tutti tranne colei che, più di chiunque altro, lì avrebbe avuto ragione di essere presente, per gioire della fine di tanto orrore, e compiangere la propria sorella gemella, il proprio nipote, e, con essi, tutti coloro i quali, prima, erano caduti: alleati, amici, amanti, sistematicamente perduti nel corso di quei trent’anni di guerra, uccisi, a volte anche a tradimento, con l’unica colpa di essere a lei legati. Ma per Midda Namile Bontor, l’unica assente a quella tragicamente gioiosa celebrazione, la fine di quella guerra non aveva avuto a coincidere con la fine di ogni guerra. E, soprattutto, non aveva potuto rappresentare un’assoluzione da tutte le proprie responsabilità in quanto era accaduto, nel bene e, soprattutto, nel male. Ragione per la quale, quasi un anno prima, poco dopo il termine del conflitto, ella aveva deciso di ripartire, e di ripartire diretta ben più lontano di quanto mai ella o chiunque altro avrebbe potuto, o avrebbe potuto sospingersi.

Il primo a giungere a destinazione, ovviamente, non avrebbe potuto che essere colui che di quelle terre, e dei mari a esse circostanti, era divenuto nuovo sovrano dopo la caduta di Nissa, prima regina di Rogautt: El’Abeb. Affiancato dalla sua compagna, dalla sua splendida sposa Shu-La, colui che era stato un tempo un marinaio e un mercenario, e che, poi, aveva avuto il coraggio e la forza di riscattare il proprio destino, nonché il destino di un intero popolo, e di molti, altri, reietti di tutti il mondo conosciuto, venendo alfine insignito di quell’incarico regale, da lui accolto con straordinario senso di responsabilità e con mirabile dimostrazione di un animo ben più saggio di quanto, egli stesso, non sarebbe stato disposto a credere; non aveva potuto ovviare a fare ritorno alla propria capitale, al centro del proprio dominio, per attendere paziente l’arrivo di tutti gli altri, coloro che, allora, sarebbero stati suoi graditi ospiti, in quel giorno nel quale, alla gioia per l’inizio di quella nuova epoca di pace, non avrebbe potuto mancare di unirsi una triste nostalgia per coloro ai quali, a tale era, non era stato concesso di prendere parte ancor in vita.
Seconda, in ordine temporale, non ebbe a tardare di presenziare la delegazione proveniente dal continente, e, in particolare, da Kriarya, una delle capitali del regno di Kofreya meglio nota come città del peccato, della quale, nel corso della propria vita, per le proprie gesta, Midda Bontor aveva guadagnato il titolo di Campionessa. Membri di tale contingente, allora, ebbero a essere, innanzitutto, due lord della città, già presenti un anno prima, in occasione dell’ultima, grande battaglia, lord Bugeor e lord Brote, nonché, assieme a quest’ultimo, suo figlio, un bambino di ormai sei anni che, al di là della propria giovanissima età, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual uno fra le vittime di quel lungo conflitto, nel non aver mai avuto occasione di conoscere la propria genitrice in conseguenza alla follia omicida che, all’epoca, aveva spinto Nissa ad aggredire quell’uomo e la sua famiglia, per colpire, in maniera indiretta, la propria gemella, per minarne, sanguinosamente, la serenità, così come, già da più di vent’anni, non aveva perso occasione di compiere. Sempre da Kriarya, accanto alla nobiltà non aristocratica di quella particolare urbe, non ebbe a mancare di presenziare anche colui che, più di tutti, aveva avuto di che soffrire per la partenza di Midda, essendone stato il primo, nonché l’unico, scudiero e, a modo suo, avendo probabilmente a potersi riconoscere qual suo figlioccio: Seem. In tal ruolo testimone di molti degli eventi chiave di quell’orrenda guerra trentennale, egli non avrebbe potuto mancare di essere presente, in quel giorno, in quel luogo, a ricordare quanto accaduto e, soprattutto, a pregare gli dei tutti, con i quali pur avrebbe potuto vantare un rapporto quantomeno complicato, di proteggere la sua signora, il suo cavaliere, qualunque nuova battaglia stesse combattendo, qual, era certo, ella non avrebbe mancato di star affrontando ovunque fosse andata.