11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 11 gennaio 2019

giovedì 31 gennaio 2019

2807


Be’Sihl Ahvn-Qa morì.
Non un’opinione, non un argomento suscettibile di discussione, quanto e piuttosto una constatazione, un dato di fatto, una pura e semplice verità: Be’Sihl, figlio di Be'Soul e Ras'Meen, compagno di Midda, nonché padre adottivo di Tagae e Liagu, quel giorno morì. E, ma tale avrebbe avuto altresì a doversi considerare un’opinione, un argomento suscettibile di discussione, egli sarebbe morto lo stesso anche senza il conclusivo intervento di Desmair in sua opposizione, quella lama profondamente conficcata nel suo addome a sventrarlo qual olocausto offerto in sacrificio sull’altare, in conseguenza alle numerose, e gravissime, ferite già prima accumulate, e che non avevano avuto ragione di fermarlo soltanto in conseguenza della sua fiera caparbietà, di quell’irremovibile volontà guerriera qual pur mai, probabilmente, alcuno si sarebbe potuto attendere di ritrovare in lui, da sempre rimasto in ombra alle spalle della Figlia di Marr’Mahew.
Be’Sihl Ahvn-Qa, quindi, morì. E, secondo quanto poté poi riferire Zibi Torpa, che ebbe a doversi occupare personalmente del suo corpo, egli rimase morto per almeno tre quarti d’ora.
Tale, infatti, ebbe a essere il tempo necessario al cuore dello shar’tiagho per riprendere a pompare sangue, e a pompare sangue all’interno di arterie e vene in quel tempo già ricostruite a opera del miracolo, o della maledizione, rappresentata dalla nanotecnologia che, in quel brutale contagio, Desmair ebbe consciamente a trasferire nel suo corpo, con il solo, esplicito scopo di salvarlo, e di salvarlo da quella situazione dalla quale, altrimenti, difficilmente avrebbe potuto sperare di sopravvivere. E se pur dopo solo tre quarti d’ora il suo sistema circolatorio era stato ripristinato, furono necessari, in realtà, più di due giorni di quieta attesa prima che gli fosse concessa nuovamente la possibilità di aprire gli occhi sul mondo a lui circostante: due giorni nel corso dei quali, quelle microscopiche macchine che tanto prontamente si erano premurate di porre rimedio alla questione di prioritaria importanza, non soltanto ebbero a rigenerare completamente il suo corpo ma, anche e soprattutto, a integrarsi completamente in lui, moltiplicandosi esponenzialmente in maniera del tutto autonoma. Una presenza, quella propria di tale straordinaria, e temibile, tecnologia, che non avrebbe avuto a potersi considerare percepibile da parte dell’uomo, e che pur, da quel momento in avanti, lo avrebbe accompagnato per il resto della propria esistenza… e anche oltre.
Due giorni dopo la propria morte, quindi, Be’Sihl Ahvn-Qa, l’Implacabile, ebbe a riaprire gli occhi, scoprendosi disteso all’interno di un letto d’infermeria. E avendo a posare lo sguardo, per prima cosa, su colei che, pur in condizioni invero peggiori di quanto ormai egli non avrebbe potuto accusare essere, non aveva mancato di vegliare fedelmente sul suo riposo per tutto quel tempo: la cara Har-Lys’sha.
A differenza di Be’Sihl, Lys’sh non avrebbe avuto a poter vantare la presenza, nel proprio sangue, nelle proprie membra, di microscopiche macchine preposte a rigenerare ogni sua singola cellula, restituendole tutta la propria integrità in misura persino migliore rispetto a quanto non avrebbe potuto vantare in precedenza: in ciò, quindi, la giovane ofidiana avrebbe avuto a dover pazientare per un tempo di convalescenza decisamente maggiore rispetto a quello che, così, aveva contraddistinto il proprio compagno, rispettando il naturale corso degli eventi. Per tale ragione, pur lì seduta in una comoda poltrona innanzi a lui, ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta strettamente fasciata a livello addominale e con il braccio destro saldamente legato al collo, a immobilizzarlo e a minimizzare il rischio, in qualche incauto movimento, di compromettere il proprio ancor delicato stato di salute.
In verità, comunque, ella non avrebbe potuto lamentarsi del servizio medico offertole: per quanto, allora, privata di qualunque possibilità di parola in merito, Lys’sh si era vista immediatamente offrire le migliori cure che in quella base avrebbero potuto esserle offerte, ritrovandosi a subire in tempi strettissimi un delicato intervento tanto alla spalla, quanto e ancor più all’addome, per porre rimedio alle ferite subite. E se pur la prognosi avrebbe avuto a doversi considerare riservata almeno per una settimana, soprattutto per il rischio corso dalla sua spina dorsale, ella non avrebbe potuto rinunciare a restare al capezzale del proprio compagno d’arme, per poter essere lì presente, accanto a lui, nel momento in cui alfine avrebbe riaperto gli occhi…
… per poter essere accanto a lui in quel momento.

« Be’S! » esclamò ella, cercando di non agitarsi troppo nel cogliere in lui quel primo, palese, segnale di ripresa e, ciò non di meno, non potendo ovviare a dimostrare un certo entusiasmo a confronto con quanto, probabilmente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta una maledizione, nell’aver in buona sostanza proiettato l’uomo all’interno dell’orrore proprio della Sezione I, e, ciò non di meno, in quel momento troppo facilmente equivocabile qual un miracolo, nella gioia, comunque, di non saperlo morto « … come ti senti?! »

Il silenzio di Be’Sihl durò per un lungo, lunghissimo istante. Un istante in cui, proprio malgrado, Lys’sh non poté ovviare a temere che qualcosa fosse invero mutato in lui, non soltanto nel suo corpo, quanto e piuttosto anche nella sua mente, e che, magari, egli fosse già stato tramutato in quella sorta di zombie nei quali tutti coloro infettati da quella nanotecnologia, un giorno, si sarebbero ritrovati a essere, quando, al termine della propria esistenza mortale, i loro corpi sarebbero stati mantenuti egualmente in vita, egualmente in attività da quelle microscopiche macchine e, in ciò, avrebbero procrastinato la propria violenza, la propria brutalità, anche oltre il limite della propria morte.
Fortunatamente per lei, ma ancor più per lui, quel pur lungo, lunghissimo istante, ebbe alfine a raggiungere la propria conclusione. Ed ebbe a raggiungerla nel momento in cui egli ritrovò voce, appellandosi, con aria confusa, alla propria interlocutrice…

« Lys’sh… » sussurrò egli, sbattendo le palpebre e osservandosi attorno, a cercare di meglio porre a fuoco la stanza ove si trovavano « … che cosa è successo? » domandò, nel mentre in cui, a poco a poco, la sua mente riprendeva a elaborare informazioni più o meno recenti, incluse, anche, quelle della propria morte, per quanto assurdo tale ricordo avrebbe avuto a dover essere « Dove siamo? »
« Grazie alla dea stai bene, Be’Sihl. » sospirò la giovane ofidiana, volgendo gli occhi al cielo in segno di lode, forse immeritata nel considerare la dinamica degli eventi, alla propria divinità « Ora è ancora troppo pericoloso per me pensare di prenderti a schiaffi… ma sappi che, non appena mi sarò ripresa, ti colpirò così forte che l’impronta delle mie cinque dita avrà a restare impressa sul tuo volto come un tatuaggio. »

Incerto nel merito delle ragioni della propria interlocutrice, e pur certo di meritarsi qualunque condanna ella avrebbe desiderato imporgli, lo shar’tiagho mosse delicatamente braccia e gambe, quasi a tentare di assicurarsi della possibilità di muoversi. E, nel non ritrovare apparente impedimento in tal senso, ebbe a tentare di risollevarsi, per porsi, quantomeno, a sedere su quel letto, a tentare di ritrovare controllo su di sé e sul mondo a sé circostante, ancor prima di impegnarsi a recuperare il controllo, evidentemente perduto, sui propri ricordi, e su quei ricordi che, ancora, insistevano per dichiararlo morto.
Nel riuscire a porsi a sedere su quel letto, Be’Sihl non poté allora ovviare a constatare quanto, in verità, non avrebbe potuto avere a lamentarsi di alcun genere di dolore fisico, e, anzi, per quanto concesso al suo sguardo, in quel momento non avrebbe neppure avuto a poter identificare la presenza di una singola medicazione sul suo corpo, né, tantomeno, di una qualunque ferita o, al più, testimonianza di passata ferita. E se pur, nel merito della propria morte, evidentemente qualcosa nella sua mente, nei suoi ricordi, avrebbe avuto a doversi riconoscere ancor privo di sincronia nel confronto con la realtà; la totale assenza della benché minima evidenza di una delle tante ferite da lui riportate, non avrebbe potuto ovviare a confonderlo maggiormente, nella certezza che pur, allora, avrebbe avuto a vantare in tal senso….

«  … che cosa è successo, Lys’sh?! » si ripeté, insistendo in quell’interrogativo.

mercoledì 30 gennaio 2019

2806


« Nooo! » gridò l’ofidiana, con tutto il fiato rimastole in corpo, nell’aver ben compreso quanto fosse accaduto, non perché lo avesse visto, nella nebbia che le stava ancor offuscando la vista, quanto e piuttosto avendolo ascoltato, avendolo odorato, e, in tal senso, avendo potuto riservarsi, se possibile, un quadro d’insieme ancor più terrificante di quanto, semplicemente nel confronto visivo con quella scena, non avrebbe potuto esserle altrimenti offerto.

E laddove quell’agitazione non le avrebbe assolutamente giovato, non nelle proprie condizioni, non nel rischio che anch’ella stava allor correndo, Lo Sfregiato intervenne prontamente, e intervenne prontamente a iniettarle un blando sedativo a sua volta estratto dalla cassetta di primo soccorso, per costringerla in ciò a placarsi, se non, addirittura, a perdere i sensi nel contempo in cui, a lui, sarebbe rimasto allora l’ingrato compito di gestire da solo quell’intera situazione, non soltanto nel confronto con la giovane donna serpente, quanto e piuttosto anche nei riguardi del proprio condottiero e dello stesso Implacabile, il quale, alla fine, nella propria morte, e nella propria morte sì violenta, sì brutale, era stato spiacevolmente domato.

« Perdonami, piccola Lys’sh… » sussurrò quindi egli, riponendo il dispositivo di iniezione e ritornando a prestare tutta la propria attenzione ai due fori di laser, che non aveva ancor terminato di colmare di schiuma e che, comunque, avrebbero poi avuto a pretendere attenzioni maggiori rispetto a quell’immediato soccorso, avendo a dover essere entrambi riconosciuti, purtroppo, in posizioni indubbiamente spiacevoli, l’uno per i danni imposti al suo polmone, l’altro per quelli altresì rivolti al suo intestino e, forse e più sgradevolmente, anche alla sua colonna vertebrale « Desmair ha detto che mi devo preoccupare di tenerti in vita e, stai sicura, che farò tutto il possibile e anche l’impossibile per farlo… ma tu devi iniziare a collaborare e, per questo, devi evitare di agitarti così come stai insistentemente continuando a fare. »

E, per quanto ancor più stordita di quanto non avrebbe già potuto vantare di essere, l’ofidiana non si sarebbe potuta permettere alcuna ribellione a confronto con quell’interlocutore e le sue prese di posizione assolutamente unilaterali; ella, ancora sconvolta per l’omicidio del proprio compagno a cui era stata così costretta ad assistere, non poté mancare di impegnarsi a formulare un interrogativo estremamente conciso, e pur indubbiamente chiaro, nel voler cercare di comprendere meglio quanto fosse accaduto e quanto, ancora, stesse accadendo.
Non tanto nelle proprie dinamiche, purtroppo oscenamente trasparenti, quanto e piuttosto nelle proprie motivazioni…

« … perché…?! » alitò in un lieve sussurro, dimostrando tutta la propria mirabile forza di volontà nel riuscire a essere lì ancora cosciente, malgrado tutto.
« Perché ti sto salvando…? » tentò di meglio articolare la domanda l’uomo, aggrottando appena la fronte nel non comprendere il senso di quell’interrogativo « Te l’ho appena detto: Desmair ha detto che devi restare in vita. E, a differenza di quanto tu e il tuo amico avete voluto comprovare nei miei confronti, il mio rispetto per lui mi porta ad accettare di adempiere a una sua richiesta anche nel non comprenderne le ragioni… o nel non condividerle. » suggerì, non negandosi una lieve polemica in tal senso « Avete massacrato tutti gli altri luogotenenti… e, avendone la possibilità, avreste massacrato anche me: non farmene una colpa se, in tutto questo, non riesco a dimostrarsi particolarmente entusiasta all’idea di riconoscervi salva la vita. »
« … Be’Sihl è morto… » obiettò tuttavia ella, non a torto.
« Nulla di irrimediabile. » banalizzò comunque Lo Sfregiato, quasi ella avesse dichiarato che egli stesse limitandosi a riservarsi una pennichella, prima di rialzarsi e di rimettersi all’opera « A differenza di quanto avete imposto a molti dei luogotenenti, e a differenza di quanto non potrebbe essere per te o per me, per lui c’è ancora speranza… è il vantaggio di essere un umano nel momento in cui si ha a disposizione una straordinaria nanotecnologia capace di riportare in vita i morti e, purtroppo per tutti noi, limitata nella propria applicabilità soltanto agli esseri umani. » spiegò, forse in tal senso rovinandole la sorpresa con quella che avrebbe avuto a doversi considerare un’antipatica anticipazione e, tuttavia, volta allora a concederle occasione di acquietarsi, e, in tal senso, forse di ispirarla a riconoscere loro, e soprattutto a Desmair, quel beneficio del dubbio che, fino a quel momento, non aveva voluto prendere neppure in esame di garantire.

Per un attimo Lys’sh non fu in grado di elaborare il senso della frase rivoltale, nell’estraneità di tale dichiarazione nel confronto con tutto ciò che, per lei, così come per chiunque altro, avrebbe potuto avere senso. Ciò non di meno, dopo un momento di smarrimento, ella ebbe a ricordare i dettagli loro concessi da Be’Sihl nel merito della Sezione I e della sua origine, degli esperimenti condotti dalla Loor’Nos-Kahn su molti soldati mercenari e di come, fra tutti, proprio Reel Bannihil fosse stato l’unico campione che, effettivamente, aveva offerto il risultato sperato, garantendogli quell’immortalità qual pur, a nessun altro, era stata parimenti concessa posticipando, soltanto di una volta, l’irrimediabile fine… o forse qualcosa di anche peggio. E nel ricordare tali dettagli, ella non poté ovviare anche a rammentare quanto, proprio nel corso della loro ultima missione insieme sulle tracce dello stesso Reel Bannihil, Midda e Be’Sihl avessero avuto occasione di incontrare un insediamento umano in condizioni di vita a dir poco estreme, e un insediamento, tuttavia, molto particolare, laddove contraddistinto, nel bene o nel male, soltanto da persone alle quali Reel Bannihil aveva trasmesso la versione fallata del proprio dono, sì concedendo a molti fra loro ancora una nuova possibilità di vita nel momento in cui, altrimenti, non avrebbero avuto alcuna speranza e, ciò non di meno, condannandoli al contempo a quell’esistenza da non morti al momento della loro eventuale, successiva fine, in termini poi non così dissimili dagli zombie che, nel loro pianeta d’origine, entrambi si erano illusi di essersi potuti lasciare alle spalle.
Reel Bannihil era la chiave di quel miracolo, o di quella maledizione, a seconda di come si sarebbe voluta interpretare. E, da quel lontano giorno di sette mesi prima, Desmair era divenuto tale chiave.
Desmair: il semidio immortale figlio della crudele regina Anmel Mal Toise e di un brutale dio minore; la creatura demoniaca che ella aveva avuto occasione di incontrare nel tempo del sogno; l’indesiderato marito che, per troppi anni, aveva perseguitato la sua amica sororale e che, sette mesi prima, l’aveva intrappolata, per sua stessa ammissione, nel suo medesimo corpo, in quell’insalubre stato di coma. Tale avrebbe quindi avuto a dover essere considerato il nuovo custode di quell’osceno potere tecnologico, di quella capacità quasi negromantica di riportare in vita i morti o, peggio ancora, di trasformarli in zombie, in quello che avrebbe allora avuto a dover essere non gratuitamente inteso qual un terrificante preludio a qualcosa di veramente nefasto.

“Nulla è irrimediabile.” ripeté Lys’sh nella propria mente, rievocando e riascoltando, in tal maniera, le parole appena scandite da parte di Zibi “E’ il vantaggio di essere un umano nel momento in cui si ha a disposizione una straordinaria nanotecnologia capace di riportare in vita i morti.”

Tale sarebbe quindi stato il destino di Be’Sihl? Tale avrebbe avuto a doversi considerare il senso dell’altrimenti inesplicabile gesto omicida e suicida compiuto da Desmair?!
Har-Lys’sha, in cuor suo, non avrebbe potuto ovviare a temere la risposta a simili interrogativi. E a simili interrogativi ormai probabilmente solo retorici. Giacché qualunque risposta ella avrebbe avuto a dover prendere in esame, difficile sarebbe stato discriminare quanto ella, o anche lo stesso Be’Sihl, avrebbero avuto occasione di gioire di ciò o, piuttosto, di maledirsi. E di maledire Desmair per la propria folle crudeltà.  E di maledire, ancora, se stessi, per la propria folle stupidità, nell’aver tanto ingenuamente creduto di poter ribaltare a proprio favore una situazione qual quella nel cuore della quale, ciecamente, si erano andati a catapultare con imperdonabile superficialità.

martedì 29 gennaio 2019

2805


Per quanto allora lo shar’tiagho avesse obiettivamente a considerarsi più morto che vivo, e per quanto già nel tentare di sostenere lo scontro con Zibi avesse osato più di quanto il suo corpo non avrebbe potuto concedergli occasione di compiere, nel ben giudicare non soltanto le sue ferite la gravità delle sue ferite ma, ancor piò, il suo livello dissanguamento qual oltre ogni umano limite di sopravvivenza; udire quella voce, ancor prima di quelle parole, e riconoscere quella voce, ancor prima di riuscire a comprendere quanto essa stesse cercando di comunicare, fu in grado di imporgli una scarica di adrenalina tanto violenta da concedergli, in maniera del tutto inattesa, un’ultima occasione d’azione, un’ultima reazione e un’ultima reazione, allora, in contrasto a colui responsabile di tutto ciò. E ben poco avrebbe avuto a dover essere giudicato importante il fatto che questi non avesse a poter obiettivamente morire, come già risaputo e come quell’ennesimo ritorno in vita avrebbe allor quietamente dimostrato: Be’Sihl non avrebbe potuto spirare senza tentare, per un ultima volta, di condurre Desmair con sé.

« … muori… » gridò l’ex-locandiere, ancora una volta in shar’tiagho, risollevandosi praticamente anch’egli cieco al mondo a lui circostante e, ciò non di meno, indifferente a tale condizioni, nell’aver a essere giudicata sufficiente l’informazione offerta dalla sua voce per agire, e per agire in contrasto a quell’uomo, a quel semidio, al collo del quale ebbe a fiondarsi nella volontà di strangolarlo, o anche e soltanto, se le forze non glielo avessero concesso, di ucciderlo nuovamente strappandogli la gola a morsi, ove necessario, pur di non concedergli ancora un istante utile a gongolarsi per la propria vittoria, e quella vittoria che pur, obiettivamente, sarebbe alfine stata sua.
« In questo nuovo corpo, la morte è fastidiosamente dolorosa… ma se proprio non c’è alternativa…. » sospirò Desmair, celato dietro le fattezze di Reel Bannihil, l’esperimento della Loor’Nos-Kahn alla base dell’origine stessa della temibile Sezione I il corpo immortale del quale aveva preso possesso, e aveva preso possesso in conseguenza a uno sventurato accordo compiuto con la propria sposa, Midda Bontor, la quale, un istante dopo, egli aveva ripagato per la cortesia intrappolandola all’interno della sua stessa mente, e lì condannandola a un morte vivente, a quell’apparentemente irrisolvibile stato di coma « Zibi… prenditi cura di quella donna serpente: non deve morire! » ordinò al proprio sottoposto, a lui rivolgendosi non più in shar’tiagho ma nella lingua franca, prima di lasciarsi cadere a terra sotto l’impeto dell’aggressione del proprio ex-ospite e, in ciò, alle sue mani offrendosi quietamente, qual volontaria vittima sacrificale.

Se Be’Sihl, in quel momento, avesse avuto ancora un pur fugace controllo sulla propria coscienza, sul proprio intelletto, ineluttabile per lui sarebbe stato comprendere quanto, tutto quello, avesse a doversi considerare sbagliato, quanto il fatto che Desmair si stesse arrendendo a lui senza neppure ipotizzare una qualsivoglia reazione avesse a doversi giudicare assurdo, e, sicuramente, in tal senso, egli avrebbe frenato il proprio feroce incedere, cercando di comprendere cosa stesse accadendo, perché stesse accadendo tutto ciò e, soprattutto, quale oscuro manifesto stesse allor giustificando l’operato del semidio. Ma in quel frangente, l’Implacabile avrebbe avuto a doversi riconoscere ridotto, in conseguenza alla propria ira e alle ferite riportate, a quello stato di imminente morte ormai irrimediabilmente definito, a nulla di più di una sorta di bestia selvaggia, e a una bestia spinta, lì, da un solo, primordiale istinto: uccidere il proprio nemico.
In ciò, quindi, a Be’Sihl non venne concessa neppure sufficiente coscienza per rilevare quanto, all’altezza delle proprie stesse viscere, Desmair avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto armato di una lama, e di una lama che, senza alcuna esitazione, ebbe ad affondare nel suo addome, per porre apparentemente, in tal maniera, la parola “fine” sulla vicenda, su quella che, tanto a lungo, era stata fra loro un’alleanza e che, in quell’ultimo anno, era irrimediabilmente declinata in una guerra. Ma anche dove tardivamente egli ebbe a rendersi conto di ciò, nel mentre in cui quella lama affondava nelle già martoriate carni, scavando in esse, alcun orrore, e persino alcun dolore, ebbe allora a pervaderlo, giacché, in tal senso, null’altro tutto quello avrebbe confermato se non la sua morte. E, in tal senso in nulla rallentato, in nulla demotivato rispetto al proprio intento iniziale, egli ebbe a serrare le dita delle proprie mani attorno al collo della propria nemesi, e lì a iniziare a stringere, e stringere con tutte le proprie ultime energie rimaste.
Per quanto sicuramente ammirevole avrebbe avuto a doversi giudicare quell’ultimo, estremo gesto di rivolta, tuttavia fondamentalmente inutile esso avrebbe avuto a doversi riconoscere, giacché ormai le ultime energie a lui rimaste non sarebbero state sufficienti neppure a soffocare un passero. E pur, proprio malgrado o propria fortuna, Be’Sihl non ebbe a rendersi conto di nulla di tutto questo, giacché, nell’incalzante oscurità che la morte stava dispiegando sulla sua coscienza, altro non gli rimase che l’idea di quell’ultima rivalsa, di quell’ultimo, folle, tentativo di morte imposto al proprio antagonista, concedendogli, in tal senso, quell’ultima, inutile gioia nell’abbandonare la vita mortale e, con essa, quella donna da lui tanto amata e che pur, proprio malgrado, mai avrebbe potuto rivedere…

« Come stavo dicendo, sei uno stupido, vecchio mio… » scandì quietamente la voce di Desmair, ormai inudibile alle sue orecchie « … se solo non ti fossi accanito così tanto contro di me, non soltanto molta gente avrebbe evitato di morire inutilmente qui, quest’oggi. Ma anche tu, anche tu stesso, non saresti morto. » dichiarò, in una semplice constatazione di quanto, da parte sua, avrebbe avuto lì a doversi riconoscere qual semplice verità « E, anziché impegnarsi reciprocamente in questa mattanza, avremmo potuto unire le nostre forze per andare a recuperare quella fedifraga della mia sposa, dalla prigione psichica nella quale, forse troppo affrettatamente, e troppo efficacemente, l’ho rinchiusa. »

Se Be’Sihl nulla di tutto quello poté udire, ben diversa avrebbe potuto considerarsi la posizione di Lys’sh.
Nel mentre in cui, infatti, in ottemperanza agli ordini ricevuti, Zibi stava già in quel momento iniziando a prestare i primi soccorsi in favore di colei che pur, probabilmente, pochi istanti prima non avrebbe esitato a uccidere, nell’aver recuperato una valigetta di emergenza e nell’aver, da essa, già estratto quell’utile schiuma medica con la quale andare a riempire i fori prodotti dai laser, a iniziare, in tal senso, a tamponare le ferite e, soprattutto, ad arginare il processo di necrotizzazione dei tessuti, quel processo che, se non in prima battuta, avrebbe comunque condotto a morte sicura la donna laddove non fosse stata presa alcuna rapida posizione nel merito del quale; Har-Lys’sha, distesa a terra, immobilizzata a terra in condizioni sicuramente gravi e pur non sì irrimediabili quali quelle del proprio martoriato compagno, avrebbe potuto essere lì giudicata ancor sufficientemente conscia da rendersi conto di quanto stesse accadendo attorno a lei, nel ritorno in vita di Desmair, in quell’ultimo, disperato, tentativo di rivolta di Be’Sihl e, soprattutto, in quell’imprevista, e incomprensibile, svolta intrapresa proprio dallo stesso semidio, il quale, pur avendo la possibilità di finirla con loro, aveva appena ordinato a Lo Sfregiato di soccorrerla, di aiutarla, di non consentire la sua morte.
Parole disorientanti, quelle da lui in tutto quello scandite, che avrebbero avuto a doversi riconoscere, oltremodo, in netto contrasto con le sue azioni, e con quelle azioni, al contempo di ciò, pur rivolte a decretare la morte di Be’Sihl in quel pur inutile sventramento. Gesti disorientanti, quelli da lui promossi, che avrebbero avuto a doversi riconoscere, oltremodo, in netto contrasto con le sue parole, e con quelle parole, al contempo di ciò, pur rivolte a decretare la necessità di una collaborazione fra loro.
Parole e gesti in paradossale e antitetico contrasto, i suoi, che avrebbero, tuttavia, trovato la propria apoteosi, la propria pienezza, soltanto nell’ultima azione, nell’ultima scelta da parte del semidio e di quella scelta, apparentemente immotivata, e pur semplicemente rivoluzionaria, di estrarre la propria arma dal ventre di Be’Sihl solo per averla ad affondare, volutamente, nel proprio, sventrandosi con le proprie stesse mani e, in ciò, condannandosi a quell’assurda, e pur non immotivata, morte abbracciato al proprio più fiero nemico…

lunedì 28 gennaio 2019

2804


Fu questione di un istante. Del tempo proprio di un fugace battito di ciglia. E dove un attimo prima quella pistola appariva puntata verso il centro della testa della giovane ofidiana, un attimo quella medesima arma dopo si ritrovò a essere saldamente stretta nelle sue mani e puntata, per tutta risposta, verso il centro della fronte del proprio aggressore, in conseguenza dell’esecuzione assolutamente perfetta di una tecnica di disarmo tale per cui, in tutta onesta, al Figlio delle Ombre non venne effettivamente neppur concesso di comprendere cosa potesse essere accaduto, o in grazia di quale assurda dinamica di eventi potesse essere mai stato possibile che quel sicuro vantaggio, prima saldamente impugnato nelle sue mani, avesse a poter essere ora riconosciuto qual parimenti proposto a suo esplicito svantaggio.
Ma laddove stupore avrebbe dovuto sussistere in conseguenza a un simile operato, ciò che ebbe ad aprirsi sul viso dell’uomo altro non fu che un malinconico sorriso divertito, nella quieta consapevolezza di quanto, in tutto quello, gli fosse stata appena concessa una quieta conferma nel confronto con quanto, sino a quel momento, da lui sostenuto e da lei, altresì, rinnegato…

« Ed ecco dove s’infrange la tua supposta superiorità morale! » scosse il capo, aggrottando appena la fronte « Tante belle parole… ma poi, alla fine, in cosa dovresti mai essere diversa da me?! » le domandò, osservandola con quieta fermezza « Allo stesso modo in cui, un istante fa, ero io a minacciare te; ora sei tu a ricambiare la cortesia, con il medesimo cipiglio. »

E se facile, in ciò, sarebbe stato comprendere un intento provocatorio, tale intento provocatorio altro non avrebbe avuto, e non ebbe, a preludere se non a un tentativo di reazione da parte sua e, in particolare, di reazione per mezzo, ancora una volta, di quell’utile frusta, quell’arma già dimostratasi particolarmente efficace fra le sue mani in contrasto a Be’Sihl e che, allora, avrebbe potuto rivoluzionare ancora la situazione, ribaltandola nuovamente e ristabilendo quel suo precedente dominio.
Ma per quanto nulla avrebbe avuto a poter essere eccepito nella rapidità dei movimenti propri di quell’uomo e nella potenziale perfezione di quell’esecuzione, quanto ebbe a fallire, in quel frangente, fu proprio quell’ipotesi di provocazione, e quella provocazione che, a margine di ciò, non avrebbe potuto trovare, e non ebbe a trovare, in lei terreno fertile, vedendola quindi rispondere con altrettanta rapidità e controllo alla sua reazione, esplodendo un colpo in direzione della frustra elettrificata e, in ciò, spezzandola di netto in due, all’altezza dell’impugnatura. Fu così che, ancora non senza una certa sorpresa, a Lo Sfregiato altro non restò in mano che un semplice pezzo di metallo del tutto inutile e inutilizzabile, soprattutto nel confronto con un’arma da fuoco che, così come ella aveva appena comprovato, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta gestita con indubbia maestria.

« Non ho mai voluto sottintendere di essere superiore a te, Zibi: non moralmente… non sotto qualunque altro punto di vista. » rispose tuttavia ella, ricollegandosi al discorso da lui proposto un attimo fa e, nello scandire quelle parole, sforzandosi di non avere a scomporsi, malgrado le ferite da lei riportate stessero imponendo al suo intero corpo delle scariche di dolore tanto violente da impedirle quasi di respirare e da accecarla completamente, mostrando innanzi al suo sguardo soltanto delle scariche bianche nel quale tutto il mondo attorno a lei sarebbe necessariamente annichilito « In verità, ammiro il tuo operato, quello che sei stato in grado di realizzare con Casa. E, permettimi di dirtelo, ti sono sinceramente riconoscente per la nuova occasione di vita che non hai esitato a offrire a quel gruppo di bambini che Be’Sihl e io abbiamo sottratto al giogo della Loor’Nos-Kahn… » sopraggiunse, esprimendosi, in tal senso, in termini del tutto onesti, qual sino a quel giorno non aveva potuto, per ovvie ragioni, realmente essere.
« Non avere a prendertela a male, ma tanti bei complimenti da chi mi sta puntando una pistola contro non possono che risultare terribilmente inconsistenti. » osservò il Figlio delle Ombre, gettando a terra quanto rimastogli della propria ormai inutile arma e limitandosi, poi, ad aprire le braccia, a palesare tutta la propria attuale impossibilità a offrire qualsivoglia danno.

Un gesto, il suo, ancora una volta tutt’altro che sincero, tutt’altro che privo di un qualsivoglia secondo fine, laddove, esattamente come a confronto con la provocazione verbale precedente, altro egli non avrebbe voluto allora tentare se non di imporle occasione di distrazione, di un’occasione di distrazione utile a tentare di sopraffarla. E benché, ancora una volta, ella non avrebbe potuto ovviare a essere perfettamente consapevole di ciò, nelle proprie pessime condizioni fisiche e, ancor più, nell’assenza di un reale antagonismo a suo discapito, la giovane ofidiana non fu in grado di prevenire l’insurrezione del proprio avversario, ritrovandosi da lui inopportunamente aggredita e scaraventata a terra senza poter avere alcuna occasione di opporsi, nel non voler aprire il fuoco, nel non voler allora ucciderlo, per così come, altresì, avrebbe offerto assoluta ragione alla sua ultima obiezione, all’inconsistenza di quella proclamata gratitudine a cui non sarebbe seguito alcun fatto.
Così, emettendo un grido soffocato per la scarica di straziante dolore che ebbe ad attraversarla nel piombare al suolo, ella non poté ovviare a riservarsi una certa difficoltà anche e soltanto a mantenersi cosciente, nel mentre in cui, non lontana da lei, non manco di avvertire un gemito provenire da Be’Sihl, e da quel proprio compagno d’armi allor intento a cercare, a sua volta soffocato dal dolore e dal proprio stesso sangue accumulatosi in gola, di opporsi a quanto lì stava accadendo, chiaramente inveendo pur in una lingua da lei non comprensibile e, in ciò, probabilmente invitando con le proprie ultime energie, con i propri ultimi respiri, il loro comune avversario, quell’ultimo antagonista lì rimasto in piedi, a non avere a prendersela con lei, quanto e piuttosto a dedicarsi a lui…

« Lurido… figlio d’un cane! » sussurrò lo shar’tiagho nella lingua della sua terra madre, di Shar’Tiagh, in quel momento troppo sconvolto, troppo privo di reale coscienza per potersi permettere il lusso di tradurre i propri pensieri in qualunque altro modo « Lasciala in pace… o ti giuro su tutti gli dei che… ti strapperò il cervello dagli occhi… e userò il tuo cranio come un pitale nel mentre in cui… il tuo cuore starà ancora battendo!  »

Parole violente, parole disperate, quelle di Be’Sihl, che pur sarebbero allora andate perdute per sempre nel nulla, destinate a scomparire così come anche entrambi loro avrebbero avuto lì ad apparire, se una persona non si fosse riservata occasione di intervenire. Una persona che sola, fra tutti i presenti, avrebbe potuto allor vantare non soltanto di comprendere alla perfezione quella lingua, ma anche di saperla fluentemente parlare, essendo, del resto, anche la sua lingua madre, o, per la precisione, la lingua di sua madre.
E così, nel mentre in cui, proprio malgrado, il mondo attorno all’ex-locandiere di Kriarya iniziava a farsi confuso, in quello che avrebbe potuto essere lì il suo ultimo barlume di coscienza, una voce nota ebbe a rivolgersi al suo indirizzo, proprio scandendo quelle parole inattese parole in lingua shar’tiagha.

« Dannazione, Be’Sihl! Ho sempre creduto che quella rossa fosse capace di mandarti fuori di testa… ma non avrei mai immaginato che tu potessi andare così tanto fuori di testa!  » ebbe a commentare, con tono a metà fra il sarcastico e l’ironico « E’ quasi un peccato che tutti i tuoi sforzi avranno a ricordarsi non soltanto qual inutili, ma addirittura qual stolidamente dannosi… giacché, ancora una volta, così come in passato, i nostri obiettivi hanno a doversi considerare spiacevolmente convergenti. E, in questo, che tu lo possa accettare o no, ancora una volta abbiamo bisogno l’uno dell’altro… » suggerì, riservandosi occasione di un profondo sospiro, quasi in tal maniera, in quel gesto, a cercare di invocare a sé la possibilità di riuscire a mantenere il quieto controllo della situazione benché, sino a quel momento, nulla, e nessuno, si fosse dimostrato propriamente attento a offrirgli retta.

domenica 27 gennaio 2019

2803


« … Be’Sihl!... » gemette Lys’sh, con occhi sgranati nell’osservare quel colpo proiettare a terra il proprio compagno d’arme, il proprio commilitone, e sancire, in quella maniera, la fine di tutto.

Sette mesi erano trascorsi da quando Midda era precipitata in quel sonno simile a morte. Quattro mesi erano trascorsi da quando ella aveva lasciato la Kasta Hamina per seguire Be’Sihl in quella missione potenzialmente suicida, con la sola volontà di non renderla tale, di non permettere all’amato della propria amica sororale di rinunciare tanto facilmente alla propria esistenza. Un mese era trascorso da quando si erano illusi di essere riusciti a infiltrarsi all’interno dell’organizzazione de Lo Sfregiato, intraprendendo un difficile percorso di sangue e morte che, alla fine, li aveva condotti lì, a quella resa dei conti.
Tanto tempo, tanto impegno, tanti morti: tale era stato quanto loro richiesto per tentare di sistemare quanto accaduto, e quanto accaduto, in primo luogo, in conseguenza all’ostinata testardaggine di una donna che, sola, aveva tentato di sistemare quanto accaduto ancor prima, e quanto accaduto, in primo luogo, ancora una volta in conseguenza alla propria ostinata testardaggine. Un circolo vizioso, un assurdo, negativo e continuo ripetersi di errori e di errati tentativi di solitari di rimediare a tali sbagli. E un circolo vizioso, un assurdo, negativo e continuo ripetersi di errori, nel quale, in quel momento, stava risultando più che evidente quanto Be’Sihl, in primo luogo, ma anche ella stessa, al suo seguito, si erano stolidamente lasciati trascinare, nella sciocca illusione di poter realmente combattere il fuoco con il fuoco, e, in ciò, di poter riuscire nello stesso giuoco nel quale, pur, da sempre Midda altro non aveva fatto che fallire.
Così, alla fine, lì sarebbero morti. E la morte sarebbe stata comunque la miglior cosa che avrebbe loro potuto occorrere, laddove, se così non fosse stato, probabilmente si sarebbero nuovamente ritrovati a reiterare insistentemente nel proprio sbaglio, si sarebbero nuovamente impegnati a tentare di correggere il proprio insuccesso perseguendo ancora una volta le stesse vie e, in tal senso, altro non destinandosi che a ritrovare, nuovamente, tutti i propri errori, tutti i propri sbagli, tutti i propri fallimenti, così come era stato per Midda prima di loro, e così come sarebbe stato, necessariamente, per chiunque avrebbe avuto la sciagurata idea di provare a impegnarsi in quella direzione dopo di loro.
Chi sarebbe stato…? Duva forse…? O Rula…? O chiunque altro a bordo della Kasta Hamina?!
O, forse, sarebbero stati i due bambini, quei due bambini destinati a ritrovarsi ancora una volta soli al mondo e, in questo, alfine forse a loro volta desiderosi di una qualche occasione di vendetta?!
O, magari, sarebbe addirittura intervenuta l’altra Midda, quella più giovane, proveniente da un diverso universo e che, per quanto era stato dato loro di comprendere, ora stava già impegnandosi a seguire i passi della sua predecessora in quel del suo stesso pianeta d’origine, accanto ai di lei amici e alleati d’un tempo?!
No! Tutto quello avrebbe dovuto essere fermato!
Lys’sh lo aveva già sperimentato. E proprio in grazia dell’intervento di Midda era riuscita a ovviare a scegliere la via più stolida. Quando, quattro anni prima, si erano incontrate all’interno di quel carcere, di quelle miniere per l’estrazione dell’idrargirio sulla terza luna di Kritone, nelle quali la giovane ofidiana stava ostinatamente ricercando vendetta per la propria gente, per il proprio popolo, in contrasto al loro assassino, al loro genocida, Nero, era stata proprio la Figlia di Marr’Mahew a permetterle di comprendere che la morte di quell’uomo non sarebbe stata affatto una punizione degna, permettendogli nella morte di trovare quella pace che, altresì, in vita non gli sarebbe stata più concessa, non nel doversi ritrovare a sopravvivere a confronto con l’idea della propria sconfitta, e della propria sconfitta per sua mano. Non per pietà, quindi, ella aveva lasciato sopravvivere la propria nemesi, quanto e piuttosto nella conscia crudeltà di quanto, la vita, sarebbe stata per lui molto più insopportabile della morte. E, così facendo, ella era stata anche in grado di scendere a patti con i propri demoni interiori, con la rabbia che, per molti anni, prima di allora, l’aveva guidata, l’aveva sospinta ad abbracciare tutte le scelte sbagliate, per così come, stolidamente, si era nuovamente ritrovata a compiere in quegli ultimi mesi, fallendo nel porre un freno, in tal senso, a Be’Sihl nello stesso modo in cui, prima ancora, egli stesso aveva fallito nel porre un freno, paradossalmente, proprio alla stessa Midda Bontor.
Era giunto il tempo di finirla, era giunto il tempo di spezzare quella catena di errori ovviando ad aggiungere su di essa un nuovo anello. E se per giungere a tal fine ella avrebbe dovuto versare il proprio sangue, avrebbe dovuto rinunciare alla propria vita, tale prezzo sarebbe stato da lei felicemente pagato, a saldo di quel debito che, allora, avrebbe potuto riconoscere di avere proprio nel confronto con Midda, con colei che l’aveva aiutata in passato a liberarsi dei propri demoni e con colei che, ora, ella avrebbe parimenti aiutato a liberarsi dei suoi.

« Basta! » gridò Lys’sh, ferita, e ferita più gravemente di quanto non avrebbe apprezzato di ammettere, nel riuscire, comunque, a trovare la forza di rialzarsi, e di rialzarsi per prendere posizione, e prendere posizione, in maniera figurata e in maniera letterale, fra Be’Sihl e Zibi, non per combattere il secondo, non per ucciderlo, ma, semplicemente, per fermarlo, per impedirgli di proseguire oltre in quella follia… e in quella, ella ne era certa, che egli stesso non avrebbe potuto ovviare a riconoscere qual tale « Hai ragione… quanto è avvenuto qui è stato un ingiustificato massacro. Ma il nostro errore non deve giustificarti… cough… nel permetterti di commettere un errore altrettanto grave… » sancì, tossendo a metà di quelle parole e scoprendo, proprio malgrado, di star tossendo sangue, a dimostrazione di quanto, in verità, la propria situazione non avrebbe avuto a doversi riconoscere sì rasserenante qual, dal proprio punto di vista, il suo stesso compagno d’arme si era illuso avesse a poter essere.
« Francamente non colgo raziocinio in queste tue parole, piccola Lys’sh. » scosse il capo il Figlio dell’Ombra, rievocando purtroppo in tale ostinata avversione tutto quell’odio, tutto quel pregiudizio che, per anni, l’aveva guidata sulle tracce di Nero e che, in quell’ultimo mese, ella si era impegnata a tentare di superare, e a tentare di superare nel rispetto che pur non avrebbe potuto ovviare a dimostrare nei riguardi di chi aveva dato vita a una realtà stupenda come Casa « Forse ti ho offerto l’impressione sbagliata, ma io non sono esattamente un bravo ragazzo. Non nel confronto di chi desideroso di offrire minaccia in contrasto alla mia famiglia, alla mia casa, e a tutto quello che sto duramente lottando per realizzare. E, in questo, te lo assicuro, tu e il tuo amico non sarete né i primi, né gli ultimi che avrò a uccidere… » sancì, estraendo da dietro la schiena la propria pistola laser e levandola dritta in direzione del centro della fronte della propria interlocutrice, a palesare quanto quelle sue parole non avrebbero avuto a dover essere fraintese qual prive di fondamento « Desmair non desiderava farvi del male. E nessuno di noi avrebbe mai alzato la mano contro di voi, se soltanto non foste stati tanto stupidi da agire come avete agito. » dichiarò, iniziando a imporre una lieve pressione sul grilletto dell’arma, per energizzarla e preparare, in tal maniera, il colpo, e quel colpo che, allora, avrebbe alleviato le sofferenze di quella giovane ofidiana, il cui fato di morte, dopotutto, avrebbe comunque avuto a doversi riconoscere qual già decretato « Purtroppo non gli avete concesso neppure il beneficio del dubbio… e, in tal senso, non credo che riconoscerlo a voi, ora, potrà portare a qualche miglioramento. Anzi. »
« … e a cosa porterà non concedercelo?! Quale beneficio trarrai dalle nostre morti, ora…?! » insistette la donna, scuotendo dolorosamente il capo « Se vuoi ucciderci… fallo. Ormai non ci è rimasto comunque molto da vivere. Ma questo non produrrà altro effetto se non ispirare altre persone a proseguire nella nostra missione, animati dal desiderio di vendicarci esattamente come tu, in questo momento, desideri vendicare coloro che qui sono morti oggi. E ti assicuro che i nostri amici non avranno a ricordarci come dei semplici colleghi. » suggerì, rievocando le parole da lui stesso pocanzi adoperate « Così questa guerra non avrà mai fine… e tutti, presto o tardi, saremo schiacciati da essa. »
« Davvero stai cercando di sostenere una tesi pacifista dopo il massacro che tu e il tuo amico avete qui compiuto…? » aggrottò la fronte Zibi, semplicemente divertito da tutta quella faccenda « Non credi che vi sia un po’ di malcelata ipocrisia alla base di tutto ciò…?! »

sabato 26 gennaio 2019

2802


Così aveva avuto inizio la fine.
Perché se pur, eventualmente, gli uomini e le donne lì radunati da Desmair, i suoi luogotenenti, avevano ricevuto l’ordine di non dimostrare avversione a discapito di quei due “ospiti d’onore”, così come egli stesso li aveva pocanzi definiti, quell’aggressione, quella violenza, quell’omicidio, se pur consapevolmente destinato a non restare tale a lungo, non avrebbe potuto essere quietamente tollerato, non avrebbe potuto essere ignorato nella propria occorrenza, in termini tali per cui, allora, tutti loro avevano avuto a porre mano alle proprie armi, alle proprie pistole, alle proprie spade e daghe, ai propri coltelli, per riscattare il nome del loro condottiero, del loro sovrano, e di quel sovrano così brutalmente assassinato sotto ai loro stessi occhi. E se, in pochi istanti, quell’intera sala si era quindi ritrovata a essere trasformata in un campo di battaglia, da tale campo di battaglia due figure importanti erano state allor immediatamente escluse: lo stesso Desmair, la morte del quale, pur non avendo a doversi considerare una condizione permanente, non gli avrebbe potuto concedere l’occasione di intervenire in alcuna maniera nella questione; e il loro accompagnatore, Zibi Torpa, Lo Sfregiato, a discapito del quale, prima ancora che potesse aver occasione di comprendere cosa stesse accadendo, aveva deciso di avventarsi colei in quel momento a lui più prossima, Lys’sh.
La giovane ofidiana, infatti, nel forse controverso intento di tentare di riconoscergli salva la vita, aveva deciso di intervenire immediatamente nella questione, diventandone a sua volta interprete e, in ciò, colpendolo violentemente alla base della nuca, a privarlo di ogni consapevolezza nel merito del mondo a lui circostante. Un gesto, il suo, del quale, di lì al termine della battaglia, avrebbe avuto forse a pentirsene, e che pur avrebbe avuto a dover essere allor giustificato dalla ferma volontà di non desiderare permettere che l’uomo responsabile del benessere di Casa potesse lì stolidamente soccombere, privando della propria saggia guida quel piccolo e felice angolo di mondo l’ispirazione alla creazione del quale egli aveva mirabilmente offerto al di là di qualunque assolutamente giustificabile critica nel merito del mezzo scelto per finanziare una simile, e tutt’altro che economica, opera.
Purtroppo, come probabilmente la sua amica Duva le avrebbe rimproverato fosse stata lì presente al loro fianco in quell’occasione, e in un’occasione a confronto con la quale sicuramente non si sarebbe tratta indietro, nella propria indole di attaccabrighe, nessuna buona azione sarebbe mai rimasta impunita. Ragione per la quale, appunto, quando ormai immobilizzata a terra per le ferite riportate, osservando passivamente Be’Sihl tentare di sostenere e concludere da solo quel confronto, ella non avrebbe potuto ovviare a rimproverarsi aspramente nel cogliere il Figlio delle Ombre riprendersi dallo stato di incoscienza nel quale lo aveva prepotentemente, e pur premurosamente, precipitato, giusto in tempo per avere occasione di schierarsi qual ultimo avversario del suo compagno d’arme, del suo amico, dell’amore di sua sorella Midda, in quella che, purtroppo, allora non avrebbe potuto ovviare a essere considerata una lotta impari.
Perché se pur qual semplicemente straordinario avrebbe avuto a dover essere applaudito lo shar’tiagho per quanto era stato in grado di compiere, per quella sanguinaria battaglia alla quale, più morto che vivo, era stato comunque in grado di resistere, rendendosi protagonista di una carneficina del tutto degna del nome della sua amata, della leggendaria Figlia di Marr’Mahew, nel ben considerare quanto, comunque, egli non avrebbe potuto vantare la di lei medesima confidenza con la guerra; difficile sarebbe stato allora poter immaginare, poter supporre una sua vittoria anche nel confronto con quell’ultimo avversario, con quell’ultimo antagonista, il quale, in verità, non avrebbe neppure avuto a dover menare un solo colpo per abbatterlo, riservandosi, piuttosto, quella semplice attesa utile a concedere alle ferite dall’altro già accumulate, di completare il lavoro.

« … attaccami!… » stava allor incalzando Be’Sihl, in direzione del proprio antagonista, reggendosi a stento in piedi e, ciò non di meno, impugnando nella destra una spada delle dimensioni di una lama bastarda, con la quale, nelle sue condizioni, avrebbe avuto a doversi confrontare quantomeno impiegando anche la mancina lì, purtroppo, per lui del tutto inservibile « … cosa aspetti?!... ho ucciso tutti i tuoi amici… » tentò di aizzarlo a proprio contrasto, ben consapevole di quanto, nelle proprie condizioni, non avrebbe potuto riservarsi grande agilità, e, in tutto quello, desiderando che fosse l’altro a riservarsi l’iniziativa, al fine di concedergli occasione di attaccarlo, di aggredirlo, minimizzando i propri movimenti.
« Amici è una parola grossa. » obiettò tuttavia Zibi, scuotendo appena il capo e, pur lì armato da una frusta elettrificata, dimostrandosi comunque reticente a concedergli quell’occasione di confronto per così come allor richiesta, per così come allor invocata a gran voce « Diciamo colleghi, più che altro. Verso i quali, francamente, non ho mai provato meno della metà del rispetto che, nel corso dell’ultimo mese, ho imparato a provare verso di te e verso la dolce Lys’sh. » dichiarò, in parole che, sorprendentemente, avrebbero potuto lasciar sottintendere in qualche personale sostegno per la loro causa, così come, tuttavia, di lì a un istante dopo ebbe comunque a escludere « Ciò non di meno, non amo essere trattato da stupido. Ed è chiaro che, nel corso di quest’ultimo mese, voi mi avete trattato da stupido… e, per questo, non credo di potervi perdonare. Per quanto, sia chiaro, tutto ciò mi dispiaccia: siete stati due risorse a dir poco straordinarie, folli ma straordinarie. Folli quanto sufficiente per aggredire la Loor’Nos-Kahn. Ma anche, e purtroppo, folli quanto sufficiente a compiere questo ingiustificato massacro. »

Con un movimento scevro di qualunque segnale di qualunque preavviso, i muscoli de Lo Sfregiato ebbero a guizzare rapidi nell’animare la lunga e pericolosa frusta elettrificata, al solo scopo di andare a colpire la spada di Be’Sihl, disarmandolo senza che egli potesse avere la benché minima possibilità di opporsi a ciò.
Ma tutt’altro che deciso a lasciarsi vincere, lo shar’tiagho avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, in quel momento, qual l’uomo più pericoloso dell’intero Creato, giacché, nel non presumere di avere qualcosa da perdere, avrebbe lì rischiato il tutto e per tutto al solo scopo di condurre a compimento quella sfida. Così, sotto lo sguardo consapevolmente angosciato di Lys’sh, lì purtroppo incapace di esprimere nulla di più di qualche sussurro, di qualche soffocato rantolo, egli ebbe a portare la destra, l’unica mano sulla quale avrebbe ancora potuto fare affidamento, alla coscia ferita, a quella coscia nella quale, profondamente conficcato, avrebbe avuto a doversi riconoscere un pugnale. E nella certezza di quanto, allor, rimuovendolo egli avrebbe potuto riguadagnare non soltanto un’arma, ma anche un certo livello di mobilità, e un certo livello di mobilità speranzosamente utile a condurre a compimento quello scontro prima che le forza lo avessero ad abbandonare insieme alla propria stessa vita; l’Implacabile, qual lo aveva voluto lì ribattezzare il suo antico ospite, forse in qualche occasione alleato, e ormai chiaramente nemico, ebbe a sottrarre con violenza quella lama dall’abbraccio delle proprie carni, solo allo scopo di gettarsi in avanti, e di gettarsi in avanti con l’intento di concludere quanto iniziato, e di abbattere anche quell’ultimo ostacolo lì presente a protezione, a difesa dello stesso Desmair.
Ma se pur ammirevole avrebbe avuto a doversi considerare la foga con la quale, in tutto quello, Be’Sihl Ahvn-Qa, fiero figlio delle desolate terre di Shar’Tiagh, tentò di riservarsi l’ultima parola, quantomeno maldestro ebbe a doversi giudicare quel suo tentativo nel confronto con la guizzante arma del proprio avversario, e a quella guizzante arma che, in un lampo, ebbe a schioccare di nuovo nell’aria e a raggiungerlo, e a raggiungerlo, questa volta, non per disarmarlo, ma per colpirlo, e per colpirlo in pieno petto, scaricando contro di lui una potete scarica elettrica, che, alle già numerose ferite presenti, ebbe lì ad aggiungere, quindi, una nuova e lunga bruciatura, così come il nauseante odore che ebbe a diffondersi immediatamente nell’aria non mancò di palesare. Più della bruciatura, comunque, quanto ebbe così a respingerlo fu la violenza di quel colpo, e quel colpo che, adiuvato dall’impeto di quella scarica, vide letteralmente rimbalzato all’indietro il povero ex-locandiere, scaraventandolo come un giocattolo rotto sul pavimento, in quell’oscena pozza di carne, sangue e altri fluidi corporei che, egli stesso, aveva tanto brutalmente generato nel corso di quel massacro.

venerdì 25 gennaio 2019

2801


« … non può finire così. » insistette, ripetendosi, in quanto pur, tuttavia, in altro modo non sarebbe potuto essere giudicato se non simile al pianto di un bambino, al lamento di chi, in quel momento, incapace anche solo a pensare a un’alternativa, e, in questo, ostinatamente intento a rifiutare la realtà, e quella realtà che, pur, giunti a quel punto, sarebbe apparsa necessariamente irreversibile.

Avevano sbagliato. Avevano peccato di superbia, credendo di poter rigirare a proprio favore la trappola che essi avrebbero inizialmente desiderato tendere al loro antagonista e che, tuttavia, nel contempo di ciò, egli non avrebbe mancato di offrire evidenza di voler parimenti rivoltare, e rivoltare a loro esclusivo discapito. In troppi passaggi, in troppi giri di mano, essi si erano illusi davvero di poter ancora godere del controllo della situazione, non comprendendo quanto, altresì, tale controllo era stato da loro perduto già da tempo, sempre nell’ipotesi, tutt’altro che scontata, che fosse mai stato effettivamente loro concesso.
Così, quando quella mattina, come d’accordo, erano partiti da Casa insieme a Zibi, facendo rotta verso una destinazione tutto sommato prossima al terzo pianeta del sistema Novarts, Be’Sihl e Lys’sh avrebbero avuto ancora a dover essere riconosciuti sufficientemente arroganti dal poter ritenere, in cuor loro, di avere realmente ancora il controllo della situazione e, in tal senso, di poter effettivamente giungere sino al cospetto di Desmair, laddove, negandosi qualunque occasione di sorpresa, sarebbero stati in grado di ribaltare la situazione e ritrovarsi quietamente vittoriosi. Quanto, tuttavia, nessuno dei due aveva stolidamente preso in considerazione, avrebbe avuto a doversi altresì considerare lo scenario nel quale allora avrebbero avuto a ritrovarsi, e avrebbero avuto a ritrovarsi in netta, e devastante, posizione di inferiorità rispetto agli avversari che, in loro contrasto, non avrebbero mancato di schierarsi.
Se, infatti, quando più un mese prima erano stati introdotti al cospetto de Lo Sfregiato, la prima impressione non aveva potuto ovviare a risultare quella propria dell’essere al cospetto di un qualche signorotto feudale, sontuosamente circondato dalle proprie cortigiane e dai propri lacchè, lacchè successivamente reinterpretati qual fedeli amici e cortigiane comprese quali sue compagne, in un’ammirevole, ma non invidiabile, poligamia; nel ritrovarsi al cospetto di Desmair, la prima impressione non poté ovviare a proporsi qual quella propria dell’essere al cospetto di un sovrano guerriero, di una figura abituata al controllo, confidente con l’idea di comando, ma, al tempo stesso, non estranea all’idea del campo di battaglia, e del campo di battaglia non contemplato da una comoda distanza di sicurezza, quanto e piuttosto dalla prima linea, dal cuore del conflitto, nel fulgore della lotta, immerso nel clangore delle armi. E se, per Lys’sh, qualunque immagine di Desmair avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente inedita, nell’aver limitato tutto il proprio pregresso rapporto con lui a quell’assurda esperienza condivisa con Be’Sihl, Midda e i bambini nel tempo del sogno; invero anche per il suo compagno d’arme, che pur per molteplici anni aveva proprio malgrado condiviso il proprio stesso corpo con quell’essere semidivino, non avrebbe potuto ovviare a scoprirsi quasi disorientato da tutto ciò, abituatosi a considerare Desmair per quello che era sempre stato, nella condanna impostagli, dalla notte dei tempi, dalla sua stessa genitrice, la regina Anmel Mal Toise: una creatura solitaria, estranea al mondo, estranea alla vita, e abituata a confrontarsi con la stessa a debita distanza, senza mai desiderare riservarsi l’opportunità di immergersi in essa. L’uomo che, con le affascinanti fattezze di Reel Bannihil, era stato così introdotto loro, tuttavia, non avrebbe avuto a palesare alcuna evidenza di ciò… al contrario.
Quando, al seguito de Lo Sfregiato, erano quindi giunti a una grande stazione spaziale, e a una grande stazione spaziale presentata loro come una delle principali basi operative del superiore del loro supposto comandante, Be’Sihl e Lys’sh non avrebbero potuto attendersi di ritrovare, entro tali confini, il loro obiettivo non seduto su un grande trono, magari al fondo di un’immensa stanza deserta presidiata da guardie armate, quanto e piuttosto, sì in un’immensa stanza, ma lì in piedi, ai bordi di amplio tavolo circolare circondato da molti uomini e molte donne, umani e chimere, a loro volta in piedi, a parlare, a discutere, in maniera assolutamente ordinata e composta, delle proprie prospettive, delle proprie idee, e, con esse, dei propri fabbisogni, delle proprie necessità in termini di risorse, di uomini, di armi, così come presso la seduta di un qualunque governo planetario mai ci si sarebbe potuti attendere di trovare, e di trovare contraddistinti da una medesima dignità, da un’eguale senso di mirabile comunione d’intenti. Una comunione d’intenti, e ancor più una dignità, quella lì imperante, che proprio di Desmair, o Reel Bannihil che dir si volesse, avrebbe avuto occasione di incontrare il proprio carismatico ispiratore, così come mai, né Lys’sh, né tantomeno Be’Sihl, avrebbero potuto immaginare di potersi ritrovare a contemplare. Giacché egli, lì, a quella tavola, non qual dominatore, non qual monarca assoluto, qual pur tutti lo avrebbero comunque riconosciuto essere, quanto pari fra pari, non avrebbe avuto a dover dimostrare una qualche ricercata occasione di risalto in nulla, non nelle proprie vesti, non nella posizione da lui occupata, e neppure in quello scranno allora addirittura assente, ma, pur, fra tutti, sarebbe riuscito egualmente a emergere, per l’ineguagliabile energia da lui emanata fosse anche e soltanto con la propria postura, con le proprie movenze, con il proprio sguardo e, ovviamente, con qualunque parola da lui pronunciata. E se tale avrebbe avuto a doversi considerare Desmair nelle proprie vesti di signore della guerra, di padrino di un’emergente organizzazione criminale interplanetaria, a maggior ragione assolutamente comprensibile sarebbe stato capire come, in quel di Koll-Nos’Sh, egli, con il nome di Reel Bannihil e nelle vesti di un nuovo capo politico, di un’alternativa rivoluzionaria al sistema imperante, stesse riservandosi occasione di una rapida, e probabilmente non immeritata, ascesa al potere.

« Ecco qui i nostri ospiti d’onore… » aveva quindi sorriso egli, il loro desiderato antagonista, la loro supposta preda, nell’accogliere senza manifestare alcuna sorpresa, senza neppur tentare di simulare alcuno stupore, a confermare quanto, in effetti, egli avesse avuto a intendere perfettamente del loro arrivo se non, addirittura, a progettarlo, a richiederlo esplicitamente « Signore e signori… permettetemi di presentarvi la splendida Har-Lys’sha e l’implacabile Be’Sihl Ahvn-Qa. » aveva dichiarato, non negandosi quella consueta inflessione sarcastica nella propria voce, in termini che quasi avrebbero avuto a doversi considerare dispregiativi a discapito di coloro così introdotti al pubblico presente, e a discapito dei quali, pur, non era apparso ipotizzare alcuna azione, limitandosi, semplicemente, ad avanzare verso di loro a braccia aperte, in maniera addirittura accogliente « Essi sono i principali responsabili dei successi conseguiti dalla nostra organizzazione nel sistema di Novarts nell’ultimo mese, nonché delle più spiacevoli perdite subite altrove nei tre mesi precedenti. » aveva dichiarato, ponendo in tal maniera un enfatico accento sulla duplice e paradossale natura propria di quella coppia, delizia e rovina dei loro piani.

Desmair, avanzando verso di loro per accoglierli, era ormai giunto a meno di una decina di piedi dallo shar’tiagho e dall’ofidiana, nel mentre in cui, alle sue spalle, nessuno degli astanti dimostrò di avere interesse a muovere un singolo passo verso di loro, obiettivamente incerti su come avere a doversi confrontare con gli stessi e con il loro arrivo entro quelle mura.
Attorno a quel tavolo, in quel momento, si ponevano riuniti tutti i luogotenenti di Desmair, abitualmente sparsi in una buona fetta di quell’angolo di universo. Assassini, trafficanti, schiavisti e mercanti d’armi: tali avrebbero avuto a dover essere per lo più classificati quegli uomini e quelle donne, ognuno dei quali, ognuna delle quali, posti a capo di una propria organizzazione criminale già da prima di conoscere Desmair, da prima di essere da lui reclutati in quel concilio, e in quel concilio in grazia al quale poter meglio coordinare le proprie operazioni, le proprie attività, cooperando sotto la sua illuminata guida a una crescita comune in termini qual mai, singolarmente, avrebbero potuto sperare di avere a sospingersi.
E proprio nel confronto con una tanto variegata e pericolosa clientela, Be’Sihl, l’implacabile come lo aveva appena presentato Desmair, non aveva avuto a dimostrare esitazione alcuna nel proiettare il proprio corpo in avanti, in uno scatto quasi felino, per aprire un secondo sorriso lungo il suo collo, da orecchio a orecchio e, in tal modo, escluderlo estemporaneamente dai giuochi…

giovedì 24 gennaio 2019

2800


« Per la dea!… »

Che la situazione le fosse sfuggita di mano, Lys’sh lo aveva avuto a comprendere già quattro mesi prima, quando, lasciata da poco la Kasta Hamina e raggiunto il primo, possibile, informatore utile a raccogliere indicazioni nel merito dell’organizzazione che Desmair stava ponendo in piedi, Be’Sihl aveva voluto convincerlo a parlare applicando alla lettera le crudeli indicazioni di un certo Morlo, signore dell’antica città di Lomnia, proprio del di lui pianeta d’origine.
Non avesse deciso di parlare già il terzo giorno, il disgraziato finito fra le grinfie dello shar’tiagho, e da lui candidato allora alla sventurata opportunità di provare sulla propria pelle simile storico trattamento, avrebbe potuto perseverare nella propria agonia per almeno tre mesi, limitandosi, in tal senso, soltanto alla progressiva perdita delle falangi di mani e piedi, nell’alternanza dell’amputazione di una falange, del trattamento a base di sale della ferita, e della successiva attesa di due giorni in quieto isolamento prima del riproporsi della domanda e, in assenza di una replica, della mutilazione successiva. Ma se pur, per quanto alla giovane ofidiana fosse dato di conoscere, nel pianeta d’origine di Midda e Be’Sihl un simile trattamento avrebbe potuto incontrare una certa ostinata resistenza, nella barbara fierezza, a suo avviso, là imperante; nella loro moderna realtà, nella loro più elegante civilizzazione, era stato sufficiente, per il loro reticente informatore, maturare autonoma consapevolezza di qual genere di orrendo manifesto programmatico il suo carceriere avrebbe voluto portare avanti, senza imporgli troppe minacce, senza aggredirlo con un inutile eccesso di parole o di violenza, ma, semplicemente, continuando a insistere in quell’interrogatorio in quella maniera, così come palesato, dopo l’amputazione della prima falange del mignolo sinistro e della prima falange dell’anulare della medesima mano, per decidere di non voler procrastinare ulteriormente quell’agonia, per quanto, in un modo o nell’altro, ciò avrebbe potuto rappresentare per lui la morte.
Per amore di cronaca, il disgraziato eletto a esemplificazione pratica del metodo di interrogatorio di Morlo di Lomnia non era stato alfine ucciso da Be’Sihl, anche se, nel merito del suo destino, difficile sarebbe stato potersi esprimere, giacché, comunque, proprio da lui aveva poi avuto inizio la lenta, ma inesorabile, ascesa che Lys’sh e Be’Sihl avevano intrapreso, un cadavere alla volta, lungo la complessa gerarchia creata da Desmair e dai suoi luogotenenti, e, in questo, a meno che egli non avesse avuto a dimostrarsi realmente bravo a fuggire e a nascondersi, probabilmente, non molto tempo dopo, avrebbe avuto a dover comunque incontrare la violenta e prematura conclusione della propria sventurata, ma non innocente, esistenza, per mano di coloro che, alla fine, non avrebbero potuto ovviare a comprendere da quale anello debole l’intera catena avesse così iniziato a infrangersi, un pezzo alla volta. Ma tale avrebbe avuto a dover essere sicuramente considerata un’altra storia, nel merito della quale, proprio malgrado, Lys’sh non avrebbe potuto riservarsi alcun reale interesse, distratta qual altresì avrebbe avuto a doversi giudicare da più interessanti dinamiche proprie del tempo presente.
Se, infatti, la comprensione di quanto quella situazione le fosse sfuggita di mano, la giovane ofidiana aveva avuto a maturarla già quattro mesi prima, l’evidenza definitiva di simile verità, e di simile verità assoluta, non avrebbe potuto negarla a distanza di quattro mesi e una settimana dal loro abbandono della Kasta Hamina. Un’evidenza definitiva che ebbe quindi a raggiungerla nel momento in cui, con una coppia di sgradevoli ferite di laser che le avevano trapassato la spalla destra e il basso addome sul fianco sinistro, e che avrebbero allor necessitato, quanto prima, di qualche cura per ovviare al lento, doloroso e letale processo di necrosi che l’avrebbe avvelenata e condotta a morte sicura, ella si ritrovò a contemplare l’osceno quadro che il suo compagno aveva lì dipinto nel sangue, e nel sangue di oltre due dozzine di uomini e donne, di diversa specie, umani e non: un’opera, quella allor portata avanti dallo shar’tiagho, non scevra di un’involontaria donazione anche del proprio sangue, non tanto in conseguenza a una ferita di laser anche per lui presente all’appello, e sita all’altezza della sua spalla sinistra, dalla quale non avrebbe mai potuto essere riversato alcun liquido biologico nell’immediata cicatrizzazione offerta dal laser stesso, quanto e piuttosto in oltre una dozzina di ferite di armi bianche accumulate praticamente in ogni angolo del proprio corpo, e che pur, malgrado tutto, non erano allora state in grado di fermarlo, rallentandolo certamente, ed esponendolo conseguentemente a nuovi colpi, a nuovi tagli i quali, tuttavia, l’unico risultato che erano stati in grado di riservarsi avrebbe avuto a doversi riconoscere in ancor maggiore furia da parte sua.
Così, nel mentre in cui ella si trovò bloccata a terra, incapace ad alzarsi in conseguenza delle atroci fitte di dolore provenienti dal suo ventre, in un colpo passato troppo vicino alla propria colonna vertebrale e che, solo nella benedizione di qualche sconosciuta divinità, l’aveva allor risparmiata; egli appariva, grondante sangue suo e non suo, ancora in piedi, ancora intento a proseguire nella sistematica eliminazione degli ultimi antagonisti lì loro offerti, nella volontà di portare a compimento quel massacro prima che Desmair potesse risvegliarsi, potesse risorgere a nuova vita, all’interno del corpo immortale di Reel Bannihil che, per primo, Be’Sihl aveva abbattuto, e aveva abbattuto aprendogli un nuovo sorriso sul collo, da orecchio a orecchio. E se pur lo shar’tiagho non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual al massimo della propria forma fisica, lo scontro allora in atto con l’ultimo luogotenente lì presente, e, in maniera quantomeno sgradevole, proprio colui che sino a lì li aveva condotti, avrebbe avuto a risultare egualmente a dir poco epico, riconoscendo quanto, allora, a sospingerlo, ad animare le sue membra, avrebbe avuto a doversi riconoscere unicamente l’adrenalina, e quell’adrenalina che, meglio di qualunque droga, meglio di qualunque steroide, avrebbe potuto allor rinvigorirlo in misura tale da permettergli di ignorare una semplice e comunque desolante verità: quella della propria imminente morte.
Lys’sh ne era consapevole. E, sicuramente, anche Be’Sihl ne avrebbe avuto a dover essere riconosciuto consapevole. Ma, ciò non di meno, giunti sino a quel momento, giunti tanto in là, non avrebbero potuto più fermarsi, non avrebbero più potuto arrestarsi, né avrebbero potuto riservarsi occasione di tornare indietro senza aver portato a termine quella battaglia e senza, in ciò, aver catturato il loro obiettivo, Desmair.
Che poi, sino alla Kasta Hamina, sino a Midda, sarebbe alfine giunta soltanto la giovane ofidiana, per l’ex-locandiere innamoratosi della figlia della dea della guerra, avrebbe avuto a doversi considerare un prezzo ragionevole, un accordo accettabile: l’importante, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a doversi considerare soltanto la salvezza della propria amata, senza, in ciò, alcun interesse per se stesso, né per la propria anima, né per il proprio corpo. Riccamente doloroso avrebbe avuto, quindi, lì a considerarsi l’elenco delle ferite da lui riportate, e di quelle ferite che, inesorabilmente, lo avrebbero condotto alla morte, se non per la loro gravità, quantomeno per il sangue che, copiosamente, da esse era costretto allora a riversare, e a riversare attorno a sé. Accanto alla sua spalla sinistra, a quel foro di mezzo pollice aperto da un lato all’altro del proprio corpo, la necrosi del quale obiettivamente avrebbe avuto a doversi considerare l’ultimo dei suoi problemi, avrebbero allora avuto a doversi elencare, in ordine sparso: un lungo, ma fortunatamente non profondo, taglio diagonale sulla parte bassa delle sua schiena, sul  fronte destro, all’altezza delle reni; tre segni di artigli sul lato sinistro del suo volto, che soltanto per grazia divina avevano ovviato a raggiungere il suo collo e, con esso, un risultato sicuramente più incisivo a suo discapito; un profondo e doloroso taglio sul suo avambraccio destro, nell’indifferenza del quale pur continuava a brandire le proprie armi con quella che per lui avrebbe avuto a doversi considerare la mano dominante; un pugnale ancora conficcato nella sua gamba destra, e da lì non rimosso nel timore dell’eventualità di poter accelerare, altrimenti, il dissanguamento in corso; la perdita di una porzione della parte superiore del suo orecchio destro, ormai irrintracciabile nella confusione di sangue e carne lì attorno presente; e tutta un’ulteriore, diversificata varietà di graffi ed escoriazioni, sparse un po’ ovunque.
Come era avvenuto tutto ciò? Come era stato possibile che, alfine, tutto avesse a doversi concludere in quella maniera?!

« … non può finire così. » sussurrò, seguendo con sguardo onnubilato l’evolversi della situazione, e di quella situazione che, nella migliore delle ipotesi, avrebbe condotto alla morte di un uomo che pur non desiderava veder morire, Zibi, e nella peggiore avrebbe veduto tutto il loro impegno, tutti i loro sacrifici, definitivamente archiviati insieme all’ormai effimera aspettativa di vita del suo compagno d’arme, Be’Sihl.

Un sussurro, il suo, che probabilmente avrebbe avuto a dover essere inteso qual una soffocata preghiera, e una preghiera rivolta alla dea madre di tutti gli ofidiani che troppo di rado avrebbe potuto considerarsi solita pregare, e alla quale pur, in quel momento, in quel frangente, non avrebbe potuto ovviare ad appellarsi, non avendo altre possibilità, altre soluzioni a quella di confidare in un miracolo, e in un miracolo a confronto con il quale, magari, il tempo avrebbe potuto ritrovare occasione di riavvolgersi, e di riavvolgersi a ben prima di quella giornata, a ben prima della settimana passata o del mese precedente, e anche a prima degli ultimi quattro o sette mesi, ritornando, addirittura, all’ormai lontano inizio di tutto quello, e al momento in cui, loro malgrado, la sua amica, la sua sorella umana, aveva abbracciato la stolida idea di tentare di stringere un accordo con Desmair, e di offrirgli, in tal senso, addirittura un nuovo corpo, e un corpo immortale, nel quale ritrovarsi finalmente libero di vivere la propria vita, senza realizzare, in maniera imperdonabilmente ingenua, quanto, così facendo, ella altro non avrebbe avuto a concedergli se non l’occasione di vendicarsi, e di vendicarsi senza più remore, senza più freni, per quanto, in quegli anni, aveva dovuto altresì soffocare nel profondo del proprio cuore. Purtroppo, quel miracolo non parve essere destinato a venirle offerto. Non dalla sua dea, non da qualunque altra divinità.
In ciò, a Lys’sh altro non sarebbe rimasto che rassegnarsi, e rassegnarsi tristemente all’idea di una devastante sconfitta o, in alternativa, una non meno tragica vittoria dal sapore oscenamente assimilabile. E, in tal senso, quell’interrogativo, quella domanda, non avrebbe potuto ovviare a continuarla a tormentare…
Come era avvenuto tutto ciò? Come era stato possibile che, alfine, tutto avesse a doversi concludere in quella maniera?!
Certo… la loro quota di responsabilità nella questione, ella e Be’Sihl accanto a lei, non avrebbero potuto rifiutarla. Non in maniera assoluta. Non senza, in ciò, ovviare a riconoscersi qual privi di qualunque parvenza d’onestà intellettuale, di fronte alla quale pur, sino a quel momento, mai si erano sottratti. Perché, verso il tragico epilogo al quale si stavano così spingendo, reità di tutto ciò non avrebbe avuto a doversi considerare soltanto di Desmair, o dei suoi luogotenenti, o di qualunque altro uomo o donna le membra delle quali in quel momento si ponevano confusamente disseminati lungo tutto il pavimento di quell’amplia sala: primaria colpa di ciò sicuramente avrebbe avuto a dover essere addebitata loro… a loro e a quella che, chiaramente, era stata un’eccessiva imprudenza a compiersi, nel decidere di infilarsi coscientemente in quella trappola.

mercoledì 23 gennaio 2019

2799


Al pari di chiunque, anche a Lys’sh non sarebbe piaciuto scoprirsi ingenua, ragione per la quale l’idea di essere stata tratta in inganno da Zibi e di essere stata da lui tratta in inganno proprio nel momento in cui, al contrario, avrebbe voluto reciprocamente trarlo in inganno, sarebbe stata una possibile verità necessariamente difficile da accettare e da digerire. Ancor più di ciò, quanto poi avrebbe avuto a frenare psicologicamente la giovane ofidiana altro non sarebbe stato che l’idea di dover offrire realmente ragione a quella corrente versione di Be’Sihl, e a quella versione di Be’Sihl sì carica di negatività, sì dura e cinica, sì rabbiosa e violenta, la quale, fosse stato libera di agire, avrebbe sicuramente compiuto un massacro sin dal loro primo giorno lì, entro i confini di Casa, entro il limitare di quel piccolo angolo felice di mondo in cui, al contrario rispetto a lui, ella non era mai stata in grado di ravvisare nulla di negativo, nulla di sbagliato. Così, l’idea di essere stata tratta in inganno e l’idea di dover offrire ragione a Be’Sihl, nel considerare tutto quello al pari di una trappola tesa a loro stesso discapito, altro non avrebbero potuto che suscitare in lei un profondo senso di rifiuto, nell’ostinata necessità di trovare qualche diversa spiegazione a cui appellarsi: purtroppo, però, tutt’altro che semplice, tutt’altro che banale, sarebbe stato per lei rinnegare la ragionevolezza di quell’analisi e, con essa, delle conclusioni da lui raggiunte, in termini tali per cui, allorché prendersi giuoco de Lo Sfregiato, molto probabilmente essi avrebbero avuto a doversi considerare da lui giuocati, con buona pace per il proprio orgoglio personale e, soprattutto, per tutto il proprio intimo antagonismo all’approccio di quel compagno d’armi con il quale non avrebbe mai rinunciato a collaborare e a confronto con il quale, pur, non avrebbe neppure mai rinunciato a cercare di indicare una via diversa, un diverso approccio, e un approccio che, eventualmente, avrebbe potuto ricondurlo più vicino a colui che un tempo avrebbe avuto a poter vantare di essere.
Così, in maniera del tutto priva di qualsivoglia entusiasmo e, anzi, non scevra di un certo rammarico a confronto con il pensiero, allora, di star realmente formulando un simile interrogativo proprio in direzione di quella nuova versione dell’uomo un tempo amato dalla propria amica sororale, e, a suo avviso, purtroppo ormai sì estraneo da quanto egli stesso era al punto tale per cui semplicemente impossibile sarebbe stato per lei riconoscerlo; la giovane donna rettile non poté ovviare a tentare di appellarsi a lui, e di affidarsi al suo giudizio su quanto allora avrebbero avuto a dover compiere, per affrontare quella situazione sgradevolmente sfuggita loro di mano…

« E quindi…? Ora come dovremmo procedere secondo te…?! » domandò, sospirando profondamente per contenere quel profondo senso di vergogna nel ritrovarsi a fare appello all’uomo che nessun interesse aveva cinicamente dimostrato nei riguardi dei bambini da lei accolti sotto la propria ala protettiva, al solo scopo di comprendere in che maniera altresì operare a discapito dell’uomo che, al contrario, una nuova casa, una nuova vita, si era impegnato a offrire loro.
« Dobbiamo continuare a reggere il giuoco. » definì semplicemente lo shar’tiagho, mancando di proporre chissà quale particolare rivoluzione in favore, piuttosto, del mantenimento dello stato corrente, malgrado ogni sospetto, malgrado ogni timore più o meno fondato « Se anche questa trappola ha da considerarsi supposta a nostro discapito, tutto ciò avrà comunque a condurci da Desmair… e, in un modo o nell’altro, ci permetterà di giungere alla fine di tutto. »
« … speriamo nel modo più salubre per tutti noi. » non poté ovviare a concludere ella, ritraendosi appena, a dimostrare in tal gesto in una sorta di rifiuto psicologico per quella situazione, per quell’intimo contatto con lui a confronto con il quale, pur, sino a quel momento non si era espressa negativamente « Nel mezzo di tutte queste trappole, contro-trappole e contro-contro-trappole, il rischio di non riuscire più a distinguere chi sia la preda e chi il predatore è decisamente marcato… » sancì, a giustificare le proprie remore innanzi a tutto ciò.

A confronto con il lieve distacco ricercato da lei, e nel comprendere di non aver altro da aggiungere al discorso, in termini tali per cui non avrebbe avuto senso proseguire in quella messinscena, Be’Sihl ebbe allora a ritrarsi a sua volta indietro, mantenendo lo sguardo fisso innanzi a sé senza concedersi alcun indugio sul corpo nudo di lei, e quel corpo nudo che pur, in quei mesi, aveva avuto diverse occasioni di scoprire, e di scoprire in termini che, in un’altra situazione, in un altro contesto, certamente non avrebbero mancato di farlo arrossire, ma che, perso qual egli avrebbe avuto a doversi riconoscere nei propri pensieri, e nella propria missione, non avrebbe potuto neppure essere riconosciuto effettivamente qual tale. E così, aprendo la porta di vetro del vano della doccia, egli si impegnò allora a uscire silenziosamente dalla stessa, asciugandosi e rivestendosi senza fretta e pur senza neppure alcuna possibile indolenza, con l’intento di offrire, in quel quieto distacco, tutto il proprio massimo rispetto alla propria compagna, alla propria complice in quell’avventura, ovviando a qualunque genere di inopportuno procrastinarsi di quella situazione allor giustificata, dal proprio punto di vista, solo e unicamente dalla necessità di quel confronto verbale, e di quel confronto verbale che, forse, avrebbe potuto anche non occorrere e che pur, allora, aveva permesso a entrambi, in quel frangente, di riservarsi un’occasione utile a condividere i rispettivi pensieri, le rispettive posizioni sulla situazione per così come inaspettatamente si era evoluta in quella stessa sera.
E se pur, obiettivamente, Lys’sh non avrebbe potuto muovergli la benché minima critica, nell’aver egli dimostrato il più assoluto controllo di sé e delle proprie reazioni anche in un momento come quello, in un confronto fisico tanto intimo con lei, con i rispettivi nudi corpi abbracciati sotto il dolce getto dell’acqua calda della doccia; in opposta direzione ella avrebbe avuto a esprimersi a proprio stesso discapito, laddove, al contrario, e in termini a dir poco incomodi innanzitutto per lei, e per il più sincero confronto con se stessa, l’unica motivazione per la quale non aveva avuto a offrire evidenza di un proprio, personale, coinvolgimento fisico in quella situazione pur priva di qualunque ipotetica malizia, avrebbe avuto a riconoscersi semplicemente nelle differenze anatomiche esistenti fra uomini e donne e, in tal senso, nella maggiore discrezione che avrebbe avuto a poterle essere propria rispetto a una controparte maschile nel mistificare la propria più intima eccitazione. Un coinvolgimento fisico, il suo, per il quale ovviamente non avrebbe potuto ovviare, in tutto quello, a provare un certo senso di vergogna, nell’essere ben consapevole di quanto non soltanto quelli non avrebbero avuto a dover essere considerati né la situazione giusta, né il momento giusto per riservarsi simili reazioni, e nell’essere ben consapevole dell’errore proprio del concedersi una tale possibilità di coinvolgimento con quell’uomo, sia per il fatto che egli avrebbe avuto a doversi riconoscere il compagno della propria sorella, sia per il fatto che egli, allora più che mai, avrebbe avuto a doversi riconoscere a prescindere qual l’uomo sbagliato per lei; ma, ciò non di meno, un coinvolgimento fisico, il suo, la verità del quale non avrebbe potuto negare, ragione per la quale allora il suo ritrarsi da lui avrebbe avuto a dover essere interpretato in una diversa chiave, sotto una diversa luce, e una luce volta a interrompere quel contatto non tanto nell’imbarazzo del compromesso ideologico nel sostenere un approccio sino a quel momento pur criticato, quanto e piuttosto nel compromesso fisico nello scoprire il proprio stesso corpo piacevolmente risvegliato da quell’abbraccio con lui.
Ferma, quindi, ella restò sotto la doccia, senza rivolgere al proprio alleato neppure uno sguardo, nel mentre in cui egli ebbe a rivestirsi e ad allontanarsi silenziosamente da quella camera e, più in generale, dal suo appartamento, commutando poi il caldo getto di quell’acqua in una temperatura decisamente meno accogliente, e utile, allora, a tentare di raffreddare quei metaforici, e forse anche letterali, bollenti spiriti che si stavano allor agitando in lei. Purtroppo, senso di vergogna, di colpa a parte, ella non avrebbe potuto ovviare a riflettere su quanto, in effetti, fosse passato troppo tempo dall’ultima volta che si era concessa occasione di indulgere in una relazione di coppia, o anche solo in una fugace avventura, ragione per la quale, senza che ella potesse razionalmente volerlo, quegli ultimi quattro mesi di più o meno forzata convivenza con quell’uomo, e soltanto con lui, stavano iniziando evidentemente a imprimere il proprio segno nel suo inconscio in maniera più marcata di quanto non avrebbe potuto avere piacere a desiderare. E, in ciò, ancora più imbarazzo, ancora più colpa, ella non avrebbe potuto mancare di provare, nel pensiero di quanto, a differenza sua, ella non stesse quindi riuscendo a mantenersi concentrata su quella che, prima fra tutte, avrebbe avuto a dover essere considerata la loro urgenza, nella missione che avrebbero avuto a dover condurre a compimento senza alcuna possibilità di distrazione: salvare Midda Bontor.

martedì 22 gennaio 2019

2798


Nel corso di quell’ultimo mese speso al servizio de Lo Sfregiato, Be’Sihl e Lys’sh non avevano mai osato violare la propria copertura. Benché infatti il clima di fiducia lì imperante, benché la serenità e la fraternità dominanti in Casa, avrebbero avuto a doversi riconoscere pressoché assoluti, in termini che difficilmente avrebbero potuto offrire spazio a un qualche sistema di sorveglianza volto a monitorare le loro azioni e, ancor più, le loro parole, entrambi non avevano avuto a voler correre inutili rischi, anche considerata l’assenza della necessità di una reale necessità di confronto su temi potenzialmente pericolosi, avendo ben chiaro in mente il loro obiettivo e come ipotizzare di perseguirlo.
Nel corso di quell’ultimo mese speso al servizio de Lo Sfregiato, addirittura, essi erano stati quindi costretti a tagliare drasticamente ogni contatto con la Kasta Hamina, con la loro vera famiglia e, in particolare per Be’Sihl, con i propri due figli. Ciò non era stato qualcosa di repentino e improvviso, ovviamente, ma, prima ancora della missione di recupero di quel carico di pargoli tradotti dalla Loor’Nos-Kahn in un carico di armi, e di armi di distruzione di massa, lo shar’tiagho aveva avvisato Tagae e Liagu di non avere a preoccuparsi per lui laddove non fosse più riuscito a contattarli, anche per un periodo prolungato di tempo, giacché, giunti in tale prossimità al loro obiettivo, alla conclusione del loro viaggio, non avrebbe potuto permettersi il rischio di mandare tutto all’aria: e benché i due bambini, ancora una volta, avevano dimostrato maggiore maturità rispetto ai loro dieci anni, o presumibilmente tali, egli non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di quanto imporre loro anche un distacco così netto da lui, dopo quanto già occorso più di sette mesi prima alla loro altra genitrice, non avrebbe avuto a poter essere considerato qualcosa di poco conto, qualcosa di banale. E, al proprio ritorno alla Kasta Hamina, a quanto per loro realmente avrebbe avuto a doversi considerare casa, egli avrebbe dovuto impegnarsi parecchio per meritare il loro perdono, per quanto, certamente, essi non avrebbero mai mancato di tributarglielo gratuitamente, in quell’incondizionato amore proprio dei bambini.
Nel corso di quell’ultimo mese speso al servizio de Lo Sfregiato, Be’Sihl e Lys’sh non avevano mai osato violare la propria copertura. Ma, quella sera, dopo quella rivelazione così loro concessa dallo stesso Zibi, essi non avrebbero potuto ovviare a necessitare di un pur breve momento di dialogo riservato. Un momento che, tuttavia, difficilmente avrebbe potuto essere loro offerto entro i limiti di un’intera città esistente all’unico scopo di realizzare i sogni e le speranze del suo fondatore, e, in ciò, popolata esclusivamente da persone che a lui avrebbero immancabilmente rivolto tutta la propria fiducia, e probabilmente sacrificato la propria stessa vita, all’occorrenza. Così, anche ove non vi fosse stata, effettivamente, qualche tecnologia preposta alla loro sorveglianza, troppo facile sarebbe stato per l’udito di qualche chimera, di un ofidiano, di un canissiano o di un feriniano, per esempio, intercettare, anche involontariamente, qualche frammento dei loro discorsi, e, avvertendo in essi una qualche nota sbagliata, proseguire nell’ascolto, scoprendo qualche verità che, allora, i due non avrebbero potuto permettersi venisse scoperta… non dopo quanto, sino a quel momento, compiuto solo nella volontà di riservarsi un’occasione utile per giungere a Desmair.
Così, quella sera, fatto ritorno a casa, a Be’Sihl e Lys’sh fu necessario solo uno sguardo d’intesa per comprendere cosa dover compiere per minimizzare ogni rischio d’essere ascoltati, seppur per sbaglio. E, in questo, senza alcuna possibile malizia, senza alcun reale coinvolgimento emotivo, spirituale o anche soltanto fisico, i due ebbero a ritrovarsi abbracciati nudi sotto il getto caldo della doccia dell’appartamento di lei, a simulare un’improvvisa crescita del loro rapporto personale, soltanto a concedersi la possibilità, al di là di ogni possibile rischio, di potersi sussurrare reciprocamente alle orecchie, e, in tal senso, di avere un’occasione di riservatezza tanto con l’aiuto dell’acqua corrente attorno a loro e della musica da lei accesa in sottofondo, quanto e ancor più di quel necessario scrupolo che, a meno di qualche maniaco, avrebbe avuto a dover cogliere qualunque eventuale ascoltatore nel rendersi conto di quanto, allora, essi stessero lì amoreggiando.

« Cosa accidenti può avere in mente Desmair…? » esordì praticamente immediatamente Be’Sihl, non riuscendo più a trattenersi nella necessità di dar libero sfogo a quella domanda, e a quella domanda sicuramente priva di qualunque immediata possibilità di risposta e che, pur, ormai da un paio di ore lo stava tormentando « Perché rivelare, fosse anche e soltanto ai suoi luogotenenti, la sua vera natura…?! »
« A me lo chiedi…? » esitò Lys’sh, comprendendo la retorica propria di quell’interrogativo e, ciò non di meno, non potendo ovviare a concedergli una simile replica « E’ stato per anni dentro la tua testa e tu, più di chiunque altro, puoi affermare di conoscerlo… » ricordò, non a torto « Non hai proprio idea di cosa possa star tramando?! »
« Se c’è un aggettivo che può ben descrivere Desmair è, sicuramente, “orgoglioso”. » provò ad analizzare l’altro, stretto a quello splendido corpo femminile e, ciò non di meno, privo in quel momento di qualunque fraintendibile eccitazione fisica, troppo concentrato sulla questione loro presentata per potersi permettere qualunque espressione di apprezzamento verso di lei, per quanto eventualmente involontaria « Al di là dell’inesistente rapporto con i propri genitori, con Kah e Anmel, egli non ha mai cercato di disconoscere il retaggio proprio di entrambi, il suo essere un semidio, e il suo essere l’ultimo erede degli antichi e potenti faraoni di Shar’Tiagh. In ciò, non escluderei che abbia voluto presentarsi nella propria effettiva natura, nella propria vera identità, soltanto per orgoglio, nel non poter accettare di essere altrimenti considerato alla stregua di un comune mortale. »
« Ammettiamo pure che abbia rivelato la propria identità solo per orgoglio… » concesse l’altra, forse non pienamente convinta da questo punto di vista e, ciò non di meno, necessariamente obbligata a riconoscere, per le ragioni da lei stessa pocanzi dichiarate, una sicuramente importante conoscenza da parte del proprio interlocutore nei riguardi del loro comune obiettivo « … la vera domanda resta comunque un’altra: cosa potrebbe aver mai detto, o fatto, per convincere di ciò un uomo come Zibi della propria natura divina? » insistette, consapevole, anch’ella, che da quel dialogo non avrebbe potuto sorgere alcuna risposta a tal interrogativo, e, ciò non di meno, psicologicamente costretta a esprimerlo, approfittando di quell’occasione di dialogo, la prima dopo cinque settimane « Ma, ancor più importante, qual genere di piano potrebbe concernere qualcuno come Desmair e, al tempo stesso, qualcuno come Zibi…?! »
« Credo che la vera domanda che dovremmo porci in questo momento sia un’altra… » corresse il primo, storcendo appena le labbra verso il basso, a esprimere tutto il proprio disappunto nel confronto con l’idea che stava per esprimere « … se esiste tanta intesa fra Desmair e Zibi, e se Zibi conosce la reale natura di Desmair, è mai possibile che egli abbia a conoscere anche la nostra relazione con Desmair e, in questo, quanto occorso sino a oggi altro non sia se non parte di un elaborato piano per prendersi giuoco di noi e condurci in trappola, allorché permetterci di porre in trappola Desmair?! » dichiarò, offrendo voce a un interrogativo che, in verità, non aveva potuto ovviare a sorgere anche nella mente della propria interlocutrice, nel terribile dubbio di essersi illusi sino a quel momento di interpretare le parti dei predatori, salvo, all’ultimo, di aver a scoprirsi spiacevolmente calati in quelle delle prede.
« Zibi sembrava sincero… » tentò di difenderlo la giovane ofidiana, forse non tanto per lui, quanto e piuttosto nella volontà, nella necessità, di non aver a dover rileggere quanto compiuto nel corso di quell’ultimo mese sotto una diversa luce, in grazia a una diversa chiave di interpretazione, e, in questo, nell’avere a dover tornare a temere per quei pargoli, e per quei pargoli dei quali, ancora, non avrebbe potuto ovviare a sentirsi responsabile, dal momento in cui aveva accettato di condurli sino a lì soltanto per permettere loro di guadagnarsi, ipoteticamente, la fiducia dello stesso individuo la cui onestà, allora, non avrebbero potuto ovviare a porre in dubbio.
« … anche noi vorremmo sembrare sinceri. » puntualizzò Be’Sihl, evidenziando quanto, al giuoco a cui loro stavano giocando, avrebbero potuto in verità essere impegnati anche altri attori a loro insaputa « Ciò non esclude, tuttavia, che abbiamo mentito loro sin dal primo giorno. E che in questo momento stiamo fingendo un amplesso nella tua doccia per avere la possibilità di sussurraci reciprocamente alle orecchie a minimizzare il rischio di essere uditi… »

lunedì 21 gennaio 2019

2797


« … cosa?! » esclamarono, praticamente all’unisono, Lys’sh e Be’Sihl, entrambi colti in reale contropiede da quell’affermazione, e da quell’affermazione atta a suggerire una concreta consapevolezza nel merito della reale natura di Desmair, così come di Reel Bannihil, qual pur mai si sarebbero potuti attendere di trovare in lui.

Ma per quanto il loro stupore avrebbe avuto a doversi considerare giustificato da un diverso genere di motivazioni rispetto a quanto mai Zibi avrebbe potuto supporre, questi ebbe a riconoscere qual assolutamente sensata una tale reazione, così come, obiettivamente, sola avrebbe potuto allor avere senso di offrirsi nel confronto con una simile rivelazione, con un tale annuncio.
Ben lontano dal poter riconoscere, egli stesso, quell’argomentazione qual razionale, qual logica in una realtà come la loro, a sua volta non aveva avuto occasione di accettare immediatamente quella verità, benché, a posteriori, non avrebbe potuto ovviare a essere grato a Desmair di non aver cercato in alcuna maniera di mistificare la realtà dei fatti in favore, magari, di una qualche menzogna più credibile, più facilmente accettabile, per così come, probabilmente, chiunque altro, al suo posto, non avrebbe esitato a compiere. Ma quel semidio immortale, a dispetto di quanto chiunque altro, al suo posto, non avrebbe esitato a compiere, non si era riservato alcuna incertezza nel presentarsi per quanto egli fosse, rifiutando di mistificare la realtà dei fatti nei confronti di chi, allora, avrebbe voluto al proprio fianco, come un alleato, come un complice, come un amico, e, in questo, fondando la verità dei fatti su qualcosa di concreto, su qualcosa di solido come soltanto avrebbe avuto a doversi riconoscere la più pura e disarmante sincerità.
Così, allorché volgere il proprio consenso a governanti corrotti abituati a riempirsi la bocca di parole ispirate a grandi ideali democratici altresì non supportate dai fatti, dovendo scegliere Lo Sfregiato non avrebbe potuto ovviare a preferire l’idea di collaborare all’ascesa al potere, e persino al potere assoluto, di un semidio immortale, nel momento in cui questi avesse avuto, quantomeno, l’onestà intellettuale di offrirsi per quanto egli era, e nell’impegnare, in tal senso, tutte le proprie forze, tutte le proprie energie, a tentare di creare qualcosa di nuovo, e qualcosa di nuovo che avrebbe potuto opporsi, accanto a lui, a un male antico, a un male che, nell’assopimento dei cuori di chiunque, nell’universo, avrebbe potuto troppo facilmente, troppo banalmente, portare a un’irreversibile distruzione comune, per così come, dopotutto, già troppe volte, in passato, era accaduto.
Al di là, tuttavia, di quanto egli potesse avere, nel profondo del proprio cuore, le idee chiare, Zibi Torpa non avrebbe avuto a doversi fraintendere sì ingenuo da non comprendere quanto le sue parole, in quel frangente, avrebbero avuto a risultare di difficile accettazione, anche a confronto con i cuori di coloro a lui più vicini, a lui più fedeli, non, quantomeno, in assenza di una riprova di quanto allora da lui sostenuto, di un’evidenza di ciò che egli stava così affermando. Ma se una riprova, un’evidenza, avrebbero avuto a doversi considerare allor necessari, non certamente da parte sua avrebbero avuto a poter essere prodotte, quanto e piuttosto da colui che, solo, avrebbe avuto a poter concedere a chiunque una testimonianza nel merito della propria stessa natura, e, ancor più, della propria missione.
E proprio per tale ragione, per simile motivazione, avrebbe avuto pertanto a doversi riconoscere il senso di quel pur probabilmente criptico discorso, e il senso di un discorso che, in quel particolare frangente, avrebbe avuto a doversi soltanto considerare introduttivo rispetto al viaggio già annunciato, e che li avrebbe potuti allor condurre a incontrare quell’essere straordinario…

« Comprendo quanto ora tutto questo possa sembrarvi assurdo, amici miei. » minimizzò pertanto, levando le mani innanzi a sé a imporre la quiete sui cuori dei propri interlocutori, o, quantomeno, a chiedere loro dimostrazione di quel minimo di fiducia utile a non avere a considerarlo del tutto pazzo « Ma credetemi… fra pochi giorni, quando lo avrete conosciuto, tutto vi risulterà piacevolmente chiaro. E anche Casa, e di tutto quello che qui stiamo cercando di ottenere, potrà assumere un nuovo senso, un più completo significato… » promise loro, domandando in cambio soltanto qualche ulteriore giorno di attesa, prima di quell’incontro che, era certo, avrebbe cambiato le loro vite almeno quanto la sua.

E se, certamente, tanto Be’Sihl, quanto Lys’sh, non avrebbero potuto ovviare a dichiararsi intimamente soddisfatti dalla prospettiva di poter essere condotti, in maniera assolutamente spontanea, al cospetto del loro obiettivo, e con lui, speranzosamente, alla conclusione di quel loro lungo peregrinare; l’intendere l’esistenza di un qualche più amplio piano dietro l’operato di Desmair, e di un più ampio piano volto, addirittura, a includere persino l’esistenza di quell’utopistica cittadina di pace, non avrebbe potuto ovviare a inquietarli, e inquietarli sinceramente, nel spingere le loro menti a domandarsi cosa mai avrebbe potuto accomunare Desmair, Zibi e Casa, e, ancor più, cosa mai avrebbe potuto spingere un uomo dell’apparente integrità morale de Lo Sfregiato a parteggiare per l’empio sposo di Midda Bontor, nonché ex-inquilino del corpo dello stesso shar’tiagho.
Ovviamente, simili interrogativi, tali perplessità, non avrebbero potuto riservarsi alcuna occasione di esplicita formulazione innanzi al loro anfitrione, laddove, giunti sino a quel punto, semplicemente assurdo, per non dire incredibilmente stupido, sarebbe stato da parte loro riservarsi l’occasione di un qualunque gesto utile ad alterare l’ormai pianificata conclusione del loro viaggio. E, in ciò, per quanto tutto quello avrebbe avuto, necessariamente, a imporre loro ragione di dubbio, né l’una, né tantomeno l’altro, si sarebbero mai perdonati la benché minima esitazione, laddove questa avrebbe potuto compromettere l’esito della loro missione.
Così, continuando a dimostrarsi non così simulatamente disorientati, i due, in maniera perfettamente coordinata, preferirono palesare una sorta di imbarazzato silenzio nel confronto con le dichiarazioni del loro ospite, quasi nel timore di potersi dimostrare altresì scortesi nei suoi confronti laddove si fossero lì concessi occasione per escludere, categoricamente, il senso di quanto egli stava tentando di argomentare, con particolare riguardo alla semplicemente incredibile questione divina.

« Percepisco una certa ritrosia a esprimere commenti… e posso quietamente capire anche il senso di questo, nella rispettosa volontà, da parte vostra, di non avere a impormi ragione di critica per quanto semplicemente non può che apparire folle da parte mia. » sorrise egli, scuotendo appena il capo « E per non apparire eccessivamente inopportuno in questi possibili deliri, vi prometto che per stasera non parleremo più di costui o del nostro prossimo viaggio. » concluse, a dimostrarsi persino premuroso nei loro riguardi, non offrendo alcuna offesa per quanto, lì, avrebbe pur avuto a doversi considerare incredulità nel confronto con le sue parole, con quanto da lui allor sostenuto, e con quanto, in tutto ciò, avrebbe potuto definire un certo rammarico nell’assenza di fiducioso entusiasmo da parte della coppia a confronto con la prospettiva da lui così sol tratteggiata, e nel dettagliare la quale, pur, non avrebbe insistito, a non compromettere in misura più marcata né la piacevolezza di quella serata, né, tantomeno, il loro rapporto.

E nel riconoscere di avere a dover esprimere una qualsivoglia risposta quantomeno nel confronto con quell’ultima indicazione, Lys’sh non poté che impegnarsi in un sorriso appena tirato, e un sorriso che, ancor contraddistinto da una duplice possibilità di interpretazione, avrebbe avuto a celare tutte le sue preoccupazioni nel confronto con l’idea di Desmair e del suo coinvolgimento con Zibi e con Casa, e, al tempo stesso, non avrebbe mancato di esprimere una timida volontà di proseguire oltre quell’ancor non apprezzato discorso, per così come, necessariamente, avrebbe avuto a essere inteso proprio da Lo Sfregiato…

« … attendiamo con fiducia una settimana, pertanto. » dichiarò con volontà di idealistica cooperazione con il loro apprezzato condottiero, a dispetto di qualunque giudizio di merito nelle parole da lui pronunciate.