11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 19 settembre 2018

2673


« Come preferisci. » concluse quindi ella, non avendo a voler insistere ulteriormente sull’argomento, con un quieto sorriso privo di qualunque sottinteso, privo di significati malcelati, e, piuttosto, trasparente della serenità con la quale avrebbe avuto ad affrontare la questione, non per disinteresse nei suoi riguardi, quanto e semplicemente per rispetto nel confronto con la sua capacità di giudizio.

Un giudizio, quello dell’uomo, che, da parte della stessa donna guerriero, non poté che risultare ancor meno condivisibile nel momento in cui, alfine, ebbero ad atterrare nei pressi dell’insediamento loro indicato, lì uscendo quindi dall’abitacolo riscaldato del veicolo e ritrovandosi a confronto con la severità dell’ambiente circostante, e del gelo lì predominante. Un gelo tale da vederla persino rimpiangere le vette innevate dei monti Rou’Farth, la catena montuosa presente a demarcazione del confine fra gli avversi regni di Kofreya e di Y’Shalf, là dove, nel corso della propria vita, si era ritrovata in più di un’occasione a confronto con diverse terribili battaglie, una delle quali, addirittura, condotta non soltanto scalza, ma addirittura sostanzialmente nuda, nella sola eccezione allor propria di un mantello e di quel minimo di calore che da esso avrebbe potuto mai derivare.

« Thyres! » esclamò, sgranando gli occhi e immediatamente iniziando ad armeggiare con la cerniera lampo della propria giacca di pelle, il cui contributo sarebbe stato sicuramente minimale e che pur, allora, avrebbe avuto a doversi considerare comunque meglio rispetto al nulla assoluto o a quell’effimera protezione concessale dal proprio abitino, tanto elegante ma, sicuramente, non così caldo come ella avrebbe avuto a preferir fosse in un contesto simile « L’inverno è arrivato tardi quest’anno… ma alla fine è arrivato. » ironizzò, ben consapevole di quanto, sin dal momento in cui ella e il suo amato avevano lasciato il loro pianeta natale, oltre a quella propria dell’alternanza fra giorno e notte, anche l’idea stessa delle stagioni aveva perso di qualunque significato, per così come, quantomeno, lo avevano concepito sino a quel momento, vedendoli vivere le proprie giornate, il tempo comunque inarrestabile della propria vita, al di fuori di qualunque riferimento materiale, se non, quantomeno, per le strumentazioni tecnologiche atte a concedere loro un’illusione di orario e di calendario.
« Ah… però… » fu costretto a commentare anche Be’Sihl, non ritornando sui propri passi e, ciò non di meno, ben accogliendo il consiglio silenzioso offerto dall’esempio dell’amata, nell’iniziare ad abbottonare il proprio lungo cappotto che, in quel momento, avrebbe dimostrato un’indubbia e apprezzabile utilità « In effetti fa freschino da queste parti… » osservò, non riuscendo a mantenere i piedi appoggiati al suolo, tanto in conseguenza al gelo lì sotto presente, quanto per lo sbalzo termico comunque impostogli da tutto ciò.

E se, allora, egli avrebbe avuto soltanto a deprecare se stesso per la propria scelta, per la propria ostinazione nei riguardi dell’assenza di una calzatura, e di una calzatura che, in quel momento, avrebbe potuto consentirgli di affrontare la questione con meno problemi; ella avrebbe avuto altresì a poter rivolgere una vasta sequela di improperi nei riguardi delle sue care amiche, e in particolare di Rula Taliqua, dalla quale era stata consigliata per quell’abbigliamento, e di Duva Nebiria, dall’armadio della quale, altresì, era stato gentilmente offerto quel giubbetto di pelle: un giubbetto di pelle sicuramente elegante, sicuramente affascinante, atto a completare la conturbante immagine che ella avrebbe potuto allora concedere di sé, ma che, purtroppo, avrebbe avuto a doversi considerare di almeno una o due taglie più piccolo del dovuto, e tutto all’altezza dei suoi seni, quei seni che, nel loro importante volume, non avevano mancato, in passato, di porla al centro di siparietti più o meno imbarazzanti, e che, allora, non le avrebbero permesso di riuscire effettivamente a completare l’operazione condotta sulla cerniera lampo, ostacolando con la propria mole, la corretta risalita del cursore della stessa.

« Dannazione! » esclamò, litigando con la cerniera e tentando, in qualche modo, di comprimersi all’interno della stretta disponibilità di nera pelle lì offertale, in un’impresa a dir poco disperata, a meno di non voler sperare, improvvisamente, in un qualche genere di miracolo che potesse estendere le proporzioni di quella giacca « Lo ha fatto apposta… ne sono convinta! Oh… sì che ne sono convinta! » dichiarò, cercando di trattenere fra i denti quello che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual simile a una sorta di ringhio soffocato « Maledetta cagnetta invidiosa… »
« Di chi stai parlando…?! » domandò Be’Sihl, senza riuscire a comprendere, immediatamente, il percorso mentale dell’amata, benché fosse facile intuire avesse a doversi considerare in stretto riferimento alla difficoltà per lei lì assolutamente esplicita nel riuscire a trovare occasione di ottenere maggiore protezione dal gelo loro circostante.
« Di Duva, ovviamente! » replicò l’altra, quasi sbottando il nome dell’amica « E’ sempre stata gelosa nel confronto con i miei seni… sempre! » insistette, in un discorso che avrebbe avuto a dover suscitare ilarità, non fosse stato, il suo tono, tanto severo « E sono certa che non abbia perso occasione per divertirsi alle mie spalle, nel rifilarmi una giacca così piccola… lo sapeva che prima o poi avrei cercato di chiuderla! Oh… sì che lo sapeva! » continuò a ringhiare, non avendo tuttavia alcuna speranza di riuscire nel proprio intento, di avere successo nel serrare quella cerniera « Ma questa me la pagherà… presto o tardi me la pagherà! »

Così, comprensibilmente irritata dal freddo e, ancor più, dall’indiretto, e probabilmente involontario, scherzo della propria amica, della propria sorella d’arme, Midda Bontor ebbe a iniziare ad avanzare in direzione dell’insediamento, desiderosa di trovare quanto prima Reel Bannihil e di chiudere lì la questione nel minor tempo possibile, prima che, quantomeno, la sua già candida carnagione iniziasse ad assumere toni bluastri a preannunciare l’imminente assideramento. E Be’Sihl, al suo seguito, ovviò a rischiare la propria incolumità con qualche frase inopportuna, o qualche sin troppo facile battuta sulla sua sempre affascinante scollatura che, allora, avrebbe avuto a dover essere considerata persino più intrigante, in conseguenza alla compressione della parte inferiore del suo addome, compressione atta a enfatizzare maggiormente la già abitualmente impressionante generosità dei suoi seni.
In accordo a quanto già notato dall’interno del veicolo, dopo qualche centinaio di piedi su quel terreno impervio, i due ebbero occasione di giungere a incrociare le prime strade dell’insediamento, strade che ebbero a offrirsi fondamentalmente deserte, laddove, nella rigidità del clima proprio di quell’area, assurdo sarebbe stato per chiunque avere a girovagare per quei luoghi senza uno scopo preciso, loro pari. Diversamente, però, rispetto alla desolazione esterna, a quei stretti passaggi fra un edificio e l’altro, piccole costruzioni più simili a quelle proprie del loro mondo natale che a quelle lasciate alle proprie spalle alla partenza da versante settentrionale del pianeta, proprio quelle costruzioni avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual fondamentalmente animate, e animate da chiara evidenza di vita, così come avrebbe potuto essere osservato attraverso piccole finestre, utili a minimizzare la dispersione del calore interno: volti, luci e colori fremevano al di là di quei vetri, offrendo fugaci squarci su altre vite, su altre quotidianità, forse lontane da quelle del nord, forse isolate dal senso di civiltà lassù predominante e laggiù, altresì, assente, e, ciò non di meno, comunque vite, contraddistinte da un proprio valore, da una propria dignità.

« Quantomeno dovremmo essere nel posto giusto… e, strano a dirsi, non sembriamo essere giunti in un qualche covo di feroci tagliagole. » commentò riferendosi a quella che avrebbe avuto a poter essere intesa qual una serena scena domestica oltre una delle finestrelle a loro più prossime, e offrendo allora, nel proprio tono, nel proprio atteggiamento, una parvenza di maggiore tranquillità rispetto a pocanzi, quiete che, forse e tuttavia, avrebbe avuto a poter essere giudicata semplice conseguenza di quel freddo polare nel confronto con il quale difficile sarebbe stato mantenere a lungo una qualche emozione di rabbia… o una qualunque, altra emozione.

martedì 18 settembre 2018

2672


Nel lungo tragitto verso la parte meridionale del pianeta, Midda e Be’Sihl ebbero l’occasione di osservare l’ambiente mutare innanzi ai propri sguardi, passando da quello proprio di un qualunque angolo civilizzato di universo, ad aree sempre più incontaminate e incontaminate in conseguenza di una crescente desertificazione: non una desertificazione pari a quella di Shar’Tiagh, però, o di altri regni centrali del loro mondo natio, contraddistinta da temperature roventi e altrettanto rovente e finissima sabbia, quanto e piuttosto una desertificazione glaciale, in un ambiente sempre più freddo, più gelido, per potersi considerare favorevole alla vita e a qualsiasi possibilità di vita, animale o vegetale. I verdi pascoli, in ciò, ebbero presto a cedere il passo al grigiore della nuda terra, e della nuda roccia, un grigiore ben presto ulteriormente ammantato di bianco, e del bianco proprio delle nevi e dei ghiacci… e ancora molta avrebbe avuto a doversi considerare la distanza esistente prima di giungere al punto più freddo, al luogo più inospitale di quell’intera luna, un luogo sì dimenticato dai raggi del sole tale per cui chiunque, esposto senza adeguate protezioni all’ambiente esterno, sarebbe certamente morto congelato nel giro di pochi, pochissimi istanti, come soltanto nello spazio siderale avrebbe potuto altresì avvenire.
Fortunatamente per loro, tale rischio non avrebbe avuto a dover essere preventivato qual parte di quello stesso viaggio, giacché, secondo le informazioni ricevute, l’insediamento avrebbe avuto a doversi riconoscere qual sito in una posizione sì estrema nel rigore delle proprie temperature, e pur, ancora, non tale da imporre obbligata morte a qualunque sventurato lì si fosse approssimato.

« Capisco l’esigenza di cercare un po’ di tranquillità, ma scegliere addirittura in un luogo simile... » non poté fare a meno di osservare lo shar’tiagho, contemplando con una certa preoccupazione il paesaggio a loro circostante « … non so da chi possa star scappando, ma, francamente, non riesco a ovviare a iniziare a provare una certa simpatia per questo Reel Bannihil. » sancì, scuotendo appena il capo con aria perplessa e preoccupata, perplessa per tutto ciò, e preoccupata per quanto avrebbe avuto ad attenderli.
« Tecnicamente, in questo momento, potrebbe star scappando proprio da noi. » puntualizzò la Figlia di Marr’Mahew, priva di particolare entusiasmo a quella prospettiva, nell’evidenziare una tale interpretazione degli eventi, giacché, obiettivamente, per quanto non avrebbe potuto vantare alcun debito nei confronti di quell’individuo, parimenti non aveva neppur potuto vantare un qualunque interesse a scovarlo prima che l’omni-governo di Loicare prima dell’osceno ricatto con il quale la libertà sua e delle sue amiche, nonché di tutto l’equipaggio della Kasta Hamina, si venisse a trovare a essere posta in dubbio dall’impietosa figura dell’accusatore Pitra Zafral.
« Qualche ripensamento…?! » domandò Be’Sihl, osservando preoccupato l’amata, nel ben comprendere quanto quella missione non stesse venendo da lei portata avanti per propria espressa iniziativa, quanto e piuttosto in conseguenza a vincoli per lei troppo stretti, e tali da imporle un evidente disagio, un disagio allor espresso anche dal lugubre tono di quelle sue ultime, poche parole, parole atte, quasi, a suggerire una posizione di colpa per loro, o per lei in particolare, nell’avversione così dichiarata a quell’uomo.
« Sì. » annuì ella, storcendo le labbra verso il basso « Ho dei profondi ripensamenti sul nostro equipaggiamento… anzi. Sul nostro abbigliamento. » dichiarò, ignorando il più profondo senso di quell’interrogativo e limitandosi ad affrontarlo nel proprio senso più evidente, nella propria interpretazione più immediatamente « Francamente non credo che sia stata un’idea brillante farmi convincere a indossare una gonna, dovendo affrontare questo genere di ambiente. E, se mi puoi perdonare l’apparente mancanza di discrezione, non credo che tu dovresti uscire da qui, una volta atterrati: i tuoi piedi scalzi potrebbero non riuscire ad andare d’accordo con la rigidità di queste temperature… »

Mai, in tanti anni, lustri, decenni addirittura, di frequentazione, la donna guerriero aveva sollevato la benché minima critica, diretta o indiretta, a quanto avrebbe avuto a doversi considerare, per Be’Sihl, non un capriccio personale, quanto e piuttosto un attento adempimento dei precetti tradizionali e religiosi del proprio popolo, della propria gente, precetti nei quali forse ella avrebbe anche potuto non credere, ma che avrebbe egualmente rispettato in quel giusto rispetto che da sempre aveva desiderato tributare a quell’uomo, e a quell’unico uomo che, per molto, troppo tempo, non si era voluta portare a letto non per mancanza di interesse, quanto e piuttosto nel sincero timore di avere altresì a rovinare il loro rapporto e, in ciò, di averlo a perdere, di dover rinunciare alla sua presenza, e, obiettivamente, alla sua utile presenza, nei propri ritorni a Kriarya. Ciò non di meno, in quel momento, a confronto con tutto quello, non era riuscita a trattenersi, non era riuscita a far finta di nulla, ignorando quanto i piedi dell’uomo da lei amato fossero, al solito, completamente nudi, in quanto, sicuramente, avrebbe avuto a dover essere considerato qual un importante voto di umiltà per tutti gli shar’tiaghi, ma che, a confronto con la rigidità propria delle temperature esterne al loro veicolo antigravitazionale, avrebbe condotto soltanto a una ragione di danno per lui, e di un danno che, allora, non avrebbe certamente atteso in quieto silenzio, in laconica indifferenza.
E se Be’Sihl, non fraintendendo il senso delle sue parole, non poté che sorridere con dolce affetto verso di lei, nell’apprezzarne, necessariamente, l’amabile premura da lei in tal maniera dimostrata al proprio indirizzo, dall’altra parte egli non avrebbe potuto, in alcuna modo, accettare di venir meno ai propri principi, soprattutto in quel momento così a lui apertamente avverso. Giacché, quel suo voto, quel suo impegno perpetuo, in quanto shar’tiagho, non avrebbe potuto vantare il benché minimo significato se, a confronto con una reale difficoltà, esso fosse stato allor ignorato, quasi mai fosse occorso…

« Sulla gonna non mi esprimo… ma nel merito dei miei piedi scalzi, ti invito a non avere timore alcuno. » sorrise egli, con espressione serena, quieta, quasi attorno a loro fosse un ambiente dolcemente accogliente e non quel gelido paesaggio di ghiaccio e pietra che, tutto attorno a loro, si stava tanto apertamente mostrando « Ti ricordo che, da Shar’Tiagh, dove sono stato e cresciuto, sito nell’estremità nord-orientale del nostro continente, sono disceso altresì sino a Kofreya, nell’estremità sud-occidentale, attraversando ogni genere di ambiente, sovente anche meno invitante rispetto a tutto questo… e non ho mai avuto torto nel mantenermi fedele ai principi dl mio popolo, e, fra tutti, proprio a questo. »

Un appunto, quello sollevato da parte dell’uomo, non privo di fondamento, non privo di ragionevolezza, e di comprovata ragionevolezza, soprattutto nel considerare quanto il suo ultimo ritorno a casa, il suo ultimo viaggio avente come meta Shar’Tiagh, e, in ciò, condotto attraverso l’interno continente, fosse stato da lui affrontato fianco a fianco con la stessa donna da lui amata, proprio nei giorni seguenti all’inizio del loro rapporto come coppia. E, ciò non di meno, una posizione, quella altresì espressa da parte della donna, egualmente non priva di fondamento, non priva di ragionevolezza, nel confronto, allora, con un ambiente che avrebbe avuto a dover essere considerato certamente più insidioso, più pericoloso, a livello climatico, di quanto non avrebbe avuto a poter essere considerata alcuna regione all’interno del continente di Qahr, il loro continente, nel loro pianeta natale.
Ma se entrambi avrebbero avuto a poter considerare eguale ragionevolezza, necessariamente, allora, non avrebbe potuto aver che a valere il buonsenso del singolo ancor prima che il confronto con qualunque argomentazione di coppia, giacché, per così come ella avrebbe avuto a doversi riconoscere sempre rispettata da parte sua in ogni propria decisione, per quanto sovente decisamente, e non impropriamente, criticabile, allo stesso modo avrebbe quindi avuto a dover rispettare anche l’eventuale scelta del compagno in quella direzione, non potendosi arrogare il diritto di scavalcarne la libertà di scelta, di ostacolarne l’autodeterminazione… non proprio lei che, per l’appunto, dell’autodeterminazione si era sempre eretta a baluardo e protettrice, a costo, in ciò, di offrire sfida agli stessi dei.

lunedì 17 settembre 2018

2671


« Taci! » esclamò la Figlia di Marr’Mahew, con un impeto a dir poco violento, in reazione a quell’ultima frase da lui scandita « Secondo Duva e Rula queste sono proprio quel genere di frasi che non devono mai essere dette! Portano rogna! » spiegò immediatamente, non desiderando che egli potesse aver a fraintendere il senso di quell’affermazione, di quel comando, così motivato solo ed esclusivamente da quella ragione, e, pur, una ragione assolutamente seria, qual serio, in tutto quello, ebbe a essere il suo tono « E dal momento che la buona sorte non ha mai particolarmente benedetto il nostro rapporto, l’ultima cosa che desidero in questo momento e riservarci una qualsivoglia ragione di sfortuna! »
« E da quando sei divenuta superstiziosa…?! » domandò Be’Sihl, francamente sorpreso per quella svolta inattesa nella personalità della propria amata, una svolta francamente ridicola da parte di chi nel corso della propria vita aveva continuato a porre sfida non soltanto alla sorte, ma anche agli dei tutti, arrivando, addirittura, a ucciderne uno con le proprie stesse mani.
« Non sono superstiziosa… sono solo prudente! » obiettò ella, pur senza retrocedere, a livello psicologico, dalle posizioni precedenti.
« E da quando sei divenuta prudente…?! » insistette l’altro, ancora più sconvolto da tutto ciò, laddove erano passati solo pochi giorni da quando, dimostrando assoluta mancanza di prudenza e, più in generale, di buon senso, ella si era gettata dalla cima di un alto edificio, in un gesto che, chiunque, avrebbe equivocato qual necessariamente suicida.
« Uff… smettila… » protestò la donna guerriero, scuotendo appena il capo e inarcando il sopracciglio destro, nel guardarlo di sbieco « E’ che non voglio che ti possa succedere qualcosa. Tutto qui… » si giustificò, in quella che avrebbe avuto a dover essere intesa, dopotutto, qual una dolce premura verso di lui.

Ma se egli avrebbe pur potuto accogliere la situazione con quieta accettazione, felice dell’interesse da lei dimostrato nei propri riguardi, quell’intero discorso ebbe a incuriosirlo troppo per permettergli di lasciar scemare la questione in tal maniera, spingendolo, altresì, a insistere e a insistere per riuscire meglio a capire sia la mentalità della propria amata, sia i percorsi mentali che l’avevano spinta a quella strana deriva.
Una deriva, la sua, che agli occhi dell’uomo non avrebbe potuto ovviare ad apparire priva di significato, nel confronto con l’evidenza del loro passato, e di quanto, sino a quel momento, da lei sempre compiuto…

« No… aspetta. » le richiese pertanto, levando una mano a meglio enfatizzare quel metaforico invito ad arrestarsi « Cioè… sono ovviamente felice che tu abbia a premurarti per me, e che abbia a farlo nel timore che possa accadermi qualcosa di male. Sia chiaro. » premesse, a escludere qualunque propria eventuale e assurda contrarietà sotto tale punto di vista « Ciò non di meno… aiutami a capire una cosa. »
« … cosa…?! » sospirò l’altra, ben comprendendo quanto egli avrebbe allora insistito sul discorso della superstizione e, ciò non di meno, non potendo allora purtroppo evitarlo, a meno di non decidere di tirargli un pugno in faccia… eventualità che non avrebbe comunque avuto a escludersi in linea di principio.
« Proveniamo da un mondo dove la magia è parte integrante della nostra realtà, dove siamo costretti a bruciare i nostri estinti solo per evitare che abbiano a rianimarsi in conseguenza alle forze negromantiche che affliggono le nostre terre, e dove gli dei non sono concetti astratti, ma esseri concreti che possono discendere fra noi e seminare morte e distruzione a proprio piacimento… » riepilogò, in un’analisi parziale e pur non incorretta di quella che avrebbe avuto a doversi riconoscere la situazione nel loro mondo natale « E, malgrado tutto questo, tu non sei mai stata superstiziosa. Non ti ho mai visto compiere, o non compiere, qualcosa solo nel timore che, altrimenti, la sciagura potesse abbattersi su di te e, anzi, in effetti, hai sempre agito in contrasto non soltanto alle superstizioni ma, sovente, anche al semplice buon senso, compiendo imprese che hanno portato il tuo nome a entrare nella leggenda proprio per la tua fiera opposizione a qualunque imposizione, fisica o mentale. » puntualizzò, anche in tal caso forse offrendo un’analisi parziale della complessità della figura della donna da lui amata, e, ciò non di meno, non incorretta nelle proprie dichiarazioni « … ho detto qualcosa di sbagliato, finora?! »
« No… non mi pare. » ammise l’Ucciditrice di Dei, attendendo l’evoluzione di quel discorso nell’unica direzione entro la quale egli avrebbe potuto sospingerlo data una simile, lunga premessa.
« Ecco… » annuì lo shar’tiagho, felice di quella conferma « … quindi, per amore di tutti gli dei, mi potresti spiegare in virtù di quale assurda logica, giunti in una realtà dominata dalla scienza e dalla tecnologia, nella quale viaggiare fra le stelle è qualcosa di normale, volare nei cieli è una banalità, e sparare raggi di luce che possono uccidere a grandi distanze è la base del quieto vivere, tu possa aver deciso di iniziare a essere superstiziosa?! Non ha senso alcuno! » dichiarò, con una certa enfasi, nel ritrovarsi sinceramente spiazzato da tutto ciò, e dal fatto che ella potesse davvero credere che una frase positivamente speranzosa sul loro futuro avrebbe mai potuto condurre a qualcosa di spiacevole a loro stesso discapito « Come è mai possibile che dire qualcosa come “… e, magari, invecchiare insieme.” possa portare rogna?! » domandò, rievocando le sue stesse parole, riproponendole la posizione da lei pocanzi assunta a zittirlo a fronte di una frase tanto innocente.

E se pur, sotto ogni punto di vista razionale, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto ovviare a offrire ragione all’amato, nel riconoscere ella stessa la propria palese incoerenza innanzi a tutto ciò, forse in conseguenza a un po’ troppe chiacchiere con le proprie nuove amiche, o forse nella consapevolezza di quanto li avrebbe attesi, e di quanto li avrebbe attesi in virtù del ritorno di Desmair nelle loro esistenze, qualcosa, nel profondo del suo ventre, non poté ovviare ad accartocciarsi nel timore di quanto quell’augurio a invecchiare insieme, a poter essere felici nell’osservare i loro figli crescere e divenire adulti, avrebbe potuto rivelarsi controproducente a loro discapito e, in effetti, a suo discapito, a discapito dello stesso Be’Sihl che, con tanta mancanza di giudizio, sembrava desideroso di sfidare la sorte con la propria insistenza a tal riguardo. Un’insistenza che, ella lo sapeva, non sarebbe quietamente scemata… non prima, quantomeno, di una qualche spiegazione a tal riguardo e di una spiegazione che fosse in grado di giustificare tutto ciò.

« Che vuoi che ti dica…? » si strinse nelle spalle, a tentare di minimizzare la questione « Probabilmente, nel confronto con una realtà troppo inquadrata nell’uso e nell’abuso della tecnologia, ho ceduto alla tentazione di una qualche primitiva superstizione, tale da spingermi a credere che gli eventi possano essere condizionati, nella propria occorrenza, non tanto e soltanto dall’operato delle persone in essi coinvolte, quanto e piuttosto per banali frasi dette o non dette, stupidi gesti fatti o non fatti… » argomentò, in quanto non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un tentativo di arringa a propria difesa, quanto e piuttosto una mera presa di coscienza della situazione, e di una situazione consapevolmente sbagliata, benché, allora, obbligatoriamente tale.
« Disse la donna che, da sempre, ha lottato per la difesa del libero arbitrio e della propria autodeterminazione innanzi agli uomini e agli dei… » commentò scuotendo il capo egli e coprendosi il viso con una mano, in segno di palese rammarico per quell’assurda deriva « … speriamo solo sia una fase momentanea. » soggiunse poi, a dimostrazione di quanto non avrebbe insistito ulteriormente sull’argomento « E, comunque, questa potrebbe considerarsi qual una nuova riprova di quanto, comodità a parte, sia necessario per noi fare ritorno al nostro mondo: un mondo nel quale non avrai mai paura di sentirmi pronunciare una frase sbagliata nel timore che il destino possa ritorcersi contro di noi, giacché, anche laddove ciò occorresse, tu ti limiteresti a prenderlo a calci e a spingerlo ad allontanarsi da noi con la coda fra le gambe! » concluse, non negandosi un quieto sorriso a quell’idea, e a quell’immagine tutt’altro che eccessivamente mitizzata della propria amata, avendola vista, in più di un’occasione, agire esattamente in tal direzione… riportando, ogni volta, straordinario successo.

domenica 16 settembre 2018

2670


« Uhm… un’analisi un po’ dura del nostro mondo. » parve farle il verso egli, nel riproporle un commento simile a quello da lei offertogli, e contraddistinto da eguale consapevolezza della ragionevolezza di tutto ciò, laddove, per quanto tutte le comodità con le quali si erano trovati a confronto in quegli ultimi anni fossero entrate rapidamente a far parte del loro vivere quotidiano, offrendo loro qualcosa di più rispetto a quanto mai avrebbero potuto sperare di avere nel loro mondo di origine, non avrebbe avuto a doversi concedere l’errore di dimenticare le condizioni effettivamente primitive del loro mondo d’origine, un mondo dove, per non ignorare gli esempi proposti dalla propria amata, l’idea stessa di un gabinetto sarebbe stata a dir poco incredibile, abituati, per lo più, a svuotare i propri pitali direttamente dalla finestra, con buona pace di chi, lì sotto, avrebbe potuto correre il rischio di passare innocentemente « Tuttavia ti rigiro ancora la questione. » continuò a imitarla, in quello che non avrebbe avuto a dover essere inteso qual uno scherno, quanto e piuttosto qual un rispettoso omaggio « Secondo te, Tagae e Liagu, dopo aver affrontato tutto ciò che hanno affrontato, e aver vissuto tutto ciò che hanno vissuto, dopo essersi visti privati dei propri ricordi e quasi e persino delle proprie identità e dopo essere stati trasformati in un’arma di distruzione di massa, ed essere stati condannati a vivere le loro esistenze l’uno accanto all’altra, senza contare tutto il resto… ecco: loro potrebbero mai preferire avere l’acqua corrente, il gabinetto, la doccia, a prezzo dell’unica famiglia nella quale, con straordinario coraggio, hanno deciso di accettare di riconoscersi nuovamente…? » domandò, non a torto, nel non poter ignorare la verità, tanto straordinaria quanto a volte sconvolgente nella propria semplicità, dell’esistenza di loro quattro qual una famiglia, e di una famiglia forse non convenzionale, sicuramente ricca di problematiche e dinamiche a dir poco folli, e pur, ciò non di meno, una famiglia… e l’unica famiglia che, a quei pargoli, fosse rimasta.

E se la questione non avrebbe avuto a doversi considerare banale nelle motivazioni addotte dalla Figlia di Marr’Mahew, altrettanto non banale avrebbe avuto a doversi riconoscere nelle ragioni suggerite dal suo degno compagno. Argomentazioni, su entrambi i fronti, rivolte innanzitutto al bene dei due pargoli, e a quanto avrebbe avuto a doversi considerare meglio per loro sotto differenti punti di vista, e pur, entrambi, degni di attenzione: l’uno, infatti, giustificato dalla consapevolezza di quanto, purtroppo, l’arretratezza della loro civiltà non avrebbe potuto offrire facile confronto a chi, altresì, abituato a confrontarsi con una realtà contraddistinta da incredibili tecnologie, in un progresso così estremo da risultare non dissimile al frutto di magia; l’altro, invece, giustificato dalla non minor consapevolezza di quanto, altresì, permettere a quei due pargoli di entrare nelle loro vite e, ancor più, entrare loro stessi nelle vite dei medesimi, non avrebbe avuto a dover essere banalizzato qual un vincolo facilmente dissolvibile, al contrario: non che, comunque, dal canto proprio, Midda avrebbe mai voluto sottrarsi all’impegno reso proprio innanzi ai due pargoli il giorno in cui si era offerta qual loro genitrice… anzi.
Benché, infatti, in passato fosse sempre rifuggita dall’idea di poter ricoprire un ruolo genitoriale, anche quando il destino l’aveva posta innanzi, in più occasioni, a tale possibilità, ricordando, fra i più importanti, i figli di un suo antico amante e compagno d’armi, Ebano, per salvare la vita ai quali pur aveva rischiato la propria in innumerevoli modi diversi nelle viscere di un antico e proibito tempio sotterraneo, così come, in tempi più recenti, le sue stesse nipoti, le figlie gemelle della propria defunta sorella Nissa, che pur avrebbe potuto accogliere quali proprie e crescere con tutto l’amore e tutto l’affetto di una madre; con Tagae e Liagu qualcosa era stato diverso o, forse, era lei a essere divenuta diversa, e quando le era stata offerta l’occasione, non aveva esitato, non si era sottratta, a tale prova, a simile sfida, forse la più grande, forse la più importante che mai avrebbe potuto affrontare, e aveva deciso di farsi carico di quei due pargoli, e di quei due pargoli che la crudeltà della Loor’Nos-Kahn aveva trasformato in armi batteriologiche, destinate a essere vendute al Mercato Sotterraneo e, da lì, a essere sacrificati da qualche terrorista per chissà quali folli motivazioni ideologiche. Forse, in fondo, a giocare la differenza era stato anche quello, era stato il pensiero di quanto quei due bambini fossero stati in tal maniera maledetti dal destino… o, forse, e più semplicemente, era stata semplicemente lei a essere differente, e a scoprirsi ormai pronta per divenire madre.
Un ruolo che aveva abbracciato con assoluta passione, non soltanto nell’affetto riversato su quei due pargoli, nella protezione loro offerta, ma, anche e soprattutto, nel continuo premurarsi per il loro meglio, a partire dalla loro formazione, dalla loro educazione, e, perché no…?, anche dalla propria stessa istruzione. Poiché, infatti, assurdo sarebbe stato per lei ritrovarsi costretta a parlare ai propri figli attraverso un traduttore automatico, per quanto affidabile, per quanto straordinario, dopo ben due cicli trascorsi fra le stelle ella aveva trovato proprio in loro la giusta motivazione per sforzarsi di apprendere la lingua franca lì predominante, insegnando loro, al contempo, il kofreyota, in maniera tale che, alfine, non vi potessero essere più barriere di alcun genere fra loro.
Ma se ella si stava tanto impegnando ad apprendere la lingua franca parlata in quell’infinita vastità siderale, forse ciò non avrebbe avuto a dover essere interpretato qual un suo inconscio desiderio volto a restare?
Ma se ella si stava tanto impegnando ad insegnare il kofreyota, forse ciò non avrebbe avuto a dover essere parimenti interpretato qual un suo inconscio desiderio volto a ritornare a casa insieme a loro?!
Complessa la situazione, complesse le emozioni coinvolte in quella situazione, complessa qualunque argomentazione da poter offrire a margine di tutto quello… perché qualunque risposta, ineluttabilmente, sarebbe stata al contempo giusta e al contempo sbagliata, finendo soltanto per confondere loro ulteriormente le idee senza permettere di giungere ad alcuna reale conclusione.

« Non desidero abbandonare Tagae e Liagu, se è questo che pensi… » asserì, non credendo neppure un istante che Be’Sihl potesse star suggerendo un suo desiderio, una sua volontà a tal riguardo ma, egualmente, preferendo specificare tale verità, e dichiararla ad alta voce, per farla riecheggiare anche alle proprie stesse orecchie e, in ciò, non permettere ad alcuna possibile sfaccettatura della sua mente, della sua anima, di avere a contrastare quel desiderio del suo cuore, e quel desiderio che mai avrebbe rinnegato.
« E loro non potrebbero mai desiderare abbandonare te, amor mio. » scosse il capo egli, escludendo anche la reciprocità della situazione « Ti adorano. Come solo dei figli sanno adorare una madre… » la rassicurò, in una valutazione priva di gratuita benevolenza, laddove, effettivamente, era stato testimone della riprova di tale amore incondizionato da parte dei due pargoli verso di lei, un amore, forse, persino superiore al proprio, seppur in una declinazione completamente diversa.
« Considerando quanto, negli ultimi mesi, abbiano trascorso più tempo con te che con me, sono certa che anche nei riguardi del loro padre abbiano a provare una certa simpatia… » sorrise ella, per tutta risposta, a sua volta non desiderando risultare gratuitamente benevola nei suoi riguardi e, in questo, subito argomentando il perché di quell’ultima affermazione « … sono due bambini straordinariamente perspicaci, sai? E sicuramente sanno che, a differenza della mia scelta di accoglierli qual madre è stata volontaria, per te vi è stata una certa forzatura da parte mia. Una forzatura a confronto con la quale, pertanto, l’affetto che volgi loro, l’impegno che a loro dedichi, e la passione con la quale, malgrado tutto, hai voluto abbracciare il ruolo di padre, hanno certamente a considerarsi la migliore riprova di quanto tu abbia a voler tenere a loro forse e persino in misura maggiore rispetto a me. E in una misura che, dal loro punto di vista, non potrà mai essere banalizzata nel proprio valore. »
« E qui il discorso rischia di precipitare troppo rapidamente nell’assurdità di domande come “Tieni più alla mamma o al papà…?”, ragione per la quale, forse, sarà meglio ricordarci di evitare di affrontarlo in loro presenza. » sorrise divertito l’uomo, a confronto con l’assurdità di un tale pur abusato interrogativo dei genitori nel confronto con i propri bambini « Limitiamoci soltanto a cercare di capire in che mondo desideriamo veramente vederli crescere… e, magari, invecchiare insieme. » commentò, in una frase forse un po’ troppo sdolcinata, e che pur, in quel momento, non avrebbe voluto ovviare a pronunciare.

sabato 15 settembre 2018

2669


Per quanto quella luna non avrebbe avuto a doversi considerare enorme, pur sufficientemente vasta da potersi permettere di mantenere una propria atmosfera, e per quanto il veicolo antigravitazionale avrebbe garantito loro la possibilità di viaggiare ad alta velocità, superiore a qualunque aspettativa avrebbero mai potuto riservarsi nell’impiego di qualunque altro mezzo di locomozione, il viaggio verso sud non avrebbe potuto, e non ebbe, a doversi considerare subitaneo nel proprio impegno temporale… anzi.
Per tale ragione, quindi, superate le battute connesse all’iniziale, e mai ammesso, smarrimento della Figlia di Marr’Mahew nel confronto con i comandi lì offertile allo sguardo, la coppia ebbe a potersi riservare, per la prima volta dopo molto tempo, un intervallo di obiettivo disimpegno mentale, oltre che di intimità, da dedicare a se stessi e, in particolare, a chiacchierare, laddove, comunque, altro genere di attività non avrebbe potuto essere in quel frangente consumato anche laddove non vi fosse stato Desmair in libertà. Una possibilità, quella loro concessa, che non ebbe allora a essere sprecata, nel non essere forse abituati a una quieta possibilità di confronto quotidiano sulle proprie rispettive giornate lavorative, ma nel non aver a doversi comunque giudicare privi d’ogni interesse nel dialogo, e nel dialogo l’uno con l’altra, così come, da sempre, non era mai mancata occasione fra loro. Ancor prima di essere una coppia, infatti, per quanto magari atti a riservarsi simile opportunità soltanto poche volte all’anno, in concomitanza ai ritorni in città, a Kriarya, della donna guerriero, Midda e Be’Sihl avevano sempre e comunque apprezzato il reciproco confronto, e, ancor più, il reciproco confronto come un’occasione di reciproca crescita intellettuale e spirituale. Occasione che, in verità, non era mai mancato, nel ritrovarsi a occupare, quasi sempre, posizioni fra loro in quieta contrapposizione sulla maggior parte degli argomenti.
A differenza infatti rispetto a quanto chiunque avrebbe potuto immaginare, anche complice il carattere decisamente imperioso dell’ex-mercenaria, e, a volte, l’amorevole remissività dell’ex-locandiere, la loro relazione non si era mai basata sulla predominanza dell’una sull’altro. Giacché, anche e soltanto per mero amor proprio, Midda Bontor non avrebbe mai potuto sopportare l’idea di un uomo privo di tempra in misura sufficiente a permettersi di contraddirla, e di contraddirla tanto su questioni banali, quanto e piuttosto su argomenti decisamente importanti. E, dal punto di vista proprio dell’uomo, pur innamoratosi di lei anche e soprattutto per lo straordinario carattere impetuoso di lei, tale sentimento non avrebbe potuto trascendere un certo senso di sfida, e della sfida per lui propria nel riuscire a conquistarla, nel riuscire a renderla sua, e non tanto e soltanto dal punto di vista fisico, così come altri, ne era perfettamente consapevole, erano stati capaci prima di lui, quanto e piuttosto dal punto di vista mentale, sentimentale e spirituale, in quella comunione di vite che, dopotutto, i fatti stavano riconoscendogli quietamente essere stato l’unico realmente in grado di raggiungere.
In tutto ciò, quindi, le loro occasioni di confronto, pur sempre fondate sull’amore e sul rispetto reciproco in termini a dir poco assoluti, non avrebbero avuto mai a prescindere, realmente, dall’idea stessa del confronto e, pertanto, della presenza di due diverse idee, di due diversi sguardi attorno a una determinata realtà, idee e sguardi che, soltanto nel dialogo, soltanto nell’accettare di aprirsi l’uno all’altra e di riceversi reciprocamente nella medesima misura propria del donarsi, avrebbero potuto entrare in reciproca sintonia, non omogeneizzandosi, ma arricchendosi vicendevolmente. E arricchendosi quanto così loro utile a essere comunque delle persone migliori rispetto a un istante prima, essere delle persone più complete, e, soprattutto, essere una coppia ancor più unita.
Quando, in tal contesto, Be’Sihl ebbe quindi a sollevare un tema rimasto in sospeso fra loro, un argomento quietamente posticipato al futuro nell’essere emerso in termini forse inopportuni, o forse e soltanto imprevisti, nel corso della loro ultima colazione come famiglia, entrambi ancora a bordo della Kasta Hamina e alla presenza dei loro pargoli, Tagae e Liagu; egli non avrebbe potuto ovviare a considerarsi consapevole di quanto, ineluttabilmente, il confronto fra loro sarebbe stato acceso, anche e soprattutto nelle premesse già occorse. Ma, ciò non di meno, non ebbe alcuna esitazione a sollevarlo, a proporlo, nella consapevolezza di quanto, alla fine, avrebbero sicuramente trovato un’intesa…

« Se non ricordo male, prima che Desmair facesse la propria sgradita ricomparsa fra noi, era inavvertitamente emerso un argomento molto importante all’interno della nostra famiglia… » premesse, non potendo ovviare a trovare tanto piacevole, quanto ancora strano, il pensiero della loro famiglia, qualcosa che, ormai, dopo tutti i mesi trascorsi dall’arrivo a bordo dei pargoli, avrebbe avuto a dover essere più che assimilato, e che pur, nella totale assenza di qualunque passata aspettativa o, anche e soltanto, possibilità di ipotesi a tal riguardo, si era imposto qual una rivoluzionaria sorpresa nelle loro vite e nella loro quotidianità « … magari potremmo parlare un po’, giusto per ingannare il tempo. » suggerì, in una frase quasi retorica, giacché, nel semplice reintrodurre quell’argomento, già ormai avrebbe avuto a doversi considerare evidente quanto fossero tornati a parlarne.
« Intendi riferirti al nostro ritorno a casa? A Kriarya, nel nostro mondo natio…? » domandò ella, con non meno retorica rispetto a lui, giacché evidente avrebbe avuto a doversi riconoscere il riferimento da parte dell’uomo a tal proposito.
« Già. » confermò egli, annuendo quietamente « Potrei sbagliarmi, ma credo di aver percepito una certa disapprovazione, da parte tua, nel confronto con il fatto che io abbia parlato a bambini di casa nostra… e del viaggio di ritorno che, prima o poi, ci attenderà, quando, alla fine, sarai riuscita a sconfiggere Anmel Mal Toise. » riassunse brevemente la questione, senza volontà polemica verso di lei, ma soltanto nel desiderio di comprenderne meglio le motivazioni.
« Parti dal presupposto che, alla fine, sarò io a vincere su Anmel… e che potremo avere il nostro cosiddetto lieto fine. » osservò la donna dagli occhi color ghiaccio, aggrottando appena la fronte con aria dubbiosa a tal riguardo, non riuscendo a condividere l’ottimismo da lui così dimostrato « Ciò non di meno, sino a ora, quanto io sia mai riuscita a conseguire nel confronto con lei è stato semplicemente farla irritare… e spingerla a lasciare il nostro pianeta e a cercare occasione di fuga fra le stelle del cielo. »
« Una fuga che, comunque, non si può ovviare a interpretare in maniera positiva… » puntualizzò lo shar’tiagho, sorridendo sereno « … dopotutto, se non avesse avuto a doverti temere, non si sarebbe neppur impegnata ad abbandonare il mondo che, in buona sostanza, ha da considerarsi anche per lei natio, data la sua origine shar’tiagha mio pari. » incalzò, assolutamente convinto a tal riguardo « Ma, comunque, non è di questo che intendevo parlare… quanto e piuttosto del fatto che, presto o tardi, ci troveremo di fronte alla scelta fra fare ritorno alla nostra locanda, ai nostri amici, alle nostre famiglie o, piuttosto, continuare a peregrinare fra gli infiniti spazi siderali, consapevoli, dopotutto, di averci a dover sempre considerare, né più, né meno, degli stranieri in terra straniera… e di averci a ritrovare sempre giudicati, né più, né meno, dei primitivi provenienti da un mondo primitivo. »
« Uhm… un’analisi un po’ dura della nostra situazione. » cercò di ironizzare ella, per quanto, in fondo, ben consapevole della ragionevolezza della stessa, avendo egli semplicemente dato voce a quanto, nel proprio intimo, a sua volta non avrebbe potuto negare di comprendere, e di comprendere alla perfezione, al di là di quanto, nei propri vestiti, nei propri atteggiamenti e nel proprio crescente rapporto con la tecnologia, potesse tentare di dissimulare « Tuttavia ti rigiro la questione. Secondo te, Tagae e Liagu, nati e cresciuti in queste realtà, in questi mondi progrediti, con l’acqua corrente, il gabinetto, la doccia come concetti elementari, scontati, banali, senza contare tutto il resto... ecco: loro potrebbero mai imparare a vivere serenamente in un mondo come il nostro? Oppure, conducendoli lì, in un viaggio di sola andata, li condanneremmo a trascorrere le loro esistenze in una miseria persino inferiore rispetto a quella nella quale si erano ritrovati a vivere durante la propria terribile prigionia…? » domandò, non meno severa, non meno impietosa nei riguardi di come il loro mondo avrebbe potuto apparire agli occhi dei due bambini, rivelando con estrema immediatezza, in tal maniera, i propri dubbi, le proprie perplessità attorno a quel tema, facendo proprio un punto di vista sul quale, forse, egli non si era concesso opportunità di soffermarsi, e che pur, altresì, ella doveva aver affrontato profondamente nel proprio intimo, giustificando, in ciò, ogni ritrosia precedentemente dimostrata a tal riguardo, nel confronto con una simile prospettiva.

venerdì 14 settembre 2018

2668


« Non sono prevenuto. » obiettò egli, scuotendo il capo riservandosi l’occasione di un profondo sospiro « E’ che ti conosco troppo bene per poter ignorare quanto, obiettivamente, dietro a quel sorrisetto vi sia l’imbarazzo del timore di scoprire di non saper affatto guidare questo affare… »

E se pur, altrettanto obiettivamente, difficilmente la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco avrebbe potuto essere fraintesa qual una bambina dall’alto dei propri quarantadue anni compiuti, il sentimento di indispettita rivolta che ebbe ad avvampare nel suo cuore a quelle parole avrebbe avuto a dover essere riconosciuto non poi così dissimile da quello che avrebbe, altresì, potuto caratterizzare Liagu dal basso del propri otto, forse nove, anni, vedendola superare repentinamente ogni esitazione, ogni dubbio, per iniziare a premere i primi pulsanti presenti innanzi ai propri occhi, decisa a mettere quanto prima in moto quel veicolo e a dimostrare al proprio amato quanto si stesse sbagliando a tal riguardo.
Così, senza alcuna reale consapevolezza nel merito di cosa accidenti potesse star facendo, Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, donna da dieci miliardi di crediti, ebbe, in rapida sequenza, ad accendere il riscaldamento portando, in breve tempo, la temperatura all’interno dell’abitacolo a ben oltre quanto non avrebbe potuto essere riconosciuto qual possibilmente piacevole o, anche, serenamente tollerabile; ad attivare una coppia di spazzole di gomma in corrispondenza al vetro posteriore, che ebbero a iniziare a produrre un costante e sgradevole stridio, a ogni proprio nuovo passaggio in tal punto; ad accendere delle luci intermittenti sul fronte anteriore del veicolo; ad attivare una radio interna all’abitacolo che ebbe a travolgerli con l’assordante frastuono che Duva Nebiria si ostinava a chiamare musica, proponendogliela periodicamente nel tentativo volto a contagiarla con il proprio incondizionato amore per un gruppo di meglio conosciuto con il nome di Caimani Graffianti; e, infine, ma soltanto per pura e semplice fortuna, ad attivare il motore antigravitazionale, vedendoli, inaspettatamente e forse un po’ troppo violentemente essere proiettati verso l’alto, improvvisamente svincolati alle limitazioni altresì consuete per qualunque pianeta dotato di atmosfera. Un successo, il suo, tanto inatteso da parte della medesima, in conseguenza al quale ella non ebbe immediatamente ad apprezzare cosa fosse successo, quasi spaventandosi in conseguenza a ciò e, per questo, afferrando con forza il timone, o qualunque nome avrebbe potuto avere lo strumento preposto a comandare del piccolo veicolo, salvo, di conseguenza a ciò, ottenere come unico risultato quello di accelerare maggiormente la risalita, con un impeto tale che gli stomaci di entrambi ebbero, per un fugace istante, a sprofondare all’interno dei rispettivi intestini, in una sensazione assolutamente inedita e, in verità, non particolarmente piacevole.
E benché assolutamente legittimo, per entrambi, sarebbe stato concedersi un grido, un urlo, fosse anche e soltanto in conseguenza a quella sorpresa, alcuno dei due ebbe a produrre un semplice fiato: l’uno perché, in quel momento, troppo spaventato da quell’improvvisa accelerazione anche e soltanto per permettersi di gridare, ritrovandosi semplicemente soffocato da tutto ciò e costretto a un lunghissimo istante di apnea; l’altra perché, altresì, troppo concentrata sul cercare di comprendere come riassumere il controllo per potersi permettere, a margine di ciò, di perderlo.
Un controllo, da parte sua, che fu riottenuto dopo qualche istante quando, a ben più di diverse centinaia di piedi da terra, arrestò improvvisamente quell’ascesa, lasciando andare il timone e sperando, in ciò, di non aver a commettere una scelta sbagliata…

« … lode a Thyres… » sussurrò, forse gemette, ella, sottovoce, nel momento in cui finalmente quella risalita a folle velocità ebbe ad arrestarsi, ed ebbe a farlo nel porre innanzi a loro la vastità di quel pianeta, anzi, di quel satellite, di quella luna, lì abitata quasi fosse un vero e proprio mondo, e a farlo non con particolare dolcezza ma, quasi, con un sobbalzo nell’ultima parte, un sobbalzo che, oltre a farli lì fermare, vide i rispettivi stomaci costretti a risalire alle proprie consuete posizioni, in un risultato sicuramente positivo e che pur, se fosse stato gestito con maggiore delicatezza, avrebbe avuto maggiori possibilità di essere apprezzato dai partecipanti a quell’esperienza.
« Come hai detto…?! » domandò Be’Sihl, alzando appena la voce, per tentare di sovrastare un terribile urlo proveniente, in quel momento, proprio dalla radio, e un urlo che, probabilmente, avrebbe dovuto mandare in visibilio eventuali estimatori, e che, dal canto proprio, non poté che risultare estremamente sgradevole all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, praticamente certa di aver già udito qualcosa di assimilabile il giorno in cui il ventre di un soldato venne aperto dall’altezza del suo pube sino quasi a sfiorare la sua gola, in conseguenza a un unico colpo di spada « Non ho capito nulla con questo frastuono di sottofondo. »
« E io che desideravo permetterti di ascoltare le ultime novità della migliore musica autoctona… » mentì spudoratamente la donna, cercando di far apparire quanto accaduto qual espressione di una precisa volontà a tal riguardo « … comunque stavo dicendoti “Hai visto che sbagliavi a essere così malfidente?”. » insistette con quella bugia, nella speranza di aver a salvare un minimo di orgoglio, benché, ormai, anche ella stessa avrebbe avuto a doversi giudicare qual irrimediabilmente ingiustificabile, soprattutto dopo una salita tanto brusca quanto palesemente fuori ogni controllo.

Be’Sihl Ahvn-Qa, tuttavia, ebbe lì ad apparire per il gran signore che, comunque, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto essere. Perché non soltanto ovviò a scendere ai suoi livelli, opponendosi a pretendere di vender riconosciuta la ragionevolezza dei propri assolutamente legittimi dubbi, per così come, ormai, ella non avrebbe più potuto onestamente opporsi a concedergliene atto; ma, ancor più, accettando di concederle quella vittoria morale, e quella vittoria del tutto ingiustificata e ingiustificabile, nel lasciar cadere il discorso  nel nulla, animato in tal senso soltanto dalla volontà di quieto vivere, e da quell’amore, incondizionato, per lei, a confronto con il quale quel possibile e gratuito battibecco avrebbe perso, tuttavia, di qualunque importanza, di qualunque valore.
Così, se anche ella avrebbe potuto ammazzarli entrambi, e ammazzarli in maniera assolutamente idiota e per ancor più idiote motivazioni, qual una reazione infantile al dubbio da lui espresso, il suo sentimento per lei ebbe, ancora e comunque, a prevalere, e a non riuscire a colpevolizzarla per quanto accaduto… anche perché, in fondo, non era poi accaduto nulla di grave, nulla di irrimediabile, vedendoli, anzi, riuscire effettivamente a prendere il volo così come avrebbero desiderato compiere.

« Potrei sbagliarmi… ma credo che quello sia il tasto di accensione della radio. » le suggerì quindi lo shar’tiagho, indicando uno dei tasti da lei azionati, e che pur, mai, ella stessa si sarebbe arrischiata a premere nuovamente, nel timore di ottenere l’effetto contrario a quello lì conquistato di salire verso l’alto dei cieli, in una conclusione che, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere certamente meno indolore.
« … come…?! » esitò l’altra, non per mancanza di fiducia nei riguardi di quell’indicazione, quanto e piuttosto perché del tutto priva di confidenza con quanto da lui appena dichiarato, nell’essersi ritrovata nuovamente assordata dall’ennesimo grido contraddistinguente quell’oscena canzone « … con questo frastuono non riesco a capirti! » gridò, assolutamente sincera a tal riguardo, nell’aver visto indicare da lui un tasto e nel non aver avuto la benché minima possibilità di comprendere il significato di quell’indicazione, laddove, in effetti, avrebbe anche potuto suggerire quello qual eventuale tasto di attivazione del motore antigravitazionale.
« Ho detto… » tentò di ripetere egli, salvò poi decidere di lasciar perdere e allungarsi, di propria iniziativa, a premere il tasto in questione, ottenendo, fortunatamente per entrambi, l’effetto da lui desiderato e non, piuttosto, quello che Midda avrebbe potuto avere a temere, nell’eventualità in cui tale tasto si fosse rivelato essere quello utile a spegnere il motore « … ecco, così va decisamente meglio! » sorrise con soddisfazione, tornando ad appoggiarsi al proprio sedile per ritrovare, in quella riconquistata pace acustica, anche la possibilità di godere del risultato ottenuto, pur in maniera chiaramente involontaria, dall’amata, nel paesaggio a tal altitudine aperto innanzi a loro « Complimenti, amore mio. » decise quindi di volerle riconoscere, salvo poi non negarsi l’opportunità di soggiungere, con una nota di scherzoso divertimento « Ora dobbiamo solo evitare di schiantarci prima di giungere a sud! »

giovedì 13 settembre 2018

2667


Forse in maniera prevedibile, anche il canissiano non poté essere d’aiuto al conseguimento della missione della donna guerriero. Ciò non di meno, la notizia di quella rissa ebbe a diffondersi molto presto negli ambienti meno raccomandabili e, così, giunti al quarto locale alla stregua di quello, Midda e Be’Sihl si ritrovarono a doversi confrontare con la nuovamente crescente fama della stessa, in termini, invero, per lei tutt’altro che nuovi. E se, proprio malgrado, la prospettiva di ovviare a emergere in maniera particolarmente vivace al di fuori della folla ebbe, in tal modo, a essere necessariamente accantonata, quella nuova situazione portò seco alcuni vantaggi, insieme ad alcuni svantaggi, con i quali, appunto, ella non avrebbe avuto a doversi considerare priva di pregressa esperienza.
A proprio vantaggio, infatti, la Figlia di Marr’Mahew poté iniziare a vantare una certa autorevolezza, e un’autorevolezza per lei sol derivate dall’uso della forza, laddove, nei locali dove la sua fama ebbe a precederla, in molti preferirono ovviare a cercare rogne nei suoi confronti, favorendole, immediatamente, le informazioni a lei necessarie e, con esse, permettendole di procedere nel proprio cammino con minori intoppi, almeno sotto tale punto di vista. A proprio svantaggio, altresì, ella non poté ovviare a iniziare a ritrovare anche qualche sfidante, qualche amico, o nemico, di coloro da lei già affrontati, e, in ciò, desideroso o di riscattare l’onore del proprio sodale, nel batterla, o, piuttosto, di umiliare i propri antagonisti, egualmente nel batterla, dimostrando quanto, in fondo, la vittoria da lei conseguita fosse stata immeritata. E così, a compensare i minori intoppi, ebbero a sorgere, parimenti, maggiori problemi, in un circolo vizioso che non avrebbe potuto ovviare ad autoalimentarsi e, probabilmente, di lì a qualche tempo, a ricondurla in una situazione non troppo dissimile da quella che avrebbe potuto vantare a casa propria, a Kriarya, nel suo pianeta d’origine: una situazione alla quale, comunque, ella avrebbe avuto a sperare di non dover attendere di giungere, nell’avere a ritrovare il proprio obiettivo ben prima di aver ad abituarsi a quel satellite e alla popolazione dei suoi angoli più malfamati.
Fu la sera del terzo giorno che, al termine di un’altra, obbligata rissa, alla donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco venne offerto un possibile indizio sulla possibile collocazione della propria preda. Perché se pur, in effetti, il nome non ebbe a dir molto, una professionista dell’intrattenimento per soli adulti, seduta quietamente in un angolo a osservare con aria quasi divertita i tentativi della donna guerriero volti a non permettere al proprio abito di avere a rovinarsi eccessivamente nel corso dello scontro, ebbe a suggerire di ricordarsi di aver in effetti conosciuto il soggetto in questione, o, quantomeno, qualcuno che rispondesse alla sua descrizione fisica, e di aver trascorso qualche ora ben retribuita in sua compagnia un paio di mesi addietro. E benché ella non avrebbe potuto affermare di conoscere il nome di quel belloccio al quale, al di fuori di un contesto lavorativo, probabilmente neppure avrebbe fatto pagare per le proprie prestazioni, un dettaglio lo ricordava: era diretto a sud, presso un piccolo insediamento prossimo alla parte più inospitale di quella luna, là dove, per la particolare configurazione del suo moto attorno al pianeta e, di questi, attorno al sole, le temperature non avrebbero mai superato quella soglia minima indispensabile al fine di non aver a sentire il proprio stesso sangue congelare all’interno delle vene, conducendo, in pochi istanti di esposizione incontrollata al mero ambiente esterno alla morte. Un dettaglio non difficile da ricordare, giacché, in effetti, ben pochi avrebbero avuto a dover essere coloro interessati a vivere in prossimità a quell’area e, generalmente, ognuno di essi avrebbe avuto a dover essere considero contraddistinto da una storia tutt’altro che gradevole e, generalmente, da qualcuno alle calcagna, dal quale aver a sperare, in tal maniera, di rifuggire.

« … evidentemente, qualsiasi cosa sia successa fra voi, non devi avergli fatto una buona impressione. » ironizzò la sua informatrice, supponendo, erroneamente, di aver appena ritrovato nell’Ucciditrice di Dei la motivazione per la quale egli aveva potuto scegliere un simile esilio.

In verità, a prescindere dall’evidenza della caccia che ella stava volgendo in contrasto a Reel Bannihil, improprio sarebbe stato attribuire la scelta dello stesso alla donna guerriero, giacché, in assenza del ricatto loro imposto dall’accusatore Pitra Zafral e dall’omni-governo di Loicare, francamente né Midda, né alcun altro a bordo della Kasta Hamina, avrebbe avuto il benché minimo interesse a impegnarsi nella ricerca di quell’uomo. Ragione per la quale, se davvero egli stava, in tal maniera, tentando di rifuggire a qualcuno, quel qualcuno non avrebbe avuto a dover certamente essere equivocato in lei.
Di tale ragionamento, tuttavia, ella non ebbe a offrir parola con la professionista, limitandosi, semplicemente, a ringraziarla, e a tributarle qualche credito a titolo di ricompensa, prima di lasciare il locale e, insieme a Be’Sihl, di iniziare a riflettere su come aver a muoversi nella nuova direzione loro indicata. Giacché, pur avendo una navetta posteggiata allo spazioporto, tale risorsa non avrebbe potuto riservarsi libertà di azione entro i confini dell’atmosfera del satellite senza, in ciò, necessariamente attrarre l’attenzione, e il richiamo, della capitaneria locale, in termini che, francamente, non avrebbe potuto apprezzare e che, probabilmente, avrebbero sì compromesso l’esito finale della loro missione, così come, sino a quel momento, qualche scazzottata per locali non aveva ancora avuto occasione di compiere, ovviando, comunque, a coinvolgere l’interesse delle autorità.
Passo successivo a quanto compiuto sino a quel momento, quindi, fu quello di ritornare alla parte più raccomandabile di quel vasto insediamento lunare e lì cercare informazioni nel merito della possibilità di muoversi verso sud, accompagnati da qualcuno o, meglio ancora, in autonomia. E se, limitando necessariamente le loro possibilità di scelta, alcun sistema di linea avrebbe avuto a dirigersi in quella direzione, escludendola dalle mete più frequentate dalla popolazione autoctona o dagli stranieri di passaggio, quanto poterono prendere a noleggio fu un mezzo antigravitazionale, un modesto veicolo a quattro posti con il quale intraprendere il viaggio verso qualunque direzione avrebbero potuto desiderare e, in ciò, vedersi garantita piena libertà personale, tanto nei tempi, quanto e ancor più nelle proprie azioni.
Ma per quanto, innanzi all’attenzione della Figlia di Marr’Mahew, quel genere di veicoli non avrebbero avuto a doversi considerare completamente inediti, avendo avuto già diverse, passate occasioni di confronto con essi, inedita avrebbe avuto a doversi considerare la sua presenza alla posizione di guida, innanzi a una serie di comandi sicuramente inferiori rispetto a quelli propri per gestire una navetta, qual pur aveva imparato a fare, e, ciò non di meno, mai esplorati precedentemente.

« … sicura di poter pilotare questo affare…?! » domandò Be’Sihl, nel cogliere un evidente segno di giustificabile incertezza, di comprensibile smarrimento, nel suo sguardo, benché probabilmente ella non avrebbe apprezzato avere a scoprirsi tanto trasparente ai suoi occhi.
« Oh, sì! Figurati! » banalizzò Midda, stringendosi fra le spalle e cercando, in tal senso, di darsi un certo contegno, di apparire più confidente di quanto non avrebbe avuto a poter essere, peccando, proprio malgrado, di orgoglio nel non voler ammettere quanto, dopo oltre due anni in quella visione più estesa della loro realtà, ancora molte, se non troppe cose avrebbero avuto a doversi considerare a lei estranee, non soltanto nelle proprie logiche, ma anche, e ancor più, nelle proprie modalità d’uso « Duva mi ha insegnato a condurre praticamente qualsiasi mezzo! » insistette, in quello che, in verità, parve più prossima all’espressione di un tentativo di autoconvincimento ancor prima che alla volontà di quietare il proprio interlocutore, così come, piuttosto, avrebbe avuto a dover essere.
« … se lo dici tu… » sospirò l’ex-locandiere, preferendo allacciare quella che ebbe a riconoscere qual una cintura di sicurezza, non per dimostrare mancanza di fiducia nelle capacità della propria compagna, quanto e piuttosto per precauzione, nell’eventualità che avessero a precipitare spiacevolmente al suolo da qualche miglio di quota.
« Sembra quasi che, a volte, tu sia un po’ prevenuto nei miei riguardi. » osservò la Figlia di Marr’Mahew, osservandolo con aria divertita con la coda dell’occhio, e in tale sorriso ironico mascherando alla perfezione ogni titubanza pur ampiamente presente in lei innanzi alla complessità di quella compatta plancia.

mercoledì 12 settembre 2018

2666


Fu questione di pochi minuti e, quando la quiete ebbe a nuovamente a riservarsi il predominio sul locale, fra tavoli rovesciati e vetri rotti, soltanto pochi lamenti sommessi avrebbero avuto a poter essere identificati qual prodotti dagli avventori dello stesso, sparsi, in maniera disordinata, in ogni angolo di quel non eccessivamente vasto spazio, con la sola eccezione della tauriana, la quale, altresì, ebbe a continuare a giacere al di fuori della finestra, riversa in strada là dove l’operato della Figlia di Marr’Mahew, in parte sfruttando la sua stessa carica cinetica, l’aveva proiettata.
In un simile, desolante scenario, soltanto due figure avrebbero avuto a poter essere identificate qual predominanti, e predominanti a buon titolo, nell’aversi a dover riconoscere quali responsabili di quanto accaduto: Midda Bontor e Be’Sihl Ahvn-Qa. E se quest’ultimo, pur non particolarmente affaticato, non avrebbe potuto celare un’indubbia crescita nella cadenza della propria respirazione, nel movimento del proprio petto atto a offrire evidenza della necessità di una maggiore ossigenazione delle proprie membra a seguito di quanto avvenuto; la prima, in verità, ebbe a trasmettere evidenza dell’impegno reso proprio solo nella necessità di rassettarsi gli abiti, in particolare all’altezza delle cosce che, nei movimenti richiesti da quella rissa, avevano avuto occasione di ritrovarsi a essere un po’ troppo scoperte… non che, da parte sua, un qualsivoglia senso del pudore le avrebbe allora potuto impedire di continuare a combattere, né le aveva impedito di vincere quella sfida.

« Non mi dispiace questo abito… ma… è poco pratico. » osservò, in un quieto commento all’indirizzo del proprio compagno, giustificando in tal modo quella, per lei insolita, necessità di prestare attenzione al proprio abbigliamento, così come generalmente non si sarebbe preoccupata di compiere.
« … però ti sta bene. » sembrò quasi volerla rassicurare egli, per tutta risposta, in un’affermazione che non avrebbe avuto a doversi considerare né gratuita, né, tantomeno, forzata, non laddove, in effetti, oltre a definire in maniera originale le forme da lui amate, quel vestito appariva, innanzi al suo sguardo, qual una sorta di esotica novità, non avendo avuto molte, passate occasioni di ammirare la propria compagna indossare nulla di diverso rispetto a semplici pantaloni.
« Non fare il galante. » scosse il capo Midda, ritrovandosi, in maniera inaspettata, quasi in lieve imbarazzo per quel complimento… non che egli non fosse solito rivolgergliene.
« Non lo sto facendo: dico solo il vero. » concluse Be’Sihl, decidendo di non insistere ulteriormente sull’argomento per non forzare inutilmente la mano, ma non ovviando a riservarsi una certa, intima soddisfazione nel riconoscere quanto, allora, le sue parole avessero effettivamente raggiunto l’interesse della propria amata.

A confronto con tali, uniche figure predominanti all’interno del locale, a margine della lieve devastazione lì conseguente allo scontro, il canissiano fulvo originariamente presente dietro al bancone avrebbe avuto a dover essere altresì riconosciuto qual riverso a terra, non privo di sensi e non particolarmente provato dal conflitto sotto il profilo fisico, nell’essere stato volutamente risparmiato dalla coppia, e pur, ciò non di meno, neppur particolarmente desideroso di cercare occasione di riscatto a loro discapito, nell’aver già avuto possibilità di ben intendere quando, entrambi, ma soprattutto la donna, non avrebbero avuto a dover esser fraintesi qual banali controparti.

« Allora… in questo momento mi pare di leggere “Centro informazioni” proprio sulla tua fronte. » sorrise sorniona la Figlia di Marr’Mahew, riportando la propria attenzione al canissiano « Quindi… che ne dici di iniziare a parlare…?! O, forse, il tuo pregiudizio sugli umani è cresciuto al punto tale da superare ogni istinto di autoconservazione…? » soggiunse, in una domanda a dir poco legittima nei suoi confronti, laddove, ormai, egli avrebbe dovuto aver raccolto numerose riprove pratiche di quanto estremamente poco salubre avrebbe potuto essere tentare di opporsi stolidamente a lei.
« In verità non credo proprio che il nostro comportamento potrebbe deporre in contrasto a un qualunque genere di pregiudizio sugli umani… » commentò, quasi fra sé e sé, l’ex-locandiere, aggrottando la fronte in reazione all’interrogativo da lei formulato, e al fatto che, certamente, le azioni che stavano rendendo proprie non avrebbe potuto ovviare ad alimentare nell’interlocutore un qualunque genere di giustificabile avversione non soltanto a loro riguardo, ma, più in generale, in contrasto a qualunque umano, pregiudicandoli tutti quali soggetti violenti e barbari.

Ma che, allora, il canissiano avesse a considerarli dei violenti e barbari, francamente, alla donna guerriero non avrebbe potuto interessare di meno… anzi. E, dopotutto, quella non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual la prima volta, nel corso della propria vita, nella quale ella si era riservata occasione di ricorrere all’intimidazione per estorcere informazioni a riluttanti interlocutori, così come, probabilmente, non sarebbe stata neppur l’ultima.
Ma se pur, dal punto di vista morale, simile comportamento avrebbe avuto a dover essere giudicato, e non a torto, qual deprecabile; certamente, allora, ella non avrebbe avuto a ovviare a concedersi libero sfogo nel confronto di quello o di altri potenziali antagonisti, nel non avere a dover evitare l’errore di ritenersi migliore di alcun chi, superiore a chicchessia, laddove, da sempre, ella non si era mai considerata né più né meno di una semplice donna, e di una donna decisa, con le sole proprie forze, a imporre il proprio diritto all’autodeterminazione innanzi agli uomini e agli dei tutti.

« Allora…?! » insistette ella, aggrottando appena la fronte, nel non comprendere se il silenzio dell’interlocutore avesse a dover essere inteso qual una volontà di sfida nei suoi riguardi o cos’altro « Devo proprio iniziare a frantumarti le ossa una a una…?! » suggerì, levando la mano destra e appoggiandola, delicatamente, alla propria stessa spalla, in un gesto apparentemente innocuo e che pur non avrebbe potuto ovviare ad attirare l’attenzione dell’altro sul proprio arto artificiale, certamente in grado di tradurre in realtà la minaccia in tal maniera formulata.
« … ma non mi hai ancora chiesto nulla! » osservò il canissiano, tutt’altro che desideroso di porre sfida alla crudeltà di quella folle, nel non aver a dover tributare particolare senso di fedeltà verso alcuno per aver a rifiutarsi di collaborare con lei, e aver a rifiutarsi di farlo nel confronto con il terribile prezzo che, dolorosamente, avrebbe avuto a doverle tributare in tal caso.
« Mmm… in effetti. » annuì Midda, sorridendo quasi divertita nel confronto con l’evidenza della propria mancanza, laddove, pocanzi, non aveva avuto effettivamente il tempo di completare la propria richiesta di informazioni nel merito del proprio obiettivo senza, in ciò, ritrovarsi a essere sgradevolmente invitata a non insistere da parte di quella medesima controparte « Vedi che ora ha deciso di collaborare con noi in maniera quietamente educata…? » osservò all’indirizzo del proprio amato, stringendosi appena fra le spalle, a minimizzare il mezzo in grazia al quale si era riservata l’opportunità di conseguire tal risultato.

Be’Sihl, dal canto proprio, preferì ovviare a esprimere un qualsivoglia commento verbale, affidando tutta la propria risposta a un profondo sospiro, e un sospiro nel quale, allora, non si negò opportunità di esprimere in maniera adeguatamente trasparente il proprio giudizio a tal riguardo.
Un giudizio tutt’altro che di approvazione, il suo, che non ebbe a turbare più di tanto la donna, la quale, anzi, ebbe persino a trovare un che di divertente in quella situazione, riservandosi l’opportunità di una lieve risatina prima di proseguire, tornando a volgere tutto il proprio interesse al canissiano…

« Allora… » riprese, con tono quieto e sereno, quasi nulla fosse accaduto e lì fosse intenta a riservarsi una placida occasione di dialogo con un vecchio conoscente « … starei cercando un bel tipo che potrebbe rispondere al nome di Reel Bannihil. »

martedì 11 settembre 2018

2665


« E’ a questo che pensi quando dici di voler mantenere un profilo basso…?! » osservò in maniera retorica Be’Sihl, in un’implicita, e non troppo velata, critica alla propria amata, per il degenero nel quale, troppo rapidamente, si era così lasciata trascinare.

Ma se per i loro antagonisti, quella rissa avrebbe avuto a doversi ritenere una sfida assolutamente seria, e ben motivata dall’unico intento di abbattere quella dannata straniera, per Midda Bontor nulla di tutto quello avrebbe mai potuto rappresentare un’effettiva occasione di pericolo.
Addestratasi a combattere sin da bambina, e formatasi in diversi stili di combattimento e all’uso della più variegata alternativa di armi possibile, o, quantomeno, possibile nel suo pianeta d’origine, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a dover essere riconosciuta più prossima a una forza della natura ancor prima che, effettivamente, a una semplice persona, tale non soltanto da rendere più che meritato il prezzo a lei attribuito al Mercato Sotterraneo ma, anche, da ben giustificare quello stesso nome con il quale, nel proprio mondo, era conosciuta ormai da oltre un decennio, e tale da riconoscerla qual progenie della stessa dea della guerra. Un nome, dopotutto, che ella aveva conquistato il giorno in cui, naufragata senza memoria su una piccola isola dei mari sud-occidentali, ella si era ritrovata a respingere, da sola, la minaccia rappresentata da un numero impressionante di pirati, falciandone a decine sotto l’azione della stessa spada bastarda che, da quel momento, non avrebbe cessato di accompagnarla in ogni propria avventura, e di un semplice martello da fabbro. E laddove, anche in tempi decisamente più recenti e meno leggendari, ella era stata in grado di tener testa, da sola, a un intero battaglione paramilitare al soldo della Loor’Nos-Kahn, e a un intero battaglione armato sino ai denti, improbabile sarebbe stato per gli avventori di quel locale riservarsi una qualunque, effettiva speranza di successo a suo discapito, anche senza che ella abbisognasse, in tutto ciò, di estrarre la propria arma.
Per colei anche nota come l’Ucciditrice di Dei, dopotutto, l’azione stessa del combattere non avrebbe avuto a dover essere considerata al pari di un esercizio di disciplina, quanto e piuttosto, una naturale applicazione di movimenti spontanei, non diversamente da quanto avrebbe potuto essere inteso il semplice camminare. Poche, molto poche, in tal senso, avrebbero avuto a doversi considera le sfide a confronto con le quali ella non si sarebbe dimostrata in grado di reggere il confronto, o innanzi a cui, più semplicemente, le sarebbe stato richiesto, allora, di avere a meditare, a riflettere prima d’agire: i suoi muscoli, infatti, le sue membra, ogni singola parte del suo corpo, e, ancor più, i suoi sensi, avrebbero avuto a doversi riconoscersi così confidenti con quelle situazioni, con quelle dinamiche, da non pretendere, da parte sua, l’applicazione di un qualche pensiero cosciente, avendo già perfetta consapevolezza di quanto avrebbe avuto a doversi compiere e in che modo. Così, anche quando un avversario tentò di sopraggiungerle alle spalle, certo di non poter essere visto e, ancor più, considerato, nel giudicarla troppo impegnata sul fronte anteriore, lì occupata da altri due antagonisti per potersi preoccupare anche di gestire una qualunque situazione sul proprio posteriore, questi ebbe a osservare, improvvisamente impotente, la pesante catena con la quale doveva aver sperato di poter sfondare il cranio di quella donna, essere arrestata, e afferrata, con straordinaria naturalezza, dalla sua protesi destra, da quel braccio in lucente metallo cromato nel confronto con il quale alcun danno avrebbe potuto sperare di riservarsi e, soprattutto, in grazia al quale alcun impegno le sarebbe stato richiesto per arginare l’impeto violento di quel metallo. E non soltanto ella, praticamente, non ebbe a necessitare di voltarsi verso di lui ma, anche e ancor più, poté riservarsi l’opportunità di trascinarlo, con forza, verso di sé, voltandosi nella sua direzione giusto in tempo per schiantargli, alla bocca dello stomaco, un pugno tanto violento da spezzargli istantaneamente il fiato e da costringerlo a un’apnea forzata per i minuti successivi.

« Non è colpa mia se sono stati maleducati con me… » obiettò ella, in risposta al proprio compagno, nel ridurre l’intera faccenda a una questione di educazione e, ancor più, di palese assenza di educazione da parte di coloro i quali, lì, stavano affrontando, minimizzando ogni altro aspetto, sia su un fronte che su quello opposto « Tu sai quanto io abbia a dover essere considerata una personcina a modo, incapace di accettare un certo genere di comportamento. » soggiunse poi, non priva di autoironia in simile asserzione, ben consapevole di aver a poter essere considerata tante cose, ma non di certo squisitamente interessata al rispetto dell’etichetta o del buon costume.

Be’Sihl, dal canto proprio, pur non potendo vantare certamente né l’esperienza di lei, né esperienza pari all’ultimo fra i suoi passati compagni d’arme, in tutto quello avrebbe avuto a dover essere considerato sufficientemente autosufficiente, non impegnandosi, certamente, con tre antagonisti alla volta, e non rifuggendo l’idea del ricorso alla propria arma bianca, seppur non a scopo offensivo ma qual eventuale supporto difensivo, ma, ciò non di meno, in grado di tener testa a coloro i quali ebbero a lui a presentarsi, e non a presentarsi animati da quella cortesia, da quel senso di amorevole benevolenza, che gli avrebbe garantito occasione utile ad accoglierli con minor pregiudizio. E così, nel mentre in cui il braccio destro della donna guerriero non avrebbe potuto ovviare a essere impiegato anche e soprattutto al fine di proteggerla dagli effetti negativi di quell’aggressione con la catena, oltre che di molte altre ancora; allo stesso modo il lungo pugnale da lui sfoderato, da lui sguainato e, in quel momento, stretto nella propria mancina, avrebbe avuto a garantirgli occasione di difesa, nel confronto con tutte le armi, più o meno improvvisate, delle persone a lui circostanti. Persone che, al pari della propria amata, non avrebbe desiderato uccidere, non essendoci alcuna ragione per agire in tal direzione, e alle quali, pur, non avrebbe potuto neppur ovviare qualche danno, non, quantomeno, per preservare la propria esistenza in vita, la propria integrità.
E benché, in tutto ciò, il suo stile avrebbe avuto a dover essere sicuramente riconosciuto qual contraddistinto da minor spontaneità, minor naturalezza di quanto dimostrato dalla sua compagna, certamente egli non avrebbe mancato, allora, di tener testa ai propri inattesi e indesiderati antagonisti, i quali pur non si sarebbero risparmiati a suo discapito fosse anche e soltanto nella colpa di aver a essere tanto vicino, sì palesemente associato a quella calamita per guai che avrebbe avuto a rispondere al nome di Midda Bontor.

« Cerchiamo di tenerne almeno uno cosciente, in maniera tale da poter fare loro qualche domanda… » raccomandò egli, a margine di tutto ciò, decidendo di soprassedere sulla questione attorno alla quale si era appena espressa, ironicamente, la propria amata, per non perdere di vista il loro obiettivo primario, il loro scopo iniziale, nel timore di quanto, così stimolata dalla lotta, ella avrebbe avuto purtroppo a smarrirsi, e a smarrirsi nella foga di tutto ciò.
« Teniamo sveglio quel chiacchierone del canissiano! » propose quindi la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, nell’offrire ovvio riferimento a colui che con tanta dedizione si era impegnato a cercare di ignorarli, e di ignorare persino l’evidenza della loro mera presenza all’interno del proprio locale, almeno sino a quando, con poca grazia, e ancor meno educazione, ella non aveva deciso di usare la sua testa per lucidare il bancone posto fra di loro « Dopotutto si è già dimostrato ampiamente desideroso di aiutarci… »

Ma per quanto tutto ciò avrebbe potuto apparire quietamente prossimo a un semplice tentativo di giuoco, a un banale e scherzoso scherno a discapito del malcapitato, obiettivamente egli avrebbe avuto a dover essere considerato colui che, sulla base del proprio ruolo, del proprio impiego, avrebbe potuto riservarsi maggiori occasioni di raccogliere informazioni nel merito del mondo a lui circostante, e, con esso, magari, anche di uno strano belloccio incredibilmente allergico all’idea, e alla quieta pratica, della morte. Un giudizio corretto che, dal canto proprio, l’ex-locandiere non poté che ratificare, offrendo tacitamente ragione al ragionamento compiuto da parte della propria amata…  e a quel ragionamento assolutamente impeccabile, al di là dei modi con i quali ella aveva voluto proporlo.

lunedì 10 settembre 2018

2664


« Salve. » volle esordire ella, cercando di dimostrarsi quanto più possibile educata nei confronti del pur disattento interlocutore « Sto cercando una persona… »

Semplice indifferenza fu tutto ciò che il canissiano ebbe a rivolgerle, continuando a prestare attenzione solo al proprio operato quasi ella non fosse lì neppur realmente presente. Indifferenza forzata la quale, a voler rendere indubbio merito alla Figlia di Marr’Mahew, non ebbe tuttavia a sospingerla, necessariamente, ad afferrare la testa di quell’uomo-cane per sbatterla con violenza contro il bancone, così come, probabilmente, una parte di lei le avrebbe anche potuto suggerire di compiere, quanto, e piuttosto, la vide affrontare con serena mitezza il proprio interlocutore, o, in effetti, mancato tale, nel riproporgli la questione, in maniera ancora ammirevolmente calma e serena.

« Ehilà. » volle tentare, quindi, nuovamente appoggiandosi quietamente contro il bancone anche nella speranza, maliziosa, di attirare l’attenzione dell’altro, se non verso le proprie parole, quantomeno verso la propria generosa scollatura, a superare in tal maniera la sua indifferenza, per così come, in genere, avrebbe avuto a poter vantare di riservarsi occasione di compiere anche quando, invero, neppur realmente desiderosa di farlo « Sto cercando un uomo che potrebbe vivere da queste parti… »

Per un fugace istante lo sguardo del canissiano ebbe, allora, a levarsi nella sua direzione, salvo poi riabbassarsi al proprio lavoro senza soffermarsi, neppur per un momento, sulle forme di lei, in quello che, in effetti, da parte sua avrebbe potuto anche essere considerato uno smacco personale, un’offesa alla propria autostima, nel non essersi ritrovata mai tanto facilmente ignorata, neppur laddove avrebbe magari desiderato esserlo. E se, per un istante, la critica di Liagu al proprio attuale taglio di capelli ebbe a suggerirle un serio riesame della propria figura, ella non volle ancor demordere, per quanto, ormai, i propri propositi di mantenersi quieta e sorridente stessero iniziando a indebolirsi…

« Scusami. E’ che sto ancora prendendo confidenza con questa cosiddetta lingua franca… e, forse, non sono stata in grado di esprimermi correttamente. » si volle riservare una terza occasione di approccio, sorridendo sorniona verso di lui « C’è questo mio vecchio amico che, credo, viva da queste parti… » riformulò ancora una volta la questione, sforzandosi di apparire ancora quanto più possibile serena e amichevole, nel mentre in cui, accanto a lei, non poté ovviare a cogliere una smorfia sul volto del proprio amato, il quale, nel profondo del proprio stomaco, aveva già ben colto verso quale direzione tutto ciò avrebbe potuto troppo facilmente evolvere.

Fu a quel terzo tentativo di insistenza che il canissiano, appoggiando da parte il bicchiere e lo strofinaccio al quale aveva dedicato sino a quel momento la propria attenzione, ebbe a concederle una risposta, e una risposta, tuttavia, indubbiamente meno cordiale rispetto a quanto ella non avesse tentato di dimostrarsi sino a quel momento nei suoi riguardi.

« Primo: non mi pare di aver scritto in fronte “Centro informazioni”. » scandì, offrendole finalmente il proprio sguardo e sollevando la mano chiusa a pugno con solo l’indice alzato a offrire evidenza del conteggio così iniziato a voce « Secondo: è inutile che ti impegni a mettere in mostra la mercanzia… non me la intendo con gli umani. » commentò, escludendo qualunque possibilità di interesse verso di lei o verso la sua giunonica circonferenza toracica, già precedentemente ignorata « Terzo:… »

Ma qualunque avrebbe potuto mai essere il terzo punto, né Midda, né Be’Sihl, né gli altri astanti ebbero mai a scoprirlo, giacché, con un movimento rapido e perfettamente calibrato del proprio braccio sinistro, quello in carne, ossa e tatuaggi in tonalità azzurro-bluastre, la donna da dieci miliardi di crediti ebbe allora ad afferrare la testa del proprio interlocutore e a spingerla violentemente contro il bancone presente fra loro, andando a farla rumorosamente sbattere su quella superficie di vetro, o di qualunque altro materiale simile avesse a doversi riconoscere la parte superiore dello stesso.

« Terzo: dovresti iniziare a dimostrare un po’ più garbato con i tuoi clienti… altrimenti questo posto resterà vuoto e tu non avrai più nessuno da impegnarti a ignorare. » concluse ella, non negandosi una certa ironia a suo discapito, nel mentre in cui, con il proprio intero avambraccio mancino appoggiato sul retro del collo di lui, lo stava mantenendo lì schiacciato.

Un gesto rapido, una reazione improvvisa e repentina, la sua, che non ebbe a passare inosservata innanzi all’attenzione di alcuno all’interno del locale e che ebbe, necessariamente, ad attrarre ancor più l’attenzione comune verso di lei… non che, prima di allora, già l’attenzione comune non fosse completamente dedicata a loro. E un gesto rapido, una reazione improvvisa e repentina, che ebbe allora a suscitare una risposta, e una risposta non tanto da parte dello stesso canissiano, lì colto eccessivamente di sorpresa per poter elaborare effettivamente l’accaduto, quanto e piuttosto da parte della coppia intenta a giocare al lancio del coltello, una lama delle quali, in tutto ciò, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a sentir tardivamente fischiare verso la propria direzione, cogliendola volare a meno di un pollice dalla punta del proprio naso, per poi andare a conficcarsi sulla parete non lontano alla sua sinistra, in quello che avrebbe potuto essere uno spiacevole attacco se soltanto avesse avuto la velleità di apparire qual tale e non, piuttosto, di aver a dover essere inteso qual una sorta di avvertimento, e un avvertimento ciò non di meno troppo generoso, troppo misericordioso nei suoi riguardi, giacché, francamente, ella non avrebbe avuto a dimostrare egual premura nei confronti di quelle due ficcanaso.
Fu questione di un attimo e, improvvisamente, quello che avrebbe avuto a doversi giudicare un clima quasi sonnolento ebbe a tradursi in una vera e propria bolgia, un combattimento innanzi alla possibilità del quale nessuno fra i presenti ebbe a trarsi indietro. E se pur, forse, qualcuno fra i frequentatori di quel locale avrebbe avuto a doversi lì riconoscere qual seriamente intenzionato a nuocere alla salute di quei due stranieri, dal canto proprio Midda Bontor non poté che interpretare quegli eventi, quegli sviluppi, al pari di una semplice rissa, e di una rissa come tante, troppe altre a cui, nel corso della propria vita, aveva preso parte, o addirittura scatenato, a volte nella sola volontà di concedersi un po’ di distrazione, al solo fine di combattere quella che avrebbe avuto a essere intesa qual una noiosa serata cittadina. Be’Sihl, dal canto proprio, costretto a offrire il proprio miglior viso a quel pessimo gioco, si limitò a un mero ruolo di supporto, non prendendo parte allo scontro centrale, nella quieta consapevolezza di quanto la propria amata non avrebbe abbisognato di alcun genere di aiuto da parte sua, e, piuttosto, limitandosi a difendersi da coloro i quali, di tanto in tanto, anziché andare a impegnarsi con lei preferivano tentare di aggredirlo, cercare di rivalersi su quella figura apparentemente meno attiva e, in ciò, ipoteticamente preda più facile, trovando in lui, ciò non di meno, un degno avversario, laddove, dopotutto, nel proprio ruolo di locandiere, non gli era mancata occasione, in passato, di dover intervenire a sedare delle risse, soprattutto quando queste stavano iniziando a porre a rischio l’integrità della propria proprietà.
E fu quando la muscolosa tauriana di non meno di sette piedi di altezza ebbe a tentare di caricare l’Ucciditrice di Dei che l’integrità di quella proprietà, di quel locale, ebbe a iniziare a essere posta a rischio, e a serio rischio, giacché, senza particolare impegno, senza reale sforzo, anche e soprattutto con l’aiuto del proprio arto destro in lucente metallo cromato, la donna guerriero ebbe, lì, ad accompagnare il moto della propria colossale antagonista a tradursi in un inatteso volo, e un volo che vide quest’ultima, quindi, essere letteralmente catapultata attraverso una finestra non lontana.

domenica 9 settembre 2018

2663


Quando la muscolosa tauriana alta non meno di sette piedi si ritrovò scaraventata attraverso la finestra, Be’Sihl non ebbe a riservarsi dubbi nel merito di quanto, purtroppo, alla propria amata le cose avessero iniziato a sfuggire di mano. E l’idea iniziale di mantenere un basso profilo avesse ormai iniziato, purtroppo, a dimostrare i propri limiti non tanto nel confronto con il senso della missione, quanto, e ancor più, con il carattere di Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei e, fra quelle stelle infinite, donna da dieci miliardi di crediti.
E dire che, sino a quel momento, tutto aveva ripreso a progredire con sufficiente serenità…

Ristabilito il clima di pace fra loro, Midda aveva voluto riportare la propria attenzione al loro obiettivo primario, a Reel Bannihil, l’uomo incapace a morire.
Lasciando perdere l’idea di fare ritorno al locale dal quale si erano tanto frettolosamente allontanati, laddove già eccessiva avrebbe avuto a dover essere giudicata l’attenzione da loro stessi attratta in tutto ciò, ella decise comunque di non lasciar perdere l’idea di porre domande, e di iniziare a operare in tal senso a partire da un nuovo locale preso a caso, a cui farne seguire un altro, e ancora un altro. Purtroppo, benché sulla carta simile piano non avrebbe avuto a doversi giudicare completamente privo di ragioni, a confronto con la realtà esso ebbe a dimostrare tutti i propri limiti, e i propri limiti, in particolare, innanzi alla scarsa probabilità, in un insediamento tanto vasto, in un piccolo pianeta qual, comunque, quella luna avrebbe potuto essere considerata, di riuscire a individuare una persona precisa, senza neppure avere certezza nel merito dell’appellativo con il quale poterlo apostrofare.
Ai primi tre locali, quindi, ne seguirono un’altra dozzina, tutti purtroppo inutili nel confronto con il loro scopo, occupando, in tal modo, buona parte della loro prima giornata lì e ponendoli, alfine, a confronto con la necessità di riservarsi un posto per la notte. Non avendo a fare affidamento, proprio malgrado, su riserve finanziare estremamente cospicue, e avendo già speso troppi crediti fra un locale e l’altro, non potendo certamente avanzare domande, e avanzare domande senza far emergere troppi sospetti, senza prima apparire qual una normale coppia di viaggiatori di passaggio, Midda e Be’Sihl ebbero a doversi arrangiare alla meglio nella prima bettola di infimo ordine che ebbero occasione di incrociare, atta a concedere loro un tetto sopra la testa, e un materasso sotto la schiena, per non più di una manciata di crediti. E se, allora, chiunque altro avrebbe certamente avuto di che ridire sull’igiene proprio della stanza che si videro assegnata, innanzi allo sguardo dei due non ebbe poi ad apparire così inaccettabile, avendo avuto occasione di dormire, nel loro pianeta natale, anche in luoghi e situazioni peggiori rispetto a quella.
Solo una nota dolente non poté che apparire evidente innanzi al giudizio di entrambi in quella prima notte lontani dalla Kasta Hamina: benché quella stanza, infatti, oltre a non essere così disgustosa innanzi ai loro sguardi, innanzi ai loro giudizi calibrati su una quotidianità largamente meno asettica rispetto a quella abitualmente propria di quei mondi sparsi nell’infinità siderale, avrebbe poi potuto garantire loro anche quell’intimità che, senza nulla togliere ai due pargoli da entrambi indubbiamente amati, era necessariamente venuta meno nel dover condividere con gli stessi una ristretta cabina a bordo della piccola nave di classe libellula; lo sgradevole ritorno di Desmair nella loro quotidianità, e la consapevolezza di come, da un momento all’altro avrebbe potuto dimostrare la propria presenza fra loro, ebbe a smorzare spiacevolmente qualunque bramosia sessuale fra loro, anche laddove obiettivamente frustrante avrebbe avuto a doversi considerare lo spreco di quell’occasione, di quel viaggio insieme, il primo, in effetti, da molto, forse troppo tempo. Così, benché entrambi avrebbero francamente desiderato trascorrere qualche ora di appassionata attività fisica insieme, tutto ciò che ebbero a riservarsi fu, semplicemente, qualche coccola, qualche carezza, qualche bacio, rinunciando tacitamente a qualunque ulteriore sviluppo più focoso, nell’intima speranza del successo proprio della missione di Duva e delle altre ragazze della Kasta Hamina, laddove, dal ritorno di quel bracciale, sarebbe allor dipesa non soltanto l’indipendenza psicologica della Figlia di Marr’Mahew, ma anche buona parte della serenità del loro rapporto di coppia.
Quella notte, trascorsa in simile bettola, comunque, ebbe allora a condurre proverbiale consiglio alla mente della stessa donna guerriero, la quale, al mattino seguente, completata la propria quotidiana sessione di esercizi fisici, la propria ginnastica mattutina, da sempre utile a mantenere il suo corpo nella perfetta forma che ella avrebbe potuto vantare anche a dispetto della propria più non giovanile età, ebbe a condividere con il proprio amato una riflessione, e una riflessione nel merito di un potenziale errore da loro commesso nel corso del giorno precedente. Laddove, infatti, Reel Bannihil si era presentato nella vita della stessa Midda Bontor qual membro della Loor’Nos-Kahn, potente organizzazione criminale con interessi interplanetari, probabilmente un migliore approccio, nella ricerca del medesimo, sarebbe stato quello volto a condurli a frequentare quelle zone della luna meno consigliabili per due viaggiatori di passaggio, quelle zone dove ladri, mercenari e tagliagole avrebbero potuto attenderli dietro a ogni angolo, riconducendoli nostalgicamente ai numerosi anni trascorsi da entrambi in quel di Kriarya, la città del peccato che, per percorsi di vita diversi, entrambi avevano alfine eletto a propria residenza.
Così, al mattino seguente, abbandonando le zone frequentate dai più, i due ebbero a volersi immergere in strette vie, vicoli oscuri, meno consigliabili, e, in tal senso, a ricercare indirettamente guai. Guai che, in effetti, non tardarono a iniziare a presentarsi, in diverse forme e dimensioni. Ma benché inesatta avrebbe avuto a doversi considerare la fedina penale con la quale la donna guerriero aveva avuto a trovare rogne nel confronto con l’omni-governo di Loicare e, ancora, aveva avuto a essere messa all’asta al Mercato Sotterraneo, in una rielaborazione attualizzata della propria passata esistenza; tutt’altro che inconsistenti avrebbero avuto a doversi considerare le sue colpe, o meriti a seconda dei punti di vista, per così come in essa riportati. Ragione per la quale, al pieno della propria forma fisica, e armata della propria spada, e di quella spada bastarda antica compagna di innumerevoli battaglie, ben poche sfide avrebbero potuto avere a dimostrarsi improponibili innanzi al suo giudizio: ben poche sfide, alcuna delle quali, certamente, avrebbe avuto a poterle essere lì proposta da chicchessia. Non che lo stesso Be’Sihl, l’unico locandiere indipendente di tutta Kriarya, nell’essere sempre, e incredibilmente, riuscito a mantenersi estraneo al controllo di qualunque lord della città, complice sicuramente anche la presenza, come sua ospite fissa, della medesima Figlia di Marr’Mahew, avrebbe potuto riservarsi occasione di timore nel confronto con ladri, mercenari o tagliagole, nell’aver a vantare, simile genere di persone, qual propria abituale clientela in quel di Kriarya, città che di tale gente aveva eletto la propria fondamentalmente unica popolazione.
Superato il primo ostacolo rappresentato da un gruppetto di tagliaborse, le mire furfantesche dei quali vennero dolorosamente moderate dalle carezze della mano destra della donna guerriero, quell’arto in lucente metallo cromato; Midda e Be’Sihl ebbero quindi a scegliere, ancora una volta, un locale, l’interno del quale, tuttavia, non poté che apparire meno affollato rispetto a quelli visitati sino a quel momento. Forse complice l’ora, sicuramente complice la posizione, quella piccola sala avrebbe avuto a poter vantare non più di una dozzina di tavoli, dei quali, occupati, non più di un paio, da una clientela mista, così come mista avrebbe avuto a doversi considerare l’intera popolazione locale. In un angolo del locale, intenti a un interessante tiro a segno con corti coltelli da lancio, avrebbero avuto a doversi riconoscere una coppia di donne, una tauriana e un’ofidiana, nel mentre in cui, dietro al bancone, impegnato ad asciugare alcuni boccali, avrebbe avuto a distinguersi il responsabile di tutta quella sala, forse il proprietario, nelle fattezze proprie di un canissiano dal manto fulvo.
Non un saluto fu offerto alla coppia quand’essi ebbero ad apparire sulla soglia del locale, non una cameriera si mosse ad accoglierli, nel mentre in cui, altresì, diversi sguardi inquisitori vennero loro rivolti, a cercare di comprendere cosa potessero desiderare quei due da quelle parti. Sguardi che non ebbero a preoccupare minimamente la donna guerriero, la quale, anzi, avanzò con passo quietamente deciso in direzione del bancone, decisa ad attaccare bottone, innanzitutto, proprio con il canissiano, il quale, tuttavia, non offrì evidenza di averla vista o, forse, offrì chiara riprova di non avere interesse alcuno nel riservarsi opportunità di conversazione con lei…

sabato 8 settembre 2018

2662


« Ce ne hai messo di tempo a raggiungermi… » sorrise serena e quasi allegra la donna guerriero, quasi nulla fosse accaduto, quasi non fosse mai corsa fuori dal locale nel quale avevano ordinato un caldo pasto e nel quale avrebbero potuto iniziare a cercare informazioni sul loro obiettivo, su Reel Bannihil, quasi non fosse scappata sino a quei momenti, per le strade e sui tetti, e quasi, soprattutto, non si fosse appena buttata giù dalla cima di quello stesso edificio, in un gesto che dir folle sarebbe stato sicuramente poco.
« Tu… sei pazza! » esclamò Be’Sihl, il quale avrebbe voluto dirsi colto di sorpresa dalla ricomparsa della propria amata e che pur, alla luce di quelle stesse riflessioni che lo avevano animato sino a quel momento, non avrebbe potuto essere certamente tale, benché, obiettivamente, mai si sarebbe potuto attendere un così rapido ritorno della stessa, in termini temporali sicuramente più brevi rispetto a quelli per lei abitualmente propri « Mi hai fatto prendere un colpo, prima! Ti sembra il modo di comportarsi…?! »
« Manco fosse la prima volta che muoio davanti ai tuoi occhi… » ridacchiò ella, a tentare di minimizzare l’accaduto, benché, comunque, quella battuta non poté che risultare più amara di quanto mai avrebbe desiderato apparire, nel rievocare quello che, ella ne era consapevole, era stata una grave mancanza di rispetto nei confronti dell’amato, e una mancanza di rispetto per la quale, a ruoli invertiti, probabilmente ella stessa non sarebbe stata disposta a perdonarlo.
« Se non ti amassi così tanto, dovrei odiarti! » sentenziò l’uomo, ancora una volta, come sempre, desiderando potersi arrabbiare verso di lei, desiderando potersi riservare l’occasione di farle intendere quanto, tutto ciò, lo ferisse, lo facesse soffrire, e, proprio malgrado, non riuscendo a restare così indifferente alla gioia della sua ricomparsa, del suo ritorno, come allora avrebbe dovuto avvenire affinché tale ira avesse occasione di esprimersi « Ti rendi conto di quanto chiunque mi darebbe ragione se ora decidessi di farla finita definitivamente con te, lasciando perdere tutta la follia della quale ami circondarti…?! » insistette, sforzandosi di risultare aggressivo verso di lei, benché, obiettivamente, il tono della sua voce non stesse più dimostrandosi in grado di apparire credibile da tal punto di vista.
« E’ vero. » confermò la Figlia di Marr’Mahew, dimostrando sufficiente onestà intellettuale da non tentare di negare l’evidenza dell’assenza di correttezza nel proprio comportamento con lui e, ciò non di meno, non lasciando scemare il proprio sorriso, e quel sorriso, allor, declinato in palese dolcezza nei suoi riguardi, e in una dolcezza non a lui allor destinata in un qualche tentativo di banale corruzione psicologica, quanto e piuttosto nella volontà di riconoscere esattamente quanto da lui meritato, non soltanto allora, ma per ogni singolo momento della condiviso della loro vita insieme « Potresti farlo. E ne avresti ogni ragione. Ma, per mia fortuna, non lo farai… perché, dopotutto, è anche questo che di me ti ha conquistato: e se fossi diversa da come sono, forse, non mi ameresti così come, malgrado tutto, ora mi ami. » sancì, in un’analisi tutt’altro che errata della questione, e un’analisi in conseguenza alla quale, proprio malgrado, lo shar’tiagho si sarebbe ritrovato necessariamente condannato al confronto con tutto ciò, allora e per sempre.
« Sei… sei… » tentò di formulare un qualche insulto, una qualche aggressione verso di lei, non desiderando lasciargliela vinta in maniera tanto semplice, e, ciò non di meno, non trovando possibilità di obiettare di fronte a tale argomentazione, laddove, dopotutto, ella avrebbe avuto a vantare soltanto indubbia ragionevolezza in quanto dichiarato, benché, totalmente irragionevole, avrebbe avuto a dover altresì essere considerato proprio il suo stesso comportamento, quell’ostinato amore a lei rivolto anche in conseguenza a simili eventi, a quegli assurdi egoismi « … dannazione! » esclamò alla fine, non riuscendo a insistere ulteriormente su quel fronte, e, in ciò, limitandosi a scuotere il capo con quieta rassegnazione « Per il bene di Be’Wahr, spero che la tua versione alternativa sia vagamente più accomodante rispetto a quanto non lo sia tu… altrimenti, che gli dei possano avere pietà della sua anima. » concluse, proiettando la propria intima frustrazione su altri soggetti, su un’altra coppia e, in ciò, sinceramente augurando loro una relazione diversa dalla sua, per il bene di colui che, allora, si sarebbe ritrovato a sua volta esposto ai capricci di una Midda.

Un pensiero, quello da lui allor rivolto in direzione di quel vecchio amico, di quell’antico compagno d’armi della propria amata, non casuale, non fine a se stesso, ma motivato, nelle proprie ragioni, nella propria formulazione, dalla consapevolezza maturata pochi mesi addietro nel merito di quanto, sul loro pianeta natale, a migliaia, milioni, miliardi e forse più, di anni luce di distanza dalla loro attuale posizione, un’altra Midda Bontor aveva fatto la propria comparsa da un universo alternativo. Una versione di qualche anno più giovane rispetto alla donna al centro dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, dal nome leggermente diverso, nel rispondere altresì al richiamo di Madailéin Mont-d'Orb, o Maddie, come ella stessa aveva domandato di essere apostrofata, e pur, obiettivamente, un’altra Midda. E una Midda che, per qualche strana macchinazione del fato, si era ritrovata a confronto proprio con i loro antichi amici, con i loro alleati d’un tempo, e che, anche per merito loro, aveva avuto allora occasione di inserirsi all’interno di una società ben diversa rispetto a quella per lei d’origine, e di inserirsi tanto bene al punto tale, addirittura, da sviluppare un coinvolgimento romantico con uno fra essi, il biondo Be’Wahr, il quale, a dispetto del proprio nome, non avrebbe avuto a poter vantare alcuna origine shar’tiagha.
A lui, anch’egli mercenario e avventuriero, e, ciò non di meno, uomo di gran cuore, il pensiero di Be’Sihl non avrebbe potuto ovviare a correre, sperando che, a dispetto dell’evidente parallelismo fisico esistente fra Maddie e Midda, psicologicamente le due donne avessero a doversi considerare diverse… e diverse nella misura utile, quantomeno, a concedere al biondo guerriero di ovviare a impazzire quanto, altresì, egli stesso non avrebbe potuto ovviare a compiere, nella beffa derivante dalla consapevolezza di aver a essere, dopotutto, l’unica causa del proprio male, laddove alcuno gli aveva mai richiesto di innamorarsi di lei.

« Pace…? » domandò quindi Midda, separandosi dalla parete alla quale ancora avrebbe avuto a doversi considerare appoggiata e sciogliendo l’incrocio delle proprie braccia, solo per avere occasione di avanzare verso di lui, di coprire quel paio di piedi di distanza esistente fra loro e cercare, in tal maniera, le sue labbra con le proprie, nella volontà di un bacio sicuramente immeritato, e che, pur, era sufficientemente convinta non le sarebbe mai stato negato.
« … la smetterai di continuare a scappare via da me come un’invasata…? » questionò egli, per tutta risposta, scuotendo il capo nel ben conoscere la risposta, e la risposta necessariamente negativa a simile interrogativo, e, ciò non di meno, non potendo che sperare in qualcosa di diverso, in una replica utile a concedere loro maggiore serenità, malgrado tutto.
« Non posso promettertelo… ma posso prometterti che cercherò di rallentare il mio passo, affinché, nel caso in cui io fuggissi, tu possa avere possibilità di rincorrermi. » dichiarò ella, offrendo una risposta ancora una volta quantomeno onesta, laddove qualunque altra dichiarazione non sarebbe certamente stata credibile… non, quantomeno, nel confronto con l’evidenza della realtà dei fatti « Come ho fatto anche questa volta. » soggiunse poi, avvicinandosi maggiormente a lui e suggerendo quanto, in fondo, egli fosse riuscito a raggiungerla soltanto per una sua esplicita decisione a tal riguardo, in termini utili a dover cambiare completamente l’interpretazione degli eventi occorsi sino a quel momento.
« … quest’ultima è una bugia. » negò Be’Sihl, non sottraendosi tuttavia alle sue attenzioni, non retrocedendo e ritrovandosi a parlare, praticamente, contro le morbide labbra di lei, accarezzandole con le proprie.
« Tu credi…?! » sorrise divertita, non negando e neppur confermando, nel voler in tal modo imporre necessaria ambiguità alla cosa con fare a dir poco giocoso.

E se, forse, ella avrebbe allora potuto ancor attendersi da parte sua una qualche replica, una qualche nuova obiezione, egli ovviò a prendere qualunque posizione verbale nel non potersi ulteriormente trattenere, dal punto di vista fisico, a contatto sì ravvicinato con lei e con le sue labbra, e, in ciò, concludendo ogni discussione, ogni conversazione, con un appassionato bacio, e un bacio dal quale ella non ebbe a tentare di sottrarsi, anzi immediatamente sollevando le proprie braccia dietro di lui e stringendolo con dolce foga a sé, a dimostrare, con quegli atti concreti, ancor più che con mille parole, l’appassionato sentimento che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto presente nella profondità del suo cuore.