Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 002 - La città del peccato. Mostra tutti i post
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domenica 9 marzo 2008
059
Avventura
002 - La città del peccato
Senza una sola parola Midda ed il cavaliere della Confraternita cavalcarono verso Kriarya, mentre alle loro spalle nuove voci di guerra si levarono dalla piana di Kruth: con la stessa libertà con cui la donna guerriero aveva compiuto una scelta nell’abbandonare quella battaglia, gli altri mercenari avevano compiuto la propria nel decidere di continuare la stessa, nel cercare la conclusione di quel conflitto nel proprio annientamento o in quello, agli occhi di lei meno probabile, dell’avversario.
In cuor suo ella non poté non provare pena per quegli uomini e quelle donne che nelle ultime ore, in una immeritata reciproca fiducia, aveva imparato a considerare compagni d’arme: le parole del tranitha risuonavano ancora nella di lei mente, con l’accusa di tradimento, di abbandono. La donna era conscia della futilità di tali parole, delle reali ragioni per cui esse erano state pronunciate, ma nonostante ciò una parte di lei non poteva evitare di rimembrarle. Mentre ella stava tornando alla propria vita, ad una nuova avventura, altri uomini e donne stavano morendo in un’impresa che lei aveva rifiutato: ed il dubbio sulla loro possibilità di vittoria, di salvezza se lei fosse rimasta con loro non poteva esserle evitato, non poteva non domandarsi se fosse stato proprio il suo rifiuto a condannarli a morte. Al di fuori di queste umane incertezze, in lei era la consapevolezza di aver offerto loro una possibilità di vita, nel rispetto della loro autodeterminazione: se essi avevano deciso di rischiare il proprio destino, in nome di propri valori o in nome del denaro loro offerto, lei non poteva, non doveva sentirsi colpevole della loro sorte.
Una fitta alla spalla, nel movimento ritmico del cavallo, riportò la di lei attenzione al momento attuale, e con esso alle di lei prioritarie esigenze. Con la conclusione dell’effetto adrenalinico offerto dalla battaglia appena trascorsa, infatti, ella sentiva fra l’altro il proprio corpo ormai stremato, nel dolore della ferita nuovamente sanguinante sotto il mantello per gli sforzi a cui, comunque, non aveva potuto evitare di sottoporla seppur indirettamente: aveva osato, forse anche troppo, ma almeno il di lei obiettivo era stato raggiunto. Presto avrebbe potuto concedersi il riposo dei giusti, ritrovando le premure del buon Be’Sihl nel cucirle nuovamente il danno, nel nutrirla e nel proibirle qualsiasi movimento. Ovviamente, però, ella non sarebbe rimasta a riposo: un nuovo viaggio, una nuova avventura l’attendeva, nel riportare a casa la sua protetta e nell’allontanarsi per un po’ dalla capitale. Le ripercussioni degli eventi di quella giornata, qualsiasi fosse stata la loro conclusione, avrebbero sicuramente creato spiacevoli passaggi di potere in città, in una ricerca di nuovi equilibri fra vincitori e vinti, nell’instaurarsi di nuove regole, di nuove leggi non scritte con cui anch’ella avrebbe dovuto fare i conti in futuro. Ma in quel momento ella si sentiva stanca del clima di Kofreya, stanca dell’aria di Kriarya: un lungo viaggio, in nuove terre, affrontando nuovi nemici e nuovi pericoli, l’avrebbe sicuramente aiutata a ritrovare desiderio di tornare indietro. Di accettare, forse, le responsabilità che avrebbe avuto per la guerra di cui si era ritrovata suo malgrado protagonista.
Con tali pensieri, contrastanti fra loro nell’emotività e nel raziocinio di lei, la donna guerriero cavalcò con fierezza, senza offrire all’esterno alcuna immagine dei propri dubbi interiori, mantenendo schiena dritta e testa alta nel reggere unicamente con la destra le redini dell’animale, impossibilitata del resto a fare altrimenti. Non uno sguardo al suo mascherato accompagnatore, non uno sguardo a Camne, la quale appariva frastornata dagli eventi, da quella inattesa, insperata liberazione. Per la fanciulla aver finalmente riconosciuto il viso di Midda doveva essere stato un sollievo, ma l’essere ancora legata ed imprigionata fra le braccia del cavaliere in armatura non le concedeva per il momento possibilità di rilassamento.
Quando alfine la coppia giunse in vista della porta settentrionale della città, il mercenario della Confraternita arrestò il proprio cavallo, imitato immediatamente dalla donna guerriero.
« Qui le nostre strade si dividono, Midda Bontor. » commentò egli, sollevando di peso il fragile corpo della ragazza per lasciarlo posare a terra, reggendola fino a quando ella non trovò da sola il proprio equilibrio nonostante le caviglie legate.
La donna, annuendo a quelle parole e vedendo rispettati i patti stabiliti, smontò dal cavallo concessole per quel tragitto, guidando poi la bestia fino al cavaliere e riaccostandosi, in tal modo, alla giovane: questa, nel ritrovarsi libera seppur ancora costretta dalle corde, non poté evitare di cercare protezione, avvicinandosi a colei che era stata per due volte la di lei liberatrice.
« Non escludo che in futuro i nostri destini possano nuovamente incrociarsi… » aggiunse il cavaliere, riprendendo il controllo anche sul secondo animale nel ricevere le redini dalla mercenaria « Quando ciò avverrà, lo scontro sarà inevitabile: la responsabilità per la morte del mio amico grava ancora sulle tue spalle e non lo dimenticherò. »
« Non hai imparato nulla dall’esperienza di oggi. » rispose la donna, scuotendo il capo « Pregherò Thyres per la salvezza della tua anima, il giorno in cui deciderai di cercare la morte contro di me. » aggiunse sprezzante verso di lui, verso quei toni tornati ad essere alteri e superbi, senza alzare lo sguardo per osservarlo.
L’uomo, per un istante, restò indeciso sul replicare o meno a quella frase, a quelle parole tanto forti, quasi ingiuriose verso di lui: nel comprendere che quella reazione gli era comunque dovuta come conseguenza delle proprie parole, egli votò a favore del silenzio, voltando la propria cavalcatura e riprendendo il cammino verso la piana di Kruth, abbandonando senza alcuna parola o cenno di saluto la donna e la fanciulla al proprio fato.
Midda, a quel punto, si chinò sul corpo della giovane, ancora avvolto dalle stesse lenzuola in cui l’aveva vista per l’ultima volta, per spezzare le corde che la stringevano, liberandola dalla propria prigionia.
« Non era proprio questo che speravo per il tuo soggiorno qui. » sorrise sollevando lo sguardo verso la fanciulla, tentando di rassicurarla con i toni scherzosi.
Camne, però, finalmente libera dai propri legami fisici e dall’oppressione psicologica del rapimento, non riuscì a resistere alle emozioni del momento, svenendo e trovando immediato sostegno nel braccio metallico della sua protettrice.
« E non era proprio questo che speravo per la tua liberazione. » commentò a quel punto la donna, scuotendo il capo « C’è ancora molto da lavorare sul tuo carattere, bambina. »
sabato 8 marzo 2008
058
Avventura
002 - La città del peccato
« E così ci abbandoni?! » domandò con evidente trasporto emotivo il tranitha, piazzandosi di fronte alla donna guerriero nel momento in cui il cavaliere si allontanò, per riportare gli accordi raggiunti ai propri compagni.
« Non essere melodrammatico, guercio. » scosse il capo Midda, per tutta risposta « Siamo mercenari, come tu hai ricordato perfettamente prima. Il nostro interesse in una battaglia si conclude laddove finisce la nostra possibilità di una ricompensa adeguata. »
« I mecenati ci saranno più che riconoscenti alla conclusione di questa missione… lo sai! » intervenne una terza voce, uno dei mercenari di Kriarya avvicinatosi, al pari degli altri, a lei per comprendere meglio l’evolversi della situazione « Che senso ha ritirarsi adesso? Che senso ha arrendersi quando stiamo vincendo? »
« Sciocchi! » inveì la donna guerriero, a quelle parole « La morte è l’unico guadagno che otterrete se continuerete per questa via: un guerriero deve saper riconoscere i propri limiti, deve comprendere quando è necessario retrocedere di un passo per salvarsi da fine sicura. »
« Noi valiamo di più loro! Lo abbiamo dimostrato! » protestò una voce non meglio identificata nel gruppo.
« Non avete ancora compreso nulla? » sentenziò la donna, in una domanda che aveva il sapore di una triste affermazione « Non avete ancora compreso l’importanza di non sottovalutare gli avversari? Di non dare nulla per scontato? Di non arrogarsi alcun vantaggio? »
La donna si mosse, per uscire dalla folla che l’aveva circondata, quasi a voler cercare un distacco fisico da loro oltre che psicologico. Nessuno osò allungare una mano a trattenerla, nessuno tentò di frapporsi sul di lei cammino, ad impedirle il proseguo dello stesso. Tutti, però, la osservarono, cercando da lei spiegazioni per quello che non potevano evitare di avvertire come un tradimento, come un abbandono.
« Noi non stiamo vincendo! » riprese ella, dopo aver riconquistato un po’ d’aria, ponendo qualche passo fra sé e gli altri « Abbiamo saputo sfruttare i difetti dei nostri avversari contro loro stessi, la loro superbia a loro discapito: questo ci ha permesso di imporci nonostante la sproporzione esistente, questo ci ha permesso, in parte, di sopravvivere fino ad ora. »
« Abbiamo ancora risorse. Abbiamo ancora altri guerrieri da schierare! » replicò il tranitha, riaffiorando a sua volta dalla folla « Perché lasciare il campo ora? »
« Per sopravvivere! » rispose la donna, con un momento di enfasi nella voce « Che senso avrebbe la vittoria se non potremo essere qui per festeggiarla? E, comunque, credete veramente che questa vittoria potrà liberarci dalla minaccia della Confraternita? »
Tutti restarono in silenzio, non sapendo cosa poterle rispondere.
« Se anche ne uccidessimo trecento, altri trecento… o seicento di loro tornerebbero. » riprese la donna, con egual tono « E poi cosa dovremmo fare? Uccidere anch’essi… ma a prezzo di quante delle nostre vite? E se ne seguissero altri? Tutta Kofreya da anni è impegnata in un’assurda ed inutile guerra con Y’Shalf… e voi desiderate davvero iniziarne una nuova? »
« Ma… » tentò di intervenire qualcuno.
« Ho sufficiente rispetto verso la mia stessa vita per evitare di gettarla inutilmente in questa assurdità… » continuò la donna, iniziando ad abbassare la voce a livelli più consueti « Dovendo morire, vorrei poter essere io a decidere come… e questa non è una ragione sufficiente per farlo. »
Nessuno ora si levò a cercare di replicare, a negare la realtà dei fatti da lei suggerita nella propria analisi.
« Il mio lavoro sarà concluso con il rilascio della mia protetta… » concluse ella « Non ho altro da aggiungere. »
Con tali parole Midda voltò le spalle al gruppo di mercenari, rivolgendo lo sguardo verso l’accampamento nemico: aveva parlato anche troppo per i propri gusti, abituata come era a lavorare da sola, scegliendo unicamente sulla propria vita, prendendo decisioni solo sul proprio destino. Non aveva alcun diritto di spiegare ad altri come vivere le proprie vite, ma al contempo gli altri non dovevano arrogarsi il diritto di sentenziare su quella di lei: non aveva mai dovuto rendere conto di sé .
Dopo qualche minuto, nella direzione dell’accampamento la figura del cavaliere ricomparve ancora sotto l’insegna della bandiera bianca, accompagnato questa volta da un secondo cavallo vuoto e da un’altra figura trattenuta fra le sue braccia, col volto coperto ed il corpo legato. La donna guerriero a quel punto si aprì in un lieve ma sentito sorriso, rallegrandosi sinceramente che, per una volta, almeno la Confraternita del Tramonto avesse dimostrato di poter possedere un minimo di buon senso.
L’uomo condusse il proprio cavallo e quello ad esso legato fino alla mercenaria, fermandosi nuovamente di fronte ad ella. Arrivato quale fu in quella posizione, sciolse il laccio che stringeva il cappuccio nero attorno al capo del proprio ostaggio, per liberarne il viso: una cascata di lunghi capelli rossi coprì le spalle delicate della giovane conosciuta dalla donna guerriero con il nome di Camne. La ragazza, non imbavagliata, gemette nel momento in cui la luce del sole le trafisse improvvisamente gli occhi: alzando le mani fra loro legate all’altezza dei polsi cercò di proteggere il proprio sguardo, restando immobile altresì fra le braccia del proprio carceriere.
« La ragazza è libera. » sentenziò il cavaliere, rivolgendosi verso la donna « Ora rispetta la parola offerta: sali sul cavallo ed accompagnami fino alle porte di Kriarya. Una volta giunti lì, tu e lei sarete libere di proseguire il vostro cammino, mentre io tornerò dai miei compagni. »
Midda osservò il cavaliere non potendo fare altro che annuire a quelle parole. Si era attesa del resto una proposta simile da parte loro, nel volersi assicurare che ella lasciasse veramente la piana di Kruth: evidentemente, data l’accettata liberazione della fanciulla, la Confraternita aveva giudicato conveniente lo scambio da lei offerto, speranzosi che gli altri mercenari, senza la di lei guida, cessassero il proprio attacco o, eventualmente, perissero per l’inferiorità numerica in cui già si trovavano.
Voltandosi un’ultima volta verso i propri compagni d’arme e verso il tranitha, la donna guerriero cercò nei loro sguardi un qualche indizio sul futuro che avrebbero scelto, sul destino per cui si sarebbero votati. Non poteva evitare di sperare, per umana compassione, che essi comprendessero l’inutilità del proseguimento di quello scontro, tornando a loro volta verso la capitale. Ma una parte di lei, purtroppo, era convinta che il sangue lì versato non sarebbe ancora stato sufficiente per spegnere le speranze di una vittoria di gloria ed onori.
« Vi prego… » sussurrò, praticamente inudibile « … non proseguite oltre. »
Ed in quelle parole ella afferrò con la propria mano destra la sella del cavallo offertole, slanciandosi poi a risalire su di esso per avviarsi al seguito del cavaliere verso la città, lontano dal fetore di morte che iniziava a saturare la calda aria della piana.
venerdì 7 marzo 2008
057
Avventura
002 - La città del peccato
« Cosa vuoi fare? » sussurrò il tranitha, accostandosi alla donna guerriero nell’udire le di lei parole « Abbiamo la vittoria in pugno… la tua tattica si sta dimostrando vincente. »
Ma Midda parve non volerlo ascoltare, non voler rivolgere ulteriore attenzione alle parole dell’uomo, del compagno d’arme che aveva già dimostrato in più occasioni a lei totale fedeltà.
« Consegnatemi Camne! » gridò nuovamente ella, rivolgendosi ai propri avversari « Consegnatemi la mia protetta ed il mio braccio non si leverà più contro di voi. Rifiutate questa resa e sarete annientati! »
« Per gli dei… sfregiata! Cosa vuoi fare? » tentò nuovamente di parlare il guercio, ora senza più sussurrare « Completiamo l’opera. Distruggiamo questo accampamento, uccidiamo tutti i guerrieri della Confraternita… avremo i soldi della ricompensa e la gloria di questa impresa, che resterà in imperitura memoria a Kriarya! »
« Sciocco. » sussurrò la donna rispondendogli « Non comprendi che questo massacro è un inutile gioco di potere in cui noi siamo semplici marionette? Oggi potresti anche essere il vincitore, ma domani il tuo sacrificio potrebbe essere richiesto da colui per cui oggi tu combatti. »
« Sono un mercenario. Siamo tutti mercenari. » replicò l’uomo « La nostra vita è la guerra. Uccidere i nemici di colui che ci offre più oro per compiere questo. Come puoi essere tanto ipocrita da negare questa realtà? Anche tu lo stai facendo… »
« Questa guerra non è la mia guerra. » rispose ella, a labbra strette « La mia attuale missione è riportare a casa quella ragazza, non condannare a morte questi sciocchi. »
Prima che il tranitha potesse avere possibilità di replicare, una voce si levò dal campo, la voce dello stesso cavaliere con cui la donna guerriero aveva tentato un dialogo prima dell’inizio del conflitto. Egli, sorgendo fra le tende dell’accampamento, si mosse nuovamente a cavallo verso di loro.
« Midda Bontor! » esclamò egli, alzando il proprio pugno mancino nel quale si mostrava sorretto un panno bianco « Midda Bontor! Desidero parlare! »
I mercenari di Kriarya iniziarono a fremere nel vedere giungere il cavaliere, per nulla desiderosi di ulteriori chiacchiere ma solo di lotta e sangue. La donna, però, levando il proprio braccio destro intimò la calma nei presenti: quel dialogo era stato da lei richiesto e chiunque non lo avesse rispettato avrebbe dovuto accettare di affrontarla, nelle conseguenze della propria scellerata azione. Per rispetto e per timore di ella più che dell’avversario, gli uomini e le donne della capitale restarono ognuno al proprio posto, approfittando di quel momento di pausa per riprendere fiato ed improvvisare i primi bendaggi sulle ferite ricevute.
Il cavallo giunse nuovamente di fronte a Midda e, questa volta, il cavaliere smontò da esso per porsi allo stesso livello di ella: qualcosa, nella mentalità dell’uomo, era cambiato e, in un gesto tanto elementare quanto ricco di significati impliciti ed espliciti, ciò risultava chiaramente visibile.
« Sono qui per trattare. » esordì egli, parlando con tono chiaro ma contenuto come se desiderasse che il colloquio potesse riguardare solo se stesso e la donna.
« Ed io sono qui per ascoltarti. » rispose ella, con quiete in volto e nella voce, quasi fosse una persona completamente diversa da colei che fino a pochi minuti prima spargeva morte sui verdi prati della piana.
« Siamo disposti al rilascio della prigioniera… » continuò egli.
« Dell’ostaggio. » lo corresse lei, sorridendo sorniona per la distorta veduta dei fatti da parte del cavaliere.
« … ma dovrete abbandonare immediatamente il campo di battaglia, facendo ritorno alla vostra città senza proporre alcun’altra condizione. » aggiunse l’uomo « La nostra non è e non vuole essere una resa e la Confraternita un giorno si estenderà anche su Kriarya, che voi ed i vostri signori lo vogliate oppure no. »
« Io non sono a comando di questi uomini e donne. » intervenne la donna, voce alta e ferma in modo che chiunque attorno a lei potesse ascoltare « Ed i nostri obiettivi non sono eguali, seppur finora parzialmente comuni. Per quanto mi riguarda desidero solo la libertà della mia protetta: ottenuto ciò lascerò questo campo senza farvi ulteriore ritorno a meno che voi non mi costringiate nuovamente a farlo con le vostre sventurate azioni. »
Un mormorio di dissenso non poté evitare di diffondersi presso tutti i presenti, compagni d’arme della donna: ella, ottenuto ciò che desiderava, avrebbe lasciato il campo disinteressandosi agli impegni presi con i mecenati, disinteressandosi alla lotta contro il giogo che la Confraternita voleva imporre su tutti loro. A lei si erano tutti affidati, alle di lei decisioni, al di lei comando ed ella non desiderava continuare oltre, era pronta anzi a scendere a patti con i loro avversari, rendendo vane le morti e le ferite già subite nel negare così loro qualsiasi ricompensa ed onore.
Ma ella, dal proprio punto di vista, agiva in coerenza con le proprie parole, con le proprie scelte: non aveva accettato il comando di quella legione di mercenari, non aveva accettato di guidarli quand’essi gliel’avevano proposto. La donna guerriero si era loro offerta come compagna d’arme, per combattere accanto a loro, in prima linea davanti a loro, aiutandoli con le proprie competenze, il proprio spirito d’iniziativa: nulla di più la legava a quella battaglia, neanche, in effetti, un incarico da parte del proprio mecenate visto che lord Brote aveva commesso l’imprudenza di dare per scontata la di lei accettazione della missione, laddove invece ad ella nulla importava della stessa.
« Ed in merito agli altri? » domandò il cavaliere, indicando tutti i mercenari attorno a lei.
« Della loro vita io non ho responsabilità. Delle loro scelte io non ho colpa. » rispose la donna, quasi fredda nel tono della propria voce come nell’azzurro glaciale dei propri occhi « Proseguire oltre questo scontro per me non condurrà ad alcun risultato degno di essere raggiunto: se essi, però, desidereranno proseguire su questa strada, non sarò io ad impedirlo. Non sarò io a negare loro questa possibilità. »
Il cavaliere restò in silenzio dopo quelle parole, soppesando da dietro la propria celata che ancora nascondeva il di lui viso tutte le implicazioni dell’accettazione della proposta offertagli.
« In cambio della liberazione della tua compagna offri pertanto solo la tua personale rinuncia alla lotta, ho compreso correttamente? » cercò conferma, ritrovando voce.
« Hai compreso correttamente. » annuì la donna « Anche se, a titolo completamente gratuito, suggerirei a tutti voi di rinunciare alla follia di questa lotta. Le vostre forze si equivalgono, per quanto i numeri in campo differiscano, e proseguendo in questo senso potrete solo distruggervi a vicenda. »
giovedì 6 marzo 2008
056
Avventura
002 - La città del peccato
Nell’evidenza dell’imprevista piega presa dallo scontro, nell’accampamento della Confraternita la tensione crebbe fra gli animi dei guerrieri. Coloro che non erano ancora stati allertati vennero presto richiamati alle armi, mentre le tre colonne di mercenari già pronte alla battaglia non riuscirono ad essere trattenute, gettandosi in avanti in soccorso ai propri compagni. La situazione avrebbe così presto visto gli equilibri ribaltarsi, ponendo i guerrieri di Kriarya accerchiati ed in minoranza numerica: laddove in quella prima azione essi erano infatti riusciti a mantenere quasi intatto il proprio numero a discapito di quello avversario praticamente ridotto allo stremo, di fronte all’arrivo dei rinforzi si sarebbero trovati chiusi in trappola se Midda non avesse avuto la premura di prevedere tale evoluzione e predisporre la controffensiva ancor prima dell’attacco iniziale, con abilità degna di una giocatrice esperta di chaturaji. Nel momento in cui le tre colonne nemiche, gettate in corsa verso il teatro della battaglia, si ritrovarono oltre la metà della distanza che divideva il loro campo base dal loro stesso obiettivo, due contemporanee grida di guerra distolsero la loro attenzione, spiazzando i membri della Confraternita in un nuovo ed inatteso colpo di scena. Come emergendo dal terreno stesso, a meno di una trentina di piedi rispetto alla posizione da essi raggiunta, si rivelarono su entrambi i fronti laterali due nuovi gruppi di mercenari armati e pronti alla lotta, in corsa contro di loro per intercettarli e falciarli nella potenza della morsa così nuovamente creatasi.
La donna guerriero non poté evitare di concedersi un lieve sorriso di soddisfazione di fronte allo scompiglio dei propri nemici, dove nel caos della battaglia non era in grado di offrire le proprie classiche frecciatine psicologicamente liberatorie per lei e sgradite ai di lei avversari. Attirando con il proprio plateale ingresso in scena l’attenzione della Confraternita sull’avanzata del gruppo comandato da lei stessa, infatti, Midda aveva contemporaneamente fatto procedere altri sessanta guerrieri, divisi in due schieramenti, ad inoltrarsi discretamente all’interno della piana di Kruth, muovendosi strisciando per terra nell’effimero ma utile velo protettivo offerto dall’erba verde della medesima. Sperare di non farsi notare in quella radura, pur muovendosi rasoterra, sarebbe stato segno di stoltezza in condizioni normali: laddove, però, ogni sguardo avversario era attratto verso il gruppo principale, in un ora evidente specchio per allodole, quella tattica si era dimostrata vincente, offrendo i frutti sperati.
Non più di ottanta mercenari di Kriarya, così, erano stati schierati all’interno del campo di battaglia, a contrastare le forze della Confraternita ritrovatesi a poter conteggiare poco più di una sessantina di combattenti. La proporzione numerica, nuovamente, volgeva a favore dell’improvvisata armata della città del peccato, insieme alla conquista di una posizione strategica rispetto agli avversari.
Le sorti della battaglia erano ancora in gioco.
« Il tuo amico shar’tiagho non approverebbe tutto questo… » esclamò la voce del tranitha, giungendo alle spalle della donna guerriero.
« E tu non dirglielo… » rispose ella, sferrando un pugno contro un’avversaria prima che questa potesse abbassare la propria arma levata contro di lei.
« Stai chiedendomi di mentirgli? » domandò l’uomo, con simulato ed esagerato stupore a tale proposta « Il mio animo è troppo puro per macchiarsi di un tale atto… »
« Sicuro? Non sono convinta che il tizio a cui hai appena distrutto una spalla creda fermamente alla purezza del tuo animo. » replicò ella con sarcasmo, riferendosi ad un mercenario della Confraternita appena caduto sotto i colpi del guercio.
« Sai qual è il tuo principale problema? » intervenne egli, intercettando un avversario diretto contro di lei ed attaccandolo con violenza.
« L’essere troppo affascinante? » sorrise sorniona la donna, sinceramente felice di trovare in quel discorso un po’ di sfogo mentale dallo stress della battaglia in corso, troppo silenziosa per i di lei gusti.
« No… » negò il tranitha, sollevando di peso il proprio nemico per gettarlo come un proiettile umano contro altri avversari « Focalizzarti sempre sui particolari: perché considerare dettagli inutili come il massacro in corso rispetto al dis… »
« Ti vengono spontanee queste stupidate o ci pensi anche? » lo bloccò ella, trattenendosi dal ridere per il tono adoperato dal compagno, continuando a combattere la propria battaglia.
« Ritengo sia un talento naturale… » rispose egli, dimostrando di essere in grado di non prendersi troppo seriamente.
I caduti, da ambo le fazioni, rendevano ormai rosso il terreno prima verdeggiante d’erba, in un ammasso contorto di carne e viscere da cui troppi lamenti si levavano, in nome del predominio politico sulla capitale. La donna guerriero non era sufficientemente ipocrita da potersi ingannare citando alti ideali di libertà e di pace in quello scontro forsennato: sebbene una certa libertà fosse comunque in gioco, ossia quella dei mercenari indipendenti come era anche lei stessa, sapeva bene che l’unica ragione chiave di quel conflitto era solo il desiderio di potere dei vari signori di Kriarya, gli stessi che in quel momento dall’alto delle rispettive torri probabilmente erano impegnati nel tentativo di scrutare l’orizzonte cercando indizi e proponendosi ipotesi alternative sulla conclusione della battaglia in corso. Senza quell’assurda ricerca di supremazia, forse la Confraternita non sarebbe giunta fino a lì e, di certo, loro non avrebbero avuto ragioni per attaccarla in maniera tanto diretta.
Ella, comunque, non cessava di ricordare a se stessa l’unica ragione per cui si era spinta alla piana di Kruth, l’unica motivazione che muoveva la di lei mano contro i corpi dei propri avversari. E non appena un istante di quiete e di silenzio ritornò a dominare nel teatro dello scontro, con la morte di ogni elemento della Confraternita lì giunto e quella di quasi la metà dei mercenari della capitale già svelati agli avversari, la donna guerriero non poté evitare un tentativo di porre fine a quell’inutile carneficina.
« Membri della Confraternita del Tramonto! » pronunciò ad alta voce, per richiamare l’attenzione delle nuove truppe già schierate e pronte a rinnovare l’attacco « Membri della Confraternita! Il mio nome è Midda Bontor! »
Tutti i di lei compagni d’arme si volsero a guardarla, non attendendo quella mossa, non sapendo come reagire alla stessa, restando in attesa però fiduciosi che colei che fino a quel momento aveva permesso loro di dimostrarsi superiori sugli avversari non avrebbe agito se non per il successo della loro missione, per il conseguimento della vittoria in quella battaglia.
« Il mio nome è Midda Bontor! » ripeté, cercando di aumentare il tono di voce, per evitare che le di lei parole potessero non essere udite « E questo nome sarà l’ultima cosa che udirete se non accetterete di restituire la libertà alla mia protetta, a colei che avete rapito indegnamente per permettere al vostro signore di ricattarmi! »
mercoledì 5 marzo 2008
055
Avventura
002 - La città del peccato
E guerra fu.
Dopo il ritorno dei cavalieri fra le proprie fila, due plotoni della Confraternita si distaccarono dagli altri tre, avanzando con passo cadenzato verso gli avversari: essi, per tutta risposta, ripresero a loro volta a procedere verso l’accampamento, mantenendosi ordinatamente disposti come erano stati fino a quel momento. La sproporzione, per quel primo attacco, sarebbe stata quindi inesistente nel confronto fra due fazioni praticamente equivalenti: come Midda aveva previsto nella propria strategia, infatti, la sicurezza dimostrata dalla controparte nei loro confronti risultava tale da considerare quella battaglia come una banale esercitazione.
Meno di cinquanta metri separava i due schieramenti quando iniziarono a sorgere le prime inquietudini nei componenti di entrambe: da un lato, disposti in quattro file verticali su due diverse colonne distaccate da pochi metri, i membri della Confraternita venivano trattenuti a stento dai loro superiori; dal lato opposto, senza una sola parola, la donna guerriero capeggiava i propri compagni mantenendoli su due lunghe righe orizzontali. La scelta compiuta da ella per quel posizionamento apparve del tutto sconclusionata agli avversari, che la ritennero l’ennesima dimostrazione di inferiorità strategica, di mancanza di esperienza rispetto a loro: uno schieramento tanto esposto, infatti, avrebbe accolto con meno resistenza l’imminente attacco, richiedendo maggiori ed inutili sforzi difensivi di fronte alla loro potenza compatta e solida. Le due colonne della Confraternita, approssimandosi ai propri avversari, si riunificarono in una sola grande formazione rettangolare, con coordinazione degna di qualsiasi esercito regolare. Ma mentre il passo di essi si faceva sempre più frenetico nell’entusiasmo dell’imminente attacco, il gruppo di mercenari di Kriarya restava calmo, rallentando, anzi, il proprio avanzare.
Furono lunghi minuti, pieni di tensione al punto da farli apparire intensi come ore intere: era in corso un sottile gioco psicologico fra i due avversari, in attesa che uno o l’altro decidesse di compiere il primo attacco, di versare il primo sangue. Alla fine, però, il desiderio di poter finalmente confrontarsi con un avversario in un combattimento vero e non più in un’ennesima simulazione ebbe il sopravvento nei mercenari della Confraternita: quando solo una decina di metri rimasero a dividere le due fazioni, lanciando un alto grido di battaglia essi si gettarono in avanti, armi in pugno, per investire con l’onda della propria furia i nemici. Midda restò immobile, osservando gli avversari correre proprio verso di lei, lei che era al centro della formazione dei propri uomini, lei che era forse il principale interesse per tutti loro, desiderosi di legare il proprio nome alla notizia della sua uccisione. La donna guerriero non offrì un solo movimento, non un gesto di guardia, socchiudendo appena gli occhi e concentrandosi sull’azione come se l’attacco riguardasse solo lei e quei nemici rosso bardati nei colori della loro organizzazione, come se il resto del mondo avesse cessato di esistere e con esso ogni compagno d’arme attorno a se stessa. Solo quando l’odore aspro del cibo mal digerito fuoriuscente dalle gole dei membri della Confraternita fu chiaramente distinguibile nell’aria di fronte a lei, solo quando le loro armi parvero ormai pronte ad annientarla, la donna guerriero gettò a propria volta un alto grido, lasciando muovere i propri uomini come un membra di un solo essere, del proprio stesso corpo.
La coordinazione di una tattica mai provata prima fu perfettamente posta in essere da un gruppo di mercenari fra loro estranei al punto tale che fra loro riuscivano a distinguersi dagli avversari solo per l’assenza delle caratteristiche vesti scarlatte: aprendosi in due schiere, gli uomini di Kriarya non opposero resistenza al passaggio dei propri nemici, sfruttando anzi l’enfasi di quel tentativo d’offesa contro gli stessi attaccanti in maniera non dissimile da ciò che spesso la donna guerriero compiva nei combattimenti corpo a corpo. Così essi si ritrovarono a circondare su entrambi i lati i membri della Confraternita e questi, allibiti, non poterono fare altro che cercare di organizzare un’estemporanea difesa: le armi saettarono in lampi di metalli lucenti, cozzando contro corazze, scudi ed altre armi, lasciando sprizzare scintille di violenza e sangue di vita nell’aria e sull’erba, in un caos selvaggio e privo di ogni regola al di fuori della più elementare e naturale… la sopravvivenza.
Midda, battendosi con slancio ed determinazione, affrontò i propri avversari con una paradossale e contemporanea fermezza ed agilità, in una danza continua di muscoli e tendini tesi sotto la pelle appena imperlata dal sudore per la presenza a lei scomoda del mantello. Ella era abituata a lottare libera da ogni corazza, libera da ogni manto, sfruttando le proprie risorse fisiche al loro pieno, nel controllo assoluto sul proprio corpo e sulla propria mente: in quel momento, al contrario, uno dei suoi arti non le era concesso e tutto il suo organismo si ritrovava prigioniero di una stoffa inutile e dannosa. Ma, nonostante tutto quello, nonostante solo una mano disarmata le fosse riservata come unica possibilità di offesa e di difesa, ella non si ritrasse per un solo istante dalla mischia, cercando anzi di addentrarsi sempre di più in essa, quasi a voler penetrare il cuore della formazione avversaria come un’arma vivente.
I guerrieri della capitale lottavano al di lei fianco, con vigore e forza, impiegando ogni propria risorsa, ogni stile di combattimento noto, in una varietà eterogenea di menti ed esperienze che si contrapponevano all’omologazione derivata dalla formazione e dall’addestramento a tavolino dei loro avversari. Il principale vantaggio dei mercenari di Kriarya, del resto, era dato dal bagaglio di esperienze, dal carico di sangue e morte che ognuno di essi portava nel proprio animo da epoca più o meno remota: non due fra essi si sarebbero ritrovati a combattere in egual maniera, offrendo ai loro avversari gesti equivalenti, movimenti assimilabili. La formazione di quegli uomini non derivava da una scuola comune, da un addestramento condiviso, ma dalla vita stessa, dal tutti i combattimenti, da tutte le battaglie, da tutte le guerre che prima di quel giorno li avevano visti partecipi. E sfruttando quel loro vantaggio, quel loro punto di forza secondo le indicazioni della donna guerriero, essi non si impegnavano in una sola lotta, non si lasciavano coinvolgere da un solo avversario, muovendosi continuamente, mischiandosi senza tregua al fine di non permettere ad alcun nemico di avere il tempo di elaborare una tecnica difensiva adeguata all’offesa ricevuta.
Ai membri della Confraternita, così, non restò alternativa al di fuori della morte: circondati dai propri antagonisti, in continuo movimento attorno a loro, essi tentarono invano di offrire una difesa o, peggio, un contrattacco, non trovando alcun successo in un senso o nell’altro. La battaglia in cui avevano deciso di impegnarsi, troppo fiduciosi del proprio addestramento, troppo certi delle proprie potenzialità, non vedeva avversari regolari offrirsi loro, in attacchi disciplinati, in azioni riconoscibili, identificabili: ai loro occhi tutto quello era un caos assimilabile ad un’enorme e letale rissa da taverna, senza taverna, senza ubriachi e, purtroppo, senza possibilità di sopravvivenza.
« Vi avevo domandato la resa. Avreste potuto salvarvi, avreste potuto evitare questa carneficina. » sussurrò a denti stretti la donna guerriero, verso un giovane della Confraternita da lei preso in una morsa al collo « Perché non avete voluto ascoltarmi? Perché? »
Ma al di lei avversario non venne offerto il tempo di rispondere a quella domanda retorica, nel momento in cui ella, con violenza, lo slanciò contro i di lui compagni, lasciandolo infilzare dalle loro stesse armi per essere libera di procedere in un nuovo e rapido attacco.
martedì 4 marzo 2008
054
Avventura
002 - La città del peccato
Ovviamente la proposta della donna non trovò alcun dissenso nei presenti: per gli undici capigruppo quelle parole equivalevano ad un’accettazione di responsabilità per tutto quello che sarebbe potuto accadere, sebbene il senso delle stesse fosse totalmente opposto; per gli altri novanta presenti, quelle frasi erano un invito alla gloria della battaglia, la possibilità di poter un giorno raccontare di aver accompagnato la famosa Midda Bontor nel cuore della mischia contro l’ancor più celebre Confraternita del Tramonto. Agli occhi dei più giovani fra i guerrieri presenti quell’occasione era perfetta per incrementare la fama attorno al proprio nome, agli occhi dei più maturi quel momento era una possibilità forse irripetibile dato che rare erano le cronache che vedevano quella guerriera protagonista di azioni in gruppo ed ancor più rare erano le cronache che narravano di attacchi alla temuta organizzazione mercenaria.
La donna, del resto, per quanto avesse dichiarato di non essere intenzionata a guidare alcuno nella mischia, non poté evitare di suggerire una minimale tattica offensiva. Gli undici, purtroppo, avevano ragione nella frase proposta per cercare di ingannarla: per quanto i cento mercenari potessero essere esperti nello scontro individuale, per quante capacità combattive potessero aver affinato nel corso di innumerevoli lotte, ciò contro cui stavano andando si trovava oltre ai loro normali obiettivi, oltre anche ai di lei normali obiettivi. Non potevano permettersi di attaccare allo sbaraglio o avrebbero fatto la fine di una labile onda marina contro un’alta e forte parete scogliosa, infrangendosi senza colpo ferire.
Due ore mancavano ormai al raggiungimento dello zenit da parte del sole nel momento in cui un primo contingente di guerrieri di Kriarya iniziò a marciare compatto all’interno della piana di Kruth: schierati in due file da venti elementi ciascuna, quaranta uomini scelti in modo eterogeneo fra tutti i mercenari a disposizione vedevano davanti a loro, in mezzo a loro, una figura ammantata di rosso, dal capo scoperto e dai corti capelli neri scomposti dal vento, dettare il loro passo con sguardo deciso e postura fiera. Nessuna bandiera segnalava eventuali desideri diplomatici in quel plotone ed, anzi, la più variegata offerta di armi già impugnate e scintillanti sotto la luce del sole dichiarava in maniera inequivocabile un intento offensivo.
Come prevedibile, non appena il gruppo iniziò a calpestare la verde erba della piana, esso fu immediatamente avvistato dall’accampamento loro obiettivo nel quale il fermento della sorpresa si mischiò al desiderio di trovare in uno scontro una possibilità di rottura rispetto alla solita e monotona vita militare lì presente. Non timore, quindi, nei membri della Confraternita ma, quasi, entusiasmo alla prospettiva di quella novità, di quello svago non sperato. Rapide le decisioni vennero prese da chi di competenza e molti uomini e donne furono armati e schierati in cinque diverse colonne: ognuna di tali divisioni poteva contare su due dozzine di effettivi, disposti il file verticali a coppie, per un totale di centoventi mercenari ordinatamente posizionati e pronti a muovere il proprio passo verso gli aggressori. Concitate grida di ogni genere giungevano dal campo, trattenute a stento dall’intervento dei diversi responsabili, contrapponendosi all’insolita serietà con cui invece si presentava il gruppo capeggiato da Midda. Due cavalli comparvero dall’accampamento per dirigersi verso gli inattesi avversari, presentando sulla punta delle lance dei rispettivi cavalieri due panni bianchi: evidentemente la Confraternita preferiva tentare un approccio di pacifico dialogo per cercare la resa nell’avversario prima di avviare uno scontro di cui si considerava vincitrice, mostrando in tale mentalità maggior senso pratico e prudenza di quanto al contrario aveva offerto il mercenario che aveva tentato di attaccare la donna guerriero sottovalutandone le possibilità. Forte della propria posizione di potere, l’organizzazione mercenaria non si concedeva comunque la possibilità di supporre stoltamente follia nell’avversario, nel momento in cui esso si presentava con intenti offensivi ma in assoluta sproporzione numerica: era necessario pertanto indagare sulle ragioni di tale suicida tentativo d’attacco, onde evitare di ritrovarsi colti in contropiede da una mossa non prevista e non prevedibile.
La donna guerriero non arrestò né rallentò il proprio cammino di fronte alla comparsa dei due cavalieri ed il gruppo attorno a lei continuò a seguirla coeso, per quanto in ognuno di loro la consapevolezza di un’imminente morte era presente e disarmante. Midda, racchiusa nel proprio mantello sempre presente a celare il braccio leso e legato al corpo, avanzò a testa alta verso l’accampamento fino a quando i due cavalli giunsero di fronte a lei, parandosi con la propria mole come blocco per il proseguo di quel percorso.
« Arresta il tuo ardire, donna. » comandò uno dei cavalieri, con il volto nascosto da una celata di metallo chiaro e lucente « Tu ed il tuo seguito avete oltrepassato i limiti di un territorio sotto l’egemonia della Confraternita del Tramonto ed ogni ulteriore tentativo di avanzamento sarà considerato un atto di guerra nei nostri confronti, la conseguenza del quale non potrà che essere la vostra totale distruzione. »
« Risparmiati i discorsi altisonanti, grand’uomo. » replicò lei, senza sollevare lo sguardo per non dimostrare una posizione di inferiorità rispetto al suo interlocutore a cavallo « La vostra presenza in questa piana è una violazione dei confini della città di Kriarya… voi siete gli invasori… e, soprattutto, voi avete rapito una ragazza sotto la mia custodia. »
A quelle parole il cavaliere ebbe un momento di incertezza, sentimento che il di lui cavallo non poté evitare di percepire ed elaborare in un leggero nervosismo, muovendo alcuni passi avanti ed indietro di fronte alla donna. Ella restò però immobile, mantenendo la propria postura fiera ed il capo fisso, osservando l’animale e non il suo padrone negli occhi.
« Sei tu forse Midda Bontor, proprietà di lord Brote? » domandò il cavaliere, ritrovando voce.
« Tale è il mio nome, ma la sola proprietaria che ho è colei che vedo riflessa nello specchio ogni mattina. » rispose la donna guerriero « Spesso offro il mio braccio e la mia mente al servizio di lord Brote, ma non sono una di lui proprietà. »
« Quattro giorni fa hai ucciso un uomo coraggioso, mio amico e compagno d’arme. » replicò egli.
« Il valore di un uomo si misura da quello delle sue azioni: rapire una ragazzina per costringere un guerriero a piegarsi ai voleri di uno stolto è da pavidi privi di ogni onore. » espresse ella, con disprezzo, afferrando in quelle parole con un gesto rapido le redini del cavallo nella loro attaccatura sotto il muso e tirandole con il proprio braccio destro verso il basso « Mi spiace per la perdita di una persona che reputavi tua amica, ma se non libererete Camne, l’unico destino che vi attenderà sarà quello offerto dal freddo abbraccio della morte. »
Le parole di Midda parvero rimbombare nel vuoto della piana, in un silenzio che si impose in tutto l’accampamento quasi come conseguenza delle stesse. Il cavallo che ella tratteneva cercò di liberarsi, scuotendo il capo con vigore ma senza riuscire nel proprio intento, mentre il cavaliere sopra di esso, nonostante la celata calata sul di lui viso, tradì un inatteso nervosismo: egli aveva alle proprie spalle trecento guerrieri perfettamente addestrati, membri della più grande organizzazione mercenaria di quelle terre, e davanti a sé solo una ventina di bruti guidati da una donna sfregiata, ma nonostante tutto ciò per un istante un’irrazionale timore lo colse impreparato.
« Ti rendi conto che sarà la vostra disfatta, donna? » esclamò il cavaliere, cercando di tirare le redini della propria bestia per riprenderne il controllo « Ti rendi conto che non sopravvivrete per più di pochi istanti di fronte alla nostra forza? »
« E tu sei consapevole del mio nome? » sorrise ella, liberando l’animale che immediatamente arretrò infastidito da quella presa.
« Sei folle. » inveì egli « Proseguendo su questa strada troverai solo morte! Sarà guerra! »
« E guerra sia… » sussurrò la donna guerriero, socchiudendo gli occhi.
lunedì 3 marzo 2008
053
Avventura
002 - La città del peccato
La donna guerriero restò interdetta di fronte a tanta arrendevolezza: aveva già immaginato di doversi scontrare con i piani di qualche esaltato, deciso a legare il proprio nome a quella giornata, alla battaglia che presto li avrebbe visti coinvolti. Era certa che nessuno di loro combattesse per qualche ideale, ma era anche consapevole di quanto poter far risaltare il proprio nome in un’impresa fosse importante anche per un mercenario, a rafforzare la propria fama, a permettersi un migliore confronto con il proprio mecenate sotto il profilo economico. Nulla di diverso da ciò che anche lei, del resto, faceva spingendosi ogni volta oltre i propri limiti.
« Dov’è il trucco? » domandò ella, realista e disillusa come sempre, non potendo accettare una situazione così proficua senza alcun pegno da pagare.
« Nessun inganno. » rispose l’ultimo ad aver parlato « Siamo tutti mercenari e ragioniamo seguendo lo stesso concetto di convenienza che guida normalmente anche le tue azioni. »
« Per quanto spiacevole sia ammetterlo, la Confraternita ha il vantaggio di addestrare i propri uomini alle azioni di gruppo: la maggior parte di noi è forse imbattibile nello scontro diretto, ma in questo caso non possiamo permetterci di prescindere da un coordinamento strategico. » riprese un altro degli undici.
« E perché vorreste fidarvi di me? Delle mie scelte? » chiese la donna, sorridendo sorniona « Vi prego di non giudicare l’acume della mia mente come inversamente proporzionale alle dimensioni del mio seno… la fama a cui avete accennato è conseguenza delle mie azioni, non delle mie curve. »
Un lungo momento di silenzio calò fra il gruppo, mentre ognuno degli undici responsabili osservava i propri compagni, come a cercare una risposta da offrire alla domanda della donna, una spiegazione che potesse essere ben accetta da colei che, evidentemente, non poteva essere facilmente tratta in trappola: tutti loro conoscevano certamente il di lei nome, ma pochi avevano avuto mai occasione di confrontarsi direttamente con ella e, per tale ragione, tentare di raggirare l’intelligenza di una figura tanto esaltata facendo leva sulla superbia era sembrato per un momento possibile, se non addirittura scontato. Nessuno di essi aveva però previsto che in Midda nessuna superbia fosse presente per ingannare la di lei lucidità di pensiero.
Solo il tranitha non offrì quindi imbarazzo alle parole della donna ed, anzi, propose un ampio sorriso di soddisfazione, forse conseguente ad un preventivo tentativo di dissuasione da egli compiuto per cercare di evitare una tanto patetica sceneggiata.
« In caso di vittoria, il tuo nome troverà l’ennesima conferma alla propria gloria. E sicuramente una simile fama potrebbe fare gola a chiunque fra noi. » ammise il primo degli undici aver parlato precedentemente « Ma in caso di sconfitta… »
In caso di sconfitta, chiunque fosse stato indicato come responsabile per la disfatta avrebbe dovuto presentar conto delle proprie scelte, del proprio operato davanti a tutti i signori di Kriarya, i quali non solo avrebbero rinnegato qualsiasi loro coinvolgimento in tale azione bellica ma avrebbero anche preteso la vita di tale scellerato capro espiatorio a compenso di tanta stolidità. E per tale ragione nessuno fra i presenti desiderava rischiare di legare il proprio nome a quella battaglia, a quella giornata: nessuno, invero, aveva il coraggio di compiere un azzardo simile con il proprio futuro, ammesso di avere un futuro dopo quella battaglia.
« Sciocchi. » scosse il capo la donna di fronte a quella loro ammissione « Smidollati figli d’un cane. » inveì con violenza verbale contro di loro « Se già sottovalutate colei che dovrebbe essere una vostra alleata, cosa farete con i vostri avversari? »
Di fronte a tanta enfasi, il gruppo restò completamente spiazzato, non riuscendo a trovare parole per replicare.
« Voi dovreste rappresentare il futuro di Kriarya nella lotta alla Confraternita? » li derise lei, con disprezzo « Idioti! I vostri mecenati vi hanno mandato qui a morire per liberarsi di voi, della vostra inutile presenza! »
« Cagna! » gridò a quel punto uno degli undici, mentre tutti gli altri guerrieri restavano attoniti davanti a quel comportamento.
L’uomo che aveva parlato, un guerriero dalla folta barba e dal fisico muscoloso seppur tarchiato, levò la propria ascia bipenne alla volta di Midda, non volendo sopportare per un ulteriore istante la presenza di tanta insolenza verso di loro, verso se stesso: la donna, però, non si fece assolutamente cogliere impreparata ed, anzi, sollevando con una velocità straordinaria la propria mano destra da sotto il proprio manto rosso, intercetto l’arma diretta contro di lei per afferrarla con fermezza, facendosi contemporaneamente da parte e sbilanciando, conseguentemente, l’avversario che non poté quindi evitare di ruzzolare fragorosamente a terra, disarmato. La mercenaria, prima ancora che egli potesse cercare di comprendere cosa fosse successo, si presentò sopra di lui, calciandolo su un fianco per costringerlo a girarsi e puntando la pesante arma verso il di lui collo: in quella posizione non sarebbe stato necessario impiegare alcun movimento per ucciderlo, ritrovando sufficiente liberare il peso dell’ascia stessa e lasciare alla gravità l’onere di compiere quell’esecuzione.
Un altro mercenario, forse legato da qualche rapporto di stima verso l’uomo atterrato, accennò un movimento in avanti, verso la donna, ma prima ancora che tale gesto potesse essere portato a termine egli si ritrovò con la midrath del guercio appoggiata delicatamente davanti al proprio collo, in un silenzioso invito a restare fuori dalla questione.
« E’ in questo modo che pensate di poter battere la Confraternita? » domandò la donna guerriero con una voce tornata improvvisamente calma e misurata nel proprio tono, verso l’avversario a terra e verso tutti gli altri mercenari alle di lei spalle « Sottovalutando la loro intelligenza? Conducendo attacchi del tutto privi di controllo nell’enfasi di un momento? »
Improvvisamente a tutti fu ben chiaro ciò che ella stava cercando di spiegare ed un istintivo senso di ammirazione non poté evitare di sorgere in ognuno di loro, osservando la figura ammantata di quella quasi leggenda vivente, affascinante e tremenda come una forza della natura.
La donna, gettando l’ascia accanto all’avversario, si voltò liberandolo dalla propria presenza per concedergli la possibilità di rialzarsi, certa che egli non avrebbe più cercato di ripetere quanto compiuto. Anche il tranitha, sorridendo, riabbassò la propria arma, incrociando per un istante il proprio sguardo con quello di lei.
« Io non intendo guidarvi. » dichiarò ella, sollevando appena la voce per farsi sentire da tutti i presenti « Non sono un comandante, non sono un generale, e sinceramente non intendo esserlo: quel genere di persone si diverte a giocare con le vite dei guerrieri come noi, mandandoci a combattere ed a morire per i loro capricci mentre essi restano al sicuro nelle proprie tende, nei propri palazzi. »
La donna si girò verso la piana di Kruth per osservare l’accampamento in lontananza, quell’obiettivo distante verso il quale sarebbero confluiti i destini di cento guerrieri, nel quale era celato il fato della giovane fanciulla che ella aveva deciso di proteggere, di riaccompagnare a casa. Camne le era stata strappata di mano nella violenza di un rapimento e, presto, sarebbe da lei stata liberata rispondendo al sangue con il sangue, al ferro con il ferro, al fuoco con il fuoco.
« Io non intendo guidarvi. » ripeté, verso i mercenari di Kriarya « Voi tutti avete ricevuto un incarico, per il quale se sopravvivrete sarete pagati. Io sto per andare verso quelle tende, verso quegli uomini e quelle donne, per lottare contro di essi, per liberare una persona da loro tenuta prigioniera: se riterrete che accompagnarmi nel mio percorso possa coincidere con i vostri interessi, io non ve lo impedirò. Ma dovrete essere voi, ognuno di voi, a decidere della vostra vita e della vostra morte… non io. »
domenica 2 marzo 2008
052
Avventura
002 - La città del peccato
Dal fitto della boscaglia iniziarono ad emergere molti altri visi affiancandosi a quello del tranitha, come richiamati dalle sue parole: facce di mercenari, guerrieri uomini e donne che affollavano quotidianamente le vie della capitale, ponendosi al servizio di uno dei vari signori della città. Persone non troppo diverse dalla donna guerriero, ognuno con una propria storia, ognuno con un proprio passato ricco di avventure, di vittorie e di sconfitte, di gioie e di dolori: in ogni coppia di occhi lì presenti si poteva leggere un universo intero di emozioni, di ricordi, di speranze. Midda, passando rapidamente con stupore appena velato uno ad uno quei volti, riconobbe alcuni uomini al servizio di lord Brote ma anche molti fedeli ad altri mecenati: una formazione assolutamente eterogenea ed armata fino ai denti, pronta per una battaglia di cui lei non aveva notizia.
Dal verde delle piante essi continuavano ad emergere in un ordinato caos come solo poteva essere quello fra persone che avevano fatto della guerra, del combattimento, la propria vita, ma che non si conoscevano, non abituate a lavorare insieme e, soprattutto, privi di qualsivoglia figura a loro superiore a cui prestare ubbidienza ed ascolto, da poter seguire.
La donna guerriera per un istante non riuscì ad elaborare quello che stava accadendo, forse per la stanchezza della di lei mente e del di lei corpo, forse per il non accettato stupore di fronte ad una simile scena: poi, improvvisamente, il sentore di una spiegazione logica iniziò ad emergerle spontaneo alla mente, subito confermato dalle parole del guercio.
« A quanto pare non siamo stati proprio discreti nella nostra incursione alla torre di lord Bugeor… » iniziò a spiegare l’uomo « Praticamente prima ancora che gli scontri potessero avere inizio tutti i signori della città erano già informati di ciò che stava accadendo, esattamente come lo era il nostro simpatico anfitrione. »
I visi che ormai si offrivano davanti alla donna erano più numerosi di quanti ella potesse considerarne ed i volti che si accalcavano dietro ad essi, non ancora pienamente distinguibili, rivelavano un’alta consistenza numerica per quel gruppo: ella, continuando a rimbalzare con lo sguardo fra ogni uomo e donna presente, seguì in silenzio le parole del compagno, concedendo ora nuovamente ad egli quella base di fiducia già offertagli durante l’azione della notte.
« L’idea che la Confraternita possa espandere il proprio dominio anche su Kriarya non ha mai entusiasmato i vari mecenati e scoprire che Bugeor ne ha condotto un’intera legione alle nostre porte ha provocato grandi dissensi. » continuò egli « Tutti stavano attendendo solo un’occasione, una scusa valida per procedere contro questo gesto di tradimento, meglio se in maniera non ufficiale. »
« E quella scusa sarei io? » domandò ella, ormai avendo compreso tutto ciò che egli avrebbe potuto spiegarle.
« Esattamente. » annuì lui « L’attacco che abbiamo condotto alla torre questa notte ha alterato l’equilibrio costituito abbastanza da offrire l’occasione attesa. Per tale ragione, poco dopo l’alba e la tua partenza dalla città, un centinaio mercenari scelti dai maggiori mecenati fra le proprie disponibilità sono stati riuniti con un solo ordine, lo stesso che lord Brote mi ha chiesto di comunicarti certo che non rifiuterai: allontanare per sempre le mire della Confraternita del Tramonto dalla nostra città, ad ogni costo. »
La donna guerriero non poté evitare a quel punto di osservare come ancora una volta, quindi, il suo mecenate aveva dimostrato di sapere come sfruttare al meglio le di lei potenzialità per i propri scopi: il rapporto fra Midda e Brote, difatti, si fondava praticamente da sempre su una intrinseca natura simbiotica, negli interessi complementari fra i due attori coinvolti. La loro non era una semplice relazione fra mecenate e mercenario: egli, conoscendo bene la natura di ella, pur nel salvaguardare i propri interessi, il proprio potere, la propria forza, non si sarebbe mai spinto a proporle nulla di diverso da ciò che fosse stato certo lei stessa avrebbe accettato, per il proprio desiderio di porsi sempre in discussione attraverso nuove sfide, come nella palude di Grykoo, o per motivazioni più personali, come quelle che la stavano spingendo verso la piana di Kruth. E proprio sfruttando l’occasione di quell’impresa personale, il mecenate era riuscito a trasformare una vendetta privata in una questione di pubblico interesse, concedendole così l’occasione di riuscire vittoriosa in una missione altrimenti suicida, riservandosi ovviamente nuova gloria e nuovo potere per se stesso nella sconfitta di lord Bugeor. Proprio nel rispetto dei reciproci ruoli, delle reciproche ambizioni, Brote e Midda potevano quindi vedere il loro rapporto perdurare: nel momento in cui egli avesse mai tentato di imporre il proprio volere sulla donna, forte della propria ricchezza, ella lo avrebbe sicuramente abbandonato al proprio destino, lasciandolo privo della straordinaria risorsa che ella stessa era per lui.
Superato lo stupore iniziale, la mente di lei era ormai già proiettata oltre alle parole pronunciate dal tranitha, oltre ad ogni altra spiegazione che egli avrebbe potuto fornirle, oltre ad ogni richiesta del di lei mecenate: nella propria mente, ella stava già disponendo delle inattese ed inattendibili risorse che le erano state fornite per vagliare molteplici strategie, diverse tattiche di battaglia alla ricerca della migliore alternativa loro concessa. Se fino a pochi minuti prima lo scontro con trecento mercenari della Confraternita del Tramonto appariva praticamente impossibile, grazie alle cento anime guerriere ora riunite di fronte a sé la realtà dell’imminente futuro aveva assunto un altro sapore, completamente diverso: anche ammesso e non concesso che quei mercenari non fossero il meglio che la capitale potesse offrire, ipotesi contrastante con le parole pronunciate dal tranitha, essi sarebbero stati sicuramente in grado di tenere testa ad un numero di avversari di sole tre volte superiore. La vittoria poteva quindi apparire facilmente raggiungibile, nell’assunto non ovvio che essi avessero deciso di muoversi con coordinazione reciproca, agendo in maniera consapevole contro i propri nemici e non come una mandria di bufali alla rinfusa.
« Chi ha il comando dell’operazione? » domandò, rivolgendosi a tutti ed a nessuno in particolare.
Fra i diversi volti presenti, in undici avanzarono verso di lei a quelle parole: undici capigruppo per altrettante squadre di mercenari rappresentativi dei diversi mecenati della capitale. Tredici, difatti, erano i principali signori della città, fra cui anche Brote e Bugeor: ognuno di loro aveva pertanto offerto almeno nove uomini per quella missione, scegliendoli fra coloro che sapevano poter avere maggiori possibilità di vittoria di fronte all’organizzazione della Confraternita.
« Noi siamo responsabili dei nostri uomini, al tuo pari in qualità di prescelta da lord Brote. » prese la parola uno degli undici.
« Conosciamo tutti la tua fama, Midda Bontor: le tue imprese sono uno fra i principali argomenti in ogni taverna di Kriarya. » continuò un altro fra essi, come ad anticipare i di lei pensieri.
« Per tale ragione, senza perderci in inutili disfide interne, abbiamo già deciso di essere tutti concordi nell’affidarci al tuo giudizio per l’organizzazione strategica di questo attacco. » intervenne un terzo uomo.
sabato 1 marzo 2008
051
Avventura
002 - La città del peccato
La Confraternita del Tramonto aveva stretto un patto con lord Bugeor per ottenere i servigi di un oltre trecento guerrieri mercenari: un plotone di tali dimensioni, a meno di non rinunciare al proprio rosso caratteristico, non sarebbe mai potuto passare inosservato all’interno della città e per tale ragione la piana di Kruth risultava essere la scelta migliore per il proprio stanziamento. Disposte in fila ordinate a formare un ampio quadrato, un centinaio di tende egualmente rosse ospitavano gli uomini e le donne di tale insediamento: la loro vita si scandiva su ritmi militari, che li vedevano così impegnati per tutta la giornata nell’esercizio fisico, nell’esercizio al combattimento e nello studio di tattiche per missioni di ogni natura, ottimizzando allo stremo le capacità individuali e di gruppo di tutti i membri della legione e mantenendoli sempre pronti al richiamo del loro mecenate. Al di là dei risvolti politici dietro alle azioni della Confraternita, era innegabile come essa fosse la migliore possibilità di impiego per giovani di bassa estrazione sociale, ragazzi e ragazze che senza tale alternativa si sarebbero ritrovati a ripiegare su attività meno onorevoli e gratificanti, soli ed abbandonati al proprio destino: in quel gruppo, invece, nella forza di quell’organizzazione ritrovavano il senso di una famiglia a loro spesso altrimenti negata, il valore di un’educazione al controllo del proprio corpo, della propria mente, del proprio cuore che avrebbe impedito loro di lasciarsi dominare da istinti selvaggi, primordiali, arrivando in caso contrario soventemente a rinnegare la propria stessa natura di esseri umani. Non considerando, appunto, ogni implicazione politica dietro alle scelte dei vertici della Confraternita, essa era qualcosa di assolutamente positivo, per i membri della medesima e per chiunque altro: purtroppo, però, la sete di potere e la possibilità di ottenerlo rovinavano ogni altro pregio, trasformando spesso i mercenari in marionette prive di volontà agli ordini dei propri superiori e del mecenate di turno, privandoli del proprio libero arbitrio tanto caro, altresì, a Midda.
La donna guerriero, avvicinandosi prudentemente alla piana di Kruth, là dove gli alberi ancora le potevano concedere una copertura, una protezione, era assolutamente conscia del pericolo che avrebbe dovuto affrontare. Certamente la maggior parte degli uomini e delle donne presenti nell’accampamento non erano guerrieri di vasta esperienza, essendo consuetudine della Confraternita organizzare ogni proprio gruppo operativo con una proporzionalità inversa fra l’esperienza dei guerrieri ed il numero di presenti in esso: in quella legione di trecento anime, pertanto, non più di una trentina sarebbero stati gli avversari che avrebbero potuto metterla in difficoltà, mentre quasi la metà dell’intero conteggio sarebbe stata semplice carne da macello per lei. Ciò nonostante, laddove affrontare venti o quaranta guardie non le offriva particolari incertezze, come del resto era accaduto poche ore prima all’interno della torre di lord Bugeor, molti erano i dubbi che sorgevano all’idea di proporsi da sola contro trecento guerrieri. Non era una sciocca e comprendeva bene i propri umani limiti: proprio per tali confini, decuplicati in negativo dall’impossibilità ad usare il proprio braccio sinistro e pertanto ad impugnare la propria spada, qualsiasi azione avesse deciso di intraprendere non avrebbe mai potuto comprendere un attacco diretto. Tutto ciò, però, deponeva irrimediabilmente contro di lei, dato il luogo teatro di quella missione. La piana, come correttamente ella si ricordava, era una vasta radura liscia come una tavola dove, eccezion fatta per l’erba che cresceva rigogliosa, nessuna forma di vita vegetale era presente: non un arbusto, non un cespuglio, non un roveto. Oltre a questo, la totale assenza di increspature nel territorio, di moli pietrose o di qualsivoglia altro riparo, rendeva quella zona assolutamente perfetta per evitare attacchi a sorpresa: qualsiasi nemico, singolo o in gruppo, sarebbe stato facilmente individuato nell’accampamento da grande distanza, concedendo tempo più che utile per organizzare una difesa se non, addirittura, un attacco preventivo.
Osservando la consistenza della formazione avversaria, Midda non poté evitare di incontrare un momento di sfiducia: le condizioni fisiche in cui riversava non le offrivano pietà, e sebbene ella si impegnasse a cercare di ignorare i segnali di dolore che continuamente le giungevano dalla propria spalla, portandola in alcuni brevi momenti sulla soglia dell’isteria, non poteva continuare a prendersi in giro a lungo. Aveva bisogno di una tattica per poter arrivare a quell’accampamento, una strategia che tenesse conto di troppi fattori avversi e nessun fattore a proprio favore. Qualcosa di forse impossibile da individuare.
All’improvviso, però, un rumore lieve, quasi indistinguibile ma comunque inequivocabile, attirò l’attenzione di lei verso le proprie spalle: dei passi stavano venendo condotti in maniera estremamente cauta, qualcuno, non solo, stava muovendosi nella di lei direzione e questo poteva forse significare che ella era già stata scoperta e che ogni ipotesi di attacco verso la piana era ormai sfumata. Sarebbe stata battaglia, fino all’ultimo sangue e se i suoi avversari non fossero stati dei novellini, con molta probabilità quel sangue sarebbe stato proprio quello di lei.
Nel momento in cui ella si dispose in posizione di guardia, pronta ad attaccare senza pietà qualunque volto si sarebbe a lei mostrato, un viso familiare apparve fra i cespugli più bassi di quella boscaglia sorridendo sornione nell’osservarla dal suo unico occhio.
« Guercio…?! » sussurrò lei, con lieve sorpresa nel vederlo apparire.
Egli, infatti, dopo il discorso di poche ore prima, aveva abbandonato la donna al proprio destino, lasciandola sola sotto la porta settentrionale della città. La mercenaria, che nulla di diverso si sarebbe del resto attesa non presupponendo alcun genere di legame fra loro al di là di quello consumato nell’assalto alla torre, non poteva quindi non essere colta in contropiede nel rivederlo comparire. Ma lo stupore lasciò immediatamente il posto al senso pratico ed alla prudenza: ciò che era accaduto negli ultimi giorni, nelle ultime ore, non doveva lasciarle abbassare le proprie difese di fronte all’uomo, dato che nulla poteva lei sapere in merito alle reali motivazioni per cui egli si era spinto ad aiutarla e, di conseguenza, nulla di positivo poteva neanche permettersi di supporre a suo riguardo. Per quanto era a di lei conoscena, quell’uomo avrebbe potuto anche essere stato assoldato dalla Confraternita per distrarla, se non essere, addirittura, il di lei attentatore.
« Cosa ci fai qui? I nostri cammini si sono divisi a Kriarya. » riprese la donna, stringendo gli occhi con istinto offensivo, preparandosi a balzargli contro come un predatore con la propria cena.
« In effetti era così, sfregiata. Non mi interessava, e non mi interessa, gettare la mia vita per nulla in una missione suicida. » sorrise l’uomo, mantenendo a sua volta un tono di voce contenuto, e sollevando le mani a mostrarsi disarmato « Non farti idee sbagliate: sei estremamente affascinante ma da qui a seguirti fino alla morte ve ne passa… »
« Non mi ripeterò ulteriormente: cosa ci fai qui? » ripeté ella, trattenendo il proprio attacco contro di lui.
« Uff… » sbuffò lui, come infastidito da tanta ostilità « Dicevo che non avevo alcuna intenzione di seguirti, ma poi ho incrociato per puro caso un gruppo di amici tuoi intenzionati a non lasciarti cercare da sola la morte… »
« Cosa stai farfugliando… io non ho amici.» replicò ella, non comprendendo e dimostrandolo chiaramente nel proprio sguardo, divenuto interrogativo nei confronti dell’uomo.
Il tranitha sorrise di fronte all’espressione di lei, mostrando quasi una certa soddisfazione nel coglierla di contropiede, addirittura per la seconda volta considerando il risveglio di lei dopo la lunga febbre, di fronte all’evolversi degli eventi per merito di qualcosa in cui anche lui stesso era coinvolto.
« Libereremo la tua amica, Midda, ed allontaneremo per sempre la Confraternita del Tramonto da Kriarya… » rispose l’uomo, con tono sicuro e quasi sprezzante.
venerdì 29 febbraio 2008
050
Avventura
002 - La città del peccato
Nessuno si pose a bloccare il cammino dei due mercenari verso l’uscita, forse eseguendo un ordine specifico da parte del signore della torre. La coppia, ridiscendendo così dalla via principale, abbandonò l’edificio conquistato con tanto vigore, con tanto ardimento, rioffrendosi alle vie notturne della capitale, affollate di una vita chiassosa e pericolosa non meno che quella diurna, dove ladri e prostitute, assassini e mercenari dettavano ancora la propria legge.
Nelle strade della città di Kriarya l’umana esistenza sembrava aver valore alcuno, di notte ancor più che di giorno, come se le tenebre in qualche modo rappresentassero un velo dietro al quale ogni peccato poteva essere celato e dimenticato: le risse, che pur non mancavano sotto la luce del sole, diventavano la principale attività pubblica sotto la luce della luna, con altresì sola alternativa quella offerta dal piacere a pagamento di una fugace notte fra le braccia ed i seni di una meretrice. Sesso e violenza erano così le principali, se non uniche, offerte della capitale e proprio per tale ragione Midda aveva deciso di nascondere Camne ad una simile realtà nella prima notte della loro permanenza ivi: nulla di buono sarebbe potuto esserle altrimenti concesso, nonostante il clima protetto e quasi familiare della locanda di Be’Sihl. Quel luogo, come rari altri in città, per quanto fosse di libero accesso al pubblico risultava essere una delle poche oasi di pace in città, ove chiunque avrebbe potuto trovare adeguato rifugio e sicurezza: gestito con impegno dal proprio proprietario, attraverso una serie di accordi con diversi signori locali riusciva a mantenersi indipendente da qualunque mecenate ed esterno alla quasi totalità delle normali attività dell’urbe. Ovviamente, però, per quanta cura e buona volontà verso l’ordine ed il controllo potessero offrire i rispettivi possessori, anche in quelle riserve di quiete la natura della capitale non sarebbe mai potuta restare completamente esclusa: qualche camera doveva essere riservata alle prostitute, qualche rissa doveva essere accettata di buon grado, dato che cercare di modificare, di rinnegare la realtà di quei fatti sarebbe stato come pretendere che un agnello avesse potuto riposare accanto ad un lupo, che un pesce avesse potuto spiccare il volo salendo nel cielo con gli uccelli. Forse, anzi, quegli eventi innaturali per quanto assurdi sarebbero potuti essere considerati possibili rispetto al pensiero che in Kriarya, città del peccato, una notte in una locanda sarebbe potuta trascorrere senza una rissa, un morto o qualche ora di piacere a pagamento.
Camminando con passo deciso, ma restando avvolta nel proprio mantello con il cappuccio sollevato a celarne l’identità per ridurre il rischio di attrarre l’interesse dell’ignoto attentatore che già aveva cercato di ucciderla, la donna guerriero attraversò le strade della capitale con innata fierezza, seguita dal tranitha ormai di lei ombra. Ben diverso fu camminare per quelle stesse vie di notte piuttosto che di giorno: dove nel secondo contesto una certa quiete riusciva a far apparire la città quasi normale, nel primo caso ogni passo si trasformava in un confronto continuo, un’impresa che doveva essere affrontata senza mai arrestarsi, senza mai retrocedere. Se solo fosse stata dimostrata la benché minima debolezza, Kriarya l’avrebbe fagocitata nei propri meandri, nelle spire della propria perdizione, non diversamente dalla maledetta terra di Grykoo. Neanche la presenza del di lei compagno poteva scoraggiare il turbine selvaggio di quella marea umana, ed anzi anche egli era costretto ad aprirsi passo a passo la strada con la propria forza, in un impegno certamente minore rispetto a quello offerto nella torre ma assolutamente non scontato.
« Scusa se lo domando, sfregiata, ma dove stiamo andando di preciso? » esordì l’uomo, dopo un lungo periodo di silenzio che proseguiva da ancor prima dell’incontro con lord Bugeor « Non avrai intenzione di affrontare da sola delle truppe della Confraternita nella piana di Kruth, spero. »
« E’ così che nascono le leggende… non lo sai? » rispose la donna, mentre con il braccio destro liberava la propria via, colpendo con violenza il mento di un aggressore semiubriaco davanti a lei.
« Peccato che la maggior parte delle leggende narrino la morte dei loro protagonisti… » replicò egli, storcendo le labbra e tirando una gomitata contro il cranio di un ladro interessato a ciò che pendeva dalla di lui cintola.
Nessun commento seguì quell’affermazione mentre il passo della donna, sempre cadenzato in maniera ritmica a scandire forse il di lei stesso calmo battito cardiaco sul selciato dell’urbe, non si arrestava né si rallentava, non trovando in alcuno di coloro che tentarono di intralciare tale percorso un degno avversario: del resto a quell’ora i guerrieri meritevoli di un simile attributo non perdevano il proprio tempo nell’ebbrezza futile dell’alcool ed in quella superflua delle liti da strada. Gli unici che avrebbero mai potuto confrontarsi forse equamente con lei, in quel momento, cercavano certamente il riposo dei giusti o, eventualmente, il caldo abbraccio acquistabile con uno o due pezzi d’oro in un letto fin troppo frequentato: per le strade restavano così un’alta percentuale di balordi di poco conto mischiati a pochi, pochissimi, elementi seri e pericolosi. Ma la probabilità che tali elementi avessero potuto incrociarsi senza desiderarlo, risultava così minima da permettere al tragitto di Midda di apparire come un discreto allenamento fisico, quasi piacevole per certi versi.
« Perché hai così voglia di morire? » riprese l’uomo, non volendole offrire fuga nel silenzio « Sei appena scampata ad essa per puro miracolo… perché sembri così disinteressata alla tua vita? »
« Sbagli! » rispose la donna con enfasi, arrestandosi e voltandosi verso di lui, guardandolo seriamente con occhi lucenti sotto la luce argentea di quell’incompleta luna celeste « Io non cerco la morte ed amo la mia vita. E proprio perché amo la mia vita, non posso sopportare l’idea che altri decidano su di essa al mio posto, come quel figlio d’un cane di Bugeor spera di fare ricattandomi. »
« Ma sei una mercenaria. » commentò il tranitha, con smarrimento evidente nel volto e nel proprio unico occhio « Vendi la tua vita al miglior offerente… come concilia tutto questo con le parole altisonanti che hai appena pronunciato? »
« Sbagli nuovamente, guerc... »
La frase però fu interrotta nel momento in cui due uomini, guidati forse dall’estasi del vino, si rotolarono verso la coppia, azzuffandosi fra loro in un turbine di movimenti non distinguibili nel loro essere confusi ed intrecciati. Il mercenario, seriamente infastidito da quell’imprevisto atto solo ad interrompere il dialogo, si chinò sui due uomini per colpirli lui stesso, contemporaneamente con entrambi i pugni: un gesto forse privo di eleganza, ma efficace al punto tale da far perdere i sensi ai due litiganti senza ulteriori indugi.
« Dicevi? » domandò egli, nuovamente verso la donna.
« Dicevo che stai ancora sbagliando. » scosse il capo lei, addolcendo appena il tono come una madre di fronte agli errori privi di malizia del proprio bambino « Io non vendo la mia vita, non l’ho mai venduta né mai la venderò: ciò che io compio è solo per mia libera scelta e nessun mecenate, nessuna ricompensa potrà mai privarmi di questo. »
L’uomo la osservò per un lungo istante, in silenzio, per poi ammettere: « Non comprendo… »
« Non ne sono stupita… e lo dico senza volerti offendere. » sorrise lei, riprendendo il cammino « Molti mercenari non si limitano ad offrire il proprio lavoro, il frutto delle proprie azioni: arrivano, al contrario, a concedere il proprio libero arbitrio, oltre al proprio corpo, per pochi soldi. E neanche una prostituta arriva a tanto… »
« Ed il tuo “libero arbitrio” ti spinge a rischiare l’osso del collo in imprese come quella che ti ha condotto sfidare la palude di Grykoo? » intervenne il tranitha.
« E’ una mia scelta quella di pormi sempre in discussione… di non considerare mai concluso il mio cammino… di cercare sempre nuove sfide da affrontare senza timore per la morte ma con amore per la vita: non vedo alcuna colpa nel riuscire ad accumulare qualche denaro compiendo quello che è il destino che ho scelto. » fece spallucce ella, in quelle parole « Se avessi affrontato quella terra maledetta solo per l’oro della ricompensa sarei morta o avrei rinunciato: un ideale tanto blando non può sorreggere un cuore, un corpo, una mente, un’anima… »
Nel pronunciare quelle parole, la donna aveva condotto i propri passi ormai nei pressi dell’ingresso settentrionale alla città, sbarrato come sempre per la notte. La vasta porta delineata nella pietra della cinta muraria presentava così un pesante ed unico blocco di metallo, liscio e privo di qualsivoglia decorazione, a proprio sigillo impedendo l’ingresso o l’uscita dalla capitale per chiunque. Solo dall’alba al tramonto, infatti, era permesso varcare le quattro soglie: chiunque fosse stato all’interno o all’esterno di Kriarya al di fuori di tale arco temporale non avrebbe avuto possibilità di cambiare la propria situazione, a meno di non poter attraversare la materia solida che la fortificava o volare al di sopra di essa.
« Non hai alcun obbligo nei miei confronti. » concluse Midda, voltandosi ancora verso di lui « Non mi seguire ulteriormente: non vi saranno ricompense per le tue azioni, non in oro, non di altra natura. »
« La premura che dimostri nei miei riguardi quasi mi commuove… » sorrise l’uomo a quelle parole.
Ma la donna non replicò ulteriormente, girandosi ad offrire nuovamente le spalle all’uomo e dirigendosi verso un angolo nei pressi della porta cittadina, dove avrebbe cercato un po’ di riposo in attesa dell’alba non troppo distante. La di lei decisione era presa e niente o nessuno avrebbe impedito il confronto che al sorgere del sole avrebbe macchiato la verde erba della piana di Kruth con troppo sangue.
giovedì 28 febbraio 2008
049
Avventura
002 - La città del peccato
« Piana di Kruth. »
La voce, inattesa, attirò l’attenzione dei due mercenari verso l’alto. La coppia, i cui cuori battevano ancora ad un ritmo accelerato muovendo i rispettivi petti in un respiro concitato, si voltò verso l’origine di tale suono in una naturale posizione di guardia: la lotta era conclusa ma i loro sensi, i loro corpi erano ancora rivolti verso l’impegno guerriero che li aveva coinvolti, pronti a scattare contro qualsiasi nuovo avversario si ponesse sul loro cammino.
Ma apparentemente non un nemico si offrì ai loro volti, per quanto egli comunque non fosse amico: un uomo maturo, dalla pelle abbronzata e solcata dai segni di troppe avventure, si presentava sprezzante fiero nel volto marcato da due profondi occhi verdi e labbra sorridenti, circondato da corti capelli bianchi posti sul capo in un’elevata stempiatura. Scure erano le sue vesti, in gran parte non visibili coperte quali erano da un ampio manto di egual tono, decorato attorno al collo da disordinato piumaggio nero e lungo la superficie da ripetute ed elaborate decorazioni pregiate. Nessuna arma fra le sue mani lo vedeva come un possibile avversario, anche se la forza interiore emanata in maniera tanto naturale da ogni aspetto di lui, sguardo, postura, espressione, lo identificava chiaramente come il solo ed unico signore di quella torre: lord Bugeor.« Midda Bontor, suppongo. » continuò lui, senza avanzare di un solo passo verso di loro « Nessuna maschera potrebbe celare la tua natura, mia cara. »
Come lord Brote, anche per egli quell’età non più giovanile era chiaro segno di valore e potere: nessun uomo da poco conto, nessuno sprovveduto sarebbe potuto ascendere alla di lui posizione. Chiunque come egli poteva permettersi di dominare su una parte di Kriarya, chiunque come egli era stato in grado di superare il pieno del proprio vigore fisico e nonostante ciò era ancora in grado di continuare ad imporsi sugli altri, meritava la posizione che si era conquistato, il rispetto dei propri uomini ed anche quello dei propri avversari.
La donna guerriero, sciogliendo la posizione di guardia, decise che effettivamente non aveva più ragione di continuare con quella mascherata, portando così la propria mano a liberare il viso per rioffrirlo in tutta la propria dura bellezza, per fronteggiare a viso aperto il mandante del rapimento di Camne.
Il tranitha, al contrario, restò immobile, mantenendo la propria posizione di guardia ed il viso celato.
« Le descrizioni che ho sentito non ti rendono il giusto onore, Midda. » sorrise il mecenate, annuendo a quel di lei atto « Come donna e come guerriero difficilmente credo che tu possa conoscere eguali: spero che tu ti renda conto di essere sprecata al servizio di Brote. »
« Come decido di gestire la mia vita sono affari che non ti riguardano. » rispose lei, non risparmiando i propri toni sprezzanti « La mia spada è al servizio di chi io reputo degno di tale onore… e di certo non un uomo che arriva a servirsi di ricatti a spese di fanciulle indifese per derubare altri dei propri beni. »
« La fierezza non manca di certo nel tuo cuore, anche se l’acume nella tua mente, forse, non è sua pari. » commentò l’uomo « E non lo dico solo perché rifiuti di schierarti dal lato del migliore, al mio fianco: sei caduta in trappola molto, troppo facilmente, mia cara. »
« Trappola? » domandò la donna, guardandosi attorno in un lento giro sul proprio baricentro « Se pensi che questa possa considerarsi un trappola, l’assenza di acume non è solo un mio difetto. »
L’uomo restò in silenzio, osservando intensamente la donna: non era abituato ad avere a che fare con un simile sarcastico comportamento, irriverente nei propri riguardi, verso il proprio ruolo, la propria esperienza. La fama della mercenaria, comunque, la precedeva, facendo risuonare vigorosamente il di lei nome nelle vie della capitale spesso anche più di quelli dei vari signori locali, più del di lei stesso mecenate. Di fronte ad un simile valore, che non poteva essersi formato sul nulla, chiunque sarebbe stato uno sciocco ad agire in maniera troppo sicura contro di lei, sottovalutandola.
« Piana di Kruth. » ripeté lord Bugeor, non offrendo replica alle ultime parole pronunciate « Un’intera armata di mercenari della Confraternita del Tramonto è lì accampata, ai miei ordini, al mio servizio: lì è tenuta ospite la tua giovane amica, al contrario di ciò che tu e chiunque altro avesse potuto pensare. »
La zona in questione era un’ampia radura posta a nord-ovest rispetto alla città, verde di fresca erba ma priva di alberi o arbusti, ideale ad ospitare eventuali contingenti militari: non a caso, proprio in tale luogo sostavano continuamente le legioni dirette al fronte, per la guerra con Y’Shalf. In quel caso, se quelle parole corrispondevano al vero, non un plotone militare ma una divisione armata privata stava occupando tale spazio e, per permettersi tanto ardire, non doveva essere certamente formata da un gruppo limitato.
Midda strinse i denti, in un istinto di rabbia per quella notizia: assaltare una torre, per quanto rischioso ed improbabile, era un’impresa ancora fattibile. Ma pensare di poter giungere di soppiatto fino alla piana di Kruth per liberare Camne senza dichiarare guerra a tutti i membri della Confraternita lì presenti non sfiorava semplicemente la follia: diventava direttamente masochismo ed istinto suicida. Non vi sarebbe mai stato modo, neppure per una sola persona esperta in attività di dissimulazione, di poter prendere di sorpresa un accampamento all’interno di quella zona, troppo aperta, troppo libera, senza nessun limite alla visuale, senza impedimenti alla sorveglianza.
« Me la pagherai… » sussurrò la donna, socchiudendo gli occhi in quelle parole mentre le di lei pupille si comprimevano al punto tale da risultare quasi invisibili nell’iride.
« Per favore, risparmiami questa retorica scontata. » la derise il mecenate, scuotendo la testa « Sappiamo bene entrambi quale unica soluzione ti resta a disposizione, sempre ammesso che tu sia davvero interessata a ritrovare la tua protetta. Il resto è semplice e futile chiacchiera. »
« Non ti consegnerò mai le gemme di Sarth’Okhrin. » replicò ella, mentre a stento riusciva ora a trattenersi dal gettarsi contro l’uomo, nel desiderio di vedere il di lui sangue mischiarsi a quello delle guardie a lui fedeli.
« E’ inutile che tu ti agiti tanto, Midda. » scosse il capo egli « Non puoi levare un dito contro di me. »
« Thyres! »
La mano destra del tranitha, libera dalla midrath, si pose a sfiorare delicatamente la spalla della donna, per riportarla alla realtà, per liberarla dal vortice di emozioni in cui quel dialogo la stava evidentemente trascinando. Il gesto, per quanto semplice, ebbe l’effetto desiderato, concedendo alla donna guerriero di ritornare padrona della propria mente, del proprio cuore.
« Hai ragione. » ammise la mercenaria, volgendo le spalle al proprio avversario e facendo per allontanarsi « E’ inutile che io mi agiti tanto: la tua decisione è chiara e se è tuo desiderio perdere ogni uomo a te devoto, non ho nessun diritto di impedirtelo. »
« Cosa…? » tentò di domandare il mecenate colto in contropiede a quell’affermazione fredda e misurata.
« Osserva bene questa scena… ricorda questo sangue e questa morte… rammenta la mia figura al centro di questo cimitero… perché questo è ciò che tu hai sentenziato per il futuro della piana di Kruth. »
mercoledì 27 febbraio 2008
048
Avventura
002 - La città del peccato
Due contro quaranta: tale era la sproporzione esistente fra i mercenari e le guardie della torre che, dall’alto e dal basso, si accalcarono attorno a loro, pressandoli in una morsa di lame e picche. In una spontanea divisione nata dall’esigenza di non essere colti di sorpresa alle spalle, la coppia si spartì i nemici cercando di aprirsi strada in entrambi i fronti.
Lo stile di combattimento del tranitha era simile a quello che si sarebbe potuto attendere in una chiassosa rissa da bar: egli muoveva in gesti violenti e distruttivi entrambi i pugni chiusi, stordendo con la mano libera ed uccidendo con la mano armata. La medrath, per quanto fosse un’arma tozza e primitiva, rivelava in momenti come quello tutta la propria efficacia, non offrendo compassione per alcuno nel falciare i corpi avversari non diversamente da contadino con il grano maturo. Il vigore dell’uomo era tale da farlo apparire simile a gigante contro i propri avversari: se anche un paio di colpi avevano sfiorato la di lui pelle, aprendo tagli superficiali sulla stessa in posizioni non vitali, la maggior parte delle offese a suo carico venivano parate o deviate, quasi fossero giochi fra bambini con spade di legno.
Midda al contrario, privata della possibilità di utilizzare la propria spada, era costretta a scontri fisici diretti con le sentinelle, ricorrendo all’unico braccio rimastole ed alla durezza che esso sapeva offrire nella propria metallica corazza. Scintille esplodevano da ogni contatto delle spade avversarie con la nera superficie dai riflessi rossastri, mentre la donna parava gli affondi ed i fendenti a lei destinati con precisione letale, rigirando quasi sempre le armi dei propri nemici verso i loro stessi corpi. Per quanto in inferiorità fisica rispetto ad essi, oltre che numerica, ella non appariva in eccessiva difficoltà aiutata anche dagli stretti spazi in cui si era ritrovata a combattere: questi erano infatti tali da impedire a troppi avversari di circondarla, costringendoli al contrario ad uno scontro quasi sempre paritario da cui lei non poteva uscire sconfitta.
« Quanta foga… » commentò sarcasticamente ella, come era solita fare per combattere anche su un livello psicologico oltre che fisico i propri avversari « Da quanto tempo non avevate occasione di avvicinarvi ad una donna, ragazzi? »
Soltanto per un istante ella si ritrovò seriamente in difficoltà, ossia quando nell’enfasi della lotta uno dei suoi avversari perse in controllo e cadde verso di lei, andando a colpire con violenza il lato sinistro del di lei corpo. Per un lunghissimo istante, che parve quasi eterno, tutto attorno ad ella si tinse di rosso per il dolore conseguente a quel contatto, pena che solo la di lei sovrumana forza di volontà riuscì a contenere evitando di farla gridare. Quello stesso dolore la rese cieca per la rabbia conseguente, facendole vibrare un pugno così violento da sfondare letteralmente il cranio del colpevole di tale atto: la materia grigia della guardia si riverso in un macabro schizzo sui volti di coloro che erano alle di lui spalle, bloccandoli in un istintivo senso d’orrore per quello spettacolo. Una figura femminile che combatteva con una sola mano tenendo testa a venti uomini poteva forse essere accettabile razionalmente, ma una figura femminile che rompeva un cranio con un solo pugno non poteva evitare di suscitare una superstiziosa reverenza verso di lei.
« E’ un demone! » sussurrò qualcuno.
« Nessuno può combattere così! » rispose qualcun altro.
« Siamo finiti… » propose un terzo.
« Avanti! » gridò, in contrasto, un’ultima voce dal gruppo « Sono solo due pezzenti… facciamoli a pezzi! »
Con rinnovato vigore le guardie tornarono alla carica contro i due mercenari, cercando di trarre forza dal loro stesso numero, pur ormai quasi dimezzato, ed ispirazione da quelle parole. Non erano concesse possibilità di fuga alla coppia e l’unica loro speranza appariva nella vittoria. Era evidente come, infatti, la resa non sarebbe stata accettabile neanche nel momento in cui le loro identità fossero state rivelate: il sangue versato era divenuto ormai troppo ed il turbine della violenza avviatosi non avrebbe trovato facilmente arresto se non dopo la loro morte.
« Guercio… mi sto iniziando ad annoiare! » commentò la donna guerriero.
« Dai, in fondo si stanno impegnando… » replicò l’uomo, accennando un lieve sorriso a quelle parole.
Comprendendo l’esigenza di dover cambiare le carte in tavola, Midda si slanciò in avanti appoggiando il piede sinistro sulla coscia di un avversario per poter fare lì leva e gettarsi in contrapposizione all’indietro, compiendo un’amplia capovolta che la condusse fino alle spalle del gruppo di nemici affrontato dal compagno. Egli, intravedendo quella mossa con la coda dell’occhio, non perse tempo e si voltò per non rischiare di restare con le spalle scoperte, affidando la propria protezione sul lato precedentemente frontale alla donna. Ritrovandosi così a ruoli invertiti, i due mercenari colsero di sorpresa i propri avversari che videro mutati radicalmente i propri obiettivi: chi pensava di dover affrontare una donna disarmata si ritrovò al contrario a fare i conti con l’arma impietosa del tranitha, gestita con una furia priva di controllo, mentre gli altri si videro attaccati alle spalle da una nemica inattesa, che fece calare sui loro corpi la violenza del proprio braccio metallico.
« Meno tre… » esclamò ella.
Tre erano infatti gli uomini di guardia rimasti ancora in piedi a combattere contro di loro in quel momento, due di fronte a lei e l’altro di fronte al di lei compagno. Strappando una lancia di mano ad una delle sentinelle rimaste, la donna guerriero propose una serie di cinque rapidi ma violenti colpi contro il viso di egli, senza che alcuna difesa potesse essere proposta in quell’azione tanto rapida: prima ancora che il malcapitato potesse comprendere quanto stava accadendo, egli perse così i sensi, ritrovando il proprio volto tramutato in un’informe maschera di sangue.
« Meno due! » rispose egli.
Due erano così le guardie ancora combattive nel momento in cui il mercenario fendette per un’ultima volta l’aria, in un gesto che disegnò una parabola ascendente, amputando di netto le due braccia che, sollevate ed unite nelle mani attorno all’impugnatura di una lama, miravano a lasciar abbassare un colpo di spada contro di lui. In un grido orribile, l’uomo ferito ebbe pochi istanti per contemplare i resti sanguinanti dei propri arti prima che un atto, ormai di grazia, gli concedesse di terminare la propria esistenza senza ulteriori sofferenze.
« Meno uno? » domandò a quel punto la donna.
La questione, in effetti, era rivolta non tanto verso il compagno d’arme quanto verso l’unico avversario ancora in piedi, che ella disarmò rapidamente per poi bloccarlo con una morsa della propria mano al di lui collo, quasi soffocandolo per non permettergli di tentare altre azioni offensive ma, al contempo, stando attenta a non farlo svenire. Aveva molte domande e qualche risposta le era dovuta, dopo tutto quello che era accaduto.
« I-io… non so… nulla… » balbettò la guardia, quasi non udibile.
« Risposta sbagliata. » scosse lei il capo, stringendo per un istante maggiormente quel collo.
« No… non… » tentò di nuovo di dire, gemendo per il dolore.
« Ci attendevate? Era una trappola? » incalzò lei, quasi retoricamente.
« S-s-s-s-sì… » ammise il prigioniero.
« Dove è la ragazza? Dove avete portato la giovane dai capelli rossi? »
Ma nessuna risposta fu concessa a quella richiesta: nell’enfasi della lotta, nel trasporto della sete di conoscenza in quell’interrogatorio, Midda non si accorse di aver stretto eccessivamente il collo dell’uomo, facendogli irrimediabilmente perdere i sensi.
martedì 26 febbraio 2008
047
Avventura
002 - La città del peccato
La risalita dei due mercenari fu più lenta e difficoltosa del previsto. Per quante il numero di guardie in quell’orario notturno fosse ridotto e le poche in circolazione non fossero esattamente al pieno del proprio potenziale, non attendendosi ovviamente un attacco, diversi furono i momenti in cui i due dovettero scegliere fra stordire ed uccidere qualche sentinella, agendo puntualmente con rapidità ed efficienza degne del compito che si erano scelti.
Midda, pur meno offensiva rispetto alla norma a causa del braccio sinistro legato al corpo ed a causa della convalescenza rifiutata a seguito della ferita subita, risultava essere sempre degna della propria fama, del mito attorno al proprio nome, incantando chiunque con la velocità dei propri movimenti: questi conducevano il braccio destro ad impattare di volta in volta in punti più o meno vitali dei propri avversari, per far loro perdere i sensi o la vita, in neri e lucenti guizzi metallici fuoriuscenti dal mantello rosso che ancora l’avvolgeva.
Il tranitha, dal proprio canto, cercava di non essere da meno della compagna, pur ovviamente non mostrando stile e classe a lei paragonabili: i gesti d’offesa dell’uomo, però, vedevano compensare la scarsa conoscenza della lotta con una forza indomabile, selvaggia quasi, in grado di fracassare un cranio con un gesto singolo o di squarciare un corpo, servendosi della propria medrath, con la stessa semplicità con cui avrebbe aperto un pomo maturo. Osservando quell’innata combattività, la donna non poté evitare di considerare che se egli avesse avuto un giorno l’occasione di incontrare un buon maestro e la pazienza di seguirne gli addestramenti, sarebbe senza dubbio potuto divenire un guerriero degno di rispetto.
Il silenzio e la velocità sarebbero dovuti restare i loro punti di forza: se fosse stato dato un allarme generale, non avrebbero potuto sperare di uscire vivi da quella torre. Ma fino a quando riuscivano a risalire mantenendo un basso profilo come stavano facendo, le loro speranze di successo sarebbero rimaste intatte.
« La tua fama non è immeritata, sfregiata. » commentò ad un certo punto l’uomo, continuando a risalire la scala a chiocciola alle spalle della compagna.
« Io mi sono fatta da sola, guercio. » accennò lei un lieve sorriso.
In quelle parole una sentinella piombò all’improvviso contro di loro, forse posta in allarme da quel lieve sussurro. La donna guerriero, però, non di fece trovare impreparata: levando la propria mano destra parò il fendente che l’avversario stava cercando di calare sopra la di lei testa con una corta spada, strappandogli poi la stessa di mano per rigirarla contro di lui, trapassandogli il collo da parte a parte, impedendogli di emettere un qualsiasi suono, fosse anche un rantolio di morte. Il tranitha, stupito, si ritrovò a pulirsi il viso macchiatosi con il sangue di quella rapida uccisione: non si era quasi accorto del tentativo d’offesa a loro discapito ed i gesti della donna, a difendere e rispondere allo stesso, apparvero tanto rapidi da non permettergli di seguirli in tempo reale, ma solo di ricostruirli ipoteticamente a fatti compiuti. Ogni dubbio che avrebbe potuto avere nei riguardi della donna fino quel momento sarebbe scomparso: l’uomo, in effetti, aveva sentito la notizia della di lei ultima impresa presso la palude di Grykoo e l’aveva ritenuta un’esagerazione, una leggenda nata da una fantasia eccessiva. Ma di fronte alla terribile e letale soavità di quei movimenti di morte, davanti alla perfezione di un corpo tanto bello eppur così mortale, nonostante il tremendo limite imposto dall’impossibilità all’uso della mano sinistra, non poteva conservare ulteriori indugi di fede: di fronte a quello spettacolo unico, era impossibile non convincersi che ella avrebbe potuto compiere qualsiasi missione si fosse imposta e niente o nessuno sarebbe riuscito a fermarla.
L’ascesa verso i piani superiori continuò, vedendo alternarsi di volta in volta l’uomo e la donna in avanscoperta, a raggiungere posizioni sempre più elevate, lasciando dietro di loro un numero sempre maggiore di guardie. Quando ad un ennesimo piano si ritrovarono di fronte ad una porta in legno scolpito, con elaborate decorazioni in avorio e pietre dure, compresero di essere di fronte al loro obiettivo. Aiutata dal compagno, Midda mascherò il proprio viso con un panno di tessuto bianco che avvolse completamente le di lei fattezze, al fine di non permettere un univoco riconoscimento della di lei identità. Anche il guercio, dopo essersi occupato di lei, coprì il proprio volto per la medesima ragione: possibilmente, oltrepassando quella porta, si sarebbero ritrovati a fronteggiare il signore stesso di quella torre, lord Bugeor, e proteggere le loro identità sarebbe stato essenziale alla conservazione degli equilibri di potere all’interno della capitale.
« Pronto? » domandò la donna, preparandosi all’attacco finale.
« Ci sono nato, sfregiata. » sussurrò l’uomo, levando il braccio armato di medrath verso la porta in legno.
« Aspetta… » lo bloccò, ponendo la mano sulla di lui schiena, per impedirgli di proseguire nella foga dell’azione « Non serve. »
Egli la guardò con aria interrogativa, riabbassando il braccio, mentre ella invitandolo a farsi da parte si pose di fronte alla porta e, con delicatezza, invitò la maniglia della medesima ad abbassarsi, non trovando ostacoli nell’apertura: sorridendo verso il proprio compagno, la donna guerriero spalancò così la porta, ponendosi di fronte all’oscurità di una stanza in cui anche le finestre apparivano sbarrate. Quella situazione non le piacque, mentre la di lei consueta paranoia iniziava a cercare di suggerirle la somma di tanti diversi elementi, tante diverse coincidenze che insieme facevano risultare quell’assalto fin troppo semplice, quella risalita fin troppo elementare: brevi combattimenti a parte, infatti, si era ritrovata più ostacolata nel chiedere udienza al proprio mecenate che nel prendere di prepotenza l’ingresso a quella fortezza.
Ma prima che ella potesse pensare di ritirarsi, prima che potesse suggerire al compagno di arretrare, gli eventi precipitarono e la di lei eccessiva prudenza ignorata in quella pianificazione d’attacco gridò soddisfazione nella di lei mente: era stata una sciocca a credere che un piano tanto semplice avrebbe potuto concedere un reale frutto, a meno che qualcuno non avesse utilizzato ogni propria risorsa per renderlo possibile. La luce di diverse lampade, infatti, venne improvvisamente svelata nella stanza, mostrando in tutta la propria pienezza la guardia personale di lorg Bugeor: non più poche sentinelle addormentate, ma un vasto manipolo di uomini, tanto folto da saturare l’intero ambiente, più che allerta e pronti all’attacco, all’offesa contro di lei, all’azione coordinata con i propri compagni che giunsero rapidi dalle scale dietro alla coppia.
Erano caduti in una trappola.
« Maledizione! » digrignò i denti il tranitha, stringendosi in una posizione di guardia.
La donna guerriero si rimproverò per la propria manifesta stupidità: lei che era solita pianificare nel minimo dettaglio ogni strategia d’azione, aveva commesso un’imprudenza eccessiva nelle scelte tattiche di quell’attacco ed, ora, ne stava pagando il giusto pegno. Forse aveva avuto ragione Be’Sihl nel suggerirle ulteriore riposo, forse se si fosse concessa il giusto tempo per rimettere in forze il proprio corpo, anche la di lei mente avrebbe offerto migliori risultati. Ormai, però, perdere tempo a riflettere sulle colpe e sui meriti non sarebbe servito: era giunto il tempo di combattere, lottare per la propria vita, come sempre del resto.
« Sapevo di essere attraente… ma non avrei mai pensato che tanti maschioni si sarebbero ammassati in questo modo solo per me. » esclamò a quel punto Midda, comprendendo che il tempo dei silenzi era concluso « Uno alla volta, per carità… cercherò di offrire a tutti voi ciò che meritate. »
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