11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 057 - Un bagliore di speranza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 057 - Un bagliore di speranza. Mostra tutti i post

lunedì 22 luglio 2019

2979


Così, fra i tanti, imperdonabili errori da lei commessi, avrebbe avuto a dover essere sicuramente citata la distruzione di una delle più importanti biblioteche del proprio mondo, una biblioteca contenente un inestimabile patrimonio di conoscenza, e un patrimonio che ella, senza esitazione alcuna, aveva destinato alle fiamme nel solo intento di salvare la vita a sé e ai propri amici, ai propri alleati, a coloro i quali, in quel momento della propria storia, per lei erano la propria famiglia. E se, certamente, a posteriori il peso della propria colpa, e della colpa di aver privato per sempre l’umanità di quel patrimonio incommensurabile, non aveva potuto ovviare a presentarsi a confronto con la sua coscienza, la consapevolezza, la certezza di aver agito in quel modo per quello scopo le aveva permesso di perdonarsi: non di dimenticare il proprio errore, non di ignorare il peso della propria responsabilità, e della responsabilità di un crimine terrificante, e, ciò non di meno, di perdonarsi.
Ma se per la salvezza dei propri cari ella era stata in grado di radere al suolo una delle più importanti meraviglie del proprio mondo, una biblioteca priva d’eguali, negando all’umanità quel patrimonio… in nome di quale coerenza, in nome di quale raziocinio, avrebbe mai potuto condannare i propri cari per la salvezza dell’umanità tutta?!
Quando ella aveva accettato di lasciare il proprio mondo, e di lasciarlo sulle ali della fenice, ella aveva accolto con serenità quell’ingrato compito mossa dal pensiero, dall’idea, in tal maniera, di mantenere distante la minaccia su di loro altrimenti imposta, e, ancor più, di star sacrificando la propria vita per la loro stessa salvezza, laddove facile per lei, in fondo, sarebbe stato anteporre la salvezza dei propri cari alla propria. Ma, nel compiere tutto ciò, ella non aveva preso in considerazione l’idea, l’eventualità che, fra le stelle, una nuova famiglia avrebbe potuto attenderla, nuovi amici avrebbe potuto incontrare, e, addirittura, accanto a essi, anche due figli, due bambini stupendi, due pargoli straordinari che tanto amore si erano dimostrati in grado di donarle.
Era stata forse ingenua nell’avere a immaginare se stessa, ancora una volta, come una sorta di eroe solitario, e un eroe solitario che, in maniera tanto epica quanto tragica, può arrivare a sacrificarsi per un bene superiore, per l’amore della propria famiglia, così come, quattro anni prima, era dopotutto stata in grado di compiere sua sorella Nissa. Ma così come, già in gioventù, ella aveva cercato di rifuggire ai propri affetti, alla propria famiglia, nell’abbandonare gli amici della Jol’Ange, la sua nave, e con essi il suo primo grande amore, Salge Tresand, sperando di garantire loro, in tal maniera, una vita prospera e felice, allontanando da loro la minaccia altrimenti loro imposta dalla cupa ombra della vendetta della sua gemella; e così come, malgrado tale impegno, tale rinuncia, altra occasione ella non si era riservata se non quella di offrirsi a nuove possibilità di amicizia, a nuove possibilità di affetti, quali poi erano stati tutti coloro che l’avevano affiancata in quella seconda parte della propria esistenza; allo stesso modo vano era stato anche quel nuovo tentativo di abbandono, di distacco, di rinuncia… vano laddove, fra le stelle, ancora altri amici, ancora un’altra famiglia si era presentata in sua attesa. Una famiglia che ora, mai, avrebbe potuto porre in pericolo per così come, altresì, la sorte sembra da lei esigere andasse compiuto.

« … Midda… io… » esitò Be’Sihl, non potendo ignorare la profondità di quel momento di condivisione e, nel profondo del proprio cuore, non potendo ignorare l’esigenza, allora, di offrire altrettanto rispetto, altrettanto amore, altrettanta fiducia verso di lei in misura quindi utile a permetterle di essere posta al corrente di quanto accaduto, essere posta al corrente di quanto egli fosse sceso in basso in quegli ultimi mesi, e di quanta oscurità, in tutto ciò, fosse penetrata nel suo cuore, cambiandolo più di quanto egli non avrebbe mai potuto prevedere accadesse.

Prima, tuttavia che lo shar’tiagho potesse proseguire in quella propria replica, e in quella replica che, in un tale frangente, si sarebbe dimostrata forse utile a permettergli di riavvicinarsi a lei, a colmare quella distanza che, nel proprio silenzio, nella propria omissione, egli era consapevole aver posto fra loro; qualcosa accadde. E accadde proprio lì, all’interno del container nel quale, alla ricerca di una qualche risposta, Midda Bontor si era andata a isolare, con la scusa di effettuare i propri consueti controlli di rito sul carico della Kasta Hamina. In quell’ultimo container di coda, là dove ella era andata a cercare un momento di intimistica solitudine in quello che, altrimenti, avrebbe avuto a doversi riconoscere, comunque, qual un ambiente troppo piccolo, e troppo affollato, qual quello proprio di una nave stellare di classe libellula, e una nave stellare di classe libellula già sovrappopolata rispetto ai comuni canoni propri del suo equipaggio tipo, un equipaggio che avrebbe avuto a dover essere inteso qual esclusivamente tecnico, e non, altresì, contornato da altre figure, fossero anche e soltanto semplici familiari, per così come, pur, in quegli ultimi anni, l’equipaggio della Kasta Hamina era andato via via crescendo.
A interrompere, allora, le parole di Be’Sihl, fu la comparsa improvvisa e inattesa di una colonna di fuoco, e di una colonna di fuoco che, a pochi piedi da loro, bruciò con straordinaria intensità senza, tuttavia, nulla lì attorno ardere, senza nulla lì attorno consumare, fossero anche e soltanto le etichette proprie delle grandi casse di merci là dentro stipate. Un fuoco, una colonna di fuoco, quella così lì apparsa, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual inedita agli occhi di entrambi i presenti…
« Ma cosa…?! » si interruppe bruscamente lo shar’tiagho, sorpreso non soltanto da quell’immagine, ma ancor più dal riproporsi di quell’immagine, e di quell’immagine che, francamente, non si sarebbe potuto attendere di rivedere… né tantomeno di rivedere in tempi sì stretti.
« … di nuovo lei?! » esitò la Figlia di Marr’Mahew, non meno spiazzata rispetto al proprio amato, necessariamente spiazzata all’idea del ritorno di quella giovane versione alternativa della propria sorella gemella.

Erano trascorse solo poche settimane, poco più di un mese, infatti, da quando un’identica immagine aveva già posto tutto l’equipaggio della Kasta Hamina in allarme, nel fare la propria comparsa all’interno della sala mensa, là dove, una buona parte di loro, si era riunita nel turno di propria pertinenza per consumare quietamente una sempre deliziosa cena preparata da Thaare. E da quella colonna di fuoco, là dove già tutti si attendevano il peggio, aveva fatto la propria apparizione, la propria inattesa, imprevista e imprevedibile comparsa, Nóirín Mont-d'Orb… una versione alternativa della gemella di Midda che ella, insieme a Be’Sihl, a Tagae e Liagu e, anche, a Lys’sh, aveva già avuto occasione di incontrare, seppur fugacemente e in termini sufficientemente concitati, all’inizio dell’anno precedente, durante la loro assurda avventura all’interno di quanto era stato ribattezzato qual il tempo del sogno.
In verità, a Midda, Rín piaceva. Rín le era piaciuta sin dall’inizio, sin da quel primo incontro nel tempo del sogno, là dove aveva dimostrato una straordinaria capacità di adattamento alla situazione, arrivando, per prima, a dominare la situazione stessa e a offrire loro la giusta chiave di lettura di quella bizzarra realtà in termini utili a contrastare secondo-fra-tre, un nuovo vicario di Anmel, responsabile di quanto, allora, era accaduto e, in tal direzione, mosso ovviamente e prevedibilmente soltanto dal desiderio di distruggerla… e di distruggerla, addirittura, in ogni propria versione alternativa, in ogni universo nel quale mai, una Midda, avrebbe potuto star esistendo. E, ancora, Rín le era tornata a piacere quando, appunto poco più di un mese prima, aveva fatto la propria apparizione, e la propria apparizione in una maniera tanto plateale e, inizialmente, necessariamente allarmante all’interno della loro sala mensa.
A Midda, quindi, Rín piaceva. E, probabilmente, piaceva nell’ordine di misura nella quale, in lei, le era stata concessa la tanto agognata occasione di ritrovare la propria perduta gemella, e di ritrovarla in una versione diversa, in una versione non corrotta dal risentimento e dall’odio verso di lei, o, più propriamente, verso la propria effettiva gemella, Maddie, quanto e piuttosto alimentata, nel proprio agire, in ogni propria parola, in ogni propria azione, soltanto dall’amore per lei, e da quell’amore che, in maniera egualitaria, le era ricambiato dall’altra. In Maddie e Rín, quindi, alla Figlia di Marr’Mahew era stata concessa la malinconica, dolce e triste al tempo stesso, occasione di contemplare quello che ella e Nissa avrebbero potuto essere se soltanto avessero compiuto scelte diverse. E per quanto, ovviamente doloroso, non avrebbe potuto che essere il pensiero della perdita della propria gemella, e della vita in armonia che non era stata loro così concessa; l’evidenza di quanto, comunque, in un altro universo, in un’altra realtà, una Midda e una Nissa potessero essere cresciute in maniera diversa da loro non avrebbe potuto che rallegrarla… e non avrebbe potuto che rallegrarla in maniera forse difficile da comprendere, e pur straordinariamente sincera.
Ovviamente, nell’immediato, Midda non aveva avuto occasione di riconoscere Rín. Impossibile, per chiunque, sarebbe stato farlo… soprattutto a confronto con l’idea di un multiverso popolato da infinite versioni alternative di sé e della propria gemella. E, altrettanto ovviamente, nell’immediato, Midda non aveva neppure voluto accettare facilmente l’identità della nuova arrivata. Stolido, per chiunque, sarebbe stato farlo… soprattutto a confronto con l’evidenza di quanto, in quegli ultimi tempi, la loro vita era stata ulteriormente sconvolta dall’ingresso in scena di una diabolica creatura mutaforma. Ma a confronto con l’evidenza concreta delle prove da lei addotte, e, soprattutto, con una storia che troppo assurda avrebbe avuto a dover essere giudicata per essere inventata, Rín era stata riconosciuta e accettata in quanto tale, e in quanto tale era stata ben accolta da tutti loro, sia da coloro che già l’avevano incontrata in passato, sia da coloro i quali, di lei, avevano soltanto sentito riferire attraverso i racconti dei propri compagni, e quei racconti attraverso i quali non avevano mancato di condividere, con tutta la loro famiglia a bordo della Kasta Hamina, quanto accaduto.
Tuttavia, Rín non era giunta sino a lì per lei, per loro. E non appena vi era stata occasione di chiarire l’intento della giovane, e quell’intento volto a permetterle di ricongiungersi alla propria gemella, Midda aveva cercato di fornirle tutte le indicazioni utili a raggiungerla, parlandole del proprio mondo natale, e di quel mondo nel quale, per bizzarri intrecci del destino, ella sapeva essere finita proprio Maddie. E così, dopo essersi riposata a sufficienza per compiere un nuovo salto dimensionale, in una nuova colonna di fuoco Rín era ripartita.
Ed era ripartita, ipoteticamente, per non fare più ritorno…

« Forse non l’ha ancora trovata… » suggerì Be’Sihl, attendendo che le fiamme scemassero per avere occasione di tornare a confrontarsi con la loro amica, la loro ospite, e scoprire qualcosa di più nel merito delle ragioni proprie di quel suo inatteso ritorno.

Ma, a dispetto di quanto così ipotizzato, Rín aveva ritrovato Maddie… e non soltanto lei.

domenica 21 luglio 2019

2978


« E tu hai voglia di parlarmene…?! » rispose ella, sorridendo dolcemente verso di lui e aggrottando appena la fronte, a rigirargli quello stesso invito, e quell’invito che, allora, avrebbe avuto eguale valenza anche per lui, nel confronto con troppe cose che dovevano essere avvenute in sua assenza, durante il suo ultimo periodo di prigionia, e di prigionia mentale, e delle quali, ancora, egli non aveva dimostrato evidenza di voler condividere nulla, decisione che ella stava invero rispettando, nell’amore che provava per lui.

Un lungo momento di imbarazzato silenzio fu quello che offrì, per tutta replica, il buon ex-locandiere, volendo sinceramente trovare occasione di confrontarsi con lei su quanto accaduto in quei lunghi mesi nei quali ella era rimasta intrappolata all’interno della propria mente, vittima dei complotti del loro avversario, e pur sovente alleato, Desmair. Ciò non di meno, pur non rinnegando nulla di quanto egli aveva scelto di compiere nel corso di quei mesi, quel cammino di corruzione della propria stessa anima che pur aveva coscientemente abbracciato nel nome dell’amore che provava per lei, Be’Sihl non avrebbe neppure potuto esserne fiero, consapevole di aver superato un limite oltre il quale, probabilmente, non avrebbe dovuto mai sospingersi. E un limite non rappresentato, tanto, dalle uccisioni delle quali si era reso artefice, né, eventualmente, dalla propria stessa morte, seppur poi riscritta a opera di un’incomprensibile nanotecnologia in grado di restituirgli quanto stolidamente perduto… quanto e piuttosto un limite psicologico, un limite morale: quel limite morale utile a discernere l’individuo stesso, a separare, nell’animo di ogni persona, la propria interpretazione di bene rispetto a quella di male, e, in tal senso, a definire il proprio stesso io.
Egli, ritrovandosi a essere privato della donna da lui amata, e temendo il peggio, temendo l’eventualità di non poterla più stringere a sé, di non poter più avere occasione di confronto con lei, di non poterne più udire la voce, aveva rinunciato, più o meno coscientemente, a ogni idea di bussola morale, divenendo la versione peggiore di se stesso, divenendo quell’uomo che, più volte, nel corso della propria vita, avrebbe potuto essere, e che pur non aveva mai voluto essere, per quanto, sovente, avrebbe potuto rendere più facili determinate strade, più ovvie talune soluzioni. E per quanto, ora che ella aveva fatto ritorno, egli avrebbe potuto anche far finta che nulla fosse mai accaduto, vantando la complicità di un’amica sincera qual aveva scoperto essere l’ofidiana Lys’sh, e per quanto, ora che ella era rientrata a far parte della sua quotidianità, egli avrebbe potuto anche ignorare gli errori compiuti; il limite da lui superato non avrebbe potuto essere scordato. E a poco, e a nulla sarebbe valsa l’illusione di aver compiuto tutto per il bene di lei… di aver agito soltanto per la sua salvezza: non ove, proprio malgrado, egli non avrebbe potuto ovviare all’evidenza di quanto, purtroppo, ogni propria scelta, ogni propria violazione dell’integrità della propria persona, avrebbe avuto a doversi riconoscere, alfine, vana, giacché, agendo in maniera diversa, rispettando il proprio codice morale, egli avrebbe avuto occasione di raggiungere il medesimo risultato. Realtà impietosa con la quale confrontarsi, anche e soprattutto nell’idea di quanto, alfine e in buona sostanza, non fosse stato realmente egli a riportarla indietro… né, tantomeno, a permettere che ciò avesse ad avvenire.
Per sua fortuna, Midda Namile Bontor, oltre a essere una straordinaria guerriera, avrebbe avuto a doversi riconoscere, innanzitutto, una straordinaria donna. E in quanto tale, ella non avrebbe potuto prescindere dal comprendere, e dall’accettare, il proprio uomo in misura persino maggiore a quanto egli non fosse in grado di comprendere, e di accettare, se stesso. Midda amava Be’Sihl. Lo amava da tempo. Sicuramente lo amava da prima di essere in grado di realizzare di amarlo. E in quel proprio amore, e nella consapevolezza di quanto, dopotutto, ella stessa non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual una persona semplice accanto alla quale aver a essere, ella non avrebbe mai voluto forzargli la mano, facendolo comportare in maniera diversa da quanto egli non fosse o non potesse o volesse essere. Così, laddove il suo bel shar’tiagho non avesse voluto parlare, ella non avrebbe mai compiuto nulla per obbligarlo, pur non mancando di ovviare a essere pronta ad ascoltarlo, laddove, invece, egli avrebbe potuto decidere, alfine, di esprimersi.
Per questa ragione, dopo quella facile provocazione, e quel momento di silenzio utile a garantirgli occasione di espressione, ella riprese voce, a rinnegare la propria ultima richiesta, nella volontà di non imporgli ragione di difficoltà…

« Non siamo pronti a questo genere di scontro. » escluse quindi la Figlia di Marr’Mahew, ricollegandosi alla di lui richiesta e offrendogli la risposta da lui domandata « L’altra volta, dalla propria, Anmel aveva un regno di pirati: una realtà sì violenta e pericolosa, ma, al contempo, controversa. E questo ci ha aiutato a radunare in suo contrasto molte risorse, concedendoci tutto l’aiuto del quale avremmo mai potuto abbisognare, per quanto, comunque, alla fine, non fummo noi a sconfiggerla, quanto Nissa stessa, con il proprio ammirevole sacrificio, e quel sacrificio derivante da un gesto di amore, un atto d’amore verso di me e verso la propria stessa famiglia, quelle figlie che già aveva privato di un fratello e che, allora, non avrebbe voluto privare anche delle proprie stesse anime. » esplicitò, rievocando frammenti di passato, e di quel passato ormai sufficientemente remoto per poter essere anche analizzato con una certa razionalità.
« Ben diverso, probabilmente, sarebbe stato se, allorché scegliere la mia gemella, Anmel si fosse accontentata di restare in lady Lavero, ammesso ma non concesso che, effettivamente, da lei abbia avuto inizio il suo risveglio… » continuò, nella propria riflessione a voce alta, condivisa con il proprio amato « Lady Lavero, esponente della nobiltà kofreyota, ultima erede di antica famiglia, avrebbe potuto garantirle accesso a un ben diverso genere di risorse. Forse e addirittura avrebbe potuto condurla alla famiglia reale, e, da lì, a rivoltarmi contro l’intera Kofreya, pur con ogni limite e distinguo di quella complicata nazione. » osservò, nel ben giudicare quell’approccio sbagliato, quell’errore strategico all’epoca commesso dalla propria antagonista, e quell’errore strategico che, al tempo presente, ella doveva aver chiaramente compreso, nel non aver più a ripeterlo, nel non aver più a riproporlo « E, proprio in tal senso, ora ella si sta muovendo. Anzi. Si è mossa sin dal primo giorno, sin da quando, allorché lasciarmi nel più quieto anonimato, ella si è impegnata a promuovere la mia immagine anche in questa nuova realtà, impegnandosi al solo scopo di lasciarmi emergere, in maniera negativa, all’attenzione dell’omni-governo di Loicare. »
« A questo giro Anmel non ha scelto di prendere possesso di qualche figura sì carismatica, e pur emarginata, agli angoli del mondo conosciuto. A questo giro Anmel ha voluto mirare dritta al cuore della più grande potenza di quest’angolo di galassia… e si è voluta assicurare che chiunque, in essa, avesse ben chiaro il mio volto e il mio nome, e fosse consapevole della mia pericolosità, al fine di ovviare al rischio che qualcuno potesse volermi parlare prima ancora di aprire il fuoco contro di me. » concluse, con un lieve sospiro e con un movimento di negazione offerto dal proprio capo « E noi…? Noi cosa abbiamo per poterci muovere a suo contrasto…?! Una rete criminale al servizio di Desmair, e pochi, valorosissimi membri di un meraviglioso equipaggio, quella che è stata la nostra famiglia in questi ultimi quattro anni…?! »
« Ho già perso tanti amici, ho già perso tanti membri della mia famiglia, nel corso di questa guerra, prima contro Nissa e poi contro Anmel… » definì, storcendo le labbra verso il basso « … e non sono sicura di poter essere in grado di perdere ancora qualcuno senza, in ciò, impazzire definitivamente. »

Un breve, ma intenso, monologo, quello con il quale Midda si era in tal maniera confidata con il proprio uomo, con il proprio compagno, con il proprio amato, che non avrebbe potuto ovviare a colpirlo, e a colpirlo nel profondo, per l’inconsueta fragilità con la quale ella, in quel frangente, si stava presentando innanzi a lui.
Forse vittima della propria stessa fama, Midda Bontor non si era mai concessa occasione di incertezza, di dubbio, sul come agire, o, ancor prima, sul senso stesso dell’agire: sovente sbagliando, come ineluttabile nel confronto con la propria umana natura, ella aveva pur sempre agito con determinazione, con fermezza, animata da una lucidità di pensiero straordinaria, e atta a escludere qualunque possibilità di recriminazione preventiva sul proprio operato. All’occorrenza, ella avrebbe domandato scusa, ella si sarebbe pentita… ma lo avrebbe fatto solo dopo aver agito, e aver agito, eventualmente, secondo strade, secondo vie che alcun altro, al suo posto, avrebbe avuto la forza, o il coraggio, di rendere proprie, in tal direzione muovendosi animata da una ferma volontà di rispettare i propri valori, di rispettare la propria natura e il proprio credo, non tanto in un dio o in una dea, quanto e piuttosto in se stessa.

sabato 20 luglio 2019

2977


Vi era stato un tempo lontano della sua vita in cui Midda Bontor amava giocare a chaturaji, detto anche gioco dei quattro re.
In quel gioco, infatti, ella aveva sempre trovato squisitamente applicate le dinamiche proprie della vita vera, con un giusto equilibrio fra strategia e tattica, fra la necessità di pianificare e quella di rispondere a più o meno fortuiti eventi dell’ultimo minuto, e, soprattutto, con una squisita morale propria della figura stessa del re, la morte del quale non avrebbe posto fine alla battaglia fino a quando anche soltanto l’ultimo fra i suoi pedoni non fosse a sua volta morto. Anche perché, in qualunque istante, quell’ultimo pedone avrebbe potuto assurgere al ruolo stesso di sovrano. Il tiro dei dadi, in particolare, era sempre stato quello che più aveva stuzzicato l’interesse proprio della donna, laddove, in conseguenza di tale tiro, ogni strategia precedentemente pianificata avrebbe potuto vedersi completamente cancellata, costringendo, in ciò, il giocatore a dover rivalutare completamente ogni propria mossa, ogni propria iniziativa, a volte nel male, altre, e perché no, nel bene.
Era da tanto che Midda Bontor non giocava più una partita a chaturaji. In effetti, da quando la sua avversaria preferita, la sua cara amica Nass’Hya, era stata brutalmente assassinata da Nissa, una fra le tante, troppe vittime della sua gemella nel corso di quella trentennale faida fra loro. Midda aveva amato sinceramente N’Hya: era una sua amica, era la moglie di uno dei suoi più cari amici, nonché del suo primo e principale mecenate, ed era una ragazza straordinaria, dotata di una bellezza, tanto interiore quanto esteriore, priva d’eguali. Il loro rapporto non era iniziato in maniera semplice, non aveva avuto una storia scontata, ma aveva avuto comunque occasione di svilupparsi in qualcosa di bello… bello ed effimero, purtroppo, tanto quanto una farfalla.
Ma per quanto tempo fosse passato dall’ultima partita a chaturaji, per Midda la vita quotidiana continuava a sembrare svilupparsi come un’infinita partita, e una partita nel corso della quale molti si erano alternati nel ruolo di propri antagonisti, cercando di sconfiggerla, cercando di escluderla per sempre da quella piccola, metaforica, scacchiera colorata. Bugeor, Desmair, Lavero, Carsa, El’Abeb, Nissa, Anmel: tutti nomi che nella propria vita, in alcuni momenti, si erano schierati in sua opposizione, salvo poi, come talvolta accade nella confusione propria del chaturaji, e di un giuoco che si sviluppa fra quattro diversi antagonisti, decidere di cambiare schieramento e, in favore della lotta contro un antagonista comune, schierarsi accanto a lei. Ovviamente, per tanti nomi di avversari che contro di lei avevano voluto proporsi, altrettanti avrebbero avuto a doversi riconoscere i nomi di coloro i quali, al contrario, al suo fianco avevano voluto assumere un ben diverso ruolo, e un ruolo da amico, un ruolo da compagno: Salge, Ma’Vret, Brote, Be’Sihl, Howe, Be’Wahr, Seem… e molti, moltissimi altri, ultimi fra i quali coloro che, in quel momento, la stavano circondando, coloro i quali, in quel particolare capitolo della propria vita erano al suo fianco, a bordo della Kasta Hamina.
Nel corso degli anni, e di quell’interminabile partita chiamata vita, Midda aveva così visto alternarsi molte persone nel ruolo di antagonisti, così come aveva visto presentarsi molte persone nel ruolo di alleati. E per quanto in molti fossero andati perduti su entrambi i fronti, in molti altri non avevano quindi mai mancato di ripopolare le fila. Addirittura, quasi ridicolo a pensarsi, una nuova se stessa aveva scoperto essere impegnata nel proprio mondo, nel proprio pianeta, accanto ai propri antichi alleati. E se, tale notizia, in parte non avrebbe potuto ovviare ad animare nel suo cuore una certa nostalgia, e forse, e persino, una certa gelosia, all’idea di quanto, in tal maniera, ella potesse essere stata rimpiazzata da una propria versione alternativa, e una propria versione alternativa persino più giovane e più integra di lei; al tempo stesso ella non avrebbe potuto ovviare a essere felice per tutto questo, felice per i propri antichi alleati che aveva, proprio malgrado, dovuto abbandonare per intraprendere quel viaggio fra le stelle, un viaggio in conseguenza al quale, probabilmente, ella non avrebbe più fatto ritorno a casa, lasciando, in tal maniera, un vuoto dietro di sé e un vuoto che, probabilmente, era giusto potesse essere riempito da qualcun altra…
Dopotutto, ora, ella avrebbe avuto altre questioni su cui concentrarsi, altri dettagli a cui volgere il proprio interesse, giacché, ancora una volta, come già era accaduto in passato, la guerra contro Anmel stava andando a intensificarsi, e presto, molto presto, sarebbe giunta, ancora una volta, l’ora dello scontro finale. E come in passato Anmel si era assicurata il controllo di un intero regno, e di un vasto e potente regno di pirati, il regno fondato dalla propria gemella Nissa; ora quel dannato spirito immortale, l’Oscura Mietitrice, si era circondata di una delle più straordinarie potenze di quell’angolo di galassia, infiltrandosi nel cuore dell’omni-governo di Loicare e, in tal senso, riservandosi l’accesso a risorse praticamente illimitate, con le quali sconfiggerla, con le quali estirparla dal mondo… lei che sola, in fondo, le stava dando la caccia, e le stava dando la caccia in ubbidienza a quell’antico mandato del quale era stata investita per mezzo della fenice.
Ora più che mai, quindi, a Midda Bontor sarebbero serviti alleati. Ora più che mai, quindi, ella avrebbe avuto a dover riscuotere favori, come già in passato, per riuscire a reclutare quell’esercito che, al momento giusto, avrebbe avuto a dover schierare in opposizione all’infinito potere proprio dell’omni-governo di Loicare, e, ancor più, della regina Anmel Mal Toise.
Ma se, quando in passato si era ritrovata ad affrontare una simile prova, ella aveva avuto la possibilità di contare su trent’anni di favori, trent’anni di alleati a cui far riferimento, riunificando in tal maniera forze provenienti da metà del proprio mondo, e schierandole in opposizione alla propria gemella; a confronto con questa nuova prova ella non avrebbe potuto ovviare ad accusare, purtroppo, un più flebile rapporto con la realtà a lei circostante, in conseguenza a soltanto quattro anni di permanenza in quella realtà, e a quattro anni, in verità, vissuti sovente ai confini di quella stessa realtà, fra molteplici periodi di prigionia, fisica e mentale, che troppo spesso l’avevano esclusa dai giuochi. E anche quando, allora, ella aveva tentato di portare, dalla propria, colui il quale avrebbe avuto a doversi giudicare un proprio avversario, e pur uno di quegli avversari che, adeguatamente motivati, avrebbero potuto rivelarsi degli straordinari alleati, ella si era ritrovata, proprio malgrado, a fallire, e a fallire miseramente, per colpa, probabilmente, dell’ennesimo complotto orchestrato da Anmel, e un complotto nel quale, addirittura, era stata coinvolta un’inedita creatura mutaforma.
Insomma… sulla propria scacchiera, in quel momento, Midda si stava ponendo con ben pochi pezzi. Pezzi valorosi, sia chiaro, pezzi straordinari nella propria intrinseca importanza all’interno della sua vita, e pur, allora, pochi pezzi… troppo pochi per poter reggere il confronto con l’incommensurabile potere proprio della regina Anmel Mal Toise. E, in questo, difficile sarebbe stato ipotizzare un finale positivo per quella partita.
Per carità: nel corso della propria vita, ella, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, la donna da dieci miliardi di crediti, aveva già compiuto sovente gesta prima ritenute impossibili. Aveva affrontato ogni qual genere di avversario, umano o divino, ed era sempre sopravvissuta, era sempre riuscita a portare a casa la pelle. E, in questo, probabilmente, anche nel confronto con questa nuova sfida, alla fine, in qualche maniera sarebbe riuscita a cavarsela… ma a quale prezzo? Quanti altri nomi avrebbe dovuto incidere sul proprio cuore, nella colpa propria della loro perdita?! Tanti, troppi, infatti, erano coloro che ella aveva perduto. E, ad affrontare quella sfida, e quella sfida impossibile, ove anche fosse riuscita a sopravvivere, molti altri avrebbe ineluttabilmente veduto cadere attorno a sé. E sul proprio cuore, ben poco avrebbe avuto a doversi riconoscere lo spazio ancor utile a ospitare altri nomi… forse, addirittura, nullo.
No… ella non sarebbe riuscita a sopportare nuove perdite. Ella non sarebbe riuscita a sopportare nuovi lutti. Be’Sihl, Duva, Lys’sh, Rula, Lange, Mars, Roro, Thaare, Ragazzo, senza ovviamente scordare Tagae e Liagu, i propri figli: chi di loro avrebbe dovuto perdere? Ma, soprattutto, nel nome di cosa?!

« Hai voglia di parlarmene…? »

A rivolgersi a lei, con tono dolce e amorevole, ovviamente, non poté che essere il suo amato Be’Sihl, quell’uomo che tanto aveva rinunciato per seguirla, per amarla, e che in più di un’occasione era stato prossimo a morire per lei… quell’uomo che, in verità, a sua insaputa, era addirittura morto per lei, salvo poi essere riportato in vita attraverso una tecnologia maledetta, e una tecnologia che, a tempo debito, l’avrebbe tramutato in una sorta di zombie, ma che, fino ad allora, gli avrebbe permesso, comunque, di restarle al fianco, di continuare a combattere per lei, insieme a lei, fino alla fine.

venerdì 19 luglio 2019

2976


« E bravo il mio fratellino! » annuì H’Anel, rallegrata dalla duplice buona notizia derivante dalla conferma che M’Eu non avesse perso il senno, come per un istante avrebbe potuto apparire, e, al contempo, che la nostra missione potesse essersi alfine sviluppata nei giusti termini, e nei termini utile a poterla condurre a compimento « Ora, però, non distaccarti più dal gruppo… o, la prossima volta, una bastonata in testa non te la risparmierò! » minacciò scherzosamente, ma non troppo, la figlia di Ebano, dimostrando di non aver poi apprezzato il fatto che egli potesse aver agito in quei termini, e in termini tali per cui, probabilmente, se non me ne fossi resa conto, avremmo potuto esserci già allontanati parecchio da lui, lasciandolo involontariamente indietro.
« Sì, mamma… » replicò egli, per tutta risposta, non risparmiando alla sorella quella facile ironia e pur, al contempo, riconoscendole sincero affetto per la premura che, come al solito, ella gli aveva voluto riservare.
« Andiamocene! » incalzò Howe, riprendendo solo allora voce da quando il bacio di mia sorella lo aveva obbligato a tacere, e, in tal senso, esprimendosi con apparente indifferenza verso quanto pocanzi avvenuto, forse provando troppo imbarazzo per essersi lasciato cogliere di sorpresa da un gesto così semplice e inoffensivo al punto tale da preferire ignorare completamente l’occorrenza di quell’evento ancor prima che lasciarsi distrarre dal medesimo, soprattutto in un frangente tutt’altro che accogliente qual quello.

Un nuovo colpo dell’arma sonica di Rín ci assicurò, ancora una volta, la possibilità di un quieto cammino innanzi a noi, scardinando la compattezza della nuova orda di gula in arrivo e permettendoci di gettarci, a testa bassa e a passo spedito, nel cunicolo dal quale eravamo riemersi per sopraggiungere a quell’ampia grotta, e quel cunicolo che, pur, pocanzi, avevamo percorso in maniera decisamente diversa.
Del silenzio, della discrezione, della leggerezza dei movimenti precedenti, ormai, non restava che un flebile ricordo, e un ricordo lì vivacemente sovrastato dall’ingresso in scena di Rín, e da tutto quello che, da quel momento in poi, era accaduto. In effetti, non fosse stato per l’attenzione di M’Eu, probabilmente tutti noi ci saremmo allor impegnati a scappare di lì, e dalla minaccia dei gula, completamente dimentichi della ragione per la quale, in primo luogo, fino a lì ci eravamo sospinti, vanificando, per una banale distrazione, tutto l’impegno, tutta la fatica di quegli ultimi tre giorni trascorsi a combattere lungo il battagliero confine fra Kofreya e Y’Shalf: tre giorni, quelli che lì avevamo vissuto, che, almeno nella mia mente, almeno dal mio punto di vista, non avrebbero potuto ovviare ad apparire ormai incredibilmente lontani nel tempo, quali eventi di un passato remoto allorché propri di quello stesso presente. Un presente nel quale, ormai, a monopolizzare completamente la mia attenzione, i miei pensieri e le mie emozioni, non avrebbe potuto che essere proprio Rín.
Diamine… davvero quella era mia sorella? Davvero quella donna straordinariamente sicura di sé, o qual tale si era impegnata ad apparire innanzi a noi e, persino, innanzi all’intimidazione propria di Howe, era la mia gemella? La stessa gemella che avevo lasciato anni prima su una sedia a rotelle e che, poi, avevo rincontrato, e, non lo nego, avevo temuto di aver vaneggiato di rincontrare, all’interno del tempo del sogno?!
A osservarla, in quel momento, in quel frangente, correre su quelle due meravigliose nuove gambe così diverse, così estranee da quelle con le quali l’avevo veduta crescere, e lì poste quasi in maggiore risalto, in maniera probabilmente voluta, dalla particolare scelta di abbigliamento propria della medesima, difficile sarebbe stato, per me, riuscire a riassociarla all’immagine mentale che di lei avevo. Ma nel sentirla parlarle, nel vederla sorridere e ridere, non avrei potuto avere esitazioni, non avrei potuto riservarmi dubbio alcuno, a considerarla proprio lei, proprio la mia amata Rín: con nuove gambe, con nuovi superpoteri, e con un nuovo cannone sonico nel merito dell’utilizzo del quale, fortunatamente, non stava dimostrando alcun genere di timore… e pur, ugualmente, la mia amata Rín.
Sì. Davvero quella era mia sorella. E per così come, io, forse, avrei avuto a poter essere lì considerata la versione migliore di me stessa, e della me stessa che soltanto pochi anni prima era chiusa nel bagno dell’azienda per cui lavorava rimproverandosi per la propria stupidità; ella probabilmente avrebbe lì avuto a dover essere egualmente riconosciuta qual la versione migliore di se stessa, e di una se stessa che già, prima, avrebbe avuto a dover essere considerata semplicemente straordinaria e che, in quella nuova evoluzione, non avrebbe potuto che tendere a una sorta di divina perfezione.
Rín… la mia sorellina. O, forse, ormai, avrei dovuto dire sorellona.

« Sono felice che tu sia qui… » ammisi quindi nel mentre della nostra corsa attraverso quel cunicolo, esprimendomi in termini che soltanto lei avrebbe avuto occasione di comprendere in quel frangente e che, necessariamente, non avrebbe rappresentato un male, non volendo risultare di possibile distrazione per alcun altro presente, in un momento pur già sufficientemente teso.
« Non immagini quanto lo sia io! » sorrise ella per tutta replica, ammiccando verso di me con fare dolcemente complice, per poi aggiungere una semplice frase a confronto con la quale, tuttavia, il mio cuore parve sciogliersi all’interno del mio stesso petto « Ah… e prima che io me lo possa dimenticare… papà ti manda i suoi saluti, e ci tiene a farti sapere che ti ama e che è felice che tu, finalmente, abbia trovato il modo di vivere al pieno la tua vita. »
“… papà…”

Nel lasciare non soltanto la propria città o la propria nazione, ma addirittura il proprio intero pianeta e tutto il piano di esistenza in cui esso avrebbe avuto a dover essere riconosciuto esistere, certamente, non avrei avuto a dovermi considerare inconsapevole di quanto stavo allor compiendo. E del fatto che, nell’intraprendere quel viaggio sulle ali della fenice, probabilmente non avrei avuto più alcuna occasione per ritornare indietro, per ritornare alla mia vecchia vita, alla vecchia me stessa.
Ma laddove pur, sotto molti, troppi aspetti, tale scelta non avrebbe potuto che essere riconosciuta qual obbligata, avendo avuto occasione di sperimentare cosa potesse significare per me vivere pienamente la mia vita, e viverla per così come, anche in quel particolare momento, la stavo vivendo, correndo sul proverbiale filo del rasoio; sotto qualche altro, non minimale, aspetto, tale scelta non avrebbe potuto che pesare drammaticamente sul mio cuore e sul mio animo… soprattutto nell’addio che, in tal maniera, mi ero dovuta imporre nel confronto con la mia famiglia, con i miei cari, iniziando, proprio, da Rín e da nostro padre.
Un padre, il nostro, che nella propria vita aveva già dovuto affrontare molte difficoltà, fra la tragica e prematura scomparsa di nostra madre, e l’infermità stessa di Rín, conseguente al medesimo incidente. E un padre, il nostro, che pur non ci aveva mai fatto mancare nulla, offrendo a Rín tutte le cure e tutto l’amore del quale avrebbe mai potuto abbisognare, permettendo a entrambe di studiare, concedendoci tutto ciò che ci sarebbe mai potuto servire per tentare di diventare noi stesse. E un padre, il nostro, che alla fine aveva anche accettato, di buon grado, la mia partenza, prima, ed, evidentemente, anche la partenza di mia sorella, poi, pur consapevole di quanto, tale arrivederci, probabilmente, avrebbe avuto a mutare in un addio. E un addio, come tutti gli addii, carico di quella dolce e amara malinconia che i portoghesi amano definire con quel meraviglioso e intraducibile termine di “saudade”.
E saudade, in quelle poche e semplici parole in riferimento a nostro padre, non poté ovviare a colmarmi il cuore. Non perché abitualmente non avessi a pensare a lui o a Rín… ma, piuttosto, nell’avermi così a ritrovare a confronto, in quelle poche e semplici parole affidate a mia sorella, con tutta la più autentica e straordinaria dimostrazione dell’amore paterno che egli, ancora, si stava dimostrando in grado di offrirmi, e di offrirmi anche al di là dei confini della propria stessa dimensione, del proprio intero universo.

« Una volta uscite di qui avremo un bel po’ di cose di cui parlare, sorella… » dichiarai, semplicemente, cercando di non lasciarmi sopraffare, allora, dalle emozioni, e di non perdere di vista, in ciò, il nostro primario obiettivo: la nostra sopravvivenza!

giovedì 18 luglio 2019

2975


A confronto con quelle parole, Rín, al pari di chiunque altro, avrebbe potuto reagire in molti modi diversi. Avrebbe potuto, nell’ipotesi più semplice, seguire le regole da lui dettate, limitandosi ad annuire con serietà e a minimizzare, nell’immediato, qualunque genere di interazione con lui, per rispettare i limiti da lui così imposti e ovviare, in ogni maniera, a qualunque genere di scontro, più o meno diretto. Avrebbe potuto, altresì, decidere di reagire con un qualche moto d’orgoglio, nella ricerca di un pur giusto rispetto, e un pur giusto rispetto anche a confronto con l’evidenza di quanto, allora, ci stesse ripetutamente salvando la pelle, pretendendo che l’altro avesse a trattarla con la giusta dignità che le avrebbe dovuto essere riconosciuta, evitando di imporle, in tutto ciò, discorsi di quel genere, e del genere del quale io, facendo da filtro, avevo comunque ovviato ai particolari più crudi. Avrebbe potuto reagire in molti modi diversi, scatenando, per giusta contrapposizione, molte reazioni diverse. Ma solo in un modo ella ebbe a reagire… e un modo che, probabilmente, nessuno fra tutti i presenti avrebbe potuto attendersi. Me inclusa.
Perché, nel confronto con la così minimale distanza presente fra loro, fra i loro corpi e i loro volti, e nel confronto con la differenza di altezza esistente fra loro, tale da veder la figura di lui imporsi al di sopra di quella di lei, ella altro non reagì che aprendosi in un amplio sorriso quasi sbarazzino, per poi sollevarsi, di scatto, sulla punta dei piedi al solo scopo di spingersi contro le labbra di quell’altero interlocutore con le proprie, premendosi contro di esse per un fuggevole, e pur non troppo, bacio.
Un bacio a confronto con il quale, ovviamente, egli non poté che restare disorientato, non attendendolo né, del resto, avendo ragioni utili ad attenderlo, e che, di conseguenza, inibì qualunque genere di controreazione da parte sua, lasciandolo lì estemporaneamente pietrificato e concedendo a lei, in ciò, tempo utile per riabbassarsi e fare un paio di passi indietro, prima di riprendere voce…

« Potresti tradurre, per favore…? » sorrise quindi ella, al mio indirizzo « Digli pure che apprezzo molto la premura che sta dimostrando nei tuoi confronti, e nei confronti di tutti i suoi amici. E che questo, certamente, lo definisce qual un uomo di grande valore. » dichiarò, sorridendo « Ma ora… se veramente ci tiene a voi, farebbe meglio a premurarsi di quali sono i veri nemici che possono attentare alle vostre vite. Tipo quella carica di bruttoni dalla pelle bianca che stanno arrivando alle sue spalle… »
« Ti sta ringraziando per il tuo impegno in nostra difesa. » minimizzai ancora una volta, rendendomi conto di quanto le parole allor pronunciate da Rín avessero le proprie ragioni, e, in questo, cercando di concludere, nel minor tempo possibile quelle superflue chiacchiere da taverna « E ti invita a prestare più attenzione alle minacce proprie dei nemici che hai alle spalle, allorché alle minacce ipotetiche dei potenziali nuovi amici che hai di fronte. »

E Howe, decisamente più spiazzato di quanto chiunque di noi avrebbe potuto attendersi a confronto con un semplice bacio, e un bacio quasi fanciullesco a ben dire, restò allora per un momento imbambolato, prima di accennare una risposta positiva con il movimento del capo.

“E brava la mia sorellina…” pensai allora, divertita, ovviando tuttavia a esprimerlo apertamente nel rispetto di quel piccolo, e paranoico, dubbio ancor rimasto anche nella mia mente, volendo a tutti i costi credere che ella fosse colei che diceva di essere e, al contempo, non potendolo accettare “… è riuscita a farlo tacere, finalmente!”
« Andiamo! » aggiunsi poi, in lingua kofreyota, rivolta a tutti « L’arma di mia sorella ha i suoi limiti… e, se questi dannati continuano a riversarsi come stanno facendo, temo che presto li avremo a scoprire! » incalzai, scegliendo con cura tanto l’impiego della parola “arma” quanto quello della parola “sorella”, in termini tali da tentare di rendere più evidente possibile quanto quella donna avesse a doversi riconoscere come una nostra alleata, e il suo non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un potere magico di qualche tipo…

... ovviamente soprassedendo, quasi ingenuamente, sul fatto che ella fosse lì comparsa all’interno di una colonna di fuoco. Colonna di fuoco che, anche giustificata come un semplice effetto collaterale del viaggio attraverso le dimensioni, non avrebbe avuto a doverla banalizzare propriamente come una persona qualunque, giacché, per quanto poco ne avremmo mai potuto sapere, ella avrebbe avuto comunque a riconoscersi qual la prima, e forse l’unica, persona in grado di compiere qualcosa del genere.
Convinti dall’urgenza della questione, a seguito di una terza esplosione sonica a discapito della nuova ondata di avversari, accennammo così una rapida ritirata nell’unica direzione possibile, per quanto essa avesse comunque a doversi considerare quella meno auspicabile fra tutte. Ma prima ancora che i primi passi fossero compiuti, con la coda dell’occhio vidi M’Eu distaccarsi dal nostro gruppetto e ritornare indietro, in maniera che, allora, non poté che risultarmi quantomeno assurda.

« M’Eu! » esclamai, cercando di richiamarlo all’ordine e, soprattutto, di invitarlo a rientrare all’interno della formazione, giacché l’ultima cosa che, in quel frangente, avremmo potuto permetterci, sarebbe stato lasciare indietro qualcuno.
« … arrivo! » replicò egli, confermando di avere piena coscienza di quanto stesse allor compiendo e, comunque, continuando a muoversi per ripercorrere i pochi passi già compiuti sino a quel momento e, ancora, aggiungerne altri, per allontanarsi ancor più da noi.
« Fratellino… che diamine stai facendo?! » domandò in maniera più esplicita H’Anel, fermatasi insieme a me, giustamente allarmata dal richiamo che avevo rivolto in direzione del sangue del suo sangue, e di quel sangue che, in quel frangente, doveva essere quantomeno impazzito… o, forse, doveva aver ravvisato delle solide ragioni utili a giustificare allora quella particolare scelta, per così come compiuta.

Anche Howe, Be’Wahr e Rín, ovviamente, arrestarono il proprio incedere nel cogliere il nostro stallo. E necessariamente interrogativi ebbero a risultare gli sguardi di tutti, nel confronto con quell’ulteriore esitazione che, all’atto pratico, non avrebbe potuto essere in alcun modo giustificabile, non nel confronto con le orde di gula che, innanzi a noi, stavano continuamente facendo la propria apparizione, promettendoci implicitamente soltanto un fato di morte, e di dolorosa morte.
Ma per quanto tanto io, quanto H’Anel ci fossimo così appellate al buon senso del giovane figlio di Ebano, questi proseguì imperterrito nel proprio movimento, fino a quando non ebbe ad arrestarsi, riponendo una delle proprie due asce dietro la schiena, prima di chinarsi e raccogliere qualcosa di ingombrante da terra. Qualcosa nel merito dell’evidenza del quale, in un primo momento, nessuno fra noi riuscì a riservarsi consapevolezza, ma che, di lì a pochi istanti, nel suo ritorno verso di noi, ebbe a risultare decisamente chiaro, giustificando quietamente il rischio allor corso nel frenarci in tal maniera, e nel posticipare, ancora di un poco, la nostra uscita da quella trappola mortale.
Perché M’Eu, facendo ritorno a noi, si mostrò trasportare in braccio una pietra ambrata di notevoli dimensioni, e una pietra ambrata che, al di là della propria banale essenza, avrebbe avuto a doversi veder attribuita da tutti noi un notevole valore… e il valore proprio di tre giorni di missione in quel fronte di guerra, nonché della discesa nel covo dei gula: perché quella pietra altro non era che l’Occhio di Gorl, il tesoro perduto della famiglia reale di Kofreya!

« Alla fine avevamo ragione! » esclamò, in riferimento alla pietra e all’ipotesi da tutti noi silenziosamente formulata di quanto, quella pietra, dovesse essere probabilmente al centro della grotta, nel punto inizialmente occupato dai cuccioli e dagli anziani di gula, là dove non avremmo saputo come sospingerci e dove, altresì, eravamo poi paradossalmente giunti proprio per avvicinarci a Rín, per quanto, in quel frangente, estemporaneamente dimentichi delle ragioni per le quali ci stavamo lì ponendo essere, dimentichi della nostra missione « Mentre parlavate con la nuova arrivata, mi era sembrato di cogliere un luccichio dietro di noi… » argomentò quindi il giovane, sorridendo felice per quell’inatteso risultato « … ma fra una cosa e l’altra, ero rimasto distratto dall’evolversi della situazione e mi ero scordato di andare a verificare! »

mercoledì 17 luglio 2019

2974


« Rín… ti voglio bene anche io. » dichiarai pertanto, rivolgendomi nuovamente verso di lei con un profondo sospiro « E voglio credere che tu sia veramente chi dici di essere… e non, piuttosto, una folle assassina desiderosa soltanto di ucciderci. »
« Wow… mi sento commossa nel confronto con tanto ottimistica fiducia nei confronti del prossimo da parte tua… » ridacchiò ella, aggrottando la fronte.
« E’ mia sorella Rín. » annunciai, quindi, in favore del resto del pubblico presente, cercando di offrire, sul mio volto, un sorriso, e un sorriso quanto più possibile sereno nel confronto con tale idea.
« Rín…?! » esclamò Be’Wahr, voltandosi in direzione della medesima e offrendole, ora, un amplio sorriso carico di gioia, nella felicità conseguente a rivederla, a ritrovarla, sebbene, fatta eccezione per la nostra comune avventura nel tempo del sogno, egli non avrebbe potuto vantare alcun particolare pregresso con lei « Ma stai camminando! » osservò, dimostrando una certa attenzione, e un’attenzione in particolare non tanto ai particolari propri del nostro precedente momento di adunanza, quanto e piuttosto in favore di tutte le storie da me raccontategli a suo riguardo, e tutte quelle storie che, purtroppo, non avrebbero potuto ovviare a quel fattore comune proprio delle drammatiche conseguenze dell’incidente subito da bambina.
« Biondo… è un piacere rivederti. Quanto meno, questo significa che state ancora insieme!... » replicò ella, o, quantomeno, parve replicare, giacché, parlando l’uno kofreyota, e l’altra italiano, il loro ebbe a essere più che altro un dialogo fra sordi, inconsapevoli, a tutti gli effetti, di cosa l’uno o l’altra potessero star dicendo in quel particolare frangente « Anche se a tutti gli effetti non sto capendo assolutamente nulla di quanto tu possa star blaterando ora… » soggiunse quindi, evidenziando, con un sorriso, la situazione « … il traduttore automatico che mi ha fornito Midda, evidentemente, non è poi così automatico. » soggiunse quindi, aggrottando la fronte e scuotendo il capo.
« Non chiedetemi come sia possibile… ma ha trovato anche lei il modo di viaggiare attraverso i mondi. » continuai a spiegare io, all’indirizzo comune, cercando di ignorare, almeno per il momento, quel reciprocamente incompreso scambio di battute fra il mio compagno e mia sorella, giacché la situazione non ci avrebbe ovviamente permesso di prolungare troppo a lungo quel frangente di salotto che, in tal maniera, si stava creando « E, a differenza di quanto accaduto in questo mondo, fra mia sorella e me non vi è mai stata alcuna inimicizia… lo sapete! Ve ne ho parlato mille e più volte… » sancii, a cercare di riposizione l’immagine propria di Rín in un giusto contesto, e un contesto che, allora, non avrebbe avuto a doverla fraintendere qual una versione alternativa della Nissa cattiva, della strega dei mari che tanto dolore aveva inferto a quelle persone, o ai loro amici, negli ultimi trent’anni, quanto e piuttosto qual una versione alternativa della Nissa buona, della sorella di Midda che, alla fine, si era sacrificata volontariamente per cercare di sconfiggere Anmel, nel nome dell’amore incommensurabile che, sepolto sotto tanto, troppo odio, aveva pur sempre provato verso la propria gemella « Non è Nissa… »
« … non ancora… » brontolò Howe, dimostrandosi giustamente reticente nell’accogliere, se non l’intera argomentazione, quantomeno quell’ultima frase, e quella frase che, nei riguardi di Rín, dal proprio punto di vista, avrebbe probabilmente richiesto un investimento di fiducia in misura maggiore a quanto mai sarebbe stata disposta a riconoscerle.

A reimporci un giusto punto di vista sulla situazione, e sulla situazione lì per tutti attuale, fu, comunque, un nuovo colpo offerto dal cannone sonico a discapito dei gula, e di quei gula che, in parte ripresisi dal primo colpo, in parte sopraggiunti nuovi attraverso l’unica via di accesso e, per nostra sfortuna, di uscita da quella grotta, quel vasto budello di roccia, avrebbero potuto nuovamente attentare alle nostre vite.

« Non so perché faccia così tanto rumore… » commentò, quasi fra sé e sé, o, più probabilmente, nei miei riguardi, la mia gemella, sollevando appena l’arma per osservarla e per cercare di capire se non vi fosse qualche particolare genere di impostazione a dover essere regolata lungo la superficie della stessa, contraddistinta da alcuni pulsanti e diverse luci colorate « … Midda aveva detto sarebbe stata silenziosa nel proprio operare. Ma, forse, non l’aveva mai utilizzata all’interno di una grotta. » continuò, per poi mutare di poco tema, e rivolgersi esplicitamente nella mia direzione « Per inciso… questo affare ha dei suoi tempi di ricarica: non sono lunghissimi, ma non sono neppure così immediati. Ergo, se volessimo toglierci di torno prima che i vostri amici decidano di farci la pelle, non sarebbe poi così male… »
« Che cosa sta dicendo…?! » domandò H’Anel, nell’intuire quanto, nel proprio continuo parlare, evidentemente Rín dovesse avere qualcosa da dire, e non stesse lì impegnandosi in tal maniera solo per dare semplice sfogo all’aria nei propri polmoni.
« Che dovremmo andarcene… prima che sia troppo tardi. » semplificai la cosa, aggrottando la fronte.
« Il che non è poi proprio sbagliato… » annuì M’Eu, concordando con tale proposta « Leviamoci da qui… e, poi, avremo tutto il tempo per comprendere se poterci fidare o meno di sua sorella. » argomentò in direzione di Howe, il quale, nella questione, stava ovviamente assumendo il ruolo più critico di tutti, un ruolo non necessariamente sbagliato, non, quantomeno, nella confusione che non avrebbe potuto ovviare a regnare sovrana sulle loro menti in quel particolare momento, e che, pur, non avrebbe potuto trovare il proprio giusto margine di espressione in quel frangente… non, quantomeno, laddove stavamo continuando a essere circondati da gula, e non laddove, da tale punto di vista, la situazione non avrebbe avuto certamente a migliorare nel corso del tempo.

Storcendo le labbra, Howe abbassò la propria spada, e mosse allora qualche passo in direzione di Rín, fino a giungere dritto innanzi a lei, con espressione seria, nel dominarla fisicamente in conseguenza alla loro differenza di altezza.
In silenzio, egli la osservò, allora, per qualche lungo, lunghissimo istante, cercando di scrutare qualche profonda verità negli occhi color ghiaccio di lei, in quegli occhi che, non fosse stato più che abituato a osservare, in passato con Midda e Nissa, e nel tempo presente con la sottoscritta, probabilmente avrebbero anche potuto inquietarlo, nel proprio pallido colore, quasi tale, soprattutto nel confronto con la soffusa luce propria di quel luogo, da sembrare sostanzialmente privi di iridi, e con soltanto due grandi pupille nere al proprio interno. E quando, alfine, lo shar’tiagho decise di riprendere voce, il suo sguardo non ebbe ancora a muoversi da tale direzione, nella volontà, nel bisogno di fissarla dritta negli occhi nel contempo delle parole che, quindi, avrebbe pronunciato…

« Per cortesia, traduci per me… » mi invitò, parlando con tono grave « … io non so chi tu sia, non so chi ti abbia mandata, non so quali siano i tuoi piani e il tuo scopo in tutto questo. Quello che so è che, già una volta, in passato, abbiamo commesso l’errore di sottovalutare la pericolosità di una Nissa Bontor. E ne abbiamo pagato tutti le conseguenze… » asserì, scuotendo appena il capo « … mai più. » dichiarò quindi, fermo nel proprio proposito « Non avrai una seconda possibilità con me: un solo gesto errato, una sola parola sbagliata, un solo sguardo inopportuno… e ti giuro, come è vero Lohr, che ti ucciderò. A costo di lasciarci anche io la pelle. »
« Ti sta minacciando. » tradussi quindi in italiano, o, più che altro, riadattai, nella consapevolezza di non potermi permettere una traduzione fedele e puntuale di quell’intervento, non laddove troppi avrebbero avuto a doversi riconoscere i buchi narrativi propri della mia gemella nel confronto con quella questione, e, in particolare, con la figura propria della sua defunta corrispettiva locale « Diciamo che Nissa Bontor, la tua versione autoctona di questa dimensione, non ha lasciato un buon ricordo di sé… e, ora, hanno tutti un po’ paura di quello che tu potresti fare, o potresti voler fare. » riepilogai, sorridendo appena « Quindi… qualsiasi cosa tu voglia fare, o dire, o anche solo guardare, parti dal presupposto che sarà interpretata nel peggiore dei modi possibili. » conclusi, sospirando.

martedì 16 luglio 2019

2973


Ormai pochi piedi ci stavano separando dall’arrivo dei gula contro di noi, da quell’ondata di morte che ci avrebbe travolti in pochi istanti e a confronto con la quale, noi cinque, non avremmo avuto altre possibilità se non quella di entrare nella leggenda o, all’occorrenza, nella Storia. Nel primo caso, come indomabili eroi, sconfiggitori di gula. Nel secondo caso, come compianto gruppo di idioti, che in maniera tanto stolida si era avventurata in tal maniera verso morte certa.

« Non stiamo capendo nulla di quanto voi due vi possiate star dicendo… ma, dai toni, mi permetterei di consigliarvi di smettere di litigare. » ci invitò H’Anel, distendendo la propria lancia innanzi a sé e preparandosi, in tal maniera, all’impatto « Qui va a finire che ci lasciamo la pella… »
« Non stiamo litigando! » protestai in direzione della figlia d’Ebano, avvampando appena in volto per l’imbarazzo, e per l’imbarazzo proprio dell’essere stata appena accusata di star perdendo inutilmente, in tal maniera, tempo prezioso verso qualcosa di assolutamente futile, come un litigio fra sorelle… sempre ammesso, ma non concesso, che quella fosse effettivamente mia sorella.
« Maddie…? » mi apostrofò, nel contempo, la mia ipotetica gemella « Lo capisci, vero, quanto ti voglio bene e quanto ho fatto tutto questo solo per venire ad aiutarti…? » mi domandò, con tono ora completamente mutato, a metà fra il dolce e il rammaricato, forse nell’essersi già pentita di aver collaborato, più o meno consapevolmente, ad alimentare quella stupida discussione fra noi, e quella stupida discussione fra noi nel momento meno adatto.
« Rín… » esitai, voltandomi appena verso di lei, nel non saper ormai più in cosa voler credere, desiderando che ella potesse realmente essere la mia sorellina e, ciò non di meno, anche pregando affinché non fosse effettivamente lei, giacché, in tal senso, si sarebbe allor condannata a un fato decisamente spiacevole… e lo avrebbe fatto soltanto per dimostrarmi il suo affetto, nel venire a cercarmi attraverso l’intero multiverso.

Fu proprio in quel momento, all’ultimo secondo utile, che la nuova arrivata agì. E agì, allora, sciogliendo la posizione pocanzi assunta, allungando il braccio destro al di sotto del proprio spolverino amaranto, e da lì estraendo una grossa arma di un’interessante manifattura che non avevo mai veduto prima, soltanto per appoggiarne la parte anteriore sulla mancina e aprire, quindi, il fuoco in direzione dei nostri comuni antagonisti.
E se quanto fuoriuscì da quell’arma, da quella sorta di cannoncino, non fu nulla di realmente visibile, gli effetti del medesimo ebbero a distinguersi perfettamente, nel contempo di una forte esplosione: tutti i gula in corsa verso di noi vennero proiettati con violenza all’indietro, sbalzati per aria come travolti da una forza invisibile, e una forza invisibile in contrasto alla quale ogni tentativo di resistenza sarebbe stato vano.

« Stregoneria! » gemette Howe, confuso da quanto stava accadendo, non potendo negare l’evidenza di quanto, comunque, quel gesto fosse venuto in nostro aiuto, benché, obiettivamente, frutto dell’opera di una strega, e di una strega che allora non avrebbe potuto avere alcun altro nome se non uno « E’ Nissa! E’ tornata! » annunciò preoccupato, subito tirandosi di lato, e ponendosi in guardia nel confronto con la nuova arrivata, e quella nuova arrivata che, già in passato, gli aveva portato via un braccio e, quasi, la vita stessa… e verso la quale, pertanto, non avrebbe potuto più concedersi alcuna possibilità di fiducia.

E, a imitazione di quel suo gesto, anche i figli di Ebano non poterono che distaccarsi da noi, e distaccarsi da noi ignorando l’evidenza di quanto, comunque, tutto ciò fosse stato compiuto anche per la loro salvezza, mutando in tal senso radicalmente posizione e passando dalla possibile alleanza, ipotizzata sino a un attimo prima nel confronto con un nemico comune qual quello rappresentato dai gula, a una nuova rottura, e la ricerca, allora, di un conflitto, e di un conflitto con chi, necessariamente, non avrebbe potuto essere intesa in altro modo se non malvagia. Tale, in fondo, era la semplice, ma efficace, logica di quel mondo: la stregoneria non era mai associata a qualcosa di buono… e chiunque avesse dimostrato confidenza con essa, necessariamente, non avrebbe rappresentato nulla di buono. Anzi.
Ma quella non era stregoneria. E per quanto tale non avrebbe potuto che apparire innanzi ai loro occhi, a confronto con il mio giudizio e, persino, con quello di Be’Wahr, che già aveva avuto a che fare con armi tecnologiche all’interno del tempo del sogno, sufficientemente evidente avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto, allora, nulla di magico, nulla di stregato fosse occorso in contrasto ai gula… quanto qualcos’altro…

« Che arma è quella…?! » domandai allora verso l’ipotetica Rín, levando una mano in direzione di Howe e dei ragazzi, nel richiedergli ancora un attimo di pazienza, affinché non avessero a commettere qualche imperdonabile sciocchezza nell’aggredirla.
« E’ un semplice cannone sonico… » minimizzò l’altra, stringendosi fra le spalle « La tua amica Midda ha insistito affinché me lo portassi dietro, nel diffidare del proprio stesso pianeta natale e nel non credere che avrei potuto sospingermi, fino a qui, senza un’arma. » sorrise, sollevando appena la punta del cannoncino verso l’alto, per impugnarlo più comodamente e gestire, in maniera più naturale, il suo peso « E, a quanto pare, in fondo non aveva poi torto… »
« Non è stregoneria. » mi affrettai a spiegare, cambiando lingua dall’italiano al kofreyota, e rivolgendomi, in ciò, al resto dei presenti « E’ un’arma… un’arma che le è stata data da Midda, per difendersi in questo mondo. »
« Midda…?! » aggrottò la fronte M’Eu, nel volermi offrire fiducia e, ciò non di meno, nel non riuscire a cogliere la complessità del quadro d’insieme, non avendo, proprio malgrado, elementi utili in tal senso « Chi è quella donna…? E come fa a conoscere Midda…?! »
« Nissa è un’abile ingannatrice! » protestò Howe, tutt’altro che desideroso, al contrario, di accogliere con benevolenza e fiducia la situazione attuale, e, in tal senso, scuotendo il capo a esprimere netto dissenso nel confronto con la quiete che io, al contrario, stavo lì cercando di dimostrare « Non potete davvero credere di offrirle fiducia… non dopo tutto quello che ha fatto! »
« Nissa è morta, fratello! » escluse tuttavia Be’Wahr, facendo riferimento alla loro Nissa, alla sorella della loro Midda, nonché all’effettiva responsabile di tutte le colpe che, in quel momento, Howe stava cercando di riaccreditare alla nuova arrivata « Abbiamo tutti assistito alla sua fine. Abbiamo cremato il suo corpo. E abbiamo disperso le sue ceneri. » sancì, a imporre al compagno, all’amico di un’intera vita, un’occasione di raziocinio, in una situazione sufficientemente inedita fra loro, laddove, generalmente, proprio allo shar’tiagho era delegato il compito di ragionare all’interno della loro squadra « Questa non è Nissa! »
« E allora chi dovrebbe essere, per tutti gli dei?! » incalzò l’altro, storcendo le labbra verso il basso.

Toccava a me. Toccava a me prendere una decisione, in quel momento. Toccava a me definire chi diamine avrebbe avuto a dover essere considerata quella donna. E, al di là di ogni dubbio, al di là di ogni paranoia, avrei allora dovuto difendere con fermezza qualunque decisione avessi preso, nel bene o nel male, per poter dimostrare coerenza con me stessa, e per poter offrire, ai miei compagni, a quella mia famiglia, quella fiducia di cui, pur, allora necessitavano.
E per quanto anche io, in quel momento, non avrei potuto riconoscermi in altro modo se non confusa da tutto quello, e da quanto allora stesse accadendo, non avrei potuto negare quanto, proprio io, avrei dovuto dimostrare una certa fiducia nell’assurdità delle cose… e di quell’assurdità della quale, del resto, io stessa incarnavo perfetta esemplificazione. Dopotutto, se al mio arrivo in quel mondo, così come in ogni altro mondo, mi fossi ritrovata soltanto a confronto con persone desiderose di accopparmi… probabilmente, in quel momento, non si sarebbe neppure posto il problema, perché sarei già stata uccisa molto tempo prima.

lunedì 15 luglio 2019

2972


Ma, ancora una volta, pur volendo riconoscere ancora un senso a quelle parole… come avrebbe potuto trovare un senso tutto il resto?! Come avrebbe potuto trovare un senso il fatto di aver visto la mia gemella comparire all’interno di una colonna di fuoco, e di averla veduta proiettare dei fasci di fuoco dalle mani?!

« Rín… » ripetei, desiderando con tutta me stessa che tutto ciò potesse essere vero e, ciò non di meno, ancora non potendomi negare una certa ritrosia ad accettarlo, non per assenza di fiducia in lei, ma in conseguenza alla semplice evidenza di troppi mondi a confronto con i quali mi ero già posta, troppe realtà alternative popolate da troppe versioni di me e di lei, in termini tali per cui già sarebbe stato complesso riuscire a continuare ad avere fede nella mia stessa identità, conservando, in ciò, un pur minimo equilibrio mentale, senza, in questo, avere anche a porsi dubbi su tutto il resto e, in particolare, sull’eventualità che quella donna, lì in quel momento innanzi a me, fosse non soltanto effettivamente una versione alternativa di Rín, o Nissa che dir si volesse, ma, ancor più, quella versione in particolare, quella versione che, realmente, io avrei potuto riconoscere qual mia sorella « Se davvero, come dici, hai viaggiato nel multiverso, puoi immaginare quanto in questo momento sia difficile per me riuscire ad accettare che tu sia veramente tu… » mi giustificai, scuotendo appena il capo « … voglio dire… sei comparsa in una colonna di fuoco e hai proiettato fasci di fiamme dalle mani…! »
« Ah… quello?! » ridacchiò ella, apparendo per un momento in imbarazzo « Te lo stavo dicendo prima… ma forse non mi hai ascoltata: quella era solo un po’ di energia residua dopo un salto dimensionale. » ripeté, riproponendomi la stessa spiegazione che aveva già proposto immediatamente dopo il proprio arrivo e l’inizio di quel nostro dialogo, in termini tali, in verità, che la questione non avrebbe avuto a doversi declinare in direzione di una mia mancanza di ascolto, quanto e piuttosto di una mia mancanza di comprensione a confronto con quanto stava dicendo « Vedi… a differenza tua, io non ho potuto viaggiare comodamente sulle ali della fenice per trovare una via di accesso al multiverso. » strizzò l’occhio mancino, con fare complice « E in questo mi sono dovuta un po’ arrangiare per così come potevo. »
« … cosa intendi dire…?! » esitai, non potendo ovviare a celare la confusione che, in quel frangente, stava regnando sovrana in me.
« Intendo dire che ho viaggiato sino in Australia per poter avere occasione di confrontarmi con coloro i quali, soli nel nostro mondo, avrebbero potuto aiutarmi a ritrovare una via d’accesso al tempo del sogno. E, proprio passando dal tempo del sogno, ho trovato occasione di dischiudere le porte del multiverso, riservandomi la possibilità di iniziare a viaggiare in autonomia attraverso le dimensioni… » annunciò, non senza un certo, riconoscibile orgoglio nelle proprie parole, e un orgoglio che, laddove tutto ciò fosse stato reale, avrebbe avuto ben donde d’essere « … ma, per aiutarti a comprendere meglio, nel mentre in cui tu viaggi attraverso le dimensioni a bordo di una comoda limousine con autista, il mio metodo è più simile a un salto alla Patrick de Gayardon. E quando, alla fine, riesco a toccare terra, il mio corpo ha immagazzinato così tanta energia in eccesso in misura utile da permettermi qualche scherzetto come quello di prima: ma non è nulla di più, né nulla di meno, di quello che accade quando indossi un maglione di lana in una giornata di vento… »
« … alla faccia del maglione… » non potei ovviare a commentare, aggrottando appena la fronte.

Mi fosse stato concesso ancora del tempo, probabilmente, quel confronto sarebbe durato ancora a lungo, nell’obbligata paranoia alla quale avrei dovuto essere costretta innanzi a quanto, allora, accaduto.
Ma, si sa, non sempre vi è la possibilità di decidere nel merito del proprio tempo. Anzi… in verità, quasi mai ci viene riservata una tale occasione, una simile prerogativa, in termini tali per cui, allora, allorché sprecare una tanto preziosa risorsa in maniera futile, sarebbe meglio per tutti investire il nostro così effimero tempo in qualcosa di realmente utile, di effettivamente costruttivo, e, soprattutto, di concretamente appagante, in luogo a sprecarlo in futili elucubrazioni mentali, quali, in buona sostanza, avrebbero avuto a doversi riconoscere le mie in quel frangente.
E così, prima che tanto inutile dispendio di tempo ed energie mentali potesse essermi accordato, gli eventi ebbero a pretendere nuovamente tutta la mia… tutta la nostra attenzione, distogliendomi dalla futilità propria di quanto, sino a quel momento, occorso, e richiedendomi, altresì, di focalizzare il mio interesse su qualcos’altro. Qualcosa tipo una nuova carica da parte dei gula, e non di pochi gula anziani, quanto e piuttosto del gruppo originale, o, quantomeno, di un’avanguardia dello stesso di ritorno a casa.

« Maddie… tesoro! » mi richiamò la voce di Be’Wahr, con tono affannato, conseguente al fatto che, allora, tanto lui, quanto tutti gli altri miei compagni di ventura, avevano lasciato il proprio nascondiglio e stavano, quindi, convergendo di corsa verso me e la mia interlocutrice, evidentemente avendo valutato, fra i due mali, proprio quella sconosciuta Midda o Nissa qual il male minore, almeno nell’immediato « Non per metterti premura… ma temo che vi possa essere un problema! »
« Chiamiamolo “problema”… » ironizzò Howe, storcendo le labbra verso il basso con fare tutt’altro che entusiasta.

Facendo capolino da quella stessa galleria che, in buona sostanza, avrebbe avuto a dover rappresentare per noi l’unica, reale occasione di fuga da lì, infatti, un primo drappello di una ventina di gula, e di gula nel pieno della propria forma fisica, avevano fatto la propria apparizione e, per quanto eventualmente sorpresi e disorientati nel trovarci lì, all’interno del loro dominio, non si vollero concedere troppa esitazione, preferendo, a qualsivoglia genere di ragionamento, l’azione, e l’azione allor rappresentata dal caricarci, per pretendere le nostre vite come giusto prezzo da pagare per il nostro ardire…
… la battaglia che tanto a lungo avevamo sperato di evitare, alla fine, ci aveva lì raggiunti.

« Thyres… » gemetti, stringendo fra le mani le impugnature delle mie due scuri con così tanta forza da vedermi sbiancare le nocche, più di quanto già non avrebbero potuto essere nel confronto con la mia pallida carnagione « … ammesso ma non concesso che tu sia veramente la mia sorellina, particolare su cui, per la cronaca, desidero garantirmi ancora l’occasione di argomentare, non è che in questo momento ti è avanzata ancora una po’ di quell’energia di cui parlavi…?! » domandai in direzione della mia supposta gemella, nel mentre in cui, ormai, Howe, Be’Wahr, H’Anel e M’Eu ci avevano raggiunte, schierandosi, immediatamente accanto a noi.
« In quale particolare declinazione della nostra lingua il concetto di “energia residua” ti potrebbe far credere che io possa averne ancora un po’…?! » sospirò la donna, scuotendo il capo e levando gli occhi al cielo, nel conservare, ammirevolmente, una certa quiete emotiva nel confronto con quell’immagine, e quell’immagine innanzi alla quale guerrieri molti più esperti rispetto a quanto mai avrebbe potuto essere la mia sorellina avrebbero avuto ragione di pregare per la salvezza delle proprie anime immortali « No. Non mi rispondere. » escluse la possibilità di qualche facile polemica fra noi, nel comprendere quanto, quello, non avrebbe avuto a dover essere propriamente considerato il momento migliore « E no, non mi è rimasta altra energia… quella fiammata di prima non è stata una cosuccia di poco conto, sai?! »
« Allora, per bontà divina, portaci via di qui! » insistetti, consapevole di star offrendo troppo frettolosamente fiducia a quella potenziale sconosciuta, ma puntando, allora, francamente a sopravvivere nell’immediato, prima ancora di avere possibilità di preoccuparmi per minacce sino a quel momento non manifestatesi.
« Ma mi vuoi ascoltare…?! » replicò la mia interlocutrice, incrociando le braccia al petto con fare ora quasi infastidito « Ti ho appena spiegato che, per me, viaggiare fra le dimensioni non è qualcosa di così immediato: non sono la tua amica fenice… » protestò, facendomi quasi sentire, in quel momento, e in quelle parole, come una bimba che si stava lì incapricciando attorno a un’idea di realtà ben diversa dalla verità delle cose, e un’idea di realtà conseguente, soltanto, all’essere stata troppo a lungo viziata da una genitore estremamente premuroso nei miei riguardi.

domenica 14 luglio 2019

2971


Blaise Pascal, matematico e fisico, potrebbe essere ricordato, dai più, per una lunga serie di scoperte e invenzioni. Ciò non di meno, dai più, è ricordata più che altro una sua frase, e una frase di quelle che, con buona probabilità, si è letta per la prima volta dopo aver scartato un cioccolatino: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.”. E per quanto banale, in un simile contesto, ha a essere considerata una tale citazione, non potrei ovviare a ricordarla nel confronto con quanto lì stava allora accadendo. Perché, obiettivamente, tale citazione non avrebbe potuto essere riconosciuta qual più che appropriata a descrivere, nel dettaglio, il complesso e controverso moto interiore che, a confronto con quella donna sconosciuta, stava ponendo in contrapposizione la mia ragione e il mio cuore.
La mia ragione, infatti, non avrebbe potuto ignorare tre evidenti, solidi e incontrovertibili particolari relativi a mia sorella Nóirín Mont-d'Orb. Primo: dall’età di dieci anni, la mia gemella si era purtroppo ritrovata costretta a una sedia a rotelle, in conseguenza a un danno irreparabile alla colonna vertebrale e un danno a confronto con il quale, la sua straordinaria forza di volontà, aveva già compiuto il miracolo proprio di non bloccarla, irrimediabilmente, su un letto, per così come i medici, altresì, avevano quietamente previsto sarebbe accaduto, suggerendo per lei un futuro pressoché vegetativo. Secondo: la mia gemella, in quel momento, avrebbe avuto a dover essere certamente riconosciuta qual almeno a un universo di distanza da lì, nel nostro piano di realtà natale, nel nostro mondo, nella nostra città, probabilmente intenta a lamentarsi della politica locale e dell’ottusità della gente, incapace di superare il limite della propria miopia ideologica e, in ciò, di riuscire ad ammirare la meravigliosa complessità del tutto, e di quel tutto a confronto con il quale, sicuramente, certi pensieri nazionalistici non avrebbero mai potuto trovare occasione di sussistere. Terzo: la mia gemella, inutile sottolinearlo, non aveva mai saputo proiettare fasci di fiamme dalle mani… e su questo non credo sia necessario aggiungere altro.
In accordo con Pascal, tuttavia, di ben diverso avviso avrebbe avuto a dover essere allora riconosciuto il mio cuore. E il mio cuore che, a confronto con la mia lingua natia e con quei riferimenti, e quei riferimenti decisamente precisi a eventi occorsi ben dopo la mia partenza da casa, non avrebbe potuto ovviare a spingermi a dichiarare qualcosa di assolutamente irrazionale almeno quanto irrazionalmente assurdo…

« Rín…?! »

Un momento di silenziosa incredulità ebbe così a coinvolgere la mia interlocutrice, che, pur avendo tentato quell’ultimo azzardo, evidentemente ancora non avrebbe potuto ovviare a riservarsi un certo, giusto, scettiscismo all’idea di avercela fatta, di essere riuscita nella propria impresa, e in quell’impresa della quale, ancora, non avrei potuto vantare alcuna consapevolezza, e che pur, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare straordinaria… forse e persino in misura maggiore a quanto straordinario non avrebbe mai avuto a potersi giudicare quanto da me sino a quel momento compiuto in tutti i miei viaggi dimensionali sulle ali della fenice.

« Maddie…? » replicò quindi, vedendo i propri occhi colmarsi immediatamente di lacrime e un amplio sorriso aprirsi sul suo volto a confronto con il pensiero di avermi, alfine, raggiunta « Sei davvero tu, sorellona?! »
« C-come è possibile…?! » esitai, scuotendo appena il capo nel lasciar, per un istante, prevalere nuovamente la ragione, e quella ragione in ascolto alla quale, probabilmente, avrei fatto meglio a sollevare le mie scuri e ad attaccare quella donna intenzionata a presentarsi qual la mia gemella, e la mia gemella che, appunto, mai avrebbe potuto essere lì in quel momento « Non puoi essere davvero tu…! »
« Sono io, Maddie! » esclamò quindi ella, annuendo nel mentre in cui due lucide scie solcavano il suo volto, tracciando due percorsi longitudinali alle sue gote ornate da amabili efelidi « E’ una storia lunga… di cui, probabilmente, anche io stessa non ho ancora ben compreso tutti i dettagli… ma sono veramente io! » insistette, in termini che il mio cuore non avrebbe potuto ovviare ad accogliere con entusiasmo, nel mentre in cui, tuttavia, la mia ragione non avrebbe potuto ovviare a criticare con scetticismo, suggerendomi che simili frasi sarebbero certamente state pronunciate anche da qualunque possibile impostore « E’ iniziato tutto con il nostro viaggio nel tempo del sogno… ricordi che la mia sedia a rotelle venne distrutta e io scoprii di poter sfruttare il potere di tale luogo per concedermi occasione di camminare nuovamente?! Ecco… quando mi sono poi risvegliata, tutto ciò aveva già avuto occasione di influenzare anche la mia realtà, facendomi ritrovare la mia sedia accartocciata in un angolo della stanza, e lasciandomi scoprire nuovamente in grado di muovermi… e, in particolare, di balzare in piedi sul letto, spaventata alla vista delle condizioni in cui la sedia era stata ridotta! »

Quelle parole avrebbero potuto avere senso. Avrebbero potuto avere senso nella misura in cui, per così come il marito della mia corrispettiva locale, il semidio Desmair, ci aveva voluto didascalicamente illustrare, il tempo del sogno aveva la possibilità di influenzare la realtà, e, addirittura, di influenzare ogni realtà, in misura tale per cui, qualunque cosa occorsa all’interno del tempo del sogno avrebbe avuto a riflettersi anche al di fuori di esso, ragione per la quale, non a caso, eravamo stati lì tutti trascinati da secondo-fra-tre, vicario di Anmel, con l’esplicito scopo di distruggerci, e di distruggere, in particolare, Midda e me, in termini tali da poter estinguere, in un solo momento, tutte le Midda e le Maddie di ogni realtà, di ogni dimensione, cancellandoci, letteralmente, dall’intero universo.
Ma pur volendo riconoscere ancora un senso a quelle parole… come avrebbe potuto trovare un senso tutto il resto?! Come avrebbe potuto trovare un senso il fatto di aver visto la mia gemella comparire all’interno di una colonna di fuoco, e di averla veduta proiettare dei fasci di fuoco dalle mani?!

« Il tempo del sogno mi aveva restituito le mie gambe: guardami… guardale! » indicò allora quella coppia di splendide gambe, e di gambe che non avevo potuto ovviare a notare già, soprattutto in conseguenza al suo abbigliamento, e a quel suo abbigliamento che, nel dettaglio, sembrava proprio desiderare porre in risalto quelle stesse gambe, la loro presenza, la loro esistenza, la loro bellezza… in una reazione psicologica, emotiva, più che giustificabile per chi, da quasi tutta la propria vita, le aveva vedute come delle inutili appendici attaccate al proprio addome « Ma qualcos’altro, in me, si era mosso a seguito di quell’avventura e, forse, prima ancora. Qualcos’altro si era risvegliato in me, probabilmente sin da quando quel mostro era entrato in casa nostra, deciso a uccidere me e papà. Perché, per quanto avrei potuto allor desiderare di continuare la mia vita con la stessa inconsapevole serenità nella quale avevamo vissuto sino a quel momento, quella vita ormai era passata… apparteneva a un mondo nel quale non avrei più potuto completamente riconoscermi e che, soprattutto, non avrebbe più potuto completamente riconoscere me! »

Quelle parole avrebbero potuto avere senso. Avrebbero potuto avere senso nella misura in cui, in fondo, anche io avevo vissuto qualcosa di simile, in conseguenza alla comparsa, all’interno della mia quotidianità, di Midda Bontor, della mia defunta mentore, nella testimonianza esemplare offerta dalla quale non aveva potuto che essermi presentata una versione migliore di me stessa, e una versione migliore di me stessa verso la quale non avrei potuto ovviare a voler tendere, per sentirmi finalmente realizzata, per sentirmi finalmente completa, e completa così come, per esempio, in quel nuovo mondo mi stavo sentendo, pur vivendo qualcosa di folle, pur rischiando quotidianamente la mia vita, e pur, banalmente, avendo persino avuto a dovermi dimenticare dei più fondamentali principi dell’igiene personale, in un mondo che, obiettivamente, da tale punto di vista, avrebbe avuto a doversi riconoscere decisamente arretrato rispetto a quello nel quale avevo avuto occasione di nascere e di vivere una prima, lunga parte della mia esistenza.

sabato 13 luglio 2019

2970


Vi è stato un tempo in cui la domanda più ovvia da rivolgermi, in un simile contesto, sarebbe stata probabilmente “Chi sei tu?”. Poi Midda Bontor, la prima Midda Bontor, la mia defunta mentore, era sopraggiunta nella mia vita e tutto ciò che, sino ad allora, avrebbe avuto a doversi considerare ovvio, improvvisamente, aveva mutato di significato.
In tal senso, quindi, ritrovarmi a essere accolta con la domanda “Quale Maddie sei tu?” non avrebbe avuto a doversi fraintendere così assurdo. Anzi… nel confronto con la complessità propria del concetto di multiverso, probabilmente, quell’interrogativo avrebbe avuto a doversi riconoscere estremamente più sensato rispetto a un più generico “Chi sei tu?”, seppur decisamente di più difficile risposta.

« Eh… fosse facile discriminarlo. » dichiarai, aggrottando la fronte « Dal momento in cui nessuno si è ancora preso la briga di classificare gli infiniti piani di realtà esistenti, mi risulta davvero difficile dare una risposta sensata a questo interrogativo. » constatai, aggrottando appena la fronte e, in tale apparentemente sereno clima di colloquialità, concedendomi di allentare un po’ la tensione interiore con la quale avevo mosso i miei passi sino a quel momento, pur, ancora, non volendo commettere l’errore di abbassare completamente la guardia, fosse anche e soltanto a livello psicologico, non potendomi ancora fidare di quell’interlocutrice, della quale, in fondo, non avrei potuto vantare di conoscere nulla.
« In effetti… » riconobbe la mia interlocutrice, apparendo ancora un po’ in imbarazzo, nell’immaginare, probabilmente, quanto sarebbe stato difficile per lei rispondere a ruoli inversi « … ti chiedo scusa, ma per me è ancora tutto abbastanza nuovo. E se consideri che, giusto ieri, ero a bordo di una nave stellare in compagnia di un’altra versione di te, a condurre un dialogo poi non così dissimile da questo… ti lascio solo immaginare quanto la questione non possa mancare di confondermi. »
« Figurati quanto non posso che essere confusa io… » accennai un sorriso divertito, provando, in quel dialogo, in quel confronto, un certo senso di familiarità con lei, e una familiarità che pur non avrebbe potuto aver alcun fondamento razionale in quel frangente, non potendo certamente essere, quella donna, colei che una parte del mio cuore stava iniziando a ipotizzare che fosse « … però aspetta… quest’altra versione di me con cui hai parlato, per caso, si trova in questo stesso piano di esistenza?! » domandai, cogliendo un dettaglio interessante a margine di quella frase, e un dettaglio che, forse in maniera forzata, avrebbe potuto sottintendere che quella stessa donna avesse avuto occasione di confronto con la Midda autoctona di quel mondo, la vera Figlia di Marr’Mahew, colei che avevo avuto occasione di incontrare soltanto in quella fugace, e molto animata, esperienza comune all’interno del tempo del sogno.
« Spererei di sì. » storse le labbra verso il basso l’altra, scuotendo appena il capo con aria francamente confusa, se non, addirittura, preoccupata « Come giustamente hai detto tu, purtroppo non c’è un qualche modo per discriminare, in maniera immediata, un universo da un altro. E, diciamo, il mio metodo per viaggiare non è ancora abbastanza rodato per darmi la certezza assoluta di essere finita là dove desideravo… » argomentò, ancora una volta suscitando in me, nelle proprie parole, nel proprio atteggiamento, in tantissimi dettagli, quel senso di familiarità, che pur, ancora una volta, non avrebbe potuto riservarsi alcun senso logico… non nel pensare a chi, una parte di me, avrebbe voluto intendere che ella fosse « … però sì. Se non ho sbagliato nulla, dovrei essere ancora nello stesso piano di realtà. »
« Se tu fossi nello stesso piano di realtà, e se stessimo parlando della stessa donna, due “se” decisamente grandi, è possibile che tu abbia conosciuto la Midda “titolare” di questo universo, se mi permetti il termine. » accennai, cercando di dare un senso a quanto ella stava dichiarando, e, francamente, ormai dimenticando ogni prudenza a margine di tutto ciò, nel limitarmi a seguire il flusso di quel discorso e nell’accantonare ogni pur necessario sospetto nei riguardi della mia interlocutrice, e di un’interlocutrice ancora per me del tutto sconosciuta.
« Non che nell’infinito campo probabilistico tutto ciò possa avere un qualche significato, ma… per quello che appunto può valere, la Midda “titolare” di questo universo, come l’hai definita, in questo momento si starebbe trovando decisamente lontana da casa, impegnata in una missione oltre i confini del proprio stesso mondo, circondata da un gruppo di nuovi amici, in compagnia di un antico amore e di due nuovi figli adottivi. » descrisse, a cercare, con una certa prudenza, di trovare anch’ella un qualche genere di riferimento comune in quel discorso, in termini probabilmente utili, a sua volta, per riuscire a discriminare, in qualche maniera, la mia identità e trovare, in tal senso, una risposta al proprio interrogativo iniziale.
« Stai parlando, fra gli altri, di una sorta di donna serpente di nome Lys’sh, di uno shar’tiagho di nome Be’Sihl e di due bambini di nome Tagae e Liagu?! » proposi, aggiungendo in tal senso un nuovo pezzetto a quel tutt’altro che semplice mosaico, e a quel mosaico che, tuttavia, stava lentamente prendendo forma fra me e quella sconosciuta a me tanto istintivamente familiare… per quanto assurdo avrebbe potuto credere che ella fosse colei che avrei voluto che fosse, e colei che, certamente, non avrebbe potuto proiettare fasci di fiamme dalle mani, che non avrebbe potuto viaggiare attraverso il multiverso e, soprattutto, che non avrebbe potuto essere in quel momento di fronte a me, in piedi sulle proprie stesse gambe.
« Già… e di molte altre persone, come una certa Duva Nebiria, il suo ex-marito Lange Rolamo e la sua nuova moglie Rula Taliqua, la cuoca Thaare Kir Flann, il medico Roro Ce’Shenn, il tecnico Mars Rani e un giovane molto simpatico di cui non ho avuto occasione di conoscere il nome, giacché tutti lo chiamavano semplicemente Ragazzo. » mi elencò, una serie di nomi con i quali, tuttavia, non avrei potuto vantare alcuna familiarità, avendo io conosciuto, in occasione della nostra comune esperienza nel tempo del sogno, soltanto coloro dei quali avevo appena fatto i nomi « La nave, per la cronaca, è la Kasta Hamina… »
« Vorrei poter simulare una quieta confidenza con tutti coloro che hai appena elencato, ma, in tutta onestà, non ho mai avuto occasione di incontrare alcuno fra loro. » scossi il capo, ora riservandomi io un certo imbarazzo in quell’ammissione, e pur decidendo, in tal senso, di procedere con quieta trasparenza, giacché, se tutto quello avrebbe avuto a esserci utile per definire dei parametri comuni atti a orientarci all’interno della complessità del multiverso, mentire, fosse anche e soltanto per omissione, non sarebbe stata l’idea migliore che mi avrebbe potuto venire « A stento ho conosciuto coloro dei quali ti ho fatto il nome, avendo condiviso con loro un’affascinante esperienza in uno strano piano di realtà che mia sorella ha ribattezzato come il tempo del sogno… »

Un sussulto, a quelle parole, scosse in maniera evidente la mia interlocutrice, accedendo nei suoi occhi, e sul suo viso tutto, una nuova espressione di trattenuto entusiasmo, e di un entusiasmo che, per l’appunto, ella stava lì cercando di soffocare, benché in tal senso non stesse dimostrando particolare successo. Un sussulto, il suo, che non poté ovviare, allora, a risultare inspiegabilmente contagioso, nel propagarsi fino al mio cuore, e nell’impormi una forte sensazione di aspettativa, e di un’aspettativa importante, per quanto assolutamente irrazionale, nei confronti di quella donna, e di quella donna del tutto sconosciuta, che mai avrebbe potuto essere chi speravo che fosse, e che pur, per qualche assurda ragione, non avrei potuto smettere di fraintendere qual tale, lì quindi attendendo, quasi con ansia, il suo successivo intervento.
Un intervento, il suo, che non ebbe a lasciarsi desiderare troppo a lungo, e che, allora, vide tuttavia mutare drasticamente la lingua da lei sino a quel momento parlata, e parlata, in verità, in quieta risposta al mio approccio, e al mio approccio in inglese, nel vederla abbandonare quel pur squisito accento britannico in favore di una cadenza per me estremamente familiare…

« E’ per caso possibile che tu sia Madailéin Mont-d'Orb, dalla Terra, e che tu abbia avuto occasione di affrontare, insieme a tua sorella, ai tuoi amici nonché a Midda Bontor e ai suoi amici, nel tempo del sogno, il vicario della regina Amnel Mal Toise presentatosi come secondo-fra-tre…? » domandò quindi ella, parlando in lingua italiana e guardandomi con occhi colmi di speranza.

venerdì 12 luglio 2019

2969


« Voi restate nascosti… » ordinai ai miei compagni d’arme, o, piuttosto, suggerii loro, non ponendomi certamente nella posizione utile per rivolgere loro un qualunque genere di ordine, nel mentre in cui, scuri alla mano, mi rialzai da terra animata dalla volontà di cercare un minimo di chiarezza attorno a tutto quello « … e se qualcosa dovesse andar storto, scappate via di qui più velocemente possibile, e andate a dare l’allarme a chiunque. » soggiunsi poi, in un invito che, forse, avrebbe avuto a doversi intendere un po’ drammatico… e che, ciò non di meno, avrebbe avuto a doversi riconoscere comunque giustificato, e giustificato dall’allor più totale inconsapevolezza nel merito di quanto stesse lì accadendo.
« Maddie! » intervenne Be’Wahr, forse per tentare di fermarmi, ritrovandosi tuttavia immediatamente arrestato da un cenno della mia mano e da un cenno volto, allora, a domandargli un minimo di fiducia in me, e nella mia possibilità di avere a gestire quella questione, e di averla a gestire nel modo migliore per tutti quanti « … sii prudente… » si limitò quindi a dirmi, consapevole di non potermi fermare, e della necessità, allora, di dimostrare fiducia in me, anche per il bene del nostro stesso rapporto.
« … non lo sono sempre?! » accennai un lieve sorriso divertito, stringendomi fra le spalle prima di abbandonare il nostro estemporaneo nascondiglio e di iniziare ad avanzare in direzione della nuova arrivata.

Lo stile della nuova Midda o Maddie o, forse, Nissa lì presente, in verità, avrebbe avuto a doversi riconoscere quantomeno interessante, per non dire decisamente alternativo rispetto alle consuete scelte di abbigliamento con le quali, sino a quel momento, mi ero ritrovata ad aver a che fare.
I capelli, ovviamente rossi e contraddistinti da una lunghezza decisamente maggiore rispetto a quanto non fossero… anzi, non fossimo, solite portare noi Maddie o Midda, si presentavano allora ordinati in una comoda e alta treccia, che, partendo quasi dalla fronte, vedeva mantenuti strettamente ordinati i capelli sino al retro della nuca, prima di iniziare a offrire loro un minimo di libertà in una naturale coda. Il volto, scevro da cicatrici o altri marchi, si poneva, in tutto e per tutto, praticamente identico al mio, con gli stessi occhi color ghiaccio, le stesse lentiggini sparse al di sopra della pallida carnagione, la stessa fossetta sul mento, e le stesse carnose labbra che, inutile negarlo, facevamo di noi indubbiamente una donna desiderabile, per quanto, per anni, io stessa avessi ampliamente sottovalutato il mio potenziale in tal senso.
Più in basso, il corpo appariva rivestito a strati multipli, quasi a voler sottolineare in maniera più incisiva la differenza fra i miei abituali viaggi sulle ali della fenice e il suo, ammesso che, effettivamente, ella fosse lì sopraggiunta sulle ali della fenice, visto e considerato lo scherzetto che poi aveva organizzato a discapito dei gula. Il primo strato, quello inferiore, si poneva contraddistinto da una maglietta bianca, con una qualche scritta nel mezzo, i neri caratteri della quale, pur dal mio punto di vista non immediatamente distinguibili nella propria integrità, e nel significato di quella parola, non mancarono di aiutarmi a riconoscerla qual proveniente da un mondo assimilabile al mio, utilizzando le lettere proprie dell’alfabeto latino. Al di sotto di tale maglietta, a dimostrare una certa autostima in sé, una certa confidenza con il proprio corpo e la propria femminilità che, per l’appunto, un tempo, prima della mia “evoluzione”, se così si può definire, mi era mancata, si riusciva a intuire, in maniera sufficientemente definita, la presenza di un interessante reggiseno di pizzo nero, a sostenere e contenere l’importante massa dei suoi seni, in direzione dei quali, a prescindere dalla visibilità o meno del reggiseno, o di quel pizzo nero, comunque sarebbero stati sicuramente attratti gli sguardi e gli interessi della maggior parte degli interlocutori con i quali ella avrebbe avuti occasione di porsi a confronto. Pizzo nero che, nella propria presenza, sembrava voler riprendere, almeno in parte, lo stile della minigonna da lei indossata, una minigonna di taglio elegante, drappeggiata attorno ai suoi fianchi a ridiscendere sino a metà delle sue splendide cosce, con una nera stoffa opaca al di sopra della quale, per l’appunto, era stato posto uno strato di pizzo egualmente nero, ed elaborato in raffinati motivi floreali.
Una ricercatezza, quella propria di quella minigonna, che pur non avrebbe potuto ovviare a fare leggermente a botte con una camicia di flanella, in un classico motivo scozzese con toni per lo più tendenti al rosso, e che, in quel particolare frangente, si poneva quietamente legata attorno ai suoi fianchi, ridiscendendo, attorno ad essi, in misura decisamente maggiore rispetto a quella della gonna stessa e, in ciò, arrivando sino all’altezza delle sue ginocchia, costituendo un potenziale secondo strato di abbigliamento in quel momento, pur, da lei non indossato. E a delineare, a margine di ciò, un terzo strato, non mancò allora di presentarsi una lunga giacca di vellutata stoffa amaranto, quasi nel taglio proprio di uno spolverino, che, allora, dalle spalle, ridiscendeva lungo il suo corpo ad avvolgerlo interamente, pur mantenendosi aperto sul fronte anteriore, a concedere, per l’appunto, la possibilità di constatare gli altri strati lì sotto presenti.
Nessuna arma, in apparenza, sembrava contraddistinguere della figura, benché lo spolverino, ovviamente, avrebbe potuto quietamente celare ogni qual genere di risorsa legata ai suoi fianchi, al di là della camicia. O, all’occorrenza, un’eventuale arma non avrebbe potuto mancare di essere anche presente nella borsa, una sorta di cartella morbida di colore verde militare, che, con noncuranza, le ricadeva dietro la schiena per mezzo di una lunga tracolla.
E, a concludere l’immagine così delineata, in un miscuglio di eleganza informale e di apparente pratico disinteresse, non mancarono ovviamente di riservarsi una giusta importanza i suoi stivali e i suoi ornamenti. I primi, tanto bassi nella propria suola, sostanzialmente priva di tacco, quanto alti nella propria estensione atta a raggiungere, quasi, il ginocchio, si mostravano in pelle nera, legati sul davanti da un lungo intreccio di stringhe e chiusi, ovviamente, sul retro da una più comoda cerniera lampo. I secondi, nel dettaglio, avrebbero avuto a riconoscersi costituiti da una coppia di orecchini argentati, pendenti dai lobi delle sue orecchie, tre anelli di egual colore, due al medio destro a uno all’indice sinistro, e una catenina, sempre argentata, appesa al collo, a confronto con la quale non potei ovviare a provare un qualche strano senso di familiarità, per quanto, comunque, non avrei potuto considerarmi effettivamente consapevole della ragione per la quale ciò avrebbe avuto a dovermi risultare, appunto, familiare.
Insomma… chiunque fosse quella nuova arrivata, non avrebbe potuto negarsi un certo stile. E uno stile che, pur, fatta eccezione per l’indizio proprio di quella scritta parzialmente visibile sulla sua maglietta, non mi avrebbe tuttavia aiuto meglio a classificarla nella propria natura e nella propria origine.

« Ehilà! Salve! » volli provare tuttavia a salutare, e a salutare, per non sbagliare, ricorrendo all’uso della lingua inglese, nel non ignorare la presenza di quei caratteri latini e, in tal senso, nello sperare che, da qualunque realtà ella potesse star arrivando, comunque tale lingua, così predominante nel mio mondo, non avesse a riconoscersi qual completamente incomprensibile per lei « Benvenuta da queste parti… » sorrisi verso di lei, mantenendo basse le scuri,  in termini tali da non farle apparire fraintendibili qual una minaccia, e pur, al contempo, mantenendo ben salda la presa di entrambe le mie mani attorno alle loro impugnature, nella consapevolezza di non avermi a poter concedere una qualche facile occasione di fiducia verso la nuova arrivata… non, soprattutto, dopo quell’imprevista dimostrazione di stregoneria.
Sorpresa dalla mia apparizione, la mia interlocutrice ebbe quasi a sobbalzare a confronto con la mia stessa immagine, salvo, un istante dopo, riprendere il controllo della situazione e, in ciò, ricambiare il mio saluto nei suoi confronti « Salve! » dichiarò, con un inglese decisamente migliore del mio, e un accento persino vagamente britannico, sorridendomi apertamente e, per un momento, palesando persino un certo imbarazzo a confronto con me « Spero che quelli non fossero amici tuoi… non mi sembravano molto amichevoli, e ho pensato di sfruttare quel po’ di energia residua dopo un salto per spaventarli un po’, prima che avessero ad aggredirmi. » spiegò, quasi a giustificare il gesto da lei così appena portato a termine, per poi squadrarmi meglio, quasi a voler prendere bene le misure con me e con la mia immagine « Ti chiedo preventivamente scusa se, eventualmente, con la mia domanda potrò apparire un po’ troppo diretta e un po’ troppo sfrontata, essendo piombata qui in questa maniera un po’ plateale… ma… quale Maddie sei tu…?! »