11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno. Mostra tutti i post
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domenica 14 maggio 2017

RM 133


Un dolore, il suo, soffocato per più di un anno intero, e che, per chiunque altro, sarebbe stato sicuramente difficile da comprendere, nella follia rappresentata dall’idea stessa di un cordoglio tanto a lungo rimandato. Un dolore, il suo, che persino Pares e Caian, orfani di padre, non riuscirono a comprendere, nell’essersi dovuti già confrontare per troppo tempo, da soli, con la pena derivante dall’idea di aver perduto entrambi i genitori, salvo poi esplodere nella gioia del ricongiungimento, quantomeno, con loro madre. Ma un dolore, il suo, che tutti gli altri suoi compagni e compagne d’arme, i suoi fratelli e sorelle all’interno di quella straordinaria famiglia, non poterono che percepire e, persino, condividere, non soltanto per la perdita di colui che, per tutti loro, era comunque stato un commilitone, ma anche, e forse ancor più, per la tragedia di colei che, per tanto tempo, per un ciclo intero, era stata costretta a rifiutare quell’emozione negativa, nel non potersela concedere, nel non potersi permettere alcun crollo emotivo.
In ciò, nel mentre in cui Midda ebbe a perdere l’abbraccio dei propri figli e nipoti, che da lei furono discretamente allontanati, un istante dopo ebbe a conquistare quello di tutto il resto della sua famiglia, di quella famiglia che, dopo dieci anni di lontananza, era stata riunita sì da una tragedia e che, comunque, era stata riunita: Nissa, Carsa, Duva, Salge, Lys’sh, Howe, Be’Wahr, Heska, Ma’Vret, Ja’Nihr e, persino, Desmair… tutti loro si chiusero attorno alla sorella, all’amica, alla compagna, per trasmetterle silenziosamente tutto il proprio affetto, tutta la propria solidarietà, e ricordarle, in ciò, che mai sarebbe stata sola, qualunque cosa fosse accaduta.

Trascorse il giorno, fu sera e fu mattina. E mai, come in quella notte, la casa di Nissa Bontor e del suo sposo fu animata da straordinari festeggiamenti, nella necessità, per tutti loro, di poter comunque celebrare quella vittoria, di poter festeggiare la fine di Kah e della Loor’Nos-Kahn.
Fu una notte di musica e di cibo per tutti, di giochi per i bambini, di birra e di vino per gli adulti. Fu una notte di chiacchiere, di reminescenze passate e di propositi per il futuro.
Fu la notte in cui Pares e Caian acquisirono nuovi fratelli e sorelle, facendo la conoscenza di H’Anel e M’Eu, figli di Ma’Vret, e di Gaeli, figlia di Heska, e subito rinnovando con loro il meraviglioso rapporto di amicizia e complicità già esistente nella generazione a loro precedente, nell’inizio di qualcosa che soltanto il tempo sarebbe stato poi in grado di giudicare a qual risultato simile, rinnovata unione avrebbe potuto condurre, ma che, nell’eventualità in cui, quella nuova generazione, si fosse un giorno dimostrata almeno al pari della precedente, di certo all’intero universo sarebbe stato ancor garantito materiale utile a dar vita a nuove leggende, a nuovi miti, per molti decenni a venire.
Fu la notte in cui tutti ebbero modo di confrontarsi con la nuova coppia rappresentata da Lys’sh e Be’Wahr, e in cui anche Howe non poté ovviare ad ammettersi felice per il fratello, benché, tutto ciò, dal suo punto di vista, avrebbe rappresentato dover viaggiare non più in coppia ma in tre, e, ineluttabilmente, dover anche lasciar perdere qualche lavoro come mercenari e avventurieri per dedicarsi, piuttosto, all’alta moda, giacché, che Lys’sh e Be’Wahr avessero un rapporto d’amore o meno, certamente Howe non avrebbe mai rinunciato al proprio fratello. E, comunque, anche la prospettiva di dover frequentare le passerelle, e di conseguenza le splendide modelle abitualmente legate alle stesse, non avrebbe potuto imporgli particolare ragione di contrizione.
Fu la notte in cui nessuno commentò l’abbraccio fra Ja’Nihr e Desmair, ma in cui, pur, tutti non poterono che sorridere al ricordo di quel fugace contatto fra i due, un gesto spontaneo e non così privo di fondamento, alla luce del quale, dopotutto, facile sarebbe stato analizzare a posteriori molti piccoli comportamenti precedenti, e sperare per loro, e per un loro futuro insieme. Ma tutti tacquero, non trovando ragione di provocare gratuitamente una qualche reazione da parte del flegetauno, il carattere orgoglioso del quale, seppur certamente migliorato a seguito dell’ultimo confronto con il padre, avrebbe potuto comunque offrir loro qualche sorpresa.
Fu la notte in cui Duva, volgendo divertita lo sguardo su tutti i propri compagni, ebbe a cogliere, leggermente più distante dagli altri, il proprio secondo ex-marito, Salge, meno intento a ridere e a scherzare rispetto a tutti gli altri. E ben comprendendone le ragioni, laddove, dopotutto, per molto tempo era stata legata a quell’uomo, non ebbe cuore di restare indifferente di fronte a tutto ciò, decidendo per un confronto con lui.
Così, quando ormai all’orizzonte le prime luci di un nuovo giorno anticipavano l’alba, e quando quasi tutti, ormai, si erano mossi verso le stanze loro assegnate dai loro cortesi anfitrioni, Duva scelse di approfittare del momento per raggiungere Salge, rimasto solo, con un bicchiere in mano, a contemplare la meraviglia dell’aurora…

« Disturbo…? » domandò ella, con tono tranquillo, necessariamente stanco, ma comunque ancor cosciente, nell’appropinquarsi a lui.
« Mmm…?! » esitò Salge, distratto, per un istante in ciò neppur riconoscendola ma, subito dopo averla messa a fuoco, aprendosi in un lieve sorriso, scuotendo appena il capo « … no… figurati… »
« Quasi tutti sono andati a dormire, ormai. » osservò la donna, stringendosi appena fra le spalle « E considerando quanto tu appaia stanco, sono convinta che un po’ di sonno non ti farebbe male… »
« Sì… sì… hai ragione. » annuì egli, stropicciandosi gli occhi con la mancina, mentre nella destra continuava a sorreggere quel bicchiere ormai svuotato « Stavo solo godendomi un po’ la pace di questo momento… » tentò poi di giustificarsi, in un sorriso imbarazzato.
« … e pensando a lei. » puntualizzò Duva, senza neppure bisogno di definire l’identità di colei in tal modo indicata da quelle parole, dal momento che, fin dall’epoca del loro appassionato matrimonio, soltanto un “lui” e soltanto una “lei” avrebbero avuto a dover essere riconosciuti comunque qual presenti fra loro, aleggianti ombre a discapito della loro felicità in quanto coppia.
« No. Io… » reagì d’istinto egli, cercando di negare la cosa, salvo, subito dopo, rendersi conto che, fra tutti, proprio con Duva non avrebbe avuto ragione di mentire a tal riguardo, conoscendolo ella forse meglio di quanto egli non sarebbe stato in grado di ammettere nei propri stessi confronti « … è tanto palese…? » si corresse, ammettendo, implicitamente, la correttezza dell’asserzione rivoltagli.
« Ai miei occhi, meno palese potrebbe essere soltanto una dichiarazione d’amore con accompagnamento di quartetto d’archi… » ridacchiò la donna, non desiderando canzonarlo ma, al tempo stesso, non potendo ovviare a provare divertita dolcezza nell’ingenuità a volte da lui dimostrata, al di là della sua non più giovane età, al di là di uno smisurato bagaglio di vita che, comunque, innegabilmente gli sarebbe dovuto essere tributato, tanto come appartenente alla loro squadra, tanto al di fuori della stessa « … per gli altri, però, non ti preoccupare: questa sera, fra Be’Wahr e Lys’sh e Desmair e Ja’Nihr, tutto hanno avuto fin troppo a cui badare per rendersi conto dei tuoi sguardi malinconici verso di lei. »
« Desmair… e Ja’Nihr?! » esclamò sorpreso, sbarrando gli occhi con una reazione assolutamente sincera innanzi a quel pettegolezzo, dimostrando quanto, effettivamente, egli fosse stato ben poco partecipe, mentalmente, nel corso della serata.
« Sì… ma quella è un’altra storia… » minimizzò Duva, sorridendo ancor divertita da lui « Ora non stiamo parlando di loro. »

Per un istante Salge restò in silenzio, tornando a osservare l’aurora e a perdersi nei propri pensieri. Poi, dopo un attimo, riprese voce, mantenendo lo sguardo rivolto verso all’orizzonte, forse, in tal modo, facilitato nell’esprimersi, e nell’esprimersi a riguardo di quanto richiestogli dalla propria ex-moglie…

« Non è che ci sia molto da dire… » sospirò, scuotendo appena il capo « Il nostro tempo è passato. Il nostro è un capitolo chiuso… e, francamente, mi vergogno persino di me stesso all’idea di poter mancare di rispetto alla memoria di Brote fantasticando su qualcosa del genere. » spiegò, esprimendo non senza palese emozione il motivo del proprio imbarazzo, di quella lotta interna al suo cuore, diviso, qual si poneva, fra l’amore per la donna da sempre amata, e mai dimenticata, e il rispetto per il suo lutto, per quella perdita che, solo poche ore prima, tutti insieme stavano amaramente piangendo « Tarth… che genere di uomo sono? »

Un altro istante di silenzio seguì, allora, quella domanda, questa volta giustificato non tanto dall’uomo quanto dalla sua interlocutrice, Duva, la quale parve perdersi a sua volta con lo sguardo verso l’orizzonte, verso le luci di quel nuovo giorno, quasi a cercare, in quella direzione, una qualche risposta. Poi, dopo un attimo, riprese voce, tornando con i propri splendidi occhi verso di lui…

« Per quanto mi riguarda, e per quello che può valere l’opinione della tua ex-moglie, il genere di uomo per cui qualunque donna dannerebbe volentieri la propria anima pur ti poterti avere al proprio fianco. » ammise, malinconicamente, con un sorriso necessariamente tirato « Non sono solita ammetterlo, e ammetterlo ad alta voce, ma quando penso al nostro matrimonio non posso fare a meno di considerarlo il più sublime errore della mia vita, perché, fra tutti i miei mariti… e, credimi, non vuoi sapere di preciso quanti ne abbia avuti fino a oggi, tu sei stato il solo capace di donarmi un amore così incondizionato, così assoluto, tale da farmi sentire al centro dell’universo intero. » ebbe a confidarsi, spudoratamente sincera con lui, forse aiutata, in ciò, anche dal troppo vino bevuto « E, sinceramente, non sono mai stata gelosa all’idea che tale amore non avesse a dover essere considerato qual realmente destinato a me, quanto a lei. Al contrario: quanto ho provato, quanto ancora provo, è quasi un senso di vergogna nei suoi confronti, all’idea di aver goduto, immeritatamente, di qualcosa che avrebbe dovuto essere suo… »
E Salge, voltatosi verso di lei in quel breve, ma intenso monologo, non poté ovviare a guardarla con sguardo pieno d’amore e di vergogna, all’idea di quanto, probabilmente, ella avesse ragione: « … Duva… »
« Brote è stato assassinato in maniera brutale e inaspettata. » continuò a parlare Duva, con tono divenuto incredibilmente serio, nell’affrontare quell’argomento « E, in questo, sicuramente ella avrà bisogno di tempo per superare il lutto. Tempo che tu dovrai rispettare. » ebbe a definire, ferma nelle proprie posizioni, ferma in tal senso « Ciò non di meno, arriverà il giorno in cui il dolore si affievolirà. E, in quel giorno, Midda avrà bisogno di qualcuno che sappia amarla, che sappia meritarla. » sancì, per poi concludere, con un dolce sorriso e una carezza sul volto di quell’uomo mai dimenticato « Qualcuno come te, Salge Tresand... »

sabato 13 maggio 2017

RM 132


« Tutto questo è un po’ troppo comodo… non trovi? » obiettò Desmair, volgendosi, con tono serio e sguardo critico, verso la loro comune interlocutrice, in quello che, senza troppo sforzo, avrebbe potuto facilmente intendersi qual un rimprovero a discapito di chi, allora, avrebbe potuto semplicemente star impegnandosi a narrar loro mere fole, a giustificare il proprio tradimento.

Un lungo istante di silenzio ebbe a calare al di sopra del gruppo, nella tensione che, ineluttabilmente, non avrebbe potuto essere evitata a seguito di una simile accusa.
Forse, addirittura, il pensiero del flegetauno non avrebbe avuto a doversi considerare qual unico, qual indipendente e contrario a quello di tutti gli altri loro compagni e compagne d’arme, in una comprensibile difficoltà a offrire perdono a chi pur, in tutto ciò, si era dimostrata pronta a porre in dubbio l’affetto della propria stessa famiglia per il bene comune. Forse, in tutto ciò, a poco erano invero valse le giustificazioni che Midda stessa, per prima, aveva dettagliato ai propri commilitoni, a spiegare, a esplicitare un comportamento, da parte di Nissa, che nessuno aveva compreso nelle proprie ragioni, che nessuno aveva digerito nelle proprie implicazioni: motivazioni, quelle addotte da Guerra, assolutamente razionali, del tutto logiche, e volte, persino, a offrire un significato a quanto di non meno incoerente, di non meno incomprensibile, improbabilmente deciso da parte di Kah, nel ritrovarsi, alla luce di ciò, tutt’altro che artefice del complesso piano volto alla loro distruzione, quanto, e piuttosto, mero esecutore di suggerimenti abilmente fornitigli da parte della medesima Nissa, idee atte a dar vita a quell’assurdo spettacolo di morte in diretta. Uno spettacolo, quello da lei concepito, non destinato a offrire risalto ed esaltazione al supposto dio flegetauno, quanto e piuttosto, in direzione totalmente antitetica, speranzosamente rivolto a concedere quanto più clamore possibile all’impresa straordinaria che tutti loro sarebbero stati in grado di portare a termine nell’eliminazione di quel mostro e, in grazia di ciò, a minimizzare l’insorgere di nuovi o antichi avversari, l’ombra della minaccia dei quali, altrimenti, non avrebbe potuto evitare di sospingersi per sempre sulle loro vite, sulle vite del loro cari, sulle vite dei loro figli.
Al di là di tanta razionalità, di tanto indubbio raziocinio, nel poter giustificare quanto compiuto da Nissa, e comunque fin dall’inizio condiviso con Midda, la quale, fin da subito, era stata cosciente della verità dei fatti, forse, alla base di quel silenzio, avrebbe avuto comunque a doversi interpretare una difficoltà emotiva, nel riuscire a dimenticare l’asprezza degli insulti, delle accuse loro rivolte da Nissa nel momento in cui aveva loro voltato le spalle, abbandonandoli al loro fato, e al loro fato presumibilmente di morte.
Ma, fortunatamente per lei, sul viso di Desmair, così come su quello di tutti gli altri lì presenti, ebbe a riaprirsi velocemente un ampio sorriso, volto a riportare in un contesto più giocoso quella tesa parentesi, la quale, in effetti, altro non avrebbe avuto a dover essere interpretata se non qual una burla, una beffa da lui desiderata fosse anche solo a dimostrare quanto non soltanto Nissa avrebbe potuto impegnarsi a recitare il ruolo dell’antagonista.

« Un po’ troppo comodo che tu abbia deciso di lasciarci alla mercede di mio padre, nel mentre in cui, quietamente, ti impegnavi a far ritorno alla tua bella dimora e alla tua famiglia… » esplicitò meglio il flegetauno, scuotendo appena il capo nuovamente ornato da enormi corna.
« Credo che, a tal riguardo, mi sia già espressa in maniera sin troppo ridondante… » sospirò Midda, voltandosi a guardare con stanchezza il proprio compagno di squadra, pur non potendo ovviare a comprendere le effettive intenzioni.
« Sì… sì… lo so. Sei stata tu a richiederle di agire in tal senso, nella volontà di condurre i tuoi figli più lontani possibile da quel luogo di morte. » ripeté, sbuffando per quell’intervento inopportuno, in conseguenza al quale Nissa era stata persino sollevata dall’incomodo di dover fornire la propria versione dei fatti, difesa, senza incertezza alcuna, dalla propria gemella, da colei che mai, dopotutto, avrebbe potuto rinnegare, o avrebbe potuto accettare il suo tradimento, anche innanzi a un’evidenza inoppugnabile « … risparmiami il resto della storia, te ne prego! » si arrese, nel mentre in cui, a titolo di rimprovero per quel comportamento, Ja’Nihr non mancò di tirargli un buffetto sul suo nuovo gomito, artificiale, sì, e pur in tutto e del tutto simile all’originale, tale da concedergli, anche, la medesima sensibilità.

Prima che, tuttavia, il discorso potesse evolvere, in qualunque altra direzione, un collettivo di voci si impose sopra a quelle di tutti i presenti, giungendo alle spalle di Nissa e anticipando, di poco, la comparsa, dall’interno del cortile dell’abitazione, non soltanto dei due figli di Midda, ma anche dei suoi nipoti, l’insieme dei quali, quasi fossero essi stati sino a quel momento trattenuti all’interno dei confini della dimora della famiglia, esplose improvviso, riversandosi all’esterno e, in particolare, dirigendosi verso un obiettivo ben preciso…

« Mamma… mamma… » pigolarono Caian e Pares.
« Zia! Zia! » sembrarono quasi voler offrire loro eco il figlio maggiore e le due gemelle minori frutto del tutt’altro che infelice matrimonio di Nissa.
« Bambini! » rispose, subito genuflettendosi e aprendo le braccia la mercenaria, non cercando di dissimulare la straordinaria gioia provata in quel momento, nell’occasione di quel ricongiungimento nel merito del quale non si era mai concessa occasione di dubitare, ma che pur, nella parte più profonda del suo animo, non aveva potuto ovviare a temere non sarebbe accaduto.

Di fronte all’abbraccio di gruppo che seguì quel momento, includendo tutta la progenie delle due gemelle Bontor senza discriminazione alcuna, nessuno fra i presenti si poté concedere di apparire indifferente alle emozioni che, da tutto quello, non avrebbero potuto ovviare a derivare, in una reazione non soltanto naturale, ma, addirittura, da tutti loro meritata, giacché, del resto, se alfine erano riusciti a giungere a quel risultato, a quel momento di riconquistata felicità e ripristinata serenità, ciò non avrebbe potuto ovviare a essere attribuito, necessariamente, anche a ognuno di loro, e all’impegno, alla devozione, che tutti, insieme, avevano posto per arrivare sino a lì. Così, nel mentre in cui, senza neppure rendersene realmente conto, Be’Wahr e Lys’sh, Heska, la sua bambina e suo marito, Ma’Vret, i suoi figli e sua moglie, ma anche Nissa e il suo sposo, appena lì sopraggiunto al seguito dei pargoli, e, persino, Desmair e Ja’Nihr, si ritrovarono reciprocamente abbracciati, a condividere idealmente il meraviglioso momento lì presente, anche tutti gli altri non poterono ovviare a cercare un qualche contatto reciproco, chi sorridendo, e chi addirittura piangendo innanzi a tutto ciò.
E se lacrime solcarono alcuni visi, il volto sul quale più di tutte, allora, iniziarono a scendere, e a scendere copiose, fu quello della stessa Guerra, la quale, tenendo fede alla propria parola, al proprio voto, ricongiunta ai propri figli non poté evitare di frammischiare la gioia al dolore… e al dolore che, troppo a lungo, aveva sino ad allora posticipato.

« Mamma… che succede…? » domandò Pares, non potendo ovviare a porsi al confronto con l’evidenza di una profonda pena nel cuore della genitrice e, in ciò, non potendo neppure tacere quella domanda.

E Nissa, ineluttabilmente empatica con la propria gemella, non poté che comprendere immediatamente le ragioni di quanto stava accadendo, avanzando allora verso i propri figli, e i propri nipoti, per invitarli quietamente a concederle un po’ di spazio e, soprattutto, di tempo: spazio e tempo per affrontare il proprio lutto, la morte del suo sposo che, ancora, non aveva avuto possibilità di elaborare, non si era concessa occasione di affrontare, nel doversi, altresì, preoccupare per la vita dei propri figli.

venerdì 12 maggio 2017

RM 131


Quando un’amplia scialuppa discese da una grossa nave spaziale battezzata Jol’Ange II atterrando nuovamente non distante dal cortile d’ingresso alla dimora di Nissa Ronae Bontor, la padrona di casa avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual già presente sulla soglia della propria abitazione, in attesa loro e di coloro che, da esse, sarebbero discesi.
E, quasi a voler chiudere un ideale cerchio, un lungo viaggio iniziato oltre un anno prima, e, proprio da lì, già ripassato nove mesi più tardi, ella ebbe a destinare, alla propria gemella, le medesime parole che già, all’epoca, le aveva rivolto, ovviamente in parte riadattandole al nuovo, e più piacevole, contesto…

« Ce ne hai messo di tempo a tornare… » scosse il capo, quasi in segno di rimprovero per quello che non avrebbe potuto ovviare a considerare un increscioso ritardo da parte sua, scandendo ad alta voce quelle parole per permettere loro di giungere fino alla destinataria designata « I miei nipoti stanno attendendo il ritorno di loro madre da più di tre mesi, ormai! »

Midda Namile Bontor fu la prima a uscire dalla coppia di scialuppe, mostrando, allora e straordinariamente, al propria antica bellezza qual quasi completamente ripristinata, nella presenza, in luogo agli arti perduti un ciclo prima, di due nuove protesi, due splendide protesi del tutto indistinguibili dalle estremità originali, e nella scomparsa, su quasi tutto il suo corpo, delle orride cicatrici che, per quasi un anno intero, aveva condotto seco, a tragico promemoria di quanto accadutole: di tutto l’orrore vissuto, di tutta la tragedia affrontata, allora, soltanto la lunga cicatrice in corrispondenza al suo occhio sinistro era rimasta presente, a sfregiarle spiacevolmente lo splendido viso e, ciò non di meno, a non volerle concedere occasione di dimenticare quell’ultimo anno, e tutto il dolore che, nel corso dello stesso, ella aveva dovuto affrontare.
Accanto a lei, alle sue spalle, Carsa Anloch e Duva Nebiria, le prime che si erano unite a lei in quella missione, le prime che avevano intrapreso quel viaggio, le prime che sarebbero volentieri morte per lei e che, fortunatamente, tale sacrificio, non avevano avuto a dover compiere.
E, ancora, dietro di loro Howe Ahlk-Ma, il quale, a sua volta, aveva recuperato la propria estremità perduta, accanto al fratello Be'Wahr Udonn strettamente abbracciato, ormai senza più remora alcuna, alla splendida Har-Lys’sha, la quale, dismessi gli abiti della guerriera, era tornata a indossare quelli più eleganti, più raffinati, da lei stessa disegnati, nel voler apparire al meglio accanto all’uomo che, in quell’ultimo anno, aveva scoperto di amare.
Ancora, alle loro spalle, non mancarono di ricomparire Ma’Vret Ilom’An e Heska Narzoi, che in quello che, forse, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual l’ultimo viaggio con la propria vecchia squadra, con la propria antica famiglia, avevano quindi voluto concedersi l’occasione di lasciarsi affiancare anche dalle loro nuove famiglie, dai loro coniugi, e dai loro figli, ai quali avevano fortunatamente potuto far quieto ritorno e ai quali, giunti a tal punto, non avrebbero mai potuto ovviare una lunga spiegazione su tutto quello che era accaduto nel corso di quei mesi di lontananza, nonché, altrettanto doverosa, un’occasione di incontro anche con i figli di Midda, per la salvezza dei quali tutto quello era accaduto, e i figli di Nissa, non di meno parte di quella loro grande famiglia allargata.
E, a chiudere quella delegazione, anche Ja’Nihr Noam’Il, accanto a Desmair, il quale, malgrado tutte le ferite riportate, malgrado tutte le mutilazioni subite, e, soprattutto, malgrado il proprio incommensurabile orgoglio, aveva alfine accettato l’idea di lasciarsi aiutare, e di ripristinare la propria perdura integrità fisica a sua volta con delle protesi, volte sia a restituirgli l’arto strappatogli dal corpo, sia, addirittura, le corna brutalmente segategli, in un’accettazione, da parte sua, che ben pochi all’interno della loro squadra non avrebbero potuto considerare influenzata, in fondo, proprio da colei che, anche in quel momento, gli permaneva al fianco, nella base di qualcosa che, forse, un giorno sarebbe potuto essere, o che forse mai sarebbe stato, e che pur, entrambi, chiaramente non stavano palesando interesse a voler escludere a priori.

« Per quanto ti potrà sembrare strano, abbiamo avuto bisogno di tempo per riprenderci dalla battaglia e, soprattutto, per concludere quanto iniziato, completando la distruzione della Loor’Nos-Kahn e liberando tutti coloro che, sparsi in mezzo universo, erano da loro tenuti prigionieri… » sottolineò la mercenaria, aggrottando appena la fronte per tutta risposta « … non tutti abbiamo avuto l’occasione di poterci ritirare al momento più propizio. »
« Già… » intervenne Carsa, la quale, alla fine, era riuscita a risolvere ogni proprio dubbio nel merito degli eventi occorsi, e della loro incoerente interpretazione, nel raggiungere, non senza un piccolo aiuto da parte della propria miglior amica, volto a concederle la chiave di lettura di ogni evento « E, per inciso, se soltanto il tuo tradimento fosse stato reale, avresti potuto star certa che saremmo arrivati molto prima. » sorrise tranquilla, a dimostrazione di quanto, comunque e ormai, non vi fossero più dubbi di sorta nel merito di Nissa e del suo effettivo ruolo in quanto accaduto.
« … e per fortuna che così non è stato. » puntualizzò Duva, la quale, francamente, non avrebbe avuto piacere a dover affrontare Nissa, per quanto lo avrebbe pur fatto all’occorrenza, nel momento in cui ella si fosse confermata per quanto, con tanto impegno, aveva voluto apparire « Una donna dalla mente complessa come la tua, francamente, preferisco averla come alleata che come avversaria. » soggiunse, a miglior interpretazione del suo intervento.

Nel contempo di ciò, e spenti i motori della scialuppa, anche Salge Tresand ebbe a raggiungere tutti i propri compagni d’arme, completando la loro formazione e offrendo, implicitamente e involontariamente, occasione alla gemella di Guerra di prendere nuovamente parola, e di riservarsi una doverosa parentesi di sincere scuse verso tutti loro, per quanto era accaduto e, soprattutto, per come ciò era dovuto avvenire…

« Mi dispiace di avevi dovuto nascondere la verità… » asserì Nissa, idealmente sola, in quel momento, innalzi all’intera formazione, alla schiera completa, dei propri amici e, al contempo, di coloro che pur aveva dovuto tradire, seppur per una ragione più elevata di quanto essi avrebbero potuto inizialmente ritenere « … purtroppo, quando è stato chiaro con chi avevamo a che fare, ho dovuto agire. E agire al fine di porci nella condizione migliore per poter vincere. » tentò di spiegare, benché la questione, nella propria integrità, avrebbe richiesto molto più di quel conciso intervento per soddisfare ogni esigenza di comprensione « Quando ho compreso che, per quanto folle a pensarsi, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto Kah dietro all’attacco alla dimora di mia sorella e di mio cognato, ho anche capito che, troppo facile sarebbe stato per lui poter giungere a tutti noi, singolarmente, per eliminarci o, peggio ancora, eliminare le persone a noi più care. » argomentò, non potendo ovviare a rivolgere il proprio sguardo verso le famiglie di Ma’Vret e di Heska, e il proprio pensiero in direzione della sua medesima « Ed è stato allora che ho avuto l’idea di contattarlo, per offrirmi a lui qual una quinta colonna, promettendogli, in ciò, di condurvi, alfine, tutti al suo cospetto, suggerendogli l’opportunità di un epico scontro contro tutti voi, in grazia al quale non limitarsi, banalmente, a consumare la propria vendetta ma, ancor più, impegnandosi a legare il proprio nome a quello della vostra disfatta, certa di come, in tal maniera, quantomeno ci sarebbe stata garantita l’occasione di arrivare vivi a tale confronto… e, soprattutto, ci sarebbe stata concessa un’opportunità di confronto, e non soltanto di brutale massacro, così come, purtroppo, è accaduto per Brote. »

Un’argomentazione allora sincera, la sua, scandita con il cuore in mano, in ciò anche sospinta da un chiaro senso di colpa per qualcosa che, francamente, avrebbe preferito evitare di ritrovarsi costretta a compiere e che, ciò non di meno, aveva portato avanti, e condotto a compimento, per la stessa ragione per la quale la sua stessa gemella aveva accettato il rischio derivante dal trasformarsi in una bomba deambulante all’idrargirio: la necessità di garantire a tutti loro l’occasione di un qualche futuro…

giovedì 11 maggio 2017

RM 130


Dodici secondi.

Non trovando opposizione, non incontrando freno alcuno, Midda ricadde, e ricadde, con precisione assoluta e vigore straordinario, sul corpo del proprio antagonista, lì precipitando senza limitare gli effetti del proprio operato alla spinta del proprio peso e all’effetto della gravità, non soltanto in conseguenza all’impeto del proprio movimento, della propria foga, e dell’energia concessale dalla propria gamba artificiale, ma, anche, e senza esitazione alcuna, premurandosi di enfatizzare gli effetti più devastanti, più disarmanti di quell’aggressione, di quell’attacco, con un pugno, e un pugno che, pur concesso, come facilmente prevedibile, dal proprio arto destro, da quel braccio robotico che, sopra a tutto, avrebbe avuto a doversi considerare qual la sua risorsa offensiva più potente, non venne tuttavia portato a compimento in direzione del volto del mostro, del suo cranio, così come, pur, in ogni impegno, in ogni tentativo precedente ella aveva pur offerto riprova di voler compiere, quanto e piuttosto del suo petto, al centro del quale ebbe a ricadere con straordinario vigore, con incredibile potenza.

Undici secondi.

E sotto l’effetto di quel pugno, di quella forza terrificante che, senza ombra di dubbio alcuno, sarebbe stata sufficiente a sfondare persino un muro di cinta, tanta l’energia a lei concessa da una protesi probabilmente sì priva di eleganza, nel non cercare di dissimulare la propria natura tecnologica, indubbiamente sì priva di ogni parvenza d’umanità, nel non concederle sensibilità alcuna, e pur contraddistinta da una straordinaria potenza fisica; anche il possente, enorme petto di Kah non avrebbe potuto, né poté, risultare indifferente a tutto ciò, frantumandosi nelle proprie ossa, nella propria integrità, sotto l’effetto di quel compatto metallo, con un suono, con un effetto non meno raccapricciante rispetto a quello che aveva imposto, egli stesso, al proprio unico figlio nel momento in cui aveva deciso di strappargli un arto, e, ciò non di meno, con meno evidenza di dolore, nell’assenza di qualunque palese dimostrazione di pena da parte sua, quasi, tutto ciò, nulla avrebbe avuto a dover significare per chi, dopotutto, proclamatosi dio.

Dieci secondi.

Ancor impegnati ad allontanarsi, a ripiegare lontano dalla battaglia, così come loro ordinato, tutti i compagni e le compagne d’armi di Guerra, tutte le sorelle e i fratelli che a lei si erano uniti in quella sfida, incluso, persino, il quasi morente Desmair ancor condotto, di peso, lontano da quel punto dalla forza, dalla possanza dei muscoli di Ma’Vret e di Be’Wahr, non poterono ovviare a voltarsi fugacemente al suono prodotto dall’infranta cassa toracica del loro antagonista, per osservare, per comprendere quanto stesse avvenendo, comunque necessariamente curiosi nei confronti del piano, della strategia definita dalla loro indomita amica a conclusione di quell’osceno giuoco in diretta interplanetaria, per così come desiderato, per così come ricercato dal dio flegetauno. E se, per un istante, ebbero forse a illudersi che in quel terrificante colpo la disfida avrebbe potuto considerarsi vinta, l’immediata evoluzione non poté che riportarli alla cruda realtà, nella certezza di quanto, ancora, avrebbero avuto a dover combattere.

Nove secondi.

« Tutto qui…? » domandò Kah, con fredda indifferenza, osservando la donna il braccio artificiale della quale era sprofondato per oltre due terzi della propria estensione nel suo petto, e che, sul suo petto, si manteneva quindi aggrappata, quasi un animaletto fastidioso lì sopra balzato, nella smisurata differenza di proporzioni fra loro « E’ questo il meglio della straordinaria Guerra…?! » ebbe a canzonarla, in maniera tutt’altro che implicita, innanzi all’evidenza dell’inutilità di ogni sforzo da lei condotto.

Otto secondi.

« Continuate a ripiegare! » insistette la voce di Salge, nel timore che qualcuno fra loro potesse fraintendere il senso ultimo di quell’attacco, al pari di quanto, palesemente e fortunatamente, stava compiendo il loro antagonista, e potesse in ciò arrestarsi o, peggio, tornare sui propri passi, nel desiderio di offrire manforte alla loro compagna « Via…! »

Sette secondi.

« Il mio nome è Midda Namile Bontor. Vedova di Brote. Madre di Caian e Pares. » definì con voce seria la donna, non palesando alcun timore nel confronto con l’evidenza della propria posizione, benché, posta innanzi al palese insuccesso della propria offensiva, non avrebbe avuto a dover razionalmente proporre simile sprezzo, in ciò che, troppo facilmente, avrebbe potuto divenire la sua fine « Quando giungerai innanzi ai tuoi dei, chiunque essi siano, ricordati di me. Ricordati del nome di colei che ti ha ucciso due volte. E ricordati, soprattutto, dell’errore che hai compiuto nel commissionare l’omicidio di mio marito e il rapimento dei miei figli. »

Sei secondi.

« Sei forse impazzita…? » esitò l’altro, socchiudendo appena gli occhi nel contemplare il volto di colei che con non meno indifferenza rispetto a lui, stava minacciando chi dimostratosi palesemente immortale e chi, in ciò, l’avrebbe presto uccisa, fra atroci sofferenze « Tu non puoi uccidermi… nessuno può uccidermi. Io sono Morte! » ebbe a ripetersi, non comprendendo il perché di tanta ostinazione da parte della donna, ostinazione ingiustificata e ingiustificabile, a maggior ragione nell’ignorata presenza di un intero braccio infilato, senza interesse alcuno, nel suo petto.

Cinque secondi.

Per un fugace istante le gambe di Guerra ebbero nuovamente a flettersi, a richiamare a sé tutte le proprie energie come prima del salto che lì l’aveva condotta, trovando un punto di sostegno, un punto di appoggio, proprio sull’enorme petto del colossale mostro suo antagonista;…

Quattro secondi.

… e un istante dopo, quelle gambe si tesero nuovamente, spingendola, spingendola lontana da lui nel mentre in cui, il suo braccio destro, quella protesi conficcata profondamente nel petto del suo avversario, veniva lì abbandonato, in un gesto che non parve essere diverso da quello di una volpe che, tratta in trappola, sarebbe stata disposta a staccarsi la zampa a morsi pur di fuggirne.

Tre secondi.

Un volo, quello della donna, straordinario, stupendo, elegante e, al contempo, apparentemente interminabile, nel mentre in cui, sotto lo sguardo confuso e attonito del dio flegetauno, ella riguadagnava metaforicamente e fisicamente la propria libertà dall’inferno in cui ella l’aveva proiettata, attraverso quel balzo spiccato verso l’infinito, il volo di un angelo alla riconquista del paradiso perduto.

Due secondi.

Fu allora che l’ombra del dubbio colse il dio flegetauno, il quale portò il proprio sguardo a osservare con orrore il braccio rimasto all’interno del suo petto, quell’arto verso cui non aveva destinato la benché minima importanza fino a quel momento, nella certezza assoluta che qualunque cosa ella avrebbe potuto compiere non sarebbe stata mai sufficiente a distruggerlo...

Un secondo.

« … no… » sussurrò, nel mentre in cui, all’interno di quell’arto robotico, inizio a percepire il crescere di un intenso calore, di un’intensa energia volta alla distruzione, nella fusione del potente, e pur normalmente inerme, nucleo energetico all’idrargirio, lo stesso che, a rischio della propria vita e della vita di tutti, Midda aveva richiesto a Salge di cortocircuitare, per tramutarlo in un’arma… in una potente bomba.

Zero.

Fu solo un lampo di luce, seguito da un assordante boato e da una devastante onda d’urto, a imporre morte su chi non avrebbe potuto morire, a definire la fine di chi non avrebbe dovuto conoscere fine, vanificando ogni insano connubio fra le straordinarie capacità rigenerative proprie dei flegetauni e l’oscena tecnologia della Sezione I, nell’eliminazione istantanea di ogni cellula del suo corpo, di ogni nanotecnologia all’interno del suo sangue, insieme, ineluttabilmente a qualunque altra forma di materia all’interno di una perfetta sfera di ventisette piedi di estensione, nel contempo in cui, per altri trentatré piedi tutto venne violentemente colpito, parzialmente bruciato, nell’intensità di quella deflagrazione di pura energia.

E Guerra, proiettata più lontano di tutti nel porsi ancora troppo vicino a quell’esplosione, fu catapultata oltre la cima di alcuni alberi, ricadendo violentemente al suolo, ritrovandosi quasi incosciente e, ciò non di meno, riservandosi comunque occasione per sottolineare, in un ultimo sospiro, la sua vittoria, prima di perdere definitivamente i sensi: « Ho… ucciso… Morte. »

mercoledì 10 maggio 2017

RM 129


Venti secondi.

Salge, nel mentre in cui Guerra iniziò ad allontanarsi da lui, nella sola direzione verso la quale avrebbe allor potuto dirigersi, impose la propria voce al di sopra di ogni altra, al di sopra di ogni suono e frastuono conseguente alla battaglia lì in corso, in un grido dal quale, era conscio, sarebbe allor dipeso il futuro di ognuno dei proprio compagni e compagne d’arme, in un allarme dall’ascolto del quale, era consapevole, ogni vita e ogni morte lì sarebbe dipesa, in un ruggito nel quale pose ogni energia, ogni forza, e tutto il fiato che avrebbe mai potuto avere in corpo, e volto a comunicare un messaggio tanto conciso, quanto allor indiscutibilmente essenziale: « Ripiegate… ora! »

Diciannove secondi.

Muscoli frementi, oltremisura tesi, quelli della donna guerriera, volti a spingerla in una decisa corsa verso il proprio antagonista, in direzione opposta a quella allor comandata dal proprio primo compagno d’arme e di letto, in una traiettoria di intercettamento praticamente perfetta, con una velocità crescente, tendente al massimo delle proprie possibilità e, con esse, molto probabilmente, al massimo delle possibilità proprie di qualunque essere umano, specie del quale, dopotutto, ella incarnava sostanzialmente la massima perfezione fisica, in una vita intera trascorsa ad allenarsi, a plasmare il proprio corpo, a forgiarlo qual la migliore arma a cui mai avrebbe potuto affidarsi per la propria sopravvivenza, per il conseguimento dei propri obiettivi, così come, in fondo, era sempre accaduto.

Diciotto secondi.

In sei, Ja’Nihr, Carsa, Duva, Heska, Howe e Lys’sh, qual conseguenza del richiamo di Salge, del suo grido, del suo allarme, abbandonarono immediatamente ogni intento bellico, ogni desiderio di sfida con il dio flegetauno, in contrasto al quale sino a quel momento si erano scagliati senza preoccupazione, senza timore alcuno, per ritirarsi, per allontanarsi di lì, nella certezza di quanto, una simile richiesta non avrebbe mai avuto a potersi considerare fine a se stessa, non avrebbe mai avuto a potersi giudicare qual gratuita, qual espressione di un momento di panico da parte del loro commilitone, laddove, nel suo tono, nella forza della sua voce, ancor prima che nelle parole da lui adottate, ebbe a essere perfettamente trasmessa l’urgenza di quell’ordine, di quella richiesta… un’urgenza a dir poco mortale. E, in ciò, ebbero a cercare la ritirata richiesta, il ripiego domandato.

Diciassette secondi.

In due, Ma’Vret e Be’Wahr, qual conseguenza del richiamo di Salge, del suo grido, del suo allarme, abbandonarono a propria volta ogni sfida, ogni desiderio di pugna nei confronti del dio flegetauno, nel confronto con il quale, se necessario, sarebbero allor morti per consentire a Midda e a Salge il tempo loro richiesto per compiere qualunque cosa sarebbe dovuta essere compiuta, per volgersi, allora, non tanto a un’immediata fuga, a un pronto ripiego, quanto, e piuttosto, al loro compagno caduto, a Desmair, che mai avrebbero lì abbandonato, che mai avrebbero lì lasciato a morire, là dove era stato rigettato quasi privo di sensi, correndo verso di lui, per poterlo soccorrere, per poterlo raccogliere e trasportare lontano da lì, lontano da quel palcoscenico bellico sul quale, qualunque cosa sarebbe potuta occorrere, non sarebbe di certo stata piacevole.

Sedici secondi.

« … peso troppo… per voi. » tentò di protestare il flegetauno morente, non potendo ovviare ad apprezzare l’impegno posto dai propri compagni per la sua salvezza, per assicurargli un domani, e, ciò non di meno, non desiderando che, in un futile tentativo nei suoi riguardi, essi potessero rimetterci la vita suo pari, così come, probabilmente, sarebbe comunque accaduto, a prescindere da quanto avrebbero potuto impegnarsi.
« Taci. » impose Ma’Vret, impegnando la propria possente muscolatura al fine di farsi carico di quel corpo dalla parte superiore del suo busto, nel mentre in cui, senza la benché minima necessità di esplicito confronto verbale, Be’Wahr ebbe a impegnarsi sul fronte delle sue gambe, a rendere più agevole quel trasporto.

Quindici secondi.

« Dove pensate di poter fuggire?! » domandò Kah, tuonò colmo di sé, di un sentimento di vanagloria, fraintendendo il perché di quanto stava lì accadendo, della reazione che i suoi antagonisti stavano dimostrando, adducendola a un proprio successo, considerandola la palese dimostrazione della propria indiscutibile superiorità « Non esiste un luogo in cui possiate andare… non esiste un rifugio nel quale possiate nascondervi… » sancì, trattenendosi a stento da scoppiare a ridere « Voi avrete Guerra fra le vostre fila… ma io, ora, vincendo la morte, sono divenuto Morte! Morte per tutti voi! » proclamò, assegnandosi  autonomamente quel pericoloso nome, attribuendosi da solo simile appellativo, a differenza di quanto accaduto, altresì, per Midda Bontor molti cicli prima.

Quattordici secondi.

Flettendo per un fugace istante e, subito dopo, tendendo le proprie gambe, quella ancora rimastale di muscoli e ossa, nervi e sangue, e in misura persino maggiore quella in freddo metallo, la protesi tecnologica posta in sostituzione all’arto perduto; Midda ebbe a proiettarsi in volo, spingendosi alta nel cielo, ancor in direzione del proprio antagonista, di quel folle che, contro di lei, contro tutti loro, aveva voluto proiettare le proprie mire, che suo marito aveva fatto uccidere, che i suoi figli aveva fatto rapire, e che lì li aveva rinchiusi nella speranza di massacrarli innanzi agli sguardi dell’universo intero: quel folle che, presto, avrebbe avuto ciò che meritava, che presto avrebbe incontrato il proprio fato, pur ancor inconsapevole di ciò, pur ancor inconsapevole di quanto lo avrebbe atteso.

Tredici secondi.

Riportando la propria attenzione sulla prima antagonista, su colei che, sopra a tutti, diciotto cicli prima, era stata responsabile per la sua fine, per la sua morte; Kah contemplò per un fugace istante il volo nel quale la donna guerriero si stava lì impegnando, evidentemente desiderosa di raggiungerlo, di spingersi fino al suo capo, là dove, fino a quel momento, già troppe volte si era impegnata a tentare di giungere in quello scontro, nell’illusione di poter lì sfogare la propria comprensibile frustrazione, la propria crescente rabbia, la propria inutile bellicosità, là dove, comunque, avrebbe avuto alfine a doversi scontrare con l’ineluttabilità della sua immortalità, quel confine invalicabile oltre il quale neppure ella avrebbe potuto sperare di giungere. E, a volerle concedere quieta dimostrazione della propria superiorità, nel non poter avere ragione di temerla, nel non poter avere motivo di spaventarsi, dio onnipotente a confronto con la stolida isteria di una semplice mortale, egli decise di attenderne l’arrivo, di offrirsi a lei, al colpo migliore che ella sarebbe stata capace di destinargli, con un fiero sorriso a piegare verso l’alto le estremità delle sue labbra.

martedì 9 maggio 2017

RM 128


Quando la famiglia d’arme fu nuovamente riunita, la scena che si presentò innanzi allo sguardo dei nuovi giunti fu a dir poco raccapricciante, giacché, nel pur breve intervallo di tempo nel corso del quale Lys’sh era stata costretta a lasciare Midda e Desmair soli, nella lotta contro Kah, qualcosa, evidentemente, non era andato per il meglio. Davanti allo sguardo necessariamente spaventato di tutti loro, infatti, il colosso mezzosangue si mostrò sollevato a oltre un metro di terra, stretto in un morsa letale fra le ancor più enormi, smisurate e disarmoniche mani del suo orrido padre. E prima ancora che tale immagine potesse realmente essere elaborata dalle loro menti, prima ancora che tutti loro potessero rendersi conto persino di quanto, nel contempo di ciò, anche Guerra fosse coinvolta nella scena, nell’impegnarsi ad arrampicarsi lungo la schiena del dio flegetauno per cercare di raggiungerne il capo e lì, in qualche modo, imporre un’offensiva utile se non alla vittoria, quantomeno al rilascio del proprio compagno; Kah agì. E con la mancina avvolta attorno ai fianchi del figlio e la destra a bloccarne, saldamente, il braccio sinistro; egli impose a quell’arto una torsione e una trazione con forza devastante, potenza agghiacciante, arrivando, letteralmente, a strapparlo dal suo corpo, con un’immagine e, ancor più, un suono che definire nauseante sarebbe equivalso a uno spreco di retorica…
A nulla poté, allora, la resistenza superiore di Desmair, la vigorosità che, in molte altre situazioni lo aveva salvato, permettendogli di sopravvivere a quanto avrebbe stroncato, a quanto avrebbe ucciso chiunque altro, e di sopravvivere, allor, indenne, rigenerato dal proprio straordinario metabolismo: in quel momento, posto a confronto con la forza di un flegetauno purosangue qual suo padre, anche il suo corpo dovette cedere e, nel cedere, veder prima disarticolato dalla sua naturale sede, e poi staccato brutalmente dal suo torso, il suo intero arto macino, in una cascata di sangue che, ineluttabile, ebbe a riversarsi copioso e caldo all’esterno, con una violenza tale che, difficile sarebbe stato presumere egli avrebbe mai potuto sopravvivere a tutto ciò. Con una crudele risata, Kah ebbe a gettare il braccio del figlio da un lato, e il suo corpo da un altro, non dissimile a un giocattolo rotto, per poi, con nuova, straordinaria energia, scuotere dal proprio corpo l’incomoda presenza della mercenaria, la quale null’altro poté che non essere sbalzata, nuovamente, dalla meta non ancora raggiunta, dall’obiettivo non ancora conquistato, e a raggiungere il quale, pur, non si sarebbe mai arresa. E se Midda riuscì, nuovamente, a contenere i danni derivanti dal volo impostole, con un’agile riposizionamento, in aria, del proprio corpo, al fine di riuscire a raggiungere il suolo con il massimo controllo; per Desmair la caduta non fu altrettanto indolore, non tanto per l’impatto a terra, quanto e piuttosto per le condizioni nelle quali, già prima, si era ritrovato a riversare… condizioni nelle quali, proprio malgrado, il dolore avrebbe avuto a doversi riconoscere tanto sconvolgente da poterlo spingere alla follia.

« Questo è il destino di chi si oppone a Kah! » ruggì il dio flegetauno, con fiera soddisfazione per quanto così ottenuto, per il risultato conseguito, per la sofferenza e il dolore imposti al proprio stesso figlio, insieme a una quasi certa sentenza di morte « Questo è il destino di chi si oppone a un dio! » ribadì, spingendo il proprio ego oltre ogni limite, addirittura rinvigorito da quanto occorso, da quella brutale manifestazione di superiorità nei confronti di tutti, lì fisicamente presenti o, anche solo e banalmente, testimoni della sua forza.

Malgrado l’orrore che, in quel momento, non avrebbe potuto ovviare a sconvolgerli, i mercenari, i soldati che Guerra aveva radunato attorno a sé molti anni prima e con i quali tanti traguardi aveva raggiunto, tante vittorie aveva conseguito, tanti nemici aveva abbattuto, non ebbero a bloccarsi, non ebbero a permettere alla paura di frenare le proprie azioni. E, in ciò, un semplice fischio ebbe a richiamare, a frenare la donna guerriero prima che ella potesse tornare a lanciarsi nella pugna, tornare ad affrontare il proprio nemico, ormai rimasta sola in quella sfida, rendendola edotta nel merito della loro presenza e, di soltanto pochi istanti, anticipando l’ingresso in scena di tutti loro… o quasi.
Perché, nell’istante in cui Lys’sh, Howe, Be’Wahr, Heska, Ma’Vret, Duva, Carsa e Ja’Nihr si lanciarono senza esitazione alcuna, senza freno alcuno, contro il mostro che avevano appena osservato intento a smembrare l’elemento più forte del loro gruppo, in quello che troppo facilmente avrebbe avuto a dover essere giudicato un suicidio di massa ancor più che un mero attacco; Salge si mosse a raggiungere, altresì, il proprio primo amore, memore della richiesta a lui portata per voce dell’ofidiana.

« Cosa devo fare? » domandò l’uomo, affiancandola, genuflettendosi accanto a lei, là dove ella era ricaduta, non riservandosi neppure occasione di questionare sul suo stato di salute, giacché, chiaramente, ogni dubbio a tal riguardo in quel contesto, in quel mentre, sarebbe risultato a dir poco grottesco.

Più stanca di quanto ella non avrebbe preferito ammettere, sorretta e alimentata ormai soltanto dall’adrenalina che sembrava aver sostituito il sangue all’interno del suo corpo, Midda ebbe appena la forza di esprimere in un lieve sussurro la sua richiesta, un flebile alito che, pur, Salge udì e, udendo, rabbrividì per quanto, tutto ciò, avrebbe potuto comportare se solo qualcosa fosse evoluta in maniera meno che perfetta…

« Ma… » cercò di obiettare egli, non per sfiducia nella propria compagna, quanto e piuttosto nella volontà di ribadire probabilmente l’ovvio, in termini che pur, in quel frangente, non avrebbero potuto essere accettati, così come lo sguardo di lei ebbe a chiarire, in un tacito, perentorio ordine di fronte al quale non avrebbe potuto opporsi.

Così, nel mentre in cui Desmair, a terra, si contorceva per il dolore, cercando di tamponare, con la propria nuda mano, lo squarcio aperto là dove prima era il suo braccio, per dare il tempo, in qualche modo, al suo fattore rigenerante, al suo straordinario metabolismo di veder rimarginarsi la ferita, non restituendogli certamente l’arto perduto ma, quantomeno, salvandolo dalla morte alla quale, purtroppo, sembrava esser allor destinato; e nel mentre in cui tutti gli altri tentavano di impegnare Kah in una lotta, pur obiettivamente futile, pur nella quieta consapevolezza di quanto, alfine, in alcun modo avrebbero potuto realmente sperare di abbatterlo, e neppur, realmente, desiderando ciò, ma, piuttosto, avendo qual unico scopo quello di concedere a Midda e a Salge il tempo utile per attuare qualunque piano ella avrebbe potuto avere in mente; l’ex-capitano della defunta Jol’Ange si impegnò a esaudire la richiesta rivoltagli, cercando di mantenere il massimo controllo sulle proprie emozioni, sulla propria concentrazione, nella consapevolezza che, la pur minima distrazione, allora, avrebbe potuto definire la prematura morte della sua compagna e sua.
E dopo secondi che parvero addirittura, non minuti, ma lunghe ore; Salge risollevò lo sguardo verso quello di Midda, per comunicarle l’esito del proprio operato.

« Quando attiverò il circuito, avrai al massimo venti secondi. E dovrai esserti allontanata di almeno trenta piedi per non essere coinvolta a tua volta… » la avvisò, serio come soltanto la morte avrebbe potuto essere, giacché di tal destino, di tal fato, si stava allor parlando « … sei sicura? »

E colei che del concetto stesso di guerra, e, indirettamente, di morte, era divenuta incarnazione, colei che aveva combattuto più battaglie di chiunque altro nella galassia, che aveva affrontato più avversari di chiunque altro nell’universo, sopravvivendo a tutto, salvo poi aver perso tutto proprio nel mentre in cui aveva fatto propria l’eterea illusione di poter finalmente raggiungere pace; non palesò alcuna incertezza, alcuna riserva di fronte a quell’ultima, definitiva richiesta, limitandosi ad annuire e a sussurrare la sua sentenza di morte… e di morte per Kah.

« … per Brote!... »

lunedì 8 maggio 2017

RM 127


Lasciandosi alle spalle il combattimento, Lys’sh si slanciò all’interno di quella foresta, di quella trappola potenzialmente letale, alla ricerca dei loro compagni, e, in particolare, di Salge, in ubbidienza alla richiesta ricevuta da parte della propria sorella d’arme. E laddove, pur, qualche remora avrebbe potuto coglierla all’idea di allontanarsi dal centro del conflitto, dal luogo del confronto con Kah, francamente il pensiero di poter essere finalmente impiegata in maniera più utile di quanto, sino a quel momento, non fosse stata, non avrebbe potuto ovviare a dare un senso alla sua presenza lì.
Per quanto, difatti, ella avesse accettato quietamente l’indicazione ricevuta volta a escluderla dall’ingaggio diretto con il dio flegetauno nel mentre in cui, altresì, tanto Desmair, tanto Guerra, avevano reso qual propria simile prerogativa; tale remissività da parte sua era stata sino a quel momento motivata soltanto dalla speranza che, presto o tardi, le sarebbe stata offerta la possibilità di intervenire, e di intervenire in maniera, seppur non risolutiva, quantomeno collaborativa in tal senso, così come obiettivamente non avrebbe mai potuto vantar di compiere nel restare, semplicemente, lì a contemplare quanto stava accadendo. Così, quando Midda le aveva domandato di radunare il gruppo, per quanto ciò avrebbe significato allontanarsi ulteriormente dalla battaglia a cui pur non aveva neppure avuto occasione di prendere parte, ella si vide paradossalmente concessa l’opportunità di agire, e agire in maniera realmente utile, pur lasciandosi tutto alle spalle, pur volgendo il capo innanzi al loro facilmente individuabile nemico.
Nuovamente sola fra la vegetazione di quell’oasi artificiale, Har-Lys’sha avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual inserita all’interno del proprio ambiente naturale, in una situazione di assoluta supremazia che, senza alcuna fatica, le avrebbe permesso non soltanto di rintracciare velocemente i propri compagni, e Salge in particolare, ma anche, quasi senza impegno alcuno, le avrebbe garantito l’occasione di ovviare a qualunque genere di trappola le sarebbe stata rivolta lungo il cammino. In quella che, chiunque altro fra i suoi compagni, non avrebbe potuto ovviare a interpretare qual una continua minaccia, un terreno insidioso che ad ogni passo avrebbe potuto definirne la fine, e la fine in modi estremamente variegati e comunque letali; ella non avrebbe potuto che accogliere, per lo più, qual un terreno di gioco, quasi un mero percorso di addestramento, utile a porre alla prova i propri sensi al fine di non permettersi possibilità di pigrizia, mentale e fisico.
Correndo da un punto all’altro, a volte arrampicandosi sugli alberi e lanciandosi da un ramo a quello successivo, altre volte addirittura strisciando rapidamente al suolo, guizzante fra l’erba e le piante del sottobosco; ella si lasciò quindi guidare dal proprio olfatto e dal proprio udito alla ricerca, innanzitutto, di Salge, così come richiestole. E nel giro di pochi minuti ebbe a raggiungerlo, e a raggiungerlo insieme, in verità, a tutti gli altri loro compagni, i quali, nel contempo, dovevano essere stati riuniti, secondo comune aspettativa, dalla non meno abile opera di Ja’Nihr.

« Midda ha bisogno di noi. » annunciò, comparendo, sostanzialmente all’improvviso, fra le fila del gruppo, sino a quel momento non vista, non udita, non percepita da alcuno fra loro, neppure dai sensi pur straordinariamente allenati della cacciatrice, la quale, malgrado tutta la sua straordinaria bravura, avrebbe avuto comunque a doversi riconoscere qual un’umana e, in questo, priva di ogni possibilità di confronto con l’abilità propria di un’ofidiana.

E laddove la sua apparizione fu, appunto, improvvisa e non prevista, necessariamente ella ebbe allora a ritrovarsi al centro dell’attenzione di tutti i propri compagni, attenzione che le venne rivolta tutt’altro che con buone intenzioni, nel ritrovare otto pugnali sollevati in direzione della sua gola…

« Lys’sh… accidenti a te! » imprecò Duva, nel riconoscere la compagna e, per prima, nell’abbassare l’arma verso di lei puntata, non riconoscendo ulteriormente ragione di minaccia da parte sua, ora che la sua identità era stata accertata « Quante volte dobbiamo ripeterti che non puoi comparire in questo modo…?! »
« Hai rischiato che ti uccidessimo… » puntualizzò Carsa, a sua volta abbassando la propria arma, sulla quale, per fortuna di Lys’sh, aveva dimostrato di essere in grado di mantenere assoluto controllo, laddove in alternativa la strage sarebbe stata a dir poco ineluttabile.
« Chiedo venia. » si scusò, chinando appena il capo, per nulla turbata dall’ipotetica, e pur estremamente letale, promessa di morte lì potenzialmente riservatale dai propri stessi fratelli e sorelle d’arme, giacché, forse persino più di loro, ella non avrebbe potuto ovviare a provare sincera fiducia nei loro riguardi, al punto tale dal potersi asserire certa di quanto, malgrado il rimprovero appena rivoltole, mai sarebbe stato possibile che uno fra loro avesse a dimostrarsi così spiacevolmente privo di padronanza di sé da aggredirla, da volgerle involontariamente o incoscientemente danno « Midda ha bisogno di noi. » ebbe poi a ripetersi e, voltandosi in direzione di Salge, precisando « Di te, in particolare. »

E così come ella stessa, pocanzi, non si era riservata occasione di sollevare il benché minimo dubbio, di dimostrare la benché minima esitazione nel merito della richiesta destinatale, allo stesso modo tutti i presenti, a quella frase, ebbero a reagire in maniera compatta e coordinata, limitando ogni intervento, ogni espressione verbale, para-verbale e non verbale a un semplice cenno di intendimento, volto, in ciò, a spingerla ad andare oltre, a guidarli e, in tal senso, a condurli dalla loro compagna, per concederle tutto l’aiuto di cui ella aveva fatto richiesta.
Ancora una volta, quindi, la forza di quel gruppo, di quella squadra, ebbe a palesarsi in maniera semplicemente squisita, vedendoli agire sospinti, in tutto e per tutto, da semplice, ovvia, scontata fiducia fra loro, in un sentimento, in un legame che, al di fuori di quella famiglia, di quello straordinario contesto, avrebbe altresì avuto a dover essere considerata quanto di più complesso, di più discutibile, di più dubbio mai avrebbe avuto a poter essere riconosciuto alla base del rapporto anche soltanto fra due persone, senza sospingersi, addirittura, all’assurda quota di undici, diversi, individui. Ma la loro comune storia non avrebbe potuto essere tale, tutte le imprese, le battaglie, le guerre, addirittura, affrontate insieme, non avrebbero potuto essere conseguite e vinte, in assenza di un unico spirito, di un solo cuore intento a battere all’unisono nei loro petti. E con lo stesso animo con il quale alcuno fra loro, neppure per un istante, aveva esitato nel giorno, nel momento in cui Guerra si era ripresentata nelle loro vite, chiedendo qual favore personale la disponibilità a quell’ultima avventura insieme; tutti loro, in quel momento, in quel frangente, non avrebbero mai potuto perdere tempo a domandare il perché di quella richiesta, o anche il pur minimo dettaglio nel merito di quanto ella avrebbe potuto abbisognare da parte loro e, in particolare, di Salge, giacché l’unica informazione realmente utile, l’unico dettaglio realmente indispensabile, era stato loro già fornito: Midda aveva bisogno di loro.
In ciò, seppur più lentamente rispetto al viaggio d’andata, nella necessità di esser guida per i propri compagni attraverso le insidie della foresta, attraverso tutte quelle trappole che, per lei, avrebbero avuto a dover essere riconosciute quasi segnalate da un cartello luminoso, mentre per tutti gli altri avrebbero avuto a dover essere comunque considerate nascoste, celate, dissimulate nell’ambiente attorno a loro; Lys’sh ripercorse i propri passi, la via che da Midda l’aveva condotta fino al gruppo, cercando di mantenere la maggior velocità possibile, di sospingere l’intero gruppo al massimo delle loro possibilità, senza porre in dubbio la loro possibilità di sopravvivenza, ma, malgrado questo, senza neppure concedere loro occasione di requie, nell’incalzare, anzi, ogni passo in misura maggiore del precedente, animata dal solo desiderio, dalla sola, semplice volontà, di raggiungere nuovamente quanto prima i due compagni abbandonati, e, in tal senso, non potendo ovviare, proprio malgrado, a provare uno spiacevole timore per la loro incolumità, pur mai dubitando delle loro capacità guerriere.

domenica 7 maggio 2017

RM 126


E proprio nel tempo a lei concesso dall’intervento di Desmair in suo soccorso, in sua complicità nel corso di quell’attacco, di quell’offensiva, garantì alla mente di Guerra la possibilità di meglio delineare quell’embrione di strategia che, un attimo prima, aveva iniziato a elaborare, suggerendole non soltanto come poter sperare di porre fine, in maniera imperitura, a quel conflitto, ma anche come poter arrivare a ottenere quanto, per tale scopo, avrebbe potuto servirle, iniziando a tracciare in maniera più chiara, più marcata, la dinamica di quello che, ogni istante in misura maggiore, avrebbe potuto essere considerato un piano.

« Lys’sh… » scandì a bassa voce, certa che, in grazia al proprio udito sovrumano, ella sarebbe stata perfettamente in grado di udirla « … ho bisogno che tu vada a cercare gli altri e li porti qui il prima possibile. Ho bisogno di Salge, in particolare. Trova Salge e portalo da me. »

Pur impossibilitata ad avere un qualunque riscontro nel merito dell’ordine così impartito, Midda non si riservò un solo istante di esitazione nel credere, e nel credere fermamente, che la propria compagna ofidiana non soltanto l’avesse sentita ma, oltretutto, che subito si fosse messa all’opera in tal senso, dal momento in cui, in una battaglia, in quella battaglia, così come in tante, troppe altre da loro affrontate insieme, tutti loro avevano imparato a fidarsi gli uni degli altri, e a ubbidire a delle richieste tanto specifiche, tanto dirette, senza perdersi in inutili dubbi, in superflue domande, pur laddove volte a comprendere il perché di talune richieste, di determinati comportamenti. E laddove l’ordine, ancor più, fosse giunto da una delle sorelle Bontor, alcuno all’interno di quella squadra avrebbe mai sollevato il benché minimo dubbio, la più fugace domanda, nella certezza di quanto, alfine, tutto avrebbe avuto sicuramente un significato e, soprattutto, un valore se non risolutore, quantomeno di indubbia importanza per tutti loro.
Conscia di ciò, pertanto, non soltanto la mercenaria non ebbe a riservarsi esitazioni di fronte all’idea di una pronta reazione da parte di Lys’sh alla sua richiesta ma, ancor più, approfittò di quei pochi istanti di quiete, nel pur fugace intervallo di tempo necessario a Kah per riprendersi, per risollevarsi in piedi e tornare a volgere la propria attenzione verso di loro, allo scopo di approssimarsi rapidamente a Desmair e riservare anche allo stesso un’altra richiesta, un altro ordine…

« Abbiamo bisogno di guadagnare tempo. » riferì al compagno, con tono grave « Ce la possiamo fare…? » cercò conferma, in una richiesta che, forse, avrebbe avuto a doversi considerare retorica e che pur tale non avrebbe voluto essere, giacché, in un tale contesto, in una simile disfida, alcuna retorica avrebbe allor avuto significato, anche ove, come in quel caso, alcuna alternativa avrebbe potuto essere considerata accettabile.
« Ce la faremo. » annuì Desmair, nulla chiedendo di più, alcuna ulteriore informazione ricercando, a sua volta perfettamente consapevole di quanto, alla base di una simile richiesta, e soprattutto di una simile richiesta da parte di quella donna in particolare, avrebbe avuto a dover essere intesa, sicuramente, una qualche idea, una qualche piano la consapevolezza del quale, sicuramente, sarebbe stata con lui condivisa al momento più opportuno, quando la conoscenza, da parte sua, di simile informazione avrebbe potuto permettergli di meglio operare al successo di quella missione e, in tal caso, alla conclusione, positiva, di quella battaglia.

Una fiducia incondizionata, pertanto, anche quella a lei riservata da parte del flegetauno, il quale, in un tal frangente, in un simile, teso, contesto, non volle concedersi la benché minima occasione di distrazione utile a domandare maggiori dettagli, anche e soprattutto nella necessità di mantenersi concentrato sul loro obiettivo primario, e su quanto avrebbero ancor dovuto lottare per conseguirlo. Pur nell’eventualità ove, infatti, il piano di Guerra avesse avuto a doversi considerare, per assurdo, criticabile o, eventualmente, suscettibile di possibili miglioramenti; se egli, in quel momento, si fosse concesso il lusso di distrarsi, di dividere la propria attenzione a metà fra quell’informazione e il confronto con l’immediata realtà, probabilmente avrebbe concesso al suo crudele genitore di sopraffarlo nuovamente, sorprendendolo e, in ciò, sicuramente volgendogli il conto per tutto quanto.
Dopotutto, in quel momento, in quella difficile situazione, a dispetto di qualunque ulteriore e possibile definizione identitaria, essi avrebbero avuto a doversi allora riconoscere innanzi a ogni altra cosa in quanto soldati. E, come tali, non soltanto nota, ma addirittura necessaria avrebbe avuto a dover essere giudicata, da parte di tutti loro, l’unitarietà della voce al comando e, con essa, della mente preposta a distribuire ordini, con il mai banale scopo di ovviare a improprie e pericolose sovrapposizioni, giacché nella confusione creata da più di una possibile linea di pensiero, da più di una pur potenzialmente corretta strategia attuata contemporaneamente, soltanto ineluttabile avrebbe avuto a doversi valutare l’esito peggiore, nell’assenza di armonia che da ciò sarebbe derivato.

« Questo non avresti dovuto farlo… » ringhiò Kah, ripresosi dal colpo subito e tornato in piedi, in tutta la propria colossale mole, osservando il figlio, e la donna accanto a lui, con sguardo carico di palese odio, odio per l’umiliazione che, in tutto quello, aveva appena subito, in un piano concepito all’unico scopo di dimostrare all’universo intero la sua imbattibilità, e che, almeno per il momento, stava comprendendo, non aveva ancora dato alcun frutto in tal senso.

E stanco di ogni gioco, stanco dell’arroganza che gli stava venendo dimostrata da coloro i quali altro non avrebbero avuto a doversi riconoscere che sue prede, il dio flegetauno reagì in maniera palesemente incontrollata, chiaramente istintiva e brutale, sfruttando, in termini puri e semplici, la propria disumana forza, la propria colossale mole, per eradicare due alberi, uno per ogni mano, e proiettarli, quasi fossero semplici proiettili, in direzione dei suoi antagonisti, con forza sufficiente a trasformarli in un’arma letale, là dove se li avessero allora colpiti, ineluttabilmente, non li avrebbero semplicemente travolti, ma letteralmente fatti a pezzi, con una violenza tale che né gli arti robotici della donna, né la resistenza sovrumana del suo compagno, avrebbero potuto garantire loro opportunità di sopravvivenza.

« Thyres… » imprecò Midda, a confronto con quel fugace istante in cui la propria fine parve certa innanzi ai loro occhi.

In grazia a quale divinità, allora, entrambi ebbero a salvarsi, non ebbero mai possibilità di esserne certi. Ciò non di meno, ciò accadde, e accadde, per Desmair, nel lasciarsi ricadere repentinamente al suolo, vedendosi passare, in conseguenza a ciò, entrambi gli alberi al di sopra della propria schiena senza, tuttavia, esserne impattato, senza esserne sfiorato; e per Guerra, al contrario, nel proiettarsi altrettanto rapidamente verso il cielo, in grazia non tanto delle sue pur straordinarie innate capacità atletiche, quanto e piuttosto, in tutto ciò, della forza concessale dalla propria protesi in sostituzione alla gamba perduta, nell’energia concessale dai servomotori alimentati all’idrargirio della quale, allora, ella ebbe occasione di raggiungere, senza fatica alcuna oltre trenta piedi d’altezza rispetto al suolo, prima di ritrovarsi nuovamente attratta a esso dall’inviolabile forza di gravità.
Così, i due alberi lanciati a loro condanna, non soltanto non permisero a Kah di ottenere ancora un risultato apprezzabile ma, piuttosto e in direzione assolutamente antitetica, parvero altresì imporsi, nuovamente, qual riprova dell’aura di leggenda attorno a quei mercenari, attorno a quei guerrieri mai autoproclamatisi qual dei e, ciò non di meno, che nel ricordo delle proprie gesta, nella memoria delle proprie imprese, la Storia aveva iniziato a onorare come invincibili, in un gloria alla quale, sicuramente, quel presunto dio flegetauno avrebbe voluto spingersi, ma dalla quale, ancora, si poneva proprio malgrado spiacevolmente lontano.

sabato 6 maggio 2017

RM 125


In quella nuova carica, una leggera variazione riuscì a sussistere rispetto ai due tentativi precedenti, giacché in questa occasione Guerra riuscì non soltanto a evitare la mano già destinata a rispedirla lontana dal proprio antagonista, a ricacciarla a terra, là dove violentemente e sgradevolmente avrebbe potuto vantare di star abituandosi a finire, ma, addirittura, con un agile salto, si concesse occasione di proiettarsi esattamente sopra all’enorme polso del dio flegetauno, da lì iniziando a risalire, velocemente, lungo il suo disarmonico braccio, verso l’alto, verso quell’osceno capo, contro il quale, se solo le fosse stata data la possibilità di arrivare, non avrebbe esitato a riversare tutta la sua ira, tutta la sua furia, in qualunque modo, con qualunque mezzo. E se, ancora una volta, in uno scossone repentino, atto a liberarsi di quell’incomoda presenza, Kah riuscì a rigettarla lontano da sé, lanciandola ad altri diciotto piedi da dove era riuscita finalmente ad arrivare, quel piccolo successo servì alla donna non soltanto per ritornare a credere in una possibilità di successo nei suoi confronti, nell’opportunità di coglierlo di sorpresa così come ancora non erano riusciti a fare, ma, soprattutto, ebbe a stuzzicare, nella parte più remota della sua mente, il principio di un’idea: non ancora un piano, non concretamente una strategia, quanto e piuttosto un’intuizione, un’ispirazione ancor non meglio definita e, ciò non di meno, utile a sperare, e a sperare non soltanto per la sconfitta di quel mostro ma, forse, anche per la loro vittoria. Ove, a considerare la loro qual una vittoria, necessariamente avrebbe contribuito la loro stessa sopravvivenza, giacché nella loro morte, nel loro sterminio, anche la fine di Kah non avrebbe avuto realmente il sapore di un trionfo.

« Non si può dire che tu non sappia incassare… » osservò il loro antagonista, non negandosi una certa ammirazione per la capacità da lei dimostrata di continuare a rialzarsi, indifferente a ogni violenza a suo discapito, così come, dopotutto, aveva comprovato in maniera più che chiara, più che palese, quando, ancora letteralmente a pezzi su un letto d’ospedale, aveva avuto qual unica premura, qual unico obiettivo, quello di recuperare posizione eretta per potersi riservare l’opportunità di tornare, subito, a combattere, senza alcun interesse all’idea di non aver più un braccio e una gamba, e di apparire più simile a un confuso mosaico che alla splendida donna che era stata un tempo, con un corpo piagato da troppe cicatrici per poterle contare « … tuttavia, per quanta ostinazione tu possa vantare, non potrai mai riuscire a sconfiggermi. Quante volte ancora dovrò ripeterti che sono divenuto immortale? Che anche la morte ha dovuto inginocchiarsi al mio cospetto?! »
« Tu non sei un dio… » intervenne la voce di Desmair, prendendo parola nella questione, nel riuscire, finalmente, a risollevarsi da terra, seppur ancora indolenzito, ancora confuso da quanto subito « Sei stato generato dalla tecnologia della Sezione I e, in questo, sei poco più di uno zombie. Uno zombie flegetauno, ma pur sempre uno zombie. » sancì, secco nel proprio tono, nelle proprie parole, a discapito del padre verso il quale, chiaramente, non avrebbe potuto provare alcun sentimento d’affetto.
« Taci, aborto mezzosangue… » reagì Kah, non meno impietoso nei confronti del figlio, storcendo immediatamente le labbra verso il basso, in un’espressione di palese disgusto nel doversi abbassare al confronto con il proprio erede e primo traditore, colui che tanto, troppo aveva agito a suo discapito, per la sua fine, in ciò forse ancor più colpevole di chiunque altro lì dentro « Con quale arroganza parli della nobile specie flegetauna, alla quale non hai mai appartenuto e alla quale mai apparterrai, al di là di quanto tu possa illuderti? »
« Se essere un flegetauno purosangue significa ridurmi a una grottesca imitazione di vita… francamente preferisco essere considerato un mezzosangue. » replicò l’altro.

Una frase, quella allor pronunciata, che molti spettatori di quella truce trasmissione avrebbero potuto considerare qual conseguenza dell’emotività del momento, qual originata semplicemente da un sentimento di rabbia, ma che, Midda, Lys’sh e qualunque altro fra i suoi commilitoni non avrebbe esitato a considerare qual straordinariamente significativa. E significativa nella misura nella quale atta, per la prima volta da sempre, a veder Desmair scendere a confronto con il proprio innato orgoglio, con quell’aura di egoismo ed egocentrismo dietro la quale da sempre si era celato, forse e proprio nel confronto con la difficoltà nel riconoscersi soltanto parzialmente legato a una specie, tanto antica quanto quasi estinta, e, forse, nel non riuscire realmente a provare un senso di reale appartenenza con essa, sicuramente anche in conseguenza a un rapporto tanto controverso con il proprio negativo genitore.
In quel momento, malgrado la crudele mutilazione che aveva subito, o forse proprio in grazia a ciò, Desmair, rinunciando al proprio ego, stava riuscendo paradossalmente a trasmettere molto più orgoglio, molta più forza d’animo, di quanto non ne avesse mai realmente dimostrato in passato; affermandosi, in tal maniera, non  tanto attraverso una qualche appartenenza di specie, quanto e piuttosto per la propria esclusiva individualità, come essere straordinario, unico in tutto l’intero universo.
E Kah stesso parve rendersi conto di ciò, percepì la straordinaria crescita interiore a cui, involontariamente, inavvertitamente, aveva sospinto il figlio proprio nel desiderio di ottenere l’effetto contrario, ragione per la quale egli ebbe a reagire duramente in risposta a quelle parole, non potendo accettare, non potendo tollerare che quel figlio ripudiato potesse arrivare realmente a considerarsi meglio di lui…

« Come mezzosangue, allora, qui tu morirai! » ruggì, lasciandosi infiammare dalla collera e, subito, scattando in avanti, in direzione di quel nuovo obiettivo… un obiettivo da colpire, un obiettivo da ferire, un obiettivo da distruggere.

Una carica potente, una forza devastante quella con il quale il dio flegetauno avrebbe sicuramente non soltanto raggiunto, ma anche ucciso, la propria designata vittima, la quale, tuttavia, non ebbe possibilità di incontrare alcun effettivo traguardo, giacché, quasi come fosse stato rinvigorito dalla propria stessa affermazione d’identità, da quella nuova presa di coscienza sul proprio stesso io, Desmair ebbe sufficiente autocontrollo, prontezza di riflessi e velocità d’azione, per rispondere a quel brutale attacco a sui discapito semplicemente accogliendolo e reindirizzandolo, in una mossa di indubbia resa che vide il colossale Kah essere slanciato, per effetto della propria stessa energia, di addirittura trenta piedi in là, rovinando rumorosamente al suolo. Un attacco vanificato nei propri letali effetti, quello del terrificante dominatore di quell’arena, nella caduta conseguente al quale, ovviamente, egli non ebbe a ricevere la benché minima ferita, se non, sicuramente, nell’amor proprio; ma che, ciò non di meno, non diversamente dall’ultima azione mai condotta a termine di Guerra, servì a rinvigorire emotivamente i suoi antagonisti, dimostrando loro una sua presunta fallibilità.
Una fallibilità, quella propria di Kah, che poco avrebbe avuto a poter trovare coerenza con la sua presunta e declamata condizione divina, e che, ciò non di meno, nulla di concreto avrebbe garantito ai suoi ospiti, ai suoi prigionieri, alle sue potenziali vittime, giacché, comunque, in quel letale gioco di morte, egli avrebbe ancor potuto vantare una potenziale immortalità che avrebbe, ineluttabilmente, nullificato qualunque sforzo in sua opposizione, a suo contrasto.

« Non qui. » negò Desmair, scuotendo fermamente il capo « Non oggi. »

Un’affermazione, una scommessa quasi, quella così scandita dall’orgoglioso mezzosangue, che avrebbe avuto a potersi considerare ancor retorica, nell’assenza di una qualche effettiva strategia risolutiva per quel conflitto, ma che, ciò non di meno, fu allor pronunciata con assoluta tranquillità, con consapevole serenità, alimentata dalla medesima energia che, in tutto quello, stava permettendo a Midda Bontor di non cedere, di continuare a rialzarsi e a riprovare ancora, e ancora un volta.

venerdì 5 maggio 2017

RM 124


Il primo impatto fu devastante.

Nella consapevolezza di essere in chiara inferiorità fisica contro un avversario come Kah, e come Kah era allor divenuto in grazia a quel folle connubio con l’oscena tecnologia della Sezione I; Midda, Lys’sh e Desmair cercarono di riservarsi un pur minimale fattore di sorpresa a suo discapito, ne ben comprendere quanto altresì minimali avrebbero avuto a doversi considerare le loro semplici occasioni di sopravvivenza nel momento in cui avessero agito altrimenti, nella ricerca di un confronto più diretto.
Evidentemente, però, gli stessi sistemi di monitoraggio che stavano permettendo a quella battaglia di essere trasformata in un evento mediatico, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali anche presenti a garantire al dio flegetauno un certo controllo sulle loro mosse, giacché, nel momento stesso in cui, per primo, Desmair provò a scagliarsi contro il padre, piombando in sua aggressione dall’alto, questi ebbe semplicemente a sorridere e a scartare, quasi senza il benché minimo impegno, l’irruenza del figlio, vanificando qualunque ipotesi di sorpresa. E prima che Desmair potesse maturare coscienza nel merito del proprio fallimento, un nuovo colpo, imposto dal gigantesco pugno di colui in confronto al quale anche un colosso suo pari sarebbe apparso in proporzioni infantili, ebbe a catapultarlo con violenza disumana contro un albero a non meno di nove piedi di distanza, mandandone il robusto tronco, di oltre due piedi di diametro, in frantumi. Una violenza, quella a cui il malcapitato si ritrovò sottoposto, nel confronto con la quale, chiunque altro, in sua vece, sarebbe necessariamente morto, e morto all’istante, nel ritrovarsi la spina dorsale spezzata e molteplici organi interni ridotti in poltiglia: Desmair, per propria fortuna, non avrebbe avuto a dover essere considerato chiunque altro e, in ciò, per quanto ciò che accadde non abbe a essere per lui piacevole, egli sopravvisse, e sopravvisse addirittura mantenendo le proprie ossa, e i propri organi, sufficientemente intatti da permettergli di gemere per il dolore così provato e da contorcersi sul letto di schegge che, improvvisamente, il tronco contro il quale era stato gettato, era divenuto.
Purtroppo, l’aggressione di Desmair dall’alto non avrebbe avuto a dover essere considerata l’unica azione supposta in contrasto a Kah in quel frangente, giacché, nel momento in cui il figlio avrebbe avuto a dover tentare di sorprendere il padre dall’alto, Guerra avrebbe avuto a doversi riservare opportunità di giungere a lui dal basso, impegnandosi, quanto più possibile, a colpirlo, a ferirlo, a smembrarlo, se possibile, con il limitante ausilio delle lame che aveva condotto seco, sicuramente di qualità inferiore alla propria spada bastarda, probabilmente ormai perduta. Ma così come Desmair non era riuscito a riservarsi particolare occasione di successo, parimenti neppure Midda poté vantare un risultato migliore, non riuscendo neanche a giungere sino al proprio obiettivo, ad affondare i propri pugnali nelle sue carni, nel ritrovarsi bruscamente respinta, quasi un moscerino fastidioso, da un movimento annoiato dell’enorme palmo della sua mano, tanto grande dall’essere impattata, da quel manrovescio, a partire dalle spalle scendendo, addirittura, a raggiungerne le ginocchia. E soltanto l’istinto di sopravvivenza, allora, permise alla donna di non concedere il pieno del suo busto all’avversario, nel voltarsi, pur di pochi gradi, un istante prima del colpo, il quale, in ciò, la raggiunse lungo il proprio fianco destro, là dove il braccio in freddo metallo e, più in basso, la sua gamba, avrebbero potuto, se non arrestare la violenza lì destinatale, quantomeno arginarne gli effetti più funesti.

« Thyres… » gemette la donna guerriero, nello scoprirsi a terra, a non meno di quindici piedi di distanza dalla propria ipotetica posizione iniziale.

Ritrovatasi per un momento con la vista annebbiata, in conseguenza all’impatto subito, Midda non perse tempo a domandarsi se, nel colpo o nel volo successivo, ella potesse aver riportato qualche danno, se qualche osso potesse essersi rotto: ritrovandosi repentinamente drogata dalla propria stessa adrenalina, il dolore e la paura ebbero a scomparire dietro la consapevolezza di dover agire, e di dover agire al più presto sia per non offrirsi al proprio antagonista, sia, e ancor più importante, per non dare la possibilità a Lys’sh, alla quale aveva richiesto di restare nelle retrovie, di affrontare autonomamente, o peggio ancora da sola, una simile creatura, un mostro così terrificante, nel confronto con il quale avrebbe potuto facilmente morire, in un fato per il quale ella non si sarebbe mai potuta perdonare, non nel legame profondo che la collegava all’ofidiana, non soltanto qual compagna, qual sorella d’arme, ma, quasi, qual una sorella minore, da lei adottata qual tale molti anni prima. Così, laddove ancora lo stesso Desmair faticava a riprendere il controllo di sé, della propria mente e del proprio corpo, Guerra si pose immediatamente in piedi, pronta nuovamente a lottare, e a lottare senza timore, senza esitazione, anche contro colui che si stava offrendo tanto simile a un dio, che con tanta alterigia stava autoproclamando la propria divina natura.
E Kah, non senza una certa sorpresa, osservo quella semplice donna mortale spingersi con tanta foga in propria opposizione, a propria condanna, così come soltanto chi estremamente coraggioso o estremamente folle avrebbe compiuto, nella consapevolezza che, malgrado ogni sforzo, malgrado ogni impegno, niente di quanto ella avrebbe potuto compiere le avrebbe mai garantito una qualche speranza di vittoria nei suoi confronti…

« Forse il colpo ricevuto ti ha scombussolato il cervello… » ebbe a osservare, nel mentre in cui, senza particolare impegno, mosse un proprio enorme braccio nuovamente a spazzarla, ad allontanarla da sé, con l’indifferenza di chi consapevolmente troppo superiore per aver ragione di preoccuparsi di quanto avrebbe potuto accadere, di quanto ella avrebbe potuto imporgli « … non puoi davvero credere di poter competere con un dio. Non puoi davvero credere di avere una qualche speranza contro di me. » evidenziò, sottolineò, ribadì, con tono quasi impietosito innanzi a tanta palese stolidità, a quell’autolesionismo ingiustificato da parte della donna.

E se indifferenza, in quel nuovo attacco, le era stata destinata, altrettanta indifferenza ella volle riservare a quelle parole, a quel monito a proprio supposto freno, a proprio ipotetico discapito, incassando così, per la seconda volta in pochi istanti, il terrificante colpo del proprio antagonista, ancor minimizzandone gli effetti soltanto in grazia dei propri arti meccanici, di quelle protesi metalliche allor adoperate più come scudi, più a scopo difensivo che, piuttosto, per intento offensivo, e, ciò non di meno, ritrovandosi nuovamente catapultata a non meno di dodici piedi di distanza, su quel manto erboso proiettata quasi bambola di pezza, oggetto inanimato in mano a un bambino troppo capriccioso per offrirle qualunque riguardo. E nell’ignorare quanto, in tal maniera, nuovamente subito, nell’ignorare non soltanto gli avvertimenti del proprio antagonista, ma anche quelli, più preoccupanti, del proprio stesso corpo, ovviamente non suo pari altrettanto indifferente alla violenza di quanto lì riservatole, ella tornò a sollevarsi, ansimante, gemente, ma nuovamente pronta alla pugna, nuovamente decisa a non concedergli occasione di tregua, intrattenendolo, se necessario da sola, nell’attesa dell’arrivo di tutti i propri compagni, nell’attesa di quei rinforzi che, era certa, presto sarebbero sopraggiunti. Certezza, la sua, non conseguente a una questione di fede… quanto e piuttosto per più importante, più concreta fiducia: fiducia verso i propri commilitoni, fiducia verso i propri fratelli e sorelle d’arme, fiducia verso coloro che a lei si erano affidati e ai quali, ora, ella non avrebbe potuto ovviare ad affidarsi.

« Arrenditi, folle! » insistette egli, scuotendo il capo, nell’osservarla precipitarsi nuovamente verso di lui, con un’ostinazione che avrebbe potuto considerare persino ammirevole se non fosse giunta da colei che, dopotutto, egli voleva distruggere e uccidere, scopo per conseguire il quale tanta preparazione aveva avallato in quei mesi, arrivando a dar vita a tutto quello, a quello straordinario spettacolo di morte attraverso il quale l’intero universo avrebbe potuto comprenderlo « … che senso ha tutto questo? Che senso ha continuare a soffrire in questo modo?! »

giovedì 4 maggio 2017

RM 123


Al di là del proprio atteggiamento sovente irriverente, soprattutto nei confronti del proprio fratello di vita Be’Wahr, al di là di quella superficiale patina di ipotetica indifferenza, seconda solo a quella che Desmair amava sfoggiare per ragioni, in fondo, non differenti, Howe avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, all’interno di quel gruppo, di quella famiglia, qual uno dei componenti in verità più legati alla stessa, più abbisognanti del conforto che solo da essa sarebbe sembrato in grado di derivare per lui. Motivo per il quale, paradossalmente, egli tanto spendeva tempo ed energie per sembrare emotivamente distaccato da tutto quello: per Be’Wahr, innanzitutto, e per ognuno fra loro, poi e comunque, egli sarebbe sempre stato disposto a fare il possibile e, anche, l’impossibile, così come ben dimostrato, tempo prima, nel giorno in cui, proprio malgrado e pur senza esitazione, ebbe a rinunciare al metà del proprio avambraccio mancino, per concedere a Midda Bontor possibilità di salvarsi altresì da morte certa. E, di simile decisione, egli non si era mai pentito, né avrebbe mai potuto pentirsi, neppure laddove ciò gli fosse costato molto più ancora. Per tale ragione, nel momento in cui Heska fu raggiunta in tali condizioni, in simile, pericolosa situazione, Howe non avrebbe potuto dimostrare la benché minima esitazione a compiere ciò che avrebbe dovuto essere compiuto, sacrificando nuovamente volentieri, e in tal occasione anche in maniera indolore, il proprio avambraccio sinistro per lei.

« Resta ferma… » suggerì, in maniera probabilmente retorica, alla compagna, mentre ebbe a inginocchiarsi innanzi a lei, ai suoi piedi, per poter studiare la situazione prima di agire, prima di lasciar affondare, con delicatezza, la propria mancina nel terreno vicino al suo piede, un maniera tale che il pollice restasse a emergere in corrispondenza della sua scarpa, mentre il resto della mano potesse raggiungere la mina posizionata sotto la stessa « … l’ho presa. » confermò quieto, iniziando a slacciarle le stringhe dello scarpone con la destra, a permetterle, in tal maniera, di poter estrarre il piede di lì e allontanarsi.
« Howe… » esitò la bionda, osservando con riconoscenza il proprio compagno d’arme per il sacrificio che, lì, si stava dimostrando pronto a compiere.
« Non ti preoccupare. » minimizzò egli, stringendosi fra le spalle, nel mentre in cui, afferrandole delicatamente la caviglia, la aiutò a sfilare lo scarpone « E’ un modello vecchio ormai… e avevo già deciso da un pezzo di sostituirlo. » mentì spudoratamente, in quella che tutti i presenti sapevano essere l’ennesima giustificazione volta a celare, dietro a motivazioni apparentemente futili, il suo grande affetto per tutti loro.

Non appena Heska si fu allontanata, accompagnata da Ja’Nihr, Howe si concesse un istante di respiro per prepararsi alla mossa seguente. E, quando si sentì pronto, agì con la destra sulla propria protesi al fine di sganciarla dal resto della propria carne, liberandosi il braccio che ancora gli era rimasto e, subito, allontanandosi, subito proiettandosi più lontano possibile da lì, nella consapevolezza di quanto, senza il suo diretto controllo, le dita della mano artificiale non avrebbero mantenuto la giusta pressione ancora per molto. In ciò, quindi, egli fece giusto in tempo a compiere non più di tre passi prima che la mina deflagrasse e, nell’irruenza di quell’esplosione, egli stesso si ritrovasse catapultato violentemente in avanti, contro un albero non distante, ritrovandosi un po’ contuso, in parte stordito, ma, fortunatamente, ancora vivo.
Conseguenza indiretta di quanto accadde, fu indubbiamente quella di offrire, in maniera indubbiamente chiara, un segnale, un riferimento spaziale per permettere a tutti di accorrere in direzione di quel punto, ovunque essi fossero all’interno dell’amplia oasi lì edificata. Così, in breve tempo, al gruppetto in tal maniera già riunificatosi composto da Ja’Nihr, Howe e Heska, ebbero ad aggiungersi, in ordine sparso, quasi tutti gli altri loro compagni, con la sola eccezione rappresentata da tre, fondamentali elementi: Lys’sh, che pur mai avrebbe potuto non udire la detonazione avvenuta, Desmair e, soprattutto, Midda. Un’assenza, la loro, di cui pur alcuno fra gli altri ebbe a sorprendersi, giacché tutti loro avrebbero avuto a doversi considerare perfettamente consapevoli della direzione verso la quale i tre si erano sicuramente già diretti e, in ciò, del luogo ove avrebbero potuto raggiungerli, ove avrebbero potuto trovarli. Se, infatti, in una situazione al pari di quella venutasi a creare, le abilità di cacciatrice di Ja’Nihr non avrebbero potuto ovviare a essere impiegate al fondamentale scopo di ritrovare e radunare tutti i propri compagni, guidandoli, poi, sino al conflitto; le sovrumane capacità di Lys’sh sarebbero necessariamente state spese, in tutto ciò, per individuare, nel dettaglio, i due elementi più coriacei della loro squadra per guidarli, poi, a intrattenere il loro antagonista, il loro avversario, per tutto il tempo che sarebbe stato utile, necessario, agli altri per raggiungerli. Un’azione di copertura, quindi, un diversivo, utile a garantire a tutti loro la possibilità di riunirsi, la possibilità di riorganizzarsi, e di farlo, ovviamente, nel minor tempo possibile, giacché, se pur, in tal maniera, la violenza di Kah sarebbe stata allor impegnata in altra direzione, difficile sarebbe stato, soltanto per tre fra loro, riuscire a intrattenerlo a lungo.
Nel mentre in cui, quindi, la maggior parte della squadra si riuniva attratta dal richiamo dell’esplosione; l’ofidiana, guidata dal proprio straordinario senso dell’olfatto, aveva già avuto successo nel ritrovare tanto Desmair, quanto Midda, e li stava allor guidando alla volta della posizione di Kah, là dove, almeno per loro, la battaglia iniziale avrebbe avuto luogo un po’ prima rispetto agli altri…

« Quel boato non promette nulla di buono… » osservò il flegetauno, in un filo di voce, in quella che, per quanto sicuramente egli lo avrebbe negato fermamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’evidenza di una certa preoccupazione da parte sua, in direzione dei loro compagni.

Nessuna rassicurazione, allora, venne spesa da parte di Lys’sh o di Midda nei confronti dell’interlocutore, laddove essa sarebbe risultata necessariamente retorica, e retorica non tanto perché priva di qualunque possibile fondamento, quanto, e piuttosto, perché eventualmente volta a esplicitare ciò di cui, tutti loro, erano già perfettamente a conoscenza, ossia che la loro squadra, la loro famiglia, avrebbe avuto a dover esser riconosciuta qual formata soltanto da membri semplicemente straordinari e che, in ciò, nessuna ragione di dubbio avrebbe avuto a doverli cogliere in quel momento, avrebbe avuto a doverli distrarre dal loro primario obiettivo, volto non tanto ad accertarsi di quanto potesse essere accaduto, quanto e piuttosto a raggiungere Kah e ingaggiare, con lui, un nuovo, e speranzosamente definitivo, confronto, onde ovviare all’eventualità che, da lì ad altri diciotto cicli, egli potesse tornare nuovamente a perseguitarli.
Guidati da Lys’sh, Midda e Desmair avanzavano rapidamente all’interno della foresta, ovviando a trappole e minimizzando l’impatto della propria presenza malgrado la colossale mole del flegetauno avrebbe suggerito l’eventualità di maggiore disturbo nel confronto con gli angusti spazi loro riservati da quella vegetazione, a tratti particolarmente fitta. E quando, alfine, l’ofidiana ebbe ad arrestarsi, ancora una volta non vi fu bisogno di alcuna comunicazione verbale per essere perfettamente consapevoli nel merito delle ragioni e di quanto, probabilmente, pochi passi avanti a loro, oltre l’ultima barriera di alberi lì presenti, li avrebbe attesi.
E se pur alcuna parola, in tutto quello, sarebbe stata loro necessaria, Guerra volle egualmente riservarsi un’ultima occasione di intervento verso i propri due compagni lì presenti, rivolgendosi loro quasi avessero a doversi considerare a rappresentanza anche di tutti gli altri, in quella che, forse, a posteriori, nell’eventualità in cui tutto quello non fosse volto al meglio, avrebbe avuto a dover essere ricordata quale la sua ultima frase…

« Grazie. »

Una sola parola, poche sillabe così scandite in un lieve sussurro, che qualcuno, al di fuori dei presenti, avrebbe potuto considerare forse e persino qual banale, ma che, ciò non di meno, né Lys’sh, né Desmair accolsero qual tale, nel comprendere quanto, dietro a quel volutamente conciso intervento avesse a doversi intendere molto più di quanto qualunque discorso, qualunque oratoria, avrebbe potuto comunicare.

mercoledì 3 maggio 2017

RM 122


L’amor proprio di Ebano, comunque, avrebbe avuto a doversi considerare in salvo giacché, in simile contesto, in tale occasione, egli non fu il solo, o l’unico, a cader vittima di un tranello, fra i molteplici predisposti all’interno dell’intera oasi. Anche Salge, Duva ed Heska ebbero a rischiare la propria vita in maniera che, ognuno degli stessi, avrebbe potuto considerare qual estremamente stupida, benché, in tal frangente, assolutamente inapplicabile sarebbe stato parlare di intelligenza o meno da parte loro.
L’ex-capitano della defunta Jol’Ange, suo malgrado trasformata in un relitto destinato a vagare per sempre alla deriva, nello spazio siderale, ebbe a rischiare a sua volta il proprio futuro nel momento in cui, inavvertitamente, pose un piede sopra l’innesco di una rudimentale, ma assolutamente efficace, trappola assassina, che vide calare sopra la sua testa, da dietro le sue spalle, una pesante grata di metallo ornata, in tutta la propria superficie, da molteplici picche che, se solo avessero avuto occasione di raggiungere le sue carni, nella spinta loro imposta dalla medesima forza di gravità, e dal movimento rotatorio del loro supporto, rimasto legato sopra di lui su un fronte, lo avrebbero certamente trapassato da parte a parte, in una fine tanto cruenta, quanto macabra, che ben riflettere avrebbe avuto a dover spingere sulla possibile perversione di eventuali spettatori di simile trasmissione. Fortunatamente per lui, Salge, uomo dal fisico asciutto e incredibilmente agile, sinuoso e forte, con muscoli sicuramente più snelli e non per questo meno reattivi rispetto a quelli di Ma’Vret, ebbe a ovviare a quella sgradevole sequenza di pugnalate alla schiena nel percepire, più per istinto che per reale elaborazione mentale, la presenza di un pericolo incombente sulla propria vita, lanciandosi, di conseguenza, in avanti, in un balzo che ebbe a concludersi con una capriola e che, solo per pochi pollici, lo vide evitare il peggio, pur venendo parzialmente accarezzato, nell’ultima parte del proprio volo, dalla sequenza inferiore di quelle lame. Così, pur sopravvissuto, egli non poté dirsi, proprio malgrado, del tutto indenne, nel ritrovarsi un lungo taglio, fortunatamente non profondo, aperto lungo la parte inferiore della schiena, là dove una delle picche era stata in grado di dimostrargli la propria pericolosità.

« Tarth… » bestemmiò a denti stretti, nel bruciore conseguente a quel taglio, pregando in cuor suo affinché nessun veleno avesse a doversi considerare presente su quelle picche o, in tal caso, la sua fine sarebbe comunque sopraggiunta, e sopraggiunta anche in termini particolarmente spiacevoli.

Per Duva, la minaccia di morte ebbe a concretizzarsi, altresì, nella forma di un più moderno e sofisticato reticolo laser che, improvvisamente, ebbe a manifestarsi innanzi al proprio cammino, al centro di una piccola radura, attraverso la quale ebbe a ritrovarsi costretta a passare nell’impossibilità a prendere strade alternative, a scegliere soluzioni diverse, in quello che, in tal punto, più che un sottobosco naturale, ebbe a palesarsi qual una vera e propria barriera… e una barriera destinata, chiaramente, a non concederle altra possibilità fra proseguire dritto o rinunciare e ritornare, completamente, lungo i propri passi. Conscia che, necessariamente, in conseguenza a una simile situazione a contorno, soltanto un pericolo, e un pericolo letale, sarebbe lei stato destinato all’interno di quello spiazzo apparentemente tranquillo, ella iniziò ad avanzare, lungo il medesimo, con circospezione, non dando nulla per scontato e, anzi, commisurando ogni proprio singolo passo nel timore di porre un piede in fallo e, in ciò, di attivare qualunque possibile trappola lì fosse stata predisposta ad attenderla. Suo malgrado, ciò che, in un tale contesto artificialmente selvatico, non aveva preso in considerazione avrebbe potuto trovare, ebbe a dimostrarsi proprio la presenza di una minaccia più tecnologica, attivata, oltremodo, da un sensore a barriera, che ebbe a intercettare la sua presenza non appena ella oltrepasso il centro della radura. E lì intrappolata, ella ebbe a vedere, innanzi ai propri occhi, comparire un primo fascio laser che, iniziando a muoversi lungo una traiettoria apparentemente casuale, percorse l’intera superficie della radura, sperando, evidentemente, di attraversare, in ciò, anche le sue carni. E se ella ovviò alla spiacevole morte, o mutilazione, che in tutto quello le sarebbe stata garantita, in grazia a un agile salto, immediatamente al primo laser ebbe ad aggiungersene un altro, e poi altri due, e ancora tre, cinque, otto, crescendo rapidamente e altrettanto rapidamente impegnandosi a cercare di sancirne la fine. Come già per Salge, anche e ancor più per Duva, quanto in tutto quello ebbe a salvarla, a decretarne la vita allorché la morte, non avrebbe potuto essere considerato tanto una questione di raziocinio, quanto e piuttosto, una questione d’istinto: affidandosi, infatti e del tutto, ai propri sensi e al proprio allenamento, a quella formazione durata una vita intera e che in molteplici occasioni l’aveva veduta posta alla prova anche in situazioni peggiori rispetto a quella, ella iniziò letteralmente a danzare all’interno della radura, in un folle ballo per la propria vita, per il proprio avvenire, saltando, ruotando, scivolando fra quei raggi letali fino a quando, con un ultimo, atletico gesto, ella riuscì a fuoriuscire dai confini della radura e lì a porsi in salvo, rimettendoci, alfine, soltanto, e fortunatamente, una manciata di treccine… quietamente sacrificabili.

« Diamine… » ansimò, non appena si rese conto di essere in salvo e, in ciò, di potersi fermare « … questo genere di allenamento me lo devo segnare… » si ripromise, apprezzando l’idea, seppur, magari, declinata in una versione meno letale.

Anche Heska, proprio malgrado, ebbe a fare i conti con una minaccia di natura più elaborata rispetto a quelle nelle quali erano incappati Ma’Vret e Salge, seppur, in verità, meno tecnologica rispetto a quella con la quale Duva si era ritrovata ad avere a che fare, benché, ciò nonostante, forse ancor più devastante: una mina antiuomo. Mercenaria, al pari di tutti i propri compagni e compagne, anch’ella aveva egualmente acquisito le loro capacità di porsi a confronto con la guerra in tutti i propri aspetti molto prima di reinventarsi come fabbro. Così, nel momento in cui, nella quiete del proprio avanzare all’interno della foresta, ebbe a percepire il lieve suono di un interruttore sotto i propri piedi, non ebbe esitazione alcuna a riconoscere quello che, sgradevolmente, avrebbe avuto a dover essere considerato qual segnale di un possibile congegno esplosivo proprio sotto il suo piede, un congegno che, laddove avesse avventatamente sollevato il proprio piede, sarebbe allor detonato, sancendone ineluttabilmente la fine. Ovviando persino a imprecare, nel non voler perdere la concentrazione e il necessario autocontrollo di fronte a una situazione tanto grave, ella ebbe a flettersi, lentamente, delicatamente, in avanti, allo scopo di cercare, con la massima discrezione di sondare il terreno sotto il proprio piede con la punta del pugnale facente parte del proprio equipaggiamento. E non appena una lieve resistenza ebbe a confermare la sfortunata tesi così formulata, la sua mente cercò di elaborare una qualche soluzione a quello spiacevole problema. Purtroppo, ipotizzare di disinnescare quel congegno, ponendosi in piedi sopra di esso, avrebbe avuto a dover essere arbitrariamente escluso, giacché troppo complesso sarebbe necessariamente stato tentare di operare in tal senso. Forse, tuttavia, ella avrebbe potuto trovare il modo, con quanto fornitole attorno, di bloccare estemporaneamente il proprio pesante scarpone al suolo, in maniera utile a concedersi quel fuggevole istante di tempo utile a proiettarsi al di fuori del raggio d’azione di quel congegno, sperando in tal maniera di cavarsela o, quantomeno, di perdere non più di un piede, o una gamba, nel salto. Ma, anche in tal caso, la sorte non parve arriderle, almeno all’inizio, giacché, osservandosi attorno, ella non poté fare altro che cogliere, quanto a lei potenzialmente necessario, solo a una distanza superiore rispetto a quella che avrebbe potuto raggiungere dalla propria posizione obbligata: uno sgarro, quello apparentemente rivoltole dal destino, che ebbe tuttavia a essere immediatamente corretto nel momento in cui, poco distante da lei, fra il verde del bosco, ebbe a comparire la sagoma di Ja’Nihr, accompagnata, allora, da Howe, e diretta con passo deciso verso di lei.

« Attenzione! » li avvisò, sollevando ambo le mani a enfatizzare quel messaggio, volto al loro arresto « Ho messo il piede su una mina e non so se ve ne siano altre qui attorno… »
« Siamo arrivati al momento giusto, allora. » sorrise l’uomo, offrendo, in tal gesto, una rassicurazione indubbiamente superiore a quanto avrebbero potuto offrire allora mille altre parole, ennesima riprova di quanto, la loro forza, in null’altro avrebbe avuto a risiedere se non nella loro unione.