11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E siamo a... QUATTROMILA!

Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!

Grazie a tutti!

Sean, 18 giugno 2022
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giovedì 14 maggio 2020

3276


Quando quella notte Be’Sihl raggiunse la propria camera da letto, dopo la chiusura de “Alla Signora della Vita”, Midda era ancora sveglia, intenta, in sua quieta attesa, a fare un minimo di manutenzione al proprio braccio artificiale. Nel ben considerare, del resto, quanto tutt’altro che facile sarebbe stato ripararlo o sostituirlo laddove si fosse rotto o danneggiato, avendo abbandonato il progresso tecnologico proprio della sua passata parentesi siderale, ella avrebbe dovuto prestare massima attenzione e cura al proprio arto destro, affinché non avesse a fare la fine dei precedenti due: per fortuna, ella aveva già appreso da tempo tutte le corrette operazioni di manutenzione e, in ciò, salvo incidenti, l’aspettativa di funzionamento di quella protesi avrebbe avuto a doversi intendere decisamente superiore alla di lei aspettativa di vita. Vedendola intenta ad armeggiare con il proprio braccio destro, Be’Sihl ovviò a distrarla e, con passo quieto e leggero, si mosse verso il catino, versando dalla brocca un po’ d’acqua per darsi una rinfrescata prima di ipotizzare di coricarsi a letto per poter godere delle proprie consuete quattro ore di sonno, ora più, ora meno.
Anche per lui, dopo aver vissuto insieme a Midda per un lustro fra le stelle del firmamento, godendo di comodità imparagonabili a quelle loro lì concesse nel proprio pianeta natale, il ritorno a casa non avrebbe avuto a doversi fraintendere così banale come, forse, aveva un tempo ipotizzato sarebbe potuto essere: la comodità propria dell’acqua corrente, e, soprattutto, di una bella doccia prima di andare a dormire, non avrebbe potuto avere a conoscere rivali. E i suoi capelli lunghi capelli, ordinati in sottili treccine non dissimili da quelle proprie di Duva, avrebbero avuto quietamente a comprovare tale disagio. Ma ormai quello avrebbe avuto a doversi intendere qual un capitolo chiuso della loro vita e, giustamente, ogni rimpianto avrebbe avuto a doversi considerare gratuito, nella scelta consapevole che pur essi avevano compiuto definendo il proprio ritorno a casa, tanto nel bene, quanto nel male.
Fu Midda a prendere allora voce verso di lui, nel concludere il proprio intervento di manutenzione e nel risollevare lo sguardo in favore al proprio amato, osservandone il torno allora denudato e dovendo ammettere di amarlo…

« Hai visto che brava sono stata…? » domandò ella, in cerca di una qualche conferma da parte sua in favore di quell’affermazione « Questa sera non ho scatenato alcuna rissa nel locale… » puntualizzò, a porre l’accento su quello che, per chiunque altro, sarebbe stata considerata normalità, e che, altresì, per lei avrebbe avuto a doversi intendere quasi una sorta di eccezione « Consideralo un segno dell’amore che provo per te. »
« Meglio di no… » ridacchiò egli, scuotendo appena il capo « Anche perché sennò, la prossima volta, sarò costretto a considerare l’ineluttabile rissa come un segno dell’odio che provi per me! » argomentò, esplicitando il perché di quel diniego e ottenendo, da parte della propria compagna, una reazione estremamente matura e composta, quale ebbe a essere, lì, una linguaccia.

Be’Sihl scoppiò a ridere e Midda rise con lui, aprendo poi le braccia per invitarlo a sé e accoglierlo, così, sul loro talamo. E lo shar’tiagho non si fece pregare in tal senso, muovendosi con delicatezza fino a lei, per in lei avere allor ad affondare amorevolmente.

« Come stai? E’ andata bene la serata…? » questionò quindi ella, a cercare un’occasione di dialogo con lui, e un dialogo forse banale, e pur di quella squisita banalità propria di una comune quotidianità, e di quella quotidianità che, per loro, avrebbe avuto sporadicamente a potersi effettivamente giudicare comune.
« Sì. Molto bene, direi… » confermò egli, lasciando poggiare il capo sopra al di lei petto, e alla generosità delle sue curve in quella particolare area « Al solito, la notizia del tuo ritorno in città ha portato il pienone, fra coloro che avrebbero voluto sapere di più di quanto ti è accaduto e coloro che, ineluttabilmente, avrebbero avuto piacere a sfidarti. » osservò l’uomo, in un’equazione che avrebbe avuto facilmente a tradursi in facili ricavi per lui « Sembra che, malgrado il passare del tempo, e i lunghi anni di assenza, questa città non si sia mai dimenticata di te… in positivo o in negativo. »
« E tu che ti dimentichi sempre che vai a letto con una persona importante…. » sospirò ella, fingendosi addolorata a tal proposito.
« Davvero?! » esclamò egli, strabuzzando grottescamente lo sguardo « … e io che credevo di andare a letto con te! » la canzonò, amorevolmente.

Uno scherzo, il suo, che gli valse un repentino pizzicotto sul fianco destro, fortunatamente imposto dalla di lei mancina ma sufficientemente mirato, nella propria attuazione, da andare a cogliere un punto preciso molto sensibile fra il capezzolo e l’ascella, costringendolo così a un gridolino di dolore…

« Così impari! » puntualizzò la Figlia di Marr’Mahew, imbronciandosi « Non dimenticarti che non sono più la ragazza semplice di un tempo: adesso sono succeduta alla regina Anmel Mal Toise… sono la nuova Portatrice di Luce e la nuova Oscura Mietitrice! E, in questo, non è bene farmi indispettire! » lo minacciò, ovviamente a titolo di scherzo.
« Io però continuo a essere quello che ti riempie di acqua calda la vasca quando vuoi farti un bagno… » sorrise egli sornione « … e, rispetto al passato, ora mi concedi anche di lavarti la schiena. » puntualizzò, a ben evidenziare il progresso positivo del loro rapporto « Con un indubbio vantaggio, a margine di tutto ciò, per la tua igiene personale… »
« Vorresti forse insinuare che prima non mi lavassi bene…?! » sgranò gli occhi ella, calcando il tono a palesare tutta la propria scandalizzata sorpresa per tale ardire da parte sua « Hai forse deciso che vuoi davvero cambiare letto questa notte…? O, semplicemente, ti è venuto a noia vivere…?! »
« Sono già morto una volta, quindi risparmiami per favore le minacce di morte… » scosse il capo egli, in tal movimento affondando maggiormente, e con dolcezza, fra i seni di lei « … e, francamente, sto troppo bene qui dove sono, per voler cambiare letto. »

Probabilmente Midda avrebbe dovuto impegnarsi di più a reggere il giuoco con lui, magari catapultandolo di prepotenza lontano da sé, e intimandogli di levarsi di torno. Ma, francamente, ella non aveva alcun interesse ad agire in quel senso, abbisognando, al contrario, della sua presenza, del contatto fisico con quel corpo, a completare la perfezione di quella giornata, e di quella giornata, per lei, vissuta felicemente. Per davvero.
Così, rinunciando a ogni opportunità di proseguire in quel frangente, si limitò a scuotere appena il capo, con aria quietamente rassegnata, nel mentre in cui con la punta delle dita della mancina iniziò a giocherellare con i capelli di lui.

« Tutto bene…? » domandò Be’Sihl, domandò egli, voltandosi appena verso di lei, a osservarne il viso, con evidente sorpresa per l’assenza di qualsivoglia risposta più energica da parte sua « Non è da te lasciarmi vincere tanto facilmente. »
« Consideralo un esercizio d’allenamento. » replicò ella, ridacchiando appena « Mi sto allenando a non averla sempre vinta… »
« Ti dispiace non aver recuperato la spada di Kila? » questionò quindi l’uomo, cercando di meglio argomentare quel concetto e le implicazioni del medesimo « O si tratta di altro…?! »
« Mah… » esitò la donna guerriero, riservandosi un istante per valutare meglio la questione « Di quella spada, in verità, non è che mi importasse poi molto. Mi importava, sicuramente, la possibilità di applicare i suoi poteri taumaturgici per riscattare te e i nostri figli dalle vostre attuali condizioni. Ma non intendo farne un dramma… »
« E allora…?! » insistette egli, non cogliendo il punto.
« E allora niente. » sorrise l’altra, scuotendo leggermente il capo « Sto semplicemente iniziando a fare i conti con la felicità… e una felicità a cui, francamente, non credo di essermi mai psicologicamente predisposta in tutta la mia vita. » ammise, stringendosi fra le spalle « Tutto qui… »

Già. La questione era tutta lì: la straordinaria Figlia di Marr’Mahew, la temibile Ucciditrice di Dei, l’imbattibile Campionessa di Kriarya, erede della regina Anmel Mal Toise, nuova potenziale Portatrice di Luce e nuova potenziale Oscura Mietitrice, non si era mai immaginata felice.
Non da molto tempo a quella parte, quantomeno. Non da quando, parecchi anni prima, si era resa conto di aver commesso un errore, e un errore imperdonabile, l’errore che aveva marcato quella netta separazione dalla sua gemella e da tutta la propria famiglia.
Aveva dovuto attendere molti anni, lustri addirittura. Aveva dovuto viaggiare in lungo e in largo, per tutto il continente e anche al di fuori dei confini stessi del proprio mondo. Aveva dovuto compiere il possibile e anche l’impossibile. Eppure, senza ormai neppure cercarla, priva di qualunque illusione a tal riguardo, la felicità era giunta a lei.
Una felicità che possedeva il volto del suo amato Be’Sihl. Una felicità che possedeva i volti dei suoi adorati Tagae e Liagu. E una felicità che possedeva i volti delle sue due meravigliose sorelle Duva e Lys’sh. Una famiglia tutt’altro che elementare nella propria storia, tutt’altro che banale nei propri trascorsi e, probabilmente, anche nel proprio avvenire. E pur sempre una famiglia. E una famiglia straordinaria. Una famiglia sua. E una famiglia da cui non si sarebbe mai separata, per tutto il resto della sua vita.

« Sai… » riprese voce, con una treccina dell’amato arricciata attorno all’indice della mancina « Qualcuno potrebbe considerare questo quasi al pari del mio lieto fine… »
« Ed è così che tu vuoi considerarlo…? » domandò lo shar’tiagho, ben consapevole che ella non avrebbe mai potuto offrirgli una risposta affermativa, non a meno di non voler davvero considerare, in tutto ciò, concluso il suo viaggio e, con esso, la sua intera esistenza.

Un sol fugace istante di silenzio la contraddistinse a quell’interrogativo, a creare, volutamente, una certa tensione in attesa della di lei risposta.

Ma alla fine ella sorrise, lasciando rilucere i propri azzurri occhi alla fioca luce della lampada a olio accanto a loro e, scuotendo appena il capo, disse: « Assolutamente no. Per me questo è soltanto un lieto inizio… »

mercoledì 13 maggio 2020

3275


Al solito, ad ascoltare quella storia narrata da Midda, non avrebbero avuto a doversi intendere soltanto i diretti destinatari, i suoi figli, Tagae e Liagu, quant’anche le sue due amiche, le sue due sorelle d’arme, Duva e Lys’sh, sempre curiose, sempre interessate a scoprire di più nel merito della complessa varietà del folklore di quel pianeta, e di quel pianeta che, nel bene o nel male, avevano eletto a propria residenza presente e, ineluttabilmente, futura. E così, quando la Figlia di Marr’Mahew ebbe a congedarsi dai due pargoli, schioccando loro un bacione sulla fronte, le due compagne avrebbero avuto lì a doversi già riconoscere in quieta attesa del suo arrivo, pronte, con non meno entusiasmo rispetto ai frugoletti, a rivolgerle ogni qual genere di domande quella storia potesse aver loro suscitato.
Una storia che obiettivamente difficile avrebbe avuto a doversi intendere nella propria peculiare scelta, e nella propria scelta proprio alla sera del loro ritorno a casa...

« E così, alla fine, ti sei ricordata chi fosse quella mummia…?! » domandò Duva, aggrottando la fronte e inarcando un sopracciglio, con aria obiettivamente divertita innanzi a ciò.
« Abbiamo davvero incontrato il corpo di Kligish, sotto al tempio di Gau’Rol in Y’Rafah…?! » espresse con maggiore precisione Lys’sh, volendo lasciare spazio a possibili altre interpretazioni di quei fatti e di quella storia, per quanto l’evidenza della cosa fosse a dir poco banale.
« Chi può dirlo… » si strinse ella fra le spalle, rispondendo in tal maniera a entrambi gli interrogativi « Alla fine mi sono ricordata che esistono altre leggende attorno alle gesta di Kila, anche dopo l’incontro con il figlio di Temet… e questa è una di esse. » puntualizzò, correggendo un’affermazione ormai decisamente distante nel tempo, e risalente a prima della loro partenza per Y’Shalf quando, con forse troppa leggerezza, aveva semplificato il finale del precedente racconto « Ma se poi quello fosse realmente Kligish, e, di conseguenza, quella fosse realmente la spada di Kila… impossibile a dirsi con certezza. »
« Però è una probabilità. » annuì Duva, più che soddisfatta, invero, di non poter vantare certezze di sorta a tal riguardo, soprattutto laddove una qualunque ricerca di sicurezza a tal proposito avrebbe probabilmente comportato un problema ancor più grande di quanto quella loro corrente ignoranza avrebbe avuto a potersi giudicare « E questo conferma quanto abbiamo fatto bene a tornarcene a casa, lasciando quella spada, qualunque spada essa fosse, lì dove era… »
« Beh… anche sigillare nuovamente l’ingresso al pozzo non è stata una cattiva idea. » ricordò la giovane donna rettile, desiderando evidenziare la cosa anche in considerazione del fatto che, a tal riguardo, era stata proprio lei a riservarsi giusto dubbio e a proporre utile soluzione « Giusto per evitare che, alla fine, non sia qualcun altro a riportare in vita quella piaga in formato umano! »
« Eh già! » annuì la prima, a sostegno dell’amica « Pensa che ironia altrimenti: nel tentare di salvare Tagae e Liagu, e Be’Sihl, avremmo finito con il condannare il mondo intero, e loro stessi, a una piaga ancor peggiore… »

A confronto con quel dialogo tanto serrato fra le proprie due amiche, la Figlia di Marr’Mahew non poté ovviare, allora, a mettersi a ridacchiare e a mettersi a ridacchiare nel riconoscerle costrette ad affrontare in tutto ciò, anche e soltanto ipoteticamente, quel genere di spiacevoli complicazioni a confronto con le quali ella avrebbe avuto a doversi intendere essere solita ritrovarsi a scendere a patti nella maggior parte dei giorni della propria vita.

« Benvenute nella mia quotidianità! » sorrise, piegando appena il capo di lato « E siete solo alla vostra prima avventura… la prossima volta, magari, sarete meno critiche verso di me e verso gli errori che posso aver commesso nel corso della mia vita! » suggerì, scherzosamente, ben consapevole di quanto, comunque, alcuna reale volontà di critica sarebbe mai sopraggiunta a suo effettivo discapito da parte di quella propria coppia di sorelle.
« Ammetto che questo mondo sia decisamente complicato… e pericoloso. » annuì Lys’sh, con il corrispettivo di un sorriso tirato sul proprio peculiare volto « Tante storie… tante leggende… tante mitologie… e, a ben vedere, ben poca fantasia dietro a tutto ciò! »
« Oh sì… » confermò anche Duva, a concedere, in ciò, un giusto riconoscimento di merito alla propria rossa compagna « Se è sufficiente così poco per rischiare di liberare una minaccia genocida, forse dovremmo documentarci un po’ di più prima di rischiare di fare danni. » commentò, storcendo leggermente le labbra a dimostrare una certa perplessità « Cioè… non per voler rigirare il dito nella piaga, ma immagino che se tu avessi avuto evidenza di quello che sarebbe poi accaduto quando hai risvegliato Anmel o i Progenitori, probabilmente avresti evitato di farlo… no?! »
« Beh… » esitò Midda, non priva di un certo imbarazzo in tal senso « In entrambe le occasioni avevo un interesse personale che mi spingeva ad agire in tal maniera… » argomentò, suggerendo, implicitamente, quanto probabilmente un certo egoismo l’avrebbe spinta egualmente a commettere quegli errori, per i propri scopi privati « Diciamo che, questa volta, è andata davvero bene che voi foste lì con me. » concluse pertanto, a ribadire un indubbio e risolutivo contributo positivo delle proprie amiche a ovviare al peggio.
« Questa vorrei annotarmela. » sorrise quindi Duva, più che soddisfatta dalla spontaneità di quell’ammissione, e di quell’ammissione una volta tanto non conseguenza di una qualche loro insistenza a tal riguardo « Giusto per giocarmela alla prossima occasione utile… perché tanto, ne sono certa, ci sarà qualche nuova occasione utile! »
« Ma senti, a proposito di annotarsi cose: da queste parti non è che magari esiste una qualche biblioteca, o altro concetto assimilabile, nel quale poterci aggiornare un po’…?! Non riesco a credere che, al di là di tutto, la vostra intera civiltà di fondi sulla tradizione orale… » questionò la donna rettile, in tal maniera ispirata dallo scherzoso commento dell’amica.
« Eh… » esitò nuovamente la Campionessa di Kriarya, ancora una volta non priva di un certo imbarazzo in tal senso « Giustappunto parlando delle decisioni avventate che ho compiuto nel corso della mia vita… » sospirò, roteando gli occhi al cielo e scuotendo appena il capo.
« Ecco… » ridacchiò Duva, ricordandosi allora di quelle vicende già loro narrate nel merito di quella straordinaria Biblioteca che, tristemente, ella aveva offerto alle fiamme, al solo scopo di ovviare allo scontro con un gruppo di ragni giganti « … facciamo che accanto all’appunto sul contributo positivo di Lys’sh e mio alla tua vita quotidiana per ovviare a decisioni particolarmente avventate, ne aggiungerò uno utile a ricordarci di tenerti lontana dalle fiamme vive. » ammiccò sorridendo « Così, giusto per dire… »

Midda rise. E rise di cuore. E rise felice.
Rise per la battuta dell’amica. Ma ancor più che per essa, rise nella contentezza derivante dall’ormai evidente e solida consapevolezza di quanto la sua vita, alla fine, stesse realmente cambiando, e stesse realmente cambiato spingendola a esplorare nuove vie, a esplorare nuove soluzioni, a scoprire nuovi modi di affrontare la realtà e le sue conseguenze, e di scoprirli con il contributo fondamentale di una famiglia: una famiglia senza dubbio decisamente originale, estremamente bislacca sotto molti punti di vista, ineccepibilmente aliena a quel mondo, e non soltanto in senso metaforico, ma anche e ancor più in senso letterale, e, ciò non di meno, una famiglia con la quale, finalmente, si stava concedendo occasione non soltanto di vivere, ma anche di crescere, per così come, per troppo tempo, aveva rinunciato a fare.
E, quasi senza neppure rendersene conto, si ritrovò ad abbracciare le proprie amiche, le proprie sorelle, con la sincera e incommensurabile felicità di una bambina, spinta da quello stesso affetto con il quale Tagae e Liagu, qualche ora prima, le erano saltati al collo. E in tale abbraccio, ella non poté mancare di ringraziare Thyres per tutto ciò, per quel dono che non era certa di meritare e che, nonostante questo, le stava allor venendo concesso.

martedì 12 maggio 2020

3274


« All’epoca in cui il mondo era ancora giovane e gli dei solevano trascorrere parecchio tempo fra i mortali loro creature, un pastore, rimasto vedovo dopo che l’amata moglie era tragicamente morta di parto, aveva deciso di vivere isolato da tutto e da tutti fra le montagne, in sola compagnia del proprio gregge di pecore e del proprio amato, unico figliuolo, a cui diede il nome di KIigish. »
« KIigish, giovincello di mirabile baldanza, nonché di vivace intelletto, benché fondamentalmente estraneo qual avrebbe avuto a doversi intendere nei riguardi del mondo intero e di ogni sua possibile brutalità, crebbe serenamente in quel proprio piccolo angolo di pace, lì trascorrendo le proprie giornate a contatto con la natura e in armonia con il Creato intero, e pur, di ciò, mostrandosi insoddisfatto, per così come anche le sue preghiere quotidiane avrebbero potuto palesare, nel supplicare la dea Temet, protettrice dei pascoli, al fine di invocare la sua benevolenza per se stesso e per suo padre, nel ben riconoscere di possedere ben poco a parte la propria pace, la propria serenità. Egli non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual egoista o avido: era semplicemente realista e nel comprendere quanto lì vivendo isolati dal mondo lui e suo padre stessero rinunciando a tutto, tutto avrebbe desiderato avere occasione di possedere, benché mai, per tal scopo, si sarebbe permesso di abbandonare il padre. »

« Un giorno il pastore, ormai giunto alla fine del proprio cammino di vita, si addormentò in pace con tutti, per ricongiungersi all’amata, e mai dimenticata, sposa, la madre di KIigish. E KIigish rimase così solo: solo, e insoddisfatto, nel proprio piccolo angolo di mondo, lì dove non avrebbe trascorso un sol ulteriore giorno, benché serena fosse stata la sua vita in quel luogo sino a quel momento… »
« KIigish disperse così il proprio gregge, offrì alle fiamme la propria casa natale e abbandonò i quieti pascoli della propria infanzia, animato da un forte desiderio di riscatto, e di riscatto per tutto ciò che avrebbe desiderato possedere e che, purtroppo, non gli era mai stato concesso. Ma, in un mondo sì animato dalla presenza degli dei, pericoloso avrebbe avuto a doversi intendere quel gesto: pericoloso nella misura in cui la dea Temet non avrebbe potuto ovviare a risentirsi di ciò, di quanto ebbe ad accogliere qual un tradimento e un rifiuto, un tradimento della propria fiducia, un rifiuto della propria benevolenza, da parte di quel giovane e semplice mortale. E così, nella propria ingenuità, KIigish ebbe a far propria una terribile nemica… una nemica divina, animata dal solo intento di fargli pagare amaramente il prezzo della propria colpa, della propria blasfemia contro di lei. »
« Quando KIigish raggiunse il primo insediamento, la prima grande città della sua vita, incontrando per la prima volta altri esseri umani, egli, ancor inconsapevole della condanna a suo discapito così emessa, non poté ovviare a godere di quanto da sempre aveva desiderato, di quella vita vivace e chiassosa che, nel proprio piccolo e felice angolo di mondo gli era stata negata. In quella prima notte egli scoprì molte cose, dall’alcool all’amore mercenario, e si illuse di essere felice. Ma quando, al mattino seguente, ebbe a svegliarsi, attorno a sé lo scenario era drasticamente mutato… e solo disperazione e morte avrebbero avuto a dover essere riconosciute, e riconosciute in campi improvvisamente inariditi, in sorgenti repentinamente seccate, in pozzi avvelenati e in magazzini ricolmi di cibo in decomposizione, che sol avrebbero potuto promettere un triste fato a tutti gli abitanti di quel luogo. »
« E quando i sacerdoti tentarono di interrogare gli dei per comprendere il senso di quella terribile carestia, il responso fu chiaro: uno straniero, appena giunto in città, l’aveva condotta seco. E per causa sua, tutti loro sarebbero morti. »
« La caccia all’uomo fu più rapida di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. E KIigish fu rapidamente individuato e catturato. Ma quando gli abitanti di quella città tentarono di ucciderlo, nella speranza di riconquistare, in tal maniera, una qualche speranza di redenzione innanzi agli occhi degli dei, essi si accorsero, orrendamente, di quanto ciò sarebbe stato impossibile. Perché Temet, non desiderando concedere rapida occasione di sollievo al proprio bersaglio, aveva deciso di renderlo immortale: un’immortale esistenza, la sua, che tuttavia non avrebbe avuto a potersi concedere mai un istante di sollievo, accompagnata, per sempre, dalla carestia e dalla morte, ovunque egli fosse mai andato. »

« E così fu. »

« Quella città si estinse. E accanto a essa qualunque altra città che mai KIigish ebbe a incontrare nel proprio cammino, condannata, per colpa sua, a subire l’ira maledetta di Temet. »
« In ciò, KIigish, divenne incarnazione stessa della carestia. Odiato e disprezzato, temuto e imbattuto, destinato a una vita priva di gioia, e a una sofferenza priva di conclusione. »
« Ciò, per lo meno, fino a quando un giorno non ebbe a incrociare il proprio cammino con un’altra figlia di un pastore, come lei. Un’altra giovinetta cresciuta lontano dal mondo, come lui. Un’altra succube di Temet, e di una condanna all’immortalità, per quanto, nel suo caso, ciò avrebbe avuto a dover essere supposto qual conseguenza di un tentativo di benedizione, allorché di maledizione. Il suo nome era Kila. »

« Kila era già vissuta, era già morta, ed era già risorta quando incontro Temet. E già, al suo fianco, era la spada della misericordia, quella spada per mezzo della quale ella avrebbe dovuto impegnarsi a tentare di riscattare tante vite quante quelle a cui aveva posto fine, nella violenza della guerra della quale ella era diventata, suo malgrado, simbolo. »
« E proprio laddove sull’animo di Kila ancora gravava il dolore per tutta la morte della quale ella si era resa violenta protagonista, pur a confronto con la propria originale innocenza; ella fu forse la prima persona che ebbe realmente a comprendere KIigish. E a provarne pietà. »
« Simile e pur opposto, a lei tanto vicino quanto lontano, l’una innocente divenuta assassina, l’altro colpevole, se così si sarebbe potuto definire nella velleità della propria colpa, scopertosi genocida, i due non avrebbero potuto mancare di riconoscersi complementari e supplementari l’uno all’altra. Entrambi figli, a proprio modo, dei capricci di Temet, tanto nel bene, quanto nel male. »

« La leggenda non dice se l’idea fu di Kila o di KIigish. Quanto è certo è che uno di loro ebbe quell’idea, e quell’idea forse vana e nello sperimentare la quale, pur, nessun danno avrebbero potuto subire. »
« E così, la stessa spada nata per dare la vita allorché la morte, per curare le ferite allorché infliggerle, fu provata, allora, in contrasto a chi né ferite né morte avrebbe mai potuto subire… e questo funziono! »
« O, per lo meno, funzionò soltanto fino a quando la lama restò conficcata nel petto dell’uno o dell’altra, poiché non appena venne estratta, l’immortalità tornò a compiere il proprio corso. »
« Solo uno avrebbe potuto godere del riposo della morte. Solo uno avrebbe potuto evadere, per mezzo di quella spada alla propria condanna… »
« Ma se la condanna all’immortalità di Kila avrebbe avuto a dover essere riconosciuta soltanto a proprio discapito, la condanna di Kligish avrebbe avuto a gravare, necessariamente, sull’umanità intera. E su quell’umanità intera che attorno a lui non avrebbe mai potuto mancare di continuare a morire fino a quando egli fosse stato in vita. E, in ciò, la scelta fu obbligata. »
« La missione che Kila aveva reso propria, del resto, era quella del salvare vite. E in quale miglior modo ella avrebbe potuto salvare vite se non impedendo a KIigish di continuare a estinguere intere città…?! »
« E così finì la storia di Kligish: con la spada della misericordia sacrificata nella profondità del suo petto, e di quel petto dal quale non avrebbe più dovuto essere estratta, pena l’annientamento dell’intero Creato. »
« Quella che non finì, altresì, fu la storia di Kila… la quale, con il proprio cuore spezzato, ebbe a continuare a vagare per il mondo, alla ricerca di una nuova occasione di riscatto. »

lunedì 11 maggio 2020

3273


« Il distanziamento di queste settimane ti ha reso più spiritoso, vedo… » inarcò il sopracciglio destro la donna, squadrando il proprio compagno con aria critica in risposta a quel suo intervento, e quel suo intervento quasi gratuito nell’argomento.

Solo per un istante, tuttavia, ella resistette al desiderio di muoversi fino a lui, avanzando poi di gran carriera verso il proprio amato e amante e, fra le sue braccia, cercando l’occasione di un appassionato bacio, e di un bacio di bentornato. E se indubbio avrebbe avuto a dover essere definito in qual misura quel loro estemporaneo allontanamento avesse effettivamente reso più spiritoso Be’Sihl, per così come da lei sarcasticamente evidenziato; di certo il loro restare lontani, l’una dall’altro, doveva aver acuito il reciproco desiderio, per così come, in quell’appassionato momento, non poté che essere offerta palese evidenza, non senza un certo comune imbarazzo e un ben udibile “Bleah!” da parte di Tagae, ancora troppo piccolo per poter apprezzare certe implicazioni romantiche del rapporto fra i propri genitori.

« … però ha anche migliorato la tua abilità a baciare. » soggiunse sottovoce la donna guerriero, separandosi appena dalle labbra del proprio locandiere dopo quel lungo momento di comunione reciproca « Non male, caro… non male. » gli concesse ella, con un quieto sorriso di soddisfazione.
« Probabilmente è l’astinenza ad averti resa meno avversa. » ridacchiò egli, sorridendo sornione nel confronto con quel voto in proprio favore « Ti assicuro che non mi sono allenato in tua assenza… »
« E vorrei ben sperare! » sgranò gli occhi l’altra, a confronto con quanto, allora, non avrebbe potuto essere inteso in altro modo se non qual una bestemmia da parte sua « Ti conviene non farmi ingelosire, mio caro… o mi toccherà fare una strage fra tutte le libere professioniste che frequentano questo luogo! »

Un lieve colpetto di tosse, tutt’altro che casuale, ebbe allora a volersi impegnare a richiamare l’attenzione della coppia, e della coppia così pubblicamente isolatasi dal resto del mondo a loro circostante. Un colpo di tosse allor scandito da Duva, la quale, senza neppure tentare di camuffare quel tentativo volto a richiedere a entrambi di voler riportare l’attenzione al tempo presente, al luogo presente e alle persone presenti, fu lì accompagnato da un divertito sorriso a prova di schiaffi…

« Se l’intero edificio non fosse di vostra proprietà, vi inviterei a prendervi una stanza per proseguire in privato le vostre… effusioni. » esplicitò ella, scuotendo appena il capo « Giacché, però, la stanza già l’avete, dovete solo decidere se finire di salutare gli amici qui presenti prima di andare a isolarvi per qualche ora, oppure se agire egoisticamente con una clausura immediata e buona pace per chiunque altro... » presentò loro le alternative del caso, e due alternative ovviamente retoriche laddove, fosse anche e soltanto per buona creanza e comprovata maturità, i due avrebbero avuto a dover posticipare alla sera qualunque ulteriore appassionata evoluzione di quella loro riunificazione.
« D’accordo… c’è un’improvvisa epidemia di spiritosaggine, a quanto pare! » sospirò Midda, schioccando un ultimo rapido bacio sulle labbra di Be’Sihl prima di staccarsi da lui, per fare ritorno alle amiche e, soprattutto, ai due figlioli che, dopo aver salutato le ziette, stavano lì solo aspettando l’occasione di riabbracciarsi, ancora una volta, alla genitrice tanto a lungo rimasta assente.
« E quindi…?! » incalzò tuttavia lo shar’tiagho verso le tre avventuriere, prendendo al vaglio i loro bagagli e non ravvisando l’evidenza di nuove, inedite armi al loro fianco « Non avrete fatto ritorno a mani vuote, dopo tutto questo tempo… » suggerì, dando per scontato che la spada oggetto della loro ricerca, ove realmente presente là dove suggerito, fosse stata allor recuperata « … dove è la spada di Kila?! »
« A saperlo… » si strinse nelle spalle la Figlia di Marr’Mahew, per tutta risposta.

Decisamente inedito, in verità, avrebbe avuto a doversi considerare il pensiero di un possibile fallimento da parte della Campionessa di Kriarya nel recupero di una qualche reliquia, di un qualche artefatto, anche laddove mitologico od obliato dal tempo. In ciò, quindi, il fatto che ella stesse escludendo un qualche successo da parte sua, pur con quella stringata risposta, non poté ovviare ad attirare l’attenzione comune, tanto della loro cerchia di amici più ristretti, quant’anche dei semplici conoscenti lì sparsi in giro per quell’amplia sala, ambiente principale all’interno del piano terra della locanda.

« Una spada l’avevamo anche trovata. » osservò, per amor di cronaca, Lys’sh, prendendo parola nel discorso a non permettere fraintendimenti di sorta « Ma non eravamo certe che fosse quella che stavamo cercando… »
« … e dal momento che si trovava profondamente conficcata nel petto di una non meglio identificata mummia incappucciata, abbiamo preferito risparmiarci il rischio di una nuova crisi globale. » concluse per lei Duva, a ricollegarsi al discorso accennato pocanzi, e al fatto che, per merito del loro impegno a offrire un po’ di saggezza alla loro amica, fosse così stato evitato un possibile disastro « Dopo Anmel e i Progenitori, abbiamo valutato che sarebbe stato meglio restare tranquilli per un po’… »

Immediati non poterono che essere i brusii delle persone lì sparse in giro a confronto con quella notizia, e con la notizia di quella che, per la prima volta da sempre, si sarebbe forse presentata come un’avventura della Figlia di Marr’Mahew non degna di essere cantata.
Ma, al di là di tali brusii, e di tali brusii che, a proprio modo, non avrebbero potuto ovviare a risultare evidenti di una certa disapprovazione popolare innanzi al freno da lei impostosi, una certa espressione di approvazione non poté ovviare a manifestarsi sui volti di Seem e Arasha, e ancor più su quello di Be’Sihl, il quale, improvvisamente, non poté che provare l’irresistibile desiderio di andare a riabbracciare e a baciare nuovamente la propria amata, nella più sincera soddisfazione per la maturità che ella, così facendo, aveva saputo dimostrare.

« Ergo… quei problemini di cui sappiamo persisteranno ancora per qualche tempo. » sospirò la donna guerriero protagonista di tante attenzioni, offrendo implicito riferimento tanto alla maledizione a discapito dei propri pargoli, quanto a quella a discapito di Be’Sihl, problemi diversi e che pur, in quella spada, era speranzosa le sarebbe stata concessa l’opportunità di risolvere in maniera comune « Dovrete portare ancora un po’ di pazienza… » soggiunse, quasi a volersi scusare con la propria famiglia, per non essere stata allora in grado di portare a compimento la propria missione « … almeno fino alla prossima occasione! »
« Ma noi stiamo bene con te, mamma… » la rassicurò la piccola Liagu, stringendosi affettuosamente a lei ed escludendo, in ciò, una qualunque necessità di alterare quello stato delle cose, nel preferire, forse egoisticamente, avere la sua mamma vicino piuttosto che pensarla impegnata in giro per il mondo alla ricerca di una soluzione a un problema che, in fondo, non avrebbe neppure avuto a essere percepito in quanto tale « … non ti devi preoccupare! »
« Lo so, bambini. Lo so… » rispose ella, sfiorando la fronte della piccola con un bacio « Ma conoscete come sono fatta… e stare con le mani in mano non fa proprio per me! »

L’implicito era chiaro: ella aveva fatto ritorno a casa, e aveva fatto ritorno a casa dopo essersi trattenuta dal rischiare di commettere un qualche errore di sorta nel tentativo di recuperare una non meglio definita possibile risoluzione per quei loro problemi. Ma il fatto che ella avesse fatto ritorno a casa, non avrebbe avuto a dover escludere una sua ripartenza, e una sua ripartenza, all’occorrenza, ancora a tentare di rincorrere quella mistica arma, o qualunque altro oggetto equivalente… qualcosa in grado di garantire, ai propri bambini, e al proprio amato, un futuro sereno, e un futuro realmente sereno, liberi da ogni minaccia, da ogni possibile turbamento, che essi l’avessero a riconoscere oppure no.

domenica 10 maggio 2020

3272


Quando Midda tornò a varcare la soglia de “Alla Signora della Vita”, semplicemente incontenibile fu l’entusiasmo di Tagae e Liagu a confronto con il ritorno della loro mamma. Erano passate settimane, mesi, ormai, dalla sua partenza, nei tempi necessariamente più lunghi propri di un viaggio condotto in parte a piedi e in parte a cavallo, attraverso pianure e colline, valli e montagne, attraverso zone di guerra e reami nemici, e in tutto quel tempo i due pargoli non avevano smesso di porsi, ogni giorno, in sua paziente attesa, in paziente attesa del suo ritorno, malgrado ogni insistenza in senso contrario da parte del loro papà.
Be’Sihl, dal canto proprio, non avrebbe potuto ovviare a riconoscersi più che abituato alle lunghe attese per il ritorno a casa di Midda, attese, talvolta, durate persino più di un anno: alla fine, comunque, ella faceva sempre ritorno, un po’ come un gatto randagio, e un gatto incapace a sopportare la vita domestica e, ciò non di meno, consapevole di quanto, comunque, in quella particolare casa, in quel singolo cortile, vi sarebbe stato sempre, per lui, un’occasione di riposo e ristoro. Per Tagae e Liagu, però, la cosa era diversa: era diversa rispetto al solito, era diversa rispetto a ogni esperienza passata, là dove, dal giorno della partenza, essi non avevano potuto rivolgerle alcun saluto, neppure a distanza, in conseguenza dei palesi limiti tecnologici di quel mondo, e di un mondo nel quale non esisteva alcuna possibilità di comunicazione a distanza, fatta eccezione per eventuali missive iscritte, soluzione che, ciò non di meno, non avrebbero avuto certamente a doversi attendere da parte della loro mamma, e della loro mamma impegnata sotto mentite spoglie in una missione in terra nemica.
Così, ai due pargoli, null’altro sarebbe potuto restare se non attendere, e attendere pazientemente, diligentemente, il ritorno della loro genitrice. E non perché in qualche maniera interessati al successo della di lei missione, e di quella missione che pur, ipoteticamente, avrebbe potuto liberarli dalla loro personale maledizione, dalla piaga che avrebbe afflitto il mondo nel caso in cui avessero avuto la sfortuna di separarsi l’uno dall’altra: francamente della spada della misericordia a loro non sarebbe potuto interessare nulla… non, quantomeno, nel porsi a confronto, piuttosto, con l’idea stessa della loro mamma e della possibilità di tornare ad abbracciarsi a lei, stringersi a lei, giocando con lei, studiando con lei, imparando cose nuove con lei e ascoltando la sua amata voce narrare loro meravigliose storie.
E così, quando l’inconfondibile sagoma della Campionessa di Kriarya iniziò a distinguersi al centro della via, man mano che le persone lì al solito affollate si spostavano di lato per offrirle spazio e opportunità di passaggio, evidentemente alcuna di loro intenzionata, almeno in quel giorno, ad attaccare briga con lei, dal profondo del petto dei due pargoli ebbe a esplodere un urlo di gioia, e un urlo che quasi fece prendere un colpo al povero Seem, pacificamente intento, insieme alla propria amata Arasha, a ricontrollare i conti della locanda. E fu questione di un attimo che, accompagnati da tali incessanti grida, i due poterono fiondarsi ad abbracciare la madre, saltandole letteralmente al collo l’uno a destra, l’altra a manca, per stringerla così forte che quasi le venne a mancare il fiato…

« Mamma! Mamma! Mamma! » gridarono e ripeterono incessantemente, quasi avessero appena scoperto quella parola prima per loro inedita e si stessero impegnando a renderla propria.
« Ouff… » gemette ella per tutta risposta, barcollando necessariamente in conseguenza a tanto impeto, e, ciò non di meno, riuscendo a mantenersi ancora in piedi, nello stringere i due frugoletti a sé, in un gesto quasi istintivo « … quanto entusiasmo! » sorrise, non senza una certa, palese gioia a confronto con ciò, a confronto con quell’inedita accoglienza al ritorno da una missione, generalmente abituata, entro i confini propri di quelle mura, piuttosto, a vedersi per lo più destinare qualche brontolio da parte di Be’Sihl « Devo ammettere che è piacevole ritornare a casa, in questo modo! »
« E per le ziette non ci sono abbracci…?! » aggrottò appena la fronte Duva, suggerendo una giocosa gelosia a confronto con tali e tanti festeggiamenti, e festeggiamenti che, almeno per il momento, stavano offrendo l’evidenza di essere rivolti univocamente alla loro amica « Sappiate che se la mamma è tornata a casa senza scatenare una nuova, possibile, distruzione del Creato, è solo merito nostro! » soggiunse ammiccante e scherzosa, avendo deciso di ricercare quanto più possibile vanto per quanto accaduto quel giorno ormai lontano in Y’Rafah, e per aver lì ovviato a qualunque rischio di risvegliare qualche antica minaccia perduta, in maniera indubbiamente originale nel confronto con il più volte comprovato andamento delle avventure proprie della loro amica « Un abbraccio lo meritiamo! »
« E’ abbastanza squallido che vogliate estorcere un abbraccio ai miei figli in questa maniera… » commentò apparentemente contrariata la donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, salvo poi riservarsi un’inequivocabile risatina a commento di ciò « … però, tecnicamente, Duva ha ragione: le zie hanno davvero aiutato mamma a evitare di commettere un potenziale, nuovo disastro. » ammise poi, chinandosi per permettere ai due bambini di tornare ad appoggiare i piedi a terra « Quindi… abbracciate anche loro, che se lo sono meritato! »

Ovviamente, nell’affetto che, comunque, legava Tagae e Liagu anche a quelle due zie, quasi seconde madri all’interno di quella che, fra le stelle del firmamento, avrebbe avuto a doversi ricordare la loro antica famiglia allargata, i due bambini non avrebbero tardato a salutare anche Duva e Lys’sh con altrettanto affetto e altrettanto entusiasmo rispetto a Midda, anche in assenza di quell’esplicito invito.
A confronto, tuttavia, con quella notizia, e quella notizia non meglio definita nei propri particolari, e già pur sufficientemente chiara nelle proprie argomentazioni principali, indubbio avrebbe avuto a dover essere inteso un particolare merito in favore di Duva e Lys’sh, tali da suscitare, di conseguenza, adeguati festeggiamenti e congratulazioni non soltanto da parte di Tagae e Liagu, ma anche, e obiettivamente, da parte di Seem, di Arasha e di buona parte dei pur non numerosi avventori mattutini della medesima locanda, avventori che, più che confidenti tanto con l’identità di Midda, quanto con la sua fama, non avrebbero potuto che dirsi obiettivamente soddisfatti a confronto con il pensiero di aver ovviato a qualche nuova possibile piaga a discapito del Creato intero. Del resto, in quel di Kriarya, erano stati relativamente tranquilli per qualche anno in assenza della propria Campionessa e, in ciò, quantomeno spiacevole sarebbe stato avere a interrompere un andamento tanto positivo in maniera stolidamente avventata e in sola conseguenza al di lei ritorno da dovunque fosse stata in quel lustro di lontananza.
Un clima di generale festeggiamento, quello che quindi ebbe ad accogliere l’annuncio dei pur legittimi meriti di Duva e Lys’sh, che non poté mancare di indispettire scherzosamente la stessa Figlia di Marr’Mahew, la quale, a confronto con i commenti entusiastici di alcuni dei presenti, non poté mancare di aggrottare la fronte con aria perplessa…

« Ehi! » tentò quindi di protestare, levando l’indice della mancina a pretendere una possibilità di parola in tal senso « Cioè… non è che, comunque, il fatto che io parta per una missione abbia a rappresentare necessariamente una minaccia per il mondo! » sancì, a cercare di mettere le cose in chiaro « Fino a ora, non vorrei avere a doverlo sottolineare, sono comunque più le volte che ho salvato tutti quanti, rispetto a quelle in cui ho messo a rischio tutti quanti, per Thyres! » esclamò, appellandosi addirittura alla propria dea e, almeno in lei, ricercando un qualche sostegno di sorta alla propria personale causa.

Ma a negare quel tentativo di arringa a proprio supporto, ebbe allora a intervenire la voce del proprio peggior detrattore a tal riguardo, nonché la voce dell’uomo che più di chiunque altro l’amasse al mondo… malgrado tutti i propri difetti e tutte le proprie colpe.

« … sei davvero sicura di voler aprire un tavolo di discussione a tal riguardo?! » esclamò Be’Sihl, facendo capolino dalle cucine, richiamato dalla confusione così generatasi, giusto in tempo per sentire quell’ultima asserzione da parte della propria amata « Temo che i tuoi precedenti potrebbero non giocare esattamente a tuo favore! » ridacchiò, scuotendo appena il capo.

sabato 9 maggio 2020

3271


« Forse dico una banalità… » si offrì ancora una volta nel ruolo di portavoce di entrambe Duva, aggrottando appena la fronte « … ma nessuno ci sta obbligando, né fisicamente, né psicologicamente, a proseguire in questa avventura. » evidenziò, arricciando poi appena le labbra verso destra « E se per una volta tanto prendessimo in esame l’idea di non sentirci obbligate a metterci nei guai e scegliessimo di tornare a casa sane e salve…?! » sorrise alfine, con aria volutamente sorniona.

Per quanto la proposta di Duva avesse a dover essere considerata assolutamente sensata, e per quanto Midda non stesse riuscendo a smettere di torturarsi nel tentare di rammentare per quale ragione quella non meglio identificata figura la stesse preoccupando tanto, mai la Figlia di Marr’Mahew, la Campionessa di Kriarya, l’Ucciditrice di Dei, nel corso della propria lunga esistenza, si era ritirata da una missione prima di averla conclusa. Certamente in passato era successo che ella avesse abbandonato delle battaglie prima che esse fossero concluse, ma tale scelta aveva avuto a motivarsi, in ogni occasione, nell’evidenza di quanto, in effetti, quelle battaglie non avessero a doversi fraintendere quali sue battaglie, quanto e piuttosto incidenti di percorso nei quali ella aveva finito per inciampare nel portare a compimento una qualche missione personale, nell’inseguire un obiettivo privato e sol tangenzialmente correlato a tutto ciò.
In questo, ella avrebbe avuto a vantare, fra i propri innumerevoli difetti, un certo ostinato orgoglio tale per cui, a dispetto di ogni invito in tal senso, mai ella avrebbe potuto realmente ipotizzare di ritirarsi. Non dopo tutto l’impegno e tutti i rischi dei quali, comunque, insieme alle proprie amiche ella si era già fatta carico sino a quel momento. E non nel confronto con l’idea di tutto l’impegno e tutti i rischi che ancora, ineluttabilmente, avrebbero avuto a dover affrontare per riuscire a evadere da lì, con “lì” comprendente non soltanto quel particolare sotterraneo del sotterraneo, quanto e piuttosto l’intera Y’Rafah, per non dire tutta la stessa Y’Shalf, dal momento in cui, ormai, il baccano con il quale tutte e tre si erano accompagnate non avrebbe potuto ovviare a riecheggiare nella capitale e, se solo qualcuno l’avesse riconosciuta, nell’intero regno. In altre parole: se davvero lì dovevano star avendo a rischiare la propria vita, che tale rischio non avesse a potersi dire del tutto vano…

« Siamo arrivate fin qui… » scosse quindi il capo la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color fuoco « … e andarcene senza esserci interessate a quella dannata spada, qualunque cosa essa abbia a essere, sarebbe quantomeno stolido. »
« Disse la donna che, nel rincorrere una corona, ebbe a liberare un terrificante potere in essa imprigionato da epoche remote… » commentò Lys’sh, tutt’altro che entusiasta all’idea di risultare così apparentemente impietosa nei riguardi della propria amica e, ciò non di meno, tutt’altro che desiderosa di veder posta in libertà qualche nuova potenziale minaccia letale per l’universo « … e prima che tu mi abbia a dire che è storia vecchia, permettimi di rilanciare citando anche i Progenitori.  » soggiunse, ad anticipare un qualche eventuale tentativo di banalizzazione da parte della propria amica, e un tentativo di banalizzazione volto a minimizzare i rischi connessi a rimuovere una spada potenzialmente stregata dal petto di una sorta di oscura mummia « Anche in quel caso, sbaglio, o stavi cercando un’arma prodigiosa? »
« Lo so… lo so. » parve quasi indispettirsi Midda, storcendo le labbra verso il basso a confronto con quel breve riassunto di alcune fra le proprie imprese non propriamente riuscite « Però alla fine abbiamo risolto tanto l’impiccio con Anmel quanto con i Progenitori… »
« Beh… quello con Anmel non è propriamente risolto, considerando come un attimo fa ti sei rammaricata del fatto che esserti fusa con lei abbia ti abbia incasinato la testa. » evidenziò allora Duva, cercando di sostenere la loro tesi, e una tesi che, spada o non spada, missione o non missione, avrebbe avuto a doverle vedere girare i tacchi e levarsi di lì al più presto « E poi non sei sempre tu che ci continui a ripetere di quanto, in questo mondo, i morti abbiano la spiacevole tendenza a rianimarsi e a cercare di ucciderci…?! » incalzò, indicando l’oscura immagine innanzi a loro « Non facciamo cavolate e torniamo a casa, prima di aver a commettere un qualche errore del quale avremo a pentirci per i prossimi decenni! »
« Thyres! » gemette la Figlia di Marr’Mahew, roteando gli occhi verso il cielo.

Se c’era una cosa che, nella propria vita, Midda non si era mai negata era la libertà, e la libertà di agire e di agire per così come il proprio cuore, la propria mente e il proprio animo le avrebbero potuto suggerire avesse a doversi intendere giusto agire. Non che, in tal senso, ella non avesse mai commesso errori… anzi. A ben vedere, forse, volendo riservarsi l’opportunità di un censimento serio e completo, ella avrebbe potuto contarne molti di più rispetto al numero di decisioni azzeccate mai prese. Semplicemente, nel corso della propria lunga e avventurosa esistenza, ella era stata molto brava a imparare a convivere con i propri errori, e con le conseguenze dei medesimi, per quanto devastanti esse avrebbero potuto essere.
Così, quando ancora bambina, ella scappò di casa nel cuore della notte, tradendo la fiducia della propria gemella e abbandonando la propria famiglia solo per rincorrere i propri sogni di avventura; ella commise un terrificante errore, e un errore che, ancora nel tempo presente, a distanza di così tanti anni, non avrebbe potuto mancare di perseguitarla. Con quel semplice gesto, con quella banale decisione, presa con straordinaria leggerezza, ella ebbe a tracciare un profondo solco fra sé e la propria amata gemella Nissa, solco che, con il passare del tempo, declinò in una vera e propria sanguinaria faida, e una faida che vide accumularsi un numero devastante di morti su entrambi i fronti, oltre che, ineluttabilmente, moltissimi cosiddetti danni collaterali. Con quel semplice gesto, con quella banale decisione, presa con straordinaria leggerezza, ella ebbe inoltre ad allontanarsi per sempre dalla propria famiglia, da una madre che non ebbe più occasione di riabbracciare, da un padre a discapito del quale impose soltanto sofferenza e rammarico, nel dubbio di quanto avrebbe potuto e dovuto agire diversamente per ovviare a tutto ciò. E, ancora, con quel semplice gesto, con quella banale decisione, presa con straordinaria leggerezza, ella ebbe a mettere le basi per l’intero sviluppo successivo della propria esistenza, per la perdita del proprio braccio destro, per la perdita della possibilità di avere figli, per ogni propria difficoltà sentimentale… e per una marea di altre questioni, più o meno direttamente correlate a ciò.
Quanti morti avrebbero potuto essere evitati se soltanto ella avesse deciso di agire diversamente? In quale maniera straordinaria e inedita avrebbe potuto svilupparsi la sua vita se soltanto non si fosse lasciata guidare dall’impeto del momento, e da quell’impeto che la spinse a imbarcarsi clandestina sulla prima nave mercantile disponibile…?! Impossibile sarebbe stato riuscire a valutare tutto ciò. E, a confronto con tale impossibilità, nonché con la follia che, necessariamente, ne sarebbe conseguita laddove in tal senso si fosse mai sforzata di agire, per quel primo errore, per quel peccato originario, e per tutti gli errori, per tutte le colpe a seguire.
In ciò, per il proprio bene, ella aveva quindi imparato a convivere con i propri errori, con i propri sbagli. Fino, addirittura, forse ad accogliere con eccessiva leggerezza l’idea di sbagliare. Una leggerezza che, come la Storia avrebbe potuto dimostrare e comprovare, avrebbe sempre condotto seco sangue e morte, e sangue e morte di propri amici, di propri cari.
Ma davvero continuare ad agire in quella direzione sarebbe stato sensato…? Dopotutto, come giustamente Har-Lys’sha aveva rievocato, già in almeno due, grandi occasioni un approccio forse incauto a una questione, e a una questione assimilabile a quella, aveva condotto a qualcosa di disastroso, e a conseguenze costate la vita a decine, centinaia, e, addirittura, centinaia di migliaia di persone, per così come accaduto nel merito dei Progenitori.
Del resto ella si era ripromessa di impegnarsi a cambiare il proprio stile di vita, il proprio approccio alla vita, per allontanare il più possibile da sé l’ombra dell’Oscura Mietitrice e cercare, faticosamente, di tendere in direzione della Portatrice di Luce. E se quindi, per cambiare, anche compiere una scelta diversa, in quel momento, in quella situazione, avrebbe potuto avere a ipotizzarsi non soltanto raccomandabile, ma, addirittura, necessaria…?!

venerdì 8 maggio 2020

3270


Non una mangusta gigante, tuttavia, fu quanto ebbe ad attenderle al termine di quella discesa. E neppure qualche altra mostruosa creatura, in misura tale da giustificare il timore del rettile nei riguardi di quell’area, e di quell’area evidentemente tabù per il falak.
Quanto ebbe ad aspettarle, al limitare inferiore di quella lunga scalinata, altro non fu che un’altra, amplia, stanza circolare, in misure persino maggiori rispetto a quella ipotizzata essere del tempio, ed egualmente adornata con ricchi fregi, con complicate elaborazioni marmoree, in un’architettura indubbiamente degna di nota, mirabilmente meritevole di plauso per chiunque, purtroppo anonimo e dimenticato dal tempo, si fosse impegnato in cotale creazione. E se l’eleganza e la ricchezza dei fregi avrebbe potuto forse equivalere con l’altra stanza, ponendola in supposta equivalenza, le dimensioni di questo nuovo ambiente avrebbero avuto quietamente a riconoscersi addirittura maggiori rispetto all’altro, con inediti spazi, sul perimetro circolare della sala, conseguenti alla presenza, tutto attorno a loro, di una continua sequenza di incavi, forse e addirittura delle absidi, in grazia alle quali l’area totale avrebbe così avuto a potersi intendere a dir poco raddoppiata nella propria totalità.
Al centro di un tanto vasto ambiente, e un ambiente chiaramente concepito per qualche scopo celebrativo, in ubbidienza a qualche particolare desiderio religioso, là dove ci si sarebbe potuti attendere, magari, un’ara di sorta, un altare ove elevare l’olocausto alla gloria degli dei; ebbe allora a offrirsi alla loro attenzione, effettivamente, un’area sopraelevata, un presbiterio eretto al di sopra di una piccola scalinata circolare con sei gradini, al centro del quale, tuttavia e in maniera assolutamente inaspettata…

« … un trono?! » esitò Lys’sh, incerta di star comprendendo quanto lì stavano allora osservando.

E se un trono indubbiamente era, con buona pace dei dubbi della giovane donna rettile, tale trono non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual non privo di occupante, laddove seduto sopra allo stesso avrebbe avuto a doversi riconoscere una cupa figura incappucciata, il cadavere, probabilmente ormai tenuto insieme soltanto dalla polvere, di un imponente figura umanoide, con l’elsa di una spada ben piantata nel centro del proprio petto, in corrispondenza al suo cuore o là dove, per lo meno, in un’epoca remota doveva essere stato il suo cuore.
Una vista, quella così loro presentata all’interno di quella vasta stanza, non priva di proprie ben argomentabili ragioni di inquietudine e a confronto con la quale, tuttavia, né Duva né Lys’sh, nell’immediato, ebbero ragione di preoccuparsi eccessivamente. Anzi: laddove qualunque creatura fosse stata un tempo sotto quel cappuccio avrebbe avuto a doversi riconoscere ormai chiaramente trapassata, e trapassata al punto tale per cui, probabilmente, il loro stesso respiro, e l’alterazione agli equilibri interni a quella stanza a esso conseguente, avrebbe potuto ridurlo in polvere; alcun motivo di reale allarme avrebbe potuto essere per loro proprio. Non, quantomeno, dopo essersi lasciate alle spalle una creatura come il falak.
Di ben diverso avviso, altresì e comunque, avrebbe avuto lì a doversi intendere Midda, la quale parve, obiettivamente, turbarsi in misura maggiore innanzi a quella vista rispetto a quanto non si fosse dimostrata sorpresa a confronto con quel rettile colossale. E laddove, comunque, l’esperienza propria della stessa donna guerriero sul proprio mondo e sulle sue, possibili, minacce, avrebbe avuto a doversi riconoscere priva di qualunque possibilità di confronto, soprattutto innanzi all’ancor elementare confidenza che, altresì, avrebbero potuto vantare le sue amiche a tal riguardo, l’inquietudine propria della Figlia di Marr’Mahew ebbe a vincere immediatamente sulla tranquillità psicologica delle altre due donne, vedendole rifiutarsi, malgrado tutto, di abbassare la guardia e di considerarsi fuori pericolo.

« Che accade…?! » domandò Duva, frenando immediatamente ogni possibile entusiasmo e, ancora una volta, appellandosi con assoluta fiducia al giudizio dell’amica, la propria più importante, nonché unica, unità di misura nella valutazione di quel mondo e delle sue dinamiche.

Per un istante, ella non seppe cosa poter rispondere alla propria interlocutrice, obiettivamente incerta a tal riguardo. La sua inquietudine, più che cosciente, più che razionale, era stata qualcosa di istintivo… ma se ella era riuscita, malgrado tutto, a giungere alla non più giovanile età che avrebbe lì potuto vantare, ciò era accaduto anche e soprattutto in conseguenza della fiducia che ella aveva sempre riposto nel proprio istinto, nelle proprie intuizioni, e in quella fiducia che, almeno sino ad allora, non l’aveva mai tradita.
Nel corso della propria lunga ed emozionante vita, oltre a vivere centinaia, forse migliaia di avventure, Midda Bontor non si era mai voluta negare occasione di ascoltare migliaia, forse milioni di storie, cronache, canzoni e ballate nel merito di avventure vissute da altri prima di lei: avventure a volte vere, sovente più frutto di fantasia che di altro, e pur, sempre entusiasmanti e, sovente, persino utili per ampliare la propria consapevolezza nel merito del mondo a sé circostante. In effetti, se ella, in molte occasioni, era riuscita a salvarsi, ciò era accaduto, indubbiamente, per il semplice fatto che, dai recessi della propria memoria, e di una memoria stracolma di ogni qual genere di informazione più o meno fondata su qualunque genere di creatura mai esistita o supposta qual tale, ella era stata in grado di estrapolare quel dettaglio, quel particolare utile a imporre la propria vittoria là dove, altrimenti, sicura e letale sconfitta le sarebbe stata riservata. Purtroppo complice, più che l’età, una vita ormai obiettivamente troppo colma di esperienze, di avventure, di storie, e di storie vissute anche al di là di ogni umana possibilità di immaginazione, in misura tale da rendere la sua singola esistenza al pari, forse, a una mezza dozzina, o più, di esistenze; ella non avrebbe potuto vantare la stessa immediatezza di un tempo nel gestire i propri ricordi, le proprie idee.
E così, anche laddove certa ella avrebbe potuto dirsi di ben conoscere quell’immagine, e l’immagine lì offerta da quella figura incappucciata con una spada conficcata nel petto, seduto su un trono al centro di un tempio, o di qualcosa di ipotizzabile qual un tempio; ella non si stava dimostrando capace di focalizzare i propri ricordi, i propri pensieri, sull’origine di quella consapevolezza e sulle ragioni, per le quali, avrebbe avuto ben ragione a temere quella figura.

« … non ne sono sicura. » ammise quindi, socchiudendo appena gli occhi quasi, in tal maniera, le sarebbe potuta essere concessa possibilità di meglio gestire i propri pensieri « Da quando Desmair mi ha scombinato la testa ho difficoltà a definire con cura i miei ricordi… o, per meglio dire, a distinguerli dai ricordi dell’altra me stessa. » si giustificò, quasi cercando una possibilità di discolpa e, in ciò, rievocando un antico e semidivino avversario, nonché, tecnicamente, suo sposo, che, in tempi non recenti, l’aveva imprigionata per mesi all’interno della propria stessa testa, convincendola a vivere un’intera altra esistenza in panni diversi dai propri, e in panni tali per cui, addirittura, la sua stessa, reale vita era stata spacciata per il frutto di un complicato sogno comatoso « Ed essermi fusa con Anmel Mal Toise non credo abbia semplificato la questione… » soggiunse, con crescente frustrazione, nel comprendere, a confronto con tutto ciò, di aver forse compromesso irrimediabilmente una delle sue risorse più importanti… la sua stessa mente « Thyres! »

Palpabile, in ciò, fu l’ansia che ella si ritrovò a vivere a confronto con la difficoltà a isolare quel ricordo, a definire il senso di quanto stavano allor osservando. Tanto palpabile, soprattutto all’attenzione delle sue due amiche sororali, in misura tale per cui entrambe non poterono ovviare ad avere ragione per cui preoccuparsi per lei, non potendo avere piacere a percepirla tanto insofferente, e tanto insofferente per propria stessa causa. E se minimizzare la cosa avrebbe necessariamente complicato il tutto, facendo apparire tale scelta qual un atto di pietà nei suoi confronti, dopo un silenzioso confronto visivo, Duva e Lys’sh decisero di suggerire una diversa soluzione al problema, e una soluzione che avesse, allora, a vederle cambiare aria fino a quando, ancora, stava venendo loro generosamente concessa tale opportunità.

giovedì 7 maggio 2020

3269


« Sta tornando indietro! » annunciò quindi la giovane donna rettile, ineluttabilmente allarmata da ciò e da quanto ciò avrebbe avuto a comportare per tutte loro « Il falak sta tornando indietro! »

E se vie di fuga, attorno a loro, non mancavano, laddove lungo le ricche pareti finemente ornate molte avrebbero avuto a poter essere riconosciute le porte presenti; ciò di cui esse purtroppo lì difettavano avrebbe avuto a dover essere intesa una qualche reale confidenza con l’ambiente presente e, soprattutto, con quanto, al di fuori di quella stanza, avrebbe potuto attendere loro.
Purtroppo, nella concitazione della situazione, e della situazione così per loro attuale, improbabile sarebbe stato ipotizzare di riuscire a riservarsi occasione di cercare di analizzare in maniera critica l’architettura dell’edificio così loro presentato, per tentare di ricavare da essa una qualche idea di sorta nel merito della soluzione migliore da abbracciare. E così, a confronto con la notizia dell’imminente ritorno del mostro loro antagonista, Duva e Lys’sh altro non fecero se non offrirsi ancora una volta, tacitamente e fiduciosamente, disposte a seguire la propria amica ovunque ella avrebbe avuto a voler spingere i propri passi: un atto di fede, il loro, che non avrebbe mancato di essere tale, e che, a maggior ragione, avrebbe lì avuto a doversi intendere a dir poco obbligato nella propria occorrenza a confronto con quanto appena occorso, con quella scoperta che avevano, in tal maniera, appena compiuto lasciandosi guidare dall’ispirazione, dall’intuizione, più che corretta, della propria amica sororale.
Midda, dal canto proprio, sebbene non avrebbe avuto piacere a vantare il fardello della responsabilità della sopravvivenza delle proprie compagne d’arme, in quell’antica inclinazione volta alla solitudine, e a quella solitudine che l’aveva contraddistinta in buona parte delle proprie più folli imprese, e in quelle folli imprese a confronto con le quali l’unica vita in giuoco avrebbe avuto quindi a intendersi essere soltanto la propria; non si ritrasse psicologicamente da quell’onere, accettando anzi di buon grado la questione e prestandosi, in tal senso, all’azione, e all’azione che, del resto, anche ove fosse stata da sola avrebbe avuto comunque a esserle propria. Così, scorrendo rapidamente le varie possibilità loro offerte, e contandone una mezza dozzina, distanziate in maniera sufficientemente regolare lungo il perimetro della stanza, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a votare in favore di una scelta apparentemente casuale e che, tuttavia, non avrebbe avuto a dover essere necessariamente intesa qual tale.

« Muoviamoci! » incalzò pertanto, riprendendo a muoversi, e riprendendo a muoversi di corsa, in favore della strada da lei così selezionata.

Se infatti, delle sei alternative lì presentate, cinque avrebbero avuto a presentare l’evidenza di un chiaro segno di passaggio, e quell’evidenza di indubbia visibilità qual il segno lasciato sul pavimento impolverato dal possente corpo del rettile gigante, stranamente quell’unica porta non proponeva alcuna testimonianza a tal riguardo, quasi come se, per qualche non meglio chiarita ragione, il falak non avesse piacere a addentrarsi in quella direzione. Una buona notizia, quindi, almeno nell’immediato, per il loro gruppetto. E, ciò non di meno, una notizia che avrebbe potuto rivelarsi decisamente controproducente, nel lungo periodo, laddove, presto o tardi, avrebbero avuto chiaramente a confrontarsi con il perché della ritrosia propria di quel mostro per quella direzione e un perché che, forse, probabilmente, non sarebbe piaciuto loro scoprire.
Lasciando, così, la sala di quel tempio sotterraneo, o presumibilmente tale, Midda, seguita a ruota da Duva e Lys’sh, si ritrovò a fare capolino in una seconda sala, forse una sorta di anticamera, non eccessivamente dissimile dall’altra nei propri materiali di costruzione, ma contraddistinta da dimensioni inferiori e, ancora, da un’inferiore qualità nelle proprie decorazioni, nei propri ornamenti, a meglio evidenziare una disparità di importanza fra quei due ambienti. E lì entrate, insieme al niente più assoluto, ebbero a trovarsi innanzi a un nuovo bivio, e un bivio, allor, spartito fra una via ascendente e una discendente.

« Mai rendermi le cose semplici, eh…?! » commentò a denti stretti, forse rivolta in tal senso direttamente agli dei tutti, in una quieta protesta nel confronto con tutto ciò « … d’accordo. Si scende, allora! » sancì, escludendo la via ascensionale, non desiderando certamente perdere il vantaggio allor conquistato sino a quel momento, magari ritornando ai livelli superiori e, perché no?, ai livelli delle fogne della moderna Y’Rafah.

Per quanto, infatti, non vi fosse ancora alcuna evidenza del fatto che il falak fosse passato, in tempi recenti né mai, attraverso quella seconda stanza, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe avuto a poter vantare alcuna volontà in favore dello sfidare la sorte scommettendo su una sua qualche, eventuale ritrosia innanzi a quello specifico ambiente, e in una sua qualche, eventuale ritrosia sufficientemente marcata da impedire a quella creatura di avere lì a inseguirli, per tentare di procurarsi il compendio della cena già pocanzi procacciatasi.
Così, tentando di minimizzare ogni possibile spreco di tempo e, soprattutto, ogni possibile spreco di tempo dietro banali indecisioni, ella mosse ancora i propri passi in avanti, a testa bassa, avendo a pregare, in cuor proprio, di non star guidando le amiche verso qualche triste fato di morte esattamente nel mentre in cui, al contrario, avrebbe avuto a dover essere intesa sua volontà quella di accompagnarle in direzione di una benevola riscossa dalla minaccia di quella colossale bestia.
Una scalinata, in ciò, fu quanto si ebbe a dischiudere innanzi agli sguardi delle tre amiche: un’ampia scalinata che, incurvandosi verso destra, non offriva evidenza della propria effettiva conclusione, o di dove, al proprio termine, avrebbe avuto a condurle. Una nuova scalinata discendente verso l’ignoto, quindi, che ebbero allora a percorrere indubbiamente con maggiore scioltezza rispetto alla precedente, tanto nella più amplia libertà di movimento, quanto in una minor presenza di ragnatele a ostacolare il loro cammino, quanto e ancora in grazia alla tutt’altro che sgradevole illuminazione lì presente. E su quella nuova scalinata, le tre ebbero così a scendere quasi allineate, vedendo Midda anticipare le due amiche giusto di un solo passo, di un solo gradino, e mantenendo, alla sua destra Duva e alla sua sinistra Lys’sh quali due apprezzabili e gradite ombre, silenziose custodi sul sostegno e sulla complicità delle quali potersi affidare in contrasto a qualunque minaccia avrebbe avuto a potersi presentare innanzi a loro.

« Hai qualche idea nel merito di dove finiremo per sbucare…?! » domandò Lys’sh, priva di qualunque intento polemico nei suoi riguardi, e, in tal senso, sol animata dalla curiosità di comprendere le ragioni che potevano aver guidato la propria amica in favore di quella via allorché di qualunque altra soluzione fra le molteplici loro presentate sino a quel momento.
« Probabilmente nell’unico posto al mondo dove un falak non avrebbe voglia di avventurarsi… » commentò Duva, dimostrando di non essersi lasciata sfuggire l’evidenza di quel particolare, malgrado l’urgenza propria del momento, e tutta la comprensibile ansia a confronto con l’idea di un rettile gigante animato da fameliche intenzioni a loro discapito « … sarà la tana di una mangusta gigante, giusto per restare in tema…?! » ipotizzò, cercando un qualche parallelismo fra il mondo animale e quella situazione altresì decisamente lontana da qualunque possibile senso di normalità.
« Speriamo di no… non vorrei mai che avesse a fraintendere la mia natura… » commentò non priva di autoironia l’altra, scuotendo appena il capo nell’esorcizzare quel pensiero, e il pensiero di essere scambiata per un falak e, in ciò, finire sbocconcellata da un mammifero gigante.
« Se ti può tranquillizzare, non credo che, comunque, un’eventuale mangusta gigante si farebbe troppi scrupoli a confronto con alcuna fra noi. » intervenne allora Midda, sperando di non avere a trovare effettivamente qualcosa del genere al termine di quella discesa e, ciò non di meno, non sentendosi neppure di aver a escludere la cosa… non laddove, obiettivamente, qualcosa avrebbe avuto necessariamente a dover inibire ogni velleità esplorativa da parte del loro antagonista in quella peculiare direzione per giustificare la cosa.

mercoledì 6 maggio 2020

3268


La ridiscesa lungo il corpo di quell’enorme rettile fu decisamente più lunga rispetto a quanto alcuna di loro avrebbe potuto ipotizzare sarebbe stata, vedendole percorrere non meno di una trentina di piedi, o forse più, prima di riuscire a riappoggiare i piedi a terra. E se già ragione di sorpresa non avrebbe potuto aver a non essere la misura di quel corpo, e di quell’enorme corpo che, in verità, ancor per molti piedi si avrebbe avuto a dover riconoscere dipanato innanzi a loro, quanto ancor maggiormente ebbe ad attrarre loro l’attenzione, lì ridiscese, non fu, invero, il loro avversario, né la sua mirabile e temibile stazza, quanto e maggiormente l’ambiente in cui si ebbero allor a trovare, e di ebbero allor a trovare con piena e serena occasione di confronto visivo con il mondo circostante.

« Oh, boia… » esclamò Duva, sgranando gli occhi nel guardarsi attorno, meravigliata di quanto quell’azione totalmente folle e infondata, per così come votata dall’amica e da loro, quasi obbligatoriamente, sostenuta, potesse aver allor offerto un reale risultato e un reale risultato in apparente accordo con le loro aspettative.

Amplia, almeno una sessantina di piedi di diametro, avrebbe avuto a doversi riconoscere la stanza circolare entro la quale, al centro della quale, si vennero quindi a ritrovare: un’amplia stanza contraddistinta da un’alta volta, nell’idea propria di una cupola, a confronto con la quale impossibile sarebbe stato, allor, non trovare un curioso parallelismo con la sala centrale del tempio sopra le loro teste, e di quel tempio forse più importante nelle proprie dimensioni, ma non, certamente, nel pregio delle proprie rifiniture, delle proprie decorazioni, che, in quella camera sotterranea, dimenticata dal tempo, avrebbero avuto a esprimere, allora, una magnificenza a dir poco straordinaria.
Rossi e bianchi, ma anche gialli e blu, avrebbero avuto a doversi censire i pregiati marmi abilmente intarsiati sulle pareti, in un intreccio di colori e forme atte a generare qualcosa di magnifico, in rivalità con il quale persino la Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto testimoniare di aver già veduto in ben poche occasioni nel corso della propria pur avventurosa vita, e una vita che, sovente, l’aveva finita per condurre a confronto con la più vasta varietà di architetture, alcune miserabili, altre mirabili, alcune moderne, altre antiche persino rispetto all’origine del mondo, e pur, raramente, sì curate, sì ricercate in ogni minimo dettaglio, con straordinario gusto artistico. Fregi e decorazioni ornavano lì colonne e semicolonne, in misura priva di qualunque possibile ragione pratica e, in ciò, quindi definibili in tutto e per tutto qual sola conseguenze di un intento decorativo, espressione di una ricercatezza più unica che rara per quello che avrebbe avuto, allor, a dover essere inteso qual un sotterraneo dimenticato dal tempo. Statue intere, busti e semplici bassorilievi, poi, si impegnavano ad arricchire maggiormente quel già opulento contesto, ancor una volta in evidente pietra e non, all’occorrenza, in più economiche e pratiche soluzioni di gesso, pietra che, quindi, ben aveva resistito al trascorrere dei secoli, offrendosi lì, al loro sguardo, in tutto e per tutto eguale a come, certamente, era stata in origine, del tutto inalterata dall’azione del tempo: chiunque aveva costruito tutto quello, lo aveva costruito lasciandosi guidare, quindi, non soltanto da un insolito estro artistico ma, ancor più, non lesinando in tempo e risorse, con spese che, certamente, non avrebbero avuto a dover essere fraintese quali banali innanzi a cotale risultato finale.
E tutto, lì attorno, si offriva allor perfettamente visibile, riconoscibile nelle proprie forme e nei propri dettagli, da un complicato sistema di illuminazione e un sistema di illuminazione che, quasi a voler offrire ragione, in tal senso, alla Figlia di Marr’Mahew e alle sue aspettative a tal riguardo, sembrava essere stato concepito con l’intento di incanalare, lungo ogni parete, sottili strisce di liquido infiammabile, olio forse?, che già, così, stava ivi ardendo, proiettando tutta la propria luce in favore all’ambiente lì attorno presente.

« Sono sempre così i sotterranei dimenticati dalla Storia nel tuo mondo…?! » domandò Lys’sh, ovviamente con fare retorico nel non potersi attendere altro che una replica negativa, e, ciò non di meno, non potendo mancare di formulare quell’interrogativo, a offrire sfogo a quella sorpresa tale per cui persino l’inalterata presenza del mostro a meno di un palmo da loro avrebbe avuto a offrire evidenza di inquietudine da parte loro, forse estemporaneamente dimenticato nella propria stessa minaccia.
« Questo non è un sotterraneo… » escluse fermamente Midda, per tutta replica, scuotendo il capo e osservando con sguardo attento ogni particolare della sala al centro della quale si erano lasciate calare, e una sala a dir poco disarmante nella propria semplice presenza « … questo credo che altro non sia che il vero tempio di Gorl! »

Per quanto spiazzante sarebbe stata l’idea di un tempio costruito al di sopra di un altro tempio, e, soprattutto, di un tempio decisamente più banale nella propria architettura e nella propria artisticità realizzato a ricoprire un tempio già presente medesima posizione in tempi più antichi, l’ipotesi così avanzata dalla Campionessa di Kriarya non avrebbe avuto a doversi fraintendere priva di precedenti, e di illustri precedenti, laddove, in molte antiche città del mondo, la Storia stessa di quelle città avrebbe avuto a doversi intendere celata al di sotto della stessa, in conseguenza dello scorrere del tempo stesso e di successive costruzioni e ricostruzioni, edificazioni e riedificazioni, realizzate, sovente, soltanto a un livello al di sopra dell’originale, là dove sovente difficoltoso avrebbe avuto a doversi intendere liberarsi, in maniera completa, di quanto già lì presente.
Ma se pur, quindi, non inedito avrebbe avuto a doversi giudicare un simile pensiero, una tale supposta realtà, quanto lì allor offerto alla loro attenzione, ai loro sguardi, avrebbe avuto egualmente a essere qualcosa di a dir poco incredibile, non soltanto nell’offrirsi allora assolutamente intatto, allorché eventualmente vittima dello scorrere del tempo, quanto e maggiormente nel posizionarsi a una tanto significativa profondità rispetto alla superficie.

« Quando dici “il vero tempio di Gorl”… intendi dire…?! » esitò Duva, non cogliendo il senso di quell’affermazione, anche complice un’effimera dimenticanza nel merito di quanto Gau’Rol e Gorl altro non avessero a dover essere intese se non due pronunce diverse per definire il medesimo concetto o, in quel caso, il medesimo dio, tale, quindi, da farle risultare quello lì attorno a loro qual un edificio estraneo a quello già esplorato in superficie.
« Credo che, in tempi antichi, la città di Y’Rafah fosse a un livello molto più basso rispetto a quella attuale… e credo che, ora come ora, siamo ridiscese fino a quell’antica città. E alla propria versione dello stesso tempio presente nella città moderna. » esplicitò quindi l’altra, a rendere più palese il concetto così espresso.
« E questo Gorl chi sar…?! » iniziò a domandare la prima, salvo, allor, rammentarsi delle differenze linguistiche esistenti fra Kofreya e Y’Shalf e di quanto, quindi, si stesse parlando della medesima divinità di cui sopra « Lascia stare. Ho fatto mente locale… »

Nella distrazione loro imposta dalla contemplazione dell’ambiente circostante, e da ogni relativa elucubrazione nel merito del perché o del come quell’ambiente potesse essere lì stato realizzato, tuttavia, le tre donne rischiarono di ignorare un dettaglio estremamente importante per la loro stessa salute: il fatto che, innanzi a loro, l’enorme falak stava iniziando a contrarre i propri muscoli al fine di effettuare una lenta retromarcia, utile a permettergli, quindi, di ritornare in quanto, allora, avrebbe avuto a dover comunque essere inteso qual la sua tana, il suo nido, e una tana, un nido, nel quale non sarebbe stato salubre, per tutte loro, lasciarsi sorprendere in maniera tanto banale.
Fortunatamente, però, nel mentre di quel fugace dialogo fra Midda e Duva, Lys’sh ebbe casualmente a incrociare il proprio sguardo con il corpo di quell’enorme rettile, e di quel rettile ancor non meglio compreso nella propria natura, verificando quanto allor stava occorrendo e, in ciò, annunciando alle amiche la necessità di posticipare ogni altra discussione di natura archeologica in favore di una più urgente ritirata...

martedì 5 maggio 2020

3267


… e una situazione che, di lì a un istante, ebbe a farsi decisamente peggiore.
Ancora intento a soffiare, e a soffiare tutta la propria rabbia a discapito di quelle tre antagoniste, dalla gola del serpente ebbe a emergere, improvviso e pur, allora, non completamente inatteso, un fascio di fiamme, le quali, proiettate in avanti come un vero e proprio spruzzo infuocato, ebbero a tentare di ridurre in cenere le tre donne. Queste, tuttavia, ben lontane dal volersi arrendere a un tanto ingrato destino, ebbero a reagire, e a reagire in straordinario sincronismo, praticamente all’unisono, nel rendere propria l’unica direzione di fuga possibile e quella, allora, rivolta a spingersi verso il loro stesso avversario, scattando in avanti e riducendo la già non eccessiva distanza allora fra loro presente: laddove, infatti, le fiamme stavano venendo proiettate in avanti rispetto all’enorme rettile mitologico, l’unica possibilità per eluderle sarebbe stata quella di spingersi in direzione contraria, per quanto, tutto ciò, avrebbe significato arrivare, praticamente, a sfiorare il corpo del loro antagonista, offrendosi, potenzialmente, a sue, eventuali, aggressioni fisiche.
Tuttavia, intento qual si stava tuttavia ponendo a riversare le proprie fiamme all’interno di quel pozzo, con una violenza tale da imbiancare la pietra della parete innanzi a lui, e del pavimento lì vicino, esso non parve rendersi immediatamente conto dell’azione intrapresa dalle tre amiche. Le quali, così ritrovatesi a sostanziale confronto con l’impressionante tronco del rettile, ebbero purtroppo a constatare di essere sì sfuggite a un primo attacco, per quanto, in verità, ciò non avrebbe avuto allor a graziarle dall’eventualità di un secondo, e poi di un terzo, nel confronto con i quali sempre più difficile, sempre più improbabile, sarebbe allor stato riservarsi una qualche occasione di salvezza.

“Dannazione.” gemette la Figlia di Marr’Mahew, nel profondo del proprio cuore.

Forse, dopotutto, ella aveva commesso un madornale errore nel rinunciare ad affiancarsi a un’arma, e un’arma vera e propria, una spada bastarda come quella che, per lunghi anni, l’aveva affiancata, l’aveva accompagnata, l’aveva difesa in ogni propria avventura, in sfida a uomini, mostri e dei.
Sebbene, infatti, ella si fosse ripromessa di non estinguere più un’altra vita, promessa già purtroppo infranta per così come il sacerdote mutilato avrebbe potuto testimoniare se soltanto fosse stato fra loro, incontrovertibile avrebbe avuto a doversi intendere l’evidenza di quanto il proprio stile di vita non avesse a poterle perdonare particolari scrupoli di sorta, se non contro altri uomini, per lo meno contro mostri al pari di quel dannato serpente gigante. Tuttavia, a frenarla anche e forse irragionevolmente, in tal senso, non avrebbe potuto che subentrare l’esperienza da lei maturata negli anni trascorsi a vagabondare fra gli infiniti spazi siderali, esplorando nuovi mondi, entrando a contatto con nuove civiltà, e stringendo importati legami di amicizia, e di amicizia fraterna e sororale… amicizia come quella che, anche in quel frangente, la stava ancor vedendo legata, unita come a una sorella con la dolce Har-Lys’sha, e con quella giovane donna rettile che, in passato, non si sarebbe fatta scrupolo a additare qual un mostro, non distinguendola in alcuna maniera da quel falak e, per entrambi, definendo semplicemente la morte qual unico fato auspicabile.
Con quale coscienza, con quale coraggio, quindi, ella avrebbe mai potuto concedersi l’opportunità di discriminare l’una e l’altra creatura, definendo che per un uomo o una donna alcuna morte avrebbe avuto a dover essere decretata, nel mentre in cui, al contrario, per un mostro avesse a poter essere quietamente accettata, laddove la definizione stessa di “mostro”, probabilmente, avrebbe avuto a conseguire più in grazia alla propria ignoranza, alla propria superficialità, che per qualunque altra motivazione?
No. Ella non avrebbe dovuto, non avrebbe potuto perdonarsi un approccio tanto banale nei riguardi della questione. Non laddove, allorché cedere al proprio ruolo di Oscura Mietitrice, avesse desiderato realmente impegnarsi nella ricerca della via più corretta per divenire una nuova Portatrice di Luce.
Ma, approcci filosofici a parte, in quel frangente, quanto lì avrebbe avuto a dover essere riconosciuto in dubbio, non avrebbe avuto a dover essere frainteso semplicemente il proprio ruolo nell’ordine naturale delle cose, negli equilibri dell’universo, e in quegli equilibri che ella aveva scioccamente alterato il giorno stesso in cui aveva riportato alla luce la corona perduta della regina Anmel Mal Toise, inconsapevolmente decretando per sé il ruolo di erede della stessa; quanto, e piuttosto, la sopravvivenza, nell’immediato, sua e, ancor più, delle sue amiche, in uno spazio troppo ristretto, troppo contenuto, per poter garantire loro una qualche occasione di confronto speranzosamente equilibrato con una creatura già drammaticamente sproporzionata a loro confronto.
Perfettamente consapevole di ciò, e ancor più consapevole dell’azzardo che avrebbe avuto necessariamente a contraddistinguere la propria estemporanea decisione; una volta raggiunto il tronco del rettile e una volta constatato quanto lo spazio proprio della botola dalla quale esso aveva fatto la propria apparizione, e nella quale ancora buona parte del suo corpo era celata, l’Ucciditrice di Dei prese lesta la propria decisione, gettò un richiamo all’attenzione delle proprie amiche…

« Seguitemi! »

… e, senza neppure aspettare dalle medesime una qualche replica, nella necessaria concitazione propria del momento, nell’impossibilità, a margine di tutto ciò, di concedersi esitazione alcuna, ella ebbe quindi a catapultarsi lì dentro, quasi abbracciandosi al corpo della creatura per avere un appoggio lungo il quale lasciarsi scivolare verso il basso, verso qualunque realtà potesse essere là sotto presente. Una realtà, allora, che avrebbe avuto necessariamente a doversi riconoscere qual quella da lor ricercata, nella presenza, nel bene o nel male, di una qualche spazio sotterraneo al pozzo, di una qualche stanza, o addirittura area, lì sotto celata, e che solo in conseguenza all’offensiva così loro rivolta da quel pur temibile antagonista era stata quindi dischiusa alla loro attenzione.
E se, a dir poco fisiologica fu una giusta reazione di intima imprecazione psicologica a suo discapito, da parte delle proprie amiche, e di quelle amiche che la videro aggrapparsi a quella creatura, per sfruttarla quasi fosse una sorta di scivolo; la consapevolezza di non potersi permettere esitazione di sorta le costrinse ad agire, e ad agire con rapidità e determinazione, compiendo un vero e proprio atto di fede in favore dell’amica e, a propria volta, gettandosi alla cieca in quella voragine, e in quella voragine che, nel migliore dei casi, avrebbe anche avuto a doversi intendere qual la tana, il nido di quel mostro.
Così, nel momento in cui il serpente ebbe a concludere la propria sfiammata, e quella sfiammata con la quale, speranzosamente, avrebbe avuto a uccidere quelle tre prede, dimostratesi così spiacevolmente antagoniste, delle medesime non era rimasta traccia alcuna. Seppur per motivazioni ben diverse da quelle da lui prospettate. In effetti, posto a confronto con tutto ciò, il falak non poté ovviare a dimostrare una certa sorpresa, tale da lasciarlo per un momento esitante a confronto con il risultato del proprio attacco, e con quel risultato decisamente più incisivo di quanto, probabilmente, non avrebbe potuto attendersi. Addirittura, nella solitudine delle profondità di quel pozzo, esso ebbe a ripiegarsi ancora in avanti, e ancora in direzione della pietra ancor rovente sulla quale si era già riversata la sua iraconda fiamma, a cercare di comprendere cosa fosse lì accaduto, che fine potessero aver fatto le tre donne, e quelle tre donne che, pur all’occorrenza uccise, esso non avrebbe potuto attendersi scomparissero in quel modo.
E se, ovviamente, nessuno poté apprezzare un eventuale commento dei fatti da parte sua, non soltanto nella sua solitudine del momento, quanto e ancor più nell’inintelligibilità del suo linguaggio rettile, facile avrebbe potuto essere immaginare quanto, da parte sua, tutto ciò non poté mancare d’esser accompagnato a sua volta da un’intima imprecazione, e un’intima imprecazione forse non poi così diversa da quella che, nel contempo di ciò, non aveva potuto ovviare a caratterizzare i cuori di Duva e Lys’sh, nel mentre in cui, senza la benché minima opportunità di controllo sul proprio destino, avevano seguito la propria folle sorella d’arme e di vita in quell’ennesimo slancio verso l’ignoto.

lunedì 4 maggio 2020

3266


Ancora una volta la scena si evolvette in maniera tanto repentina da non offrire loro alcuna particolare occasione di reazione conscia a confronto con tutto ciò, declinando necessariamente tutto alla sfera dell’istinto, e di quell’istinto non innato, quanto e piuttosto conseguenza di molti anni, se non di una vita intera, votata all’avventura, e a quell’avventura che, pur avendole vedute giungere da esperienze diverse, da trascorsi totalmente alieni l’una alle altre, aveva poi finito per ricongiungerle insieme, ognuna con il proprio bagaglio personale, ognuna con le proprie capacità uniche e ammirabili, e ognuna in grado di fronteggiare insieme qualunque minaccia, in misura utile da rendere quella loro comunione, quella loro sorellanza, qualcosa di ineguagliabile. Così, se anche né a Midda, né a Duva, né a Lys’sh venne concesso tempo utile a elaborare quanto allora stava accadendo, tutte loro agirono, e reagirono, sospinte allor non da un pensiero conscio, quanto da quelle risposte meccaniche che ogni singolo muscolo dei loro corpi era consapevole di dover offrire a confronto con la minaccia incombente. E quando l’enorme testa di un ancor più enorme serpente, con il rosso capo quasi reso iridescente dalle fiamme lì circostanti, ebbe ad avventarsi con foga famelica contro la Figlia di Marr’Mahew, ella non si lasciò cogliere impreparata, reagendo a quella violenza con la solida fermezza del proprio destro, e di quel destro, in lucente metallo cromato, che si elevò a difesa, a protezione del suo corpo contro quell’aggressore.
Straordinario, in ciò, ebbe quindi a risuonare il violento colpo con il quale ella respinse quell’offensiva, quel tentativo di cattura a suo discapito, per così come già avvenuto a discapito del disgraziato che tanto ella si era impegnata a salvare dopo, sciaguratamente, averlo condannato a morte. Straordinario e, ciò non di meno, al di là della straordinaria potenza di cui quell’arto avrebbe potuto essere considerato capace, ancora insufficiente non soltanto a finire quella creatura, quanto e semplicemente a ferirla. Sì: il serpente fu respinto, e fu estemporaneamente ricacciato all’indietro quanto sufficiente a vederlo, ora, ergersi confuso, e contuso, innanzi a loro, ma al di là più della sorpresa che del dolore, esso non sembrò dimostrare di aver patito in alcuna maniera quanto accaduto… anzi.

« Dimmi che è un qualche tuo lontano cugino… » gemette Duva, cercando di ironizzare in direzione di Lys’sh, in una speranza ovviamente vana e che pur, in quel frangente, avrebbe potuto essere giustificata dalla follia rappresentata da quanto allora stava accadendo.
« Temo proprio di no! » escluse tuttavia categoricamente la donna rettile, storcendo la bocca verso il basso, in quel frangente decisamente contrariata da ciò, per quanto assurda avrebbe avuto a doversi intendere tale eventualità, e forse, a modo suo, persino un po’ razzista nei suoi stessi confronti, benché fosse certa che alcun genere di intenzione, in tal senso, avrebbe mai potuto muovere l’amica sororale.
« Dannazione! » imprecò quindi la Midda, prendendo voce nella questione « Purtroppo temo di sapere che cosa sia…! »

Ancora una volta anticipando qualunque possibile evoluzione a tal riguardo, il loro antagonista ebbe a muoversi, ed ebbe a muoversi con una velocità ammirevole soprattutto in relazione alla sua gigantesca stazza e a quella stazza che, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare a suggerire un’idea di inamovibile lentezza. E chiaramente disincentivato ad avventarsi in contrasto a Midda, esso tentò allora la sorte scagliandosi in contrasto a Duva.
A differenza rispetto all’eburnea amica, prima potenziale vittima del loro avversario; la splendida donna dall’esotica, scura carnagione non avrebbe potuto vantare, allora, alcuna particolare risorsa difensiva pari al braccio robotico della Figlia di Marr’Mahew e, così, posta innanzi a quella minaccia, e a quella minaccia spiacevolmente diretta, altro non ebbe a poter fare se non impegnarsi a tentare di evaderla, ricorrendo, in tal senso, a tutta la propria agilità. Un’agilità che, nel suo caso, avrebbe avuto ciò non di meno da essere degna di indubbio plauso, anche in considerazione della sua non più fanciullesca età, laddove, a dispetto di una situazione di indubbio svantaggio, ella riuscì a eludere quell’offensiva con movenze tanto rapide e tanto leggere da sembrar più prossime a una serie di passi di danza, ancor prima che all’impegno proprio di una guerriera in una battaglia per la propria sopravvivenza. E così, allorché chiudere le proprie fauci sull’ipotetica sventurata, il serpente gigante ebbe ad andare e sbattere, con straordinaria violenza, contro la parete alle di lei spalle, producendo un nuovo sordo tonfo non dissimile da quello conseguente all’impatto con il pugno dell’Ucciditrice di Dei.

« A cuccia! » sancì la donna, cercando poi di approfittare della situazione per lasciar ricadere la propria spada in contrasto al corpo della creatura, un paio di piedi al di sotto di quell’enorme capo.

Purtroppo, come già in conseguenza al pugno dell’amica, anche quella spada non sembrò riservarsi una qualche, particolare, occasione di successo, scivolando lungo l’epidermide della creatura quasi fosse ricoperta da una vera e propria armatura metallica, così come anche ben testimoniato dalla cascata di scintille che, in conseguenza a tale attrito, venne a manifestarsi.

« Diamine… coriaceo il tipo! » commentò pertanto, allontanandosi poi il più rapidamente possibile da lì, nel timore di una qualche improvvisa reazione della creatura, e una reazione che, nelle mostruose dimensioni della stessa, avesse anche e soltanto agito nell’intento di travolgerla, avrebbe di lei lasciato poco più di una macchia sulla parete « … che cosa accidenti è questa bestia, Midda?! »
« Temo sia un falak! » rispose la donna guerriero così interrogata, mordicchiandosi poi il labbro inferiore nel mentre in cui si concentrava a cercare di rammentare il più possibile a tal riguardo « E’ una creatura della mitologia y’shalfica… e, come ogni dannatissima creatura mitologica, a quanto pare è estremamente reale! »

Dopo l’insuccesso nell’offensiva a discapito di Duva, il falak, o presunto tale, ebbe nuovamente a rialzarsi, dimostrandosi ancora estemporaneamente stordito in conseguenza al violento colpo subito, e al colpo subito non tanto in conseguenza a una qualche azione diretta a suo discapito, tipo l’assolutamente inefficace colpo di spada, quanto e piuttosto alla mera reazione fisica dell’impatto contro il muro, e contro quel muro che, pur decisamente provato, riuscì a mantenere ancora una certa, ammirevole, integrità strutturale. E a sottolineare quanto, comunque, non avesse a dover essere considerato propriamente entusiasta per quanto avvenuto, e per quei due colpi subiti, prima contro il pugno della donna dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco, e poi contro quella parete di pietra, il serpente gigante ebbe ad aprire le proprie smisurate fauci, emettendo un violento verso di frustrante rabbia a testimonianza della propria intima, e comprensibile, insoddisfazione per la reticenza di quelle prede a morire.

« Credo di aver appena intravisto un pezzo del nostro amico incastrato sul fondo della sua gola… » osservò Duva, a denti stretti « Che cosa diamine è un falak…? E come lo abbattiamo…?! »
« E’ un serpente del fuoco… » rispose allora la Campionessa di Kriarya, ancora impegnandosi a ricordare quanto più possibile riguardo a quella creatura « … e temo che, al solito, sia virtualmente imbattibile. »
« Ottimo… » ironizzò per tutta replica l’altra, storcendo le labbra verso il basso.
« Quando dici “serpente del fuoco”… è qualcosa di metaforico o di pratico…?! » domandò allora Lys’sh, dimostrando un’evidente inquietudine « Perché sto sentendo uno sgradevole odore provenire dalla sua gola. E non è il nostro amico… »
« … pratico, temo! » confermò Midda, pronunciando quell’unica puntualizzazione che le sue amiche avrebbero ben preferito ovviare a sentire scandita da parte sua, e a sentirla scandita proprio in quel momento, proprio in quella particolare situazione…

domenica 3 maggio 2020

3265


Un nuovo colpo. E un nuovo rombo. A un intervallo temporale decisamente ancor più ravvicinato rispetto al precedente.
E se, da un lato, positivo avrebbe avuto a potersi intendere tutto ciò, nell’offrire un barlume di speranza in favore di un qualche genere di evoluzione a confronto con la loro situazione attuale, la questione iniziò a inquietare intimamente la Figlia di Marr’Mahew. Senza una reale motivazione, senza una ragione chiara a motivare simile reazione, e pur turbandola. E turbandola quanto sufficiente, allora, a bloccarla all’idea di un ulteriore pugno. E un ulteriore pugno che pur, era certa, Lys’sh avrebbe avuto quindi a domandarle.
Ma al di là di tale personale certezza da parte dell’Ucciditrice di Dei, anche la donna rettile sembrò condividerne il turbamento. E sembrò condividerlo nell’ordine di misura in cui, sul di lei volto, si dimostrò una smorfia di disapprovazione per qualunque cosa stesse allor percependo. Smorfia di disapprovazione che non mancò di attirare l’attenzione di entrambe le sue amiche…

« Che accade…?! » domandò Duva, cercando da lei una qualche esplicita indicazione nel merito di quanto potesse star occorrendo, e nel merito di quanto, all’occorrenza, avrebbero avuto necessità di prepararsi a… qualunque cosa potesse star per avvenire.
« Non ne sono certa. Non riesco a capirlo con precisione... » replicò tuttavia l’altra, con palese esitazione a tal riguardo « E’ come se… non so… ci fosse qualcosa che si muove in lontananza. Qualcosa che si muove e che si sta avvicinando… »
« Da che parte…?! » questionò Midda, purtroppo già temendo, anche in tal frangente, una risposta negativa, e quella risposta negativa che, effettivamente, non tardò a offrirsi.
« Non lo riesco a intendere… la configurazione di questo pozzo mi disorienta. » ammise quindi la donna rettile, decisamente frustrata dall’incapacità di poter essere maggiormente di aiuto alle proprie sorelle.

Fu tuttavia Duva, la quale ebbe allor a sguainare preventivamente la spada, ad avere l’intuizione giusta. E ad avere l’intuizione giusta ridiscendendo con lo sguardo verso il centro del pozzo, là dove avevano adagiato la lanterna e il disgraziato morente… quel pavimento apparentemente compatto, al pari delle mura di quell’intera stanza, che pur tanto insolito avrebbe avuto a doversi intendere qual estremità inferiore di un pozzo, fosse anche e soltanto una sorta di pozzo di scarico, per così come illustrato loro da Midda, ancor prima che di approvvigionamento.

« C’è qualcosa che non va in questo luogo… » decretò quindi, riflettendo ad alta voce « Se siamo sul fondo di un pozzo… da che parte è previsto abbia a scorrere via l’acqua…?! »

E se quella domanda avrebbe avuto, necessariamente, a contenere la propria stessa risposta, in termini, per altro, già squisitamente espliciti, il tutto ebbe lì ad accadere con una subitaneità e una concomitanza di eventi a dir poco al cardiopalma. Perché nel tempo in cui Midda ebbe a guidare il proprio sguardo verso il pavimento sotto i loro piedi, dandosi della stupida nel non averci pensato prima; e nel tempo in cui Lys’sh ebbe a sgranare gli occhi, nel comprendere di non riuscire a identificare con precisione l’origine di quelle vibrazioni attorno a loro perché, in realtà, provenienti da sotto di loro; il tutto ebbe a precipitare. E a precipitare nel momento stesso in cui, al centro della stanza, una sorta di tombino, prima non notato nel porsi celato dalla terra, dalla polvere e dalla sporcizia lì accumulatasi con il tempo, ebbe improvvisamente ad aprirsi, e ad aprirsi per lasciar fuoriuscire dallo stesso una creatura e una creatura che, violentemente, ebbe ad attaccare il primo bersaglio offertole, afferrando così fra le proprie fauci il sacerdote del quale si erano fatte carico sino a quel momento, solo per trascinarlo seco là da dove era comparsa, con una repentinità semplicemente disarmante… e una repentinità che, prima ancora che una sola voce potesse levarsi a segnale di allarme per quanto lì stava accadendo, tutto parve essere già finito, mostrando soltanto il nulla innanzi a loro, sotto la luce ora decisamente più vivace della lampada, la quale, rovesciatasi a terra, stava vedendo tutto il proprio olio ormai bruciare incontrollato.

« Che diamine era quella cosa…?! » esclamò quindi Duva, con voce insolitamente elevata, almeno un’ottava al di sopra del proprio consueto tono, a evidenziare quanto il tutto l’avesse lasciata necessariamente spiazzata, se non, addirittura, spaventata nella propria occorrenza.
« Non ho fatto in tempo a distinguerla… » negò tuttavia Midda, certa di quanto quell’interrogativo avesse a doversi indirizzare a lei e, purtroppo, incapace di offrire una qualunque replica di senso compiuto a tal riguardo « … è stata troppo veloce! »
« Mi è sembrata una serpe… o qualcosa di simile. » suggerì Lys’sh, ora con i propri pugnali in mano e pronta a combattere.

Nessuna delle tre donne, pur lì ancora immobili, avrebbe avuto infatti a credere che quel mostro, di qualunque natura esso fosse, non avrebbe fatto ritorno, accontentandosi soltanto di una vittima, e di quel disgraziato la sorte del quale, alfine, era stata così decretata, malgrado ogni sforzo in senso contrario compiuto da loro. E se la certezza di quel ritorno non avrebbe avuto a dover essere posta in discussione, più qual un dato di fatto che un’ipotesi, l’interrogativo peggiore avrebbe avuto allor a doversi riferire in direzione dell’olio della lampada, e di quell’olio che, bruciando tanto rapidamente, avrebbe offerto loro ancora luce per troppo poco tempo… e forse per tempo insufficiente a potersi concedere una qualche occasione di reale difesa da tutto ciò.

« … cosa facciamo, Midda?! » domandò quindi Duva, con la propria spada ora saldamente impugnata con ambo le mani, e tutti i muscoli tesi, pronta a balzare in avanti non appena fosse stato necessario « Le tenebre giocano contro di noi… e se quella cosa dovesse tornare qui quando il fuoco si esaurirà, non so francamente ipotizzare quante quotazioni a nostro favore potremo ancora vantare. »
« Maledizione. » storse le labbra la donna guerriero, osservandosi attorno, con l’aiuto di quell’effimera maggiorazione di luce, nell’intento, nella speranza di poter cogliere un qualunque particolare prima sfuggito loro, e un qualunque particolare utile a garantire loro una qualche ulteriore possibilità di manovra, per così come, pur, non sembrava star venendo loro concesso « In questo genere di situazioni, c’è sempre un qualche meccanismo nascosto per garantire l’illuminazione dell’area: qualche pietra fluorescente, qualche conduttura di olio, un sistema di specchi… qualunque cosa! »
« Dobbiamo prendere in esame l’idea di ritirarci… » suggerì Lys’sh, non desiderando apparire qual una voce negativa in quel frangente, e, ciò non di meno, non potendo ovviare a guardare in faccia alla realtà e a una realtà in quel momento chiaramente in loro avversione « Qualunque cosa sia nascosta qui sotto, merita un’organizzazione maggiore rispetto a quella che non possiamo vantare di possedere in questo particolare momento. »

Probabilmente il suggerimento della giovane donna rettile avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il più assennato in quel frangente, e quello che tutte e tre, fosse stata concessa l’occasione di prendere una decisione in tal senso, avrebbero avuto ad abbracciare, abortendo quella propria missione, chiaramente troppo improvvisata, e decidendo di posticiparla, anche a costo, in tal senso, di doversi nascondere all’interno delle fogne della città, per ovviare all’ineluttabile caccia all’uomo che, dopo quanto accaduto quella sera, si sarebbe certamente scatenata all’interno di tutta la capitale y’shalfica.
Purtroppo per loro, però, il lusso di una scelta non fu loro garantito. Non laddove, prima ancora di qualunque nuova possibilità di espressione a tal riguardo, la creatura fece la propria ricomparsa, e fece la propria ricomparsa chiaramente intenzionata ad avventarsi, ora, a loro discapito…