11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Tremila!

Con qualche anno di ritardo rispetto all'episodio 2000, che risale addirittura al luglio del 2013, oggi viene finalmente raggiunto il traguardo dell'episodio 3000!

A onor del vero, poi, nel considerare tutti gli speciali, e le tre avventure fuori serie di "Reimaging Midda", (fuori serie, sì... ma non fuori continuity, come Maddie e Rín potrebbero quietamente dimostrare anche nell'avventura in corso), il conteggio degli episodi totali mai pubblicati su questo sito arriva a 3238... ma questo è un altro paio di maniche.
Quello che importa, oggi, è quel numero 3000 nel titolo del post. E di un post che arriva oggi, 12 agosto 2019, a poco più di undici anni e mezzo dall'inizio della pubblicazione dell'opera!

E come già in occasione del 1000 e del 2000, anche il traguardo dei 3000 viene festeggiato, oggi, con una pubblicazione extra, un'avventura celebrativa - e totalmente fuori continuity - che vuole rendere omaggio non soltanto a Midda e al suo incredibile cammino, ma anche a tutto ciò che, nel corso della mia vita, ha rappresentato una pietra miliare della mia fantasia o, più in generale, della mia vita.
E così, dopo l'omaggio a Conan (Speciale Mille) e dopo l'omaggio a Guccini (Speciale Duemila), ecco oggi offerto a tutti gli amici di Midda un nuovo omaggio... e un omaggio che, purtroppo, giunge anche a meno di un mese dalla scomparsa di un grandissimo attore.

Buona lettura a tutti!
E grazie per questi 3000 episodi insieme!

Sean, 12 agosto 2019

venerdì 31 maggio 2019

2927


Alcuni anni erano passati da quanto Maddie aveva lasciato questo piano di realtà, in un viaggio nell’impegnarsi nel quale, ovviamente, non avrebbe potuto garantire né a me, né a nostro padre, alcuna possibilità di facile comunicazione… anzi, alcuna possibilità di comunicazione e basta. E, in questo, per nostro padre e per me, altra possibilità non era rimasta al di fuori della mera speranza, e della speranza che tutto potesse trovare la propria giusta e migliore conclusione, ovunque ella fosse finita. In maniera forse disillusa, probabilmente eccessivamente pragmatica, ancor sospinta qual pur mi era sempre posta nel mio approccio con la realtà, francamente non avevo mai immaginato di poter rincontrare mia sorella: mi mancava, certamente, mi mancava come soltanto una parte della tua stessa anima, del tuo stesso cuore, potrebbe mai mancarti, ma dopo averla vista scomparire nell’abbraccio infuocato della fenice, una parte di me le aveva semplicemente detto addio, nella consapevolezza di quanto, da un viaggio come quello nel quale ella si era avventurata, non vi sarebbe stata possibilità di facile ritorno… anzi, possibilità di ritorno e basta. Quanto, allora, non mi sarei mai potuta attendere sarebbe stata una soluzione alternativa, e una soluzione alternativa allora destinata non tanto a riportare lei da me, quanto e piuttosto a portare me da lei. E proprio questo avvenne, e avvenne nel corso di una notte come tante altre, e di una notte nel corso della quale, nel mentre in cui stavo sognando, in maniera sufficientemente banale, di essere al supermercato a fare un po’ di spesa quotidiana, me la ritrovai innanzi, e me la ritrovai innanzi in vesti decisamente diverse da quelle con la quale avrei avuto a essere considerata solita ricordarla ma, ancora più, in compagnia di molte, altre persone che mai avrei potuto neppure immaginare esserle al fianco in quel momento.
La mia timida e impacciata sorella, la mia problematica e insicura gemella, nel corso di quegli anni era radicalmente cambiata, nel proprio spirito ancor prima che nel proprio corpo, divenendo, a tutti gli effetti, degna di colei che le era stata maestra, di quella Midda Bontor di cui aveva voluto idealmente raccogliere l’eredità, viaggiando attraverso il multiverso allo scopo di salvare altre possibili e inconsapevoli vittime suo pari dalla furia omicida della regina Anmel Mal Toise, la propria nemesi, la propria nemica giurata, la sola ragione per la quale tutto quello aveva avuto inizio. E quello, ovviamente, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual un semplice sogno, per così come ebbi a comprendere ben presto, quanto e piuttosto un’esperienza extracorporea in un diverso piano di realtà, e un piano di realtà estraneo a ogni realtà, e, per semplificare la questione ai minimi termini, un piano di realtà che avrebbe avuto a dover essere inteso, in buona sostanza, qual la matrice stessa di ogni realtà. Tale dimensione, anche nel nostro mondo, anche nella nostra realtà, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual completamente ignota, non laddove qualcuno, un’antica e mai sufficientemente onorata popolazione della nostra cara e vecchia Terra, ha da sempre creduto in quello che definirono come il tempo del sogno, quel mondo al di fuori del mondo nel quale tutta la realtà ha origine, e dal quale tutta la realtà può ancora essere influenzata, conoscendone le vie, conoscendone i sentieri, e sapendosi inoltrare in essi.
Fu un’avventura straordinaria. Confusa, certo, e pur stupefacente. Terrorizzante, a tratti, e pur entusiasmante. Mai prima, nel corso di trentacinque anni di vita, mi era stata concessa opportunità di vivere qualcosa del genere. E probabilmente mai mi sarebbe stato ancora concesso qualcosa di simile, laddove, dietro a tutto ciò, altro non avrebbe avuto a doversi intendere se non l’oscuro piano della stessa Anmel Mal Toise, così desiderosa di liberarsi, al contempo, non soltanto della mia gemella, ma anche del suo corrispettivo autoctono nella dimensione nella quale, in quel momento, avrebbe avuto a doversi riconoscere essere, un’altra Midda Namile Bontor sufficientemente simile a quella che già avevamo conosciuto, e pur, a differenza di quella, attualmente viva e in salute. Decisamente in salute. E tutt’altro che sola, nel presentarsi, anche in quel momento, accompagnata dal proprio uomo, dai propri figli, e da molti amici che, per lei, accanto a lei, non avrebbero mai esitato a combattere, e a combattere contro l’impossibile.
In effetti, nel partire dal presupposto che l’altra Midda Bontor, quella poi morta e trasformatasi in quell’orrido mostro desideroso di ucciderci, si era posta in cammino, in quell’interminabile peregrinare dimensionale sulle ali della fenice, allo scopo di salvare al vita ad altre versioni di se stessa incapaci a difendersi o, comunque, inconsapevoli del pericolo loro imposto dall’arrivo della propria versione di Anmel Mal Toise; decisamente difficile sarebbe stato comprendere il perché di quella particolare scelta, e della scelta volta a condurre la mia gemella sino a una realtà nella quale, in effetti, la Midda “titolare” avrebbe avuto a doversi riconoscere apparentemente più che capace di gestire la situazione corrente, e, ancora, così ben accompagnata da tanti amici, da tanti alleati, tale per cui, a tutti gli effetti, la presenza della mia Maddie avrebbe avuto a potersi fraintendere qual qualcosa di più. Tuttavia, Maddie, nel proprio viaggio, avrebbe dovuto limitarsi a inseguire Anmel, e laddove Anmel poteva essere stata tanto sciocca da scegliere una realtà così potenzialmente a lei avversa, comunque ineluttabile sarebbe stato l’arrivo, lì, della mia gemella. Un arrivo che, a onor di cronaca, non doveva essere occorso da poco al momento della nostra estemporanea riunificazione, giacché, in effetti, non soltanto ella aveva avuto occasione di ambientarsi alla perfezione là dove era finita, ma, addirittura, e in maniera decisamente spiazzante, aveva avuto persino possibilità di stringere una nuova relazione sentimentale, e una nuova relazione sentimentale con quello che, per quanto mi venne concessa occasione di intendere, altro non avrebbe avuto a dover essere inteso che un antico alleato della Midda titolare. Come già con l’altra Midda, e la Midda sua mentore, anche con la Midda lì autoctona, avrebbe avuto infatti a dover essere intesa una certa differenza d’età, e una differenza di età che, in quel momento, doveva aver fatto ben comodo a quel muscoloso biondino, e quel muscoloso biondino che, probabilmente già infatuato dalla propria alleata di un tempo, nella mia gemella doveva aver trovato una perfetta seconda occasione per mettersi in giuoco… e una seconda occasione che, d’altra parte, Maddie non sembrava assolutamente aver disdegnato. E brava la mia sorellona!
Comunque sia, e ripetendomi, fu un’avventura straordinaria. E fu un’avventura straordinaria non soltanto per l’inimmaginata possibilità di ricongiungermi alla mia gemella, e per entrare, fosse anche e soltanto in maniera estemporanea, a contatto con il suo mondo, e con quello che, in quel mentre, avrebbe avuto a doversi considerare il suo mondo, ma anche, e soprattutto, per le dinamiche che contraddistinsero quell’avventura, e che ci condussero, non senza un certo impegno, a iniziare a esplorare le straordinarie possibilità proprie del tempo del sogno, e quelle possibilità in grazia alle quali, per esempio, plasmare oggetti dal nulla, rimodellare i propri corpi in semplice funzione del proprio pensiero e, ancora, e forse più banale per gli altri ma non certamente per me, permettere a una paraplegica qual la sottoscritta di tornare a camminare, e di tornare a camminare in termini che, obiettivamente, aveva persino dimenticato nella propria stessa possibilità, essendo allora trascorsi troppi anni dall’ultima volta che mi era stata concessa una simile occasione. E se pur, nella consapevolezza di quanto, in fondo, quell’esperienza avrebbe avuto a dover essere giudicata più onirica che reale, non mi sarei mai potuta attendere di risvegliarmi nel mio letto in maniera diversa rispetto a come mi ero addormentata, il mio successivo risveglio, in effetti, fu contraddistinto da qualcosa di assolutamente inaspettato, e assolutamente inaspettato come il ritrovarmi, in maniera inizialmente del tutto inconsapevole, a reggermi nuovamente sulle mie stesse gambe, e su quelle gambe che pur, dall’età di dieci anni, non avevano avuto alcuna possibilità di muoversi, e che, anche nell’eventualità propria di una miracolosa guarigione, probabilmente non mi avrebbero mai permesso di riconquistare la mia autonomia in quella maniera, in quei termini, mostrandosi, allora, più belle che mai, toniche e sinuose non meno rispetto a quelle della mia gemella, per così come, ineluttabilmente, non avevano mai potuto essere.
Il tempo del sogno aveva riplasmato la realtà. Aveva riplasmato la mia realtà. La mia realtà personale. E mi aveva restituito quella vita che quel terribile incidente mi aveva portato via a soltanto dieci anni. In qualcosa che, nelle proprie dinamiche, nella propria concretezza, avrebbe trasceso quietamente qualunque idea di scienza, e forse e persino di fede, spingendosi molto oltre… e spingendomi, di conseguenza, molto oltre, alla ricerca di un nuovo senso alla mia vita, e a quella vita che, da quel giorno, non avrebbe più potuto essere contraddistinta da mero e disilluso pragmatismo.

giovedì 30 maggio 2019

2926


Ecco. Credo proprio di aver accelerato un po’ troppo, e di aver esposto un po’ troppe informazioni tutte insieme, soprattutto nel considerare il tipo di informazioni in questione.
Ricominciamo tutto da capo… e vediamo se così potrà funzionare meglio.
Il mio nome è Nóirín Mont-d'Orb. A dieci anni sono stata vittima di un terribile incidente d’auto in compagnia a mia madre Deirdre e a mia sorella Madailéin. Io mi ritrovai bloccata in un letto d’ospedale, con la spina dorsale lesionata e ben poche speranze di poter riuscire a muovere qualcosa di più della testa per il resto della mia vita. A mia madre andò peggio, e la perdemmo. A mia sorella, fortunatamente, molto meglio, e ne uscì praticamente illesa.
In un mondo come il nostro, che si vanta continuamente dei propri progressi tecnologici, come internet, smartphone, e miriadi di satelliti artificiali orbitanti sopra le nostre teste a permetterci di dimenticare persino la via utile a tornare a casa, anche la scienza medica non ha, fortunatamente, a doversi riconoscere qual la stessa in voga cinquant’anni fa, benché, obiettivamente, sotto taluni aspetti non sia andata molto oltre. E quello proprio di una colonna vertebrale lesionata, purtroppo, ricade ancora fra tali aspetti. A mio vantaggio posso dire che, a dispetto delle pessimistiche previsioni dei medici, con tanto impegno, tanto sudore, e tante lacrime, riuscii, attraverso un lungo percorso di riabilitazione, a riconquistare l’uso di almeno metà del mio corpo, riottenendo completo controllo non soltanto sulla testa, ma sulle spalle, sulle braccia, sulle mani, sul busto e sull’addome, e ritrovandomi, in ciò, “soltanto” bloccata su una sedia a rotelle, in quello che, comunque, avrebbe avuto a dover, e credo debba ancora, essere applaudito come un grande risultato.
In una situazione qual la mia, abbastanza scontato avrebbe potuto essere, da parte mia, lo sviluppo di una certa spiritualità, la ricerca, in un qualche credo, in una qualche fede, delle risposte a quelle domande necessariamente prive di ogni possibilità di risposta, prima fra tutte “perché?!”. Ciò non di meno, devo ammetterlo, non sono mai stata propriamente una credente. Certo, da bambina sono stata educata alla religione come tutti gli altri bambini della mia età: da figlia di madre irlandese, e per lo più nata e cresciuta in Italia, non vi sarebbero potute essere molte alternative. Ma dopo l’incidente, anziché avvicinarmi maggiormente alla fede, devo confessare di essermene allontanata, riconoscendo qual mio unico credo quello proprio dell’amore della mia famiglia e del valore dei miei sforzi. Nessun santo, nessun miracolo, avrebbe avuto a tirarmi fuori da quel letto d’ospedale, né me ne tirò fuori: soltanto l’amore della mia famiglia, gli sforzi di mio padre, l’affetto di mia sorella e, soprattutto, il mio impegno personale, fu in grado di permettermi di guadagnarmi l’indipendenza offerta da quella sedia a rotelle. E, in questo, non potei ovviare a sviluppare un approccio decisamente pragmatico alla vita.
Non che non mi sia mai piaciuto il genere fantastico. Quando uscii al cinema la trilogia de “Il Signore degli Anelli”, costrinsi mia sorella a sorbirseli tutti quanti, benché ella, a differenza mia, neppure apprezzasse il genere. Così come quando, due anni prima de “La compagnia dell’Anello”, erano sbarcati al cinema i mutanti della Marvel Comics, ovviamente io non mancai di essere seduta in prima fila, e perdonatemi l’involontario gioco di parole, con Maddie al mio fianco, a domandarmi cosa potessi trovare di tanto affascinante in un gruppo di persone vestite a metà fra dei motociclisti e degli appassionati di BDSM… sì, forse sui costumi avrebbero potuto lavorare un po’ di più, ma, all’epoca, mi entusiasmò non poco ritrovare gli X-Men sul grande schermo. Adoro il genere fantastico, e la maggior parte della mia vita professionale, come traduttrice editoriale, cerco di dedicarla proprio a tali opere, benché, in effetti, molto più spesso abbia a dover rendere di necessità virtù e ad accontentarmi di noiosissima saggistica e simili.
Ma al di là di quanto mi possa piacere o meno il genere fantastico, da apprezzarlo come opera di fantasia, a poterlo accettare come qualcosa di reale nella vita di tutti i giorni, ovviamente il passo avrebbe avuto a doversi riconoscere tutt’altro che ovvio. E nel mio crescente agnosticismo, per non dire ateismo, e che mia madre mi possa perdonare per ciò, non avrei potuto mai accettare per vero qualcosa di così estraneo alla realtà, come, in fondo, appare essere qualunque religione.
Le mie posizioni scettiche, tuttavia, ebbero a dover essere prepotentemente riviste in concomitanza a tre eventi, e a tre eventi che, nel giro di pochi anni, ebbero a rivoluzionare radicalmente la mia quotidianità, nonché la mia stessa concezione di realtà.
Il primo di questi eventi fu l’entrata in scena, all’interno della vita di mia sorella Maddie, e indirettamente anche della mia e di quella di nostro padre, di una donna di almeno una decina d’anni più vecchia rispetto alla mia gemella e a me, e, ciò non di meno, una donna che, nei fatti, ebbe a scoprirsi essere una versione alternativa di Maddie, e una versione alternativa proveniente da un altro mondo, da un altro universo, estremamente diverso dal nostro, e in viaggio, attraverso il multiverso, ormai già da molto tempo, nell’inseguimento di una sorta di crudele nemesi a sua volta in viaggio attraverso le dimensioni e intenzionata, in tal senso, a uccidere quante più Maddie possibili. E, sia chiaro, non avrei mai potuto accettare per fede questa storia, né mai l’accettai per fede, nel ritrovarmi, al contrario, a spiacevole contatto con la dimostrazione dell’esistenza di qualcosa di estraneo al mio concetto di realtà, di normalità, nel momento in cui il corpo di questa Maddie alternativa ebbe a mutare drasticamente innanzi al mio sguardo, in conseguenza a un morbo mutagene proveniente da un’altra dimensione, e un morbo mutagene capace di trasformare una persona in un osceno mostro uscito dal delirio di un appassionato della sin troppo lunga, e di qualità assolutamente discutibile, saga di “Resident Evil”, giusto per restare in tema di cinema e opere fantastiche. Quel mostro, dopo aver aggredito la mia famiglia nella nostra stessa casa, ebbe a concludere la propria tragica esistenza volando sotto le ruote di un tramvai, grazie all’indomito intervento della mia stessa gemella, la quale, già radicalmente cambiata nel proprio approccio alla vita e all’universo, o, per essere più precisi, al multiverso, aveva già da lungo tempo intrapreso il cammino utile a divenire una combattente, una donna guerriero, non dissimile dalla versione alternativa, sua maestra d’armi, e da quella maestra che, proprio malgrado, era stata allora costretta a uccidere per salvare tutti noi.
Proprio in riferimento all’evoluzione della mia un tempo timida e introspettiva sorella, così insicura di sé e così afflitta da mille sensi di colpa, probabilmente per essere stata l’unica a uscire illesa da quell’incidente che ci coinvolse a solo dieci anni di età, non può che essere citato il secondo evento che, di lì a breve, ebbe obbligatoriamente a sconvolgere la mia quotidianità, e a costringermi ad aprire gli occhi sull’esistenza di qualcosa di più grande di me, di un universo, anzi di un multiverso, più complesso, e più intrecciato nelle proprie relazioni di causa ed effetto, di quanto mai avrei potuto avere occasione di immaginare prima. Perché, se una Maddie era morta, anzi, per la precisione, una Midda Namile Bontor era morta, tale il nome della nomade dimensionale che aveva radicalmente mutato ogni consapevolezza della mia amata sorella sulla realtà; la sua antagonista, la sua nemesi, non avrebbe avuto a doversi riconoscere ancor tale. E proprio allo scopo di proseguire nella crociata della propria maestra, della propria mentore, Maddie, la mia Maddie, un giorno si ritrovò costretta a dire addio al suo uomo, a nostro padre, e a me, nella necessità, nella volontà, di andare oltre, di raccogliere l’eredità della propria mentore, della propria defunta versione alternativa, e, in ciò, di iniziare a viaggiare a sua volta attraverso le dimensioni, sulle ali della fenice, per inseguire quella che, ormai, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la propria nemesi, qual la propria avversaria. Così fu. E, in un bagliore infuocato, e di un fuoco non spaventoso, non distruttore, quanto, e paradossalmente, benevolo nel proprio abbraccio, dolce nella propria carezza, quasi quanto l’abbraccio di una madre, la carezza di un padre, Maddie scomparve innanzi al mio sguardo, nella volontà di perseguire il proprio scopo, e quanto, finalmente, aveva compreso essere il proprio scopo, dopo tanti, troppi anni vissuti nella più totale inconsapevolezza a tal riguardo.
Dopo essere stata quasi uccisa da un mostro mutante, con la parte superiore del corpo aperta lungo il proprio asse longitudinale e una lunga fila di denti lì bramosi soltanto delle tue carni; e dopo aver salutato la mia unica sorella, e la mia sorella gemella, all’inizio del di lei viaggio attraverso il multiverso, nell’abbraccio di un’entità primigenia del Creato; già obbligata avrebbe avuto a essere, per me, una ridiscussione della mia stessa concezione di ogni cosa… e, con essa, anche del mio rapporto con il piano spirituale, con il credo e la fede. Ma ancora un terzo evento, e l’evento per me direttamente più sconvolgente, avrebbe avuto allora ad attendermi.

mercoledì 29 maggio 2019

2925


Mi si conceda l’opportunità di incominciare con le presentazioni e una breve introduzione generale, a meglio comprendere chi io sia e quanto bizzarra abbia a essere la mia storia.
Il mio nome è Nóirín Mont-d'Orb. E insieme a mia sorella Madailéin, sotto alcuni aspetti… sotto molti aspetti, credo di poter essere considerata la dimostrazione vivente della teoria del caos, sin dalle circostanze stesse che hanno condotto alla nostra nascita.
Partiamo dal mio stesso nome: Nóirín Mont-d'Orb. I più attenti avranno sicuramente potuto notare come, questo nome, risulti essere una tutt’altro che ovvia commistione di almeno due lingue diverse. Nóirín, infatti, ha da riconoscersi qual una particolare versione irlandese di Noreen, o Norah, in italiano Nora. Mont-d'Orb, al contrario, è un cognome francese, probabilmente derivato da una piccola e antica comunità di comuni conosciuta come i comuni di Monts d'Orb nel dipartimento dell’Hérault, nella regione Languedoc-Roussillon. E, fra parentesi, identico discorso potrebbe essere applicato anche a mia sorella, il cui nome, in italiano, sarebbe Maddalena. Il perché di questa interessante commistione franco-irlandese è presto spiegata nel rivolgere l’attenzione alla generazione precedente a quella mia e della mia sorella gemella: nostro padre, Jules Mont-d'Orb, cittadino francese, conobbe mia madre, Deirdre Synge, cittadina irlandese, e, dalla loro unione, nascemmo noi due, prendendo il cognome francese di nostro padre ma conservando la fierezza delle nostre radici irlandesi, oltre che nei nostri capelli rossi, anche nei nostri nomi.
E qui, qualcuno, potrebbe forse evidenziare quanto, in fondo, non vi sia nulla di così straordinario nelle circostanze stesse che hanno condotto alla nascita di Maddie e mia. Anche perché ormai, in grazia all’esistenza dell’Unione Europea, all’abbattimento delle frontiere, al programma Erasmus e a tante altre straordinarie conquiste degli ultimi tre decenni, tutto questo potrebbe considerarsi come qualcosa di semplice occorrenza, fra un giovane e una giovane pur di nazionalità diverse. Ciò non di meno, negli anni Settanta, le cose funzionavano ancora in maniera parecchio diversa, e, per due giovani, non avrebbe avuto a essere considerato così scontato muoversi da una nazione all’altra… non, quantomeno, nelle medesima concezione moderna di tale idea. Aggiungiamo, poi, all’entropia generale, un altro piccolo dettaglio: mia sorella e io, cittadine francesi e irlandesi per diritto di sangue, siamo nate e cresciute in Italia, là dove, dopo parecchi anni, complice le tanto discusse leggi del Bel Paese, abbiamo acquisito anche una terza cittadinanza, e l’unica della quale, in effetti, ci potremmo sentire realmente partecipi.
Come può essere avvenuto che due piccole franco-irlandesi siano nate e cresciute entro i confini del caro e vecchio stivale del Mediterraneo?
Semplicemente perché, nostro padre e nostra madre ebbero a conoscersi proprio entro i confini del Bel Paese, ed ebbero qui a conoscersi, dettaglio non privo di valore, durante una vacanza. Anzi… durante due vacanze, e due diversi viaggi alla scoperta delle bellezze dell’Italia che, condotti dall’uno e dall’altra, li videro incrociarsi, in maniera del tutto casuale, proprio a metà dei rispettivi itinerari. E la scena, a detta di nostro padre, ebbe a risultare anche particolarmente divertente, nel momento in cui ella, non trovando la strada giusta per raggiungere il proprio ostello, e scambiandolo per un italiano, iniziò a sforzarsi di parlare con lui in italiano a richiedere indicazioni, nel mentre in cui egli, non comprendendo minimamente chi ella fosse o cosa gli stesse chiedendo, ma intuendo quanto il discorso fosse incentrato attorno a un ostello, si ritrovò a crederla una dipendente dello stesso, intenta a tentare di convincerlo a fermarsi lì per la notte. Furono necessari cinque minuti buoni, e un’imprecazione in francese da parte di nostro padre a dar libero sfogo alla frustrazione di non essere in grado di farsi comprendere da quell’insistente, e pur affascinante, giovane donna, prima che ella maturasse consapevolezza di non essere a confronto con un italiano ma con un francese, e prima che, di conseguenza, egli comprendesse di non essere a confronto con un’insistente locandiera quanto e piuttosto con una semplice turista suo pari, non meno smarrita di quanto, alla fine di quel dialogo fra sordi, anch’egli non avrebbe avuto a doversi considerare. Così, quel simpatico equivoco, ebbe allora a risolversi in una comune e sonora risata, e nell’invito, da parte di mio padre, a prendere qualcosa insieme in un bar, nella volontà di scusarsi con lei per essere arrivato a perdere la pazienza in quel modo, per quanto, paradossalmente, in assenza di quell’imprecazione in francese, probabilmente avrebbero avuto a continuare ancora molto a lungo in quell’improbabile piccola babele.
Comunque sia, questo primo incontro fra Jules e Deirdre avvenne nell’estate del ‘76. Un primo incontro a cui, nell’estate del ’77 ebbe a seguire un secondo, non programmato, non pianificato, non concordato, e pur, in fondo, desiderato da entrambi, a colmare il rimpianto di non aver approfondito la reciproca conoscenza in termini più profondi rispetto a quella serata al bar. E la cosa, evidentemente, piacque loro, giacché anche negli anni successivi, il copione ebbe a ripetersi, e questa volta in maniera concordata e per tempi sempre maggiori: così, a quel paio d’ore del ’76, e ai tre giorni del ’77, nel ’78 si aggiunse una settimana e nel ’79, addirittura, tre settimane, sino ad arrivare, nel 1980, a un mese pieno. Un mese al termine del quale nostra madre decise che fosse giunto il momento giusto per smettere di dover attendere, ogni anno, l’arrivo dell’estate per poter vivere quella loro relazione, e propose a nostro padre di sposarsi.
Alla fine dell’estate del 1981, quindi, i nostri genitori si sposarono. E nello sposarsi, decisero di scegliere proprio l’Italia qual luogo nel quale dar vita alla propria famiglia, ubbidendo a quanto, dal loro punto di vista, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un evidente segno del fato. E non più di nove mesi più tardi arrivammo Maddie e io a occupare le loro notti con pianti stereofonici, nella misura che soltanto la gioia derivante da una coppia di gemelle può garantire.
Immagino già i volti critici di chi, al di là di qualche semplice fatalità, nulla si pone in grado di ravvisare, in tutto questo, dei termini propri del mio discorso iniziale, e del mio discorso iniziale nel merito della teoria del caos. Ma, a costoro, non posso che richiedere di concedermi ancora qualche istante di pazienza, giacché, invero, la narrazione finora null’altro ha da essere giudicata se non un quieto e simpatico preambolo al resto della mia esposizione dei fatti, e di fatti che, presto, permetteranno di ben comprendere il senso ultimo di tutto ciò.
Sorvolerò sui primi dieci anni delle nostre vite, e quei dieci anni in cui, le nostre vite, trascorsero in amore e serenità, per giungere direttamente all’evento più tragico delle nostre esistenze, e quell’incidente d’auto che ci vide sottratto l’amore di nostra madre. Un terribile incidente dal quale, in maniera a dir poco miracolosa, mia sorella Maddie uscì praticamente illesa, nel mentre in cui, al contrario, io riportai una serie di gravi lesioni alla colonna vertebrale, e una serie di gravi lesioni che mi bloccarono in un letto d’ospedale, con un parere medico decisamente negativo sulla possibilità, per me, di riuscire a muovere qualcosa di più della testa negli anni avvenire. Così, dal mattino alla sera, da un giorno all’altro, le vite di nostro padre, di mia sorella e, ovviamente, anche la mia, furono drasticamente rivoluzionate, e rivoluzionate non in positivo, lasciando l’uno vedovo, noi due orfane di madre, e la sottoscritta costretta a vivere il resto della propria vita come un vegetale… o poco di più.
Mi posso permettere un fugace momento autocelebrativo…?! Ce la siamo cavata, comunque, alla grande!
Perché, laddove un tanto tragico fato avrebbe potuto avere la meglio su di noi, nessuno di noi ha mai avuto occasione di arrendersi. E grazie all’amore di nostro padre, e ai grandi sforzi che egli ebbe a compiere, indebitandosi oltremodo per riuscire a concedermi le migliori possibilità, e alla costante presenza di mia sorella, negli anni successivi riuscii a dimostrare a quei medici disfattisti quanto avevano a sbagliarsi sul mio conto: non fu facile, e non fu indolore, soprattutto per una bambina neppur fanciulla… ma, probabilmente, la ribellione adolescenziale ebbe ad aiutarmi, e a permettermi, in grazia a quanto già dichiarato, di riconquistare il controllo su più di metà del mio stesso corpo, con la sola eccezione propria delle gambe, e di quelle gambe che mai ebbi a interpretare qual evidenza di una sconfitta, quanto e piuttosto testimonianza della pur straordinaria vittoria ottenuta su ogni altro fronte. Alla fine, quindi, con solo un lieve e giustificato distacco rispetto alla mia gemella, ebbi anch’io a vivere la mia vita da normale adolescente, frequentando il liceo e arrivando persino a una tanto bella, quanto purtroppo professionalmente inutile, maturità classica. Una maturità classica alla quale feci seguire lo studio di diverse lingue diverse dalla mia, a partire dalle tre di base, inglese, francese e tedesco, per poi aggiungere russo e, persino, cinese mandarino e giapponese, non qual mero esercizio di stile, quanto e piuttosto per propormi come traduttrice e, in particolare, traduttrice editoriale, in un mercato specialistico, comunque, sufficientemente di nicchia per potersi offrire non privo di opportunità anche per una giovane donna nelle mie condizioni.
Fine del fugace momento autocelebrativo.
In un contesto qual quello che ho appena descritto, e in un contesto assolutamente consueto, le nostre vite, ormai, avrebbero avuto a doversi considerare qual intente a trascorrere in una situazione di sufficiente armonia. Pur non avendo mai dimenticato nostra madre, né il terribile incidente che ce l’ha portata via, Maddie e io, accanto a papà, siamo state in grado di andare avanti. E di andare avanti anche nella volontà di dover vivere noi anche e soprattutto per lei, per renderla fiera, e inorgoglire il suo sguardo verso di noi ovunque ella sia finita. Questo, quantomeno, sino a qualche anno fa. E al giorno in cui una strana donna dal volto sfregiato ebbe a entrare nelle nostre vite e, in particolare, nella vita di mia sorella Maddie.
Non desidero ora incedere eccessivamente sui dettagli della questione, per esplicitare la quale, probabilmente, si potrebbe anche scrivere un libro intero: basti ora sapere che la donna inizialmente presentatasi con il nome di Carsa Anloch, e da nostro padre addirittura ipotizzata qual l’amante di mia sorella, ebbe poi a scoprirsi chiamata con il nome di Midda Namile Bontor, letteralmente l’anagramma di Madailéin Mont-d'Orb, in quella che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual una coincidenza essendo, questa, null’altro che un’”altra” Maddie, proveniente da un universo parallelo e giunta sino al nostro mondo nel solo intento di dare la caccia a una pericolosa entità sovrannaturale, in fuga attraverso il multiverso…
… d’accordo. A questo punto sono certa di aver perso qualcuno per strada, se non proprio tutti quanti.
Lo comprendo, questo discorso appare semplicemente assurdo. E io stessa lo avrei ritenuto tale, se soltanto non mi fossi ritrovata, in primo luogo, a confronto con un osceno mostro mutante, una sorta di ibrido lovecraftiano nel quale, proprio malgrado, la stessa Midda Bontor ebbe a trasformarsi per una qualche oscena infezione contratta nel corso dei suoi viaggi dimensionali, da lei definita con il nome di morbo cnidariano; se non avessi visto la mia stessa gemella abbandonare i confini del nostro piano dimensionale nell’abbraccio di una mitologica fenice; e se, qualche anno più tardi, non mi fossi ritrovata trasportata nel tempo del sogno, lì rincontrando Maddie, conoscendo un’altra Midda Bontor e molti suoi amici, ma, soprattutto, da quell’esperienza uscendo rinnovata non soltanto nello spirito ma, ancor più, nel corpo, nell’essermi riscoperta in grado di camminare, di correre e di saltare come alcuna scienza avrebbe mai potuto concedermi di fare… e tutto questo fu soltanto l’inizio!

martedì 28 maggio 2019

2924


Quando, all’alba di un nuovo giorno, l’accusatore Pitra Zafral ebbe a risvegliarsi entro i quieti confini del proprio appartamento, e di quell’appartamento in cui viveva solo, non avendo mai amato null’altro al di fuori della legge, e solo alla legge avendo votato la propria esistenza, egli ebbe a scoprirsi solo esattamente come avrebbe dovuto essere.
In una quieta contrazione addominale, egli si levò a sedere sul letto, si voltò, e posò i piedi a terra. Per un istante ebbe a osservarsi attorno e, poi, scalzo, si mosse in silenzio verso una delle due porte lì presenti, già dischiusa, e dischiusa, per la precisione, sul proprio bagno. Lì si spogliò, ed entrò nella doccia, aprendo l’acqua calda e obliando a ogni pensiero, a ogni sensazione, a ogni emozione sotto quel piacevole flusso.

Ella amava la sensazione di quel getto quasi violento che, infrangendosi contro la propria pelle, scivolava poi, a tratti lento, a tratti veloce, lungo le proprie forme. Era qualcosa che non aveva avuto alcuna occasione di sperimentare nella propria precedente vita, e, per quanto intrappolata all’interno del proprio stesso corpo, prigioniera di colei che l’aveva riportata in vita, non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare tutto quello, godendolo quasi qual una fugace possibilità di sentirsi nuovamente se stessa, al di là di tutto quello che le stava accadendo. Metaforicamente, quell’acqua gettata con forza sulla sua pelle, sulla sua carne, in quello che quasi avrebbe avuto a potersi riconoscere qual una sorta di massaggio idroterapico, le concedeva l’illusione di potersi svestire di ogni menzogna, di ogni falsità, e di tornare a essere soltanto la donna che era, e che avrebbe dovuto essere se non fosse stata trasformata in quell’abominio.
Certo, nella propria vita passata, dell’inganno, della menzogna, del celarsi dietro mentite spoglie, ella aveva reso la propria professione, interpretando più vite, più persone e personalità rispetto a quanto non avrebbe potuto allor vantare di ricordare, e, forse, rispetto a quanto anche non avrebbe voluto poter ricordare. Perché quasi sempre ciò che ella aveva compiuto, nelle proprie altre identità, non era stato piacevole.
Forse in tal senso avrebbe avuto a doversi interpretare quanto le stava occorrendo in quel momento? Forse in tal senso avrebbe avuto a doversi intendere la propria attuale condizione? Qual una sorta di divina punizione per le proprie colpe passate, per tutto ciò che di sbagliato aveva compiuto dietro nomi diversi, dietro identità estranee alla propria, al punto tale, ora, da essere addirittura privata non soltanto della propria stessa identità, e, persino, del proprio volto, ma anche, e peggio ancora, della propria medesima volontà?!
Ricordava la propria colpa. La propria ultima colpa. Quel duplice tradimento. Quel tradimento mosso a discapito non di un’amica, ma addirittura di due, di due donne forti, di due donne meravigliose, fra loro paradossalmente così identiche e pur così diverse, così prossime e pur così distanti, al servizio di entrambe le quali si era ambiguamente posta, e la fiducia delle quali, al contempo, aveva quindi finito per tradire, nel paradosso stesso conseguente alla propria esistenza.
Ella ricordava la propria colpa. E, nella consapevolezza di quella colpa, l’ultima di molte altre e, pur, probabilmente, la peggiore fra tutte, e nella consapevolezza di quella colpa per espiare la quale si era spinta addirittura all’estremo sacrificio, ella non avrebbe potuto ovviare a rifiutare, tuttavia, qualunque possibilità di quieta accettazione del proprio presente qual un percorso di punizione per quanto compiuto. Perché se dietro a una colpa avrebbe avuto a potervi essere un riscatto, una redenzione, quanto ella stava lì compiendo, e stava lì compiendo non per propria volontà, ma quasi quanto mera spettatrice, non avrebbe potuto intendersi in alcun modo ricollegabile a redenzione, a riscatto. Non, quantomeno, nel momento in cui, a pagarne il prezzo, ancora una volta, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta proprio la sua amata Midda Bontor.
Aveva amato Midda Bontor. E, per lei, ella aveva imparato anche ad amare Nissa Bontor. E, per entrambe, ella era poi morta, facendo scudo con il proprio stesso corpo alla violenza di un attacco rivolto dalla seconda a discapito della prima.
E poi…?
Poi il nulla. L’oblio. Almeno sino a quando, dietro la sua schiena, quelle ali da sempre tatuate sulle sue ramate carni non si erano dischiuse, e non si erano dischiuse diventando reali, in un mondo che di reale avrebbe potuto avere tutto e nulla. E in un mondo nel quale, ancora una volta, le era stata concessa l’opportunità di intervenire in soccorso della sua antica amica, di propri passati compagni di ventura, e di nuovi volti, i nomi dei quali aveva appena avuto possibilità di apprendere nella concitazione degli avvenimenti occorsi.
Ovviamente ella sapeva di essere morta. Era consapevole che nulla di tutto quello, per lei, avrebbe avuto a poter essere riconosciuto qual reale. Ed era consapevole del fatto che, nel momento in cui tutti avessero lasciato il tempo del sogno, così come quel luogo era stato ribattezzato da una versione giovanile della stessa Nissa, ella avrebbe dovuto cessare di esistere, ritornando all’oblio nel quale era precipitata dopo la morte, ritornando al nulla al quale avrebbe dovuto appartenere.
Ma qualcosa glielo aveva impedito. Qualcuno glielo aveva impedito. Qualcuno che, forse, ella aveva già conosciuto, o, forse, avrebbe avuto occasione di conoscere in un qualche futuro mai vissuto, difficile a dirsi, difficile a comprendersi in una realtà al di fuori di ogni altra realtà, in un tempo al di fuori di ogni altro tempo. Qualcuno che, allora, l’aveva nuovamente legata alla vita, l’aveva trascinata ancora una volta nel proprio piano di realtà, in un corpo che era il proprio, e che pur, al tempo stesso, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il proprio. Perché il proprio corpo non avrebbe mai potuto modificare le proprie sembianze, non avrebbe mai potuto alterare le proprie forme e proporzioni, mutando in altezza, mutando in peso, e, persino, mutando nel proprio stesso genere sessuale.
Che cosa le avevano fatto…?
Perché, attraverso il vetro imperlato di piccole gocce d’acqua e il vapore generato dal calore proprio del getto di quella doccia, riflesso nello specchio dall’altra parte di quella stanza da bagno, ella non aveva la possibilità di ammirare le forme del proprio corpo, e di quel corpo di cui, obiettivamente, non avrebbe potuto ovviare ad andare fiera, nella bellezza, nella sublime bellezza che l’aveva da sempre contraddistinta, nella grazia e nella femminilità che gli dei le avevano concesso, e quella grazia e femminilità che, non lo avrebbe mai potuto negare, sovente si era dimostrata la sua arma più importante nella risoluzione dei propri conflitti, nella gestione dei propri incarichi mercenari? Perché allorché contemplare la sinuosa linea che, a partire dalle proprie spalle, avrebbe percorso i seni, la schiena, l’addome, i fianchi, sino a giungere ai sodi glutei e, di lì a ridiscendere alle lunghe e tornite gambe, il tutto racchiuso in quella vellutata pelle color della terra per poter avere la possibilità di baciare la quale qualunque uomo si sarebbe dannato l’anima, ella avrebbe dovuto osservare le forme nerborute di un tizio a lei pressoché sconosciuto, che, francamente, al di là di ogni giudizio di merito a riguardo dell’estetica del quale, non avrebbe mai potuto neppur apprezzare, ponendosi al di fuori di ogni propria preferenza, di ogni proprio gusto sessuale?
Maledette! Ella lo sapeva. Ne era perfettamente cosciente. E, tuttavia, al tempo stesso, non avrebbe potuto impedirlo, non avrebbe potuto ovviare all’evolversi di quegli eventi nei termini nei quali qualcun altro li stava definendo, a sicura distanza dagli stessi. Era consapevole del fatto che la stavano usando. Era consapevole del fatto che l’avevano trasformata in un’arma. E in un’arma che, entrambe, desideravano usare a discapito proprio della sua antica amica, proprio di quella donna che aveva amato, e per la salvezza della quale era arrivata a sacrificare la propria vita.
Ne era consapevole… ma non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo. Purtroppo non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo, intrappolata, qual si stava ponendo, nel proprio stesso corpo.

Conclusa la propria doccia, dal sapore proprio di un rito mattutino, l’accusatore Pitra Zafral chiuse l’acqua, allungò una mano verso un grande telo di morbida spugna bianca appeso poco distante, e lo portò al viso, per tamponare le gocce lì rimaste in aderenza alla sua pelle.
Una nuova giornata di lavoro stava per avere inizio… e, qualunque cosa lo avrebbe atteso, qualunque incarico l’omni-governo gli avrebbe allor riservato, egli era certo sarebbe stata una giornata meravigliosa.

lunedì 27 maggio 2019

2923


« Pare… che il suo coinvolgimento con l’accusatore non sia finito con la visita di ieri al suo appartamento. » la corresse Lange, scuotendo appena il capo « Poche ore fa Pitra Zafral è stato vittima di un attentato: se l’è cavata con un foro nella spalla… ma, stando alle sue dichiarazioni, l’aggreditrice era proprio lei, Bontor. »
« … cosa?! » ruggì ella, sgranando gli occhi con un misto di stupore e rabbia, nel mentre in cui la pelle del suo volto, abitualmente candida, per non dire pallida, avvampò immediatamente, rivelando tutto il profondo turbamento emotivo della stessa donna guerriero.

Per Midda Bontor, purtroppo, quella non avrebbe avuto a doversi riconoscere né la prima, né probabilmente l’ultima volta in cui si poneva accusata di crimini che non aveva realmente commesso. In verità, infatti, quella avrebbe avuto a dover essere giudicata, letteralmente, la storia della sua vita, e della sua vita in qualità di gemella, e di gemella di sua sorella Nissa, la quale, per cercare vendetta nei suoi confronti, spesso aveva fatto del proprio punto di forza quella loro peculiarità allo scopo di interpretare la propria stessa gemella, la propria stessa antagonista, e, in grazia al loro comune volto, commettere molte ingiustizie, troppi crimini, il più delle volte a discapito di persone appartenenti alla sua vita, a lei vicine. E, giusto per non escludere una situazione simile a quella attuale, l’ultima volta che, nel proprio mondo, ella aveva cercato di fare capolino all’interno di Kerrya, la principale capitale del regno di Kofreya, nonché sede della famiglia reale, era stata costretta a un repentino cambio di direzione, nello scoprire, proprio malgrado, di aver lì a essere ricercata, e a essere ricercata per ragioni che non avrebbe potuto neppure immaginare, non essendo assolutamente solita frequentare né quella regione, né tantomeno quella città in particolare: quali avessero a dover essere riconosciute, in quella sede, le proprie colpe, ella ancora non aveva avuto occasione di scoprirlo, ma, con un buon margine di confidenza, non avrebbe potuto ovviare a ritenere proprio Nissa qual principale responsabile per quanto accaduto, qualunque cosa fosse stata.
Nissa Bontor, per fortuna, o forse purtroppo, non avrebbe più avuto allora a dover essere riconosciuta qual una potenziale minaccia per lei, avendosi a dover riconoscere, altresì, qual una vittima eccellente della lunga e stancante guerra contro la regina Anmel Mal Toise. E in questo, Midda, avrebbe avuto a doversi sufficientemente al riparo da nuove situazioni simili. Ciò non di meno, nel momento in cui, ancora una volta, quello scenario già vissuto, quella situazione già affrontata più e più volte ebbe a ripresentarsi, ineluttabile non avrebbe potuto che essere l’ira crescente nel cuore della donna, e di quella donna che, da tutta la propria vita, si stava vedendo defraudata della propria stessa immagine, del proprio stesso volto, in situazioni diverse, da persone diverse, e pur sempre e solo animate da intenti avversi a lei e al suo bene.
Su chi, poi, in quello specifico frangente, avesse a doversi considerare l’impostora, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto ovviare ad avere una propria idea in particolare. Giacché, solo il giorno precedente, ella si era ritrovata a combattere con una donna in tutto e del tutto identica alla sua amica sororale Lys’sh, e che, stando alle dichiarazioni della medesima, soltanto pochi istanti prima di ingaggiare conflitto con lei, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta contraddistinta da un diverso volto, nell’intento di trarre altresì in inganno la stessa Lys’sh e Be’Sihl al suo fianco. Chiunque quella donna fosse, e qualunque fosse il suo reale aspetto, sufficientemente evidente avrebbe avuto a dover essere considerato quanto, allora, ella fosse in grado di mutare il proprio aspetto, e di mutarlo in maniera così perfetta da poter arrivare a trarre in inganno anche le persone più prossime a coloro dei quali ella si spingeva a rubare l’identità. E, in questo, nulla di sorprendente, nulla di straordinario, avrebbe avuto a dover essere considerato nell’aver reso proprio il volto della stessa Ucciditrice di Dei, al solo scopo di renderla colpevole di un attentato alla vita di colui che, paradossalmente, ella aveva sperato di condurre dalla propria parte, nella sempre più complessa lotta contro la regina Mal Toise…

« Deve essere stata quella dannata mutaforma… » ringhiò, a denti stretti, storcendo le labbra verso il basso, a dimostrazione di tutta la propria disapprovazione.
« Già… » confermò Duva, annuendo appena con fare sconsolato « … e questo, direi, manda a monte l’idea di portare l’accusatore dalla nostra parte. » soggiunse, scuotendo il capo « Abbiamo rischiato tanto per arrivare a lui… ma, ora come ora, dubito che egli potrà mai voler realmente offrire seguito alle tue parole, dopo averti visto sparargli contro, per chissà quale assurda motivazione. »
« Purtroppo il nostro problema principale, in questo momento, non è più Pitra Zafral… » scosse il capo il capitano della Kasta Hamina, serio nelle proprie parole e nella propria analisi « Cento miliardi di crediti è la più alta taglia che sia mai stata posta sulla testa di chiunque. Per anche soltanto un decimo di quella cifra, non mi stupirebbe se fosse qualcuno del nostro stesso equipaggio a tradirci… figuriamoci chiunque il resto del Creato. » argomentò, in quella dichiarazione di apparente sfiducia verso gli uomini e le donne della propria stessa famiglia che pur, ovviamente, non avrebbe voluto, né mai avrebbe potuto, essere realmente tale, quanto e piuttosto una pura iperbole, riponendo egli la più completa fiducia in chiunque a bordo della sua nave, come e forse più che in se stesso « Ci stanno facendo terra bruciata attorno. »
« Già. » annuì la sua ex-moglie, nonché primo ufficiale « Per noi non vi sarà più un porto sicuro nel quale ormeggiare… legale o meno che sia. Perché una cifra così esorbitante farebbe gola a chiunque… e chiunque potrebbe essere pronto a farci la pelle per incassarla. »

A livello puramente teorico, una nave come la Kasta Hamina, di vecchia generazione e dotata, accanto al nucleo all’idrargirio, anche di ampie e funzionali vele solari, non avrebbe avuto reale necessità di riservarsi occasione di scali in porto allo scopo di ricaricare il nucleo energetico della propria nave, giacché, in effetti, in grazia alle proprie vele, avrebbe potuto provvedere in autonomia in tal senso, acquisendo tutta l’energia della quale avrebbe mai potuto abbisognare.
Ciò non di meno, come sovente avrebbe avuto a doversi riconoscere consueto avvenire, avrebbe avuto a doversi considerare esistere una differenza fra la pura teoria e la concreta pratica. E tale differenza, in quel particolare frangente, avrebbe avuto a vedere le vele solari più riconoscibili qual una sorta di soluzione d’emergenza, ancor prima che, effettivamente, una strategia consigliabile. Ciò nel considerare come i tempi di ricarica del nucleo, sfruttando solo e unicamente le vele, avrebbero avuto a doversi riconoscere estremamente dilatati e tali da risultare d’ostacolo, ancor prima che d’aiuto, per una nave che, come la loro, avrebbe avuto a ritrovarsi, proprio malgrado, al centro delle attenzioni dell’intera popolazione dell’universo.

« Ho un senso di nausea e disgusto a dirlo… ma credo che, ora più che mai, dovremo fare affidamento a Desmair e alla sua organizzazione criminale. » strinse le labbra Midda, a contenere quell’innato moto di disgusto che avrebbe avuto a dover contraddistinguere una tale proposta, e una proposta che, allora, avrebbe ineluttabilmente visto intensificarsi la collaborazione con il proprio osceno e mai amato sposo, nella propria nuova incarnazione, e in quell’incarnazione con la quale, già, tutti loro erano recentemente scesi a patti per diversi scopi, per diverse ragioni, e in unione con il quale, ormai, non avrebbero più potuto ovviare ad agire, e ad agire al solo scopo di sopravvivere, da un lato, e di abbattere la regina Anmel Mal Toise, dall’altro, per quanto, obiettivamente, tale impresa non avrebbe potuto ovviare a iniziare ad assumere una dimensione quantomeno improba « Per quanto assurdo possa ritenersi, in questo momento egli potrebbe essere realmente l’unico contatto sicuro rimastoci nell’intero universo. »

Anmel Mal Toise infiltrata ai massimi vertici di una delle maggiori potenze della galassia. Una taglia a dir poco stellare sulle loro teste, tale da volgere in loro contrasto chiunque nel Creato. E come unico possibile alleato Desmair, la creatura più egoista e priva d’ogni senso di moralità che mai avrebbe potuto essere loro data occasione di conoscere…
… cosa avrebbe potuto andar ancor più storto, a margine di tutto ciò?!

domenica 26 maggio 2019

2922


« Midda…? Hai un minuto, per cortesia…?! »

A bussare sulla soglia della cabina della Figlia di Marr’Mahew, interrompendola nel mentre del crescendo di un quieto momento di giuoco in compagnia del propri figli, Tagae Nivre e Liagu Ras’Meen, nonché del proprio compagno, Be’Sihl, fu il giovane Ragazzo, il mozzo della Kasta Hamina.
E ben sapendo, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, quanto alcuno dei suoi compagni e compagne lì a bordo l’avrebbe mai disturbata in uno dei propri, sempre purtroppo rari, momenti di intimità familiare in compagnia dei propri figliuoli, quel sopraggiungere, quella richiesta d’attenzione da parte del giovane, non avrebbe avuto a poter essere banalizzata, non avrebbe dovuto essere facilmente ignorata… non, quantomeno, laddove allora avrebbe avuto sicuramente le proprie ottime motivazioni a proprio sostegno.
Per questo, domandando scusa ai bambini e al proprio uomo, l’Ucciditrice di Dei ebbe lì a sollevarsi dal pavimento, dove era sdraiata accanto ai pargoli, e per la precisione sotto ai pargoli in quel preciso istante intenti a tentare di schiacciarla sotto i propri pur esili corpicini, per potersi allontanare dal proprio alloggio, e dall’alloggio obiettivamente più affollato dell’intera piccola nave mercantile di classe libellula, solo per poter volgere tutta la propria più doverosa attenzione all’interlocutore.

« Dimmi… » lo invitò con ferma dolcezza, offrendo un lieve sorriso a colui che, in fondo, avrebbe lì avuto a doversi considerare quasi un fratello minore, all’interno di quella grande famiglia qual pur avrebbe avuto a riconoscersi l’equipaggio della nave.
« Lange e Duva vogliono parlarti. » comunicò lui, direzionando l’attenzione della propria interlocutrice, con un gesto dell’indice, al livello sottostante ai loro piedi, e, implicitamente, non di certo rivolgendo la propria attenzione alla mensa, alle cucine o, eventualmente, all’infermeria, quanto e piuttosto a quello sgabuzzino che, senza particolare dimostrazione d’arroganza in conseguenza al proprio ruolo, lo stesso capitan Rolamo aveva eletto al ruolo di proprio ufficio personale « Ci sono novità da Loicare… »
« Novità buone o cattive…? » domandò l’ex-mercenaria, invero già temendo avessero a doversi riconoscere più appartenenti alla seconda schiera allorché alla prima, o, in tal caso, ben diverso sarebbe stato l’approccio dello stesso Ragazzo all’argomento.
« Difficile a dirsi. » scosse tuttavia il capo egli, concedendo una parvenza di reale disorientamento, nel dimostrare di non essere in grado di concedersi tale discrimino, e, in questo, nel voler lasciare probabilmente a lei l’occasione di esprimersi a tal riguardo « Me lo dirai tu… » soggiunse, a esplicitare tale invito.
« Mmm… d’accordo. » annuì la donna, stringendosi fra le spalle nell’impossibilità, per il momento, di avere a prepararsi a livello psicologico a quanto avrebbe avuto a doverle essere comunicato, per poi aggiungere in direzione del portavoce « Grazie per essermi venuto ad avvisare. » soggiunse poi, assolutamente sincera in quell’espressione di gratitudine, prima di incamminarsi a scendere al ponte inferiore, per raggiungere Duva e Lange là dove la stavano attendendo.

Assolutamente franco, invero, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il ringraziamento così da lei scandito in tal occasione, in tal specifico frangente, francamente preferendo la cortesia offertale da una convocazione trasmessa in prima persona, così come era avvenuto, al distacco psicologico proprio di una mera comunicazione interna, qual pur allora avrebbe potuto contraddistinguere quell’invito, e avrebbe potuto contraddistinguerlo non per qualche velata ragione d’offesa a suo discapito, quanto e piuttosto nella semplice consuetudine propria di quella realtà. Una realtà ove, in grazia alla tecnologia, e a tutti gli straordinari progressi propri della medesima, obiettivamente avrebbe avuto a doversi riconoscere più pratico aprire un mero canale di comunicazione interno e invitarla a raggiungere il capitano e il primo ufficiale, allorché scomodare qualcuno per andare ad avvisarla in prima persona.
Per sua fortuna, tuttavia, dopo tanti anni trascorsi insieme, i suoi compagni di viaggio, i suoi amici, i suoi fratelli a bordo di quella nave, avevano ormai maturato un certo grado di confidenza con lei, e con quanto ella avrebbe potuto preferire piuttosto che tollerare. E, in questo, nessuno avrebbe avuto incertezza alcuna a comprendere come, per una donna proveniente, qual ella era, da un mondo privo di tecnologia, certamente l’accortezza di una voce gettata personalmente, allorché di una mera e impersonale comunicazione interna, avrebbe avuto a dover essere preferita. Una consapevolezza, parimenti, propria anche della stessa donna guerriero, in misura allor utile per apprezzare, e apprezzare più che sinceramente la premura in tal maniera destinatale dai propri compagni di viaggio, dai propri amici, dai suoi fratelli a bordo di quella nave.

« Eccomi. » annunciò entrando all’interno dell’angusto spazio che Lange insisteva a proclamare qual il proprio ufficio, e che, in effetti, avrebbe avuto a doversi considerare decisamente più stretto del ripostiglio delle scope proprio di Thaare Kir Flann, la cuoca di bordo.

Nell’abituale, e quasi obbligata, o quantomeno tale a livello di pura facciata, inimicizia propria fra i due comproprietari della Kasta Hamina, nonché ex-marito ed ex-moglie, rari avrebbero avuto a doversi riconoscere i momenti in cui, entrambi, avrebbero avuto ad apparire contraddistinti da una medesima espressione, ragione per la quale, in tali occasioni, quasi preoccupante avrebbe avuto a dover essere considerata la motivazione alla base di una tale armonia fra le parti.

« Che è successo…?! » domandò quindi la Figlia di Marr’Mahew, rinunciando a sedersi nel preferire affrontare immediatamente la questione, qualunque essa fosse, allorché impegnarsi a compiere qualche strano esercizio ginnico allor utile a permetterle di accomodarsi, in uno spazio tanto angusto, e in uno spazio in cui, pur, erano state infilate a forza tre sedie e una piccola scrivania, a offrire a tutto ciò la vana parvenza di un ufficio o di qualcosa che avrebbe voluto apparire tale.
« Abbiamo ricevuto delle notizie da Loicare… » esordì Lange, accarezzando con serietà la propria folta barba, e non sollevando neppure lo sguardo verso il proprio ufficiale tattico, a dimostrazione di quanto, in quel momento, la sua mente avrebbe avuto a doversi considerare assorta nel tentare di elaborare la mossa successiva in quella sempre più complessa partita a scacchi.
« Non che sia stato complicato riceverle… » puntualizzò Duva, aggrottando appena la fronte nel volgere, altresì, tutta la propria attenzione all’amica, alla sorella lì subentrata alle sue spalle « … in effetti è la notizia di punta di qualunque testata giornalistica del pianeta. » soggiunse poi, storcendo appena le labbra verso il basso in segno di disapprovazione per tutto ciò.
« … e…?! » insistette Midda, non apprezzando quel tergiversare attorno alla questione, nel preferire, piuttosto, che i due avessero a giungere direttamente al sodo, condividendo con lei quanto avrebbe avuto a dover sapere.
« Siamo tutti ricercati per il tentato omicidio dell’accusatore Pitra Zafral. » riprese voce il capitano, ora volgendo i propri occhi verso l’interlocutrice appena soggiunta all’interno del suo ufficio « L’omni-governo di Loicare ha proclamato una taglia di cento miliardi di crediti per chiunque ci abbia a consegnare, inutile sottolineare senza alcuna distinzione fra vivi o morti. »
« … cento miliardi di crediti?! » strabuzzò lo sguardo la donna guerriero, consapevole che con una simile cifra chiunque avrebbe potuto acquistare un piccolo pianeta periferico e vivere il resto della propria vita da gran pascià, motivo per il quale, indubbiamente, qualunque cacciatore di taglie dell’universo conosciuto si sarebbe immediatamente impegnato nel dar loro la caccia « E’ la conferma delle accuse di Desmair: non può che essere stata la regina Anmel a sollevare una simile taglia contro di noi… contro di me. » sancì, certa di ciò, nell’aver iniziato ormai a conoscere la propria nemesi per poterne ignorare il consueto modo d’agire, e quel modo d’agire che, al di là di ogni altra considerazione, non avrebbe potuto ovviare a confermare ogni informazione in loro possesso « Ma cento miliardi di crediti per una semplice visita all’appartamento di Pitra mi sembra un po’ esagerato… oltretutto non gli ho fatto nulla. »

sabato 25 maggio 2019

2921


Con volto inappellabilmente inespressivo, Pitra aprì allora nuovamente il fuoco, e lo aprì, in questa occasione, a discapito della propria interlocutrice, non, tuttavia, nell’intento di ucciderla, quanto e piuttosto in quello di pretendere un ideale risarcimento da parte sua, e un ideale risarcimento che, allora, ebbe a esprimersi nell’apertura di un nuovo foro all’altezza di una spalla destra, e, in tale occasione, della spalla destra della controparte, prestando, in tal senso, la massima attenzione a tentare di replicare né più, né meno, la stessa ferita imposta a suo medesimo discapito.
Non un colpo letale, e, ciò non di meno, neppure un colpo indolore, quello che costrinse la donna a emettere un alto gemito e a contorcersi penosamente a terra, dimostrando, quantomeno, in tal senso, tutta la propria vulnerabilità e tutta la propria mortalità, la capacità di essere ferita e, all’occorrenza, di essere uccisa…

« Con questo siamo pari. » sancì egli, raccogliendo le forze e proiettando la propria arma a grande distanza da sé, prima di iniziare a retrocedere di qualche passo, per allontanarsi non soltanto da quella donna, quanto e piuttosto da quell’intera scena, e da quell’intera scena che, per lui, presto, molto presto, sarebbe divenuta troppo complicata da gestire.

L’attivazione dell’arma propria di un accusatore non avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un evento privo di ogni valore. Al contrario, nel considerare quanto, abitualmente, nessun accusatore avrebbe dovuto girare senza una scorta al seguito, l’evento proprio dell’attivazione della sua arma personale avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto di più simile a una sirena d’allarme, e quanto di più simile a una sirena d’allarme che aveva avuto a tradursi, nella pratica, in un silenzioso segnale d’allarme, e in un silenzioso segnale d’allarme rivolto all’attenzione di quegli uomini e di quelle donne preposti alla sua sicurezza, informandoli immediatamente non soltanto dell’occorrenza di un tale evento ma, ancor più, della sua esatta posizione in quel momento. Quell’esatta posizione che, per ragioni di sicurezza, nessuno avrebbe avuto altresì a dover conoscere in maniera tanto semplice, nell’assenza di qualunque segnalatore di monitoraggio o altro i quali avrebbero potuto, troppo facilmente, tradursi in una fonte di informazione utile per eventuali malintenzionati, e malintenzionati che, non certamente privi di risorse e di mezzi, avrebbero così potuto muovere un qualche attentato a discapito di un accusatore dell’omni-governo di Loicare; e quell’esatta posizione che pur, nel confronto proprio con l’occasione propria di un attacco, e di un attacco a discapito di un accusatore dell’omni-governo di Loicare, evento giustificativo da parte dello stesso per impugnare la propria arma e aprire il fuoco, avrebbe allora avuto a essere adeguatamente ridefinita nella propria importanza e nella propria riservatezza, e in quella riservatezza che, a confronto con un tale evento, non avrebbe avuto a dover essere più tutelata per ragioni di sicurezza, quanto e piuttosto, al contrario, violata per permettere a chi di dovere di intervenire, e di dover intervenire in suo soccorso.
Di ciò, ovviamente, Pitra Zafral avrebbe avuto a doversi riconoscere consapevole nel momento in cui aveva aperto il fuoco. E di ciò, parimenti, Pitra Zafral non avrebbe avuto a potersi riconoscere lieto in quanto, di conseguenza, ciò avrebbe potuto significare per lui.
Perché laddove quell’assassina dai molteplici volti era stata in grado di intercettare una comunicazione propria di un accusatore, e di giungere sino a lui per comprenderne le azioni e, all’occorrenza, ucciderlo, evidente avrebbe avuto a doversi ritenere quanto, parimenti, egli non avrebbe avuto a potersi fidare di nessun altro. Non laddove chiunque altro avrebbe potuto invero essere un altro assassino della stessa risma di quella; e non laddove, e soprattutto, egli non avrebbe potuto vantare alcuna effettiva consapevolezza nel merito di quanto vasta avrebbe avuto a doversi giudicare la corruzione che, ormai in maniera indubbia, aveva coinvolto il suo stesso omni-governo, permettendo a qualcuno, al suo interno, di complottare, e di complottare da un lato per ragioni chiaramente sovversive, e dall’altro per tutelare la propria stessa sotterranea esistenza, e quell’esistenza per mantenere il riservo attorno alla quale persino un accusatore suo pari avrebbe potuto essere quietamente eliminato o, peggio ancora, sostituito.

« Avresti dovuto lasciarmi ammazzare quella cagna, e continuare a vivere la tua vita nella quieta inconsapevolezza del mondo a te circostante. » ringhiò contro di lui la donna dal volto di Midda Bontor, confermando apertamente, in quelle parole, la propria identità, e quell’identità di cui pur, egli, avrebbe avuto a doversi considerare pressoché certo « Non avresti dovuto porti domande. Non avresti dovuto iniziare a indagare. Sei soltanto un piccolo giudice privo d’ogni importanza: pensi davvero di poter giudicare chi ti ha dettato la legge?! » tentò di provocarlo, forse per impedirgli di allontanarsi da lei, forse per riservarsi il tempo utile a superare il trauma del colpo appena subito e, in tal senso, di riservarsi una nuova occasione utile ad aggredirlo, e questa volta ad aggredirlo in maniera definitiva.

Se la stilettata con la quale ella lo aveva prima trapassato, ponendo in dubbio la sua stessa esistenza, era da lui pressoché stata ignorata, quantomeno nell’immediato, decisamente più doloroso ebbe a essere, per lui, ritrovarsi metaforicamente trapassato da quelle parole, e da quelle parole che, pur nulla aggiungendo ai propri sospetti, nulla suggerendo di più rispetto a quanto, già, autonomamente, non era riuscito a comprendere, e a comprendere nell’evidenza dell’esistenza di un potere superiore dietro alla complicità di Mudi Torr, o al silenzio di Tora Ghiedel, nonché dietro a quello stesso attuale attacco a suo discapito, non avrebbero potuto ovviare a raggiungerlo con la violenza propria di un dardo mirato al suo cuore, e un dardo che, allora, non avrebbe potuto ovviare a infrangere dolorosamente il suo stesso cuore, nel negargli l’unica certezza in ubbidienza alla quale, sino a quel momento, aveva mosso i propri passi… la legge.
Quella legge che, per anni, per decenni, era stata per lui quieta consapevolezza di quanto giusto e di quanto sbagliato, utile ago della bilancia fra il bene e il male, in quelle poche, semplici parole, in quella provocatoria domanda, gli stava venendo sottratta, e sottratta con la violenza propria di uno stupro, nell’evidenziare una verità tanto ovvia quanto, e purtroppo, da lui volutamente ignorata sino a quel momento: che la legge, in quanto emanazione stessa del potere, avrebbe incontrato il proprio intrinseco limite morale proprio nello scontro stesso con il potere, e con quel potere che, a tutti gli effetti, la legge avrebbe potuto modificare a proprio piacimento, ridefinendo, per il proprio solo diletto, quella linea di demarcazione fra giusto e sbagliato, fra bene e male. E laddove egli avesse voluto continuare a ubbidire alla legge, ineluttabilmente avrebbe avuto a doversi piegare nel confronto con tutto questo, e, all’occorrenza, anche con la corruzione di quei valori nei quali, da sempre, aveva voluto credere… o, comunque, l’errore non sarebbe stato di coloro i quali la legge dettavano, ma soltanto suo.
Così, per quanto già proiettato ad allontanarsi da lei, egli ebbe allora voltarsi nuovamente verso la propria interlocutrice, e a voltarsi verso di lei nella volontà, nella necessità di replicare a quelle parole, e di gridare il proprio dissenso, la propria opposizione a qualcosa che non avrebbe dovuto occorrere, che non avrebbe potuto occorrere in quei termini, per così come ella stava sostenendo e per così come, terribilmente, avrebbe confermato ogni paranoico avviso cospiratorio sollevato dalla vera Midda Bontor soltanto poche ore prima, quel paranoico avviso cospiratorio dietro al quale egli si era mosso per indagare con la ferma speranza di dimostrare il contrario di quanto, altresì, in quel momento gli stava venendo presentato, e presentato in maniera così brutale.
Ma ad ammutolirlo, a privarlo, in quel frangente, di ogni ulteriore possibilità di replica, di contrasto a discapito di quella donna, fu l’osceno spettacolo a confronto con il quale ebbe lì a ritrovarsi, nel ritrovare, distesa a terra, una grottesca figura che non avrebbe più avuto a potersi ricollegare, neppur idealmente, alla donna guerriero, né, altresì, almeno per quel momento, a chiunque altro…
… non laddove ogni singolo membro del suo corpo, ogni singola forma della sua persona, si stava violentemente rimodellando innanzi a lui, mutando nelle proprie proporzioni, nelle proprie forme, e persino nelle proprie dimensioni, e in dimensioni in rapido accrescimento, dimensioni a confronto con le quali persino i suoi vestiti ebbero a dover cedere e a infrangersi, ricadendo a brandelli attorno a qualunque cosa ella stesse diventando, e mutando quasi come se delle enormi mani invisibili stessero lì riplasmando della creta in nuove sembianze, e in nuove sembianze che, senza troppa fantasia, ebbero presto ad assomigliare terribilmente a un volto per lui inappellabilmente noto.

venerdì 24 maggio 2019

2920


A posteriori, forse, qualcuno avrebbe potuto definire brutale la reazione dell’uomo nel confronto con l’evidenza della propria condanna a morte. Ma, per quando non delicato fu il suo agire, ingiusto sarebbe allor stato definirlo effettivamente brutale… non, quantomeno, laddove egli, in fondo, non avrebbe potuto ovviare a un umano desiderio di rivalsa nei confronti di colei che pur, in tutto ciò, stava offrendosi qual propria potenziale assassina. Fu così che, con tutta l’energia che avrebbe potuto vantare di possedere in corpo, egli mosse il proprio braccio, e il proprio intero corpo, a cercare uno slancio rotatorio prima di schiantare a terra, e di schiantare brutalmente a terra, il corpo della propria avversaria, con un sordo suono che nulla di positivo avrebbe potuto lasciar intendere per l’integrità delle sue ossa e, in ciò, per il di lei immediato futuro.
A margine di tal gesto, e di tal gesto che pur brutale avrebbe potuto essere definito, e che null’altro, in lui, venne giustificato se non dalla volontà di arrestarla, di fermarla e impedirle, allora, nuove occasioni di nuocergli, o, parimenti, di scappargli, tuttavia, nessuna furia, nessuna rabbia, neppure la più effimera imprecazione, contraddistinsero quell’uomo, e quell’uomo che, allora, pur condannato a morte, e a una rapida morte per dissanguamento, non ebbe allora a riservarsi alcuna occasione di agitazione, alcuna reazione emotiva, nella quieta consapevolezza di quanto, in quel frangente, non gli sarebbe stata perdonata, non avendo tempo da poter perdere dietro alla propria emotività, nella necessità, piuttosto, di correre ai ripari. Ripari che, in assenza di una soluzione migliore, si videro da lui posti in essere nell’estrarre, allora, una pistola laser, sino a quel momento rimasta quietamente riposta dietro la sua schiena, al solo scopo di indirizzarne, allora, l’estremità anteriore, la bocca da fuoco, direttamente contro la ferita sanguinante, e quella ferita da cui troppo copiosamente il sangue stava allor abbandonando il suo corpo, per lì, senza battere ciglio, avere a sparare un colpo.

« Mmm… » mugolò, stringendo i denti e scoprendoli al di sotto delle proprie labbra, in una reazione di dolore, la prima, a confronto con quanto allora inflittosi autonomamente, e quanto allora inflittosi non in maniera insensata, quanto e piuttosto con assoluta cognizione di causa, e quell’assoluta cognizione di causa che, allora, avrebbe potuto discriminare, per lui, la sopravvivenza dalla morte certa, per così come altresì promessagli.

Non folle, il suo atto, quanto e piuttosto quietamente ponderato, avrebbe avuto a doversi riconoscere, con il plauso destinabile a un uomo che, pur innanzi alla certezza della propria morte, e della propria morte per un attacco chirurgico a proprio discapito, aveva lì dimostrato, ancora una volta, una freddezza e un controllo che pochi, in sua vece, avrebbero potuto vantare. Un atto ponderato, il suo, che a margine del dolore straziante del fascio laser che ebbe ad attraversare la sua spalla, da parte a parte, vide quello stesso fascio laser ripercorrere e suturare istantaneamente il solco precedentemente tracciato da quel sottile stiletto, bruciando violentemente le sue carni, e, ciò non di meno, arginando, al contempo, anche la fuoriuscita di sangue dall’arteria lesa, nella consueta cauterizzazione propria delle armi laser che, tuttavia, nel suo caso, avrebbe avuto a poter vantare il sapore di un provvidenziale primo soccorso.
Ovviamente, per quanto estemporaneamente contrastato il problema del dissanguamento, l’imposizione a proprio stesso contrasto di un colpo di arma laser non avrebbe avuto a doversi fraintendere propriamente privo di conseguenze, giacché, da quel nuovo foro aperto nelle proprie stesse carni, e nelle proprie stesse carni in un punto simile, spiacevolmente rapida sarebbe stata l’ineluttabile necrosi che avrebbe potuto per lui derivare, e quella necrosi che, a seguito di un qualunque colpo di arma laser, avrebbe potuto definire in maniera estremamente spiacevole la fine del malcapitato, non fosse stato sottoposto, quanto prima, a cure adeguate. Tutt’altro che salvo, ergo, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere, avendo piuttosto, e in effetti, soltanto procrastinato di qualche ora la propria fine. Qualche ora che pur, speranzosamente, gli sarebbe stata allor utile per ritornare sui propri passi, ricongiungersi alle proprie guardie la sorveglianza delle quali aveva eluso per incontrarsi con la donna guerriero, e, da essi, venire condotto al più vicino ospedale, dove poter ricevere le cure necessarie.
Prima, tuttavia, di allontanarsi, quasi necessario fu, da parte sua, rivolgere un ultimo sguardo alla donna lì stesa a terra, a quella donna alla quale, speranzosamente, avrebbe dovuto aver inferto un colpo sì violento non soltanto da romperle qualche osso, quanto e ancor più da privarla di coscienza e, con essa, di ogni nuova possibilità di fuga…
… purtroppo per lui, però, così non era stato. E allorché posare lo sguardo su un corpo inerme, quanto ebbe lì a adocchiare fu lo sguardo sornione di una donna che, in maniera quasi divertita, si era riservata opportunità di contemplare l’improvvisato spettacolo da lui così allestito, e lo spettacolo proprio di un uomo che, a una morte, aveva deciso di sostituirne un’altra, a conquistare, con essa, qualche speranzosa ora in più di vita.

« Devo ammettere che lei è in gamba, accusatore… » sorrise ella, scuotendo appena il capo « Francamente non avrei mai pensato di spararmi per fermare un’emorragia, ma, a conti fatti, l’evidenza della sua ostinata esistenza in vita sembra proprio volerle dare ragione! »

Con un gesto rapido, nel riconoscerla ancora cosciente, egli ebbe lì a rivoltare l’arma già impiegata a proprio stesso discapito, o a propria stessa salvezza, a seconda della possibile chiave di lettura degli eventi, verso di lei, pronto, se necessario, a fare nuovamente fuoco, nel non volerle concedere, allora, occasione utile a infliggergli qualche nuovo attacco, qualche nuova offensiva.
Ma la donna, per tutta reazione, sorrise levando i palmi delle mani verso di lui e mostrandoli allor vuoti, a definire, in tal senso, la propria più completa inoffensività…

« Calmo, Zafral… stia calmo. » lo invitò ella, scuotendo appena il capo « Non credo che lei desideri veramente infrangere la legge alla quale tanto sembra affezionato, freddando in maniera così plateale una donna inerme, sdraiata ai suoi piedi. » evidenziò, ammiccando appena nello strizzare l’occhio sinistro verso di lui, con fare complice « Questo la renderebbe un assassino, non migliore rispetto a quelli che, in genere, giudica e condanna. »
« Chi sei…? A chi rispondi…?! » insistette egli, riproponendole la domanda precedente e, allora, evidenziando tutta la propria determinazione nell’ottenere quella risposta aprendo il fuoco verso di lei e andando a marcare un foro fumante a meno di un pollice dal suo volto, alla destra del suo capo.
« Il mio nome è Midda Namile Bontor… e rispondo soltanto a me stessa. » dichiarò sorniona l’altra, non cedendo nel proprio ruolo e in quel ruolo per così come da lei allor interpretato, per quanto, ai di lui occhi, ormai evidente avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto quella donna dovesse essere la stessa che, la mattina precedente, aveva fatto irruzione nel suo appartamento, dietro le mentite spoglie dell’ofidiana Har-Lys’sha… la stessa la colpa della quale, a seguito, aveva voluto assumersi Tora, in tal direzione sicuramente sospinta soltanto da un ordine superiore, e un ordine al quale ella non avrebbe potuto sottrarsi.
« Conosco Midda Bontor… e se il tuo braccio fosse veramente la protesi che le hanno impiantato sulla terza luna di Kritone, non avresti avuto alcuna difficoltà a liberarti dalla mia presa, anche senza dover ricorrere a lame di sorta. » argomentò egli, scuotendo il capo e adducendo alla dimostrazione della propria tesi quell’ulteriore, e tutt’altro che banale, dettaglio « Chi sei…?! »
« Sono chiunque tu voglia che io sia… » ridacchiò ella, semplicemente divertita da quella situazione « Sono l’infermiera che, questa notte, inietterà una piccola bolla d’aria nelle tue vene. Sono la prostituta che, domani notte, giacerà con te, avvelenandoti nel sonno. Sono una delle tue guardie che, quando meno te lo aspetterai, estrarrà la propria arma e ti aprirà un foro in quella tua piccola testa sproporzionata rispetto al resto del corpo. » proclamò, con l’entusiasmo proprio di chi, in quel momento, poteva star raccontando una barzelletta « Quindi… è molto meglio se ti uccidi ora. Perché, se non lo farai tu, da solo, presto o tardi troverò io il modo di farlo! »

giovedì 23 maggio 2019

2919


« Quindi…? » tentò di attirare la sua attenzione la donna guerriero, inarcando appena un sopracciglio nell’osservarlo « Perché tanto impegno e tanta segretezza per chiedermi di venire qui, accusatore?… Sentiva soltanto la mia mancanza, oppure c’è qualcosa di particolare di cui desidera parlarmi…?! »

Di cose in particolare di cui egli avrebbe desiderato discutere in quel momento con Midda Namile Bontor, in effetti, ve ne sarebbero state molte. Ciò non di meno, quell’insistente sensazione di prurito dietro alla propria nuca non gli stava concedendo tregua, nell’insistere a sostenere l’esistenza di un qualche problema, e di un qualche grosso problema in assenza della risoluzione del quale, probabilmente, egli avrebbe fatto meglio a tacere, e a tacere per ovviare non tanto a compromettersi e a compromettersi nella complicità allor ricercata con una pluriomicida latitante, quanto e piuttosto a rischiare la propria stessa vita.
Che cosa stava succedendo? Innanzi a quale minaccia il suo subconscio cercava di porlo in guardia…?!

« Bontor… ho sempre trovato straordinariamente irritante la sua capacità a trovare le parole giuste da dire nel momento sbagliato. » commentò egli, forse e persino già pentito di aver cercato quell’incontro e quell’incontro con quella donna e con quella donna che, negli ultimi anni, era stata per lui soltanto una fonte continua di mal di testa e preoccupazioni professionali.

“… la sua capacità…” ripeté egli, entro i confini della propria mente

“… la sua…”

Fu questione di un istante e, senza apparente preavviso, la destra dell’uomo si mosse con velocità straordinaria a chiudersi attorno alla gola della donna, lì afferrandola in una morsa d’acciaio e sollevandola di violenza da terra, quasi fosse suo desiderio, in quel momento, avere a impiccarla a mani nude.
Un gesto brutale, quello di cui l’accusatore si rese protagonista, e che, tuttavia, non fu accompagnato da una qualche esplosione di rabbia o altro, quanto e piuttosto, semplicemente, da un gelido controllo delle proprie azioni e delle proprie emozioni, una quieta consapevolezza di quanto avrebbe potuto compiere e di quanto, allora, avrebbe dovuto compiere, ad anticipare qualunque possibilità di reazione da parte della donna… e di quella donna che, a prescindere da chi realmente avesse a essere, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una minaccia estremamente pericolosa, fosse anche e soltanto nel suo semplice essersi lì presentata, innanzi a lui, in luogo alla vera Midda Namile Bontor. Perché chiunque ella fosse, quella donna non avrebbe avuto a dover essere confusa con la latitante a cui egli aveva dato appuntamento in quel luogo, per quel giorno e a quell’ora. Non, quantomeno, nell’esprimersi, in quel dialogo con lui, a lui rivolgendosi con l’uso della terza persona singolare, in una forma di rispetto che mai ella gli aveva tributato, sin dal loro primo incontro, quasi rivolgersi a qualcuno con un minimo di cortesia avesse a doversi considerare estraneo a ogni propria possibilità d’intendimento.
Era quella la nota stonata. Era quello il particolare fuori luogo da cui la sua mente stava cercando di porlo in guardia. E, per propria fortuna, egli era stato sufficientemente attento da coglierlo e da comprenderlo prima che potesse essere troppo tardi…

… o forse no.
No, nel momento in cui, praticamente in contemporanea alla sua morsa, e a quella morsa imposta attorno al collo della controparte, egli non ebbe a cogliere una pungente sensazione di freddo in corrispondenza alla propria spalla destra, e a quella spalla destra nella quale, solo con un tragico istante di ritardo, ebbe a cogliere la presenza di un sottile stiletto profondamente e precisamente conficcato all’altezza della propria arteria ascellare, con una maestria, con una precisione, degna del miglior chirurgo, o, forse, del miglior sicario. Una maestria, una precisione, plauso per le quali avrebbe allora avuto a doversi rivolgere proprio a colei che, in quel momento, aveva creduto di aver tratto in trappola e che, al contrario, in quel semplice gesto, lo aveva potenzialmente condannato a morte, per quanto a sua insaputa.
Perché se lunga e sottile, nonché incredibilmente affilata, avrebbe avuto a doversi riconoscere quella lama, e quella lama così penetrata a fondo nella sua spalla, sì violenta avrebbe avuto parimenti a doversi considerare la scarica adrenalinica per lui propria, in quel momento, in quell’azione, tale per cui, appunto, egli non ebbe immediatamente a rendersi conto dell’accaduto e, soprattutto, non ebbe a rendersi conto della gravità dell’accaduto e di quanto, ormai, la sua vita fosse legata a un filo incredibilmente sottile e terribilmente fragile.

« Chi sei…? E a chi rispondi…?! » inquisì freddamente egli, con il braccio ancora teso in quell’impegno volto a soffocare la propria interlocutrice, e in quell’impegno in conseguenza al quale, ancora, non stava lì prestando dovuta attenzione al colpo a lui inferto e alle possibili, peggiori conseguenze dello stesso.
« La mia lama… ha colpito la tua… arteria ascellare… » sussurrò a stento la donna dalle fattezze di Midda Bontor, e che pur Midda Bontor non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta essere « Appena estrarrò… il pugnale… ti resteranno soltanto… pochi istanti da vivere…. » lo avvertì, in quella che, forse, avrebbe avuto a doversi considerare persino una premura nei suoi riguardi, e una premura paradossalmente stonata, nel non poter in alcun modo ignorare l’evidenza dell’effettiva responsabilità di quella morte, e della propria effettiva responsabilità.

Fu allora che l’attenzione dell’uomo, dell’accusatore, venne riportata a quanto occorso, e a quanto, sino a quel momento, ignorato: non lo aveva veduto, non lo aveva proprio veduto arrivare. Chiunque fosse la sua avversaria era in gamba, era veramente in gamba, molto più rispetto alla maggior parte delle persone, molto più rispetto alla maggior parte dei combattenti. Giacché laddove, pur, egli aveva agito con assoluto controllo di sé e delle proprie emozioni, per portare a compimento quella presa e sancire, in tal modo, la conclusione di quel conflitto ancor prima del suo stesso inizio; ella era stata in grado di non lasciarsi minimamente sorprendere e, anzi, di reagire, e di reagire con controllo persino superiore al proprio, qual quello utile, nel vedersi afferrare alla gola da  un uomo di più del doppio della propria massa, per porre in essere quella controffensiva, e per porla in essere in maniera così puntuale, così mirata, da non riservarsi occasione d’errore.
Storcendo le labbra verso il basso, egli ebbe così a maturare consapevolezza sulla propria attuale posizione e sulla criticità della stessa, in termini di assoluto disappunto a proprio stesso discapito, per essersi lasciato cogliere così di sorpresa nel momento stesso in cui, al contrario, avrebbe voluto essere lui a cogliere di sorpresa la controparte.

« Quei pochi istanti potrebbero essermi comunque utili per porre fine alla tua esistenza. » sancì Pitra, in una minaccia ancora una volta scandita con il massimo della freddezza mentale ed emotiva, quasi l’eventualità della propria imminente morte non avesse minimamente imposto timore sulla sua mente e sul suo cuore, frenandolo nel proprio agire « Così se anche dovessi morire, non morirò solo… »

Ma se quella sua richiesta intimidatoria avrebbe lì avuto a doversi riconoscere, obiettivamente, qual tale, nell’essere sì forte, e pur non forte abbastanza da poter spezzare il collo della propria avversaria con solo un gesto della propria destra, di natura ben diversa avrebbe avuto, parimenti, a doversi considerare la minaccia a lui imposta da quella terribile avversaria, e quell’avversaria che, allora, non si concesse alcuna remora a condurre a termine quanto preannunciato e a estrarre dal suo corpo, dalle sue carni, l’unica diga che, in quel frangente, stava comunque arginando la fuoriuscita del suo sangue dall’arteria infranta, e, con esso, della sua stessa vita dal suo corpo.

mercoledì 22 maggio 2019

2918


E Pitra Zafral fece ciò che doveva.
Non ne fu fiero. Non ne fu contento. In fondo, dietro all’accusatore, egli era e restava sempre un uomo. E in quanto tale non avrebbe potuto rinunciare con quieta indifferenza alla compagnia di una donna come Tora Ghiedel. Ma lo fece. Lo fece giacché qualunque altra scelta, qualunque altra iniziativa, da parte propria, sarebbe equivalsa a rinnegare tutto ciò che egli era stato, tutto ciò attorno al quale egli aveva incentrato la propria vita e, forse, e peggio, sarebbe anche equivalso a fare il giuoco del proprio antagonista, chiunque esso fosse. Ed egli non si sarebbe mai piegato di fronte alle perversioni di alcun nemico, fosse questo esterno ed estraneo, fosse questo interno all’interno dello stesso omni-governo di Loicare, come la quieta ubbidienza della bella Tora sembrava voler, inconsapevolmente, confermare.
Le accuse mosse da Midda Bontor avrebbero avuto a doversi giudicare a dir poco deliranti, con il riferimento a questa antica entità, a questo Progenitore di nome Anmel Mal Toise, infiltratosi all’interno dell’omni-governo e lì intento a cercare di sovvertire la guida stessa dell’intero, smisurato dominio di Loicare, per accentrare a sé ogni potere, ogni forza, per qualche oscuro piano. Ma dietro al delirio proprio di quelle parole, invero, egli non avrebbe potuto ovviare a cogliere un qualche fondo di verità, nel confronto con le evidenze fornitegli, e fornitegli dalle azioni dell’accusatore Torr e del caporal maggiore Ghiedel: un qualche fondo di verità, probabilmente, non riconducibile all’influenza di un’empia divinità oscura, qual la ricercata aveva tentato di presentargli, quanto e piuttosto a qualcosa di decisamente più concreto, di decisamente più razionale, e razionale, semplicemente e spiacevolmente, qual la corruzione stessa propria delle persone, e, in particolare, delle persone di potere.
Innanzi allo sguardo dell’accusatore Zafral, inutile, controproducente, disorientante, e soprattutto ipocrita, sarebbe infatti stato tentare di attribuire a qualche mistica causa esterna le ragioni proprie di quanto lì stava accadendo, giacché non vi sarebbe stato alcun bisogno, alcuna necessità di diavoli tentatori, o di oscure divinità dimenticate dalla Storia, per corrompere l’animo degli uomini e delle donne, umani o chimere che questi fossero, e per trasformarli nelle versioni peggiori di sé, nelle versioni più grette, più abiette di se stessi, offrendo spazio, in tal senso, soltanto alla desolazione, alla distruzione, e alla distruzione di tutto ciò che di buono non soltanto loro stessi potevano aver compiuto in passato, ma anche molti altri prima di loro si erano, parimenti, impegnati a compiere. Se per realizzare qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, sarebbe sempre stato necessario il lavoro di decine, centinaia, forse migliaia di persone di buona volontà, nella comunione di tanti, straordinari, piccoli contributi; per distruggere qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, sarebbe altresì stato sufficiente l’operato di poche persone corrotte, di poche persone che, a volte anche inconsapevolmente, si sarebbero lasciate animare dal proprio egoismo, imponendosi più o meno completa indifferenza, o peggio ancora ignavia, nel confronto di quanto, a causa loro, sarebbe andato perduto. E di questo, Pitra Zafral, non avrebbe voluto mai essere complice.
Perché se un tempo, anch’egli, nella propria semplicità, e nella semplicità di una vita vissuta ai margini di una società per lui ignota, aveva potuto aver agito unicamente per il proprio bene, per il proprio egoismo, dopo il proprio incontro con la legge egli aveva compreso quanto proprio la legge avrebbe avuto a doversi riconoscere qual quella meravigliosa bussola utile a permettere a persone diverse, a menti diverse, di trovare una comune direzione entro la quale muoversi, e una comune direzione entro la quale muoversi per il bene comune. Ma se delle leggi giuste avrebbero contribuito a realizzare qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, lasciando operare tutti gli uomini e le donne, umani e chimere, in comunione gli uni con gli altri; delle leggi ingiuste avrebbero contribuito altresì a distruggere qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, permettendo a quegli egoismi, a quelle bassezze proprie degli animi più gretti, di trovare spazio di espressione. Fortunatamente la legge, quando giusta, avrebbe sempre avuto dei propri sistemi di difesa, delle proprie vie per tutelarsi e per evitare che persone corrotte potessero corrompere la legge stessa: ed egli, in quanto accusatore, avrebbe avuto a dover riconoscere se stesso qual uno di questi baluardi eretti a protezione della legge, tanto innanzi a pericoli esterni ed estranei, tanto e ancor più innanzi a pericoli interni.
Così, egli avrebbe avuto a trovare chiunque avesse a doversi considerare colpevole di quanto compiuto dall’accusatore Torr e dal caporal maggiore Ghiedel, chiunque avesse forzato gli eventi portando quelle due persone, e accanto a loro chissà quante altre, ad agire al di fuori della legge, eludendo la legge. E una volta trovatolo, egli non gli avrebbe concesso alcuna pietà. Come mai, in alcun caso, avrebbe garantito a nessuno. Come neppure a Tora, in quel caso, aveva avuto cuore di poter riconoscere.
Ma se né dall’accusatore Torr, né dal caporal maggiore Ghiedel, egli aveva avuto possibilità di comprendere chi stesse allor orchestrando gli eventi, l’unica altra persona apparentemente informata sui fatti a cui egli avrebbe avuto a potersi appellare sarebbe stata proprio colei che, per prima, aveva tentato di porlo in guardia nel merito di quanto stava accadendo. Ragione per la quale, a meno di quarantotto ore dal loro ultimo incontro, e da quell’incontro al quale egli era stato costretto in prima istanza, fu lo stesso Pitra a richiedere una nuova possibilità di dialogo con Midda Namile Bontor, la ricercata, la latitante, la donna da dieci miliardi di crediti, colei che mai, in alcun caso, avrebbe avuto a doversi riconoscere rispettosa della legge di Loicare, colei che in più di un’occasione si era presa giuoco di lui o, addirittura, lo aveva aggredito, e colei che pur, a margine di tutto ciò, forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’unica persona realmente affidabile al quale appellarsi, per comprendere qualcosa di più di cosa stesse occorrendo…

« Accusatore. » lo salutò ella, chinando appena il capo, nel vederlo sopraggiungere al luogo in cui egli le aveva proposto di incontrarsi, nel giorno e nell’orario stabilito.
« Bontor… » ricambiò egli, osservandola con sguardo serio, scrutandola con assoluta attenzione, a poter cogliere l’evidenza di qualche eventuale pericolo, e pur nulla di più pericoloso ravvisando di lei esattamente così come presentatasi nel suo appartamento la mattina precedente… ossia pur quanto di più pericoloso avrebbe avuto a potersi ritenere, nel ben conoscere l’individuo in questione « Grazie per essere venuta. »
« Devo ammettere che non mi sarei mai attesa questa convocazione da parte sua… » replicò la donna guerriero, dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco « Un gesto un po’ disperato, per un accusatore come lei, invocare l’aiuto di una pregiudicata come me. »
« Non infierisca, Bontor! » reagì egli, storcendo le labbra verso il basso innanzi alla provocazione di quella donna, e di quella donna alla quale avrebbe ben volentieri evitato di appellarsi se soltanto avesse avuto altre possibilità.

Qualcosa, tuttavia, a margine di quel pur breve, brevissimo scambio di parole con quella figura femminile, non avrebbe potuto ovviare a stuzzicare un suo atavico senso del pericolo, suggerendogli l’evidenza di qualcosa di inopportuno, di qualcosa di estraneo, di qualcosa di sbagliato in quel momento, in quella situazione. Ovviamente facile sarebbe stato minimizzare simile sensazione qual semplice paranoia, e paranoia motivata da quanto occorso in quegli ultimi due giorni e in quegli ultimi due giorni nel quale la sua intera realtà sembrava essere stata sovvertita sin nelle proprie stesse radici, portandolo a diffidare di un proprio collega, di una donna meravigliosa con la quale aveva condiviso una notte stupenda e, persino, del proprio stesso omni-governo per ritrovarsi lì, in quel momento, a complottare con una pregiudicata come Midda Bontor. Ma Pitra Zafral avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un uomo troppo saldo nelle proprie posizioni psicologiche per potersi concedere una sì banale reazione di paranoia…
… no! Qualcosa non andava. Qualcosa di stonato era in quel momento innanzi ai suoi occhi, attorno a lui. E se pur la sua mente conscia non si stava concedendo occasione di riconoscerlo, il suo subconscio stava ossessivamente cercando di porlo in guardia.
Ma in guardia da cosa?!

martedì 21 maggio 2019

2917


« … no… non direi. » scosse il capo egli, accennando un lieve sorriso e tendendo una mano verso di lei, a invitarla a raggiungerlo, in un gesto intrinsecamente contraddistinto da un’evidente premura per lei, da una certa, incontestabile dolcezza al suo indirizzo, e una dolcezza che, pur non avendo a dover essere giudicabile qual impropria dopo la notte appena occorsa, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quantomeno inopportuna nel confronto con l’evidenza della loro reciproca posizione, e di quella posizione che, dopotutto, non avrebbe potuto in alcun modo giustificare la parentesi romantica in tal maniera da loro intrapresa.

E se di ciò egli non avrebbe potuto ovviare essere che pienamente consapevole, allo stesso modo anche ella, che stupida non era né avrebbe desiderato apparire, non avrebbe potuto concedersi alcuna possibilità di ignavia, in termini tali per cui, obiettivamente, qualcosa di inopportuno non avrebbe potuto che essere identificato a margine di tutto quello, qualcosa di inopportuno del quale avrebbero fatto sicuramente meglio a parlare, e a parlare quanto prima, e qualcosa di inopportuno nel merito del quale, tuttavia, ella accettò di concedersi un’ultima dilazione, un ultima posticipazione, rispondendo all’invito così da lui rivoltole e muovendosi, con passo felpato sino alla sua posizione, per poter afferrare dolcemente quella grossa mano e lasciarsi guidare, da lui, fino a sedersi sulle sue gambe e fra le sue braccia. Ma se pur, ella, avrebbe potuto soprassedere, ancora per qualche minuto, probabilmente per qualche ora, nel merito di quell’argomento, di quella tematica tutt’altro che trascurabile, giacché avrebbe avuto a dover riguardare il suo stesso avvenire, il suo futuro, e il suo futuro come donna libera e incensurata piuttosto che come detenuta in un qualche carcere lunare, e avrebbe potuto concedersi tale occasione nel non voler, comunque, immediatamente porre fine a quella parentesi e a quella parentesi inattesa e imprevedibile, in compagnia dell’ultimo uomo nel letto del quale avrebbe mai potuto immaginare di ritrovarsi; egli, per la medesima ragione, nel non voler, comunque, immediatamente porre fine a quella parentesi e a quella parentesi inattesa e imprevedibile, non avrebbe altresì potuto ovviare che ad affrontare quel discorso, e a cercare un’occasione di chiarezza, per quanto, agendo in tal direzione, e agendo in tal direzione proprio in quel particolare momento, avrebbe sicuramente peccato di una certa indelicatezza e, soprattutto, avrebbe rischiato di imporre una connotazione spiacevolmente negativa a quelle ultime ore da loro trascorse insieme.
Al di là di ogni considerazione, di ogni recriminazione, tacere, per lui, in quel momento, sarebbe equivalso a tradire se stesso, a tradire il proprio impegno innanzi alla legge. E se mai, in un qualche futuro non meglio identificato, avrebbe potuto esservi, per loro, per quella loro storia, ancora a uno stato squisitamente embrionale, un qualunque proseguo; tale occasione di proseguo non avrebbe avuto a poter essere lì fondata su un tradimento dei propri stessi valori, in misura tale per cui, allora, inevitabilmente, presto o tardi il peso di quella colpa avrebbe finito per logorarlo… e per distruggere qualunque cosa avrebbero mai potuto ipotizzare di costruire insieme.
Così Pitra Zafral, dolcemente abbracciato alla sua ospite, alla sua imprevista compagna di letto nella notte appena conclusa, decise di prendere voce, e di prendere voce a dare corpo alla questione della quale entrambi erano lì pienamente consapevoli, e che, comunque, presto o tardi avrebbe avuto a dover essere affrontata…

« Tora… » scandì il nome di lei, con tono che, qualcuno, avrebbe potuto anche definire dolce, per quanto, una tale dolcezza avrebbe avuto a dover essere riconosciuta così estranea rispetto a lui in misura tale per cui, allora, non avrebbe potuto ovviare a risultare quasi complicata da gestire, e, in ciò, da esprimere.
« Dimmi. » lo invitò ella, levando una mano ad accarezzargli il volto, e, a margine di ciò, forse comunque già intuendo la direzione entro la quale avrebbe avuto a volersi muovere, e una direzione nella quale, quel loro confronto, non avrebbe potuto assumere toni tanto piacevoli, in termini tali per cui, sul di lei viso, non poté mancare ad allungarsi l’ombra di una certa preoccupazione, e di una preoccupazione per quanto, di lì a breve, avrebbe potuto avvenire.
« Devi parlare con me. » la invitò egli, con un lieve sospiro, scuotendo appena il capo nel mentre in cui, le sue forti braccia, si strinsero con delicatezza attorno al suo corpo « Chiunque sia dietro a questa storia, e qualunque sia questa storia, ti assicuro che io ho il potere per venirne a capo, e la forza utile per proteggerti. E per proteggerti da chiunque potrebbe osare minacciarti. » dichiarò, con tono di dolce premura verso di lei, in suo favore « Qualcosa di strano è accaduto ieri. Qualcosa di strano che ha avuto inizio in questo stesso appartamento, con la visita di Midda Namile Bontor, e con le sue accuse nel merito di una qualche infiltrazione eversiva all’interno dell’omni-governo. Qualcosa di strano che è proseguito con un violento confronto fra lei e un’altra donna, un’ofidiana identica alla sua complice Har-Lys’sha, entro i confini propri di questo appartamento. E qualcosa di strano attorno al quale un accusatore dell’omni-governo di Loicare e una donna straordinaria qual tu sei, stanno continuando a mentire, sostenendo una verità diversa dalla verità, sostenendo una posizione estranea alla verità, e, soprattutto, agendo oltre i limiti propri della legge. »
« … Pitra… » scosse il capo ella, storcendo appena le labbra verso il basso, a dimostrare quanto, dal canto proprio, non desiderasse rovinare quel momento, quella loro dolce occasione di confronto, parlando di tutto ciò, e parlandone proprio allora.
« Parlami, Tora… te ne prego. » insistette l’uomo, dimostrandosi sincero in quel proprio invito, in quella propria insistenza, e in quell’insistenza allora non motivata dalla volontà di sopraffarla, quanto e piuttosto di aiutarla, e di aiutarla a uscire da qualunque strano complotto l’avesse coinvolta « Il tuo silenzio non porterà a nulla di buono per te. Che io possa volerlo o meno, quest’oggi dovrò rispettare la legge… e nel rispetto della legge, per la tua menzogna, per la tua falsa testimonianza, dovrò condannarti. »

Un lungo momento di silenzio contraddistinse, allora, quel loro confronto. Un lungo momento di silenzio nel quale lo sguardo dell’una si immerse in quello dell’altro, ricercando, attraverso quella finestra sul suo animo, sul suo cuore, una qualche risposta, una qualche soluzione a quello che, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual uno sgradevole stallo, un’irrisolvibile stallo. Perché se tacendo ella sarebbe stata riconosciuta colpevole, anche parlando avrebbe egualmente infranto delle regole, delle leggi, in termini tali per cui, in ogni direzione entro la quale avrebbe potuto decidere di muoversi, egualmente spiacevole sarebbe stata la conclusione che l’avrebbe attesa al termine di tutto.
E lì, in quel momento, nel confronto con quello sguardo, ella avrebbe avuto a dover porre sui due metaforici piatti della bilancia il proprio lavoro, la propria carriera, quella che da sempre era stata la propria vita, e i confusi sentimenti per un uomo appena conosciuto, un uomo che sicuramente la stava affascinando, la stava turbando, ma il quale, parimenti, non stava riuscendo ad anteporre lei, e il suo bene, al proprio lavoro, alla propria carriera, a tutto ciò che da sempre era stata la sua vita. In ciò, pertanto, la soluzione allo stallo avrebbe avuto a doversi riconoscere tanto ovvia quanto obbligata, benché, francamente, ella avrebbe di gran lunga preferito avere occasione di fare ritorno alla sera prima, e a quella sera nella quale, per un fuggevole momento, entrambi erano parsi essere soltanto un uomo e una donna… e nulla più.
Così ella si allungò verso il suo viso con il proprio, spinse le proprie labbra verso le sue, e in lui ricercò, ancora una volta, un bacio, un lungo e dolce bacio con il quale, probabilmente, ringraziarlo, e ringraziarlo per quelle piacevoli ore che avevano condiviso insieme. Ore che mai avrebbe rinnegato, per quanto, probabilmente, mai avrebbero ripetuto.

« Fai ciò che devi. » sussurrò, separandosi da lui, e accennando, in ciò, a rialzarsi in piedi, per porre una giusta distanza fra sé e il proprio giudice.