11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

venerdì 24 maggio 2019

2920


A posteriori, forse, qualcuno avrebbe potuto definire brutale la reazione dell’uomo nel confronto con l’evidenza della propria condanna a morte. Ma, per quando non delicato fu il suo agire, ingiusto sarebbe allor stato definirlo effettivamente brutale… non, quantomeno, laddove egli, in fondo, non avrebbe potuto ovviare a un umano desiderio di rivalsa nei confronti di colei che pur, in tutto ciò, stava offrendosi qual propria potenziale assassina. Fu così che, con tutta l’energia che avrebbe potuto vantare di possedere in corpo, egli mosse il proprio braccio, e il proprio intero corpo, a cercare uno slancio rotatorio prima di schiantare a terra, e di schiantare brutalmente a terra, il corpo della propria avversaria, con un sordo suono che nulla di positivo avrebbe potuto lasciar intendere per l’integrità delle sue ossa e, in ciò, per il di lei immediato futuro.
A margine di tal gesto, e di tal gesto che pur brutale avrebbe potuto essere definito, e che null’altro, in lui, venne giustificato se non dalla volontà di arrestarla, di fermarla e impedirle, allora, nuove occasioni di nuocergli, o, parimenti, di scappargli, tuttavia, nessuna furia, nessuna rabbia, neppure la più effimera imprecazione, contraddistinsero quell’uomo, e quell’uomo che, allora, pur condannato a morte, e a una rapida morte per dissanguamento, non ebbe allora a riservarsi alcuna occasione di agitazione, alcuna reazione emotiva, nella quieta consapevolezza di quanto, in quel frangente, non gli sarebbe stata perdonata, non avendo tempo da poter perdere dietro alla propria emotività, nella necessità, piuttosto, di correre ai ripari. Ripari che, in assenza di una soluzione migliore, si videro da lui posti in essere nell’estrarre, allora, una pistola laser, sino a quel momento rimasta quietamente riposta dietro la sua schiena, al solo scopo di indirizzarne, allora, l’estremità anteriore, la bocca da fuoco, direttamente contro la ferita sanguinante, e quella ferita da cui troppo copiosamente il sangue stava allor abbandonando il suo corpo, per lì, senza battere ciglio, avere a sparare un colpo.

« Mmm… » mugolò, stringendo i denti e scoprendoli al di sotto delle proprie labbra, in una reazione di dolore, la prima, a confronto con quanto allora inflittosi autonomamente, e quanto allora inflittosi non in maniera insensata, quanto e piuttosto con assoluta cognizione di causa, e quell’assoluta cognizione di causa che, allora, avrebbe potuto discriminare, per lui, la sopravvivenza dalla morte certa, per così come altresì promessagli.

Non folle, il suo atto, quanto e piuttosto quietamente ponderato, avrebbe avuto a doversi riconoscere, con il plauso destinabile a un uomo che, pur innanzi alla certezza della propria morte, e della propria morte per un attacco chirurgico a proprio discapito, aveva lì dimostrato, ancora una volta, una freddezza e un controllo che pochi, in sua vece, avrebbero potuto vantare. Un atto ponderato, il suo, che a margine del dolore straziante del fascio laser che ebbe ad attraversare la sua spalla, da parte a parte, vide quello stesso fascio laser ripercorrere e suturare istantaneamente il solco precedentemente tracciato da quel sottile stiletto, bruciando violentemente le sue carni, e, ciò non di meno, arginando, al contempo, anche la fuoriuscita di sangue dall’arteria lesa, nella consueta cauterizzazione propria delle armi laser che, tuttavia, nel suo caso, avrebbe avuto a poter vantare il sapore di un provvidenziale primo soccorso.
Ovviamente, per quanto estemporaneamente contrastato il problema del dissanguamento, l’imposizione a proprio stesso contrasto di un colpo di arma laser non avrebbe avuto a doversi fraintendere propriamente privo di conseguenze, giacché, da quel nuovo foro aperto nelle proprie stesse carni, e nelle proprie stesse carni in un punto simile, spiacevolmente rapida sarebbe stata l’ineluttabile necrosi che avrebbe potuto per lui derivare, e quella necrosi che, a seguito di un qualunque colpo di arma laser, avrebbe potuto definire in maniera estremamente spiacevole la fine del malcapitato, non fosse stato sottoposto, quanto prima, a cure adeguate. Tutt’altro che salvo, ergo, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere, avendo piuttosto, e in effetti, soltanto procrastinato di qualche ora la propria fine. Qualche ora che pur, speranzosamente, gli sarebbe stata allor utile per ritornare sui propri passi, ricongiungersi alle proprie guardie la sorveglianza delle quali aveva eluso per incontrarsi con la donna guerriero, e, da essi, venire condotto al più vicino ospedale, dove poter ricevere le cure necessarie.
Prima, tuttavia, di allontanarsi, quasi necessario fu, da parte sua, rivolgere un ultimo sguardo alla donna lì stesa a terra, a quella donna alla quale, speranzosamente, avrebbe dovuto aver inferto un colpo sì violento non soltanto da romperle qualche osso, quanto e ancor più da privarla di coscienza e, con essa, di ogni nuova possibilità di fuga…
… purtroppo per lui, però, così non era stato. E allorché posare lo sguardo su un corpo inerme, quanto ebbe lì a adocchiare fu lo sguardo sornione di una donna che, in maniera quasi divertita, si era riservata opportunità di contemplare l’improvvisato spettacolo da lui così allestito, e lo spettacolo proprio di un uomo che, a una morte, aveva deciso di sostituirne un’altra, a conquistare, con essa, qualche speranzosa ora in più di vita.

« Devo ammettere che lei è in gamba, accusatore… » sorrise ella, scuotendo appena il capo « Francamente non avrei mai pensato di spararmi per fermare un’emorragia, ma, a conti fatti, l’evidenza della sua ostinata esistenza in vita sembra proprio volerle dare ragione! »

Con un gesto rapido, nel riconoscerla ancora cosciente, egli ebbe lì a rivoltare l’arma già impiegata a proprio stesso discapito, o a propria stessa salvezza, a seconda della possibile chiave di lettura degli eventi, verso di lei, pronto, se necessario, a fare nuovamente fuoco, nel non volerle concedere, allora, occasione utile a infliggergli qualche nuovo attacco, qualche nuova offensiva.
Ma la donna, per tutta reazione, sorrise levando i palmi delle mani verso di lui e mostrandoli allor vuoti, a definire, in tal senso, la propria più completa inoffensività…

« Calmo, Zafral… stia calmo. » lo invitò ella, scuotendo appena il capo « Non credo che lei desideri veramente infrangere la legge alla quale tanto sembra affezionato, freddando in maniera così plateale una donna inerme, sdraiata ai suoi piedi. » evidenziò, ammiccando appena nello strizzare l’occhio sinistro verso di lui, con fare complice « Questo la renderebbe un assassino, non migliore rispetto a quelli che, in genere, giudica e condanna. »
« Chi sei…? A chi rispondi…?! » insistette egli, riproponendole la domanda precedente e, allora, evidenziando tutta la propria determinazione nell’ottenere quella risposta aprendo il fuoco verso di lei e andando a marcare un foro fumante a meno di un pollice dal suo volto, alla destra del suo capo.
« Il mio nome è Midda Namile Bontor… e rispondo soltanto a me stessa. » dichiarò sorniona l’altra, non cedendo nel proprio ruolo e in quel ruolo per così come da lei allor interpretato, per quanto, ai di lui occhi, ormai evidente avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto quella donna dovesse essere la stessa che, la mattina precedente, aveva fatto irruzione nel suo appartamento, dietro le mentite spoglie dell’ofidiana Har-Lys’sha… la stessa la colpa della quale, a seguito, aveva voluto assumersi Tora, in tal direzione sicuramente sospinta soltanto da un ordine superiore, e un ordine al quale ella non avrebbe potuto sottrarsi.
« Conosco Midda Bontor… e se il tuo braccio fosse veramente la protesi che le hanno impiantato sulla terza luna di Kritone, non avresti avuto alcuna difficoltà a liberarti dalla mia presa, anche senza dover ricorrere a lame di sorta. » argomentò egli, scuotendo il capo e adducendo alla dimostrazione della propria tesi quell’ulteriore, e tutt’altro che banale, dettaglio « Chi sei…?! »
« Sono chiunque tu voglia che io sia… » ridacchiò ella, semplicemente divertita da quella situazione « Sono l’infermiera che, questa notte, inietterà una piccola bolla d’aria nelle tue vene. Sono la prostituta che, domani notte, giacerà con te, avvelenandoti nel sonno. Sono una delle tue guardie che, quando meno te lo aspetterai, estrarrà la propria arma e ti aprirà un foro in quella tua piccola testa sproporzionata rispetto al resto del corpo. » proclamò, con l’entusiasmo proprio di chi, in quel momento, poteva star raccontando una barzelletta « Quindi… è molto meglio se ti uccidi ora. Perché, se non lo farai tu, da solo, presto o tardi troverò io il modo di farlo! »

giovedì 23 maggio 2019

2919


« Quindi…? » tentò di attirare la sua attenzione la donna guerriero, inarcando appena un sopracciglio nell’osservarlo « Perché tanto impegno e tanta segretezza per chiedermi di venire qui, accusatore?… Sentiva soltanto la mia mancanza, oppure c’è qualcosa di particolare di cui desidera parlarmi…?! »

Di cose in particolare di cui egli avrebbe desiderato discutere in quel momento con Midda Namile Bontor, in effetti, ve ne sarebbero state molte. Ciò non di meno, quell’insistente sensazione di prurito dietro alla propria nuca non gli stava concedendo tregua, nell’insistere a sostenere l’esistenza di un qualche problema, e di un qualche grosso problema in assenza della risoluzione del quale, probabilmente, egli avrebbe fatto meglio a tacere, e a tacere per ovviare non tanto a compromettersi e a compromettersi nella complicità allor ricercata con una pluriomicida latitante, quanto e piuttosto a rischiare la propria stessa vita.
Che cosa stava succedendo? Innanzi a quale minaccia il suo subconscio cercava di porlo in guardia…?!

« Bontor… ho sempre trovato straordinariamente irritante la sua capacità a trovare le parole giuste da dire nel momento sbagliato. » commentò egli, forse e persino già pentito di aver cercato quell’incontro e quell’incontro con quella donna e con quella donna che, negli ultimi anni, era stata per lui soltanto una fonte continua di mal di testa e preoccupazioni professionali.

“… la sua capacità…” ripeté egli, entro i confini della propria mente

“… la sua…”

Fu questione di un istante e, senza apparente preavviso, la destra dell’uomo si mosse con velocità straordinaria a chiudersi attorno alla gola della donna, lì afferrandola in una morsa d’acciaio e sollevandola di violenza da terra, quasi fosse suo desiderio, in quel momento, avere a impiccarla a mani nude.
Un gesto brutale, quello di cui l’accusatore si rese protagonista, e che, tuttavia, non fu accompagnato da una qualche esplosione di rabbia o altro, quanto e piuttosto, semplicemente, da un gelido controllo delle proprie azioni e delle proprie emozioni, una quieta consapevolezza di quanto avrebbe potuto compiere e di quanto, allora, avrebbe dovuto compiere, ad anticipare qualunque possibilità di reazione da parte della donna… e di quella donna che, a prescindere da chi realmente avesse a essere, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una minaccia estremamente pericolosa, fosse anche e soltanto nel suo semplice essersi lì presentata, innanzi a lui, in luogo alla vera Midda Namile Bontor. Perché chiunque ella fosse, quella donna non avrebbe avuto a dover essere confusa con la latitante a cui egli aveva dato appuntamento in quel luogo, per quel giorno e a quell’ora. Non, quantomeno, nell’esprimersi, in quel dialogo con lui, a lui rivolgendosi con l’uso della terza persona singolare, in una forma di rispetto che mai ella gli aveva tributato, sin dal loro primo incontro, quasi rivolgersi a qualcuno con un minimo di cortesia avesse a doversi considerare estraneo a ogni propria possibilità d’intendimento.
Era quella la nota stonata. Era quello il particolare fuori luogo da cui la sua mente stava cercando di porlo in guardia. E, per propria fortuna, egli era stato sufficientemente attento da coglierlo e da comprenderlo prima che potesse essere troppo tardi…

… o forse no.
No, nel momento in cui, praticamente in contemporanea alla sua morsa, e a quella morsa imposta attorno al collo della controparte, egli non ebbe a cogliere una pungente sensazione di freddo in corrispondenza alla propria spalla destra, e a quella spalla destra nella quale, solo con un tragico istante di ritardo, ebbe a cogliere la presenza di un sottile stiletto profondamente e precisamente conficcato all’altezza della propria arteria ascellare, con una maestria, con una precisione, degna del miglior chirurgo, o, forse, del miglior sicario. Una maestria, una precisione, plauso per le quali avrebbe allora avuto a doversi rivolgere proprio a colei che, in quel momento, aveva creduto di aver tratto in trappola e che, al contrario, in quel semplice gesto, lo aveva potenzialmente condannato a morte, per quanto a sua insaputa.
Perché se lunga e sottile, nonché incredibilmente affilata, avrebbe avuto a doversi riconoscere quella lama, e quella lama così penetrata a fondo nella sua spalla, sì violenta avrebbe avuto parimenti a doversi considerare la scarica adrenalinica per lui propria, in quel momento, in quell’azione, tale per cui, appunto, egli non ebbe immediatamente a rendersi conto dell’accaduto e, soprattutto, non ebbe a rendersi conto della gravità dell’accaduto e di quanto, ormai, la sua vita fosse legata a un filo incredibilmente sottile e terribilmente fragile.

« Chi sei…? E a chi rispondi…?! » inquisì freddamente egli, con il braccio ancora teso in quell’impegno volto a soffocare la propria interlocutrice, e in quell’impegno in conseguenza al quale, ancora, non stava lì prestando dovuta attenzione al colpo a lui inferto e alle possibili, peggiori conseguenze dello stesso.
« La mia lama… ha colpito la tua… arteria ascellare… » sussurrò a stento la donna dalle fattezze di Midda Bontor, e che pur Midda Bontor non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta essere « Appena estrarrò… il pugnale… ti resteranno soltanto… pochi istanti da vivere…. » lo avvertì, in quella che, forse, avrebbe avuto a doversi considerare persino una premura nei suoi riguardi, e una premura paradossalmente stonata, nel non poter in alcun modo ignorare l’evidenza dell’effettiva responsabilità di quella morte, e della propria effettiva responsabilità.

Fu allora che l’attenzione dell’uomo, dell’accusatore, venne riportata a quanto occorso, e a quanto, sino a quel momento, ignorato: non lo aveva veduto, non lo aveva proprio veduto arrivare. Chiunque fosse la sua avversaria era in gamba, era veramente in gamba, molto più rispetto alla maggior parte delle persone, molto più rispetto alla maggior parte dei combattenti. Giacché laddove, pur, egli aveva agito con assoluto controllo di sé e delle proprie emozioni, per portare a compimento quella presa e sancire, in tal modo, la conclusione di quel conflitto ancor prima del suo stesso inizio; ella era stata in grado di non lasciarsi minimamente sorprendere e, anzi, di reagire, e di reagire con controllo persino superiore al proprio, qual quello utile, nel vedersi afferrare alla gola da  un uomo di più del doppio della propria massa, per porre in essere quella controffensiva, e per porla in essere in maniera così puntuale, così mirata, da non riservarsi occasione d’errore.
Storcendo le labbra verso il basso, egli ebbe così a maturare consapevolezza sulla propria attuale posizione e sulla criticità della stessa, in termini di assoluto disappunto a proprio stesso discapito, per essersi lasciato cogliere così di sorpresa nel momento stesso in cui, al contrario, avrebbe voluto essere lui a cogliere di sorpresa la controparte.

« Quei pochi istanti potrebbero essermi comunque utili per porre fine alla tua esistenza. » sancì Pitra, in una minaccia ancora una volta scandita con il massimo della freddezza mentale ed emotiva, quasi l’eventualità della propria imminente morte non avesse minimamente imposto timore sulla sua mente e sul suo cuore, frenandolo nel proprio agire « Così se anche dovessi morire, non morirò solo… »

Ma se quella sua richiesta intimidatoria avrebbe lì avuto a doversi riconoscere, obiettivamente, qual tale, nell’essere sì forte, e pur non forte abbastanza da poter spezzare il collo della propria avversaria con solo un gesto della propria destra, di natura ben diversa avrebbe avuto, parimenti, a doversi considerare la minaccia a lui imposta da quella terribile avversaria, e quell’avversaria che, allora, non si concesse alcuna remora a condurre a termine quanto preannunciato e a estrarre dal suo corpo, dalle sue carni, l’unica diga che, in quel frangente, stava comunque arginando la fuoriuscita del suo sangue dall’arteria infranta, e, con esso, della sua stessa vita dal suo corpo.

mercoledì 22 maggio 2019

2918


E Pitra Zafral fece ciò che doveva.
Non ne fu fiero. Non ne fu contento. In fondo, dietro all’accusatore, egli era e restava sempre un uomo. E in quanto tale non avrebbe potuto rinunciare con quieta indifferenza alla compagnia di una donna come Tora Ghiedel. Ma lo fece. Lo fece giacché qualunque altra scelta, qualunque altra iniziativa, da parte propria, sarebbe equivalsa a rinnegare tutto ciò che egli era stato, tutto ciò attorno al quale egli aveva incentrato la propria vita e, forse, e peggio, sarebbe anche equivalso a fare il giuoco del proprio antagonista, chiunque esso fosse. Ed egli non si sarebbe mai piegato di fronte alle perversioni di alcun nemico, fosse questo esterno ed estraneo, fosse questo interno all’interno dello stesso omni-governo di Loicare, come la quieta ubbidienza della bella Tora sembrava voler, inconsapevolmente, confermare.
Le accuse mosse da Midda Bontor avrebbero avuto a doversi giudicare a dir poco deliranti, con il riferimento a questa antica entità, a questo Progenitore di nome Anmel Mal Toise, infiltratosi all’interno dell’omni-governo e lì intento a cercare di sovvertire la guida stessa dell’intero, smisurato dominio di Loicare, per accentrare a sé ogni potere, ogni forza, per qualche oscuro piano. Ma dietro al delirio proprio di quelle parole, invero, egli non avrebbe potuto ovviare a cogliere un qualche fondo di verità, nel confronto con le evidenze fornitegli, e fornitegli dalle azioni dell’accusatore Torr e del caporal maggiore Ghiedel: un qualche fondo di verità, probabilmente, non riconducibile all’influenza di un’empia divinità oscura, qual la ricercata aveva tentato di presentargli, quanto e piuttosto a qualcosa di decisamente più concreto, di decisamente più razionale, e razionale, semplicemente e spiacevolmente, qual la corruzione stessa propria delle persone, e, in particolare, delle persone di potere.
Innanzi allo sguardo dell’accusatore Zafral, inutile, controproducente, disorientante, e soprattutto ipocrita, sarebbe infatti stato tentare di attribuire a qualche mistica causa esterna le ragioni proprie di quanto lì stava accadendo, giacché non vi sarebbe stato alcun bisogno, alcuna necessità di diavoli tentatori, o di oscure divinità dimenticate dalla Storia, per corrompere l’animo degli uomini e delle donne, umani o chimere che questi fossero, e per trasformarli nelle versioni peggiori di sé, nelle versioni più grette, più abiette di se stessi, offrendo spazio, in tal senso, soltanto alla desolazione, alla distruzione, e alla distruzione di tutto ciò che di buono non soltanto loro stessi potevano aver compiuto in passato, ma anche molti altri prima di loro si erano, parimenti, impegnati a compiere. Se per realizzare qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, sarebbe sempre stato necessario il lavoro di decine, centinaia, forse migliaia di persone di buona volontà, nella comunione di tanti, straordinari, piccoli contributi; per distruggere qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, sarebbe altresì stato sufficiente l’operato di poche persone corrotte, di poche persone che, a volte anche inconsapevolmente, si sarebbero lasciate animare dal proprio egoismo, imponendosi più o meno completa indifferenza, o peggio ancora ignavia, nel confronto di quanto, a causa loro, sarebbe andato perduto. E di questo, Pitra Zafral, non avrebbe voluto mai essere complice.
Perché se un tempo, anch’egli, nella propria semplicità, e nella semplicità di una vita vissuta ai margini di una società per lui ignota, aveva potuto aver agito unicamente per il proprio bene, per il proprio egoismo, dopo il proprio incontro con la legge egli aveva compreso quanto proprio la legge avrebbe avuto a doversi riconoscere qual quella meravigliosa bussola utile a permettere a persone diverse, a menti diverse, di trovare una comune direzione entro la quale muoversi, e una comune direzione entro la quale muoversi per il bene comune. Ma se delle leggi giuste avrebbero contribuito a realizzare qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, lasciando operare tutti gli uomini e le donne, umani e chimere, in comunione gli uni con gli altri; delle leggi ingiuste avrebbero contribuito altresì a distruggere qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, permettendo a quegli egoismi, a quelle bassezze proprie degli animi più gretti, di trovare spazio di espressione. Fortunatamente la legge, quando giusta, avrebbe sempre avuto dei propri sistemi di difesa, delle proprie vie per tutelarsi e per evitare che persone corrotte potessero corrompere la legge stessa: ed egli, in quanto accusatore, avrebbe avuto a dover riconoscere se stesso qual uno di questi baluardi eretti a protezione della legge, tanto innanzi a pericoli esterni ed estranei, tanto e ancor più innanzi a pericoli interni.
Così, egli avrebbe avuto a trovare chiunque avesse a doversi considerare colpevole di quanto compiuto dall’accusatore Torr e dal caporal maggiore Ghiedel, chiunque avesse forzato gli eventi portando quelle due persone, e accanto a loro chissà quante altre, ad agire al di fuori della legge, eludendo la legge. E una volta trovatolo, egli non gli avrebbe concesso alcuna pietà. Come mai, in alcun caso, avrebbe garantito a nessuno. Come neppure a Tora, in quel caso, aveva avuto cuore di poter riconoscere.
Ma se né dall’accusatore Torr, né dal caporal maggiore Ghiedel, egli aveva avuto possibilità di comprendere chi stesse allor orchestrando gli eventi, l’unica altra persona apparentemente informata sui fatti a cui egli avrebbe avuto a potersi appellare sarebbe stata proprio colei che, per prima, aveva tentato di porlo in guardia nel merito di quanto stava accadendo. Ragione per la quale, a meno di quarantotto ore dal loro ultimo incontro, e da quell’incontro al quale egli era stato costretto in prima istanza, fu lo stesso Pitra a richiedere una nuova possibilità di dialogo con Midda Namile Bontor, la ricercata, la latitante, la donna da dieci miliardi di crediti, colei che mai, in alcun caso, avrebbe avuto a doversi riconoscere rispettosa della legge di Loicare, colei che in più di un’occasione si era presa giuoco di lui o, addirittura, lo aveva aggredito, e colei che pur, a margine di tutto ciò, forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’unica persona realmente affidabile al quale appellarsi, per comprendere qualcosa di più di cosa stesse occorrendo…

« Accusatore. » lo salutò ella, chinando appena il capo, nel vederlo sopraggiungere al luogo in cui egli le aveva proposto di incontrarsi, nel giorno e nell’orario stabilito.
« Bontor… » ricambiò egli, osservandola con sguardo serio, scrutandola con assoluta attenzione, a poter cogliere l’evidenza di qualche eventuale pericolo, e pur nulla di più pericoloso ravvisando di lei esattamente così come presentatasi nel suo appartamento la mattina precedente… ossia pur quanto di più pericoloso avrebbe avuto a potersi ritenere, nel ben conoscere l’individuo in questione « Grazie per essere venuta. »
« Devo ammettere che non mi sarei mai attesa questa convocazione da parte sua… » replicò la donna guerriero, dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco « Un gesto un po’ disperato, per un accusatore come lei, invocare l’aiuto di una pregiudicata come me. »
« Non infierisca, Bontor! » reagì egli, storcendo le labbra verso il basso innanzi alla provocazione di quella donna, e di quella donna alla quale avrebbe ben volentieri evitato di appellarsi se soltanto avesse avuto altre possibilità.

Qualcosa, tuttavia, a margine di quel pur breve, brevissimo scambio di parole con quella figura femminile, non avrebbe potuto ovviare a stuzzicare un suo atavico senso del pericolo, suggerendogli l’evidenza di qualcosa di inopportuno, di qualcosa di estraneo, di qualcosa di sbagliato in quel momento, in quella situazione. Ovviamente facile sarebbe stato minimizzare simile sensazione qual semplice paranoia, e paranoia motivata da quanto occorso in quegli ultimi due giorni e in quegli ultimi due giorni nel quale la sua intera realtà sembrava essere stata sovvertita sin nelle proprie stesse radici, portandolo a diffidare di un proprio collega, di una donna meravigliosa con la quale aveva condiviso una notte stupenda e, persino, del proprio stesso omni-governo per ritrovarsi lì, in quel momento, a complottare con una pregiudicata come Midda Bontor. Ma Pitra Zafral avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un uomo troppo saldo nelle proprie posizioni psicologiche per potersi concedere una sì banale reazione di paranoia…
… no! Qualcosa non andava. Qualcosa di stonato era in quel momento innanzi ai suoi occhi, attorno a lui. E se pur la sua mente conscia non si stava concedendo occasione di riconoscerlo, il suo subconscio stava ossessivamente cercando di porlo in guardia.
Ma in guardia da cosa?!

martedì 21 maggio 2019

2917


« … no… non direi. » scosse il capo egli, accennando un lieve sorriso e tendendo una mano verso di lei, a invitarla a raggiungerlo, in un gesto intrinsecamente contraddistinto da un’evidente premura per lei, da una certa, incontestabile dolcezza al suo indirizzo, e una dolcezza che, pur non avendo a dover essere giudicabile qual impropria dopo la notte appena occorsa, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quantomeno inopportuna nel confronto con l’evidenza della loro reciproca posizione, e di quella posizione che, dopotutto, non avrebbe potuto in alcun modo giustificare la parentesi romantica in tal maniera da loro intrapresa.

E se di ciò egli non avrebbe potuto ovviare essere che pienamente consapevole, allo stesso modo anche ella, che stupida non era né avrebbe desiderato apparire, non avrebbe potuto concedersi alcuna possibilità di ignavia, in termini tali per cui, obiettivamente, qualcosa di inopportuno non avrebbe potuto che essere identificato a margine di tutto quello, qualcosa di inopportuno del quale avrebbero fatto sicuramente meglio a parlare, e a parlare quanto prima, e qualcosa di inopportuno nel merito del quale, tuttavia, ella accettò di concedersi un’ultima dilazione, un ultima posticipazione, rispondendo all’invito così da lui rivoltole e muovendosi, con passo felpato sino alla sua posizione, per poter afferrare dolcemente quella grossa mano e lasciarsi guidare, da lui, fino a sedersi sulle sue gambe e fra le sue braccia. Ma se pur, ella, avrebbe potuto soprassedere, ancora per qualche minuto, probabilmente per qualche ora, nel merito di quell’argomento, di quella tematica tutt’altro che trascurabile, giacché avrebbe avuto a dover riguardare il suo stesso avvenire, il suo futuro, e il suo futuro come donna libera e incensurata piuttosto che come detenuta in un qualche carcere lunare, e avrebbe potuto concedersi tale occasione nel non voler, comunque, immediatamente porre fine a quella parentesi e a quella parentesi inattesa e imprevedibile, in compagnia dell’ultimo uomo nel letto del quale avrebbe mai potuto immaginare di ritrovarsi; egli, per la medesima ragione, nel non voler, comunque, immediatamente porre fine a quella parentesi e a quella parentesi inattesa e imprevedibile, non avrebbe altresì potuto ovviare che ad affrontare quel discorso, e a cercare un’occasione di chiarezza, per quanto, agendo in tal direzione, e agendo in tal direzione proprio in quel particolare momento, avrebbe sicuramente peccato di una certa indelicatezza e, soprattutto, avrebbe rischiato di imporre una connotazione spiacevolmente negativa a quelle ultime ore da loro trascorse insieme.
Al di là di ogni considerazione, di ogni recriminazione, tacere, per lui, in quel momento, sarebbe equivalso a tradire se stesso, a tradire il proprio impegno innanzi alla legge. E se mai, in un qualche futuro non meglio identificato, avrebbe potuto esservi, per loro, per quella loro storia, ancora a uno stato squisitamente embrionale, un qualunque proseguo; tale occasione di proseguo non avrebbe avuto a poter essere lì fondata su un tradimento dei propri stessi valori, in misura tale per cui, allora, inevitabilmente, presto o tardi il peso di quella colpa avrebbe finito per logorarlo… e per distruggere qualunque cosa avrebbero mai potuto ipotizzare di costruire insieme.
Così Pitra Zafral, dolcemente abbracciato alla sua ospite, alla sua imprevista compagna di letto nella notte appena conclusa, decise di prendere voce, e di prendere voce a dare corpo alla questione della quale entrambi erano lì pienamente consapevoli, e che, comunque, presto o tardi avrebbe avuto a dover essere affrontata…

« Tora… » scandì il nome di lei, con tono che, qualcuno, avrebbe potuto anche definire dolce, per quanto, una tale dolcezza avrebbe avuto a dover essere riconosciuta così estranea rispetto a lui in misura tale per cui, allora, non avrebbe potuto ovviare a risultare quasi complicata da gestire, e, in ciò, da esprimere.
« Dimmi. » lo invitò ella, levando una mano ad accarezzargli il volto, e, a margine di ciò, forse comunque già intuendo la direzione entro la quale avrebbe avuto a volersi muovere, e una direzione nella quale, quel loro confronto, non avrebbe potuto assumere toni tanto piacevoli, in termini tali per cui, sul di lei viso, non poté mancare ad allungarsi l’ombra di una certa preoccupazione, e di una preoccupazione per quanto, di lì a breve, avrebbe potuto avvenire.
« Devi parlare con me. » la invitò egli, con un lieve sospiro, scuotendo appena il capo nel mentre in cui, le sue forti braccia, si strinsero con delicatezza attorno al suo corpo « Chiunque sia dietro a questa storia, e qualunque sia questa storia, ti assicuro che io ho il potere per venirne a capo, e la forza utile per proteggerti. E per proteggerti da chiunque potrebbe osare minacciarti. » dichiarò, con tono di dolce premura verso di lei, in suo favore « Qualcosa di strano è accaduto ieri. Qualcosa di strano che ha avuto inizio in questo stesso appartamento, con la visita di Midda Namile Bontor, e con le sue accuse nel merito di una qualche infiltrazione eversiva all’interno dell’omni-governo. Qualcosa di strano che è proseguito con un violento confronto fra lei e un’altra donna, un’ofidiana identica alla sua complice Har-Lys’sha, entro i confini propri di questo appartamento. E qualcosa di strano attorno al quale un accusatore dell’omni-governo di Loicare e una donna straordinaria qual tu sei, stanno continuando a mentire, sostenendo una verità diversa dalla verità, sostenendo una posizione estranea alla verità, e, soprattutto, agendo oltre i limiti propri della legge. »
« … Pitra… » scosse il capo ella, storcendo appena le labbra verso il basso, a dimostrare quanto, dal canto proprio, non desiderasse rovinare quel momento, quella loro dolce occasione di confronto, parlando di tutto ciò, e parlandone proprio allora.
« Parlami, Tora… te ne prego. » insistette l’uomo, dimostrandosi sincero in quel proprio invito, in quella propria insistenza, e in quell’insistenza allora non motivata dalla volontà di sopraffarla, quanto e piuttosto di aiutarla, e di aiutarla a uscire da qualunque strano complotto l’avesse coinvolta « Il tuo silenzio non porterà a nulla di buono per te. Che io possa volerlo o meno, quest’oggi dovrò rispettare la legge… e nel rispetto della legge, per la tua menzogna, per la tua falsa testimonianza, dovrò condannarti. »

Un lungo momento di silenzio contraddistinse, allora, quel loro confronto. Un lungo momento di silenzio nel quale lo sguardo dell’una si immerse in quello dell’altro, ricercando, attraverso quella finestra sul suo animo, sul suo cuore, una qualche risposta, una qualche soluzione a quello che, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual uno sgradevole stallo, un’irrisolvibile stallo. Perché se tacendo ella sarebbe stata riconosciuta colpevole, anche parlando avrebbe egualmente infranto delle regole, delle leggi, in termini tali per cui, in ogni direzione entro la quale avrebbe potuto decidere di muoversi, egualmente spiacevole sarebbe stata la conclusione che l’avrebbe attesa al termine di tutto.
E lì, in quel momento, nel confronto con quello sguardo, ella avrebbe avuto a dover porre sui due metaforici piatti della bilancia il proprio lavoro, la propria carriera, quella che da sempre era stata la propria vita, e i confusi sentimenti per un uomo appena conosciuto, un uomo che sicuramente la stava affascinando, la stava turbando, ma il quale, parimenti, non stava riuscendo ad anteporre lei, e il suo bene, al proprio lavoro, alla propria carriera, a tutto ciò che da sempre era stata la sua vita. In ciò, pertanto, la soluzione allo stallo avrebbe avuto a doversi riconoscere tanto ovvia quanto obbligata, benché, francamente, ella avrebbe di gran lunga preferito avere occasione di fare ritorno alla sera prima, e a quella sera nella quale, per un fuggevole momento, entrambi erano parsi essere soltanto un uomo e una donna… e nulla più.
Così ella si allungò verso il suo viso con il proprio, spinse le proprie labbra verso le sue, e in lui ricercò, ancora una volta, un bacio, un lungo e dolce bacio con il quale, probabilmente, ringraziarlo, e ringraziarlo per quelle piacevoli ore che avevano condiviso insieme. Ore che mai avrebbe rinnegato, per quanto, probabilmente, mai avrebbero ripetuto.

« Fai ciò che devi. » sussurrò, separandosi da lui, e accennando, in ciò, a rialzarsi in piedi, per porre una giusta distanza fra sé e il proprio giudice.

lunedì 20 maggio 2019

2916


Fu così che, all’alba di un nuovo giorno, quando l’accusatore Pitra Zafral ebbe a risvegliarsi entro i quieti confini del proprio appartamento, e di quell’appartamento in cui viveva solo, non avendo mai amato null’altro al di fuori della legge, e solo alla legge avendo votato la propria esistenza, egli ebbe a ritrovarsi tutt’altro che solo. Giacché, accanto a lui, nel suo letto, con il proprio nudo corpo pigramente avvolto nelle morbide lenzuola, sdraiata prona in misura utile a permettere al di lui sguardo occasione di ripercorrere la sensualità delle sue curve, dalle spalle ai glutei, avrebbe lì avuto a doversi apprezzare l’inattesa figura propria di una donna… e non di una donna qualsiasi.
Tora Ghiedel era lì, distesa a meno di un piede da lui, con la propria testa dolcemente appoggiata al suo stesso, muscoloso braccio, in quel momento scopertosi necessariamente intorpidito nell’aver mantenuto inconsapevolmente quella postura troppo a lungo. Ed ella era lì, distesa a meno di un piede da lui, non a caso, non per errore, ma per una consapevole e consenziente decisione che, la sera precedente, li aveva veduti decidere di fare ritorno insieme al suo appartamento, e, entro i confini della sua camera, abbandonarsi al piacere della reciproca fisicità. Contrariamente a ogni certezza, in opposizione a ogni previsione, la sera prima Pitra Zafral non aveva quindi ricondotto la propria ospite sino alla di lei cella. E l’incontro che li aveva veduti protagonisti nel corso di quella notte era stato di natura ben diversa rispetto a quello del quale, il pomeriggio precedente, entrambi si erano resi partecipi, segnando, alla fine, un sostanziale pareggio fra le parti, senza particolare distinzione fra vincitori e vinti, ma soltanto nel reciproco appagamento, e nell’appagamento di due corpi che sembravano essere stati concepiti, nell’idea del loro Creatore, al solo scopo di completarsi a vicenda.
Rigirandosi delicatamente nel letto, e voltandosi verso di lei al fine di rioffrire un minimo afflusso di sangue al proprio braccio informicolato, l’accusatore si concesse un lungo momento di quieta contemplazione della propria compagna di quella notte, contemplandone il volto, e scrutandone, ancora una volta, quanto in quel momento a lui visibile del suo corpo. Che ella incarnasse un esempio squisito di femminilità, e di una femminilità forte, non vi sarebbe potuto essere dubbio alcuno… e, nel corso di quell’appassionata notte, egli non aveva potuto ovviare a trovare più di una conferma a tal riguardo. In questo, egli non avrebbe potuto riservarsi quindi remora alcuna per quanto accaduto, per quanto occorso: entrambi decisamente adulti, entrambi consapevoli di ciò che stavano compiendo, ed entrambi assolutamente consenzienti a compiere tutto ciò, avevano avuto occasione di vivere quel loro nuovo, e più appassionato, confronto fisico con assoluta gratificazione da ambo le parti, in misura tale per cui, pertanto, anche l’inflessibile accusatore non avrebbe potuto ovviare a ritenersi più che soddisfatto della piega così presa dagli eventi. Ciò non di meno, ancora troppi interrogativi, ancora troppe zone d’ombra circondavano quella figura per permettergli di negarsi qualunque dubbio, qualunque sospetto a suo riguardo. Interrogativi i quali egli, al di là di quanto occorso in quelle ultime ore, non avrebbe potuto ovviare a voler chiarire, per dare un senso a quel quadro d’insieme riguardo al quale, purtroppo, ancora non avrebbe potuto vantare alcuna particolare confidenza. E interrogativi i quali egli, malgrado l’indubbio piacere derivante dalla compagnia di quella donna, non avrebbe potuto ovviare a voler definire, per comprendere quale reale ruolo ella avrebbe mai potuto giuocare nella propria vita, ammesso ma non concesso, chiaramente, che tutto quello non avesse a doversi risolvere qual la piacevole avventura di una notte e nulla di più.
Consapevole di ciò, e consapevole di doversi chiarire le idee, Pitra Zafral decise di alzarsi silenziosamente dal letto, con non poco impegno allo scopo di liberare il proprio braccio dalla presenza di lei, al fine di recuperare i propri pantaloni, e di muoversi, in maniera discreta, a lasciare quella stanza, per trasferirsi nell’area che, all’interno del proprio non piccolo appartamento, aveva adibito all’uso di studio. Lì, dopo essersi accomodato alla propria scrivania, egli accese lo schermo del proprio terminale e, indossati i propri occhiali da lettura, iniziò a muovere con quieta sicurezza e rapidità le dita sulla tastiera, nell’intento di compiere qualcosa che forse non avrebbe offerto alcun riscontro, alcun risultato, ma qualcosa che, parimenti, sperava non avrebbe mancato di aiutarlo a dissipare quella metaforica foschia che, in quel momento, stava impedendogli di contemplare l’intera trama di quell’ordito e, soprattutto, di comprendere la mano di chi fosse allora impegnata a tesserlo.

Non fosse stato, egli, un accusatore, quanto allora si impegnò a compiere si sarebbe dimostrato decisamente molto più complicato da porre in essere, per ineluttabili ostacoli che si sarebbero frapposti fra lui e il proprio intento.
Aprire, infatti, un canale di comunicazione, e un canale di comunicazione riservato, nei riguardi di una determinata nave stellare fra le infinite presenti nel vasto cosmo, a riguardo della posizione della quale, oltretutto, alcuna effettiva informazione avrebbe avuto a poter vantare di possedere, per un uomo qualunque, avrebbe richiesto non poco lavoro, non poco impegno, tanto per l’apertura stessa del canale, e di un canale che egli non desiderava potesse essere intercettato da terzi né l’esistenza del quale desiderava potesse essere riconosciuta da altri al di fuori dei diretti interessati, quanto e non di meno per la definizione stessa del destinatario, e di quel destinatario che, nell’aversi a riconoscere entro la lista dei ricercati dell’omni-governo di Loicare, non si sarebbe certamente riservato facile occasione di farsi raggiungere, e di farsi raggiungere da chicchessia. Ciò non di meno egli, in quanto accusatore, avrebbe avuto sicuramente a vantare alcune possibilità estranee ai più.
Così, per iniziare, l’apertura di un canale di comunicazione, e di un canale di comunicazione riservato, non avrebbe avuto a dover rappresentare un qualche ostacolo di sorta, non laddove, in quanto accusatore, ogni propria comunicazione, ogni propria disposizione, avrebbe avuto a doversi considerare coperta dal segreto d’ufficio, e, in questo, automaticamente riservata, criptata nella propria formulazione e dissimulata nella propria stessa occorrenza. Così, ancora, raggiungere una nave e una specifica nave stellare fra le infinite presenti nel vasto cosmo, non avrebbe avuto a doversi giudicare qualcosa di infattibile, non, laddove, comunque, anch’essi avrebbero avuto necessariamente a dover tessere una rete di contatti, contatti sicuri certamente, e pur contatti terzi, terzi ai quali, fosse solo per l’approvvigionamento di quanto necessario a proseguire nel proprio viaggio, non avrebbero potuto rinunciare, e terzi i quali, in quanto, comunque, estranei ai problemi con la giustizia di Loicare, egli avrebbe potuto raggiungere, attraverso una ricerca forse non immediata, forse non automatica, e, ciò non di meno, fattibile. Dopotutto, egli aveva dedicato gli ultimi anni della propria vita a seguire le tracce della Kasta Hamina attraverso le infinite distese siderali e, in questo, non avrebbe potuto ovviare a maturare una discreta confidenza con quella nave, con i membri del suo equipaggio e, soprattutto, con i loro consueti agganci nelle varie parti del cosmo. E quanto egli desiderava inviare, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un messaggio estremamente conciso, costituito soltanto da una data, un orario e delle coordinate, all’attenzione di una donna in particolare…

« Ehy… ecco dove ti sei nascosto… »

A sorprenderlo, un istante dopo l’invio del messaggio, fu la voce di Tora, la quale, avvolta all’interno del lenzuolo, lì adibito al ruolo di abito, aveva fatto allor capolino, scalza, all’ingresso del suo studio: necessariamente scapigliata, e con il volto ancor evidentemente dominato dal sonno che non l’aveva ancor completamente abbandonata, ella doveva aver deciso di lasciare il letto soltanto in conseguenza alla rilevata assenza del proprio compagno, e di quel compagno che, allora, aveva lì appena ritrovato, offrendole motivazione utile a ornare il suo volto con un dolce sorriso.

« … sono uno spettacolo così terribile, al mattino, da preferire nasconderti qui dentro a lavorare ancor prima che restare al mio fianco nel letto?! » domandò sorniona ella, non negandosi la possibilità di un’implicita richiesta di lusinghe, in favore alla propria lì quanto mai evidente femminilità.

domenica 19 maggio 2019

2915


« E poi, mentre ancora stavo scontando la mia pena, iniziai a comprendere una semplice verità: per quanto io fossi stato forte, per quanto io fossi stato arrogante, per quanto io fossi stato prepotente, vi sarebbe stato sempre qualcuno che, a prescindere dalla propria forza, dalla propria arroganza e dalla propria prepotenza, avrebbe potuto avere la meglio su di me… un accusatore. » confessò quietamente, condividendo con la propria interlocutrice quella parte del proprio passato e di quel passato del quale non avrebbe potuto andare assolutamente fiero e che pur, non di fronte a lei, non di fronte ad altri, avrebbe mai mistificato, comunque fiero del proprio percorso di vita e di quanto, in esso, ottenuto « Così, ancora rinchiuso in quella miniera, decisi che avrei dovuto diventare io stesso un accusatore. E per quanto assurdo tale pensiero avrebbe potuto risultare, iniziai a trascorrere parte delle mie notti a studiare la legge, a imparare quelle stesse regole delle quali mi ero da sempre disinteressato… e questo ebbe a cambiare qualcosa in me. » dichiarò, ancora una volta accennando un lieve sorriso, nel ricordare, quasi romanticamente, il proprio primo incontro con la legge, e con quella legge che avrebbe alterato radicalmente il corso della propria intera esistenza « Sembra folle a dirsi, e probabilmente lo è, ma più studiavo la legge, più ne comprendevo il valore, e più ne comprendevo il valore, più la apprezzavo. La legge mi offrì allora la possibilità di sviluppare quella bussola morale che da sempre mi era mancata, mi offrì allora l’occasione per iniziare a distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, offrendomi, in ciò, dei criteri oggettivi, dei criteri estranei a ogni possibile manipolazione. »
« Qualcuno potrebbe definirti uno zelota… » osservò ella, ora tornata seria nel confronto con un uomo che, non avrebbe avuto a doverlo dimenticare, solo poche ore prima l’aveva condannata, e l’aveva condannata per spergiuro, una condanna, la sua, che alla luce di quelle stesse parole, ovviamente, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa come modificata, e che, in questo, l’avrebbe vista perdere la propria libertà, la propria indipendenza, con la sola colpa di aver eseguito i propri ordini, di aver servito il proprio omni-governo, esattamente come lui.
« Può essere che io lo sia. » confermò egli, stringendosi appena fra le enormi spalle « Di certo la legge, da più di trent’anni, è la sola compagna che mi è stata sempre vicina, che non mi ha mai abbandonato o tradito… e che mi ha aiutato ad affrontare questa folle realtà con solide basi di riferimento, come pochi, o forse nessuno, potrebbero vantare di possedere. » dichiarò, in parole che non avrebbero offerto il benché minimo spazio a fraintendimenti di sorta nel merito delle sue posizioni e, alla luce delle quali, ogni ipotesi di una qualche chiave di lettura romantica a margine di quel loro appuntamento, di quella loro cena, avrebbe perduto di significato, nell’imporre a quella donna una rivale inarrivabile fermamente insidiatasi nel cuore dell’accusatore.

Ma al di là di quanto egli potesse star lì dichiarando, le sue parole e le sue azioni non avrebbero avuto a doversi considerare in quieta armonia.
Perché, laddove per lui l’unica realtà fosse stata la legge, la quieta applicazione della legge non gli avrebbe concesso l’opportunità di ideare una serata come quella, di prendere una prigioniera condannata e di condurla seco in un luogo come quello, per deliziarla con una cena come quella, probabilmente molto più costosa rispetto a quanto mai ella si sarebbe potuta permettere di pagare senza, in ciò, avere a incidere spiacevolmente nel proprio bilancio domestico, e, ancora, di vestirla con un vestito bello come quello che le aveva procurato, un abito di fattura semplicemente pregevole, e dal taglio squisito, un taglio, invero, scelto con gusto a dir poco impeccabile per concederle di apparire in tutto il proprio abitualmente inespresso potenziale fisico.
Rosso il colore di quella morbida stoffa, a porre in risalto il candore della sua pelle e a offrire uno squisito contrasto con il biondo dei suoi capelli, conformata, attorno ai suo fianchi, alle sue gambe, nelle proporzioni di una lunga gonna sapientemente e amabilmente drappeggiata in termini tali da nulla lasciar apparire e, ciò non di meno, nulla castigare, soprattutto nelle squisite forme di quelle gambe forti, di quei glutei sodi, la cui fiera muscolatura sembrava essere in grado di risaltare persino al di sotto di quella stoffa, e di quella stoffa che pur nessuno avrebbe potuto accusare d’esser stata volutamente predisposta a tale scopo, di essere stata scelta per simile interesse, rendendo, in ciò, un tanto squisito accento sulle sue forme non qualcosa di volgare o offensivo, quanto e piuttosto una mirabile esaltazione della sua femminilità, e di quella femminilità che, probabilmente, come militare, non era solita esprimere nella propria quotidianità. Più in alto, il suo addome e i suoi seni si ponevano ancora una volta elegantemente celati dietro a proseguo di quello stesso abito, lì, tuttavia, conformato in un sapiente intreccio di sfotte che, pur senza riservarsi un’apparente linea di interruzione nei riguardi della gonna, a quell’altezza si offrivano così diversamente arrangiate, nelle proporzioni proprie di un elegante corpetto, ancora una volta completamente celando il suo corpo e pur, obiettivamente, nulla di esso celando, nulla di lei castigando, nell’offrire, anzi, in grazia a quelle forme e a una lieve, lievissima e assolutamente innocente scollatura, un giusto risalto in favore delle forme dei suoi seni, e di quei seni che, nel corso di quello stesso pomeriggio avrebbero avuto a doversi riconoscere sicuramente più esposti, al di sotto della semplice canottiera allora da lei indossata, rispetto a quel momento, e che pur, al di sotto di quell’abito, non avrebbero potuto ovviare ad apparire forse e persino più conturbanti, posti in dolce risalto come, abitualmente, non sarebbe stato necessario, e forse sarebbe stato persino compromettente, per una soldata. E, ancora più in alto, all’altezza delle sue spalle e delle sue braccia, in un mirabile lavoro sartoriale, la compostezza propria di quella stoffa cedeva il passo, ancora una volta nel massimo della ricercatezza e senza possibilità di volgari fraintendimenti, a un elegante pizzo, e a un pizzo lì ricamato, in verità, sopra a un’impalpabile velo trasparente, e un velo trasparente che, in ciò, contribuiva a lasciar intendere le rose così lì disegnate quali, in apparenza, disegnate direttamente al di sopra della sua epidermide, quasi tutto ciò avesse a doversi percepire qual un tatuaggio in meraviglioso accordo con le forme dell’abito.
Impossibile, nel confronto con lo spettacolo mirabile che Tora Ghiedel stava lì offrendo, sarebbe stato per un qualunque uomo non proporsi quantomeno turbato dalla sobria sensualità che ella non avrebbe potuto ovviare a presentare, a offrire, che potesse volerlo o meno. E impossibile, nel confronto con tutto ciò, e nella consapevolezza di quanto, unico artefice di tale spettacolo, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non lo stesso accusatore, non aver lì a ritenere un interesse romantico da parte dello stesso Pitra Zafral nei riguardi di quella donna, e di quella donna contro la quale pur non si era negato occasione di combattere, e di menare colpi forti e decisi, e lo splendore della quale, ciò non di meno, in quel momento aveva lì permesso di lasciar risplendere in tutto il suo più vivace e puro bagliore.
Per tale ragione, a seguito di un’affermazione di completa fedeltà, da parte sua, nei riguardi della legge, quasi essa altro non avesse a doversi intendere se non qual la propria unica sposa, impossibile sarebbe stato per lei non avere a formulare un interrogativo, e un interrogativo lì quantomeno giustificato nella propria occorrenza, e giustificato da tutto quello, da quella cena, da quel luogo, da quell’abito e dall’evidenza della realtà dei fatti e di quei fatti che, tutto quello, stava vedendo posto in essere solo e unicamente per lei.

« Pitra… » sorrise ella, prendendo quindi l’iniziativa e l’iniziativa propria di allungare la propria destra in avanti, a ricercare la mancina di lui oltre l’estensione del tavolo, e a ricercare, insieme a quella mano, l’occasione di un contatto fisico con lui, e un contatto fisico sicuramente diverso da quanto li aveva contraddistinti soltanto poche ore prima, un contatto fisico, ora, dolce, delicato, amorevole, scandito dal tocco lieve della punta delle sue tornite dita sulla superficie di quella mano enorme, dalla pelle ruvida, come ruvido non avrebbe potuto ovviare ad apparire lo spirito di quell’uomo, e di quell’uomo sotto la dura scorza del quale, tuttavia, non avrebbe potuto mancare di celarsi qualcosa di più « … mi trovi attraente? »

sabato 18 maggio 2019

2914


Sorseggiando ancora un poco di vino, la donna ebbe a sorridere in lieve imbarazzo a fronte delle parole così a lei dedicate e, a non volersi concedere possibilità di dimostrare debolezza di sorta nel confronto con il proprio interlocutore, decise di provare a impiegare immediatamente i “poteri” dei quali egli l’aveva insignita allo scopo di deviare l’attenzione da sé, distraendo il proprio cortese ospite con quella che avrebbe potuto allor essere considerata quasi una domanda a tradimento…

« Parlami un po’ di te, Pitra. » lo invitò ella, roteando la propria mano destra con un gesto elegante e volto, in ciò, a finire per indicare la controparte, a trasferirgli, metaforicamente, il ruolo dell’inquisito, e dell’inquisito in grazia a quell’interrogativo, per quanto lì proposto con tono affermativo, addirittura imperativo, nei termini propri di quella richiesta « Cosa ti ha condotto a essere l’uomo “particolare” che sei oggi…? Sei sempre stato così votato a un profondo senso di giustizia sin da bambino? Oppure è stato qualche torto subito nell’infanzia ad averti fatto diventare l’uomo che sei ora…?! » lo provocò, piegando nuovamente appena la testa di lato, a squadrarlo con aria divertita e incuriosita « Ti prego di non dirmi che, alla base di tutto, altro non è che l’aver subito furto di un giocattolo… » aggrottò la fronte, temendo l’eventualità di una spiegazione così banale e paradossale, volta a motivare l’incedere di un tale individuo.
« No… figurati. » scosse il capo egli, non potendo ovviare a impegnarsi a sua volta in un sorrisetto divertito all’idea « In effetti, anzi, da bambino ero più solito dispensare torti, anziché subirli. » confessò, storcendo poi appena le labbra verso il basso, impietoso a proprio riguardo.
« Nooo… » esclamò sorpresa l’altra, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca, a enfatizzare ulteriormente tutto il proprio stupore « Pitra Zafral, il bulletto?! » scandì, cercando di sforzarsi a immaginarlo in tale ruolo, e in un ruolo così distante da ogni ipotesi che mai avrebbe potuto formulare in merito a quell’individuo « Ti chiedo di scusarmi… ma non riesco proprio a crederci! » scosse poi il capo, escludendo tale ipotesi, così estranea a ogni propria capacità d’intendimento.
« Eppure era proprio così. » insistette egli, annuendo e stringendosi appena fra le spalle, cercando, in un nuovo sorso di rosso di contrastare il senso di imbarazzo che, ora, stava egualmente crescendo in lui, e non tanto nel confronto con la propria ospite, quanto e piuttosto nel confronto con il proprio passato, e con quel passato di cui, invero, non andava particolarmente fiero.
« Beh… tipico dei viziati figli di papà. » minimizzò allora l’altra, ridacchiando e tentando, in tal modo, di canzonarlo « Invero speravo in qualcosa di più originale da parte tua, Pitra. » soggiunse poi, a manifestare forzatamente, in maniera giocosa, un certo disappunto per tutto ciò.
« Ancora una volta, mi dispiace, ma ti sbagli. » escluse tuttavia l’accusatore, inspirando profondamente l’aria nei propri polmoni prima di avere a parlare e a parlare per esprimere qualcosa che non avrebbe avuto a dover considerare propriamente un segreto e, ciò non di meno, qualcosa che, pur, abitualmente non avrebbe avuto a doversi giudicare solito raccontare in giro « Libera di non credermi, ma non ho mai conosciuto i miei genitori. E, forse in maniera non propriamente originale, sono cresciuto per strada, arrangiandomi per come potevo, per conquistarmi quotidianamente l’occasione di sopravvivere ancora un altro giorno… » dichiarò, senza alcuna intenzione di ispirare compassione nella propria interlocutrice con simile narrazione, e, ciò non di meno, non potendo ovviare a farlo, per così come apparve chiaramente espresso dalle emozioni che subito ebbero ad affollarsi sul di lei volto, a iniziare da un misto di vergogna e di colpa, per aver proposto proprio un tale argomento e averlo proposto con tanta leggerezza, per poi giungere, ineluttabilmente, a tenerezza e pietà, all’idea di quel pargolo lasciato solo a confronto con un mondo chiaramente troppo grande con il quale confrontarsi.
« Oh… » riuscì solo a commentare, nell’esprimere, in tal misura, tanta confusione emotiva così da lui suscitata con le proprie parole.
« No… davvero. Non c’è bisogno che tu abbia a provare compassione per me… » scosse il capo, levando ambo le mani con i palmi aperti, a dimostrare quanto, allora, non avrebbe avuto ad attendersi qualcosa del genere da parte sua « Anche perché, per l’appunto, tutto questo non mi ha cresciuto qual una debole vittima di un mondo indifferente, quanto e piuttosto qual un piccolo delinquente, arrogante e violento, e destinato, molto probabilmente, a morire accoltellato nel sonno nella cella di una qualche dimenticata prigione lunare. » definì, non dimostrando particolare pietà per il se stesso del passato, lì da lui giudicato con la stessa equa severità che era solito destinare a tutti coloro condotti innanzi a lui.
« … e cosa è successo poi? » domandò Tora, sempre più curiosa, non potendo ovviare a desiderare comprendere come un piccolo senzatetto delinquente potesse poi esser divenuto uno dei più importanti, se non il più importante, accusatore di Loicare « Perché qualcosa deve essere successo per trasformarti in colui che sei ora… no?! »
« Qualcuno, più che qualcosa. » la corresse Pitra, annuendo appena a confermare, effettivamente, l’intervento di una causa esterna al quale attribuire il merito della rivoluzione del proprio destino, e di un destino che, in assenza della quale, non lo avrebbe condotto a nulla di buono « Avevo circa sedici anni, o, per lo meno, tale presumo fosse la mia età, difficile da definire in assenza di informazioni in merito alla tua stessa nascita, quando fui colto in flagranza di reato da un accusatore. » precisò, ancor continuando « Il suo nome era Racum Salempi. »
« Il mentore buono! » sorrise allora la donna, lieta di quella svolta positiva e di quella svolta positiva degna, comunque, del più classico degli stereotipi « Immagino che sia stato lui a porti sulla giusta strada, ravvisando le potenzialità celate in te e, in ciò, costringendoti a percorrere degli studi di legge come alternativa all’incarcerazione… »
« No… figurati. » ridacchiò egli, ancora negando la ragionevolezza della conclusione alla quale ella era forse troppo precipitosamente saltata, nel seguire un proprio percorso mentale tuttavia decisamente distante da quella che avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la realtà dei fatti, e dei fatti per così come da lui vissuti « Se io, come accusatore, ho la fama di essere severo, ti assicuro che, in un eventuale confronto con Salempi, io sarei considerato addirittura bonariamente misericordioso nell’approccio con i miei inquisiti. » suggerì, in quello che, pertanto, non avrebbe potuto ovviare a configurare quell’uomo, per così come citato, qual semplicemente terrificante, soprattutto dal punto di vista di un delinquente « Salempi non ebbe alcuna pietà per me: nel confronto con il suo giudizio, la mia storia personale non aveva valore alcuno, solo le mie azioni. E le mie azioni mi stavano lì definendo qual un delinquente, e come tale avrei dovuto essere punito, e punito con il massimo della pena. » dichiarò, tornando quietamente serio nella propria narrazione « Mi condannò a dieci anni ai lavori forzati nelle miniere di idrargirio. Nessuna attenuante, nessuno sconto. Dieci anni… e dieci anni che scontai, dal primo all’ultimo minuto. »
« Maledizione! » esclamò Tora, ancora costretta a sgranare gli occhi e a spalancare la bocca nel confronto con quella realtà, e con quella realtà a dir poco inimmaginabile, soprattutto ove associata a colui che, ora, tutti conoscevano come un uomo decisamente diverso « Ora capisco come hai sviluppato quei muscoli… » soggiunse poi, quasi in una riflessione fra sé e sé, nell’offrire un senso a quella caratteristica fisica sicuramente non trascurabile, e a quella caratteristica fisica che, in tale narrazione, avrebbe avuto a trovare la propria giustificazione, la propria origine, non tanto in una qualche futile passione per il culturismo, quanto e piuttosto in qualcosa di ben diverso, e decisamente più concreto… terribilmente più concreto.
« Già… » annuì Pitra, chinando appena lo sguardo verso il proprio muscoloso petto, a evidenziare quella stessa questione « … in effetti, prima della prigione avevo una corporatura ben diversa. Ma, si sa, in luoghi come quelli non si hanno molte alternative: o si viene spezzati… o si spezza. E io, per come ero, non avrei mai accettato di essere spezzato. »
« Immagino. » storse le labbra l’altra, per quanto, invero, difficile sarebbe stato riuscire a immaginare qual prova devastante egli, appena sedicenne, si era così ritrovato ad affrontare, e ad affrontare per il giudizio impietoso di un accusatore « E poi…?! » insistette quindi ella, desiderosa di proseguire in quella narrazione, a maggior ragione alla luce di quanto sino a quel momento ascoltato, e di quanto, in effetti, tutto avrebbe potuto giustificare da parte sua ma non quella conclusione, e la conclusione testimoniata dall’uomo che egli avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto essere.

venerdì 17 maggio 2019

2913


E se pur, ovviamente, Pitra Zafral non mancò di rifiutare una simile descrizione per quel “momento di quieta riconciliazione, possibilmente in un contesto più appropriato” rispetto a quello proprio della prigione, sufficientemente palese avrebbe avuto a doversi intendere, quello da lui proposto e organizzato, qual un appuntamento… e un appuntamento, in effetti, in grande stile. Tre antipasti, due primi, due secondi, quattro contorni, otto diversi tipi di formaggi e due dolci furono quanto costituì il menu di quella serata, il tutto accompagnato da tre vini bianchi, di cui due mossi e un fermo, e altri due vini rossi, entrambi fermi: un pasto assolutamente ineccepibile nella propria composizione e nella propria qualità, che si ritrovò a essere servito in uno dei più importanti, rinomati e costosi ristoranti della città, e uno di quei ristoranti i quali, in verità, prima di quella sera Tora Ghiedel non avrebbe neppure potuto immaginare avessero a esistere, ponendosi troppo al di fuori della propria portata per poter rappresentare per lei motivo di interesse.
Così, fra granchio reale al profumo di rosmarino, accompagnato da insalata di avocado e cipolla rossa, baccalà mantecato su crema di baccalà e tortino di ceci, astice con crema di zucca allo zenzero e topinambur; ma anche dei tortellini agli spinaci selvatici con pomodoro e gamberetti, e lasagne di pasta fresca, baccalà ed erbe; senza dimenticare una punta di petto di manzo allo spiedo con raperonzoli, crema di paté di fegato, salsa al vino e riduzione al melograno o la composta di cappone al forno; quella serata ebbe a offrirsi per la stessa Tara, obiettivamente, qual l’appuntamento più costoso della propria intera vita, in un contesto che, allora, probabilmente avrebbe avuto a porla maggiormente a disagio persino rispetto all’idea di una sfida di lotta con un accusatore all’interno di una cella. E se, a margine di tutto ciò, ella non avrebbe avuto a dimenticare, né mai avrebbe potuto farlo, l’identità del proprio anfitrione, coincidente con quella del succitato accusatore che, poche ore prima, l’aveva violentemente umiliata nel corso di un conflitto nel quale, a stento, ella si era potuta dimostrare capace a reggere il giuoco; abbastanza palese, ovvio, persino scontato, avrebbe avuto a doversi ritenere quanto, in tale occasione, ella non avrebbe potuto negarsi una certa difficoltà emotiva, psicologica, a rapportarsi non soltanto con quegli eventi, quanto, e piuttosto, con quell’intera realtà e, soprattutto, con l’uomo, allora, compostamente seduto innanzi a lei. Non che, in quel momento, in quella serata, ella, o chiunque altro, avrebbe potuto trovare la benché minima ragione di critica a discapito del medesimo accusatore… anzi.
Per quanto apparentemente austero, nel proprio modo di fare e, soprattutto, di rapportarsi con le altre persone, Pitra Zafral non avrebbe avuto a dover essere criticato qual un cattivo ospite. In effetti, non fosse stato proprio lui, non fosse stato uno dei più temuti accusatori di tutta Loicare, e, in particolare, l’accusatore che tanto duramente si era espresso a suo discapito, egli avrebbe potuto quietamente rappresentare l’incarnazione dell’idea stessa di accompagnatore perfetto per qualunque donna, e per quella donna in particolare, non soltanto nella scelta del luogo, o del menu, ma anche, e ancor più, per tutta la premura che, a margine di ciò, egli non volle mancare di rivolgerle, con attenzione degna del migliore dei corteggiatori.
Un esempio sopra ogni altro? A non concedere, alla propria ospite, la benché minima occasione di imbarazzo nel ritrovarsi, in maniera sicuramente inaspettata, a confronto con un luogo qual quello, e un luogo di una bellezza e di un’eleganza squisita, con i propri divanetti di velluto rosso scuro, le proprie lunghe tovaglie finemente lavorate, le proprie pareti ornate da squisiti dipinti classici, egli si era voluto addirittura premurare di farle recapitare, al proprio indirizzo, un abito, e un abito da sera il prezzo del quale, probabilmente, sarebbe equivalso all’incirca a un anno del suo stipendio da militare, in termini tali per cui, ancora una volta, ella non avrebbe neppure avuto a poterne immaginare l’esistenza, nella scelta del quale non soltanto aveva avuto occasione di dimostrare ottimo gusto ma, anche e ancor più, uno straordinario senso delle misure, nell’averne azzeccato alla perfezione la taglia, in termini tali per cui, addirittura, esso avrebbe potuto esser frainteso qual ritagliato direttamente attorno alle sue forme, alle sue proporzioni, e lì composto su misura solo e unicamente per lei. E con la stessa attenta premura, necessariamente, egli si era parimenti preoccupato di sé, del proprio vestiario, della propria immagine, allo scopo di potersi offrire soltanto al meglio, benché, nell’esuberanza di quel fisico colossale, obiettivamente, un completo con giacca e cravatta non avrebbe potuto ovviare a risultare quasi una forzatura per lui.
A dispetto, poi, di quanto qualche sospettoso e malpensante paranoico avrebbe potuto lì sospettare, nulla di tutto quello, tuttavia, avrebbe avuto a dover essere inteso per qualcosa di diverso da quanto lì stava cercando di proporsi essere. Per quanto facile, infatti, sarebbe potuto essere per chiunque ipotizzare una qualche originale manovra psicologica, da parte del magistrato, per poter condurre il proprio interrogatorio in maniera sicuramente non convenzionale, e pur, non per questo, meno efficace, distraendo la propria inquisita dietro alla distrazione propria di begli abiti, splendidi luoghi e ancor più gustosi cibi, per tutta la durata di quella sera, da parte dell’uomo, non ebbe mai a esserci un solo, semplice accenno a quanto accaduto soltanto poche ore prima entro i confini del centro di detenzione o, ancor in precedenza, a casa propria. Quasi come se, infatti, tutto fosse stato già dimenticato, fosse stato già superato, egli parve dimostrarsi interessato solo e unicamente a consumare la propria cena, intrattenendosi con la propria ospite in chiacchiere generiche, spaziando dalle ultime notizie di cronaca sino ai risultati degli incontri sportivi, non mancando, ovviamente, di cercare occasione di confronto nel merito degli interessi letterari o musicali: insomma… tutto quello che, in un contesto come quello, ci si sarebbe potuti attendere nel corso di un appuntamento, e di un primo appuntamento fra un uomo e una donna.

« Se ora dicessi che sei un uomo particolare, Pitra, rischierei di risultare offensiva…? » domandò a fine serata Tora, piegando appena il capo per scrutarlo, per contemplarlo meglio e, forse, per cercare di capirlo, e di capire quali pensieri avessero a poter muovere quell’uomo nel proprio agire, e nel proprio agire in quei termini  Lo chiedo solo perché vorrei evitare una qualche accusa per offese a pubblico ufficiale o qualcosa di simili. » soggiunse poi, con tono volutamente ambiguo, tale da apparire necessariamente scherzoso e pur, dietro a quello scherzo, a cercare una qualche conferma, nel merito dei propri dubbi.
« Dipende in quale accezione tu potresti desiderare declinare il termine “particolare”… » sorrise l’uomo, scuotendo appena il capo a voler comunque escludere da parte propria un approccio particolarmente serio all’argomento, non per mancanza di rispetto verso di lei, quanto e piuttosto nell’intento opposto, e nell’intento di volerle offrire esattamente quanto richiesto, e quell’implicita, ma sicura, immunità innanzi a ogni di lei prossima affermazione « E’ un “particolare” negativo, quasi a dire anormale, inconsueto, bizzarro o strano… o piuttosto è un “particolare” positivo…?! »
« Direi che è un “particolare” positivo, quasi a dire anormale, inconsueto, bizzarro o strano… » annuì la donna, osservandolo dolcemente divertita da quelle sue parole e dal fatto di stargliele riproponendo esattamente per così come le aveva scandite, pur, allora, desiderosa di volerle completamente invertire nel proprio significato, in quell’accezione così negativa alla quale egli le stava legando « … perché, francamente, nella mediocrità che contraddistingue la maggior parte delle persone, chiunque si riesca a elevare al di sopra della stessa, come sembri volerti tanto impegnare a compiere tu, non può che risultare estremamente positivo, per quanto probabilmente estraneo al resto del mondo a lui circostante. » puntualizzò, a tentare di meglio esplicitare il proprio pensiero « Non so se mi sono riuscita a spiegare o se il vino già mi sta facendo soltanto straparlare… »
« Credo di aver compreso… » confermò Pitra, in una conferma che non sarebbe mancata anche laddove egli non avesse realmente compreso, non desiderando imporre alla propria interlocutrice alcun negativo onere, fosse anche e soltanto quello proprio, da parte sua, di essere in grado di esprimere un concetto pur abbastanza semplice « E per questa volta, pertanto, credo di potermi permettere di soprassedere ai tuoi giudizi, siano essi positivi o negativi… » le concesse, quietamente « E’ la tua serata, Tora, e non desidero che nulla abbia a turbarti. Né, tantomeno, che una qualunque ombra possa offuscare la quiete del tempo che stiamo, ora, trascorrendo insieme. »

giovedì 16 maggio 2019

2912


Alterato: in tal maniera avrebbe avuto a potersi descrivere alla perfezione lo stato emotivo di Pitra Zafral, accusatore dell’omni-governo di Loicare.
Alterato non tanto perché Tora Ghiedel avesse continuato a restare ferma sulla propria posizione iniziale, quanto e piuttosto perché una donna come ella si era ritrovata a vivere in una tale situazione, e una situazione che, francamente, egli non avrebbe potuto ritenere le sarebbe dovuta essere imposta. Nel corso di quel loro confronto, di quel loro combattimento, pur avendo accurato la menzogna proposta dalla medesima e il fatto che ella, certamente, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa per colei che, poche ore prima, aveva fatto capolino nel proprio appartamento, il magistrato aveva comunque avuto occasione di maturare un certo rispetto per quella donna, e per quella donna che, sotto certi versi, non avrebbe avuto a doversi riconoscere troppo diversa da lui.
Una persona meno fedele al proprio ruolo, una persona meno ferma sui propri ideali, infatti, dopo quanto accaduto, dopo tutti i colpi che egli le aveva imposto, e le aveva imposto senza alcun riguardo per il suo sesso o per la sua sfavorevole proporzione fisica, probabilmente avrebbe ceduto innanzi alle sue domande, e avrebbe ammesso tutto quanto avrebbe potuto ammettere, non reputando razionale avere a concedere a un accusatore suo pari di inferire, non soltanto fisicamente, ma anche penalmente, a suo discapito in quel modo, con la condanna che, allora, non avrebbe mancato, e non aveva mancato, di imporle alla fine di tutto. Ma il caporal maggiore Tora Ghiedel, pur chiaramente colpevole, pur palesemente in torto innanzi alla legge, aveva mantenuto ostinatamente, fedelmente e fermamente la propria posizione, la propria prima dichiarazione, nel rispetto, evidente, di ordini ricevuti dall’alto, e di ordini propri di chi, allora, aveva altrettanto palesemente deciso che ella, insieme a tutta la sua squadra, avesse a doversi riconoscere qual quietamente sacrificabile, all’occorrenza. Non che un altro accusatore, al posto di Pitra, avrebbe agito nella stessa maniera… anzi.
In effetti, un accusatore meno fedele al proprio ruolo, un magistrato meno fermo sui propri ideali, dopo quanto accaduto, dopo quell’aggressione entro i confini del proprio appartamento da parte di una pluriomicida ricercata e latitante, probabilmente avrebbe semplicemente dimostrato tutta la propria gratitudine agli uomini e alle donne che, a rischio delle proprie vite, avevano compiuto tutto il possibile, e l’impossibile, per proteggerlo, per difendere la sua persona, indifferenti a quanto spiacevolmente avrebbe avuto a potersi sviluppare la conclusione di quegli eventi. Ma l’accusatore Pitra Zafral, pur sinceramente grato, pur obiettivamente in debito con quegli uomini e quelle donne, aveva mantenuto ostinatamente, fedelmente e fermamente la propria posizione, il proprio impegno preso nei riguardi della legge e di tutta Loicare, non potendo ovviare a riconoscere quanto, pur in proprio soccorso, l’intervento allor reso proprio da quella squadra non avrebbe avuto a doversi considerare più legittimo rispetto a quello di Midda Bontor o dei propri compagni. E non che tutto questo potesse soddisfarlo, potesse appagarlo da un intimo punto di vista… anzi.
Nell’evidente parallelismo emotivo presente fra lui e quella donna, Pitra Zafral, sinceramente, non avrebbe quindi potuto ovviare a provare che stima per quella servitrice di Loicare, una donna che, suo pari, si era votata al proprio ruolo con tutta se stessa e che, in ciò, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual eventualmente timorosa delle conseguenze peggiori proprie dell’incedere, a ogni costo, nella direzione nella quale avrebbe avuto a dover muovere i propri passi. E proprio alla luce di tale stima, egli non avrebbe potuto ovviare a essere emotivamente alterato nella frustrazione di non poter fare altro che procedere secondo la legge, nel confronto con quella falsa testimonianza, e, in tal senso, di non poter evitare di condannare quella donna alla pena più severa, affinché alcuno avesse a potersi illudere, militare o no, poliziotto o no, di poter essere al di sopra della legge stessa.
A complicare ulteriormente la situazione, purtroppo, non avrebbe potuto ovviare a offrirsi una spiacevole consapevolezza e la consapevolezza propria di quanto, che egli potesse desiderarlo o meno, proprio Tora Ghiedel avrebbe avuto a doversi giudicare essere qual l’unica traccia che egli avrebbe potuto vantar di possedere nel merito della verità celata dietro agli eventi di quella mattina. Una traccia sicuramente tutt’altro che palese, una testimone indubbiamente tutt’altro che collaborativa, e, ciò non di meno, l’unica in proprio possesso. Ragione per la quale, pertanto, nel momento in cui egli si fosse limitato a esprimere la propria condanna e a proseguire oltre, si sarebbe purtroppo escluso ogni ulteriore possibilità di indagine attorno a quegli eventi, alle segrete motivazioni celate dietro a essi, a incominciare, allora, dal perché una soldata come Tora Ghiedel, o un accusatore come Mudi Torr, avrebbero mai potuto venir meno al rispetto della legge, e a quel rispetto della legge che, pur, nei propri ruoli, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual semplicemente basilare, inalienabile.
Alterato, quindi, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere nel mentre in cui troppe domande senza ancora risposta si stavano affollando all’interno della sua mente. Troppe domande tutte, in verità, riconducibili a un solo grande interrogativo, e un interrogativo allor mirato sull’identità di una persona, e di una persona che, sino a quel momento, era riuscita a restare quietamente nell’ombra. Chi era il responsabile dell’intervento della squadra del caporal maggiore Ghiedel a casa sua? Chi era l’uomo o la donna il none del quale era stato quietamente omesso dall’autorizzazione controfirmata dall’accusatore Torr? E come poteva, questo individuo, riservarsi un tale potere insieme a un tanto marcato anonimato?!
Pitra Zafral non desiderava credere alle deliranti farneticazioni di Midda Bontor in merito a qualche sorta di antico spirito infiltratosi all’interno dei vertici dell’omni-governo. Ciò non di meno, qualcosa lì non stava funzionando come avrebbe dovuto, qualcuno lì stava chiaramente eludendo la legge, e per quanto, dal punto di vista dei più, l’elusione di una legge non avrebbe avuto a doversi giudicare al pari della violazione della stessa; innanzi al giudizio di Pitra Zafral elusione e violazione non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual estranee, qual diverse, venendo entrambe condannate per quanto avrebbero avuto a essere… colpe!
Non potendo, pertanto, egli permettersi di transigere sulla condanna a discapito del caporal maggiore, la quale, a peggiorare la propria posizione nel confronto con il resto della propria squadra avrebbe avuto a dover vantare l’ulteriore colpa propria della falsa testimonianza; né, parimenti, potendo permettersi di ignorare l’esistenza di qualcosa di oscuro celato dietro a tutto ciò, egli non avrebbe potuto che riservarsi un’unica soluzione, e una soluzione che, probabilmente, avrebbe rischiato di porlo in pessima luce, ma che, allora, avrebbe avuto a dover ritenere la sola possibile al fine di risolvere quel complicato intrico dietro al quale avrebbe rischiato, altresì, di smarrire il senno…

« … non comprendo… mi sta scarcerando?! » esitò Tora, nel momento in cui l’accusatore, dopo circa un’ora dal loro precedente incontro, ebbe a ripresentarsi innanzi alla sua cella, comandandone l’apertura della porta per il rilascio della prigioniera.
« Non esattamente. » negò l’uomo, storcendo appena le labbra verso il basso, a dimostrare tutto il proprio disappunto per quanto stava lì ritrovandosi costretto a compiere « Ciò non di meno, non posso che essere dispiaciuto per la violenza gratuita a cui l’ho sottoposta pocanzi, Ghiedel, e, a prescindere dalle sue colpe, ritengo necessario agire in termini utili a permettermi di richiedere il suo perdono in tal senso. » dichiarò, con il proprio consueto tono impostato, tale per cui difficile sarebbe stato comprendere quali emozioni, realmente, avessero a celarsi dietro tali parole « Ho letto sul suo fascicolo che, attualmente, lei non ha relazioni personali importanti nella sua vita e, in questo, ritengo di non aver a fare torto ad alcuno nell’invitarla a un momento di quieta riconciliazione, possibilmente in un contesto più appropriato rispetto a questo… »
« … » aggrottò la fronte ella, incerta di aver compreso l’effettivo senso di quelle parole « … mi sta forse proponendo un appuntamento, accusatore?! »

mercoledì 15 maggio 2019

2911


Tora Ghiedel non era una stupida. E in quanto tutt’altro che tale, ella non avrebbe potuto ignorare l’evidenza della situazione per lei lì allor presente, lì allor manifestatasi in maniera incontrovertibile, e l’evidenza di una situazione di netta inferiorità.
Fosse l’accusatore stato un semplice burocrate, a dispetto di quel fisico monumentale, ella avrebbe potuto quietamente batterlo, avrebbe potuto facilmente vincerlo, perché, ella ne era consapevole, in una battaglia, in un conflitto, in una lotta qual la loro, la forza fisica avrebbe avuto sicuramente a poter vantare il proprio ruolo, ma non avrebbe mai avuto a dover essere fraintesa qual discriminante fra la vittoria e la sconfitta, fra il trionfo e la disfatta. Purtroppo per lei, tuttavia, quell’accusatore non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un semplice burocrate... e di questo ella aveva maturato tanto tardiva, quanto dolorosa consapevolezza. In ciò, quindi, non essendo egli un semplice burocrate, e soprattutto non avendo egli a dover essere frainteso qual tale, quanto e piuttosto un combattente esperto, e un combattente sì esperto da potersi permettere occasione non soltanto di ovviare ai suoi attacchi ma, anche e ancor più, di contrastarli in maniera sì efficace, evidente avrebbe avuto a doversi considerare quanto drammatica avrebbe avuto a doversi riconoscere la di lei condizione, e la di lei condizione che, nel migliore dei casi, l’avrebbe vista semplicemente sconfitta dal proprio avversario: una sconfitta in diretta conseguenza alla quale, spiacevolmente, ella avrebbe così offerto conferma alla verità di quei fatti che stava cercando di manipolare, motivo per il quale, nel confronto con un uomo della fama di Pitra Zafral, semplicemente ineluttabile avrebbe avuto a doversi giudicare la sua condanna, e la sua condanna ai lavori forzati, in qualche colonia mineraria lunare, da lì all’ultimo dei giorni propri del resto della sua vita.
Tora Ghiedel non era una stupida. Ma, pur in quanto tutt’altro che tale, ella non avrebbe avuto neppure a fraintendersi qual una traditrice, qual una disertrice, in termini tali per cui, allora, anche la minaccia propria rappresentata da un futuro tanto infausto, non le avrebbe impedito di proseguire, e di proseguire a testa bassa nel cammino che il fato le aveva posto innanzi.
Fu così che, per quanto decisamente provata dai colpi subiti, per quanto ogni fibra del suo essere le stesse richiedendo di desistere, e di desistere nel confronto con un uomo come quello, con un avversario di quel calibro, in una disfida, in fondo, priva di reale motivazione, priva di reale ragione, ella tornò a rialzarsi, e, rialzandosi, cercò di elaborare una tattica utile a tentare di non rendere vana quell’ultima possibilità che le stava venendo concessa. Purtroppo, mentre ancora ella avrebbe avuto a riconoscersi impegnata a cercare di comprendere in quale direzione muoversi, fu alfine il turno per il proprio antagonista di agire, e di agire, per la prima volta, non tanto in reazione, quanto e piuttosto in azione. Un’azione, quindi, che la vide letteralmente travolta dall’impeto di quel colosso, di quella nerboruta mole, con una rapidità, con una perfezione d’esecuzione a confronto con la quale a nulla poterono valere i suoi pur disperati tentativi di evasione o di difesa, ritrovandola, semplicemente, costretta a incassare un nuovo affondo da parte della sua destra, e di quella mano che, nuovamente con una certa premura nei suoi riguardi, le si offrì a palmo aperto, e, ciò non di meno, fu comunque in grado, in un terrificante montante, di sollevarla letteralmente da terra e di proiettarla verso l’alto, non a raggiungere il soffitto, invero, ma pur a sfiorarlo, prima di essere destinata a ricadere violentemente al suolo. Un destino, quello proprio di tal conclusivo schianto, a confronto con il quale ella non avrebbe avuto alcuna possibilità di opporsi, e dal quale venne tuttavia incredibilmente sottratta proprio per intervento del suo stesso antagonista, le braccia del quale, con maggiore delicatezza di quanto non avrebbe potuto essergliene attribuita, ebbero lì a distendersi per accoglierla, quasi un’infante offerta per la prima volta al contatto paterno, ovviandole gli effetti peggiori di quell’ultimo, e definitivo, colpo.
Pitra Zafral, infatti, a margine di quegli eventi, non avrebbe avuto a doversi giudicare qual animato da qualche intento sadico nei confronti della propria antagonista: il suo unico interesse, l’unica motivazione allor intenta a giustificare le sue azioni, l’incedere dei suoi passi, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual quella propria della giustizia o, più precisamente, quella propria della legge, e di quella legge che, purtroppo per il caporal maggiore, non avrebbe potuto giustificare né la sua falsa testimonianza, né, tantomeno, il nebuloso dipanarsi di quella trama, l’oscuro ordito del quale ella sembrava essere parte e parte viva. In ciò, quindi, egli non avrebbe potuto desiderare imporre gratuito danno a quella donna, e a quella donna che, in fondo, aveva sempre agito al servizio dell’omni-governo e che ancora, forse, in tal esatta direzione stava ritenendo di muoversi. Ragione per la quale, quindi, le sue possenti braccia ebbero a dimostrarle quella dolce premura, accogliendola a sé e abbracciandola prima che potesse rischiare di farsi male, nel ricadere lì a terra in conseguenza al colpo che lui stesso le aveva così imposto.

« Lo scontro è terminato, Tora. » dichiarò, concedendosi, complice l’intimità propria di quella loro attuale posizione, un dialogo più informale verso di lei, adoperando, allora, il di lei nome proprio ancor prima che il suo cognome o i suoi gradi, o una combinazione degli stessi « E la mia tesi è stata dimostrata: tu non sei la donna che, poche ore fa, ha tenuto testa a Midda Bontor. » soggiunse, scuotendo appena il capo, osservandola con aria seria, intransigente, e in netto contrasto con la delicatezza propria del suo abbraccio in quel frangente « Non desidero negare la tua abilità guerriera, non desidero negare i tuoi meriti e i tuoi trionfi passati, tali da condurti a ricoprire il ruolo di cui sei stata investita; ma, credimi, il livello della tua preparazione, della tua esperienza, non potrebbero mai competere con quello proprio di Midda Bontor, né, tantomeno, con quello della donna che, questa mattina, si è impegnata ad affrontarla praticamente da sua pari. » sancì, in un’affermazione lì semplicemente definitiva, che non avrebbe offerto spazio a ulteriori possibilità di argomentazione da parte sua.

Nella vergogna di quella sconfitta, e negli effetti della violenza dei colpi subiti, Tora non si sentì desiderosa di replicare a quelle affermazioni, non potendo ovviare a riconoscere la propria sconfitta e, ciò non di meno, non potendo neppure concedersi la possibilità, in conseguenza a essa, di venir meno al proprio impegno, al proprio giuramento, e all’obbedienza che ella doveva all’omni-governo di Loicare. In silenzio, quindi, ella venne quietamente deposta a terra dal proprio antagonista, per poter lì restare a riposare, a riprendersi da quanto avvenuto, nel mentre in cui egli, quasi nulla fosse occorso, neppur sudato in conseguenza a quanto, evidentemente, dal suo punto di vista non aveva avuto a doversi riconoscere qual un reale scontro, si voltò per avviarsi a uscire di lì, da quella cella, nel silenzio e nello stupore di tutti i presenti, di tutti coloro lì testimoni di incontro di lotta avessero potuto scommettere sul quale avrebbero tutti necessariamente perduto.
Lasciata la cella, e rivestitosi ordinatamente dei propri abiti, l’accusatore tornò quindi a voltarsi verso la propria interlocutrice, nella volontà di tentare, ancora una volta, di indurla a parlare, a condividere con lui le informazioni in proprio possesso, per quanto, ne era certo, ella non si sarebbe arresa tanto facilmente… non, soprattutto, laddove a motivare il suo silenzio avesse avuto a doversi riconoscere un ordine superiore, ignorare il quale sarebbe equivalso quantomeno a insubordinazione, se non, direttamente, a tradimento.

« Caporal maggiore Ghiedel… » prese così voce, tornando a un’impostazione più formale del loro confronto « ... le riproporrò un’ultima volta la domanda di prima: alla luce di quanto accertato, desidera ancora sostenere di essere stata lei a giungere nel mio appartamento, questa mattina, e di aver ingaggiato battaglia con Midda Bontor? »

Non senza aver ad affrontare profonde scariche di dolore, Tora, così interpellata, ebbe lì a rialzarsi da terra, al solo scopo di riassumere posizione verticale prima di avere possibilità di esprimersi. E quanto, alfine, ella fu di nuovo in piedi, nella stessa identica postura precedentemente resa propria, anche se, in quel momento, contraddistinta da minor sicumera, quanto ella scandì non poté che risultare spiacevolmente e ostinatamente prevedibile…

« Signore… Sì, signore. »

martedì 14 maggio 2019

2910


Ma quell’occasione, e quell’occasione di riservarsi un primo, e forse erroneamente ritenuto facile, successo, nel confronto con l’accusatore, pur in tal senso lì ricercata con maggiore attenzione, con più mirato controllo, ancora una volta non fu concessa alla militare… al contrario. L’uomo, ipotetica vittima della propria controparte, ebbe ancora una volta a dimostrare una fiera dominazione degli eventi e, in ciò, non ebbe a garantirle alcuna possibilità per sorprenderlo, né, tantomeno, per raggiungerlo e per raggiungerlo con quell’attacco rapidamente elaborato e attuato, reagendo a esso ancor più velocemente rispetto a lei, e rispetto a quanto ella non avrebbe mai potuto attendersi egli sarebbe stato in grado di compiere, voltandosi con un gesto quieto e deciso verso il fronte sul quale ella lo stava attaccando, il mancino, è il respingendola, allora, con il subitaneo incedere della propria destra, e di quella destra sino a quel momento rimasta a riposo e che, solo allora, ebbe a muoversi, e a muoversi con una potenza straordinaria. Una potenza che, in contrasto al busto della donna, ebbe allora a sfogarsi non nelle forma di un pugno, e di un pugno il quale, non sarebbe stato irrealistico pensarlo, avrebbe potuto sfondarle il petto, quanto e piuttosto di un palmo aperto, e di un palmo aperto che, non per questo, ebbe a essere piacevole: non, quantomeno, nel momento in cui non soltanto ebbe ad arrestare il di lei incedere a suo discapito, quanto e piuttosto nell’attimo in cui quel moto venne completamente respinto, imponendole una spinta nel senso opposto rispetto a quanto percorso sino ad lì, e scaraventandola, nuovamente, di diversi piedi all’indietro, ora, addirittura, mandandola a sbattere, e persino a rimbalzare, contro la parete alle sue spalle.
E laddove il primo successo avrebbe avuto a potersi fraintendere frutto della fortuna del principiante, quel secondo movimento, quella seconda difesa tradottasi, ancora una volta, in un’offesa, ebbe in verità a sollevare parecchi dubbi su quanto egli, effettivamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere in una posizione di minoranza nei confronti della donna o di quanto, piuttosto, stesse lì impegnandosi a celare qualche capacità marziale mai posta in particolare risalto, mai pubblicizzata, e, tuttavia, in quel frangente, utile a tentare di rovesciare l’esito di un conflitto ipoteticamente già scritto, già definito. Ciò non di meno, sospetti a parte, nel momento in cui egli, ancora una volta, tornò a riassumere sempre la stessa, stolida posizione di guardia, idealmente inutile, benché sino a quel momento non fosse risultata propriamente tale, il dubbio in merito a una semplice, nuova e fortuita coincidenza non avrebbe potuto ovviare ad assalire le menti di tutti gli spettatori e, in particolare, la mente della protagonista di quella sequenza, e di quella sequenza nella quale avrebbe avuto a dover facilmente trionfare e nella quale, piuttosto, sino a quel momento, si era dimostrata in pericolosa inferiorità.

« In piedi, caporale! » ripeté l’accusatore, con tono ora a dir poco scocciato, e scocciato qual avrebbe avuto a esserlo quello di chi, invero, stava già lì ritrovando evidenza di quanto sostenuto, e di quella verità a confronto con la quale l’altra aveva tanto scioccamente pensato di potersi sottrarre, e di quella verità che, in quel momento, con il proprio intero essere egli stava incarnando, a dimostrazione di quanto mai, ella, avrebbe potuto realmente competere con una guerriera del calibro di Midda Namile Bontor.
« Signore. Signorsì… signore. » replicò nuovamente ella, non potendo ovviare, ora, a pronunciare quelle parole con maggiore espressione di pena, qual, obiettivamente, in quel frangente, ella stava provando, e stava provando a seguito di un colpo tanto spiacevole, quanto inatteso… e un colpo che, ancor più che al suo corpo, stava dolendo al suo orgoglio guerriero, e a quel suo orgoglio che, allorché vederla intenta a umiliare l’accusatore, stava ritrovandosi ad assistere attonito alla sua umiliazione per mano di quello stesso accusatore, di quel magistrato, di colui che, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere nulla più che un mero burocrate immerso nei propri polverosi volumi di legge.

Il terzo tentativo di attacco, alla luce di tutto ciò, vide quindi la donna impegnarsi a superare tutti i propri pregiudizi e rivolgere, allora, tutto il massimo impegno, tutta la più viva attenzione alla questione in corso, a quel combattimento, non osservando più il proprio antagonista come un dilettante alla sprovvista, ma partendo dal presupposto che egli avesse a doversi riconoscere, piuttosto, qual un espero guerriero, a dispetto di quanto, pur, quella ridicola posizione di guardia non avrebbe potuto suggerire. Così ella ebbe a scattare in avanti, sì, ma soltanto per lasciarsi poi scivolare al suolo prima di giungere a lui, allo scopo di ovviare a qualunque ipotesi di facile intercettazione da parte delle sue mani, e di quelle possenti braccia la forza delle quali aveva già avuto più volte occasione di provare, soltanto per, in ciò, superare, fisicamente, il corpo dell’avversario e lì avere a rimbalzare, fisicamente, contro la parete alle sue spalle, per imporsi la carica utile a riproiettarsi, improvvisamente, in piedi e, in tal senso, a slanciarsi in contrasto alle sue spalle, mirando, ora, a raggiungerlo al collo, a quel collo taurino, e lì a tentare di imporre una presa di sottomissione, una morsa utile a bloccargli il respiro e a stenderlo, di conseguenza, senza offrirgli alcuna possibilità di ulteriore ribellione.
Tuttavia, anche quel terzo tentativo, non ebbe a riservarle maggiore successo rispetto ai precedenti, non imponendo, all’uomo, alcuna reale occasione di sorpresa, alcuna effettiva possibilità di disorientamento, nel vederlo, piuttosto, reagire ancora una volta con totale consapevolezza di sé e del mondo a sé circostante, e, in tal senso, agendo ancora prima rispetto al momento in cui le braccia di lei avrebbero avuto a raggiungere il suo collo e lì agendo nello spingere, con foga, con decisione, con forza, il proprio massiccio corpo all’indietro e, nel compiere ciò, andando pesantemente a schiacciare la donna fra la propria schiena e la parete dietro di sé, con un atto che avrebbe potuto anche dimostrarsi definitivo, nel momento in cui egli avesse realmente desiderato tradurlo qual tale, e che pur, lì, si offrì semplicemente qual un violento, ma estemporaneo, impulso, nel confronto con il quale, allora, ella ebbe a ritrovarsi travolta da una forza disumana e, pur, istantaneamente, lasciata libera da essa, null’altro, quindi, potendo che ricadere, nuovamente, a terra, dolorante e stordita per quanto accaduto.
E se, ancora una volta, egli ebbe quindi a ripristinare la distanza esistente fra loro, questa volta invertendo sostanzialmente le loro posizioni all’interno della cella, nell’andare a occupare lo spazio prima proprio della controparte, in questa occasione egli non ebbe, nuovamente, a riprendere la stessa postura di guardia sino a quel momento eletta a manifesto della propria incapacità guerriera. Al contrario, distendendo maggiormente i muscoli e gli arti, e sprofondando, in ciò, in un assetto totalmente inedito e molto più prossimo al suolo, egli rivoluzionò completamente l’immagine di sé presentata sino ad allora, ed ebbe a presentare pubblicamente quanto pur, ormai, non avrebbe avuto a poter suscitare alcuna possibilità di dubbio o di sorpresa in alcuno fra coloro lì testimoni di quello scontro, promuovendo una nuova immagine di sé e l’immagine di un uomo che, a dispetto di ogni stereotipo, della guerra avrebbe avuto a poter vantare una conoscenza decisamente meno superficiale rispetto alla media degli altri accusatori, se non, addirittura, forse e persino più approfondita rispetto a tutti i presenti, militari o guardie che essi avessero a dover essere riconosciuti. Perché tale, in effetti, avrebbe avuto a doversi considerare la realtà dei fatti, non banalizzando Pitra Zafral al pari di un semplice burocrate, quanto e piuttosto riconoscendogli una preparazione guerriera tale non soltanto da poter tenere quietamente testa a quell’antagonista, quanto e piuttosto da potersi prendere giuoco di lei nell’essere stato immediatamente in grado di comprendere quanto, certamente, quella donna non avrebbe potuto essere colei che sosteneva essere, contraddistinta da un incedere, anche e soltanto nei propri movimenti, completamente diverso dall’ofidiana che, entro il limitare del suo appartamento, quella mattina aveva dichiarato battaglia a Midda Bontor.

« In piedi, caporale! » la invitò nuovamente, con sguardo serio, e angoli della bocca ripiegati vistosamente verso il basso, a dimostrare tutta la propria mancanza di pietà per colei che, in quel frangente, aveva creduto di potersi far beffe, impunemente, della legge, e della legge che egli lì incarnava « Le concederò ancora un tentativo, ma questo sarà l’ultimo prima della fine del nostro scontro. » sancì, in quanto, allora, non avrebbe avuto a doversi fraintendere in altro modo se non in una minaccia, e una minaccia che, unita alla nuova posizione di guardia, e a quella posizione assolutamente assennata, non avrebbe voluto prometterle nulla di buono, non avrebbe desiderato garantirle alcun sereno avvenire.

lunedì 13 maggio 2019

2909


Se le guardie lì presenti avessero avuto il coraggio utile a impegnarsi in scommesse e tifo, sicuramente i minuti nei quali quello scontro ebbe a prepararsi sarebbero stati contraddistinti da una grande partecipazione da parte di quell’improvvisato pubblico, e di quel pubblico che, ovviamente, non avrebbe mai potuto distogliere lo sguardo da quanto, allora, sarebbe accaduto. Perché se assoluta avrebbe avuto a doversi lì riconoscere la libertà d’azione dell’accusatore, il quale, nella propria scelta, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual in violazione ad alcuna legge; pur inedita avrebbe avuto a doversi riconoscere una simile decisione da parte di un accusatore.
Nessun altro accusatore, per quanto avrebbero potuto vantare di sapere gli uomini e le donne lì testimoni di tale inatteso sviluppo, aveva o avrebbe mai proceduto, infatti, a tentare di dimostrare una propria tesi, una propria idea, nel porre sul metaforico piatto di un’ideale bilancia della giustizia la propria forza fisica e la propria abilità guerriera, quasi ciò avrebbe potuto essere riconosciuto qual discriminante per definire quanto giusto da quanto sbagliato, quanto legale da quanto, e piuttosto, no. Certamente vero, comunque, avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto Pitra Zafral, fra tutti gli accusatori dell’omni-governo di Loicare, avesse a poter vantare una fama molto particolare, e una fama che, allora, avrebbe potuto quietamente giustificare anche una scelta tanto insolita nel proprio approccio a quel caso e, soprattutto, a quello che egli non avrebbe potuto ovviare a riconoscere qual un problema. E, sotto una certa luce, sotto un certo punto di vista, tutt’altro che improprio avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il suo ragionamento: laddove egli fosse stato in grado di tenere testa a quella donna, e magari a vincerla, improbabile sarebbe stato credere che ella fosse riuscita a compiere quanto allora andava testimoniando. Ma nel considerare quanto ella, in fondo, avesse a riconoscersi qual un militare veterano, nonché membro di una squadra d’élite, tutt’altro che banale, tutt’altro che ovvia, avrebbe avuto a potersi considerare la vittoria dell’accusatore in luogo, altresì, a una sua disastrosa sconfitta.
Alla luce di ciò, semplicemente irrinunciabile, e forse squisitamente irripetibile, avrebbe avuto a doversi riconoscere quindi, per tutti loro, quell’occasione. L’occasione di veder all’opera un colosso qual Pitra Zafral, e di vederlo, potenzialmente, umiliarsi nel confronto con quella donna, e quella donna che, vantando una massa pressoché equivalente a un suo braccio, una sua gamba, o poco più, avrebbe potuto pur lì sbatterlo a terra, a fiera dimostrazione di tutto il proprio valore guerriero…

« Quando desidera, caporal maggiore. » accennò un lieve sorriso l’accusatore, nell’inarcare appena l’angolo sinistro della propria bocca e, in ciò, nell’invitarla a procedere contro di lei, con un lieve movimento della mano sinistra, protesa appena in avanti in quella postura di guardia.

Per un lungo, lunghissimo istante, la donna si mantenne immobile nel confronto con il proprio avversario, probabilmente decisa a studiare le potenzialità allor espresse da quella posizione e a comprendere, in ciò, il reale valore guerriero del medesimo. E, come lei, chiunque altro in quel momento avesse avuto un minimo di cognizione di causa nel merito, nell’osservare la disposizione nella quale egli stava così impegnando i propri arti e le proprie membra, avrebbe potuto facilmente intendere quanto, in verità, a dispetto di ogni possibile premessa, quell’uomo avrebbe avuto a poter vantare una conoscenza quantomeno superficiale dell’arte del combattimento, probabilmente conseguente a qualche corso di autodifesa o, forse, ancor meno.
Ridicolo, in tutto ciò, egli avrebbe già avuto a doversi quindi lì riconoscere, e lì riconoscere nel proprio intento in opposizione a una soldata qual quella a lui contrapposta, a una militare addestrata che, sin troppo facilmente, avrebbe potuto riservarsi la meglio a suo discapito. Ma se ciò egli desiderava, ciò egli avrebbe ricevuto… e il solo che avrebbe avuto poi a rimproverare per ciò sarebbe stato lui stesso.

« Signore. Signorsì, signore. » confermò quindi Tora, storcendo appena le labbra verso il basso a dimostrare la propria più sincera contrarietà a dover essere costretta ad agire in tal maniera e, ciò non di meno, non potendo ovviare ad accontentarlo, con la speranza, così facendo, di liberarsi della sua insistente presenza.

Fu questione di un attimo e laddove, un istante prima, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere a non meno di sei piedi di distanza da lui, un momento dopo la donna guerriero l’aveva raggiunto, scaricando in opposizione al suo volto un montante quietamente mirato in assoluta indifferenza alla supposta guardia da lui assunta. Ma se pur, nel cogliere quell’impetuosa irruenza, tutti i muti spettatori a quella scena non mancarono di considerare già per concluso l’incontro, nella palese vittoria della stessa militare, quanto lì, allora, avvenne, non poté, né avrebbe potuto, che sorprendere chiunque, a iniziare dalla medesima protagonista di tale azione.
Perché, quietamente ignorando il superamento della propria inutile guardia, quell’uomo ebbe lì ad anticipare l’offesa a lui rivolta non tanto agendo in funzione di una qualche ipotesi difensiva, quanto e piuttosto, scatenandosi a propria volta in una chiara azione offensiva, e in un’azione offensiva che, in maniera del tutto innaturale e inattesa, venne condotta da quella stessa mancina lì sospinta in avanti, e quietamente da lei superata, la quale, con straordinario vigore, ebbe a calare, in un gesto impietoso, sul retro del collo di lei, non per avere a colpirla, quanto e piuttosto per lì afferrarla, sollevarla letteralmente e rigettarla lontano da sé, quasi altro non avesse a doversi giudicare che un cucciolo fastidioso nel confronto con il quale non avrebbe desiderato perdere ulteriormente il proprio tempo. E se repentina fu la sua reazione, altrettanto repentino ebbe a essere il di lui ritorno, ancora una volta, a quella postura elementare, a quella guardia ipoteticamente inefficace e che pur, nell’evidente e proverbiale fortuna propria del principiante, ebbe allora ad arridergli, offrendo alla propria palese imperizia una fugace parvenza di preparazione, e di preparazione a livelli, chiaramente, ben superiori rispetto a quanto, alcuno, sarebbe stato disposto a riconoscergli…

« In piedi, caporal maggiore! » ordinò l’accusatore, rivolgendosi alla propria controparte e, in tal senso, richiedendole di non avere a sprecare inutilmente il suo e il proprio tempo nel restare scompostamente a terra, là dove, senza particolare riguardo, egli aveva avuto a catapultarla con sprezzante superiorità.
« Signore. Signorsì… signore. » rispose l’altra, con una subitaneità involontaria, nell’essersi lì improvvisamente ritrovata proiettata nuovamente nell’epoca distante del proprio addestramento, e, ciò non di meno, cercando di non offrire evidenza di quanto, in conseguenza a quegli eventi, potesse allor aver subito il colpo infertole, rialzandosi immediatamente, per tornare pronta a offrirsi qual pronta a combattere.

Tutt’altro che stolida, Tora non ebbe, tuttavia e ovviamente, a ritentare il medesimo approccio precedente.
Nel riconoscere quanto, forse per mera fortuna, o forse no, il proprio antagonista fosse stato in grado di far fronte a quella sicuramente eccessiva confidenza che ella si era inopportunamente concessa nei riguardi del loro confronto, del loro duello; ella volle riservarsi l’opportunità di un metaforico passo all’indietro, quantomeno dal punto di vista psicologico, per garantirsi l’occasione di ovviare a nuove leggerezze tattiche nei suoi riguardi. Una rivalutazione, la sua, che non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual espressione di una volontà di resa, quanto e piuttosto definizione evidente dell’impegno che, a margine di quella situazione quantomeno insolita, quantomeno inusuale, e a confronto con la quale, pur, non si sarebbe perdonata se non le fosse stato proprio.
Con un diverso approccio, quindi, ella ebbe a muoversi nella propria seconda carica contro il proprio mastodontico avversario, questa volta non tentando un approccio diretto, non cercando di imporsi a testa bassa nei suoi riguardi, quanto e piuttosto riservandosi, e riservandogli, maggiore attenzione, compiendo una finta e, all’ultimo smarcandosi lateralmente, per puntare, in questa occasione, a un nuovo affondo, e a un affondo, in questa occasione, non tanto diretto al suo viso, quanto e piuttosto al suo plesso solare, nella volontà di negargli, attraverso tale colpo, qualunque possibilità di respiro per qualche, e pur sicuramente fatale, secondo.