11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

venerdì 10 maggio 2019

2906


Oltre le sbarre proprie di quella cella, a rispondere a quel richiamo e a offrire ragione alla foto presente nella di lei scheda in suo possesso, una donna dal fisico atletico e ben proporzionato, dalle spalle larghe e dai muscoli guizzanti al di sotto di un’attillata canottiera da lei indossata insieme a larghi pantaloni militari, avrebbe lì avuto, infatti, a poter vantare più possibilità di fraintendimento con la stessa Midda Bontor allorché con la sua amica Lys’sh, in una comunione di caratteristiche fisiche tali da non poter generare ambiguità di sorta nel merito del fatto di quanto anch’ella fosse una guerriera, e una guerriera che della lotta, della battaglia, della guerra, doveva aver reso la propria quotidianità. Un corpo come quello, dopotutto, non avrebbe avuto a dover essere banalizzato qual banale genetica, qual una fortunata combinazione di caratteristiche ereditarie: un corpo come quello, muscoli come quelli, proporzioni come quelle, per lei così come per Midda Bontor, avrebbero avuto a dover essere giudicati, piuttosto, frutto di una vita intera dedicata a un rigoroso allenamento, a un rigido addestramento, e un allenamento, un addestramento, mirato a trasformarlo in una vera e propria arma, e un’arma che, nel cuore di una battaglia, non le avrebbe mai tradite. L’accompagnarsi con una spada, piuttosto che con una pistola, certo, non sarebbe stato disdegnato da loro ma, ciò non di meno, delle donne loro pari non avrebbero potuto ovviare a dimostrare di conoscere quella semplice e banale verità di quanto nessuna spada, nessuna pistola, avrebbero mai potuto sopperire, allora, all’assenza di una formazione fisica adeguata e, soprattutto, al mantenimento di tale vigore, di simile preparazione, in qualcosa che, quindi, non avrebbe potuto ovviare a costare tempo, a richiedere impegno, dedizione, passione… ma che, comunque, alla fine avrebbe loro garantito quel fondamentale discriminante utile a discernere la vita dalla morte.
Una donna, una guerriera, quindi, quella presente oltre le sbarre proprie di quella cella, che, voltandosi verso di lui con i propri corti e biondi capelli e i propri profondi e castani occhi, ebbe lì a rivolgergli uno sguardo del tutto neutro, privo di qualunque evidenza espressiva in una direzione o nell’altra, in termini tali per cui impossibile sarebbe stato definire, da parte della stessa, il fatto che l’avesse lì riconosciuto, così come, d’altro canto, impossibile sarebbe egualmente stato definire il contrario, a porre quiete basi per tanto facile, quanto scomoda, ambiguità. E un’ambiguità che, a conti fatti, avrebbe avuto lì a doversi considerare qual già evidente manifesto di quanto, a prescindere dalla realtà oggettiva dei fatti, quella donna, quella guerriera, avrebbe sicuramente mantenuto fede alla propria versione della verità, e di una verità che, tuttavia, non avrebbe mai potuto essere accettata qual tale nel confronto con la testimonianza diretta dell’accusatore. E di quell’accusatore che, neppure sotto pesanti effetti di alcool o droghe, avrebbe potuto fraintendere quella donna umana per una donna ofidiana, rispetto a lei diversa non soltanto nell’aspetto, ma anche e palesemente nelle proprie forme e proporzioni…

« Signore. » annuì ella, portandosi con le mani compostamente raccolte dietro la schiena, lì perfettamente dritta, nel mentre in cui le gambe ebbero ad allargarsi a riproporre esattamente la distanza propria delle spalle, nella tipica postura propria di un militare a riposo « Signorsì, signore. »

Pitra Zafral non avrebbe potuto vantare alcuna avversione personale contro quella donna: chiunque ella fosse, qualunque fosse le sua storia personale, innanzi al suo sguardo, innanzi al suo giudizio, ella non aveva commesso alcuna violazione della legge… anzi. Se la sua teoria avesse trovato conferma, quella donna avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, in quel momento, qual disposta a farsi carico di colpe non proprie, e a farsi carico delle stesse in certa, quieta ubbidienza a un ordine superiore, un ordine al quale, in qualche militare, in quanto soldata, ella non avrebbe potuto ovviare a offrire fedeltà, pena, in tal caso, sì a una violazione della legge, e di quella legge militare che, ancor più severamente d’ogni legge civile, l’avrebbe potuta condannare per la propria insubordinazione. Innanzi al suo sguardo, pertanto, quella donna avrebbe avuto a doversi riconoscere quel semplicemente ammirevole, in misura tale per cui, non fosse egli stato sposato con la legge stessa, avrebbe potuto anche quietamente ipotizzare un certo interesse nei suoi riguardi, nella stima che ella era in grado di suscitare in lui.
Purtroppo, in quel momento, in quel frangente, non animato dalla stima, quanto e piuttosto da un chiaro interesse inquisitorio, egli avrebbe avuto a dover agire, e avrebbe avuto a dover agire nel nome della legge che, in quel momento, in quel luogo, egli non avrebbe potuto comunque evitare di rappresentare.

« Caporal maggiore Ghiedel… » esordì pertanto egli, con tono fermo e incedere inflessibile, che alcuna simpatia avrebbe potuto palesare nei riguardi di quella donna « … mi riconosce? »
« Signore, sì signore. » confermò ella, senza muovere alcun muscolo al di fuori di quelli utili per scandire quella replica, immobile come una statua, e una statua lì eretta a rendere onore all’idea stessa dell’esercito e di tutti i valori a esso ricollegabili « Lei è l’accusatore Pitra Zafral. »
« Bene. » annuì l’uomo, incrociando le braccia al petto nell’osservarla, e nell’osservarla senza cattiveria, quanto e piuttosto nel distacco proprio della legge, e di quella legge che avrebbe dovuto essere imparziale innanzi a tutti i propri figli diletti « Dove si trovava questa mattina, fra le cinque e le nove? »
« Signore. In molti luoghi, signore. » replicò la donna, in una risposta assolutamente legittima dato l’arco temporale sì esteso da lui selezionato, un arco temporale all’interno del quale, tutt’altro che per pura coincidenza, avrebbe avuto a doversi riconoscere anche il momento dell’aggressione di Midda Bontor a proprio discapito, nel proprio appartamento.
« Potrebbe offrirmi una sintesi, per cortesia…? » insistette egli, desiderando che fosse la sua stessa interlocutrice a ricostruire la linea temporale degli eventi dal proprio punto di vista, nella speranza, tutt’altro che fondata, di poterla cogliere in errore, di poter evidenziare una qualche incoerenza nel confronto con gli eventi da lui stesso altresì vissuti.
« Signore, signorsì signore. » si concesse ella quietamente collaborativa, confermando la fattibilità di quella richiesta e subito accogliendola « Alle cinque, come ogni giorno, stavo finendo la mia corsa mattutina. Sono rientrata in casa alle cinque e quindici minuti. Mi sono concessa un’ultima sessione di distensione muscolare e mi sono fatta una doccia. Alle cinque e quarantacinque ho reso lode agli dei con le preghiere quotidiane. Alle sei ho consumato la mia colazione, mi sono preparata e sono uscita di casa per recarmi al lavoro. »

Con quieto e pur distaccato interesse, l’accusatore seguì la ricostruzione di quegli eventi, ascoltando con attenzione il resoconto puntuale di una donna chiaramente addestrata al rispetto di una certa abitudinarietà, tale per cui, per quegli orari, non vi sarebbe potuta essere occasione alcuna di dubbio, probabilmente risultando equivalenti in qualunque giorno della settimana, del mese o dell’anno.
Incuriosito, a margine di tutto ciò, egli ebbe a ritrovarsi nel confronto con l’accenno a una certa cura per la sfera propria della spiritualità, con il riferimento a delle preghiere quotidiane rivolte in direzione di non meglio specificati dei: da parte di una guerriera, di una soldata, forse in maniera superficiale, egli non si sarebbe atteso altra devozione se non nei riguardi del proprio lavoro, escludendo, in ciò, l’idea stessa di un qualsivoglia credo religioso che, da tal punto di vista, avrebbe potuto risultare soltanto una futile distrazione. E se pur, per mero interesse personale, egli sarebbe stato desideroso di approfondire l’argomento, chiedendole quale fede ella professasse, l’accusatore mantenne per se simile interrogativo: in assenza di un qualche evidente motivazione utile a violare, in quel modo, la riservatezza propria di quella donna, inopportuno sarebbe stato per lui avere a formulare tale domanda o, peggio ancora, costringerla a offrirgli una qualsivoglia replica a tal riguardo.
Così, tenendo per sé il proprio dubbio, egli si limitò a proseguire nell’attento ascolto della cronaca che ella gli stava offrendo, a soddisfazione della propria domanda…

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