Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 056 - Un oscuro ordito. Mostra tutti i post
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martedì 28 maggio 2019
2924
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Quando, all’alba di un nuovo giorno, l’accusatore Pitra Zafral ebbe a risvegliarsi entro i quieti confini del proprio appartamento, e di quell’appartamento in cui viveva solo, non avendo mai amato null’altro al di fuori della legge, e solo alla legge avendo votato la propria esistenza, egli ebbe a scoprirsi solo esattamente come avrebbe dovuto essere.
In una quieta contrazione addominale, egli si levò a sedere sul letto, si voltò, e posò i piedi a terra. Per un istante ebbe a osservarsi attorno e, poi, scalzo, si mosse in silenzio verso una delle due porte lì presenti, già dischiusa, e dischiusa, per la precisione, sul proprio bagno. Lì si spogliò, ed entrò nella doccia, aprendo l’acqua calda e obliando a ogni pensiero, a ogni sensazione, a ogni emozione sotto quel piacevole flusso.
Ella amava la sensazione di quel getto quasi violento che, infrangendosi contro la propria pelle, scivolava poi, a tratti lento, a tratti veloce, lungo le proprie forme. Era qualcosa che non aveva avuto alcuna occasione di sperimentare nella propria precedente vita, e, per quanto intrappolata all’interno del proprio stesso corpo, prigioniera di colei che l’aveva riportata in vita, non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare tutto quello, godendolo quasi qual una fugace possibilità di sentirsi nuovamente se stessa, al di là di tutto quello che le stava accadendo. Metaforicamente, quell’acqua gettata con forza sulla sua pelle, sulla sua carne, in quello che quasi avrebbe avuto a potersi riconoscere qual una sorta di massaggio idroterapico, le concedeva l’illusione di potersi svestire di ogni menzogna, di ogni falsità, e di tornare a essere soltanto la donna che era, e che avrebbe dovuto essere se non fosse stata trasformata in quell’abominio.
Certo, nella propria vita passata, dell’inganno, della menzogna, del celarsi dietro mentite spoglie, ella aveva reso la propria professione, interpretando più vite, più persone e personalità rispetto a quanto non avrebbe potuto allor vantare di ricordare, e, forse, rispetto a quanto anche non avrebbe voluto poter ricordare. Perché quasi sempre ciò che ella aveva compiuto, nelle proprie altre identità, non era stato piacevole.
Forse in tal senso avrebbe avuto a doversi interpretare quanto le stava occorrendo in quel momento? Forse in tal senso avrebbe avuto a doversi intendere la propria attuale condizione? Qual una sorta di divina punizione per le proprie colpe passate, per tutto ciò che di sbagliato aveva compiuto dietro nomi diversi, dietro identità estranee alla propria, al punto tale, ora, da essere addirittura privata non soltanto della propria stessa identità, e, persino, del proprio volto, ma anche, e peggio ancora, della propria medesima volontà?!
Ricordava la propria colpa. La propria ultima colpa. Quel duplice tradimento. Quel tradimento mosso a discapito non di un’amica, ma addirittura di due, di due donne forti, di due donne meravigliose, fra loro paradossalmente così identiche e pur così diverse, così prossime e pur così distanti, al servizio di entrambe le quali si era ambiguamente posta, e la fiducia delle quali, al contempo, aveva quindi finito per tradire, nel paradosso stesso conseguente alla propria esistenza.
Ella ricordava la propria colpa. E, nella consapevolezza di quella colpa, l’ultima di molte altre e, pur, probabilmente, la peggiore fra tutte, e nella consapevolezza di quella colpa per espiare la quale si era spinta addirittura all’estremo sacrificio, ella non avrebbe potuto ovviare a rifiutare, tuttavia, qualunque possibilità di quieta accettazione del proprio presente qual un percorso di punizione per quanto compiuto. Perché se dietro a una colpa avrebbe avuto a potervi essere un riscatto, una redenzione, quanto ella stava lì compiendo, e stava lì compiendo non per propria volontà, ma quasi quanto mera spettatrice, non avrebbe potuto intendersi in alcun modo ricollegabile a redenzione, a riscatto. Non, quantomeno, nel momento in cui, a pagarne il prezzo, ancora una volta, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta proprio la sua amata Midda Bontor.
Aveva amato Midda Bontor. E, per lei, ella aveva imparato anche ad amare Nissa Bontor. E, per entrambe, ella era poi morta, facendo scudo con il proprio stesso corpo alla violenza di un attacco rivolto dalla seconda a discapito della prima.
E poi…?
Poi il nulla. L’oblio. Almeno sino a quando, dietro la sua schiena, quelle ali da sempre tatuate sulle sue ramate carni non si erano dischiuse, e non si erano dischiuse diventando reali, in un mondo che di reale avrebbe potuto avere tutto e nulla. E in un mondo nel quale, ancora una volta, le era stata concessa l’opportunità di intervenire in soccorso della sua antica amica, di propri passati compagni di ventura, e di nuovi volti, i nomi dei quali aveva appena avuto possibilità di apprendere nella concitazione degli avvenimenti occorsi.
Ovviamente ella sapeva di essere morta. Era consapevole che nulla di tutto quello, per lei, avrebbe avuto a poter essere riconosciuto qual reale. Ed era consapevole del fatto che, nel momento in cui tutti avessero lasciato il tempo del sogno, così come quel luogo era stato ribattezzato da una versione giovanile della stessa Nissa, ella avrebbe dovuto cessare di esistere, ritornando all’oblio nel quale era precipitata dopo la morte, ritornando al nulla al quale avrebbe dovuto appartenere.
Ma qualcosa glielo aveva impedito. Qualcuno glielo aveva impedito. Qualcuno che, forse, ella aveva già conosciuto, o, forse, avrebbe avuto occasione di conoscere in un qualche futuro mai vissuto, difficile a dirsi, difficile a comprendersi in una realtà al di fuori di ogni altra realtà, in un tempo al di fuori di ogni altro tempo. Qualcuno che, allora, l’aveva nuovamente legata alla vita, l’aveva trascinata ancora una volta nel proprio piano di realtà, in un corpo che era il proprio, e che pur, al tempo stesso, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il proprio. Perché il proprio corpo non avrebbe mai potuto modificare le proprie sembianze, non avrebbe mai potuto alterare le proprie forme e proporzioni, mutando in altezza, mutando in peso, e, persino, mutando nel proprio stesso genere sessuale.
Che cosa le avevano fatto…?
Perché, attraverso il vetro imperlato di piccole gocce d’acqua e il vapore generato dal calore proprio del getto di quella doccia, riflesso nello specchio dall’altra parte di quella stanza da bagno, ella non aveva la possibilità di ammirare le forme del proprio corpo, e di quel corpo di cui, obiettivamente, non avrebbe potuto ovviare ad andare fiera, nella bellezza, nella sublime bellezza che l’aveva da sempre contraddistinta, nella grazia e nella femminilità che gli dei le avevano concesso, e quella grazia e femminilità che, non lo avrebbe mai potuto negare, sovente si era dimostrata la sua arma più importante nella risoluzione dei propri conflitti, nella gestione dei propri incarichi mercenari? Perché allorché contemplare la sinuosa linea che, a partire dalle proprie spalle, avrebbe percorso i seni, la schiena, l’addome, i fianchi, sino a giungere ai sodi glutei e, di lì a ridiscendere alle lunghe e tornite gambe, il tutto racchiuso in quella vellutata pelle color della terra per poter avere la possibilità di baciare la quale qualunque uomo si sarebbe dannato l’anima, ella avrebbe dovuto osservare le forme nerborute di un tizio a lei pressoché sconosciuto, che, francamente, al di là di ogni giudizio di merito a riguardo dell’estetica del quale, non avrebbe mai potuto neppur apprezzare, ponendosi al di fuori di ogni propria preferenza, di ogni proprio gusto sessuale?
Maledette! Ella lo sapeva. Ne era perfettamente cosciente. E, tuttavia, al tempo stesso, non avrebbe potuto impedirlo, non avrebbe potuto ovviare all’evolversi di quegli eventi nei termini nei quali qualcun altro li stava definendo, a sicura distanza dagli stessi. Era consapevole del fatto che la stavano usando. Era consapevole del fatto che l’avevano trasformata in un’arma. E in un’arma che, entrambe, desideravano usare a discapito proprio della sua antica amica, proprio di quella donna che aveva amato, e per la salvezza della quale era arrivata a sacrificare la propria vita.
Ne era consapevole… ma non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo. Purtroppo non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo, intrappolata, qual si stava ponendo, nel proprio stesso corpo.
Conclusa la propria doccia, dal sapore proprio di un rito mattutino, l’accusatore Pitra Zafral chiuse l’acqua, allungò una mano verso un grande telo di morbida spugna bianca appeso poco distante, e lo portò al viso, per tamponare le gocce lì rimaste in aderenza alla sua pelle.
Una nuova giornata di lavoro stava per avere inizio… e, qualunque cosa lo avrebbe atteso, qualunque incarico l’omni-governo gli avrebbe allor riservato, egli era certo sarebbe stata una giornata meravigliosa.
lunedì 27 maggio 2019
2923
Avventura
056 - Un oscuro ordito
« Pare… che il suo coinvolgimento con l’accusatore non sia finito con la visita di ieri al suo appartamento. » la corresse Lange, scuotendo appena il capo « Poche ore fa Pitra Zafral è stato vittima di un attentato: se l’è cavata con un foro nella spalla… ma, stando alle sue dichiarazioni, l’aggreditrice era proprio lei, Bontor. »
« … cosa?! » ruggì ella, sgranando gli occhi con un misto di stupore e rabbia, nel mentre in cui la pelle del suo volto, abitualmente candida, per non dire pallida, avvampò immediatamente, rivelando tutto il profondo turbamento emotivo della stessa donna guerriero.
Per Midda Bontor, purtroppo, quella non avrebbe avuto a doversi riconoscere né la prima, né probabilmente l’ultima volta in cui si poneva accusata di crimini che non aveva realmente commesso. In verità, infatti, quella avrebbe avuto a dover essere giudicata, letteralmente, la storia della sua vita, e della sua vita in qualità di gemella, e di gemella di sua sorella Nissa, la quale, per cercare vendetta nei suoi confronti, spesso aveva fatto del proprio punto di forza quella loro peculiarità allo scopo di interpretare la propria stessa gemella, la propria stessa antagonista, e, in grazia al loro comune volto, commettere molte ingiustizie, troppi crimini, il più delle volte a discapito di persone appartenenti alla sua vita, a lei vicine. E, giusto per non escludere una situazione simile a quella attuale, l’ultima volta che, nel proprio mondo, ella aveva cercato di fare capolino all’interno di Kerrya, la principale capitale del regno di Kofreya, nonché sede della famiglia reale, era stata costretta a un repentino cambio di direzione, nello scoprire, proprio malgrado, di aver lì a essere ricercata, e a essere ricercata per ragioni che non avrebbe potuto neppure immaginare, non essendo assolutamente solita frequentare né quella regione, né tantomeno quella città in particolare: quali avessero a dover essere riconosciute, in quella sede, le proprie colpe, ella ancora non aveva avuto occasione di scoprirlo, ma, con un buon margine di confidenza, non avrebbe potuto ovviare a ritenere proprio Nissa qual principale responsabile per quanto accaduto, qualunque cosa fosse stata.
Nissa Bontor, per fortuna, o forse purtroppo, non avrebbe più avuto allora a dover essere riconosciuta qual una potenziale minaccia per lei, avendosi a dover riconoscere, altresì, qual una vittima eccellente della lunga e stancante guerra contro la regina Anmel Mal Toise. E in questo, Midda, avrebbe avuto a doversi sufficientemente al riparo da nuove situazioni simili. Ciò non di meno, nel momento in cui, ancora una volta, quello scenario già vissuto, quella situazione già affrontata più e più volte ebbe a ripresentarsi, ineluttabile non avrebbe potuto che essere l’ira crescente nel cuore della donna, e di quella donna che, da tutta la propria vita, si stava vedendo defraudata della propria stessa immagine, del proprio stesso volto, in situazioni diverse, da persone diverse, e pur sempre e solo animate da intenti avversi a lei e al suo bene.
Su chi, poi, in quello specifico frangente, avesse a doversi considerare l’impostora, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto ovviare ad avere una propria idea in particolare. Giacché, solo il giorno precedente, ella si era ritrovata a combattere con una donna in tutto e del tutto identica alla sua amica sororale Lys’sh, e che, stando alle dichiarazioni della medesima, soltanto pochi istanti prima di ingaggiare conflitto con lei, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta contraddistinta da un diverso volto, nell’intento di trarre altresì in inganno la stessa Lys’sh e Be’Sihl al suo fianco. Chiunque quella donna fosse, e qualunque fosse il suo reale aspetto, sufficientemente evidente avrebbe avuto a dover essere considerato quanto, allora, ella fosse in grado di mutare il proprio aspetto, e di mutarlo in maniera così perfetta da poter arrivare a trarre in inganno anche le persone più prossime a coloro dei quali ella si spingeva a rubare l’identità. E, in questo, nulla di sorprendente, nulla di straordinario, avrebbe avuto a dover essere considerato nell’aver reso proprio il volto della stessa Ucciditrice di Dei, al solo scopo di renderla colpevole di un attentato alla vita di colui che, paradossalmente, ella aveva sperato di condurre dalla propria parte, nella sempre più complessa lotta contro la regina Mal Toise…
« Deve essere stata quella dannata mutaforma… » ringhiò, a denti stretti, storcendo le labbra verso il basso, a dimostrazione di tutta la propria disapprovazione.
« Già… » confermò Duva, annuendo appena con fare sconsolato « … e questo, direi, manda a monte l’idea di portare l’accusatore dalla nostra parte. » soggiunse, scuotendo il capo « Abbiamo rischiato tanto per arrivare a lui… ma, ora come ora, dubito che egli potrà mai voler realmente offrire seguito alle tue parole, dopo averti visto sparargli contro, per chissà quale assurda motivazione. »
« Purtroppo il nostro problema principale, in questo momento, non è più Pitra Zafral… » scosse il capo il capitano della Kasta Hamina, serio nelle proprie parole e nella propria analisi « Cento miliardi di crediti è la più alta taglia che sia mai stata posta sulla testa di chiunque. Per anche soltanto un decimo di quella cifra, non mi stupirebbe se fosse qualcuno del nostro stesso equipaggio a tradirci… figuriamoci chiunque il resto del Creato. » argomentò, in quella dichiarazione di apparente sfiducia verso gli uomini e le donne della propria stessa famiglia che pur, ovviamente, non avrebbe voluto, né mai avrebbe potuto, essere realmente tale, quanto e piuttosto una pura iperbole, riponendo egli la più completa fiducia in chiunque a bordo della sua nave, come e forse più che in se stesso « Ci stanno facendo terra bruciata attorno. »
« Già. » annuì la sua ex-moglie, nonché primo ufficiale « Per noi non vi sarà più un porto sicuro nel quale ormeggiare… legale o meno che sia. Perché una cifra così esorbitante farebbe gola a chiunque… e chiunque potrebbe essere pronto a farci la pelle per incassarla. »
A livello puramente teorico, una nave come la Kasta Hamina, di vecchia generazione e dotata, accanto al nucleo all’idrargirio, anche di ampie e funzionali vele solari, non avrebbe avuto reale necessità di riservarsi occasione di scali in porto allo scopo di ricaricare il nucleo energetico della propria nave, giacché, in effetti, in grazia alle proprie vele, avrebbe potuto provvedere in autonomia in tal senso, acquisendo tutta l’energia della quale avrebbe mai potuto abbisognare.
Ciò non di meno, come sovente avrebbe avuto a doversi riconoscere consueto avvenire, avrebbe avuto a doversi considerare esistere una differenza fra la pura teoria e la concreta pratica. E tale differenza, in quel particolare frangente, avrebbe avuto a vedere le vele solari più riconoscibili qual una sorta di soluzione d’emergenza, ancor prima che, effettivamente, una strategia consigliabile. Ciò nel considerare come i tempi di ricarica del nucleo, sfruttando solo e unicamente le vele, avrebbero avuto a doversi riconoscere estremamente dilatati e tali da risultare d’ostacolo, ancor prima che d’aiuto, per una nave che, come la loro, avrebbe avuto a ritrovarsi, proprio malgrado, al centro delle attenzioni dell’intera popolazione dell’universo.
« Ho un senso di nausea e disgusto a dirlo… ma credo che, ora più che mai, dovremo fare affidamento a Desmair e alla sua organizzazione criminale. » strinse le labbra Midda, a contenere quell’innato moto di disgusto che avrebbe avuto a dover contraddistinguere una tale proposta, e una proposta che, allora, avrebbe ineluttabilmente visto intensificarsi la collaborazione con il proprio osceno e mai amato sposo, nella propria nuova incarnazione, e in quell’incarnazione con la quale, già, tutti loro erano recentemente scesi a patti per diversi scopi, per diverse ragioni, e in unione con il quale, ormai, non avrebbero più potuto ovviare ad agire, e ad agire al solo scopo di sopravvivere, da un lato, e di abbattere la regina Anmel Mal Toise, dall’altro, per quanto, obiettivamente, tale impresa non avrebbe potuto ovviare a iniziare ad assumere una dimensione quantomeno improba « Per quanto assurdo possa ritenersi, in questo momento egli potrebbe essere realmente l’unico contatto sicuro rimastoci nell’intero universo. »
Anmel Mal Toise infiltrata ai massimi vertici di una delle maggiori potenze della galassia. Una taglia a dir poco stellare sulle loro teste, tale da volgere in loro contrasto chiunque nel Creato. E come unico possibile alleato Desmair, la creatura più egoista e priva d’ogni senso di moralità che mai avrebbe potuto essere loro data occasione di conoscere…
… cosa avrebbe potuto andar ancor più storto, a margine di tutto ciò?!
domenica 26 maggio 2019
2922
Avventura
056 - Un oscuro ordito
« Midda…? Hai un minuto, per cortesia…?! »
A bussare sulla soglia della cabina della Figlia di Marr’Mahew, interrompendola nel mentre del crescendo di un quieto momento di giuoco in compagnia del propri figli, Tagae Nivre e Liagu Ras’Meen, nonché del proprio compagno, Be’Sihl, fu il giovane Ragazzo, il mozzo della Kasta Hamina.
E ben sapendo, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, quanto alcuno dei suoi compagni e compagne lì a bordo l’avrebbe mai disturbata in uno dei propri, sempre purtroppo rari, momenti di intimità familiare in compagnia dei propri figliuoli, quel sopraggiungere, quella richiesta d’attenzione da parte del giovane, non avrebbe avuto a poter essere banalizzata, non avrebbe dovuto essere facilmente ignorata… non, quantomeno, laddove allora avrebbe avuto sicuramente le proprie ottime motivazioni a proprio sostegno.
Per questo, domandando scusa ai bambini e al proprio uomo, l’Ucciditrice di Dei ebbe lì a sollevarsi dal pavimento, dove era sdraiata accanto ai pargoli, e per la precisione sotto ai pargoli in quel preciso istante intenti a tentare di schiacciarla sotto i propri pur esili corpicini, per potersi allontanare dal proprio alloggio, e dall’alloggio obiettivamente più affollato dell’intera piccola nave mercantile di classe libellula, solo per poter volgere tutta la propria più doverosa attenzione all’interlocutore.
« Dimmi… » lo invitò con ferma dolcezza, offrendo un lieve sorriso a colui che, in fondo, avrebbe lì avuto a doversi considerare quasi un fratello minore, all’interno di quella grande famiglia qual pur avrebbe avuto a riconoscersi l’equipaggio della nave.
« Lange e Duva vogliono parlarti. » comunicò lui, direzionando l’attenzione della propria interlocutrice, con un gesto dell’indice, al livello sottostante ai loro piedi, e, implicitamente, non di certo rivolgendo la propria attenzione alla mensa, alle cucine o, eventualmente, all’infermeria, quanto e piuttosto a quello sgabuzzino che, senza particolare dimostrazione d’arroganza in conseguenza al proprio ruolo, lo stesso capitan Rolamo aveva eletto al ruolo di proprio ufficio personale « Ci sono novità da Loicare… »
« Novità buone o cattive…? » domandò l’ex-mercenaria, invero già temendo avessero a doversi riconoscere più appartenenti alla seconda schiera allorché alla prima, o, in tal caso, ben diverso sarebbe stato l’approccio dello stesso Ragazzo all’argomento.
« Difficile a dirsi. » scosse tuttavia il capo egli, concedendo una parvenza di reale disorientamento, nel dimostrare di non essere in grado di concedersi tale discrimino, e, in questo, nel voler lasciare probabilmente a lei l’occasione di esprimersi a tal riguardo « Me lo dirai tu… » soggiunse, a esplicitare tale invito.
« Mmm… d’accordo. » annuì la donna, stringendosi fra le spalle nell’impossibilità, per il momento, di avere a prepararsi a livello psicologico a quanto avrebbe avuto a doverle essere comunicato, per poi aggiungere in direzione del portavoce « Grazie per essermi venuto ad avvisare. » soggiunse poi, assolutamente sincera in quell’espressione di gratitudine, prima di incamminarsi a scendere al ponte inferiore, per raggiungere Duva e Lange là dove la stavano attendendo.
Assolutamente franco, invero, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il ringraziamento così da lei scandito in tal occasione, in tal specifico frangente, francamente preferendo la cortesia offertale da una convocazione trasmessa in prima persona, così come era avvenuto, al distacco psicologico proprio di una mera comunicazione interna, qual pur allora avrebbe potuto contraddistinguere quell’invito, e avrebbe potuto contraddistinguerlo non per qualche velata ragione d’offesa a suo discapito, quanto e piuttosto nella semplice consuetudine propria di quella realtà. Una realtà ove, in grazia alla tecnologia, e a tutti gli straordinari progressi propri della medesima, obiettivamente avrebbe avuto a doversi riconoscere più pratico aprire un mero canale di comunicazione interno e invitarla a raggiungere il capitano e il primo ufficiale, allorché scomodare qualcuno per andare ad avvisarla in prima persona.
Per sua fortuna, tuttavia, dopo tanti anni trascorsi insieme, i suoi compagni di viaggio, i suoi amici, i suoi fratelli a bordo di quella nave, avevano ormai maturato un certo grado di confidenza con lei, e con quanto ella avrebbe potuto preferire piuttosto che tollerare. E, in questo, nessuno avrebbe avuto incertezza alcuna a comprendere come, per una donna proveniente, qual ella era, da un mondo privo di tecnologia, certamente l’accortezza di una voce gettata personalmente, allorché di una mera e impersonale comunicazione interna, avrebbe avuto a dover essere preferita. Una consapevolezza, parimenti, propria anche della stessa donna guerriero, in misura allor utile per apprezzare, e apprezzare più che sinceramente la premura in tal maniera destinatale dai propri compagni di viaggio, dai propri amici, dai suoi fratelli a bordo di quella nave.
« Eccomi. » annunciò entrando all’interno dell’angusto spazio che Lange insisteva a proclamare qual il proprio ufficio, e che, in effetti, avrebbe avuto a doversi considerare decisamente più stretto del ripostiglio delle scope proprio di Thaare Kir Flann, la cuoca di bordo.
Nell’abituale, e quasi obbligata, o quantomeno tale a livello di pura facciata, inimicizia propria fra i due comproprietari della Kasta Hamina, nonché ex-marito ed ex-moglie, rari avrebbero avuto a doversi riconoscere i momenti in cui, entrambi, avrebbero avuto ad apparire contraddistinti da una medesima espressione, ragione per la quale, in tali occasioni, quasi preoccupante avrebbe avuto a dover essere considerata la motivazione alla base di una tale armonia fra le parti.
« Che è successo…?! » domandò quindi la Figlia di Marr’Mahew, rinunciando a sedersi nel preferire affrontare immediatamente la questione, qualunque essa fosse, allorché impegnarsi a compiere qualche strano esercizio ginnico allor utile a permetterle di accomodarsi, in uno spazio tanto angusto, e in uno spazio in cui, pur, erano state infilate a forza tre sedie e una piccola scrivania, a offrire a tutto ciò la vana parvenza di un ufficio o di qualcosa che avrebbe voluto apparire tale.
« Abbiamo ricevuto delle notizie da Loicare… » esordì Lange, accarezzando con serietà la propria folta barba, e non sollevando neppure lo sguardo verso il proprio ufficiale tattico, a dimostrazione di quanto, in quel momento, la sua mente avrebbe avuto a doversi considerare assorta nel tentare di elaborare la mossa successiva in quella sempre più complessa partita a scacchi.
« Non che sia stato complicato riceverle… » puntualizzò Duva, aggrottando appena la fronte nel volgere, altresì, tutta la propria attenzione all’amica, alla sorella lì subentrata alle sue spalle « … in effetti è la notizia di punta di qualunque testata giornalistica del pianeta. » soggiunse poi, storcendo appena le labbra verso il basso in segno di disapprovazione per tutto ciò.
« … e…?! » insistette Midda, non apprezzando quel tergiversare attorno alla questione, nel preferire, piuttosto, che i due avessero a giungere direttamente al sodo, condividendo con lei quanto avrebbe avuto a dover sapere.
« Siamo tutti ricercati per il tentato omicidio dell’accusatore Pitra Zafral. » riprese voce il capitano, ora volgendo i propri occhi verso l’interlocutrice appena soggiunta all’interno del suo ufficio « L’omni-governo di Loicare ha proclamato una taglia di cento miliardi di crediti per chiunque ci abbia a consegnare, inutile sottolineare senza alcuna distinzione fra vivi o morti. »
« … cento miliardi di crediti?! » strabuzzò lo sguardo la donna guerriero, consapevole che con una simile cifra chiunque avrebbe potuto acquistare un piccolo pianeta periferico e vivere il resto della propria vita da gran pascià, motivo per il quale, indubbiamente, qualunque cacciatore di taglie dell’universo conosciuto si sarebbe immediatamente impegnato nel dar loro la caccia « E’ la conferma delle accuse di Desmair: non può che essere stata la regina Anmel a sollevare una simile taglia contro di noi… contro di me. » sancì, certa di ciò, nell’aver iniziato ormai a conoscere la propria nemesi per poterne ignorare il consueto modo d’agire, e quel modo d’agire che, al di là di ogni altra considerazione, non avrebbe potuto ovviare a confermare ogni informazione in loro possesso « Ma cento miliardi di crediti per una semplice visita all’appartamento di Pitra mi sembra un po’ esagerato… oltretutto non gli ho fatto nulla. »
sabato 25 maggio 2019
2921
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Con volto inappellabilmente inespressivo, Pitra aprì allora nuovamente il fuoco, e lo aprì, in questa occasione, a discapito della propria interlocutrice, non, tuttavia, nell’intento di ucciderla, quanto e piuttosto in quello di pretendere un ideale risarcimento da parte sua, e un ideale risarcimento che, allora, ebbe a esprimersi nell’apertura di un nuovo foro all’altezza di una spalla destra, e, in tale occasione, della spalla destra della controparte, prestando, in tal senso, la massima attenzione a tentare di replicare né più, né meno, la stessa ferita imposta a suo medesimo discapito.
Non un colpo letale, e, ciò non di meno, neppure un colpo indolore, quello che costrinse la donna a emettere un alto gemito e a contorcersi penosamente a terra, dimostrando, quantomeno, in tal senso, tutta la propria vulnerabilità e tutta la propria mortalità, la capacità di essere ferita e, all’occorrenza, di essere uccisa…
« Con questo siamo pari. » sancì egli, raccogliendo le forze e proiettando la propria arma a grande distanza da sé, prima di iniziare a retrocedere di qualche passo, per allontanarsi non soltanto da quella donna, quanto e piuttosto da quell’intera scena, e da quell’intera scena che, per lui, presto, molto presto, sarebbe divenuta troppo complicata da gestire.
L’attivazione dell’arma propria di un accusatore non avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un evento privo di ogni valore. Al contrario, nel considerare quanto, abitualmente, nessun accusatore avrebbe dovuto girare senza una scorta al seguito, l’evento proprio dell’attivazione della sua arma personale avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto di più simile a una sirena d’allarme, e quanto di più simile a una sirena d’allarme che aveva avuto a tradursi, nella pratica, in un silenzioso segnale d’allarme, e in un silenzioso segnale d’allarme rivolto all’attenzione di quegli uomini e di quelle donne preposti alla sua sicurezza, informandoli immediatamente non soltanto dell’occorrenza di un tale evento ma, ancor più, della sua esatta posizione in quel momento. Quell’esatta posizione che, per ragioni di sicurezza, nessuno avrebbe avuto altresì a dover conoscere in maniera tanto semplice, nell’assenza di qualunque segnalatore di monitoraggio o altro i quali avrebbero potuto, troppo facilmente, tradursi in una fonte di informazione utile per eventuali malintenzionati, e malintenzionati che, non certamente privi di risorse e di mezzi, avrebbero così potuto muovere un qualche attentato a discapito di un accusatore dell’omni-governo di Loicare; e quell’esatta posizione che pur, nel confronto proprio con l’occasione propria di un attacco, e di un attacco a discapito di un accusatore dell’omni-governo di Loicare, evento giustificativo da parte dello stesso per impugnare la propria arma e aprire il fuoco, avrebbe allora avuto a essere adeguatamente ridefinita nella propria importanza e nella propria riservatezza, e in quella riservatezza che, a confronto con un tale evento, non avrebbe avuto a dover essere più tutelata per ragioni di sicurezza, quanto e piuttosto, al contrario, violata per permettere a chi di dovere di intervenire, e di dover intervenire in suo soccorso.
Di ciò, ovviamente, Pitra Zafral avrebbe avuto a doversi riconoscere consapevole nel momento in cui aveva aperto il fuoco. E di ciò, parimenti, Pitra Zafral non avrebbe avuto a potersi riconoscere lieto in quanto, di conseguenza, ciò avrebbe potuto significare per lui.
Perché laddove quell’assassina dai molteplici volti era stata in grado di intercettare una comunicazione propria di un accusatore, e di giungere sino a lui per comprenderne le azioni e, all’occorrenza, ucciderlo, evidente avrebbe avuto a doversi ritenere quanto, parimenti, egli non avrebbe avuto a potersi fidare di nessun altro. Non laddove chiunque altro avrebbe potuto invero essere un altro assassino della stessa risma di quella; e non laddove, e soprattutto, egli non avrebbe potuto vantare alcuna effettiva consapevolezza nel merito di quanto vasta avrebbe avuto a doversi giudicare la corruzione che, ormai in maniera indubbia, aveva coinvolto il suo stesso omni-governo, permettendo a qualcuno, al suo interno, di complottare, e di complottare da un lato per ragioni chiaramente sovversive, e dall’altro per tutelare la propria stessa sotterranea esistenza, e quell’esistenza per mantenere il riservo attorno alla quale persino un accusatore suo pari avrebbe potuto essere quietamente eliminato o, peggio ancora, sostituito.
« Avresti dovuto lasciarmi ammazzare quella cagna, e continuare a vivere la tua vita nella quieta inconsapevolezza del mondo a te circostante. » ringhiò contro di lui la donna dal volto di Midda Bontor, confermando apertamente, in quelle parole, la propria identità, e quell’identità di cui pur, egli, avrebbe avuto a doversi considerare pressoché certo « Non avresti dovuto porti domande. Non avresti dovuto iniziare a indagare. Sei soltanto un piccolo giudice privo d’ogni importanza: pensi davvero di poter giudicare chi ti ha dettato la legge?! » tentò di provocarlo, forse per impedirgli di allontanarsi da lei, forse per riservarsi il tempo utile a superare il trauma del colpo appena subito e, in tal senso, di riservarsi una nuova occasione utile ad aggredirlo, e questa volta ad aggredirlo in maniera definitiva.
Se la stilettata con la quale ella lo aveva prima trapassato, ponendo in dubbio la sua stessa esistenza, era da lui pressoché stata ignorata, quantomeno nell’immediato, decisamente più doloroso ebbe a essere, per lui, ritrovarsi metaforicamente trapassato da quelle parole, e da quelle parole che, pur nulla aggiungendo ai propri sospetti, nulla suggerendo di più rispetto a quanto, già, autonomamente, non era riuscito a comprendere, e a comprendere nell’evidenza dell’esistenza di un potere superiore dietro alla complicità di Mudi Torr, o al silenzio di Tora Ghiedel, nonché dietro a quello stesso attuale attacco a suo discapito, non avrebbero potuto ovviare a raggiungerlo con la violenza propria di un dardo mirato al suo cuore, e un dardo che, allora, non avrebbe potuto ovviare a infrangere dolorosamente il suo stesso cuore, nel negargli l’unica certezza in ubbidienza alla quale, sino a quel momento, aveva mosso i propri passi… la legge.
Quella legge che, per anni, per decenni, era stata per lui quieta consapevolezza di quanto giusto e di quanto sbagliato, utile ago della bilancia fra il bene e il male, in quelle poche, semplici parole, in quella provocatoria domanda, gli stava venendo sottratta, e sottratta con la violenza propria di uno stupro, nell’evidenziare una verità tanto ovvia quanto, e purtroppo, da lui volutamente ignorata sino a quel momento: che la legge, in quanto emanazione stessa del potere, avrebbe incontrato il proprio intrinseco limite morale proprio nello scontro stesso con il potere, e con quel potere che, a tutti gli effetti, la legge avrebbe potuto modificare a proprio piacimento, ridefinendo, per il proprio solo diletto, quella linea di demarcazione fra giusto e sbagliato, fra bene e male. E laddove egli avesse voluto continuare a ubbidire alla legge, ineluttabilmente avrebbe avuto a doversi piegare nel confronto con tutto questo, e, all’occorrenza, anche con la corruzione di quei valori nei quali, da sempre, aveva voluto credere… o, comunque, l’errore non sarebbe stato di coloro i quali la legge dettavano, ma soltanto suo.
Così, per quanto già proiettato ad allontanarsi da lei, egli ebbe allora voltarsi nuovamente verso la propria interlocutrice, e a voltarsi verso di lei nella volontà, nella necessità di replicare a quelle parole, e di gridare il proprio dissenso, la propria opposizione a qualcosa che non avrebbe dovuto occorrere, che non avrebbe potuto occorrere in quei termini, per così come ella stava sostenendo e per così come, terribilmente, avrebbe confermato ogni paranoico avviso cospiratorio sollevato dalla vera Midda Bontor soltanto poche ore prima, quel paranoico avviso cospiratorio dietro al quale egli si era mosso per indagare con la ferma speranza di dimostrare il contrario di quanto, altresì, in quel momento gli stava venendo presentato, e presentato in maniera così brutale.
Ma ad ammutolirlo, a privarlo, in quel frangente, di ogni ulteriore possibilità di replica, di contrasto a discapito di quella donna, fu l’osceno spettacolo a confronto con il quale ebbe lì a ritrovarsi, nel ritrovare, distesa a terra, una grottesca figura che non avrebbe più avuto a potersi ricollegare, neppur idealmente, alla donna guerriero, né, altresì, almeno per quel momento, a chiunque altro…
… non laddove ogni singolo membro del suo corpo, ogni singola forma della sua persona, si stava violentemente rimodellando innanzi a lui, mutando nelle proprie proporzioni, nelle proprie forme, e persino nelle proprie dimensioni, e in dimensioni in rapido accrescimento, dimensioni a confronto con le quali persino i suoi vestiti ebbero a dover cedere e a infrangersi, ricadendo a brandelli attorno a qualunque cosa ella stesse diventando, e mutando quasi come se delle enormi mani invisibili stessero lì riplasmando della creta in nuove sembianze, e in nuove sembianze che, senza troppa fantasia, ebbero presto ad assomigliare terribilmente a un volto per lui inappellabilmente noto.
venerdì 24 maggio 2019
2920
Avventura
056 - Un oscuro ordito
A posteriori, forse, qualcuno avrebbe potuto definire brutale la reazione dell’uomo nel confronto con l’evidenza della propria condanna a morte. Ma, per quando non delicato fu il suo agire, ingiusto sarebbe allor stato definirlo effettivamente brutale… non, quantomeno, laddove egli, in fondo, non avrebbe potuto ovviare a un umano desiderio di rivalsa nei confronti di colei che pur, in tutto ciò, stava offrendosi qual propria potenziale assassina. Fu così che, con tutta l’energia che avrebbe potuto vantare di possedere in corpo, egli mosse il proprio braccio, e il proprio intero corpo, a cercare uno slancio rotatorio prima di schiantare a terra, e di schiantare brutalmente a terra, il corpo della propria avversaria, con un sordo suono che nulla di positivo avrebbe potuto lasciar intendere per l’integrità delle sue ossa e, in ciò, per il di lei immediato futuro.
A margine di tal gesto, e di tal gesto che pur brutale avrebbe potuto essere definito, e che null’altro, in lui, venne giustificato se non dalla volontà di arrestarla, di fermarla e impedirle, allora, nuove occasioni di nuocergli, o, parimenti, di scappargli, tuttavia, nessuna furia, nessuna rabbia, neppure la più effimera imprecazione, contraddistinsero quell’uomo, e quell’uomo che, allora, pur condannato a morte, e a una rapida morte per dissanguamento, non ebbe allora a riservarsi alcuna occasione di agitazione, alcuna reazione emotiva, nella quieta consapevolezza di quanto, in quel frangente, non gli sarebbe stata perdonata, non avendo tempo da poter perdere dietro alla propria emotività, nella necessità, piuttosto, di correre ai ripari. Ripari che, in assenza di una soluzione migliore, si videro da lui posti in essere nell’estrarre, allora, una pistola laser, sino a quel momento rimasta quietamente riposta dietro la sua schiena, al solo scopo di indirizzarne, allora, l’estremità anteriore, la bocca da fuoco, direttamente contro la ferita sanguinante, e quella ferita da cui troppo copiosamente il sangue stava allor abbandonando il suo corpo, per lì, senza battere ciglio, avere a sparare un colpo.
« Mmm… » mugolò, stringendo i denti e scoprendoli al di sotto delle proprie labbra, in una reazione di dolore, la prima, a confronto con quanto allora inflittosi autonomamente, e quanto allora inflittosi non in maniera insensata, quanto e piuttosto con assoluta cognizione di causa, e quell’assoluta cognizione di causa che, allora, avrebbe potuto discriminare, per lui, la sopravvivenza dalla morte certa, per così come altresì promessagli.
Non folle, il suo atto, quanto e piuttosto quietamente ponderato, avrebbe avuto a doversi riconoscere, con il plauso destinabile a un uomo che, pur innanzi alla certezza della propria morte, e della propria morte per un attacco chirurgico a proprio discapito, aveva lì dimostrato, ancora una volta, una freddezza e un controllo che pochi, in sua vece, avrebbero potuto vantare. Un atto ponderato, il suo, che a margine del dolore straziante del fascio laser che ebbe ad attraversare la sua spalla, da parte a parte, vide quello stesso fascio laser ripercorrere e suturare istantaneamente il solco precedentemente tracciato da quel sottile stiletto, bruciando violentemente le sue carni, e, ciò non di meno, arginando, al contempo, anche la fuoriuscita di sangue dall’arteria lesa, nella consueta cauterizzazione propria delle armi laser che, tuttavia, nel suo caso, avrebbe avuto a poter vantare il sapore di un provvidenziale primo soccorso.
Ovviamente, per quanto estemporaneamente contrastato il problema del dissanguamento, l’imposizione a proprio stesso contrasto di un colpo di arma laser non avrebbe avuto a doversi fraintendere propriamente privo di conseguenze, giacché, da quel nuovo foro aperto nelle proprie stesse carni, e nelle proprie stesse carni in un punto simile, spiacevolmente rapida sarebbe stata l’ineluttabile necrosi che avrebbe potuto per lui derivare, e quella necrosi che, a seguito di un qualunque colpo di arma laser, avrebbe potuto definire in maniera estremamente spiacevole la fine del malcapitato, non fosse stato sottoposto, quanto prima, a cure adeguate. Tutt’altro che salvo, ergo, egli avrebbe avuto a doversi riconoscere, avendo piuttosto, e in effetti, soltanto procrastinato di qualche ora la propria fine. Qualche ora che pur, speranzosamente, gli sarebbe stata allor utile per ritornare sui propri passi, ricongiungersi alle proprie guardie la sorveglianza delle quali aveva eluso per incontrarsi con la donna guerriero, e, da essi, venire condotto al più vicino ospedale, dove poter ricevere le cure necessarie.
Prima, tuttavia, di allontanarsi, quasi necessario fu, da parte sua, rivolgere un ultimo sguardo alla donna lì stesa a terra, a quella donna alla quale, speranzosamente, avrebbe dovuto aver inferto un colpo sì violento non soltanto da romperle qualche osso, quanto e ancor più da privarla di coscienza e, con essa, di ogni nuova possibilità di fuga…
… purtroppo per lui, però, così non era stato. E allorché posare lo sguardo su un corpo inerme, quanto ebbe lì a adocchiare fu lo sguardo sornione di una donna che, in maniera quasi divertita, si era riservata opportunità di contemplare l’improvvisato spettacolo da lui così allestito, e lo spettacolo proprio di un uomo che, a una morte, aveva deciso di sostituirne un’altra, a conquistare, con essa, qualche speranzosa ora in più di vita.
« Devo ammettere che lei è in gamba, accusatore… » sorrise ella, scuotendo appena il capo « Francamente non avrei mai pensato di spararmi per fermare un’emorragia, ma, a conti fatti, l’evidenza della sua ostinata esistenza in vita sembra proprio volerle dare ragione! »
Con un gesto rapido, nel riconoscerla ancora cosciente, egli ebbe lì a rivoltare l’arma già impiegata a proprio stesso discapito, o a propria stessa salvezza, a seconda della possibile chiave di lettura degli eventi, verso di lei, pronto, se necessario, a fare nuovamente fuoco, nel non volerle concedere, allora, occasione utile a infliggergli qualche nuovo attacco, qualche nuova offensiva.
Ma la donna, per tutta reazione, sorrise levando i palmi delle mani verso di lui e mostrandoli allor vuoti, a definire, in tal senso, la propria più completa inoffensività…
« Calmo, Zafral… stia calmo. » lo invitò ella, scuotendo appena il capo « Non credo che lei desideri veramente infrangere la legge alla quale tanto sembra affezionato, freddando in maniera così plateale una donna inerme, sdraiata ai suoi piedi. » evidenziò, ammiccando appena nello strizzare l’occhio sinistro verso di lui, con fare complice « Questo la renderebbe un assassino, non migliore rispetto a quelli che, in genere, giudica e condanna. »
« Chi sei…? A chi rispondi…?! » insistette egli, riproponendole la domanda precedente e, allora, evidenziando tutta la propria determinazione nell’ottenere quella risposta aprendo il fuoco verso di lei e andando a marcare un foro fumante a meno di un pollice dal suo volto, alla destra del suo capo.
« Il mio nome è Midda Namile Bontor… e rispondo soltanto a me stessa. » dichiarò sorniona l’altra, non cedendo nel proprio ruolo e in quel ruolo per così come da lei allor interpretato, per quanto, ai di lui occhi, ormai evidente avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto quella donna dovesse essere la stessa che, la mattina precedente, aveva fatto irruzione nel suo appartamento, dietro le mentite spoglie dell’ofidiana Har-Lys’sha… la stessa la colpa della quale, a seguito, aveva voluto assumersi Tora, in tal direzione sicuramente sospinta soltanto da un ordine superiore, e un ordine al quale ella non avrebbe potuto sottrarsi.
« Conosco Midda Bontor… e se il tuo braccio fosse veramente la protesi che le hanno impiantato sulla terza luna di Kritone, non avresti avuto alcuna difficoltà a liberarti dalla mia presa, anche senza dover ricorrere a lame di sorta. » argomentò egli, scuotendo il capo e adducendo alla dimostrazione della propria tesi quell’ulteriore, e tutt’altro che banale, dettaglio « Chi sei…?! »
« Sono chiunque tu voglia che io sia… » ridacchiò ella, semplicemente divertita da quella situazione « Sono l’infermiera che, questa notte, inietterà una piccola bolla d’aria nelle tue vene. Sono la prostituta che, domani notte, giacerà con te, avvelenandoti nel sonno. Sono una delle tue guardie che, quando meno te lo aspetterai, estrarrà la propria arma e ti aprirà un foro in quella tua piccola testa sproporzionata rispetto al resto del corpo. » proclamò, con l’entusiasmo proprio di chi, in quel momento, poteva star raccontando una barzelletta « Quindi… è molto meglio se ti uccidi ora. Perché, se non lo farai tu, da solo, presto o tardi troverò io il modo di farlo! »
giovedì 23 maggio 2019
2919
Avventura
056 - Un oscuro ordito
« Quindi…? » tentò di attirare la sua attenzione la donna guerriero, inarcando appena un sopracciglio nell’osservarlo « Perché tanto impegno e tanta segretezza per chiedermi di venire qui, accusatore?… Sentiva soltanto la mia mancanza, oppure c’è qualcosa di particolare di cui desidera parlarmi…?! »
Di cose in particolare di cui egli avrebbe desiderato discutere in quel momento con Midda Namile Bontor, in effetti, ve ne sarebbero state molte. Ciò non di meno, quell’insistente sensazione di prurito dietro alla propria nuca non gli stava concedendo tregua, nell’insistere a sostenere l’esistenza di un qualche problema, e di un qualche grosso problema in assenza della risoluzione del quale, probabilmente, egli avrebbe fatto meglio a tacere, e a tacere per ovviare non tanto a compromettersi e a compromettersi nella complicità allor ricercata con una pluriomicida latitante, quanto e piuttosto a rischiare la propria stessa vita.
Che cosa stava succedendo? Innanzi a quale minaccia il suo subconscio cercava di porlo in guardia…?!
« Bontor… ho sempre trovato straordinariamente irritante la sua capacità a trovare le parole giuste da dire nel momento sbagliato. » commentò egli, forse e persino già pentito di aver cercato quell’incontro e quell’incontro con quella donna e con quella donna che, negli ultimi anni, era stata per lui soltanto una fonte continua di mal di testa e preoccupazioni professionali.
“… la sua capacità…” ripeté egli, entro i confini della propria mente
“… la sua…”
Fu questione di un istante e, senza apparente preavviso, la destra dell’uomo si mosse con velocità straordinaria a chiudersi attorno alla gola della donna, lì afferrandola in una morsa d’acciaio e sollevandola di violenza da terra, quasi fosse suo desiderio, in quel momento, avere a impiccarla a mani nude.
Un gesto brutale, quello di cui l’accusatore si rese protagonista, e che, tuttavia, non fu accompagnato da una qualche esplosione di rabbia o altro, quanto e piuttosto, semplicemente, da un gelido controllo delle proprie azioni e delle proprie emozioni, una quieta consapevolezza di quanto avrebbe potuto compiere e di quanto, allora, avrebbe dovuto compiere, ad anticipare qualunque possibilità di reazione da parte della donna… e di quella donna che, a prescindere da chi realmente avesse a essere, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una minaccia estremamente pericolosa, fosse anche e soltanto nel suo semplice essersi lì presentata, innanzi a lui, in luogo alla vera Midda Namile Bontor. Perché chiunque ella fosse, quella donna non avrebbe avuto a dover essere confusa con la latitante a cui egli aveva dato appuntamento in quel luogo, per quel giorno e a quell’ora. Non, quantomeno, nell’esprimersi, in quel dialogo con lui, a lui rivolgendosi con l’uso della terza persona singolare, in una forma di rispetto che mai ella gli aveva tributato, sin dal loro primo incontro, quasi rivolgersi a qualcuno con un minimo di cortesia avesse a doversi considerare estraneo a ogni propria possibilità d’intendimento.
Era quella la nota stonata. Era quello il particolare fuori luogo da cui la sua mente stava cercando di porlo in guardia. E, per propria fortuna, egli era stato sufficientemente attento da coglierlo e da comprenderlo prima che potesse essere troppo tardi…
… o forse no.
No, nel momento in cui, praticamente in contemporanea alla sua morsa, e a quella morsa imposta attorno al collo della controparte, egli non ebbe a cogliere una pungente sensazione di freddo in corrispondenza alla propria spalla destra, e a quella spalla destra nella quale, solo con un tragico istante di ritardo, ebbe a cogliere la presenza di un sottile stiletto profondamente e precisamente conficcato all’altezza della propria arteria ascellare, con una maestria, con una precisione, degna del miglior chirurgo, o, forse, del miglior sicario. Una maestria, una precisione, plauso per le quali avrebbe allora avuto a doversi rivolgere proprio a colei che, in quel momento, aveva creduto di aver tratto in trappola e che, al contrario, in quel semplice gesto, lo aveva potenzialmente condannato a morte, per quanto a sua insaputa.
Perché se lunga e sottile, nonché incredibilmente affilata, avrebbe avuto a doversi riconoscere quella lama, e quella lama così penetrata a fondo nella sua spalla, sì violenta avrebbe avuto parimenti a doversi considerare la scarica adrenalinica per lui propria, in quel momento, in quell’azione, tale per cui, appunto, egli non ebbe immediatamente a rendersi conto dell’accaduto e, soprattutto, non ebbe a rendersi conto della gravità dell’accaduto e di quanto, ormai, la sua vita fosse legata a un filo incredibilmente sottile e terribilmente fragile.
« Chi sei…? E a chi rispondi…?! » inquisì freddamente egli, con il braccio ancora teso in quell’impegno volto a soffocare la propria interlocutrice, e in quell’impegno in conseguenza al quale, ancora, non stava lì prestando dovuta attenzione al colpo a lui inferto e alle possibili, peggiori conseguenze dello stesso.
« La mia lama… ha colpito la tua… arteria ascellare… » sussurrò a stento la donna dalle fattezze di Midda Bontor, e che pur Midda Bontor non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta essere « Appena estrarrò… il pugnale… ti resteranno soltanto… pochi istanti da vivere…. » lo avvertì, in quella che, forse, avrebbe avuto a doversi considerare persino una premura nei suoi riguardi, e una premura paradossalmente stonata, nel non poter in alcun modo ignorare l’evidenza dell’effettiva responsabilità di quella morte, e della propria effettiva responsabilità.
Fu allora che l’attenzione dell’uomo, dell’accusatore, venne riportata a quanto occorso, e a quanto, sino a quel momento, ignorato: non lo aveva veduto, non lo aveva proprio veduto arrivare. Chiunque fosse la sua avversaria era in gamba, era veramente in gamba, molto più rispetto alla maggior parte delle persone, molto più rispetto alla maggior parte dei combattenti. Giacché laddove, pur, egli aveva agito con assoluto controllo di sé e delle proprie emozioni, per portare a compimento quella presa e sancire, in tal modo, la conclusione di quel conflitto ancor prima del suo stesso inizio; ella era stata in grado di non lasciarsi minimamente sorprendere e, anzi, di reagire, e di reagire con controllo persino superiore al proprio, qual quello utile, nel vedersi afferrare alla gola da un uomo di più del doppio della propria massa, per porre in essere quella controffensiva, e per porla in essere in maniera così puntuale, così mirata, da non riservarsi occasione d’errore.
Storcendo le labbra verso il basso, egli ebbe così a maturare consapevolezza sulla propria attuale posizione e sulla criticità della stessa, in termini di assoluto disappunto a proprio stesso discapito, per essersi lasciato cogliere così di sorpresa nel momento stesso in cui, al contrario, avrebbe voluto essere lui a cogliere di sorpresa la controparte.
« Quei pochi istanti potrebbero essermi comunque utili per porre fine alla tua esistenza. » sancì Pitra, in una minaccia ancora una volta scandita con il massimo della freddezza mentale ed emotiva, quasi l’eventualità della propria imminente morte non avesse minimamente imposto timore sulla sua mente e sul suo cuore, frenandolo nel proprio agire « Così se anche dovessi morire, non morirò solo… »
Ma se quella sua richiesta intimidatoria avrebbe lì avuto a doversi riconoscere, obiettivamente, qual tale, nell’essere sì forte, e pur non forte abbastanza da poter spezzare il collo della propria avversaria con solo un gesto della propria destra, di natura ben diversa avrebbe avuto, parimenti, a doversi considerare la minaccia a lui imposta da quella terribile avversaria, e quell’avversaria che, allora, non si concesse alcuna remora a condurre a termine quanto preannunciato e a estrarre dal suo corpo, dalle sue carni, l’unica diga che, in quel frangente, stava comunque arginando la fuoriuscita del suo sangue dall’arteria infranta, e, con esso, della sua stessa vita dal suo corpo.
mercoledì 22 maggio 2019
2918
Avventura
056 - Un oscuro ordito
E Pitra Zafral fece ciò che doveva.
Non ne fu fiero. Non ne fu contento. In fondo, dietro all’accusatore, egli era e restava sempre un uomo. E in quanto tale non avrebbe potuto rinunciare con quieta indifferenza alla compagnia di una donna come Tora Ghiedel. Ma lo fece. Lo fece giacché qualunque altra scelta, qualunque altra iniziativa, da parte propria, sarebbe equivalsa a rinnegare tutto ciò che egli era stato, tutto ciò attorno al quale egli aveva incentrato la propria vita e, forse, e peggio, sarebbe anche equivalso a fare il giuoco del proprio antagonista, chiunque esso fosse. Ed egli non si sarebbe mai piegato di fronte alle perversioni di alcun nemico, fosse questo esterno ed estraneo, fosse questo interno all’interno dello stesso omni-governo di Loicare, come la quieta ubbidienza della bella Tora sembrava voler, inconsapevolmente, confermare.
Le accuse mosse da Midda Bontor avrebbero avuto a doversi giudicare a dir poco deliranti, con il riferimento a questa antica entità, a questo Progenitore di nome Anmel Mal Toise, infiltratosi all’interno dell’omni-governo e lì intento a cercare di sovvertire la guida stessa dell’intero, smisurato dominio di Loicare, per accentrare a sé ogni potere, ogni forza, per qualche oscuro piano. Ma dietro al delirio proprio di quelle parole, invero, egli non avrebbe potuto ovviare a cogliere un qualche fondo di verità, nel confronto con le evidenze fornitegli, e fornitegli dalle azioni dell’accusatore Torr e del caporal maggiore Ghiedel: un qualche fondo di verità, probabilmente, non riconducibile all’influenza di un’empia divinità oscura, qual la ricercata aveva tentato di presentargli, quanto e piuttosto a qualcosa di decisamente più concreto, di decisamente più razionale, e razionale, semplicemente e spiacevolmente, qual la corruzione stessa propria delle persone, e, in particolare, delle persone di potere.
Innanzi allo sguardo dell’accusatore Zafral, inutile, controproducente, disorientante, e soprattutto ipocrita, sarebbe infatti stato tentare di attribuire a qualche mistica causa esterna le ragioni proprie di quanto lì stava accadendo, giacché non vi sarebbe stato alcun bisogno, alcuna necessità di diavoli tentatori, o di oscure divinità dimenticate dalla Storia, per corrompere l’animo degli uomini e delle donne, umani o chimere che questi fossero, e per trasformarli nelle versioni peggiori di sé, nelle versioni più grette, più abiette di se stessi, offrendo spazio, in tal senso, soltanto alla desolazione, alla distruzione, e alla distruzione di tutto ciò che di buono non soltanto loro stessi potevano aver compiuto in passato, ma anche molti altri prima di loro si erano, parimenti, impegnati a compiere. Se per realizzare qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, sarebbe sempre stato necessario il lavoro di decine, centinaia, forse migliaia di persone di buona volontà, nella comunione di tanti, straordinari, piccoli contributi; per distruggere qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, sarebbe altresì stato sufficiente l’operato di poche persone corrotte, di poche persone che, a volte anche inconsapevolmente, si sarebbero lasciate animare dal proprio egoismo, imponendosi più o meno completa indifferenza, o peggio ancora ignavia, nel confronto di quanto, a causa loro, sarebbe andato perduto. E di questo, Pitra Zafral, non avrebbe voluto mai essere complice.
Perché se un tempo, anch’egli, nella propria semplicità, e nella semplicità di una vita vissuta ai margini di una società per lui ignota, aveva potuto aver agito unicamente per il proprio bene, per il proprio egoismo, dopo il proprio incontro con la legge egli aveva compreso quanto proprio la legge avrebbe avuto a doversi riconoscere qual quella meravigliosa bussola utile a permettere a persone diverse, a menti diverse, di trovare una comune direzione entro la quale muoversi, e una comune direzione entro la quale muoversi per il bene comune. Ma se delle leggi giuste avrebbero contribuito a realizzare qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, lasciando operare tutti gli uomini e le donne, umani e chimere, in comunione gli uni con gli altri; delle leggi ingiuste avrebbero contribuito altresì a distruggere qualcosa di grande, di stupendo, di meraviglioso, permettendo a quegli egoismi, a quelle bassezze proprie degli animi più gretti, di trovare spazio di espressione. Fortunatamente la legge, quando giusta, avrebbe sempre avuto dei propri sistemi di difesa, delle proprie vie per tutelarsi e per evitare che persone corrotte potessero corrompere la legge stessa: ed egli, in quanto accusatore, avrebbe avuto a dover riconoscere se stesso qual uno di questi baluardi eretti a protezione della legge, tanto innanzi a pericoli esterni ed estranei, tanto e ancor più innanzi a pericoli interni.
Così, egli avrebbe avuto a trovare chiunque avesse a doversi considerare colpevole di quanto compiuto dall’accusatore Torr e dal caporal maggiore Ghiedel, chiunque avesse forzato gli eventi portando quelle due persone, e accanto a loro chissà quante altre, ad agire al di fuori della legge, eludendo la legge. E una volta trovatolo, egli non gli avrebbe concesso alcuna pietà. Come mai, in alcun caso, avrebbe garantito a nessuno. Come neppure a Tora, in quel caso, aveva avuto cuore di poter riconoscere.
Ma se né dall’accusatore Torr, né dal caporal maggiore Ghiedel, egli aveva avuto possibilità di comprendere chi stesse allor orchestrando gli eventi, l’unica altra persona apparentemente informata sui fatti a cui egli avrebbe avuto a potersi appellare sarebbe stata proprio colei che, per prima, aveva tentato di porlo in guardia nel merito di quanto stava accadendo. Ragione per la quale, a meno di quarantotto ore dal loro ultimo incontro, e da quell’incontro al quale egli era stato costretto in prima istanza, fu lo stesso Pitra a richiedere una nuova possibilità di dialogo con Midda Namile Bontor, la ricercata, la latitante, la donna da dieci miliardi di crediti, colei che mai, in alcun caso, avrebbe avuto a doversi riconoscere rispettosa della legge di Loicare, colei che in più di un’occasione si era presa giuoco di lui o, addirittura, lo aveva aggredito, e colei che pur, a margine di tutto ciò, forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual l’unica persona realmente affidabile al quale appellarsi, per comprendere qualcosa di più di cosa stesse occorrendo…
« Accusatore. » lo salutò ella, chinando appena il capo, nel vederlo sopraggiungere al luogo in cui egli le aveva proposto di incontrarsi, nel giorno e nell’orario stabilito.
« Bontor… » ricambiò egli, osservandola con sguardo serio, scrutandola con assoluta attenzione, a poter cogliere l’evidenza di qualche eventuale pericolo, e pur nulla di più pericoloso ravvisando di lei esattamente così come presentatasi nel suo appartamento la mattina precedente… ossia pur quanto di più pericoloso avrebbe avuto a potersi ritenere, nel ben conoscere l’individuo in questione « Grazie per essere venuta. »
« Devo ammettere che non mi sarei mai attesa questa convocazione da parte sua… » replicò la donna guerriero, dagli occhi color del ghiaccio e dai capelli color del fuoco « Un gesto un po’ disperato, per un accusatore come lei, invocare l’aiuto di una pregiudicata come me. »
« Non infierisca, Bontor! » reagì egli, storcendo le labbra verso il basso innanzi alla provocazione di quella donna, e di quella donna alla quale avrebbe ben volentieri evitato di appellarsi se soltanto avesse avuto altre possibilità.
Qualcosa, tuttavia, a margine di quel pur breve, brevissimo scambio di parole con quella figura femminile, non avrebbe potuto ovviare a stuzzicare un suo atavico senso del pericolo, suggerendogli l’evidenza di qualcosa di inopportuno, di qualcosa di estraneo, di qualcosa di sbagliato in quel momento, in quella situazione. Ovviamente facile sarebbe stato minimizzare simile sensazione qual semplice paranoia, e paranoia motivata da quanto occorso in quegli ultimi due giorni e in quegli ultimi due giorni nel quale la sua intera realtà sembrava essere stata sovvertita sin nelle proprie stesse radici, portandolo a diffidare di un proprio collega, di una donna meravigliosa con la quale aveva condiviso una notte stupenda e, persino, del proprio stesso omni-governo per ritrovarsi lì, in quel momento, a complottare con una pregiudicata come Midda Bontor. Ma Pitra Zafral avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un uomo troppo saldo nelle proprie posizioni psicologiche per potersi concedere una sì banale reazione di paranoia…
… no! Qualcosa non andava. Qualcosa di stonato era in quel momento innanzi ai suoi occhi, attorno a lui. E se pur la sua mente conscia non si stava concedendo occasione di riconoscerlo, il suo subconscio stava ossessivamente cercando di porlo in guardia.
Ma in guardia da cosa?!
martedì 21 maggio 2019
2917
Avventura
056 - Un oscuro ordito
« … no… non direi. » scosse il capo egli, accennando un lieve sorriso e tendendo una mano verso di lei, a invitarla a raggiungerlo, in un gesto intrinsecamente contraddistinto da un’evidente premura per lei, da una certa, incontestabile dolcezza al suo indirizzo, e una dolcezza che, pur non avendo a dover essere giudicabile qual impropria dopo la notte appena occorsa, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quantomeno inopportuna nel confronto con l’evidenza della loro reciproca posizione, e di quella posizione che, dopotutto, non avrebbe potuto in alcun modo giustificare la parentesi romantica in tal maniera da loro intrapresa.
E se di ciò egli non avrebbe potuto ovviare essere che pienamente consapevole, allo stesso modo anche ella, che stupida non era né avrebbe desiderato apparire, non avrebbe potuto concedersi alcuna possibilità di ignavia, in termini tali per cui, obiettivamente, qualcosa di inopportuno non avrebbe potuto che essere identificato a margine di tutto quello, qualcosa di inopportuno del quale avrebbero fatto sicuramente meglio a parlare, e a parlare quanto prima, e qualcosa di inopportuno nel merito del quale, tuttavia, ella accettò di concedersi un’ultima dilazione, un ultima posticipazione, rispondendo all’invito così da lui rivoltole e muovendosi, con passo felpato sino alla sua posizione, per poter afferrare dolcemente quella grossa mano e lasciarsi guidare, da lui, fino a sedersi sulle sue gambe e fra le sue braccia. Ma se pur, ella, avrebbe potuto soprassedere, ancora per qualche minuto, probabilmente per qualche ora, nel merito di quell’argomento, di quella tematica tutt’altro che trascurabile, giacché avrebbe avuto a dover riguardare il suo stesso avvenire, il suo futuro, e il suo futuro come donna libera e incensurata piuttosto che come detenuta in un qualche carcere lunare, e avrebbe potuto concedersi tale occasione nel non voler, comunque, immediatamente porre fine a quella parentesi e a quella parentesi inattesa e imprevedibile, in compagnia dell’ultimo uomo nel letto del quale avrebbe mai potuto immaginare di ritrovarsi; egli, per la medesima ragione, nel non voler, comunque, immediatamente porre fine a quella parentesi e a quella parentesi inattesa e imprevedibile, non avrebbe altresì potuto ovviare che ad affrontare quel discorso, e a cercare un’occasione di chiarezza, per quanto, agendo in tal direzione, e agendo in tal direzione proprio in quel particolare momento, avrebbe sicuramente peccato di una certa indelicatezza e, soprattutto, avrebbe rischiato di imporre una connotazione spiacevolmente negativa a quelle ultime ore da loro trascorse insieme.
Al di là di ogni considerazione, di ogni recriminazione, tacere, per lui, in quel momento, sarebbe equivalso a tradire se stesso, a tradire il proprio impegno innanzi alla legge. E se mai, in un qualche futuro non meglio identificato, avrebbe potuto esservi, per loro, per quella loro storia, ancora a uno stato squisitamente embrionale, un qualunque proseguo; tale occasione di proseguo non avrebbe avuto a poter essere lì fondata su un tradimento dei propri stessi valori, in misura tale per cui, allora, inevitabilmente, presto o tardi il peso di quella colpa avrebbe finito per logorarlo… e per distruggere qualunque cosa avrebbero mai potuto ipotizzare di costruire insieme.
Così Pitra Zafral, dolcemente abbracciato alla sua ospite, alla sua imprevista compagna di letto nella notte appena conclusa, decise di prendere voce, e di prendere voce a dare corpo alla questione della quale entrambi erano lì pienamente consapevoli, e che, comunque, presto o tardi avrebbe avuto a dover essere affrontata…
« Tora… » scandì il nome di lei, con tono che, qualcuno, avrebbe potuto anche definire dolce, per quanto, una tale dolcezza avrebbe avuto a dover essere riconosciuta così estranea rispetto a lui in misura tale per cui, allora, non avrebbe potuto ovviare a risultare quasi complicata da gestire, e, in ciò, da esprimere.
« Dimmi. » lo invitò ella, levando una mano ad accarezzargli il volto, e, a margine di ciò, forse comunque già intuendo la direzione entro la quale avrebbe avuto a volersi muovere, e una direzione nella quale, quel loro confronto, non avrebbe potuto assumere toni tanto piacevoli, in termini tali per cui, sul di lei viso, non poté mancare ad allungarsi l’ombra di una certa preoccupazione, e di una preoccupazione per quanto, di lì a breve, avrebbe potuto avvenire.
« Devi parlare con me. » la invitò egli, con un lieve sospiro, scuotendo appena il capo nel mentre in cui, le sue forti braccia, si strinsero con delicatezza attorno al suo corpo « Chiunque sia dietro a questa storia, e qualunque sia questa storia, ti assicuro che io ho il potere per venirne a capo, e la forza utile per proteggerti. E per proteggerti da chiunque potrebbe osare minacciarti. » dichiarò, con tono di dolce premura verso di lei, in suo favore « Qualcosa di strano è accaduto ieri. Qualcosa di strano che ha avuto inizio in questo stesso appartamento, con la visita di Midda Namile Bontor, e con le sue accuse nel merito di una qualche infiltrazione eversiva all’interno dell’omni-governo. Qualcosa di strano che è proseguito con un violento confronto fra lei e un’altra donna, un’ofidiana identica alla sua complice Har-Lys’sha, entro i confini propri di questo appartamento. E qualcosa di strano attorno al quale un accusatore dell’omni-governo di Loicare e una donna straordinaria qual tu sei, stanno continuando a mentire, sostenendo una verità diversa dalla verità, sostenendo una posizione estranea alla verità, e, soprattutto, agendo oltre i limiti propri della legge. »
« … Pitra… » scosse il capo ella, storcendo appena le labbra verso il basso, a dimostrare quanto, dal canto proprio, non desiderasse rovinare quel momento, quella loro dolce occasione di confronto, parlando di tutto ciò, e parlandone proprio allora.
« Parlami, Tora… te ne prego. » insistette l’uomo, dimostrandosi sincero in quel proprio invito, in quella propria insistenza, e in quell’insistenza allora non motivata dalla volontà di sopraffarla, quanto e piuttosto di aiutarla, e di aiutarla a uscire da qualunque strano complotto l’avesse coinvolta « Il tuo silenzio non porterà a nulla di buono per te. Che io possa volerlo o meno, quest’oggi dovrò rispettare la legge… e nel rispetto della legge, per la tua menzogna, per la tua falsa testimonianza, dovrò condannarti. »
Un lungo momento di silenzio contraddistinse, allora, quel loro confronto. Un lungo momento di silenzio nel quale lo sguardo dell’una si immerse in quello dell’altro, ricercando, attraverso quella finestra sul suo animo, sul suo cuore, una qualche risposta, una qualche soluzione a quello che, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual uno sgradevole stallo, un’irrisolvibile stallo. Perché se tacendo ella sarebbe stata riconosciuta colpevole, anche parlando avrebbe egualmente infranto delle regole, delle leggi, in termini tali per cui, in ogni direzione entro la quale avrebbe potuto decidere di muoversi, egualmente spiacevole sarebbe stata la conclusione che l’avrebbe attesa al termine di tutto.
E lì, in quel momento, nel confronto con quello sguardo, ella avrebbe avuto a dover porre sui due metaforici piatti della bilancia il proprio lavoro, la propria carriera, quella che da sempre era stata la propria vita, e i confusi sentimenti per un uomo appena conosciuto, un uomo che sicuramente la stava affascinando, la stava turbando, ma il quale, parimenti, non stava riuscendo ad anteporre lei, e il suo bene, al proprio lavoro, alla propria carriera, a tutto ciò che da sempre era stata la sua vita. In ciò, pertanto, la soluzione allo stallo avrebbe avuto a doversi riconoscere tanto ovvia quanto obbligata, benché, francamente, ella avrebbe di gran lunga preferito avere occasione di fare ritorno alla sera prima, e a quella sera nella quale, per un fuggevole momento, entrambi erano parsi essere soltanto un uomo e una donna… e nulla più.
Così ella si allungò verso il suo viso con il proprio, spinse le proprie labbra verso le sue, e in lui ricercò, ancora una volta, un bacio, un lungo e dolce bacio con il quale, probabilmente, ringraziarlo, e ringraziarlo per quelle piacevoli ore che avevano condiviso insieme. Ore che mai avrebbe rinnegato, per quanto, probabilmente, mai avrebbero ripetuto.
« Fai ciò che devi. » sussurrò, separandosi da lui, e accennando, in ciò, a rialzarsi in piedi, per porre una giusta distanza fra sé e il proprio giudice.
lunedì 20 maggio 2019
2916
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Fu così che, all’alba di un nuovo giorno, quando l’accusatore Pitra Zafral ebbe a risvegliarsi entro i quieti confini del proprio appartamento, e di quell’appartamento in cui viveva solo, non avendo mai amato null’altro al di fuori della legge, e solo alla legge avendo votato la propria esistenza, egli ebbe a ritrovarsi tutt’altro che solo. Giacché, accanto a lui, nel suo letto, con il proprio nudo corpo pigramente avvolto nelle morbide lenzuola, sdraiata prona in misura utile a permettere al di lui sguardo occasione di ripercorrere la sensualità delle sue curve, dalle spalle ai glutei, avrebbe lì avuto a doversi apprezzare l’inattesa figura propria di una donna… e non di una donna qualsiasi.
Tora Ghiedel era lì, distesa a meno di un piede da lui, con la propria testa dolcemente appoggiata al suo stesso, muscoloso braccio, in quel momento scopertosi necessariamente intorpidito nell’aver mantenuto inconsapevolmente quella postura troppo a lungo. Ed ella era lì, distesa a meno di un piede da lui, non a caso, non per errore, ma per una consapevole e consenziente decisione che, la sera precedente, li aveva veduti decidere di fare ritorno insieme al suo appartamento, e, entro i confini della sua camera, abbandonarsi al piacere della reciproca fisicità. Contrariamente a ogni certezza, in opposizione a ogni previsione, la sera prima Pitra Zafral non aveva quindi ricondotto la propria ospite sino alla di lei cella. E l’incontro che li aveva veduti protagonisti nel corso di quella notte era stato di natura ben diversa rispetto a quello del quale, il pomeriggio precedente, entrambi si erano resi partecipi, segnando, alla fine, un sostanziale pareggio fra le parti, senza particolare distinzione fra vincitori e vinti, ma soltanto nel reciproco appagamento, e nell’appagamento di due corpi che sembravano essere stati concepiti, nell’idea del loro Creatore, al solo scopo di completarsi a vicenda.
Rigirandosi delicatamente nel letto, e voltandosi verso di lei al fine di rioffrire un minimo afflusso di sangue al proprio braccio informicolato, l’accusatore si concesse un lungo momento di quieta contemplazione della propria compagna di quella notte, contemplandone il volto, e scrutandone, ancora una volta, quanto in quel momento a lui visibile del suo corpo. Che ella incarnasse un esempio squisito di femminilità, e di una femminilità forte, non vi sarebbe potuto essere dubbio alcuno… e, nel corso di quell’appassionata notte, egli non aveva potuto ovviare a trovare più di una conferma a tal riguardo. In questo, egli non avrebbe potuto riservarsi quindi remora alcuna per quanto accaduto, per quanto occorso: entrambi decisamente adulti, entrambi consapevoli di ciò che stavano compiendo, ed entrambi assolutamente consenzienti a compiere tutto ciò, avevano avuto occasione di vivere quel loro nuovo, e più appassionato, confronto fisico con assoluta gratificazione da ambo le parti, in misura tale per cui, pertanto, anche l’inflessibile accusatore non avrebbe potuto ovviare a ritenersi più che soddisfatto della piega così presa dagli eventi. Ciò non di meno, ancora troppi interrogativi, ancora troppe zone d’ombra circondavano quella figura per permettergli di negarsi qualunque dubbio, qualunque sospetto a suo riguardo. Interrogativi i quali egli, al di là di quanto occorso in quelle ultime ore, non avrebbe potuto ovviare a voler chiarire, per dare un senso a quel quadro d’insieme riguardo al quale, purtroppo, ancora non avrebbe potuto vantare alcuna particolare confidenza. E interrogativi i quali egli, malgrado l’indubbio piacere derivante dalla compagnia di quella donna, non avrebbe potuto ovviare a voler definire, per comprendere quale reale ruolo ella avrebbe mai potuto giuocare nella propria vita, ammesso ma non concesso, chiaramente, che tutto quello non avesse a doversi risolvere qual la piacevole avventura di una notte e nulla di più.
Consapevole di ciò, e consapevole di doversi chiarire le idee, Pitra Zafral decise di alzarsi silenziosamente dal letto, con non poco impegno allo scopo di liberare il proprio braccio dalla presenza di lei, al fine di recuperare i propri pantaloni, e di muoversi, in maniera discreta, a lasciare quella stanza, per trasferirsi nell’area che, all’interno del proprio non piccolo appartamento, aveva adibito all’uso di studio. Lì, dopo essersi accomodato alla propria scrivania, egli accese lo schermo del proprio terminale e, indossati i propri occhiali da lettura, iniziò a muovere con quieta sicurezza e rapidità le dita sulla tastiera, nell’intento di compiere qualcosa che forse non avrebbe offerto alcun riscontro, alcun risultato, ma qualcosa che, parimenti, sperava non avrebbe mancato di aiutarlo a dissipare quella metaforica foschia che, in quel momento, stava impedendogli di contemplare l’intera trama di quell’ordito e, soprattutto, di comprendere la mano di chi fosse allora impegnata a tesserlo.
Non fosse stato, egli, un accusatore, quanto allora si impegnò a compiere si sarebbe dimostrato decisamente molto più complicato da porre in essere, per ineluttabili ostacoli che si sarebbero frapposti fra lui e il proprio intento.
Aprire, infatti, un canale di comunicazione, e un canale di comunicazione riservato, nei riguardi di una determinata nave stellare fra le infinite presenti nel vasto cosmo, a riguardo della posizione della quale, oltretutto, alcuna effettiva informazione avrebbe avuto a poter vantare di possedere, per un uomo qualunque, avrebbe richiesto non poco lavoro, non poco impegno, tanto per l’apertura stessa del canale, e di un canale che egli non desiderava potesse essere intercettato da terzi né l’esistenza del quale desiderava potesse essere riconosciuta da altri al di fuori dei diretti interessati, quanto e non di meno per la definizione stessa del destinatario, e di quel destinatario che, nell’aversi a riconoscere entro la lista dei ricercati dell’omni-governo di Loicare, non si sarebbe certamente riservato facile occasione di farsi raggiungere, e di farsi raggiungere da chicchessia. Ciò non di meno egli, in quanto accusatore, avrebbe avuto sicuramente a vantare alcune possibilità estranee ai più.
Così, per iniziare, l’apertura di un canale di comunicazione, e di un canale di comunicazione riservato, non avrebbe avuto a dover rappresentare un qualche ostacolo di sorta, non laddove, in quanto accusatore, ogni propria comunicazione, ogni propria disposizione, avrebbe avuto a doversi considerare coperta dal segreto d’ufficio, e, in questo, automaticamente riservata, criptata nella propria formulazione e dissimulata nella propria stessa occorrenza. Così, ancora, raggiungere una nave e una specifica nave stellare fra le infinite presenti nel vasto cosmo, non avrebbe avuto a doversi giudicare qualcosa di infattibile, non, laddove, comunque, anch’essi avrebbero avuto necessariamente a dover tessere una rete di contatti, contatti sicuri certamente, e pur contatti terzi, terzi ai quali, fosse solo per l’approvvigionamento di quanto necessario a proseguire nel proprio viaggio, non avrebbero potuto rinunciare, e terzi i quali, in quanto, comunque, estranei ai problemi con la giustizia di Loicare, egli avrebbe potuto raggiungere, attraverso una ricerca forse non immediata, forse non automatica, e, ciò non di meno, fattibile. Dopotutto, egli aveva dedicato gli ultimi anni della propria vita a seguire le tracce della Kasta Hamina attraverso le infinite distese siderali e, in questo, non avrebbe potuto ovviare a maturare una discreta confidenza con quella nave, con i membri del suo equipaggio e, soprattutto, con i loro consueti agganci nelle varie parti del cosmo. E quanto egli desiderava inviare, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un messaggio estremamente conciso, costituito soltanto da una data, un orario e delle coordinate, all’attenzione di una donna in particolare…
« Ehy… ecco dove ti sei nascosto… »
A sorprenderlo, un istante dopo l’invio del messaggio, fu la voce di Tora, la quale, avvolta all’interno del lenzuolo, lì adibito al ruolo di abito, aveva fatto allor capolino, scalza, all’ingresso del suo studio: necessariamente scapigliata, e con il volto ancor evidentemente dominato dal sonno che non l’aveva ancor completamente abbandonata, ella doveva aver deciso di lasciare il letto soltanto in conseguenza alla rilevata assenza del proprio compagno, e di quel compagno che, allora, aveva lì appena ritrovato, offrendole motivazione utile a ornare il suo volto con un dolce sorriso.
« … sono uno spettacolo così terribile, al mattino, da preferire nasconderti qui dentro a lavorare ancor prima che restare al mio fianco nel letto?! » domandò sorniona ella, non negandosi la possibilità di un’implicita richiesta di lusinghe, in favore alla propria lì quanto mai evidente femminilità.
domenica 19 maggio 2019
2915
Avventura
056 - Un oscuro ordito
« E poi, mentre ancora stavo scontando la mia pena, iniziai a comprendere una semplice verità: per quanto io fossi stato forte, per quanto io fossi stato arrogante, per quanto io fossi stato prepotente, vi sarebbe stato sempre qualcuno che, a prescindere dalla propria forza, dalla propria arroganza e dalla propria prepotenza, avrebbe potuto avere la meglio su di me… un accusatore. » confessò quietamente, condividendo con la propria interlocutrice quella parte del proprio passato e di quel passato del quale non avrebbe potuto andare assolutamente fiero e che pur, non di fronte a lei, non di fronte ad altri, avrebbe mai mistificato, comunque fiero del proprio percorso di vita e di quanto, in esso, ottenuto « Così, ancora rinchiuso in quella miniera, decisi che avrei dovuto diventare io stesso un accusatore. E per quanto assurdo tale pensiero avrebbe potuto risultare, iniziai a trascorrere parte delle mie notti a studiare la legge, a imparare quelle stesse regole delle quali mi ero da sempre disinteressato… e questo ebbe a cambiare qualcosa in me. » dichiarò, ancora una volta accennando un lieve sorriso, nel ricordare, quasi romanticamente, il proprio primo incontro con la legge, e con quella legge che avrebbe alterato radicalmente il corso della propria intera esistenza « Sembra folle a dirsi, e probabilmente lo è, ma più studiavo la legge, più ne comprendevo il valore, e più ne comprendevo il valore, più la apprezzavo. La legge mi offrì allora la possibilità di sviluppare quella bussola morale che da sempre mi era mancata, mi offrì allora l’occasione per iniziare a distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, offrendomi, in ciò, dei criteri oggettivi, dei criteri estranei a ogni possibile manipolazione. »
« Qualcuno potrebbe definirti uno zelota… » osservò ella, ora tornata seria nel confronto con un uomo che, non avrebbe avuto a doverlo dimenticare, solo poche ore prima l’aveva condannata, e l’aveva condannata per spergiuro, una condanna, la sua, che alla luce di quelle stesse parole, ovviamente, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa come modificata, e che, in questo, l’avrebbe vista perdere la propria libertà, la propria indipendenza, con la sola colpa di aver eseguito i propri ordini, di aver servito il proprio omni-governo, esattamente come lui.
« Può essere che io lo sia. » confermò egli, stringendosi appena fra le enormi spalle « Di certo la legge, da più di trent’anni, è la sola compagna che mi è stata sempre vicina, che non mi ha mai abbandonato o tradito… e che mi ha aiutato ad affrontare questa folle realtà con solide basi di riferimento, come pochi, o forse nessuno, potrebbero vantare di possedere. » dichiarò, in parole che non avrebbero offerto il benché minimo spazio a fraintendimenti di sorta nel merito delle sue posizioni e, alla luce delle quali, ogni ipotesi di una qualche chiave di lettura romantica a margine di quel loro appuntamento, di quella loro cena, avrebbe perduto di significato, nell’imporre a quella donna una rivale inarrivabile fermamente insidiatasi nel cuore dell’accusatore.
Ma al di là di quanto egli potesse star lì dichiarando, le sue parole e le sue azioni non avrebbero avuto a doversi considerare in quieta armonia.
Perché, laddove per lui l’unica realtà fosse stata la legge, la quieta applicazione della legge non gli avrebbe concesso l’opportunità di ideare una serata come quella, di prendere una prigioniera condannata e di condurla seco in un luogo come quello, per deliziarla con una cena come quella, probabilmente molto più costosa rispetto a quanto mai ella si sarebbe potuta permettere di pagare senza, in ciò, avere a incidere spiacevolmente nel proprio bilancio domestico, e, ancora, di vestirla con un vestito bello come quello che le aveva procurato, un abito di fattura semplicemente pregevole, e dal taglio squisito, un taglio, invero, scelto con gusto a dir poco impeccabile per concederle di apparire in tutto il proprio abitualmente inespresso potenziale fisico.
Rosso il colore di quella morbida stoffa, a porre in risalto il candore della sua pelle e a offrire uno squisito contrasto con il biondo dei suoi capelli, conformata, attorno ai suo fianchi, alle sue gambe, nelle proporzioni di una lunga gonna sapientemente e amabilmente drappeggiata in termini tali da nulla lasciar apparire e, ciò non di meno, nulla castigare, soprattutto nelle squisite forme di quelle gambe forti, di quei glutei sodi, la cui fiera muscolatura sembrava essere in grado di risaltare persino al di sotto di quella stoffa, e di quella stoffa che pur nessuno avrebbe potuto accusare d’esser stata volutamente predisposta a tale scopo, di essere stata scelta per simile interesse, rendendo, in ciò, un tanto squisito accento sulle sue forme non qualcosa di volgare o offensivo, quanto e piuttosto una mirabile esaltazione della sua femminilità, e di quella femminilità che, probabilmente, come militare, non era solita esprimere nella propria quotidianità. Più in alto, il suo addome e i suoi seni si ponevano ancora una volta elegantemente celati dietro a proseguo di quello stesso abito, lì, tuttavia, conformato in un sapiente intreccio di sfotte che, pur senza riservarsi un’apparente linea di interruzione nei riguardi della gonna, a quell’altezza si offrivano così diversamente arrangiate, nelle proporzioni proprie di un elegante corpetto, ancora una volta completamente celando il suo corpo e pur, obiettivamente, nulla di esso celando, nulla di lei castigando, nell’offrire, anzi, in grazia a quelle forme e a una lieve, lievissima e assolutamente innocente scollatura, un giusto risalto in favore delle forme dei suoi seni, e di quei seni che, nel corso di quello stesso pomeriggio avrebbero avuto a doversi riconoscere sicuramente più esposti, al di sotto della semplice canottiera allora da lei indossata, rispetto a quel momento, e che pur, al di sotto di quell’abito, non avrebbero potuto ovviare ad apparire forse e persino più conturbanti, posti in dolce risalto come, abitualmente, non sarebbe stato necessario, e forse sarebbe stato persino compromettente, per una soldata. E, ancora più in alto, all’altezza delle sue spalle e delle sue braccia, in un mirabile lavoro sartoriale, la compostezza propria di quella stoffa cedeva il passo, ancora una volta nel massimo della ricercatezza e senza possibilità di volgari fraintendimenti, a un elegante pizzo, e a un pizzo lì ricamato, in verità, sopra a un’impalpabile velo trasparente, e un velo trasparente che, in ciò, contribuiva a lasciar intendere le rose così lì disegnate quali, in apparenza, disegnate direttamente al di sopra della sua epidermide, quasi tutto ciò avesse a doversi percepire qual un tatuaggio in meraviglioso accordo con le forme dell’abito.
Impossibile, nel confronto con lo spettacolo mirabile che Tora Ghiedel stava lì offrendo, sarebbe stato per un qualunque uomo non proporsi quantomeno turbato dalla sobria sensualità che ella non avrebbe potuto ovviare a presentare, a offrire, che potesse volerlo o meno. E impossibile, nel confronto con tutto ciò, e nella consapevolezza di quanto, unico artefice di tale spettacolo, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non lo stesso accusatore, non aver lì a ritenere un interesse romantico da parte dello stesso Pitra Zafral nei riguardi di quella donna, e di quella donna contro la quale pur non si era negato occasione di combattere, e di menare colpi forti e decisi, e lo splendore della quale, ciò non di meno, in quel momento aveva lì permesso di lasciar risplendere in tutto il suo più vivace e puro bagliore.
Per tale ragione, a seguito di un’affermazione di completa fedeltà, da parte sua, nei riguardi della legge, quasi essa altro non avesse a doversi intendere se non qual la propria unica sposa, impossibile sarebbe stato per lei non avere a formulare un interrogativo, e un interrogativo lì quantomeno giustificato nella propria occorrenza, e giustificato da tutto quello, da quella cena, da quel luogo, da quell’abito e dall’evidenza della realtà dei fatti e di quei fatti che, tutto quello, stava vedendo posto in essere solo e unicamente per lei.
« Pitra… » sorrise ella, prendendo quindi l’iniziativa e l’iniziativa propria di allungare la propria destra in avanti, a ricercare la mancina di lui oltre l’estensione del tavolo, e a ricercare, insieme a quella mano, l’occasione di un contatto fisico con lui, e un contatto fisico sicuramente diverso da quanto li aveva contraddistinti soltanto poche ore prima, un contatto fisico, ora, dolce, delicato, amorevole, scandito dal tocco lieve della punta delle sue tornite dita sulla superficie di quella mano enorme, dalla pelle ruvida, come ruvido non avrebbe potuto ovviare ad apparire lo spirito di quell’uomo, e di quell’uomo sotto la dura scorza del quale, tuttavia, non avrebbe potuto mancare di celarsi qualcosa di più « … mi trovi attraente? »
sabato 18 maggio 2019
2914
Avventura
056 - Un oscuro ordito
Sorseggiando ancora un poco di vino, la donna ebbe a sorridere in lieve imbarazzo a fronte delle parole così a lei dedicate e, a non volersi concedere possibilità di dimostrare debolezza di sorta nel confronto con il proprio interlocutore, decise di provare a impiegare immediatamente i “poteri” dei quali egli l’aveva insignita allo scopo di deviare l’attenzione da sé, distraendo il proprio cortese ospite con quella che avrebbe potuto allor essere considerata quasi una domanda a tradimento…
« Parlami un po’ di te, Pitra. » lo invitò ella, roteando la propria mano destra con un gesto elegante e volto, in ciò, a finire per indicare la controparte, a trasferirgli, metaforicamente, il ruolo dell’inquisito, e dell’inquisito in grazia a quell’interrogativo, per quanto lì proposto con tono affermativo, addirittura imperativo, nei termini propri di quella richiesta « Cosa ti ha condotto a essere l’uomo “particolare” che sei oggi…? Sei sempre stato così votato a un profondo senso di giustizia sin da bambino? Oppure è stato qualche torto subito nell’infanzia ad averti fatto diventare l’uomo che sei ora…?! » lo provocò, piegando nuovamente appena la testa di lato, a squadrarlo con aria divertita e incuriosita « Ti prego di non dirmi che, alla base di tutto, altro non è che l’aver subito furto di un giocattolo… » aggrottò la fronte, temendo l’eventualità di una spiegazione così banale e paradossale, volta a motivare l’incedere di un tale individuo.
« No… figurati. » scosse il capo egli, non potendo ovviare a impegnarsi a sua volta in un sorrisetto divertito all’idea « In effetti, anzi, da bambino ero più solito dispensare torti, anziché subirli. » confessò, storcendo poi appena le labbra verso il basso, impietoso a proprio riguardo.
« Nooo… » esclamò sorpresa l’altra, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca, a enfatizzare ulteriormente tutto il proprio stupore « Pitra Zafral, il bulletto?! » scandì, cercando di sforzarsi a immaginarlo in tale ruolo, e in un ruolo così distante da ogni ipotesi che mai avrebbe potuto formulare in merito a quell’individuo « Ti chiedo di scusarmi… ma non riesco proprio a crederci! » scosse poi il capo, escludendo tale ipotesi, così estranea a ogni propria capacità d’intendimento.
« Eppure era proprio così. » insistette egli, annuendo e stringendosi appena fra le spalle, cercando, in un nuovo sorso di rosso di contrastare il senso di imbarazzo che, ora, stava egualmente crescendo in lui, e non tanto nel confronto con la propria ospite, quanto e piuttosto nel confronto con il proprio passato, e con quel passato di cui, invero, non andava particolarmente fiero.
« Beh… tipico dei viziati figli di papà. » minimizzò allora l’altra, ridacchiando e tentando, in tal modo, di canzonarlo « Invero speravo in qualcosa di più originale da parte tua, Pitra. » soggiunse poi, a manifestare forzatamente, in maniera giocosa, un certo disappunto per tutto ciò.
« Ancora una volta, mi dispiace, ma ti sbagli. » escluse tuttavia l’accusatore, inspirando profondamente l’aria nei propri polmoni prima di avere a parlare e a parlare per esprimere qualcosa che non avrebbe avuto a dover considerare propriamente un segreto e, ciò non di meno, qualcosa che, pur, abitualmente non avrebbe avuto a doversi giudicare solito raccontare in giro « Libera di non credermi, ma non ho mai conosciuto i miei genitori. E, forse in maniera non propriamente originale, sono cresciuto per strada, arrangiandomi per come potevo, per conquistarmi quotidianamente l’occasione di sopravvivere ancora un altro giorno… » dichiarò, senza alcuna intenzione di ispirare compassione nella propria interlocutrice con simile narrazione, e, ciò non di meno, non potendo ovviare a farlo, per così come apparve chiaramente espresso dalle emozioni che subito ebbero ad affollarsi sul di lei volto, a iniziare da un misto di vergogna e di colpa, per aver proposto proprio un tale argomento e averlo proposto con tanta leggerezza, per poi giungere, ineluttabilmente, a tenerezza e pietà, all’idea di quel pargolo lasciato solo a confronto con un mondo chiaramente troppo grande con il quale confrontarsi.
« Oh… » riuscì solo a commentare, nell’esprimere, in tal misura, tanta confusione emotiva così da lui suscitata con le proprie parole.
« No… davvero. Non c’è bisogno che tu abbia a provare compassione per me… » scosse il capo, levando ambo le mani con i palmi aperti, a dimostrare quanto, allora, non avrebbe avuto ad attendersi qualcosa del genere da parte sua « Anche perché, per l’appunto, tutto questo non mi ha cresciuto qual una debole vittima di un mondo indifferente, quanto e piuttosto qual un piccolo delinquente, arrogante e violento, e destinato, molto probabilmente, a morire accoltellato nel sonno nella cella di una qualche dimenticata prigione lunare. » definì, non dimostrando particolare pietà per il se stesso del passato, lì da lui giudicato con la stessa equa severità che era solito destinare a tutti coloro condotti innanzi a lui.
« … e cosa è successo poi? » domandò Tora, sempre più curiosa, non potendo ovviare a desiderare comprendere come un piccolo senzatetto delinquente potesse poi esser divenuto uno dei più importanti, se non il più importante, accusatore di Loicare « Perché qualcosa deve essere successo per trasformarti in colui che sei ora… no?! »
« Qualcuno, più che qualcosa. » la corresse Pitra, annuendo appena a confermare, effettivamente, l’intervento di una causa esterna al quale attribuire il merito della rivoluzione del proprio destino, e di un destino che, in assenza della quale, non lo avrebbe condotto a nulla di buono « Avevo circa sedici anni, o, per lo meno, tale presumo fosse la mia età, difficile da definire in assenza di informazioni in merito alla tua stessa nascita, quando fui colto in flagranza di reato da un accusatore. » precisò, ancor continuando « Il suo nome era Racum Salempi. »
« Il mentore buono! » sorrise allora la donna, lieta di quella svolta positiva e di quella svolta positiva degna, comunque, del più classico degli stereotipi « Immagino che sia stato lui a porti sulla giusta strada, ravvisando le potenzialità celate in te e, in ciò, costringendoti a percorrere degli studi di legge come alternativa all’incarcerazione… »
« No… figurati. » ridacchiò egli, ancora negando la ragionevolezza della conclusione alla quale ella era forse troppo precipitosamente saltata, nel seguire un proprio percorso mentale tuttavia decisamente distante da quella che avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la realtà dei fatti, e dei fatti per così come da lui vissuti « Se io, come accusatore, ho la fama di essere severo, ti assicuro che, in un eventuale confronto con Salempi, io sarei considerato addirittura bonariamente misericordioso nell’approccio con i miei inquisiti. » suggerì, in quello che, pertanto, non avrebbe potuto ovviare a configurare quell’uomo, per così come citato, qual semplicemente terrificante, soprattutto dal punto di vista di un delinquente « Salempi non ebbe alcuna pietà per me: nel confronto con il suo giudizio, la mia storia personale non aveva valore alcuno, solo le mie azioni. E le mie azioni mi stavano lì definendo qual un delinquente, e come tale avrei dovuto essere punito, e punito con il massimo della pena. » dichiarò, tornando quietamente serio nella propria narrazione « Mi condannò a dieci anni ai lavori forzati nelle miniere di idrargirio. Nessuna attenuante, nessuno sconto. Dieci anni… e dieci anni che scontai, dal primo all’ultimo minuto. »
« Maledizione! » esclamò Tora, ancora costretta a sgranare gli occhi e a spalancare la bocca nel confronto con quella realtà, e con quella realtà a dir poco inimmaginabile, soprattutto ove associata a colui che, ora, tutti conoscevano come un uomo decisamente diverso « Ora capisco come hai sviluppato quei muscoli… » soggiunse poi, quasi in una riflessione fra sé e sé, nell’offrire un senso a quella caratteristica fisica sicuramente non trascurabile, e a quella caratteristica fisica che, in tale narrazione, avrebbe avuto a trovare la propria giustificazione, la propria origine, non tanto in una qualche futile passione per il culturismo, quanto e piuttosto in qualcosa di ben diverso, e decisamente più concreto… terribilmente più concreto.
« Già… » annuì Pitra, chinando appena lo sguardo verso il proprio muscoloso petto, a evidenziare quella stessa questione « … in effetti, prima della prigione avevo una corporatura ben diversa. Ma, si sa, in luoghi come quelli non si hanno molte alternative: o si viene spezzati… o si spezza. E io, per come ero, non avrei mai accettato di essere spezzato. »
« Immagino. » storse le labbra l’altra, per quanto, invero, difficile sarebbe stato riuscire a immaginare qual prova devastante egli, appena sedicenne, si era così ritrovato ad affrontare, e ad affrontare per il giudizio impietoso di un accusatore « E poi…?! » insistette quindi ella, desiderosa di proseguire in quella narrazione, a maggior ragione alla luce di quanto sino a quel momento ascoltato, e di quanto, in effetti, tutto avrebbe potuto giustificare da parte sua ma non quella conclusione, e la conclusione testimoniata dall’uomo che egli avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto essere.
venerdì 17 maggio 2019
2913
Avventura
056 - Un oscuro ordito
E se pur, ovviamente, Pitra Zafral non mancò di rifiutare una simile descrizione per quel “momento di quieta riconciliazione, possibilmente in un contesto più appropriato” rispetto a quello proprio della prigione, sufficientemente palese avrebbe avuto a doversi intendere, quello da lui proposto e organizzato, qual un appuntamento… e un appuntamento, in effetti, in grande stile. Tre antipasti, due primi, due secondi, quattro contorni, otto diversi tipi di formaggi e due dolci furono quanto costituì il menu di quella serata, il tutto accompagnato da tre vini bianchi, di cui due mossi e un fermo, e altri due vini rossi, entrambi fermi: un pasto assolutamente ineccepibile nella propria composizione e nella propria qualità, che si ritrovò a essere servito in uno dei più importanti, rinomati e costosi ristoranti della città, e uno di quei ristoranti i quali, in verità, prima di quella sera Tora Ghiedel non avrebbe neppure potuto immaginare avessero a esistere, ponendosi troppo al di fuori della propria portata per poter rappresentare per lei motivo di interesse.
Così, fra granchio reale al profumo di rosmarino, accompagnato da insalata di avocado e cipolla rossa, baccalà mantecato su crema di baccalà e tortino di ceci, astice con crema di zucca allo zenzero e topinambur; ma anche dei tortellini agli spinaci selvatici con pomodoro e gamberetti, e lasagne di pasta fresca, baccalà ed erbe; senza dimenticare una punta di petto di manzo allo spiedo con raperonzoli, crema di paté di fegato, salsa al vino e riduzione al melograno o la composta di cappone al forno; quella serata ebbe a offrirsi per la stessa Tara, obiettivamente, qual l’appuntamento più costoso della propria intera vita, in un contesto che, allora, probabilmente avrebbe avuto a porla maggiormente a disagio persino rispetto all’idea di una sfida di lotta con un accusatore all’interno di una cella. E se, a margine di tutto ciò, ella non avrebbe avuto a dimenticare, né mai avrebbe potuto farlo, l’identità del proprio anfitrione, coincidente con quella del succitato accusatore che, poche ore prima, l’aveva violentemente umiliata nel corso di un conflitto nel quale, a stento, ella si era potuta dimostrare capace a reggere il giuoco; abbastanza palese, ovvio, persino scontato, avrebbe avuto a doversi ritenere quanto, in tale occasione, ella non avrebbe potuto negarsi una certa difficoltà emotiva, psicologica, a rapportarsi non soltanto con quegli eventi, quanto, e piuttosto, con quell’intera realtà e, soprattutto, con l’uomo, allora, compostamente seduto innanzi a lei. Non che, in quel momento, in quella serata, ella, o chiunque altro, avrebbe potuto trovare la benché minima ragione di critica a discapito del medesimo accusatore… anzi.
Per quanto apparentemente austero, nel proprio modo di fare e, soprattutto, di rapportarsi con le altre persone, Pitra Zafral non avrebbe avuto a dover essere criticato qual un cattivo ospite. In effetti, non fosse stato proprio lui, non fosse stato uno dei più temuti accusatori di tutta Loicare, e, in particolare, l’accusatore che tanto duramente si era espresso a suo discapito, egli avrebbe potuto quietamente rappresentare l’incarnazione dell’idea stessa di accompagnatore perfetto per qualunque donna, e per quella donna in particolare, non soltanto nella scelta del luogo, o del menu, ma anche, e ancor più, per tutta la premura che, a margine di ciò, egli non volle mancare di rivolgerle, con attenzione degna del migliore dei corteggiatori.
Un esempio sopra ogni altro? A non concedere, alla propria ospite, la benché minima occasione di imbarazzo nel ritrovarsi, in maniera sicuramente inaspettata, a confronto con un luogo qual quello, e un luogo di una bellezza e di un’eleganza squisita, con i propri divanetti di velluto rosso scuro, le proprie lunghe tovaglie finemente lavorate, le proprie pareti ornate da squisiti dipinti classici, egli si era voluto addirittura premurare di farle recapitare, al proprio indirizzo, un abito, e un abito da sera il prezzo del quale, probabilmente, sarebbe equivalso all’incirca a un anno del suo stipendio da militare, in termini tali per cui, ancora una volta, ella non avrebbe neppure avuto a poterne immaginare l’esistenza, nella scelta del quale non soltanto aveva avuto occasione di dimostrare ottimo gusto ma, anche e ancor più, uno straordinario senso delle misure, nell’averne azzeccato alla perfezione la taglia, in termini tali per cui, addirittura, esso avrebbe potuto esser frainteso qual ritagliato direttamente attorno alle sue forme, alle sue proporzioni, e lì composto su misura solo e unicamente per lei. E con la stessa attenta premura, necessariamente, egli si era parimenti preoccupato di sé, del proprio vestiario, della propria immagine, allo scopo di potersi offrire soltanto al meglio, benché, nell’esuberanza di quel fisico colossale, obiettivamente, un completo con giacca e cravatta non avrebbe potuto ovviare a risultare quasi una forzatura per lui.
A dispetto, poi, di quanto qualche sospettoso e malpensante paranoico avrebbe potuto lì sospettare, nulla di tutto quello, tuttavia, avrebbe avuto a dover essere inteso per qualcosa di diverso da quanto lì stava cercando di proporsi essere. Per quanto facile, infatti, sarebbe potuto essere per chiunque ipotizzare una qualche originale manovra psicologica, da parte del magistrato, per poter condurre il proprio interrogatorio in maniera sicuramente non convenzionale, e pur, non per questo, meno efficace, distraendo la propria inquisita dietro alla distrazione propria di begli abiti, splendidi luoghi e ancor più gustosi cibi, per tutta la durata di quella sera, da parte dell’uomo, non ebbe mai a esserci un solo, semplice accenno a quanto accaduto soltanto poche ore prima entro i confini del centro di detenzione o, ancor in precedenza, a casa propria. Quasi come se, infatti, tutto fosse stato già dimenticato, fosse stato già superato, egli parve dimostrarsi interessato solo e unicamente a consumare la propria cena, intrattenendosi con la propria ospite in chiacchiere generiche, spaziando dalle ultime notizie di cronaca sino ai risultati degli incontri sportivi, non mancando, ovviamente, di cercare occasione di confronto nel merito degli interessi letterari o musicali: insomma… tutto quello che, in un contesto come quello, ci si sarebbe potuti attendere nel corso di un appuntamento, e di un primo appuntamento fra un uomo e una donna.
« Se ora dicessi che sei un uomo particolare, Pitra, rischierei di risultare offensiva…? » domandò a fine serata Tora, piegando appena il capo per scrutarlo, per contemplarlo meglio e, forse, per cercare di capirlo, e di capire quali pensieri avessero a poter muovere quell’uomo nel proprio agire, e nel proprio agire in quei termini Lo chiedo solo perché vorrei evitare una qualche accusa per offese a pubblico ufficiale o qualcosa di simili. » soggiunse poi, con tono volutamente ambiguo, tale da apparire necessariamente scherzoso e pur, dietro a quello scherzo, a cercare una qualche conferma, nel merito dei propri dubbi.
« Dipende in quale accezione tu potresti desiderare declinare il termine “particolare”… » sorrise l’uomo, scuotendo appena il capo a voler comunque escludere da parte propria un approccio particolarmente serio all’argomento, non per mancanza di rispetto verso di lei, quanto e piuttosto nell’intento opposto, e nell’intento di volerle offrire esattamente quanto richiesto, e quell’implicita, ma sicura, immunità innanzi a ogni di lei prossima affermazione « E’ un “particolare” negativo, quasi a dire anormale, inconsueto, bizzarro o strano… o piuttosto è un “particolare” positivo…?! »
« Direi che è un “particolare” positivo, quasi a dire anormale, inconsueto, bizzarro o strano… » annuì la donna, osservandolo dolcemente divertita da quelle sue parole e dal fatto di stargliele riproponendo esattamente per così come le aveva scandite, pur, allora, desiderosa di volerle completamente invertire nel proprio significato, in quell’accezione così negativa alla quale egli le stava legando « … perché, francamente, nella mediocrità che contraddistingue la maggior parte delle persone, chiunque si riesca a elevare al di sopra della stessa, come sembri volerti tanto impegnare a compiere tu, non può che risultare estremamente positivo, per quanto probabilmente estraneo al resto del mondo a lui circostante. » puntualizzò, a tentare di meglio esplicitare il proprio pensiero « Non so se mi sono riuscita a spiegare o se il vino già mi sta facendo soltanto straparlare… »
« Credo di aver compreso… » confermò Pitra, in una conferma che non sarebbe mancata anche laddove egli non avesse realmente compreso, non desiderando imporre alla propria interlocutrice alcun negativo onere, fosse anche e soltanto quello proprio, da parte sua, di essere in grado di esprimere un concetto pur abbastanza semplice « E per questa volta, pertanto, credo di potermi permettere di soprassedere ai tuoi giudizi, siano essi positivi o negativi… » le concesse, quietamente « E’ la tua serata, Tora, e non desidero che nulla abbia a turbarti. Né, tantomeno, che una qualunque ombra possa offuscare la quiete del tempo che stiamo, ora, trascorrendo insieme. »
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