11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

giovedì 30 settembre 2021

3779

 

« Di cosa hai paura, M’Eu...? » domandò la donna, aggrottando appena la fronte nel non comprendere la ragione dietro a tanti dubbi da parte sua « Apprezzo la premura che percepisco alla base delle tue parole... ma non ne riesco a comprendere la ragione. »
« Che qualcuno possa ferirti... possa farti del male. » ammise egli, abbassando appena lo sguardo, con aria a metà fra il pensieroso e l’imbarazzato « E non intendo soltanto a livello fisico. »
« Sono nata nel disprezzo di mio padre. Poche ore dopo la mia venuta al mondo, mia madre è stata costretta ad abbandonarmi in una terra ostile a ogni possibilità di vita. E, praticamente dal giorno stesso della mia nascita, e per molti anni a seguire, ho continuato a morire in centinaia, migliaia di modi diversi, senza neppure comprendere cosa mi stesse accadendo né, soprattutto, perché. » sorrise ella, narrando tutto ciò con un tono simile a una dolce malinconia « Mi sono ritrovata obbligata a difendermi dalle violenze dei miei stessi fratellastri. A combattere una vera e propria guerra contro di loro per secoli. E, negli ultimi anni, mi sono ritrovata costretta a subire ogni forma di violenza, fisica e mentale, in maniera praticamente ininterrotta, salvo qualche fugace pausa concessami soltanto dalla morte. » riassunse la storia di un’esistenza tutt’altro che particolarmente benevola nei suoi confronti « Credi veramente che il pregiudizio di un umano, o la sua cattiveria, potrebbero farmi del male in misura peggiore rispetto a continuare a vivere in questa realtà...?! »

Difficile dire se la domanda desiderasse proporsi qual retorica o meno. Certamente, però, decisamente retorica avrebbe avuto a dover essere intesa nel confronto con la sola risposta che mai avrebbe potuto essere allora formulata a confronto con tutto ciò, e a confronto con un fato che, francamente, M’Eu non avrebbe augurato neppure al peggiore dei propri nemici, per così come, obiettivamente, ella non sembrava comunque destinata a essere.
E se già, pocanzi, egli non aveva potuto ovviare a provare un certo imbarazzo per quanto da lui stesso così suggerito, a confronto con quelle parole il figlio di Ebano non mancò di desiderare sprofondare nel terreno, soltanto per la vergogna nel confronto del timore per lei, da lui così espresso.

« Sei fratello di tua sorella... e conosci e frequenti quotidianamente persone come Midda, Duva e Lys’sh, ma anche Maddie e Rín. E malgrado tutto questo riesci ancora a commettere l’errore di credere che una donna possa avere necessità di protezione soltanto perché tale...?! » sorride divertito Be’Wahr, rimasto in silenzio a confronto con quel dialogo, fosse anche e soltanto per non correre il rischio di intervenire in maniera inopportuna « Su. Su. Vedrai che se la sapranno cavare molto meglio di quanto non potranno esserne capaci tutti coloro con i quali avranno a relazionarsi in futuro... » commentò, riconoscendo molto più sensato avere a preoccuparsi per la sorte degli umani con i quali sarebbero entrate a contatto in futuro, allorché il contrario, anche e solo in considerazione della loro sostanziale immortalità.

Che Siggia avrebbe saputo cavarsela ovunque e comunque, invero, avrebbe avuto già a dover essere inteso evidente a confronto con la semplicità con la quale stava lì dimostrando di sapersela cavare nei confronti di quell’ambiente ostile, e di quell’ambiente a confronto con il quale, sicuramente, tanto Be’Wahr quanto M’Eu, ormai, sarebbero già certamente morti senza di lei. Certo: per lei tutto ciò avrebbe avuto a doversi intendere “casa”, per quanto paradossale simile definizione avrebbe avuto a doversi vedere attribuita a un luogo del genere e per quanto, soprattutto, ella desiderasse cercare comprensibile occasione di allontanarsi da tutto ciò. Ma, al di là di questo, indubbie avrebbero avuto a doversi intendere le abilità della medesima, la quale, al di là della propria immortalità, non doveva evidentemente avere piacere a morire...

« Non che non sia mai morta di fame o di sete in questi secoli... » ammise, aggrottando appena la fronte, in risposta a una domanda non formulata, e pur intuibilmente dominante nelle menti dei propri compagni di viaggio « E, ve lo assicuro, non sono assolutamente morti piacevoli. Anzi. Fosse necessario redigere una classifica dei peggiori modi di morire, credo che rientrerebbero tranquillamente entro i primi cinque. » dichiarò, storcendo le labbra verso il basso « Per questa ragione, tutti noi abbiamo dovuto presto imparare ove trovare acqua e cibo, all’occorrenda. Con l’importante differenza di cui vi ho già parlato fra i rossi e i bianchi, nel merito delle preferenze alimentari... »

Ovviamente, di pari passo all’offerta di risposte e di spiegazioni nel merito del proprio mondo e della propria vita, da parte di Siggia non mancarono anche domande e dubbi nel merito del mondo e delle vite dei propri interlocutori, domande che, per lo più, finivano poi puntualmente a convergere in un modo o nell’altro su due argomenti principali: Midda Bontor, da un lato, e Desmair, dall’altro.
E per quanto né Be’Wahr né M’Eu avrebbero potuto offrirle dettagli puntuali, in particolare, nel merito della nuova vita del di lei padre, ella fu egualmente in grado di essere informata, da parte loro, nel merito del lungo periodo di convivenza dello spirito di Desmair nel corpo di Be’Sihl Ahvn-Qa, attuale compagno di vita di Midda Bontor; così come nel merito del fatto che, alla fine, per riuscire a liberare lo stesso Be’Sihl da tale incomoda presenza, la Figlia di Marr’Mahew aveva quindi deciso di concedere in sacrificio un nuovo corpo immortale al proprio mai amato sposo, e un nuovo corpo immortale, in tal maniera, sottratto ingiustamente al proprio legittimo proprietario; e così come, ancora, nel merito dell’attuale collocazione dello stesso Desmair, sperduto da qualche parte dell’infinito del cosmo, intento a giocare al signore della guerra, o qualcosa del genere, a una distanza sostanzialmente incolmabile dal loro pianeta.

« E così, alla fine, è proprio riuscito ad avercela vinta... » osservò, non priva di un certo disappunto, la figlia del medesimo, tutt’altro che soddisfatta dall’idea del padre in ottima salute e, soprattutto, impegnato a vivere la vita del sovrano da lui sempre ricercata in forza del proprio stesso sangue, su qualche non meglio precisato pianeta lontano « Avrei francamente preferito continuare a pensarlo morto. Ma, evidentemente, neppure gli dei gradiscono correre il rischio di ritrovarselo innanzi. »
« Sai come si dice, no?! » si strinse fra le spalle Be’Wahr, a minimizzare la cosa « L’erba cattiva non muore mai... »
« In verità è la prima volta che lo sento dire. » inarcò un sopracciglio ella, scandendo nuovamente, poi, quelle parole senza proferir tuttavia verbo, quasi a volerle assimilare « Come credo abbiate potuto constatare, l’erba non è propriamente un concetto noto da queste parti. Anzi... giusto per essere sicuri: di che colore è veramente?! Perché non sono rari i dibattiti sull’argomento, fra coloro che dicono di ricordarsi di aver sentito parlare di erba verde e coloro i quali, al contrario, sono convinti che l’erba sia rossa, come il cielo. »
« Ehm... » esitò allora il biondo, volgendo lo sguardo verso M’Eu e ritrovando, tuttavia, l’altro ben lontano dall’avere piacere di esprimersi, nel non voler aggiungere altre ragioni di imbarazzo a quelle già accumulate sino ad allora « Diciamo che chi sostiene che l’erba sia rossa come il cielo, purtroppo, commette due errori. Il cielo, infatti, è per lo più azzurro di giorno e blu scuro o nero di notte, tingendosi di giallo, arancione e rosso all’alba e al tramonto. E l’erba, per la precisione, è proprio verde. »
« Dannazione...! » protestò la donna, con nuovo, chiaro, disappunto « Anche io avevo scommesso in favore del rosso. » ammise pertanto, a esplicitare il motivo di quella propria palese contrarietà « Ma quindi è vero che nel vostro mondo avete l’occasione di assistere all’alternanza frenetica di giorni e di notti...?! » insistette, incuriosita da tale argomento.
« Non direi “frenetica”... però sì. » annuì Be’Wahr, con un quieto sorriso « E la durata del giorno dipende dall’alternanza delle stagioni, nel mentre in cui le stesse stagioni dipendono a loro volta dalla propria posizione nel mondo... »

mercoledì 29 settembre 2021

3778

 

La piega presa dagli eventi non avrebbe potuto che apparire semplicemente paradossale innanzi allo sguardo di Be’Wahr e di M’Eu.

Sospintisi in quella dimensione estranea alla loro, per quanto parte della loro, con la certezza di non aver a dover incontrare alcuno se non una pletora di spettri, e con la speranza di aver a poter ritrovare la perduta Midda Bontor, prigioniera della Progenie della Fenice; essi fondamentalmente non avevano quasi avuto occasione di incappare in alcuno spettro, né tantomeno in Midda Bontor o nella Progenie della Fenice, ritrovandosi piuttosto al confronto con un’intera, nuova generazione di eredi di Kah e di Desmair. Eredi fra loro in guerra. Ed eredi almeno la metà dei quali, i cosiddetti “rossi”, che sarebbe meglio stato definire “rosse”, a confronto con la loro totalità femminile, non soltanto non avrebbero avuto nulla di negativo a dover addebitare a Midda Bontor, altresì nemica giurata del loro genitore, ma, anzi e addirittura, avrebbero avuto a doversi intendere quasi parte di una vera e propria tifoseria in di lei favore, anche e forse soprattutto in conseguenza a una profonda avversione, a un sincero risentimento a discapito dello stesso genitore.
E così, dopo essersi ritrovati a salvare, quasi senza neppure rendersi conto di essersi impegnati in tal senso, una figlia di Desmair, i due avventurieri si erano addirittura sospinti a scendere a patti con lei promettendo, per lei e per tutte le sue sorellastre, un’occasione d’accesso al loro mondo, alla loro realtà, e a quella realtà esterna rispetto all’unica che esse avessero mai avuto occasione di conoscere. Una realtà tutt’altro che pronta, probabilmente, ad accogliere chissà quante di quelle creature, e di quelle altre creature immortali, soprattutto là dove già stava dovendosi confrontare con l’avvento dei ritornati e con tutti gli sconvolgimenti a essi conseguenti; e una realtà la gestione della quale, ciò non di meno, avevano forse avventatamente ipotecato a discapito della stessa Midda Bontor, confidando sul fatto che ella, presto o tardi, con il loro aiuto o senza, avrebbe trovato un modo di fare ritorno a casa.
Insomma: nulla di tutto ciò che Be’Wahr e M’Eu si erano attesi di compiere aveva avuto occasione di essere compiuto. Ma, in compenso, tutto ciò che mai avrebbero potuto immaginare di ritrovarsi a compiere, in quel frangente, sembrò configurarsi per essere compiuto.
E per quanto difficile sarebbe stato riuscire a prevedere cosa tutto ciò avrebbe potuto comportare nel lungo periodo, sufficientemente palese fu comprendere quanto, nell’immediato, nulla di tutto quello avrebbe avuto a potersi fraintendere qual una decisione sbagliata, fosse anche e soltanto per l’immediato aiuto che a loro stessi venne assicurato in conseguenza all’inedita e inattesa alleanza con la figlia di Desmair.

Affrontare le lande desolate di quel mondo in compagnia di Siggia, infatti, ebbe a rivelarsi qualcosa di decisamente meno complicato rispetto a quanto non era stato, o a quanto non avrebbe potuto ancora esserlo, senza di lei, così come anche, sin da subito, dimostrato nella semplicità con la quale ella si era dimostrata in grado di procurare loro una fonte di approvvigionamento d’acqua utile a contrastare l’altrimenti crescente disidratazione che, presto, molto presto, si sarebbe tradotta in una minaccia letale a loro discapito.
Non soltanto nella ricerca di quel pozzo, comunque, ella ebbe occasione di dimostrare la propria confidenza con quell’ambiente. Al contrario, dimostrando di saper leggere quel territorio così come se avesse avuto una mappa in mano a guidarla, ella ebbe a condurli in un lungo viaggio, e un viaggio che, idealmente, poterono valutare in non meno di tre giorni di cammino, benché, come inizialmente sospettato, in quel mondo il concetto di giorno e di notte non avesse a doversi intendere entro gli stessi termini di quanto, per loro, considerabile giorno e notte. Ciò non di meno, e al di là della propria impossibilità a restare morta, anche Siggia ebbe a dimostrare sin da subito tutti i limiti, tutte le difficoltà proprie di una creatura mortale, quali l’esigenza di dissetarsi, di nutrirsi e di riposare. Ragione per la quale, in effetti, quel viaggio ebbe a poter quindi essere condotto in quieta comunione fra loro, non vedendo i due umani gravare in alcun modo sulla desmairiana, o viceversa, ma avendo a ritrovare condivise le medesime esigenze su ambo i fronti.
E non soltanto quelle esigenze ebbero allora a essere condivise fra loro, là dove, ormai lontani dai pericoli della fortezza e dei bianchi, finalmente nulla ebbe a impedire loro di impegnarsi in lunghe conversazioni, e in conversazione atte a concedersi reciprocamente occasione di soddisfare ogni possibile curiosità riguardo gli uni o l’altra, così come i rispettivi mondi.
Fu in tal maniera che Be’Wahr e M’Eu ebbero a scoprire che l’impegno da loro preso nei riguardi dei rossi avrebbe avuto a doversi intendere, più precisamente, destinato a tradurre nella loro realtà ben duecento e quarantotto figlie di Desmair, un numero decisamente inferiore rispetto alle decine di migliaia di ritornati che, involontariamente, Midda Bontor aveva riversato in quel di Kofreya, e, ciò non di meno, un numero comunque decisamente significativo, soprattutto a confronto con l’idea iniziale di avere a condurle tutte quante entro i confini di Kriarya: imporre, dall’oggi al domani, una schiera di duecento e quarantotto figure demoniache all’interno dei confini della città del peccato avrebbe avuto a doversi intendere qualcosa di decisamente complicato da dover gestire, tanto a livello politico, quanto a livello sociale, quant’anche e semplicemente a livello organizzativo e logistico. Ragione per la quale, obiettivamente, non poterono ovviare a preoccuparsi nel confronto con l’idea di quanto così promesso loro, in termini che non poterono mancare di trasparire anche sui loro volti e di apparire evidenti alla loro ancor unica interlocutrice...

« Immagino che non aveste propriamente previsto di dover gestire un simile esodo... » sorrise ella, proponendosi comprensiva nei loro confronti « Ma non abbiate timore: a differenza dei bianchi, noialtre siamo decisamente più civili. E sono certa che non vi saranno problemi a confrontarci con altri umani vostri pari. » sancì, dimostrando una certa stima, un’indubbia fiducia nei confronti dell’umanità, e di quell’umanità da lei conosciuta, sino a quel momento, soltanto nella loro minuscola rappresentanza.

E per quanto, ovviamente, sia a Be’Wahr, sia a M’Eu, quelle parole non poterono che risultare lusinghiere, entrambi non poterono ovviare a confrontarsi con la palese consapevolezza di quanto, nel loro mondo, e, soprattutto, in una città come Kriarya, la questione non avrebbe potuto essere banalizzata in quei termini. E in termini atti a immaginare una spontanea convivenza pacifica fra uomini e desmairiani. Al di là dell’autorità, e dell’autorevolezza, propria di Midda Bontor, anche e soprattutto entro i confini della medesima città del peccato, e di quella città in cui, ormai, oltre a essere Campionessa, era divenuta sostanzialmente regina.
Entrambi, dopotutto, avevano ben in mente le difficoltà che tanto Har-Lys’sha, quanto Lora Gron’d si erano ritrovate costrette ad affrontare all’inizio. E quelle difficoltà che, in effetti, non avrebbero avuto a doversi fraintendere già del tutto superate tanto dalla giovane ofidiana, quanto dalla conturbante feriniana ritornata. Ma se Lys’sh e Lora erano soltanto due, e due unicità poste sotto all’ala protettiva di Midda Bontor; duecento e quarantotto desmairiane improvvisamente riversate in città non avrebbero potuto che sconvolgere ogni equilibrio. Rischiando di suscitare reazioni avverse, e violente, da parte della cittadinanza stessa, e di una cittadinanza che, in quel di Kriarya, non avrebbe avuto a doversi dimenticare essere fondamentalmente composta da mercenari e assassini, ladri e prostitute.

« So che questo mio giudizio potrebbe apparire gratuitamente lusinghiero nei tuoi riguardi, Siggia, anche a confronto con il ben minimo tempo trascorso dal nostro primo incontro, e la ben minima conoscenza reciproca... » premesse allora M’Eu, in replica alle propositive parole della donna « Ma ti posso assicurare che, sin dal primo istante, e nei limiti di quanto intercorso sinora fra noi, guardandoti io non ho difficoltà a vedere una persona mio pari, meritevole di vedersi riconosciuto tutto il dovuto rispetto e tutta la più sacrosanta dignità del caso. » asserì, con un quieto sorriso verso di lei, sincero nello scandire quelle parole « Ciò non di meno, allo stesso modo in cui i figli di Desmair non sono tutti uguali fra loro, non devi credere che gli esseri umani lo siano. Ragione per la quale, non credo che in molti saranno facilmente disposti a confrontarsi con te, o con le tue sorelle, allo stesso modo in cui possiamo esserlo io o Be’Wahr... »

martedì 28 settembre 2021

3777

 

« Già... » esitò anche il biondo mercenario, volgendosi in direzione dell’amico, nel non riuscire a cogliere ove egli desiderasse andare a parare in quella maniera.
« Della stessa donna per cercare la quale siamo giunti sino a qui. E che, seppur ora scomparsa, certamente tornerà presto a far parte delle nostre vite... » dichiarò il figlio di Ebano, con ferma convinzione nella propria voce « Colei che sola saprà capire come gestire al meglio il vostro arrivo nel nostro mondo, per garantire tanto a voi, quanto a chiunque altro, la necessaria serenità. »
« Midda...?! » aggrottò la fronte Be’Wahr, incerto sul fatto che la loro amica avrebbe voluto vedersi imporre anche questa nuova rogna, soprattutto a confronto con tutte quelle che già, recentemente, non le erano mancate, anche da prima della ricomparsa in scena della Progenie della Fenice « ... ne sei sic... »

Ma la domanda che egli stava così tentando di compiere non riuscì a raggiungere la propria conclusione, ritrovandosi a essere repentinamente interrotta da una nuova reazione. E una reazione in diretta conseguenza al nome dell’amica che egli stesso aveva così scandito.
Una reazione, ora, da parte della stessa figlia di Desmair...

« ... Midda? » ripeté ella, quasi saltando in avanti a confronto con quel nome, tanta l’enfasi che la sorpresa di quel momento ebbe a imporle « State parlando di Midda Bontor...? L’Ultima Moglie...?!  »

Se nel balzo così compiuto da lei verso di loro, per un momento i due non avevano potuto ovviare a provare un certo, giustificabile, spavento, non potendo comunque ignorare chi ella fosse o, in effetti, cosa ella fosse, figura sino a quel momento offertasi loro amichevolmente ma che, certamente, non avrebbe potuto essere fraintesa qual priva della propria intrinseca pericolosità; a confronto con il tono della sua voce, e un tono a dir poco entusiastico, così come a confronto con l’espressione del suo viso, e un viso allor quantomai raggiante, impossibile sarebbe stato attribuirle intenzioni negative nei loro confronti. Anzi... ove fosse possibile, ella avrebbe avuto persino a dover essere considerata un’ammiratrice della Figlia di Marr’Mahew in misura persino maggiore rispetto a quanto non fossero essi stessi.

« ... ehm... sì...?! » deglutì M’Eu, ora quasi in imbarazzo, nel timore di aver appena scandito una proposta quantomai assurda.
« Voi conoscere veramente l’Ultima Moglie? L’unica donna a essere mai riuscita a competere con Desmair...?! » insistette ella, cercando esplicita conferma a tal riguardo.
« ... sì. » confermò quindi Be’Wahr, concedendosi un sorriso incerto « E’ una mia carissima amica da più di tre lustri, ormai... nonché una compagna d’arme eccezionale. »
« E per me è stata quasi una seconda madre... o, per lo meno, mi piace considerarla qual tale, benché, obiettivamente, non abbia avuto a impegnarsi particolarmente a tal riguardo. » annuì il figlio di Ebano.
« Ora capisco come mai voi due siate così... incredibili! » esclamò Siggia, guardandoli con occhi così sgranati che sembravano sul punto di poter cascare fuori dalle loro stesse orbite « Dannazione... Midda Bontor! Voi conoscete Midda Bontor! Voi siete compagni d’arme dell’Ultima Moglie! »
« Sia chiaro... nessuno di noi era con lei quando uccise Kah... » volle puntualizzare il biondo tranitha, nel timore che il giudizio di lei a loro riguardo potesse ritrovarsi a essere mal formulato, avendo a crescere più del dovuto e avendo, all’occorrenza, ad attribuire loro meriti non corrispondenti al vero « Quella è stata tutta farina del suo sacco, come si suol dire... »

La donna, a confronto con quell’ultima precisazione, si ammutolì di colpo e, per un istante, sembrò quasi trasformarsi in una statua, sfoggiando sul proprio volto un’espressione quantomai imperscrutabile, dietro la quale avrebbe potuto celarsi qualsiasi genere di emozione, dall’idolatria al disgusto, dall’ammirazione più smisurata, all’orrore più profondo.

« ... »

E se, ancora una volta, i due non ebbero a comprendere come potersi proporre innanzi a tutto ciò, incerti fra il considerare positiva o negativa quella reazione, e incerti fra il potersi permettere una qualsivoglia serenità interiore piuttosto che doversi premurare di avere timore di lei e in ciò prepararsi al conflitto; quando alla fine ella esplose in un alto grido, non poterono fare a meno di saltare all’indietro, decisamente sorpresi, per non dire spaventati, da tutto ciò. Ma, ancora una volta, quella reazione non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual avversa, quanto e piuttosto entusiastica... e di quell’entusiasmo che ci si sarebbe potuti attendere da una bambina posta a confronto con un meraviglioso dono inatteso.

« Non... ci... credo! » scandì parola per parola ella, con un sorriso tanto amplio da sembrare volersi aprire a raggiungere entrambe le orecchie « Volete davvero dirmi che Midda Bontor ha persino combattuto nella battaglia contro Kah e lo ha addirittura sconfitto...?! » domandò ella, osservandoli con or indubbia adorazione, e adorazione non rivolta a loro, quanto e piuttosto alla figura che loro, in quel momento, rappresentavano innanzi al suo sguardo... quella della Figlia di Marr’Mahew, dell’Ucciditrice di Dei, della Campionessa di Kriarya e di Lysiath.
« ... ehm... sì...?! » sembrò quasi ripetersi M’Eu, in una situazione che stava iniziando a risultare quasi grottesca nella propria ripetitività.
« Una donna umana che sconfigge un dio...?! » ripeté ancora Siggia, trasudando tutta l’ammirazione da lei chiaramente provata verso di lei « Ma quella donna è... un mito! » dichiarò, non trovando parole migliori per riuscire a descriverla, nell’incredibile esplosione di emozioni in quel momento presenti nel suo cuore nell’ascoltare quelle notizie, e quelle notizie che, dal punto di vista proprio dei due, avrebbero potuto essere considerate Storia, ma che, dal suo personalissimo punto di vista, non avrebbero potuto mancare di essere intese come un’incredibile e inimmaginabile novità « Cioè... a onor del vero, da queste parti lo era già... ma... diamine... lo diventerà ancora di più, non appena tutte le altre lo sapranno! »

Ecco, quindi, qualcosa che né Be’Wahr né M’Eu avrebbero mai potuto attendersi di incontrare in quel di quella realtà nella realtà: una vasta progenie di Desmair, divisa internamente in una lotta fratricida di genere, di cui, almeno metà della quale, avrebbe avuto a doversi intendere qual animata da tanto marcati sentimenti d’ammirazione per la donna altresì più odiata dal loro stesso, comune genitore, e quel genitore dal quale, ineluttabilmente, non avrebbero potuto ovviare a ereditare aspetto e poteri. E una vasta progenie di Desmair metà della quale, comunque, avrebbe avuto probabilmente quindi ad accompagnarli nel loro viaggio di ritorno a casa, e in un viaggio che, certamente, avrebbe avuto occasione di essere ricordato nei secoli a venire, fosse anche e soltanto per la natura dei protagonisti che lo avrebbero caratterizzato.
Ciò, ovviamente, sempre a patto di riuscire a definire un comune accordo a tal riguardo...

« E comunque sia... assolutamente d’accordo! » riprese voce Siggia, ancora sorridendo entusiasta.
« ... su cosa...?! » domandò disorientato Be’Wahr, per un istante già dimentico della proposta a lei rivolta dal suo compagno di ventura.
« A rispettare l’autorità dell’Ultima Moglie, ovviamente! » ribadì la figlia di Desmair, ancora una volta palesemente entusiasta a tal riguardo « E, a dirla tutta, l’avrei rispettata anche se non me lo aveste mai chiesto... » ammise poi, ammiccando giocosa verso di loro.

lunedì 27 settembre 2021

3776

 

« Dannatissimo figlio d’una cagna maledetta! » esplose Siggia, imprecando senza mezze misure contro il padre « Dopo averci condannato a una vita infame in questa realtà maledetta, hai trovato il modo di andarsene via, facendoti credere oltretutto morto...?! Che gli dei possano maledire il tuo nome più di quanto non lo abbiano già fatto, lurido abominio che non sei altro...! »

Là dove, a onor del vero, fra Desmair e i propri figli non vi era mai stato un qualche genere di affettuoso rapporto padre-figli, nell’essere stati tutti loro fondamentalmente abbandonati a se stessi dopo la loro nascita, quasi vomitati in un quell’orrenda realtà alla quale erano stati in grado di sopravvivere soltanto perché, per l’appunto, incapaci a morire; la morte dello stesso semidio era pur stata, entro certi limiti, un evento riconciliante, un’imprevista occasione di catarsi, atta a sanare quel debito, e a riconoscere, in fondo, Desmair come un disgraziato loro pari, non voluto dalla propria stessa genitrice e, addirittura, alfine ucciso dal suo stesso genitore, a chiudere un altrimenti eterno cerchio infame. Da morto, sotto un certo punto di vista, Desmair aveva avuto occasione di poter essere apprezzato dai propri figli molto più di quanto non lo fosse mai stato in vita, nonché molto più di quanto non avrebbe potuto meritare di essere.
Ma, spiacevolmente, nulla di tutto ciò era stato reale. E con la propria apparente morte, egli altro non era riuscito a fare che imporre un altro torto a tutti loro, ignorati, se non addirittura dimenticati, in quella realtà avvelenata, e quella realtà nella quale avrebbero avuto a dover continuare a vivere in eterno, senza una reale prospettiva di vita, senza una reale possibilità di autodeterminazione.
Ragione per la quale, allora, più che giustificato avrebbe potuto essere riconosciuto quello sfogo da parte della donna... e di una donna nuovamente tradita dal proprio stesso padre.

« ... forse avrei dovuto starmene zitto... » esitò allora il biondo mercenario, osservando con aria dubbiosa il compagno di ventura, nel timore di aver detto qualcosa di troppo... e di evidentemente sbagliato.
« No. No. Hai fatto bene a dirmelo. Hai fatto benissimo! » replicò la figlia di Desmair, mostrando i denti simili a zanne, in una smorfia di rabbia a confronto con tutto ciò « Certe cose è importante saperle. Tipo quando il padre che non hai mai avuto ragione di amare dimostra per l’ennesima volta quanto meriterebbe solo di essere ucciso, e ucciso in maniera atroce. »

Fu necessario un po’ di tempo per permettere a Siggia di avere a calmarsi. Tempo nel corso del quale tanto Be’Wahr quanto M’Eu si guardarono bene dal prendere parola o iniziativa alcuna, nel temere, giustamente, di poter finire incautamente coinvolti nella sua furia.
Entrambi aventi avuto la fortuna di nascere e di crescere in una situazione familiare assolutamente serena, godendo dell’affetto dei propri genitori e delle proprie sorelle, H’Anel per M’Eu, e Lesha e Tahree per Be’Wahr; nessuno di loro avrebbe potuto quindi vantare una personale esperienza negativa a tal riguardo, per così come, altresì, era evidente fosse accaduto ad altri, prima fra tutte la loro stessa comune amica e compagna d’armi Midda Bontor, ma anche Desmair e, chiaramente, Siggia. Ciò non di meno, entrambi non avrebbero potuto ovviare a comprendere quanto terribile avesse a doversi intendere la situazione propria della donna, e di quella donna che, dopo aver trascorso la propria immortale esistenza a maledire il padre, poteva essere stata forse in grado di far pace con lui dopo la sua morte, salvo, altresì, averlo a scoprire tutt’altro che tale. Una situazione, in fondo, non troppo dissimile da quella propria della stessa Midda, la quale, dopo una vita intera in lotta contro la propria gemella, si era riappacificata con il ricordo di lei dopo la sua morte, salvo avere, a distanza di oltre un lustro, a tornare a lottare contro la stessa, e la stessa nuovamente in circolazione nelle immonde vesti di una ritornata... e di una ritornata con smanie di annientamento globale.
Quando alfine Siggia riuscì a sbollentare la rabbia esplosa nel proprio cuore, fu ella stessa a voler riprendere il dialogo con loro, e a volerlo riprendere in maniera decisamente proattiva...

« Se avete fatto tanta fatica per tentare di raggiungere il quadro nella fortezza, immagino che gli altri quadri, compreso quello attraverso il quale siete arrivati, non siano per voi esattamente a portata di mano. » premesse ella, dimostrando un intelletto decisamente vivace, nell’analizzare con precisione la situazione a partire dalle pur minime informazioni in suo possesso « E dal momento che voi non siete assolutamente confidenti con questo mondo, così come abbiamo già appurato e come avete ammesso, e che io ho comunque un debito verso di voi, vi aiuterò a ritrovare una via utile per fare ritorno al vostro mondo. »
« ... grazie...? » esitò M’Eu, a confronto con un’affermazione che non pareva assolutamente essere prossima alla propria conclusione, malgrado il punto fermo a cui ella era così giunta.
« Tuttavia ho un favore da chiedervi... » riprese la donna, confermando così quanto la questione fosse ben lontana dall’aversi a fraintendere conclusa « Voglio che voi permettiate a me e alle mie sorelle di seguirvi nel vostro mondo. »
« ... » si ammutolirono entrambi, non avendo ben chiaro come reagire innanzi a una simile richiesta, in effetti non sapendo neppure se avere a poterlo impedire ove anche fossero stati contrari a ciò.
« So che ci siamo appena incontrati, e che non sapete molto di me, così come io non so molto di voi. » argomentò Siggia, scuotendo appena il capo « Ciò non di meno, credo che sia palese quanto la vita in questa realtà, ammesso che tutto ciò possa definirsi realmente vita, sia una condanna troppo severa per chiunque. » storse le labbra verso il basso « E né io, né le mie sorelle abbiamo commesso colpa alcuna per meritarci tutto questo. A meno che colpa non voglia essere considerata essere figlie di nostro padre... e di un padre che, comunque, non ci ha mai amato e non abbiamo mai avuto ragione di amare, nell’esserci trovate immediatamente abbandonate a noi stesse appena nate, scaricate quali rifiuti indesiderati in un mondo del genere. »

Impossibilitati anche e soltanto a immaginare quante potessero essere in tutto le figlie di Desmair, e qual genere di perversi caratteri avrebbero potuto ritrovarsi a dimostrare, fosse anche e soltanto per la vita alla quale si erano ritrovate costrette in quelle realtà, Be’Wahr e M’Eu non avrebbero potuto ovviare a esitare all’idea di avere a riversare una simile, nuova incognita nel loro mondo, e in un mondo che già stava faticando a fare i conti con i ritornati. Ciò non di meno, due aspetti avrebbero avuto a dover essere indubbiamente presi in considerazione: l’evidenza di quanto, anche senza collaborazione da parte di loro due, esse avrebbero potuto avere a trovare autonomamente i quadri, e a impiegarli per raggiungere di propria iniziativa il loro mondo; e l’evidenza di quanto, al contrario, senza la collaborazione delle figlie di Desmair, loro due non avrebbero probabilmente avuto a potersi illudere di trovare autonomamente i quadri, ritrovandosi in ciò condannati a soggiornare per sempre in quella realtà maledetta.
Non una scelta reale, quindi, quanto e piuttosto una decisione obbligata quella che stava venendo lì loro offerta... e una decisione obbligata alla quale, pertanto, non poterono che ritrovarsi a rispondere affermativamente.

« E sia. » annuì quindi Be’Wahr, dopo uno scambio di sguardi con M’Eu, a ricercare, e a ottenere, da parte sua intesa in tal senso.
« Però, una volta giunte nel nostro mondo, dovrete tutte impegnarvi a rispettare l’autorità di una persona. » precisò M’Eu, a voler porre una condizione molto importante alla questione, e una condizione che, sperava, avrebbe potuto essere per loro una clausola di salvezza ove le cose si fossero messe male.
« Di chi si tratta...?! » domandò Siggia, volendo comprendere di più nel merito dello scenario che quei due stavano prospettando per lei e per le sue sorelle prima di avere ad accettare.

domenica 26 settembre 2021

3775

 

« Un altro quadro?! » esitò Siggia, colta palesemente in contropiede da quell’affermazione « Allora esistono veramente degli altri quadri...?! Da queste parti sono praticamente leggenda. »
« Esistono, sì. » confermò il biondo mercenario, annuendo in risposta a quel dubbio « Del resto la nostra presenza qui dovrebbe essere intesa testimonianza più che concreta a tal riguardo. » sottolineo, in quella che forse avrebbe avuto a doversi intendere un’ovvietà, ma che, comunque, tale non desiderava avesse a dover essere fraintesa.
« In effetti. » annuì allora la donna, aggrottando appena la fronte « Diamine... ma se esistono altri quadri, ciò significa che, forse, potrebbe esserci una possibilità per tutti noi di evadere da qui...?! »
« Forse. » rispose il figlio di Ebano, stringendosi appena fra le spalle a minimizzare la questione « In verità non è che siamo esattamente due esperti in tal senso. E, per inciso, spero che sia inutile sottolineare quanto non avessimo la benché minima idea nel merito dell’esistenza di qualcuno in questa realtà sino a prima di incontrarvi... anzi. »

In effetti, tanto M’Eu, quant’anche Be’Wahr, non avevano mancato di domandarsi se Fath’Ma avesse dimenticato di condividere con loro tale, tutt’altro che minimale, informazione o se, piuttosto, anch’ella non avesse a dover essere intesa informata nel merito dell’esistenza dei desmairiani, benché tale eventualità non avrebbe potuto che risultare di non immediata accettazione.
Possibile che ella non avesse realmente saputo nulla nel merito dell’esistenza di un’intera stirpe di figli e figlie di Desmair, sparsi in quell’amplio mondo...? O forse ella ne aveva perfettamente consapevolezza e aveva comunque preferito omettere quel particolare...?! E se così fosse stato... quale motivazione avrebbe mai potuto giustificare una simile scelta...?!

« Scusate... ma tutto questo è veramente folle. » sorrise la figlia di Desmair, scuotendo appena il capo e levando le mani innanzi a sé, in un gesto atto a frenare l’incedere di quel discorso per così come aveva pur appena avuto inizio « Volete dirmi che voi sapevate dell’esistenza di questa realtà, sapevate dell’esistenza di altri quadri per così come neppure noi avremmo potuto vantare conoscenza alcuna... e, tuttavia, ignoravate completamente il fatto che noi vivessimo in questo mondo?! »
« Beh... se è per questo, io ho anche conosciuto tuo padre... » sottolineò Be’Wahr, in un’affermazione avanzata senza particolari fini nascosti e, ciò non di meno, in un’affermazione che non poté ovviare a disorientare maggiormente la loro interlocutrice.
« Allora eravate già stati in questo mondo! » esitò Siggia, là dove, dal proprio punto di vista, l’unica possibilità in cui il biondo avrebbe potuto concedersi una simile occasione sarebbe stata quella di una previa visita a quella stessa realtà, magari attraverso il quadro principale ormai perduto.
« No no. » escluse tuttavia l’altro, scuotendo candidamente il capo « L’ho conosciuto già dopo che si è liberato da qui... »

Un momento di teso, tesissimo silenzio, allora, ebbe a precipitare di colpo fra loro, nel contempo in cui gli occhi di Siggia ebbero a sgranarsi tanto al punto da apparire sul punto di saltare fuori dalle proprie naturali orbite. Un momento di teso, tesissimo silenzio, quindi, che ebbe a trovare la propria conclusione nel di lei riprendere voce, soltanto per scandire una domanda, e una domanda dalla risposta alla quale sarebbe conseguita la propria intera concezione dell’universo nei tempi a seguire...

« No. Calma. » lo fermò ella, scuotendo appena il capo « Cioè... tu vorresti dirmi che Desmair è sopravvissuto allo scontro con Kah...?! »
« Sopravvissuto è una parola grossa... » puntualizzò Be’Wahr, aggrottando la fronte « Diciamo che per qualche anno ha convissuto all’interno del corpo di un mio amico... e, poi, alla prima occasione utile, ha preso possesso di un nuovo corpo, e di un corpo ora, nuovamente, immortale... »
« ... »

Ancora silenzio, e teso, tesissimo silenzio, fu quello che seguì quella dichiarazione, e quella dichiarazione che non avrebbe potuto ovviare a sconvolgere del tutto l’idea stessa di realtà propria di Siggia. E di una realtà nella quale ella credeva non esserci più spazio alcuno per suo padre, ma che, al contrario, aveva veduto suo padre riuscire nella propria più grande impresa: abbandonare quel budello privo di ogni futuro in favore di qualcosa di diverso... di qualcosa di meglio.

sabato 25 settembre 2021

3774

 

Con il proverbiale senno di poi, l’aiuto che Be’Wahr e M’Eu avevano avuto a offrire a Siggia venne più che ampliamente ricompensato dall’aiuto che, parimenti, la figlia di Desmair poté concedere ai propri due soccorritori, e a quei due soccorritori totalmente alieni rispetto a quella realtà, al punto tale da non conoscere neppure le basi più ovvie della sopravvivenza in essa, come, banalmente, individuare le fonti di acqua e di cibo utili ad assicurarsi una qualche speranza di sopravvivenza.

« Avete fatto bene a diffidare di tutto sino a questo momento... » confermò ella, quando ebbero a raggiungere, per prima cosa, un pozzo di acqua non avvelenata, e uno di quei pozzi la via per il quale qualunque rosso avrebbe potuto loro indicare anche a occhi chiusi e dopo aver compiuto qualche piroletta di troppo « Bere o mangiare qualcosa di sbagliato, in questo mondo, può ridurti come un bianco... e non credo che alcuno di voi lo desideri diventare. » sorrise sorniona, per poi volgere lo sguardo a Be’Wahr e aggrottare appena la fronte non senza un certo imbarazzo « ... senza offesa, ovviamente. »

La pelle chiara dell’avventuriero tranitha, nonché i suoi biondi capelli, in effetti, lo avrebbero potuto collocare in ideologica vicinanza con i desmairiani albini molto più di quanto non avrebbe avuto a poter correre il rischio di essere frainteso il figlio di Ebano, con la sua carnagione scura non quanto quella del padre e, comunque, certamente distante da qualunque possibilità di erronea classificazione. E, in questo, nell’aver espresso un commento tanto apertamente negativo nei riguardi di uno dei bianchi, Siggia non poté ovviare a scoprirsi in lieve difficoltà, nel timore di poter aver involontariamente offeso uno dei propri due salvatori.
Ma Be’Wahr, dal canto proprio, difficilmente avrebbe avuto a offendersi anche per un commento esplicitamente rivolto a suo discapito... figurarsi, pertanto, per un commento che neppure avrebbe avuto a coinvolgerlo direttamente.

« Mmm...?! » esitò infatti egli, non comprendendo il riferimento da lei così suggerito e ritrovandosi costretto a ripercorrere mentalmente quanto da lei appena dichiarato, a cercare di cogliere quanto potesse essergli sfuggito, pur senza concedersi nuovamente particolare successo a tal riguardo « Per me nessuna offesa. Anzi. Sono ben felice di non essere come loro! »

M’Eu, ancora intento a bere a lunghe sorsate, sorrise a quelle parole, non avendo mancato, al contrario dell’amico, di cogliere il senso di quanto così suggerito da Siggia. E consapevole di come Be’Wahr non si sarebbe mai offeso per qualcosa di simile, decise di progredire nel discorso così accennato...

« Vuoi dire che la differenza fra i... bianchi e i... rossi... deriva dall’acqua e dal cibo?! » questionò quindi, cercando di comprendere meglio la questione.
« Non è nulla di così automatico... ma in linea di principio, sì. » confermò ella, in risposta a quell’interrogativo « Questo mondo, a differenza del vostro, è un mondo marcio, corrotto sin nel propria più profonda essenza. E nutrendosi di tale corruzione, non si può evitare di esserne a propria volta corrotti... come è successo ai bianchi. » esplicitò, per tentare di meglio chiarire la questione.
« Urca! » commentò Be’Wahr, non potendo fare a meno di riportare la propria attenzione, il proprio ricordo agli albini della Terra di Nessuno, domandandosi se anche per essi la questione avesse a doversi riconoscere assimilabile, fosse anche e soltanto per l’evidente parallelismo esistente fra quei due contesti spiacevolmente tossici.
« Purtroppo i nostri fratellastri non hanno saputo dimostrare la pazienza e la temperanza necessaria per cercare di conservare intatto il proprio giusto retaggio di sangue... dannati, stupidi maschi. » sospirò, salvo rendersi nuovamente e tardivamente conto di una nuova, possibile motivazione di imbarazzo, nell’essersi espressa in maniera così critica verso l’intero genere maschile, in una semplificazione abitualmente corretta e che pur, in quel momento, non avrebbe più avuto a doversi intendere tale, nel confronto con la presenza di quelle due, importanti eccezioni umane « Vogliate scusarmi... non voleva essere una critica nei vostri riguardi. Anzi. »
« No... scusa. » esitò M’Eu, colto in contropiede dalla questione, e non perché offeso dalle parole di lei, quanto e piuttosto perché da esse incuriosito « Vorresti dirmi che i bianchi sono tutti e solo i figli maschi di Desmair, mentre i rossi sono... »
« ... le figlie femmine di Desmair. Sì. » confermò ella, annuendo appena « A un discorso di genere, e di colore della pelle, unite poi l’incapacità di alcuni fra i nostri fratellastri di concepire l’incesto come qualcosa di sbagliato... ed ecco spiegato il grande arcano esistente dietro la sempiterna faida fra noi e loro. » concluse, stringendosi fra le spalle « Purtroppo loro sono da sempre stati più numerosi di noi. E nella battaglia che è seguita la morte di Desmair, battaglia atta ad assicurare a una delle due fazioni il dominio sulla fortezza, loro hanno avuto la meglio. »
« E’ stato durante quella battaglia che tu sei stata fatta prigioniera...?! » domandò Be’Wahr, con innocente curiosità a tal riguardo.
« No. » replicò ella, scuotendo appena il capo « E’ successo qualche tempo dopo, mentre con altre delle mie sorellastre stavamo compiendo una ricognizione, atta a valutare una possibile via d’accesso utile per tentare di riprendere il controllo sulla fortezza. E sì... prima che me lo chiediate, è da allora che non ho più rivisto alcun’altra. Anzi. Non ho visto proprio alcuno che non fosse un bianco desideroso di seviziarmi. Almeno fino alla vostra apparizione... »

Abbondantemente dissetati, ormai Be’Wahr e M’Eu stavano fondamentalmente limitandosi ad ascoltare le spiegazioni di lei del tutto dimentichi, senza malizia alcuna, del fatto di non aver ancor fornito a propria volta alcuna argomentazione a riguardo della loro presenza in quel luogo, in un’apparente reticenza a esprimersi a tal riguardo inizialmente motivata dalla necessità di risparmiare le poche forze loro rimaste, a confronto con un crescente senso di disidratazione, e un senso di disidratazione che pur, ormai, non avrebbe più avuto a dover essere da loro accusato.
Ma tutt’altro che dimentica di non aver ancora ottenuto risposte ai propri interrogativi a loro riguardo, altresì, avrebbe avuto a dover essere considerata la stessa Siggia, la quale, non a caso, ebbe a calcare appena il tono sulle ultime parole pronunciate, e quelle parole che avrebbero potuto fungere da perfetto incipit per la loro parte di narrazione. E a confronto con l’evidente incapacità, da parte dei due, a cogliere il sottinteso, ella non poté fare altro che insistere ulteriormente, sperando che ora non vi potessero essere ulteriori giustificazioni utili a posticipare nuovamente la cosa.

« Sapete... sarebbe stato proprio splendido se in coda alle mie ultime parole, uno di voi due avesse preso coraggio e avesse iniziato a raccontarmi qualcosa a vostro riguardo. » ironizzò, aggrottando la fronte « Se continuate a essere così restii a esprimervi, non potrò ovviare a dubitare della vostra buona fede. Cosa che, per inciso, mi dispiacerebbe tantissimo, dal momento in cui, comunque, non posso negare di star iniziando a provare una certa simpatia per voi. »
« Oh! » esclamò quindi M’Eu, sgranando gli occhi con un certo imbarazzo innanzi all’evidenza di quanto accaduto, e della loro fraintendibile apparente reticenza a parlare di sé « Scusaci... non abbiamo nulla da nasconderti, in effetti. Ci siamo soltanto distratti a confronto con tutto quello che è successo... e con tutte le cose di cui ci stavi accennando! »
« Sì, assolutamente. » concordò Be’Wahr « Comunque sia, e come non credo che sia in dubbio, proveniamo dall’altra realtà, e siamo giunti sino a qui attraverso un altro quadro incantato, sopravvissuto alla distruzione di quello principale e, con esso, della maggior parte della fortezza nel nostro mondo, alla ricerca di una nostra amica, purtroppo scomparsa. »

venerdì 24 settembre 2021

3773

 

Per Siggia, così come probabilmente per tutti i suoi fratellastri e sorellastre, figli del semidio Desmair, la morte avrebbe avuto a dover essere considerata non dissimile da una sorta di sonno profondo, seppur contraddistinto, almeno nel proprio principio, da minor confortevolezza. In effetti, ella non sarebbe stata in grado di rammentare un solo momento nel corso della propria vita nel quale la morte avesse avuto a doversi intendere piacevole e priva di dolore. Al contrario, però, il ritorno alla vita, esattamente come un risveglio mattutino, difficilmente avrebbe avuto a potersi intendere traumatico.
Così fu anche in quell’occasione. E anche in quell’occasione ella si ritrovò a riaprire gli occhi sul mondo a sé circostante, dopo la propria morte, così come al termine di un bel periodo di sonno. E di un piacevolissimo sonno ristoratore, al termine del quale, pur non priva di un certo, necessario, disorientamento, ella avrebbe avuto a potersi intendere al pieno delle proprie energie.
Nell’obbligato disorientamento del risveglio, quindi, ella non fu immediatamente in grado di rimettere in ordine le proprie idee, i propri pensieri e i propri ricordi. E, per un istante, non ebbe neppure a rammentare nulla nel merito delle dinamiche della propria ultima morte, ritrovandosi a addurla semplicemente alla propria prigionia, e alle interminabili torture alle quali da anni stava venendo sottoposta. Al pari del risveglio dal sonno, infatti, anche nel risveglio dalla morte la mente dei desmairiani offriva loro qualcosa di simile a un sogno, ragione per la quale, in effetti, ella pur rammentando confusamente di M’Eu e di Be’Wahr, non poté ovviare a considerarli nulla di più e nulla di meno di una bizzarra fantasia onirica.
Ma quella fantasia onirica ebbe a proporsi in maniera particolarmente insistente anche dopo che ella riprese coscienza di sé e del mondo a sé circostante, ed ebbe a muovere i propri neri occhi su sfondo giallo a esplorare tale realtà, e a rincontrare le sagome proprie dei suoi due salvatori umani, lì intenti a trascinarla, attraverso le lande desolate di quella natura avvelenata, su quella che appariva essere un’improvvisata lettiga.

« Dannazione... » commentò, rimettendosi a sedere in virtù di un deciso scatto dei propri addominali « ... ma allora siete reali?! » domandò, non celando un certo stupore, una certa sorpresa a confronto con quell’ora incontrovertibile verità.
« ... » esitarono entrambi, colti in contropiede da quell’affermazione, prima di stringersi appena fra le spalle e replicare con una certa, divertita, banalità « ... così pare... »

Il sonno della morte non era stato negativo per la donna, la quale, in effetti, aveva avuto occasione di approfittare di quell’improbabile momento di riposo non soltanto per risanare la causa principale del proprio decesso, ma anche ogni altra ferita accessoria, ritrovandosi nuovamente nel pieno possesso delle proprie capacità fisiche e, soprattutto, della propria integrità anatomica. Le ossa precedentemente spaccate si erano completamente rigenerate, i muscoli e i tendini prima tagliati avevano ritrovato la propria integrità, e i tessuti prima lesionati ora si mostravano nella propria forma più sana e naturale, quasi nulla le fosse mai accaduto: non il volo, non l’evasione, non le torture.

« Sembri star bene, ora... » osservò quindi M’Eu, arrestandosi nel proprio incedere per interloquire con lei, anche a confronto con l’evidenza di quanto, probabilmente, non vi sarebbe più stata necessità per loro di trascinarsela dietro come un peso morto, qual pocanzi ella era stata... e non in termini metaforici « ... come ti senti?! »
« Direi come non mi ero più potuta sentire da almeno cinque anni a questa parte... » sorrise ella, osservando i propri polsi e le proprie caviglie risanate, le proprie gambe e il proprio addome rigenerati, e flettendo i muscoli ritrovati al fine di rimettersi in piedi con un gesto agile ed elegante « ... libera! »

Solo un dettaglio estetico, in verità, avrebbe potuto tradire quanto le era accaduto. Un dettaglio estetico che, in maniera insolita, sembrava non aver trovato occasione alcuna di rigenerazione, al di là di quanto miracoloso avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il resto del processo. Al di sopra della sua testa, infatti, le sue corna, e quelle nere corna spezzate sin dal primo momento in cui Be’Wahr e M’Eu avevano avuto occasione di vederla, si stavano lì offrendo ancora tali e quali ad allora, senza che alcuna reale evidenza di ricrescita, di rigenerazione, le stesse riuscendo in alcun modo a coinvolgere.
E di ciò, in effetti, Siggia non poté che dimostrarsi mestamente consapevole, così come, levando lo sguardo verso l’alto, ebbe a constatare, sollevando poi le mani a toccare quanto rimastole, quei tronconi irregolari sola dimostrazione di quanto un tempo maestosamente lì presente.

« Le tue corna... » commento allora il figlio di Ebano, a margine di quel gesto da parte di lei « ... è normale che non siano ricresciute...?! »
« Sì. Temo proprio di sì. » confermò ella, con un sospiro di disappunto « Non chiedermi per quale ragione, giacché non sarei in grado di risponderti, ma è l’unica parte dei nostri corpi che non gode di un qualche fattore di rigenerazione. E, proprio per questa motivazione, tagliare o, peggio, spezzare le corna, da queste parti, è uno fra i peggiori torti che si possono imporre contro un proprio avversario... nel costringerlo all’ignominia per il resto della propria esistenza, e di un’esistenza che, fino a prova contraria, è da considerarsi eterna. »

Interessante, da un punto di vista squisitamente antropologico, avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto, in una realtà dominata da semidei immortali, e fra semidei immortali fra loro tutti reciprocamente imparentati, questi non soltanto avessero avuto occasione di trovare una ragione utile a dichiararsi guerra, ma, addirittura, fossero stati persino capaci di individuare un modo per imporsi un danno permanente, e un danno permanente che potesse avere a marchiarli con disonore per il resto delle proprie esistenze.
Ma se pur, per l’appunto, avrebbe potuto risultare interessante, per non dire affascinante, lasciarsi coinvolgere dall’analisi della perversione propria di chi pur non avendo a dover temere nulla era pur riuscito a inventarsi nuovi metodi per imporsi dolore e infelicità; nulla di tutto quello avrebbe potuto allor concedersi occasione di apparir apprezzabile nel confronto con l’evidenza di quanto nulla in quel discorso avesse a fraintendersi semplice retorica, quanto e piuttosto spiacevole pratica, per la loro nuova compagna di viaggio.

« Mi dispiace... » osservo Be’Wahr, prendendo parola nel discorso al solo scopo di esprimere tutta la propria più sincera contrizione a confronto con ciò.
« Non è colpa vostra... anzi. » minimizzò ella, stringendosi appena fra le spalle, dimostrando quanto, dal proprio personalissimo punto di vista, fosse già scesa a patti con tutto ciò da un certo tempo « Però, alla prima occasione utile, temo proprio che avrò bisogno di una lima per sistemarle un po’... anche perché, a tenerle così, rischio di essere veramente scomoda. » ammiccò, con fare complice verso di loro « Piuttosto... permettetemi che abbia nuovamente a ringraziarvi per quanto avete fatto per me. Ho un incommensurabile debito nei vostri confronti... »
« Ma figurati! » escluse fermamente M’Eu, scuotendo vigorosamente il capo « Chiunque, al nostro posso, avrebbe fatto lo stesso... »
« Permettimi di dissentire, nel ben considerare quanto sia rimasta inchiodata là sotto per così tanto tempo. » precisò la figlia di Desmair, decisamente critica a tal riguardo « E comunque, non per ribadire l’ovvio, ma voi due non siete propriamente “chiunque”... non da queste parti, quantomeno. » sottolineò, incrociando appena le braccia al petto « Quando avrete voglia di raccontarmi cosa ci fanno due esseri umani in questo mondo maledetto...?! »

giovedì 23 settembre 2021

3772


« Andate avanti. » li invitò ella, ribadendo, in tal senso, il proprio esplicito consenso a quel piano, e a quel piano pur non privo di incognite né di rischi.

Ovviamente, anche dal punto di vista proprio della figlia di Desmair, tutta la questione non avrebbe potuto essere fraintesa né banale, né fraintendibile, in alcuna misura, qual spontanea.
Benché, infatti, quella coppia di esseri umani si fossero dimostrati, sino a quel momento, qual desiderosi di agire in suo soccorso, in suo aiuto, difficile sarebbe stato ignorare l’evidenza di quanto, comunque, nulla di tutto quello avrebbe potuto avere a concedersi una qualche parvenza di normalità, fosse anche e soltanto a partire dalla presenza stessa di quei due esseri umani in quella realtà, per poi non ignorare il loro apparente, e disinteressato, impegno in suo soccorso, in suo favore. Nel non poter ignorare, del resto, come in cinque lunghi anni nessuna delle sue pur numerose sorellastre avesse avuto a dimostrare il benché minimo interesse ad agire in suo soccorso, in suo favore; quale raziocinio, quale logica, avrebbe potuto mai giustificare che quella strana coppia palesemente aliena a quella realtà e alle sue leggi potesse prendersi a cuore la sua causa…?!
Eppure così sembrava star accadendo, e per quanto apparentemente folle e innaturale tutto ciò avesse a essere, ella non avrebbe potuto ovviare a volersi impegnare a riconoscere quella necessaria fiducia nei loro riguardi, e quella necessaria fiducia semplicemente obbligata a confronto con l’idea del volo che, allor, le stava venendo richiesto di avere a compiere. Un volo che non soltanto avrebbe avuto indubbiamente a nuocerle, ma, soprattutto, in conseguenza al quale si sarebbe ritrovata a essere spiacevolmente inerme a confronto con qualunque evoluzione della situazione, finanche arrivando a perdere quel poco di effimera libertà così appena riconquistata. E benché troppo facile sarebbe stato per lei avere a rifiutare quel piano, avere a tirarsi indietro a confronto con quella strategia, nel non voler così gratuitamente perdere quanto pur allor ottenuto; soltanto stolido, cieco, egoista, sarebbe stato ignorare quanto tutto ciò da lei allor ottenuto le fosse stato concesso soltanto in grazia all’intervento di quella coppia, e di quella coppia a confronto con la quale, quindi, semplicemente assurdo sarebbe stato aver a sollevare dubbi ed esitazioni.

“Poi… però… mi dovranno dare non poche risposte…” commentò mentalmente, quasi a prendere un appunto mentale a tal riguardo, nel non voler ignorare quant’ella fondamentalmente nulla avesse a conoscere dei suoi due salvatori, della loro storia e delle loro motivazioni, benché, sino a quel momento, essi non avessero mancato di dimostrarsi più che positivi per lei… anzi… forse e addirittura la più positiva presenza della sua intera vita o, quantomeno, di quell’ultimo lustro della sua secolare esistenza.

Con attenzione, quindi, ella seguì la loro ridiscesa, spaziando ansiosamente con lo sguardo da destra a sinistra, nel timore di sentire levarsi, da un momento all’altro, un qualche segnale d’allarme, e di veder comparire, da un lato o dall’altro, qualcuno dei bianchi, a decretare la fine di quella loro inattesa e inimmaginabile avventura. Ciò non di meno, l’angolo da loro individuato si stava offrendo, a confronto con l’evidenza dei fatti, un punto fondamentalmente cielo per entrambi i fronti antagonisti, assicurando a entrambi i suoi alleati di giungere a terra senza alcun ostacolo, discendendo con ammirevole agilità lungo quella parete, e quella parete pur di non semplice sfida.
E così, completata essi la prima metà del loro lavoro, or sarebbe toccato a lei avere a confermare, nella pratica e non soltanto nelle parole, la propria fiducia nei loro riguardi, gettandosi nel vuoto e affidandosi, in ciò, in tutto e per tutto a loro per concedersi ancora una qualche speranza di futuro.

“Farà male… molto male.” sospirò in cuor suo, contemplando l’altezza da dover coprire, nel tentare di valutare i danni che tutto ciò avrebbe avuto a comportare per lei.

Non che ella avesse timore della morte, comunque. Anche e soltanto nel corso di quegli ultimi cinque anni, senza considerare i secoli precedenti, ella era morta così tante volte da averne fondamentalmente perso il conto, ritornando ogni volta in vita in grazia al sangue del suo semidivino genitore.
Quanto ella più temeva, in quel frangente, avrebbe avuto a doversi intendere il rischio di farsi sfuggire un qualche grido, un qualche gemito, un qualche urlo, o nel corso della caduta stessa o, peggio, nell’impatto con il suolo. Dopotutto, e al di là della propria immortalità, ella era costretta ad affrontare la vita come una mortale, provando ogni emozione, ogni dolore e, in ciò, ogni senso di paura proprio dei mortali, quasi nulla fosse di più di una comune donna. Più che comprensibile, quindi, avrebbe avuto a doversi intendere il rischio di avere a perdere involontariamente il controllo, e di concedersi quel verso che, allora, avrebbe avuto a imporle decisamente più danno di qualunque possibile caduta, nel rivelare ai bianchi quanto stesse accadendo e, in ciò, nel condannarla a ritornare alla propria cella, per riprendere con le proprie torture.

“… boh… speriamo bene.” Sancì, issandosi non senza un certo impegno al di sopra della balaustra e preparandosi al volo, ma, ancor, apparentemente, esitando a confronto con lo stesso.

Doveva impedirsi di gridare. Doveva trovare un modo per imporsi il silenzio, e quel silenzio che solo avrebbe potuto assicurare a lei e ai suoi compagni di ventura una speranza per il futuro.
E così, stringendo i denti e le labbra con tutte le proprie forze, ella decise di migliorare le loro opportunità di successo nel sollevare le proprie mani, e quelle mani ancor troppo deboli, troppo compromesse per concederle di affrontare la ridiscesa, e nel portarle entrambe al proprio tornito collo, a quella forma elegante e delicata, soltanto per poter allora conficcare con tutto l’impeto che avrebbe potuto esserle concesso i propri lunghi e affilati artigli neri nella propria medesima gola, squarciandola brutalmente, in maniera tale che nessun alito proveniente dai suoi polmoni potesse andare a stuzzicare le sue corde vocali, né raggiungere le sue labbra, imponendosi in ciò il più assoluto e totale silenzio. Un silenzio non privo di altro dolore per lei, e pur un silenzio che avrebbe potuto concederle l’occasione di ovviare a una maggior pena futura, in immediata conseguenza al quale ebbe così a lasciarsi ricadere in avanti, con la sicurezza, con la certezza che, comunque le cose sarebbero potute andare a concludersi, ella non avrebbe potuto rimproverarsi di non essersi messa in giuoco al pieno delle proprie possibilità.
Un volo, il suo, che ebbe a durare meno di un battito di ciglia in effetti, là dove, in caduta libera, il percorrere quella verticale ebbe a risultare quasi immediato. E un volo che, egoisticamente, la vide allor impegnarsi a raggiungere il suolo di testa, nell’intento, nella volontà, di spezzarsi l’osso del collo e di, effettivamente, morire nell’impatto stesso, non desiderando avere a sopportare la pena che avrebbe potuto conseguire un qualunque altro risultato.

Così fu. E producendo una fugace cacofonia di suoni sordi quantomai nauseanti alle orecchie di Be’Wahr e di M’Eu, il suo corpo ebbe ad accartocciarsi su quello scuro e velenoso terreno, vedendo infrangersi non soltanto la sua colonna vertebrale, ma anche molte altre ossa del suo intero corpo, e lì proponendo innanzi ai due amici soltanto un ammasso scomposto di carne e ossa per avere a confrontarsi con il quale, ovviamente, non dovette mancare da parte loro un certo coraggio, nonché molto sangue freddo.
Non che il coraggio e il sangue freddo, in quel particolare frangente, non avessero a doversi intendere qual la più comune base di partenza per avere a confrontarsi con ogni altra cosa, ogni altro aspetto di quella folle realtà, e di quella realtà all’interno della quale, loro malgrado, avrebbero avuto a dover permanere ancora per qualche altro tempo…

mercoledì 22 settembre 2021

3771


« Agli dei non interessa nulla di questo luogo… o dei suoi abitanti. » sorrise la donna, con una nota amara latente nella propria voce « Fossi in voi, eviterei di farci eccessivo affidamento. »

Se dal punto di vista di Be’Wahr e di M’Eu, Siggia e tutti i suoi fratelli avrebbero avuto a dover essere considerati pressoché alieni, come alieno avrebbe avuto a dover essere inteso anche quell’intero mondo; facile sarebbe stato comprendere come, d’altro canto, anche dal punto di vista di Siggia quella coppia di esseri umani non avrebbero potuto che essere riconosciuti in quanto alieni, e alieni non soltanto alla propria concezione della vita ma, anche e più in generale, a quell’intera realtà. In tal senso, quindi, se molte avrebbero avuto a dover essere intese le domande, gli interrogativi, le curiosità che si stavano accumulando nelle menti della coppia di avventurieri, altrettante avrebbero avuto a dover essere considerate quelle proprie della donna da loro soccorsa, e di quella donna che non avrebbe potuto ovviare a definirsi stranita innanzi a molti, troppi aspetti dei propri soccorritori, fosse anche e soltanto da alcuni aspetti apparentemente banali della composizione lessicale delle loro frasi, come, a titolo esemplificativo, quel riferimento fiducioso, quasi scaramantico, agli dei.
In quel mondo, in quella realtà celata all’interno di un’altra realtà, e in quella realtà non creata da un dio, quanto e piuttosto dal capriccio della regina Anmel Mal Toise, l’idea stessa degli dei appariva semplicemente ridicola, benché, ovviamente, ognuno di loro ben conoscesse gli dei, addirittura includendo in tal annovero diversi pantheon di divinità, a seconda dell’origine della madre a cui avrebbero avuto a dover offrire ringraziamento per la propria esistenza in vita. Chiara, incontrovertibile, in fondo, non avrebbe che potuto essere intesa l’avversione degli dei tutti a quel luogo, a quell’intera realtà, e, con essa, a tutti i suoi abitanti: in quale altra maniera, altrimenti, avere a poter giustificare in mondo così intrinsecamente avvelenato nella propria più profonda essenza, al punto da ritrovarsi a essere abitato soltanto da spettri e da semidei immortali per i quali, invero, l’immortalità avrebbe avuto addirittura a dover essere considerata qual una condanna ancor prima che un privilegio, nell’impedire loro di morire ma non, comunque, di soffrire?
Se mai avesse avuto a esistere un luogo di perdizione per coloro invisi agli dei, certamente tale luogo avrebbe avuto tutte le caratteristiche di quel mondo. E di quel mondo che per Siggia, e per tutti gli altri desmairiani, avrebbe avuto a dover essere inteso essere l’unico mondo mai conosciuto.
Scelte lessicali a parte, comunque, né Be’Wahr, né M’Eu, avrebbero avuto a doversi intendere qual abituati a delegare agli dei il merito della propria sopravvivenza, ben consapevoli di quanto nessuna preghiera avrebbe mai potuto arrestare un colpo di spada e nessuna imprecazione avrebbe mai potuto deviare la traiettoria di una freccia. No: essi, al pari di tutti gli altri loro amici e compagni all’interno di quella famiglia allargata riunitasi attorno a Midda Bontor, di quello strano ed eterogeneo clan, avevano ben appreso la lezione loro insegnata dalla stessa Figlia di Marr’Mahew… e quella lezione che Maddie e Rín, provenendo da un’altra realtà e da un’altra cultura, avevano ben riassunto in una frase estremamente evocativa: “Aiutati, che il ciel t’aiuta”. E così, al di là di quanto pocanzi sussurrato da M’Eu, né l’uno, né l’altro si sarebbero mai attesi un qualche genere di intervento divino in loro soccorso, in loro aiuto. Al contrario, anzi, e non poi troppo diversamente da Siggia, essi avrebbero avuto ad agire confidando unicamente in se stessi e, addirittura, ritrovandosi a temere l’eventualità che un qualche dio, o una qualche dea, potesse decidere di intervenire, là dove improbabile, in tal senso, sarebbe stata l’eventualità di un contributo positivo.
Ciò senza dimenticare, poi, un’ancor non meglio chiarita posizione personale, da parte di un po’ tutti loro, nei confronti dell’idea stessa di divino, là dove la maggior parte dei più recenti accadimenti delle loro vite, dal viaggio fra le stelle del firmamento in poi, non avevano potuto ovviare a costringerli a una certa riflessione a tal riguardo, e non tanto nel merito della possibile esistenza o meno degli dei, quanto e piuttosto nel merito della loro effettiva natura e di una natura ancor tutta da chiarire. Del resto, là dove anche un dio avrebbe potuto morire, per così come la stessa Midda Bontor aveva ben dimostrato con l’uccisione di Kah, avrebbe davvero avuto senso ancora considerarlo un dio…? E là dove una mortale come, ancora, la stessa Midda Bontor, avrebbe potuto ritrovarsi, proprio malgrado, detentrice del potere della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, il potere della Creazione e quello della Distruzione, in che termini avrebbe potuto ancor essere distinta da una dea…?!
Riflessioni esistenziali a parte, Be’Wahr e M’Eu, tutt’altro che desiderosi quindi di aver ad attendere un improbabile aiuto divino nei propri confronti, avrebbero avuto a voler e dover affrontare quella discesa con le proprie sole forze. E, soprattutto, avrebbero avuto a dover cercare un modo di affrontare quella discesa con la difficoltà derivante dalla presenza di Siggia.

« Pensare di affrontare la discesa per te immagino sia ancora impossibile, non è vero…?! » domandò quindi il biondo mercenario, rivolgendosi alla loro nuova protetta.
« … già… » confermò la stessa, con innegabile disappunto « Non è soltanto una questione di dolore, quanto e piuttosto di impossibilità fisica, nel considerare che, oltre all’osso, anche il tendine e il muscolo ancora non hanno avuto occasione di rigenerarsi, e questo non può che impedirmi di stringere le dita delle mani o controllare i miei piedi… »
« Allora temo che non abbiamo molte possibilità… » commentò Be’Wahr, storcendo le labbra « Precipitare a terra da questa altezza non ti ucciderà, non è vero…? » domandò quindi, cercando di meglio comprendere il senso del di lei potere « Cioè… anche se dovesse ucciderti, poi ti riprenderesti, giusto…?! »
« … sì… » sospirò ella, comprendendo perfettamente la situazione e non potendosi, in tal senso, avere a considerare entusiasta… ma sempre in termini inferiori rispetto a quanto avrebbe potuto essere avversa all’idea di tornare prigioniera dei bianchi « Cercherò di non gridare troppo. Ma non posso promettervi nulla in tal senso… » li pose in guardia, con un lieve sorriso tirato.
« Che cosa vuoi fare…?! » domandò allora M’Eu, non avendo colto il senso del piano così suggerito dal proprio compagno d’arme.
« Considerando che non abbiamo neppure una corda con la quale aiutarci, cercare di trasportarla durante la discesa sarebbe troppo rischioso per tutti noi. » esplicitò il biondo, nel proprio nuovo e inedito ruolo di cervello dell’operazione, in termini che avrebbe sicuramente suscitato parecchia ilarità da parte di suo fratello Howe se soltanto fosse stato lì presente ad assistere « A questo punto, conviene che noi si abbia a discendere fino a terra da soli… e, una volta arrivati, Siggia ci potrà… ehm… raggiungere… autonomamente. »
« … »

Doversi ritrovare a confrontare con un’immortale, per chi immortale non era, non avrebbe mai potuto essere qualcosa di semplice o immediato. E sebbene Siggia non fosse la prima immortale con la quale Be’Wahr e M’Eu si erano ritrovati a relazionarsi, ben lontano dal potersi intendere naturale avrebbe avuto a doversi considerare qualunque elaborazione razionale della situazione corrente, richiedendo loro uno sforzo ulteriore a considerare quella variabile in più, e una variabile in più, sotto alcuni aspetti, anche a loro vantaggio.
Se, infatti, improbabile sarebbe stato trovare una soluzione a quel problema là dove Siggia non fosse stata immortale, costringendoli, quindi, a rielaborare la propria tattica in favore di qualche diversa alternativa ancor non presa in considerazione; a confronto con la sua immortalità, stolido sarebbe stato non avere a cercare un vantaggio dalla stessa, come, per esempio, chiederle di gettarsi a peso morto giù da quel balconcino, confidando sul fatto che, una volta giunta a terra, morta o, comunque, moribonda, sarebbero allor stati i suoi due inattesi salvatori a prendersi carico, ancora una volta, di lei, per condurla via di lì.

martedì 21 settembre 2021

3770

 

Quando alfine apparve, discendendo dai piani superiori verso quelli inferiori, impossibile fu per il desmairiano non rendersi conto dell’imprevista e allarmante presenza della donna al centro di quella rampa di scale, lì riversa apparentemente agonizzante con polsi e caviglie orrendamente fratturate, quasi mutilate addirittura. E se, a confronto con tale immagine, inevitabile e più che comprensibile fu per lui un indubbio disorientamento, tale ragionevole esitazione ebbe a proporsi qual esattamente ciò che tanto la stessa Siggia, quant’anche Be’Wahr stavano lì confidando avesse ad avvenire, per concedere loro quel fugace, e pur necessario, momento utile a terminare quella sfida ancor prima che potesse aver inizio. Un momento che, allora, anche M’Eu non mancò di cogliere nella propria assennatezza, avendo finalmente a comprendere l’invito dell’amico, del compagno d’arme in quell’assurda avventura, a non smettere proprio in quel momento di avere fiducia in lui.
E così, prima ancora che al pur enorme desmairiano potesse essere concessa l’opportunità di scandire un qualunque genere di interrogativo, di esclamazione o, e peggio ancora, di allarme; i due avventurieri, rimasti sino ad allora celati nelle tenebre, ebbero a saltar fuori, e ad avventarsi in contrasto a quell’unico, smisurato antagonista, e a quell’antagonista che pur, in fondo, nulla di speciale avrebbe avuto a poter vantare rispetto a quelli già abbattuti, in termini tali, quindi, da non dover rappresentare una sfida improbabile.
Se soltanto i figli di Desmair avessero infatti avuto a godere della stessa tipologia di immortalità che, un tempo, era stata propria del loro genitore, e quell’immortalità utile a non permettergli di provare il benché minimo dolore a confronto con qualunque genere di ferita o mutilazione, e di non avere a perdere contatto con la realtà neppure nel momento della propria stessa decapitazione, avendo anzi possibilità di muovere il proprio corpo a recuperare la testa perduta per riposizionarla al proprio legittimo posto; la situazione, per Be’Wahr e M’Eu, avrebbe avuto a doversi riconoscere decisamente disperata, in termini tali per cui improbabile sarebbe stato per loro avere a permettersi una qualunque fantasia di sopravvivenza. Ma laddove, pur chiaramente immortali, per così come aveva anche loro spiegato la stessa Siggia, i discendenti del semidio lì un tempo imprigionati, il sangue dei quali avrebbe avuto quindi a potersi intendere divino soltanto per un quarto, tutti loro si offrivano comunque vulnerabili innanzi alla possibilità di un’estemporanea morte, e una morte dalla quale si sarebbero ripresi e pur, ciò non di meno, vulnerabili; la situazione, per Be’Wahr e M’Eu, non avrebbe avuto a doversi fraintendere così improbabile, così impossibile, avendo soltanto, se così si fosse potuto minimizzare, a dover colmare la disparità numerica e fisica allor esistente, ma potendo comunque sperare, in grazia alle proprie armi, alle proprie abilità guerresche e alla propria determinazione, di avere a conquistarsi una qualche occasione di futuro.

« Muoviamoci, presto... prima che ne arrivino altri. » sussurrò quindi Be’Wahr dopo la sconfitta dell’avversario, nel mentre in cui, ancora, M’Eu si stava dimostrando intento a decapitarlo, costretto in tal senso a addirittura ricorrere a tre fendenti di spada prima di riuscire a spiccare quell’enorme capo dall’ancor più smisurato collo.

Non che il biondo mercenario fosse abituato a riconoscersi qual la persona più pragmatica del gruppo, né che fosse solito offrirsi qual colui intento a incalzare i propri compagni per un rapido conseguimento dei propri obiettivi, preferendo, anzi e sovente, avere a concedersi occasioni di distrazione nel corso delle proprie avventure, per poter avere a viverle più a fondo o, quantomeno, per potersi illudere i avere a viverle più a fondo rispetto a chiunque altro. Ciò non di meno, in quel momento, in quel frangente, la consapevolezza di quanta strada ancora avesse ad attenderli, e di quanto pericolosa tale via avrebbe avuto a potersi presentare innanzi a loro, non poté mancare di costringerlo a proporsi in quelle vesti pur per lui così insolite, inconsuete, in misura tale, addirittura, da poter sembrar intento a imitare proprio fratello Howe.
Una necessità, la sua, da lui resa quindi estemporanea virtù, anche e soprattutto ove, del resto, M’Eu aveva già dichiarato in più di un’occasione di guardare a lui come a una figura di riferimento... e una figura di riferimento che, allora, non avrebbe potuto avere a concedersi la stessa leggerezza nel proprio approccio per così come, altrimenti, gli sarebbe dovuta essere riconosciuta più congeniale.

« ... come stai...?! » domandò in un alito di voce il figlio di Ebano verso la donna loro protetta, tornando a offrirsi a lei, per sollevarla da terra là dove l’avevano dovuta estemporaneamente abbandonare.
« Meglio... » confermò ella, con un sorriso lieve ma sincero verso di lui, in risposta a quella premura e a quella premura alla quale non si sarebbe più potuta considerare abituata, dopo un estenuante lustro di continue torture « La maggior parte delle mie ferite ha smesso di sanguinare... e credo che sia la prima volta che mi succede dopo tanto... troppo tempo. »

Benché, infatti, i polsi e le caviglie della donna fossero ancora in condizioni obiettivamente pietose, necessitando, sicuramente, di maggior tempo per guarire malgrado ogni possibile rigenerazione accelerata della quale ella avrebbe potuto godere; la maggior parte delle ferite infertele dai propri carcerieri, dai propri torturatori, aveva già trovato la propria occasione di recupero, vedendo ritornare sulle sue gambe e sul suo ventre, così come nel resto del suo corpo, quella pelle che prima le era stata negata dalla brutalità dei propri aguzzini, per così come non avrebbe potuto essere frainteso in alcun modo normale... non, quantomeno, dal punto di vista proprio di un comune essere umano come pur erano Be’Wahr e M’Eu.
Unica eccezione, alla quale nessuno in quel frangente sembrò avere a offrire riferimento, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nelle sue corna, e in quelle corna che, così brutalmente spezzate, non sembravano tuttavia palesare alcuna evidenza di ricrescita, di rigenerazione, benché, nella concitazione del momento, né M’Eu, né Be’Wahr, avrebbero potuto considerarsi sicuri a tal riguardo.

« ... bene... » annuì M’Eu, apparendo trasparentemente rasserenato da quella notizia, e da quella notizia che, in qualunque altro momento, avrebbe potuto risultare a dir poco inquietante, nel suo rapportarsi con una sorta di mostro immortale, e che, nel contesto paradossale proprio di quella situazione, altresì, avrebbe avuto a doversi intendere qual del tutto naturale.

Riprendendo così la risalita, i tre coprirono nella maniera più discreta e più rapida possibile l’intera estensione verticale di quella scalinata o, quantomeno, l’estensione loro utile e utile a ricondurli allo stesso livello da cui la loro incursione all’interno della fortezza aveva avuto inizio. E una volta giunti sino a lì, coprire la distanza esistente fra quelle scale e il balconcino sino al quale si erano arrampicati ebbe, fortunatamente, a dimostrarsi sufficientemente semplice e priva di nuovi, spiacevoli incontri, permettendo loro di avere, così, a confrontarsi con quell’ultimo ostacolo, e l’ostacolo allor rappresentato da un’infausta ridiscesa, e una ridiscesa allor resa indubbiamente complicata dalla presenza di una terza, e decisamente ingombrante, figura fra loro...

« Premesso che non ho nulla da obiettare nel confronto con l’eventualità di questa inattesa e piacevolissima boccata d’aria fresca... » premesse Siggia, con tono di voce moderatissimo in direzione dei propri due soccorritori « ... non credo che mi abbiate trascinata sino a qui soltanto per farmi ammirare il paesaggio. Giusto?! »
« E’ da qui che siamo entrati... » spiegò allora il figlio di Ebano, osservando con fare preoccupato i polsi e le caviglie della donna, e quei polsi e quelle caviglie ancora lontani dal potersi considerare rigenerati « ... e, agli dei piacendo, è da qui che ti riusciremo a far evadere da questa prigione. » soggiunse, cercando di non apparire negativo a confronto con quell’ipotesi, e con quell’ipotesi, tuttavia, ben distante dal potersi riconoscere qual credibile, malgrado tutto.

lunedì 20 settembre 2021

3769

 

Volendo parlare di pazzia, nulla di tutto ciò avrebbe avuto a doversi intendere meno che folle in quel particolare momento dal punto di vista proprio di Siggia.
Per la donna, infatti, anche e soltanto ritrovarsi a confronto con una coppia di esseri umani avrebbe avuto a doversi intendere folle, là dove, non fosse stato per i fantasmi che affollavano quell’intera realtà, in effetti ella non avrebbe neppure avuto a poter immaginare qual forma avrebbe mai potuto avere un essere umano. Quei due, a onor del vero, avrebbero avuto a dover essere intesi quali i primi esseri umani che ella avesse mai avuto occasione di incontrare. E a rendere, ove possibile, ancor più assurdo quell’incontro, avrebbe avuto a dover essere anche riconosciuta l’evidenza del fatto che quei due fossero lì intenti ad aiutarla, per così come non avrebbe assolutamente potuto attendersi avesse ad accadere... non soltanto da parte di una coppia di esseri umani ma, più in generale, da parte di alcuno.
Eppure così stava avvenendo. E quei due esseri umani, Be’Wahr e M’Eu, come si erano presentati, non soltanto l’avevano soccorsa, uccidendo i suoi torturatori, ma l’avevano anche liberata dalla propria prigionia e, ora, si stavano facendo carico del suo corpo, senza che nulla di tutto ciò avesse a doversi fraintendere qual strano.

« ... posso dire che soltanto meno della metà delle cose che dite sembrano avere un senso, e io, comunque, sto comprendendo probabilmente meno della metà delle stesse...?! » ammise ella, con una risatina divertita a margine di tutto ciò « ... e questo, sia chiaro, nulla vuol andare a sminuire della gratitudine che non posso ovviare a provare nei vostri confronti! »
« E’ una lunga storia da raccontare... e non credo che, ora come ora, possiamo riservarci tempo utile per farlo. » cercò di giustificarsi M’Eu, accennando un sorriso quasi imbarazzato verso di lei « Credi di poterti fidare di noi, per il momento...?! »
« Credo che siano passati cinque anni da quando mi hanno rinchiusa e inchiodata in questa stanza... » aggrottò la fronte la donna, con aria ancor divertita innanzi alla richiesta così rivoltale, e una richiesta dal suo punto di vista semplicemente retorica « ... sì... credo proprio di potervi concedere un po’ di fiducia, fosse anche e solo per il fatto che, appunto, state cercando di salvarmi. Benché non mi sia ben chiara la ragione, francamente. E non che voglia lamentarmi di ciò... »
« Cinque anni...?! » ripeté Be’Wahr, sgranando gli occhi a confronto con quella cifra, e quella cifra che, probabilmente, dal punto di vista di una creatura immortale avrebbe avuto a doversi fraintendere un’inezia, ma che, dal proprio personalissimo punto di vista, altresì, non avrebbe avuto a poter essere in alcuna maniera sminuita nel proprio valore « D’accordo... meglio rimandare a dopo le domande, perché sennò davvero qui finisce male. »

Posticipando, quindi, la miriade di dubbi che, francamente, avrebbe desiderato allor formulare, il biondo ebbe, in tal maniera, anche a definire la necessità di un’assennata linea comune, e un’assolutamente ragionevole linea comune atta a posticipare qualunque genere di discussione a un momento più opportuno. Qual, a esempio, il momento in cui, alla fine, sarebbero stati fuori di lì.
Gettando un ultimo sguardo in direzione dei tre cadaveri, nell’intento di assicurarsi che fossero ancora tali, i due avventurieri ebbero così a muoversi in direzione della porta dalla quale erano entrati, nella quieta volontà di ripercorrere i propri passi. Una scelta sostanzialmente obbligata da due importanti fattori: il fatto che quella via si fosse dimostrata, sino ad allora, sicura; e il fatto che quella via fosse, in buona sostanza, l’unica che avessero effettivamente a conoscere all’interno della fortezza. E là dove, in quel momento, Siggia non avrebbe potuto che dimostrarsi, proprio malgrado, più d’ostacolo che di utilità ai propri soccorritori, ancor costretta a essere un peso morto sulle loro spalle, nell’impossibilità a camminare in autonomia per le caviglie terribilmente fratturate, per non dire squarciate; dal canto proprio cercò quantomeno di non risultare esplicitamente avversa al successo di quell’impresa nello sforzarsi di trattenere nel proprio petto tutto il dolore da lei allor provato, serrando vigorosamente bocca e labbra e negandosi persino un qualunque genere di mugolio, per quanto, obiettivamente, avesse avuto la possibilità non si sarebbe negata opportunità di gemere a ogni passo, a ogni movimento, immortale, certo, ma non priva della possibilità di provare dolore, a differenza di quanto non fosse stato Desmair.
E se difficoltoso fu per la donna il tratto dal quella che era stata la propria prigione in quell’ultimo lustro, sino alle scale a salire, verso i piani superiori; decisamente peggio ebbe a dimostrarsi il patimento offertole dal dover affrontare i gradini, e quei gradini a confronto con ognuno dei quali non avrebbe potuto mancare di voler gridare tutto il proprio dolore, per la sollecitazione purtroppo così impostale alle estremità inferiori tanto martoriate.

« ... mi dispiace... » sussurrò in un alito di voce M’Eu, non potendo ovviare a sentirsi colpevole per tutto ciò, là dove, in fondo, non si era riservato alcuna esitazione a muovere la propria spada contro di lei.

Ma ella, rivolgendo verso di lui un sorriso sì tirato, e comunque trasparente di una certa serenità, si limitò a scuotere appena il capo, a dimostrare quanto egli non avesse ragione alcuna per chiederle scusa... anzi.
Fu proprio allora, però, che l’attenzione dell’intero gruppo venne attratta dall’inequivocabile suono dell’incedere di pesanti passi, e di pesanti passi a ridiscendere quella stessa scalinata, in quello che, allora, si sarebbe avuto a dimostrare sicuramente un incontro quantomai spiacevole, soprattutto nella loro attuale impossibilità a muoversi liberamente.

“Dannazione...!” imprecò in cuor suo Be’Wahr, osservandosi attorno e cercando una qualche occasione di riparo, benché, purtroppo, non vi fosse alcuna nicchia entro la quale avrebbero potuto dissimulare una presenza ingombrante quanto quella di Siggia.
« ... lasciatemi qui... » sussurrò ella, a denti stretti, in quella che parve voler essere una spontanea candidatura al sacrificio, in nome, quantomeno, della loro salvezza.
« ... non ci penso proprio... » protestò per tutta replica il figlio di Ebano, rifiutando l’idea di poterla così abbandonare.
« ... nascondetevi... » insistette la donna, storcendo le labbra verso il basso a trattenere il dolore conseguente al proprio impegno a cercare di divincolarsi da loro « ... io lo distrarrò... »

E se M’Eu non sembrò riuscire a comprendere il suo intento, per una volta tanto Be’Wahr dimostrò un’apprezzabilissima intuitività nel merito di quanto ella stesse suggerendo, e stesse suggerendo cercando di minimizzare le proprie parole, fosse anche e soltanto per non aver a mettere in guarda colui che si stava avvicinando, negando così loro l’unico reale vantaggio che avrebbero potuto riservarsi in quel momento... quello della sorpresa.
Lasciando andare Siggia, con un movimento pur delicato affinché ella potesse posarsi sui gradini allorché precipitare su di essi, il biondo fece un cenno con il capo verso il proprio compare, nella speranza che anch’egli potesse comprendere il senso della cosa. Ma a confronto con la ferma negazione dello stesso a seguirlo, egli si mosse ad afferrarlo saldamente per un braccio, prima di sussurrargli all’orecchio il reale senso di tutto ciò. E così, finalmente accettando anche M’Eu la ragionevolezza di quella tattica, i due corsero a cercare riparo nelle tenebre ai bordi di quella scalinata, apparentemente abbandonando, come da lei richiesto, la figlia di Desmair al proprio destino.

domenica 19 settembre 2021

3768

 

« Non fermarti! » incalzò, altresì, la donna, scuotendo appena il capo e scandendo quelle parole a denti stretti, in un’evidente reazione di pena in conseguenza a quanto allor provato « Il dolore non è importante... e le ferite si rimargineranno... » insistette, storcendo le labbra verso il basso.

Tutto quello che stava venendo loro richiesto di fare non avrebbe potuto ovviare ad attorcigliare le budella di Be’Wahr, il quale non avrebbe mai voluto imporre simile pena a colei che, in teoria, stavano lì soccorrendo. Ciò non di meno, innanzi all’insistenza di lei, e all’evidenza di quanto tale avesse a dover essere inteso il suo desiderio, egli si fece forza e, in netto contrasto a ogni proprio principio, levò a sua volta il proprio coltellaccio soltanto per farlo ricadere con decisione sul di lei polso sinistro, sulla parte inferiore dello stesso, al di sotto del chiodo, per avere, quindi, a tagliare la carne e a infrangere l’osso per così come esattamente da lei domandato.

« Che Lohr mi perdoni... » sussurrò trattenendo un moto di disgusto a confronto con il sangue che allor ebbe a esplodere caldo da quella ferita, riversandosi su di lui simile a pioggia rossa.

Le grida della donna, quindi, ebbero ancora una volta a risuonare alte attraverso i corridoi della fortezza, in termini che, paradossalmente, avrebbero avuto a doversi considerare per loro utili, onde ovviare all’eventualità di attrarre spiacevole attenzione nel merito del perché di un altrimenti improvviso e inatteso silenzio da parte sua. E se il dolore, sotto molteplici punti di vista, poté considerarsi persino più marcato rispetto al precedente, nella violenza che M’Eu e Be’Wahr ebbero a dover rivolgere in contrasto ai suoi arti, tale dolore avrebbe avuto a dover essere inteso, comunque, qual una promessa di libertà, e una promessa di libertà innanzi alla quale ella non avrebbe potuto negarsi intima occasione di gioia. Una gioia che nulla ebbe a cancellare o a ridurre rispetto alla pena impostale, ma che, certamente, non avrebbe potuto che spingerla ad accettare con maggior serenità tutto ciò in luogo alla precedente tortura, e a quella tortura che non l’avrebbe condotta da alcuna parte, se non ad altra tortura.
Il lavoro da macellai che fu così richiesto ai due compagni d’arme fu, forse, uno dei peggiori della loro vita. Sebbene entrambi guerrieri, sebbene entrambi veterani di numerose battaglie e guerre, diverso avrebbe avuto a doversi riconoscere quanto lì compiuto rispetto a quanto mai operato in passato. Là dove, infatti, i loro colpi avevano sovente dispensato dolore e morte, alcuno fra gli stessi avrebbe avuto a doversi fraintendere qual rivolto a prolungare l’agonia della propria controparte, puntando, anzi, a definire nel minor numero di passaggi la sua fine, il suo incontro con i propri dei. Lì, al contrario, stava venendo loro domandato di agire in termini tali da quasi smembrare quella donna, imponendole uno strazio terrificante, senza, in ciò, in alcun modo, attentare esplicitamente alla sua esistenza. Non che, in effetti, quanto da loro compiuto non avrebbe avuto a doverla condurre presto alla fine, fosse anche e soltanto per l’immane quantitativo di sangue da lei perduto.
Fu estenuante, per tutti loro, tanto per i due uomini, quanto per la donna, giungere al termine. Ma quando alfine braccia e gambe furono liberate dai chiodi, ella fu libera di rotolarsi a terra con obbligate, nuove grida di dolore, e, ciò non di meno, ora, con una luce diversa nei propri occhi, e in quegli occhi improvvisamente tornati a mostrare, da parte sua, una qualche speranza verso l’indomani, e un indomani troppo a lungo negatole.

« ... grazie... » gemette quindi, in direzione dei due uomini, e di quegli uomini ai piedi dei quali, in ciò, si era ritrovata riversa, incapace, ovviamente, a rimettersi in piedi o, anche e soltanto, a carponi, nell’impossibilità per le sue estremità, in quel momento, di sorreggere il resto del suo corpo, a stento ancora attaccate agli arti « ... il mio nome è Siggia... e oggi ho contratto un debito incommensurabile verso entrambi. »
« Aspettiamo a cantare vittoria... Siggia. » suggerì quindi M’Eu, scuotendo appena il capo e subito piegandosi verso di lei, al fine di cercare di capire come avere a sollevarla da terra, malgrado la schiacciante sproporzione esistente fra loro « Fino a prova contraria, non siamo ancora fuori da questo luogo maledetto. Ed il rischio che qualcuno di loro ci possa trovare e vanificare, di conseguenza, quanto compiuto sinora, è terribilmente alto... » concluse, provando a farsi carico di lei nel prenderla da sotto il braccio destro e nel caricarla, in parte, sulle proprie spalle.
« Dobbiamo raggiungere quanto prima quella dannata sala e il suo quadro... » commentò Be’Wahr, cogliendo il senso dell’impegno del compare e avendo a imitarne l’operato, agendo sul fronte opposto e caricandosi parte del peso di lei a partire dal braccio sinistro.
« ... state parlando del quadro che collega all’altro mondo...? » domandò la donna, a confronto con quello scambio di parole fra i propri soccorritori « ... è da lì che venite...?! »
« Lo conosci...? Sai dove si trova...?! » domandò allora il biondo, rendendosi conto di non aver minimamente preso in considerazione quell’eventualità e, ciò non di meno, comprendendo che tale avesse a doversi riconoscere qual una positiva evoluzione di quell’azione di soccorso.
« ... lo conosco... tutti lo conosciamo. » confermò Siggia, scuotendo appena il capo a offrire un particolare diniego le ragioni del quale avrebbe avuto allor immediatamente a esplicitare « Ma non esiste più sin dalla morte di Desmair... »

Sconforto fu quello che esplose nel cuore di Be’Wahr e di M’Eu a quell’annuncio. Un annuncio, una notizia, atta a negare loro qualsivoglia speranza di fare ritorno alla propria realtà.
Non che tale rischio non fosse stato da loro preso in considerazione, in quello che erano perfettamente consapevoli doversi intendere qual un viaggio potenzialmente di sola andata. Ma dall’idea di un rischio, alla concretizzazione dello stesso come certezza, comunque, non avrebbe potuto che intercorrere la spiacevole negazione di ogni speranza: la speranza di poter tornare a casa, la speranza di riabbracciare i propri cari, la speranza, in effetti, persino di sopravvivere a tutto quello. Perché, dopotutto, nella situazione in cui allora erano, certa sarebbe stata la loro condanna a morte.

« ... ma voi come diamine siete arrivati qui...?! » esitò la figlia di Desmair, incerta a tal riguardo « ... davvero venite dall’altro mondo?!... » insistette, obiettivamente spiazzata da tale annuncio, e da quell’annuncio che avrebbe avuto palesemente a sconvolgere completamente ogni sua possibile idea di realtà.
« ... » si ammutolirono allora Be’Wahr e M’Eu, guardandosi negli occhi.

Che stupidi erano stati! Si erano concentrati così tanto su quel quadro, e quel quadro nel merito dell’esistenza del quale, in fondo, non avrebbero potuto vantare alcuna certezza, senza avere minimamente a rammentare tutti gli altri quadri, e gli altri quadri che, stando a Fath’Ma, dovevano esistere sparsi in quel mondo. In posizioni dubbie, certamente, in luoghi sconosciuti, probabilmente, e pur lì avrebbero ancora avuto a dover esistere, mirabili porte ricollegate al loro mondo che sol avrebbero avuto ad attendere d’essere scoperte.

« E’ folle credere di potercela fare...?! » domandò Be’Wahr verso M’Eu, aggrottando appena la fronte, certo di quanto, in quel momento, il loro pensiero avesse a doversi intendere proiettato verso la stessa, identica, linea d’azione.
« Se sia folle non lo so... ma se lo dovesse essere, sarei ben felice di dichiararmi pazzo. » sancì per tutta replica il figlio di Ebano, ben disposto a puntare ogni cosa su quella scommessa, qual dimentica alternativa a un fato altrimenti già segnato... e per nulla positivo.

sabato 18 settembre 2021

3767

 

« Siamo due avventurieri di passaggio... » replicò M’Eu, non potendo ignorare quella domanda diretta e, ciò non di meno, non sapendo in quali termini avere a riassumere in maniera comprensibile la complessità della vicenda che li aveva condotti sino a lì « ... io mi chiamo M’Eu... e il mio amico è Be’Wahr... »

Nel contempo di ciò, il biondo e muscoloso mercenario era stato in grado di ritrovare, nella varietà di strumenti di tortura lì presenti, anche una grossa tenaglia, con la quale poter sperare di avere qualche successo di sorta nel confronto con quei chiodi.
Speranza, la sua, alla quale tuttavia non ebbe a corrispondere alcun riscontro pratico, là dove, pur sforzando al massimo tutti i muscoli del proprio corpo, non riuscì a imporre neppure una fugace alterazione al chiodo contro il quale cercò di opporsi, quello in corrispondenza della gamba destra della donna lì prigioniera.

« Dannazione... non si muove... » protestò a denti stretti, non potendo fare a meno di voltarsi preoccupato in direzione della porta di ingresso, nel timore che da un momento all’altro potessero avere a comparire nuovi antagonisti, nuovi mostri desiderosi di vendicare i loro fratelli caduti, oltre, ovviamente, di impedire loro di liberare la prigioniera.
« ... perché volete aiutarmi?! » esitò quindi l’altra, non riuscendo a cogliere il senso di tanto sforzo nei suoi riguardi « Io non vi conosco. E voi neppure siete come me... » sottolineò, evidenziando forse l’ovvio e, ciò non di meno, non potendo evitare di porre l’accento su quel particolare, là dove obiettivamente sconosciuto avrebbe avuto a doversi intendere, da parte sua, un aiuto disinteressato da parte di chicchessia, peggio ancora da parte di una coppia di perfetti estranei.
« Ma non siamo neppure come loro. » protestò allora Be’Wahr, aggrottando la fronte innanzi all’apparente protesta da parte della loro interlocutrice nel merito di quello sforzo di soccorso nei suoi riguardi « E’ vero che non ti conosciamo, ed è vero che tu non sei come noi... ma questa non è una buona ragione per ignorare il fatto che ti stanno torturando in questa maniera disumana. »
« ... perché non siamo umani. » sorrise amaramente la figlia di Desmair, non potendo ovviare a una reazione quasi divertita per la paradossale scelta di termini proposta dal biondo.
« Non sottilizzare. » sospirò l’uomo, gettando la tenaglia a terra dopo un secondo, infruttuoso tentativo, e tornando a osservarsi attorno, alla ricerca di qualcos’altro da opporre all’ostinazione di quei chiodi « Non è proprio il momento migliore per focalizzarci sulla semantica... »

Per un istante il silenzio ebbe a calare quindi fra i tre, nel mentre in cui da un lato Be’Wahr e M’Eu si mostrarono intenti a cercare di comprendere come poterla liberare da quella morsa apparentemente inviolabile e, dall’altro, ella si dimostrò intenta a tentare di capire meglio come confrontarsi con quella strana coppia, e con quella strana coppia di inattesi soccorritori.
Un silenzio che fu interrotto proprio dalla stessa figlia di Desmair, la quale, senza scomporsi particolarmente, si premurò di porre in guardia i due da un evento assolutamente imprevisto nella propria possibile occorrenza...

« Vi conviene colpire di nuovo quei due prima che abbiano a rianimarsi... » suggerì pertanto, rivolgendo la propria attenzione in direzione dei corpi morti a terra, e di quegli enormi cadaveri che, pur, tanto stavano ostacolando i movimenti di Be’Wahr e di M’Eu « Ormai le loro ferite dovrebbero star per rimarginarsi. »

L’evidenza più concreta della follia che permeava la quotidianità dei due compagni d’arme, allora, si ebbe a dimostrare nella quiete con la quale entrambi ebbero ad accogliere quell’avviso, quell’annuncio, non inferiore, in effetti, a quella con la quale ella ebbe a scandirlo. Perché, per quanto nulla essi avessero a conoscere dei desmairiani e delle loro peculiarità, troppe erano state le occasioni nel corso delle quali avevano avuto a confrontarsi con il più variegato genere di creature immortali, ultime ma non meno importanti i ritornati, in termini tali per cui, obiettivamente, non vi sarebbe potuta essere nessuna ragione di sorpresa a confronto con un tale annuncio.
Fastidio... sì. Sorpresa... no.

« Mi sembrava fosse stato troppo semplice... » commentò M’Eu, storcendo le labbra verso il basso prima di riportare l’attenzione ai tre avversari caduti, l’uno decapitato e, in ciò, probabilmente rallentato in un qualche, eventuale, processo di rigenerazione, ma gli altri due feriti in maniera puntuale, e in termini tali per cui, se allor qualcuno avesse avuto a doversi risvegliare, certamente sarebbero stati loro « Tagliare loro la testa può aiutare...?! » chiese quindi in direzione della donna, cercando da lei consiglio a confronto con l’evidenza di quanto, pur, ella si era già impegnata a concedere loro il proprio aiuto in tal senso.
« Ci farà guadagnare un po’ più di tempo... sì. » annuì ella, non palesando alcuna reazione a confronto con l’idea di un tale gesto e, anzi, replicando con semplice pragmatismo a quella proposta « ... e poi, per liberarmi, colpite anche me. »
« ... che cosa? » esitò ora Be’Wahr, non riuscendo a elaborare in maniera corretta quell’invito, quella richiesta « Perché...?! »
« Mirate alle mie caviglie e ai miei polsi... e spezzatemi le ossa nei quali questi chiodi sono stati piantati. Tagliatemi la carne... e così potrete staccarmi da questa parete.  » esplicitò ella, con freddezza inquietante per una donna nelle sue condizioni, e in quelle condizioni ben lontane dal potersi fraintendere qual evidenti di buona salute.
« Ma non provi dolore...?! » domandò l’altro, incapace a comprendere, là dove, dopotutto, l’avevano ben sentita gridare sino a pochi istanti prima, e gridare per tutto il dolore conseguente alla tortura che le stavano così crudelmente infliggendo.
« Certo che provo dolore. » confermò la donna, inarcando appena un sopracciglio « Ma meglio provare un momento di dolore per poi essere libera per sempre, piuttosto che restare loro prigioniera... non vi pare?! »

Be’Wahr non avrebbe potuto considerarsi particolarmente sicuro di quella linea di pensiero, ben comprendendo il desiderio di salvezza dell’altra e, ciò non di meno, ritrovandosi a essere tutt’altro che sicuro che tale avesse a doversi considerare il modo migliore di procedere, pur non escludendo, da parte sua, un qualche genere di potere di rigenerazione, come quello a confronto con il quale erano stati appena messi in guardia, per evitare una spiacevole ripresa degli antagonisti appena abbattuti.
Ma se il biondo ebbe, così, a riservarsi dubbi, il figlio di Ebano, con maggiore senso pratico, ebbe a scegliere di riconoscere assoluta fiducia a confronto con il giudizio della loro interlocutrice, la quale, certamente, avrebbe avuto a dover essere considerata molto più competente di loro nel merito di quel genere di questioni. Motivo per il quale, dopo aver provveduto a decapitare i due corpi ancora intatti, egli tornò rapidamente al centro della scena e, senza dimostrare esitazione alcuna, elle a muovere la propria spada contro le gambe di lei, contro le sue caviglie, infierendo con apparente crudeltà contro quelle membra già martoriate.
Gesto, il suo, a confronto con il quale, ineluttabile, fu un nuovo grido di dolore, e un alto grido di dolore da parte della donna, le cui membra ebbero a fremere violentemente in risposta a tale azione.

« Fermati! » protestò Be’Wahr, pronto a spingere via l’amico per evitare che avesse a proseguire in tal senso, e in termini che, dal proprio punto di vista, non avrebbero avuto a poter essere considerati in alcuna maniera accettabili.