11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

mercoledì 8 settembre 2021

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Umanoidi, o quasi, avrebbero avuto a doversi intendere, le due figure a guardia della porta d’ingresso alla fortezza. Umanoidi là dove, in conseguenza all’assunzione di grandissime quantità di alcool, e nella presenza di una qualche coltre di nebbia atta a mistificare ogni forma propria del mondo circostante al possibile osservatore, avrebbero potuto essere anche scambiati per esseri umani. Anche se, in effetti, essi avrebbero avuto a poter essere intesi sì umani quanto avrebbe potuto vantar di esserlo un qualunque complemento d’arredo o, forse, anche meno.
Alla sinistra della porta, alto non meno di sei piedi, forse anche sette, era il più umano fra i due, umano quanto avrebbe potuto esserlo un ragazzone con gambe di bestia e zoccoli alle estremità inferiori, in quieta contrapposizione a due grandi corna nere poste ai lati del suo capo all’estremità superiore del suo corpo: dettagli che, immediatamente, avrebbero potuto rievocare l’immagine propria di Desmair, se non fosse stato che alla corporatura possente di quest’ultimo avrebbe avuto a dover essere contrapposto un fisico decisamente più asciutto, ma non per questo poco tonico, da parte dell’essere lì presente; e all’incarnato simile a cuoio rosso proprio dell’antico prigioniero di quell’edificio avrebbe avuto a dover essere contrapposto una carnagione estremamente chiara, quasi eburnea, per così come ci si sarebbe potuti attendere da un albino. E albino, in effetti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, anche in grazia a due occhi di un vivido, e quanto mai inquietante, rosso scarlatto, e a lunghi capelli biondo platino, a ridiscendere legati in una treccia dietro al suo capo, per poi trovare appoggio sulla sua spalla destra e ricadere, di conseguenza, sul suo petto. Un corpo sostanzialmente nudo, il suo, e coperto nelle proprie vergogne soltanto in grazia a una corta veste legata direttamente ai suoi fianchi: nudità, quindi, quella così presentata, che poco o nulla avrebbe avuto a permettergli di celare delle abbondati cicatrici di cui il suo intero busto appariva ricoperto, in un reticolo tale da apparire, in lontananza, quasi simile a una ragnatela. Cicatrici non celate da alcuna veste, da alcun mantello o altro, che, in tal senso, sembravano essere allor proposte al mondo con una certa fierezza, e la fierezza che sol avrebbe potuto essere propria di un guerriero, e di un guerriero desideroso di avere a dimostrare quanto avesse avuto occasione di combattere nella propria vita, all’occorrenza di essere anche ferito, e ferito in maniera tutt’altro che lieve, salvo, e comunque, sopravvivere a tutto ciò e proporsi ancora lì, in piedi, pronto a riprendere le armi in contrasto a chiunque avesse voluto cercare confronto con lui. Armi, nella fattispecie, lì ben visibili ai suoi fianchi, con una pesante scimitarra alla mancina del suo corpo, e una frustra e un corto pugnale, altresì, pendenti alla sua destra: corto, il pugnale, ove paragonato alla scimitarra e alle dimensioni del suo proprietario... ma tutt’altro che tale ove, invece, messo a confronto con qualunque arma normale, nel proporsi di poco inferiore, in effetti, alle dimensioni proprie della spada di M’Eu.
Alla destra della porta, di altezza persino superiore al primo, sospingendosi probabilmente agli otto piedi, era il suo compare di aspetto decisamente più alieno, per non dire mostruoso, nel presentare un corpo privo di capo, là dove, in luogo al suo collo, altro non avrebbe avuto a dover essere intesa se non una corona di nere corna; e, ciò non di meno, un corpo non privo di volto, là dove, pur in assenza di una testa, almeno tre avrebbero avuto a poter essere identificati i visi oscenamente presenti, uno al centro del suo petto, e altri due in corrispondenza alle sue braccia, poco sotto alle sue spalle. Tre volti utili a definire una fisiologia decisamente estranea a qualunque concetto di umanità, al di sotto dei quali avrebbero avuto a dover essere intese ben quattro gambe in posizioni speculari, due sulla destra, e due sulla sinistra, in un coacervo di arti, di volti e di corna che avrebbero avuto a risultare ridicoli ove non fossero apparsi necessariamente spaventosi. Le sue quattro gambe, a differenza di quelle del sodale, non presentavano alcuna evidenza animale, terminando ognuna in un piede e un piede umano, anche se di umano, ovviamente, avrebbe avuto a poter vantare soltanto la forme e nulla più, in dimensioni tali per cui facile sarebbe stato per un qualunque disgraziato immaginarsi orrendamente schiacciato sotto la mole di quelle estremità inferiori. Ma non soltanto i piedi avrebbero avuto a doversi intendere enormi, là dove degnamente accompagnati anche dalle sue mani, e mani che avrebbero potuto quietamente circondare Be’Wahr e M’Eu in una sola, unica stretta, schiacciandoli quasi nulla fossero di più di frutti troppo maturi. Egual a quella dell’altra guardia avrebbe avuto a dover essere intesa la sua carnagione, e la sua carnagione albina, così come i suoi occhi, e quei sei occhi, almeno per quanto avrebbe potuto essere loro concesso, sparsi lungo tutto il suo corpo, a scrutare attentamente ogni direzione. Anche nel suo caso, come in quello dello snello Desmair albino, quella creatura avrebbe avuto a dover essere intesa qual rivestita soltanto da un perizoma, utile a coprire qualunque cosa avrebbe potuto essere celata lì sotto. Ma, nel suo caso, nessuna arma avrebbe avuto a dover essere intesa pendente dalla sua cintola, là dove, piuttosto, già impugnata nelle sue mani: un’arma allor offerta nella forma di una gigantesca ascia, e un’ascia così grande che avrebbe potuto tagliare in due un intero cavaliere, e il suo cavallo, senza fatica alcuna, semplicemente lasciandosi calare dall’alto su di lui. Un’ascia così grande la cui semplice esistenza avrebbe avuto a dimostrare la smisurata forza di quella creatura.
E se, a confronto con quei due esseri, naturale per Be’Wahr e M’Eu sarebbe stato riservarsi un qualche genere di commento, utile all’occorrenza per contrastare il legittimo timore che una tale vista avrebbe potuto loro imporre; né l’uno, né l’altro ebbero ad arrischiarsi ad aprir bocca, precipitandosi immediatamente a terra non appena fu evidente quell’oscena presenza a guardia di quell’ingresso.

“Ci avranno visti...?!” si domandò, preoccupato, M’Eu.

Difficile sarebbe stato concedersi una qualche risposta a confronto con quell’interrogativo.
Certamente la desolazione di quel paesaggio, e l’assenza di una qualche vivacità sullo sfondo dello stesso avrebbe avuto a poter rendere decisamente semplice individuare la loro presenza, e una presenza così estranea da tutto ciò. Parimenti, tuttavia, l’imperante penombra presente in quel mondo, nonché la strana luce lì predominante non avrebbero semplificato il lavoro proprio di una vedetta, così come, del resto, non avevano semplificato il loro nell’individuare la presenza di quelle due guardie. Se a questo, poi, si fosse sommata la distanza lì esistente fra loro, e una distanza ancor nell’ordine del mezzo miglio abbondante, forse gli eventi avrebbero avuto a potersi intendere dalla loro.
Un ragionamento, quello che il figlio di Ebano ebbe così a compiere, che non mancò di essere immediatamente smentito, e smentito dalle voci che ebbero a raggiungere la loro attenzione nel silenzio imperante in quello strano mondo sino a pocanzi considerato pressoché deserto...

« Che ti avevo detto...?! » domandò una voce profonda, quasi gutturale, e una voce che né Be’Wahr né M’Eu avrebbero potuto associare a un volto fra tutti quelli presenti, ma che, ciò non di meno, si sarebbe potuta probabilmente considerare più che indicata per il mostro a quattro gambe e tre volti « Erano spettri... e sono scomparsi come degli spettri. » sancì, in quello che avrebbe potuto essere considerato un indizio nel merito del fatto che, in effetti, anche Be’Wahr e M’Eu fossero stati avvistati dalle due guardie.
« Non so... non ne sono convinto. » replicò un’altra voce, meno profonda rispetto alla prima, benché, comunque, tutt’altro che squillante nel proprio tono, e forse appartenente al Desmair albino « Non mi sembravano due donne... e gli spettri sono tutti donne, lo sai bene. »
« Donne... uomini... chi li distingue...?! » contestò la prima voce, in un chiaro tentativo volto a minimizzare la questione « E comunque, di certo, non erano dei rossi. E a parte noi, i rossi e gli spettri... qui non c’è nessun altro, ricordi?! »
« Mmm... » esitò il secondo, soppesando quelle parole e non trovando ragione utile a contestarle « Non hai tutti i torti. »
« Non ho alcun torto... sciocco che non sei altro. » incalzò l’altro, dimostrandosi quasi infastidito da quella scelta di parole « Comunque se vuoi, vai pure a controllare. Tanto non è che vi sia molto altro da fare... »

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