11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

martedì 25 giugno 2019

2952


Il tramonto, in ciò, ebbe a rappresentare per tutti un’occasione di estemporanea tregua, utile a permettere, a entrambe le parti, di concedere riposo alle stanche membra dei sopravvissuti, di fare la conta dei morti, bruciandone i cadaveri prima che questi potessero avere possibilità di ritornare alla vita, e di ritornare alla vita in termini nei quali alcuno avrebbe avuto piacere a incontrarli, e, soprattutto, di pianificare l’operato per il giorno successivo. Una fase, quest’ultima, nel merito della quale troppo facile sarebbe stato ritenere un impegno non poi così marcato da parte di coloro i quali avrebbero avuto a prendere simili decisioni, nel considerare come, in fondo, in quell’angolo di mondo, il tempo sembrava essersi fermato e, malgrado il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni, e l’alternarsi di intere generazioni impegnate su quel confine, nulla avrebbe avuto apparentemente a poter mutare, e a ogni nuova alba tutto sarebbe ricominciato esattamente secondo le dinamiche proprie del giorno precedente.
Una tregua quasi obbligata, quella propria del tramonto, giacché alcuno, fossero figli di Kofreya, fossero figli di Y’Shalf, o fossero figli di madre ignota, avrebbe avuto piacere a restare là fuori nella notte, e a restare là fuori in compagnia di coloro i quali avrebbero potuto animare quelle notti. Che li si volesse definire gula, secondo la pronuncia kofreyota, piuttosto che ghūl, seguendo altresì quella y’shalfica, le creature che, calate le tenebre, avrebbero preso il posto dei soldati in quel confine di guerra non avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual antagonisti piacevoli, né, tantomeno, quel genere di compagnia con la quale qualcuno avrebbe potuto augurarsi di avere occasione di intrattenersi. Attratti dall’odore del sangue, inebriati dal sapore proprio del dolore dei moribondi e bramosi di carne umana, i gula o ghūl che dir si sarebbe voluto, avrebbero lì imperversato sino ai primi raggi della nuova alba, quando il sole li avrebbe ricacciati ovunque avesse a doversi riconoscere il loro rifugio, il loro covo, cercando, in quelle ore di oscurità, occasione di nutrimento, in qualche sventurato soldato rimasto indietro, o, all’occorrenza, in qualche cadavere dimenticato. E guai a coloro i quali fossero lì stati sorpresi da quel branco di bestie affamate: in loro contrasto, anche la violenza più brutale, anche le armi più affilate, avrebbero potuto poco, perché, ad animare l’incedere di quei mostri alcuno spirito di conservazione sarebbe stato riconoscibile, non in misura maggiore a quello proprio di un branco di zombie, benché, a differenza di questi ultimi, i gula possono morire… con tanto impegno, con tanta fatica, ma possono comunque morire.
Date simili premesse, in un tale contesto, solo un idiota non avrebbe fatto rapido ritorno al proprio accampamento, nel rinunciare alla sicurezza là offerta, al ristoro e al riposo lì presentato, nel preferire piuttosto restare lì fuori, non tanto ad affrontare i gula quanto, e addirittura, a volerli studiare. E, a dirla tutta, in quegli ultimi tre giorni, di idioti su quel confine di guerra, avrebbero avuto a potersene contare addirittura cinque: una donna dai capelli color del fuoco e dagli occhi color del ghiaccio, un biondo belloccio e muscoloso, uno shar’tiagho dallo spirito affilato forse più della spada, e due giovani i quali, nella propria bellezza e nella propria straordinaria fisicità, avrebbero avuto sicuramente a rappresentare l’esemplificazione perfetta di quanto l’incrocio fra diverse etnie avrebbe potuto sol produrre i frutti migliori, figli dei regni desertici centrali, sì, da parte di padre, così come la bronzea pelle non avrebbe potuto ovviare a rendere evidente, e pur, di madre forse kofreyota, forse tranitha, forse y’shalfica… e comunque allor utile a donar loro, appunto, quella bronzea pelle, in luogo al manto color della notte proprio del loro illustre genitore.
… sì… insomma: i cinque idioti avremmo dovuto essere riconosciuti proprio noi!

« Stiamo tutti bene…?! » domandai, al calar del sole, quando, per l’appunto, i due eserciti avversari iniziarono a ritrarsi e soltanto noi ci ritrovammo, in tal maniera, lì apparentemente smarriti, nonché necessariamente ansimanti, almeno nel mio caso personale, in conseguenza alla nuova lunga, lunghissima, ed estenuante giornata appena trascorsa « … accidenti: da queste parti le… mmm… come potreste dire “palestre”?!... vabbè… dicevo, da queste parti non vi serve proprio preoccuparvi di fare esercizio fisico: ho bruciato così tante calorie nelle ultime ore da farmi sentire autorizzata a mangiare come una fogna nei prossimi tre mesi! »
« “… mangiare come una fogna…”?! » ripeté Howe, aggrottando appena la fronte nel confronto con quel modo di dire, che avevo cercato di riadattare nella lingua locale, commettendo, forse, un errore nella scelta di qualche termine o nella composizione finale della frase « Cosa intendi dire…? Perché mai dovresti mangiare come una fogna…?! » mi guardò con serio sospetto, nonché con un certo disgusto, evidentemente non apprezzando l’immagine così rievocata.

In effetti, come già avrebbe potuto accadere nel tentare di tradurre letteralmente alcuni modi di dire da una lingua all’altra nel mio mondo natio, non sempre la resa finale avrebbe avuto a doversi considerare comprensibile o, eventualmente, apprezzabile: basti pensare quanto l’italiana “pioggia a catinelle”, in inglese abbia a diventare “piovono gatti e cani”… con ben poco riguardo per le bestie in questione.
Così, non senza darmi della stupida, non potei allor ovviare a rimproverarmi per aver connesso il cervello con qualche istante di ritardo, e qualche istante di ritardo allor atto a concedermi di dire una frase che, decontestualizzata, avrebbe potuto farmi apparire animata da qualche insalubre intento coprofago. E, subito, ebbi a scuotere il capo e a sollevare le mani, a tentare di arginare la questione…

« E’ solo un modo di dire del mio mondo… si usa per indicare chi mangia senza ritegno, ingurgitando qualsiasi cibo gli venga posto innanzi! » tentai di esplicitare, a contenere l’equivoco.
« “… qualsiasi…”?! » incalzò l’altro, continuando a guardarmi con stranito sospetto e sempre più palese disgusto nei miei riguardi « Per Lohr… ringrazio gli dei tutti di non essere io a baciare quelle labbra, a questo punto! » sottolineò, riservandomi tutto il suo più marcato dissenso all’idea di avere in qualche modo a che fare intimamente con me.
« Howe! » protestai, per un momento spaventata all’idea del fraintendimento che, da quella semplice frase, poteva star venendo in tal maniera alimentato… salvo, ancora una volta, collegare il cervello con qualche istante di ritardo, e solo allora comprendere quanto, alla base di quel botta e risposta, altro non avesse a doversi intendere che il suo divertito desiderio di prendersi giuoco di me, in termini a confronto con i quali stavo chiaramente più che collaborando, a mia insaputa.

E proprio nel mentre in cui, entro i confini del mio allor chiaramente rallentato intelletto, ebbi a maturare consapevolezza nel merito dello scherzo del quale mi ero resa destinataria, il mio interlocutore non poté mancare di scoppiare a ridere fragorosamente, accompagnato da un sommesso sghignazzare a opera di H’Anel e M’Eu, i quali, lì prossimi, avevano assistito alla scena senza pensare di intervenire…
… infami!

« Howe! » ripetei, ora con tono a metà fra il divertito, l’arrabbiato e l’imbarazzato, nel capire quanto, posta innanzi a quelle risate, egli avesse avuto modo di guidarmi in quel giuoco a mio discapito non diversamente rispetto a quanto non fosse solito riservare al proprio fratello d’arme e di vita.
« Ti avevo capita sin da subito… » ammise egli, scuotendo appena il capo a cercare di lasciar scemare l’ilarità che ancora stava caratterizzando le sue parole e il suo volto « … ma non ho potuto evitare di cogliere l’occasione al volo per divertirmi un po’ a vederti imbarazza! »
« E voi due cosa avete da ridacchiare…?! » mi rivolsi allora verso i due figli di Ebano, accigliandomi con fare inquisitore a loro discapito « Avreste potuto intervenire subito e siete rimasti zitti! Accidenti a voi! » li rimproverai, pur non potendo, ovviamente, non capire e giustificare la loro posizione e il loro divertimento a confronto con tutto quello… dopotutto me l’ero cercata!

lunedì 24 giugno 2019

2951


Al di là di simili gratuite recriminazioni, tuttavia, difficile sarebbe stato per me potermi ergere a giudice della mia controparte, soprattutto a confronto con l’evidenza di quanto, da parte mia, non avessi poi agito in termini migliori… anzi! Con manifesta stolidità, anche io avevo lasciato il mio “Ebano”, per inseguire la mia missione, e, in ciò, per concedere un senso alla mia vita e a quella vita che sino a quel momento, malgrado il suo amore, malgrado la sua tenerezza, malgrado la sua straordinaria virilità, non aveva ancora avuto occasione di sentirsi realmente vissuta, non in tutta la propria pienezza, non così come l’inebriante gusto proprio dell’adrenalina nelle mie vene, e di quell’adrenalina conseguente alla sfida propria a situazioni e ad antagonisti sempre più forti, sempre più pericolosi, non avrebbe potuto ovviare a impormi.
Al di là di tale parentesi, la giovane figlia dei regni desertici centrali, tale più che altro per il proprio sangue, ancor prima che per una reale confidenza con quei lontani territori nordici, non avrebbe potuto vedersi attribuire alcun torto nella propria affermazione: il retaggio di loro padre, del prode Ebano, rifulgeva in ogni singola azione di quei due giovani, i quali, lì come in ogni altra avventura da noi sino a quel momento vissuta insieme, non avrebbero potuto ovviare a dimostrarsi assolutamente a proprio agio, e più che degni, in ciò, di quel riferimento alla passata gloria del loro genitore. Anzi… dal mio personale punto di vista, nell’ammirazione che non avrei potuto ovviare a provare a confronto con l’eleganza di quei loro gesti mortali, francamente H’Anel e M’Eu avrebbero anche potuto fregiarsi di lodi ancor maggiori, qual, per l’appunto, quella propria del nome che, talvolta, per puro fraintendimento, mi veniva attribuito: Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra. Un nome, per così come ho già sottolineato, nel merito del quale non avrei potuto vantare alcun credito, essendo stato conquistato dalla Midda titolare di questa dimensione, e in relazione al quale, quindi, non desideravo minimamente poter essere associata.
Ciò non di meno, la fama propria di Midda Bontor, in queste terre pari a una vera e propria leggenda vivente, non avrebbe potuto ovviare a precederla e a precederla anche fra coloro i quali, altresì, non avrebbero avuto a poter vantare alcuna reale confidenza nei suoi riguardi, né, tantomeno, di averla effettivamente mai conosciuta, o, anche e soltanto, incontrata, seppur di sfuggita. In ciò, quindi, il mio aspetto necessariamente assimilabile a quello proprio del mito, e la mia complicità con le persone e, ancor più, le situazioni proprie della vera Figlia di Marr’Mahew, non avrebbero potuto ovviare ad alimentare spiacevoli equivoci in tal senso. Spiacevoli non soltanto perché atti a suggerire un qualche mio interesse di indebito approprio di crediti della mia controparte, quanto e piuttosto perché in fin troppi giovani mercenari, nel desiderio di farsi un nome, e di legare la propria fama all’idea propria di colui o colei che aveva sconfitto e ucciso la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, non avrebbero mancato di pormi alla prova, di sfidarmi e, in ciò, di attentare alla mia esistenza, costringendomi, mio malgrado, a calarmi ancor più nelle vesti di colei da cui, altresì, avrei anche gradito poter prendere le distanze, non essendo mio interesse poter essere scambiata per lei o, peggio, ad appropriarmi della sua vita.

« Dietro di te! » mi avvisò M’Eu, intervenendo con tempismo perfetto per concedermi la possibilità di proiettarmi a terra e, subito dopo, di rialzarmi roteando rapidamente con il mio intero corpo e, soprattutto, con le due scuri con le quali, allor, mi stavo impegnando a combattere quella battaglia, e quelle due scuri che proiettai, allora, in pieno petto a un giovane vestito con i colori propri della Confraternita del Tramonto, il quale, non mi fossi mossa per tempo, avrebbe affondato la propria spada nella mia schiena, trapassandomi da parte a parte.
« … ancora?! » mi lamentai con necessario fastidio, sgranando gli occhi nel riconoscere quanto, il mio attentatore, non avesse lì a doversi considerare un membro dell’esercito y’shalfico, quanto e piuttosto un supposto alleato kofreyota, e un alleato kofreyota che, evidentemente, si doveva esser lasciato guidare, in tal senso, dall’avidità, e da quell’avidità volta a costringerlo a cercar, per l’appunto, un confronto con la Figlia di Marr’Mahew, allorché impegnarsi nel compito per il quale stava allor venendo pagato, ossia l’opposizione al nemico invasore « Ma vi sembro, per caso, una figlia di Y’Shalf?! » protestai, scuotendo il capo « Non posso sembrarvi una figlia di Y’Shalf per il semplice fatto che, se fossi una figlia di Y’Shalf, non sarei certamente qui a combattere, nel ritrovarmi, piuttosto, rinchiusa in qualche harem, con uno scomodo burqa in testa! » argomentai, in direzione della mia ultima vittima, nel mentre in cui, con un duplice movimento di polsi, ebbi a disincastrare le mie armi dal suo petto, lasciando sprizzare da esso due violenti getti di sangue e lasciando quel corpo morto libero di afflosciarsi al suolo, vittima non tanto della mia controffensiva, quanto e piuttosto della sua stupidità « Senza contare che, a causa del vostro stupido maschilismo, non è che le donne abbondino in questo campo di battaglia! » soggiunsi, a puntualizzare quanto, allora, avrebbe dovuto essere sufficientemente semplice ricordare che le uniche due donne visibili nel raggio di mezzo miglio fossero schierate con Kofreya.

Sono perfettamente consapevole del fatto che se mio padre e mia sorella, o anche il mio amato Eliud, mi avessero vista in quel momento, probabilmente avrebbero fatto fatica a riconoscermi. Perché in luogo alla giovane timida di un tempo, a quella donna insicura e impacciata che ero sempre stata, al punto tale dal ritrovarmi a frequentare in maniera regolare una terapista, in quel contesto, in quello scenario di guerra, circondata dalla morte, calpestando corpi e budella sparse, e, soprattutto, mostrandomi in buona parte ricoperta da sangue e da altri generi di sgradevoli fluidi corporei, mi stavo ergendo con assoluta sicurezza, in compagnia dei miei nuovi amici, dei miei nuovi alleati, di quella piccola squadra nella quale, ormai, avrei avuto a dovermi riconoscere perfettamente integrata e che, da mesi, era divenuta per me quanto di più prossimo a una famiglia, se non, appunto, la mia nuova famiglia.
In ciò, della Madailéin Mont-d'Orb di un tempo, ben poco avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto qual ancora presente, sostituito, in effetti, da qualcosa probabilmente di ben più prossimo a quella Midda Namile Bontor con la quale stavo continuamente venendo confusa, stavo insistentemente venendo scambiata. O, più probabilmente, e come mi piace pensare, la vecchia Maddie, insoddisfatta di sé e della propria vita, si era finalmente evoluta nella propria versione definitiva, e in quella versione che, in altri universi, altre se stesse avevano già avuto occasione di raggiungere per in tempi diversi. Come per la mia mentore, o come per la titolare di quel piano di realtà…

« Grazie, M’Eu! » sorrisi, grata al giovane figlio di Ebano « Te ne devo una! » riconobbi il mio debito nei suoi riguardi, laddove, senza quell’avviso, molto probabilmente in quel momento avrei sgradevolmente concluso la mia avventura.
« Scaliamola dalla lista dei miei debiti e andiamo in pareggio… » suggerì egli, ridacchiando e scuotendo appena il capo, a escludere la necessità, o l’interesse, di un qualche credito nei miei riguardi.

Quella, ormai, era quindi divenuta la mia vita. E una vita nella quale mi sarei potuta ritrovare quietamente impegnata a dialogare con i miei amici nel cuore di una battaglia, schivando assalti, a volte da parte di avversari, altre persino di supposti alleati, nel mentre in cui, quasi con estraneazione psicologica falciavo vite attorno a me, e le falciavo non per un qualche reale interesse in tal senso, ma, semplicemente, per la necessità di sopravvivere a quella battaglia, e a quella battaglia dalla quale non avrei potuto trovare occasione di domani senza agire in tal maniera, senza accettare di mettermi in giuoco e di mettermici con tutta me stessa, e con forse immorale indifferenza nei confronti di così tanti omicidi dei quali, in tutto ciò, mi stavo macchiando.
E sol quando, alfine, il sole ebbe a precipitare alle nostre spalle, verso occidente, entrambi gli schieramenti, ormai decimati, ebbero a preferire ritirarsi, ognuno verso il rispettivo fronte, non avendo interesse a combattere di notte e, soprattutto, non avendo interesse a esaurire completamente le proprie risorse, in quella che, in fondo, null’altro avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non un’altra, consueta giornata, come tante, su quel fronte di guerra. Una giornata come un’infinità vi erano lì state negli anni, nei decenni precedenti, e così come ancora, non avrebbero mancato di continuare a essere per gli anni, e i decenni successivi, in una guerra forse priva di una reale ragione d’origine e, ciò non di meno, altrettanto priva di una qualche reale speranza di conclusione.

domenica 23 giugno 2019

2950


Perché complicata…?!
Beh… tanto per iniziare, complicata perché Be’Wahr e io non apparteniamo neppure al medesimo piano dimensionale. E questo, credo, avrebbe a poter essere considerata un’ottima motivazione a tal riguardo sotto molteplici punti di vista, tale per cui, in effetti, addirittura sconsigliato sarebbe stato ipotizzare un simile rapporto, una tale relazione, tanto per lui, tanto per me.
Ma ancor più di tutto ciò, perché, in fondo, il mio incarnare una versione alternativa, e, fra l’altro, persino un po’ più giovane, della loro antica amica e compagna, di quella loro sorella d’arme, sodale in così tante avventure passate, non avrebbe potuto offrire altro, a quei due, se non la possibilità di una seconda occasione con lei, e un’occasione nel merito della quale, evidentemente, non si erano mai negati opportunità di speranza, senza, ciò non di meno, neppur osare sperare. Un dettaglio, questo, del quale sarei stata stolida a non dimostrare coscienza, a non comprendere quanto, almeno all’inizio, chiunque, fra gli alleati di Midda, e fra coloro che non ebbero problemi a riconoscermi fiducia, simpatia, se non, addirittura, amicizia, ciò ebbe a occorrere, invero, non tanto per qualche mio merito, quanto e piuttosto, semplicemente, per il mio volto, per la mia voce, e per quel volto e per quella voce che, in fondo, non avrebbero potuto ovviare a ricordare loro la mia corrispettiva, e, sotto molteplici punti di vista, a potermi considerare, in ciò, per l’appunto, l’evidenza di una rinnovata occasione per avere occasione di trovare, in me, quanto non si erano potuti, o voluti, concedere occasione di vivere accanto a lei.
E se, allora, nel confronto con Howe e Be’Wahr, la questione in sospeso avrebbe avuto a doversi chiaramente riconoscere in un sentimento mai esplicitato nei suoi riguardi, e in un sentimento che, altresì, con me, il mio belloccio e muscoloso biondo non ebbe esitazione a tentare di esprimere, venendo, oserei dire, più che ricompensato nel proprio ardire, con buona pace per il suo fratello d’arme, dimostratosi, per una volta tanto, meno attento rispetto a lui a cogliere una fortunata occasione; in altri casi, innanzi ad altre persone, e alle relative vicende personali, la questione in sospeso avrebbe avuto, magari, a esplicitarsi in termini a confronto con i quali, probabilmente, la stessa Midda non avrebbe avuto alcuna possibilità di intuizione, di immaginazione, e a confronto con i quali, allora, dovetti essere io stessa a trovare possibilità di scendere a patti, sperando, in tal senso, di non aver a compiere troppi danni.
Danni, per esempio, qual avrebbero avuto a poter essere compiuti nel confronto di una coppia di giovani, ai miei occhi nulla più di semplici ragazzi benché, nel confronto con le ridotte aspettative di vita di quel pianeta già, a tutti gli effetti, una donna e un uomo del tutto adulti e più che pronti a poter vivere le proprie vite per così come avrebbero potuto preferire, che, scoprii, avere una questione in sospeso con la mia corrispettiva locale da ben più di un decennio, e da quando, per la precisione, ella ebbe a salvare le loro vite in un periodo molto particolare della reciproca storia personale, e in un periodo così particolare che, se soltanto Midda avesse avuto a compiere una sola, semplice scelta diversa, quei due bambini, i bambini che essi erano all’epoca, avrebbero avuto più che piacere persino a poterla iniziare a chiamare “mamma”. E proprio quei due giovani, poco più che ragazzi, nel vedermi fare ritorno nelle proprie vite, nella propria quotidianità, non avevano voluto rinunciare all’occasione di provare a vivere, in mia compagnia, quel rapporto che, in passato, per molteplici, e sicuramente corrette motivazioni, e pur motivazioni esterne alla loro possibilità di azione, di intervento, non avevano potuto, ancor più che voluto, riservarsi opportunità di vivere. Ragione per la quale, in effetti, in quella sconfinata marea di testosterone, alimentata dai soldati di Kofreya, dai soldati di Y’Shalf, e dai mercenari della Confraternita, almeno un’altra esponente del gentil sesso avrebbe avuto a dover essere identificata qual presente, e qual presente a non più di un paio di metri da me… anzi… a non più di sei piedi da me, per esprimermi nel rispetto della corrente unità di misura, alternativa al sistema metrico decimale: una giovane, e sicuramente affascinante, donna di nome H’Anel. La quale, a sua volta, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual a non più di un paio di passi da un altrettanto giovane, e altrettanto affascinante, uomo di nome M’Eu, suo fratello.

« Come va, ragazzi…?! » apostrofai al loro indirizzo, non potendo ovviare a sentirmi responsabile, e a sentirmi responsabile per la loro presenza lì, insieme a noi, in quel particolare momento, una presenza che, in fondo, avrebbe allor avuto a doversi giustificare solo ed esclusivamente in conseguenza alla mia sopraggiunta presenza nella loro realtà, e alla mia sopraggiunta presenza accompagnata dal fuoco della fenice, e di quella fenice che già, nel loro lontano passato, aveva giuocato un ruolo a dir poco chiave per la loro stessa salvezza.
« Ce la caviamo, Maddie… non ti preoccupare! » cercò di sorridere M’Eu, a mostrare quanto allora avesse a doversi riconoscere a proprio agio in quella situazione, e in quella situazione contraddistinta da sudore, sangue e altri liquidi che avrebbero fatto meglio a restare all’interno dei corpi dei rispettivi proprietari, benché, allora, strappati a forza da essi insieme alle loro vite, saturando l’aria a noi circostante di un fetore a dir poco nauseante, e un fetore con il quale, pur, ero dovuta da tempo scendere a patti, per permettermi di vivere quel genere di vita.
« Impossibile non preoccuparmi per voi! » esclusi categoricamente, non potendo ovviare, in quel momento, a temere più per le loro vite ancor prima che per la mia, e, in tal senso, a combattere in maniera sin troppo meccanica, nel ritrovare la mia attenzione costantemente riportata a loro, ad assicurarmi che stessero bene… per quanto, ovviamente, star bene nel cuore di una battaglia avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un concetto sufficientemente relativo.
« Non dimenticarti il sangue di chi scorre nelle nostre vene! » sancì, giustamente orgogliosa, la splendida H’Anel, scuotendo appena il capo, a escludere la necessità di tanto interessamento da parte mia « Tu potrai essere la Figlia di Marr’Mahew, ma noi siamo i figli di Ebano! » dichiarò, promuovendo orgogliosamente il nome di loro padre, nel contempo in cui ebbe ad attribuirmi un titolo, invero, non mio e del quale non avrei mai voluto, né potuto, appropriarmi, in quanto appartenente alla mia controparte.
« Spiacente, ma non conosco questa Marr’Mahew… » ridacchiai per tutta risposta « Se proprio vuoi appellarmi come la figlia di qualcuno, dovrai accontentarti di mio padre Jules! » soggiunsi, per quanto, con tutto il rispetto che mai avrei potuto provare per il mio genitore, certamente il suo nome non avrebbe avuto a poter competere con quello proprio del celebre Ebano… non, quantomeno, all’interno di quel contesto e, soprattutto, in quella specifica realtà e in quel particolare mondo.

H’Anel e M’Eu, in quel particolare contesto bellico, avrebbero avuto infatti a dover essere considerati qual contraddistinti da una certa aura di celebrità, e da una certa aura di celebrità allor conseguente al loro genitore, il quale, ironia della sorte, o del multiverso, io avevo già avuto occasione di conoscere in diverse versioni alternative, fra cui, addirittura, quella propria del mio stesso mondo natale. Nel mio mondo d’origine, infatti, Ma’Vret Ilom’An, il padre di H’Anel e M’Eu, già noto alle cronache con il nome di Ebano, in riferimento al nero della sua pelle e di quella pelle da figlio dei regni desertici centrali, avrebbe potuto vantare un nome diverso, Eliud Jeptoo, e qualche anno in meno, seppur, in fondo, una storia contraddistinta comunque da un comune rapporto con… beh… con me!
Eliud, infatti, il mio bel paramedico di origine keniota, altri non avrebbe avuto a dover essere ricordato, nel mio cuore, qual l’unico altro addio che mi ero dovuta concedere prima della partenza, accanto a quelli volti all’indirizzo di mio padre e di mia sorella, e che mi ero dovuto concedere qual necessaria chiusura a una storia d’amore nel confronto con la memoria della quale alcun genere di critica avrei mai potuto muovere, alcun genere di negatività avrei potuto identificare, alcun genere di rimprovero avrei mai potuto sollevare. Un addio sufficientemente doloroso, il mio, a confronto con la memoria del quale, al di là di una doverosa simpatia nei riguardi della mia controparte locale, non avrei mai potuto ovviare a interrogarmi su come Midda avesse potuto rinunciare, in più di un’occasione nel corso della propria vita, al proprio di rapporto con Ma’Vret… e a quel rapporto, accanto al quale, avrebbe potuto godere anche dell’incommensurabile affetto indiscriminato di quei due pargoli. O pargoli, quantomeno, essi era ancora quand’ella li aveva incontrati per la prima volta, conquistandosi un posto importante nei loro cuori e nelle loro vite.

sabato 22 giugno 2019

2949


Avevo già avuto modo di apprendere quanto quella facile ironia fra i due, e, in particolare, da Howe in direzione di Be’Wahr, avrebbe avuto a doversi riconoscere, obiettivamente, qual una mera dimostrazione d’affetto. Il belloccio e muscoloso Be’Wahr, infatti, quasi a voler rispettare ogni stolido pregiudizio sulle bionde, era solito concedersi delle uscite quanto mai sfortunate, come in quell’occasione, tali da scatenare in tal senso gli attacchi del proprio amico fraterno, e di quell’amico che, più alto e slanciato di lui, avrebbe avuto tuttavia a vantare tratti somatici decisamente più affilati, tipici della propria etnia di riferimento, quella shar’tiagha. Tratti somatici, quelli propri di Howe, che non lo rendevano, necessariamente, spiacevole allo sguardo, concedendogli anzi un certo fascino esotico, ma che, comunque, nel confronto con la bionda barbetta incolta del proprio compare, e con quegli occhi intensamente azzurri tendenti al blu, suo malgrado, non avrebbero potuto riservarsi facile possibilità di competizione. In ciò, probabilmente anch’egli consapevole di tutto questo, Howe non avrebbe potuto ovviare a infierire a ogni occasione utile a discapito del proprio compare, a compensare, quindi, una minore possibilità di attrattività fisica.
Una consuetudine, quella così esistente da sempre fra loro, al pari della loro stessa amicizia o di quel loro legame fraterno sancito ancor prima della loro stessa nascita dalle rispettive famiglie, e dalle loro famiglie così amiche, così reciprocamente legate al punto tale da decidere di attribuire, ai propri figli, l’uno il nome destinato all’altro e viceversa, che non avrebbe quindi avuto a doversi considerare turbata in alcun modo dal mio subentrato intervento nella loro quotidianità, e da quel mio intervento involontariamente atto, seppur in maniera indiretta, ad alterare i loro equilibri interni.

« Volevo soltanto dire che, a quanto pare, sembra che io sia destinata a ripercorrere certe tappe già affrontate, in altri tempi, e per altre ragioni, da Midda. » sancii, con tono premuroso nei riguardi del mio, a volte poco attento, ragazzo « Cioè… siamo passati dalla palude di Grykoo, siamo tornati ai resti della Biblioteca Perduta, abbiamo offerto visita al tempio della fenice e, persino, non ci siamo lasciati mancare una visita all’Arena di Garl’Ohr… e ora, addirittura, qui… »

Sì. Quegli ultimi mesi erano stati decisamente impegnati. E impegnati, in verità, in attività non poi così dissimili da quelle proprie della mia quasi omonima. Perché, in fondo, per poter dare la caccia ad Anmel Mal Toise in un mondo complicato e sconosciuto come quello, oltre necessariamente a degli amici, avrei avuto necessità di avere delle risorse economiche. E, in un mondo complicato e sconosciuto come quello, l’occasione migliore per potermi riservare delle risorse economiche, sarebbe quindi stata quella di cercare un’occasione di impiego nello stesso medesimo campo già proprio di colei di cui pur avrei potuto vantare il volto e il fisico, in una versione, invero, persino più integra, per mia fortuna non avendo ancor subito né mutilazioni, né sfregi.
In ciò, quindi, mi ero dovuta reinventare qual mercenaria, rinstaurando l’antico sodalizio con Howe e Be’Wahr, già compagni di ventura di colei che era venuta prima di me, rinegoziando l’antica collaborazione con lord Brote di Kriarya, suo mecenate, e, in tal senso, votandomi, in buona sostanza, a rappresentare una sorta di Midda versione 2.0, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi. Perché se da un lato, ovviamente, avrei potuto sfruttare a mio vantaggio la fama di Midda Bontor, ormai leggenda nel suo stesso mondo natale; dall’altro, come per ogni remake cinematografico, avrei necessariamente corso il rischio di risultare inferiore all’originale, benché, obiettivamente, entrambe avremmo avuto a dover essere riconosciute egualmente originali, in grazia alla complessità propria del multiverso. Ma laddove, in un contesto da epopea fantasy sword & sorcery, e neppure di quelle particolarmente originali, difficile sarebbe stato riuscire a trasmettere all’eventuale pubblico i termini di relazione esistenti fra me e Midda, complice anche una certa differenza d’età, ineluttabile per me sarebbe stato lì apparire ai più qual una nuova, inedita parente che, sfruttando l’assenza della mia più celebre familiare, sorella o cugina che dir si voglia, stava allor tentando di riservarsi il proprio quarto d’ora di celebrità… un quarto d’ora di celebrità che, tuttavia, non mi sarebbe stato riconosciuto se non qual riflesso della luce propria della Midda “originale”.
Poco male. Fossi stata una donna orgogliosa, probabilmente tutto ciò avrebbe potuto indispettirmi o, peggio, ferirmi. Ma non avendo mai avuto, nel corso della mia vita, qualche particolare moto di amor proprio, almeno sino al giorno in cui, mandando all’aria tutto ciò che era stata da sempre la mia vita, avevo deciso di intraprendere quel viaggio senza possibilità di ritorno sulle ali della fenice; tutto quello non mi avrebbe avuto particolarmente a tangere… anzi.
Oltretutto, a margine di ciò, dalla mia avrei potuto vantare quell’indubbio vantaggio concessomi dalla scelta della fenice, e da quella scelta atta a farmi apparire, al momento del mio arrivo in quella dimensione, innanzi agli sguardi di qualunque vero amico e alleato di Midda; scelta in conseguenza alla quale, allora, tutti loro, comunque, avevano avuto possibilità di ben comprendere la situazione e di non riservarsi occasione utile a equivocarla, per così come, ineluttabilmente, sarebbe accaduto con chiunque altro. Chiunque altro, per la cronaca, al pari di tutti gli altri uomini che, in quel frangente, mi stavano circondando nel cuore della battaglia, avessero essi i colori propri dell’esercito di Kofreya, o quelli propri dell’esercito di Y’Shalf, o, ancora, vantassero il rosso tipico della Confraternita del Tramonto, la più grande associazione spontanea, o quasi, di mercenari di quell’angolo di mondo. Uomini, in quel momento, impegnati a combattere gli uni contro gli altri, e molti contro di noi, animati dall’unico scopo di mietere quante più vittime possibili fra gli schieramenti rivali. Uomini in mezzo ai quali, nel contempo di quell’amichevole chiacchierata, anche Howe, Be’Wahr e io ci stavamo ritrovando impegnati a menare colpi, a destra e a manca, nella sola speranza di riportare a casa la pelle al termine di quella giornata, e di una giornata a cui, obiettivamente, avremmo tutti preferito evitare di avere a partecipare, ma innanzi alla quale, lì ritrovandoci a dover agire, non ci saremmo comunque mai tirati indietro.

« Ahh… d’accordo! » annuì ora Be’Wahr, soddisfatto da quel chiarimento, nel mentre in cui i due coltellacci che si ostinava a impiegare come armi, e a impiegare comunque con una certa efficacia, ebbero a sgozzare un avversario, con un movimento a forbice condotto a compimento da gesto perfettamente coordinato di entrambe le mani « Ora ho compreso! » confermò, non senza un certo orgoglio in quell’affermazione, e in quell’affermazione che, ineluttabilmente, avrebbe avuto a scatenare una nuova reazione da parte del proprio compare, in un’offerta estremamente generosa da parte sua in tal direzione.
« La prossima volta prova a farla più semplice. » mi suggerì Howe, scuotendo altresì il capo « Te l’ho detto molte volte: soggetto, verbo, complemento. Inutile sforzarti a comporre frasi più complesse… tanto non le riesce a capire! » ridacchiò, affondando la propria spada dalla lama dorata nel ventre di un altro nemico in un perfetto montante, letteralmente impalandolo, nel mentre in cui, con la propria protesi mancina, deviava la di questi offensiva destinata a proprio discapito.
« Ehy… stai cercando di farmi fare brutta figura di fronte alla mia donna, per caso?! » protestò il biondo, aggrottando appena la fronte, probabilmente nell’impegno a cercare di comprendere se quell’ultima frase fosse effettivamente una sorta di insulto a proprio discapito o cosa, e pur dimostrando sufficiente acume da pregiudicare negativamente tale intervento.
« … io?! » reagì lo shar’tiagho, sgranando gli occhi con espressione profondamente sorpresa a quella prospettiva « Ma figurati! Per quello ci riesci benissimo già da solo! » soggiunse poi, escludendo categoricamente tale eventualità.

Già: come stavo accennando, in effetti, già da qualche mese mi ero concessa l’opportunità di una complicata complicità intima con il belloccio e muscolo Be’Wahr. Dopotutto era trascorso molto tempo dall’ultima volta che avevo avuto possibilità di fermarmi tanto a lungo in un sol posto, ed era trascorso ancor più tempo dall’ultima volta nella quale mi era stata concessa la compagnia di un uomo. Ragione per la quale, non me ne vanto, ma neppur me ne vergogno, un po’ approfittai di quella situazione… e di quella situazione, obiettivamente, complicata per tutti.

venerdì 21 giugno 2019

2948


Una frase, quella che ebbi un giorno a pronunciare, non tanto rivolta agli addii ai propri cari, e alle partenze sulla scia di antiche regine malvagie, quanto e piuttosto in riferimento allo scenario lì presente. E a quello scenario nel confronto con il quale, allora, difficile sarebbe stato negare l’esistenza di un’affinità fra me e la Midda titolare di quella realtà.
Si immagini, ora, il confine fra due nazioni. E fra due nazioni fra loro tanto simile quanto opposte. Due nazioni contraddistinte da una lingua fondamentalmente identica nella propria pronuncia, salvo per qualche questione di accenti, e pur completamente dissimile nella propria forma scritta. Due nazioni caratterizzate da grandi città con alte, altissime torri, ognuna delle quali preposta a rappresentare il potere, la ricchezza, la forza del suo proprietario, con buona pace di qualunque possibile metafora fallica propria di due culture profondamente patriarcali, e, ciò non di meno l’una caratterizzata da un’architettura volta a preferire forme squadrate, e l’altra forme tonde, entrambe geometricamente perfette e pur, entrambe, forzatamente opposte. E, forse ormai inutile a evidenziarsi, due nazioni in guerra fra loro… benché… insomma: quella fra Kofreya e Y’Shalf, più che una guerra imperitura, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta piuttosto qual una faida fra fratelli, e fra due fratelli così vicini fra loro, così simili fra loro, al punto tale da voler spendere più impegno e più energie del dovuto nel cercare di distinguersi, nel tentare di porre una certa distanza, un certo distacco fra loro, in termini tali da non poter essere fraintesi, effettivamente, in quanto tali, in quanto, comunque, figli di una comune madre e di un comune padre.
In un simile contesto, quel confine fra due tali nazioni, fra Kofreya e Y’Shalf, non avrebbe potuto che essere inteso come un ineluttabile territorio di trincea, e un territorio di trincea là dove, volenti o nolenti, intere generazioni di soldati si alternavano al solo scopo di procrastinare una guerra l’origine della quale era stata persino dimenticata, e nel merito del senso della quale neppure mai si erano interrogati. Soldati, certamente, in una buona misura regolari. E soldati, altrettanto certamente, in una misura più amplia mercenari. In una differenza, in verità, fondamentalmente inesistenti, laddove, in un tale contesto, in un simile scenario, fondamentalmente impossibile sarebbe stato discriminare, allora, gli uni e gli altri, mossi, tanto i secondi, quanto i primi, più dall’idea della paga loro promessa, ancor prima che da un qualche patriottico sentimento.
In quella stessa trincea, più di vent’anni prima, aveva combattuto anche la mia corrispettiva. E difficile sarebbe stato, in tal senso, inquadrare il ruolo nel quale ella aveva lì affrontato un tale scenario, giacché, benché certamente non qual soldato regolare, ella lì neppure si era presentata, sostanzialmente, qual mercenaria: in effetti, forse, il termine più idoneo sarebbe stato quella di volontaria, e di volontaria in tal senso, mossa da un desio di ricerca e di formazione. Lì, Midda Bontor, si era infatti sospinta in gioventù, in un’epoca antecedente a quella che sarebbe poi stata enfaticamente ricordata da molte canzoni, allo scopo di meglio comprendere la guerra, e di meglio fraternizzare con essa, probabilmente consapevole di quanto, per poter essere una guerriera, non avrebbe potuto trascendere da tale prova, da tale rito di passaggio, e da tale rito di passaggio utile a metterla a confronto con gli aspetti più concreti, più reali, e più disgustosi propri del concetto stesso di guerra. E quale occasione migliore per poter capire l’orrore proprio di quella scelta di vita, per poter assuefarsi all’assordante suono della disperazione e al nauseante odore della morte, se non quello di precipitarsi lì, immergendosi, con tutta se stessa, in quella realtà…?!
Tutto ciò, tale consapevolezza nel merito delle emozioni proprie della mia controparte autoctona, non mi erano state concesse in grazia a un’illuminazione divina, quanto e piuttosto, in maniera forse banale, forse prosaica, dalla lettura di alcuni vecchi diari, vecchie lettere, vecchie riflessioni, che ella stessa aveva scritto in quegli anni e poi conservato con più cura di quanto chiunque avrebbe mai potuto attribuirgliene, fra i propri effetti personali. Effetti personali ai quali, i suoi amici… i miei amici, mi avevano voluto concedere accesso, allo scopo di meglio entrare in sintonia con lei, e, soprattutto, con il suo mondo. Per questa ragione, per esempio, avevo preso a dimorare in quel di Kriarya, la stessa città da lei eletta a propria residenza, e a dimorare in quella stessa locanda da lei posseduta in comproprietà al proprio compagno, e a quell’uomo che, il giorno in cui ella era partita per le stelle, aveva voluto accompagnarla, seppur consapevole di quanto, probabilmente tale viaggio sarebbe risultato qual un viaggio di sola andata, in una scelta indubbiamente ammirevole, e francamente inedita nel confronto con la mia personale esperienza della storia propria di altre Maddie e di altre Midda, nonché, non a caso, anche nel confronto con la mia stessa storia personale, e quella storia personale che, prima di intraprendere il mio peregrinaggio attraverso le dimensioni, mi aveva veduto, non senza necessarie remore, concludere un neonato e splendido rapporto sentimentale.
In quella locanda, quindi, avevo avuto possibilità di accedere, alfine, anche ai suoi effetti personali, e a quegli effetti che, per lo più, avrebbero avuto a doversi riconoscere custoditi all’interno di un cassapanca posta ai piedi del suo letto: una cassapanca nella quale, accanto una serie di abiti invero ben privi di particolare fantasia a livello estetico; e a pochi oggetti che qualcuno avrebbe potuto elencare alla voce cianfrusaglie ma che, ove così accuratamente custoditi, avrebbero avuto probabilmente a riconoscersi più quali non dissimili a reliquie proprie del suo passato; avrebbero avuto a dover essere elencati anche un blocco di fogli di pergamena scritti a caratteri regolari e stretti, e ordinatamente conservati all’interno di alcuni stracci, lì preposti al ruolo di inesistente rilegatura. E, per quanto, scendere a confronto con la grafia della mia controparte, e, soprattutto, l’alfabeto sillabico proprio di quelle terre, non avrebbe avuto a dover essere considerato un affare semplice, con il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi, a poco a poco riuscii a iniziare a interpretare quelle parole, quelle frasi, e a concedermi una fortunata occasione di entrare a contatto con quella donna che, ipoteticamente, avrei dovuto considerarmi giunta sino a lì per salvare, e che, tuttavia, lì non era presente, e, per quanto avevo avuto occasione di scoprire, certamente non avrebbe necessitato del mio aiuto per essere salvata…
Lasciando tuttavia sfumare questa fugace digressione, sul perché e sul per come fossi stata in grado di riservarmi un’occasione di empatia con la mia controparte locale ancor prima di avere occasione di conoscerla, e di conoscerla fugacemente in una comune esperienza nel tempo del sogno, nel giorno in cui anche io ebbi a sospingere i miei passi sino al belligerante confine fra Kofreya e Y’Shalf, non potei ovviare a trovare diretta occasione di confronto con quanto testimoniato da Midda Bontor, e di trovare tale diretta occasione di confronto in termini persino più marcati di quanto, chiunque, non avrebbe potuto attendersi fosse possibile: un modo come un altro per dire, in buona sostanza, che in oltre vent’anni ben poco o nulla lì avrebbe avuto a doversi riconoscere qual mutato.
Ma se la mia corrispettiva locale lì si era sospinta nella volontà di scendere a patti con la guerra, e con i suoi aspetti meno gradevoli, cosa mai avrebbe potuto allora sospingere i miei passi in quell’eguale direzione? E i miei passi, in quel momento, accompagnati da coloro i quali, più di chiunque altro avrebbero potuto vantare una certa fraternità d’arme con lei, nell’essere stati, al suo fianco, per più tempo rispetto a chiunque altro?!
Perché, in quel giorno, quelle mie parole non avrebbero avuto a dover essere pronunciate alla volta di due improvvisati interlocutori, quanto e piuttosto di due antichi compagni di ventura della stessa Midda Bontor: due uomini che, in quel particolare momento, in quel particolare contesto, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti praticamente qual antitesi vivente a quanto rappresentato dal controverso e folle rapporto fra Kofreya e Y’Shalf, in quanto fra loro completamente diversi, in tutto e per tutto, e, ciò non di meno, fra loro assolutamente vicini, accomunati da un vincolo emotivo più forte di qualunque legame di sangue, e tale da farli essere fratelli, l’uno per l’altro, anche nel momento in cui, pur, nulla avrebbe potuto evidenziare tale affinità fra essi.

« Non credo di aver compreso… » commentò il biondo Be’Wahr, socchiudendo appena gli occhi a confronto con la mia affermazione, nel cercare di valutarla nel proprio significato.
« Rischierei di apparire ripetitivo dicendo che ciò non mi sorprende assolutamente…?! » ironizzò il moro Howe, scuotendo appena il capo « Il giorno che mai dovesse accadere il contrario, probabilmente, sarà il giorno in cui avrà a sopraggiungere la fine stessa dell’intero Creato… » rincarò la dose, con un sorriso sornione a discapito dell’amato fratello.

giovedì 20 giugno 2019

2947


Mi si permettano due piccole note a margine.
La prima. Descrivendomi qual completamente nuda nel momento in cui ebbi ad apparire innanzi agli amici e alleati della mia corrispettiva locale, sia chiaro che tutto ciò avvenne non per mia libera scelta. Per viaggiare sulle ali della fenice, infatti, scoprii sin dal mio primo volo, o salto dimensionale che dir si voglia, si applicano regole non dissimili a quelle dei viaggi nel tempo di “Terminator”: carne e metallo escono indenni dal fuoco della fenice, tutto il resto, altresì, si perde. Per questa ragione, che potesse piacermi o meno, a ogni nuovo viaggio in compagnia della mia praticamente divina alleata, non avrei potuto fare a meno di ritrovarmi costretta a fare i conti con il mio senso del pudore e, soprattutto, a impegnarmi, prima ancora di capire dove potessi essere finita, nella ricerca di qualcosa utile a coprirmi. E se pur, la prima volta, tutto questo ebbe necessariamente a sorprendermi e, non lo nego, anche a infastidirmi, nell’essere partita addirittura con un pratico zainetto in spalla contenente qualche ricambio essenziale all’inizio di un viaggio verso l’ignoto, con il tempo, e con tutti i successivi salti dimensionali, non ho potuto mancare di scendere a patti con la cosa, in termini tali da concedermi, in occasione del mio arrivo in questo mondo, sufficiente autocontrollo utile a non mettermi a gridare istericamente per l’imbarazzo conseguente all’essere apparsa nuda a confronto con così tanta gente, molti fra i quali mai visti prima, e tutti che, a prescindere dai loro corrispettivi dimensionali che potevo aver già avuto occasione di conoscere in altri viaggi, non avrebbero potuto comunque vantare di conoscermi…
… o quasi. Giacché qui subentra la seconda piccola nota a margine. Come ebbi, infatti, e praticamente immediatamente, occasione di comprendere, ottenendone, in tempi successivi, conferma, la mia corrispettiva titolare di questa dimensione, la Midda Bontor locale, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual contraddistinta, nella propria vita, da un particolarmente marcato senso del pudore, in termini tali per cui, in verità, ben pochi fra coloro i quali ebbero a confrontarsi con la mia ignuda presenza avrebbero potuto effettivamente dirsi estranei alle forme proprie del mio corpo. O, per lo meno, del corpo di una Maddie/Midda, avendo avuto passata occasione di ritrovarsi, e non per brevi o fuggevoli istanti ma anche e addirittura per lunghe, intere battaglie, a confronto con quello proprio della mia controparte, e a confronto con quello della mia controparte non maggiormente rivestito rispetto a quanto, allora, non avrebbe avuto a poter essere descritto il mio. Insomma: in questa dimensione, mi sono scoperta essere un po’ esibizionista… anche se, probabilmente, ad animare in tal senso la mia altra me stessa non ha a dover essere inteso dell’esibizionismo in senso stretto, quanto e piuttosto del semplice menefreghismo. E del menefreghismo che, in fondo, in quell’occasione, non aveva potuto ovviare a essermi d’aiuto, e a essermi d’aiuto, in fondo, nel permettere a tutti loro di meglio riconoscermi e accettarmi qual un’altra Midda, benché, obiettivamente, più giovane, e un po’ più integra, rispetto a quella a cui avrebbero potuto considerarsi abituati.
Così, benché nessun cambio di mondo, di dimensione, mi avesse mai offerto una qualche reale possibilità di facile integrazione, quel nuovo salto, quel nuovo volo, mi ebbe a condurre, probabilmente in maniera più che intenzionale dal punto di vista della medesima fenice, a rapido confronto con una schiera di persone che avrebbero potuto essermi d’aiuto non soltanto nell’integrarmi, ma, anche e ancor più, nel dare la caccia ad Anmel Mal Toise. Anche perché, per così come, anche senza poter avere immediata possibilità di dialogo con loro, non mancai di intuire, nessun fra essi avrebbe avuto a doversi lì considerare riunito per semplice svago, quanto e piuttosto proprio in riferimento a un evento, o forse una commemorazione in relazione al ricordo di qualche tragico accadimento, coinvolgente proprio la stessa Anmel. Non la mia, probabilmente, ma comunque un’Anmel Mal Toise…
… dannazione! Davvero?! Un’altra Anmel Mal Toise?!
Per carità. Giacché avevo già avuto riprova dell’esistenza di infinite me stessa, qualcuna a me sufficientemente simile, qualcuna completamente diversa, non avrebbe avuto a dovermi sorprendere l’idea dell’esistenza di altre Anmel Mal Toise, né, parimenti, l’idea che in altre dimensioni, le corrispettive Maddie/Midda potessero aver commesso il medesimo errore di liberare la propria versione della regina Anmel e, in ciò, di dar vita a nuovi percorsi non poi così dissimili da quello della mia defunta mentore. Ciò non di meno, almeno sino a quel momento, non mi era mai capitato di giungere in una dimensione in cui fosse presente una seconda Anmel Mal Toise. E nel considerare quanta difficoltà di rapporti avrei potuto già vantare nei riguardi di una singola… figurarsi avere a dover scendere a patti addirittura con due.
Quanto, tuttavia, oltre all’esistenza di una seconda Anmel Mal Toise ebbi allora più o meno immediatamente a intuire, nel confronto con quell’assemblea di amici e alleati, e di amici e alleati chiaramente non professanti una qualche dottrina d’amore universale, nell’avermi tutti quanti accolta con le armi in pugno, e pronti a compiere qualunque azione sarebbe stata necessaria per contrastare qualunque minaccia io avrei potuto rappresentare per loro, fu come la mia corrispettiva locale non avrebbe avuto a dover essere fraintesa, a differenza di altre me stessa, qual propriamente indifesa, o, eventualmente, impreparata al confronto con Anmel Mal Toise. Al contrario: se in quel momento, se in quel mondo, ella stava allor mancando, ciò avrebbe avuto a dover essere giustificato nel fatto d’essere impegnata a inseguirla attraverso le vastità siderali, a sua volta sostenuta in tal viaggio dalla complicità, dall’aiuto della fenice… della stessa o di un’altra impossibile a dirsi. Ma tutto questo, ovviamente, non potei comprenderlo semplicemente a muto confronto con quella folla, dovendo, piuttosto, attendere le settimane seguenti per maturare quel minimo, indispensabile, di confidenza con la lingua locale per riuscire a interagire con i miei nuovi possibili amici, e a permettermi, in tal senso, un’opportunità di reciproco confronto sulle reciproche storie.
Impiegarci soltanto qualche settimana prima di essere in grado di relazionarsi in una lingua completamente aliena alla propria può sembrare un’esagerazione da parte mia, lo so. Soprattutto ove, a differenza della mia sorella gemella, Rín, non ho mai particolarmente apprezzato lo studio delle lingue. So che può sembrare assurdo per la figlia di un padre francese e di una madre irlandese nata e cresciuta in Italia, ma, a garantirmi un quieta possibilità di integrazione, i miei genitori non hanno mai voluto che io avessi a imparare a parlare il francese o il gaelico irlandese, richiedendomi, piuttosto, che riuscissi a dimostrarmi più brava di loro nell’uso della lingua italiana. Ciò non di meno, nel momento in cui la vita ti porta a balzare da una dimensione all’altra, da un mondo all’altro, da una cultura all’altra, quasi ineluttabile diventa la necessità di affinare capacità prima neppure immaginate e, soprattutto, di trovare un modo per arrangiarsi nella maniera forse meno elegante e, ciò non di meno, più semplice possibile, affinando quei nuovi percorsi mentali allor utili, come già dicevo, a fare di necessità virtù e a scoprirsi, in effetti, più confidente rispetto a quanto mai non ci si sarebbe potuti attendere con l’apprendimento di lingue l’esistenza delle quali prima addirittura inimmaginata. In tal senso, quindi, impiegarci “soltanto qualche settimana” per poter apprendere una lingua nuova, non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual un grande risultato, quanto e piuttosto, in effetti, qual riprova di quanto, quel mondo, avesse a doversi intendere realmente alieno al mio originale, e a qualunque altro mondo avessi visitato sino a quel momento.
Alieno sì, ma non avverso. Non, quantomeno, nella già sottolineata presenza di una moltitudine di persone animate soltanto da un senso di spontaneo affetto nei miei riguardi, nel riconoscere in me, in fondo, quella loro cara amica alla quale, non in termini propriamente entusiastici, erano stati costretti a rivolgere il proprio addio, vedendola partire per un viaggio, potenzialmente, privo di ogni possibilità di ritorno. Qualcosa, in effetti, nel confronto con la quale non avrei potuto dichiararmi completamente estranea… non, quantomeno, dal momento in cui anche io, mio malgrado, impegnatami in un percorso non poi così alternativo rispetto alla mia controparte e, in tal senso, avendo anche io lasciato qualcuno dietro di me: un padre, una sorella, un compagno…

« Non so se considerarla più una questione di destino o di… » commentai, scuotendo il capo dopo un lungo sospiro « … uff… come potrei dire “genetica”…?! » soggiunsi, esprimendo quell’inciso nella mia lingua natia e, in tal senso, rivolgendomi soltanto a me stessa allorché ai miei interlocutori « … vabbé… non so se considerarla una questione di destino. E di destino predeterminato addirittura a confronto con diversi piani di realtà. Ma credo che appaia sufficientemente chiaro che noi Midda non siamo proprio in grado di evitare certe situazioni… »

mercoledì 19 giugno 2019

2946


Il mio nome è Madailéin Mont-d'Orb. A dieci anni sono stata vittima di un terribile incidente d’auto in compagnia a mia madre Deirdre e a mia sorella Nóirín. Ma se io ne uscii praticamente illesa, mia sorella e mia madre non ebbero a poter condividere una tale benevolenza da parte della sorte: la prima, infatti, ebbe a ritrovarsi bloccata in un letto d’ospedale, con la spina dorsale lesionata e ben poche speranze di poter riuscire a muovere qualcosa di più della testa per il resto della sua vita; alla seconda venne direttamente negato il resto della propria vita.
L’essere l’unica superstite illesa di una tanto drammatica tragedia non può ovviare a lasciare dei segni profondi nel cuore e nell’animo di una persona. E, così, anche io non mancai di ritrovarmi spiacevolmente segnata da tutto ciò, avendo a crescere con un mai ammesso senso di colpa, e quel senso di colpa proprio di chi, purtroppo, non è in grado di spiegarsi il perché della propria semplice esistenza in vita.
Crebbi, e crebbi proponendomi il preciso scopo di compiere tutto il possibile per aiutare mio padre Jules e, soprattutto, mia sorella, senza, ciò non di meno, aver a sacrificare l’immeritato dono riservatomi dalla sorte, e quel dono che non avrei dovuto sprecare nel non voler offendere la memoria di mia madre. Affrontai la mia adolescenza, affrontai le scuole e gli esami, e affrontai persino l’università, cercando di portare a termine tutto nel minor tempo possibile con il massimo del risultato auspicabile. E quando, alla fine, iniziai a lavorare, ebbi a concentrarmi solo e unicamente sul mio lavoro, poco curandomi di altro, ivi comprese le relazioni umane...
… e di questo ebbi a pagarne il prezzo. Ed ebbi a pagarne il prezzo nel momento in cui, purtroppo, in un mondo come il nostro, ancora troppo valore viene riconosciuto all’apparenza ancor prima che alla sostanza, e alla capacità di vendersi ancor prima che a quella di fare. Così, benché io, senza false modestie, sapessi fare bene il mio lavoro, il mio disinteresse ad apparire e a giostrare con le persone a me circostanti, non ebbe a ripagarmi, vedendo in me soltanto accumularsi sfiducia verso le mie stesse capacità, verso le mie stesse possibilità, e, soprattutto, verso me stessa, permettendo, in tal senso, alla maliziosa cattiveria di altre persone di avere a definire il mio stesso “io”.
Questo, per lo meno, fino al giorno in cui, rientrando a casa dall’ennesima, frustrante giornata lavorativa, non ebbi a ritrovarmi a confronto con la versione migliore di me stessa. Parole con le quali, “la versione migliore di me stessa”, non voglio ora sottintendere qualche apprezzamento metaforico o figurato su chi, poi, ebbe a essere per me un mentore, una maestra, e un esempio di vita da abbracciare, quanto e piuttosto, obiettivamente, la versione migliore di me stessa, per così come, allora, proveniente da un mondo parallelo, da una realtà alternativa alla mia, e da una realtà in cui il mio nome non avrebbe avuto a essere Madailéin, ma, piuttosto, Midda: Midda Namile Bontor, per la precisione, le lettere del quale, per un’evidente ironia della sorte, formano il mio stesso nome, ove opportunatamente anagrammate.
Sia chiaro: prima di quel giorno non avevo mai creduto all’esistenza di un multiverso, di realtà alternative, di mondi paralleli. E, in effetti, neppure in quello stesso giorno ebbi, non nell’immediato, quantomeno, occasione di credevi. Ciò non di meno, le prove che Midda riuscì ad addurre alla mia attenzione, oltre alla nostra somiglianza, con la sola eccezione di qualche anno in più da parte sua e un braccio destro mai perduto da parte mia, ebbero alfine a convincermi. E a convincermi della verità non soltanto nel merito dell’esistenza del multiverso, quanto e soprattutto dell’esistenza dello spirito di un’antica regina che, rimesso incautamente in libertà dalla medesima Midda, e sconfitto nel loro universo natale, aveva iniziato a vagare attraverso il multiverso nella sola e unica volontà di raggiungere altre versioni della propria antagonista, magari più indifese, come avrei potuto essere io, per ucciderle… e ucciderle, probabilmente, al solo scopo di riservarsi, in tal modo, un qualche senso di vendicativo appagamento.
Grazie a Midda riuscii a sopravvivere al primo attentato alla mia esistenza, così come anche al secondo e ad alcuni altri. Grazie a Midda, in più, ebbi finalmente occasione di comprendere qual genere di donna avrei potuto diventare… e, soprattutto, avrei voluto diventare. E grazie a Midda, ancora, ebbi finalmente occasione di diventare, anche io, la versione migliore di me stessa.
Ogni scelta ha comunque un prezzo. Così, quasi una moderna Eva incapace a ignorare la propria nudità una volta mangiato il frutto dell’albero proibito, e per questo, alfine, punita per la propria trasgressione con l’esilio dal Paradiso Terrestre, allo stesso modo io non soltanto non potei restare la stessa donna di prima ma, a mia volta, mi ritrovai a dover affrontare le conseguenze del mio gesto, della mia crescita. Conseguenze che, per iniziare, mi videro privata della mia mentore, nel momento in cui un orrido morbo mutagene ebbe a trasformarla in un mostro animato dal solo interesse di farmi del male, e di farmi del male anche passando attraverso la mia famiglia; e conseguenze che, in un secondo momento, quando quell’antico spirito vendicativo, Anmel Mal Toise, decise di abbandonare anche la mia dimensione per proseguire oltre la propria ricerca di morte, mi costrinsero a prendere il ruolo di colei che quella nuova vita mi aveva donato, non desiderando avere sulla coscienza la morte di altre mie possibilmente inconsapevoli versioni alternative.
Così lasciai la mia famiglia, lasciai il mio mondo e la mia realtà, e sulle ali della fenice iniziai a viaggiare attraverso diversi universi, ritrovandomi a confronto, ogni volta, con situazioni inedite, con mondi inesplorati, a volte anche sufficientemente prossimi al mio, altre così estranei da esso da risultare semplicemente paradossali nella propria semplice esistenza. Per più di due anni saltellai di universo in universo, di mondo in mondo, fermandomi a volte per pochi giorni, altre volte per qualche settimana, in un paio di occasioni persino per più di un mese, per proteggere la Maddie, o la Midda lì autoctona dalle insidie della regina Anmel, così come, prima di me, anche la mia maestra aveva compiuto in altri mondi, in altre realtà, ultima fra le quali la mia. E in tanti viaggi, in tanti mondi, in tante avventure, non potei ovviare a crescere, a maturare sempre di più, migliorandomi come donna e come guerriera, in un cammino apparentemente iperbolico, nel confronto con il quale soltanto la morte avrebbe potuto essere per me occasione di arresto, motivo di conclusione di tale cammino, e di un cammino nel quale, finalmente, avrei avuto a riconoscermi, a sentirmi pienamente realizzata, come mai in tutta la mia vita ero riuscita a essere… un cammino nel quale, forse e persino, i tragici eventi della mia infanzia avrebbero trovato una propria possibilità di spiegazione, volendo interpretare tutto ciò qual un semplice preludio a quella nuova vita, e una nuova vita alla quale, forse, non sarei stata così bramosa di dedicarmi se la mia vita precedente non mi avesse ritrovata contraddistinta da tanta frustrazione, da tanta insoddisfazione, da un tale senso di colpa.
E se, in tanta ritrovata pace, in tanta riscoperta soddisfazione e un tale senso di libertà, nulla avrei potuto immaginare, allora, per il mio futuro se non di continuare a saltare, di mondo in mondo, alla ricerca di nuove sfide, e di nuove me stessa da salvare; in alcuna maniera mi sarebbe potuto essere concesso di preventivare quanto, altresì e alfine, mi sarei ritrovata a vivere in maniera apparentemente definitiva in un altro, solo mondo, e in un altro e solo mondo, paradossalmente, privato della propria versione nativa di me stessa, della propria Midda Namile Bontor, qual, in tale realtà, ella aveva a chiamarsi. Perché, ormai, sono trascorsi quasi tre anni da quando ebbi a giungere in questo universo, e ancora alcuna apparente occasione di ripartire mi sta venendo qui concessa, non avendo ancora avuto la possibilità di chiudere, in questo mondo, un nuovo capitolo della mia continua disfida con Anmel.
E quindi…?! E quindi, come si suol dire, non ho mancato di fare di necessità virtù. E avendo a dover vivere in questo mondo, non ho mancato di vivere in questo mondo e di vivere in questo mondo nel quale giunsi, diversamente da ogni viaggio precedente, in maniera quanto mai priva di discrezione, nell’avere a comparire, per l’imperscrutabile volontà propria della fenice, non in un contesto isolato, non lontana da possibili sguardi estranei, quanto e piuttosto innanzi alla più completa schiera di amici e un tempo alleati della mia corrispettiva locale, ai loro occhi materializzandomi in un turbinio infuocato… e completamente nuda.

« Questo è veramente imbarazzante… » non avevo potuto ovviare ad ammettere, con un sorriso tirato innanzi a una tanto affollata platea, e da una platea composta da un’eterogenea schiera di volti, alcuni fra i quali inediti, altri altresì già conosciuti, e conosciuti, quantomeno, in loro versioni alternative.

martedì 18 giugno 2019

2945


… e a quella sorella in sola grazia alla quale, del resto, non soltanto per tutta la mia vita avevo trovato la forza stessa necessaria per vivere, al di là di ogni facile, e credo comprensibile, possibilità di abbattimento psicologico, ma anche a quella sorella per solo merito della quale, seppur in termini probabilmente indiretti e neanche realmente desiderati, mi era stata addirittura concessa l’incredibile occasione di riconquistare quella mia completezza perduta, e quella mia completezza che, ora, non avrei potuto ovviare a desiderare di porre al suo servizio, quasi a ricambiare, in tal maniera, quei venticinque e più anni di debiti accumulati nei suoi riguardi.

« Sì. » annuii, quieta in tale affermazione, in tale irrevocabile presa di posizione, confermando in tal modo la mia sicurezza in tal senso, in un viaggio che, del resto, aveva avuto già inizio ben più lontano di lì, quand’ancora in Italia avevo avuto a prendere commiato da un’altra persona, da un altro uomo e, con tutto il rispetto e la gratitudine che avrei potuto provare in direzione del professore, un uomo sicuramente più importante di lui nella mia quotidianità, nella mia vita di tutti i giorni… mio padre « E’ davvero questo quello che voglio. » sancii, concedendogli un quieto sorriso e, poi, spingendomi addirittura ad abbracciarlo, qual segno di quieta gratitudine per quanto, pur, al di là delle incomprensioni iniziali, egli aveva fatto per me.

Un abbraccio, il mio, che ebbe inizialmente a sorprenderlo, a coglierlo in contropiede, vedendolo, addirittura, irrigidirsi per una confidenza che non avrebbe avuto a doversi considerare solito riservarsi nei riguardi di chi, in fondo, psicologicamente entrata nella sua vita come una sua studentessa. Un abbraccio, il mio, che tuttavia, superato l’imbarazzo iniziale, lo vide ricambiare affettuosamente il gesto, chiudendosi a sua volta attorno a me in quello che, per quanto paradossale a dirsi, nel migliore dei casi avrebbe avuto a doversi intendere allor qual un addio.

« Buon cammino, Nóirín Mont-d'Orb… ovunque esso potrà condurti. » dichiarò alfine, sciogliendo l’abbraccio e tirandosi appena indietro rispetto a me.
« Chiamami pure Rín. » lo invitai annuendo, seppur consapevole di quanto, ormai, non avrebbe avuto più molte occasioni per potersi impegnare in tal senso.
« Addio, Rín. » rispose quindi egli, pronunciando alfine quella particolare parola, e quella parola che, sino ad allora, era rimasta sottintesa, seppur presente fra noi.
« Addio, professore. » conclusi, con un quieto sospiro.

Dopo aver preso congedo in tal modo dal professor Henry Thomas, consapevole di quanto quella avrebbe potuto essere la nostra ultima occasione d’incontro, entrai all’interno della capanna dell’anziana Myaree, animata da sentimenti di entusiastica curiosità e, al contempo, di un doveroso timore reverenziale, nel pormi psicologicamente consapevole di quanto, oltre quella porta, avrei avuto a incontrare una figura tanto importante all’interno della vita propria di quella comunità.
E proprio in conseguenza a tale doveroso timore reverenziale, ineluttabile fu per me un’occasione di obbligata sorpresa quando, innanzi al mio sguardo, ritrovai una delle donne con le quali già avevo fatto conoscenza nel corso di quei giorni, e una di quelle che più, in effetti, mi era stata vicina nei momenti in cui, al di là della mia inesistente preparazione in tal senso, non avevo mancato di tentare di impegnarmi nelle attività proprie della vita di quella comunità, non volendo lì restare semplicemente a pesare inoperosa, come una sorta di novecentesco colonialista in bianche vesti.
Quella donna, dunque, era l’anziana Myaree presentatami in quelle ultime didascaliche spiegazioni da parte del professore?! Cielo…!
Improvvisamente, nel confronto con la consapevolezza di essere stata già da giorni a contatto con colei che avrebbe potuto rappresentare, per me, la via di accesso al tempo del sogno, non potei ovviare a farmi cogliere dal panico, e dal panico allor motivato da un umano dubbio nel merito di come avessi agito in quegli stessi, ultimi giorni. Fossi stata consapevole della sua presenza sin dall’inizio, probabilmente avrei prestato maggior attenzione al mio operato… ma così, ai miei occhi, quella figura altro non avrebbe avuto a doversi intendere se non una simpatica e attempata aborigena, come altre nel villaggio, con i ricci e morbidi capelli grigi, con larghi fianchi fasciati da una gonna scura e nuda e scura pelle dei cadenti seni decorata con colori vivaci, principalmente bianco, arancione e rosso.
Dannazione…! Come mi ero comportata in quegli ultimi giorni? E come mi ero comportata in sua presenza…?! Avevo magari offerto, involontariamente, un’immagine negativa di me? Mi ero dimostrata irrispettosa nei riguardi della cultura e delle tradizioni di quella gente?!
Se così fosse stato, tanti preamboli, tanti addii, sarebbero stati decisamente sprecati. E sprecati nella misura in cui, al più, da quella capanna sarei potuta uscire con cinque dita stampate sul volto.

« Accomodati, bambina… » mi invitò tuttavia ella, volgendo a me il suo quieto sguardo, accompagnato da un amplio e sereno sorriso, probabilmente comprendendo immediatamente il perché della mia presenza lì, in quel momento.
« Anziana Myaree. » esitai, non sapendo esattamente come comportarmi innanzi a lei, ora che avrei avuto a dovermi riconoscere consapevole della sua identità e del suo ruolo all’interno di quella comunità, e, in ciò, finendo addirittura con l’accennare una sorta di impacciato inchino.
« Non sono poi così vecchia… » ridacchiò allegramente l’altra, scuotendo il capo « … chiamami pure Myaree. Ed evita troppe formalità, te ne prego: dopotutto ci siamo già conosciute in questi giorni, non è vero…?! » volle sottolineare a sua volta, in parole che, allora, non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual contraddistinte da un qualunque senso di accusa o critica nei miei confronti, e che pur, presa dall’ansia, non potei ovviare che a intendere proprio qual mosse in tal direzione, cercando immediatamente di rivedere la mia posizione e, in ciò, di tentare di impostare una qualche argomentazione in mia difesa.
« A tal riguardo… se ho compiuto qualcosa di sbagliato, voglio assicurarla che non era mia intenzione recare offesa ad alc… » iniziai a parlare, salvo, tuttavia, essere interrotta dalla sua voce e da un suo gesto con la mano, atto a definire qual inutili tante chiacchiere.
« Calmati, bambina… calmati. » scosse nuovamente il capo, ancora ridacchiando allegramente « Non c’è nulla di cui tu ti abbia a dover giustificare. O, ancor meno, a scusare. » mi rassicurò, ancora una volta invitandomi ad accomodarmi « Invero, in questi giorni hai sempre agito offrendo rispetto verso chiunque, e verso qualunque cosa… e, in tal senso, nessuna critica potrà quindi esserti mossa da parte mia. Anzi. »

Inutile negare come, a quel punto, non potei ovviare a trarre un profondo sospiro di sollievo, e di sollievo nel confronto con l’evidenza di non aver completamente fallito nel mio approccio a tutto quello, per quanto, in verità, inconsapevole di tutto ciò.
Così mi accomodai, e mi accomodai a gambe incrociate innanzi all’anziana Myaree. O, meglio, a Myaree, per così come aveva voluto sottolineare di voler essere chiamata.

« Mi hanno detto che hai già avuto occasione di viaggiare attraverso il tempo del sogno… » riprese quindi voce la donna, ancora sorridendomi « E’ un fatto quantomeno insolito. E insolito non soltanto per un’occidentale, quanto e piuttosto per chiunque. » puntualizzò, con tono tranquillo, senza alcuna volontà vessatoria nei miei riguardi « Avresti piacere di parlarne un po’ come me, per cortesia…? Sarei curiosa di saperne un po’ di più… e di sentirne parlare direttamente dalla voce della diretta interessata. »

lunedì 17 giugno 2019

2944


Per descrivere in maniera degna la mia pur breve esperienza in compagnia della comunità con la quale l’intermediazione del professor Henry Thomas mi concesse occasione di entrare in contatto, dovrei scrivere un libro intero… e forse, e comunque, non sarebbe sufficiente.
Sarò scontata in questa mia valutazione, apparirò sicuramente banale in questa mia descrizione, e forse e persino superficiale, ma la ricchezza umana con la quale ebbi a ritrovarmi a confronto, in quei pochi giorni, fu qualcosa di straordinario, e di reciprocamente inverso rispetto alle ristrettezze fisiche nelle quali, pur, quella grande famiglia si poneva a vivere la propria esistenza. Una povertà che non avrebbe potuto ovviare a emergere, e a emergere quasi violenta al mio sguardo, e, ciò non di meno, una povertà che, per lo più, non sembrava essere in grado di gravare sulla serenità di quelle meravigliose persone, e di quelle persone che, pur non conoscendomi, e pur non potendo ovviare ad associarmi a tutto il male che, da qualche secolo, era piombato nelle loro esistenze quotidiane, non mancarono di accogliermi, e di accogliermi con affetto, sicuramente complice la presenza, qual mio garante, del professore.
Nel non voler, ora, rischiare di banalizzare ulteriormente la questione, ovvierò a scendere maggiormente nel dettaglio della mia esperienza con quell’amabile comunità. Non mi sento, infatti, francamente adeguata a esprimere, con sufficiente pienezza d’espressione e cura del dettaglio, la complessità di quei pochi giorni, e di quanto, in essi, mi fu concesso di vivere. Magari, un giorno futuro, mi riserverò realmente l’occasione di narrare, attraverso un libro, attraverso un saggio, quanto vidi e quanto vissi insieme a quelle persone, nell’incredibilmente complessa semplicità di una vita così distante dalla mia precedente quotidianità che troppo facile sarebbe definire impropriamente qual primitiva, e che pur, altresì, nulla di primitivo avrebbe avuto a poter vantare, in termini nei quali, anzi, sotto molti diversi aspetti, dovrebbe essere altresì proprio la nostra quotidianità “occidentale” a dover essere giudicata qual primitiva, qual cieca e sorda all’incredibile maestosità del Creato. Un Creato che, a differenza di quanto per noi consuetudine, dal punto di vista aborigeno non appartiene all’uomo, quanto e piuttosto vede l’uomo appartenere a esso, in termini tali per cui, quindi, anche il più “ovvio” concetto di proprietà privata, applicato al territorio, non potrebbe neppure essere concepito, con tutta la conseguente impossibilità a usare e ad abusare di essa.
Per intanto, mi si conceda soltanto l’occasione di esprimere quanta vergogna non potei allor provare nel confronto con il consapevole ricordo degli errori e, ancor più, degli orrori compiuti nel passato da miei potenziali antenati, o comunque altri europei miei pari, i quali, giungendo in un territorio tanto straordinario qual l’Australia, a nulla poterono pensare se non impegnarsi in un vero e proprio genocidio, e un genocidio che estinse la quasi totalità della popolazione autoctona, all’epoca di oltre settecentocinquantamila persone, divise in più di duecento gruppi etnici. Un genocidio la crudeltà del quale ebbe poi a procrastinarsi anche nei secoli successivi, sino all’inizio del secolo scorso, quando, a partire dal 1869 e per un secolo intero, una legge paradossalmente definita “Atto di Protezione”, privò gli aborigeni delle più banali libertà, e pose le basi per la purtroppo celebre Generazione Rubata, che non tentò semplicemente di estinguere la discendenza aborigena ma che, ancor peggio, si impegnò a cancellarne persino la memoria nei propri figli, imponendo la cultura colonialista su bambini letteralmente strappati dalle braccia dei propri genitori.
Insomma… fu un’esperienza straordinaria sotto molteplici punti di vista, e un’esperienza dalla quale non potei che riemergere necessariamente arricchita, nello spirito, dal confronto con qualcosa di tanto bello. Troppo bello per poter essere ridotto a quattro semplici parole, così come, per l’appunto, non desidero neppure tentare di impegnarmi a compiere.
Ai fini della mia vicenda personale, sia sufficiente or conoscere soltanto la conclusione di quella mia permanenza presso quella comunità, e la conclusione che, dopo lunghi momenti di colloqui, a cui non ebbi possibilità di partecipare, fra il professore e gli anziani del villaggio, mi vide finalmente introdotta all’attenzione dell’anziana Myaree.
A dispetto, infatti, di quanto non si possa ritenere, e a dimostrazione di quanto, sotto molti aspetti, la cultura aborigena abbia a considerarsi straordinariamente più evoluta di qualunque cultura “occidentale”, la conoscenza propria del tempo del sogno, e delle canzoni segrete utili per muoversi in esso, non ha a doversi fraintendere qual un appannaggio esclusivamente maschile. Al contrario…

« Ci sono molti canti atti a descrivere i cammini per muoversi attraverso il tempo del sogno. » mi spiegò il professore, con un sorriso appena accennato, consapevole della serietà di quanto stava accadendo e, in ciò, desideroso probabilmente di rendermi a mia volta edotta in tal senso, inconsapevole qual, altrimenti, sarei stata nel merito di tutto quanto « Questi canti non sono di pubblico dominio, giacché, come hai potuto ben sperimentare, il tempo del sogno è qualcosa di troppo pericoloso per permettere a chiunque di accedervi. E, per questa ragione, questi canti non sono neppure mai stati trascritti, restando parte di una tradizione orale, e di un tradizione orale trasmessa di padre in figlio, e di madre in figlia, nel momento in cui la nuova generazione viene riconosciuta in grado di sostituire la precedente. » continuò a illustrarmi, con tono moderato, quasi non volesse permettersi, con tale intervento didascalico, di aver rischiare di turbare la solennità di quel momento « Ho detto dii padre in figlio, e di madre in figlia, perché molti di questi canti hanno a doversi riconoscere qual appannaggio soltanto di un genere sessuale, in termini tali per cui mai un uomo potrebbe aver accesso ai canti propri delle donne, e viceversa. » soggiunse, a puntualizzazione dell’accenno precedente « L’anziana Myaree, la donna da cui ti sto accompagnando, è la detentrice dei canti propri delle donne di questo villaggio… e se ella ti giudicherà degna, se ella riconoscerà sincero il tuo cuore, sarà lei a poterti accompagnare nel proseguo del tuo cammino, e del tuo cammino all’interno del tempo del sogno. » sancì e concluse, in un’affermazione tutt’altro che banale... non nel considerare quanto mai, prima di allora, a un’occidentale fosse stata concessa una tale possibilità, e la possibilità di avvicinarsi così tanto al tempo del sogno e ai suoi segreti: non che, invero, per me sarebbe stata un’esperienza inedita.
« Finora mi hai tenuto ai margini della questione, affrontando sempre e soltanto tu il discorso con gli anziani del villaggio… » evidenziai, senza alcuna volontà critica a tal fine, e, anzi, ritrovandomi a essere obiettivamente caratterizzata da una certa gratitudine in tal senso, consapevole di quanto, in caso contrario, non avrei avuto nessuna possibilità di giungere sin lì « … come mai, ora, parli come se dovessi continuare da sola? Tu continuerai a essere presente, non è vero…?! » domandai, istintivamente legata a quel professore, e a quel professore che, in fondo, in quel momento, in quel frangente, avrebbe avuto a rappresentare l’unico contatto in mio possesso nei confronti del mondo dal quale provenivo… e dal quale, pur, stavo paradossalmente cercando un’occasione di fuga.
« No. » escluse egli, fermo nel tono della propria voce in quel netto diniego « Il mio ruolo, in questa questione, termina qui. » annunciò egli, arrestandosi, con tanto straordinario, quanto assolutamente casuale, tempismo, innanzi all’ingresso di una capanna, e della capanna propria dell’anziana Myaree « Io ho fatto tutto quello che potevo nel concederti quest’occasione… ma ora starà a te, Nóirín, trovare il tuo destino, scrivere il proseguo della tua storia. » dichiarò, scuotendo appena il capo, forse a enfatizzare ancora il diniego precedente o, forse e piuttosto, come compresi solo in seguito, a tentare di celare le lacrime che stavano colmando il suo sguardo, e che lo stavano allor colmano nel confronto con la consapevolezza propria di un potenziale addio « Se tutto andrà come vorrai, molto probabilmente non ci rivedremo più… e per quanto io non possa ovviare a invidiare l’audacia con la quale stai affrontando tutto questo, al tempo stesso non posso neppure fingere che tutto ciò non mi abbia a spaventare. » ammise, sforzandosi ora di impegnarsi in una sorta di sorriso, per quanto incredibilmente tirato « Spero che tu mi vorrai perdonare se, quindi, ora ti porrò una domanda… è davvero questo che vuoi?! »

E se obiettivamente difficile sarebbe stato argomentare il perché di tale mia scelta, e di argomentarlo con una persona che, in fondo, non avrebbe potuto vantare una conoscenza sì approfondita di me, della mia storia o della mia famiglia, nel profondo del mio cuore io non avrei mai potuto negarmi la volontà, quasi disperata, di ricongiungermi a mia sorella…

domenica 16 giugno 2019

2943


Che una qualche consapevolezza fosse stata, in tal maniera, maturata da parte del professore, avrebbe avuto a doversi considerare ormai un dato di fatto. Che tale consapevolezza, tuttavia, avesse a doversi riconoscere qual sì banalmente assimilata, tuttavia, avrebbe avuto ancora a doversi dimostrare.
E avrebbe avuto a doversi dimostrare, allora, non in quel momento, non in quel contesto, ma in un momento e in un contesto diversi. Un momento e un contesto che, pertanto, avrebbero richiesto un necessario aggiornamento, giacché, dopo più di mezz’ora di occupazione di quell’ufficio, sarebbe stato allor opportuno per entrambi che io avessi ad andarmene, per lasciare spazio ad altri studenti e, in parallelo a ciò, per concedere al mio interlocutore, ormai convinto della mia interpretazione sulla realtà dei fatti, occasione utile a poter maturare anche una qualche coscienza nel merito della più opportuna via da percorrere per venirmi incontro, e per offrirmi l’aiuto del quale, allora, avrei potuto avermi a considerare necessaria.
Un aiuto, quello da me richiesto, del quale non venne fatto segreto alcuno… non, quantomeno, nel considerare quanto, dopo la sua ammissione nel merito del fatto che io, realmente, avevo visitato il tempo del sogno, il mio intervento successivo ebbe a declinarsi nella sola, e mai celata, direzione entro la quale avrei allora avuto a voler spingere i miei passi.

« “Una volta eliminato l'impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev'essere la verità.” » avevo citato a memoria, istigata dal suo accenno ad Arthur Conan Doyle.
« Tu hai viaggiato realmente nel tempo del sogno! » aveva replicato egli, confermando, in tal senso, quanto tutto ciò non avesse più a doversi considerare un mio delirio personale, quanto e piuttosto un dato di fatto.
« Sì. » avevo quindi incalzato, annuendo « E quanto desidero ottenere, ora, è la possibilità di tornarvi ancora una volta… per raggiungere la mia gemella, trovando, attraverso il tempo del sogno, una via utile a violare i confini propri di questa realtà! »

La bomba era così stata sganciata e… boom… era esplosa.
Una bomba, quella propria di un’affermazione tanto sconvolgente e folle, che in molti avrebbero avuto, necessariamente, a considerare espressione di un qualche disagio psichico da parte mia, e che pur, allora, il professor Henry Thomas non poté che accettare quietamente, avendo in quegli ultimi minuti avuto a dover scendere a patti con qualcosa di ben più amplio rispetto a tutto quel dettaglio, e a quel dettaglio che, in fondo, avrebbe avuto a doversi riconoscere quasi minimale nel confronto con tutto il resto.
A confronto con tale necessario rinvio, quindi, ci demmo appuntamento per il mattino seguente, davanti al centro culturale. Il professore, infatti, mi comunicò di aver bisogno quantomeno di quell’intera giornata per sistemare i propri affari prima di potermi accompagnare da chi, allora, avrebbe potuto concedermi le risposte utili alle mie domande. E se, una tale affermazione, avrebbe dovuto pormi in guardia a confronto con l’idea di un viaggio, e di un viaggio non propriamente breve, quando il mattino successivo ebbi a presentarmi al museo, dimostrando una certa ingenuità non mi riservai alcuna possibilità di intendere, correttamente, quanto di lì a breve sarebbe accaduto, e sarebbe accaduto nel vedermi accompagnare dal professore, in auto, sino al più vicino aeroporto, dove, salendo a bordo di un piccolo bimotore probabilmente con non meno di mezzo secolo di vita sulle spalle, ci ritrovammo a prendere il volo, e a dirigerci verso nord.
E se, nel confronto con la prospettiva di voler partire per un viaggio interdimensionale, il ritrovarmi guidata a bordo di un aereo per una destinazione non meglio precisata, non avrebbe dovuto obiettivamente turbarmi, non potei ovviare a pormi non poche domande nel merito della destinazione di quel volo, e di quel volo arrangiato in tempi tanto brevi, in maniera tanto affrettata, in compagnia di qualcuno che pur, obiettivamente, avrebbe dovuto considerarsi qual un perfetto sconosciuto alla mia attenzione. Ciò non di meno, dopo aver tanto dovuto faticare per riuscire a ottenere un minimo di credito innanzi all’attenzione del professore, non volli, allora, rischiare di avere a perdere posizioni, ragione per la quale ebbi a tenere per me ogni mio dubbio, benché, innanzi a noi, all’orizzonte, null’altro stesse allor apparendo se non la vastità sterminata dell’entroterra australiano.
Per mia fortuna, dopo circa venti minuti dal nostro decollo, il professor Henry Thomas ebbe a maturare evidente consapevolezza di dovermi concedere qualche dettaglio in più nel merito di quel viaggio, e di quel viaggio nel quale, fondamentalmente, mi aveva trascinata senza rivolgermi più di una dozzina di parole, nessuna delle quali, poi, propriamente relativa a quanto stesse accadendo. Così, offrendo una pacca sulle spalle al pilota del piccolo aeroplano, che a quanto avevo compreso doveva essere un suo vecchio amico, egli ebbe a slacciarsi la cintura di sicurezza e a muoversi, con sufficiente confidenza, malgrado gli inevitabili traballii del mezzo, verso la piccola stiva posteriore, là dove, seduta in termini che difficilmente avrebbero avuto a definirsi comodi, avrebbe avuto a dover essere identificata la sottoscritta, sistemata con il sedere su un cuscino sfatto e con le spalle contro una parete.

« Tutto bene?!… » mi domandò, accomodandosi di fronte a me, sul fronte opposto dell’aeroplano, prendendo posizione su una piccola cassa di legno lì stipata « La sistemazione, lo comprendo, non è delle migliori… ma questo è il mezzo più efficiente e rapido per raggiungere l’outback, l’entroterra desertico australiano. » mi spiegò, offrendomi un sorriso che desiderava apparire rassicurante e incoraggiante, al di là di quanto, eventualmente, l’idea di essere trasportata in uno dei luoghi più inospitali del Creato avrebbe probabilmente avuto a non dovermi entusiasmare.
« E una volta raggiunto l’outback…? » domandai, obiettivamente incerta sul senso ultimo di quella gita fuori porta… e quella gita fuori porta che, nelle unità di misura quotidianamente in auge in un Paese vasto come l’Australia avrebbe potuto comportare qualche ora di volo sul nulla più assoluto, a seconda di quanto, effettivamente, egli avrebbe voluto addentrarsi in quel territorio che, non a caso, avrebbe avuto a doversi riconoscere equivalente a un intero continente… più piccolo rispetto ad Asia, Africa o America, e, ciò non di meno, con soltanto pochi milioni di chilometri quadrati in meno rispetto alla mia natia Europa, benché popolato da poco più di un trentesimo degli abitanti, con una variazione di densità media a dir poco imbarazzante « Spero bene che tu abbia anche concordato il volo di rientro… » soggiunsi, con tono ironico, a cercare di sdrammatizzare quel lieve senso di disagio nell’incertezza allora impostami sul mio domani.
« Una volta giunti a destinazione, spero che tu sia in grado di trovare le risposte che stai cercando, e, soprattutto, di meglio comprendere cosa ti sia accaduto. » mi confermò egli, annuendo appena « Dal canto mio, lo ammetto, non ho conoscenze sufficienti per poterti essere effettivamente d’aiuto… ma solo per guidarti a coloro i quali potranno, fungendo da intermediario con gli stessi. »

Avrei dovuto capirlo da sola. Avrei dovuto immaginarlo. Il professor Henry Thomas, per quanto sicuramente insigne conoscitore delle tradizioni del suo popolo nonché apprezzabile e dotto membro della comunità accademica locale, avrebbe avuto a doversi considerare forse troppo inserito all’interno della moderna “civiltà occidentale” per potermi realmente guidare attraverso i tortuosi sentieri propri del tempo del sogno.
Ciò non di meno, e ancora una volta in termini probabilmente prevedibili, avrei anche dovuto attendermi quanto, quell’uomo, avrebbe avuto, allora, a potersi considerare il tramite migliore per poter giungere a coloro i quali, meglio di chiunque altro, avrebbero potuto effettivamente istruirmi nel merito di quello strano mondo, delle sue regole e, soprattutto, delle sue possibilità. E di quelle possibilità che, io stessa, avevo giù impiegato a mio stesso vantaggio in maniera inconsapevole, e che, allora, avrei voluto apprendere come poter altresì impiegare in maniera più conscia, più determinata e deterministica, qual, pur, mi avrebbe avuto a servire per il raggiungimento dei miei scopi.

« Grazie. » mi limitai pertanto a chinare appena il capo, a esprimere la mia più sincera gratitudine per quanto, in tal maniera, egli mi stava così concedendo.

sabato 15 giugno 2019

2942


In silenzio, questa volta, egli accettò di ascoltarmi. E accettò di farlo senza compromessi, senza esitazioni, senza mezze misure, concedendomi, in tal senso, tutta la sua attenzione e tutto il suo interesse, in termini che, speranzosamente, non avrebbero avuto a dover essere fraintesi qual animati da faziosità o pregiudizio e che, per tale ragione, mi vide impegnata a esprimermi a ruota libera, senza riservarmi alcun genere di freno o di inibizione, condividendo con lui non una qualche versione censurata dei fatti, quanto e piuttosto la più sincera e trasparente verità… o, quanto meno, ciò che dal mio personalissimo punto di vista avrebbe avuto a doversi intendere qual tale.
Dal canto mio, quindi, tutto ciò non poté che risultare addirittura liberatorio. E liberatorio nella misura in cui, sino a quel momento, sino a quel giorno, non avevo potuto fare parola di nulla di quanto occorso nella mia vita in quegli ultimi anni con alcuno, se non con mio padre, testimone e, in parte, protagonista mio pari di parte della vicenda, ritrovandomi costretta a un silenzio tale da far percepire, psicologicamente, tutto quello quasi come qualcosa di sbagliato, qualcosa di cui avere a doversi vergognare, qualcosa da nascondere, benché, all’atto pratico, nulla avessi mai compiuto di sbagliato in tutto ciò. Avere, quindi e finalmente, l’opportunità di parlarne, e di parlarne apertamente, e di parlarne con un perfetto estraneo, qual, dopotutto, il professor Henry Thomas avrebbe avuto a doversi giudicare a confronto con la mia vita e la mia quotidianità, non poté che risultare semplicemente e addirittura liberatorio. Quasi come se, finalmente, mi fosse stata concessa nuovamente l’opportunità di muovermi dopo essere stata a lungo incatenata a un muro… o quasi mi fosse stata concessa nuovamente l’opportunità di camminare dopo esser stata a lungo bloccata su una sedia a rotelle, in una metafora tutt’altro che casuale.
Sì. Dopo aver trascorso troppi anni della mia esistenza a non poter vivere completamente la mia stessa quotidianità, il ritrovarmi a dover porre freni di sorta alla medesima non avrebbe avuto a doversi riconoscere per me qual positivo… né, tantomeno, di auspicabile. Ed essere così nuovamente libera di parlare, e di parlare a ruota libera, non avrebbe potuto che risultare per me qual tornare a inspirare aria a pieni polmoni dopo un lungo, lunghissimo periodo di apnea.

« E quando riaprii gli occhi, ritrovandomi nella mia stanza, non potei ovviare a ritenere, in un primo momento, quanto tutto quello altro non fosse stato che un sogno: un sogno strano, un sogno complicato, un sogno assurdo, e pur sempre e soltanto un sogno. Se nonché, innanzi al mio sguardo, e al mio sguardo allor impegnato a ritrovare contatto con la realtà, e con la realtà propria della mia camera, non ebbe a incontrare quanto lì rimaneva della mia sedia a rotelle, la sera prima lasciata quietamente accanto al mio letto e, in quel momento, ridotta a un intreccio distorto di metallo quasi informe, quasi irriconoscibile, per così come solo avrebbe potuto essere se solo fosse stata travolta da un autotreno o se solo, e piuttosto, le fosse crollata addosso un’enorme pietra vulcanica, qual quelle proprie della piramide nera. » conclusi, giungendo in tal maniera all’ultimo, e più sconvolgente capitolo, del mio racconto « Uno spettacolo tanto sorprendente, quanto spaventoso, a confronto con il quale, in maniera istintiva, ebbi a compiere un balzo all’indietro, e a compiere un balzo utile a spingermi al lato opposto del mio letto, con occhi fuori dalle orbite, respiro bloccato in gola e, soprattutto, eretta sulle mie due gambe… sue queste due, nuove e meravigliose gambe, così diverse, così estranee a quelle che pur, per quasi tutta la mia vita, mi hanno accompagnata. »

Se anche, allora, le mie parole avrebbero avuto a doversi riconoscere folli nel confronto con il giudizio del mio interlocutore, quantomeno la mia narrazione non avrebbe avuto, probabilmente, a doversi fraintendere sì spiacevole alla sua attenzione, non ove, quantomeno, il suo sguardo si poneva completamente catturato dalla mia prosa, in termini tali sicuramente da compiacere la mia vanità femminile, ma, anche, da farmi sperare per il meglio, e da farmi sperare per il meglio nel merito dell’esito finale di tanto impegno da parte mia, un esito finale che, allor, avrebbe potuto condurre a una semplice e grassa risata o che, piuttosto, avrebbe potuto ritrovare il mio interlocutore finalmente convinto nel merito della mia posizione e, magari, anche e persino desideroso di aiutarmi.
In ciò, quando, dopo quelle ultime parole, ebbi alfine a tacere, maturando solo allor consapevolezza di essermi dilungata per quasi mezz’ora, con buona pace delle persone in attesa là fuori, il professore non ebbe immediatamente a reagire. Al contrario egli restò per un lungo, lunghissimo istante in silenzio, forse neppur rendendosi conto di quanto, effettivamente, avessi allor concluso la mia narrazione, e in ciò, ancor, tacendo nel ritenere potessi avere altro da aggiungere.
Ma quello era tutto… e, forse, era persino troppo. In misura tale per cui, allora, avrebbe avuto a dover essere intesa qual sua l’occasione di prendere voce, e di prenderla, alfine, in un giudizio di merito a riguardo di quanto appena ascoltato, e di quanto, in ciò, avrebbe potuto accettare o, piuttosto, rifiutare, ma che, certamente, non avrebbe potuto ignorare. Non più. Non allora. Non dopo avermi ascoltata così a lungo, e con cotale assoluto interesse.

« Io… » esitò ancora, muovendo appena le labbra senza, tuttavia, riuscire a scandire una singola parola, probabilmente in conseguenza alla difficoltà per lui lì presente, in quel frangente, di articolare entro i confini della sua mente un pensiero di senso compiuto utile a condividersi « … questa storia… » cambiò soggetto, riformulando la frase precedente, evidentemente già scemata a confronto con la sua attenzione « … questa storia è così assurda che… oh, mamma… come dire?! Fosse inventata meriterebbe probabilmente di essere adattata in una serie televisiva di Netflix. »
« … » non riuscii a commentare, nel timore di aver appena sprecato un’ulteriore mezz’ora della mia vita a renderlo partecipe di quanto, dal suo punto di vista, altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non qual un’interessante spunto per una qualche serie d’avventura.
« Tuttavia… fosse inventata, ciò avrebbe necessariamente a sottintendere anche un pericoloso squilibrio mentale da parte tua... posso darti del tu, vero?!... » domandò, evidentemente in quel momento impossibilitato a mantenere ancora un qualche formale distacco fra noi, in quello che, forse, avrebbe avuto a dover essere inteso qual un segno positivo ancor più di ogni altra parola da lui pronunciata sino a quel momento « Cioè… nessun attore, per quanto bravo, sarebbe in grado di recitare un simile monologo con lo stesso evidente e sincero trasporto emotivo che ti ha contraddistinta nel corso di questa narrazione. Ergo, che tutto questo sia reale o no, certamente ha da intendersi qual vero per te, dal tuo personale punto di vista… »
« … » mi censurai nuovamente, nel timore di aver appena sprecato un’ulteriore mezz’ora della mia vita a renderlo partecipe di quanto, dal suo punto di vista, altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non qual la quieta dimostrazione di uno disturbo schizofrenico da parte mia, tale da potermi portare a un immediato internamento nel più vicino ospedale psichiatrico, avvolta in un bianco camice dalle lunghe maniche e chiusa in una stanza altrettanto bianca con comode pareti imbottite.
« … ma, a costo di rischiare di apparire a mia volta fuori di testa… io non credo che tu sia pazza. » soggiunse, scuotendo il capo e, in tal senso, dimostrando sufficiente attenzione ad anticipare la mia ovvia conclusione, e quell’ovvia conclusione in conseguenza alla quale, allora, quel discorso non avrebbe potuto terminare bene per alcuno dei due « E se tu non sei pazza, e non stai mentendo… ineluttabile credo abbia a doversi considerare la conclusione suggerita da Arthur Conan Doyle. »
« “Una volta eliminato l'impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev'essere la verità.” » citai a memoria, una delle più celebri frasi di Sherlock Holmes, e una frase che, in quel mentre, declinata nel confronto del professore con la mia narrazione, non avrebbe potuto ovviare a condurre a un’unica conclusione da parte sua.
« Tu hai viaggiato realmente nel tempo del sogno! » annuì egli, esplicitando, in tal maniera, la parafrasi propria di quella citazione.

venerdì 14 giugno 2019

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Nel terzo, nonché ultimo, atto di una celebre opera di Verdi, il tenore protagonista canta pochi versi famosi in tutto il mondo, e famosi anche al di là dei confini propri degli amanti della lirica: “La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensier.”. E se facile, oggigiorno, potrebbe essere l’indignazione a confronto con una tale discriminante generalizzazione, tali versi non possono fare a meno di risuonare nelle mie orecchie, nella mia mente, a confronto con il ricordo di quanto accadde di lì a poche ore più tardi, il giorno successivo. E a confronto con il ricordo di come quel mio perentorio e definitivo “Manco morta!” ebbe allor a mutare completamente nel proprio incedere, e a proporsi, piuttosto, qual un “Già che sono qui, sarebbe stupido escludere a priori questa possibilità.”, in termini tali per cui, allorché partire, allorché allontanarmi da quella città come avrei già dovuto compiere il giorno precedente, ebbi a decidere di soggiornare lì ancora almeno sino all’indomani, per concedermi una nuova occasione di confronto con il professore, e con quanto, potenzialmente, egli avrebbe potuto avere a dirmi. Insomma… “La donna è mobile qual piuma al vento…”.
Così, allorché porre quanta più distanza possibile fra me e quella città, nonché fra me e quell’uomo che, nel giro di pochi giorni, aveva mutato molteplici volte ruolo, passando da ipotetico mentore ad antagonista, sino e ancora a supposto adiuvante, la mattina di quel nuovo giorno ebbi a tornare a occupare un posto in coda in quello stesso corridoio nel quale già, due giorni precedenti a quello, avevo speso parte del mio tempo, in un’aspettativa carica di speranza che, tuttavia, era stata poi spiacevolmente tradita. E se, una parte di me, non desiderava sprecare la potenziare risorsa che quell’uomo avrebbe allor potuto incarnare per il mio intento ultimo, un’altra parte di me non avrebbe potuto continuare a domandarsi cosa accidenti stessi sperando di ottenere a prendere nuovamente parte a quella giostra, e a quella giostra dalla quale, pessimisticamente, non sarei potuta uscire con maggiore soddisfazione rispetto alla prima volta. Fu proprio questa seconda parte a prendere il controllo nel momento in cui, puntuale come la prima volta, il professor Henry Thomas fece il proprio ingresso in scena, salutando come da programma tutti gli studenti e le studentesse lì in coda, uno a uno, una a una, nello scandire i cognomi di tutti quanti, di tutte quante, e nel scatenare, nel mio cuore, un’istintiva reazione di fuga, e un’istintiva reazione di fuga allor giustificata, dopotutto, dallo spiacevole esito del nostro primo incontro, e dalle tutt’altro che gradevoli premesse alla base del successivo.
Ma, forse intuendo quanto precaria avrebbe avuto a doversi riconoscere la mia presenza lì, in quel momento, o, forse, a tenere fede alla propria promessa, e a quella promessa nel confronto con la quale non mi sarebbe dovuto veder destinato l’ultima posizione della fila, quando egli giunse a me, e dovette pronunciare il mio nome, e il saluto al mio indirizzo, tali ebbero a essere le sue parole…

« Signorina Mont-d'Orb… » mi apostrofò, al pari di tutti gli altri « … sono lieto di vedere come abbia voluto prendere in esame il mio invito e abbia voluto offrir seguito al nostro precedente incontro. » argomentò, per poi soggiungere « Confidando nella comprensione di tutti, la invito a voler passare in testa alla coda, in maniera tale da poter affrontare immediatamente la questione relativa alla sua particolare esperienza e da liberarla nel minor tempo possibile. » incalzò, volgendo quindi lo sguardo da me, a tutte le altre persone lì presenti in fila, soprattutto innanzi a me « Vi sono obiezioni a tal riguardo…?! »

Nessuna obiezione, ovviamente, si parò fra me e il posto a me assegnatomi dalla volontà del docente, vedendomi, conseguentemente, accompagnarlo in quel percorso verso il proprio ufficio, passando, di conseguenza, innanzi a quattro altri giovani che, sicuramente, avrebbero avuto più diritto di me di essere lì in quel momento, e che pur, ignorando la mia più completa estraneità nel confronto con tutto quello, non ebbero a poter sollevare voce alcuna in mio contrasto.
In ciò, quindi, mi ritrovai subito all’interno del piccolo, ma variopinto, ufficio del professor Thomas, quietamente invitata, da un cenno della destra del medesimo, ad accomodarmi nel medesimo posto che già avevo occupato in occasione della mia precedente visita, quasi, in ciò, a riprendere l’intero discorso là da dove rimasto in sospeso due giorni prima...

« Eccoci qui. » sorrise, con un sorriso meno spontaneo rispetto a quello che mi aveva offerto il primo giorno, evidentemente provando anch’egli un certo disagio nel riprendere quel confronto, e nel riprenderlo dopo che troppe parole erano state pronunciate con intenti tutt’altro che sodali su entrambi i fronti « … chi inizia?! » soggiunse poi, accennando una lieve risatina, un po’ troppo forzata per i miei gusti e per poter avere speranza di riuscire ad apparire spontaneo qual, probabilmente, avrebbe voluto sperare di poter risultare.
« Posso iniziare pure io, se lo desidera. » replicai, desiderando offrire evidenza di non avere desiderio di arroccarmi sulla difensiva, e, al contrario, di volermi proporre quanto più collaborativa possibile, benché, a sua volta, anch’egli avrebbe avuto a doversi impegnare in tal senso per non vanificare l’intera cosa, per così come, allora, non mancai di voler evidenziare « Ciò non di meno, prima di impegnarmi in un qualunque genere di discorso, gradirei poter capire con qual genere di interlocutore avrò a ritrovarmi a confronto. Perché, in tutta onestà, non posso ovviare al timore di ritrovarmi nuovamente a vivere un confronto come quello dell’altro ieri… e, se a quello dovremo sospingerci, spero che potrà perdonarmi se, allorché attendere l’ineluttabile disastro, preferirò ora alzarmi e andarmene. E andarmene una volta per tutte. » definii, ferma in tale proposito di ritirata, all’occorrenza più che pronta a levarmi di torno e a porre la più volte posticipata parola “fine” sull’intera questione, e su quel capitolo della questione, in particolare, riguardante quell’uomo e quella città.
« Le posso assicurare che non ha a doversi fraintendere mio interesse il ripetersi di dinamiche già occorse fra noi. » dichiarò tuttavia egli, scuotendo il capo « Purtroppo non è nelle mie possibilità mutare quanto è stato, ma quello che posso fare, ora, è impegnarmi al fine di offrirle tutta l’attenzione di cui può necessitare e, in ciò, tentare di comprendere, insieme a lei, qualcosa di più su quanto le possa essere accaduto e, soprattutto, sul perché tutto ciò le sia accaduto. »

La presa di posizione del professore, francamente, non avrebbe potuto ovviare a risultare abbastanza forzata, in quella propria dichiarata volontà di collaborazione con me, e in quella propria altrettanto dichiarata volontà di quieta apertura mentale che, allora, avrebbe desiderato eleggere qual proprio manifesto programmatico, entro i confini propri di quel discorso, e di quel discorso iniziato nel peggiore dei modi possibili. Ciò non di meno, avrebbe avuto a dover essere quietamente apprezzato il suo impegno, e il suo impegno in direzione, allora, di un approccio più costruttivo rispetto al precedente, motivo per il quale, se allora mi fossi tirata indietro, l’errore sarebbe divenuto nuovamente ed esclusivamente mio, in un pregiudicante rifiuto di ogni interazione con lui… un pregiudicante rifiuto che, tuttavia, sarebbe quindi risultato quantomeno assurdo, nel considerare la mia presenza lì, in quel momento.
Così annuii. E annuii ad accettare la possibilità di tregua in tal maniera stabilita fra noi.
E accettando tale possibilità, non avrei potuto ovviare, allora, a dover rendere nuovamente qual mio il ruolo di narratrice, a conduzione di un discorso iniziato e mai concluso, accennato e mai approfondito. E di un discorso la pienezza del quale, allora, avrei condiviso con il mio interlocutore, a concedergli piena consapevolezza nel merito di quanto mi fosse accaduto, e di tutto il necessario contesto a contorno di ciò, iniziando, pertanto, a narrare, ancor prima della mia storia, la storia della mia gemella, e le vicende che l’avevano condotta ad abbandonare il nostro piano di esistenza per intraprendere un lungo cammino, un lungo peregrinare attraverso il multiverso sulle ali della fenice, all’inseguimento dello spirito maledetto di un’oscura e antica regina proveniente da un mondo egualmente estraneo al nostro.
Una narrazione non facile da digerire, la mia… e pur, allora, una narrazione onesta, sincera e quanto più possibile dettagliata, soprattutto quando, alfine, giunsi a parlare della mia esperienza nel tempo del sogno, e di tutto ciò che, alfine, mi aveva ricondotto a camminare sulle mie gambe, e su due gambe belle, sane e perfette come mai avevo avuto possibilità di vantare in vita mia.