11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 11 gennaio 2019

giovedì 25 aprile 2019

2891


Midda Bontor non era mai stata solita concedersi occasione utile a scoraggiarsi. Ciò non di meno, in buona parte della sua vita, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la figura più testarda presente in scena, in termini tali per cui, proprio malgrado, la caparbietà dimostrata da parte di Pitra Zafral nel difendere le proprie posizioni non avrebbe potuto ovviare a disorientarla, spingendola a domandarsi se davvero la propria fosse stata una scelta azzeccata.
Tuttavia, benché spingersi nel cuore stesso di Loicare non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto necessariamente qual privo di problemi e di rischi, a fronte delle ultime informazioni giunte in loro possesso ella non avrebbe potuto ovviare a cercare quel contatto, e cercare quel contatto qual quello dell’unica risorsa a lei nota, e per lei sufficientemente affidabile, all’interno della complessa gerarchia di potere di quel mondo, di quel sistema stellare. Anche nell’ipotesi di poter vantare effettiva conoscenza nel merito dell’attuale identità della regina Anmel Mal Toise, informazione pur non in loro possesso, infatti, improbabile sarebbe stato per un pugno di uomini e donne, quali quelli propri della Kasta Hamina, poter pensare di offrire battaglia al cuore stesso di Loicare, il suo omni-governo, senza un qualche solido aggancio all’interno, qualcuno che potesse aiutarli a giungere sino al loro obiettivo senza, necessariamente, dover affrontare una delle più imponenti forze militari esistenti nell’universo conosciuto. E, proprio a tal fine, avrebbe avuto a doversi riconoscere l’utilità ipotizzata per il loro accusatore preferito… lo stesso che, purtroppo, in quel particolare momento, non si stava dimostrando particolarmente collaborativo nei loro riguardi.
Consapevole, in ciò, di non avere comunque alternative a trovare occasione di scendere a patti con lui, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto permettere alla di lui ostinazione di prevalere su di lei. Anzi… a qualunque costo ella avrebbe avuto a dover trovare occasione, se non di condurlo dalla propria parte, quantomeno di innestare in lui il seme del dubbio, in termini tali che, con un po’ di fortuna, alla fine sarebbe stato proprio lui a rendersi conto di tutte le incoerenze in quanto stava lì accadendo, e sarebbe stato proprio lui a cercarla, nella necessità di scendere a patti con quella situazione, per quanto assurda essa avrebbe potuto essere giudicata innanzi al suo sguardo.
A interrompere, tuttavia, il loro confronto, e a interromperlo in quel momento voltosi a proprio apparente discapito, ebbe a subentrare l’insistente suono del campanello d’ingresso, un suono che, in verità, ella non avrebbe avuto a dover allora udire, giacché, nella presenza a guardia dell’appartamento di Lys’sh e Be’Sihl, nessuno avrebbe avuto a doverli disturbare. Ergo, se quel campanello stava bussando, facile sarebbe stato intendere la presenza di una ragione di allarme, di pericolo, e un pericolo che, allora, avrebbe sicuramente fatto meglio a non sottovalutare…

« Perdonami un istante… » si scusò, pertanto, con il proprio anfitrione, muovendosi in direzione dell’ingresso all’appartamento, per andare a rispondere a quell’ossessivo richiamo.
« Ma prego… fai pure come fossi a casa mia. » ironizzò l’uomo, non negandosi, in un sospiro, di volgere lo sguardo metaforicamente verso il cielo, a invocare la clemenza di qualche entità superiore, e di qualche entità superiore nella cui benevolenza, allora, egli sarebbe riuscito a liberarsi di quell’incomoda ospite, arrogatasi il diritto di gestire casa sua come fosse propria « Non che finora non ti sia presa ogni libertà… » puntualizzò, quasi a voler ovviare a equivoci di sorta nel merito dell’intento di quella propria sarcastica osservazione, nell’eventualità in cui ella non avesse a comprendere quanto, da parte sua, tutto ciò avesse a doversi intendere, per l’appunto, un intervento a dir poco causticamente grottesco.

Malgrado l’impegno ad apparire mordace nel proprio intervento, e, addirittura, a esplicitare quanto, per l’appunto, tale intervento non avesse a dover essere frainteso nelle proprie ragioni, l’Ucciditrice di Dei non sembrò particolarmente impressionata da tutto ciò. Al contrario, ella parve ignorare completamente la sua risposta, così come se egli non avesse neppure aperto bocca. E come se egli non avesse aperto bocca, né avesse ragione per obiettare qualcosa nel confronto con l’arrogante libertà che ella si stava riservando entro i confini del suo appartamento, la donna guerriero si mosse sino alla porta d’ingresso, aprendola con un gesto delicato, ma deciso, della propria mancina, non avendo da temere, idealmente, nessuna minaccia da là fuori, nella fiduciosa certezza di quanto, qualunque problema avrebbe potuto mai esservi, i suoi amici sarebbero stati in grado di affrontarlo.
La porta, tuttavia, non fece neppure in tempo a dischiudersi che una rapida e agile figura femminile ebbe ad avanzare all’interno dell’appartamento, dimostrando una decisa concitazione e, in tal senso, immediatamente richiudendo l’uscio alle proprie spalle, quasi a impedire a qualche minaccia esterna di poter varcare, a sua volta, quel passaggio. E se agitati ebbero a risultare i suoi gesti, pari senso di ansia ebbe a trasparire dal suo volto, un volto più che noto alla Figlia di Marr’Mahew, nell’essere quello della propria amica sororale Lys’sh.

« Che succede…? » domandò, quindi, ella, ponendo istintivamente mano all’impugnatura della propria spada bastarda, nel prepararsi al peggio, in qualunque sembianza esso avrebbe avuto a presentarsi « Dov’è Be’Sihl…?! » soggiunse poi, non potendo ovviare a portare il proprio preoccupato pensiero al suo amato, e al suo amato evidentemente rimasto fuori dalla porta, in compagnia di qualunque minaccia potesse sussistere all’esterno dell’appartamento.
« Una donna… una donna ci ha aggrediti. » annunciò con fare concitato la giovane ofidiana, osservando l’amica con occhi sgranati per lo spavento « Non so chi fosse, né cosa volesse… ci ha attaccati e ha steso Be’Sihl con un sol gesto. » scosse il capo, a sottolineare quanto, purtroppo, egli non avesse avuto molte possibilità di difesa nel confronto con una tale antagonista « Nell’enfasi della lotta sono riuscita a precipitarla giù dalle scale… ma temo non abbia a doversi considerare qual una soluzione definitiva. » puntualizzò, piegando la linea della propria bocca, e quella linea non ornata da labbra, verso il basso, a dimostrare tutto il proprio disappunto a tal riguardo « Dobbiamo andarcene di qui… prima che ella ritorni! »

In ubbidienza alla preoccupazione per la sorte del proprio amato, Midda avrebbe allora aperto la porta e si sarebbe precipitata fuori, a cercare di raggiungerlo e ad affrontare, per proteggerlo, qualunque minaccia avrebbe mai potuto attenderla là fuori. In ascolto, tuttavia, a un minimo di raziocinio tattico, nel confronto con l’evidente sconvolgimento che quell’avversaria era stata in grado di imporre a una combattente esperta qual Lys’sh, ella non avrebbe dovuto agire con eccessiva imprudenza, gettandosi a cercare il cieco confronto, a testa bassa, con qualunque minaccia là fuori potesse star attendendola. E se una minaccia là fuori la stava attendendo, una persona avrebbe dovuto avere a riconoscersi, certamente, informata a tal riguardo… l’accusatore Pitra Zafral!
Così, allorché offrire ascolto al proprio cuore, ella ubbidì ai dettami della propria mente, e si volse per fare rapido ritorno verso la sala dove aveva lasciato il proprio prigioniero. E lì ritrovandolo, ancora seduto al tavolo attorno al quale si erano confrontati sino a quel momento, ella non esitò a muoversi con foga verso di lui, per porgli una questione tanto semplice quanto diretta…

« Oltre alla guardie che abbiamo steso, c’è qualcun altro preposto alla tua sicurezza…?! » lo inquisì, certa che la presenza di una tale avversaria, là fuori, non avrebbe avuto a doversi considerare in nulla qual casuale.

Prima, tuttavia, che egli potesse avere occasione di formulare una risposta, il suo istinto guerriero, quel sesto senso maturato in molti, troppi anni di battaglie, di guerre, utile a difenderla anche laddove la sua concentrazione avrebbe avuto a doverla riconoscere distratta su un diverso fronte, ebbe allora a imporle di cogliere un inquietante riflesso sulla superficie di vetro di un quadro posto alle spalle del proprio interlocutore, e un inquietante riflesso allora volto a palesare, alle proprie spalle, la medesima figura di Lys’sh lì improvvisamente impegnatasi a sollevare la propria arma verso di lei, per menare con quieta fermezza il colpo che l’avrebbe posta fuori combattimento.

mercoledì 24 aprile 2019

2890


« Ahia. » si lamentò, stringendo i denti e storcendo le labbra verso il basso, a dimostrare tutta la propria più quieta contrarietà nel confronto di quanto occorso e, in particolare, dell’essersi concessa opportunità di garantire a quell’uomo occasione di sorprenderla e di ribaltarla con tanta facilità.
« Non ho idea di chi voi siate o di cosa vogliate, ma ti posso assicurare che tu e la tua amichetta vi pentirete di essere venute a cercare rogne qui su Loicare! » avvisò l’uomo, un tipaccio sì poco raccomandabile, nell’aspetto, nei modi e, soprattutto, nella propria imperiosa stazza, da lasciar supporre, senza eccessivo sforzo di immaginazione, a uno strano incrocio fra un umano e un tauriano, o, forse, fra un umano e un ursiano, qual unica giustificazione all’esistenza di un simile individuo.

E se la carica di quell’individuo non avrebbe potuto ovviare a preoccupare chiunque, avesse il di lui potenziale antagonista a dover essere riconosciuto qual un esperto guerriero piuttosto che all’ultimo degli scudieri, Rula non ebbe occasione di maturare effettiva ansia al confronto con quell’immagine, con quella scena, nell’evoluzione che presto essa ebbe a riservarsi, e a riservarsi nell’ingresso, all’interno del suo campo visivo, della mirabile bruna bellezza della straordinaria Duva Nebiria, sua amica, compagna d’arme, nonché primo ufficiale, la quale sino a lì sopraggiunse giusto in tempo per andare a colpire, con il pomello della propria spada, il retro della nuca di quell’uomo, e colpirlo, allora, nel mentre di una costretta elevazione, di un necessario salto lì utile a spingerla a coprire l’inquietante altezza di quell’individuo.
Un colpo deciso, un colpo secco, quello che ella non si frenò dal precipitare mirando alla congiuntura fra il collo e il cranio, che non avrebbe potuto perdonare alcuno e che, in quel mentre, non ebbe a dimostrare per lui la benché minima misericordia, spegnendo istantaneamente la sua coscienza e lasciandolo precipitare a terra come una marionetta alla quale fossero stati tagliati i fili.

« Mi stavo iniziando a preoccupare! » la salutò Duva, sorridendo sorniona, non priva di una certa soddisfazione nel vedere precipitare a terra quel bestione, pur consapevole di quanto, allora, la battaglia non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual conclusa, quanto e piuttosto semplicemente iniziata « Te la sei presa un po’ troppo comoda, eh…?! » si lamentò scherzosamente, tendendole la propria mancina per aiutarla a rialzarsi, nel contempo in cui, un attimo dopo, si ritrovò a levare la propria destra, e la spada lì impugnata, a proteggersi da un fendente, e da un brutale fendente a lei destinato da uno dei loro ancor non meglio definiti antagonisti.
« … sono stata un po’ impegnata a imparare a volare. » ironizzò Rula, per tutta replica, scuotendo appena la testa nel non piacevolissimo ricordo dei propri due balzi, e di quei due balzi, in verità, terminati entrambi nel modo migliore, e che, ciò non di meno, non si sarebbe arrischiata a ripetere… non quantomeno e di certo nell’immediato « Sai che non è per nulla facile senza un paio di ali sulla schiena?! » sorrise divertita, lasciandosi accompagnare a rialzarsi dal gesto dell’amica e, in tal senso, proseguendo nell’impeto di quel movimento, fino a catapultarsi volontariamente in contrasto all’antagonista precipitatosi in tuo contrasto, per rispondere a quell’offensiva a discapito della propria compagna né più né meno come avrebbe potuto rispondere fosse stato diretto contro di sé, costringendo la controparte a ritrarsi, e a ritrarsi nel non volersi ritrovare spiacevolmente sventrato da un tondo all’altezza del suo basso addome.
« Ammetto di poterlo solo immaginare, giacché non ho mai avuto il piacere di tentare di imparare a volare. » osservò l’altra, magnifica bellezza dalla pelle color della terra e dai muscoli guizzanti al di sotto di tale epidermide, non mollando la mano dell’amica, o, per meglio dire, il suo polso, attorno al quale aveva racchiuso le dita della propria mancina, al solo scopo di sfruttare la spinta da quest’ultima riservatasi in conseguenza al suo aiuto, al solo fine di lasciarsi a sua volta trascinare in quel gesto, in quel movimento, roteando attorno a lei, e proseguendo oltre, quasi in una sorta di danza, di ballo popolare, accompagnato, tuttavia, nelle loro estremità libere dalla presenza delle rispettive lame, e di quelle lame che, simili a un mulinello di lucente acciaio, avrebbero rappresentato una ben spiacevole promessa di morte per chiunque avesse avuto l’ardire di avvicinarsi troppo a loro « Alla fine sei riuscita a farlo…? » incalzò nella curiosità attorno a quel tema, nel mentre in cui, così avanzata oltre di lei, non mancò di incalzare ancora in offesa a colui che tanto le aveva tentato di imporre danno, raggiungendolo, volutamente con il piatto della lama, all’altezza delle ginocchia e lì imponendogli un colpo tanto violento da sbalzarlo, letteralmente, con le gambe in aria, prima di lasciarlo precipitare pesantemente a terra, tramortito per effetto di quella stessa caduta.
« All’incirca… anche se, lo ammetto, più che imparare a volare credo di aver imparato a cadere. » osservò l’altra, con quieta autocritica e ammissione dei propri limiti, non potendo altresì considerare di aver effettivamente volato, quanto e piuttosto di aver contenuto, in maniera sufficientemente decorosa, i più negativi effetti propri della gravità « Attenta che tiro! » la avvisò poi, rendendosi conto dell’arrivo, alle loro spalle, della carica di altri due uomini desiderosi di regolare i conti con loro e, in questo, decidendo di proseguire in quella tattica tanto improvvisata, quanto tuttavia evidentemente efficace, nel mantenere la stretta attorno al polso dell’amica e, in ciò, non nel proseguire nella direzione inizialmente intrapresa, quanto e piuttosto nell’invertire il loro senso di marcia, e nell’invertirlo tirando verso di sé Duva e imponendole, e imponendosi, una nuova rotazione, e una nuova rotazione che, di conseguenza, potesse precipitarla verso la nuova minaccia, a riprendere in tal direzione quella loro elegante danza di guerra.

Legate l’una all’altra da quella reciproca stretta attorno ai polsi mancini, e armate, entrambe, nelle proprie destre, le due donne, una accanto all’altra, l’una in verso opposto all’altra, turbinarono in tal maniera attraverso i loro avversari ancora diverse volte, sbalzandosi reciprocamente una volta in avanti, una indietro, al fine di presentarsi sempre unite e sempre vicine innanzi a qualunque antagonista, a qualunque avversario, in termini probabilmente non così congeniali rispetto all’iniziale intento di coglierli su due fronti opposti e, ciò non di meno, egualmente efficaci nell’affrontare quella compagine tutt’altro che compatta di avversari, e di avversari che, comunque, a seguito dei primi confronti, dei primi contrasti, già si erano mischiati a sufficienza da non aver più a dover essere considerati qual un’unica entità in contrasto alla quale muoversi, quanto e piuttosto una folla disordinata, e una folla disordinata, di conseguenza, da affrontare in modi e in termini assolutamente non preordinati, per essere sempre in grado di presentarsi contro l’avversario giusto al momento giusto.
Modi e termini che, per quanto improbabile, quell’improvvisata sinergia sembrò loro garantire, e garantire in maniera non soltanto meritoriamente acclamabile, quanto e piuttosto anche squisitamente elegante nella propria esecuzione, e in quell’esecuzione che, addirittura, vide la giovane Rula essere sospinta, nell’ennesima giravolta, a correre estemporaneamente su una delle pareti del vicolo, nel ristretto spazio su quel fronte per lei allora offerto e nella necessità, comunque, di proiettarsi più in là, e più in là di precipitare con foga guerriera sulle teste di tre antagonisti in furente carica a loro discapito…

« Beh… non sarà volare, ma devo ammettere che gli si avvicina parecchio! » non mancò di complimentarsi Duva nel confronto con quel gesto, e quel gesto che, proprio malgrado, non aveva previsto, aver mal misurato la profondità a disposizione dell’amica nella concitazione di quel momento, di quel bellicoso turbinio di uomini e di lame « Tanto di cappello, amica mia! »
« E’ più incoscienza che bravura, la mia! » minimizzò tuttavia la destinataria di quel plauso, riconoscendo quando, in effetti, non avrebbe avuto a doversi considerare per nulla confidente con la possibilità di compiere quell’ennesimo breve volo, salvo essersi lasciata prendere dalla foga e, in ciò, non essersi concessa particolari possibilità di dubbio nel merito della riuscita o meno di un tale gesto.
« Incoscienza è soltanto quella di questi disgraziati, che davvero si illudono di avere una qualche occasione in nostro contrasto! » rettificò tuttavia la prima, scuotendo il capo e preparandosi a imporre all’amica una nuova occasione di volo, nel ravvisarne la necessità sul fronte opposto e, in ciò, nel non avere neppure a porla in guardia, affidandosi completamente alla loro intima intesa nella certezza di quanto, allora, ella avrebbe ben inteso cosa compiere e in che maniera.

martedì 23 aprile 2019

2889


« Signorina Zaurr… » la apostrofò, di nuovo all’improvviso, la solita voce dell’anziana signora Corphra, evidentemente tutt’altro che desiderosa di avere a riconoscerle la serenità da lei domandata « Mi perdoni ancora una domanda: quando ha detto che passerà di nuovo per quel controllo…?! »
« Miseriaccia… » ebbe il tempo di sussurrare la giovane moglie del capitano Rolamo, prima che la battaglia avesse allor inizio.

Se la prima volta, infatti, l’occorrenza dello scambio di battute fra lei e quell’insistente interlocutrice le era stata perdonata in maniera benevolmente gratuita dagli dei, o da qualunque forza superiore in quel momento stesse orchestrando la gestione di quegli eventi, non vedendo subentrare a suo discapito alcuna immediatamente conseguenza, e, soprattutto, alcuna immediata e fatale conseguenza; quel secondo intervento, purtroppo, ebbe a dimostrare nei loro riguardi decisamente minore tolleranza. Minore tolleranza, per lo meno, per quanto allora utile a veder esplodere una violenta sequenza di spari che, fortunatamente non eccessivamente precisi nella propria mira, ebbero a scaturire dal basso verso l’alto, e verso l’alto allor rappresentato su un fronte dalla stessa signora Corphra, e sull’altro dalla povera Rula, necessariamente elette qual bersaglio di tanta furia, di simile violenza.
Un grido fu l’ineluttabile reazione della signora Corphra a quanto stava lì allor occorrendo, nel mentre in cui, tremante e con il pelo gonfio in volto e sulle mani, ebbe a ritirarsi rapidamente all’interno del proprio appartamento, finalmente allontanandosi, fortunatamente indenne, da quella pericolosa finestra. Un’imprecazione sibilata fra i denti fu, parimenti, l’obbligata reazione della povera Rula Taliqua, la quale, gettando un necessariamente rapido e disattento sguardo sotto di sé, fu costretta a lasciarsi andare, ad abbandonare la tanto faticosamente conquistata presa su quella conduttura, per concedere alla forza di gravità di fare il proprio necessario corso e, in ciò, di precipitarla al suolo, in termini che non avrebbero avuto allora a doversi considerare piacevoli e che, tuttavia, sarebbero sicuramente risultati meno sgradevoli rispetto al ritrovarsi colpita da uno dei fasci laser che, in quel momento, stavano venendo proiettati verso di lei, sempre con maggior cura della mira.
Così, abbandonandosi alle leggi della fisica, ella non cercò più di contrastare la propria caduta al suolo, quanto e semplicemente di accompagnarla, e di accompagnarla in misura tale da minimizzare i danni che, in conseguenza a quel pur non banale volo, avrebbero potuto conseguire per lei. Allorché irrigidire i propri muscoli, così come pur la situazione avrebbe potuto suggerirle a livello psicologico, ella si sforzò quindi di ammorbidirli, nella volontà non di contrastare il pur inevitabile urto, quanto e piuttosto di assorbirlo, e di assorbirlo, con la stessa flessibilità propria di un felino, o di un feriniano, consapevole di dover, in tal senso, impegnarsi ad accompagnare il contatto con il suolo, e, soprattutto, di dover dedicare tutta la propria attenzione, tutto il proprio sforzo, nel reindirizzare la propria energia cinetica in altra direzione differente da quella eguale e opposta a quella della medesima caduta, laddove, altresì, l’impatto sarebbe stato allor probabilmente letale. E se pur sol il tempo proprio di un battito di ciglia ebbe a esserle concesso per affrontare tutto quello, la scarica di adrenalina che non mancò di inebriarla in concomitanza a quegli eventi non poté ovviare a sconvolgerla, e a sconvolgerla nella misura allor utile a mantenere quel lucido controllo necessario per compiere tutto ciò e, in tal senso, per sopravvivere a se stessa e alla propria probabilmente mal commisurata audacia.
Volando a terra, così, coprendo i diversi piedi di altezza che ancor la separavano dal contatto con il suolo, la giovane donna si dimostrò capace di atterrare al suolo con una pur ammirevole grazia, e l’eleganza utile a vederla, in quel mentre, rotolare in avanti, in un paio di ben soppesate capriole, utili a rallentare il proprio moto, il proprio incedere, sino a un completo arresto, senza, in questo, aver a subire eccessivi danni, lì mirabilmente limitati soltanto a qualche escoriazione superficiale e a una leggera contusione, ma non alla ben più temuta frattura di un arto. E se pur quel nuovo balzo non ebbe a tradirla, ella non ebbe a potersi concedere neppure un fugace istante utile a gioire per il proprio successo… non laddove, quantomeno, non avesse desiderio di ritrovarsi sgradevolmente esposta a nuovi attacchi, e a nuovi attacchi che, certamente, non avrebbero avuto occasione di dimostrarsi meno letali di quanto non avrebbe potuto essere un’evoluzione meno apprezzabile di quel volo.

« Beh… direi che ci siamo. » sospirò ella, estraendo, allora, la propria arma, un efficace cannoncino sonico, e immediatamente aprendo il fuoco, nel generare, in tal senso, un’amplia e violenta onda d’urto che ebbe a travolgere chiunque innanzi a lei, senza esigere, da parte sua, una mira particolarmente appropriata né, tantomeno, l’effettiva individuazione dei propri antagonisti, sino a quel momento, obiettivamente, ancor neppure inquadrati nella propria presenza.

Diversamente da un’arma laser o da una al plasma, un’arma sonica avrebbe potuto vantare, infatti, accanto a un approccio non necessariamente letale, un campo di azione decisamente più amplio, ossia esattamente quanto lì necessario alla giovane donna per poter replicare all’attacco a lei rivolto pur non potendo vantare, sostanzialmente, alcuna reale confidenza nei riguardi della precisa posizione dei propri antagonisti né, tantomeno, del proprio numero: un’efficacia più grezza, sicuramente, ma non per questo meno marcata, il prezzo della quale, tuttavia, avrebbe avuto a doversi qualificare in tempi di ricarica decisamente maggiori rispetto a quelli propri delle alternative, tempi che, in effetti, per un’arma laser avrebbero avuto a doversi riconoscere praticamente immediati, mentre per un’arma al plasma avrebbero avuto a esigere del tempo, sì, ma in misura comunque inferiore rispetto a quello proprio di un’arma sonica.
Così, alla prima, violenta esplosione sonica, ella non ebbe a poter immediatamente lasciarne seguire una seconda, avendo in ciò a doversi riservare un intervallo d’attesa pericolosamente prolungato, e un intervallo d’attesa a confronto con il quale, allora, la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di approfittare dello scompiglio generale per rialzarsi, e per precipitarsi alla carica dei propri avversari, nella necessità di trasferire il livello di quello scontro da uno scontro a distanza a un impegno fisico, così da tentare di riservarsi un maggiore controllo sull’evoluzione di quel conflitto, e, soprattutto, sulla natura e sul numero dei propri antagonisti, l’incognita nel merito dei quali avrebbe avuto a doversi giudicare, a margine di tutto ciò, la sua carenza più marcata. Senza contare che, continuando a far fuoco con la propria arma sonica, ella avrebbe corso il rischio di aver a coinvolgere in quell’onda d’urto anche la propria compagna d’arme, nel momento in cui ella fosse avanzata all’interno del vicolo, in termini che, presumibilmente, di lì a breve avrebbero avuto a dover occorrere.
Dimenticando il cannoncino sonico appeso al proprio fianco, ed estraendo allora una corta daga, Rula non esitò a proiettarsi in avanti, e a proiettarsi in avanti nel sfruttare quei pochi istanti di quiete che le avrebbero potuto lì essere offerti in conseguenza al colpo sonico appena esploso, per raggiungere i propri antagonisti e, soprattutto, per scoprire chi essi avrebbero avuto a dover essere individuati essere. Antagonisti i quali, in quel contesto, non mancarono così di apparire al suo sguardo, alla sua attenzione, ancora a terra, ancora frastornati per quanto subito, e, in parte, già fuori combattimento, in una notizia quantomeno gradevole nel confronto con il loro numero inoppugnabilmente superiore, e superiore, per quanto ella ebbe la possibilità di contare in tale esordio, almeno nell’ordine di una dozzina di unità in più rispetto a quanto non avrebbe potuto essere considerata la loro corrente forza offensiva, composta, per il momento, soltanto da lei e da Duva… o, in effetti, soltanto da lei, laddove Duva, ancora, non aveva fatto la propria comparsa in scena.
Con colpi decisi, quindi, Rula si avventò innanzitutto sulle armi da  loro impugnate, per averle ad allontanare dalle loro mani e, in ciò, per aver a costringere quel conflitto a un diverso livello, e a un livello decisamente più fisico. Livello fisico occasione della quale, tuttavia, non le fu negato dall’insorgere di un uomo decisamente massiccio, un manrovescio del quale la raggiunse in maniera assolutamente inaspettata, slanciandola violentemente a diversi piedi di distanza dalla posizione da lei sino ad allora raggiunta…

lunedì 22 aprile 2019

2888


Negare una certa sorpresa a fronte del proprio inatteso successo, per Rula, sarebbe equivalso a mentire, e a mentire spudoratamente innanzitutto a se stessa.
Se, infatti, nel compiere quel salto ella aveva posto innanzi a sé tutto il proprio cuore, tutta la propria forza d’animo, negandosi ogni occasione di timore o di ripensamento, con un’audacia incommensurabile sì prossima all’autolesionismo; la parte più razionale della propria mente, del proprio intelletto, non avrebbe potuto ovviare a presupporre un pessimo esito negativo per tutto ciò, in misura tale per cui, che ella potesse accettarlo o meno, molto probabilmente avrebbe finito per schiantarsi spiacevolmente al suolo, rompendosi qualche osso e fallendo miseramente nel proprio proposito… o forse no. Perché, in verità, anche laddove ella non ne fosse uscita indenne, certamente quella sua caduta avrebbe finito per attrarre l’interesse, l’attenzione di coloro lì appostati a minaccia della propria amica, attirandone l’attenzione e finendo, necessariamente, per fungere da diversivo, esattamente per così come sarebbe stato utile avvenisse. Insomma, qualunque esito, per quel volo, avrebbe comunque condotto, speranzosamente, a un esito positivo anche per la sua missione. E solo ciò, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto valore.
Al di là di quanto, a prescindere dalla propria sorte, il risultato finale non avrebbe avuto a mutare nelle proprie dinamiche, essere riuscita, in maniera sorprendentemente inattesa, a compiere quel volo, e a compierlo esattamente per così come immaginato, giungendo ad aggrapparsi indenne a quella conduttura, non mancò di rappresentare per la giovane donna un piacevole traguardo, e un piacevole traguardo utile non soltanto a rinfrancare la propria autostima, ma, anche, a offrirle conferma di quanto, probabilmente, ella fosse solita sottovalutare le proprie capacità, le proprie potenzialità, sminuendosi, immeritatamente, nel confronto con quanto, altresì, avrebbe potuto ottenere, con quanto avrebbe potuto raggiungere.
Più che lieta, quindi, ella non poté che scoprirsi essere innanzi a quel primo trionfo, galvanizzata in esso nelle proprie speranze di successo, in termini tali per cui, forse, schierarsi sola nel confronto con un numero imprecisato di non meglio definiti avversari, non avrebbe necessariamente rappresentato un suicidio. Ma prima di giungere a ciò, ella avrebbe avuto a dover conquistare una posizione migliore rispetto a quella da lei allora occupata. E, soprattutto, avrebbe dovuto raggiungere tale posizione, possibilmente, senza attirare l’attenzione dei propri potenziali antagonisti, in termini tali per cui, obiettivamente, ancora alcuna certezza avrebbe potuto essere da lei vantata. Il fatto di essere riuscita a compiere quel salto, infatti, non avrebbe necessariamente significato essere riuscita a compierlo senza attrarre, malamente, l’interesse degli uomini e delle donne lì appostati, e, in ciò, da un istante all’altro un qualche colpo di arma da fuoco, laser o al plasma che dir si volesse, avrebbe potuto quietamente raggiungerla, e sancire per lei una ben tragica conclusione al proprio solitario operato.
Fortunatamente, nell’inalterato rumore di fondo che ebbe ad accompagnare gli istanti successivi al suo balzo, Rula poté quietamente intuire quanto inosservato fosse riuscito a risultare il suo atto, sì plateale, e pur compiuto a una distanza tale da terra da non poter essere colto da alcuno, nell’assenza, da parte anche della più prevenuta sentinella, di ragioni utili a levare lo sguardo sin lassù, a condurre la propria attenzione verso quel punto. Così, rassicurata nuovamente di quanto, sino a qual momento, la fortuna stesse proverbialmente arridendo la sua audacia, la giovane donna si impegnò, con gesti leggeri e delicati, a ridiscendere lungo quella tubatura, nella speranza di raggiungere, con la stessa discrezione che sino a quel momento l’aveva accompagnata, il livello del suolo.

« Ehy… ma cosa ci fa lì appesa…?! »

Ad attrarre, tuttavia e spiacevolmente, la sua attenzione, intervenne allora una voce per lei non completamente ignota, sebbene, al tempo stesso, neppur effettivamente conosciuta.
In effetti, non fosse essa stata l’ultima voce udita a eccezion fatta della propria, probabilmente Rula non avrebbe neppure avuto possibilità di riconoscerla: ma non avendo avuto altre distrazioni nel mezzo di tutto ciò, la voce propria dell’ultima persona con cui aveva avuto occasione di parlare non avrebbe avuto a poter essere fraintesa nel proprio riproporsi, per quanto, in quel momento, in quel frangente, in termini quantomeno inattesi.

« Signora Corphra! » esclamò Rula, voltandosi in direzione dell’edificio dal quale era appena balzata fuori solo per poter distinguere, affacciata alla finestra sotto a quella dalla quale era volata, la sagoma di una donna feriniana sulla sessantina, con una coppia di pesanti occhiali appoggiati sul naso e uno sguardo di critica disapprovazione dietro quelle spesse lenti, intenta qual era, allora, a osservarla, e a osservarla con severità « Cosa fa lei lì alla finestra?! Mi avesse sorpresa un po’ di più, avrei potuto anche cadere e farmi male! » la rimproverò, osservandola con aria seria, e definendo, implicitamente, in tal maniera, tutta la propria più assoluta ragionevolezza nel ritrovarsi in quel momento lì appesa, quasi avesse a doversi considerare la cosa più normale del Creato.
« … ma… io… » esitò l’anziana signora, tutt’altro che convinta da quell’argomentazione, e da quell’argomentazione volta a condurla dalla parte del torto benché, obiettivamente, in tutto quello sua avrebbe avuto a doversi riconoscere quieta ragione per la questione così formulata.

Come sovente accade nella vita, e, in particolare, nei rapporti interpersonali, quanto importante, in quel momento, non avrebbe avuto a doversi considerare la ragionevolezza, o la colpa, dell’una piuttosto che dell’altra, quanto e semplicemente la confidenza con la quale l’una sarebbe stata in grado di imporre all’altra un senso di totale correttezza nel proprio incedere, lasciando percepire alla controparte di essere in torto, e di esserlo nella propria più semplice curiosità, quasi quel medesimo interrogativo avesse a doversi giudicare assolutamente inopportuno.
E se, pur, nel proprio intervento la signora Corphra era stata in grado di spiazzare la propria interlocutrice, lì sorpresa dalla sua voce, e dalle sue parole; la quieta fermezza del rimprovero che Rula ebbe a muoverle si dimostrò capace di spiazzarla, colpevolizzandola per quanto pur avrebbe avuto a doversi riconoscere un suo quieto diritto, e costringendola, in ciò, a chinare lo sguardo con aria tristemente rassegnata…

« Avanti, signora Corphra. Rientri in casa, per cortesia! » la incalzò la giovane donna, scuotendo appena il capo e facendole gesto con la mano di ritrarsi, preoccupata, in quel momento, non soltanto per se stessa ma anche per lei, laddove, se soltanto più in basso vi fosse stata evidenza di quello scambio di parole, troppo facilmente anche quell’anziana feriniana avrebbe potuto ritrovarsi esposta al fuoco avversario, ritrovandosi spiacevolmente coinvolta in una questione più grande di lei, e di fronte alla quale avrebbe avuto a doversi giudicare, a ragion veduta, del tutto innocente « Mi lasci finire di lavorare… tanto, come le ho promesso, ci risentiremo presto! » mentì spudoratamente, risultando tuttavia estremamente convincente nella propria interpretazione, al punto tale che, la sua diretta interlocutrice, altro non poté fare che annuire e ritrarsi all’interno dell’appartamento, richiudendo la finestra che aveva aperto solo per poterle rivolgere la parola.

Ancora un istante di silenzio e di immobilità fu quello che, dopo quel fugace momento di interruzione, Rula ebbe a volersi riservare e a volersi riservare nella necessità di comprendere se fosse stata capace, senza merito alcuno, di sfuggire all’attenzione dei propri supposti avversari o se, semplicemente, di lì a un istante dopo un qualche colpo d’arma da fuoco si sarebbe divertito a tirarla bruscamente giù da lì.
Fortunatamente, tuttavia, e come già pocanzi, la quiete che ebbe allora lì a imperare sembrò suggerire quanto, in gloria a qualunque divinità la stesse assistendo, nessuno, più in basso, si fosse reso conto di quanto stesse avvenendo, essendosi probabilmente ritrovate, le loro voci, coperte dal rumore di fondo di una città comunque viva e indaffarata, qual era quella a loro circostante. Così, tirando un profondo sospiro di sollievo, la giovane riprese la propria delicata e silenziosa discesa, sperando di non avere più a essere interrotta da nuovi, inattesi interventi.

domenica 21 aprile 2019

2887


Purtroppo anche quell’ennesimo attacco sfumò nel nulla, in una riconfermata situazione di fondamentale equilibrio fra le parti, e di un equilibrio che, né gli uni, né tantomeno l’altra, sembravano essere in grado di infrangere, malgrado tutti i propri sforzi. Poiché se da un lato l’affondo della sconosciuta ebbe a incontrare la difesa dell’ofidiana, dall’altro l’offensiva dello shar’tiagho ebbe a ritrovarsi, nuovamente, sfogata verso l’aria, e verso quella vuota aria che la loro avversaria ebbe premura di concedere ai suoi gesti, sottraendosi, con elegante rapidità al ruolo di vittima pensato per lei. E laddove quello stallo non pareva offrire spazio alcuno a sviluppi alternativi, null’altro riservando loro che un costante e continuo pareggio, fu allora che qualcosa accadde, e accadde a sparigliare le carte in tavola in maniera così improvvisa, e sorprendente, in termini tali per cui, che potessero desiderarlo o meno, Be’Sihl e Lys’sh non poterono ovviare a restarne sorpresi, offrendo, per un fugace istante, il fianco scoperto alla loro antagonista.
Nel mentre di quella situazione sfiancante, infatti, la porta dell’ascensore tornò ad aprirsi al loro piano, al loro livello, a presentare nuovamente, in maniera del tutto imprevista, e obiettivamente imprevedibile, proprio la medesima figura femminile contro la quale, in quel frangente, i due compagni della Figlia di Marr’Mahew si stavano ponendo impegnati a combattere…

« … » esitò Be’Sihl, voltatosi in quella direzione a temere il sopraggiungere di nuove minacce, e, in tal senso, ritrovatosi improvvisamente riportato indietro nel tempo… o quasi.

In fondo a quel corridoio, quasi come se effettivamente il normale flusso del tempo fosse stato improvvisamente soverchiato e ogni evento fosse stato ricondotto a pochi minuti prima, prima dell’inizio di quel conflitto, la medesima donna che, pur, ancora, si stava lì impegnando in loro contrasto, si offrì distrattamente intenta a lasciare la cabina dell’ascensore, trasportando seco i due pesanti sacchetti della spesa e parlando con un non meglio identificato interlocutore, attraverso i propri auricolari.

« … cosa vuol dire che stasera non vieni a cena?! » si stava lamentando, rivolgendosi nuovamente al proprio ignoto interlocutore o interlocutrice che dir si volesse in quel frangente, esattamente così come era avvenuto poco prima.

Ma se, poco prima, ad accogliere quella sconosciuta era stato un corridoio sgombro e privo di qualunque possibilità di interesse, fatta eccezione per la presenza dell’uomo e dell’ofidiana a quieta sorveglianza dell’ingresso dell’appartamento di Pitra Zafral in sostituzione alle due guardie lì originariamente presenti e già da tempo legate e imbavagliate dentro un ripostiglio; in quel momento, in quel mentre, a dare il bentornato a casa a quella figura, o, quantomeno, alla sua seconda istanza, non mancò di essere quel vero e proprio campo di battaglia, là dove un uomo e un’ofidiana stavano lottando apertamente in contrasto a… una donna a lei del tutto identica!

« Ahhhh! » ebbe così a gridare la nuova arrivata, sgranando gli occhi con fare spaventato e lasciando cadere a terra le due borse colme della propria spesa, nel mentre in cui, con una certa ansia, tento di rientrare nell’ascensore alle proprie spalle, l’accesso al quale, tuttavia, non appariva più possibile nell’essere, questi, probabilmente stato richiamato nel contempo di ciò a un altro piano dell’alta torre di vetro e metallo « Ahhhh! » insistette, picchiando un pugno contro quella porta chiusa, in un gesto irrazionale e pur lì giustificati dalla follia di eventi incomprensibili dal proprio personale punto di vista, così come, obiettivamente, anche da quello di due dei tre protagonisti della scena, i quali non avrebbero potuto obiettivamente comprendere il senso di quanto lì stava avvenendo.
« … ma che diav…?! » si ritrovò a essere necessariamente distratta anche Lys’sh, la quale sino a quel momento, sino a quelle grida, aveva tentato di non lasciarsi distrarre, salvò, a confronto con tutto ciò, non poter mancare di portare, per un breve, fuggevole, e tuttavia imperdonabile, istante il proprio sguardo in direzione di quei nuovi eventi, e di quei nuovi eventi assolutamente incomprensibili, soprattutto nel considerare quanto la prima sconosciuta lì sopraggiunta fosse ancora innanzi a loro, impegnata a cercare un’occasione utile per sopraffarli.

Occasione, quella da lei attesa, e che le venne quindi così offerta, che non ebbe a essere ignorata nella propria occorrenza. E per quanto, proprio malgrado, Be’Sihl e Lys’sh si fossero ben impegnati, sino a quel momento, a tentare di non offrire, né metaforicamente, né fisicamente, il fianco scoperto alla propria avversaria, quanto accadde in quel frangente lì portò, spiacevolmente, ad abbassare la guardia, a concedersi quel pur fugace, e ciò non di meno letale, momento di distrazione tale per cui, là dove un istante prima il combattimento avrebbe avuto a doversi considerare in stallo, un attimo dopo tutto si era risolto, e si era drammaticamente risolto nel peggiore dei modi possibili, vedendoli costretti entrambi a precipitare a terra privi di sensi, per effetto di una violenta scarica di energia attraverso i propri corpi.

« Ahhhh! » continuò a gridare, quasi isterica, la nuova arrivata, premendo in maniera compulsiva il pulsante per richiamare l’ascensore, nel mentre in cui, con sguardo terrorizzato, si ritrovò testimone di quegli eventi, della conclusione di quel conflitto e, in tal senso, della vittoria della propria inquietante sosia, chiunque ella fosse, su quella coppia un istante prima schierata in sua opposizione.
« E smettila di starnazzare come un’anatra spaventata… » protestò la sua immagine riflessa, volgendo a lei lo sguardo e, in tal senso, offrendole soltanto un giudizio impietoso, per quanto, in effetti, avrebbe avuto a doverla ringraziare per l’imprevista, ma utile, collaborazione così offertale.

In tal modo rimproverata, l’ultima sopraggiunta sulla scena si ammutolì di colpo, nell’iniziare ora a temere il peggio, e a temerlo per la propria stessa sopravvivenza.
Ma se pur, per un istante, vi fu una fuggevole parvenza di lucidità nella mente della donna schiacciata contro la porta dell’ascensore, breve fu il suo autocontrollo. Breve, per lo meno, quanto il tempo per colei che, un attimo prima le si stava proponendo qual un’immagine riflessa, per iniziare a distorcersi, rimodellandosi in maniera grottesca e oscena innanzi al suo attonito e terrorizzato sguardo, nel rimodellare, sotto la pelle, i suoi zigomi, le sue forme, le sue proporzioni, ad assumere caratteristiche diverse, ad assumere contorni diversi, e, addirittura, invero, caratteristiche allor non umane.
Perché laddove un attimo prima il gradevole viso di quella donna umana avrebbe avuto a dover essere riconosciuto impresso sul suo volto, un istante dopo il non meno gradevole, ma completamente alieno, viso di un’ofidiana aveva fatto la sua apparizione, nella scomparsa del suo naso, dei suoi capelli, delle sue orecchie, delle sue labbra, e nell’apparizione, altresì, sulla sua epidermide, di quelle sottili e vellutate scaglie componenti la sua pelle, in meravigliose sfumature smeraldine. E laddove i suoi occhi, un istante prima, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali quelli della propria attuale interlocutrice, un attimo dopo erano stati sostituiti da quelli altresì propri di un’ofidiana, con nere pupille verticali. Una mutazione, quella così in corso, che non restò confinata entro il limitare del suo volto, ma che, nel contempo di ciò, ebbe a sconvolgere il suo intero corpo, a partire dalla sua altezza, dalle proporzioni del suo fisico, per poi passare ai più minimi dettagli, inclusi gli stessi abiti che, quasi fossero una semplice estensione della sua carne, si ebbero a tradurre in forme e colori diversi. Forme e colori, quelli dei suoi abiti, del suo corpo e del suo volto, che non avrebbero potuto essere in alcun modo equivocati nel proprio intento di emulazione, nella propria volontà di rubare, ancora una volta, l’identità di qualcuno, e di qualcuno che, allora, avrebbe avuto a dover essere intesa, senza dubbio alcuno, senza la benché minima possibilità di incertezza, in quella della stessa Har-Lys’sha, lì priva di sensi a terra.
E nel ritrovare il proprio volto mutato in quello dell’ofidiana, il proprio corpo trasformato in quello di quella chimera, l’ultima sconosciuta lì sopraggiunta non poté ovviare a essere sopraffatta dal terrore, perdendo coscienza di sé e ricadendo come bambola inanimata sul pavimento, nel mentre in cui, finalmente, la porta dell’ascensore ebbe a riaprirsi, ormai inutilmente, dietro di lei.

sabato 20 aprile 2019

2886


Se Lys’sh fosse stata un po’ più sensibile sull’argomento, probabilmente quelle parole avrebbero potuto risultare per lei d’offesa.
Pur esistendo, infatti, nell’universo conosciuto, dozzine e dozzine di specie senzienti e tecnologicamente progredite, in misura tale da potersi permettere di viaggiare attraverso il cosmo a bordo di navi interstellari; due in particolare avrebbero avuto a doversi riconoscere, per un’incomprensibile fatalità o per l’influenza di un’entità superiore, quali predominanti nella propria diffusa presenza fra i vari mondi, fra i vari sistemi, e non per un semplice discorso di colonizzazione, quanto e piuttosto per un enigmatico sviluppo parallelo di similari civiltà a migliaia di anni luce di distanza le une dalle altre: la specie umana e la specie ofidiana. In una sì marcata predominanza nell’immensità dello spazio siderale, e per una semplice questione di probabilità statistica, quindi, troppo sovente, nel corso della Storia, erano occorsi conflitti proprio fra tali specie, fra tali civiltà, ancor prima che nel confronto con qualunque altra specie esistente nel cosmo: non che canissiani, feriniani, o altre specie fossero esenti da impulsi guerreschi, ma, semplicemente, in una presenza più alta, più marcata di umani e ofidiani nel cosmo, le più grandi guerre erano necessariamente intercorse fra tali specie, generando un clima di reciproco e profondo antagonismo. Un antagonismo che, a seguito dell’ultima grande guerra intergalattica occorsa fra tali specie, era stato diplomaticamente superato in grazia a un trattato di pace, e da un trattato di pace con il quale tutti i governi dei vari mondi, fossero essi umani, fossero essi ofidiani, avevano così sancito non soltanto il cessate il fuoco, ma, anche, una rispettosa necessità di integrazione reciproca, onde ovviare all’altresì ineluttabile alternativa dell’annientamento reciproco: ciò non di meno, dopo secoli di inimicizia, ancora in molti umani, e in molti ofidiani, avrebbe avuto a doversi considerare sussistente un sentimento di avversione reciproca, e un sentimento di avversione reciproca che, simile alla brace apparentemente spenta al di sotto di uno strato di cenere, avrebbe potuto essere facilmente riattizzato nel momento in cui una nuova scusante, una nuova giustificazione avesse offerto il via libera alla battaglia.
Fortunatamente, accanto a estremismi sovranisti che nulla avrebbero potuto promuovere se non la diffidenza e l’odio, nel timore degli uni verso gli altri, e nella paranoia di un’improbabile eliminazione della propria specie in favore dell’altra, molti avrebbero avuto a dover essere riconosciuti coloro i quali, altresì, non avrebbero potuto rendere proprio alcun genere di timore, alcun genere di paura, nei riguardi del prossimo: persone illuminate, capaci di spingere la propria capacità di comprensione oltre i limiti del proprio naso, sino a raggiungere la quieta consapevolezza di quanto, al di là di ogni differenza fisica esistente, nulla avrebbe avuto a mutare nel profondo dei cuori, degli animi, di tutti loro, in misura tale da non poter considerare sussistente alcuna differenza fra un umano e un ofidiano, non da un punto di vista intellettuale, non da un punto di vista spirituale, non, tantomeno, da un punto di vista fisico. E, di questo, Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare incarnazione sotto molti diversi punti di vista: non soltanto per la propria quotidianità, e quella quotidianità che l’avrebbe vista quietamente inserita all’interno di un equipaggio, di una famiglia di umani, quanto e ancor più per la propria stessa origine, e quell’origine che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a dover riconoscere nel suo sangue, nel suo genoma, tracce di quell’umanità da qualcuno disprezzabile e disprezzata, un’umanità che, se da un lato l’avrebbe condannata a essere considerata una mezzosangue, da un altro punto di vista l’avrebbe resa evidenza concreta di quanto, addirittura, potesse esistere l’amore fra uomini e ofidiani, al punto tale da poter permettere l’incrocio delle relative specie.
In ciò, a poco, a nulla, ebbe a servire l’impegno che quella sconosciuta avversaria ebbe a porre nel tentare di lenire l’orgoglio, l’amor proprio della giovane ofidiana della Kasta Hamina, giacché nulla, in quelle parole, avrebbe potuto risuonare per lei d’offesa: per lei essere riconosciuta qual ofidiana, o essere considerata qual umana, non avrebbe rappresentato alcuna differenza, e se, anzi, nella propria stessa esistenza in vita avrebbe potuto permettere ad altri uomini, o ad altri ofidiani, di superare i confini propri dei loro intelletti, nella ricerca di qualcosa di più amplio, allora sarebbe stata ben lieta di ritrovarsi destinataria di simili insulti… o, anche, di peggiori.

« Perdi tempo con me, carina… » escluse pertanto Lys’sh, approfittando della propria mancata distrazione soltanto per ritornare a lei, e tentare, nuovamente, un attacco, e un attacco, ora, all’altezza delle sue gambe, in un’amplia spazzata, e una spazzata utile a sperare di gettarla a terra senza possibilità di appello « Per me non vi è differenza fra ofidiani e umani… e, anzi, se per caso tu conoscessi qualche bel ragazzo simpatico, interessante e disponibile, dagli pure il mio nome. » tentò di provocarla di contraccambio, nel suggerire quel proprio interesse nei riguardi di qualche giovane umano, in termini tali per cui, se la propria controparte fosse stata sufficientemente xenofoba come stava presentandosi essere, certamente non avrebbe tollerato da parte sua simile ironia.

Reciproci tentativi di affondi psicologici, emotivi, quelli che così tanto gli uni, quanto l’altra, si stavano allor scambiando, che avrebbero avuto a dover essere riconosciuti in parallelo ad altri affondi, di natura più fisica, nel tentativo comune di trovare occasione di predominio gli uni sull’altra e viceversa, se non dal punto di vista fisico, quantomeno da quello emotivo o psicologico. Tentativi, per l’appunto, che tuttavia si stavano continuando a dimostrare soltanto tali, senza riservarsi reale occasione di alterare l’equilibrio proprio di quel confronto, e quell’equilibrio che, in assenza di altre possibilità, avrebbe avuto presto occasione di essere autonomamente alterato nel momento in cui, presto o tardi, una delle due parti avrebbe iniziato ad accusare stanchezza, nel raggiungimento di quel limite che, umano o ofidiano che dir si volesse, avrebbe dovuto necessariamente contraddistinguerli.
A un affondo seguì una schivata, a un fendente seguì una parata, a un montante seguì una spazzata, talvolta di Be’Sihl verso la sconosciuta, talvolta della sconosciuta verso Be’Sihl, talvolta della sconosciuta verso Lys’sh, talvolta di Lys’sh verso la sconosciuta: una sequenza di colpi, di attacchi e di difese, di aggressioni e di evasioni, inizialmente estremamente acrobatiche, squisitamente sceniche, e poi, man mano, sempre più misurate nel proprio incedere, sempre più controllate e contenute nel proprio espandersi, nell’evidente, e comune, obiettivo, di dosare le energie, di dosare le proprie forse, nella consapevolezza di quanto, purtroppo, non avrebbero potuto proseguire in eterno in quella maniera, e, ancor più, di quanto il primo, o la prima, che si fosse spinto troppo oltre i propri limiti, certamente sarebbe stato anche colui, o colei, che avrebbe conosciuto la meritata sconfitta.

« Vi state stancando… » sorrise divertita la sconosciuta, tentando di incalzare, nel contempo di quelle parole, i propri attacchi, quasi a dimostrazione di quanto, dal proprio punto di vista, le energie fossero per lei ancora abbondanti, in misura utile a non potersi concedere possibilità alcuna di sconfitta.
« Anche tu. » puntualizzò immediatamente Be’Sihl, a non concederle, ancora, nessun genere di vantaggio psicologico a loro discapito, forse meno confidente, rispetto a lei, con la guerra e le sue dinamiche, e, ciò non di meno, sufficientemente confidente con Midda Bontor, che della guerra avrebbe avuto a potersi considerare concreta incarnazione, per permettersi di non riconoscere, nuovamente, un semplice trucco, e un semplice trucco che, tuttavia, avrebbe potuto riservarsi gran danno laddove fosse stato lasciato libero di esprimersi in tutta la propria violenza.
« Può essere… o forse è soltanto quello che desidero farvi credere. » ammiccò, riservandosi l’occasione di un balzo all’indietro solo per poi, immediatamente, spingersi di nuovo in avanti, a tentare di travolgerli, e, in tal senso, a dimostrare, con tanta audacia, quanto da parte sua la stanchezza non avesse a doversi fraintendere qual ancora predominante su di sé, sulla propria mente o sulle proprie membra.
« Puoi provarci, ma non riuscirci. » sorrise per tutta risposta Lys’sh, non permettendole di coglierli di sorpresa e, innanzi a quell’affondo, schierando una solida difesa, e una difesa a confronto con la quale non avrebbe mancato d’essere delegato al proprio compagno il compito dell’offesa, e, speranzosamente, di un’offesa risolutiva sulla questione in essere.

venerdì 19 aprile 2019

2885


Nel mentre dell’apparente stallo nel confronto fra Midda e Pitra Zafral, anche all’esterno dell’appartamento da loro occupato, la disfida là in corso non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual giunta a una risoluzione più chiara… al contrario.
Per quanto, infatti, Lys’sh e Be’Sihl non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual privi di abilità guerriere, nel doversi riconoscere, piuttosto e obiettivamente, qual due combattenti straordinari, il cui affiatamento, come coppia di commilitoni, di sodali in arme, aveva avuto occasione di crescere in maniera inverosimile nel corso di quell’ultimo anno, la loro ancor sconosciuta antagonista, quella donna lì sopraggiunta in maniera quasi distratta e, tuttavia, poi rivelatasi qual una temibile avversaria, stava dimostrandosi in grado di offrire fiero contrasto a entrambi, mantenendo un quieto controllo della situazione e, in ciò, non garantendo, né all’uno, né all’altra, la benché minima occasione di sopraffarla. Un’abilità, quella così da lei comprovata nei fatti, che le avrebbe forse e addirittura permesso di rivaleggiare in una situazione di sufficiente parità anche nel confronto con la stessa Midda Bontor, in un paragone che avrebbe avuto a dover apparire a dir poco incredibile nella propria stessa formulazione, e che pur, allora, non avrebbe potuto ovviare a riservarsi le proprie razionali argomentazioni nel confronto con la realtà dei fatti. L’eleganza e l’agilità con la quale, del resto, quella tanto minacciosa, quanto aggressiva antagonista poneva nei propri gesti, nei propri movimenti, avrebbe avuto a poter vantare un’enfasi, un impeto, senza possibilità d’eguali, non poi così dissimile da quello proprio di una fiera, di una bestia selvaggia e brutale, e pur, al tempo stesso, anche un controllo sì assoluto, sì totale, in una misura tale per cui alcuno di quei movimenti, di quei gesti, avrebbe avuto a doversi erroneamente considerare qual meno che ponderato nelle proprie dinamiche, nei propri scopi, così come soltanto una donna che aveva reso della guerra la propria vita, della lotta la propria quotidianità, avrebbe potuto allor sperare di essere in grado di offrire. Non tuttavia una semplice combattente, non un qualunque soldato addestrato, avrebbe potuto riservarsi una tale opportunità di espressione, quanto e piuttosto un’artista, e un’artista lì impegnata a tratteggiare, con sapienti colpi di un metaforico pennello, un ritratto di sangue sulla tela della vita dei propri avversari, delle proprie controparti.
E se, obiettivamente, neppure l’unione di tutti i membri della Kasta Hamina, o di molti più alleati, avrebbe potuto riservarsi un’ipotetica speranza di sconfiggere la Figlia di Marr’Mahew, forse, al più, concedendosi soltanto quella di resistere all’irruenza dei suoi attacchi per qualche, glorioso minuto; l’evidenza di quanto impegno stesse lì venendo richiesto a Be’Sihl e a Lys’sh per sostenere il confronto con quella sconosciuta senza, tuttavia, ipotizzare di ribaltarne le sorti a proprio favore, non avrebbe potuto ovviare a giustificare la potenziale, e tutt’altro che fantasiosa, equivalenza fra quell’ignota figura femminile e la loro amica, e quell’amica per proteggere la quale, a maggior ragione, essi avrebbero lì avuto a doversi impegnare, e a doversi impegnare per tentare se non di fermare, quantomeno di rallentare, l’avanzata di quella minaccia, qualunque avessero a dover essere supposte le sue motivazioni.

« Sei in gamba… » le volle riconoscere Be’Sihl, sperando, in tal senso, di distrarla, nel parlarle, e nel concederle il proprio giusto merito « Persino troppo in gamba per questo mondo… o per qualunque altro mondo come questo. » soggiunse poi, laddove, invero, per quanto il combattimento corpo a corpo non fosse stato completamente sostituito dall’uso delle armi da fuoco, comunque troppo pericolose da impiegare all’interno dei ristretti e fragili ambienti propri di una nave stellare, una simile abilità guerriera nell’uso delle armi bianche avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual più prossima alle dinamiche di un mondo come quello da cui lui e Midda provenivano, anziché di un mondo come Loicare o come qualunque altro a esso assimilabile « Dove hai imparato l’arte della guerra…?! »
« Dove tutti la imparano: sul campo di battaglia. » replicò ella, indifferente a quel tentativo di distrazione, proponendosi comunque concentrata su quanto stava lì accadendo, e sull’ennesimo, duplice affondo che, tanto da parte della femmina ofidiana, quando da parte del maschio umano, non tardò a esserle rivolto, l’una mirando alle sue reni, l’altro al suo petto, e pur, entrambi, venendo quietamente banalizzati nella propria minaccia, nel proprio impegno a suo discapito dall’ennesima, atletica giravolta con la quale non soltanto ebbe a sottrarsi a tali gesti ma, ancor più, si riservò occasione di rispondere agli stessi, ricercando, a sua volta, di imporre la propria vittoria, il proprio predominio, su quella coppia « Comunque anche voi non siete male… ed è quasi un peccato pensare che, purtroppo, tutti i vostri sforzi non vi condurranno ad alcun risultato, nel momento in cui, comunque, alla fine sarò io a predominare. »

Capace, ambiziosa e, a tratti, persino superba, quella donna, qualunque fosse il suo nome, qualunque fosse la sua storia, non avrebbe avuto a dover essere banalizzata nel proprio valore, non avrebbe avuto a dover essere sottovalutata nella propria minaccia, e in quella minaccia a confronto con la quale, tanto Be’Sihl, quanto Lys’sh, stavano faticando a resistere, e a resistere adeguatamente. E, in tal senso, anche le sue parole non avrebbero avuto a dover essere sottovalutate nella loro importanza, nel loro valore. Non laddove, quantomeno, quelle medesime parole avrebbero potuto riservarsi esattamente il medesimo scopo per il quale lo shar’tiagho aveva appena pronunciato il proprio apprezzamento verso di lei: un tutt’altro che casuale diversivo, a cui aggiungere, con maggiore malizia, l’impegno di disanimo, di scoramento, in termini utili a non permettere loro di avere ulteriormente fiducia in un proprio successo, in un proprio trionfo e, in tal senso, in un simile, autonomo, convincimento, già definendo drammaticamente la propria sconfitta.
Ma se pur un simile tentativo ella non mancò di concedersi nella speranza di abbreviare il perdurare di quella disfida, una tale malizia non poté trovare occasione di dominio sul cuore o  sulla mente di Be’Sihl, non laddove, in effetti, egli aveva già avuto passata occasione di testimoniare l’impiego di simili tecniche da parte di chi, di ciò, aveva reso la chiave di volta dell’edificazione di molti propri straordinari successi, per così come, altrimenti, non avrebbero probabilmente avuto eguale possibilità di occorrere: Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, la sua donna.

« Apprezzo lo sforzo, bella sconosciuta… ma non ti illudere che simili trucchi psicologici possano trovare terreno fertile in noi. » sancì egli, estendendo il discorso anche a Lys’sh, allo scopo, in tal senso, di comunicarle una giusta occasione di sprone a discapito di ogni tentativo avverso da parte della loro abile controparte « C’è una donna che tutto ciò che tu potresti mai fare o dire lo ha già fatto e detto. E quella donna è proprio l’amica, la compagna che in questo momento stiamo difendendo… e la ragione per la quale, al di là di quanto tu ti possa impegnare, non avrai possibilità di prevalere su di noi. » dichiarò, definendo in maniera inappellabile la loro inamovibilità nel confronto con quel loro impegno, e con quell’impegno assunto non per un qualche mero capriccio, o per un qualunque intendimento mercenario, quanto e piuttosto per quel senso di amicizia, per quel legame d’amore, che li legava alla stessa Midda, in termini tali per cui, pertanto, nulla di quanto l’altra avrebbe potuto fare, o dire, li avrebbe mai potuti far desistere dal proprio scopo, da quel fine ultimo « Tu non passerai oltre. Noi ti fermeremo. E ti fermeremo a qualunque costo. »
« Parole audaci, per un uomo che non indossa neppure un paio di scarpe… » osservò l’altra, deridendo beffardamente il proprio interlocutore, nell’evidente duplice volontà, ancora una volta, di distrarlo e di demolire la sua fermezza, quella sicurezza dietro alla quale, come quell’ultimo intervento avrebbe potuto testimoniare, egli si stava arroccando, e si stava arroccando tanto a livello fisico, quanto e ancor più a livello psicologico « … e per… e tu cosa dovresti mai essere di grazia? Un’ofidiana…?! » domandò, tutt’altro che convinta da quell’ipotesi di identificazione, per quanto corretta « Parli come un’umana, ti muovi come un’umana, e vivi con degli umani… non sarà che, probabilmente, tu sei più umana di quanto non ti piacerebbe pensare di essere?! » suggerì, ora reindirizzando le proprie provocazioni all’indirizzo dell’altra donna, nella speranza, forse, di avere a trovare in lei minore opposizione rispetto a quanto egli non si era dimostrato più che capace di offrirle.

giovedì 18 aprile 2019

2884


Più di ogni altra riprova, a testimoniare la follia propria dei Progenitori o dei Primi Eredi, avrebbe infatti avuto a dover essere riconosciuto il loro stesso pianeta, quel mondo che, in sola conseguenza alla ricerca di un qualche diletto, essi avevano totalmente distrutto, annichilito così come alcun nemico avrebbe potuto arrivare a compiere. Laddove, dopotutto, quegli esseri erano arrivati a compiere qualcosa di tanto orrendo a discapito della loro stessa casa, al punto tale da prosciugarlo nella propria stessa energia vitale, e da estinguerlo nelle proprie stesse possibilità di vita, semplicemente palese avrebbe avuto a doversi giudicare la più assoluta indifferenza che essi avrebbero potuto riservarsi nei confronti di qualunque altro mondo, di qualunque altro pianeta, arrivando, quietamente, a estinguere intere civiltà soltanto per mera noia, per un capriccio del tutto privo di qualsivoglia possibilità di giustificazione. E se semplicemente palese avrebbe avuto a doversi riconoscere tale indifferenza, necessariamente obbligata avrebbe avuto a doversi ritenere, la necessità di schierarsi in contrasto a essi, a tutela non soltanto della propria semplice esistenza, e del proprio diritto a esistere, quanto e ancor più a protezione dell’intero Creato, e di quel Creato che tali creature di incomparabile potere avrebbero potuto quietamente annichilire, estinguere se soltanto non ci si fosse opposti in ogni modo, e con ogni mezzo, al loro ritorno.

« Rendendosi conto di quanto ormai il loro mondo fosse condannato, i Primi Eredi hanno cercato una nuova occasione di salvezza nel porre in stasi i propri corpi in diverse, enormi strutture sotterranee, là dove hanno riposato per millenni e forse ancora più, mentre l’universo intero proseguiva il proprio corso dimenticandosi di loro e dei Progenitori. » riprese e si avviò a conclusione, avendo ormai colmato il vuoto prima impropriamente creato nella propria narrazione « Ciò non di meno, quel sonno non è stato privo di conseguenze: non diversamente da quello di una baco all’interno della crisalide, in attesa di trasformarsi in farfalla, il quieto riposo dei Primi Eredi all’interno dei loro sarcofagi ha permesso a quell’antico e quasi dimenticato retaggio genetico dei Progenitori di riemergere, per restituire loro l’antico potere, quella forza divina in grado di creare, ma anche, e soprattutto, di distruggere. Ed è in essi che io sono incappata durante la mia fugace permanenza su quel pianeta ritenuto morto… e, tuttavia, al di sotto della propria superficie, più vivo che mai, vivo in termini tali da poter drammaticamente sancire la fine per tutti noi. »
« Ancora credo mi abbia a sfuggire il nocciolo della questione… » commentò Pitra Zafral, ancora una volta critico verso di lei, non comprendendo come, quel discorso, potesse effettivamente riguardarlo, anche nell’ipotesi in cui, eventualmente, avesse a poter considerare reale la pur minima parte di quanto da lei così narrato, e di quanto, obiettivamente, non più sensato rispetto a crederla originaria di un pianeta distante, di un mondo così lontano da non poter essere raggiunto in grazia neppure alla più potente fra tutte le navi stellari mai concepite « Perché sei qui in casa mia? Perché mi stai raccontando tutto questo? E, soprattutto, in che misura tutto questo dovrebbe mai convincermi ad abiurare al mio impegno nei riguardi dell’omni-governo e a sostenerti in un qualunque genere di moto sovversivo…?! »

Un’ottima domanda, quella posta dall’uomo, che in tal maniera fu riconosciuta anche dalla sua interlocutrice, in termini tali per cui, allora, sarebbe stato per lei necessario riprendere a mentire, e a mentire, come da sempre si era impegnata a compiere all’occorrenza, mischiando sapientemente verità e fantasia, in termini tali non da tentare di rinnegare l’evidenza dei fatti, o di celarla, quanto e piuttosto di mistificarla, confondendola insieme ad altri eventi, allo scopo di reinterpretarli nei termini per lei più opportuni, e più utili a poter essere, quindi, accettati da colui per il quale stavano, allora, venendo plasmati.
Da due verità reali, quali quella relativa all’esistenza della regina Anmel Mal Toise, e del suo oscuro impegno per la conquista del potere e per la distruzione del Creato, e quella relativa all’esistenza dei Progenitori, e della temibile minaccia da essi egualmente rappresentata per tutto ciò che esiste, ella avrebbe allora avuto a dover tentare di produrre un’unica, nuova verità fittizia utile a tentare di aprire la mente del proprio interlocutore sul problema più immediato, e a lui più vicino, in termini tali da concedergli una motivazione il più possibile razionale nel merito della necessità di una collaborazione fra loro, e di una collaborazione per ricercare la quale, allora, ella si era tanto arrischiata con lui, spingendosi sino all’interno del suo appartamento, e dell’appartamento dell’uomo che più, in quegli ultimi anni, si era dato da fare per catturarla e per consegnarla alla giustizia.

« Perché, purtroppo, uno dei Progenitori è sopravvissuto alla distruzione del sesto pianeta del sistema di Orlhun… e ho ottime ragioni per credere che sia giunto proprio qui, a Loicare, infiltrandosi all’interno del tuo amato omni-governo. » sancì la Figlia di Marr’Mahew, storcendo le labbra verso il basso a dimostrare tutta la propria contrarietà a quell’idea, nel confronto con quella prospettiva, e con la prospettiva di quanto ciò avrebbe potuto comportare per l’universo intero « In passato era conosciuta con il nome di Anmel Mal Toise, ma di colei che era un tempo nulla è rimasto, se non il suo spirito: uno spirito forte, uno spirito manipolatore, uno spirito vendicativo, deciso a compiere tutto quanto necessario per i propri scopi e pronta, in tal senso, a scatenare guerre in tutto l’universo per imporre il proprio volere, per conquistare una posizione di potere assoluta. » definì, in quella reinterpretazione delle origini della regina Anmel in termini che potessero essere più apprezzabili anche nel confronto con la mentalità razionale di un uomo come Pitra Zafral, per quanto, sicuramente e comunque, il discorso dei Progenitori non avesse a doversi fraintendere qual il più ovvio, il più banale possibile… anzi.
« Dici di avere ottime ragioni per credere che questa Anmel Mal Toise sia qui a Loicare… » ripeté egli, ancora una volta concedendole ipoteticamente il beneficio del dubbio, nel fingere di voler accettare per vera quella storia, salvo, tuttavia, subito tentare di porre evidenza sui punti più fragili, più deboli, più fallaci di tale vicenda « … come puoi sperare che io abbia davvero a crederlo? Dovrei basarmi sulla tua parola? Sulla tua semplice testimonianza?! E su una testimonianza non supportata da prova alcuna, dovrei istruire un processo a discapito del mio stesso omni-governo, per il sospetto che, al suo interno, possa celarsi… cosa…?!... chi…?!... il fantasma di un qualche dio oscuro?! » domandò, scuotendo vigorosamente il capo e, ora, alzandosi in piedi, a dimostrare tutto il proprio più chiaro rifiuto nel confronto con simile idea « Ti avevo sopravvalutata, Bontor. Credevo fossi una donna migliore rispetto a questo. Ma arrivare a ritenermi così stupido da credere a una storiella del genere, rende evidente quanto poco tu sia in grado di valutare i tuoi interlocutori… »
« Non ti sto chiedendo di istruire processi contro chicchessia. » escluse tuttavia ella, piegando appena il capo e mantenendo il proprio sguardo glaciale fisso su di lui « Né, tantomeno, di credere alla mia testimonianza prendendola per fede. » insistette, scuotendo il capo « Hai dato riprova di essere un uomo intelligente e capace, Pitra. E, per questo, quello che ti voglio invitare a fare è soltanto di porti quelle domande che, a oggi, non ti sei mai riservato occasione di porti. »
« … tipo?! »
« Come mai, fra tutte le donne che esistono nell’universo, uno fra i più importanti accusatori di Loicare è stato posto con tanta insistenza sulle mie tracce? E, ancora, perché dopo tanto impegno per catturarmi, i tuoi ordini sono stati quelli di impiegarmi come segugio dietro a una preda ancor diversa, come Reel Bannihil…? » propose ella, cercando di spingerlo, in tal senso, a riflettere, e a riflettere su quanto stesse allor accadendo attorno a lui, in termini nei quali, forse, non si era mai concesso di spendere neppure un istante del proprio tempo.
« Arrivi tardi, Bontor. » scosse il capo il nerboruto magistrato, concedendosi un lieve sorriso di soddisfazione nel confronto con quei due interrogativi, e quei due interrogativi che avrebbero dovuto fargli mutare idea sul proprio omni-governo « Forse tu e i tuoi amici non ve ne siete resi conto, ma mi hanno tolto già da tempo il vostro caso… o ti assicuro che, oggi, tutti voi sareste già rinchiusi in una qualche galera, allorché essere ancora liberi di venire a disturbarmi in casa mia! »

mercoledì 17 aprile 2019

2883


« Devi sapere che, a differenza di quanto molte leggende vogliano suggerire, il sesto pianeta del sistema di Orlhun non era divenuto ciò che era, e che era prima dell’attacco congiunto della Jaco Milade e della Maele Libeth, in conseguenza all’uso di chissà qual genere di devastante arma, quanto e piuttosto nella corruzione, mentale ancor prima che fisica, dell’antico popolo che lì risiedeva. Un popolo che era solito definire se stesso con il termine di Primi Eredi. » iniziò a spiegare la donna guerriero, senza mentire, senza inventare alcuna strana verità in tal senso, quanto e piuttosto riproponendo la cronaca di eventi per così come riferitile all’epoca di quella folle avventura, e quella folle avventura che, non avesse avuto a concludersi con il totale annichilimento di quel pianeta, in accordo alle accuse a lei rivolte da parte dell’interlocutore, avrebbe probabilmente liberato per il cosmo un’altra minaccia non meno terrificante rispetto a quella rappresentata dalla stessa Anmel Mal Toise.
« Eredi di cosa…? » domandò Pitra Zafral, non volendo offrire credito, in tale questione, a quelle sue parole, ma desiderando, ciò non di meno, comprendere in quale direzione ella avrebbe voluto sospingere il proprio discorso, nel cercare di convincerlo a compiere qualcosa di impossibile, come tradire il proprio stesso omni-governo e, con esso, la legge a cui egli aveva votato la propria stessa esistenza.
« Quand’ancora l’universo intero era giovane, quando soltanto le prime stelle avevano iniziato a fare la propria apparizione, e pochi, rari pianeti avevano iniziato a orbitare attorno a esse, in un mondo ormai dimenticato si erano sviluppate le basi per la nascita della vita. » continuò a narrare ella, non rispondendo immediatamente a quell’interrogativo, nel necessitare di compiere un passo all’indietro nella propria storia prima di poter giungere a concedere tale informazione « E’ stato in tale mondo che, nel corso dei millenni, ha fatto la propria apparizione una specie primigenia, che, in anticipo a chiunque altro, in anticipo a qualunque altro mondo, ha compiuto il proprio percorso di crescita, di evoluzione, sino a raggiungere un progresso estremamente superiore a quanto mai chiunque fra noi potrebbe non soltanto ambire, ma anche riuscire a immaginare. Un progresso che, alla fine, ha permesso loro di trascendere i vincoli stessi della carne, della materia, per tradurre i propri corpi in pura energia e, in tale forma, iniziare a viaggiare per l’intero Creato senza alcun vincolo di spazio o di tempo… » spiegò, in parole che avrebbero avuto a doversi riconoscere qual probabilmente folli laddove non fossero state, altresì, terribilmente vere « Tale civiltà, quindi, vantando poteri praticamente divini, iniziò a giocare con la Creazione stessa, manipolandola, al fine di dar vita a nuove specie, a nuove civiltà, nuove civiltà che avessero a riconoscerli, non a caso, quali veri e propri dei, nel dovere a loro la propria stessa esistenza. »
« … i Progenitori? » suggerì quindi l’accusatore, dimostrando di star offrendo attenzione alle sue parole, sebbene fra concederle attenzione e concederle fiducia, invero, molta differenza avrebbe avuto a dover sussistere e avrebbe avuto a dover essere riconosciuta.
« Esattamente. » confermò la donna dagli occhi color ghiaccio, storcendo le labbra al ricordo dell’unico Progenitore mai incontrato, e della devastante minaccia da lui stesso incarnata non soltanto per lei, ma per l’universo intero… una minaccia che, allora, aveva avuto occasione di sventare in sola conseguenza non delle proprie forze, delle proprie energie, quanto e piuttosto dell’ancor non piena presenza delle forze, delle energie del medesimo, il quale, appena risvegliatosi da un lungo, lunghissimo sonno millenario, non avrebbe potuto vantare ancora quella pienezza di potere altrimenti incontrastabile « Per millenni, e forse più, i Progenitori si sono divertiti a impiantare la vita nell’universo, passando di mondo in mondo e di mondo in mondo manipolando il corso degli eventi al fine di ottenere i risultati desiderati, al fine di ottenere lo sviluppo delle specie desiderate secondo i propri capricci. Purtroppo, il piacere per loro conseguente alla creazione ebbe presto a scemare, ragione per la quale in molti, fra gli stessi, iniziarono a dedicarsi all’attività contraria, al solo scopo di sperimentare qualcosa di nuovo: da divinità benevole e portatrici di vita, iniziarono a trasformarsi in divinità oscure, maledette, intente soltanto a guidare il corso degli eventi nell’intento di spargere la morte, di portare la distruzione ovunque avessero a passare. E, dal loro personale punto di vista, nulla di tutto ciò avrebbe avuto a violare un qualunque genere di morale, giacché, per quanto per il loro divertimento la vita fosse stata generata, tale vita null’altro valore avrebbe avuto se non quello di un semplice balocco, di un passatempo con il quale combattere la noia di un’esistenza immortale e, in ciò, alla lunga, priva di valore, priva di significato. »
« Divinità decisamente infantili… » contestò Pitra, aggrottando appena la fronte a quella bizzarra descrizione, e a quella descrizione, pur, offerta con incedere quieto da parte della propria interlocutrice, tale da renderla una straordinaria bugiarda laddove, come necessariamente avrebbe avuto a dover essere, nulla di tutto quello avrebbe avuto a doversi giudicare reale.
« Quale divinità non lo è…? » minimizzò Midda, stringendosi fra le spalle « Comunque sia, alla lunga anche questo nuovo giuoco iniziò ad annoiarli… e così i Progenitori decisero di riunirsi nuovamente, e di riassumere una forma materiale, dei corpi, nei quali tentare di offrire nuovamente un senso alle proprie esistenze, e a quelle esistenze che, in buona sostanza, avevano perduto ragion d’essere con la loro ascesa a un livello superiore. Fu così che nacquero i Primi Eredi, una nuova civiltà che, pur non possedendo più i poteri propri dei Progenitori, nel profondo stesso del proprio codice genetico avrebbero avuto a conservare, in maniera latente, il seme di quella mirabile evoluzione… un’evoluzione alla quale, un giorno, avrebbero potuto nuovamente fare ricorso, laddove, ancora una volta, tale giuoco si fosse dimostrato insoddisfacente dal loro punto di vista. »
« Una storia sicuramente affascinante… » le riconobbe l’uomo, osservandola con innegabile curiosità nel confronto con quella cosmogonia, e una cosmogonia decisamente estranea a qualunque avesse mai avuto occasione di prendere in esame « ... difficile a potersi credere, ma interessante. Non hai mai pensato di rinunciare alla tua carriera di assassina e reinventarti come scrittrice…? Con questa fantasia potresti avere un certo successo. » la provocò, rifiutando quelle parole quali reali e interpretandole, semplicemente, quali il frutto della sua immaginazione, e di quell’immaginazione nell’impiego della quale, probabilmente, ella stava allor cercando di trarlo in inganno.
« In effetti, ho trascorso parte dell’ultimo anno impegnandomi in tal senso… ma questa è un’altra storia, e quella era un’altra Midda. » escluse la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo e, in ciò, allontanando da sé ogni ricordo improvvisamente riaffiorato della propria recente esperienza nei panni di Madailéin Mont-d'Orb, per poter restare concentrata sulla questione attuale e, con essa, sul racconto che stava offrendo al proprio interlocutore, un racconto che, a dispetto di quella sua ultima provocazione, non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual il frutto della propria immaginazione, quanto e piuttosto mera cronaca di esperienza di vita vissuta « Ciò non di meno, che tu mi abbia a credere o no, quello di cui ti sto parlando è terribilmente reale… al punto tale che, durante quella mia fugace trasferta in quel del sistema di Orlhun, mi sono ritrovata involontariamente coinvolta nel risveglio dei Progenitori e nella potenziale minaccia da essi rappresentata per tutti noi. »
« Aspetta… non avevi appena detto che i Progenitori si erano reincarnati nei Primi Eredi? » obiettò l’accusatore, sempre attento alle sue parole e sempre pronto a muovere necessaria critica alle medesime, nel confronto con le più o meno evidenti incoerenze da lei propostegli « Non costringermi a ritrattare il mio giudizio nel merito del tuo talento artistico… » la invitò, in quella che, in maniera addirittura paradossale, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una battuta di spirito da parte sua, palesando una parte di lui che mai, prima di allora, aveva avuto occasione di emergere, soprattutto nel rapporto con quella figura femminile in particolare.
« Hai ragione. » confermò ella, rendendosi conto di aver saltato un passaggio, in conseguenza di quel fugace momento di distrazione prima impostile « Purtroppo, neppure reincarnarsi nei Primi Eredi ha permesso loro di superare la noia… in termini tali per cui, alla fine, anch’essi hanno cercato in depravate perversioni di distruzione occasione per offrire un qualche senso alla propria esistenza. E, a pagarne il prezzo, ha finito per essere il loro intero pianeta, ridotto in conseguenza a tale follia a un mondo desertico e inospitale, privo di vita e di possibilità di vita… »

martedì 16 aprile 2019

2882


« E ora come glielo spiego…?! » sospirò fra sé e sé, in un necessario momento di intima riflessione nel merito di come poter avere ad affrontare la questione.

L’idea iniziale della donna dagli occhi color ghiaccio avrebbe avuto infatti a doversi riconoscere fondamentalmente semplice e, purtroppo, incredibilmente ingenua nella propria stessa formulazione.
Fra inventarsi una menzogna convincente, entro l’articolazione della quale tentare di mistificare la realtà in termini utili a renderla per lui appetibile, per lui approcciabile e comprensibile, e, soprattutto, per condurlo sul proprio stesso fronte, in quello che pur, anche per lui, avrebbe avuto a dover essere considerato giusto interesse; e cercare di convincerlo della realtà dei fatti, con tutte le proprie complicazioni, con tutte le proprie difficoltà, con tutte le proprie assurdità, quali necessariamente non avrebbero potuto ovviare ad apparire allo sguardo di chi estraneo a quanto pur per lei avrebbe avuto a doversi riconoscere qual quotidianità; ella aveva allora ipotizzato di ricorrere alla mera verità, certa di potersi trovare più avvantaggiata nel sostenere una posizione concreta, per quanto assurda, rispetto a una posizione irreale, per quanto probabilmente più credibile ma, parimenti, non così spontanea da argomentare qual, piuttosto, avrebbe avuto a doversi ritenere l’alternativa. Ciò non di meno, posta, come ella si trovava a essere in quel momento, a confronto con il più fermo rifiuto psicologico da parte del proprio ascoltatore di accettare qualunque verità, nel credere di possederla già, e nel credere di possederla in conseguenza alla menzogna a lui fornita dalla loro stessa antagonista e da lui, tragicamente, accolta qual sola e incontrovertibile realtà, Midda non avrebbe potuto ovviare a rivedere il proprio intento, in quello che, altrimenti, si sarebbe potuto facilmente rivelare uno scontro impari, e uno scontro impari fra una mente troppo legata alla propria razionalità, e alla propria realtà, e una storia troppo distante da lui e dai suoi mondi, dalla sua realtà, per poter essere accettata.
Dopotutto, in grazia a quale miracolosa illuminazione divina un uomo come Pitra Zafral avrebbe mai potuto accettare qual vera l’esistenza di spiriti, dei e creature primigenie, e, addirittura, di principi fondamentali antecedenti alla Creazione stessa, quali Anmel Mal Toise, Desmair, se non, addirittura, la Portatrice di Luce o l’Oscura Mietitrice? In che modo ella avrebbe mai potuto arrivare a renderlo cosciente dell’esistenza di un pericolo, e di un pericolo qual quello rappresentato dalla stessa regina Anmel, lo spirito della quale, per bocca del suo stesso, unico figlio, il semidio immortale Desmair, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual incarnatasi in un ruolo di potere, di comando al vertice della gerarchia dell’omni-governo di Loicare, e, in ciò, a comando di una delle più grandi potenze interplanetarie di quell’angolo di universo? E, ancora, in quale maniera avrebbe mai potuto lasciarsi ascoltare nel parlare di stregoneria e di negromanzia a un uomo nato e cresciuto circondato dalla tecnologia, e dalla tecnologia propria di una scienza tanto progredita da poter essere, a sua volta, facilmente fraintesa come magia, per quanto concetto del tutto alieno a ciò?
No. Ella non avrebbe potuto vantare alcuna speranza in tal senso. E per quanto tutto quello non le avesse a piacere, per quanto avrebbe preferito affrontare in maniera più aperta e più onesta quel discorso, accettando il rischio di una qualunque sua reazione innanzi alle proprie parole; la posta in giuoco, in quel momento, avrebbe avuto a doversi considerare decisamente superiore a qualunque limite tollerabile, in termini tali per cui, che ella potesse volerlo o meno, avrebbe dovuto accettare di cedere il passo nel confronto con una riformulazione della realtà entro un’apparenza che egli potesse essere in grado di comprendere, e di accogliere con minore pregiudizio rispetto a quanto mai, altrimenti, avrebbe potuto riservarsi possibilità di fare, entro il limitare della propria ottusa visione della realtà.

« Lasciamo perdere il discorso più lungo, e veniamo dritti al sodo… » sancì pertanto, al termine di quel breve ragionamento interiore atto a permetterle di riordinare le idee, e rielaborare i propri pensieri, e la propria storia, in parole che, sperava, egli avrebbe saputo apprezzare, aiutato, in tal senso, da una contestualizzazione a lui più prossima « … rammenti la mia fuga dal Mercato Sotterraneo? » domandò quindi, riconducendo i fatti a eventi decisamente più recenti, e a quegli eventi nel corso dei quali ella, fatta prigioniera dalla Loor’Nos-Kahn, una capillare organizzazione criminale sparsa in buona parte dell’universo e responsabile di molte, troppe colpe, fra cui gli orrori imposti ai suoi due figli, era stata condotta in una lontana luna, e una luna nota con il nome di Mercato Sotterraneo, per lì essere venduta all’asta « Quando, per tua stessa ammissione, tu e i tuoi uomini avete tentato di comprarmi per dieci miliardi di crediti… »
« Certo che lo rammento. » annuì Pitra, osservandola con serietà « E ti prego di non volermi associare a un simile spreco di denaro pubblico: fosse dipeso da me, avremmo messo a ferro e fuoco quel covo di criminali e fuorilegge, e avremmo estirpato per sempre la piaga conosciuta come il Mercato Sotterraneo… ma l’omni-governo ha preferito per un approccio più pacifico e, in questo, ho offerto ubbidienza agli ordini ricevuti. »
« Eviterò di commentare, per non dilungarci più del dovuto nella questione… » osservò la Figlia di Marr’Mahew, aggrottando appena la fronte e non potendosi considerare propriamente soddisfatta da quell’ultima frase, e da quell’ultima frase che avrebbe avuto sicuramente piacere di distruggere sotto ogni profilo razionale se solo ne avesse avuto la possibilità, ma che pur, in quel frangente, non avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una sua priorità « Comunque immagino che tu e i tuoi siate informati nel merito dei miei movimenti successivi a quella fuga… giusto?! »
« Certamente. » confermò egli, iniziando immediatamente a offrire evidenza di quanto, effettivamente, avesse a doversi giudicare più che informato sui fatti « Dopo esserti alleata al capitano Lles Vaherz della Jaco Milade, una nave pirata… »
« … la quale, tecnicamente, aveva preso in ostaggio i miei figli e, in questo, mi ha costretto ad agire ai suoi ordini… » puntualizzò sottovoce la donna guerriero, nel ricordare quegli eventi, e nel ricordarli senza particolare affetto o nostalgia, per quanto l’avessero ricondotta, per un breve periodo della propria attuale vita, ad affrontare quel genere di imprese proprie del tempo passato, di un’altra vita, di un altro mondo, quand’ancora semplice avventuriera e mercenaria, ella veniva sovente sballottata da un lato all’altro del continente per recuperare antiche reliquie e, in ciò, sovente affrontare minacce dimenticate dall’umanità poste a loro protezione, a loro sorveglianza.
« Dopo esserti alleata al capitano Lles Vaherz della Jaco Milade, una nave pirata… » ripeté l’uomo, dimostrando di non voler offrire particolare credito a quell’ultimo commento « … ti sei recata sino al sesto pianeta del sistema di Orlhun, là dove, in comunione con un altro pirata, il capitano Rifed della Maele Libeth, avete condotto un’opera di totale annichilimento del pianeta, fortunatamente già desertico, al solo fine di coprire le tracce di chissà qual genere di misfatto nel contempo compiuto. »
« D’accordo… abbiamo accertato che la tua visione dei fatti è tale da volermi generalmente associare a qualunque genere di misfatto. » levò gli occhi al cielo, scuotendo appena il capo « Ciò non di meno, oltre a guardare agli eventi principali, dovresti ogni tanto lasciarti interessare anche dai dettagli, dalle sfumature degli accadimenti, in maniera tale da cogliere il perché delle cose e non partire, semplicemente, dal presupposto di conoscerlo già. » puntualizzò ella, storcendo appena le labbra verso il basso « Immagino che tu non sappia nulla dei Progenitori… » soggiunse poi, domandandosi se non avesse fatto male ad appellarsi a quella vicenda per giustificare le proprie azioni correnti, offrendo all’attenzione del proprio interlocutore qualcosa di poi non così diverso rispetto alla realtà dei fatti, in termini di credibilità.
« Immagino che, con questo termine, tu voglia indicare qualcosa di particolare… » replicò egli, escludendo tuttavia di avere confidenza con quanto ella potesse star desiderando raccontare in quel momento « … ma no, non so di cosa tu stia parlando. » chiarì, in ciò confermando quanto, purtroppo, la scelta tattica da lei così compiuta non avrebbe avuto a doversi giudicare particolarmente più efficace nei confronti della strategia complessiva, costringendola, allora, a inventarsi una storia fondata su qualcosa di non meno incredibile rispetto a quanto non sarebbe potuto esserlo parlare di divinità, stregoneria e negromanzia.

lunedì 15 aprile 2019

2881


Pitra Zafral stava osservando con intensa serietà la propria interlocutrice, tentando di comprendere, di cogliere la verità dietro alle sue parole. Perché, nel migliore dei casi, quella donna avrebbe avuto a doversi considerare completamente pazza: pazza nel ritenere, quantomeno, che egli avrebbe mai potuto realmente venir meno al proprio impegno nei confronti dell’omni-governo di Loicare e nei confronti della legge.
Dal suo personalissimo punto di vista, ella non avrebbe potuto, infatti, iniziare il proprio discorso nella maniera peggiore, anticipando quanto, suo intento, alla base di tutto ciò, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non quello atto a tentare di convincerlo a collaborare a un sovversivo desiderio volto a rovesciare l’omni-governo. Egli era un accusatore. Egli era un magistrato di Loicare, fedele alla legge e, di conseguenza, all’omni-governo. E tale sua fedeltà non avrebbe mai potuto essere posta in discussione. Non a meno di non desiderare domandargli di non essere fedele a se stesso, giacché tale avrebbe avuto, dopotutto, a riconoscersi la sua stessa più profonda natura, la sua quintessenza. Soltanto follia, quindi, avrebbe potuto animare quella donna, spingendola a esordire con parole sì assurde quali quelle che, in tal maniera, aveva appena pronunciato.
Ciò non di meno, qualcosa non avrebbe potuto quadrare in quel contesto, in quella situazione. Perché, per quanto sicuramente insana avrebbe avuto a doversi giudicare quella donna, e una donna capace di commettere crimini quali quelli imputatile, ella non aveva mai palesato di essere sciocca: pericolosa, di certo, instabile, probabilmente, ma non sciocca. E soltanto una stupida avrebbe potuto, allora, decidere in favore di un simile approccio nei suoi riguardi e sperare di potersi riservare opportunità d’ascolto. Ergo, laddove fra tutti i modi possibili di esprimersi, e di esprimersi al suo indirizzo, ella aveva votato in favore di un simile approccio, e di un approccio atto a suggerire quanto il suo intento finale avrebbe avuto a doversi intendere rivolto a soverchiare l’ordine costituito del proprio mondo, una parte della mente nell’accusatore non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi incuriosita, e incuriosita innanzi agli assurdi processi mentali che avrebbero potuto giustificare, da parte sua, un tale esordio.
Non un commento, quindi, venne da lui espresso nel confronto con quelle parole. Non una pur superficiale reazione venne da lui palesata in conseguenza a quell’annuncio, laddove, al contrario, egli avrebbe avuto a doversi lì riconoscere qual quietamente concentrato nell’attesa di saperne di più, di poterne comprendere di più. E non per un qualsivoglia genere di successo, da parte della donna, a riservarsi una qualche speranza di complicità da parte sua, quanto e piuttosto quasi per interesse scientifico, nel voler tentare di meglio comprendere le dinamiche mentali proprie di quella figura, e quelle dinamiche mentali atte a permetterle di arrivare realmente a credere di poter ottenere la sua complicità.
E sebbene, in quel silenzio, nulla di positivo avrebbe avuto a dover essere necessariamente inteso da parte della donna, al tempo stesso neppure qualcosa di necessariamente negativo avrebbe potuto aver a emergere… non, quantomeno, nel confronto con l’evidente possibilità offertale di avere a esprimersi, esattamente per così come da lei richiesto.

« Come dovresti ricordare dall’epoca del nostro primo incontro, io provengo da un mondo lontano. Da un pianeta, invero, così lontano per cui neppure viaggiando per una vita intera, al massimo della velocità, della più veloce delle astronavi  dell’universo conosciuto, vi sarebbe concessa opportunità di raggiungerlo… » riprese quindi a parlare, con tono quanto più possibile sereno e quieto nel confronto con quell’uomo.
« Falso. » negò egli, scuotendo il capo « Il tuo fascicolo personale parla chiaro: sei originaria della seconda luna di Phomeris, quarto pianeta del sistema di Tonathas. » dichiarò l’accusatore, dimostrando di avere ben in mente le informazioni a suo riguardo e, in ciò, di non poterle concedere opportunità di mentirgli, e di mentirgli tanto spudoratamente come, in quel momento, stava evidentemente impegnandosi a tentare di fare addirittura nel merito della propria stessa origine.
« Non ho neppure idea di dove possa essere il sistema di Tonathas… né tantomeno la seconda luna di Phomeris. » negò tuttavia ella, escludendo tale interpretazione dei fatti « False sono le informazioni in vostro possesso. » puntualizzò ella, riservandosi un lieve sospiro utile a tentare di mantenere quel confronto su un piano di civile dialogo, sebbene, sulla base di simili premesse, difficile sarebbe stato per lei riuscire a comprovare le proprie posizioni, in conseguenza alla verità che il proprio interlocutore già credeva di conoscere « Come ti spieghi, altrimenti, il fatto che, in un primo momento, non siate riusciti a identificarmi… e soltanto a seguito della mia evasione, in maniera del tutto improvvisa, abbiano fatto apparizione le informazioni a mio riguardo nelle vostre banche dati?! »
« Non sono l’unico accusatore di Loicare. E tu non eri stata l’unico caso della giornata, né certamente il più importante. » escluse pacificamente l’uomo, scuotendo appena il capo « Comprendo quanto tu possa essere solita riconoscerti al centro della scena, ma in occasione di quel tuo arresto, la priorità assegnata al tuo caso avrebbe avuto a doversi ritenere del tutto minimale. Nulla di strano, quindi, nel fatto che siano trascorsi diversi giorni, settimane addirittura, prima che il tuo fascicolo saltasse fuori e, con esso, la verità attorno al tuo nome fosse condotta alla luce. »
« Perdonami, Pitra… ma non posso credere che tu sia davvero così ingenuo. » scosse il capo la donna, aggrottando appena la fronte in segno di perplessità nel confronto con lui « Ma se davvero io fossi stata, sin da allora, questa famigerata donna da dieci miliardi di crediti, credi davvero che nessuno, in tutta Loicare, mi avrebbe riconosciuta…?! » domandò, cercando di spingerlo a riflettere, e a riflettere nel merito delle anomalie proprie di quel caso « Prima di allora, avevi mai sentito fare il mio nome? Avevi mai sentito parlare del mio caso…?! »
« … cosa importa? » tentò di minimizzare egli, tuttavia, in quella replica, già confermando quanto da lei così suggerito, ossia l’assenza di qualunque pregressa informazione a suo riguardo antecedente al loro primo incontro « Non è che io abbia a conoscere ogni individuo all’interno dell’universo. Né, tantomeno, all’interno del dominio dell’omni-governo. » precisò, a sostegno della propria tesi, in un’osservazione del tutto razionale da parte sua « Come già pocanzi, comprendo quanto tu possa essere solita riconoscerti al centro della scena… ma l’universo non gira attorno a te. »
« Lode a Thyres per questo… già ho sufficienti problemi senza avere a preoccuparmi anche dell’universo intero. » ironizzò la Figlia di Marr’Mahew, non negandosi una risatina divertita a confronto con quell’immagine « Mettiamola così: come è possibile che prima di quattro anni fa il mio nome ti fosse del tutto sconosciuto… mentre negli ultimi quattro anni, in un modo o nell’altro, ho occupato un posto di rilievo all’interno della tua vita e della tua vita professionale?! » cercò di ispirare in lui il metaforico tarlo del dubbio e, in tal senso, la possibilità di porsi domande, e di porsi le domande giuste alla ricerca delle risposte più appropriate, più corrette.
« Coincidenza…? Fatalità…?! Impossibile a dirsi. » si strinse egli nelle spalle, ancora una volta banalizzando la questione per così come da lei sollevata « Dopotutto credo sia normale ignorare l’esistenza di qualcuno, nella propria quotidianità, sino al momento in cui questa ne entra a far parte. » argomentò, in maniera ancora una volta obiettivamente razionale, dimostrando di non star escludendo la possibilità di un dibattito dialettico, ma, semplicemente, di non aver ancora incontrato argomentazioni utili a convincerlo « Prima che tu avessi occasione di conoscere Duva Nebiria e Har-Lys’sha, dubito che conoscessi i loro nomi, o immaginassi la loro stessa esistenza in vita: ciò non di meno, da quando vi siete conosciute, i vostri destini si sono saldamente intrecciati… o erro? »

In silenzio Midda Bontor si concesse, a fronte di quell’interrogativo retorico, un fugace momento di silenzio, e un momento utile a tornare a osservare i pezzi disposti sull’ideale scacchiera di quel loro confronto, allo scopo di comprendere quanto, in effetti, ella stesse sbagliando nel proprio approccio, e in un approccio che, mantenendo il discorso su un livello di pura razionalità, la stava ponendo in uno spiacevole svantaggio, offrendo alla controparte soltanto l’occasione utile a demolire tutte le sue argomentazioni, rafforzando, di conseguenza, le proprie idee…

domenica 14 aprile 2019

2880


Rula non desiderava perdere ulteriormente del tempo, ragione per la quale, a fronte di quel mancato riscontro da parte della propria sconosciuta interlocutrice, decise non esservi ragione utile per proseguire in tal senso: meglio ovviare a perdere ulteriormente tempo innanzi a quella porta e, per quanto la discesa sarebbe necessariamente risultata più rischiosa, meglio provare direttamente a suonare alla porta successiva… e, per la precisione, alla porta del piano successivo, nella speranza, lì, di riservarsi maggiore occasione di fortuna.

« Non si preoccupi, signora Corphra… l’errore è stato mio. » concluse pertanto, sorridendo serena e scuotendo il capo « Tornerò un altro giorno, nella speranza che, ora di allora, la comunicazione le sia arrivata. » ripromise, al solo intento di mantenere una parvenza di credibilità nel proprio ruolo, prima di salutare « Buona giornata, signora… e grazie ancora per il tempo che mi ha dedicato! »

Senza neppure attendere l’eventualità di una risposta, laddove, obiettivamente, già troppo tempo era stato speso sino a quel momento in attesa dell’apertura di una soglia altresì destinata a restare serrata, la donna decise di allontanarsi quanto più rapidamente da lì, per dirigersi nuovamente agli ascensori e, da lì, passare al piano successivo, nella speranza di potersi riservare maggiore fortuna…
… fortuna, quella nella quale ella ebbe a confidare, che le venne riconosciuta. E le venne riconosciuta, in particolare, nel momento in cui, giunta in esatta corrispondenza della porta della signora Corphra, ella ebbe a ritrovarsi a suonare e ad attendere per più di un minuto buono senza ricevere alcuna risposta, in un silenzio, in una quiete, a fronte della quale, allora, avrebbe potuto ritenere con sufficiente sicurezza che l’appartamento avesse a doversi considerare vuoto. Fu così, quindi, che un colpo della sua pistola laser, sparato dritto nella serratura di quella soglia, ebbe a vederla dischiudersi innanzi a lei e, in ciò, a offrirle una possibilità di accesso all’interno dell’appartamento, che ebbe ad attraversare senza prestare il benché minimo interesse a quanto a lei lì circostante, nel volersi concentrare, piuttosto, sul raggiungere la finestra desiderata e, in particolare, sullo sperare di non aver allora sbagliato i propri calcoli, nel giudicare proprio quella colonna di appartamenti quali quelli a lei più utili.

« Sì! » esclamò non senza una decisa soddisfazione, nel momento in cui, raggiungendo il lato opposto dell’appartamento rispetto alla porta d’ingresso, ella ebbe a constatare quanto, effettivamente, la finestra raggiunta si affacciasse proprio sul vicolo di suo interesse, benché purtroppo, ormai, a una notevole distanza da terra, tale per cui, da parte sua, riuscire a calarsi da lì non sarebbe stato affatto banale « Se ora riuscissi a trovare un modo per arrivare a terra senza suicidarmi, la cosa potrebbe risultare estremamente gradita… » puntualizzò sottovoce, in un appunto al proprio stesso indirizzo, alla propria attenzione, non senza una nota quasi critica nella propria voce, al pensiero di dover affrontare quel volo e, soprattutto, di non avere la benché minima idea di come farlo.

Per quanto, infatti, Midda fosse solita non considerare esistenti differenze fra lei e gli uomini e le donne della Kasta Hamina, nell’indicare se stessa, e tutti loro, come fratelli e sorelle marinai, e nell’omologare, in ciò, il concetto di nave e quello di nave stellare, improbabile sarebbe stato considerare effettivamente equivalenti le due idee, fosse anche e soltanto in virtù della ben diversa fisicità richiesta agli uni e agli altri. Una ben diversa fisicità, quella sussistente fra dei marinai di mare, e dei marinai delle immensità degli spazi siderali, che avrebbe preteso dai primi, fra varie abilità, un indubbio senso dell’equilibrio e una grande abilità ad arrampicarsi, e ad arrampicarsi lungo il sartiame della nave, capacità altresì del tutto inutili nel confronto con i secondi, e le esigenze proprie di una nave stellare: non che, invero e da un diverso punto di vista, i secondi non avrebbero potuto vantare abilità assenti ai primi… ma, purtroppo per Rula, e purtroppo per Rula in quello specifico frangente, non abilità a lei allor utili, e utili, allora, per potersi calare da più di cinquanta piedi da terra con sereno controllo della situazione, soprattutto nel considerare quanto, a offrirsi alle sue dita, in quel frangente, avrebbero avuto a doversi riconoscere almeno una dozzina di piedi di parete di vetro e metallo, sulla quale, allora, gli appigli non avrebbero avuto a dover essere fraintesi qual propriamente abbondanti. Non un’impresa semplice, pertanto, per la giovane donna, così come non lo sarebbe stato, parimenti, neppure per la sua compagna Duva, laddove i loro ruoli avessero avuto a doversi riconoscere invertiti. Tuttavia, in quel momento, avrebbe avuto a essere lei lì presente, e non Duva. E Duva, altresì, avrebbe avuto a dover essere giudicata in quieta attesa di quel segnale che, proprio malgrado, stava tardando a occorrere… e di quel segnale allor utile a suggerire l’attuazione del piano da lei suggerito.
Così, costretta dalla situazione avversa, a Rula non poté fare altro che scegliere, in quel contesto, una via alternativa, e non una via più semplice o sicura, non una via più facile o indolore, quanto, e piuttosto, una via alternativa, e alternativa a quello che, ineluttabilmente, sarebbe stato un lungo volo sino a terra. Perché, nell’osservarsi attorno, e nel cercare di capire come poter affrontare quella discesa, il suo sguardo non poté ovviare a cogliere la presenza, a non meno di sei, forse otto piedi di distanza da lei, di un altro palazzo, uno dei due atti a delineare l’esistenza stessa di quel vicolo, e un palazzo lungo la verticale del quale, nella sua direzione, avrebbe avuto a dover essere identificata una lunga conduttura verticale, probabilmente una grondaia o una qualunque altra infrastruttura per il passaggio protetto di qualche fascio di cavi, fossero essi conduttori di energia o di un qualunque genere di segnale. Una conduttura anonima, abitualmente inosservata dai più, che, tuttavia, per lei, avrebbe potuto tradursi in una comoda occasione di ridiscesa… se soltanto non si fosse presentata, per l’appunto, a una certa distanza orizzontale da lei, e una distanza coprire la quale non sarebbe poi stato così privo di rischi...

« Sono praticamente certa che, in un momento come questo, Midda ricorrerebbe a qualche frase del tipo “o la va, o mi spacco”… » ironizzò, per cercare di banalizzare la tensione allor in lei crescente, e quella tensione che, comunque, non le sarebbe stata particolarmente utile nel confronto con quell’impresa.

Decisa a fare tutto il possibile, e anche l’impossibile, per non deludere le proprie amiche, Rula, dopo aver aperto per bene la finestra e aver sgombrato ogni ostacolo lungo il proprio cammino, prese un profondo respiro e chiuse gli occhi per un breve istante, a concentrare tutte le proprie energie, mentali e fisiche, in quanto di lì a un istante avrebbe compiuto. E nel chiudere gli occhi, e a escludere il resto dell’universo attorno a sé, ella ebbe a contare i battiti del proprio cuore, per scandire, in essi, un breve conto alla rovescia prima dell’ineluttabile.
Uno. Ed ella ebbe a visualizzare innanzi a sé i propri passi, il breve slancio che si sarebbe riservata occasione di compiere prima di proiettarsi nei vuoto, e la parabola che, quindi, avrebbe dovuto compiere, e avrebbe dovuto compiere per poter raggiungere quella conduttura metallica, e quella conduttura metallica sulla quale le proprie mani avrebbero dovuto riservarsi occasione di trovare una rapida possibilità di presa.
Due. Ed ella ebbe a visualizzare innanzi a sé quello che sarebbe conseguito la propria discesa a terra, nell’ingaggio che avrebbe avuto a riservarsi con i loro ancor non meglio individuati avversari, e nel successivo intervento di Duva in suo aiuto, in suo sostegno, a liberarsi presto di quel problema, di quella minaccia, e, magari, a margine di ciò, a meglio comprenderla, a meglio identificarla nelle proprie origini, per così come, sino a quel momento, non avevano avuto ancora occasione di compiere.
Tre. Ed ella ebbe a cancellare ogni pensiero, a cancellare ogni immagine dalla propria mente per non avere distrazione, per non avere possibilità di deconcentrazione, prima di tendere i propri muscoli e spingersi in avanti, in una breve ma intensa corsa, e una breve ma intensa corsa che la condusse, allora, a poggiare il proprio piede destro sul cornicione della finestra e, di lì, la slanciare la propria gamba sinistra, e con essa il proprio intero corpo, in avanti, verso il vuoto innanzi a sé e verso quella che, avesse avuto a scoprirsi una mossa errata nella propria valutazione, non l’avrebbe condotta a un piacevole finale.