Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
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E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
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Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 030 - Il nemico del mio nemico. Mostra tutti i post
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sabato 21 gennaio 2012
1463
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Residente, da molti anni, lustri addirittura, all'interno della città del peccato kofreyota, Kriarya, e lì proprietario di una modesta locanda, o, così come era solita ripetere Midda Bontor, modesto proprietario di una locanda, Be'Sihl Ahvn-Qa aveva maturato una certa confidenza con alcune dinamiche proprie dell'umana natura in situazioni tutt'altro che accomodanti, in cosiddetti tempi di guerra, quali in Kofreya erano praticamente da secoli, se non, forse, da sempre. E, fra tali dinamiche, aveva avuto modo di comprendere come non fosse assolutamente retorica l'idea che la stessa guerra potesse suggellare strane alleanze, unioni a dir poco inusuali, se non, addirittura, blasfeme.
Lungi dall'attribuire alla propria medesima figura eccessiva importanza, egli era pur conscio di come, in una diversa situazione, mai e poi mai sarebbe giunto ad accettare di fidarsi di una creatura qual Desmair, non tanto, e solamente, per il proprio sgradevole aspetto fisico, richiamante immediatamente alla mente figure tutt'altro che benevole di determinati pantheon, divinità oscure e demoni il cui unico diletto sarebbe stato pasteggiare con le anime degli uomini, quanto, e piuttosto, per il legame che egli aveva imposto alla propria amata mercenaria dagli occhi color ghiaccio, matrimonio da lui, in verità, non desiderato in quegli specifici termini e nel quale, tuttavia, non aveva concesso alternativa a colei in ciò divenuta sua interdetta sposa. Dal suo personale punto di vista, il locandiere avrebbe potuto tranquillamente tollerare l'idea dell'esistenza in vita di un essere qual quello se solo lo stesso non si fosse tanto impropriamente vincolato alla donna che lui amava. Tuttavia, proprio per quella stessa donna e in grazia del suo amore verso di lei, Be'Sihl era giunto ad accettare di scendere a patti con il mostro e, persino, a fidarsi di lui, quando persino la stessa Figlia di Marr'Mahew lo avrebbe esplicitamente diffidato dal concedergli tanta apertura, se solo ne fosse stata informata. Ma, come recitava un vecchio adagio della propria terra, per quanto impetuoso avrebbe potuto scorrere il fiume, al deserto sarebbe stata sufficiente una singola opportunità per imporre la propria arsura anche sulla terra più fertile. E, così, ove già una volta, in passato, aveva accettato di scendere a patti con Desmair, inevitabile sarebbe stato per lui ricadere ancora nell'errore, e ancora, e ancora una volta, sino a quando, spiacevolmente, sarebbe stato completamente consumato dal medesimo senza neppure rendersene conto, ove sempre sospinto dalle migliori intenzioni.
In tutto ciò, ove anche in passato egli avrebbe considerato follia il semplice prendere in esame l'idea di offrire tanta libertà al proprio antagonista, ormai, e purtroppo, lo shar'tiagho non avrebbe saputo ipotizzare alcuna migliore soluzione alternativa, soprattutto nell'essere stato reso perfettamente consapevole delle proprie attuali condizioni. Perché, in verità, Desmair non lo aveva preso in ostaggio imprigionandolo all'interno della propria mente, o ovunque si trovasse in quel momento. No. Desmair gli aveva concesso un'opportunità di scelta, lo aveva lasciato libero di prendere confidenza con l'incredibile dolore conseguente a tutti i danni subiti dal suo corpo in conseguenza della caduta, del volo che, straordinariamente, lo aveva comunque condotto in salvo a bordo della Jol'Ange, spinto in tal direzione solo dalla benevolenza degli dei ancor prima che dallo sprone dei propri stessi muscoli. E, nel confronto con tanta pena, in conseguenza alla quale, nel migliore dei casi, sarebbe morto, se non, peggio, impazzito, Be'Sihl aveva vigliaccamente scelto di accettare la possibilità concessagli dal proprio pericoloso alleato, l'opportunità di ovviare a tanto dolore e di rifugiarsi in quello stesso ambiente nel quale, sino a quel giorno, già erano stati condotti tutti i loro incontri e dove, separato dal proprio stesso corpo e dalla sua sofferenza, egli avrebbe potuto concedere al medesimo di guarire nei tempi più consoni, intrattenendosi in altre attività.
Fu per tal ragione, quindi, che dopo aver rifiutato di spendere le ore, i giorni, le settimane di tempo necessarie a superare quel trauma in compagnia di fittizi simulacri rappresentanti non solo Midda, ma anche tutte le sue compagne passate, con le quali Desmair gli avrebbe concesso di intrattenersi in quello che molti altri uomini avrebbero probabilmente considerato quanto di più prossimo all'aldilà degli eroi, all'oltretomba di coloro che avevano concesso la propria vita in sacrificio agli dei; Be'Sihl si ritrovò a trascorrere quella propria fasulla quotidianità nello stesso modo in cui sarebbe stato solito trascorrere la propria consueta vita in un periodo di normalità, in una situazione diversa da quella che lo aveva visto porsi in viaggio attraverso terre e mari per soccorrere la propria amata, ovunque ella fosse stata condotta: gestendo la propria locanda.
« Salute a te, locandiere. » gli rese omaggio l'unica voce degna di essere effettivamente ascoltata all'interno del marasma di irreali avventori lì pur sempre impegnati a spendere soldi mangiando e bevendo a volontà, così come era solito avvenire.
« Desmair… » salutò l'uomo, senza eccessivo entusiasmo, e pur senza evidente inimicizia, così come, in passato, aveva pur necessariamente compiuto nei suoi riguardi.
All'ingresso della locanda, in verità troppo piccolo per permettere a una figura tanto possente, colossale, di varcarlo, era infatti nuovamente apparso il suo alleato, in quella che, ormai quotidianamente, era divenuta sua consueta, abituale visita, volta a concedergli possibilità di essere aggiornato nel merito di quanto in corso attorno a sé, di quanto fosse avvenuto e stessa ancora avvenendo nel mondo a lui esterno e dal quale, non diversamente alla propria reale e consueta condizione di vita, era isolato all'interno del piccolo, quieto e accogliente mondo rappresentato da quello stesso edificio.
Interessante, in tal frangente, fu notare come nessuno, fra i viandanti già presenti all'interno della variegata schiera di abituali e non abituali frequentatori di quelle mura, parve trovare alcunché di particolare nella comparsa di Desmair fra loro. Un particolare, questo, tutt'altro che privo di valore, di significato, ove comunque utile a permettere al locandiere di non perdere la giusta misura su quanto fosse verità e quanto, altresì, fosse menzogna, e a non scordare come il mondo lì ricreato in maniera estremamente fedele a partire dai suoi stessi ricordi, dalle sue memorie, non avesse comunque da essere confuso con quanto in sua attesa al di fuori di tutto quello, una realtà in cui un mostro qual Desmair non avrebbe mai potuto aggirarsi fra delle tavolate affollate da gente pressoché ubriaca senza attrarre alcun commento, alcun interesse o, in effetti, alcuna avversione.
« Cosa posso offrirti? » domandò l'anfitrione non appena il suo ospite si fu avvicinato a sufficienza da poter prendere in esame l'idea di accomodarsi al bancone, ove pur, nel confronto con le sue proporzioni, sarebbe necessariamente risultato troppo basso e, in ciò, persino scomodo.
« Il solito, grazie… » sorrise amabilmente il semidio, piegando appena il pesante capo ornato da corna di lato, quasi a volerlo meglio studiare « Tutto bene, vecchio mio? »
« Certo. Qui va sempre tutto a meraviglia… » replicò il locandiere, sollevando le spalle e lasciandole ricadere, a minimizzare la questione « Dopotutto, come potrebbe essere diversamente, dal momento che hai creato tutto questo a mio esclusivo uso?! »
« Se desideri maggiore animazione non hai che da chiedermelo… » propose Desmair, allungando la propria destra verso la coppa nel contempo preparatagli dal proprio interlocutore, e riempitagli, per l'occasione, della consueta bevanda dalla consistenza del sangue, nel merito della natura della quale Be'Sihl aveva rifiutato di porsi domande, supportato in tal senso dalla consapevolezza di quanto, anche quella, non avesse da considerarsi più reale, più concreta, rispetto al resto del mondo a lui circostante « Preferiresti qualcosa di più consueto, di più naturale, come un terremoto o, che ne so, un'invasione y'shalfica? Oppure, magari, vorresti sperimentare esperienze più forti, come l'arrivo di uno stormo di draghi sopra la città? Adoro quando quelle simpatiche bestioline inceneriscono il midollo di chi tanto stupido da ipotizzare di poterle arrestare… » argomentò, non offrendo dubbio alcuno nel merito della sincerità delle proprie ragioni per così come definite.
« No. No. Non ti preoccupare… » scosse il capo l'uomo « E' tutto perfetto così come è. »
« Ricordati che se tu desiderassi avere qui anche Midda, sarebbe questione di un istante accontentarti. » sottolineò, sollevando la coppa e sorseggiandone il contenuto, nel condurre quel dialogo quasi fosse una conversazione assolutamente consueta fra due amici di vecchia data.
« Preferisco attendere di poter tornare ad abbracciare l'originale piuttosto di tradirla con una di queste… ombre. » negò Be'Sihl, sinceramente turbato alla prospettiva o, forse, turbato dalla consapevolezza che una parte di più, meno razionale, avrebbe accettato volentieri anche un'imitazione della propria amata in attesa di quella vera « Piuttosto: come sta? » domandò, reindirizzando la conversazione verso un tema più costruttivo e interessante rispetto alla futilità delle proposte appena ascoltate « Sta riprendendo forze? »
« Sì. Ovviamente. » annuì Desmair, tollerando di buon grado quel cambio d'argomento per così come impostogli dalla controparte, dimostrandosi, come già nei giorni precedenti, più disponibile, più tollerante verso di lui, allontanandosi dalla figura egocentrica che pur, in passato, aveva ampiamente dimostrato di saper essere « Mia moglie non è una donna qualunque. E, soprattutto, non si potrà permettere di esserlo per compiere quanto dovrà compiere per salvare la propria vita e la vita di chiunque a lei caro. »
« Tua moglie… » sussurrò lo shar'tiagho a denti stretti, ancora mal digerendo che egli potesse rivolgersi a lei in tali termini e, tuttavia, non potendo fare nulla per ovviarlo, laddove, effettivamente, tale era il loro vincolo, il loro legame « L'importante è che riprenda a mangiare regolarmente… e un poco alla volta. » proseguì, con tono consueto, a commento delle parole appena ascoltate « Dopo quanto le è stato imposto, deve permettere al propria corpo di riabituarsi al cibo. E, se vuoi saperlo, ella non è mai stata attenta né alla regolarità, né al contenuto dei propri pasti. »
« Poco male, direi, nel considerare il risultato finale… » ironizzò maliziosamente il semidio, riappoggiando la coppa sul bancone « Non trovi? »
Ma Be'Sihl non volle raccogliere la provocazione, già mal digerendo l'idea di quanto, attraverso i propri spiriti, quell'essere avesse potuto essere testimone della loro intimità, dei loro momenti più riservati, trovando, in essi, di che sparlare. Così, riempiendo nuovamente il calice con altro sangue, o qualunque cosa fosse, preferì restare in silenzio, nella volontà di non permettere al medesimo di scadere così come avrebbe potuto troppo facilmente finir per essere…
« Comunque sia… » riprese voce Desmair, ben sapendo a quale altro interrogativo sarebbe andato egli presto a parare « Di lei non si è ancora ricordata. Non ha ancora compreso chi si sia impossessata del corpo di sua sorella. E, quindi, con quale nemico abbia realmente a che fare. »
« E nessuno, a bordo della Jol'Ange, è in grado di spiegarglielo… » commentò Be'Sihl, tutt'altro che rallegrato da tale conferma « Nessuno a parte me, ovviamente. » concluse, interrogandosi intimamente su come avrebbe mai potuto condividere con lei certe informazioni senza, in ciò, perderla per sempre.
venerdì 20 gennaio 2012
1462
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Tante, troppe domande nel confronto con le quali mai ella avrebbe potuto sperare di raggiungere una qualsivoglia, concreta consapevolezza. Non, per lo meno, lasciandosi dominare da sentimenti d'indolente autodistruzione, quali, in quel periodo, complice la convalescenza impostale, si erano dimostrati prepotentemente presente nel suo cuore e nella sua mente, anche qual umana reazione, comprensibile risposta a una sconfitta tanto incisiva, quale da troppi anni, lustri addirittura, non era più abituata a considerare qual propria, a ritenere qual ammissibile nella propria esistenza, pur sì ricca di sfide al di là di ogni consueto umano ambire, non per eccessiva sopravvalutazione delle proprie capacità, non per eccessiva sottovalutazione del pericolo a sé circostante, quanto, e più semplicemente, per un'incredibile successione di trionfali vittorie tali da assuefarla, proprio malgrado, a simile, pur meritata, condizione.
« Sei maturato, Av'Fahr… » riprese alfine voce la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, rivolgendosi al proprio interlocutore con la consueta sincerità e trasparenza che era solita riservare a chi considerato a sé alleato, se non, addirittura, amico « Ti avevo lasciato ragazzo e ti ritrovo uomo. E anche incredibilmente saggio, se mi posso concedere l'ardire di osservare. » sorrise, passandosi poi la mancina fra i capelli, quasi l'ordine nel quale si stavano disponendo incredibilmente disposti non le fosse gradito e preferisse mantenerli più simili a un intrico irrisolvibile, a un dedalo privo di uscite.
« Credo che sia una delle conseguenze comuni a tutti coloro che perdono qualcuno d'amato. » commentò l'uomo, aggrottando la fronte « O, forse, sto solo cercando di dimostrarmi più appetibile al tuo sguardo… non sia mai che tu ti stanchi del tuo locandiere shar'tiagho, prima o poi. » soggiunse, concedendosi una facile ironia a non permettere al discorso di continuare in note tanto serie, qual, alla lunga, sarebbero risultate persino sgradevoli e sgradite.
« Shh… silenzio… non farti sentire. » replicò ella, portandosi l'indice della destra, in nero metallo dai rossi riflessi, davanti alle labbra, per imporre all'interlocutore un momento di quiete « E' estremamente geloso e, per quanto tu possa pensare che sia fuori combattimento, potrebbe improvvisamente destarsi dal sonno al solo scopo di trasformarti in stufato, da servire stasera a cena. » argomentò, ovviamente scherzosa, in quanto, di Be'Sihl, tutto si sarebbe potuto dire ma nulla in merito a una qualche sua possessività sentimentale, dopotutto incompatibile con le loro particolari abitudini relazionali, per così come necessaria conseguenza della sua vita in costante viaggio, alla continua ricerca di nuove avventure, di nuove sfide.
Così come poc'anzi aveva anche insistentemente ricordato e sottolineato lo stesso Av'Fahr, a seguito del rocambolesco volo compiuto dal locandiere suo amato al solo fine di concederle salva la vita, di definire, per lei, una speranza di fuga, qual effettivamente poi era stata anche confermata dalla scelta di Nissa, Be'Sihl non aveva ancora ripreso coscienza, e, in tal senso, al di là di ogni scherzoso giuocare, ella non avrebbe potuto che essere sinceramente e tremendamente preoccupata per lui e per il suo destino, la sorte del medesimo coraggiosamente abbracciata, sola conseguenza della propria volontà, della propria autodeterminazione e di alcun altro fattore, e che pur avrebbe, in ciò, potuto anche condurlo alla morte.
In verità, entro i limiti di quanto Masva e Noal avevano potuto constatare in assenza di un cerusico professionista abile a esprimersi in termini più approfonditi e corretti, fortunatamente l'uomo non sembrava aver riportato danni irreversibili: una brutta botta in testa, una manciata di costole incrinate, un avambraccio e una gamba fratturate, una spalla e un'anca lussate… per non parlare di polsi e caviglie. Nulla di piacevole, ovviamente, e pur un vero e proprio miracolo, nel considerare da quale altezza egli si era gettato e, ancor più, la posizione in cui era ricaduto, offrendosi qual protezione per la propria amata e lasciandosi impattare di schiena sul legno della nave. L'unico, reale, problema, a conti fatti, avrebbe dovuto essere considerato proprio l'insolito sonno nel quale egli sembrava essere sprofondato. Un sonno malato che, comunque, avrebbe dovuto essere probabilmente giudicato più che naturale dopo quanto accaduto, addirittura ritenuto non dissimile da un meccanismo di difesa elaborato dal suo stesso corpo allo scopo di impedirgli di soffrire e, persino, di peggiorare la propria condizione con qualche tentativo di movimento, laddove, certamente, se egli fosse stato cosciente la situazione sarebbe stata meno gradevole, nel dover fare i conti con il dolore conseguente a tali danni, nonché agli sforzi compiuti da Noal, Av'Fahr, Masva e, persino, il giovane Ifra per riposizionare ogni osso nella giusta posizione prima di consentirgli un'erronea guarigione. Ciò nonostante, a quel sonno, a quel sonno ristoratore tanto sgradevolmente prossimo al sonno della morte, nessuno a bordo della Jol'Ange avrebbe saputo obiettivamente associare pensieri positivi, speranze volte al futuro, per quanto, sicuramente, egli avrebbe dovuto essere riconosciuto qual in una condizione migliore di quella propria di Berah… condizione nella quale, a sua volta, sarebbe potuto facilmente riversare se, anche solo e semplicemente, la botta alla nuca fosse stata più violenta.
« Lungi da me il desiderio di attrarre le sue ire. » esclamò Av'Fahr, sollevando le mani a dichiarare la propria resa in tal gesto « Non so se in spezzatino o in cos'altro, ma sono sicuro che quell'uomo sarebbe capace di ascendere sino alla casa degli dei per bussare alla loro porta, se solo ne avesse l'esigenza, soprattutto se ciò fosse necessario per salvarti. » spiegò, a metà fra l'ironia e la sincerità, fra il giuoco e la seria constatazione, conseguente a quanto aveva avuto modo di verificare in prima persona nel corso di quello stesso viaggio « Tu non hai idea di quanto già abbia compiuto sino a oggi, per te. »
« Credo di poterlo immaginare… » annuì la mercenaria, effettivamente conscia di quanto il proprio amato si fosse impegnato per giungere sino a lei, e, ancora, per tirarla fuori dal cuore della nave di Nissa, la Mera Namile, come aveva scoperto chiamarsi, unendo il nome di loro madre, Mera, a quello della loro nonna materna, Namile, quest'ultimo anche suo secondo nome per amor di cronaca.
« Per te, sebbene nato e cresciuto sulla terraferma, ha affrontato il mare… imparando a rispettarlo e a confrontarsi con esso. » sottolineò l'uomo, non volendo permettere a tale impresa di passare in sordina, facendosi testimone di evidente rispetto per il soggetto di tale asserzione, suo ultimo compagno di viaggio, quasi fratello così come, ormai, aveva iniziato meritatamente a considerarlo « E, sempre per te, è giunto a porsi a contatto diretto con il mare, e il mare aperto, nel nuotare fin… »
« Lo so. » sorride Midda, sollevando la propria mancina per lasciarla posare sulle labbra del proprio interlocutore, a domandargli in ciò di non proseguire oltre « So bene quanto ha fatto e, ancora, so bene quanto sarebbe stato ancora disposto a fare se solo ve ne fosse stata la necessità. » sospirò, concedendosi successivamente a ciò un istante di laconico imbarazzo al confronto con l'evidenza di un sentimento tanto forte da parte del proprio compagno, un sentimento per essere degna del quale non sentiva di aver compiuto nulla di particolare, non credeva di aver fatto alcunché di speciale « Dopotutto, concedimi sufficiente intelligenza utile ad aver scelto solo il meglio presente sul mercato… » concluse, strizzando l'occhio sinistro verso l'interlocutore con fare complice.
In tal gesto, in quell'atto pur giocoso, ancora una volta desideroso di stemperare un clima che, troppo facilmente, sarebbe potuto degenerare in dramma, se non tragedia, ella non poté però evitare di rivolgere il proprio sguardo nella direzione della soglia aperta e, da lì, dello stretto corridoio e della porta altresì chiusa al di là dello stesso, la porta dietro la quale, era conscia, stava riposando Be'Sihl.
E insieme a quel pur fugace sguardo, accanto a tale rapida occhiata, qual solo sarebbe potuta essere per chi facente proprio, e gravante sul proprio animo, un incommensurabile senso di colpa, non poté essere ovviata una rapida preghiera, una supplica non solo rivolta a Thyres, sua dea prediletta e pressoché unica interlocutrice di ogni propria invocazione, ma agli dei tutti, agli dei del pantheon tranitha, con i quali ella era nata e cresciuta, così come agli dei di qualsiasi pantheon, a lei già noto o ancora ignoto, chiedendo a tutti loro una sola, semplice e pur importante concessione, a prescindere da quale pegno simile favore avrebbe potuto esigere in cambio. Quell'uomo, l'uomo giacente al di là di quell'uscio chiuso, l'uomo che lei amava e che tanto, troppo aveva dimostrato di amarla a sua volta, non avrebbe dovuto aggiungere il proprio nome alla già troppo ricca lista di vittime per le quali ella si sentiva responsabile: qualunque prezzo, da parte sua, sarebbe stato riconosciuto qual accettabile per garantirgli simile speranza di vita, l'occasione di poter godere, e godere realmente, ancora una volta della calda luce di una nuova alba.
giovedì 19 gennaio 2012
1461
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Il colosso nero, a quelle parole, sollevò le proprie braccia e compì un semplice gesto che in alcun altro momento, in alcuna altra situazione avrebbe supposto di poter compiere verso quella specifica figura, riprendendo voce e suggerendole quanto mai avrebbe supposto di poterle suggerire: « Lo so che probabilmente non sei abituata a farlo… ma… » esitò, stringendola delicatamente a sé, non con lussuria, non con malizia, ma con incedere fraterno, quasi ella fosse la fiera Ja'Nihr purtroppo perduta cinque anni prima « … ma ora faresti meglio a piangere. » proseguì, con tono non più di sfida, non più volto a suscitare una qualche reazione in lei, ma semplicemente carezzevole, in misura non inferiore ai propri stessi gesti così come lì compiuti « Parlo per esperienza. »
E Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew, che pur non era così estranea alle lacrime, pur senza concedersi con eccessiva facilità di cedere al pianto, spinse il volto contro petto perfettamente scolpito dell'uomo, quasi a voler affondare in esso e poter essere, lì nascosta, lì celata, libera di dar sfogo a tutto il proprio dolore, a tutta la propria ira: dolore per la morte di Berah e per, forse, la condanna imposta tanto su Camne e questo ancor sconosciuto Hui-Wen, quanto sullo stesso Be'Sihl; ira verso se stessa, unica reale responsabile per quanto accaduto, per quanto successo, nell'essersi dimostrata più debole della propria gemella, nell'aver ceduto innanzi a lei e, in questo, nell'aver permesso che tutto ciò accadesse, succedesse, lasciandosi trascinare dagli eventi invece di dominarli. Ella, che mai aveva voluto accettare l'idea di un destino preordinato, di un fato scritto nelle stelle dagli dei ancor prima della propria stessa nascita, non avrebbe potuto trovare alcun sollievo, alcuna discolpa morale all'idea di essere stata, a propria volta, vittima di qualcosa di più grande di sé, vittima di una sorte a sé contraria e, in ciò, priva di qualunque responsabilità per quelle morti e quelle condanne. Prima di qualunque responsabilità per Berah, per Camne, Hui-Wen, Be'Sihl… e, forse, anche, per i suoi compagni di ventura Howe e Be'Wahr, e il suo scudiero Seem. E molti altri ancora. Troppi altri ancora.
Un pianto amaro, quello che ella riversò contro l'addome muscoloso, quasi marmoreo nella propria solidità, del buon Av'Fahr, che da questi non venne giudicato, non venne condannato, ritrovandosi, anzi e al contrario, perfettamente riconosciuto nelle proprie ragioni, nella propria utilità ove già, come da lui stesso asserito, a tempo debito sperimentato in prima persona, quando in proprio colpevole contrasto si era posto a rimproverarsi non solo per la morte della sua adorata, idolatrata sorella, Ja'Nihr, quant'anche per quella del proprio capitano, Salge Tresand.
« P-perdonami… » esitò ella, ancora lasciando trasparire, in un lieve tentennamento, tutta la propria fragilità, tutta la propria debolezza, così come mai era solita concedere spettacolo in pubblico « Io credo di essere ancora… frastornata… per via delle droghe. » tentò di giustificarsi, quasi a scusarsi per quanto appena avvenuto, per il pianto che ancora le lasciava splendere d'umidità gli occhi « Non pensare male di me, per carità. » gli richiese, sforzandosi di lasciar apparire quasi scherzoso il proprio tono, a non imporsi maggiore umiliazione di quella che temeva essere già divenuta propria.
« Non ho ragione per pensare male di te… » sorrise l'uomo, per tutta risposta, aprendo il proprio abbraccio per non imporglielo forzatamente là dove non richiesto e, ormai, non più necessario « Ne avrei se non avessi pianto. Ma ora no. Ora so che sei una persona comune. Un essere umano come me… e come Ja'Nihr, pace all'anima sua. »
« Ja'Nihr… » ripeté la donna guerriero, rievocando nella propria mente le immagini di quella splendida cacciatrice figlia dei regni desertici centrali, la qui esotica bellezza era seconda solo alla propria forza e al proprio coraggio « Thyres… non ho mai avuto occasione di invocare il tuo perdono per quanto accaduto. » prese consapevolezza, asciugandosi il volto con il dorso della mano e lasciandosi nuovamente sedere sulla branda, là dove, ancora, era rimasta in piedi sulla medesima « Mi dispiace. Mi dispiace davvero tanto per quanto è accaduto. Ella era… »
« … straordinaria. » concluse egli, con un sorriso sereno in volto « Sì. Lo so. Come so che, per quanto tutti noi possiamo avere ragione di rimproverarci per quanto accaduto, nessuno fra noi è responsabile per la sua morte. Nessuno, per lo meno, fatta eccezione per tua sorella Nissa. » definì, lasciandosi sedere accanto alla propria interlocutrice, per non costringerla a restare con il capo reclinato all'indietro per osservarlo.
A quelle parole, ella restò per un lungo momento in silenzio, osservando il volto di colui che aveva lasciato cinque anni prima qual un ragazzone troppo cresciuto, un omaccione dal corpo ipertrofico e, ciò nonostante, dall'emotività e dalla psiche di un fanciullo, lì ora presentatosi nuovamente a lei qual un uomo maturo, non solo per un lustro in più sulle proprie spalle, quanto, e piuttosto, per il proprio modo d'essere e di relazionarsi con il mondo a sé circostante. In tutto ciò un meraviglioso senso di sollievo la pervase, insieme alla certezza di non essere poi sì indispensabile al mondo, al Creato tutto, per proseguire nel proprio consueto cammino, non che mai avesse avuto dubbi in senso contrario: ella era solo una persona, una persona comune, così come anche sottolineato dallo stesso Av'Fahr, e in ciò, piacevolmente, ella avrebbe potuto concedersi di allentare, seppur di poco, la tensione emotiva che la stava affliggendo sin dal momento in cui aveva veduto la corona della regina Anmel materializzarsi fra le mani della propria gemella.
Poco o nulla, in verità, si ricordava di quanto occorso dal momento della fallita trappola a discapito di Nissa sino al momento del suo risveglio a bordo della Jol'Ange. Le era stato spiegato come fosse stata mantenuta prigioniera per lunghe settimane, incatenata e drogata a testa in giù per non concederle alcuna possibilità di fuga. Le era stato poi anche spiegato come tanto l'equipaggio della Jol'Ange, quanto il suo amato Be'Sihl, avevano avuto occasione di incontrarsi, sospinti in tal senso da diverse forze ultraterrene e sovrannaturali, e pur animati da un'unica, comune volontà di soccorso nei suoi riguardi. E, ancora, di come ella stessa fosse addirittura riuscita a concedersi un'estemporanea fuga dalla prigionia impostale, salvo, successivamente, essere ancora una volta catturata. Narrazioni, quelle a lei offerte, che avrebbero potuto essere proprie di una canzone, di una leggenda, tanto alle sue orecchie e alla sua attenzione, più in generale, esse risuonarono del tutto inedite, poste in riferimento a una realtà a lei del tutto sconosciuta.
Proprio in conseguenza a tale personale estraneità da eventi che l'avevano vista altresì protagonista, e che avevano visto ritornare in circolazione una corona già legata a troppi spiacevoli ricordi, quali, innanzitutto, i tentativi di lady Lavero, ultima proprietaria di tale reliquia, per eliminarla dalla circolazione, nonché ai sospetti relativi a una misteriosa entità all'interno della Terra di Nessuno, presentatasi con l'appellativo di primo-fra-tre e autoproclamatosi vicario di una importante e potente figura, probabilmente la medesima regina Anmel, seppur morta secoli, forse millenni prima; Midda Bontor non aveva potuto ovviare a un'incredibilmente sgradevole sensazione, quella di essersi ritrovata al centro di dinamiche estremamente più grandi di lei e in conseguenza alle quali il destino di troppe persone a lei care, se non dell'intera umanità, per come evolutasi sino a quel giorno, sarebbero potute dipendere dal suo successo o dal suo fallimento nella personale e decennale guerra con sua sorella Nissa. Un pensiero sicuramente assurdo, privo di qualunque fondamento, e che pur non aveva potuto evitare di essere rafforzato dall'insolita brama dimostrata dalla sua gemella verso gli scettri che aveva condotto seco dalla lontana Shar'Tiagh, scettri ipoteticamente appartenuti all'ultimo dei faraoni dell'epoca di massima ascesa, o di massimo declino, della storia di quel regno, scettri per il possesso dei quali già molte persone, troppe persone attorno a lei avevano ancora una volta rischiato di morire.
Per quale ragione Nissa Bontor, già ascesa al ruolo di sovrana di una nazione da lei stessa fondata, avrebbe potuto desiderare il possesso di quegli antichi scettri in immediata conseguenza alla non meglio compresa conquista di un tesoro non meno importante, non meno prezioso, quale la corona perduta di una delle più importanti, o terrificanti, regine del mondo antico? Possibile che alla base delle azioni di sua sorella avesse da essere ancor e solamente identificato il desiderio di nuocerle, così come era sempre stato in passato? O, forse e drammaticamente, qualcosa era mutato? Qualcosa che, fra l'altro, avrebbe potuto giustificare le ultime parole di Berah, per così come a lei riferite?
mercoledì 18 gennaio 2012
1460
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Nel corso della propria vita, Midda aveva veduto fin troppe persone morire attorno a lei. Un gran numero di esse, un'agghiacciante maggioranza, avrebbe dovuto ovviamente essere riconosciuta qual costituita da tutti coloro che ella stessa aveva contribuito, direttamente o indirettamente, a uccidere: avversari, in un'ancor, fortunatamente, predominante quota; alleati e amici in una mai troppo esigua quantità. E per quanto mai in contrasto a questi ultimi fosse stata la sua mano a levarsi, mai ella avesse tradito in maniera esplicita un legame di amicizia, di fiducia, di affetto, su di lei non avrebbe potuto che essere giudicato qual sgradevolmente riverso il loro sangue, là dove senza una sua corresponsabilità, fosse stata anche la mera conoscenza della medesima, essi non sarebbero mai morti.
Fra tutti coloro i cui volti, i cui nomi, stringevano come in un'asfissiante morsa il cuore della mercenaria, già troppi avrebbero dovuto essere giudicati qual appartenenti a quella che era stata la grande famiglia della Jol'Ange, famiglia che in un lontano passato lei stessa aveva contribuito a edificare, sebbene dei membri originali solo ella stessa avrebbe potuto vantar di essere ancora in vita. Nessuno, fatta eccezione per Salge Tresand, aveva avuto modo di sopravvivere a un terribile contagio contratto in terre lontane, epidemia che aveva decimato la prima generazione di figli della goletta in un'epoca successiva all'abbandono della medesima da parte di colei che di lì a breve sarebbe divenuta una celebre mercenaria, una straordinaria combattente. E nel considerare come anche Salge Tresand fosse venuto meno cinque anni prima, nell'intimo della Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto mancare un senso di disagio, di profonda inadeguatezza, nello scoprirsi unica ancora in vita malgrado la morte di tutti i propri fratelli e sorelle, di quella che aveva imparato ad amare come una famiglia dopo l'abbandono della propria reale famiglia, quella fuga da casa che, del resto, aveva dato origine all'odio nel cuore di sua sorella Nissa, ancora bambina. Una sensazione che, purtroppo, non avrebbe potuto essere resa meno gravosa nel confronto con il suo animo al pensiero di come, senza falsa retorica, Salge fosse effettivamente morto solo per propria colpa, perché a lei vicino, tanto emotivamente quanto fisicamente: se solo ella non avesse mai fatto ritorno alla Jol'Ange, se ella non avesse mai stolidamente ipotizzato di poter ignorare, dopo oltre dieci anni, il monito della propria gemella, il suo divieto a mantenersi lontana dal mare, pena la morte di coloro a lei più cari, il buon capitano sarebbe stato ancora in vita, avrebbe ancora potuto veleggiare insieme al suo straordinario equipaggio verso meravigliose avventure, quali solo il mare avrebbe saputo offrire loro.
Probabilmente complice tale disagio, simile intima pena, quando violentemente separata dalla Jol'Ange, Midda Bontor non si era subito impegnata nella ricerca della medesima, preferendo, addirittura, fuggire il più lontano possibile dal mare, sperando di poter trovare, a tale distanza, occasione di serenità e di pace. E quando poi, realmente dedicatasi alla ricerca del fato della Jol'Ange e della sua protetta lì abbandonata a bordo, Camne Marge, nel momento in cui ritrovatasi consapevole di quanto, comunque, in salute avesse da considerarsi l'intero equipaggio, il quale, ovviamente, aveva dovuto apprendere come proseguire, in autonomia, la propria quotidiana esistenza, ancora una volta ella aveva preferito ovviare a una qualche pur possibile occasione di nuovo incontro con essi, celandosi dietro la scusante propria della difficoltà a ottenere un qualche contatto con la goletta e i membri del suo equipaggio, e pur dimenticandosi volutamente di quanto semplice sarebbe stato lasciare un messaggio per gli stessi presso una qualunque capitaneria di porto, la quale avrebbe provveduto senza particolari difficoltà a recapitarlo a destinazione appena possibile.
Talvolta, ovviamente, ella non aveva potuto ovviare a riflettere su quanto sarebbe alfine avvenuto un nuovo incontro con la Jol'Ange e con il suo equipaggio, uomini e donne con i quali aveva solo iniziato a stringere un rapporto e ai quali, per lo più, avrebbe dovuto considerarsi legata attraverso la figura di Salge: venuto meno questi, probabilmente nessuno lì a bordo avrebbe avuto ragione per considerarsi vicino a lei, e, in questo, avrebbe definitivamente scoperto di esser divenuta straniera a bordo della medesima nave che aveva contribuito a porre nuovamente in mare quando ormai condannata a marcire in un cimitero come molti altri lungo le coste tranithe. Ciò che, pertanto, mai avrebbe potuto osare immaginare, e temere, sarebbe stata l'eventualità di ritrovarsi a essere soccorsa proprio dalla Jol'Ange in un momento di difficoltà, in pericolosa vicinanza con la morte, lasciando, in tal gesto, pagare un nuovo, caro prezzo a quegli uomini e a quelle donne che alcun debito avrebbero dovuto considerare esistente nei suoi riguardi e, anzi, che solo il credito derivante dalla vita di Salge e di Ja'Nihr avrebbero dovuto esigere da lei.
Per simile ragione, nel momento in cui non solo recuperò coscienza in quella che riconobbe essere una delle cabine della Jol'Ange, ma, peggio, venne informata nel merito di quanto avvenuto dalla voce affranta della brava Masva, la donna guerriero più famosa di quell'intero angolo di mondo, la mercenaria che aveva reso possibile l'impossibile un numero sì elevato di volte da rendere impossibile mantenere un conteggio aggiornato, colei che aveva conquistato il titolo di Figlia di Marr'Mahew per la propria terribile affinità con il concetto stesso di guerra, si ritrovò priva di ulteriore volontà di viva, precipitando, come poche altre volte le era accaduto nel corso della propria esistenza, in una baratro di depressione dalla quale, probabilmente, sarebbe volentieri uscita uccidendosi, se solo le fosse stato concesso.
Ma a prevenire tale possibilità, nella quale, pur, non mancò di pensare di impegnarsi, intervenne fortunatamente la figura di Av'Fahr, il quale, cogliendola in eccessiva contemplazione della propria stessa lama, la spada che Nissa aveva utilizzato, impossibile ancor dire come, per uccidere Berah, comprese quali lugubri pensieri stessero attraversando la sua mente in quel frangente…
« Sarebbe estremamente sgradevole da parte tua… » commentò, incrociando le braccia al petto, non senza un certo impegno data la sua imponente mole, i suoi muscoli incredibilmente gonfi, e lasciandosi appoggiare contro l'ingresso alla cabina da lei occupata « … spero che tu te ne renda conto e ti possa rimproverare per certi, pessime idee. »
« Cosa sarebbe sgradevole? » domandò ella, confusa, sollevando lo sguardo dalla propria arma per potarlo a confrontarsi con l'immagine di quell'uomo, decisamente più giovane di lei e pur, in quel momento, estremamente più saggio di quanto non si stesse sforzando di apparire lei stessa « Sarebbe sgradevole ovviare al rischio che qualcun altro possa lasciarci la pelle per causa mia?! »
« Qualcun altro ci lascerà la pelle per causa tua se tu morirai… » la rimproverò egli, scuotendo il capo e storcendo le labbra verso il basso, a esprimere visivamente la propria condanna a tal riguardo « Camne e Hui-Wen sono ancora suoi prigionieri, se te lo fossi dimenticato. »
« Non me lo sono dimenticato… » negò, evadendo il suo sguardo quasi non fosse in grado di sopportarlo, lei che, con i propri occhi color ghiaccio, era solita dominare chiunque attorno a sé anche senza necessità di un sol gesto, di una semplice parola.
« Allora, forse, ti sei scordata di come Be'Sihl non si sia ancora risvegliato da dopo la caduta… e di come, senza di te, probabilmente non potrebbe avere ragione di riaprire gli occhi. » insistette l'uomo, serio verso di lei, ricorrendo a termini e toni che mai avrebbe potuto immaginare di adoperare verso di lei ma che, ben riconoscendo il suo stato d'animo, sapeva sarebbero stati i soli che avrebbero potuto avere effetto in quella particolare situazione « E' un brav'uomo, sai? E non merita che tu ti comporti da codarda dopo tutto ciò che ha fatto e ha rischiato per salvarti la pelle… »
« Lo so… » annuì, stringendo i denti in un evidente segnale di scarsa sopportazione per tanti, troppi rimproveri, soprattutto ove compresi più che corretti nelle proprie motivazioni « Dannazione… lo so! »
« E allora perché non provi a pensare a utilizzare quella spada per strappare il cuore dal petto di quella cagna di tua sorella, invece che dal tuo? » la provocò, avanzando verso di lei con maggiore agilità e rapidità di quanto chiunque gliene avrebbe mai potuta attribuire in conseguenza della sua mole, andandosi a parare innanzi a lei senza timore alcuno per chi, comunque, avrebbe potuto ucciderlo in un sol gesto se solo lo avesse desiderato « Perché non provi a dirigere il dolore e il rancore che ora provi a discapito della tua nemica invece che di te stessa?! »
« Perché… perché… » esitò la donna, sollevando poi la spada e scagliandola, con violenza, lontana da sé, non nella volontà di colpire l'uomo a lei prossimo ma, solo, nel desiderio di allontanarla dalle proprie stesse mani che si erano ritrovate a stringerla con tanta cupidigia « Perché io non ce la faccio più, Av'Fahr… non ce la faccio più! » gli gridò contro, sollevandosi in piedi sul proprio giaciglio per porsi allo stesso livello del proprio interlocutore e per tentare di sfogare, in quel grido, tutte le proprie emozioni sino ad allora represse nel profondo del proprio animo « Non ce la faccio più! »
martedì 17 gennaio 2012
1459
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
E, malgrado il tradimento in tal modo riservatogli dal proprio dio prediletto, sino all'ultimo da lui invocato con una sincera, ma non di meno illusa, speranza di poter ovviare a tanta macabra tragedia, fu proprio Av'Fahr il primo a riservarsi la possibilità di gettarsi attraverso la voragine in tal modo aperta al centro della nave per poter raggiungere il corpo apparentemente inanimato, probabilmente morto, della splendida Berah, lì riversa fra casse distrutte quasi nulla avesse da essere giudicata più di una bambola di pezza scartata da un'infante eccessivamente capricciosa, da una bambina ormai stanca di tale balocco e desiderosa di nuovi compagni di giuoco. Un'immagine, quella lì presentatagli, che sarebbe già risultata spiacevole, sgradevole e sgradita a un qualunque spettatore, e che, nel rapporto umano e personale che pur esisteva fra lei e i propri compagni, e compagne, a bordo della Jol'Ange, straziò il cuore del colosso nero, lasciandolo ricadere in ginocchio accanto a lei persino incapace di scandirne il nome.
Rapido, accanto a lui, giunse poi anche Noal, il capitano di quella goletta nonché colui che, in conseguenza del proprio ruolo e delle proprie scelte, mai avrebbe saputo perdonarsi per quella morte, per quell'assassinio sì assurdo, sì improbabile, ancor inspiegabile nelle proprie dinamiche, e pur, non di meno, sulla sua coscienza gravante nella medesima misura che gli sarebbe stata propria ove fosse stato lui l'autore di quell'orrore, di quell'abominio, ove fosse stato lui a proiettare verso il cielo quella donna, per poi lasciarla precipitare priva di futuro alcuno, di speranza di vita, verso il cuore della stessa nave all'interno dell'abbraccio della quale, sino a quel giorno, si era illusa di essere al sicuro, protetta e amata.
« Tarth… » gemette quest'ultimo, portandosi una mano al petto e, in ciò, cercando con la punta delle proprie dita i contorni del cuore, quasi volesse, in quel doloroso frangente, strapparlo dalla propria naturale sede e gettarlo lontano da sé, allo scopo di non dover tanto soffrire per tutto quello, per tutto ciò per cui, sapeva, non avrebbe mai trovato pace sino al giorno della propria morte, sino al momento in cui non gli fosse stata concessa l'opportunità di presentarsi nuovamente al cospetto di lei, a pregarla di perdonarlo per quanto avvenuto, per il terribile destino al quale, stupidamente, egli l'aveva condannata con le proprie scelte, con le proprie decisioni.
Al di là delle apparenze, al di là di quanto allora giudicabile qual certo, i due uomini, lì precipitatisi immediatamente, senza indugio alcuno, senza ripensamento o esitazione nel confronto di quanto sarebbe potuto avvenire in conseguenza di quella loro scelta, di quella loro decisione in soccorso di chi già morta, vennero tristemente ricompensati per la loro foga, per l'affetto, forse persino l'amore, dimostrato verso colei che avevano da sempre giudicato qual una sorella, non ritrovandosi a confronto con un cadavere inanimato qual pur avevano dato per certo che ella fosse, ma, ancora e incredibilmente, con una donna viva, moribonda sì, e pur viva…
« … as… ascolt… » alitò ella, cercando di attrarre l'attenzione dei propri compagni, di coloro che era certa fossero al proprio fianco, per quanto il suo sguardo ormai cieco non fosse in grado di offrirle conferma « … non… non… »
Non un solo gesto, una sola parola, un semplice fiato, coinvolse in quel frangente tanto Noal quanto Av'Fahr nel confronto con quelle che, al di là di ogni falsa illusione, erano consapevoli essere le ultime parole della propria compagna, parole che ella stava sforzandosi di pronunciare e che, da parte loro, sarebbe stato imperdonabile non ascoltare e non onorare.
« … non… è… uman… ahh! »
Priva d'indulgenza, priva di compassione, e, persino, paradossale, si volle tuttavia imporre la sorte in contrasto a chi già morta e pur, ancor, desiderosa di comunicare per un'ultima volta con i propri compagni, i propri amici, i propri fratelli, là dove alla povera Berah non venne allora concessa neppure l'occasione di terminare quell'ultimo monito, quell'avvertimento per scandire il quale si era aggrappata agli ultimi istanti della propria vita terrena con tutte le proprie forze, perfettamente conscia della propria situazione e, in ciò, certa di non poter rimandare a un qualche futuro, a un domani, quel pur importante avviso, la comunicazione di quella verità da lei, purtroppo, scoperta a proprie spese, sulla propria pelle. E tanta mancata pietade non si concretizzò nella semplice, prematura dipartita della splendida donna, ancor magnifica nel proprio aspetto anche ove lì riversa come privata di qualunque articolazione, in una posizione tanto innaturale da non poter neppure essere immediatamente elaborata allo sguardo, quanto, piuttosto e peggio, da una lama, da una fredda e impietosa lama che, dall'alto, precipitò seguendo la medesima traiettoria prima compiuta dalla disgraziata, andandosi a conficcare, con prepotenza, con crudeltà, nel centro del suo petto, con la precisa intenzione di negarle pace anche in quell'ultimo fragile momento di vita.
« Berah… no! » gridò Av'Fahr, tremando di fronte al corpo tanto ingenerosamente afflitto della compagna, diviso, combattuto, nel proprio intimo, fra un dolore incapace di essere definito nell'immensità dei propri confini, e un'ira altrettanto devastante, in conseguenza alla quale non avrebbe potuto trovare quiete alcuna neppure strappando, a mani nude, la vita dal corpo di tutti i pirati della Mera Namile.
Una morte definitivamente violenta, quella in tutto ciò decretata per la povera Berah, che pur non volle apparire qual priva di un proprio intrinseco significato, di un chiaro messaggio rivolto tanto a coloro lì allora presenti a osservarla, quanto più a coloro che, nei giorni seguenti, avrebbero avuto occasione di essere testimoni indiretti di quegli eventi, per così come a loro riferiti dai compagni. Una morte, in tal senso, che le venne infatti imposta, spezzandole il cuore, non a opera di una lama qualsiasi, non per mezzo di un'arma a caso e neppure in virtù dell'intervento di quella da lei un attimo prima impugnata in contrasto alla regina dei pirati, quanto, e peggio, da una spada bastarda con incisa sulla lama l'effige di un dragone emergente dalle acque tumultuose di un mare in tempesta, forgiata in una speciale lega dai riflessi azzurri attraverso una lavorazione estremamente rara e preziosa, nel merito della proprietà della quale, per quanto mai presentatasi ai loro occhi prima di quel giorno, prima di quell'esatto momento, né Av'Fahr, né Noal avrebbero potuto avere incertezza alcuna.
Eventuale dubbio, comunque, che anche ove improbabilmente presente, non sarebbe potuto permanere qual tale a seguito della parole che vennero scandite dall'alto, al di sopra delle loro teste, dalla voce di colei che, tanto in maniera diretta, nelle veci di Nissa Bontor, quanto in maniera indiretta, in quelle di Midda Bontor, avrebbe dovuto essere giudicata sola responsabile per quell'orrore…
« Ascoltatemi, o sprovveduti! » dichiarò la sovrana dei mari, comparendo fra Camne e Hui-Wen, fiera e magnifica nella propria seminuda presenza, regale con la propria corona, imperiosa con il proprio tridente stretto nella destra « Ascoltate quanto ho da dirvi e, di ciò, fatene tesoro, onde ovviare alla morte di quest'uomo e di questa donna, il cui destino, invero, avrebbe da considerarsi già segnato in conseguenza delle uccisioni di cui hanno voluto rendersi protagonisti, della violenza da loro osata a discapito degli uomini e delle donne al mio servizio! »
« Midda Bontor, la vostra campionessa, possiede due oggetti di mia proprietà, due scettri che mi sono stati da lei sottratti molto, molto tempo fa. » proclamò, proseguendo con tono ancor solenne, quasi con tali asserzioni stesse definendo il testo di un editto, di una legge destinata a mutare, per sempre, la vita di coloro lì in ascolto « Se desiderate riscattare la vita di quest'uomo e di questa donna, assicuratevi che ella si presenti a Rogautt, nel mio palazzo, entro e non oltre il giorno di Transizione al termine della stagione estiva. Se ciò non dovesse avvenire, mi assicurerò di trucidare con estrema tranquillità e flemma i vostri compagni. E dopo di loro, verrò a cercarvi… per sterminare voi, e tutte le persone a voi care. » concluse, battendo con solennità l'estremità dell'asta del proprio tridente sul legno della nave « Questa è la mia parola. Questa è la parola della regina di tutto ciò che è, che è stato e che sarà! »
lunedì 16 gennaio 2012
1458
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
« Addio, stupida vacca. » sussurrò con entusiasmo, nel ritrovarsi a pochi pollici dal viso della propria avversaria e interlocutrice, fiera per il risultato ottenute, per la vendetta alfine conseguita, rigirando con foga e senza la benché minima pietà l'impugnatura della propria arma, per lasciar roteare, in corrispondenza a ciò, la lama della medesima all'interno delle carni dell'avversaria, per non concederle alcuna possibilità di salvezza, alcuna speranza di guarigione da tale ferita.
Ma dove, negli occhi della regina, ella si sarebbe attesa di leggere sgomento, di incontrare stupore, stordimento magari, nel domandarsi in che modo potesse aver perduto quello scontro tanto a lungo sottovalutato, in quello sguardo di ghiaccio, del tutto identico a quello già incontrato e conosciuto a caratterizzazione della sua gemella, Berah non scorse alcuna fra simili emozioni, alcuno fra tali interrogativi, rilevando, ancora e inalterato, quell'incedere sardonico già promosso pocanzi, quella tranquillità impassibile già per lei propria sin dall'inizio di quella sfida e abitualmente propria di chi, sua grazia, consapevole di non poter perdere, se non anche, e paradossalmente, di non poter morire. Tale evento, simile mancanza di risposta ai propri gesti, al proprio attacco, alla voragine che era certa di aver aperto nel suo ventre lievemente convesso, non poterono ovviare a far sorgere nella sua mente il dubbio di aver ancora una volta fallito, di aver, nuovamente, mancato il traguardo prefisso e, in ciò, di essersi addirittura troppo pericolosamente sospinta in prossimità alla propria avversaria, a una distanza più che utile per essere, reciprocamente, danneggiata da lei, nell'offrirsi troppo generosamente non solo al suo sguardo ma anche a ogni suo minimo gesto, a ogni sua possibile risposta a quell'assurdo insuccesso.
Animata da tale inquietudine, simile incertezza che in lei ebbe modo di sorgere e maturare in pochissimi istanti, corrispondenti, al più, a un fuggevole battito di ciglia, la donna non poté ovviare a chinare lo sguardo nella ricerca di un qualche riscontro visivo a quanto già, erroneamente, e paradossalmente, le sue mani le offrivano qual certo, lasciandole godere del calore del sangue della propria avversaria. E fu in tal momento, in quella rapida inchiesta, che ella ebbe modo di essere posta innanzi a uno spettacolo a dir poco raccapricciante, non tanto per quanto effettivamente lì propostole, quanto, e peggio, per ciò che da tutto ciò sarebbe potuto sol derivare, in quella sola logica irrazionalità possibile giustificazione per tutto quello…
« Vacca?! » commentò la sovrana, concedendosi un ampio sorriso divertito in conseguenza all'orrore improvvisamente dominante nello sguardo della propria controparte, rimasta bloccata nel confronto con l'immagine della sua arma penetrata sino all'impugnatura nelle proprie carni e, ciò non di meno, dimostratasi incapace di strapparle un semplice gemito di dolore, una qualunque espressione di patimento « Inizio a credere che la tua abbia da considerarsi quale semplice invidia… » argomentò, muovendo nel contempo di tali parole la propria mancina, prima stretta al pari della destra attorno all'impugnatura del tridente, ad appoggiarsi con delicatezza attorno alle mani della propria avversaria, entrambe impegnate in quel non fallito, e pur vano, affondo nel suo ventre « Che peccato che una donna tanto affascinante, tuo pari, si ritrovi a cedere a un sentimento tanto vile qual la gelosia per qualche pollice in meno di circonferenza toracica. »
Fra l'ironia così scandita, e il tocco di lei attorno alle proprie mani, quasi a volerle confermare di essere effettivamente penetrata attraverso le sue carni così come appariva, ma come sarebbe dovuto essere impossibile che fosse, Berah non poté evitare di sgranare con orrore gli occhi, provando un legittimo, umano moto di disgusto per quella creatura… creatura, sì, ove in alcun altro termine avrebbe potuto essere definita colei in grado di sopravvivere a quanto appena impostole e, addirittura, di scherzarci sopra, così come se quanto lì impegnato a riversarsi fra di loro non avesse da considerarsi il suo sangue. E quasi a voler, in ciò, aggravare quella che, da parte sua, sembrava volersi imporre qual sfida a tutte le leggi della natura, blasfemia in opposizione agli dei tutti, quella mostruosità immortale, sempre sorridente e sempre indifferente a ogni possibile emozione di dolore, a qualunque eventuale pena, mantenne immobili le mani della propria controparte al di sotto della propria mancina, nel mentre in cui, delicatamente, retrocesse a concedere al proprio ventre di abbandonare la lama che lo aveva voluto ferire, che lo aveva ferito e che pur, trasparentemente, alcun danno era riuscita realmente a imporle.
« Ma… cosa…? » gemette la donna, nel ritrovarsi assurdamente immobilizzata nel contatto con lei, in conseguenza di quel semplice tocco della sua mancina sopra le proprie mani, non qual reazione di terrore, pur presente in lei a livelli oltre ogni possibilità di comprensione, quanto, piuttosto, qual più improbabile divieto impostole dall'esterno, dalla medesima avversaria, quasi avesse assunto ella stessa il controllo del suo intero corpo, di ogni sua singolo membro « … dei… »
« Oh, lasciali perdere. » scosse il capo l'altra, minimizzando il valore di quell'invocazione « In realtà non sono poi granché, sai?! » scherzò, quasi quello avesse da intendersi qual un quieto momento di confronto fra due care amiche « Sono anche giaciuta con uno di loro un tempo… e devo dire che mi ha lasciata decisamente insoddisfatta, a dispetto della sua pur virile presenza. »
« Ti fermeranno… » sussurrò Berah, maturando la spiacevole consapevolezza di essere ormai morta, e di non poter fare nulla per evitarlo né, peggio, per salvare Camne o Hui-Wen, i quali avrebbero dovuto essere sue responsabilità, suoi oneri in quel frangente « Qualunque cosa tu sia ti fermeranno… e vendicheranno me e tutti gli altri… »
« Chi dovrebbe fermarmi? » ridacchiò l'altra, proseguendo in quell'irreale dialogo condotto innanzi agli occhi di tutti, i quali, pur, non offrirono l'evidenza di alcuna reazione a quelle parole, o a quegli avvenimenti, quasi per alcuno fra loro tutto ciò stesse avvenendo « I tuoi compagni a bordo di quell'inutile guscio di noce? O, forse, la tua amichetta… Midda Bontor?! »
« Ti fermeranno… maledetta, lurida cag… »
Ma quell'ultimo insulto, dal sapore di commiato, non ebbe neppure occasione di essere concluso, di venir definito, là dove, se un attimo prima immobile e immobilizzata là dove volontariamente si era spinta nell'invocar morte per la regina dei pirati, un istante dopo Berah si ritrovò catapultata con violenza verso il cielo dietro di sé, quasi fosse stata là sospinta da un'enorme balestra, fosse stata là proiettata non diversamente dai dardi di Hui-Wen, con i quali quel conflitto era stato originato.
In alto, verso il sole e tutte le ancor invisibili stelle del firmamento ella venne sospinta, quasi scomparendo alla vista, divenendo un puntino nero all'interno dell'azzurra immensità di quella distesa illimitata, forse la sola in grado di competere realmente con l'altrettanto infinito mare per lei da sempre caro, ambiente in cui era nata e cresciuta, in cui aveva amato e lottato e in cui, ora, non sarebbe però morta. E dopo essere salita a raggiungere il proprio apogeo, il culmine di quella smisurata, oscena e innaturale parabola in direzione degli dei, ella si ritrovò costretta a fare i conti con la propria umanità, con la propria natura mortale, incapace di raggiungere, effettivamente, la sede prediletta di tutti i creatori, ricadendo in ciò verso il suolo, precipitando nuovamente verso terra o, più precisamente, verso il mare e, ancora, verso la nave alla quale ella aveva votato la propria intera esistenza.
« Per Gah’Ad… » sussurrò Av'Fahr, con le lacrime agli occhi qual necessaria, naturale conseguenza di quello spettacolo, nell'aver riconosciuto, malgrado l'assurdità di tutto ciò, colei verso la quale si erano pur rivolte tutte le proprie preghiere, tutte le proprie speranze, tutta la propria fiducia, così come suggeritogli da Noal « Per pietà… no… »
Né Gah'Ad, né altri dei, sembrarono però accogliere l'invocazione così rivolta dal gigante d'ebano, lasciando precipitare con violenza la donna al centro della coperta della goletta, sfasciandolo in conseguenza del proprio incredibile impeto e ricadendo, necessariamente, all'interno della stiva sotto di essa.
domenica 15 gennaio 2012
1457
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
« Dobbiamo fare qualcosa, per Gah’Ad! » esclamò Av'Fahr, fremendo esasperato sul ponte della Jol'Ange, con lo sguardo rivolto verso l'alto, verso la Mera Namile e lo spettacolo purtroppo loro negato, impossibilitati a cogliere altra immagine diversa da quella di Hui-Wen, appeso all'esterno del ponte, quasi un pesce spada appena pescato, e Camne, inchiodata non lontana da lui, entrambi riversanti il proprio rosso sangue nelle acque del mare sotto di loro « Non possiamo restare qui, fermi, a guardarli morire! »
« Dobbiamo avere fiducia in Berah… » replicò Noal, deglutendo a fatica e, ciò nonostante, sforzandosi di mantenersi calmo e fermo, nel non voler riservare alcuna implicita scusante al compare per intervenire in contrasto agli ordini appena scanditi e così trasparentemente poco tollerati dal medesimo « E' la migliore fra noi, lo sai anche tu. »
« Dannazione… per quanto ne sappiamo potrebbe essere già morta! » contestò il gigante dalla pelle color ebano « E se non interveniamo quanto prima, anche loro lo saranno! » insistette, sollevando la propria grossa mano destra e indicando, con la medesima, i due compagni sofferenti, il cui dolore, la cui pena, si stava riversando su tutti loro in maniera insopportabile, ingestibile.
Tutti gli invasori prima presenti a bordo della Jol'Ange erano stati alfine uccisi e, salvo un paio di brutti tagli, spiacevoli ma, fortunatamente, non potenzialmente letali, tanto Noal e Av'Fahr, quanto Masva e Ifra, sembravano essere riusciti a cavarsela sicuramente meglio rispetto a Hui-Wen e Camne o, anche, allo stesso Be'Sihl, già trasportato sotto coperta insieme a colei per la quale tanto impegno era stato posto in essere. Teoricamente conclusa, con il recupero di Midda Bontor, la loro missione, i marinai della Jol'Ange si erano tuttavia ritrovati a drammatico confronto con lo straziante sviluppo di quella battaglia che, per quanto sino a quel momento avesse visto sostanzialmente vittoriosi anche i loro compagni a bordo della Mera Namile, ormai sembrava essere divenuta un semplice giuoco al massacro. Giuoco al quale, obiettivamente, Av'Fahr non avrebbe potuto restare indifferente, non, per lo meno, in misura maggiore a quanto altrettanto obiettivamente non sarebbe potuto essere lo stesso Noal, lì costretto a osservare il proprio compagno di vita e di letto tanto crudelmente ciondolante al di sopra del mare, con il proprio sangue addirittura nebulizzato dal vento lì qual sempre impetuoso, al punto tale da trasformarlo in una macabra pioggerellina ricadente sulle loro teste, sulla loro pelle.
Tuttavia, per quanto egli fosse un uomo, e un uomo innamorato, anche posto a confronto con l'immagine di Hui-Wen tanto sofferente, tanto dilaniato nelle proprie forme da quegli uncini conficcati nelle sue carni, al tempo stesso Noal non avrebbe potuto obliare alla propria responsabilità qual capitano della Jol'Ange, responsabilità che da lui pretendeva di concedere al proprio equipaggio una speranza di vita e non una certezza di morte qual, probabilmente, sarebbe stata la loro se solo si fossero ancor divisi, si fossero ancor frammentati fra le due navi. Ragione per la quale, per quanto apparentemente assurdo, sol fiducia avrebbero dovuto riporre, effettivamente, nell'opera di Berah, della sola lì non trasparentemente sconfitta, sperando che ella, per quanto sola, potesse riuscire a concedere a tutti loro occasione di salvezza da un fato altrimenti crudelmente segnato.
« Io vado, Noal. E che gli dei mi possano incenerire se ti permetterò di fermarmi! » annunciò Av'Fahr, non potendo tollerare l'idea di restare immobile ad assistere a tante, troppe nuove tragedie imposte sulla sua famiglia, su tutto ciò che, ormai, avrebbe potuto definire qual tale, ove la morte di Ja'Nihr, cinque anni prima, lo aveva altresì lasciato solo al mondo.
« Tu non muoverai un solo muscolo senza un mio preciso ordine, Av'Fahr! » replicò Noal, storcendo le labbra verso il basso e afferrando, con forza, il polso del compagno, attorno al quale, comunque, la sua mano riusciva a stento a chiudersi, tale era la differenza fra le loro rispettive proporzioni fisiche « Credi davvero che io non voglia, in questo momento, mandare tutti in gola a Gorl e gettarmi a salvare Hui?! » gli domandò, tentando di farlo ragionare, a costo di dovergli, in ciò, imporre la propria pena « Io lo amo, maledizione! E scambierei la mia vita con la sua… così come con chiunque altro dei nostri lassù. » argomentò, lasciando trasparire tutta la rabbia sino ad allora repressa « Ma suicidandoci non potremo fare nulla per aiutarli… e loro non sono ancora morti. Non lo sono ancora, perché quella lurida cagna ha decretato che non debbano morire! »
« E tu vuoi veramente offrire credito alla sua parola?! »
« Sì. Lo voglio. Lo voglio, dal momento in cui, evidentemente, la posta in palio è superiore a quanto noi potremmo mai immaginare. » definì, dimostrando di aver mantenuto assoluto controllo sul proprio raziocinio, ben elaborando le informazioni loro concesse dalle parole della medesima Nissa Bontor « Se così non fosse, avrebbe ordinato di sterminarci immediatamente. »
« … maledizione! » imprecò Av'Fahr, non riuscendo a trovare alcun appiglio per contestare le parole del proprio capitano e, in ciò, non potendo fare altro che gridare tutta la propria ira per l'immobilità alla quale stava venendo lì condannato.
Impossibilitati, pertanto, a qualunque barlume di consapevolezza nel merito di cosa stesse effettivamente avvenendo sul ponte della Mera Namile, Noal e Av'Fahr non poterono fare altro che continuare a sperare, continuare a riporre fiducia in Berah, e nella sua abilità guerriera che, entrambi pregavano, le avrebbe potuto concedere di superare quella prova anche a costo di rinunciare, per la salvezza propria e dei propri compagni, alla vendetta pur tanto desiderata in quell'ultimo lustro.
Purtroppo, al di là di tutta la fiducia pur in lei riposta, priorità dall'affascinante Berah sembrò restare unicamente il proprio già proclamato proposito vendicativo, proposito che, tuttavia, non sembrò volerle concederle soddisfazione alcuna, là dove né il terzo, e neppure il quarto o il quinto tentativo d'offesa condotti a discapito della regina riuscirono a violarne le difese, pur sempre impegnandosi al massimo in tal senso e sempre arrivando in terribile prossimità al risultato sperato. Una spallina dell'abito indossato dalla propria avversaria era stata tagliata di netto, lasciando illesa la pelle al di sotto delle medesima e limitandosi, in tutto ciò, a scoprire la forma abbondante e tutt'altro che sgradevole del seno sinistro di lei, in contemplazione del quale, necessariamente, tutti i pirati di sesso maschile presenti sul ponte non avevano potuto ovviare a investire il proprio interesse, nonché qualche soffocata parola di lode. E, poco dopo di essa, anche un'ampia apertura era comparsa sul fianco destro della medesima figura, lasciando comparire al di sotto della stoffa la femminea curva lì prima appena celata, con la propria chiara pelle delicatamente ornata da qualche disordinata spruzzata di efelidi. Ma con la sola eccezione di tali risultati, più utili a soddisfare la lussuria maschile lì in attenta osservazione che a concedere appagamento al desiderio di vendetta della stessa controparte tanto impegnatasi, però, null'altro era stato da lei ottenuto, nel mentre in cui, per tutta replica, l'illesa sovrana aveva già avuto occasione di aprirle un brutto sfregio sulla guancia destra e inciderle profondamente la carne del braccio sinistro, generando da tale taglio una sgradevole perdita di sangue utile solamente a peggiorarne le condizioni, indebolendola istante dopo istante e lasciandole temere una promessa di inesorabile sconfitta.
Malgrado i troppi insuccessi accumulati nello sforzo lì compiuto, Berah non volle comunque concedersi ragione di sconforto, motivo di sfiducia per se stessa e per le proprie possibilità, addirittura e paradossalmente inebriata dal sapore del proprio stesso sangue sulle labbra, e decisa, allora più che mai, a ottenere un'equa compensazione dalla propria antagonista, fosse anche solo per riuscire, alfine, a cancellare il sorriso sardonico presente sul suo volto, utile a definire quanto quel combattimento per lei non avesse da essere inteso qual una reale battaglia, quanto, e piuttosto, un semplice momento di svago, un intrattenimento attraverso il quale combattere il tedio conseguente a un sì prolungato e infruttuoso conflitto quale era stato quello fra la Jol'Ange e la Mera Namile. E proprio ove forte di tale proposito, di simile intento così eletto quale propria forse conclusiva ragione di vita, l'ultima compagna di Salge Tresand si impegnò in un nuovo attacco, in un nuovo tentativo che la vide, elaborare un'ampia giravolta, apparentemente volta a scoprirne la schiena e, in ciò, a invitare la propria avversaria a offenderla in tal punto, e altresì concepita proprio per imporle tale distrazione, simile falso obiettivo, nel mentre in cui ella, evadendo con agilità ed eleganza a simile affondo, avrebbe potuto, e poté, concedersi occasione di spingere a propria volta l'arma, sua sola compagna e alleata in tal contesto, verso il basso ventre della regina, lì affondando senza fatica alcuna in meravigliose carni traboccanti femminilità e maternità qual poche altre donne al mondo sarebbero state capaci di offrir vanto…
sabato 14 gennaio 2012
1456
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
La regina sorrise a quell'affermazione, a quella presa di posizione tanto audace, addirittura sfrontata, nei propri confronti. In altri tempi, in altri momenti, la mera evidenza dell'esistenza di un simile temperamento, di un tale, improprio e avverso entusiasmo nei suoi riguardi, l'avrebbe sicuramente irritata, sancendo, in tal senso, l'immediata disfatta dello sventurato, o della sventurata, così propostasi innanzi a lei, prima ancora che questi, o queste, potesse maturare una qualche coscienza nel merito del proprio già definito, e tragico, futuro o delle cause che a esso lo avevano in tal modo sospinto. Ma tali tempi, tali momenti, avrebbero dovuto essere giudicati qual ormai passati, ragione per la quale Berah non morì in immediata conclusione alle proprie parole, venendo smembrata in dozzine, centinaia di minuscoli frammenti, altresì sopravvivendo a tanto aperto sprezzo per la propria avversaria quanto pur sufficiente ad apprezzare la replica allora concessale, una risposta, in verità, persino magnanima nei suoi riguardi…
« La mia testa, dici?! » sorrise scuotendo piano il capo, con fare quasi materno in quello che, quasi, venne degradato a semplice capriccio, a infondata insistenza infantile, ben lontano dall'esordio di una battaglia, di un aspro combattimento quale sicuramente sarebbe stato il loro e che, nel prevedere solo due protagoniste, avrebbe certamente trovato naturale conclusione solo nella morte di una delle contendenti « Beh… se ci tieni veramente tanto, e se riuscirai a prenderla, ti prometto che potrai tenerla, appendendotela alla cintola qual riprova del tuo valore. » le accordò, con tono incredibilmente quieto, soprattutto nel considerare quanto, in giuoco, avesse appunto da intendersi la sua stessa sopravvivenza « Provaci. Provaci pure, mia cara! » la invitò, addirittura insistendo in tal sprono in proprio, medesimo contrasto.
E se, a dimostrazione di quanto ella avrebbe dovuto essere giudicata pronta alla pugna, la sovrana sollevò il proprio tridente innanzi a sé e percosse ripetutamente, con la tonda estremità della sua asta metallica, il legno della nave sotto ai propri stessi piedi, quasi a voler, in ciò, scandire personalmente il ritmo dell'imminente e concordata battaglia; in tal gesto, in simile atto, immediato fu per chiunque attorno a loro comprendere quanto da parte della medesima avesse da essere inteso un personale interesse allo scontro, alla lotta, alla competizione con la propria sfidante, escludendo da ciò qualunque possibile interferenza esterna, qualunque eventuale disturbo conseguente l'intervento di uno dei pirati della Mera Namile o, persino, dei suoi comandanti, per le fidati compagni, alleati, amici, addirittura familiari.
Una decisione, una scelta tutt'altro che obbligata, quella che ella volle abbracciare in tal senso, che non incontrò alcuna ragione di protesta da parte di alcuno, non, soprattutto, da parte degli stessi pirati che già troppo a lungo avevano visto i propri compagni falciati con irruenza, con impeto privo d'eguali in conseguenza delle azioni di Berah e che, in conseguenza all'intervento della regina, si ponevano assolutamente entusiasti alla prospettiva di poterla veder finalmente abbattuta, finalmente sconfitta qual pur, sino a quel momento, alcun era riuscito a sperare di compiere. Alcun dubbio, in tal senso, venne da loro stessi poi formulato nel merito della vittoria della loro condottiera, di colei eletta quasi al ruolo di divinità sopra tutti loro, là dove tutti, personalmente, più che consapevoli dell'effettiva abilità della medesima, un'abilità in contrasto alla quale tutti loro avrebbero potuto solamente raccomandare l'anima in seno ai propri dei prediletti, in un fato di morte praticamente certo che, ora, avrebbe caratterizzato anche la folle, se pur indubbiamente attraente, avversaria ascesa alla conquista del loro vascello.
« Non mi limiterò a provarci, tesoro. » confermò le proprie intenzioni Berah, aprendosi in volto in un ampio sorriso « Io ti ucciderò… per Salge, per Ja'Nihr, e per tutte le tue altre vittime innocenti. »
La sicurezza dimostrata da Berah, posta a confronto con colei che era riuscita a vincere la Figlia di Marr'Mahew, a sconfiggere Midda Bontor, una delle più formidabili guerriere che quell'angolo di mondo, se non il mondo intero, avesse mai conosciuto, avrebbe dovuto essere considerata forse eccessiva. Tuttavia, in un frangente qual quello, in una sfida qual quella da lei stessa desiderata, ricercata, invocata e, alfine, anche ottenuta, tale atteggiamento psicologico sarebbe dovuto essere giudicato il minimo indispensabile per non condannarsi a una sin troppo rapida, repentina e penosa fine, qual quella a cui, forse, comunque sarebbe giunta. Una sicurezza, in verità, da non intendersi qual sinonimo di sopravvalutazione delle proprie risorse, o, peggio, di sottovalutazione delle potenzialità avversarie, quanto, e piuttosto, qual sinonimo di accettazione dell'ineluttabilità del fato per così come da lei stessa scelto qual proprio, innanzi al quale inutile e dannoso sarebbe stato dimostrarsi particolarmente reticenti ad agire.
Non qual errata, o avventata, poté in tal contesto essere giudicata la decisione da lei successivamente abbracciata di avanzare a testa alta sino alla propria avversaria, alla propria sfidante, facendo propria, in ciò, anche la prima offensiva non allo scopo di versare il primo sangue, quanto, e piuttosto, nella volontà di far apprezzare all'altra quanto, da parte sua, non sarebbe dovuta essere intesa alcuna esitazione, alcuna incertezza sul loro confronto. Così, se qual conseguenza di un primo affondo diretto al centro del prosperoso petto seminudo della sovrana non corrispose la sua immediata dipartita, né, tanto meno, una qualche ferita, nell'intervento del tridente volto a deviare tale traiettoria; parimenti qual conseguenza di quel primo fallimento non dovette essere neppure intesa una sua rapida sconfitta, ove, più per abilità che per fortuna, il marinaio ebbe sufficiente prontezza di riflessi per ritrarsi e allontanarsi dalla propria avversaria prima che ella potesse tentare di aprirne il ventre con le punte affilate della propria arma, bramose di sangue non di meno rispetto alla spada da lei impugnata.
Ancor non errata, o avventata, poté poi essere ritenuta la scelta da lei allora compiuta di incalzare immediatamente, per porre ancor alla prova le difese avversarie e, ora, anche invocare un primo danno, una prima pur lieve ferita, accennando quello che inizialmente avrebbe potuto esser inteso qual un ridoppio roverso e che, poi, dimostrò tutta l'abilità utile a trasformarsi in un fendente, evadendo la difesa nuovamente eretta a propria negazione e, quasi, ma solo quasi, giungendo a violare le carni della sovrana, risultato che non sarebbe stato vanificato se quest'ultima non avesse comunque compreso il senso di quello strano attacco e non si fosse, agilmente, ritratta, offrendo alla lama calante dall'alto non tanto il proprio volto o il proprio corpo, quanto, solo, una ciocca di capelli rossi color fuoco, il taglio di una ciocca dei quali, già, parve prossimo a blasfemia, lasciando sorgere, dalle gole dell'intero equipaggio, un brontolio di disapprovazione.
« Temo che il peso del tuo seno ti renda eccessivamente lenta, mia cara. A te come a tua sorella… » si concesse di commentare il marinaio, nel ritrarsi, a sua volta, da quello che sarebbe potuto essere il contrattacco della regina e che pur, dimostrando incredibile quiete da parte della medesima, tale non fu, nel lasciarla allontanare senza ostacoli a frenarne il cammino « Del resto non si può pretendere di coniugare simile procacità con altrettanta agilità. Non trovi? »
« Irrispettosa… » commentò per tutta risposta la regina, lasciando roteare il tridente innanzi al proprio corpo e guidandolo ad assumere una posizione di guardia con la punta rivolta in avanti e verso il basso « Bella e combattiva, ma irrispettosa. » soggiunse, quasi a voler descrivere le qualità della propria avversaria « E' un peccato, perché, siamo onesti, saresti un'ottima aggiunta alla mia squadra, se solo tu rinunciassi ai tuoi inutili propositi vendicativi… »
« E' con qualche vezzeggiativo che hai ottenuto la fedeltà di Carsa Anloch?! » interrogò Berah, non sprecando il proprio tempo in futili chiacchiere ma investendolo allo scopo di studiare l'antagonista e, possibilmente, di distrarla prima di sferrare un nuovo attacco, ora ipoteticamente decisivo.
E proprio in quanto animata da un tale proposito, da un simile intento, ancor prima che l'altra potesse replicare offrendo una propria opinione nel merito del tradimento di Carsa e della sua trasformazione in Tahara, l'ultima compagna di Salge Tresand tentò un terzo attacco, consapevole di non potersi permettere di protrarre all'infinito quello scontro, ove, più tempo fosse trascorso, minori sarebbero state le sue già scarse possibilità di uscirne viva.
venerdì 13 gennaio 2012
1455
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
« Per ora… li voglio vivi. »
Stanchi, demotivati, e non poco irritati, i pirati della Mera Namile avrebbero sinceramente preferito strappare le carni dalle ossa di quei tre avversari prestando la massima attenzione a mantenerli ancora in vita, a non imporre loro troppo rapida, semplice e pietosa occasione di morte solo per prolungare entro i massimi termini possibili la loro sofferenza. Ciò nonostante, le parole della loro signora avrebbero dovuto essere considerate legge e, in ciò, non avrebbero potuto essere ignorate, non avrebbero potuto restare inascoltate, sebbene ciò avrebbe potuto significare rinunciare al gradevole gusto della vendetta per i già troppi morti censibili nelle loro fila. Così, ubbidienti a colei che sola aveva avuto l'ardire e il carisma per giungere al ruolo di regina di tutti i pirati di quei mari, essi reindirizzarono nuovamente la loro attenzione in direzione dei tre obiettivi iniziali, decisi a chiudere quanto prima il discorso con i medesimi. Per loro sfortuna, però, anch'essi avevano già maturato la consapevolezza della necessità di una rapida conclusione, ragione per la quale, senza particolare desiderio di immolazione personale stavano lì cercando una possibile via di fuga.
Per quanto, infatti, Hui-Wen, Camne e, soprattutto, Berah si fossero sospinti sino al ponte della Mera Namile animati da una pur trasparente volontà di vendetta oltre che di semplice esecuzione della strategia concordata, alcuno fra i tre avrebbe potuto ignorare quanto, proprio malgrado, quello non avesse da giudicarsi il momento opportuno per conseguire un tal scopo, ove già estremamente grati avrebbero dovuto essere agli dei tutti per l'occasione di sopravvivenza loro accordata sino ad allora. Così, nel momento in cui apparve chiaro che Be'Sihl e la sua amata Midda si erano posti in salvo, o condannati a morte, difficile a dirsi in conseguenza della scelta dello shar'tiagho, senza bisogno di una sola parola i tre marinai della Jol'Ange votarono a favore di una repentina ritirata, cercando di abbandonare quello stesso territorio pur tanto faticosamente conquistato sino a quel momento. Una speranza, la loro, che, per un istante, parve ottenere nuovamente il beneplacito divino, nel concedere al compatto gruppo un generico disinteresse a proprio stesso riguardo, ove ogni attenzione si era ritrovata fortunatamente rivolta all'indirizzo del locandiere. Una speranza, la loro, che, ancora, malgrado la condanna emessa a loro stesso discapito, parve non poter essere ormai negata, non poter più essere ritrattata, ove già proiettati verso la goletta con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, irrefrenabili, inarrestabili. Una speranza, la loro, che, purtroppo, si vide altresì essere spazzata via in conseguenza dell'intervento di coloro che soli, sino a quel momento, si erano riservati un ruolo di meri spettatori, e che, nel cogliere quella praticamente certa vittoria da parte degli avversari, decisero di prendere in mano il timone del loro stesso destino, spazzando con incredibile violenza e straordinaria rapidità ogni ipotesi di fuga sino a quel momento apparsa qual retorica.
« Dove pensi di andare, lurido figlio di Hyn dal muso giallo?!… » domandò capitan Dorf, nel mentre in cui, simile a un dardo, dalle sue mani venne proiettata l'ennesima cima armata di rampino metallico alla propria estremità, in questa occasione non tanto rivolta alla conquista di un contatto con la nave avversaria, quanto, e piuttosto, dedicata in tutto e per tutto al povero Hui-Wen, sì volgarmente apostrofato.
Proprio Hui-Wen, con un margine di un flebile fremito di ciglia, di un impercettibile battito di cuore, fu il primo a cadere in conseguenza di tale offensiva, ove, paradossalmente, egli si sarebbe potuto già considerare in salvo, nell'essere giunto sino alla balaustra e nel star già saltando in avanti, non tanto nella volontà di imitare l'azzardo proprio di Be'Sihl, quanto in quello di lasciarsi scivolare lungo una delle numerose funi lì tese sino alla propria cara Jol'Ange. Il figlio di Hyn, così come pur correttamente definito dal capitano pirata, venne infatti e allora superato dal triplice uncino lanciato con straordinaria maestria da Dorf, il quale, senza concedere neppure occasione di comprendere cosa fosse accaduto, richiamò a sé quella sgradevole forma metallica, lasciandole aggredire la spalla mancina dell'uomo e, in tal punto, in tal modo, conquistando una solida, e dolorosa, posizione in essa, non dissimile da un pesce preso all'amo. E se pur già slanciato in avanti Hui-Wen si era lì dimostrato, obbligatoriamente richiamato all'indietro si ritrovò in conseguenza di simile offensiva, ricadendo in parte all'esterno del perimetro della Mera Namile e li restando appeso, con un umano, e straziante, grido di dolore, e di rabbia, per quanto così impostogli.
Non solo, tuttavia, l'uomo della Jol'Ange si ritrovò così condannato, là dove quasi contemporaneamente a lui, se pur con un minimale ritardo utile a concederle visione di quanto già imposto a loro discapito, anche la giovane Camne si ritrovò arrestata nella propria corsa, nella propria fuga da quel ponte, non per effetto di una qualche azione contro di sé rivolta dal già impegnato Dorf, quanto, e peggio, dalla donna presente al fianco della sovrana dei mari, e non conosciuta qual, in passato, nota con il nome di Carsa Anloch.
« Ferma, cagnetta! » ordinò Tahara, nel contempo in cui i suoi terribili pugnali si riservarono occasione di rendere il proprio comando più incisivo, privando la propria supposta interlocutrice della possibilità di ignorarla, di sottrarsi a simile imperativo.
Se, infatti, l'arma abitualmente propria di Carsa era da sempre stata una poderosa ascia da battaglia, più sottili, agili e non meno letali pugnali sarebbero dovuti essere riconosciuti quali le lame preferite da Tahara all'inizio di quella che sarebbe dovuta essere riconosciuta quale un'opera di infiltrazione all'interno delle fila nemiche, di quelle stesse schiere nelle quali, poi, aveva evidentemente deciso di permanere e di riservarsi un ruolo di primaria importanza. Pugnali per mezzo dei quali, al servizio di Nissa, ella aveva già avuto occasione di abbattere un temibile, e ipoteticamente invincibile, ippocampo. Pugnali per mezzo dei quali, ancora, ella poté inchiodare, letteralmente, la propria nuova vittima dai rossi capelli al legno della balaustra della nave, trapassando entrambe le sue spalle in posizioni tali da non imporle ferite mortali ma, al tempo stesso, da procurarle non poco dolore e, peggio, da imporle un'impossibilità a qualunque ulteriore movimento, a qualunque evasione per così come sperata, per così come desiderata e bramata, concedendole qual sola libertà quella di gridare, a sua volta, la propria pena e la propria ira.
« Dannazione! » esclamò Berah, costringendosi a frenare il proprio cammino non tanto perché, al pari dei propri compagni colpita, ferita e resa inabile alla fuga, quanto, piuttosto, proprio in quanto, a differenza loro, ancora capace di muoversi e di agire, e, in ciò, psicologicamente impossibilitata ad abbandonarli, a lasciare alle proprie spalle coloro che sapeva non avrebbero potuto seguirla, non avrebbero potuto raggiungerla.
Fuggire in quel momento avrebbe significato lasciare indietro Camne e Hui-Wen, tradendoli in misura non inferiore rispetto a quanto, cinque anni prima, tutti loro erano stati traditi dagli emissari di Nissa Bontor. Ed ella, per amore verso se stessa oltre che verso i propri compagni di viaggio e di vita, non avrebbe potuto macchiarsi del loro sangue così come necessariamente sarebbe stato se solo non si fosse fermata, non avesse condiviso il loro fato, a prescindere da quale esso sarebbe potuto essere. Più di un rampino infilzato nel petto e più di due pugnali conficcati nella schiena, pertanto, sulla seconda figura di riferimento, di comando, della Jol'Ange poté il dolore, la pena dei propri compagni, coloro che mai avrebbe avuto l'egoismo di abbandonare, fossero essi persino già cadaveri qual pur, ancora, lì non erano.
Così, ove anche folle sarebbe stato per lei indugiare un istante di più su quel vascello, ella arrestò la propria ritirata e si voltò repentinamente in direzione della propria sola e reale avversaria, la propria nemica, colei che sola, fra l'altro, avrebbe dovuto essere condannata qual responsabile della morte del suo amato Salge. E, lasciando roteare la propria lama attorno ai propri fianchi, sancì in tal gesto e nelle parole che ne seguirono il proprio stesso futuro, la propria decisione volta a restare… e restare sino a quando, per lo meno, non fosse riuscita a uccidere quella donna o non fosse morta nel tentativo.
« Nissa Bontor! » ruggì, stringendo poi i denti come a prepararsi a un tremendo dolore « In nome di Salge Tresand, capitano della Jol'Ange, io avrò la tua testa! »
giovedì 12 gennaio 2012
1454
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Alcuna ambizione, ovviamente, aveva mai avuto modo di coinvolgere Be'Sihl all'idea di sperimentare l'ebbrezza del volo. Non in misura maggiore, per lo meno, di quanto non avrebbe potuto prevederlo entusiasta al pensiero di confrontarsi con il mare e un lungo viaggio sul medesimo o, ancora e peggio, una nuotata nelle sue avverse acque. Ciò nonostante, così come per Midda egli aveva accettato il confronto con il mare, sempre per lei, e per la sua salvezza, l'uomo non si sottrasse a un salto sì prossimo a un volo, tanto estesa, almeno ai suoi sensi, apparve l'impresa da compiere. Un'impresa, in verità, che alcuno, probabilmente, avrebbe accettato di rendere propria, non, per lo meno, in assenza di una letale motivazione tale da negare alternativa a quell'azzardo, motivazione che, nonostante tutto, lo shar'tiagho non avrebbe potuto vantar qual propria ove, più che il proprio domani, più che la possibilità di godere di una nuova alba, in pericolo avrebbe dovuto essere giudicata la futura libertà della propria amata.
Nel momento in cui il suo piede destro si slanciò a invocare contatto con la balaustra, una parte della sua mente non poté evitare di gridargli, con tutte le proprie forze, un invito alla razionalità, la riconquista di un controllo, di un senno che, evidentemente, egli aveva perduto, ove in alcuna altra via avrebbe potuto essere giustificata quella sua folle decisione. Nel momento in cui, poi, il suo piede sinistro lasciò il più apprezzabile contatto con la superficie della coperta alle proprie spalle per sospingersi verso il vuoto dischiusosi innanzi a sé, quella stessa parte della sua mente non poté ovviare a richiedere agli dei tutti di spingerlo indietro, di ucciderlo immediatamente, piuttosto, ma di evitargli una fine tanto idiota qual quella verso la quale si stava ostinatamente dirigendo con così tanta enfasi, quasi fosse egli stesso drogato o ebbro quasi quanto la propria inerme protetta. E nel momento in cui, alfine, il suo piede destro abbandonò a sua volta ogni contatto con il mondo sotto di sé, per tentare quell'osceno giuoco d'azzardo, la solita parte della sua mente, quella meno emotiva, meno appassionata, e incapace ad apprezzare le ragioni di quel gesto, si rifiutò di continuare a seguirlo, di restare cosciente mentre la fine, ineluttabile, si avvicinava a lui, con l'impeto di un fiume in piena dopo la rottura di un argine.
Così, quell'umile shar'tiagho che mai avrebbe avuto desio di ricercar vanto per le proprie imprese, per i propri successi, e che nulla, a differenza della propria compagna, avrebbe creduto di dover dimostrare a se stesso nel sopravvivere all'impossibile, si ritrovò a essere apparentemente sospeso a mezz'aria per un interminabile frazione d'eternità, muovendo i piedi ancora impegnati in una qualche folle corsa per quanto, ormai, alcun terreno, alcun sostegno, si sarebbe potuto offrire agli stessi.
Un volo, il suo, che, a tutti gli effetti, durò persino meno di quanto occorse alla sovrana di Rogautt per esprimere il proprio esteso giudizio in merito alla sua amnistia, e con lui al condono per tutti i suoi compagni ancora rimasti a bordo della Jol'Ange, nel contempo in cui, tuttavia, a tale generosità corrispose l'impietosa condanna degli altri tre loro fratelli e sorelle presenti ancora sulla Mera Namile, e da lui abbandonati alle proprie spalle non per disinteresse, non per mancanza di affetto e di premura nel confronto con le loro sorti, quanto, piuttosto, per mera consapevolezza di non poter far nulla per loro, se non rischiare, a propria volta, il proprio futuro in quel gesto, in quel salto, forse, paradossalmente, in ciò persino suggerendo loro un'ipotetica via di fuga se solo, ovviamente, fosse riuscito a sopravvivere alla propria stessa follia. Un volo, il suo, che, comunque e ancora, venne da lui percepito praticamente qual interminabile, dandogli, in un arco di tempo sin troppo esteso, possibilità per maturare piena consapevolezza nel merito della sciocchezza appena compiuta e, in ciò, rimproverarsi di non aver trovato una soluzione meno pericolosa, non solo per se stesso ma, anche e ancor più, per il proprio carico, per la propria amata, nel merito del futuro della quale si era messo a giocare al ruolo di dio non diversamente da quanto, seppur animata da ragioni diverse, aveva compiuto anche la loro ultima avversaria.
« … dei… »
Trenta piedi. Tale fu la prima valutazione compiuta nel merito della distanza esistente fra lui, fra loro, e il traguardo finale, il ponte della Jol'Ange.
Ventuno piedi. In un battito di ciglia, o ancor meno, quella già non eccessiva distanza venne drasticamente erosa, lasciando percepire quale ormai imminente, ormai ineluttabile l'impatto con quel solido legno da lui stesso tirato a lustro solo la mattina precedente, legno sul quale le sue ossa sarebbero presto state poste a dura prova, quasi a voler dimostrare quanto i propri perenni rimproveri sull'alimentazione della donna guerriero avessero da considerarsi fondati o meno.
Dodici piedi. La certezza dell'imminente dolore. La consapevolezza di quanto, a prescindere da qualunque sentimento di paura, da qualunque pur umana incertezza, ormai nulla sarebbe potuto essere compiuto per eludere quel futuro, quel destino da lui abbracciato non qual espressione di un volere superiore, quanto, e piuttosto, qual dimostrazione della propria libertà, della propria autodeterminazione, tanto nel compiere scelte salubri quanto, e peggio, nel gettare le proprie ossa a terra quasi fossero semplici dadi.
Sei piedi. Un ultimo sguardo a colei che tanto aveva amato e per la quale tanto aveva voluto rischiare, nel mentre in cui, con un incredibile sforzo, Be'Sihl si impegnò a invertire le rispettive posizioni, offrendo il proprio stesso corpo come scudo per quello della propria protetta, per far sì che, dovendo esserci un impatto, questo potesse sfogare tutta la propria furia prima su di lui e solo dopo, solo successivamente, su colei che neppure aveva deciso di compiere quel volo e che, probabilmente, neppure stava realmente comprendendo qual dramma fosse lì in atto, quanto il proprio futuro avrebbe potuto essere lì presto segnato, nel bene come nel male.
Tre piedi. Due piedi.
Un piede…
… e poi solo l'oscurità.
A posteriori Be'Sihl non ebbe possibilità di esprimere qual fu, effettivamente, il dolore che si riversò sulle sue membra al momento dell'impatto con il piano sotto di lui. Non per mancanza di occasione, o di volontà, quanto, e piuttosto, per semplice incapacità a rielaborare quanto avvenne, come ciò avvenne e, soprattutto, in grazia a quale dio o dea egli poté sopravvivere a quello che avvenne.
A posteriori egli non seppe neppure ricordare il momento in cui il suo corpo sembrò infrangersi contro il legno della Jol'Ange, incrinandolo sotto l'impeto di quel proprio salto, di quel proprio volo e del congiunto peso suo e della propria compagna, per quanto esile ella fosse ormai divenuta. Quasi la sua mente avesse effettivamente cessato di funzionare in quello stesso momento, il suo ultimo ricordo, la sua unica memoria, fu quella della voce della regina dei pirati dichiarare: « Ammesso che sopravviva… lasciatelo andare. ».
E, poi, null'altro. Solo l'oscurità.
Quasi, invece di esser ricaduto sul legno, egli si fosse tuffato nuovamente in mare, l'uomo non avvertì dolore alcuno o, forse, la pena che subì fu tanto straordinaria da negargli ogni concreta possibilità di gestione, annichilendosi in conseguenza alla propria stessa, dirompente energia. Una benedizione, o forse una maledizione, fu quella su di lui in tal modo imposta, dal momento in cui, da quel mare di tenebre nel quale si proiettò con il proprio salto, egli ebbe occasione di uscire solo a distanza di troppi giorni. Giorni nei quali il mondo a sé circostante, proprio malgrado, proseguì con il proprio cammino, lasciandolo inesorabilmente indietro, se pur, in ciò, non liberandolo dalla responsabilità per quanto da lui compiuto.
Perché, se anche la loro avversaria volle concedergli la libertà, ella stessa non mancò di proseguire nelle proprie disposizioni dichiarando: « E catturate, vivi, questi tre coraggiosi combattenti. Non è necessario che siano illesi, ma li voglio vivi. » e sancendo, in tali parole, un'evoluzione che né egli, né Noal, nel proprio ruolo di capitano della goletta, né tanto meno Midda Bontor, nel proprio ruolo di salvata, di sopravvissuta a tutto ciò, avrebbero voluto permettere che accadesse. Il prezzo di una singola vita, di una sola libertà, infatti, venne in quelle stesse parole stabilito qual più eccessivo di quanto chiunque fra loro, e soprattutto la stessa Figlia di Marr'Mahew, avrebbero mai voluto accettare. Purtroppo per tutti, però, il giuoco era ormai stato definito in ogni propria possibile mossa…
mercoledì 11 gennaio 2012
1453
Avventura
030 - Il nemico del mio nemico
Imprevista, se pur non imprevedibile, nell'evidenza della sua assenza da un possibile censimento delle potenziali prede lì loro presentate, dell'equipaggio della Jol'Ange, Be'Sihl fece la propria apparizione sorgendo attraverso il varco posto a tribordo di accesso al cassero, e, con esso, alla stiva, conducendo seco, in tal frangente, una figura difficilmente associabile alla consueta immagine propria della Figlia di Marr'Mahew, e pur indubbiamente identificabile qual ella sotto ogni punto di vista, in quel momento da lui sorretta fra le proprie braccia non dissimile da una bambina, un'infante poco più che neonata e, in ciò, impossibilitata a una qualunque speranza di deambulazione autonoma, incapace a reggersi sulle proprie gambe anche nella presenza di un eventuale sostegno qual egli pur avrebbe potuto essere per lei. E l'uomo, lo shar'tiagho, il locandiere che pur alcuna familiarità avrebbe potuto vantare con la guerra e con le sue regole, o, anche solo e semplicemente, con il mare e le sue leggi, si mosse con assoluta confidenza lungo la beccheggiante superficie della coperta, corse con rapidità e agilità attraverso la battaglia infuriante, trasportando con massima cura il proprio prezioso carico nella trasparente volontà di non permettere a niente e a nessuno di poter anche solo tentare di recarle danno.
E se anche, per un effimero momento, quella imprevista, se pur non imprevedibile, apparizione non parve riuscire ad attrarre alcuna, ulteriore attenzione da parte del pur affollato pubblico rispetto al solo, singolare e pericoloso interesse della sovrana, troppo breve, troppo fuggevole fu l'occasione di pace in tutto ciò riservatagli, l'intervallo di relativa tranquillità concesso a partire dalla propria comparsa sul ponte sino a quando una voce possente e forte fece propria l'urgenza di imporsi sul disordine lì imperante per convogliare l'attenzione di tutti verso quella nuova priorità, quel nuovo compito al quale sarebbe dovuta essere riconosciuta fondamentale e massima importanza da parte di chiunque a bordo della Mera Namile, di chiunque, nella fattispecie, direttamente dipendente dai propri comandi…
« Fermatelo! » gridò capitan Dorf, seguendo lo sguardo della propria sovrana e, in ciò, intercettando quanto da lei colto, quanto da lei osservato con indubbio e comprensibile stupore « Fermate quell'uomo! La prigioniera non deve lasciare questa nave! » definì, subito guidando il proprio sguardo e le proprie mani alla ricerca di un'arma utile per arrestare quel tentativo di evasione che mai avrebbe dovuto essere tollerata per la gloria e l'onore della propria signora, colei che mai avrebbe tradito.
Fu in conseguenza a quell'ordine che, improvvisamente, chiunque a bordo del vascello, così come a bordo della goletta, parve estemporaneamente perdere contatto con il mondo a sé circostante, rivolgendo la propria attenzione, il proprio interesse solo in direzione delle parole imposte con così tanta energia da essere state, senza esagerazione alcuna, udibili per intere miglia attorno a loro e rimaste, entro un tal limite, non udite solo in assenza di un ipotetico pubblico a qui destinarle.
Quale uomo? Come poteva essere giunto alla prigioniera? E, soprattutto, come poteva davvero pensare di farcela?
Tali furono gli interrogativi che, in infinite formulazioni diverse, tutti i pirati, uomini e donne che essi fossero, si posero, ricercando con lo sguardo colui che solo avrebbe potuto essere individuato qual il soggetto oggetto di quella loro nuova priorità, quel compito innanzi al quale non avrebbero dovuto sottrarsi, pena certa la morte, qual solo sarebbe stata loro destinata dall'impietosa regina alla quale pur avevano giurato obbedienza, colei che, del resto, sola era stata in grado di trasformare dei semplici tagliagole in una nazione potente e temibile, dominante su tutti i mari del sud, qual la loro era, per merito suo, divenuta.
Be'Sihl! Ce l'aveva fatta! Ora, però, sarebbe stato essenziale riuscire a proteggerlo, per permettergli di lasciare la Mera Namile indenne!
Tali furono le risposte che, in altrettanto infinite diverse formulazioni, tutti i marinai, uomini e donne che essi fossero, si offrirono, non perdendo tempo a questionare sul perché egli avesse preferito modificare il piano per così come originariamente formulato ma, altresì, preoccupandosi solo e unicamente della necessità di garantirgli la salvezza necessaria, ove, solo in tal caso essi avrebbero potuto ritirarsi da uno scontro privo di speranze di vittoria e, ancora, solo in tal caso tutti gli sforzi da loro compiuti sino ad allora non sarebbero risultati vani, non avrebbero potuto vedere le loro vite poste in dubbio senza una concreta ragione.
Un fuggevole momento di assoluta immobilità impresso in maniera imperitura nell'eternità, in immediata evoluzione al quale, altresì, esplose il disordine più totale, la follia più completa, superiore, se possibile, a quella già prima esistente nel caotico viluppo caratteristico di qualunque battaglia, di ogni scontro, sempre assolutamente distante da quanto abitualmente narrato da bardi e cantori, non solo per responsabile colpa di questi, ove desiderosi di allietare i propri ascoltatori e non di offrire loro ragione di disturbo o di disinteresse, ma anche per un'oggettiva incapacità a riportare in parole o, peggio, in rime, l'orrore di uno scontro perpetuo, di un moto incessante qual solo è costretto a essere quello di chiunque coinvolto in un giuoco per la propria stessa sopravvivenza, per il proprio domani. E in tal ritrovato folle disordine, l'interesse di tutti i fratelli e le sorelle della Mera Namile fu rivolto all'offensiva non tanto degli avversari con i quali si erano intrattenuti sino a quel momento, quanto più di quel nuovo obiettivo, di quell'uomo che sarebbe dovuto essere annientato qual giusta condanna per quanto da lui osato. Contemporaneamente, però, l'interesse di tutti i fratelli e le sorelle della Jol'Ange fu necessariamente rivolto alla sua difesa, alla prevenzione da qualsiasi danno, ragione per la quale, paradossalmente, la situazione si ritrovò a essere invertita rispetto a come si era presentata sino a quel momento, mostrando gli assedianti quali assediati da coloro che, sino a un istante prima, erano stati altresì presi in trappola, chiusi in una morsa dalla quale non avrebbero dovuto trovare occasione di evasione e sopravvivenza.
« Uccidete quel can… » tentò di gridare un pirata, uno fra coloro più lontani dalla posizione attualmente occupata dal locandiere, allo scopo di incitare i propri compagni all'assalto, salvo, proprio malgrado, ritrovarsi a essere severamente punito dall'affilata lama di Hyn sorretta con incredibile maestria dal buon Hui-Wen.
« La tua voce offende le mie orecchie! » commentò questi, qual unica spiegazione per il proprio gesto, nel mentre in cui la testa della propria vittima si ritrovò incapace a mantenersi ancora in equilibrio su quello stesso collo al quale era pur rimasta legata sino a quel giorno e a quel preciso momento, ricadendo all'indietro e rotolando, in ciò, sino ai piedi del proprio assassino, il quale, per tutta reazione, si limitò a calciarla da parte, senza palesare una qualunque forma di rispetto per l'avversario appena ucciso e, in ciò, evidentemente valutato ancor meno che niente « E che nessuno osi toc… » tentò di aggiungere, salvo essere interrotto nella formulazione di quelle stesse parole da un'altra attrice di quello stesso tragico dramma, la cui importanza, il cui valore, e forse il cui carisma, riuscì a zittirlo in maniera naturale, senza neppure concedergli possibilità di dubbio sulla legittimità del proprio accordato silenzio.
« Che nessuno tocchi quell'uomo! » sancì, infatti e nel contempo, la voce della regina di Rogautt, intervenendo con non poca arroganza, non poca prepotenza, a sovrastare l'iniziativa verbale già ipotizzata da parte del marinaio della Jol'Ange, e, in ciò, facendola invero addirittura propria, in una dichiarazione a dir poco sorprendente non solamente per i propri uomini, i quali non poterono ovviare a domandarsi in quale misura avessero realmente udito con chiarezza quanto da lei suggerito e in quale misura lo avessero, altresì, frainteso, quanto e piuttosto per chiunque lì in ascolto.
Chiunque… o quasi. In verità, dopotutto, non poté ovviare a esistere una sola, singola e pur non indifferente eccezione al collettivo interesse per quell'asserzione, eccezione lì rappresentata, nella fattispecie, dallo stesso soggetto protagonista di tanto interesse, nonché di quelle ultime parole: Be'Sihl!
Egli, difatti e ragionevolmente, già dimostratosi del tutto sordo al primo annuncio a opera di Dorf, non volle offrire la benché minima attenzione neppure a quel secondo invito, sebbene scandito da una voce in tutto e del tutto identica a quella che sarebbe potuta essere della propria amata se solo ella avesse avuto la forza di parlare, motivo di indubbio e umano interesse in conseguenza al quale già avrebbe potuto, se non dovuto, invocare qual propria una certa curiosità. Perfettamente conscio, tuttavia, dell'azzardo intrinseco nel proprio gesto, lo shar'tiagho ignorò tale annuncio e proseguì, a testa bassa, in direzione della balaustra eletta qual proprio obiettivo, la stessa dalla quale, sino a un istante prima, numerosi pirati della Mera Namile si erano proiettati a bordo della Jol'Ange e dalla quale, a sua volta, ora sperava di potersi calare, o anche, e più sbrigativamente, gettare, per condurre a compimento quanto propria responsabilità, l'incarico che, all'interno della pur non complessa strategia concordata con i propri compagni, aveva obbligatoriamente reso proprio.
No. Egli non volle ascoltare le parole scandite dalla voce di Nissa Bontor e così, nel mentre in cui molte teste si voltarono stupite e disorientate verso colei a cui si erano votati quasi ella fosse dea ancor prima che donna, rendendo, in ciò, il proprio eventuale sacrificio qual un atto dovuto ancor prima che un'assurda pretesa, una richiesta priva di qualunque significato, Be'Sihl poté effettivamente giungere là dove desiderato e, malgrado il non gradevole dislivello in tal punto presente fra le due navi, di stazze incomparabili, poté maturare la decisione di arrischiare le proprie ossa in un salto per compiere il quale avrebbe potuto anche fratturarsi entrambe le gambe o, peggio, la stessa schiena, condannandosi, nel migliore dei casi, a morte e, nel peggiore, a una vita da invalido in un mondo intollerante innanzi alla debolezza. Un gesto straordinariamente coraggioso e atletico, che qualcuno avrebbe potuto persino considerare folle, e che lo shar'tiagho compì in tal direzione sospinto non da una qualche razionalità di sorta, da un pur minimo controllo sulle proprie emozioni, quanto, e piuttosto, incitato da una folle ricerca di salvezza, per sé e, ancor più, per la propria amata, colei per la quale avrebbe volentieri sacrificato non solo le proprie gambe e la propria schiena, ma anche tutto se stesso, così come quanto compiuto sino a quel momento aveva voluto dimostrare, sospinto in tal direzione non da una venerazione idolatrica, ma, con la sicura approvazione di un qualunque bardo o cantore, dal più nobile, straordinariamente raro e, in questo, commercialmente apprezzabile, dei sentimenti umani… l'amore.
« Ammesso che sopravviva… lasciatelo andare. » definì la sovrana della Mera Namile, a dissipare qualunque possibilità di dubbio nel merito di quanto appena deciso « Lasciate andare lui… e coloro che sono ancora a bordo di quella goletta. » estese la propria generosa amnistia, lasciando in ciò ancor più sconvolti coloro che la stavano udendo e ascoltando « E catturate, vivi, questi tre coraggiosi combattenti. Non è necessario che siano illesi, ma li voglio vivi. » concluse, lasciando battere l'estremità inferiore dell'asta del proprio tridente contro il legno della nave, a sottolineare la solennità degli ordini appena scanditi « Per ora… li voglio vivi. »
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