11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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E con 2900 episodi di serie regolare, inizia oggi la grande corsa verso il mitico appuntamento del numero 3000!

Nota di costume: considerando tutti gli speciali e le tre storie sotto l'etichetta "Reimaging Midda", in verità, saremmo già al 3137... ma non importa!)

Sean, 4 maggio 2019

venerdì 30 novembre 2018

2745


In un primo momento, l’uomo non fu in grado di comprendere realmente cosa fosse accaduto, chi l’avesse attaccato. Con tutta la propria concentrazione focalizzata sull’osceno crimine del quale si stava rendendo protagonista, egli non ebbe possibilità di cogliere la presenza di una nuova minaccia a proprio discapito, e, così, quando le dita di una mano, di una mancina, gli si infilarono fra capo e collo, giungendogli alle spalle e andando a cercare un punto ben preciso sotto la sua mandibola, per lì esercitare una fortissima e dolorosissima pressione, altro non poté fare che elevare un alto grido di dolore, e di dolore straziante, nel ritrovarsi, addirittura, accecato e assordato in conseguenza a tutto ciò, oltre che, quasi letteralmente trascinato di peso all’indietro, in quella che tuttavia non avrebbe avuto a dover essere considerata conseguenza di uno straordinario sfoggio di forza, quanto e piuttosto nella reazione istintiva, incontrollata del suo corpo nel confronto con quel dolore, con quella pressione, alla ricerca di una qualche possibilità di interruzione dello stesso. Così, in un doloroso istante, egli si ritrovò gettato sdraiato a terra, supino, ancora scosso dalle strazianti pulsazioni di pena che, da quella terminazione nervosa così sapientemente offesa, si stavano diramando a tutto il suo capo e a tutto il suo corpo, lasciandolo necessariamente confuso e spaventato.
Confusione e spavento, i suoi, che pur non si protrassero a lungo, nel momento in cui, non senza una certa sorpresa, riconobbe il proprio aggressore nella medesima donna ficcanaso che già si era arrischiata a opporsi a lui poco prima…

« Io ti ammazzo, tossica di mer… » tentò di ringhiare, facendo atto di rialzarsi da terra salvo, poi, ritrovarsi il fiato scemare in gola per la sorpresa di quanto di lì a un istante accadde, nel vedere quella stessa donna muovere la mancina in direzione della propria destra, afferrarne saldamente il polso e tirare con energia, a staccarsi l’intero braccio, sfilandolo da sotto gli abiti che, allora, indossava « … ma che…?! »

Nella concitazione del momento, e, soprattutto, nella foga dello stupro che stava compiendo, egli non si era reso conto di quanto la propria avversaria fosse invero contraddistinta da una protesi in luogo al proprio arto destro, ragione per la quale, in un primo istante, quell’immagine apparve non soltanto insolita, ma, addirittura, inquietante, e inquietante quanto avrebbe potuto esserlo nel ritenere di star osservando una donna intenta a strapparsi il proprio stesso arto destro, per impugnarlo saldamente nella mancina quasi altro non fosse che una rudimentale clava. E prima ancora che la sua mente potesse elaborare quanto, per l’appunto, quello innanzi a sé non avesse a doversi considerare un braccio in carne e ossa, quanto e piuttosto un semplice, e decisamente evidente, arto meccanico, tale rudimentale clava venne da lei roteata con straordinario controllo, con incredibile precisione, nell’imporle un movimento antiorario e nello schiantarla, poi, contro il viso di quell’uomo, con una violenza in parte derivante dalle sue dirette energie e, ovviamente, in buona parte derivante dall’applicazione di un puro e semplice principio fisico.
Un principio fisico, quello che venne da lei applicato, in conseguenza al quale certamente egli sarebbe morto, con la testa spappolata, o, addirittura, direttamente decollato, se soltanto il suo braccio sinistro fosse stato animato dall’energia abitualmente propria di Midda e, parimenti, se il suo braccio destro fosse stato composto da solido metallo, in luogo a quelle materie plastiche, pur resistenti, pur solide, e, ciò non di meno, decisamente più leggere di quanto, altresì, lì non avrebbe potuto esserle considerato utile: ritrovandosi, altresì, colpito dal braccio di Maddie, meno tonico, meno energico, rispetto a quello di Midda, e da un’arma meno pensante e, in ciò, caricata allor da minore energia cinetica, egli poté avere occasione di sopravvivere a tutto ciò, per quanto, nella carica ascendente di quel moto, nel ritrovarsi colpito in pieno mento da quell’arto divenuto clava, non poté ovviare a vedere la propria stessa lingua mutilata nella sua estremità dal vigore con il quale la sua bocca fu costretta a chiudersi al momento dell’impatto, e, ancora, non poté mancare di ritrovarsi nuovamente steso a terra, lì catapultato dalla foga di quell’inattesa aggressione.
Bestemmie e urla di sempre più vivo dolore seguirono allora quell’azione, quel gesto, ma non si riservarono opportunità, in niuna misura, di soddisfare la sete di sangue che, lì, stava ormai animando la rediviva Figlia di Marr’Mahew, la quale mai avrebbe potuto concedere requie, né pietà, a quell’individuo, a quell’abominio difficile da definire uomo senza, in ciò, apparire offensiva e pregiudicante a discapito di qualunque altro uomo al mondo. Così, mentre ancora la ricaduta del proprio aggressore, tradotto in preda, non avrebbe avuto a doversi considerare compiuta, ella avanzò nuovamente, non riservandosi alcuna opportunità per gioire, e per gioire inopportunamente per quel futile successo allor risultato, nella sola volontà di insistere ulteriormente, di incalzare la dose, e, in tal senso, di non arrestarsi sino a quando egli avesse avuto ancora coscienza di sé e del mondo a sé circostante, o, eventualmente, fino a quando ancora un qualunque alito di vita avrebbe animato quelle sue indegne membra. E nel proprio avanzare, ella raggiunse quell’uomo sul di lui fronte destro, solo per riservarsi l’opportunità di lasciarsi cadere, pesantemente, con il proprio ginocchio destro sulla sua gola, lì pericolosamente scoperta, al solo scopo di poterlo inchiodare al suolo, e, in tal senso, per riservarsi opportunità di riprendere a colpirlo, e a colpirlo ripetutamente, ora con movimenti orari, sempre sul volto, con una costanza, con una puntualità ritmica tale per cui, troppo facilmente, avrebbe potuto quindi apparire intenta a percuotere la superficie di un tamburo anziché un volto umano, per scandire il passo di una marcia militare attraverso un campo di battaglia.
Ma se un volto, e non un tamburo, quello avrebbe avuto a dover essere inizialmente riconosciuto, l’incessante incedere di quei colpi impetuosi non avrebbe potuto ovviare a tramutarlo, presto, in un ammasso sempre più confuso di carne e sangue, squarciando i suoi zigomi, infrangendo il suo naso, frantumando i suoi denti, nel contempo in cui, ovviamente, anche la quell’improvvisata clava non avrebbe potuto ovviare a incrinarsi, a fratturarsi nella propria solidità, impiegata allora in modi per le quali non era stata certamente pensata, per scopi per i quali non era stata sicuramente studiata, e, ciò non di meno, mai frenata, mai rallentata nella propria azione: non dal sangue che, presto, iniziò a zampillare da quel volto distrutto; non dalle sue grida di dolore e dagli spasmi che a ogni nuovo attacco lo contraddistinguevano; non, ovviamente, dallo scemare delle sue grida di dolore e dei suoi spasmi, nel confronto con l’assenza dei quali, anzi, ella non avrebbe potuto che iniziare a riconoscersi appagata, soddisfatta per quanto stava così compiendo. E laddove, sicuramente, mai si sarebbe fermata se non nel momento in cui o del suo braccio artificiale non fosse rimasto nulla, o di quel cranio non fosse rimasto nulla, un ineluttabile grido di contrarietà non poté che levarsi dalla sua gola nel momento in cui si vide afferrata e sollevata, letteralmente, di peso da almeno altre due figure alfine sopraggiunte sul luogo dell’aggressione, in sola conseguenza all’intervento delle quali, forse, quell’uomo avrebbe potuto riservarsi una qualche occasione di sopravvivenza.

« Si fermi! » riuscì a distinguere, allora, una voce intenta a invitarla alla resa, e a una resa che, francamente, mai ella avrebbe voluto contemplare.
« Lo sta uccidendo! » insistette un’altra voce, come la prima proveniente dalle sue spalle, e da quegli uomini, perché tali avrebbero avuto a dover essere riconosciuti, lì intenti a trascinarla via dallo stupratore, tentando di arginarne la libertà di movimento prima che potesse proseguire nel proprio massacro o, peggio ancora, estenderlo anche a loro discapito.
« … lasciatemi, maledizione! » ringhiò ella, accecata dal furore della battaglia, e di una battaglia che non avrebbe avuto ancor a riconoscere qual terminata « Quell’uomo non merita di vivere! »
« Se lei si calma faremo finta di non aver sentito quest’ultima frase… » tentò di parlamentare la prima voce, nel mentre in cui la stretta a lei imposta da quella doppia coppia di braccia si faceva più forte, più imperiosa, in termini tali per cui, se soltanto ella avesse insistito nel proprio tentativo di ribellione, inevitabile sarebbe stato per lei quantomeno lussarsi una spalla « Quel maniaco finirà in galera: ma lei non deve per forza seguirlo! »

giovedì 29 novembre 2018

2744


Fu proprio quando ormai anche gli dei parvero averla abbandonata, quando ogni speranza sembrò infranta nel contrasto con la dura realtà, quando le forze apparvero esserle venute meno, che nelle tenebre così imposte sulla sua mente e sul suo corpo una fioca luce tornò a risplendere nel confronto con i suoi sensi, in qualcosa che, in qualunque altro momento, altro non avrebbe potuto trovarla contrariata e che, tuttavia, in quel frangente, in quel momento, non avrebbe potuto mancare di coglierla quantomeno bisognosa di quella che, probabilmente, avrebbe avuto a doversi giudicare un’illusione, e che pur, allora, non avrebbe potuto mancare di essere interpretata come l’occasione per richiamare a sé nuove energie, per evocare una nuova speranza, e per dimostrare, ancora una volta, chi ella avesse a dover essere riconosciuta essere, al di là del disinteresse stesso degli dei. Una fioca luce che, lì, ebbe ad assumere le fattezze proprie del suo amato Be’Sihl, e di quell’uomo che mai l’aveva abbandonata e che mai ella avrebbe potuto desiderare l’abbandonasse…

« Non arrenderti… ti prego, amore mio. » la supplicò la sua voce, risuonando al contempo distante, e pur paradossalmente prossima a lei, in un nonsenso incontrovertibile e a confronto con il quale, ciò non di meno, ella non avrebbe più voluto allora porsi occasione di dubbio, rappresentando egli, in fondo, tutto ciò a cui ancora avrebbe potuto aggrapparsi « Qualunque sfida tu stia affrontando, qualunque prova in contrasto alla quale tu ti abbia a trovare in questo momento, non ti arrendere. »

Maddie era consapevole di essere distesa a terra, su quel fresco e umido suolo erboso, con il volto ricoperto dal proprio stesso sangue, il cui spiacevole sapore ferroso non avrebbe potuto ovviare a ricolmarle anche la bocca e la gola, a comprova della sgradevole verità dei fatti, e dei fatti allor rappresentati dal pestaggio appena subito e dalla violenza che si stava consumando a pochi metri da lei, e da una violenza che, troppo facilmente, sarebbe potuta addirittura declinare in un omicidio, e in un omicidio il peso del quale avrebbe gravato per sempre sulla sua coscienza, qual tragica conseguenza del suo stolido tentativo di intervento in soccorso a quella sconosciuta sventurata. Ma per quanto, allora, ella fosse consapevole di essere lì distesa a terra, su quel fresco e umido suolo erboso, per un momento ella avvertì una realtà completamente diversa attorno a sé, e una realtà contraddistinta, allora, da un accogliente tepore, e da una morbidezza, sotto di sé, estranea a quella del mondo a lei circostante, quasi avesse a doversi considerare, in effetti, giacente su un comodo e confortevole letto. E per quanto, ancora, ella fosse consapevole di essere lì sola, inerme testimone dell’oscenità, della violenza che si stava consumando a pochi metri da lei, per un momento ella avvertì una realtà completamente diversa attorno a sé, e una realtà contraddistinta, lì, dalla presenza di due ruvide mani delicatamente chiuse attorno alla propria mancina, in tal maniera stringendola nel fremito di un sentimento che pur non avrebbe avuto a dover considerare nuovo, nel palpitare di un cuore a lei estraneo che pur non avrebbe avuto a dover giudicare sconosciuto, per sé o per il proprio corpo.
Così, per quanto con la vista obnubilata dai colpi subiti, ella si sforzò di riaprire gli occhi, per contemplare l’attesa immagine di Be’Sihl, del suo amato Be’Sihl, lì allora non più frainteso qual un’inquietante apparizione, quanto e piuttosto apprezzato, amato, per quello che era, e che avrebbe avuto a dover essere riconosciuto: il suo dolce angelo custode, il suo premuroso patrono, al quale avrebbe potuto sempre appellarsi nella ferma consapevolezza di quanto egli non sarebbe mai mancato, non si sarebbe mai sottratto a lei, né alla possibilità di restarle accanto, anche se ciò avrebbe significato rinunciare a tutto il resto della propria esistenza, della propria quotidianità, e, persino, al proprio intero mondo, inseguendola, follemente, fra le stelle del firmamento. E chino su di lei, intento a stringerle la mancina e a baciarla in ogni proprio singolo sussurro, si mostrò il volto da lei atteso, da lei allor sperato, lì contraddistinto da un’evidente preoccupazione, da un palese senso di ansia, e da una preoccupazione, da un’ansia, motivate, trasparentemente, dalle sue critiche condizioni, dalla sua stessa situazione.

« Torna da me… » la invitò il suo dolce shar’tiagho, instancabile nel proprio invito, nella propria richiesta, e in quella richiesta che avrebbe avuto a dover essere considerata una quieta costante in ogni propria apparizione, insieme alla frase che, ancora una volta, non mancò di accompagnarlo « … svegliati. Svegliati, ti prego. » insistette, baciandole ancora una volta, e ripetutamente, la mano con le proprie labbra « Tu sei la Figlia di Marr’Mahew. Sei la Campionessa di Kriarya. Sei l’Ucciditrice di Dei. Non puoi lasciarti sconfiggere in questo modo… non devi permetterlo! »

E se tanto ciò sarebbe valso per lei, quella presenza, quell’amore illimitato e quella fiducia incondizionata verso dl sé e verso le proprie capacità, per così come scandito dall’amore della sua vita, dal suo unico amante, dal suo paziente amico, dal suo fedele complice, dal suo attento confidente; ancor più ebbero a valere quelle parole, quello sprone alla lotta, e a una lotta innanzi alla quale non si sarebbe potuta tirare indietro per così poco, per un semplice naso rotto.
Qual valore avrebbe potuto riservarsi occasione d’avere un naso rotto nel confronto con tutte le prove innanzi alle quali ella si era ritrovata a essere posta in passato? Qual significato avrebbe potuto riservarsi ragione d’avere il dolore proprio di quel momento nel confronto con tutto il patimento, tutta la sofferenza innanzi alla quale pur ella si era sempre rialzata, per continuare a combattere?! Ella aveva affrontato battaglie contro uomini, mostri e dei. Ella si era confrontata con gli artigli e le zanne di creature negromantiche, mitologiche e stregate. Ella si era vista amputare di netto il proprio braccio destro, si era vista sfregiare e sventrare dalla propria stessa gemella. Ella era sopravvissuta a colpi di spada, a dardi, a frecce. Questo ella era. Questo ella era sempre stata. Questo ella sarebbe sempre stata.
No. Non avrebbe potuto arrendersi. Non allora, né mai.
Ella era l’Ucciditrice di Dei, colei che, semplice mortale, aveva sconfitto il dio Kah, signore degli istinti primordiali. Ella era la Campionessa di Kriarya, colei che aveva guidato un’intera città nella difesa in contrasto alla minaccia di blasfeme oscenità extra-dimensionali conosciute con il nome di mahkra. Ella era la Figlia di Marr’Mahew, colei che aveva abbattuto quasi un centinaio di pirati, combattendo fondamentalmente nuda, con la propria futura spada bastarda nella mancina e un martello da fabbro nella destra. Ed ella non si sarebbe mai lasciata abbattere così facilmente da uno stupratore qualsiasi, né, tantomeno, ella gli avrebbe mai permesso di portare a compimento quella ricerca di soddisfacimento dei propri desideri a discapito di quella malcapitata. Ella non si sarebbe arresa, ella non sarebbe lì rimasta impotente testimone di quanto avrebbe dovuto consumarsi, di quanto già stava consumandosi a pochi passi da lei.
No. Non sarebbe accaduto. Non allora, né mai.
Chiudendo gli occhi per richiamare a sé ogni energia, ogni forza ancora rimastale, e riaprendoli nuovamente sulla realtà, e su quella spiacevole realtà priva dell’amabile, e amata, presenza di Be’Sihl nella propria quotidianità, Maddie si rialzò da terra, e si rialzò da terra in silenzio, con ritrovato, straordinario controllo sul proprio corpo, in termini che, forse, non avrebbe potuto vantare di ricordare in quegli ultimi mesi.
E quegli occhi color ghiaccio, quelle immense finestre sul suo spirito, non avrebbero lì avuto a doversi riconoscere più dischiuse sull’animo a tratti persino indolente di Madailéin Mont-d'Orb, di quella donna che aveva trascorso la sua vita immobilizzata su un letto d’ospedale, inconsapevole della realtà a sé circostante e timorosa di perdere il controllo del proprio senno, di smarrirsi nelle fantasie della propria follia. Non più. Quegli occhi color ghiaccio, quelle immense finestre sul suo spirito, avrebbero lì avuto a doversi riconoscere finalmente spalancate sull’animo guerriero di Midda Namile Bontor, e di quella donna che non si sarebbe risparmiata occasione di sofferenza, di dolore e, persino, di morte, pur di raggiungere il proprio obiettivo, pur di tenere fede ai propri ideali, e pur di non permettere che qualcun altro, uomo o dio, avesse a potersi esprimere liberamente sul di lei destino, in quella costante ricerca di autodeterminazione che, unica reale costante, l’aveva accompagnata in ogni singolo giorno della sua vita.

mercoledì 28 novembre 2018

2743


Maddie non era Midda, né lo era mai stata, né avrebbe mai potuto esserlo. Di questo ella avrebbe avuto a doversi considerare ormai quietamente consapevole, e consapevole a livello assolutamente razionale. Quei lunghi mesi di terapia insieme a Jacqueline le avevano offerto una chiara occasione di riprova a tal riguardo, permettendole di analizzare tutta la propria supposta vita passata e di comprenderne ogni motivazione, ogni dinamica, ogni ispirazione più o meno conscia per lei derivante dal mondo a lei circostante. Nulla di ciò che ella presumeva di aver vissuto avrebbe avuto a doversi considerare effettivamente affrontato: ogni propria avventura, ogni propria leggendaria impresa, avrebbe avuto a poter essere ricollegata a una qualche fonte di ispirazione esterna, includendo in tale annovero tanto la mitologia quanto la storia, tanto la letteratura quanto la cinematografia, non ignorando ovviamente fumetti e cartoni animati. Tutta la sua supposta esistenza avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual un’enorme pastiche, in termini nel confronto con i quali difficile sarebbe stato per lei comprendere quanto avere ad ammirare la propria immaginazione e quanto, piuttosto, averla a temere.
Ciò non di meno, per quanto nulla di tutto ciò che Midda era stata avrebbe avuto a doversi considerare reale, la vita propria di Midda avrebbe avuto a dover essere considerata la sola che Maddie avesse mai vissuto. E, soprattutto, il percorso di crescita proprio di Midda avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il solo che Maddie avesse mai affrontato. Per questa ragione, che Midda fosse esistita o meno, poco avrebbe avuto a importare nel confronto con i valori, i principi morali che ella aveva maturato nel corso della propria vita, e quei principi morali ora risedenti all’interno del cuore, dello spirito e della mente di Maddie. Principi morali fra i quali, certamente, mai ella avrebbe potuto permettersi di tollerare una violenza sessuale, neppure nella misura utile a frenarsi il tempo sufficiente per cambiare il numero chiamato sul cellulare e rivolgersi, in ciò, alla polizia o ai carabinieri. No… in quel momento ella non avrebbe potuto riservarsi lucidità mentale sufficiente a compiere una sì semplice operazione, non, quantomeno, nel confronto con il pensiero, con l’idea, che così facendo avrebbe concesso allo stupratore un ulteriore istante per portare a compimento quell’orrendo delitto a discapito della propria vittima.
Così, per quanto Maddie non fosse Midda, né lo era mai stata, né avrebbe mai potuto esserlo, qualcosa in lei ebbe a muoversi, a reagire e ad agire, animandosi in direzione di quell’antagonista, di quell’avversario, di quell’individuo sconosciuto che, per quanto avrebbe potuto concernerle, avrebbe dovuto essere inchiodato a terra, non metaforicamente quanto e piuttosto letteralmente, per imporgli occasione utile a comprendere l’orrore di quanto egli stesse compiendo, del senso di impotenza che egli stava trasmettendo alla propria vittima, oltre, ovviamente, per essere lasciato, in tal modo, alle cure della propria preda, di quella preda che avrebbe quindi potuto essere eletta a predatrice e avrebbe potuto cercare occasione di riscatto psicologico nel farlo a pezzi, ancora una volta non metaforicamente, quanto e piuttosto letteralmente. E sebbene nulla di tutto ciò avrebbe probabilmente veduto Jacqueline concorde, e sebbene nulla di tutto ciò avrebbe probabilmente incontrato il beneplacito dell’ordine costituito, poco o nulla ciò avrebbe potuto valere per lei in quel momento: il suo cuore, il suo animo, la sua mente le stavano dicendo che tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato giusto da compiere… e, per questo, ella lo avrebbe compiuto, con buona pace per le conseguenze.
Fu questione di un attimo ed ella si ritrovò a coprire la distanza ancora esistente fra lei e la coppia, raggiungendo l’uomo e schiantando, contro di lui, la pesante suola del proprio scarpone: un colpo sicuramente non animato dalla medesima forza, dalla medesima energia che avrebbe potuto vantare Midda, ma che, in grazia a un indubbio fattore sorpresa e prendendo qual obiettivo la sua tempia, ebbe comunque a riscuotere il proprio successo, nell’imporgli deciso danno e nello scaraventarlo via dalla propria vittima, da quella ragazzina con i vestiti strappati sulla quale si stava allor avventando come una bestia affamata. Ma se, con Midda, quel colpo sarebbe stato allora certamente sufficiente a stordirlo e a chiudere, facilmente, la questione, con Maddie quanto le fu concesso di ottenere altro non fu che sorprendere, certamente, l’uomo, ma, anche, farlo infuriare, per il dolore impostogli…

« Lurida tossica… » ringhiò egli, scuotendo il capo e osservando, con sguardo ricolmo di rabbia e di odio, la propria subentrata antagonista.

Altri insulti che avrebbero potuto essere da lei ascoltati fuoriuscire dalle sue labbra non furono allora realmente percepiti, dal momento in cui, ritrovandosi proprio malgrado decisamente sorpresa dalla reattività del proprio antagonista, priva di quell’attenzione, di quella memoria muscolare, e di quei tempi di reazione propri della Figlia di Marr’Mahew, Maddie si ritrovò a essere scaraventata rapidamente a terra, e a essere colpita con violenza da due pugni diretti al volto, che, per un istante, ebbero ad accecarla e ad assordarla, nel dolore in ciò per lei derivante.

« … cidenti pensi di essere, dannata sgualdrina…?! » riuscì nuovamente a percepire la voce dell’uomo dopo qualche istante, nel mentre in cui, con violenza, egli, afferratala per il bavero della giacca, ebbe a sbatterla ripetutamente contro il suolo.

Nel diversivo comunque creato da quel non pienamente fruttuoso intervento, la giovane vittima di quell’uomo, ancora a sua volta stordita e confusa, ebbe possibilità di rendersi conto di quanto l’abuso a proprio discapito si fosse interrotto e, dimostrando sufficiente spirito di autoconservazione, ebbe a tentare di rialzarsi da terra, di trascinarsi lontana da li.
Ma questi, cogliendo il tentativo del proprio primo obiettivo, rivolse a discapito della nuova arrivata un terzo, violento pugno, tanto forte da infrangerle addirittura il naso, lasciando esplodere un caldo fiotto di sangue su tutto il suo volto, prima di rialzarsi e, ancor più aggressivo rispetto a quanto già non avrebbe avuto a doversi precedentemente considerare, ritornare rapidamente verso la propria vittima, per afferrarla ancora una volta e spingerla con violenza nuovamente verso il suolo, questa volta con il volto premuto sull’erba, lì costringendola prona per non concederle ulteriori possibilità di azione o di movimento.

« Dove pensi di andare tu?! Non ho ancora finito con te… » le comunicò, nel mentre in cui, armeggiando con il proprio membro alle sue spalle, si preparò a riprendere il discorso così fugacemente interrotto, e a riprenderlo or animato da una maggiore violenza, da una maggiore rabbia rispetto a quanto prima non avrebbe potuto essergli propria, in conseguenza all’interruzione così impostagli.

E laddove la giovane vittima non avrebbe neppure allora avuto occasione di gridare, nel ritrovarsi la bocca riempita di terra in maniera tale che, anzi, troppo facilmente avrebbe potuto lì addirittura soffocare, quanto compiuto da Maddie avrebbe avuto lì a doversi riconoscere qual un completo fallimento, e qual la più cruda dimostrazione di quanto, allora, ella non fosse l’eroina che tanto si era illusa di essere, riversa a terra, coperta dal proprio stesso sangue e tanto stordita dai colpi ricevuti da non riuscire neppure a percepire ulteriormente il proprio corpo.

“… Thyr…” tentò di appellarsi alla propria dea, all’unica dea che, per quanto inesistente, il suo cuore e la sua mente ancora riconoscevano, mossa in tal senso dal dolore e dalla frustrazione, dal senso di impotenza e dalla colpa per non essere riuscita a essere utile a quella ragazza e, forse e peggio, per averla condannata, insieme a sé, a una sorte forse peggiore rispetto a quanto già non avrebbe potuto esserle propria, qual conseguenza del proprio sciocco tentativo di soccorso, di intervento, di aiuto.

martedì 27 novembre 2018

2742


Dopo aver pagato, Maddie ebbe a consumare senza particolare piacere la propria colazione, prima di dirigersi, necessariamente pensierosa e preoccupata per quanto appena occorso, verso il proprio posto di lavoro. E anche laddove il resto della propria giornata lavorativa non ebbe a presentarle particolari sorprese, la donna non poté ovviare a percepire una sgradevole e minacciosa ombra sul proprio cuore per tutto il tempo, animata dal costante timore di potersi ritrovare, da un momento all’altro, nuovamente a confronto con l’immagine propria di quell’uomo e di quell’uomo che non avrebbe dovuto esistere.
In assenza di Leonardo, e della sua premurosa attenzione nei propri riguardi, gli altri colleghi, vedendola così chiaramente adombrata, non ebbero a riservarsi particolari ragioni di interrogativo verso di lei: il fatto di essere lì al lavoro di domenica, del resto, ebbe a doversi considerare già una giustificazione più che legittima per tale stato d’animo, senza necessità di infierire ulteriormente con stolide domande. Ma anche laddove in maniera sufficientemente tranquilla e lineare ebbe a svilupparsi la sua giornata lavorativa, qualcosa, nel corso di quella serata, ebbe a coglierla in contropiede, e non tanto con apparizioni ectoplasmatiche, quanto e piuttosto con qualcosa di terribilmente reale, di estremamente pericoloso.
Uscita dal lavoro, Maddie non volle ricorrere ai mezzi pubblici per fare ritorno a casa: laddove, infatti, con l’autobus ella avrebbe impiegato non meno di mezz’oretta, e andando a piedi non più di tre quarti d’ora, ella, ancora pensierosa per gli eventi occorsi, volle riservarsi l’opportunità di una passeggiata, e di una lunga passeggiata fino a casa allo scopo di riuscire a schiarirsi meglio le idee e di non rientrare in quel delle proprie mura domestiche mostrandosi così preoccupata, in termini, altresì, che non avrebbero potuto essere ignorati dal padre. Per questa ragione, ella si ritrovò ad attraversare un ampio parco cittadino, un cuore verde mantenuto vivo e pulsante all’interno della città, e di quella città altresì dominata dal cemento e dai mattoni delle case e dall’asfalto delle strade.
Quel parco le era piaciuto sin dal primo giorno in cui ci aveva posto piede: compiuti pochi passi al suo interno, sarebbe stato possibile smarrire completamente ogni prospettiva sulla città, ritrovandosi circondati, soltanto, dai prati e dagli alberi, nella gradevole illusione di essere lontana dal mondo, di essere lontana da tutto e da tutti e, inutile mentire a se stessa, di essere ritornata a quella realtà nella quale simile scenario avrebbe avuto a dover essere considerato predominante nel confronto con il contesto urbano. Nel mondo di Midda, l’umanità avrebbe avuto a doversi considerare in una più modesta diffusione sulla superficie del pianeta, e, in questo, pur non mancando grandi città, seppur non grandi come quelle proprie del mondo reale, esse avrebbero avuto a doversi riconoscere in una presenza meno densa, meno impositiva nel confronto con quanto, altresì, lì dominato dalla natura, e dalla natura selvaggia, con animali e mostri a innanzi ai quali all’uomo non sarebbe stata concessa facile possibilità di passaggio. Un mondo, quello che la sua mente aveva creato per lei, sicuramente più ostile, certamente più pericoloso, e, al contempo, più equilibrato, laddove l’uomo non avrebbe potuto sentirsi padrone di nulla, non avrebbe potuto sentirsi superiore a nulla, o, presto o tardi, di ciò ne avrebbe pagato il necessario pegno, e il pegno con la propria stessa vita.

“Devo smettere di provare nostalgia per quel mondo… devo smettere di provare nostalgia per lui.” si rimproverò la donna dagli occhi color ghiaccio, ben consapevole di quanto, così procedendo, non si sarebbe riservata alcuna possibilità di lieto fine, destinandosi, probabilmente, a qualche centro di salute mentale, e, ciò non di meno, ritrovandosi impossibilitata a farlo, impossibilitata ad affrontare tutto ciò con la razionalità alla quale pur avrebbe dovuto appellarsi.

E proprio in tale difficoltà a smettere di procrastinare un comportamento che pur l’avrebbe condotta alla pazzia, ella non avrebbe potuto ovviare a temere la verità, e l’eventualità, in ciò, di aver a essere già considerata pazza: in quale altra maniera definire, altresì, una donna incapace di accontentarsi della meravigliosa realtà attorno a lei e, in ciò, insistentemente proiettata a cercare qualcosa di diverso, qualcosa addirittura di inesistente?
Quasi ironico, in ciò, avrebbe avuto a doversi considerare quanto, proprio malgrado, Maddie non stesse compiendo, almeno psicologicamente parlando, scelte poi così diverse da quelle che Midda aveva compiuto nel proprio lontano passato, e per le quali, pur, in momento di quieta onestà intellettuale, non avrebbe potuto mancare di rimproverarsi. Lasciare la propria casa, lasciare la propria famiglia, l’amore dei propri genitori, l’amore della sua sorellina, per fuggire nel cuore della notte alla ricerca di una qualche possibilità di avventura, in tal senso sospinta dalla romantica, o forse stolida, idea di diventare a sua volta l’eroina di qualche ballata: questo Midda aveva compiuto nella propria vita, arrivando a realizzare il proprio desideri, divenendo non soltanto l’eroina di qualche ballata, ma addirittura una vera e propria leggenda vivente, e, ciò non di meno, pagando tutto questo al prezzo dell’amore della propria famiglia, dell’amore della propria sorella… della vita della propria sorella. Davvero, ora, Maddie avrebbe potuto desiderare ripercorrere quel medesimo sentiero?! Davvero ora Maddie avrebbe potuto desiderare abbandonarsi alla follia di quei sogni, di quel mondo irreale, rinunciando, sacrificando in ciò il mondo reale, l’amore di proprio padre, della propria gemella, dei propri nipoti…?!

“Stupida…”

A distrarla, tuttavia, dai propri pensieri, fu improvvisamente e inaspettatamente un mugolio, un gemito soffocato proveniente da una delle collinette circondanti il sentiero che lei stava allor seguendo, tutt’altro che sola, tutt’altro che abbandonata in quel parco, nel ritrovarsi a incrociare sovente persone intente a correre e persone impegnate a condurre a passeggio il proprio cane: ma laddove la prima categoria avrebbe avuto a doversi riconoscere concentrata nel seguire il tempo della musica scandita dagli auricolari nelle proprie orecchie, e la seconda categoria a parlare al cellulare, praticamente soltanto lei avrebbe potuto lì considerarsi in grado di poter prestare attenzione a quel suono, e di porsi un qualche interrogativo sulla sua origine. Un interrogativo di fronte al quale, allora, ella non avrebbe potuto riservarsi occasione di proseguire nel proprio cammino, non laddove, forse, esso avrebbe avuto a doversi considerare evidenza del bisogno di aiuto da parte di qualcuno, fosse anche una persona che, intenta come lei a fare una passeggiata, era stata vittima di un malore e avrebbe avuto necessità di soccorso, e di un soccorso di tipo medico.
Abbandonando, quindi, il sentiero, e già estraendo dalla propria tasca il cellulare per essere pronta a chiamare il 118 all’occorrenza, ella iniziò ad arrampicarsi su quella collinetta, il pendio della quale, in verità, non avrebbe avuto a doversi neppure considerare così banale, soprattutto da quel lato, estraniando effettivamente chiunque, lì sopra, dal mondo circostante, in una realtà come quella di quel parco che, comunque, avrebbe già estraniato in maniera naturale ognuno dal resto del mondo. Ancora una volta quel gemito giunse alle sue orecchie, e, questa volta, impossibile sarebbe stato per lei non avere a riconoscere una dolorosa declinazione alla base del medesimo: chiunque stesse lì cercando di invocare aiuto, certamente lo stava facendo sospinto dal dolore, dal bisogno, e non per qualunque altra ragione…
… o forse no?!
Quando Maddie giunse in prossimità della cima della collinetta, ed ebbe possibilità di distinguere nell’oscurità della sera due figure sdraiate nell’erba, per un momento non poté ovviare ad avvampare per l’imbarazzo, nel ritrovarsi a ipotizzare di aver appena sorpreso una coppia quietamente appartata in quell’angolo del parco per potersi concedere un’occasione di intimità.
Imbarazzo, il suo, che tuttavia ebbe a durare soltanto per il tempo di un battito di ciglia, nell’avere, malgrado tutto, a rendersi conto di quanto qualcosa non avrebbe avuto a doversi considerare corretto in quella scena, qualcosa come la mano destra dell’uomo premuta fortemente sulla bocca di lei nel contempo in cui la sinistra avrebbe avuto a doversi riconoscere stretta attorno alla sua gola, per lì trattenerla bloccata a terra, sotto il peso del proprio corpo: no… quello non avrebbe avuto a doversi considerare qualcosa di sano.

lunedì 26 novembre 2018

2741


Sì. Il cornetto con la crema pasticcera c’era. E questo avrebbe potuto finalmente svoltare in positivo la giornata della donna. Con un sorriso, quindi, ella rialzò lo sguardo dalla vetrinetta, rendendosi conto solo in quel momento della persona presente dall’altra parte del bancone, in attesa della sua comanda. Una persona vestita con pantaloni marroni, camicia bianca i bottoni più alti della quale avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual non chiusi, scoprendo una minima parte del suo petto, e di quel petto contraddistinto da scura carnagione, in tonalità più marcate rispetto a quelle di un qualunque shar’tiagho, giacché, nel proprio sangue, avrebbe potuto vantare l’influenza delle popolazioni dei regni desertici centrali: una tonalità che ella ricordava bene, che ella conosceva bene, perché propria di un unico uomo nella sua esistenza…

“No…”

Be’Sihl… quell’uomo era Be’Sihl. Le sue labbra carnose, il suo naso schiacciato, i suoi occhi castano chiaro, quasi arancioni, il suo volto tondeggiante, e una miriade di sottili treccine nere tutto attorno a ciò: egli era Be’Sihl. Non vi sarebbe potuto essere dubbio alcuno, non vi sarebbe potuta essere esitazione alcuna. Non per lei, non innanzi al suo sguardo, né, tantomeno, al suo cuore, e al suo cuore che, dopo aver quasi perso un battito, iniziò a pulsarle in maniera quasi folle nel petto, con violenza tale da poter far temere che, da un momento all’altro, avrebbe potuto saltare fuori, infrangendo la sua stessa cassa toracica.

« … »

Ammutolita ella ebbe a restare innanzi a quell’immagine, a quell’immagine che mai avrebbe potuto attendersi di incontrare, a quell’immagine che a lungo aveva dominato nei suoi sogni e che, da qualche settimana a quella parte, aveva iniziato a dimenticare, o così credeva, salvo riscoprirle di conoscerla forse e persino meglio della propria, nel ritrovarsi di fronte a essa e nel poter descrivere ogni più sottile solco sul suo volto, ogni più leggera imperfezione della sua pelle, e, soprattutto, nel ricordare il sapore proprio di quella pelle, e di quella pelle su cui impossibile sarebbe stato enumerare le volte nelle quali si era concessa di indugiare con i propri baci.

A scuoterla, tuttavia, dal blocco psicologico e fisico lì così subentrato, sopraggiunse un’inattesa azione di lui innanzi a lei, nel sollevare la propria destra e nel tenderla verso di lei, arrivando a pochi centimetri dal proprio viso, esclamando in ciò una supplica: « Svegliati, Midda! » una preghiera, un’invocazione così simile a quella che le sue allucinazioni l’avevano spinta a credere di aver udito qualche tempo prima, nella quiete della propria camera « Svegliati, amore mio… torna da me! »

Necessariamente sorpresa, persino spaventata, tanto da quel gesto repentino, dal movimento improvviso di quella mano verso di lei, quanto da quelle parole, e da quelle parole ancora una volta rivolte non tanto a lei, quanto a Midda Bontor, Maddie balzò istintivamente all’indietro, non potendo ovviare a emettere un gemito, un gridolino di spavento che attrasse necessariamente la reazione di tutti attorno a lei.
E se, così facendo, ella si ritrovò a sbattere contro una sedia già presente alle proprie spalle, fortunatamente priva di avventori da disturbare, la distrazione che quel contatto impose alla sua attenzione, costringendola per un attimo a voltarsi e a constatare contro cosa fosse andata a impattare; simile, fugace, occasione di deconcentrazione nei riguardi dell’immagine in tal maniera apparsa innanzi al proprio sguardo, le permise di allontanare il volto di Be’Sihl da sé, dalla propria mente, offrendole, nel momento in cui ebbe a riportare lo sguardo in direzione del bancone, soltanto la presenza di una semplice dipendente di quel bar, abbastanza interdetta dalla reazione della cliente nel confronto con una domanda assolutamente banale, qual quella che le aveva allora proposto…

« Signora…? Si sente bene…?! » ebbe a domandarle, aggrottando la fronte con una certa preoccupazione, laddove, comunque, il suo non avrebbe avuto a dover essere considerato un comportamento normale.
“Cosa è successo…?” ebbe a domandarsi altresì ella, tuttora con gli occhi fuori dalle orbite per la sorpresa, per lo spavento.

Con il cuore ancora freneticamente pulsante nel suo petto, non avesse tutto quello a essere contraddistinto dallo sgradevole sospetto di un proprio disequilibrio mentale, ineluttabile sarebbe stato per lei avere a credere di essere stata testimone di una sorta di apparizione, in una dinamica, in un alternarsi di eventi che avrebbe potuto considerarsi assolutamente degno di una classica storia di spettri, benché l’orario e la luminosità dell’ambiente attorno a sé non avrebbero avuto a riconoscersi elementi classici dello stereotipo proprio di tale genere di film.
Ma la sua non avrebbe potuto essere definita una classica storia di spettri. E neppure, in verità, una storia di spettri. Poiché Be’Sihl non esisteva… non era mai esistito. E anche laddove fosse esistito, di certo non sarebbe morto.
Cosa diamine stava accadendo? Stava ella realmente perdendo il lume della ragione?!

« … signora…? Ha bisogno di aiuto…?! » insistette la propria interlocutrice, offrendosi quantomeno preoccupata nel confronto con tutto ciò, in termini indubbiamente legittimi e giustificati dalla propria prospettiva su quegli eventi, su quegli accadimenti, sul confronto con quella donna che, probabilmente, avrebbe potuto definire impietosamente, ma ragionevolmente, qual “pazza”.
« No… no. » scosse il capo Maddie, escludendo quell’ipotesi, e mentendo spudoratamente in ciò, laddove, razionalmente, ella non avrebbe potuto negare l’evidenza di quanto avrebbe avuto sì bisogno di aiuto, e dell’aiuto di Jacqueline, con la quale avrebbe avuto a dover fissare, quanto prima, un nuovo incontro, nell’evidenza di quanto, purtroppo, i medicinali che le aveva prescritto non avrebbero avuto a doversi considerare sufficienti per risolvere il suo problema « Ero sovrappensiero e mi sono spaventata per nulla… » tentò di minimizzare, offrendo un sorriso quanto più possibile convincente, e imbarazzato, nei confronti della donna « Un cornetto farcito con la crema pasticcera e un cappuccino, per cortesia. » ordinò, quindi, a tentare di considerare già dimenticato quanto accaduto, benché il continuo e ossessivo pulsare del suo cuore nelle tempie non avrebbe avuto a doversi considerare propriamente concorde con ciò.

Stringendosi fra le spalle e accettando di considerare, in tal modo, conclusa la questione, la giovane dall’altra parte del bancone annuì e si iniziò a preoccupare di servire la cliente, nel mentre in cui Maddie, sforzandosi di calmarsi, tornò ad avvicinarsi al bancone, osservandosi attorno con aria tuttavia irrequieta, nel timore di poter vedere comparire, ancora una volta in maniera così improvvisa, l’immagine di Be’Sihl, di quell’uomo da lei tanto amato, da lei tanto desiderato e che, tuttavia, non esistendo, avendo a doversi considerare soltanto il frutto della propria fantasia, non avrebbe potuto mancare di terrorizzarla con la propria semplice presenza, e una presenza utile a porre a rischio la propria stessa vita, e la propria vita per così come, tanto faticosamente, era riuscita a riprendere a vivere, nell’amore della propria famiglia, nella vicinanza dei propri cari.

« Sono tre euro e venti… » le comunicò la giovane, porgendole lo scontrino e appoggiando, su un piattino, la pasta da lei richiesta, nel mentre in cui, alle sue spalle, un suo collega si stava occupando di finire di preparare il cappuccino.

domenica 25 novembre 2018

2740


Bip… Bip… Bip…
« … »
Bi-Bip… Bi-Bip… Bi-Bip…
« … no… ti prego… »
Bi-BIIP… Bi-BIIP… Bi-BIIP…
« … è domenica! Dannazione!... » esclamò, sforzandosi di tenere gli occhi ancora chiusi nel mentre in cui, con la mancina tentava di spegnere la sveglia, salvo fallire miseramente nel proprio tentativo e, in ciò, ritrovarsi costretta a separarsi dal regno onirico per ritornare alla realtà « … voglio morire… » sospirò, scuotendo il capo con rassegnazione.

Per un istante Maddie cercò di riportare la propria mente al sogno nel quale si era ritrovata impegnata sino al momento del suono della sveglia, ma, proprio malgrado, o propria fortuna, il ricordo dello stesso avrebbe avuto già a doversi riconoscere sfumato, in termini nei quali solo una vaga sensazione di quanto accaduto le sarebbe stata allora riconosciuta: una vaga sensazione relativa a una stanza, a un letto, a morbide lenzuola di lino bianco e a un uomo intento ad accarezzarle il volto nel mentre in cui, sorridendo, non avrebbe potuto smettere di ammirare i suoi occhi color ghiaccio, senza provare timore alcuno per gli stessi, ma, al contrario, teneramente innamorato di essi e della loro proprietaria. E per quanto ella, istintivamente, non avrebbe potuto evitare di tentare di ricercare ancora la dolcezza di quel sogno, la parte più razionale della sua mente non avrebbe potuto ovviare a metterla in guardia, e a metterla in guardia dal cercare, tanto ossessivamente, di riportare la propria immaginazione, la propria fantasia, a colui che avrebbe avuto sicuramente a dover essere identificato con un solo nome, e un nome che, tuttavia, avrebbe fatto meglio a dimenticare.
Erano trascorse diverse settimane da quando ella si era ritrovata protagonista di quell’episodio allucinatorio e, per fortuna, tale evento non si era riproposto nella propria occorrenza. Ciò non di meno, su consiglio di Jacqueline, ella aveva iniziato ad assumere un certo farmaco e, soprattutto, si era ripromessa di concentrarsi solo e unicamente sulla propria vita attuale e non su ipotetiche vite le quali si era convinta di aver vissuto nel proprio periodo di coma: uno sforzo non banale, quello così volto a rinnegare una parte stessa del suo animo, che si sarebbe comunque dimostrato quietamente ripagato dalla possibilità di iniziare a vivere realmente la propria vita, e la sola vita che avrebbe mai potuto conoscere e per la quale avrebbe dovuta essere grata, senza che ulteriori sventure potessero, lì, avere a vanificare il dono riconosciutole.
In questo, quindi, per quanto piacevoli, nell’intimo del proprio cuore, e nel profondo del proprio ventre, avessero a doversi considerare le sensazioni derivanti dal ricordo offuscato di quel sogno, e di quell’uomo, ella non avrebbe dovuto permettersi occasione per fraintendere il senso di tutto ciò e, in particolare, per ritenere qualcosa di tutto quello nulla più di un sogno: una fantasia, la disordinata elaborazione della mente durante il comune ciclo del sonno, senza alcuna possibile implicazione nei confronti della realtà.

« … è domenica… » si ripeté a bassa voce, scuotendo appena il capo « E tu devi andare al lavoro… »

Già. Quella settimana, a coprire la malattia di una collega, ella avrebbe dovuto lavorare anche di domenica: non che simile impegno non le sarebbe stato riconosciuto in busta paga, con qualche euro in più che male non avrebbe mai fatto, ma, ciò nonostante, il doversi alzare dal letto in quello che, abitualmente, avrebbe avuto a doversi considerare il suo giorno libero, non avrebbe avuto a potersi considerare né piacevole, né gradito, a prescindere da quanto ciò avrebbe potuto esserle pagato. In una declinazione quasi tragica, quindi, ebbe a strutturarsi quella sua mattina, psicologicamente provata da quanto avrebbe dovuto compiere: nulla di diverso da qualunque altra mattina, ovviamente, ma ineluttabilmente drammatico nel confronto con l’idea di quanto, altresì, avrebbe potuto non fare. Senza contare, in ciò, il sonno e il sogno interrotto, per così come altrimenti non sarebbe accaduto.
Facendosi tuttavia coraggio, o forse imponendosi violenza fisica e psicologica, ella riuscì comunque a riaprire gli occhi e ad alzarsi, per dare inizio a una versione particolarmente ridotta e condensata di quello che altresì avrebbe avuto a dover essere considerato il proprio consueto percorso di preparazione, e quel percorso che, alla fine, l’avrebbe vista lasciare casa per dirigersi al lavoro con almeno un’ora di anticipo sulla propria consueta tabella di marcia, nel considerare che, in conseguenza all’orario festivo dei mezzi pubblici, e a qualche tratta modifica, ella si sarebbe ritrovata costretta a scegliere fra giungere con un certo anticipo o, piuttosto, con un drastico ritardo, in una retorica assenza di reali opportunità di scelta tale da motivare in lei, non gratuitamente, minore entusiasmo rispetto al solito.
Allorché uscire di casa alle 8.00, minuto più, minuto meno, ella si ritrovò quindi a lasciare i confini domestici non dopo le 7.10, minimizzando il tempo dedicato all’espletamento delle proprie funzioni corporali alla più banale e insindacabile misura possibile, traducendo la doccia in una fugace sciacquata del proprio corpo con acqua che non ebbe neppure il tempo di riscaldarsi nella propria offerta, ignorando completamente l’uso dell’asciugacapelli con buona pace del torcicollo che ineluttabilmente avrebbe subito per tanto ardire e, ovviamente, trascurando altrettanto radicalmente qualunque ipotesi di colazione, nel non poter fisicamente riservarsi tempo utile per ciò. E anziché raggiungere il centro commerciale per le 8.25, con annessa corsa a perdifiato per timbrare in tempo entro le 8.30, ella si ritrovò quindi a fronteggiare la sagoma dello stadio già alle 7.45, domandandosi, in tutta onestà, in qual maniera avrebbe mai potuto occupare il tempo nei tre quarti d’ora successivi.

« … è domenica… » si volle ricordare, affranta all’idea di dover spendere tre quarti d’ora della propria vita in un inutile temporeggiamento laddove avrebbe potuto, altresì, usarli per dormire… o per evitare la polmonite nell’uscire di casa con i capelli quasi gocciolanti « La mia vita fa schifo… »

Una frase retorica, la sua, non dissimile all’appello nei riguardi della morte a ogni proprio risveglio: nulla, della sua vita, avrebbe avuto realmente a dispiacerle, se nonché proprio il semplice fatto di essere lì, in quel momento, con la necessità di dirigersi al lavoro, e di dover trascorrere nove ore della propria esistenza a confrontarsi con quello stesso mondo che, in quello specifico frangente, avrebbe di gran lunga preferito ipotizzare di osservare abbozzolata all’interno delle coperte del proprio letto, meglio ancora se con gli occhi chiusi. Certamente: con gli occhi chiusi ella non avrebbe realmente potuto osservare il mondo a lei circostante. Ma considerando come, dall’interno della propria camera, estremamente ridotta sarebbe stata la visibilità a lei concessa sul mondo circostante, mantenere gli occhi chiusi non avrebbe certamente rivoluzionato in negativo la questione… anzi.
Non potendo fare altro che accettare, tuttavia, quanto il proprio letto avesse a doversi considerare ormai un nostalgico ricordo lontano, con un profondo sospiro ella si convinse a iniziare ad avanzare nella direzione del centro commerciale, là dove non avrebbe mai desiderato prendere servizio in anticipo, ma dove, piuttosto, avrebbe potuto trovare almeno due, forse tre bar già aperti, entro i quali rifugiarsi a recuperare la colazione mai consumata e a temporeggiare almeno per una mezzoretta abbondante.
Entrata all’interno del centro commerciale, quindi, ella si diresse verso il primo dei bar, sperando potesse avere a disposizione qualche buona pasta da sgranocchiare, magari un cornetto con la crema pasticcera. E proprio ritrovandosi a essere concentrata sulla vetrinetta espositiva di tutto il sufficientemente vasto assortimento di dolciumi lì presente, utile ad addolcirle un po’ la vita e, speranzosamente, la giornata, ella non ebbe a rendersi inizialmente conto della domanda a lei rivolta dall’altra parte del bancone...

« Buongiorno, desidera…?! »

sabato 24 novembre 2018

2739


Purtroppo per Maddie, i deliri di quella notte non ebbero a essere da lei così rapidamente dimenticati come avrebbe desiderato potesse avvenire. E per tutto il giorno seguente, anche al lavoro, la sua mente non sembrò in grado di allontanarsi troppo dal ricordo di quella voce, e di quella voce che si era illusa di aver udito, per quanto tutto ciò sarebbe stato assurdo, sarebbe stato necessariamente folle: la voce di Be’Sihl.

« Ehy… che succede?! » l’apostrofò un proprio collega, Leonardo, nel notarla probabilmente più silenziosa o più pensierosa rispetto a quanto non avesse a essere in genere.
Accennando un sorriso, Midda cercò di minimizzare il senso di qualsivoglia genere di preoccupazione a proprio riguardo, scuotendo il capo e rispondendo quasi immediatamente al giovane, poco più che ventenne: « Nulla, Leo… non ti preoccupare! Credo solo di aver dormito male la scorsa notte… »

Le piaceva Leo: non sotto un qualunque profilo di natura sentimentale o sessuale, avendo meno della metà dei propri anni e non potendo in ciò suscitare in lei qualunque genere di desiderio in tal senso; ma sotto qualunque altro punto di vista Maddie non avrebbe potuto che essere felice di essere costretta a dividere le proprie giornate con lui.
Ragazzo attento e premuroso, instancabile lavoratore, sempre pronto a coprire i turni dei propri colleghi nel momento in cui questi avessero avuto problemi, Leo le ricordava molto lo scudiero di Midda, Seem: fortunatamente per lui, comunque, la storia personale di Lei non avrebbe avuto a doversi considerare tragica come quella di quell’altro ragazzo, non avendo perduto la propria famiglia e, anzi, vivendo in effetti ancora a casa con i suoi genitori, non tanto perché non avrebbe avuto il coraggio di lasciarli, quanto e piuttosto per poter comunque continuare a contribuire alle bollette e all’affitto dei propri genitori, nonché, per quanto il proprio non elevato stipendio potesse permetterlo, alle spese per gli studi dei propri fratelli. Di padre italiano e di madre senegalese, Leo avrebbe avuto a doversi considerare il perfetto esempio di quanto la maggior parte dei razzisti, soprattutto fra coloro presenti fra gli scranni del parlamento e del governo, avrebbero dovuto attaccare il cervello prima di parlare, e, soprattutto, avrebbero fatto meglio a soffocarsi con il letame che, altresì, abitualmente erano soliti vomitare dalle proprie bocche, per la gioia dei propri sostenitori, e, purtroppo, di un numero sempre maggiore degli stessi. Leo era nato in quella città, era cresciuto in quella città, aveva studiato in quella città, credeva negli stessi valori dei propri coetanei e pregava il loro stesso Dio, mostrandosi in tutto, e per tutto, figlio del suo Paese: per quale assurda ragione, quindi, egli avrebbe avuto a dover essere considerato diversamente dagli altri?... per quale assurda ragione, ancora, il colore della sua pelle avrebbe dovuto renderlo migliore o peggiore rispetto a chiunque altro?!...

All’epoca in cui Maddie aveva appena iniziato a lavorare in quel centro commerciale, molto poco era mancato che ella non si facesse licenziare, nel momento in cui, ritrovandosi attonita spettatrice di un intervento del loro responsabile, dal profondo del proprio cuore aveva sentito ribollire una gran rabbia tale per cui, molto volentieri, gli avrebbe frantumato il volto a pugni.
Perché questi, un corpulento cinquantenne di nome Roberto, dall’aspetto perennemente affannato e con la fronte costantemente imperlata di sudore, probabilmente in conseguenza a qualche difficoltà, da parte del suo cuore, di sostenere il peso di una vita contraddistinta da eccessiva sedentarietà e un’alimentazione assolutamente priva di qualsivoglia equilibrio, pensando di rivolgere un complimento in direzione del ragazzo, aveva scandito poche, irritanti parole innanzi a tutti i loro colleghi…

« Sai, Leonardo… per essere un africano, sei veramente in gamba: continua così! »

Leo, comunque, non si era scomposto di fronte a quell’affermazione palesemente contraddistinta da evidente pregiudizio razzista, e si era limitato a rispondere, con un amplio sorriso. Una reazione così calma, così controllata, che aveva sorpreso molti, soprattutto Maddie, frenandola in quel proprio già crescente intento di vendetta a discapito di Roberto.
E quando ella aveva cercato di comprendere come egli potesse essere riuscito a restare tanto sereno di fronte a un tale sopruso condotto a proprio stesso discapito, egli si era limitato, semplicemente, a tornare a sorridere e a banalizzare il valore di quelle parole.

« Cosa avrei dovuto fare? » aveva domandato, in termini assolutamente retorici « Reagendo malamente, avrei soltanto dato credito a ogni suo timore, alimentando ogni possibile acredine nei confronti delle persone di colore da parte sua e da parte di altri. Meglio spendere le mie energie per dimostrare loro quanto siano ridicoli nella loro ignoranza, con la speranza che un giorno, in futuro, possano finalmente aprire gli occhi e comprendere che non c’è differenza fra un nero e un bianco. »
« E comunque… » aveva poi continuato, per concludere quella parentesi « … credi davvero che sia la prima volta che qualcuno mi giudica per il colore della mia pelle?! »

Sì. A Maddie, Leonardo piaceva! E, probabilmente, sarebbe piaciuto anche a Midda, la quale non avrebbe potuto ovviare ad ammirare lo straordinario autocontrollo proprio di quel ragazzo, invidiandolo addirittura laddove, alla sua stessa età, ella non avrebbe potuto vantare una tale fredda indifferenza nel confronto di eventuali insulti a lei diretti.
E se la simpatia della donna per il giovane non aveva mancato di risultare evidente, anche Leo non aveva potuto ovviare ad apprezzare immediatamente quella signora, contraddistinta da un approccio sempre estremamente schietto nei riguardi del mondo a sé circostante, e che, al di là del proprio aspetto quasi fragile, nella propria esile corporatura, sembrava essere animata da uno spirito tanto forte da poter affrontare qualunque genere di sfida. E guai a offrirsi di aiutarla, pensando che, nelle sue condizioni, non sarebbe stata in grado di compiere agevolmente determinate mansioni, così come, senza malevolenza, egli aveva commesso l’errore di fare il primo giorno in cui ella aveva iniziato a lavorare lì: ella si sarebbe dimostrata addirittura furibonda, nel ritrovarsi a essere trattata da invalida.

« Se lo dici tu, non posso che crederti. » replicò egli, dimostrando, invero, di non aver possibilità di credere effettivamente alle parole della propria interlocutrice, e al fatto che il suo comportamento, quel giorno, fosse solo in conseguenza di un po’ di stanchezza accumulata, ma anche, e al contempo, offrendo riprova di non voler apparire eccessivamente ficcanaso nei suoi riguardi, laddove ella non fosse stata desiderosa di esprimersi autonomamente in tal direzione « Cerca solo di non addormentarti da qualche parte… o, quantomeno, di non farti scoprire addormentata da qualche parte da Roberto. »
« Farò il possibile! » ridacchiò ella, per tutta risposta, divertita all’idea di quanto paonazzo avrebbe potuto diventare il loro capo se soltanto l’avesse effettivamente sorpresa a dormire in un angolo, anziché essere impegnata nel proprio lavoro.

Al di là dell’invito rivoltole da Leo, comunque, per Maddie non vi sarebbe stata possibilità di rischio in tal senso, giacché, benché sicuramente avrebbe potuto accusare una certa stanchezza, quanto avrebbe avuto lì a dominarla, in quel momento, non sarebbe dovuta essere riconosciuta la necessità di dormire, quanto e piuttosto la necessità di capire cosa stesse accadendo, cosa le stesse accadendo. E la necessità, forse, di riuscire a fare realmente piazza pulita dei ricordi di Midda, laddove, proseguendo in quella direzione, soltanto la follia avrebbe potuto attenderla e, con essa, un fato per nulla piacevole… non soltanto per se stessa, ma ancor più per la propria famiglia, per suo padre e sua sorella, a cui mai avrebbe voluto imporre un tale torto, non dopo che, per così tanti anni, non avevano mai smesso di attendere il suo risveglio.

venerdì 23 novembre 2018

2738


Se effettivamente irreale avrebbe avuto a doversi giudicare la propria esistenza come Midda Bontor, sicuramente riprova esemplificativa di ciò non avrebbe avuto a dover essere considerata la follia propria di quella quotidianità, e di una quotidianità animata da mostri e negromanti, stregoni e dei, quanto e piuttosto la straordinarietà di quell’uomo, di Be’Sihl: un uomo che, evidentemente, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual il frutto della propria più romantica fantasia… e un uomo come, purtroppo, mai le sarebbe potuta essere concessa occasione di incontrare nella realtà della propria vita, e della propria vita come Maddie.

« … Midda… »

Un suono, quello che giunse alle sue orecchie scandendo in tal modo il suo nome, o, per meglio dire, quel nome che ella aveva adottato nelle proprie fantasie, che ebbe a sorprenderla, a spiazzarla, a spaventarla addirittura. Perché, nel silenzio proprio dell’oscurità della sua camera, quel suono giunse alle sue orecchie non provenendo dalle proprie labbra.

“Chi…?!”

Sorpresa, spiazzata, spaventata, ella riuscì a ovviare a elevare un alto grido, per così come, sicuramente, sarebbe stato spontaneo avvenisse. E se, una parte di lei avrebbe avuto piacere a illudersi che ciò fosse avvenuto qual dimostrazione di freddo autocontrollo, un’altra parte di lei non avrebbe potuto ovviare a supporre quanto, in verità, simile silenzio avesse a identificarsi, semplicemente, qual conseguenza del fatto che il grido che avrebbe dovuto altresì emettere avesse a doversi giudicare bloccato nella parte più profonda della sua gola, in conseguenza a una reazione sì terrorizzata da non poterle vedere concessa alcuna reale possibilità di reazione.
Immobile, nell’oscurità della propria stanza, ella si ritrovò per un lungo istante, in effetti, persino impossibilitata a respirare, congelata, nella propria posizione, in maniera non dissimile da come aveva reagito l’uomo in contrasto al quale si era schierata qualche giorno prima, in tal senso sicuramente animata dalla stessa istintiva ricerca di autoconservazione. Ma se al proprio estemporaneo avversario avrebbe avuto a dover essere riconosciuta quantomeno la consapevolezza nel merito della minaccia a lui rivolta, per quanto lì avrebbe avuto a concernere lei, la più totale ignoranza in tal direzione avrebbe avuto a doversi altresì riconoscere, probabilmente, qual la realtà più spaventosa in tutto ciò.
E se, dopo qualche lungo, lunghissimo e interminabile istante, scandito sopra di lei dal progresso del numero dei minuti proiettati sul soffitto nell’incremento di una singola unità, nulla ebbe a offrire evidenza di movimento, di animazione, di azione, spingendola a credere di aver avuto una sorta di delirio allucinatorio di cui avere a dover parlare quanto prima con Jacqueline; prima che ella potesse decidere di tornare a muoversi e, ovviamente, accendere la luce per rassicurare il lato più infantile della sua anima di quanto, attorno a lei, nessun mostro fosse nascosto nell’oscurità, quella voce, quella voce non sua, tornò nuovamente a risuonare alle sue orecchie, in maniera chiaramente definita e che, in alcun modo, avrebbe avuto a dover essere frainteso qual frutto di un qualche delirio…

« ... amore… ti prego, svegliati!... »

Una voce non sua, quella che ebbe a scandire quelle poche parole, quell’invocazione, quella preghiera, e, ciò non di meno, una voce per lei tutt’altro che estranea. Perché, ancora prima che la sua ragione potesse elaborare il significato di tutto ciò, il suo cuore ebbe a reagire autonomamente, or non più bloccato dal terrore ma, altresì, scosso da un ben diverso sentimento, un sentimento che avrebbe visto ricolmarlo d’emozione al punto tale da rischiare di farlo esplodere.

“… Be’S!”

Forse stava realmente impazzendo. O forse era già pazza e neppure Jacqueline era riuscita a rendersene realmente conto. Ma, con la stessa sicurezza con la quale avrebbe potuto affermare di essere sdraiata nel proprio letto in quel momento, con la mancina sollevata a coprirle parzialmente il viso, allo stesso modo avrebbe potuto dichiarare di aver udito quella voce, e che quella voce appartenesse a Be’Sihl Ahvn-Qa, al suo amato shar’tiagho, a quell’uomo meraviglioso che era stato capace di conquistarla come nessun altro prima, e nell’assenza del quale la propria vita non avrebbe potuto realmente riservarsi un qualche significato, a dispetto di tutte le volte in cui, in un modo o nell’altro, ella aveva cercato di lasciarlo indietro, di distanziarsi da lui, di sfuggirgli, per il suo stesso bene.
Ma Be’Sihl non esisteva. Non era mai esistito. E non avrebbe potuto esistere. Perché se egli fosse esistito, ciò avrebbe significato che anche Midda Bontor avrebbe avuto a dover essere giudicata reale. E, con essa, tutto il proprio mondo… tutta la sua vita. Una vita diversa da quella che lì stava vivendo. Una vita senza suo padre, una vita senza sua sorella, una vita senza i suoi meravigliosi nipotini.

« … non so neppure se puoi sentirmi. » insistette quella voce, apparendo al contempo a lei così vicina, quasi egli fosse sdraiato accanto a lei, e così lontana, quasi stesse parlandole dal livello della strada, quattro piani sotto di lei « Dei tutti, vi prego: conducete a lei la mia voce e permettetele di tornare da me… »

Maddie aveva bisogno di saperlo. Aveva bisogno di capire se fosse pazza o no. Se la follia si fosse impossessata della sua mente o se, forse, tutto ciò avesse a doversi considerare una sorta di sogno a occhi aperti, in conseguenza alla stanchezza del proprio corpo e della propria mente, e in conseguenza a tutti i propri pensieri, a tutte le proprie nostalgie.
Così, scuotendosi dall’immobilità che l’aveva lungamente bloccata, ella si mosse, e mosse rapidamente la mancina in direzione dell’interruttore della lampada appoggiata sul comodino accanto al proprio letto, per accenderla, e per poter, in ciò, fare luce sulla stanza a lei circostante, e, speranzosamente, in ciò, sulla propria stessa esistenza, sulla propria mente e sul proprio cuore.

« … »

Ma se per un fugace istante, il passaggio dall’oscurità più totale alla presenza di quella fonte di soffusa luce nell’ambiente fu tanto repentino da accecarla, e da precipitarla in luminose tenebre persino peggiori delle precedenti; un attimo dopo, quando i suoi occhi ebbero ad abituarsi a tutto ciò, il suo sguardo poté spaziare sulla stanza attorno a lei, su quella camera che, più di trent’anni prima era stata condivisa fra lei e la propria gemella, e che, ormai, opportunatamente ristrutturata nel proprio arredo, era divenuta la propria stanza, non incontrando, ovviamente, nulla di anomalo, nulla di più e nulla di meno rispetto a quanto lì non avrebbe avuto a doversi aspettare di vedere.
Che sciocca… cosa si sarebbe potuta attendere di trovare, di vedere, una volta accesa la luce?
Anche innanzi a lei fosse stato realmente Be’Sihl, tutto ciò avrebbe avuto a dover essere inteso non qual evidenza della verità della sua esistenza, quanto, e piuttosto, della presenza di un estraneo in casa… un ladro o, forse, anche peggio.

« Sei una stupida… » sussurrò a proprio rimprovero, scuotendo il capo e decidendo di levarsi in piedi per una passeggiata sino in bagno, là dove, sciacquandosi il volto, ella sperava le sarebbe stata concessa l’opportunità di lavare via dalla propria mente ogni folle reminiscenza di una vita mai vissuta.

giovedì 22 novembre 2018

2737


Quella notte, sdraiata nel proprio letto, Maddie sembrava non essere in grado di prendere sonno.
Non che fosse priva di stanchezza e di desiderio di riposo. Non che l’ora, in rossi caratteri, proiettata dalla sveglia sul soffitto non le stesse suggerendo la necessità di addormentarsi quanto prima, per non ritrovarsi ad avere ancor più difficoltà del solito a risvegliarsi il mattino seguente. Ma, al di là di tutto ciò, il suo corpo e, ancor più, la sua mente, non sembravano desiderare spegnersi quella notte.

« … e basta… » sbuffò sottovoce, in una contenuta esclamazione a proprio stesso rimprovero, voltandosi in posizione supina e sollevando le mani al volto, per massaggiarsi il viso e strofinarsi gli occhi.

… le mani: se pur il suo desiderio sarebbe stato quello di sollevare entrambe le mani, la realtà dei fatti la vide muovere, ovviamente, solo la mancina, mentre il moncone del destro, quella piccola appendice di osso, carne e pelle rimastale, si agitò nel vuoto senza che, alcuna mano, potesse giungere in suo soccorso. La sua protesi, del resto, giaceva sulla cassettiera dall’altra parte della stanza, collegata alla presa della corrente per il consueto periodo di ricarica delle batterie… non che, in verità, la sua mente fosse psicologicamente rivolta nella direzione di quella protesi nel compiere tal desiderato movimento.
Munahid aveva definito la sua come “sindrome dell’arto fantasma”, spiegandole quanto fosse assolutamente normale, dal suo punto di vista, percepire ancora qual esistente il proprio perduto braccio destro, e quanto non avrebbe avuto a doversi colpevolizzare nel tentare di muoverlo, di interagire con il mondo tramite esso, magari anche tentando di afferrare un oggetto, o la maniglia di una porta, salvo poi rendersi conto di quanto ciò sarebbe stato impossibile. Una spiegazione sicuramente ineccepibile dal punto di vista medico o scientifico che, tuttavia, suo malgrado, non avrebbe potuto trovare Munahid realmente consapevole nel merito di quanto, dal proprio punto di vista, l’”arto fantasma” non avrebbe avuto a dover essere giudicato il l’originale braccio destro, ma una delle protesi che lo avevano poi sostituito nel corso degli anni vissuti come Midda Bontor, o di quanto, per lo meno, ella avrebbe potuto credere di aver vissuto come Midda Bontor.
Per quanto quella vita non fosse mai stata reale, nella cronologia propria della vita della Figlia di Marr’Mahew, la sua mente aveva infatti avuto più di due decenni per abituarsi all’idea di non possedere più un braccio destro in carne e ossa, salvo riservarsi l’occasione di vederlo poi sostituito, inizialmente, nel proprio mondo d’origine, con una nera armatura dai rossi riflessi animata in grazia a una stregoneria, e, successivamente, in quegli ultimi anni trascorsi negli spazi siderali, da un surrogato tecnologico, in lucido metallo cromato animato da potenti servomotori alimentati all’idrargirio. Di tali versioni del proprio braccio, e di tali arti insensibili al mondo circostante e pur, in tutto e per tutto equiparabili all’originale in quanto funzionalità e applicabilità pratica, quindi, Maddie non avrebbe potuto ovviare ad accusare l’assenza in quel momento. E non della sua reale mano in carne e ossa, la sensazione del contatto della quale sul proprio viso, avrebbe dovuto ammetterlo, aveva totalmente obliato, si sarebbe attesa il contatto; quanto e piuttosto del solido, e a tratti rassicurante, metallo di quei surrogati, di quelle alternative, che, nella sua esistenza, avevano sempre giuocato un ruolo fondamentale, al pari della propria spada.
Certo… Jacqueline non sarebbe stata d’accordo con il fatto che, in quel momento, ella si ritrovasse a fantasticare di braccia mai esistite o di spade mai possedute. Ma la frustrazione di quella notte insonne avrebbe avuto a dover essere giudicata, proprio malgrado, una spiacevole conseguenza della propria incapacità a lasciarsi quella vita alle spalle, a tornare a essere, semplicemente, Maddie. E, in ciò, purtroppo ineluttabile sarebbe stato per lei ritrovarsi a spingere i propri pensieri a Midda… e a tutto ciò che la contraddistingueva in quanto tale, nella propria realtà quotidiana.
Più che la propria protesi o la propria spada, tuttavia, qualcos’altro della vita di Midda non avrebbe potuto ovviamente a mancare a Maddie… qualcun altro, in effetti: Be’Sihl.

« … »

Al di là di un fattore squisitamente materiale, fisico, corporale, qual pur non avrebbe potuto ovviare ad accusare l’assenza, nel non essersi voluta ancora concedere, dal proprio risveglio, l’occasione di porsi in giuoco con alcun possibile nuovo compagno di letto; Be’Sihl non le mancava soltanto in conseguenza all’assenza di quei loro appassionati momenti di intimità, ma anche, e ancor più, per la propria mera, costante e rassicurante presenza nella propria esistenza.
Sin dai primi giorni in quel di Kriarya, quello shar’tiagho era sempre stato presente per lei, proponendosi prima qual un socio in affari, poi qual un amico e, infine, dopo una lunga e paziente attesa, qual il proprio amante e amato. E tanto, ella avrebbe dovuto ammetterlo, lo aveva fatto aspettare prima di concedergli tale occasione, molto più rispetto a chiunque altro nella propria vita. Ben lontana, infatti, dal volersi imporre un’esistenza casta o monacale, Midda Bontor non si era mai negata occasione di giacere con chiunque ella desiderasse, fosse questo desiderio connesso all’instaurazione di un rapporto più o meno solido, costante, come quello che, prima di Be’Sihl, aveva avuto con Salge Tresand, con Ebano, e con un altro individuo che, francamente, avrebbe preferito dimenticare, fosse questo altresì derivante dalla bramosia di una semplice notte di divertimento, senza conseguenze, senza particolari impegni. Ma con Be’Sihl, qualcosa era stato diverso: con lui ella si era coscientemente imposta un freno, si era volutamente negata l’occasione di un qualche coinvolgimento, fosse anche e soltanto per una notte di piacere, nella quieta consapevolezza di quanto, per lui, tale non sarebbe mai stata e nell’incertezza di volergli imporre realmente il torto di trascinarlo nella follia della propria quotidiana esistenza. Senza contare, a margine di ciò, il concreto rischio di rovinare il loro rapporto per così come si era stabilizzato nel corso del tempo, quell’amicizia pur contraddistinta, caratterizzata, da costanti momenti di giocoso, reciproco corteggiamento, che pur, obiettivamente, avrebbe rappresentato per lei l’unica, reale costante della propria sicuramente caotica vita.
Al di là, comunque, del tempo che a lei, ancor prima che a lui, era stato necessario per giungere alla consapevolezza di non voler vivere lontana da quell’uomo, alla fine ciò era accaduto. E da quel momento, da quel giorno, sempre più rare, sempre meno frequenti, erano state per lei le occasioni in cui si era concessa possibilità di vivere avventure lontana da lui. Addirittura, nel giorno in cui, dopo la grande battaglia con sua sorella Nissa e, ancor più, con la regina Anmel, quest’ultima era sfuggita verso le stelle del firmamento, in una chiara premessa a quell’evoluzione della propria nuova vita della quale ella aveva già avuto precedente occasione di cogliere degli sprazzi, delle visioni, Midda Bontor non aveva neppur preso in considerazione l’idea di tentare di separarsi dall’amato Be’Sihl, cogliendolo in contropiede, probabilmente, in un confronto nel quale egli si sarebbe sicuramente atteso di essere da lei allontanato, con l’invito di restare lì ad attenderne un qualche improbabile ritorno, e nel quale, altresì, ella aveva radicalmente mutato ogni precedente approccio con lui, prendendo l’iniziativa di invitarlo ad accompagnarla, a condividere con lei quel viaggio verso l’ignoto, ovunque ciò li avrebbe condotti. Ed egli, ovviamente, aveva accettato: aveva accettato di rinunciare alla sua intera esistenza quotidiana, al tutto il suo mondo, a tutti i suoi amici, a tutta la sua famiglia, per seguirla, e per seguirla fra le stelle del cielo, animato da un amore tanto vasto da non poter essere realmente contenuto soltanto nel suo pur grande cuore, e un amore che, per qualche insensata ragione, egli aveva deciso di votare a lei.
In tanti anni di vita insieme, in tanti anni di così complicata, ma sempre crescente, relazione, Be’Sihl non avrebbe avuto a dover essere banalizzato semplicemente qual il suo amante e amato: quell’uomo, quell’uomo straordinario, era sempre stato il suo primo amico, il suo primo confidente, il suo primo complice e alleato, dandole più di quanto ella mai avrebbe potuto attendersi da lui, più di quanto ella mai avrebbe potuto ricambiare verso di lui e, soprattutto, più di quanto ella mai avrebbe potuto considerare di meritare da parte sua.

mercoledì 21 novembre 2018

2736


Interrogativo tutt’altro che banale, quello che Jacqueline volle rivolgerle. Giacché se semplice sarebbe stato per lei riconoscere, nelle parole di suo padre, simile fondamento ispiratore della propria esistenza, comprendere in che maniera esso potesse essere nato non sarebbe stato tanto immediato… anzi.
A differenza, del resto, rispetto a una qualunque storia di fantasia, che essa fosse narrata in un libro o, peggio ancora, in un’opera cinematografica, nella vita vera, e anche nella vita vera così come quella che irrealmente ella aveva vissuto nei panni di Midda Bontor, tutt’altro che evidenti, tutt’altro che enfatizzati, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti i momenti utili a plasmare, a forgiare, il carattere di un individuo e, ancor più, i suoi principi. Se la storia della Figlia di Marr’Mahew fosse stata frutto della banale inventiva di un pur ispirato autore, sicuramente facile sarebbe stato indicare un particolare evento, un attimo scolpito nella storia, tale da definire, attraverso magari una sconfitta infantile, quella morale e, con essa, il fondamento per quel principio basilare della sua esistenza futura, della sua intera vita adulta: ma nella realtà, e nella realtà della vita di tutti i giorni, e di una vita non così facilmente suddivisibile in capitoli o in paragrafi, ma vissuta ora dopo ora, minuto dopo minuto, istante dopo istante, anche il fondamento ispiratore di un’intera esistenza raramente sarebbe nato nell’immediatezza di uno schiocco di dita, ma, piuttosto, sarebbe stato maturato un poco alla volta, magari sì attraverso qualche fallimento, magari sì attraverso esperienze negative, ma, sicuramente, in tal caso, attraverso una quieta riproposizione di tali fallimenti, di tali negatività, a fronte di un precedente comportamento erroneo, quieta riproposizione utile, così, a motivare la ricerca di un diverso approccio, di un altro punto di vista, di una nuova strategia, e una strategia che, laddove altresì volta a condurre a una vittoria, a un esito altresì positivo, sarebbe stata a sua volta reiterata, per essere raffinata nel tempo e, alla fine, idealizzarsi in una qualche morale non dissimile da quella.
Supporre, in tutto ciò, di poter quindi rispondere alla domanda della strizzacervelli non sarebbe stato né facile, né, tantomeno, possibile. E, probabilmente, di ciò Jacqueline avrebbe avuto a doversi considerare assolutamente consapevole, e consapevole nella misura utile a spingerla così a riflettere sulla questione sotto un ben diverso punto di vista.
Perché se tale principio fondamentale della propria esistenza non avrebbe potuto essere banalizzato qual conseguente a un singolo evento, a una qualche particolare dinamica obiettivamente identificabile e distinguibile, quale significato avrebbe mai potuto realmente riservarsi possibilità di avere l’interrogativo da lei allora proposto? In che maniera le parole pronunciate da suo padre avrebbero potuto essere interpretate come quell’utile evidenza di un qualche parallelismo fra la realtà di Midda e la propria?!

« Ho capito. » ammise quindi ella, chinando appena lo sguardo con fare quasi imbarazzato « E’ come per Tagae e Liagu. » soggiunse poi, riagganciandosi all’esempio da lei stessa pocanzi proposto « Quando tu mi mostrasti la foto di Santiago e Lourdes, la mia mente sovrappose i ricordi dei figli di Midda ai volti dei figli di Rín, creando una sorta di cortocircuito tale da farmi riconoscere in loro quelli che pensavo aver a essere i miei bambini. » rievocò la spiegazione razionale a cui, con l’aiuto della propria strizzacervelli, era riuscita alfine a giungere a dirimere ogni dubbio nel merito dell’assurdo parallelismo esistente fra Tagae e Santiago e fra Liagu e Lourdes « Allo stesso modo, ora, la mia mente sta sovrapponendo le parole di mio padre al ricordo di una profonda morale della mia vita come Midda, spingendomi a riconoscere una sovrapposizione assoluta laddove, in fondo, null’altro che un giusto consiglio ha a doversi considerare… »
« Bravissima. » annuì sorridendo la dottoressa, confermando l’analisi da lei così compiuta, e il risultato al quale era in tal maniera riuscita autonomamente a sospingersi, e a sospingersi praticamente senza aiuto, se non per la tutt’altro che casuale domanda da lei allora formulata.

Maddie era confusa. Avrebbe desiderato non esserlo. Avrebbe desiderato davvero potersi riconoscere quietamente convinta della propria realtà e di quanto, comunque e ormai, razionalmente accettato come tale. Nulla, in tutto ciò che era, in tutto ciò che faceva, avrebbe mai potuto essere frainteso a conferma del fatto che la propria vita come Midda Bontor avrebbe potuto essere in qualche maniera considerata reale.
Jacqueline l’aveva aiutata a comprendere la chiave di lettura degli eventi creduti come vissuti, l’aveva aiutata a razionalizzare imprese che non avrebbero potuto obiettivamente essere altresì giustificate in alcuna maniera, discernendo la verità dall’immaginazione. Pur ammettendo, infatti, che la realtà che ella ricordava avesse a poter esistere, assurdo sarebbe stato riconoscerle tutti i successi da lei pur accumulati, tutte quelle vittorie, tutti quei trionfi, in opposizione a uomini, mostri e dei, senza che mai, effettivamente, avesse a rimetterci la pelle. Anche e soltanto analizzando a titolo esemplificativo l’assalto di sua sorella Nissa, quella battaglia nel corso della quale ella sarebbe stata ipoteticamente privata del proprio braccio destro, oltre che della possibilità di generare una qualsivoglia progenie, in conseguenza di una profonda ferita all’addome; assurdo, irrazionale, impossibile sarebbe stato per lei supporre di essere sopravvissuta, e di essere sopravvissuta a tutto ciò in una realtà qual quella: se non per dissanguamento, conseguenza ineluttabile nell’amputazione di un arto durante un combattimento, ella avrebbe avuto certamente a morire per l’infezione che tali ferite le avrebbero imposto, vedendola lentamente agonizzare e spegnersi in assenza di medicine adeguate. E, in simile considerazione, in tale analisi, null’altro che la dinamica di un mero e realistico combattimento avrebbe avuto a essere presa in esame, escludendo da ciò tutto il fattore di negromanzia e stregoneria del quale la sua esistenza avrebbe avuto a dover essere considerata pregna; escludendo divinità e semidei qual quelli in contrasto ai quali si sarebbe addirittura ritrovata schierata, in battaglie dalle quali avrebbe avuto incredibile possibilità di vittoria; escludendo complesse teorie dimensionali, universi paralleli e vite alternative, qual quella nella quale, altrimenti, avrebbe avuto a dover ancor credere di essersi ritrovata intrappolata, con tutte le incoerenze del caso; ed escludendo, soprattutto, la Portatrice di Luce e l’Oscura Mietitrice, due principi fondamentali dell’esistenza stessa, della genesi del Creato tutto, l’interferenza delle quali, nel corso della propria storia personale, avrebbe avuto a dover essere addirittura riconosciuta qual espressione di un certo egocentrismo, nel confronto col quale non avrebbe potuto ovviare a provare un certo imbarazzo.
No. Il mondo di Midda Bontor e la stessa Midda Bontor non avrebbero potuto esistere. E tutto ciò che ella aveva vissuto, altro non avrebbe avuto a dover essere considerato che il parto della sua vivace immaginazione e di quei trent’anni, e più, di coma.  E tutto ciò avrebbe avuto a dover essere accettato per quello che era, ossia non una teoria, non un’ipotesi, quanto e piuttosto un fatto. Un fatto a confronto con il quale, allora, anche la stessa Carsa Anloch, paradossalmente associata nella sua immaginazione a Jacqueline, avrebbe avuto a doversi considerare, in verità, null’altro che un indizio di realtà, l’incarnazione di quella parte della sua mente più razionale, più prossima a ricordare la verità, e, in ciò, impegnata a tentare di concederle indizi su quanto le stava accadendo, su chi ella avesse a dover essere riconosciuta: il frutto di una mente turbata da eventi più grandi rispetto a quanto non avrebbe potuto quietamente gestire e che, per questo, aveva preferito fuggire dalla realtà reinventandosi nelle vesti di una straordinaria donna guerriero.

« Quando riuscirò a superare tutto questo…? » domandò alla dottoressa, scuotendo appena il capo con aria rattristata dal comprendere di essere ben lontana dal potersi considerare realmente ristabilita, nell’evidenza di quanto, ancora, i dubbi avessero ad assillarla, e ad assillarla in maniera imprevista, incontrollata, a confronto con le situazioni più semplici, più sciocche, come quella rappresentata da quella semplice frase di suo padre « Quando potrò tornare a vivere la mia vita senza più rischiare di delirare pensando a un mondo che non esiste…?! »
« Bisogna avere pazienza, Maddie. » sorrise la strizzacervelli, scuotendo appena il capo « Per quanto quel mondo non esista, esso è stato la tua casa, la tua realtà, per tanto… troppo tempo per poter essere così banalmente accantonato, così semplicemente dimenticato. Ma fino a quando riuscirai ad aggrapparti alla tua razionalità, e all’affetto dei tuoi cari, vedrai, riuscirai sempre a superare ogni difficoltà. »

martedì 20 novembre 2018

2735


Parole straordinariamente profonde e sagge, quelle che Maddie poté allora udire dalle labbra del padre, le quali non poterono ovviare a colpirla, e a colpirla profondamente, non soltanto per il valore intrinseco nelle stesse, indubbiamente straordinario, quanto, e piuttosto, perché quelle parole non avrebbero avuto a dover essere giudicate inedite per lei… al contrario.
Su quelle parole, su quell’idea, su quel principio, invero, ella aveva da sempre fondato la propria vita, e la propria vita come Midda Bontor: una vita che probabilmente non aveva mai vissuto realmente, ma che, ciò non di meno, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual l’unica vita da lei effettivamente mai vissuta. E una vita alla base della quale era stato sempre proprio quel principio ispiratore. La necessità di conoscere i propri limiti ancor prima di quelli dei propri avversari, e la capacità di imparare quando e come potersi permettere di superare tali confini, era stata la chiave alla base di ogni sua impresa, di ogni suo trionfo, di ogni suo successo, in gesta sovente tali da superare il concetto stesso di epica e divenire, immediatamente, leggenda. Se Midda era stata in grado di sconfiggere ogni qual genere di bestia mitologica, da anfesibene a tifoni, da chimere a gorgoni; se era stata in grado di abbattere negromanti e stregoni, con le loro più orride creazioni, da zombie a gargolle volanti; se era stata in grado di affrontare interi eserciti, combattendo in palese condizione di svantaggio, a volte persino nuda o, peggio, disarmata; se era arrivata, addirittura, a definire la morte di un dio, certamente un dio minore e pur sempre un dio; tutto ciò era stato possibile non nella più totale inconsapevolezza dei propri limiti, quanto e piuttosto nell’attenta comprensione degli stessi e, con essi, delle proprie capacità, delle proprie possibilità, soppesando quando e come poter agire in ogni proprio gesto, in ogni proprio movimento e in ogni proprio ardimento.
Sentire, allora, quell’insegnamento, quel principio basilare della propria passata esistenza, essere riproposto dal padre, non poté ovviare a colpirla, e a colpirla profondamente, non soltanto placando in lei ogni irrisolta collera a discapito di quell’uomo, ma, anche e ancor più, spingendola a riprendere in esame se stessa, la propria vita, la propria quotidianità, e quanto pur ancora ricordava di quel passato onirico, della propria vita come Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei, donna da dieci miliardi di crediti…

« So bene che ne abbiamo già parlato… e che tu mi hai spiegato quanto, in fondo, tutto ciò che io ho creduto di aver vissuto durante il periodo di coma è stata una sorta di elaborazione onirica della mia mente, la quale ha colto spunti, ha colto idee dal mondo a me circostante, rielaborandole e riadattandole alla storia che, parallelamente, stavo vivendo. » premesse, qualche sera più tardi, rivolgendosi all’indirizzo della propria strizzacervelli, con la quale, ancora, stava proseguendo il proprio cammino, e il proprio cammino di riabilitazione psicologica a quel nuovo mondo, alle sue regole, alle sue dinamiche e, con tutto ciò, alla propria nuova vita « E’ stato così che, per esempio, l’aver sentito raccontarmi, nel mentre del coma, di tutto il suo impegno al fine di poter condurre a termine l’adozione, l’averla sentita descrivermi i bambini più e più volte nel mentre in cui, faticosamente, cercava di divenire madre, in una vera e propria guerra contro il sistema, e l’aver sentito le voci dei due pargoli nel giorno in cui ella, finalmente, lì ha potuti condurre a me, per presentarmeli e presentarmi a loro, malgrado fossi ancora addormentata in quel letto di ospedale; è stato spunto per me, per la mia mente, al fine di plasmare le immagini di Tagae e Liagu, rendendoli figli miei, e rendendo mia, in altro modo, in altri termini, la faticosa battaglia di Rín per poterli condurre a casa propria, per poter offrire loro una famiglia, nell’amore di una madre e di un padre. » riepilogò, riservandosi poi un lungo sospiro, utile a concedersi anche l’opportunità di una sosta di riflessione e, con essa, di quel tempo utile a fare mente locale sulle parole che avrebbe voluto impiegare nell’esprimere al meglio il proprio pensiero « Ciò non di meno... qualcosa, nelle sentir scandire da mio padre quel principio di vita in grazia al quale ho sempre… Midda ha sempre… fondato la propria esistenza, non ha potuto che colpirmi, e colpirmi profondamente. Perché… non riesco a spiegarmi come ciò sia possibile. » dichiarò, storcendo le labbra verso il basso con aria perplessa « Come è mai possibile che mio padre mi abbia consigliato di agire per così come ho sempre agito nel corso della mia vita passata?!… Cioè… di quella che ho creduto essere la mia vita passata… »

Per un momento Jacqueline restò in silenzio nel confronto con quell’interrogativo, e quell’interrogativo tanto articolato nelle proprie premesse, quanto conciso nella propria formulazione finale.
Rispondere di getto, da parte sua, sarebbe equivalso, infatti, a banalizzare il senso proprio di quella domanda e il suo significato, e il suo significato per la propria interlocutrice, con una replica che sarebbe potuta risultare allor già pronta per l’uso, metaforicamente precotta allorché essere per lei lì attentamente cucinata con tutte le dovute attenzioni, in uno sgarro, in una mancanza di rispetto che mai avrebbe voluto addebitarle, non in qualità di propria paziente né, più in generale, di essere umano. Per questa ragione, ella si concesse tutto il tempo utile e necessario per offrire un giusto senso di ponderazione attorno alla questione, sino a quando, alla fine, non ritrovò voce e non si permise di concederle una risposta che, in verità, avrebbe potuto riservarsi pressoché immediatamente.

« Permettimi di riformulare il tuo interrogativo, giusto per comprendere se ho veramente inteso quanto ha a turbarti. » le premesse pertanto, con le mani giunte in grembo, compostamente seduta sulla propria poltroncina innanzi a lei, come di consueto con le proprie lunghe e tornite gambe accavallate, in una postura a dir poco impeccabile « Nell’affrontare la tua giusta perplessità di fronte all’increscioso incidente occorso lo scorso sabato pomeriggio all’ingresso del parco giochi, tuo padre ti ha offerto una chiave di lettura non soltanto squisitamente saggia, ma che, ancor più, si è dimostrata capace di cogliere quello spirito che, nei lunghi anni del tuo coma e della conseguente esperienza onirica nelle vesti di Midda Bontor, ti ha sempre guidata, permettendoti di raggiungere risultati straordinari, oltre che una crescita personale, una maturazione semplicemente straordinaria. » parafrasò quanto ascoltato nella lunga premessa, per poi giungere all’interrogativo vero e proprio « Quindi, ora, ti senti disorientata nel non riuscire a comprendere come sia stato possibile, per lui, proporti in una semplice frase, in un quieto consiglio, qualcosa che per te è stata da sempre verità assoluta, a meno di non aver a interpretare tutto ciò come segno evidente di quanto, in verità, possa esistere una veridicità alla base della tua storia e, in ciò, che tale improbabile coincidenza altro non sia che riprova di un qualche straordinario parallelismo dimensionale. » dichiarò, ponendo direttamente ella, sul tavolo, alcune carte che la sua interlocutrice si era dimostrata troppo timida nell’esporre, probabilmente nel timore che lei avrebbe potuto equivocarne il senso e, in ciò, temere che stesse nuovamente perdendo contatto con la realtà « Ho capito correttamente…?! » domandò pertanto, cercando conferma, da parte della propria interlocutrice, di tale interpretazione.
« … sì… » annuì immediatamente la donna, non ponendosi neppure un istante per concedersi occasione di riflettere realmente attorno a simile interrogativo, e in ciò dimostrando quando, allora, l’opinione della propria dottoressa avesse a doversi considerare realmente importante per lei, e importante al punto tale da trascendere persino la comprensione della domanda stessa in necessaria precedenza a una qualsivoglia ipotesi di replica.

Ancora un momento di laconica riflessione fu quella che ebbe così a concedersi Jacqueline, nel mentre in cui, quieta e controllata, stava lì offrendo evidenza di voler elaborare le parole migliori per qualunque risposta avrebbe avuto a offrirle.

« Permettimi, allora, di proporti io un interrogativo… » riprese quindi voce, rigirando per un istante l’attenzione dall’aspettativa per una propria replica, ancora una volta, tutta e solo in direzione della propria paziente « … in che maniera è mai nato un simile principio di vita, per quanto tu ne possa riuscire ad avere memoria? »

lunedì 19 novembre 2018

2734


Così incalzata, e incalzata in termini assolutamente legittimi, alla giovane non restò quindi altro da fare se non iniziare a raccontare al padre quanto fosse accaduto nel corso di quel pomeriggio, ovviamente trascurando le minacce da lei rivolte a discapito di quel lurido cane rognoso prima di allontanarsi dalla biglietteria. Un resoconto che avrebbe avuto a doversi proporre qual ipoteticamente breve, non essendo, in verità, occorsi molti eventi, ma che, al contrario, ebbe a proporsi estremamente articolato, e articolato nella misura in cui difficilmente ella avrebbe allora potuto minimizzare la questione emotiva, e la questione emotiva per come da lei vissuta, a margine di tutto ciò… anzi. Pochi scambi di battute, per lo più censurati nel proprio sviluppo finale, ebbero così a richiedere più di un quarto d’ora di cronaca, al termine del quale, ineluttabile, fu una lunga serie di improperi a discapito di quell’uomo, il quale avrebbe potuto vantare come propria unica fortuna quella di aver incontrato Maddie e non Midda… o, in tal caso, quella propria xenofoba arroganza avrebbe rappresentato il proprio ultimo errore.
E se Jules ebbe la pazienza e la saggezza utile ad ascoltare quel monologo in silenzio, quando si rese conto che l’emotività stava prendendo il sopravvento sull’amata figlia, rischiando di risultare per lei dolorosa da gestire, decise di intervenire e di intervenire muovendosi sino a lei e abbracciandola delicatamente, a tentare, in tal maniera, di placarla…

« Quando è successo…? Come è successo che l’intolleranza e il pregiudizio hanno iniziato a dominare il cuore delle persone…?! » domandò ella, a riproporre e a chiarire il proprio interrogativo precedente, meglio articolandolo e meglio puntualizzandone l’esatta declinazione.
« Anche questa, purtroppo, è una domanda eccessivamente generica, piccola mia. » replicò tuttavia il padre, ancora stringendola delicatamente a sé e concedendosi un sorriso carico di amarezza, nel confronto con quella figlia risvegliatasi nel corpo di un donna e pur, in fondo, ancora bambina nel proprio animo, nel proprio cuore, nella propria mente, così come quel dubbio stava comprovando « L’intolleranza e il pregiudizio hanno sempre dominato il cuore delle persone: in diversi modi, in diverse declinazioni, e pur da sempre presenti. Anche quando tu e tua sorella eravate ancora bambine… »
Titubante a quell’affermazione, anche nella propria mai colmata incapacità a ricordare gli anni della propria infanzia, malgrado tutte le lunghe ore in tal senso spese in compagnia della propria famiglia, Maddie si ritrasse appena dall’abbraccio paterno, non nella volontà di allontanarsi da lui, quanto e piuttosto per poterlo guardare in viso e poter meglio esprimere, in tal senso, tutta la propria perplessità: « In che senso, papà? »
« Non ricordi…? » sorrise ancora egli, scuotendo appena il capo e sollevando le mani verso il suo viso, ad accarezzarlo dolcemente in un gesto simmetrico « Fin da quando avete iniziato ad andare a scuola, tu e Rín vi siete dovute sempre scontrare con l’incomprensione da parte dei vostri compagni per i vostri stessi nomi e cognomi: all’epoca, non era ancora ancora così diffuso l’uso di nomi stranieri… né, in effetti, erano molte le famiglie straniere. E quando, durante l’appello, fra un Mongardi e un Nigro si presentavano due Mont-d'Orb, i sorrisi divertiti e le storpiature nella pronuncia erano sempre assicurate. Non che Nigro non si prestasse, a sua volta, a facili possibilità di insulti. »
« Non lo ricordavo… » negò ella, non riuscendo a comprendere quale senso mai potrebbe avere farsi beffe di un nome o, ancor meno, di un cognome, laddove nel mondo in cui altresì ricordava di essere cresciuta, quel mondo che in molti avrebbero giudicato qual violento e barbaro, la presenza stessa di un cognome avrebbe avuto a doversi considerare un motivo di grande vanto, nel comprovare, comunque, la conoscenza delle proprie origini, la presenza di un padre non poi così sempre scontata laddove già quella di una madre avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che ovvia « Ma… perché…?! »
« Perché il mondo è pieno di persone insicure. Di persone timorose di tutto e di tutti. Di persone che hanno paura di non riuscire a farcela, magari perché ben consapevoli delle proprie difficoltà, delle proprie incapacità. » illustro Jules, desiderando poterle offrire una spiegazione diversa e, ciò non di meno, non volendo neppure cercare di indorarle eccessivamente la proverbiale pillola, là dove, purtroppo, tale avrebbe avuto a doversi considerare la realtà, e la loro realtà quotidiana, una realtà con la quale, pertanto, ella avrebbe dovuto imparare presto a scendere a patti, per non ritrovarsi in ciò disorientata o, peggio, ferita « E, in tutto questo, tali persone non riescono a evitare di tentare di assicurarsi con la violenza, fisica o psicologica, una posizione di predominazione. Ma perfettamente consapevoli di non avere la forza fisica, né psicologica, per permettersi tutto ciò, tutto ciò che riescono a pensare di fare è quello di rivolgersi in contrasto a chi chiaramente in una posizione di disparità, di minoranza, a loro confronto. Così, un bambino proveniente dal sud, in mezzo a tanti bambini provenienti dal nord, non potrà evitare di essere deriso per ciò, nelle proprie tradizioni personali, nei modi di fare dei propri genitori, o nelle storie delle proprie vacanze di Natale dai propri nonni. Così, un ragazzo affetto da sindrome di Down, in mezzo a tanti bambini che impropriamente si potrebbero definire normodotati, non potrà mancare di essere canzonato, offeso, o, peggio, attaccato fisicamente, per il semplice fatto di essere nato con un diverso corredo genetico. »
« E nessuno si oppone…? » domandò Maddie, semplicemente sconvolta da tutto quello « Perché i genitori di quei bambini non intervengono…?! »
« Tua madre lo fece. » sorrise con malinconica nostalgia l’uomo, accarezzando ancora il volto della figliola con tenerezza « Quando tu, lasciandoti trascinare dai giuochi di altri bambini, iniziasti a insultare una ragazza solo perché affetta da una disabilità intellettiva, non esitò a intervenire, a differenza di molti altri genitori, facendoti correre subito in casa e mettendoti in punizione. » rievocò, offrendole la sconvolgente notizia di essere stata, a sua volta, parte antagonista in tutto ciò, in quel passato che non ricordava, in quell’infanzia perduta, e, ciò non di meno, nella propria stessa vita « Ovviamente, poi, passò anche molto tempo a spiegarti il perché un simile comportamento fosse sbagliato. E tu, fortunatamente, capisti la lezione e non tornasti più a giocare con quei bambini… finendo, poi, per essere presa di mira a tua volta, proprio nella tua assenza di volontà di abbassarti ancora a quel livello, di comportarti ancora tanto male in contrasto a qualcuno che non lo meritava. »
« … » si ritrovò ammutolita ella, ancora disorientata dall’idea di essere stata anche lei dalla parte del torto, artefice di un infantile, e sicuramente inizialmente non compreso, sopruso, e pur di un sopruso che non avrebbe potuto mancare di imporle un profondo senso di vergogna per quanto compiuto « … non lo ricordavo… » si ripeté, in una frase che non avrebbe desiderato avere il gusto di una giustificazione e che pur, si rese conto, altro non avrebbe potuto che risultare, nel confronto con il senso di colpa che, in tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a provare.
« E’ stato tanti anni fa… e sono successe tante cose da allora. » minimizzò il padre, non volendo di certo giustificarla e, ciò non di meno, non volendo neppure porla in crisi con quell’aneddoto proveniente dal suo stesso passato, per così come, tuttavia, avrebbe potuto apparire stesse impegnandosi a compiere « Ciò non di meno, forse questo ti può essere d’aiuto a evitare inutili nostalgie riconducibili al “si stava meglio quando si stava peggio”, e a guardare con occhio critico non soltanto il presente, ma anche il tempo che fu. » puntualizzò, dimostrando straordinario equilibrio in tali parole e in tale analisi.
Un senso critico, il suo, che ebbe a dover essere giudicato riprova di vera e propria saggezza nel proseguo del discorso nel quale ebbe a impegnarsi di lì a un istante: « E questo, sia chiaro, te lo sto dicendo non per invitarti a perdonare quell’uomo… ma solo per comprendere da dove possa nascere ciò del quale sei stata oggi vittima: dall’ignoranza, dall’assenza di educazione, e di educazione nei confronti di un basilare senso civico. E di quel senso civico utile a comprendere quanto la vera forza non risieda nell’enfatizzare i limiti degli altri, ma nel conoscere i propri, nell’accettarli, nello scendere a patti con i propri difetti, le proprie mancanze e, in ciò, nell’impegnarsi a superarli, per riuscire a crescere e a crescere oltre gli stessi, senza tentare, piuttosto, di abbassare il livello del resto del mondo al di sotto del proprio al solo scopo di sentirsi più grandi, più forti, migliori. »