11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

lunedì 19 novembre 2018

2733


Così incalzata, e incalzata in termini assolutamente legittimi, alla giovane non restò quindi altro da fare se non iniziare a raccontare al padre quanto fosse accaduto nel corso di quel pomeriggio, ovviamente trascurando le minacce da lei rivolte a discapito di quel lurido cane rognoso prima di allontanarsi dalla biglietteria. Un resoconto che avrebbe avuto a doversi proporre qual ipoteticamente breve, non essendo, in verità, occorsi molti eventi, ma che, al contrario, ebbe a proporsi estremamente articolato, e articolato nella misura in cui difficilmente ella avrebbe allora potuto minimizzare la questione emotiva, e la questione emotiva per come da lei vissuta, a margine di tutto ciò… anzi. Pochi scambi di battute, per lo più censurati nel proprio sviluppo finale, ebbero così a richiedere più di un quarto d’ora di cronaca, al termine del quale, ineluttabile, fu una lunga serie di improperi a discapito di quell’uomo, il quale avrebbe potuto vantare come propria unica fortuna quella di aver incontrato Maddie e non Midda… o, in tal caso, quella propria xenofoba arroganza avrebbe rappresentato il proprio ultimo errore.
E se Jules ebbe la pazienza e la saggezza utile ad ascoltare quel monologo in silenzio, quando si rese conto che l’emotività stava prendendo il sopravvento sull’amata figlia, rischiando di risultare per lei dolorosa da gestire, decise di intervenire e di intervenire muovendosi sino a lei e abbracciandola delicatamente, a tentare, in tal maniera, di placarla…

« Quando è successo…? Come è successo che l’intolleranza e il pregiudizio hanno iniziato a dominare il cuore delle persone…?! » domandò ella, a riproporre e a chiarire il proprio interrogativo precedente, meglio articolandolo e meglio puntualizzandone l’esatta declinazione.
« Anche questa, purtroppo, è una domanda eccessivamente generica, piccola mia. » replicò tuttavia il padre, ancora stringendola delicatamente a sé e concedendosi un sorriso carico di amarezza, nel confronto con quella figlia risvegliatasi nel corpo di un donna e pur, in fondo, ancora bambina nel proprio animo, nel proprio cuore, nella propria mente, così come quel dubbio stava comprovando « L’intolleranza e il pregiudizio hanno sempre dominato il cuore delle persone: in diversi modi, in diverse declinazioni, e pur da sempre presenti. Anche quando tu e tua sorella eravate ancora bambine… »
Titubante a quell’affermazione, anche nella propria mai colmata incapacità a ricordare gli anni della propria infanzia, malgrado tutte le lunghe ore in tal senso spese in compagnia della propria famiglia, Maddie si ritrasse appena dall’abbraccio paterno, non nella volontà di allontanarsi da lui, quanto e piuttosto per poterlo guardare in viso e poter meglio esprimere, in tal senso, tutta la propria perplessità: « In che senso, papà? »
« Non ricordi…? » sorrise ancora egli, scuotendo appena il capo e sollevando le mani verso il suo viso, ad accarezzarlo dolcemente in un gesto simmetrico « Fin da quando avete iniziato ad andare a scuola, tu e Rín vi siete dovute sempre scontrare con l’incomprensione da parte dei vostri compagni per i vostri stessi nomi e cognomi: all’epoca, non era ancora ancora così diffuso l’uso di nomi stranieri… né, in effetti, erano molte le famiglie straniere. E quando, durante l’appello, fra un Mongardi e un Nigro si presentavano due Mont-d'Orb, i sorrisi divertiti e le storpiature nella pronuncia erano sempre assicurate. Non che Nigro non si prestasse, a sua volta, a facili possibilità di insulti. »
« Non lo ricordavo… » negò ella, non riuscendo a comprendere quale senso mai potrebbe avere farsi beffe di un nome o, ancor meno, di un cognome, laddove nel mondo in cui altresì ricordava di essere cresciuta, quel mondo che in molti avrebbero giudicato qual violento e barbaro, la presenza stessa di un cognome avrebbe avuto a doversi considerare un motivo di grande vanto, nel comprovare, comunque, la conoscenza delle proprie origini, la presenza di un padre non poi così sempre scontata laddove già quella di una madre avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che ovvia « Ma… perché…?! »
« Perché il mondo è pieno di persone insicure. Di persone timorose di tutto e di tutti. Di persone che hanno paura di non riuscire a farcela, magari perché ben consapevoli delle proprie difficoltà, delle proprie incapacità. » illustro Jules, desiderando poterle offrire una spiegazione diversa e, ciò non di meno, non volendo neppure cercare di indorarle eccessivamente la proverbiale pillola, là dove, purtroppo, tale avrebbe avuto a doversi considerare la realtà, e la loro realtà quotidiana, una realtà con la quale, pertanto, ella avrebbe dovuto imparare presto a scendere a patti, per non ritrovarsi in ciò disorientata o, peggio, ferita « E, in tutto questo, tali persone non riescono a evitare di tentare di assicurarsi con la violenza, fisica o psicologica, una posizione di predominazione. Ma perfettamente consapevoli di non avere la forza fisica, né psicologica, per permettersi tutto ciò, tutto ciò che riescono a pensare di fare è quello di rivolgersi in contrasto a chi chiaramente in una posizione di disparità, di minoranza, a loro confronto. Così, un bambino proveniente dal sud, in mezzo a tanti bambini provenienti dal nord, non potrà evitare di essere deriso per ciò, nelle proprie tradizioni personali, nei modi di fare dei propri genitori, o nelle storie delle proprie vacanze di Natale dai propri nonni. Così, un ragazzo affetto da sindrome di Down, in mezzo a tanti bambini che impropriamente si potrebbero definire normodotati, non potrà mancare di essere canzonato, offeso, o, peggio, attaccato fisicamente, per il semplice fatto di essere nato con un diverso corredo genetico. »
« E nessuno si oppone…? » domandò Maddie, semplicemente sconvolta da tutto quello « Perché i genitori di quei bambini non intervengono…?! »
« Tua madre lo fece. » sorrise con malinconica nostalgia l’uomo, accarezzando ancora il volto della figliola con tenerezza « Quando tu, lasciandoti trascinare dai giuochi di altri bambini, iniziasti a insultare una ragazza solo perché affetta da una disabilità intellettiva, non esitò a intervenire, a differenza di molti altri genitori, facendoti correre subito in casa e mettendoti in punizione. » rievocò, offrendole la sconvolgente notizia di essere stata, a sua volta, parte antagonista in tutto ciò, in quel passato che non ricordava, in quell’infanzia perduta, e, ciò non di meno, nella propria stessa vita « Ovviamente, poi, passò anche molto tempo a spiegarti il perché un simile comportamento fosse sbagliato. E tu, fortunatamente, capisti la lezione e non tornasti più a giocare con quei bambini… finendo, poi, per essere presa di mira a tua volta, proprio nella tua assenza di volontà di abbassarti ancora a quel livello, di comportarti ancora tanto male in contrasto a qualcuno che non lo meritava. »
« … » si ritrovò ammutolita ella, ancora disorientata dall’idea di essere stata anche lei dalla parte del torto, artefice di un infantile, e sicuramente inizialmente non compreso, sopruso, e pur di un sopruso che non avrebbe potuto mancare di imporle un profondo senso di vergogna per quanto compiuto « … non lo ricordavo… » si ripeté, in una frase che non avrebbe desiderato avere il gusto di una giustificazione e che pur, si rese conto, altro non avrebbe potuto che risultare, nel confronto con il senso di colpa che, in tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a provare.
« E’ stato tanti anni fa… e sono successe tante cose da allora. » minimizzò il padre, non volendo di certo giustificarla e, ciò non di meno, non volendo neppure porla in crisi con quell’aneddoto proveniente dal suo stesso passato, per così come, tuttavia, avrebbe potuto apparire stesse impegnandosi a compiere « Ciò non di meno, forse questo ti può essere d’aiuto a evitare inutili nostalgie riconducibili al “si stava meglio quando si stava peggio”, e a guardare con occhio critico non soltanto il presente, ma anche il tempo che fu. » puntualizzò, dimostrando straordinario equilibrio in tali parole e in tale analisi.
Un senso critico, il suo, che ebbe a dover essere giudicato riprova di vera e propria saggezza nel proseguo del discorso nel quale ebbe a impegnarsi di lì a un istante: « E questo, sia chiaro, te lo sto dicendo non per invitarti a perdonare quell’uomo… ma solo per comprendere da dove possa nascere ciò del quale sei stata oggi vittima: dall’ignoranza, dall’assenza di educazione, e di educazione nei confronti di un basilare senso civico. E di quel senso civico utile a comprendere quanto la vera forza non risieda nell’enfatizzare i limiti degli altri, ma nel conoscere i propri, nell’accettarli, nello scendere a patti con i propri difetti, le proprie mancanze e, in ciò, nell’impegnarsi a superarli, per riuscire a crescere e a crescere oltre gli stessi, senza tentare, piuttosto, di abbassare il livello del resto del mondo al di sotto del proprio al solo scopo di sentirsi più grandi, più forti, migliori. »

domenica 18 novembre 2018

2732


« D’accordo! » annuì la bambina, con un vigoroso movimento verticale del proprio piccolo capo e un sorrisetto furbetto stampato in viso « Ma comunque sappi che sei la zia più tosta che abbiamo! » dichiarò poi, a riconoscere giusto merito all’amata zietta per quanto da lei pocanzi dichiarato, ai loro occhi, alle loro orecchie, probabilmente interpretato senza alcuna malizia, senza alcuna declinazione crudele, così come, in verità, avrebbe avuto a dover essere inteso, quanto e piuttosto in termini non dissimili da una sorta di dichiarazione da supereroina dei fumetti levatasi a loro difesa.
« La più tostissima di sempre! » incalzò il fratello, levando le mani verso l’alto, in segno di esultanza, a sostegno della loro parente, con un amplio sorriso felice per tutto ciò.
« Beh… facile esserlo nel momento in cui sono anche l’unica zia che avete! » sottolineò ella, rilasciando la manina della nipote e non concedendosi alcuna lusinga a tal riguardo, ben ricordando come, in effetti, loro padre Matteo, suo cognato, non fosse figlio unico, ma, comunque, avesse soltanto due fratelli e nessuna sorella, in misura tale da non poterle creare concorrenza a quel titolo.
« Non importa! » escluse comunque la piccola, ora scuotendo la testolina, corrucciando la fronte con aria sinceramente contrariata da quella volontà di puntualizzazione da parte della zia, chiaramente troppo modesta per poter accettare quel complimento « Anche avessimo altre zie, tu saresti comunque la più tosta  di tutte! » insistette, in quella che avrebbe potuto essere intesa qual espressione di una volontà di adulazione nei suoi confronti, se soltanto non fosse prevenuta da una bambina di neanche dieci anni e, soprattutto, da quella bambina in particolare.
« La più tostissima! » volle nuovamente sottolineare Santiago, a scanso di equivoci, ancora levando le mani verso il cielo a ripetere l’esultanza già resa propria un istante prima.

Nel confronto con tutto ciò, Maddie non poté che riservarsi una fragorosa risata, gettando il capo all’indietro per lasciar maggiore sfogo all’obbligata ilarità del momento. E a quell’ilarità derivante non tanto dal riconoscimento riservatole dai propri nipoti, a confronto con il quale, altresì, aver a essere assolutamente orgogliosi, quanto e piuttosto per la reazione entusiastica di quella coppia nel confronto con quanto accaduto, con quanto udito, e con quelle parole che, in verità, avrebbero avuto a doverli probabilmente terrorizzare e che, altresì, l’avevano vista promossa improvvisamente a idolo innanzi ai loro sguardi infantili.
E quando l’ilarità ebbe a scemare, permettendole di placare la risata, altro non le restò da fare se non abbracciare entrambi i pargoli, stringendoli a sé, e venendo dagli stessi reciprocamente abbracciata, in un allor silenzioso scambio di sincero affetto.

« Ma ora… cosa facciamo, zia?! » domandò Santiago, quando l’abbraccio ebbe a sciogliersi e quel momento di dolce tenerezza a dissiparsi, lasciandoli a semplice confronto con l’evidenza di non saper in che direzione avere a muovere i propri passi, nell’aver dovuto escludere il parco giochi ormai dimenticato alle loro spalle.
« Oh… non è importante, piccolo mio. » scosse il capo la donna, sorridendogli con amore e strizzando poi l’occhio sinistro in segno di complicità « L’importante è essere insieme… e tutto il resto, comunque andrà, sarà un’avventura. »

E un’avventura, in effetti, ebbe a essere anche in assenza del parco giochi, laddove, esclusa quell’iniziale soluzione, per occupare le ore di quel sabato altre e più affascinanti alternative vennero comunque loro offerte in una lunga passeggiata per le vie del centro, e, in tal senso, alla scoperta, e alla riscoperta, di molti affascinanti misteri di quella grande città.
Ma se per i due pargoli quanto accaduto avrebbe fortunatamente a dover essere considerato qual già dimenticato, per la loro più tostissima zia di sempre tutto quello avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual ben lungi dal poter essere archiviato. Anzi. Un carico di insofferenza, alla bocca del suo stomaco, ebbe ad accompagnarla non soltanto per tutta la durata di quel pomeriggio, ma, addirittura, sino a sera, sino al proprio ritorno a casa, lì dolendole quasi come se avesse ricevuto un violento colpo al diaframma, uno di quei pugni a confronto con il quale non soltanto il respiro sarebbe necessariamente stato mozzato, ma anche la vista sarebbe stata perduta, oscurata brutalmente in un lampo d’oscuro dolore.
Un dolore, il suo, che per quanto ovviamente nel corso delle ore pomeridiane era stato psicologicamente accantonato nel confronto con la gioia derivante da quella meravigliosa quotidianità offertale dalla compagnia dei due nipoti, a sera non poté che ritornare predominante in lei, e ritornare predominante nella misura utile a renderlo visibile anche innanzi allo sguardo del suo genitore, che pur mai avrebbe avuto ragione per immaginare cosa potesse essere accaduto…

« Ehy… bambina mia. » la salutò Jules nel momento in cui ebbe a rientrare in casa, giungendo, con assoluta puntualità, giusto in tempo per la cena « Come stai…? Come è andata la giornata con i piccoli…?! »

Per un istante Maddie ipotizzò di far finta di nulla, ovviando a condividere con il padre i dettagli di quanto accaduto e, in ciò, di rischiare di offrirgli eventuale ragione di preoccupazione a confronto con tutto quello. Per un istante… ma solo per un istante
Perché, in quel momento, ella non era Midda Bontor e, in ciò, non avrebbe avuto bisogno di dimostrarsi più forte di quanto realmente non avesse a sentirsi essere, né, tantomeno, avrebbe avuto ragione di celare qualcosa a suo padre, soprattutto non motivata dalla volontà di non preoccuparlo, per così come, altresì, certamente avrebbe poi finito con il preoccuparlo maggiormente, laddove egli si fosse reso conto di quanto qualcosa non andasse. E, certamente, egli si sarebbe presto reso conto di quanto qualcosa non andasse.
Così, se pur per un istante ella aveva ipotizzato di far finta di nulla, un attimo dopo la donna dagli occhi color ghiaccio e dai lunghi capelli color del fuoco, lì mantenuti ordinati in una stretta e pratica treccia, si convinse che la via migliore sarebbe stata quella di un sincero confronto con lui, anche e soprattutto per riuscire a comprendere quanto, di ciò che era accaduto, avrebbe avuto a doversi lì considerare normalità e quanto, altresì, l’assurda follia di un singolo esaltato. Anche perché, benché il suo cuore francamente avrebbe voluto votare, in particolare, in direzione della seconda soluzione, la sua mente non avrebbe potuto ovviare a temere per la prima, e a temere di scoprire quanto, in quei propri trenta e più anni di coma, il mondo avesse avuto a deragliare, e a deragliare verso una direzione che, francamente, non avrebbe potuto in alcun modo incontrare la propria approvazione.

« Posso chiederti una cosa, papà…? » domandò pertanto ella, con un tono che avrebbe potuto essere riconosciuto a metà fra la preoccupazione e il dubbio, nel mentre in cui ebbe comunque ad avvicinarsi a lui per offrirgli un dolce bacio sulla guancia, qual espressione di saluto.
« Certo, Maddie. » replicò egli, senza esitare neppure per un istante, cogliendo il disagio nell’animo della propria figliuola e, a confronto con esso, non potendo desiderare altro che trovare occasione di concederle sollievo, a confronto con qualunque ragione avversa avrebbe potuto allor animarla « Chiedimi tutto quello che desideri. »
« Di preciso, da quando il mondo ha iniziato ad andare in malora…?! » questionò, scuotendo il capo con aria ora rammaricata, nel non poter ovviare a convincersi di quanto, purtroppo, ciò a confronto con il quale si era ritrovata a essere avrebbe avuto a dover essere giudicato non un’eccezione quanto e piuttosto una nuova e pericolosa regola, e una regola volta a garantire ai prepotenti di restare impuniti.
« Devi essere un pochino più chiara, bambina mia. » sorrise Jules, in leggero imbarazzo « Perché in senso lato, la questione temo potrebbe risalire addirittura al terzo capitolo della Genesi, con la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden. Ma credo che non fosse questo il senso del tuo interrogativo. »

sabato 17 novembre 2018

2731


Immobilizzato da un comprensibile istante di panico, l’uomo si ritrovò in tal maniera persino impossibilitato a respirare, vittima di quell’innato istinto di autoconservazione che la parte più primitiva della sua mente non poté ovviare a provare nel confronto con la minaccia rappresentata dalla figura a lui antistante: una minaccia che egli non avrebbe mai potuto accettare qual tale a livello razionale e che pur, inconsciamente, non avrebbe potuto neppur ignorare. E ben consapevole di quanto egli stesse allor provando, alla rediviva Midda Bontor non fu necessario indugiare ulteriormente in sua presenza, permettendosi di invitare con un contatto delicato della propria mancina i due pargoli a liberarsi le orecchie e a seguirla, lontani da lì, lontani da quel posto e da quell’uomo che avrebbe potuto anche illudersi di averli rifiutati, ma che, altresì, non avrebbe potuto riconoscersi degno della loro presenza.

« Dove andiamo, zia Maddie…?! » domandò il piccolo Santiago, gettando per un istante uno sguardo alle proprie spalle, non senza una certa delusione all’idea di non poter sperimentare l’attesa ebrezza delle attrazioni del parco giochi.
« Non ci hanno voluto far entrare nel parco giochi perché siamo stranieri…? » questionò l’attenta Lourdes, alla quale non era allor sfuggita la triste, ma reale, ragione di quel rifiuto, e di un rifiuto che, purtroppo, non avrebbe così loro permesso di trascorrere il pomeriggio per come sperato.
« Non siete stranieri. » protestò Maddie, scuotendo il capo « Non più di quanto non lo possiamo essere vostra madre, vostro nonno e io, quantomeno! » puntualizzò, nel voler sottolineare quanto, se davvero i due piccoli di origine sudamericana avrebbero avuto a doversi considerare stranieri, egual giudizio avrebbe avuto a dover essere rivolto anche a suo padre, cittadino francese, o a lei e a sua sorella Rín, figlie di madre irlandese, per quanto nate e cresciute, e da sempre vissute, in quella città, in quel Paese « Non ci hanno lasciato entrare nel parco perché quel signore è uno stupido. E gli stupidi pretendono di aver ragione anche quando hanno chiaramente torto. E quando uno stupido si accorge di aver torto, diventa ancora più stupido, nel vano tentativo di non ammettere di essere tale. »
« Però alla fine quello stupido ci ha impedito di entrare al parco… » sospirò il pargolo, volendo sforzarsi di seguire il ragionamento dell’amata zia e, ciò non di meno, non potendo ignorare quanto, purtroppo, la realtà dei fatti non avrebbe potuto evidenziare una loro presenza là fuori, per così come prepotentemente desiderato da quell’uomo, da quello stupido.
« Non so se mamma vorrebbe che tu dicessi quella parola. » puntualizzò la bambina, non tanto in direzione del proprio fratello, quanto e piuttosto della loro zia, aggrottando appena la fronte nel confronto con quell’incedere ripetuto di quel particolare aggettivo, lì chiaramente declinato nell’intento più volgare possibile.
« Non ho mica detto che è un lurido cane rognoso… » tentò di difendersi la donna, arrestandosi per un istante a poter affrontare meglio il rimproverò mossole da parte della bambina.
« Zia! » esclamò Lourdes, arrossendo per l’utilizzo di quella particolare scelta di vocaboli, e di vocaboli che, certamente, non avrebbero incontrato il beneplacito della loro mamma.
« In verità lo hai detto prima… » non poté ovviare a scoppiare a ridere Santiago, divertito come solo un bambino avrebbe potuto esserlo a confronto con il gusto del proibito proprio di quelle parole, e, ciò non di meno, forse concedendosi eccessiva ingenuità, nel dimostrare di aver udito qualcosa che non avrebbe dovuto sentire… e qualcosa proveniente dal breve monologo che la donna si era concessa pocanzi nei riguardi dell’uomo all’ingresso del parco.
« … e tu come fai a saperlo?! » domandò Maddie, socchiudendo le palpebre in direzione del nipotino, con sguardo inquisitore.
« … ehm… io…. » esitò l’altro, comprendendo di aver forse parlato un po’ più del dovuto.

La deriva così presa dal dialogo non poté ovviare, in verità, a compiacere la stessa donna dagli occhi color ghiaccio, la quale non avrebbe potuto che desiderare un’occasione per distogliere la loro attenzione dal discorso xenofobo di quel lurido cane rognoso e da tutti i pensieri che da ciò avrebbero potuto derivare, con tutto il peso che, in questo, avrebbe potuto essere imposto ai loro ancor troppo giovani cuori.
Se nelle oniriche vesti di Midda Bontor, ella aveva vissuto per oltre trent’anni in un mondo estremamente violento, contraddistinto da brutalità e disonore, da guerre e omicidi, qualcosa nel confronto con la quale, in quella compianta e inesistente terra natia, non aveva mai avuto occasione di porsi, sarebbe proprio stato il razzismo. Non che problemi di pregiudizio non avessero a esistere anche nel suo mondo, soprattutto in conseguenza ai molteplici fronti di guerra che lo dividevano, che animavano crudelmente i confini fra le nazioni: ma, pensando anche e soltanto a Kriarya, città del peccato, la popolazione della quale avrebbe avuto a dover essere censita qual per lo più contraddistinta da mercenari e assassini, ladri e prostitute, nulla di meno di una realtà incredibilmente multietnica avrebbe avuto ivi a essere riconosciuta, senza che questo avesse a rappresentare un problema per alcuno. Ritrovarsi, pertanto, dopo il proprio risveglio, a confronto con una realtà altresì intrisa da soprusi e prevaricazioni di ogni genere, da parte di stupidi e ignoranti, a discapito di ogni qual genere di diversità, fosse questa data dal colore della pelle piuttosto che dalla fede professata o, addirittura, da una qualche menomazione fisica, avrebbe avuto a doversi riconoscere, per lei, a dir poco disorientante. E, onestamente, irritante, soprattutto nel momento in cui tutto ciò avesse avuto a riservarsi occasione di riversarsi a discapito della propria famiglia, come lì appena accaduto.
Ma al di là delle proprie emozioni personali, in quel momento, per lei, prioritario sarebbe stato riuscire a riservarsi occasione di distrarre i due pargoli. E se per ottenere ciò, ella avrebbe avuto a dover ricorrere, in maniera forse poco elegante, a qualche volgarità, sarebbe stata più che disposta a farlo...
… dopotutto, ne era certa, Santiago e Lourdes dovevano aver già udito anche molto di peggio, se non a scuola dai propri compagni, quantomeno in televisione, nel considerare quanto, purtroppo, la classe politica di quella nazione, della loro nazione, non sembrava più essere in grado di sostenere una qualunque genere di argomentazione senza scendere nella volgarità spinta, al punto tale che il principale partito della corrente legislatura avrebbe avuto a dover essere identificato come “fieramente” originato da una parolaccia promossa a manifesto programmatico della propria ideologia.
Quanto, comunque, neppure ella si sarebbe potuta attendere e che i due bambini potessero averle disubbidito e aver, in ciò, ascoltato le minacce da lei rivolte all’uomo, in termini che, in verità, non avrebbe potuto riconoscere qual effettivamente sani per le loro ancor troppo giovani, e facilmente impressionabili, menti. Ma a privarla di qualsivoglia imbarazzo per quanto avvenuto, non poté che intervenire, allora, la piccola Lourdes, la quale decise di prendere in mano la situazione con piglio assolutamente più che degno di sua madre e di sua zia…

« Noi non diremo alla mamma che tu hai detto delle parolacce, se tu ci perdonerai per aver ascoltato. » propose, affiancandosi al fratello in quel confronto, consapevole di dover intervenire prima che egli potesse peggiorare la propria situazione con qualche altra uscita simile.
« Piccola ricattatrice che non sei altro…! » esclamò la donna, strabuzzando gli occhi a confronto con quella proposta, atta a delineare una personalità già indubbiamente ben delineata dietro quel visetto innocente « E queste cose da chi le avete imparate…?! »
Ma Lourdes si limitò a stringersi fra le spallucce e a tendere poi la propria mano sinistra verso la zia, per poter in tal maniera concludere l’accordo così formulato: « … allora?! »
« E sia. » annuì l’altra, accettando i termini allora formulati e allungando la propria mancina verso quella della bimba, a ricambiare la stretta offertale, sigillando quel patto « Ma non dovrete andare in giro a imitarmi… mi raccomando! Le cose che ho detto prima a quel signore sono discorsi da adulti che non vanno bene per dei bambini come voi! » sottolineò, tutt’altro che desiderosa che i suoi nipotini potessero essere considerati dei piccoli psicopatici, nell’andare in giro a minacciare in quella maniera, o in termini assimilabili, qualcuno dei loro compagni di scuola.

venerdì 16 novembre 2018

2730


« Signora… non vogliamo né negri, né zingari da queste parti. Neppure dei bambini. » ribadì l’altro, non sforzandosi ci celare, ora, quanto fosse chiaramente scocciato, storcendo le labbra verso il basso con fare di evidente disprezzo e di evidente disprezzo verso quello stesso discorso e verso la necessità di dover sottolineare qualcosa, per lui, di tanto ovvio « Sono sporchi, portano malattie e l’unica cosa che sanno fare è distruggere e rubare. »

Se soltanto Maddie fosse stata realmente Midda, se soltanto ella fosse stata la donna da dieci miliardi di crediti, una fra le assassine più temute dell’intero universo conosciuto, in quel preciso istante il suo pugno destro, quel pugno destro che ella avrebbe avuto in grazia alla protesi metallica dai riflessi cromati, e di quella protesi metallica in grado di sollevare persino mille libbre di peso, avrebbe immediatamente attraversato il divisore trasparente presente fra loro, mandandolo in pezzi, per afferrare saldamente la gola di quell’uomo, sollevarlo senza fatica alcuna dalla sua seggiolina, farlo volare al di sopra della propria testa e sbatterlo a terra con violenza, per permetterle di iniziare poi a colpirlo con la propria macina sino a quando non gli fosse rimasto più in bocca un singolo dente. In tal maniera ella avrebbe agito se soltanto ne avesse avuto l’opportunità, perché nessuno, né, tantomeno, quello squallido omuncolo, avrebbe potuto rivolgersi in tal modo a quei due bambini, fossero essi suoi figli o suoi nipoti, e sperare di sopravvivere alla propria stessa idiozia, alla propria più completa mancanza di assennatezza. E tale, comunque, nella rabbia e nella scarica di adrenalina che ebbe a salire dal profondo del suo cuore, fu la sua brama, il suo desiderio, che, all’interno dei suoi occhi le nere pupille si estesero, per un istante, a inglobare interamente le glaciali iridi, cambiando letteralmente il colore del suo sguardo in qualcosa di più tetro, di più oscuro… in qualcosa che raramente aveva animato il suo viso, altrimenti per lo più inespressivo, freddo e distaccato da tutto per non concedere, ai propri avversari, la benché minima confidenza con quanto avrebbe potuto muoversi nel profondo del suo cuore, di quanto avrebbe potuto agitarsi nell’intimo del suo animo.
Ma Maddie, proprio malgrado, non era Midda. E la sua protesi destra, probabilmente, si sarebbe semplicemente danneggiata, e non addirittura rotta, se solo avesse provato a colpire quella superficie trasparente, lasciandola intatta e fallendo miseramente in ogni proprio proposito di vendetta, in ogni proprio desiderio di dolore e morte a discapito dell’interlocutore. Così, proprio malgrado, ella fu costretta a imporsi di inspirare profondamente fresca aria nei polmoni, attraverso il naso, per cercare di stemperare le proprie emozioni e di riguadagnare un minimo di controllo su di esse. E quando ciò accadde, tale freddezza ebbe occasione di essere palesata, ancora una volta, dai suoi occhi, da quegli occhi specchio di un’anima quantomeno combattuta in quel frangente, nel mostrare le nere pupille ora contrarsi, e contrarsi sino quasi a scomparire all’interno delle glaciali iridi, lasciando in ciò soltanto una coppia di freddi specchi nel confronto con i quali, in verità, il suo interlocutore ebbe occasione di inquietarsi in misura sicuramente maggiore rispetto a quanto non avrebbe potuto vantare un istante prima.

« Bambini… » apostrofò, riprendendo voce « La zia deve un attimo parlare in privato con questo poco cortese signore. » annunciò verso i due pargoli, sorridendo tranquilla al loro indirizzo « Potreste essere così bravi da coprirvi le orecchie per qualche istante…?! » li invitò, accarezzando la testolina della piccola Lourdes con la propria mancina « Fatelo per me. »

E per quanto i due piccoli avrebbero potuto immaginare bene il perché di quella richiesta, nel supporre facilmente che ella volesse rivolgere a quell’uomo qualche parolaccia e, in tal senso, ritrovandosi necessariamente affascinati dal gusto del proibito proprio di quell’eventualità, in nome del quale, allora, difficilmente avrebbero effettivamente accettato di isolarsi per un istante dal mondo così come da lei richiesto; l’affetto sincero che li legava alla loro zietta non avrebbe permesso loro di obiettare a quel semplice invito, vedendoli quindi entrambi annuire e sollevare le manine all’altezza delle orecchie, per porre in essere quanto loro domandato.
Così, quando fu sufficientemente sicura che le sue parole non sarebbero state udite dai propri nipoti, la donna poté riservarsi l’opportunità di tornare a rivolgersi in direzione dell’uomo, con un volto e uno sguardo che, in quel particolare momento, difficilmente avrebbero potuto essere attribuiti a Maddie, nel rievocare, piuttosto, la terribile Ucciditrice di Dei che avrebbe potuto vantare essere stata un tempo… un tempo forse non esistito realmente, e che pur, al di là di simili dettagli, non aveva potuto mancare di forgiare il suo carattere, temprare il suo cuore, plasmare il suo animo, in termini che nulla di quanto accaduto avrebbe potuto cancellare.

« Ascoltami bene, lurido cane rognoso, perché quello che ti sto per dire te lo dirò una volta, e una volta soltanto. » riprese voce, con tono quasi inespressivo, al di là dell’epiteto così rivoltogli, tanto ebbe a essere il controllo che ella riuscì a imporsi, e un controllo degno della straordinaria donna guerriero che avrebbe dovuto vantare di essere « Io ora andrò via, conducendo meco i miei nipoti, e tu potrai anche essere lieto, dall’alto di tutta la tua boria e di tutto il tuo razzismo, nel pensare di averla avuta vinta, di essere riuscito a far prevalere la tua stolida prepotenza su di me e, soprattutto, sui miei nipoti. » premesse, in un’analisi invero sufficientemente appropriata della situazione e, soprattutto, dell’animo marcio del proprio interlocutore « Ma io ti giuro che, una sera, sulla via di ritorno per casa, quando penserai di essere solo e tranquillo, quando meno te lo aspetterai, io sarò dietro di te. » soggiunse, scandendo ogni singola sillaba di quell’ultima affermazione, a non permettere a nulla di tutto ciò di poter essere frainteso.
« … e…? » aggrottò la fronte l’altro, sorridendo divertito dalla minaccia di quella donnina bassina, magrolina, dall’aspetto persino emaciato e che, obiettivamente, avrebbe potuto vantare un peso inferiore a quello di un suo altresì nerboruto braccio « … mi farai male?!... » la canzonò, scuotendo appena il capo.
« All’inizio sì. » confermò ella, ancora una volta fredda e inespressiva, con un controllo addirittura inquietante nel confronto con le parole che, in quello stesso frangente, avrebbe pronunciato « Ti scuoierò vivo, strappandoti dal corpo un lembo di pelle alla volta, visto che per te il suo colore è tanto importante. E dopo averti ridotto a un esemplare perfetto per uno studio anatomico, dopo aver esposto ogni tuo singolo muscolo, ogni tua singola membra, ti ucciderò. E ti ucciderò lentamente. Molto… molto lentamente. » scandì, con incedere del tutto controllato, non dissimile da quello che avrebbe potuto esserle proprio nel leggere l’elenco degli ingredienti di una torta in un ricettario e, forse, persino più emotivamente distaccato da quanto l’estro creativo proprio del seguire una ricetta avrebbe potuto garantirle « Sicuramente lo ignori, ma ci sono abbondanti porzioni del tuo corpo che possono essere quietamente e dolorosamente rimosse senza necessariamente portarti a un’immediata morte. E, credimi, ho abbastanza esperienza da poterti permettere di agonizzare per ore, arrivando alfine a considerare il trapasso come la migliore delle tue possibilità e, per questo, a supplicarmi di porre fine alla tua indegna esistenza… o, quantomeno, a desiderare di potermi supplicare di porre fine alla tua indegna esistenza, laddove il fatto che ti avrò già strappato quell’insolente lingua dalla bocca renderà sicuramente il tutto decisamente complicato da attuare per te. » puntualizzò, concludendo il proprio breve monologo e restando così immobile, innanzi a lui.

E più che le parole stesse, così da lei allora pronunciate al suo indirizzo, la crudeltà delle quali non avrebbe avuto a dover essere posta in dubbio, quanto ebbe invero a gelare, metaforicamente ma, forse, anche letteralmente, il sangue nelle vene dell’uomo, fu altresì il tono con il quale esse vennero scandite. E, accanto a esso, il suo sguardo: quello sguardo, in tutto ciò, divenuto improvvisamente privo di qualunque barlume di umanità; uno sguardo a confronto con il quale difficile sarebbe stato poter scommettere che quelle parole avessero a potersi giudicare prive di qualunque reale senso di realtà, e di una realtà che, ovviamente, egli non avrebbe mai desiderato esplorare.

giovedì 15 novembre 2018

2729


Ad animare, comunque, la quieta e pur gradevole, ripetitiva omogeneità dei giorni feriali, non sarebbero mancati quelli festivi, nei quali molteplici avrebbero avuto a doversi considerare le attività alternative nelle quali ella avrebbe avuto a doversi riconoscere impegnata… la maggior parte delle quali, comunque e in verità, avrebbe avuto a veder coinvolta la propria gemella e la famiglia della stessa.
Il primo incontro fra Maddie e i suoi nipotini era avvenuto il giorno stesso della sua uscita dall’ospedale, quando tutta la famiglia al gran completo si era presentata ad accoglierla, per offrirle il bentornato nel mondo e per accompagnarla a casa. E se, per lei, i volti, le voci, di quei due pargoli avrebbero avuto a doversi giudicare qual già note, e già amate, per gli stessi quella zia avrebbe avuto a doversi riconoscere praticamente estranea, una sconosciuta della quale avevano certamente sentito parlare, ma che mai, per ovvie ragioni, avevano avuto la possibilità di conoscere. Fortunatamente, però, in tale occasione, Santiago e Lourdes ebbero a dimostrarsi animati, nei suoi confronti, da quella genuina curiosità propria dei bambini, in misura utile a combattere per essa l’ineluttabile timidezza derivante da quel nuovo incontro soprattutto e incredibilmente in grazia al medesimo braccio destro della zia, a quella protesi che, ai loro occhi infantili, ebbe improvvisamente a trasformarla in qualcosa di incredibilmente prossimo a una supereroina. E così, allorché ritrovarsi a dover soppesare con attenzione le modalità nelle quali riservarsi opportunità di dar vita a quel rapporto, ella si vide concessa una facile opportunità di confronto con i due pargoli, ritrovandosi in tal mondo promossa all’interessante ruolo di zia, nel confronto con il quale ella avrebbe potuto anche riservarsi l’opportunità di essere per loro una figura un po’ eccentrica, un po’ folle addirittura, senza, in questo, aver nulla di cui preoccuparsi, laddove nel merito della loro educazione, dopotutto, avrebbero avuto a doversi interessare soltanto i loro genitori.
In conseguenza, allora, alla lieta disponibilità della donna nel confronto con l’idea di trascorrere un po’ di tempo con i due nipotini, e, reciprocamente, degli stessi pargoli di spendere qualche ora con quella inattesa zia, praticamente ogni sabato Rín e suo marito Matteo non avrebbero mancato di presentarsi assolutamente più che ben disponibili innanzi all’idea di poter affidare i due bambini alla supervisione della zia, riservandosi, in quell’arco temporale, l’occasione di dedicarsi a tutte quelle commissioni alle quali, altrimenti, non avrebbero potuto dedicarsi. E così, al termine di ogni settimana lavorativa, nel corso della quale avrebbe avuto la possibilità di pianificare sempre nuove attività in grazia alla complicità della più mirata inventiva dei propri colleghi, Maddie non avrebbe mancato di dedicare il proprio affetto e il proprio tempo a Santiago e Lourdes, cercando di proporre loro sempre nuove esperienze, sempre nuove avventure, affinché non avessero mai a potersi annoiare in sua compagnia. E così, fra una giornata al parco e una al museo del cinema, fra un giro lungo il fiume in battello e una visita didattica a un vecchio maniero, fra un pomeriggio al cinema e uno al teatro dei burattini, nessuno dei due pargoli avrebbe avuto certamente ragione di che lamentarsi… anzi: i sabati in compagnia di zia Maddie, per entrambi, divennero presto un appuntamento così importante da non poter fare a meno di trascorrere l’intera settimana attendendo soltanto l’arrivo di un nuovo sabato e, con esso, di una nuova avventura da vivere insieme, quasi come i piccoli Banks in compagnia della loro magica tata dalle mille risorse.
A chiudere la settimana in bellezza, la domenica Maddie non avrebbe potuto ovviare a riservarsi un giorno per se stessa, e un giorno utile a cercare di colmare, con un coraggioso approccio autodidatta, tutte quelle lacune accumulate in trentatré anni di coma, tanto nel merito di quel mondo, quanto nel merito di quel 2018. In ciò, dividendosi fra biblioteche e musei, nonché, di tanto in tanto, concedendosi qualche breve scampagnata fuori città, ovviamente sempre muovendosi in grazia dei mezzi pubblici o, al più, accompagnata in auto da suo padre, ella non si sarebbe risparmiata tutto il più sincero impegno per meglio comprendere quella realtà e, soprattutto, come a essa la Storia fosse giunta.
E più il tempo ella trascorreva immersa in tutto ciò, più concreta, più reale, non avrebbe potuto che apparire la scandalosa ipotesi formulata da Jacqueline nel merito di quanto Midda e tutto il suo mondo altro non fossero che un mero parto della sua fantasia, lo stratagemma di una mente intrappolata all’interno di quel corpo immobilizzato per sopravvivere a se stessa e per sopravvivere per addirittura tre decenni, prima di avere occasione, tardiva ma egualmente fortunata, di risveglio. Non che non le mancasse essere la Figlia di Marr’Mahew: quando avrebbe voluto essere in grado di vivere straordinarie avventure, di combattere invincibili nemici, di guardare la  morte in viso ogni giorno e conquistare il proprio diritto alla vita in sola conseguenza alla propria forza di volontà: ma, in verità, anche la sua quotidiana esistenza per così come avrebbe avuto a poterla vivere lì, ogni giorno, non avrebbe avuto a scontentarla… anzi. E per quanto una parte della sua mente, osservando i suoi nipoti, non avrebbe potuto ovviare a correre al ricordo di Tagae e Liagu, ella non avrebbe potuto che essere comunque felice di conoscerli per quanto essi avrebbero avuto a doversi considerare realmente, e ad amarli egualmente, come fossero propri figli, per loro pronta a tutto e anche a più, benché, in quel mondo, in quella realtà, a differenza di quella dei propri sogni, minori pericoli avrebbero avuto certamente ad attenderli…
… o, quantomeno, così ella non avrebbe potuto illudersi di credere.
Per quanto, infatti, quel Paese, il proprio Paese, avrebbe avuto a dover vantare un storia antica e ricca di eventi, la maggior parte dei quali volti a condurre nuove e continue ondate migratorie a rimescolare completamente il patrimonio storico, culturale e genetico dei suoi abitanti, nel corso della sua stessa Storia ella ebbe a scoprire non essere mancati momenti oscuri, contraddistinti da un’ignoranza largamente diffusa, atta ad alimentare stolide superstizioni e ancor più stolida xenofobia. Ignoranza, superstizione e xenofobia, quelle che soltanto un’ottantina d’anni prima avevano condotto il Paese alla rovina, le quali purtroppo non avrebbero avuto a doversi considerare completamente estirpate dai cuori degli autoctoni, persone comuni le quali, quasi a commemorare l’anniversario di una delle più vergognose pagine della propria Storia, improvvisamente, decisero di iniziare a riabbracciare nostalgicamente simili antichi ed estremamente discutibili valori di vita, alimentando un clima di avversione contro chiunque riconosciuto come diverso, come estraneo, anche laddove tutt’altro che tale.
Un clima di avversione che, in un, sino a quel momento, piacevole sabato, ebbe a manifestarsi in un’infelice battuta a discapito dei propri stessi nipoti, da parte di un uomo allo sguardo del quale la sfumatura propria della loro carnagione non avrebbe avuto a potersi considerare sufficientemente chiara per poter essere riconosciuta qual da lui tollerabile.

« Signora… mi dispiace ma questo luogo è frequentato da bambini: qui non c’è spazio per loro… »

A esprimersi in simili termini, all’indirizzo della stessa Maddie, e apostrofando in maniera assolutamente trasparente i suoi amati nipoti, ebbe a essere l’addetto della biglietteria all’ingresso di un parco giochi, scuotendo il capo in risposta preventiva alla richiesta da lei ancora neppur formulata per l’acquisto dei biglietti per tutti loro.
Una frase che, per un istante, ella non fu in grado di comprendere, laddove, alla sua mente, alla sua attenzione, tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare così assurdo da non poter essere vero, chiaramente frutto di una propria estemporanea deficienza uditiva…

« Come, prego…? » esitò ella, certa del fraintendimento appena occorso e, in ciò, ancor quieta, nel solo desiderio di poter acquistare quei biglietti e superare il varco proprio dell’ingresso.
« E’ un luogo frequentato da bambini, per cortesia. » insistette l’uomo, invitandola quietamente, con uno sforzo di pazienza, a spostarsi di lì, a non ostacolare il proseguo della fila.
Ma Maddie, che certamente non si sarebbe sposta di lì, aggrottò la fronte e, avvicinandosi maggiormente al vetro divisorio presente a separarla dal proprio interlocutore, ebbe a tentare di chiarire quello che, sempre meno, avrebbe avuto a poter essere considerato un mero malinteso: « E’ proprio per questa ragione che li ho portati qui: sono dei bambini… e questo è un luogo frequentato da bambini. » puntualizzò quella che credeva avrebbe avuto a doversi considerare un’ovvietà ma che, chiaramente, non era così.

mercoledì 14 novembre 2018

2728


Bip… Bip… Bip…
« … »
Bi-Bip… Bi-Bip… Bi-Bip…
« … Thyres… »
Bi-BIIP… Bi-BIIP… Bi-BIIP…
« … ho capito! Accidenti!... » esclamò, colpendo con violenza la sveglia e catapultandola, per l’ennesima volta, a terra, senza dimostrare alcuna pietà nei confronti della medesima « … uccidetemi ora… » sospirò, affondando il volto nel cuscino, a rifiutare l’idea che fosse già ora di alzarsi.

Se per Midda svegliarsi prima del sorgere del sole non aveva mai rappresentato un problema, anche solo dopo un paio di ore di sonno leggero, per Maddie essere riportata a contatto con la realtà alle 6.40 da quell’insistente suono avrebbe avuto a dover essere obiettivamente riconosciuto quanto di più prossimo a un supplizio. E un supplizio che, pur, avrebbe dovuto necessariamente autoinfliggersi per avere qualche possibilità di riuscire a sbrigare, per tempo, tutte le faccende necessarie, prima di uscire di casa.
I primi cinque-dieci minuti, dal momento del suono della sveglia, sarebbero stati quindi necessari a permetterle di maturare consapevolezza di essere viva, di essere nel proprio letto e di avere necessità di rialzarsi da esso, per non fare tardi al lavoro. Difficile, in verità, avrebbe avuto a dover essere considerato tale primo passo, laddove, con crudele puntualità, l’odiata sveglia avrebbe dimostrato un inquietante sincronismo con la propria fase onirica, intervenendo sempre nel momento meno opportuno, nel crescendo più intenso dell’impresa che stava così vivendo e, in ciò, riportandola alla realtà, e a una realtà decisamente meno avventurosa rispetto a quanto, magari, sino a quel momento sognato. E altro non avrebbe potuto restarle che il dubbio sull’esito delle proprie gesta notturne, della riconquista di qualche antico manufatto, della salvezza di Tagae e Liagu o di quale sorpresa Be’Sihl potesse aver preparato per lei.
Abbandonati i propri sogni, nella triste consapevolezza di non aversi a dover riconoscere la donna che pur, ogni notte, si illudeva di poter essere, ella avrebbe speso i successivi dieci-quindici minuti in bagno a espletare i propri basilari bisogni corporali, per poi fare ritorno alla propria camera e lì sforzarsi di compiere quel minimo di esercizio fisico che Lorenzo le aveva prescritto, al fine di continuare a sollecitare quel sottoinsieme della propria muscolatura a cui, altrimenti, non avrebbe prestato la necessaria attenzione, in una leggerezza che, dopo trentatré anni di immobilità, non avrebbe potuto permettersi: nulla di vagamente paragonabile a quanto la Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi considerare solita riservarsi occasione di compiere ogni mattina e ogni sera, sia chiaro, e pur già più di quanto ella non avrebbe preferito avere possibilità di obbligarsi a compiere, laddove, dovendo scegliere fra quello e impigrirsi nuovamente fra le lenzuola oziando su Netflix, certamente non avrebbe avuto a considerarsi particolarmente indubbia sulla scelta da compiere, sull’alternativa da preferire.
Mezz’ora di esercizio più tardi, ella si sarebbe quindi concessa un passaggio sotto la doccia, per poi rivestirsi e indossare il proprio braccio destro, il quale, a differenza delle proprie passate protesi, non avrebbe avuto a doversi considerare stabilmente solidale con il resto del suo corpo. Al contrario: in assenza di qualche straordinaria possibilità di accumulo dell’energia, come quella propria del compianto idrargirio proprio dei suoi viaggi fra gli infiniti spazi siderali, e tale da garantirle un’autonomia potenzialmente illimitata; in quel mondo, in quella realtà, ogni sera ella avrebbe avuto a doversi ben ricordare di porre in carica il proprio arto o, in caso contrario, il giorno seguente non avrebbe avuto possibilità di utilizzarlo. Poco male, comunque: offrendo il giusto riconoscimento a quella che avrebbe avuto a dover essere considerata la Lamborghini delle protesi, la comodità di rimozione e di reimpianto non avrebbe reso assolutamente complicata simile operazione e, fatta eccezione per i primi giorni, ella avrebbe ormai potuto vantare assoluta naturalezza in tutto ciò, con la stessa banalità con la quale avrebbe potuto indossare un paio di stivaletti.
Vestitasi entro le 7.50, le sarebbero quindi rimasti non più di dieci minuti per consumare una rapida colazione, scambiando due fugaci chiacchiere con suo padre, prima di correre fuori di casa, per acchiappare al volo il primo di due autobus e dirigersi verso la periferia della città, là dove, in un importante centro commerciale adiacente allo stadio sportivo, aveva trovato una possibilità di impiego, in un ruolo sicuramente non paragonabile alla propria famosa gemella, e, ciò non di meno, in un ruolo che era riuscita a ritrovare con le sole proprie energie. Un ruolo, quindi, che pur non vedendole riconosciuto un grande salario, le avrebbe comunque permesso di iniziare a contribuire in positivo alle spese di casa, in attesa della possibilità di qualcosa di meglio… e le avrebbe permesso di compiere tutto ciò senza alcun genere di aiuto o favore esterno, in quello che sarebbe stato soltanto l’ennesimo, amorevole, debito morale nei confronti di tutti coloro a lei circostanti.
Con un pizzico d’orgoglio, infatti, ella aveva rifiutato qualunque possibilità di raccomandazione da parte della propria sorella, con l’aiuto della quale avrebbe potuto facilmente inserirsi direttamente all’interno della sua stessa azienda e, parimenti, ella aveva anche rifiutato l’ipotesi di poter sfruttare la propria condizione fisica come scusante per ottenere dei privilegi nella ricerca dell’impiego, come pur le leggi lì vigenti avrebbero potuto concederle: tutt’altro che abituata a considerarsi diversamente abile, ella non avrebbe mai potuto accettare simile definizione per ottenere una qualche occasione di sostegno, magari a discapito di altre persone. In tutto ciò, quando, non senza essersi vista prima sbattere molte porte in faccia, ella era stata in grado di ottenere un posto da addetta all’approvvigionamento degli scaffali, o garzona, come preferiva più semplicemente considerarsi, all’interno di quel centro commerciale, tale occasione non avrebbe, e non aveva, potuto trovarla meno che entusiasta, nella possibilità così riconosciutale di poter iniziare a considerarsi un membro attivo della società.
Certo: pensare che, dietro a quella esile donna, dalle linee asciutte e quasi diafane, perché tale era rimasto il suo fisico dopo oltre tre decenni di immobilità e di alimentazione artificiale, lì impegnata a ordinare cibo in scatola sugli scaffali, fra bambini urlanti, anziane signore perennemente confuse e, talvolta, qualche figura decisamente priva di qualunque barlume di educazione, avrebbe potuto celarsi l’identità di una pericolosa guerriera, una leggendaria ex-mercenaria che, in un altro mondo, in un’altra epoca, aveva portato a termine missioni straordinarie, addirittura leggendarie, sconfiggendo mostri mitologici, negromanti, stregoni e persino dei, sarebbe necessariamente risultato ridicolo. E, proprio malgrado, di ciò non avrebbe potuto che iniziare a convincersi anche ella stessa, nell’assuefarsi, giorno dopo giorno, sempre più a quella nuova vita, a quella nuova realtà, e a quella realtà sicuramente più semplice, più banale rispetto a qualunque altra mai vissuta, forse e persino meno affascinante, e, ciò non di meno, a modo suo appagante, nella quieta abitudinarietà della sua esistenza e nell’affetto dei suoi cari.
Indossato il proprio grembiule e timbrato quindi il cartellino alle 8.30, Madailéin Mont-d'Orb avrebbe quindi affrontato quella nuova giornata di lavoro con quanta più serenità possibile, scambiando battute con i propri colleghi, talvolta concedendosi occasione di lamentarsi dei clienti più irrispettosi, e affrontando, minuto dopo minuto, ora dopo ora, le otto ore della propria giornata lavorativa, più eventuali straordinari, prima di uscire di lì e fare ritorno a casa, la dove avrebbe potuto impegnarsi a ricambiare il favore del mattino impegnandosi a preparare la cena per il padre, in maniera tale che, quand’egli sarebbe a sua volta rientrato, avrebbero potuto porsi, ora con maggiore quiete, a tavola, raccontandosi gli aneddoti delle rispettive giornate lavorative, prima di prendere qualche decisione nel merito della serata e delle ore che così sarebbero loro rimaste prima dell’ineluttabile appuntamento con il letto.
E benché, più di una volta, suo padre non aveva mancato di invitarla a uscire di casa, a non fermarsi in compagnia di un vecchio come lui e a cercare di recuperare gli anni della vita che non aveva potuto vivere, trovandosi una qualche compagnia e godendosi quanto così concessole, per Maddie, in verità, il piacere più grande avrebbe avuto a doversi considerare proprio potersi godere la compagnia di Jules, così come, suo malgrado, Midda non aveva mai avuto occasione di compiere.

martedì 13 novembre 2018

2727


Il blocco nel quale ella venne così a trovarsi non ebbe possibilità di essere risolto in quel giorno, né nei giorni successivi, e neppure nelle settimane successive.
Nel massimo rispetto del segreto professionale esistente fra loro, Jacqueline si era ben guardata da condividere con la famiglia Mont-d'Orb i dettagli dei propri progressi con Madailéin, e, fortunatamente, Nóirín non si era dimostrata sì attaccata al proprio denaro da mettere in dubbio l’efficacia di quella loro prolungata terapia, pretendendo l’evidenza di risultati o giustificazioni per l’assenza degli stessi: in ciò, quindi, alla strizzacervelli non mancò occasione di strutturare lo sviluppo del proprio piano, della propria strategia, senza sgradevoli interferenze esterne. Sviluppo che, di conseguenza, non avrebbe neppur previsto, effettivamente, una completa riabilitazione della donna prima del suo ritorno al mondo circostante… anzi. Dal proprio punto di vista, nulla meglio di una reale immersione fisica ed emotiva nella realtà avrebbe potuto aiutare la propria paziente a riprendere completamente il controllo dei propri pensieri, e, soprattutto, a distinguere irremovibilmente quanto avrebbe avuto a dover essere considerato realtà da quanto, altresì, ella poteva credere di aver vissuto in quegli ultimi trentatré anni, in un nodo che, alla fine, la sua mente razionale avrebbe certamente aiutato a sciogliere.
Forte di simile idea, il giorno delle dimissioni di Maddie poté essere in tal maniera quietamente fissato sulla base delle sole indicazioni di Lorenzo e del sopraggiunto Munahid, con l’impegno, comunque, a proseguire altresì gli incontri con Jacqueline, certamente secondo nuove tempistiche e nuove modalità, e, tuttavia, con un interesse ormai sincero da parte della stessa paziente a non abbandonare quel discorso, quel confronto. Nel folle paradosso di quell’improbabile, duplice esistenza, il fatto che la strizzacervelli avesse a essere considerata l’unica persona effettivamente informata sui fatti, l’unica persona con la quale potesse permettersi di parlare di Midda e del suo mondo, per lei avrebbe avuto a doverla necessariamente inquadrare qual un’irrinunciabile confidente, al di là dei precedenti sentimenti di tradimento che avrebbe avuto a dover accusare. Non fosse stato per Jacqueline, infatti, e per le occasioni di dialogo con lei, difficilmente ella sarebbe mai stata in grado di affrontare la quotidianità con sua sorella, con suo padre, e con tutto quel nuovo mondo, con il quale desiderava riuscire a imparare a confrontarsi, pur non rinnegando, in ciò, nulla di quanto vissuto sino a quel momento.
Pur non avendo rinunciato alla consapevolezza di essere Midda Namile Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, la donna da dieci miliardi di crediti, ella non avrebbe potuto neppur escludere, in tutta onestà, che qualcosa, in quel mondo, le appartenesse: non a confronto con la propria confidenza linguistica nei riguardi di quella stessa realtà; non innanzi ai propri sentimenti per la propria famiglia per così come lì le era stata concessa occasione di riabbracciare; e non, neppure, innanzi alla sempre maggior evidenza di quanto molte figure della propria vita avessero lì a doversi considerare presenti, e presenti in maniera tale da non poterle permettere di escludere l’ipotesi di inconscia suggestione formulata a Jacqueline, tale per cui una parte dei propri ricordi, delle proprie certezze nel merito dell’altra vita vissuta, avrebbero avuto a dover essere considerate qual influenzate da fugaci percezioni del mondo reale attorno a sé, tale da permetterle, a esempio, di cogliere le immagini dei propri nipoti, dei figli adottivi della sua gemella, e di renderli propri all’interno di quel complicato panorama onirico che, forse, era stata la sua vita nel corso del lungo periodo di coma. Una vita, e un intero universo, che il suo cervello aveva così creato per lei, con qualche ispirazione dai suoi ricordi, e dalla realtà a lei circostante, per tentare di sopravvivere a quell’interminabile oscurità nella quale, altrimenti, sarebbe ricaduta, offrendole, altresì, l’occasione di crescere, di maturare, divenendo anche nella propria mente, nel proprio cuore e nel proprio animo quella donna che pur, nel proprio corpo, non avrebbe potuto ovviare a diventare. Così, per quanto una parte della sua mente, del suo cuore e del suo spirito non potessero ovviare a confidare nella possibilità di un ritorno a casa, dal proprio amato, dai propri figli; una parte sempre maggiore di lei non avrebbe potuto ovviare a razionalizzare gli elementi così lì offertile, e ad accettare, in tal maniera, che forse, effettivamente, ella stava lì risvegliandosi da un lungo, da un lunghissimo sogno… e che, in ciò, soltanto folle sarebbe stato per lei rinunciare a vivere alla nuova occasione di vita così riservatale in nome di un mondo che, probabilmente, non era mai esistito.
Proprio di ciò, quindi, ella ebbe a discutere insieme con Jacqueline il giorno prima del proprio programmato ritorno alla realtà, nel mentre in cui, ancora, non avrebbe potuto impegnarsi a tenersi parzialmente distratta dalla complessità di quella questione, e di una questione volta a porre in dubbio un’intera esistenza, concentrandosi sulla realtà propria della nuova protesi destra, una protesi con la quale stava necessariamente ancora prendendo le misure e che pur non avrebbe potuto disdegnare nella propria tecnologia…

« Certo con questa non potrò mettermi a combattere… » commentò, aggrottando appena la fronte, non nel desiderio di criticare lo straordinario lavoro di ingegneria lì presente e, ciò non di meno, non potendo mancare di cercare paragone con i due precedenti surrogati del proprio arto destro che l’avevano accompagnata in quegli ultimi decenni « … però è sufficientemente funzionale. E secondo Munahid mi permetterà di vivere tranquillamente la mia quotidianità, senza riservarmi troppi ostacoli. »
« Scusa un momento se mi permetto di puntualizzare… ma, sei consapevole che, in questo mondo, in questa realtà, tu non potrai permetterti di combattere a prescindere dalla qualità della tua protesi? » le volle ricordare Jacqueline, con un sorriso tranquillo, nel riaffrontare un argomento che già era stato centrale in molte loro recenti conversazioni « A differenza di quello che puoi aver visto in televisione, non è normale, per nessuno, l’idea di andare in giro a fare a botte… e, soprattutto, l’omicidio non è mai accettabile come soluzione di un problema, qualunque esso sia. » ribadì, in un’avvertenza che probabilmente avrebbe avuto a doverla preoccupare nella propria semplice occorrenza, e che pur così non avrebbe avuto a essere nella serenità d’animo che, comunque, aveva veduto contraddistinguere da sempre la propria paziente, al di là di quanto, nel confronto con i racconti da lei proposti, avrebbe probabilmente avuto a dover essere giudicata una pericolosa e violenta sociopatica, non da restituire al mondo ma da rinchiudere a vita in qualche istituto.
« Lo so. Lo so. » annuì quietamente l’altra, stringendosi appena fra le spalle « E comunque te l’ho detto: non è che mi sia mai piaciuto uccidere, in maniera fine a se stessa… tutti coloro che ho ammazzato, per quanto mi riguarda, se lo meritavano. » puntualizzò, salvo poi rendersi conto di un’ineluttabile nuovo intervento della propria strizzacervelli in conseguenza a quell’ultima affermazione, ragione per la quale decise di giocare in contropiede e di proseguire, per raddrizzare il tiro di quella propria presa di posizione « Non che sia mio interesse uccidere qualcuno, sia chiaro. »
« Ecco… » annuì la dottoressa, non negandosi un leggero sospiro indice di un impegno a cercare di scendere a patti con la complessità di quella situazione, talvolta sinceramente complicata anche per lei « Per cortesia, Maddie: per quanto là fuori potranno farti arrabbiare, ricordati che, qualunque reazione violenta, non potrà che condurti dalla parte del torto. E, soprattutto, ferirà sicuramente la tua famiglia, coloro che ti vogliono bene e che per te desiderano ora una vita felice… non una vita da galeotta. »
« Credo che questa sia la trentesima volta che ripeti un simile concetto… » ironizzò la donna dagli occhi color ghiaccio, scuotendo appena la testa con aria divertita.
« E temo che dovremo arrivare a quota cento prima che abbia a diventare superfluo… » replicò Jacqueline, scuotendo appena il capo « Scherzi a parte, ho piena fiducia in te: sei una persona straordinaria, che ha affrontato una prova terribile, e che è riuscita non soltanto a sopravvivere ma, anche e soprattutto, a riprendersi, e a riprendersi in maniera mirabile, come ogni tuo singolo gesto, in questo momento, non può che comprovare. » asserì, in un discorso che non avrebbe voluto essere motivazionale, quanto e piuttosto un concreto attestato di stima nei suoi confronti, da medico a paziente e, ancor più, da donna a donna « Vai là fuori e vivi la tua vita, amica mia… te lo meriti! »

lunedì 12 novembre 2018

2726


« E’ complicato. »

Tale fu la sua non semplice ammissione a confronto con Jacqueline, quando, dopo un prolungato periodo di rifiuto di qualunque possibilità di confronto con lei, decise alfine di tornare a rivolgerle la parola.
Una decisione, quella che ella maturò, che giunse soltanto a distanza di diverse settimane da quell’imprevisto confronto con lei, animato dalle fotografie di Tenebra e dei suoi nipoti. E una decisione che giunse nel mentre in cui il suo corpo avrebbe ormai potuto vantare di aver riconquistato una certa autosufficienza, tale per cui, insieme a Lorenzo, le era persino stata concessa l’opportunità di iniziare a prendere in esame la possibilità di affrontare il discorso protesi. Un discorso a lungo rimandato, quello del suo perduto arto destro, non perché prima ella non desiderasse sopperire al medesimo, quanto e piuttosto perché, in maniera quietamente giustificabile, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto interesse del suo fisioterapista quello di permetterle innanzitutto di riguadagnare controllo sul corpo ancora in suo possesso, prima ancora di potersi distrarre nel tentare di concentrarsi sulla possibilità di guadagnare occasione di controllo su quanto, piuttosto, le era stato così tragicamente sottratto.
Interessante nota a margine di tutto ciò, proprio nell’iniziare a prendere in considerazione l’idea della protesi le era stata quindi concessa inattesa occasione di incontrare la versione locale del fratello d’arme di Be’Wahr, Howe, il quale, in quel mondo, in quella realtà, avrebbe avuto a impersonare un esperto nel campo dei dispositivi prostetici, il dottor Munahid Versini. Una figura estremamente attenta e professionale, quella così introdottasi a lei, la quale non avrebbe avuto a doversi considerare confidente con il suo settore d’interesse lavorativo soltanto per semplice, e pur rispettabilissima, preparazione accademica, quanto e piuttosto per concreta sperimentazione pratica, laddove, anch’egli, proprio malgrado, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto più che interessato personalmente nella questione in termini poi non dissimili da quelli propri di Maddie, nel presentare, in luogo al proprio braccio mancino, un esemplificazione molto interessante delle potenzialità della tecnologia locale. Una tecnologia, quella che il supporto economico di Rín non avrebbe mancato di renderle disponibile, che, certamente, non le avrebbe potuto offrire il medesimo genere di applicazioni, magiche o tecnologiche, a cui avrebbe avuto a doversi considerare abituata, e che pur, con un po’ di impegno, le avrebbe comunque potuto garantire un certo, non banale, livello di recupero.
Nel corso di quelle settimane, non potendo comunque ovviare agli appuntamenti giornalieri con Jacqueline, ella si era quindi dimostrata semplicemente intenta a offrirle scena muta. Scena muta, la sua, che avrebbe avuto a dover essere considerata non soltanto conseguenza di una ancor in digerita avversione in conseguenza al senso di tradimento provato, e provato nel momento in cui la strizzacervelli aveva tentato di rigirare in sua opposizione una parte delle informazioni con lei onestamente condivise; ma anche, e forse, per la necessità, da parte sua, di elaborare qualcosa, e di elaborare qualcosa prima a livello inconscio, poi a livello subconscio, sino ad arrivare, a quel punto, al livello superiore, quello conscio, e, in ciò, ritrovarsi quasi costretta a riprendere voce, per cercare supporto in tutto ciò.

In silenzio, a confronto con quell’ammissione, Jacqueline evitò un qualunque genere di percettibile reazione emotiva, negandosi non soltanto un eventuale senso di sorpresa, qual pur non avrebbe potuto effettivamente ammettere di provare, ma, anche, di compiacimento, qual pur avrebbe avuto a esserle proprio nell’evidenza di quanto, forse, finalmente la situazione avrebbe iniziato a sbloccarsi.
Per la dottoressa, dopo gli azzardi compiuti con quella paziente, sia nell’offrirle inizialmente corda, sia, poi, nel cercare di scendere a patti con la sua parte più razionale, assolutamente non scontato avrebbe avuto, in verità, a dover essere giudicato un qualunque esito per quella questione: obiettivamente rappresentando una delle pazienti più complicate della propria carriera, per Jacqueline il proprio rapporto con Maddie rappresentava una sfida, una sfida affascinante, una sfida complicata, ma, soprattutto, una sfida motivata, e motivata dalla volontà di restituire a quella donna la vita che, tanto ingiustamente, le era stata sottratta trentatré anni prima. E per quanto spiacevole avrebbe avuto a doversi considerare distruggere, per lei, le illusioni di quell’altra esistenza che credeva di aver vissuto, di quell’altra realtà alla quale ella credeva di appartenere, tutto ciò avrebbe avuto a doversi considerare, invero, qual necessario, e necessario non per imporle un torto, quanto e piuttosto per renderle giustizia, anche laddove per lei non avrebbe avuto a doversi, immediatamente, riconoscere evidente.
Certo avrebbe avuto a dover essere considerato quanto quelle settimane di ostinato silenzio non avessero avuto a contribuire in positivo alla fiducia della psicologa nella propria strategia… anzi.
Ma quell’ultima affermazione, quella quieta asserzione, quella sofferta ammissione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual gratificante premessa di un positivo sblocco, e di quello sblocco razionale sul quale ella aveva voluto scommettere, e che, forse, l’avrebbe finalmente condotta a un risultato.

« Io sono perfettamente cosciente di quanto la mia vita come Midda Bontor non sia stata un’illusione. Io sono perfettamente consapevole di quanto Be’Sihl, Tagae, Liagu, Duva, Lys’sh, Rula e tutte le altre persone della mia quotidianità esistano, e di quanto io tenga a loro e di quanto loro tengano a me. Io sono assolutamente certa di non essere impazzita… » premesse, a sostegno di tutto quello che aveva sempre sostenuto e che non avrebbe potuto ovviare a continuare a sostenere, non volendo rinnegare nulla del proprio passato « … ma… » accennò, ritrovandosi tuttavia poi costretta ad ammutolire, e ad ammutolire nella consapevolezza di quanto quella semplice congiunzione avrebbe avuto a doversi considerare terribilmente ricca di significati, e di significati volti, in maniera non dissimile a un colpo di spugna, a cancellare tutto quanto appena affermato, tutto quanto così dichiarato, voltando pagina e ricominciando il discorso da capo, a dispetto di quanto allora appena asserito « … qualcosa non va. »
« Qualcosa…? » domandò con tono quieto, non forzatamente accomodante, e, ciò non di meno, atto a invitarla a proseguire, a non arrestare in tal modo quell’analisi, e quell’analisi che, ora, ella stessa stava desiderando compiere, e stava desiderando compiere senza alcun genere di forzatura da parte sua, testimonianza dell’assenza della quale avrebbe avuto a dover essere considerata la sua pazienza nell’attendere la spontaneità propria di tutto ciò.
« Il mio rapporto con Rín… e con papà… è qualcosa di strano a descriversi. E’ qualcosa di bello. » dichiarò, non potendo ovviare ad ammettere, in fede, di non riuscire più a riconoscere quelle due persone quali degli estranei, o delle semplici versioni alternative della propria famiglia, quanto e piuttosto la propria famiglia, e quella famiglia nella quale potersi, finalmente, sentire felice, nella quale potersi finalmente riservare un ruolo, così come, sino a quel momento, non era stata in grado di fare in precedenza, pur avendolo sempre desiderato nel profondo del proprio cuore « E per quanto mi voglia sforzare di definire questo mondo qual non mio… qualcosa, nel profondo del mio cuore, mi impedisce di farlo. Mi impedisce di rinnegare l’amore di mia sorella, di mio padre… mi impedisce di rifiutare loro il conforto del sapermi nuovamente fra loro... » cercò di spiegare, più a se stessa che alla propria interlocutrice, la quale, pur, ebbe a dimostrarsi seriamente attenta a ogni sua parola « … eppure… » accennò nuovamente, in un’altra congiunzione volta a cancellare ancora una volta tutto quanto così dichiarato, svoltando nuovamente pagina, per ricominciare da capo o, forse, per ritornare alla pagina precedente, a dimostrazione della propria più intima confusione, della propria sincera incapacità a comprendere in che direzione aver a poter volgere il proprio sguardo « … non voglio far finta di non aver vissuto la mia vita come Midda Bontor. Non voglio far finta di non aver amato, di non aver sofferto, di non aver compiuto nulla di quanto pur ho compiuto nel corso della mia vita. Non voglio credere che sia stato tutto soltanto un sogno, e soltanto il sogno di una bambina ritrovatasi bloccata all’interno del proprio stesso corpo per oltre tre decenni. » sancì, esprimendo la propria avversione a quell’eventualità e, ciò non di meno, in tutto quello, anche non escludendo simile possibilità, per quanto, in tal paradosso, ella non potesse ovviare a sentirsi bloccata.

domenica 11 novembre 2018

2725


« … come…?! » esitò l’altra, confusa da quella reazione, lasciandosi abbracciare e abbracciandola, e pur non riuscendo a comprenderla… non pienamente, quantomeno.
« Sono io che avrei dovuto essere lì con te al momento della tua laurea, per applaudirti, per scattarti delle foto, per complimentarmi con te e poter raccontare a tutti di quanto fossi orgogliosa per il risultato da te conseguito. » dichiarò, ritraendosi appena da lei soltanto nella misura utile a guardarla negli occhi, e, in ciò, a permetterle di verificare tutta la sincerità di quelle proprie parole nel proprio stesso sguardo, e in uno sguardo carico d’amore per lei « Sono io che avrei dovuto essere lì con te al momento delle tue imprese sportive, delle tue vittorie, per supportarti, per tifare per te, per abbracciarti alla fine delle gare e poter gridare al mondo tutta la mia gioia per le tue strabilianti vittorie. » continuò, stringendo per un momento le labbra nella necessità di imporsi un certo decoro, e un decoro allor utile a non scoppiare a piangere per la commozione « Sono io che avrei dovuto essere lì con te il giorno del tuo matrimonio, per aiutarti a vestirti, per minacciare il tuo futuro marito di atroci sofferenze laddove non ti avesse rispettata e onorata in ogni singolo giorno della propria esistenza, per brindare alla vostra felicità e, magari, metterti in imbarazzo con qualche aneddoto indicibile della nostra infanzia. » insistette, ora non riuscendo più a trattenere le lacrime e, in questo, tornando ad abbracciarla, a stringerla a sé solo per nascondere, per celare, in quella maniera, la propria incontrollata emotività « Sono io che avrei dovuto esserci… »

Difficile sarebbe stato, per la donna guerriero, riuscire a definire il proprio effettivo stato d’animo in quel momento, le emozioni che si stavano agitando nel suo petto a confronto con tutto ciò.
Pur perfettamente consapevole di non essere Maddie, pur perfettamente consapevole del fatto che quella non fosse realmente sua sorella né, tantomeno, che quello avesse a doversi considerare il suo mondo, il suo stesso piano di realtà, quelle prime settimane, quei primi mesi trascorsi in compagnia di quella famiglia, di Rín, ma anche di loro padre Jules, attraverso quegli appuntamenti praticamente quotidiani, quelle loro costanti visite e il tempo che, tutti e due, non mancavano di tributarle, al di là dei rispettivi impegni lavorativi, tutto ciò avrebbe avuto a doversi considerare, obiettivamente, molto più di quanto, nel proprio mondo, nella propria realtà, avrebbe potuto vantare di possedere nel confronto con la propria famiglia, sia per propria scelta, ma anche, e soprattutto, in spiacevole conseguenza della faida trentennale venutasi a generare, per sua colpa, fra lei e Nissa. Paradossale, allora, avrebbe avuto a doversi obiettivamente riconoscere quanto ella avrebbe avuto a potersi considerare più estranea nei confronti del proprio vero padre, Nivre, e della propria vera, e purtroppo defunta sorella gemella, Nissa, rispetto a quanto, in quell’assurda esperienza impostale da qualunque cosa avesse compiuto Desmair, ella non avrebbe avuto a poter vantare d’essere nei riguardi di Jules e di Rín, provando, al di là di tutto, un sincero affetto, un concreto sentimento d’amore nei loro confronti.
E tutto questo non avrebbe potuto evitare di confonderla, nel negarle la possibilità di avere fiducia nei propri stessi sentimenti, nelle proprie stesse emozioni, per così come mai, nel corso della propria vita, le era accaduto, avendo sempre ciecamente abbracciato la propria quotidianità senza porsi eccessive domande, senza porsi eccessivi dubbi o interrogativi, ma vivendola nella sua pienezza per così come le sarebbe stata offerta e per così come, sovente, ella stessa sarebbe andata a plasmarla, nel bene o nel male, attraverso le proprie scelte, attraverso la propria autodeterminazione.
Così, pur certa di provare amore per Be’Sihl, di provare amore per Tagae e Liagu, di essere pronta a morire per tutti loro, così come per ogni proprio compagno a bordo della Kasta Hamina, a iniziare dalle proprie tre amiche, dalle proprie tre sorelle d’arme, Duva, Lys’sh e Rula, ella non avrebbe potuto ovviare ad ammettere di provare una certa, egoistica volontà rivolta a non perdere quanto allora offertole, a non rinunciare a quanto lì inaspettatamente trovato, a quella famiglia che tanto, come ogni bambina, ragazza, giovane e donna, non avrebbe potuto ovviare a desiderare essere presente ad attendere il suo ritorno a casa, e che pur non le era stata concessa occasione di ritrovare innanzi al proprio sguardo quel giorno perduto nel tempo, negli anni della propria vita passata, in cui ella aveva provato a fare ritorno alla propria isola natale, dopo lunghi anni per mare nel corso dei quali ella era certamente cresciuta, ma anche il resto del suo mondo era andato avanti… e non in maniera comunque piacevole come in quella realtà, in quella dimensione. Egoista, probabilmente, forse addirittura certamente, ma tutt’altro che sciocca, ella non avrebbe mai potuto pretendere che la sua famiglia, suo padre, sua madre, sua sorella, si negasse occasione di vivere la propria vita in sua assenza, trattenendo metaforicamente il respiro sino al suo ritorno: ma dal non pretendere che la propria famiglia si negasse occasione di andare avanti senza di lei, a ritrovarsi, improvvisamente e crudelmente rinnegata dalla propria stessa sorella gemella, da questa indicata, addirittura, come concausa della tragica scomparsa di loro madre, e di una madre per la perdita della quale neppure le era stata così concessa possibilità di piangere la scomparsa, avrebbe avuto a dover sussistere un abisso… e un abisso il quale, in quel mondo a lei così estraneo, e pur ogni giorno anche sempre più familiare, sembrava poter essere destinato a colmarsi, e a colmarsi nell’affetto, nella presenza, nella vicinanza di sua sorella Rín e di suo padre Jules.
… no… non erano veramente sua sorella e suo padre…

« Sciocca tu. » replicò Rín, scuotendo appena il capo e celando, dietro a un sorriso tirato, il proprio reciproco desiderio di scoppiare, allora, in lacrime, e di scoppiare in lacrime nel confronto con quella situazione ogni istante più emotivamente sconvolgente, lieta di non aver subito alcuna ira da parte della propria gemella e, pur, ritrovandosi così commossa da quelle ultime parole da aver quasi a desiderare una reazione più avversa da parte sua « Sei tu una stupida sciocca… non io! »
« Può essere… » sorrise l’altra, annuendo appena « Ma… potresti almeno argomentare il perché…?! » le domandò, liberandola dal proprio abbraccio solo per poterla tornare a osservare negli occhi.

E benché quella richiesta avrebbe avuto a doversi considerare qual una richiesta assolutamente legittima, e che più che legittima, la semplicità della stessa, in netta contrapposizione alla complessità di tutte le emozioni lì in giuoco, per diverse ragioni, su entrambi i fronti, non permise a Rín alcuna possibilità di formulare una qualunque risposta. Così, dopo aver mosso per qualche istante le proprie carnose labbra senza emettere il benché minimo suono, Rín tornò a gettarsi addosso alla propria gemella, prendendo ora lei l’iniziativa di quel nuovo abbraccio e, in esso, riservandosi la possibilità di celare tutte le calde lacrime che non avrebbero potuto ovviare a solcarle il volto, gocciolando tiepidamente sulla spalla della sorella.
A lungo ebbe, questa volta, a perdurare quel loro abbraccio, ora senza più necessità di aggiungere altro, ora senza più bisogno di dire qualcosa di più. Le chiacchiere sarebbero presto tornate fra loro, e nel merito di molti altri eventi, sicuramente, Rín avrebbe avuto ragione di riferire testimonianza alla propria gemella. Ma in quel momento, in quel preciso frangente, soltanto il silenzio di un abbraccio avrebbe avuto ragion di sussistere fra loro. Un silenzio non privo di valore, non privo di significato, ma, altresì, tanto carico di emozioni da non riuscire a essere tradotto a parole e, probabilmente, da non aver neppure necessità di essere tradotto a parole.
A lungo ebbe, quindi, a perdurare quel loro abbraccio, almeno sino a quando colei che aveva dato origine allo stesso non ebbe a porvi fine, e a porvi fine in maniera quasi sofferta, nel sincero piacere che quel contatto sororale a lungo perduto non avrebbe potuto che donarle. E guardandosi in faccia l’un l’altra, e rendendosi reciprocamente conto di quanto rossi fossero i loro occhi, dimostrazione di quanto entrambe dovessero aver a lungo pianto, l’unica reazione a cui poterono abbandonarsi fu quella propria di una duplice, sonora risata, nell’offrire allora libertà alla felicità che tanto aveva colmato i loro cuori.

sabato 10 novembre 2018

2724


« Fammi capire un momento. » levò una mano a chiedere la possibilità di riservarsi qualche istante per tentare di riassumere quanto così appreso e, soprattutto, di digerire l’intera questione « Mentre io ero in coma, tu hai trovato un lavoro e hai proseguito gli studi, conseguendo i più alti voti possibili. Hai partecipato alle paralimpiadi, vincendo tre medaglie. Hai fondato un’associazione senza scopo di lucro per offrire assistenza legale a persone contraddistinte da disabilità fisiche o mentali. Hai aperto un blog e hai dieci milioni di seguaci su insta-coso, qualunque significato tutto ciò possa riservarsi occasione di avere… suona comunque come qualcosa di importante. Sei proprietaria di una grande azienda internazionale. E, soprattutto, ti sei innamorata, ti sei sposata e hai addirittura adottato una coppia di bambini, che stai crescendo come fossero tuoi. »  tentò di riordinare le idee al termine dell’ennesima, lunga chiacchierata con la propria gemella, una chiacchierata le sfumature minori della quale, probabilmente, le erano sfuggite, tipo cosa significasse aprire un blog e avere dieci milioni di seguaci su insta-coso, ma il senso generale del quale, altresì, l’aveva colto e l’aveva colto molto bene, comprendendo come, anche in quella realtà la sua straordinaria sorella avesse, ancora una volta, accumulato una serie straordinaria di trionfi, di vittorie, imponendosi in quel mondo così come era accaduto nel proprio « Ho dimenticato qualcosa…?! »
« Beh… tecnicamente non sono proprietaria di una grande azienda internazionale: sono solo la Responsabile del Dipartimento di Ricerca e Sviluppo della sede locale. » puntualizzò Rín, chinando appena lo sguardo in un misto di modestia e di imbarazzo, che subito scacciò da sé con un sorriso divertito e un commento scherzoso a tal riguardo « Diciamo che ho i miei risparmi da parte… ma non sono così ricca da possedere una delle più grandi aziende del mondo del settore. »
« Ah… scusami. » invocò ironicamente il suo perdono l’altra, aggrottando appena la fronte « Non hai ancora avuto il tempo di acquisirla… ma, di questo passo, sono certa che, fra qualche anno, finirai anche per governare questo Paese! » suggerì, in quella che avrebbe avuto a poter essere considerata quasi una burla se, soltanto, ella non l’avesse vista, da umile figlia di pescatori, raggruppare, al proprio servizio, tutti i pirati dei mari del sud del proprio mondo, dando vita, a partire dal nulla, a una vera e propria nazione, e una nazione potente e temuta come poche altre.

D’accordo: quella di fronte a lei non era tecnicamente Nissa. E il mondo attorno a loro non sarebbe stato in alcun modo equivocabile con il suo natale. Ma, certamente, la parabola ascendente seguita dalla propria gemella, o dalla sua versione locale, avrebbe avuto a dover essere giudicata egualmente ammirevole, conducendola, anche in quella realtà, a una posizione di straordinario successo, e di ammirabile completezza, a confronto con la quale ella stessa non avrebbe potuto ovviare a potersi considerare pressoché una fallita, benché, almeno in quel mondo, priva di reale colpa, nell’aver trascorso gli ultimi trentatré anni in coma.
E per quanto, in tutto ciò, un pizzico di gelosia, di invidia, non avrebbe potuto ovviare ad animare il suo cuore nel confronto con la splendida vita che sua sorella era riuscita a riservarsi occasione di vivere; osservandola in quella coppia di occhi limpidi, scevri da qualunque malizia, da qualunque malignità, e, soprattutto, da qualunque avversione nei suoi confronti, ella non avrebbe mai potuto concedersi opportunità di mal giudicare la propria gemella. Anzi: non avrebbe potuto ovviare a essere felice per la sua felicità, a gioire per la sua gioia, forse e persino in misura maggiore rispetto a quanto non avrebbe potuto esserlo neppure nell’eventualità avesse scoperto tutto ciò fosse accaduto a se stessa.

« Non capisco solo perché non mi avete voluto parlare di tutte queste cose… né tu, né papà. » riprese poi, con una nota quasi di amarezza al confronto con l’evidenza di quanto, comunque, non fosse stato per Jacqueline e la sua rivelazione sui due bambini, e non fosse stato per Lorenzo e il suo accenno ai successi paralimpici della gemella, probabilmente ella non avrebbe ancora avuto la benché minima idea di tutti gli straordinari successi della propria interlocutrice, né, tantomeno, del fatto che, fuori di lì, dopo averla salutata, avesse il calore del focolare domestico a cui poter fare ritorno « Di cosa avevate paura…?! »
« Non è che avessimo paura… » escluse Rín, scuotendo leggermente il capo « E’ che sei rimasta in coma per trentatré anni… e in questi ultimi trentatré anni il mondo è cambiato molto più di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Il mondo è andato avanti. Io sono andata avanti… e sono andata avanti non per dimenticarti, perché non ti ho mai dimenticata un solo giorno della mia vita, ma per cercare, anzi, di vivere e di vivere al pieno anche per te e per la mamma. Di vivere al pieno quella vita che a me era stata in tal modo concessa mentre a voi… a voi no. » spiegò, con voce sinceramente provata dalle emozioni, e dalle emozioni che, forti, ebbero a scuoterla dal profondo del suo cuore, nel pronunciare quelle parole, nel cercare di argomentare la scelta di quel silenzio, e di quel silenzio che, ora se ne rendeva conto, forse aveva ferito colei che sola, mai, avrebbe desiderato poter ferire in alcun modo « E quando, alla fine, ti sei svegliata… non ho potuto fare a meno di sentirmi in colpa. E di sentirmi in colpa all’idea di quanto io fossi andata avanti, insieme al resto del mondo, lasciandoti indietro… e in questo… sì, credo di aver avuto paura. Hai ragione… ho avuto paura. » corresse la propria precedente negazione, riformulandola completamente « Ho avuto paura di poterti ferire. Ho avuto paura che il mio essere andata avanti potesse, in qualche maniera, sembrarti un tradimento… e che tu potessi, in qualche misura, odiarmi per questo. Che tu potessi sentirti abbandonata da me… »

Parole, quelle che Rín ebbe a rendere proprie, che ebbero a descrivere una situazione emotiva, una serie di timori e, soprattutto, di potenziali rancori, a confronto con i quali, in verità, la sua interlocutrice non avrebbe potuto ovviare a considerare una certa familiarità. E una familiarità per lei derivante da un’eguale frangente vissuto, tuttavia, a posizioni invertite, quando era stata lei che, trentatré anni prima, aveva abbandonato la propria gemella, era andata avanti senza di lei, aveva vissuto la propria vita lasciandola indietro, facendola sentire tradita e, soprattutto, alimentando, nel suo cuore, quel sentimento di odio, e di quell’odio a confronto con il quale, poi, le esistenze di entrambe si erano viste non soltanto rovinate, ma addirittura distrutte, e distrutte in tutto ciò che avrebbero potuto essere e che mai avevano avuto occasione di divenire.
Parole, quelle che Rín ebbe a rendere proprie, che ebbero quindi a raggiungere la mente, il cuore, l’animo della sua ascoltatrice in maniera estremamente più viva di quanto, probabilmente, l’altra non avrebbe potuto immaginare, e che ebbero a riaprire in lei un’antica ferita, in quel senso di colpa, in quella vergogna della quale, in quel momento, anche la sua gemella stava riferendo testimonianza. Una vergogna, una colpa, a confronto con la quale, tuttavia, non avrebbe desiderato abbandonarla, non avrebbe desiderato condannarla, nel ripetere, potenzialmente, tutto ciò che anch’ella aveva vissuto: no… il suo penitente tributo, in tal senso, avrebbe avuto a dover essere considerato sufficiente per entrambe, e sufficiente a evitare, almeno a lei, di avere a doversi confrontare con quel peso, con quel macigno che, comunque, avrebbe per sempre pesato sulla sua mente, sul suo cuore, e sul suo animo.

« Sciocca. » sancì pertanto ella, con voce che avrebbe desiderato apparire ferma, e che, invece, ebbe a offrirsi a sua volta incrinata dalle emozioni che, in tutto ciò, l’altra era stata in grado di suscitare in lei « Sei una stupida sciocca! » insistette, scuotendo appena il capo, prima di sforzarsi di alzarsi e, con tutta la difficoltà per lei ancora propria nei movimenti, di coprire la breve distanza esistente fra loro, prima di genuflettersi al suolo, quasi cadendo in verità a terra, solo per porsi alla sua altezza e poterla abbracciare, con l’unico braccio rimastole « Non potrei mai odiarti. Non potrei mai odiarti per questo. Sono stata io a lasciarti sola per tutto questo tempo… non tu. » argomentò, in un discorso meno razionale di quanto probabilmente avrebbe sperato potesse apparire, e che pur, in quel frangente, avrebbe mischiato, in maniera confusa, tanto il punto di vista di Midda quanto quello di Maddie « Sono io che dovrei chiedere scusa a te per non esserci stata… e per non essere stata presente in ogni singolo giorno della tua meravigliosa vita! »

venerdì 9 novembre 2018

2723


“D’accordo…” annuì mentalmente ella, decisa a liberarsi di quella negativa apatia che la stava iniziando a dominare “… farò a modo tuo, Thyres. Ti dimostrerò ancora quanto una figlia dei mari sappia imporsi al di sopra d’ogni tempesta, conquistando con le proprie forze e il proprio coraggio la via di casa.”

La base di partenza offertale da quel corpo non avrebbe avuto a potersi considerare un granché… anzi.
Per quanto quello avesse a doversi considerare, a tutti gli effetti, il suo stesso corpo, non soltanto quei muscoli, quelle membra, non erano stati temprati nel fuoco di mille e più battaglie, al pari dei suoi, né, tantomeno, avevano avuto occasione di forgiarsi nell’impegno del lavoro di allenamento quotidiano al quale, pur, mai ella si sarebbe sottratta, innanzi al quale mai ella era venuta meno in tutti quegli anni, a prescindere dalla situazione, dal contesto o dalla propria stanchezza, fisica o psicologica: ancor peggio quei muscoli, quelle membra, avrebbero avuto a doversi considerare pressoché alieni a qualunque forma di movimento, a qualunque ipotesi di stimolazione, ragione per la quale tanto più duro, tanto più complicato avrebbe avuto a doversi riconoscere l’impegno ogni giorno richiesto a lei, e al fedele Lorenzo, per cercare di insegnare, nuovamente, a quel corpo cosa significasse muoversi, cosa significasse porsi a sedere, alzarsi in piedi e, magari, compiere un singolo passo.  Un impegno indubbiamente improbo, nel considerare quanto, gesti abitualmente considerati tanto banali, avrebbero avuto a doversi considerare altresì frutto di un’accurata gestione di forze ed equilibri inconsci, ai quali nessuno di quei muscoli, di quelle membra, avrebbe avuto a doversi considerare addestrato, e ai quali, di conseguenza, la sua mente avrebbe avuto a dover altresì sopperire, con lo stesso impegno proprio di un bimbo che impara a muovere i propri primi passi o, forse, ancor più.
Positivo, a margine di una simile situazione, avrebbe soltanto avuto a doversi riconoscere quanto la sua mente non avesse a doversi considerare quella della povera Maddie, addormentatasi trentatré anni prima e mai più ripresasi, quanto e piuttosto quella della straordinaria Midda Namile Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, la donna da dieci miliardi di crediti, leggenda vivente la narrazione delle cui gesta abitualmente l’anticipava nel proprio cammino: la mente di una donna forte, la mente di una donna perfettamente consapevole delle proprie abilità e delle proprie possibilità, e, soprattutto, la mente di una donna che non si sarebbe mai fatta piegare da una sciocchezza qual quella propria del ritrovarsi intrappolata all’interno di un corpo incapace a muoversi. Che quel corpo non sapesse cosa fare, che quei muscoli non sapessero come funzionare, che quelle membra non volessero collaborare, non sarebbe stato per lei un problema: la sua mente… la sua mente e il suo animo sarebbero stati abbastanza forti per sopperire al resto, e per permetterle di guadagnarsi la propria vittoria.
Quasi con impeto, quindi, ella si riscosse dall’abbraccio sostenitore di Lorenzo e si rimise in piedi, traballante, certo, incerta, ovviamente, e pur in piedi, pronta a riprendere a muovere i propri passi, a impegnarsi in quel cammino di riabilitazione in grazia al quale, in quelle prime settimane, in quei primi mesi, tanto ella si era riservata, e in grazia al quale, ancora, certamente molto avrebbe riconquistato.

« Ehy… tigre! Vacci piano! » esclamò il suo fisioterapista, cercando di richiamarla a una maggiore prudenza, là dove tutto quell’impeto, se incontrollato, l’avrebbe soltanto ricondotta miseramente a terra « Ricordati che è solo con un passo alla volta, mettendo un piede dopo l’altro, che si può raggiungere qualunque meta: un passo alla volta! »
“Ed ecco che Be’Wahr mi insegna a camminare…” sospirò divertita nel profondo del proprio cuore, non potendo francamente credere a tutto quello che lì stava accadendo, e al fatto che, in quel mondo, in quella realtà, ella stesse realmente venendo addestrata da lui… e venendo addestrata, in verità, decisamente bene, visti i risultati che, sino a quel momento, era riuscito a conseguire.
« Sì, maestro. » rispose, non negandosi un misto di rispetto e di ironia in quella replica, e pur non potendo ovviare a provare indubbia riconoscenza al fato, o forse alla propria dea, per averle quantomeno posto accanto una simile persona per aiutarla a riprendersi, concedendole, in ciò, almeno un volto realmente amico in una situazione che pur, purtroppo, nulla di amichevole avrebbe avuto a poter vantare per lei.
« Maestro…?! » ripeté egli, aggrottando la fronte, nel cercare di comprendere quanto, di quella risposta, avesse effettivamente a considerarsi espressione di rispetto e quanto, piuttosto, di ironia, e, in effetti, non essendo neppur sicuro di quale alternativa poter preferire fra le due, in entrambi i casi non potendo ravvisare, per sé, tanto vantaggi quanto svantaggi.
« Preferisci… mmm… come era quel film che ho visto l’altra sera? Ah… sì, shifu! » domandò, sorridendo ora apertamente ironica e sorniona nei suoi confronti, ricorrendo anche all’uso di una parola in una lingua diversa da quella da loro parlata, in accordo con il termine proprio di un lungometraggio d’animazione visto insieme alla propria gemella solo qualche giorno prima.
« Ti prego, lascia perdere… » si pose una mano a coprirsi il viso, con aria d’imbarazzo « Oltretutto non sto certo insegnandoti il kung fu. » soggiunse poi, scuotendo appena il capo « Per quanto mi concerne, mi è sufficiente riuscire a farti camminare nuovamente da sola: cosa poi vorrai fare con le tue gambe e con il braccio che ti è rimasto, quello sarà un affare tutto tuo! Per quanto mi concerne, potrai anche andare a gareggiare alle paralimpiadi come tua sorella, se ti farà piacere… » puntualizzò, prendendo le distanze da quella possibile evoluzione della sua situazione personale « Non che non farei volentieri il tifo per te… al contrario! »
« Dove ha gareggiato mia sorella…? » esitò l’altra, non avendo ben compreso quel particolare termine adoperato da Lorenzo, un termine che avrebbe avuto a doversi considerare pressoché inedito alla sua attenzione, non avendolo mai sentito prima « … para-cosa? »
« Paralimpiadi. I giochi paralimpici. » ripeté e meglio esplicò l’altro, aggrottando la fronte in conseguenza alla mancanza di consapevolezza nel merito dei successi riportati dalla propria stessa gemella in quel particolare settore « Sono come le olimpiadi, solo riservate ad atleti ai quali la fortuna non ha voluto arridere tanto quanto ai loro più blasonati colleghi, ma che, ciò non di meno, desiderano impegnarsi tanto quanto loro, se non persino di più, per dimostrare tutto il proprio valore, tutta la propria determinazione e la propria forza d’animo. » cercò di spiegare, senza ricercare particolare diplomazia nell’esprimersi in quella maniera, per così come, subito dopo, ebbe ulteriormente a chiarire « Per quanto mi concerne, e spero che alcuno ne abbia a male per questa mia idea, i giochi paralimpici offrono una dimostrazione di concreto spirito sportivo persino superiore a quelli olimpici. Giacché se nel pieno della propria forma fisica, della propria salute, facile può essere per un atleta volersi spingere alla ricerca di una ricerca di un’imperitura occasione di gloria, come ai tempi dell’antica Grecia; meno ovvio, meno scontato, meno banale, anche soltanto psicologicamente, oltre che fisicamente, ha a doversi considerare simile volontà, ancor prima che possibilità, per coloro ai quali, invece, la sorte ha riservato delle menomazioni, degli handicap, un’invalidità e un’invalidità permanente. »

Pur non sapendo, in effetti, cosa fossero quelle fantomatiche olimpiadi, nel confronto con il resto della frase dall’uomo pronunciata, ella riuscì a ricostruire il senso dell’intero discorso e a comprendere quanto, tutto ciò, avesse a doversi considerare in relazione a una qualche competizione di natura sportiva, e a una competizione molto importante e molto difficile, conseguire un successo nel confronto con la quale non sarebbe stato assolutamente banale. A maggior ragione, quindi, ella ebbe a ritrovare motivata la propria curiosità innanzi all’idea di una supposta partecipazione a tutto ciò da parte della propria gemella, ennesima assenza di informazione, nel merito della vita di lei, che, da parte dei propri medici, le stava allor venendo offerta più o meno per puro caso.
Ragione per la quale, allora, non poté ovviare a voler domandare maggiori dettagli al proprio attuale informatore…

giovedì 8 novembre 2018

2722


« Che accade? » domandò Lorenzo, costretto, ancora una volta, ad afferrarla al volo prima che potesse cadere a terra, così come, prima di allora, non era praticamente mai stato costretto a compiere, neppure ai primi, e più faticosi, tentativi di lei volti a recuperare la propria autonomia, la propria indipendenza « Oggi sembri… distratta. O forse sei soltanto stanca. » tentò poi di minimizzare, scuotendo appena il capo a escludere la sua stessa, prima, ipotesi « Se preferisci riposare un po’ non farti problemi a chiedermelo… »

Al di là dell’autonomo tentativo di correzione da parte dello stesso fisioterapista, volto a riformulare la forse superficiale analisi di quella situazione, definirla distratta non sarebbe stato errato. E, in verità, neppure considerarla stanca avrebbe avuto a doversi considerare improprio.
Dal pomeriggio precedente, dall’ultimo incontro con Jacqueline, ella non aveva potuto smettere di provare a riprovare a prendere il controllo mentale di quella situazione, nella certezza, nella razionale sicurezza, di quanto tutto quello altro non avesse a doversi considerare, ancora una volta, il tempo del sogno. Purtroppo, per quanto avesse trascorso fondamentalmente l’intera notte insonne, nel cercare di svegliarsi, e di svegliarsi nella propria realtà, o, anche e soltanto, di manipolare in qualunque maniera quella dimensione, ella non era stata in grado di conseguire alcun successo. E, anzi, nella crescente frustrazione, si era ritrovata semplicemente intrappolata, dalla propria stessa testardaggine, a riprovarci. E a continuare a riprovarci, ancora una volta. E ancora una.
Stanca, quindi, in quella nuova mattina, all’inizio di quel nuovo giorno, ella sicuramente avrebbe avuto a dover essere giudicata per la notte insonne. Ma anche distratta: distratta, ora, non tanto dalla volontà di prendere possesso del tempo del sogno, quanto e piuttosto dalla necessità di comprendere cosa effettivamente stesse accadendo. Perché se quello non avesse avuto a doversi considerare il tempo del sogno, allora, necessariamente, avrebbe avuto a doversi considerare un altro mondo, un’altra realtà… e una realtà nella quale avrebbe dovuto permanere, come già in quei primi mesi, fino a quando non fosse stata in grado di trovare una via di fuga, un’occasione per fare ritorno al proprio mondo, alla propria dimensione. Ma se tutto ciò avesse avuto a doversi considerare reale, altrettanto reale avrebbe avuto a doversi considerare la sua scomparsa dal proprio mondo, dalla propria dimensione… o, forse, peggio.
Giacché, infatti, lì ella aveva avuto a risvegliarsi in un corpo non suo, simile al suo sotto molti punti di vista, ma non realmente suo, ciò avrebbe necessariamente significato che il suo corpo avrebbe avuto a doversi considerare ancora là dove era stata costretta a lasciarlo. E, in tal senso, ella non avrebbe neppure potuto vantare effettiva certezza con l’idea che, effettivamente, ancora esistesse, dopo tanto tempo, un corpo al quale poter fare ritorno. Perché se, dopo il trasferimento della propria coscienza in quella nuova dimensione, il suo corpo fosse apparso come morto, purtroppo per lei ineluttabile sarebbe stato, da parte dei suoi amici, e di Be’Sihl suo amato in particolare, eseguire le sue volontà nel merito delle proprie esequie, e le sue volontà in accordo con quelli che avrebbero avuto a dover essere considerati gli usi e i costumi del proprio mondo natio: un mondo nel quale, purtroppo per tutti i suoi abitanti, la negromanzia avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una piaga quotidiana e nel quale, di conseguenza, i cari estinti sarebbero stati cremati nel minor tempo possibile, al fine di ovviare loro, e ai parenti e amici in lutto, il rischio di un innaturale ritorno.
Sarebbe mai riuscita a tornare a casa…? Come avrebbe potuto farvi ritorno…? E, soprattutto, quale sorte l’avrebbe potuta attendere una volta tornata alla propria dimensione…?!

« Entrambe le cose… » confermò, con onestà, annuendo appena in direzione del proprio medico, e di quel medico che, a margine di tutti i propri dubbi, si stava dedicando a lei con premura e attenzione da settimane, da mesi, nel solo scopo di aiutarla, di favorirla, a differenza di quanto, altresì, non avrebbe potuto iniziare a giudicare essere interesse di Jacqueline « … ma continuiamo, te ne prego. Fare un po’ di esercizio non potrà che aiutarmi a liberare la mente. » insistette ella, desiderosa, più che mai, di liberare la propria mente, e liberarla da ogni dubbio, da ogni timore.

Vi era, infatti, un’altra possibilità che, nel profondo del suo subconscio, stava iniziando a delinearsi. E una possibilità che, francamente, ella non desiderava prendere in considerazione, e che non avrebbe mai potuto desiderare prendere in considerazione, ma che, proprio malgrado, sembrava sussurrarle insistentemente il peggiore fra tutti gli scenari possibili, anche rispetto all’eventualità di non avere più un corpo al quale poter far ritorno nel proprio piano di realtà. Uno scenario nel quale, orrendamente, non avesse a esistere per lei un piano di realtà al quale fare ritorno.
E se Jacqueline avesse avuto ragione…? Possibile che, forse, tutto ciò che aveva vissuto, in realtà non fosse mai avvenuto…? Possibile che, forse, tutta la sua vita, in realtà fosse stata pressoché un sogno…? E, soprattutto, se ciò fosse accaduto, come avrebbe mai potuto comprenderlo, come avrebbe mai potuto discriminare la realtà dalla fantasia…?!
No. Ella si rifiutava di accettarlo. Si rifiutava di poter anche solo prendere in esame una simile idea. E a nulla le sarebbe importato delle prove che l’altra avrebbe potuto addurre, o della propria altresì palese assenza di qualunque possibile riscontro in favore della veridicità delle proprie affermazioni, dei propri ricordi: l’amore che sapeva di provare per Be’Sihl e per i loro figli; il dolore che sapeva di provare per la perdita di molte, troppe persone a lei care; il rimpianto per tutto ciò che avrebbe potuto essere, ma non sarebbe mai stato nel rapporto con la propria gemella… tutto questo, e molto altro ancora, ella lo aveva vissuto, e avrebbe continuato a viverlo ogni giorno della propria vita, a prescindere dalla realtà che i propri sensi le avrebbero proposto attorno.

“Devo tornare a casa…” ribadì, nel profondo della propria mente, del proprio cuore e del proprio animo, non potendo ovviare a storcere le labbra verso il basso, in una smorfia più che trasparente del proprio giudizio di condanna per quanto lì stava accadendo “… Thyres, lo so che desideri che i tuoi figli abbiano a comprovare autonomamente il proprio valore, abbiano a raggiungere da soli i propri traguardi, ma… te ne prego… aiutami.” pregò, come raramente, o forse, addirittura, mai, aveva compiuto nel corso della propria vita, non avendo mai affrontato prima una prova simile, non avendo mai dovuto arrivare a dubitare non tanto della propria possibilità di sopravvivere a qualcosa, quanto e piuttosto di essere mai sopravvissuta a qualcosa, di aver mai vissuto qualcosa, e qualcosa di tutto ciò che pur ricordava, e ricordava vividamente, non con quella confusa deriva tipica dell’effimera reminiscenza di un sogno.

Ma, a dispetto di altre divinità, con le quali nel corso della propria esistenza era arrivata persino a confrontarsi, e a confrontarsi fisicamente; Thyres, signora dei mari, era sempre rimasta in quieta disparte dalla quotidianità della sua esistenza. Un rapporto, o per meglio dire un’assenza di rapporto, che, dal proprio personale punto di vista, ella non aveva mai potuto negativamente giudicare, riconoscendole, anzi, in tutto ciò, maggiore stima, maggiore fiducia, maggiore approvazione di quanto non avrebbe mai potuto rivolgere nel confronto di un dio o di una dea più invadente, contraddistinta da una presenza più ingombrante nel corso della propria vita, ma che pur, in quel momento, in quel frangente, non avrebbe potuto ovviare a rimpiangere non avere a essere diverso, non avere a poter essere più diretto, più esplicito, ed esplicito nella misura utile a concederle, quantomeno, quella grazia, per piccolo, ma desiderato, miracolo, volto a permetterle di riaprire gli occhi e ritrovarsi a contatto con il proprio mondo, con la propria realtà, e con tutte le persone a lei care, magari scoprendo quanto, in verità, avesse a doversi considerare proprio e soltanto quello il sogno.
Così, quindi, anche in quell’occasione accadde. E Thyres non le offrì alcun segno, alcuna risposta, non chiara, e neppure criptica, con la quale avere possibilità di confrontarsi, e, soprattutto, in virtù della quale riservarsi possibilità, allora, di godere di quella sperata dimostrazione di quanto i suoi ricordi, le sue memorie, fossero reali… reali quanto i propri sentimenti, reali quanto il proprio mondo, reali quanto la propria dea prediletta ma, purtroppo, lì apparentemente assente.