11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 22 novembre 2018

2736


Quella notte, sdraiata nel proprio letto, Maddie sembrava non essere in grado di prendere sonno.
Non che fosse priva di stanchezza e di desiderio di riposo. Non che l’ora, in rossi caratteri, proiettata dalla sveglia sul soffitto non le stesse suggerendo la necessità di addormentarsi quanto prima, per non ritrovarsi ad avere ancor più difficoltà del solito a risvegliarsi il mattino seguente. Ma, al di là di tutto ciò, il suo corpo e, ancor più, la sua mente, non sembravano desiderare spegnersi quella notte.

« … e basta… » sbuffò sottovoce, in una contenuta esclamazione a proprio stesso rimprovero, voltandosi in posizione supina e sollevando le mani al volto, per massaggiarsi il viso e strofinarsi gli occhi.

… le mani: se pur il suo desiderio sarebbe stato quello di sollevare entrambe le mani, la realtà dei fatti la vide muovere, ovviamente, solo la mancina, mentre il moncone del destro, quella piccola appendice di osso, carne e pelle rimastale, si agitò nel vuoto senza che, alcuna mano, potesse giungere in suo soccorso. La sua protesi, del resto, giaceva sulla cassettiera dall’altra parte della stanza, collegata alla presa della corrente per il consueto periodo di ricarica delle batterie… non che, in verità, la sua mente fosse psicologicamente rivolta nella direzione di quella protesi nel compiere tal desiderato movimento.
Munahid aveva definito la sua come “sindrome dell’arto fantasma”, spiegandole quanto fosse assolutamente normale, dal suo punto di vista, percepire ancora qual esistente il proprio perduto braccio destro, e quanto non avrebbe avuto a doversi colpevolizzare nel tentare di muoverlo, di interagire con il mondo tramite esso, magari anche tentando di afferrare un oggetto, o la maniglia di una porta, salvo poi rendersi conto di quanto ciò sarebbe stato impossibile. Una spiegazione sicuramente ineccepibile dal punto di vista medico o scientifico che, tuttavia, suo malgrado, non avrebbe potuto trovare Munahid realmente consapevole nel merito di quanto, dal proprio punto di vista, l’”arto fantasma” non avrebbe avuto a dover essere giudicato il l’originale braccio destro, ma una delle protesi che lo avevano poi sostituito nel corso degli anni vissuti come Midda Bontor, o di quanto, per lo meno, ella avrebbe potuto credere di aver vissuto come Midda Bontor.
Per quanto quella vita non fosse mai stata reale, nella cronologia propria della vita della Figlia di Marr’Mahew, la sua mente aveva infatti avuto più di due decenni per abituarsi all’idea di non possedere più un braccio destro in carne e ossa, salvo riservarsi l’occasione di vederlo poi sostituito, inizialmente, nel proprio mondo d’origine, con una nera armatura dai rossi riflessi animata in grazia a una stregoneria, e, successivamente, in quegli ultimi anni trascorsi negli spazi siderali, da un surrogato tecnologico, in lucido metallo cromato animato da potenti servomotori alimentati all’idrargirio. Di tali versioni del proprio braccio, e di tali arti insensibili al mondo circostante e pur, in tutto e per tutto equiparabili all’originale in quanto funzionalità e applicabilità pratica, quindi, Maddie non avrebbe potuto ovviare ad accusare l’assenza in quel momento. E non della sua reale mano in carne e ossa, la sensazione del contatto della quale sul proprio viso, avrebbe dovuto ammetterlo, aveva totalmente obliato, si sarebbe attesa il contatto; quanto e piuttosto del solido, e a tratti rassicurante, metallo di quei surrogati, di quelle alternative, che, nella sua esistenza, avevano sempre giuocato un ruolo fondamentale, al pari della propria spada.
Certo… Jacqueline non sarebbe stata d’accordo con il fatto che, in quel momento, ella si ritrovasse a fantasticare di braccia mai esistite o di spade mai possedute. Ma la frustrazione di quella notte insonne avrebbe avuto a dover essere giudicata, proprio malgrado, una spiacevole conseguenza della propria incapacità a lasciarsi quella vita alle spalle, a tornare a essere, semplicemente, Maddie. E, in ciò, purtroppo ineluttabile sarebbe stato per lei ritrovarsi a spingere i propri pensieri a Midda… e a tutto ciò che la contraddistingueva in quanto tale, nella propria realtà quotidiana.
Più che la propria protesi o la propria spada, tuttavia, qualcos’altro della vita di Midda non avrebbe potuto ovviamente a mancare a Maddie… qualcun altro, in effetti: Be’Sihl.

« … »

Al di là di un fattore squisitamente materiale, fisico, corporale, qual pur non avrebbe potuto ovviare ad accusare l’assenza, nel non essersi voluta ancora concedere, dal proprio risveglio, l’occasione di porsi in giuoco con alcun possibile nuovo compagno di letto; Be’Sihl non le mancava soltanto in conseguenza all’assenza di quei loro appassionati momenti di intimità, ma anche, e ancor più, per la propria mera, costante e rassicurante presenza nella propria esistenza.
Sin dai primi giorni in quel di Kriarya, quello shar’tiagho era sempre stato presente per lei, proponendosi prima qual un socio in affari, poi qual un amico e, infine, dopo una lunga e paziente attesa, qual il proprio amante e amato. E tanto, ella avrebbe dovuto ammetterlo, lo aveva fatto aspettare prima di concedergli tale occasione, molto più rispetto a chiunque altro nella propria vita. Ben lontana, infatti, dal volersi imporre un’esistenza casta o monacale, Midda Bontor non si era mai negata occasione di giacere con chiunque ella desiderasse, fosse questo desiderio connesso all’instaurazione di un rapporto più o meno solido, costante, come quello che, prima di Be’Sihl, aveva avuto con Salge Tresand, con Ebano, e con un altro individuo che, francamente, avrebbe preferito dimenticare, fosse questo altresì derivante dalla bramosia di una semplice notte di divertimento, senza conseguenze, senza particolari impegni. Ma con Be’Sihl, qualcosa era stato diverso: con lui ella si era coscientemente imposta un freno, si era volutamente negata l’occasione di un qualche coinvolgimento, fosse anche e soltanto per una notte di piacere, nella quieta consapevolezza di quanto, per lui, tale non sarebbe mai stata e nell’incertezza di volergli imporre realmente il torto di trascinarlo nella follia della propria quotidiana esistenza. Senza contare, a margine di ciò, il concreto rischio di rovinare il loro rapporto per così come si era stabilizzato nel corso del tempo, quell’amicizia pur contraddistinta, caratterizzata, da costanti momenti di giocoso, reciproco corteggiamento, che pur, obiettivamente, avrebbe rappresentato per lei l’unica, reale costante della propria sicuramente caotica vita.
Al di là, comunque, del tempo che a lei, ancor prima che a lui, era stato necessario per giungere alla consapevolezza di non voler vivere lontana da quell’uomo, alla fine ciò era accaduto. E da quel momento, da quel giorno, sempre più rare, sempre meno frequenti, erano state per lei le occasioni in cui si era concessa possibilità di vivere avventure lontana da lui. Addirittura, nel giorno in cui, dopo la grande battaglia con sua sorella Nissa e, ancor più, con la regina Anmel, quest’ultima era sfuggita verso le stelle del firmamento, in una chiara premessa a quell’evoluzione della propria nuova vita della quale ella aveva già avuto precedente occasione di cogliere degli sprazzi, delle visioni, Midda Bontor non aveva neppur preso in considerazione l’idea di tentare di separarsi dall’amato Be’Sihl, cogliendolo in contropiede, probabilmente, in un confronto nel quale egli si sarebbe sicuramente atteso di essere da lei allontanato, con l’invito di restare lì ad attenderne un qualche improbabile ritorno, e nel quale, altresì, ella aveva radicalmente mutato ogni precedente approccio con lui, prendendo l’iniziativa di invitarlo ad accompagnarla, a condividere con lei quel viaggio verso l’ignoto, ovunque ciò li avrebbe condotti. Ed egli, ovviamente, aveva accettato: aveva accettato di rinunciare alla sua intera esistenza quotidiana, al tutto il suo mondo, a tutti i suoi amici, a tutta la sua famiglia, per seguirla, e per seguirla fra le stelle del cielo, animato da un amore tanto vasto da non poter essere realmente contenuto soltanto nel suo pur grande cuore, e un amore che, per qualche insensata ragione, egli aveva deciso di votare a lei.
In tanti anni di vita insieme, in tanti anni di così complicata, ma sempre crescente, relazione, Be’Sihl non avrebbe avuto a dover essere banalizzato semplicemente qual il suo amante e amato: quell’uomo, quell’uomo straordinario, era sempre stato il suo primo amico, il suo primo confidente, il suo primo complice e alleato, dandole più di quanto ella mai avrebbe potuto attendersi da lui, più di quanto ella mai avrebbe potuto ricambiare verso di lui e, soprattutto, più di quanto ella mai avrebbe potuto considerare di meritare da parte sua.

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