Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.
Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!
Scopri subito le Cronache di Midda!
www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
News & Comunicazioni
E siamo a... QUATTROMILA!
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Cioè... tecnicamente saremmo anche a molti di più (4.240) nel considerare anche le tre avventure del ciclo Reimaging Midda e tutti gli speciali. Ma conteggiamo solo i numeri della "serie regolare" e, ciò nonostante, arrivamento all'incredibile traguardo di QUATTROMILA pubblicazioni quotidiane!
Grazie a tutti!
Sean, 18 giugno 2022
Visualizzazione post con etichetta 033 - Guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 033 - Guerra. Mostra tutti i post
mercoledì 13 giugno 2012
1607
Avventura
033 - Guerra
Quando Midda-Khan, Guerra, lasciò il villaggio al quale aveva restituito la pace della morte, ella non riuscì a vantar qual proprio alcun orgoglio, alcuna soddisfazione per ciò che era stata costretta a compiere. Personalmente, se solo tutto ciò fosse dipeso da lei, ella avrebbe di gran lunga preferito riconoscere nuova vita a quelle vittime innocenti, morte senza una qualche ragione a giustificare il loro sacrificio; piuttosto che rendersi latrice di un tanto macabro messaggio, qual quello da lei loro consegnato. D'altra parte, piuttosto che costringere quelle anime perdute a marcire vivendo una vita priva di vita, in un mondo fuori dal mondo, il rivelare la realtà per permettere loro di intraprendere il giusto cammino verso l'aldilà, qualunque questo fosse, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual misericordioso nei loro riguardi, non di meno di quanto non sarebbe potuto esserlo, potendo, restituire loro l'innocenza perduta, quella vita illegittimamente sottratta.
In tutto ciò, malgrado la morte avesse da considerarsi parte irrinunciabile della propria professione, ella non avrebbe potuto comunque considerarsi indifferente a quanto accaduto, distaccata dagli eventi innanzi ai quali era stata involontaria testimone e partecipe. E, forse, quella propria incapacità a restare così distaccata dal mondo a sé circostante come pur tentava ostinatamente di apparire, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual la riprova di quanto, al di là di tutto quanto da lei compiuto, nel suo intimo, nel profondo del suo cuore e del suo animo, ella conservava ancora ogni emozione umana, prime fra tutte l'empatia innanzi alla pena altrui e l'ira nel confronto con la propria palese impotenza in contrasto a ciò. Caratteristiche che, probabilmente, avevano giocato il loro giusto ruolo negli ultimi trent'anni di vita da mercenaria e avventuriera, non condannandola a ridursi al più comune stereotipo e, in esso, a morire nel momento meno opportuno, ma a combattere, dopo tanto tempo, ancora giorno per giorno per la propria esistenza, per il proprio avvenire.
Lotta, la sua, nella quale mai ella sarebbe venuta meno ai propri principi, alla propria più profonda e reale personalità, tanto ove le sue battaglie sarebbero state condotte in Qahr così come in Hyn, sul proprio pianeta così come nelle infinite distese spaziali.
« Hai fatto quanto doveva essere fatto… » la interruppe, nel proprio personale flusso di coscienza, la voce già nota, per quanto ancor non propriamente conosciuta, del maestro Fu-Nahn, o quantomeno presunto tale, ove con quelle qualifiche il monaco si era presentato a lei la prima volta « … non fartene una colpa, per quanto "Colui che è capace di provare sofferenza per la pena del suo prossimo, è un uomo retto e onorevole.", come dice il saggio. »
Sorpresa, necessariamente, da quella voce ella arrestò i propri passi e si guardò attorno, innanzi, ai lati e alle spalle, per cercare di comprendere ove si nascondesse l'uomo, in grado di apparire e scomparire, alla sua vista, quasi come dotato di poteri magici: « Dove sei, ora? » domandò ad alta voce, nella speranza di riuscire a circoscrivere una direzione alla sua prossima risposta.
« Qui. » rispose, quietamente, la voce del monaco, ora quasi sussurrando e presentandosi, esattamente, alle sue spalle, là dove pur ella non aveva mancato di controllare « Non vi è bisogno di sprecare le proprie energie nelle parole, quando è possibile esprimere i medesimi concetti nel silenzio… »
« Anche questa una citazione del vostro saggio?! » questionò ella, voltandosi nel verso della sua voce e saltando di quasi sei piedi all'indietro, tanto il disagio nello scoprirlo esattamente alle proprie spalle, a meno di dieci pollici di distanza.
« Non esattamente. » scosse il capo il monaco, accennando forse a un mezzo sorriso « Ma ti ringrazio per avermi riconosciuto tanto onore, nell'apprezzare la mia opinione. » commentò, definendo quali proprie le parole appena pronunciate e da lei considerate appartenenti al saggio da tutta Hyn sempre considerato.
« Cosa vuoi? » volle immediatamente giungere al sodo ella, senza ulteriore tergiversare, senza altra perdita di tempo in vane chiacchiere.
« Non puoi deludere le mie aspettative con questa domanda… » commentò l'uomo, scuotendo lentamente il capo, a rifiutare che ella volesse veramente domandargli quanto scandito.
« D'accordo… riformulo. » commentò ella, ritornando sui propri passi « La domanda giusta è… perché vuoi proprio me come allieva? Non credo che manchino i combattenti nell'Impero… »
« Perché non tutti possono essere considerati degni di quanto io ho da insegnare. » rispose il monaco, in tutta tranquillità « Ma tu lo sei certamente. Non tanto per quanto mi è stato raccontato, ma per ciò che in questi giorni hai dato prova di essere… una donna leale, che non combatte solo per il piacere del sangue, quanto, piuttosto, per trovare nella lotta le risposte alle domande che, altrimenti, resterebbero per sempre prive di qualunque possibilità di soddisfazione. »
La Figlia di Marr'Mahew restò per un lungo istante in silenzio, nell'ascoltare quelle parole e nel cercare di analizzarle in maniera più completa possibile, non solo per l'evidenza del loro significante, ma nell'essenza del loro significato. E in tale attenta considerazione, ella non poté ovviare a rendersi conto di una particolare formulazione resa propria dal suo interlocutore, una formulazione che avrebbe reso non solo necessario, ma addirittura indispensabile un approfondimento, per comprendere quale realtà avrebbe dovuto essere intesa dietro a simili parole.
« Per quanto ti è stato raccontato…?! » ripeté ella, a domandare numi in merito a quella sua scelta di parole, difficilmente giudicabile qual priva di significato.
« Sì. » annuì Fu-Nahn, senza tentare di nascondere ciò che, alla lunga, difficilmente sarebbe potuto essere mantenuto segreto « Dall'epoca della propria fondazione, durante i Regni dei Tre Re, il mio ordine è fedele a Lu-Mira, divinità della vita e della rinascita. Colei che, a te, ha scelto di manifestarsi quasi vent'anni fa nelle sembianze di ciò che tu chiami… »
« No. Ti prego. Non dirlo. » sussurrò la mercenaria, tentando di esorcizzare la verità che, ormai, risultava tristemente palese, in un'oscena ciclicità della propria esistenza che non sembrava volerle concedere tregua, quasi i suoi gesti passati l'avessero condannata a non potersi più liberare di determinate figure, quali Desmair, la regina Anmel e la…
« … fenice. » continuò e concluse il monaco, scandendo le sillabe di una parola a lei ignota, e che pur ella non ebbe alcuna difficoltà a tradurre, a ricollegare a un lessico con il quale era più confidente.
E se per un istante solo il silenzio più assoluto contraddistinse la coppia di interlocutori, un attimo dopo la donna guerriero strabuzzò gli occhi e scoppiò in una violenta replica, uno sfogo ancor più che una risposta in direzione al proprio interlocutore.
« Ma porca di quella… » iniziò a esclamare ella nella propria lingua natia, subito dopo sforzandosi di riprendere in termini che avrebbero potuto essere anche intesi dalla propria controparte « Non ci posso credere. Davvero. Non ci voglio credere! » sancì, portandosi le mani alla nuca, con aria decisamente sconvolta « Cosa accidenti vuole in più dalla mia vita?! Mi ha chiesto di combattere contro mia sorella per salvare il mondo da una minaccia che io avevo scatenato… e l'ho fatto. »
« Mi ha chiesto di lasciare il mio… come cavolo si dice… la mia terra per vagabondare fra le stelle all'inseguimento di Anmel e l'ho fatto. Ho fatto tutto quello che mi ha chiesto! Dannazione! » proseguì, in un fiume incontrollato di parole, che non poté lasciare inespressivo neppure il monaco suo ascoltatore, forse turbato dalla quieta familiarità che ella sembrava rivolgere a chi, per lui, una dea « E ora cosa vuole?! » domandò, con tono necessariamente retorico, in assenza di una qualche possibilità di risposta.
« Lei… essa... o come diavolo la si vuol chiamare, che cosa ha fatto per me? » insistette poi, rivolgendosi al monaco guerriero senza pur attendersi da lui una qualche replica « Non mi sembra che mi abbia impedito di diventare quasi pazza, alla fine dello scontro con Anmel. Né che, tanto per non essere egoista ed ecologica, la tua cara Lu-Mira si sia impegnata a evitare che quel maledetto di Desmair si intrufolasse nella vita, nella mente e nel corpo di Be'Sihl, il mio compagno! »
Be'Sihl… vittima di Desmair? Come diamine poteva essere accaduto? Perché diamine era accaduto?!
Sbarrando gli occhi, spaventata a quella prospettiva, la donna guerriero si ritrovò per un lungo intervallo di tempo intenta a contemplare le tenebre più assolute innanzi al proprio volto, incapace di fare mente locale su quanto potesse essere accaduto. Poi, portando la propria mancina ad accarezzare le forme spigolose dell'armatura posta in luogo al proprio braccio destro, ben diverse da quelle più armoniose sino a un attimo priva percepite qual proprie, ella riuscì a ritrovare il giusto contatto con la realtà…
… con la propria attuale realtà, per lo meno!
« Egocentrica… » sussurrò Midda Bontor, tornando a chiudere gli occhi, nel rimproverarsi in ciò per il proprio errore, compreso in grazia di quella bizzarra zona d'ombra tipica dei sogni, nei quali si può essere in grado di comprendere, e di parlare, una lingua mai sentita prima « Egocentrica, stupida… non ecologica. » puntualizzò, quasi le sue parole potessero giungere a quella proiezione futura di sé, nella consapevolezza della quale avrebbe dovuto levarsi di colpo dal proprio giaciglio e urlare spaventata.
E probabilmente ella si sarebbe levata di colpo dal proprio giaciglio, mettendosi a urlare spaventata, se solo quell'esperienza fosse stata inedita e non, paradossalmente, il proseguo di un altro, simile e ossessivo, sogno, ripetuto, al pari di questo, per molti giorni, diverse settimane addirittura, prima della sua conclusione, nel giorno in cui ella si liberò, finalmente, degli scettri del faraone.
Proprio in conseguenza a quelle strane, e ricorrenti, esperienze oniriche, ella aveva alfine preso la decisione di disfarsi di quelle reliquie, rifiutandone il potere che pur, in assenza di una mano destra in carne e ossa utile a poterli impugnare, non sarebbe mai stato completamente suo. Ma, forse, per quanto parziale e incompleto, quel potere non l'aveva lasciata completamente priva di influenze, positive o negative che esse avrebbero potuto essere considerate, manifestandosi in quegli strani sogni, o incubi, che, ella temeva a pensarlo, avrebbero potuto essere giudicati quali squarci nel tessuto del tempo attraverso i quali potersi spingere a contemplare il futuro. Dopotutto, il potere intrinseco di quegli scettri, appartenuti ai potenti faraoni dell'antica Shar'Tiagh, e bramati da un nobile contemporaneo, avevano dimostrato la capacità di donare onniscienza al loro possessore, con tutto l'orrore da una tale consapevolezza sarebbe potuto derivare.
Ma se ciò fosse stato effettivamente tale, cosa mai avrebbe potuto fare per evitare al proprio amato Be'Sihl di divenire una pedina del suo diabolico marito, Desmair? O, forse… e peggio, era già troppo tardi?
martedì 12 giugno 2012
1606
Avventura
033 - Guerra
« Temo, purtroppo, che sia così… » confermò la mercenaria, in risposta a Yu-Lohn e, proprio malgrado, offrendo ragione a quella prospettiva, in coerenza con le proprie precedenti parole « Voi tutti siete morti due anni or sono, durante un violento attacco da parte di uno stregone per ragioni che non mi sono date di ipotizzare o di comprendere, ma che purtroppo hanno trovato conferma negli eventi di cui vi ho reso pocanzi partecipi. I bakeneko, in ciò, non avevano da considerarsi quali reali attori, ma semplici strumenti per la vostra distruzione. Distruzione che, purtroppo, è avvenuta sotto lo sguardo terrorizzato dell'allora bambino Loo-Kihn. »
« Come…?! » domandò Yu-Hine, desideroso di comprendere la dinamica di eventi dei quali era stato partecipe ma che, per qualche assurda ragione non riusciva a ricordare.
Fu ora il turno di Midda per restare in silenzio, incerta su cosa potersi permettere di dire o di non dire, di pensare o di non pensare. Appariva evidente, dopotutto, come ella avrebbe dovuto necessariamente saperne di più almeno su quanto accaduto, non sulle cause, forse celate nell'amnesia collettiva degli abitanti di quel villaggio, ma almeno sulle dinamiche, sugli eventi per così come occorsi. Era infatti inverosimile che una khan straniera fosse stata scomodata in una questione nella quale non avrebbe potuto possedere o maturare la benché minima consapevolezza, quasi fosse una semplice pedina priva di dignità ancor prima che una protagonista importante qual, pur, ella era, al di là di ogni possibile dubbio.
I villici, pertanto, restarono in silenzio in attesa del momento in cui ella avrebbe gradito parlare, comprendendo di essere già sufficientemente confusi per potersi concedere di forzarla a esprimersi senza coerenza pur di riuscire a raccogliere un dettaglio in più, un indizio in più nel merito della propria morte.
« Negli ultimi due anni, prima di me, molti sono stati gli uomini inviati a questo villaggio sotto le mentite spoglie di ronin da parte dell'Imperatore Lupo, per tentare di comprendere cosa fosse accaduto e come risolvere la condanna imposta su tutti voi. » riprese voce ella, ampliando la propria narrazione a eventi non direttamente loro riguardanti, e pur utili a completare il quadro d'insieme della loro situazione, attuale e passata « Nessuno fra loro è mai tornato alla capitale, a riferire l'esito della propria missione. »
« Così sarebbe spiegato da dove sono venuti tutti gli avventurieri in cerca di gloria nel nostro piccolo villaggio… » osservò il molto onorevole Yu-Hine, accarezzandosi la lunga barba con aria attenta agli indizi offerti loro dalla donna guerriero, affrontandoli con un giusto livello di scetticismo, senza prendere nulla di quanto da lei scandito per fede, ma, al tempo stesso, senza neppure fossilizzarsi sulle proprie posizioni, per così come inizialmente supposte.
« E tutto ciò che ai miei predecessori, così come a me, è stato dato modo di comprendere in merito a quanto qui avvenuto, è stato in grazia a una ricostruzione basata su poche, frammentate testimonianze offertaci da povero Loo-Kihn. » continuò a spiegare la mercenaria, per riportare loro ciò che ella, e coloro lì inviati prima di lei, avevano avuto modo di ascoltare per bocca dello stesso Imperatore Lupo.
Trasferito nella capitale, infatti, il bambino, ancor troppo giovane per poter essere definito ragazzo o uomo, aveva riferito in maniera molto confusa di come un uomo e una donna fossero giunti nel loro paesino e di come, in risposta a un semplice saluto, questi avessero incenerito un giovane solo aprendo bocca. Il panico, ovviamente e meritatamente, si era subito diffuso nel luogo, nel mentre in cui altre innocenti persone venivano arse vive all'istante, tradotte in cenere quasi senza neppure potersi rendere conto di quello che stava succedendo. E chi riuscì a maturare una qualunque consapevolezza in tal senso, non poté godere di una sorte migliore, egualmente ridotto a pochi resti fumanti dall'osceno vomito dei bakeneko, che solo più tardi ella poté sperimentare in prima persona essere simile a un fulmine.
Loo-Kihn, in tutto ciò, si era trovato a giocare per strada con i suoi amici nel momento in cui l'orrore aveva avuto inizio e, con sguardo raccapricciato, aveva potuto osservare la morte non solo della maggior parte degli altri bambini suoi coetanei, ma anche dello stesso Yu-Hine, il più grande eroe del suo villaggio. Per tale ragione, egli aveva iniziato a correre, a correre come mai aveva fatto in tutta la sua vita, cercando la propria famiglia quasi, fra l'abbraccio di propria madre, egli avrebbe potuto essere al sicuro dall'orrore che il mondo e la vita, nella loro crudeltà, lo aveva costretto a scoprire. Ma proprio il mondo e la vita, in quella serie di strane coincidenze che i vincitori sono soliti definire con il termine "destino", vollero graziare, fra tutti, proprio lui, condannandolo sì a veder morire, innanzi al proprio sguardo, entrambi i propri genitori, ma, al tempo stesso, vedendo i corpi carbonizzati degli stessi crollargli sopra, coprendolo completamente a sguardi indiscreti e permettendogli di poter perdere conoscenza, per la follia di tanto orrore, nel mentre in cui, attorno a lui, tutto il suo mondo, tutta la sua realtà quotidiana, veniva distrutta e uccisa.
Solo uno, forse due giorni dopo, o, chissà, forse persino una settimana o un mese, il bambino restò sepolto sotto i resti di coloro che, un tempo, erano stati i suoi genitori. E quando recuperò i sensi, egli quasi impazzì nella consapevolezza di cosa erano quei frammenti carbonizzati che lo ammantavano completamente, da capo a piedi. Ciò nonostante, ebbe sufficiente spirito di autoconservazione da scappare, fuggire da quello che per lui avrebbe rappresentato solo morte, e raggiungere la salvezza. La salvezza che per lui, in quel caso specifico, era stata rappresentata da una roccaforte fra le montagne, un avamposto nel quale i soldati dell'Impero lo avevano raccolto, curato e, dal quale, erano partiti insieme a lui per condurlo nella capitale, innanzi all'Imperatore Lupo, affinché egli potesse prendere coscienza di cosa fosse accaduto in quel piccolo, ma mai dimenticato, paese della provincia di Hu-Dotah-Hi.
« Neppure io, quando venni inviata a varcare i confini del vostro villaggio, avevo avuto occasione di sapere cosa mi sarei potuta attendere qui, presso di voi, dal momento che alcuna voce in merito al vostro… ritorno… era… è mai giunta nel mondo là fuori. » concluse, dopo aver riferito le vicissitudini di Loo-Kihn, per così come da lei apprese, senza filtri, senza censure « Quando, però, scoprii che qui, la vita, se così vogliamo definirla, era proseguita serenamente, senza alcun ricordo di quanto accaduto e, anzi, con memorie traviate degli eventi, ho compreso che qualcosa di peggio di semplici bakeneko avrebbero dovuto essere considerati quali in azione. E, così, ho compiuto quanto andava compiuto per il bene vostro, e dell'Impero tutto. »
« Quindi… » prese ora subito voce Yu-Hine senza concedersi nuova esitazione, nuovo tempo per riflettere, ove forse tutto ciò era eccessivo per potersi permettere di spendere un pensiero a tal riguardo « … tutti noi siamo morti. E, per qualche assurda ragione, non lo ricordiamo, motivo per cui siamo rimasti attaccati alle nostre dimore, come se nulla fosse accaduto? »
« Non sono una negromante per poter analizzare con precisione quanto avvenuto. » scosse il capo ella, a escludere di poter offrire la risposta da loro cercata « Tuttavia, ho già avuto occasione di incontrare un brav'uomo, in passato, morto di morte violenta nel mezzo di una battaglia per la salvezza della propria gente, di tutti coloro a lui cari. E quell'uomo, incurante della propria stessa morte, all'inizio persino inconsapevole della medesima, aveva continuato a vivere la propria vita, e a lottare, come se nulla fosse accaduto. Sino a quando, venuta meno la ragione della sua permanenza in vita, accettò serenamente di proseguire… oltre. »
E non sapendo più cosa poter aggiungere, cosa poter dire a persone che l'avevano accolta come un'eroina e alle quali, purtroppo, era stata costretta a comunicare la peggiore fra tutte le notizie, Midda Bontor restò in silenzio, a contemplare i volti di coloro a lei circostanti, domandandosi quale decisione avrebbero maturato, fra il restare, per l'eternità, a vagare in quelle lande di morte come spettri e l'allontanarsi, concedendosi di raggiungere, speranzosamente il proprio aldilà; e pregando in cuor suo, di non doversi mai ritrovare in una situazione a loro similare, dovendo scegliere di propria iniziativa quando e come raggiungere i propri dei, nella speranza che, dall'altra parte, fossero veramente essi in sua attesa.
lunedì 11 giugno 2012
1605
Avventura
033 - Guerra
Un inevitabile momento di panico, di orrore e di indignazione fu quello che si diffuse fra i villici, coloro che, in tali parole, erano stati tutti condannati senza apparente ragione, senza un benché minimo raziocinio a definire il perché di tanta immotivata aggressività a loro discapito, al punto tale dal volerli considerare gi qual trapassati benché l'evidenza dei fatti, la loro presenza lì, innanzi alla loro salvatrice e, ora, accusatrice, avrebbe dovuto dissipare ogni dubbio in tal direzione.
Ma la donna presentatasi come Guerra si sforzò di ignorare ogni commento, ogni reazione, ogni protesta, forse già previste nella loro ineluttabile occorrenza, continuando con la propria cronaca dei fatti così come solo avrebbe potuto considerare utile proseguire, nella speranza che, prima o poi, le proprie parole avrebbero iniziato ad assumere un significato all'attenzione dei suoi ascoltatori. Dopotutto, a essi non era data una qualche possibilità di scelta, tale da eludere la realtà da lei presentata loro in favore di una qualche altra possibilità, di un'alternativa meno sgradevole fra quelle che sarebbero potute essere loro offerte.
« Mi spiace avervi dovuto nascondere la verità. Questa verità e molte altre verità. » continuò, con tono sinceramente contrito per ciò che era stata costretta a compiere « Era necessario poter comprendere le cause di quanto avvenuto, prima di cercare una soluzione al problema. E, per tal ragione, era necessario che io parlassi con voi senza spargere inutile panico fra di voi. Inutile in quanto, anche sapendolo, non avreste potuto fare nulla… prima. »
« Il mio nome è Midda Bontor… Midda-Khan, come sono stata riconosciuta dall'Imperatore Lupo, il khagan dell'intera Hyn. » si presentò, assolvendo all'impegno che aveva preso con il molto onorevole Yu-Hine prima della propria partenza, e offrendo alfine ragione ai dubbi che, sin dal primo momento, erano sorti nel merito della sua identità « E proprio dall'Imperatore Lupo, mio caro amico, ho ricevuto l'incarico di investigare su quanto fosse successo in questo angolo del suo impero. Perché, a differenza di quanto gli ultimi discendenti del Dragone possono ritenere, il khagan non ha mai ignorato gli interessi di alcuno fra i suoi protetti, fra i suoi figli, fossero essi dei buoni sudditi, fossero essi colmi di rancore per assurde faide storiche quali quelle che da sempre dividono il Lupo dal Dragone, il Dragone dalla Tigre e la Tigre dal Lupo. »
Altre parole di insofferenza a quelle sue affermazioni si levarono dalla massa innanzi a lei, attorno a lei, con la quale ella avrebbe anche potuto accettare di ingaggiare battaglia, ma contro la quale avrebbe preferito evitare di dover sollevare la propria spada, tutt'altro che desideroso di poter arrecare nuova sofferenza a chi, già, aveva sofferto abbastanza. Ammesso, ma non concesso, di avere una simile opportunità.
A porre a tacere la folla, tuttavia, intervenne lo stesso Yu-Hine, il quale, con la seraficità che avrebbe dovuto contraddistinguere tutti i suoi compaesani, mantenne assoluto controllo e concesse l'attenzione richiesta a colei alla quale, dopotutto, dovevano la propria esistenza. Colei che sarebbe stato quantomeno disonorevole voler insultare in maniera tanto prevenuta qual avrebbe potuto essere la loro. E nessuno fra gli abitanti di quel villaggio ebbe cuore di schierarsi in opposizione al membro più importante della loro comunità, immediatamente tacendo non tanto per un qualche presunto rispetto verso la mercenaria, rivelatasi la khan straniera da tutti loro supposta; quanto per un'infinita devozione nei riguardi del vecchio guerriero, contro al quale non avrebbero mai osato levare neppure un singola parola.
« Poco più di due anni fa, alla corte dell'Imperatore Lupo, venne condotto un bambino di dieci anni, raccolto da alcuni soldati di stanza in un forte diverse miglia a nord di questa posizione. Egli era terrorizzato, quasi impazzito per la paura, e tutto ciò che seppe dire è che proveniva da questo villaggio e che il suo nome era… è, dato che gode ancora di ottima salute, Loo-Kihn. » iniziò a raccontare Midda-Khan, dichiarando un nome che, sino a quel momento, per lei sarebbe dovuto essere considerato sconosciuto, in quanto nessuno glielo aveva mai narrato, e, altresì, più che noto a tutti gli abitanti del villaggio.
« Bugiarda! » gridò una donna, quasi isterica in quell'improvvisa accusa, cercando di correre verso la mercenaria, ma subito venendo bloccata dal marito di questa e da altri abitanti del villaggio « Loo-Kihn è morto. E' stato ucciso dai bakeneko due anni fa! Era mio figlio, maledetta vacca menzognera! »
« Loo-Kihn è vivo. » negò la Figlia di Marr'Mahew, con fermezza tale che alcuno avrebbe potuto credere a una menzogna nelle sue parole « Superato il trauma con l'aiuto dei migliori medici e delle migliori badanti di corte, egli ha voluto abbracciare un percorso che lo avrebbe difeso, in futuro, da quanto qui successe; iniziando un anno fa la più importante scuola militare della capitale. » spiegò, con totale serenità nella voce, scandendo per bene ogni singola sillaba « I suoi istruttori sono letteralmente entusiasti di lui e, probabilmente, già fra tre anni potrà essere un ufficiale dell'esercito imperiale, ritornando in queste terre per proteggerle così come, due anni fa, non è stato in grado di fare… »
« Quanto stai dicendo è forse più grave persino di quanto hai asserito all'inizio del tuo racconto, Guerra… Midda-Khan. Hai delle prove per testimoniare che la tua non sia un'accurata menzogna a nostro discapito? » questionò Yu-Hine, mantenendo ancora quieto controllo e tentando di affrontare la questione dal fronte più razionale, rifiutando di lasciarsi condizionare dalle proprie emozioni.
« Sebbene alcuna prova dovrebbe servire, in quanto non potrebbe esservi alcun vantaggio, da parte mia, a ingannarvi; Loo-Kihn, in una situazione come questa, mi ha chiesto di rivolgermi a sua madre e di dirle… "Alla fine ho scoperto come si conclude la storia del piccolo Hu e delle sette pentole d'oro.". » dichiarò, in replica alla richiesta rivoltale « Spero che sia sufficiente… »
« La storia del piccolo Hu e delle sette pentole d'oro era la storia preferita di mio figlio. » sussurrò la madre, con aria confusa, con tono sorpreso, restando per un istante attonita innanzi a quella rivelazione « Mi chiedeva di raccontargliela ogni sera, ma si addormentava sempre prima della fine. Per i nostri avi… non è possibile! » scosse il capo, non riuscendo ad accettare che proprio figlio fosse ancora vivo, non dopo averne bruciato i resti fra mille lacrime.
Un momento di silenzio regnò, allora, sull'intera assemblea, mentre ognuno dei presenti tentava di riflettere sulle implicazioni di quell'annuncio, di quanto appena dichiarato dalla khan straniera. Ove, infatti, le sue parole fossero state oneste, sincere, dimostrando che il piccolo Loo-Kihn, il bambino da loro creduto prima vittima dei bakeneko, fosse ancora vivo e impegnato a costruire il proprio futuro presso una qualche scuola militare nella capitale; inevitabilmente anche altre sarebbero definizioni non avrebbero potuto essere pregiudicate quali malevoli, false e tendenziose, proposte all'unico scopo di ingannarli, di mentire loro, offrendo una visione distorta della realtà.
Ma se ciò fosse stato effettivamente tale, allora anche la sua prima affermazione avrebbe dovuto esser riconosciuta qual sincera, qual veritiera e, pertanto, tutti loro avrebbero dovuto essere considerati quali…
« … morti. » sussurrò Yu-Lohn, alle orecchie del proprio molto onorevole zio, trasparentemente stravolto da ciò che una tanto semplice parola avrebbe dovuto rappresentare per tutti loro, per il loro passato, per il loro presente e, ancor più per il loro avvenire « Se ella dice il vero, noi siamo tutti morti. »
Come sarebbe stato possibile accettare, per chi apparentemente ancora tanto attaccato alla vita, da poter ridere e soffrire, da potersi entusiasmarsi e deprimersi, da poter vincere e perdere, e ancora inorgoglirsi e vergognarsi, di essere già morto? Di essere solo l'ombra di ciò che era stato un tempo?
Come sarebbe stato possibile per gli abitanti di un intero villaggio accettare che colui che per due anni avevano pianto qual morto, fosse in verità l'unico sopravvissuto della loro gente, l'unico retaggio che tutti loro avevano in tal modo offerto verso il futuro?!
domenica 10 giugno 2012
1604
Avventura
033 - Guerra
« E quando mi sono ripresa, non so dire se due ore, due giorni o due settimane dopo, dell'elementale non vi era più traccia, forse rimandato nel luogo dal quale era sopraggiunto alla morte del suo evocatore, o forse, e più semplicemente, stancatosi di aspettare il mio risveglio, evento la cui occorrenza non sarebbe potuta essere considerata ovvia o scontata… » concluse Guerra, nella propria narrazione sugli eventi vissuti, qual doverosa testimonianza degli stessi innanzi al proprio mecenate… ai propri mecenati, ove l'intero villaggio si era riunito per ascoltarla, compresi Ko-Ghan e sua moglie, con la quale ella aveva avuto di che ridire, mal tollerando gli usi e costumi locali a discapito di qualunque donna.
Ripresasi da quel sonno malato, la durata del quale, effettivamente, non era stata in grado di ipotizzare a posteriori; Guerra aveva lentamente e faticosamente recuperato coscienza di sé e del proprio corpo, nonché delle condizioni, meno terribili di quanto aveva temuto, nelle quali esso riversava.
Se, infatti, il dolore conseguente alle ultime offensive dello stregone di Hyn, rimasto completamente privo di un qualunque nome, era stato straziante, al punto tale da non poter riuscire a immaginare una possibilità di recupero da tanta pena; a posteriori le ferite si erano dimostrate tutt'altro che letali, abbisognando, certamente, di pulizia e cure quanto prima, onde ridurre il rischio di infezioni e complicazioni, ma, a parte ciò, tutto quello che le sarebbe rimasto qual ricordo di quell'avventura sarebbero state delle sgradevoli croste, che, a tempo debito, avrebbero ceduto spazio a nuova pelle, più resistente della precedente. A ben vedere, addirittura, ella si era ritrovata a essere fiduciosa che, adeguatamente trattate con appropriati unguenti dalla sapienza dei cerusici locali, dai medici dell'Impero, neppure i graffi dei bakeneko le sarebbero rimasti visibili, a tempo debito. Non, per lo meno, nella stessa misura dello sfregio sul suo viso, con il quale, comunque, ella da anni era venuta a compromesso.
Intrapreso un lento cammino verso valle, ella si era distratta nel tragitto di ritorno solo il tempo sufficiente per cacciare e catturare un paio di lepri selvatiche, subito finite arrostite per offrirle maggiore sostentamento e, speranzosamente, in esso rallentare eventuali infezioni, ove, proprio malgrado, non era stata in grado di ritrovare alcuna fonte, ammettendone una non confermata esistenza, entro la quale sostare. E se l'ascesa lungo il fianco della montagna era stata particolarmente impegnativa, non seguendo, in verità, neppure un percorso rettilineo, ma vagabondando a destra e a manca in cerca dei suoi avversari; quel rientro durò il minimo indispensabile, che si poté tradurre in un giorno e mezzo di cammino.
Così, al mattino di un nuovo giorno, quando ella riuscì a far ritorno al villaggio, agli abitanti del medesimo non fu richiesta alcuna prova a dimostrazione della sua vittoria, ove la sola, e più importante prova che ella avrebbe potuto condurre seco sarebbe stata quella della propria esistenza in vita. E, subito soccorsa, Guerra si era potuta quindi concedere quasi cinque, lunghi giorni di convalescenza, più che indispensabili dopo tutto ciò che aveva compiuto.
Solo dopo dieci giorni, ancora strettamente bendata su tutto il torso, dal basso ventre sino al collo, con medicazioni che le erano state cambiare regolarmente ogni sei ore a ridurre la minimo il rischio di sporcizia in uno stato tanto delicato; ella si era concessa una prima sessione di allenamento, rendendosi spiacevolmente conto di come, ancora, le sarebbero state necessarie diverse settimane prima di recuperare completamente la propria mobilità. Settimane che, malgrado tutta la generosità dei suoi clienti, ella non avrebbe potuto permettersi di restare lì, abusando di uno stato dal quale, altresì, avrebbe dovuto concedere loro liberazione.
Fu all'undicesimo giorno, quindi, che ella richiese udienza al molto onorevole Yu-Hine, alla sua famiglia e al villaggio intero, per chiudere il cerchio apertosi nel giorno in cui ella aveva posto per la prima volta piede nel loro piccolo e sperduto villaggio, alle pendici del monte Kuno.
« Il servizio che ci hai reso, nobile guerriera, è superiore a qualunque nostra possibilità di ringraziamento… » commentò l'anziano guerriero, riconoscendo alla propria interlocutrice quello stato diverso dal consueto "straniera" con il quale, in passato, l'avevano ripetutamente appellata « Il prezzo da te concordato, nelle quote da te moltiplicate, ti verrà riconosciuto senza obiezioni. Perché mai denaro sarà sufficiente a compensare il valore più grande: quello della libertà. »
« Le tue parole mi onorano, molto onorevole Yu-Hine. E, proprio in quanto esse sono tanto generose nei miei riguardi, non ritengo opportuno abusare della vostra bontà domandandovi un pagamento per quanto da me compiuto. » asserì ella, sincera e priva di falsa modestia in quel proprio proporsi, ove, in effetti, in quel momento quasi turbata all'idea di dover pretendere qualunque cosa da persone alle quali, di lì a breve, avrebbe rovinato la vita… proprio in nome di quella tanto decantata libertà.
« Non puoi rifiutarci il pagamento del giusto prezzo, onorevole Guerra. » protestò l'anziano, non potendo accettare quel diniego improvviso e inatteso « E' giusto, da parte nostra, ricompensarti per i tuoi servigi, ancor più in quanto essi ti hanno condotta così in prossimità alla morte. »
« In verità, amico mio… » si concesse una certa confidenza in grazia alla propria non più giovane età, malgrado sicuramente inferiore a quella dell'anziano canuto « … inizio a pensare che Morte non sia così desiderosa di accogliermi nel suo abbraccio, per quanto il nome con il quale mi sono presentata a voi sia quanto di più prossimo, di più vicino a essa. » rifletté in maniera in parte ironica, in parte seria, al confronto con l'evidenza di quante volte, forse troppe, fosse riuscita a scampare a un fato di disfatta certa « Per tale ragione, quanto da me compiuto per voi non ha da considerarsi tanto straordinario. Non più di quanto voialtri avete compiuto per me offrendomi tutte le cure di cui necessitavo, e concedendomi, oggi, di essere di nuovo in piedi, a parlarvi nel progettare la mia ripartenza. »
« Dice il saggio: "Insistere nella propria gratitudine è offensivo almeno quanto non dimostrarla.". » citò l'uomo, chinando appena il capo innanzi a lei, in segno di rispetto « Se non desideri la pur giusta ricompensa da te guadagnata, non è giusto tediarti inutilmente. » tradusse, nel contesto pratico della loro situazione attuale « Tuttavia, amica mia, sappi che il tuo nome e il tuo ricordo non sarà dimenticato dagli uomini e dalle donne di questo villaggio. E la memoria di quanto hai compiuto verrà tramandata di padre in figlio al pari della storia del nostro popolo, affinché nessuno abbia da obliare a quanto tu ci hai donato. »
Guerra, a quelle parole, odiò profondamente quanto avrebbe dovuto allora prendere coraggio di esprimere, per completare realmente la propria missione originale in quel villaggio, e poter fare ritorno dalla propria gente e dal suo primo mecenate, colui che l'aveva incaricata di spingere sino a quella provincia i propri passi e di compiere quanto necessario per liberare quella gente dalle loro afflizioni.
Purtroppo, dar voce a determinate questioni, a determinati argomenti quali quelli che, in quel momento avrebbe dovuto affrontare non era semplice, non era scontato. Sebbene, infatti, già una volta, molti anni prima, si fosse ritrovata in una situazione simile, non equivalente ma simile, nel dialogo con un brav'uomo di nome Hayton Kipons, il pensiero di dover offrire a quelle persone, a quegli uomini, a quelle donne, e, ancor peggio, a quei bambini, la consapevolezza che egli aveva raggiunto autonomamente, e che ella aveva solo intuito quasi senza ragione; non sarebbe stato tanto semplice o scontato. Non sarebbe stato ovvio o banale.
Umettandosi le labbra, quindi, ella cercò di individuare le parole migliori con le quali esordire in quell'argomento, in quel tema tanto doloroso quanto inevitabilmente necessario, ove tacere sarebbe stato condannare tutte quelle persone a un'ingiusta condanna. Ma, priva da sempre di particolari doti diplomatiche, ella non riuscì a selezionare una via nella quale esprimersi diversa da quella più diretta e, purtroppo, più brutale possibile.
« Purtroppo non sarà possibile. » commentò, ricollegandosi direttamente alle parole di Yu-Hine, e sospirando, facendo propri toni ben diversi dai precedenti « Ciò che sto per dirvi non vi piacerà, e sicuramente la maggior parte di voi mi guarderanno come una pazza benché nel profondo dei propri cuori sapranno che le mie parole sono sincere. » premesse, salvo immediatamente arrivare al dunque « Non vi saranno figli o nipoti a cui poter tramandare queste vicende, perché voi tutti siete già morti. Siete morti, ormai, da più di due anni. »
sabato 9 giugno 2012
1603
Avventura
033 - Guerra
Se l'energia rossa si era limitata a rimbalzarla lontano; e quella blu le aveva imposto una tremenda scarica, non dissimile a quella di un fulmine; l'energia gialla si rivelò decisamente peggiore, imponendosi su di lei simile a un'oscena carica di piccole lame, rasoi forse, i quali nel momento in cui raggiunsero le sue vesti e la sua carne la trucidarono, lì aprendo non qualcuna, non dozzine, ma addirittura centinaia di piccoli tagli, quasi ella fosse stata gettata in un tritacarne. Le sue vesti furono le prime a essere spazzate via, ancora una volta assorbendo fortunatamente l'azione maggiore di quell'offensiva e, in ciò, venendo ridotte a brandelli sparsi, in maniera confusa e incoerente. E, dopo di esse, fu il turno della sua pelle e della carne sotto di essa a logorarsi, venendo tagliuzzata in maniera confusa e incoerente, fra la curva inferiore dei seni e il pube, con la sola eccezione di una striscia di carne da lei parzialmente protetta con il proprio braccio destro, all'altezza dell'ombelico. Un'offesa dirompente, e straziante, che la vide prima ringhiare tutto il suo dolore, e subito dopo lasciarlo esplodere in un alto grido, nel mentre in cui gli occhi non poterono mancare di colmarsi di lacrime per tanta pena, per tanto inferire in proprio contrasto.
Guerra era abituata al dolore. Ella aveva provato dolore in termini che la maggior parte dei guerrieri, di sesso maschile, non avrebbero accettato di sopportare, preferendo a esso la morte, qual sinonimo di liberazione. E dal dolore, ella aveva sempre tratto insegnamento, accogliendolo non quale una punizione quanto un insegnamento, il più importante insegnamento bellico che mai avrebbe potuto sperare di apprendere. Dopotutto, sin dall'infanzia, ogni infante figlio di uomo e donna, è costretto a confrontarsi con il mondo spesso in misura anche dolorosa, per apprendere i propri limiti e le proprie possibilità: molte, troppe forse, sono le cadute che contraddistinguono la crescita e la maturazione, ma da ogni caduta, quanto realmente importante sarebbe sempre derivato sarebbe stato l'insegnamento utile a evitare di ripeterla, di ritornare in quella posizione di fallo. Purtroppo, in tale occasione non sarebbe stato semplice per lei confrontarsi con simile principio, per quanto proprio, per quanto personale. Non dove la maggior parte del suo addome era lì stata appena trasformata in una veste di sangue e carne da ferite, fortunatamente, non letali ma non per questo gradevoli.
« Figlio… d'un cane… rabbioso… » rantolò ella, ancora a denti stretti, bocca chiusa con vigore tale che sarebbe stato giusto temere che si sarebbe frantumata entrambe le arcate, superiore e inferiore « Io non ti ucciderò… non subito. Io ti farò soffrire… ti affetterò lentamente… come la coscia di un porco. E godrò del tuo dolore… della tua pena. » asserì convinta, non scandendo quelle minacce per il semplice gusto di parlare, di lasciar risuonare la propria voce, ma qual impegno concreto, qual giuramento verso di lui formulato, scandito con ferma decisione.
E se lo stregone non poté parlare, ove ancora privo di una bocca degna di essere definibile tale, e con la testa ripiegata all'indietro, contro la schiena; egli seppe comunque far intendere la propria risposta, nel riunire nuovamente le mani innanzi al petto allo scopo di plasmare una nuova offensiva verso di lei, facente necessariamente proprio un solo, unico messaggio comprensibile in qualunque lingua… "sei morta!".
« Dannazione… » imprecò Guerra, sinceramente timorosa all'idea di una seconda aggressione pari a quella appena subita, che sarebbe potuta penetrarla fino all'intestino, quantomeno, se non oltre ancora.
Con un gesto fulmineo, conseguenza di un riflesso indotto ancor prima che evidenza di un qualche raziocinio, la mercenaria lanciò nuovamente la propria spada verso di lui, ora non ricorrendo alla propria destra, ma direttamente con la mancina, evidenza di come quell’offensiva non fosse stata minimamente ponderata. E quasi prima che ella potesse accorgersi di quanto compiuto, volteggiando la spada andò a conficcarsi sullo stregone, in pieno petto con la stessa grazia che si sarebbe potuta attendere da parte di un più modesto pugnale.
Impatto, quello conseguente a tutto ciò, che sospinse lo stregone all’indietro un attimo prima che egli potesse completare la creazione di una nuova sfera gialla, sfera che, in una misura inferiore rispetto alla precedente, venne pertanto proiettata verso il cielo, apparentemente negando l’eventualità di un’offensiva a suo effettivo discapito. Aggressione, purtroppo, che non venne comunque ovviata, ove, per quanto non terminato nella propria genesi, quell’ammasso globulare di energia era già stato addestrato a individuare e colpire la donna guerriero, la quale, pertanto, non ebbe alcuna possibilità di sfuggirgli, non in misura maggiore a quanto già non ne avesse suo malgrado avuta in precedenza.
« Maledetto… » gridò, non riuscendo a trattenere l’immane dolore nel momento in cui la sfera la colpì al centro della schiena, là dove già ella era stata sufficientemente ferita in troppi modi diversi e dove, in quel momento, lo stregone infierì senza pietà, distruggendo anche in quel punto quanto rimasto delle sue vesti e, soprattutto, quanto rimasto delle sue carni, in un’esplosione di sangue che, oscenamente, si nebulizzò su tutta l’erba e le foglie dietro di lei, ammantandole di rosso, vivo e sofferto.
Forse in conseguenza di quel grido ormai non più trattenuto; forse in grazia dell’immagine di lei piegatasi in avanti, caduta a carponi sulla terra del sottobosco; forse, e ancora, perché alfine semplicemente riconosciutala; fu proprio in immediata successione a quel momento che l’elementale, sino ad allora rimasto in disparte, emise un lampo di luce, improvvisamente aumentando l’intensità delle proprie fiamme, probabile espressione della propria furia.
Se solo lo stregone avesse ancora potuto osservare la reazione del proprio supposto servitore, si sarebbe probabilmente… certamente preoccupato per cosa, in quell’immagine, sarebbe potuto derivare per lui e per il proprio futuro, dipinto allora in toni certamente cupi. Ma l’uomo, in tal modo quasi decapitato e, comunque, distratto da quanto esso avrebbe potuto compiere, nel concentrare tutta la propria attenzione nei riguardi della donna che, non paga, aveva voluto insistere nella propria supponenza con quella lama conficcatasi nel mezzo del suo petto; non ebbe modo di accorgersi di quanto l’infante di fuoco stava compiendo e, prima che un nuovo globo di energia potesse essere da lui creato, del tutto indifferente alla spada avversaria, un’altra sfera venne lanciata contro di lui: una sfera di fuoco. L’elementare, infatti, non era solo simile a quello che Guerra aveva già avuto modo di conoscere e affrontare. Esso era proprio lui. E, evidentemente ancora facendo proprio un piacevole ricordo di lei, e dell’intrattenimento che ella gli aveva concesso, non desiderava permettere ad alcuno, neppure al proprio evocatore, di arrecarle tanto danno come, trasparentemente, egli stava compiendo.
Così, prima che una terza massa di energia gialla, con il proprio carico di dolore, potesse essere plasmata e gettata contro di lei, la sfera di fuoco colpì l’uomo, con severità, con violenza, non semplicemente ferendolo, ma addirittura incendiandolo, nell’avvolgerlo completamente con terribili lingue di fuoco dalle quaqli alcuna salvezza sarebbe potuta essergli offerta. E dando ragione alla mercenaria e alle sue ipotesi, quel rogo si dimostrò essere tutto ciò che sarebbe potuto occorrere per distruggerlo, per arrestare un uomo, forse ormai più prossimo a una creatura, altrimenti inarrestabile, lì finalmente ridotta in polvere.
« E bravo… il mio ragazzino… » commentò ella, focalizzando con difficoltà il proprio sguardo sulla scena, ma, malgrado ciò, riuscendo a intendere perfettamente cosa diamine stava accadendo, quale insperato aiuto le fosse stato lì concesso.
Parole, le sue, di sincero complimento e approvazione nei riguardi dell’elementale, alle quali non poté far seguire altro che la propria perdita di coscienza, nel ricadere al suolo ancora viva, ma troppo sofferente, troppo provata e troppo stanca per potersi mantenere lucida un solo istante di più, svanita qual era la minaccia dello stregone.
venerdì 8 giugno 2012
1602
Avventura
033 - Guerra
L'aver trasposto lo scontro con lo stregone su un piano semplicemente fisico e psicologico, escludendo, almeno formalmente, qualche altro strano maleficio, rappresentava per la donna guerriero un indubbio vantaggio o, quanto meno, una più confortevole speranza di riportare la pelle a casa al termine di quel combattimento. Non che, in verità, ella si aspettasse che il proprio avversario si sarebbe concesso totalmente privo degli invisibili scudi che sino a quel momento lo avevano contraddistinto in conseguenza a quasi ogni attacco diretto; né che, in caso di nuove ferite, egli avrebbe rinunciato a rigenerare magicamente le proprie carni, proseguendo nello scontro come se nulla fosse. A prescindere da ciò, però, se egli avesse davvero rinunciato, quanto meno, al ricorso a nuove bizzarre bolle di energia, ciò le avrebbe concesso di credere, quantomeno, di far propria l'occasione di mettere a segno quell'unico attacco in grado di impedirgli di restare aggrappato tanto ostinatamente al regno dei vivi.
In contrasto a ogni sua supposizione, quello stregone non si rivelò comunque tanto inetto su un piano di mero confronto fisico. Al contrario, ella scoprì presto quanto quelle terribili unghie non fossero un mero ornamento, un semplice accessorio a completamento di un tanto teatrale aspetto, ma avessero da essere intese, a tutti gli effetti, quali delle vere e proprie armi, non solo affilate come rasoi, ma addirittura resistenti come quadrelli.
« Muori, stupida vacca! » gridò egli, accompagnando con tali, poco eleganti, parole, il proprio primo attacco.
L'offensiva in questione sopraggiunse più rapida di quanto ella non avrebbe potuto prevedere, ragione per la quale la mercenaria non ebbe neppure il tempo di estrarre la propria spada dal tronco nel quale, ancora, giaceva conficcata. Per tal ragione ella fu costretta a dimostrare, per l'ennesima volta, tutta la propria agilità, saltando all'indietro quasi a sua volta una bakeneko e levando il proprio destro innanzi a sé, a protezione del suo corpo. Ma la sua controparte, non paga per un affondo nel vuoto, la rincorse, braccandola malgrado il suo allontanamento e, invocando le sue forme, spinse le proprie unghie, i propri artigli, in avanti, sino a scontrarsi con la sua protesi metallica.
Fu in quel momento che, per la prima volta, Guerra rimpianse l'idea di non aver voluto accettare nulla di più di un arto artificiale in sostituzione al proprio perduto, là dove molte sarebbero comunque potute essere le possibilità aggiuntive accanto a quanto già aveva ottenuto: un cannoncino sonico a scomparsa nel polso, innanzitutto, o un piacevole scudo energetico sull'avambraccio, accessori che in un momento qual quello le sarebbero state parecchio d'aiuto. Ella, però, aveva rifiutato l'idea di simili complementi tecnologici alla propria persona spinta dall'orgoglio di potersi sentire sempre e egualmente meritevole dei propri successi, delle proprie vittorie, considerando eventuali armamenti di quel genere quale un'ammissione di incapacità a difendere ancora la propria vita con le proprie forze. Senza considerare come l'impiego di simili risorse avrebbe ridotto di gran lunga la durata della carica dell'idrargirio, imponendole maggiore preoccupazione in tal senso, a tal riguardo, così come, attualmente, non era solita rivolgerne.
« Mi spiace, ma ho altri progetti. » replicò ella, impegnandosi a dimostrarsi tutt'altro che intimorita da lui, sforzandosi di vincere, quanto meno, quella battaglia su un piano psicologico, in assenza del quale difficile sarebbe stato pensare di vincerlo su quello fisico.
Malgrado l'assenza di un qualche scudo energetico a proteggerla, la rapidità dei suoi movimenti, e la sua indubbia esperienza in campo bellico, furono più che sufficienti a permetterle di ovviare all'aggressione subita e, anzi, di sfuggirgli, distraendolo con un montante sempre a opera del proprio destro al solo scopo di potersi lasciar rotolare lateralmente per evaderlo, e per concedersi l'occasione di ritornare alla propria spada. Un effimero successo, il suo, laddove prima ancora che ella potesse toccar la propria arma, l'uomo ritornò a lei, alle sue spalle, cercando un nuovo affondo delle proprie unghie laddove già gli artigli dei bakeneko si erano divertiti a straziarle le vesti e la carne.
Un grido, pertanto, venne soffocato da Guerra fra i propri denti, sulle proprie labbra, laddove sarebbe stato più che lieto di esplodere. Gridare, tuttavia, avrebbe rappresentato offrire certa soddisfazione al suo antagonista, dono che ella non avrebbe mai voluto riconoscergli. Ragione per la quale ella concentrò tutte le proprie energie, tutte le proprie forze, a ignorare la palese sensazione di contatto fra quegli artigli e la propria carne, i propri muscoli e, persino, le proprie ossa, le costole, oscenamente accarezzate da quell'aggressione. E, invece di disperarsi inutilmente attorno a tutto ciò, la donna volle dimostrarsi, allora più che mai, il guerriero che professava di essere, lasciando che fosse la propria spada, afferrata saldamente dalla sua mancina e, con forza, estratta dall'albero, a parlare in sua vece.
Con un movimento deciso, e animato da tutta l'adrenalina conseguente all'incredibile dolore da lei provato e trattenuto nel proprio cuore, ella roteò sulla propria stessa posizione, negando la schiena allo stregone e, per tutta risposta, offrendogli non il proprio busto, ma la propria spada, la propria lama bastarda diretta al suo volto. Così, straordinariamente, il mistico di Hyn perse per la prima volta il proprio sorriso, insieme all'intera mandibola che, sotto il colpo impetuoso della punta di quell'arma forgiata in una lega straordinaria, venne costretta a separarsi dal resto del suo corpo, volando a diversi piedi di distanza da loro. E se, ancora, non una sola goccia di sangue venne sottratta all'uomo, in questa occasione il danno dovette essere avvertito maggiormente, ove, dal profondo di quella gola ora scoperta nella propria estremità superiore, emerse un urlo di rabbia, o forse di dolore, per quel danno non previsto e, indubbiamente, sgradito.
« Questo è per avermi chiamata vacca! » gemette ella, malgrado tutto sorridendo per la soddisfazione di avergli appena spaccato letteralmente la faccia « E questo è per non avermi ascoltata nel momento in cui ti avvisavo che ti avrei ucciso! » anticipò, ma non di molto, un proprio nuovo attacco, più che rinvigorita dall'esito del proprio ultimo tentativo.
Lasciando seguire alla propria spada il proprio pugno destro, ella volle imporre la tremenda azione di un montante, ora non più fittizio, ora non più solo simulato, ma sincero, onesto, e devastante, che colse incredibilmente impreparato lo stregone già ferito e che vide l’arcata superiore dei suoi denti, l’unica rimastagli, infrangersi con violenza sotto l’azione di quel gesto, in conseguenza a quell’offensiva. In ciò, non paga, ella ebbe anche modo di catapultare all’indietro anche l’intero capo del proprio avversario, il suo cranio, con un impeto tale che, teoricamente, avrebbe dovuto strapparlo dal medesimo collo ma che, semplicemente, ne frantumò le ossa, le vertebre, permettendogli di apparire, solo, quale un’inanimata propaggine penzolante all’indietro, sopra le sue spalle.
« Dei! Quanto mi sento meglio! » esultò la donna, sempre più carica di energia, quasi ogni colpo portato a segno trasferisse parte dell’energia dello stregone alle sue membra, una carica invero emotiva ancor prima che pratica, alimentata dalla gioia di poter, finalmente, ritornare a dominare la scena, a imporre il proprio volere sull’avversario.
Ma prima che tale felicità potesse diventare irrefrenabile, lo stregone violò la parola data e, irato per quanto impostogli, decise essere giunto il momento di ritornare all’uso dei propri poteri, abbandonando l’idea di un confronto meramente fisico con chi, suo malgrado, rivelatasi tutt’altro che indifesa, priva di potenzialità o di valore. Così, sempre con la testa priva di controllo, ciondolante nel mantenere la nuca contro la propria colonna vertebrale, fra le proprie spalle; egli mosse le mani a generare una nuova bolla d’energia, una sfera, o quasi, di colore ora giallastro, che si proiettò in direzione della donna guerriero, a lui troppo prossima per poter sperare di evadere, animata da un’insana promessa di morte.
giovedì 7 giugno 2012
1601
Avventura
033 - Guerra
Midda inspirò ed espirò profondamente, cercando di liberare la propria mente da ogni pensiero e il proprio cuore da ogni affanno, ove, purtroppo, non avrebbe potuto egualmente, e con tanta facilità, liberare il proprio corpo dalla stanchezza che tanto lo torturava, impedendole, di conseguenza, quella lucidità fisica in grazia alla quale avrebbe potuto contenere in miglior modo la maggior parte degli ultimi colpi ricevuti. Quanto sperava di poter ottenere, dalla propria nuova, e ancor non attuata, strategia, dopotutto, avrebbe dovuto essere riconosciuto quale un tremendo azzardo… un azzardo che, in conseguenza a un errore di calcolo, a una stima sbagliata, l'avrebbe probabilmente condannata a un tragico destino, nel non concederle più alcuna via di fuga non tanto dal proprio avversario, ma da ciò che, per contrastarlo, avrebbe creato.
Giunta in prossimità dell'albero nel quale si era conficcata la propria spada, con incedere volutamente lento e zoppicante, ella impegnò tutta la propria abilità qual attrice nel simulare un proprio pericoloso incespicare, tale da farla quasi cadere contro la stessa lama bastarda, e salvandosi da un tanto letale contatto solo nell'appoggiare il proprio braccio metallico in avanti, a suo sostegno e a sua difesa, generando qual conseguenza del contatto con l'altro metallo, l'altra non meno vigorosa lega, una prima scintilla.
« Attenta! » la volle rimproverare lo stregone, osservandone le peripezie « Non vorrai suicidarti proprio ora. Sarebbe un peccato non poterti uccidere, dopo tanto impegno da parte tua a difendere una tal prerogativa… » ironizzò, sminuendo ogni precedente azione della propria controparte, nel ridurle ogni sua ipotesi d'offesa o di difesa a una mera lotta per la sopravvivenza, privandola di ogni effettiva brama di predominio su di lui.
« Oh… no. » negò la donna, scuotendo il capo « Non posso morire ora. Non ora che posso sperare di vederti bruciare all'interno di questa dannata foresta… »
E anticipando, nell'altro, ogni possibilità di elaborazione del reale significato delle proprie parole, ella si voltò verso la propria lama e, lasciando precipitare contro la stessa il proprio braccio destro, spinse volutamente i due metalli a stridere l'uno contro l'altro e generò, volutamente, una cascata di scintille incandescenti che, con tutte le proprie speranze e le proprie preghiere, volle credere sarebbero state sufficienti a reagire con la resina di quell'albero e le foglie secche ai suoi piedi, generando un fuoco nel quale lo stregone, tutti i suoi incantesimi, e forse anch'ella, avrebbero bruciato senza più speranza di salvezza.
Un azzardo, quello che ella non aveva esitato a considerare un tremendo azzardo, che almeno nella propria prima parte, nella creazione di quel fuoco, non sembrò tradire le sue aspettative, i suoi sogni: non, quanto meno, nel momento in cui diverse scintille raggiunsero della resina ancor fresca e, su di essa, attecchirono, con una fiammata tanto improvvisa, quanto fugace, che pur ebbe comunque occasione di coinvolgere, nella propria così effimera esistenza, le foglie a sé circostanti, lasciandole ardere del proprio stesso fuoco. E con una repentinità che avrebbe potuto sorprendere chiunque, anche la stessa Guerra ragione di quell'incendio, di foglia in foglia il fuoco si espanse all'intero sottobosco per un'area, prima, di un piede, poi di due piedi, poi di tre… e ancora oltre, non palesando alcun interesse ad arrestarsi.
Con un balzo la donna guerriero si allontanò, tempestivamente, da quelle fiamme, temendo, non a torto, di poter rimanere coinvolta nelle medesime. Ma più delle fiamme, quanto la colse di sorpresa fu la reazione dello stregone, che in un primo momento ella non riuscì a interpretare per ciò che sarebbe dovuta essere considerata…
« Il fuoco?! No… il fuoco no! » esclamò, quasi gridò, l'uomo, sbarrando i propri piccoli occhi e osservando, con apparente terrore quanto lì da lei generato « No… il fuoco è il mio unico punto debole! Morirò! » insistette, con tono che, a ogni nuova parola, perdeva credibilità e acquisiva sempre più un sapore grottesco « Come potrò mai sopravvivere?! » domandò retoricamente « Aiuto… aiuto… »
A dispetto di quelle parole, e del loro reale significato schernitore, la mercenaria non avrebbe potuto ritenersi tanto indifferente alle fiamme così come il suo avversario stava dimostrando ostinata ostentazione, dal momento in cui, in effetti, ultima sua intenzione sarebbe potuta essere quella rivolta alla conquista di una qualche ustione in aggiunta alle contusioni, ai graffi e alle ferite già riportate nel corso di quella missione. Per tale ragione, al primo balzo Guerra ne aggiunse molti altri, tentando di distanziare quanto più possibile da sé l’orrore delle fiamme, di quell’incendio incontrollato che, seppur alfine non avrebbe potuto sconfiggere lo stregone, sarebbe riuscito perfettamente nell’intento di sconfiggere ella stessa
« Non vorrei sbagliarmi… ma credo proprio che tanta audacia si stia ritorcendo a tuo discapito. » osservò egli, facilitato a parlare ove ancora a distanza dalle fiamme e dalla loro minaccia, per quanto probabilmente ancora per poco « Attenta a non bruciarti, ballerina. »
Impegnata in quella strana, complessa danza, animata dal solo desiderio di preservare la propria esistenza in vita, la donna guerriero non avrebbe potuto replicare a tono al proprio avversario, sperando, comunque, in cuor suo, che presto, molto presto, tanta insolenza nei propri riguardi sarebbe stata adeguatamente punita. Ma tale suo desiderio, simile sua fantasia, era tristemente condannata a restare irrealizzata, dal momento in cui, prima che le fiamme potessero giungere sufficientemente vicine a lui da minacciarlo, egli scandì una parola che ella non fu in grado di distinguere e, dal profondo della foresta accorse, in suo aiuto, un elementare del fuoco.
Forse lo stesso con il quale la mercenaria aveva avuto già a che fare; forse un altro estraneo al primo; l’infante infuocato giunse immediatamente al richiamo dell’uomo e, senza bisogno di ulteriori spiegazioni, esso fece proprie le fiamme lì presenti, risucchiandole nel proprio corpo ardente con inquietante naturalità, in tal modo estinguendole senza colpo ferire. E se, così facendo, l’elementale salvò in conseguenza anche la donna guerriero, qual sviluppo indubbiamente positivo; esso salvò anche e soprattutto il proprio evocatore, qual sviluppo estremamente negativo. Perché se anche, forse, ella avrebbe potuto allora convincersi che il suo antagonista temeva le fiamme, alcun fuoco avrebbe più potuto supporre di creare in suo contrasto, ove esso non avrebbe avuto possibilità di perdurare più di pochi istanti o, peggio, le sarebbe potuto essere rivoltato contro così come, in quella prima occasione, fortunatamente non era avvenuto.
« Bravo. Veramente bravo. » commentò ella, scuotendo il capo « Siamo tutti capaci a fare meraviglie servendoci di altri… » lo contestò, desiderosa di negargli un qualunque merito per il proprio supposto operato « Sì. Sono proprio convinta che potrai essere proprio soddisfatto di te nel momento in cui riuscirai a uccidermi. Del resto sarai riuscito a farlo contro una donna sola, tu grande stregone armato di poteri sensazionali e capace di evocare straordinari mostri in tuo soccorso. » lo canzonò, desiderosa di porre in dubbio il suo valore.
Troppo borioso, troppo pieno di sé per poter comprendere, allora come pocanzi, che in quelle frasi avrebbe dovuto riconoscere tutta l’astuzia della sua avversaria in proprio contrasto, trucchi psicologici per prendersi giuoco di lui non tanto a scopo di scherno, quanto piuttosto per riuscire a rendere proprie occasioni di sopravvivenza e di vittoria; lo stregone volle accogliere quelle parole quali un insulto verso la propria persona, un’offesa in contrasto al proprio onore.
Ragione per la quale, con un gesto della mano, egli comandò all’elementale di disporsi a distanza da loro, pur, prudentemente, senza allontanarsi, e lasciò le proprie lunghe, lunghissime unghie, stridere l’una contro l’altra, quasi lame affilate sulla mola prima del loro impiego…
« Credi davvero, o sciocca, che un confronto fisico possa turbarmi?! » questionò, con tono retorico « Era mio desiderio risparmiarti la sofferenza che è in mio potere infliggerti, con la compassione che solo chi è palesemente superiore può offrire a chi, altresì, inevitabilmente inferiore. Ma se questo è ciò che richiedi nel tuo stolido abbaiare… sarai accontentata! »
mercoledì 6 giugno 2012
1600
Avventura
033 - Guerra
« Tutto questo si sta rivelando stancante e ripetitivo… » commentò Guerra, ormai sorretta solo dalla propria forza di volontà, in quel confronto palesemente impari, e innanzi al quale, tuttavia, non voleva ancora concedersi la possibilità di lasciarsi andare a emozioni incontrollate, ripetendo quanto accaduto nella conclusione del primo scontro con l'oni « Ti prego di accettare la morte come una semplice evoluzione della tua condizione attuale. E, in ciò, di non opporti alla stessa così come non ti opporresti al risveglio mattutino o al riposo seriale. »
« Potrei dire la stessa cosa per te, mia cara sposa di semidei… » obiettò lo stregone, sorridendo sempre più divertito che intimorito o preoccupato da quelle minacce, evidentemente del tutto prive di significato alla sua attenzione, al suo interesse « Comunque è "serale", non "seriale". » puntualizzò inoltre, non mancando di correggerla nel potersi concedere simile occasione.
E per quanto la donna odiasse permettere a qualcuno di riprenderla, tacque a quell'ennesima correzione, non solo in quanto essa giustificata, ma soprattutto perché ella ormai incapace di valutare per quanto ancora avrebbe potuto concedersi quel sarcasmo nel quale insisteva ad ammantarsi. Se, infatti, l'oni era stato un avversario sensazionale e l'elementare ancor più pericoloso, quello stregone si stava presentando qual il peggiore fra tutti, benché, oggettivamente, non superiore ad alcuno degli stregoni, o delle streghe, da lei già combattute in passato.
A tale pensiero, un sorriso non poté che aprirsi sul suo viso al ricordo dell'unica strega, negromante per la precisione, da lei mai considerata amica, una giovane e splendida donna purtroppo contraddistinta da una vita tutt'altro che felice e che, inconsapevole dei propri poteri, in morte aveva posto un'intera città sotto l'assedio di terribili creature non morte, quali spettri, zombie, scheletri e, persino, dei colossi putrescenti da lei denominati legioni. La sua cara Nass'Hya, per quanto non esperta nel controllo delle proprie capacità, dei propri poteri maledetti, frutto di chissà quale insana radice fra i suoi avi, era dotata di una forza indubbiamente maggiore di quel pur scenografico stregone d'oriente, ancor privo di nome in quanto, forse, persino immeritevole di una qualche denominazione.
Se Guerra era riuscita a vincere contro la regina Anmel, contro la sua amica Nass'Hya, e contro le altre dozzine di esaltati blasfemi in odor di misticismo, assurdo sarebbe stato per lei demoralizzarsi alla prospettiva di quel combattimento, al di là dei troppi colpi già incassati. Dopotutto, per quanto non si fosse mai riferita a lui come a un saggio, Degan, il suo primo maestro d'armi, era solito ripeterle che ogni colpo subito non avrebbe dovuto essere riconosciuto qual merito dell'avversario, ma qual proprio demerito, dimostrazione di una propria imperdonabile indolenza tal da rendere più che meritato ogni colpo. Non che valesse, ovviamente, il contrario... almeno secondo la politica di Degan.
« Quando la morte mi chiamerà… non mi sottrarrò. » commentò per tutta risposta verso il proprio antagonista, stringendosi nelle spalle nella volontà di minimizzare tale eventualità, tutt'altro che sorprendente a un'età qual la sua « Ma dovrà essere Ella in persona a cercarmi, e a reclamare le mie membra. Non di certo tu, o qualcun altro. »
Sino a quel momento ella aveva fallito nell'ipotizzare offensive dirette al proprio antagonista, considerandolo al pari di un qualunque bruto. Del resto, per quanto l'oni potesse essere letale, si era subito presentato agire in maniera estremamente fisica, rendendo inevitabile tradurre il loro duello su tale piano. Al contrario, con uno stregone, con chi persino delle leggi di natura sembrava farsi beffa attraverso la propria magia, difficile sarebbe stato pensare di potersi confrontare in maniera tanto diretta, in termini tanto palesi così come, con stolida ostinazione, ella stava continuando a compiere.
Doveva cambiare strategia, doveva cambiare tattica e, per quanto fosse una sola donna, doveva tentare di cogliere il proprio avversario alle spalle, ove questo sarebbe parso voler a propria volta porre in dubbio ogni regola imposta dagli dei sui mortali, quali, malgrado le proprie esperienze galattiche, non riusciva a smettere di considerarle, seguendo la propria formazione, ciò che da sempre aveva considerato non dissimile a un dogma, a una regola inviolabile e incontestabile.
« Io sarò Morte, per te. » commentò lo stregone di Hyn, sorridendo malignamente con i propri denti da squalo, apparendo in loro grazia ancor più aggressivo, più pericoloso di quanto già palesemente non fosse.
« Sogna… ragazzo. Sogna! » esclamò Guerra, tornando a gettarsi verso di lui, scaraventando la propria spada, passata estemporaneamente alla destra, lontana da sé, con un gesto quasi distratto, quasi incollerito, nel proporsi trasparentemente desiderosa di ritentare, in suo contrasto, un nuovo affondo fisico, non dissimile da quello che, in un primo momento, le aveva concesso di raggiungere un benché minimo risultato nei suoi confronti.
Ma se i gesti della mercenaria furono tanto credibili nella loro esecuzione, al punto tale da non insospettire in alcuna misura lo stregone ben lieto di poterle rivolgere, ancora una volta, la furia dei propri colpi, ora dedicando le proprie energie a plasmare un globo luminoso diverso dai precedenti, in una colorazione bluastra; gli intenti della donna si sarebbero potuti riconoscere ben distanti da una nuova, stolida e masochistica ricerca di dolore, così come di lì a un attimo dopo anche l'uomo avrebbe potuto maturare piena consapevolezza.
Perché nel mentre in cui ella si precipitava, ciecamente, in contrasto a una nuova offensiva che, troppo facilmente, avrebbe potuto scaraventarla in cielo o, peggio, direttamente nell'aldilà; quella stessa lama bastarda lanciata con apparente indifferenza lontana da sé, in grazia a una straordinaria spinta qual solo sarebbe potuta esserle offerta dal suo braccio destro, compì una straordinaria parabola, roteando con una traiettoria magnifica attraverso gli alberi della forse e giungendo, alfine, alle spalle dello stregone, con una foga tale che, per un istante, la stessa donna guerriero ipotizzò di doversi chinare al suolo, per eludere quella che, altrimenti, sarebbe stata una morte travolgente.
« Salutami i bakeneko… » sussurrò verso il proprio avversario, gettandosi sì lateralmente per eludere la sfera blu proiettata contro di lei e, nel contempo, mantenendo lo sguardo attento su di lui, per godersi l'ormai ineluttabile spettacolo.
Dove nulla di quanto previsto mancò di avvenire, purtroppo, anche nulla di quanto previsto riuscì a compiersi per come desiderato, per come sperato, dimostrando, ancora una volta, come purtroppo non scontato, non ovvio, sarebbe stato liberarsi di quell'antagonista, non, per lo meno, prima di aver trovato quel suo maledetto punto debole che, da qualche parte, avrebbe dovuto esistere, non avrebbe potuto negarsi.
Se, infatti, la spada raggiunse la schiena dello stregone, vorticando oscenamente e tutto distruggendo lungo il proprio percorso, dallo squarcio che lì creò non fuoriuscì una singola stilla di sangue, non eruppe una sola goccia di tanto preziosa linfa vitale, quasi, nelle vene di quell'uomo, non sangue circolasse, né altro fluido equiparabile. E dove anche la sua spalla destra venne demolita da quell'offensiva, non particolare dolore egli sembrò accusare, osservando il danno riportato con una certa curiosità, quasi con morboso interesse, allungando la propria mancina a tastare la carne e le ossa vive all'interno di quello squarcio.
Così, nel mentre in cui la spada proseguì nel proprio percorso e si andò a conficcare al centro di un grosso tronco; nel mentre in cui Guerra, proprio malgrado, veniva raggiunta dalla nuova sfera bluastra e, dalla medesima, subiva una tremenda scarica che la spinse a sbavare schiuma dalle labbra e a perdere, quasi, i sensi; lo stregone si limitò a muovere le proprie dita sulla ferita aperta e, in tal gesto, a intessere, sostanzialmente, nuova carne in sostituzione a quella perduta, nuove ossa a compendio di quelle infrante.
« Apprezzo il tentativo. » commentò l'uomo, sorridendo con aria sorniona e crudele verso di lei « Non è da tutti riuscire a proiettare sassi e spade con l'impeto di cui ti sei dimostrata capace. Lo riconosco. » volle concederle atto « Ma ci vorrà qualcosa di più per uccidermi. Credimi… qualcosa di più. »
Impossibilitata a ferirlo fisicamente, con colpi o con tagli, la donna guerriero, per quanto stremata e sempre meno cosciente, riuscì a focalizzare la propria mente sull'immagine di alcuni suoi consueti avversari facenti vanto di caratteristiche simili a quelle dimostrate dallo stregone: gli zombie.
I più classici fra i non morti che ella aveva affrontato, per lei quasi un appuntamento irrinunciabile in ogni dove, erano abitualmente sconfitti con il fuoco, laddove solo incenerendo completamente i loro corpi si avrebbe avuto la certezza di liberarsi della loro minaccia per sempre. Tale razionale, in effetti, avrebbe dovuto essere riconosciuto alla base della cremazione quale principale mezzo per assicurare la pace ai propri defunti, e a se stessi, in quasi ogni angolo del mondo che Guerra aveva visitato: persino in Hyn, per gli abitanti del quale tanto importante avrebbe dovuto essere considerato il culto degli antenati, con la creazione di altari o intere cappelle alla loro venerazione, era stata superata da molto tempo l'usanza di tumulare i propri cari, preferendo prima bruciarne i corpi, poi raccoglierne le ceneri in splendidi vasi e, in grazia di queste, poter mantenere la propria famiglia sempre vicino a sé, per chiedere a loro aiuto e consiglio in ogni momento della giornata e, soprattutto, nei periodi più difficili, nei quali, abitualmente, la mercenaria era solita rivolgersi alla propria dea Thyres.
Partendo dal presupposto di voler tentare di incenerire lo stregone, e dalla consapevolezza di non poter creare sfere di fuoco al pari dell'elementare incontrato il giorno prima, ella avrebbe dovuto necessariamente agire con astuzia e con rapidità, non concedendo al proprio avversario l'occasione di intuire quanto avrebbe veramente voluto ottenere, se non all'ultimo momento, quando ormai, per lui, sarebbe stato troppo tardi.
« Qualcosa di più, dici?! » ansimò, costretta a tale affaticamento dall'evidenza delle proprie condizioni, che non le avrebbero perdonato un'espressione più sfrontata qual sarebbe stata lieta di offrire « Dammi in tempo di raggiungere la mia spada e vedrai. » lo sfidò, tutt'altro che desiderosa di dimostrarsi sconfitta e, in tal scelta, altresì bramosa di stuzzicare il suo orgoglio in vie che, se solo egli fosse stato sufficientemente arrogante, le avrebbero permesso di guadagnare attimi preziosi.
« Ma certo… » replicò lo stregone, reagendo come sperato e, in ciò, lieto di osservare la propria vittima arrabattarsi nella disperata ricerca di una qualche speranza « Fai pure con comodo… non ho fretta. »
martedì 5 giugno 2012
1599
Avventura
033 - Guerra
« Thyres… » gemette ella, rialzandosi da terra necessariamente indolenzita per la botta ricevuta, che sembra averle scombussolato completamente l'ordine degli organi interni al suo corpo « Perché parlate in maniera sempre così retorica, voi cattivi? » domandò, anche lei forse fra sé e sé, ancor prima che con il proprio avversario « Mai una volta che si riesca a trovare uno che non abbia manie di grandezza, esaltandosi al punto da proclamarsi padrone del mondo. »
Neppure il tempo di concludere la frase e una nuova aggressione da parte del suo avversario le fu rivolta, proponendosi simile alla precedente e pur, in questa occasione, potendosi distinguere come una massa globulare rossa, una sorta di bizzarra energia capace di impattare ancor prima di bruciare o distruggere come avrebbe potuto anche essere. Impatto, in effetti, a cui nuovamente ella non riuscì a sottrarsi, perché anche ove impegnata nel tentativo di evadere dalla traiettoria di tale sfera rossa, la stessa modificò la propria traiettoria al solo scopo di vanificarne gli sfori e raggiungerla, ugualmente, laddove sospintasi.
In tal modo, senza purtroppo particolare originalità, Guerra venne sbalzata in aria, questa volta colpita all'altezza delle gambe che per sola benedizione divina su di lei non si fratturarono sotto l'azione di tanto impeto, di tanta potenza. E se pur non fu frattura, sgradevole e doloroso fu il nuovo volo a cui venne costretta, roteando nel corso del medesimo senza alcuna speranza di controllo o di freno.
« Noi… cattivi?! » ripeté lo stregone, incuriosito da quella definizione, dopo che ella ebbe a impattare contro un albero con assoluta mancanza di grazia, non che in una situazione qual quella sarebbe potuta essere da lei pretesa una qualche eleganza.
« Sì. Tu come quel testone di mio marito! » incalzò la mercenaria, cercando di dare il meno a vedere la propria sofferenza e, in ciò, nuovamente sforzandosi di recuperare una postura eretta, anche ove le sue gambe le stavano supplicando di non porle sotto sforzo « "Io devo essere libero di qui!", "Io devo dominare il mondo!", "Io controllo la tua vita!", "Io prendo possesso del tuo compagno perché così impari a tradirmi, per ti dico che lo faccio per il vostro bene!"… basta! Basta! Basta! » esclamò, scuotendo il capo « Basta con questi discorsi del tavolo. Basta con questa esaltazione da dio in terra! »
Nel mentre di tali parole, ella rivelò di aver celato all'interno della propria mano destra un sasso, un sasso di non più di quattro pollici di diametro, in una forma vagamente sferica, il quale, senza un qualche particolare eccesso di grazia, venne allora da lei proiettato con tutta la propria forza, vedendola trasformata in una pericolosa catapulta umana. E quel sasso, assumendo una velocità straordinaria, si diresse con estrema precisione verso lo stregone, cogliendolo alla testa ancor prima che egli potesse avere possibilità di accorgersi di quanto stesse avvenendo.
Ma lo stregone, quando colpito, si ritrovò semplicemente sospinto all'indietro dall'impeto di quell'attacco: attacco che avrebbe sicuramente sfondato un cranio anche ove coperto da un solido elmo, ma che, in quel particolare frangente, ebbe lo stesso effetto di uno schiaffo, o forse anche meno, vedendo il suo obiettivo ritrovare rapidamente la posizione iniziale e nel non mostrare il benché minimo graffio sulla propria pelle, quasi nulla fosse avvenuto.
« "Cavolo", vorrai dire… » la corresse lo stregone, guardandola a metà fra il divertito e l'interessato, beffandola con il proprio più completo disinteresse per quell'attentato fallito, per quell'aggressione del tutto vana « Ma, giusto per curiosità, chi dovrebbe essere questo marito a cui mi paragoni? Ne parli come se fosse qualcuno che dovrei conoscere… »
« Non credo che sia famoso da queste parti, come in verità non lo è neppure dalle mie. » negò ella, storcendo le labbra verso il basso « E' solo un bestione grosso, rosso e con due grandi corna bianche in testa, che puoi divertirti a tagliuzzarlo quanto vuoi, perché torna sempre intero alla fine. Sai che noia… »
Passato il turno della donna guerriero, venne quello dello stregone, il quale, nuovamente, le offrì una delle proprie sfere rosse, convinto di poterla ancora una volta sbalzare al suolo così come già, in due occasioni, ottenuto. Ma ella, già allenatasi con l'elementale, estrasse rapidamente la propria spada dal fodero e si pose in attesa di quel nuovo, pericoloso globo, speranzosa di riuscire, ancora una volta, a comprovare la resistenza della straordinaria lega nella quale era stata forgiata la lama della sua spada. E quanto la sfera le fu prossima, Guerra tese tutto il proprio corpo, non solo braccia e spalle, ma anche addome e gambe, schiena e collo, per respingere al mittente quell'odioso proiettile balistico, così come già era riuscita a compiere con le palle di fuoco del suo nuovo amico, compagno di giochi.
Suo malgrado, però, tanto impegno, tanto sforzo, non vennero ricompensati, fortunatamente non vedendo infrangersi una spada tanto preziosa, e a cui ella ormai era veramente affezionata; e sfortunatamente vedendo tanto la spada, quando ella stessa, che la impugnava, sollevate da terra e lanciate all'indietro, del tutto impossibilitate a tentare di arginare l'impeto di quell'offensiva, di quella stregoneria.
« Affascinante. Pertanto sei la sposa di un oni. » commentò l'uomo, accarezzandosi il mento con incredibile abilità nel non graffiarsi nel mentre di tale operazione « Ora inizio a comprendere alcune cose su quanto accaduto in questi due giorni, e sulla tua serenità innanzi a determinate apparizioni. »
« Semidio, prego. » corresse la mercenaria, quasi volesse difendere la dignità del proprio mai amato sposo, distinguendolo dalla brutalità dell'unico oni da lei incontrato « Almeno con lui posso intrattenermi in una conversazione, per quanto spiacevole. »
Certa di non poter sperare in un risultato migliore da un nuovo sasso, la donna guerriero si slanciò in direzione del proprio avversario in contemporanea alle ultime parole da lei pronunciate, sperando, quanto meno, di riuscire ad arrivare a lui prossima in misura sufficiente da tentare di sventrarlo, con un movimento netto della propria spada. Ma a quel suo attenuativo, egli reagì generando non una grossa sfera, ma sei più piccoli globi, che vennero proiettati con il consueto impeto verso la controparte, per tentare di fermarla, per tentare di arginare la sua violenta avanzata.
Guerra corse, corse con tutte le proprie forze e con tutta la propria agilità, scivolando fra una sfera e l'altra, evitandole una dopo l'altra e cercando di distanziarle in velocità, ove alcuna fra le sei, ovviamente, si smarrì nel nulla ma, tutte, presero a inseguirla dopo un breve momento di necessaria inerzia. Proprio tale inerzia, in un contesto tanto disperato, suggerì alla donna un nuovo, forse folle, tentativo in offesa al suo antagonista, sempre correndo verso di lui, sempre cercando di raggiungerlo con tutte le proprie forze, seguita, braccata dalle sue sfere d'energia. E quando fu prossima al suo antagonista, quando le fu a meno di due piedi di distanza, pronta a menare il proprio forse inutile colpo; ella si lasciò cadere volontariamente a terra, nella speranza di riuscire a disorientare le proprie inseguitrici e costringerle, in tal modo, a schiantarsi contro il loro stesso creatore.
Così fu, e quando lo stregone incassò l'attacco delle sei sfere, la mercenaria non esitò a rialzarsi da terra per tentare di approfittare di tale occasione per finirlo, per calare su di lui la propria spada e terminare, in tal modo, il breve scontro iniziato e che pur, già, non desiderava prolungare eccessivamente a lungo. Purtroppo, però, i suoi calcoli si rivelarono elaborati su presupposti purtroppo errati, quali quelli secondo i quali, in primo luogo, le sei sfere di energia rossa avrebbero potuto ferire il loro creatore, e, in secondo luogo, la sua spada avrebbe potuto infierire su di lui. E quando nessuna fra tali condizioni si avverò, ella dovette essere scaraventata, per la terza volta consecutiva, lontana dal proprio antagonista, ripercorrendo sgradevolmente tutto il percorso di morte da lei imposto poco prima alla bakeneko.
lunedì 4 giugno 2012
1598
Avventura
033 - Guerra
« Vacca… » ripeté lo stregone, non senza un'evidenza di gioia innanzi al proprio dominio su di lei.
Guerra era sconvolta. Sinceramente e completamente. E per un lunghissimo momento, un intervallo forse di una vita intera, forse di pochissimi istanti, il tempo di un battito di ciglia, ella perse il controllo di sé e del mondo intero a sé circostante.
Mai, in tutta la propria vita, uno stregone o una strega avevano dimostrato tanto potere da riuscire a trasformarla in qualcos'altro con una semplicità quasi imbarazzante. Mai, in tutta la propria vita, si era trovata in balia degli eventi in maniera tanto spudorata, senza neppure potersi riservare un'opportunità di ribellione, di rivolta. Anche nei momenti peggiori, anche nelle situazioni più angoscianti, quali, prime fra tutte, quelle relative ai suoi confronti con la regina Anmel, ella non si era mai sentita tanto inerme, tanto priva di una prospettiva diversa da quella impostale, di una semplice speranza di salvezza qual era in quel momento.
Ma in grazia a quale potere egli l'aveva tramutata in una bestia tanto rapidamente? In grazia a quale forza egli si era riuscito a opporre alle leggi di natura riplasmandola nelle fattezze di una mucca? Perché tali, indubbiamente, erano le sue, come testimoniato dagli zoccoli neri, e dal manto bianco, che ella poteva osservare in sostituzione alle proprie mani e ai propri arti superiori.
In lode alla propria amata Thyres, fu proprio nel momento in cui osservò nuovamente le zampe bovine che avevano preso il posto delle proprie braccia che ella comprese come la realtà avrebbe dovuto essere giudicata ben diversa da quanto, spinta dall'ansia, lì stava credendo che fosse. Perché, a dispetto di ogni possibile incanto dello stregone, non sono la sua mente stava ancora ragionando come quella di una donna, ma, soprattutto, stava ancora percependo la presenza della sua protesi alimentata all'idrargirio, che, grazie all'intervento del bakeneko, era allora più carica che mai.
Come avrebbe mai potuto percepire il proprio arto tecnologico ove realmente esso le fosse stato sottratto durante la trasformazione in animale? Perché quella che vedeva innanzi a sé non era una zampa metallica, ma una zampa in carne e ossa, così come il suo braccio destro non era più da oltre tre decenni. E dove lo stregone si fosse preoccupato di rigenerarlo prima di trasformarla in vacca, alcuna percezione le avrebbe dovuto pervenire dal proprio impianto, alcuna informazione di ritorno sarebbe dovuta per lei essere propria.
Quindi… no! Quello non era vero. Tutto quello non era vero.
Non era vero che lo stregone l'aveva tramutata in vacca. E non era vero che ella era costretta a restare a carponi. E non era neppure vero che ella aveva muggito. Perché, per un incantatore, sarebbe sicuramente stato più facile ingannare la sua mente, costringendola a pensare di essere ciò che non era, ancor prima che intervenire a mutare il suo corpo, con un dispendio di energie che non avrebbe mai potuto essere gestito nel contempo di una banale canzonatura, qual lo stregone non si era negato e, ancora, non stava cessando.
« Non senti dolore alle mammelle? » la derise egli, mostrando il proprio orrido sorriso attraverso quelle sottili labbra « E' da due giorni che nessuno ti munge… il dolore dovrebbe essere straziante. »
Il dolore sopraggiunse insieme alle sue parole e Guerra, per poco, non perse l'equilibrio, digrignando i denti nel maledire, dentro di sé, il proprio avversario.
Ovviamente ella era conscia, ormai, di come anche quel dolore dovesse essere fasullo, anche nella semplice consapevolezza di come i suoi seni non avessero mai avuto latte in gioventù, figurarsi alla propria attuale età. Tuttavia il potere di suggestione del proprio antagonista era forte, indubbiamente forte, ragione per la quale, difficile sarebbe potuto essere per lei mantenere la freddezza necessaria in un momento tanto difficile, nel quale avrebbe voluto soltanto gridare per la pena provata.
Nonostante tutto ella non gridò. Non gridò nella volontà di non offrire soddisfazione al proprio antagonista, già sufficientemente pieno di sé da non meritare occasione di altra gratificazione. E, non gridando, cercò di concentrare tutte le proprie forze a isolare quel dolore, definendolo non vero, non reale, non concreto così come, altresì, il maleficio impostole avrebbe voluto farle credere.
Con il sangue pulsante nelle tempie con un'energia tale che, per un istante, temette che la testa le sarebbe esplosa, ella rifiutò il dolore da montata lattea e rifiutò la propria attuale condizione bovina, picchiando con forza il proprio zoccolo… il proprio pugno destro contro il tronco di un albero a lei prossimo, a lei vicino, a dimostrazione di quanto, al di là di ogni inganno, esso sempre era, e sempre sarebbe stato, quel pugno capace di abbattere muri, di pietra o di metallo.
« Stai forse impazzendo per il dolore?! » ridacchiò lo stregone, osservandola senza capire il significato di quel gesto, di quell'offensiva apparentemente priva di ragione, in contrasto a un povero albero.
E dove anche il cervello della mercenaria, sempre ingannato, tentò di comunicarle una sensazione di dolore proveniente da quella zampa… da quell'arto, ella non demorse, non si frenò, insistendo con violenza sempre maggiore fino a quando il tronco sembrò deflagrare, come per effetto di un esplosivo, spezzandosi in dozzine di frammenti lignei e franando al suolo, dal lato opposto rispetto al suo, a quello da lei occupata e ove, sino a quell'istante, il suo pugno aveva insistito a battere.
Fu quel successo a infrangere, non diversamente da come era stato per il tronco d'albero, l'incantesimo gettato su di lei dallo stregone, che perse completamente di significato ai suoi occhi in grazia a quella dimostrazione. E così, prima che all'altro fosse concessa l'occasione di ribellarsi, prendendo coscienza di cosa, realmente, avrebbe dovuto essere letto in quel suo gesto, ella recuperò posizione eretta e si avventò contro di lui, senza neppure riservarsi il tempo di mettere mano alla spada, ma solo di gridare contro di lui tutta la propria ira per quanto accaduto.
« Thyres… tu non conosci ancora il significato della parola dolore! » esclamò, in una frase che, parzialmente, ancora avvertì quale un muggito, e che pur fu certa essere suonata comprensibile, una comprensibile promessa di morte e, forse, di un destino ancor peggiore della stessa morte, al confronto con il quale essa sarebbe apparsa, addirittura, una dolce liberazione.
In Hyn così come fuori da Hyn, uno stregone avrebbe dovuto essere sempre riconosciuto qual un uomo. Un uomo dotato di grandi poteri ma pur sempre un uomo. E come uomo, innanzi a un'aggressione fisica, a un corpo slanciato contro il proprio, nulla avrebbe potuto fare al di fuori di tentare di evadere o di rotolare, a terra, insieme all'aggressore, anche ove neppure i suoi piedi avevano cercato un contatto con il suolo sino a quel momento.
Per tal ragione, per il rispetto di tutte le regole di natura, quando Guerra fu addosso al proprio antagonista, allo stregone non fu concessa alternativa a soccombere, spinto da quell'impeto e gettato a terra, sotto il peso dell'altra. Una temporanea sconfitta, la sua, che lo vide necessariamente sorpreso, e ancor più privato del proprio copricapo, ma che, non per questo, lo vide costretto a presumere la propria sconfitta, il proprio prematuro trapasso nel regno dei morti, come, subito, volle sottolineare. E prima che ella potesse ipotizzare di precipitare il proprio pugno destro contro il suo volto, sperando di lì imporre un effetto ancor più devastante di quello offerto in contrasto all'albero; egli levò la propria mancina contro l'addome dell'avversaria e, in quel punto, scaricò un'onda di pura energia che la proiettò prima verso il cielo, e poi lontana da sé, quasi nulla fosse di più di un balocco, di un semplice giuoco per bambini.
« Sei stata brava. Lo ammetto. » commentò, forse fra sé e sé, o forse verso di lei, seppur ormai distante da lui « Tuttavia non considerarti già vincitrice… perché, ai miei occhi, resti sempre pressoché carne da macello, vacca o no che tu sia. »
domenica 3 giugno 2012
1597
Avventura
033 - Guerra
« Verme? Io?! »
Rispetto ai continenti di Qahr o di Myrgan, quello di Hyn avrebbe dovuto essere considerato molto più distante di quanto non sarebbe già potuto essere considerato per un mero fattore geografico.
Invero, salvo per il vasto mare centrale, tutti i tre continenti avrebbero dovuto essere riconosciuti quali estremamente prossimi l'uno all'altro, nelle proprie estremità, al punto tale da offrire adito a tante, troppe diverse cosmogonie narranti pressoché il medesimo concetto, quello di un solo, enorme continente nella notte dei tempi, successivamente fratturatosi in tre vaste sezioni, una occidentale, Qahr, una orientale, Hyn, e una settentrionale Myrgan. Partendo dalle estremità più favorevoli, e nelle migliori condizioni meteorologiche, il tempo che sarebbe stato necessario a una nave per passare dall'uno all'altro, non sarebbe stato superiore al mese, permettendo, malgrado tutto, una facile possibilità di contatto fra tutte le terre emerse, per così come note a chiunque.
Nonostante una sufficiente vicinanza geografica, tuttavia, il continente di Hyn sembrava essersi volutamente distaccato dai propri fratelli, abbracciando una strada assolutamente originale nella propria evoluzione. Molte, troppe erano le differenze fra Hyn e Qahr o Myrgan, differenze tanto palesi quanto minimali, e pur capaci di modificare totalmente il concetto stesso di quotidianità da un continente all'altro. In Hyn, innanzitutto, non esistevano le stesse infinite frammentazioni che dominavano il territorio di Qahr: se Qahr si sarebbe potuto considerare frazionato da un numero esorbitante di regni, più o meno vasti, nel proprio periodo di massima spartizione Hyn era stato diviso in sole tre parti, successivamente riunificate in una… l'Impero. O, ancora, se in Qahr, ma anche in Myrgan, i pagamenti erano riconosciuti in oro, argento o pietre preziose, in Hyn tale concetto era stato superato nella creazione della moneta e, ancor più, della cartamoneta: semplici tondini di metallo assolutamente privo di valore, e pezzi di una particolare carta, il cui concetto, in effetti, era estremamente raro negli altri continenti, erano usati in luogo dell'oro e di altri valori, i quali erano quasi completamente accentrati nelle mani dell'Imperatore Lupo. Solo all'Imperatore era concesso coniare monete o stampare cartamoneta, in quanto ognuno di quei dischi di metallo e ognuno di quei fogli di carta sarebbe dovuto corrispondere a una minima parte del suo tesoro, assicurando, in tal modo, l'effettiva copertura del loro valore.
Queste e molte altre avrebbero dovuto essere indicate quali le più macroscopiche differenze fra l'Impero e il resto del mondo, differenze, tuttavia, che non erano completamente ignorate dallo stesso resto del mondo. Tante quante quelle differenze, e ancor più, infatti, erano le battute di scherno che erano rivolte verso Hyn da chi incapace di apprezzare i valori della loro evoluzione, a incominciare dalla folle idea di un unico smisurato impero laddove a stento delle province erano in grado di coesistere all'interno di uno stesso, piccolo regno; per proseguire con la stolidità di chi, all'oro, all'argento e ai valori concreti, preferiva oggetti privi di intrinseco pregio. E accanto a tutto questo, oltre ai pettegolezzi e alle battute sul continente di Hyn e sulle sue usanze, non mancavano di essere diffuse storie, miti e leggende sui mostri locali, sugli orrori che, fortunatamente, solo laggiù avrebbero potuto essere incontrati.
Guerra, nel proprio piccolo, così come aveva sempre diffidato delle storie riguardanti il territorio locale, che più di qualunque altro avrebbe dovuto essere conosciuto e che, tuttavia, più di ogni altro era spesso oggetto di inutili enfatizzazioni; aveva egualmente diffidato delle storie riguardanti una terra tanto lontana come quella di Hyn, minimizzandole a mere suggestioni prive di qualunque affidabilità. E sino a quel momento, nel proprio viaggio a oriente, nulla aveva avuto ragione di essere confermato di quanto ella aveva pur avuto modo di sentire narrare, offrendo in ciò la soddisfazione di ritenere di essere sempre stata nel giusto.
Solo in quel momento, solo in quell'occasione, tuttavia, una fra le varie leggende relative a Hyn sembrò trovare conferma. Trovare conferma nell'aspetto del proprio avversario. Dello stregone, per così come ella l'aveva sin dall'inizio considerato.
« Ti sembro forse un verme? » domandò lo stregone, apparendole innanzi, invero addirittura lievitando verso di lei, nel non posare piede al suolo nel proprio movimento « Tu… piuttosto… mi sembri una vacca. »
Alto, altissimo, non solo per i canoni di Hyn, ma anche per quelli a cui Guerra avrebbe potuto definirsi abituata, nel superare abbondantemente i sei piedi d'altezza; e magro, magrissimo, quasi scheletrico nelle proprie forme, sebbene chiaramente umano, con ancora carne e pelle a coprire le sue ossa; il suo nuovo avversario, o, per meglio dire, il suo avversario di sempre in quella missione, in quell'ascesa lungo il crinale della montagna, rispettava in tutto e per tutto quanto ella aveva sentito raccontare nel merito degli stregoni dell'Impero. Perché la sua pelle non sarebbe potuta essere descritta olivastra al pari di quasi tutti gli uomini e le donne di Hyn, ma addirittura verde, un verde malato, un verde marcio, ben lontano da qualunque sentore di salute. Perché il suo viso appariva piccolo, con occhi stretti e lunghi, inclinanti dall'alto verso il basso, come chiunque in Hyn, ma sovrastati da sopracciglia lunghe, lunghissime, e nere come il manto di un corvo, che lungi i bordi spigolosi del suo volto scendevano fino a mischiarsi ai capelli di eguale colore lunghi, lunghissimi, sino quasi ai suoi piedi. Altrettanto neri, e altrettanto lunghi, erano i suoi baffi, baffi che, a partire dal labbro superiore, discendevano non dissimili dalle sopracciglia in sottili cascate corvine. E i denti, fra quelle labbra sottili, erano seghettati, simili a quelli di uno squalo ancor prima che a quelli di un uomo.
Sul suo capo, a non negare nulla di quel quadro complessivo tanto rispettoso del mito, poggiava un berretto di foggia locale, con un amplio risvolto nero a definire un mezzo cono rovesciato sopra la sua fronte, e con una rivestimento giallo al suo interno, a coprire, effettivamente, la nuca. Gialle, anche, erano le sue vesti, rispettose della moda locale e discendenti, dal suo collo, sino ai suoi piedi, per quanto le gambe, fossero, in verità, avvolte in larghi pantaloni di eguale colore, e i suo piedi in piccole scarpette di stoffa, ora nera. In tale trionfo di giallo e nero, verdi risplendevano quasi le sue mani, invero della medesima tonalità del visto e pur, in tal contesto, più appariscenti, meglio definite, ove ve ne sarebbe potuta essere necessità. Necessità, in effetti, tutt'altro che tale, dal momento in cui, nell'osservarne le forme, caratterizzate da dita lunghe e secche, terminanti con unghie ancor più lunghe e simili a lame, alcuno avrebbe potuto ovviare a una reazione di curiosità e disgusto, disgusto, nella fattispecie, al pensiero di quanto dolore sarebbe potuto derivare dall'azione di quegli osceni artigli.
« Vedo che, nonostante tanta evoluzione, qui in Hyn non siete più fantasiosi degli abitanti delle mie terre. » commentò ella, sdrammatizzando quel momento di naturale tensione, innanzi a una figura tanto imponente e, sicuramente, pericolosa « Là tutti si divertivano a chiamarmi cagna… qui tutti vi divertite a darmi della vacca. Cos'è? Non vi piacciono le vacche?! » ironizzò, sorridendo sorniona.
« No. » scosse il capo, lentamente, lo stregone « Non mi hai inteso. Tu… sei… una vacca! » rispose con assoluta tranquillità, mentre dai suoi occhi parve comparire un lampo di luce, invero oscura e tenebrosa come oscuro e tenebroso era il proprietario di quegli occhi.
E, forse per la prima volta nella propria esistenza, Guerra si sentì vittima di un potere a lei superiore, un potere contro il quale non avrebbe potuto far nulla se non piegarsi, cedere. Ma cedere, in quel caso, sarebbe equivalso a morire e, per quanto ne fosse consapevole, non avrebbe potuto fare nulla per opporsi allo stesso, quasi, alla fine, qualcuno fosse riuscito a imporle un destino estraneo alle proprie volontà, ai propri desideri, a quanto sarebbe stata lieta di scrivere con le proprie stesse mani, con i propri gesti.
Un destino che apparve non solo crudele, ma anche grottesco, laddove, nel momento in cui ella cercò di parlare, gettata proprio malgrado a carponi innanzi a quello stregone, non un insulto usci dalle sue labbra, ma solo un lungo, intenso muggito.
Iscriviti a:
Post (Atom)