11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 31 ottobre 2018

2714


Se nell’incontrare la dottoressa Jacqueline Marchetti, Midda non aveva potuto ovviare a riservarsi una certa sorpresa, e una certa sorpresa motivata dallo scoprire essere questa nessun altro se non una versione alternativa della propria vecchia amica, e a volte nemica, Carsa Anloch; nel veder ricomparire innanzi a sé anche il volto sorridente del biondo Be’Wahr, e nell’ascoltarlo presentarsi come il dottor Lorenzo Tavaglione, ovvero il suo nuovo fisioterapista, colui che avrebbe dovuto aiutarla a ritrovare il controllo del proprio corpo, supportandola nel non semplice cammino che avrebbe veduto i propri muscoli atrofizzati ritrovare faticosamente animazione, ella non avrebbe potuto in alcun modo ovviare a cogliere la riprova dell’esistenza di una qualche forza superiore, di una qualche entità divina, o persino qualcosa di maggiore, desiderosa soltanto di divertirsi alle sue spalle, ponendola a confronto con una realtà sempre più assurda, con un Creato apparentemente concepito con l’unico intento di porre ognuno di loro nella situazione più improbabile, più paradossale che avrebbe mai potuto essere concepita. Perché, se pur, con l’obbligata dimostrazione di notevole elasticità mentale, ella avrebbe potuto anche accettare l’idea della propria sorella d’arme in quel nuovo ruolo, e in un ruolo già trasparente di una cosiddetta ironia della sorte, nel ben considerare quelli che avrebbero avuto a doversi considerare i piuttosto noti problemi mentali della stessa Carsa nel suo mondo, nel suo universo natio; cercare di riconoscere in quel professionista serio e scrupoloso il proprio antico sodale, non sarebbe stato tanto semplice per Midda… e non per una banale dimostrazione di malevolo pregiudizio a discapito del buon Be’Wahr, qual pur avrebbe potuto anche essere facilmente frainteso il suo.
In verità, il “suo” Be’Wahr, il Be’Wahr del suo mondo, della sua realtà, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual uno dei propri più fedeli e affezionati alleati di quell’ultimo decennio e poco più: non un semplice compagno d’arme, ma un vero e proprio fratello, un amico, pronto a tutto per lei, così come in molteplici occasioni aveva quietamente offerto riprova d’essere senza mai esitazione alcuna, senza mai freno di sorta. In questo, pertanto, mai ella avrebbe potuto riservarsi un pensiero meno che nostalgico nei suoi confronti. In questo, ancora, mai ella aveva potuto essere meno che felice nell’averlo fugacemente rincontrato durante quell’insana avventura nel tempo del sogno. E in questo, infine, poter rivedere il suo volto, risentire la sua voce, o, quantomeno, la voce di una sua versione alternativa, anche in quel momento, anche in quel nuovo mondo, in quella nuova realtà, non avrebbe potuto ovviare a colmarle il cuore di gioia, e di gioia pura, sincera, trasparente, e in nulla inferiore a quella provata innanzi all’immagine del padre o della perduta gemella. Ma, al di là di tutto questo, di simile, sacrosanta considerazione, tentare di inquadrare nelle vesti di un medico, e di un medico serio e scrupoloso, ben attento a verificare ogni possibile aggiornamento della sua scheda clinica, analizzandone i valori lì presenti con massima concentrazione da dietro i propri sottili ed eleganti occhiali da lettura, proprio il ricordo di quel nerboruto mercenario che tante, troppe avventure aveva condiviso in sua compagnia, mostrando un’infinità di buone, buonissime qualità ma, di certo, non riservandosi posizione di particolare risalto per la profondità della propria preparazione culturale o, tantomeno, per il proprio acume; non avrebbe potuto evitare di suscitare in lei una sincera e giustificabile ilarità, e un’ilarità alla quale, tuttavia, sarebbe stato meglio evitare di offrire libero sfogo, laddove, in quelle circostanze, difficilmente avrebbe potuto essere apprezzata.

“Thyres… il prossimo chi sarà?” non poté ovviare a domandarsi, sinceramente incuriosita da tutta quella situazione, e da una situazione che, allora, non avrebbe potuto ovviare ad altalenare fra il divertimento e la follia “Manca solo Howe e, a questo punto, la vecchia squadra sarà completa…”

Erano trascorsi più di dodici anni da quando Be’Wahr, il “suo” Be’Wahr, era entrato in scena nella sua vita, per la prima volta presentandosi al suo sguardo insieme non soltanto a Carsa, ma anche, e ancor più, al proprio inseparabile fratello Howe, così da lei in effetti appena rievocato nell’intimità dei propri pensieri. E se quali fratelli, da sempre, essi si erano presentati essere, tale legame non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual un mero legame di sangue, qual pur, in effetti, non avrebbe potuto trovarli in alcun modo coinvolti, quanto, e piuttosto, di vita.
Nel mentre in cui, in effetti, l’uno avrebbe potuto vantare antenati shar’tiaghi, provenienti dall’estremo nord-orientale del continente, lo stesso luogo di provenienza di Be’Sihl; l’altro, in totale contrapposizione, non avrebbe potuto ignorare le proprie origini tranithe, ricollocabili altresì dell’estremo sud-occidentale, condividendo, in ciò, la medesima madre patria della stessa Midda Bontor. E così, nel mentre in cui Howe, a dispetto del proprio nome apparentemente tranitha, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual contraddistinto da pelle bronzea e scuri capelli intrecciati in una folta chioma di piccole treccine, nel rispetto di quella stessa identica tradizione fieramente procrastinata da qualunque shar’tiagho; Be’Wahr, in contrapposizione al proprio nome trasparentemente shar’tiagho, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual contraddistinto da biondi capelli e pelle chiara, con il corpo riccamente coperto di tatuaggi, nello stile proprio della sua terra d’origine: un interessante intreccio di nomi, il loro, per amor di cronaca desiderato, ancor prima della loro stessa nascita, dai loro rispettivi genitori, che non avrebbe potuto ovviare a sancire, per essi, quella comunione fraterna praticamente da sempre.
Tutt’altro che di difficile previsione, a margine di ciò, avrebbe quindi avuto a dover essere contemplata l’eventualità dell’ingresso in scena anche della versione locale di Howe, la prospettiva del quale, tuttavia, non avrebbe potuto allora ovviare a stuzzicare la curiosità della stessa Midda Bontor, nell’improbabile e divertita previsione di quale ruolo avrebbe potuto essergli allor riservato dopo che, tanto l’una, Carsa, quanto l’altro, Be’Wahr, erano finiti a essere agli antipodi di quanto, mai, ella avrebbe potuto immaginare per loro stessi, avesse avuto occasione di sforzarsi in tal direzione.

“Aspetta un momento…”

Un pensiero non poté ovviare a cogliere, in quel frangente, l’attenzione della donna guerriero, nel mentre in cui si sforzò di riportare l’attenzione alla realtà per lei lì presente e, con essa, alla propria supposta identità di Madailéin Mont-d'Orb. E un pensiero che, allora, non poté ovviare a correre all’altra Maddie da lei conosciuta e allo stesso Be’Wahr, avendo avuto occasione, nel tempo del sogno, di scoprire quanto, dall’arrivo di quest’ultima nel loro universo e, in particolare, nel suo pianeta d’origine, non soltanto ella avesse avuto occasione di colmare il vuoto da lei lasciato dietro di sé nel partire per gli infiniti spazi siderali, ma, anche e soprattutto, avesse iniziato una relazione di natura amorosa proprio con il suo biondo sodale, in un’eventualità che, senza nulla voler togliere al valore proprio di Be’Wahr, ella non aveva mai preso in considerazione, ma che, altresì, la sua versione alternativa non aveva disdegnato… anzi.
Ma se, indifferenti a qualunque eventuale separazione che, presto o tardi, il multiverso avrebbe potuto loro imporre, Maddie e Be’Wahr non si erano negati occasione di concedersi di esplorare l’eventualità di un loro rapporto di coppia; non è che la presenza, in quel momento, in quella situazione, proprio di una versione alternativa di Be’Wahr con un’altra versione di Maddie, avrebbe voluto suggerire l’intenzione, dall’indefinito orchestratore di quelle tutt’altro che casuali coincidenze, di un qualche coinvolgimento fra lei e il dottor Tavaglione?!

“… no. Questo no.” escluse fermamente nel profondo della propria mente, in risposta a quell’interrogativo e, soprattutto, a qualunque entità superiore in quel frangente si stesse divertendo a giocare con lei, non nel voler disdegnare l’eventualità rappresentata da quello sviluppo, non potendo certamente accusare né Be’Wahr, né quella sua versione alternativa di mancare di fascino, e di un fascino indubbiamente virile, quanto, e piuttosto, nella ferma volontà di non rendere ancora più complicato tutto quello… qualunque cosa, in effetti, “tutto quello” avesse a essere.

martedì 30 ottobre 2018

2713


Midda Namile Bontor non avrebbe desiderato mentire alla propria gemella. Non, perlomeno, a quella versione alternativa della propria gemella, con la quale, almeno sino a quel momento, in quei primi giorni dopo il proprio risveglio, aveva avuto soltanto occasione di scoprire l’esistenza della possibilità di instaurare un ottimo rapporto, di poter ricominciare da capo così come, purtroppo, con Nissa non le era mai stata offerta alcuna speranza di compiere. Un desiderio di sincerità, il suo, che, ovviamente e purtroppo, non avrebbe avuto valore di realtà, non, quantomeno, nel confronto con la propria visione della realtà e con una realtà completamente estranea a quella lì a lei circostante, ma che, pur, non avrebbe potuto ovviare a giovare al proprio cuore, alle proprie emozioni, e a tutto quel carico emotivo fermamente rinchiuso, sepolto in un angolo del proprio animo, della propria mente, a non concederle possibilità di avvelenare anche il proprio futuro per tutti gli errori commessi nel passato, distruggere il proprio domani per le colpe di ieri.
Ella temeva l’eventualità di mentirle. E temeva, per quanto speranzosamente la propria presenza in quel luogo avrebbe avuto a doversi considerare passeggera, la possibilità di arrivare a rovinare la vita di quell’inconsapevole Rín nello stesso modo in cui, trentatré anni prima aveva rovinato la vita dell’altrettanto inconsapevole Nissa, con la promessa di non abbandonarla mai, con la promessa di non lasciarla mai sola, di poter essere sempre presente per lei. Promessa infranta nella notte in cui, con la stessa, per lei allora ignara, codardia di un ladro, si mosse a uscire dal proprio letto, dalla propria camera, e dalla propria casa natale, per dirigersi al porto, e introdursi, qual clandestina, a bordo di una nave mercantile lì in partenza. Già una volta aveva distrutto ogni possibilità di fiducia fra lei e la propria gemella, in una decisione che, successivamente, aveva condotto a una guerra trentennale costellata di innumerevoli vittime, e temere di commettere, nuovamente, tale errore, non avrebbe potuto che essere considerato quantomeno legittimo da parte sua, sicuramente giustificabile dal proprio punto di vista.
Ciò non di meno, a fronte di un simile interrogativo, in conseguenza a una tale domanda, difficile sarebbe stato per lei non mentire, difficile sarebbe stato per lei rispondere sinceramente senza, in questo, aprire una serie di possibili scenari forse peggiori finanche rispetto a quello che ella desiderava così fermamente evitare. Poiché, proprio malgrado, non avrebbe mai potuto raccontare la propria storia, la storia della propria vita, la propria versione della realtà, e la propria realtà, senza, in questo, sfidare la sorte, nella più che comprensibile impossibilità, per chiunque, a crederla, ad accettare le sue parole. E in tale impossibilità, troppo semplice sarebbe stato anche per la propria gemella, per Rín, sentirsi canzonata da lei o, peggio ancora, crederla completamente impazzita, in conseguenza a quello che, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a dover essere sol giudicato un lungo, un lunghissimo periodo di coma, e nulla più.
In che modo Rín avrebbe mai potuto accettare l’idea che lo spirito di un’altra donna, la coscienza di una versione alternativa della propria gemella, fosse finito in quel corpo? In che modo ella avrebbe mai potuto credere all’idea stessa del multiverso, e avrebbe mai potuto accettare il pensiero che, in un’altra dimensione, in un'altra realtà, una versione alternativa della propria gemella fosse in lotta contro creature mitologiche, mostri negromantici, semidei e, talvolta, persino dei? In che modo ella avrebbe mai potuto offrir fede al pensiero che tutto ciò stesse accadendo soltanto per il capriccio di un semidio immortale, un semidio immortale ucciso dal dio proprio padre, morto e, ciò non di meno, sopravvissuto, e sopravvissuto perché proiettatosi in un altro corpo, un corpo all’interno del quale era rimasto sino a quando la stessa Midda Bontor non aveva accettato di offrirgli in sacrificio un’altra vittima, un nuovo ospite, che meglio soddisfacesse le proprie richieste e che, di conseguenza, vedesse liberato il primo, vedesse liberato l’uomo del quale ella era innamorata, il padre dei suoi figli, e quell’uomo e quei figli che, in quello stesso momento, avrebbero avuto a doversi riconoscere in sicuro pericolo, in una realtà lontana, e in una realtà che ella stessa non aveva la benché minima idea di come riuscire a raggiungere?

“Thyres… io stessa fatico a crederci…” sospirò nel profondo della propria mente, non potendosi negare quanto, tutto quello, in quel contesto, apparisse folle, apparisse insensato, apparisse estraneo a ogni raziocinio, molto più di quanto non fosse mai stato in passato, di quanto non fosse mai stato nel corso della propria vita.

Qualche anno prima, in termini poi non così diversi da quelli attuali, Midda era improvvisamente piombata nella quotidianità di nuove persone, di nuove figure che, di lì a breve, sarebbero divenute per lei come sorelle, amiche per le quali morire e che, all’occorrenza, non avrebbero esitato a porre in dubbio il proprio domani per lei. E, forse con ingenuità, sicuramente con sincerità, ella non aveva esitato a raccontare loro tutta la propria storia, tutta la realtà della propria vita, per quanto, provenendo da un mondo lontano, e un mondo in apparenza dominato da regole diverse dalle loro, dalla magia ancor prima che dalla scienza, simile narrazione avrebbe potuto facilmente essere definita qual il delirio di una folle. Ma, in quell’occasione, in quel frangente, ella aveva avuto dalla propria, quantomeno, alcuni fatti, alcuni inoppugnabili fatti, qual la propria stessa esistenza in vita, l’esistenza in vita del proprio amato, e, purtroppo, anche l’esistenza in vita di quel semidio suo sposo che mai aveva cessato di perseguitarla, che mai aveva rinunciato a offrirle tormento.
Ora, invece, in quella nuova situazione, in quel nuovo frangente, ella avrebbe avuto a doversi riconoscere terribilmente sola, sola in un corpo che non le apparteneva, sola in una realtà che non le apparteneva e a cui ella non apparteneva, sola a confronto con una famiglia che non avrebbe potuto realmente riconoscere qual propria e che mai avrebbe potuto accettarla qual propria. Una situazione, la sua, che non avrebbe potuto quindi riconoscersi non soltanto qual terribilmente più complicata, ma, soprattutto, terribilmente più spiacevole rispetto a qualunque altra mai affrontata prima.
E tutto per merito di Desmair…

“Troverò un modo di tornare… e di ucciderti. A costo di proiettarti nel cuore incandescente di una stella…” gli ripromise, decisa più che mai ad acquisire quello stato di vedovanza a lungo rincorso e mai ottenuto, liberandosi di quel marito che troppe persone aveva ucciso, e troppe altre aveva fatto soffrire, ma che, soprattutto, non avrebbe smesso di tormentarla fino alla fine dei suoi giorni, così come tutto quello stava quietamente comprovando a scanso di ogni possibilità di equivoco.

Un prolungato silenzio, quello che ella ebbe a riservarsi, persa in simili pensieri, in un tale flusso di coscienza, che non poté mancare di essere colto dalla sua interlocutrice, e a da quell’interlocutrice la quale, improvvisamente, ebbe a osservare l’immobile corpo della propria gemella mancare di qualunque reazione, di qualunque evidenza di attività fisica o mentale, in misura tale per cui, proprio malgrado, non poté che provare un profondo senso di inquietudine, se non addirittura di paura, nel confronto con il ricordo ancor tutt’altro che obliato di quegli ultimi trentatré anni, e di quel lungo, interminabile periodo di assenza della propria amata sorella, un periodo di assenza il ritorno del quale, probabilmente, avrebbe temuto potesse occorrere per il resto della propria esistenza, malgrado la speranzosamente completa ripresa della propria gemella, in grazia a tutto l’aiuto, fisico e psicologico, che non avrebbe mancato di metterle a disposizione per restituirle quella vita dalla quale, per troppo tempo, era rimasta completamente estranea. A confronto con simile inquietudine, con tale paura, Rín non poté che pentirsi, e pentirsi profondamente della stupidità del proprio interrogativo, e di un interrogativo che, evidentemente, era giunto a lei troppo presto, prima di quanto non avrebbe avuto a doversi riconoscere pronta ad affrontarlo e, in ciò, a poterle concedere una risposta.
Così, cercando di minimizzare l’importanza di quella domanda, ella subito riprese parola, a tentare di riportare la mente della propria sorella gemella a lei…

« Lascia perdere, Maddie! » scosse il capo, avvicinandosi a lei e allungando la propria sinistra a stringere la sinistra della stessa, in un gesto dolce e delicato, ma saldo nella propria presa, fermo nella propria presenza « Non è importante che tu mi risponda… davvero. »

lunedì 29 ottobre 2018

2712


« Ma guarda te che razza di viperetta gelosa mi ritrovo come sorella! » esclamò l’altra, non senza una certa sorpresa, e una positiva sorpresa, per quell’appunto mossole in maniera non priva di malizia, e tale da dimostrare, al di là delle sue evidenti condizioni fisiche, quanto la mente della propria gemella avesse a doversi considerare assolutamente attiva, supportata, con giustificabili e minime incertezze, da una lingua già sufficientemente affilata per potersi permettere quel genere di affondi « Resti zitta per trent’anni e, al tuo risveglio, l’unica cosa a cui sai pensare è all’evidenza di quanto io sia più bella rispetto a te?! » commentò, indicando con un movimento di entrambe le mani il proprio profilo, in un misto di orgoglio e, invero, anche di autoironia « Quasi quasi ti preferivo quando eri ancora un semplice soprammobile… » soggiunse, in una battuta che qualcuno avrebbe potuto considerare infelice, ma che, fra loro, nel loro particolare rapporto sororale, sarebbe stata necessariamente compresa nel proprio intento, e, ancora, in un intento privo di qualunque malevolenza, in quel battibecco assolutamente giocoso fra loro.
« Soprammobile…?! » ripeté l’altra, sgranando per come possibile gli occhi a dimostrare tutta la propria sorpresa per quella definizione, e per quella definizione assolutamente priva di rispetto per la propria attuale condizione « Devo averti veramente punta nel vivo per spingerti ad attaccarmi in maniera tanto crudele… » osservò poi, proseguendo in quel giuoco, e in quel giuoco che, anche dal suo punto di vista, in alcun altro modo avrebbe voluto essere inteso, abituata, del resto, a insultare, e a essere insultata, scherzosamente anche in termini ben più pesanti rispetto a quelli sino a quel momento adoperati fra loro « Fammi capire… ma la sedia a rotelle hai iniziato a usarla subito dopo l’incidente o da quando il peso eccessivo di quei seni ti ha spezzato la schiena?! »

A margine di quanto quello scherzare avesse potuto considerarsi pesante o meno, quanto Midda non poté ovviare a provare, in verità, fu un certo, sincero piacere, e un certo, sincero piacere nel ritrovarsi a poter vivere con quella versione alternativa della propria perduta gemella quel rapporto purtroppo mai avuto con lei, o, quantomeno, con la versione che, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a doversi identificare qual l’originale di quella alternativa. Un rapporto mai concessosi con Nissa, non, per lo meno, a seguito della propria fuga da casa, e che forse, poi, ella aveva di volta in volta surrogato nelle proprie amicizie, e in quelle amicizie che aveva stretto a ricostruire, attorno a sé, ogni volta, una nuova famiglia, e una nuova famiglia che compensasse l’assenza della propria: amici, i suoi, al contempo ricercati e rifuggiti nel corso intero della propria esistenza, dai quali mai avrebbe desiderato sentir di dipendere, e ai quali pur mai avrebbe potuto rinunciare, nella probabilmente mai ammessa necessità, nel riflesso presente nei loro occhi, di avere a poter riconoscere la propria immagine e, in ciò, nel comprendere di essere, di esistere, nello stesso modo in cui, pur, ella aveva smesso di essere, di esistere, nello sguardo della propria gemella da quell’infausta sera di più di trent’anni prima.
Quale coincidenza… e quale assurda beffa del destino, tutto ciò avrebbe necessariamente definito.
Trentatré anni prima, ella e Nissa si erano ritrovate spiacevolmente divise per colpa della propria scelta, e di quella propria scelta atta a vederla inseguire i propri sogni, la propria brama di avventura, lontano da quella tranquilla isoletta che, per loro, aveva da sempre rappresentato tutto il mondo conosciuto, e uno splendido mondo conosciuto, privo di violenza, privo di soprusi, privo di malvagità. Trentatré anni prima, Rín e Maddie si erano ritrovate spiacevolmente divise per colpa di una fatalità, e di una fatalità in conseguenza alla quale, anche in quel mondo, anche in quella realtà, la sua gemella, o, quantomeno, la versione locale della stessa, si era ritrovata costretta a vivere la vita da sola, ad affrontare ogni sfida da sola, in un mondo che, dopo la morte della loro genitrice, non avrebbe potuto ovviare a risultare improvvisamente più tragico, più triste, più disincantato di quanto, sino a quel momento, non aveva potuto apparirle. Ma se la sua Nissa, rimasta sola e ritrovatasi, dopo qualche anno, ad affrontare la malattia e la morte di loro madre, aveva saputo soltanto coltivare astio e livore nei suoi confronti, accusandola di ogni colpa, di ogni responsabilità, quasi fosse stata colpa sua se loro madre era morta, neppur rendendosi conto di quanto comunque drammatica, comunque tragica avrebbe avuto a dover essere considerata quella notizia per lei; Rín, pur egualmente rimasta sola e ritrovatasi, improvvisamente, anche privata della loro madre, non sembrava aver nulla da addebitarle, nulla da incolparla, apparentemente animata, al contrario, soltanto dal desiderio di recuperare gli anni perduti, e gli anni in cui, loro malgrado, erano rimaste distanti.
Quale coincidenza, il fatto che in entrambe quelle realtà, in entrambi quei mondi, le loro vite fossero mutate drasticamente a quella tenera e infantile età… e quale assurda beffa del destino, comunque, il fatto che a lei, che pur aveva avuto occasione di vivere quegli ultimi trentatré anni, fosse mancata la propria gemella, nella stessa misura in cui, anche dal punto di vista di Rín, ella, o, piuttosto, la propria versione alternativa, era parimenti mancata.

« Altro che viperetta… il termine giusto credo sia cagna malefica! » protestò Rín, guardandola per un attimo con occhi a sua volta sgranati salvo, poi, improvvisamente scoppiare in una sentita risata, tanto sincera quanto violenta al punto tale che fu praticamente costretta a gettare il capo all’indietro, a permettere alla propria ilarità di esplodere, di eruttare in maniera più vivace dal profondo del suo cuore dritto sino alle sue labbra, dischiuse in un amplio sorriso.

Una risata, quella propria di Rín, che non avrebbe potuto ovviare a contagiare anche Midda, e che non ovviò a contagiarla, vedendola, anzi, ritrovare il proprio intero corpo a fremere nell’impeto di quella risata purtroppo più sguaiata di quanto non avrebbe potuto preferire offrire, in quella particolare situazione di temporanea parali. Ma, al di là della possibile mancanza di eleganza, la donna guerriero non poté che confermare tutta la propria analisi emotiva su quella situazione, e sul piacere che, in fondo, non avrebbe potuto ovviare egoisticamente a provare in quel momento, con buona pace di tutte le preoccupazioni, di tutte le perplessità di cosa fosse realmente accaduto, di come lì fosse giunta, di come da lì sarebbe potuta ritornare al proprio mondo e, soprattutto, di cosa Desmair avrebbe potuto riservarsi l’opportunità di combinare in sua assenza, soprattutto a discapito del suo amato Be’Sihl, drammaticamente rimasto inconsapevolmente da solo con lui.
In quel momento, per quell’effimero istante, solo lei e la propria gemella, pur lì presente in quella versione alternativa, avrebbero avuto a esistere nel confronto con il suo cuore, con la sua mente, concedendole un’occasione di paradossale serenità, tale, persino, da farle dimenticare quanto, proprio malgrado, avesse a doversi considerare lì intrappolata nel suo stesso corpo… o, per meglio dire, nel corpo di una sua versione alternativa, di Madailéin Mont-d'Orb.

 « Diamine… » sospirò Rín, cercando di calmarsi, pur non potendo fare a meno di continuare a ridacchiare in maniera quasi incontrollata « … se si escludono questi ultimi giorni, l’ultima volta che abbiamo avuto occasione di parlare, tu e io, avevamo a dover decidere se chiedere per Natale la casa di Barbie o il castello di He-Man. » rievocò, in nomi che all’attenzione della sua interlocutrice non avrebbero potuto significare nulla, e innanzi ai quali, pur, ella cercò di non dimostrare alcun smarrimento, nel non desiderare lasciar trasparire la realtà della propria più completa estraneità a quella donna « Cielo…! Quanto volevi quel castello! »
« … già… » si limitò a confermare Midda.
« Figurati… per quanto io non abbia mai compreso cosa avessi a entusiasmarti a guardare quel cartone animato, quando lo riproposero qualche anno dopo il 2000, me lo guardai tutto soltanto per avere occasione di recensirtelo quando venivo a trovarti. » sorrise, ora, tuttavia, meno divertita, meno ilare, e dominata dalla malinconia del ricordo di quei lunghi, lunghissimi trentatré anni nei quali tutta la possibilità di interazione con lei concessale era stata quella propria di un monologo, un interminabile monologo colmo di speranza e di frustrazione per l’apparente inutilità dietro a tutto ciò « … scusa… » riprese voce, ritornando con i propri occhi color ghiaccio in direzione di quelli della gemella « Probabilmente non dovrei chiedertelo, ma… cosa ti ricordi di quanto è accaduto in questi anni? » non riuscì a fare a meno di domandarle, stringendo le carnose labbra in un gesto di intima insofferenza.

domenica 28 ottobre 2018

2711


Per Midda, ancor più complicato rispetto a rapportarsi con la versione strizzacervelli di Carsa, o con la declinazione locale dell’immagine del proprio genitore, sicuramente avrebbe avuto a doversi considerare confrontarsi con la propria gemella, con Nissa o, per meglio dire, con Rín. E ciò avrebbe avuto a doversi giudicare complicato per due solide ragioni: il fatto che, in verità, ella avesse avuto già occasione di conoscere una Rín, e una Rín sufficientemente simile a quella che in quel mondo le era stata presentata, sebbene di qualche anno più giovane e, soprattutto, in vesti decisamente meno eleganti rispetto a quelle così mostrate da quella versione alternativa della propria defunta sorella; e il fatto che, appunto, essa avesse a doversi considerare una versione alternativa della propria defunta sorella, con tutte le complicazioni emotive che, da ciò, non avrebbero potuto ovviare a conseguire. In effetti, per quel poco che aveva già avuto occasione di interfacciarsi con lei, quella Rín avrebbe avuto a poter vantare molte caratteristiche comuni alla Rín da lei già incontrata nel tempo del sogno ma, al tempo stesso, anche molte caratteristiche comuni alla propria compianta gemella, in un’inquietante commistione fra le due il risultato della quale, francamente, ella non sarebbe stata ancora in grado di valutare nella propria definizione finale. E ben conoscendo, proprio malgrado, le dinamiche nelle quali si era purtroppo sviluppato il proprio rapporto con la propria Nissa, ella non avrebbe potuto ovviare a provare un certo senso di profonda inquietudine all’idea che, per una qualunque ragione, anche il rapporto con quella versione della propria gemella potesse egualmente compromettersi, sebbene, forse, in un mondo come quello nel quale si era appena risvegliata, non avrebbe avuto a poter garantire evoluzioni così drammatiche come quelle che, altresì, avevano caratterizzato il suo passato… o no?
Il vero problema, a margine di tale complicata situazione, per lei, avrebbe tuttavia avuto a doversi considerare uno solo: la più completa ignoranza nel merito di come avrebbe avuto a doversi rapportare nei riguardi della propria stessa esistenza, di quel passato per lei fondamentalmente inedito, e di quegli ultimi trentatré anni di supposto coma dai quali, dal punto di vista del mondo a sé circostante, ella non aveva potuto ovviare a emergere qual una donna diversa. E, soprattutto, qual una donna, allorché qual la bambina che, ipoteticamente, avrebbe dovuto essere.
Certo: Jacqueline le aveva offerto già, più o meno volontariamente, l’occasione propria di alcuni precedenti ai quali appellarsi, gli esempi di altre persone, prima di lei, ripresesi dalla sua stessa situazione con piena consapevolezza di sé e del mondo a sé circostante. Ma anche in tali precedenti, per l’appunto, quanto avrebbe avuto a dover essere loro positivamente addotta sarebbe stata proprio simile consapevolezza che pur, a lei, obiettivamente mancava, sostituita, altresì, dal ricordo di un’altra vita, di altri mondi, di altre persone a confronto con le quali ella aveva vissuto sino a pochi giorni prima, e che, dal canto proprio, null’altro desiderava se non poter ritrovare, poter tornare a stringere a sé. Obiettivamente, in quel frangente, in quel momento, ella non avrebbe neppure saputo con precisione cosa poter attendersi di contemplare dalla finestra non distante dal proprio letto, il giorno in cui, finalmente, sarebbe stata in grado di alzarsi da quel giaciglio e di muoversi sino a tale punto di osservazione sul mondo circostante. E benché, certamente, là fuori non sarebbe stato un mondo simile a quello per lei d’origine, un mondo che, anzi, lì avrebbero probabilmente descritto qual barbarico, il confronto con la tecnologia propria delle macchine presenti attorno a lei, nonché quella della sedia a rotelle della propria stessa sorella, non avrebbe potuto ovviare a farle escludere, con un certo livello di confidenza, anche l’eventualità di ritrovarsi a confronto con un mondo estremamente progredito, come alcuni di quelli da lei già visitati nel corso degli ultimi tre anni.
In tutto ciò, quindi, ella non avrebbe potuto ovviare a ritrovarsi in una situazione particolarmente complessa da gestire, soprattutto nel rapporto con una persona a lei così vicina come la propria stessa gemella, giacché ogni parola da lei pronunciata, ogni possibile domanda o ogni eventuale risposta ella avrebbe mai potuto produrre, avrebbero potuto rendere inconsistente la sua ipotetica identità qual Maddie.

“… e allora?” si ritrovò a riflettere al termine di un tale flusso di coscienza “Più che credermi pazza, non potrà avvenire certamente altro: dal loro punto di vista, io sono rimasta in coma per trentatré anni…” ebbe a concludere, in una forse rischiosa minimizzazione della situazione, ma che pur, a modo suo, non avrebbe potuto che riservarsi le proprie ragioni, le proprie motivazioni.

Ma sarebbe davvero valsa la pena di rischiare?

« Toc toc… » si preannunciò la voce di Rín, sopraggiungendo a lei da dietro la tenda bianca « Sei presentabile, sorellina?! » domandò, con tono volutamente scherzoso, ironico, a non voler rendere inutilmente drammatica la situazione attuale della propria gemella, il suo essere bloccata a letto, non, soprattutto, nell’essere ben cosciente di quanto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato soltanto qual un fatto temporaneo, destinato a mutare già nei prossimi giorni, nelle prossime settimane.
« Se con “presentabile” intendi dire bloccata in uno stupido letto di ospedale con un dannato tubo infilato su per le gambe… sì, sono presentabile. » sospirò appena la donna guerriero, votando in favore del sarcasmo in risposta a quell’interrogativo, e sarcasmo non tanto in avversione alla propria gemella, quanto e piuttosto a se stessa, e alla situazione francamente imbarazzante nella quale si stava ponendo, ancor tuttavia incapace a muoversi, in conseguenza di un corpo eccessivamente disabituatosi a qualunque azione dopo tanti, troppi anni di inattività.
« Guarda l’aspetto positivo… ti hanno potuto togliere quasi tutto il resto. » sorrise la sorella, avanzando all’interno del suo campo visivo « Ti assicuro che fino a qualche giorno fa offrivi uno spettacolo francamente impietoso… » soggiunse poi, ridacchiando, e prendendosi scherzosamente gioco di lei, non nella volontà di insistere a suo discapito, quanto e piuttosto nel desiderio di provocarla, e di provocarla al fine di suscitare in lei una nuova risposta in linea con la precedente, infiammando il suo cuore e offrendole, di conseguenza, ragioni per combattere, per ribellarsi alla propria condizione, e alla propria condizione che, fortunatamente, non avrebbe avuto a doversi considerare irrimediabile… anzi.
« Ah… grazie! Molto gentile! » rispose l’altra, esattamente per come previsto, per come atteso, nello spingere un sopracciglio, il sinistro, a inarcarsi, con aria necessariamente critica a discapito della propria gemella, in una critica che, tuttavia, non avrebbe avuto ancora a doversi considerare reale, nell’aver ben colto il senso di scherzo, di giuoco, in misura non dissimile da quello che, abitualmente, sarebbe stata solita riservarsi con le proprie amiche, con le proprie sorelle d’arme, Duva e Lys’sh, in particolare, e uno giuoco, uno scherzo a fronte del quale, pertanto, non avrebbe potuto tacere, non concedendole tanto facilmente una qualche vittoria morale nei propri confronti « Aspetta che abbia a rialzarmi da qui e vedrai che spettacolo saprò offrire… »
« Mi perdoni se non tratterrò il fiato nell’attesa?! » ridacchiò Rín, scuotendo il capo « Il blu dell’asfissia non gioverebbe alla mia immagine. » puntualizzò, suggerendo in maniera non particolarmente velata come la minaccia proposta dalla propria gemella non avrebbe avuto immediata possibilità di attuazione, né in quella giornata, né, probabilmente, nei giorni o nelle settimane successive.
« No no… non trattenere il fiato, per cortesia. » escluse Midda per tutta risposta, desiderando poter scuotere il capo e riuscendo, ciò non di meno, a ottenere una semplice vibrazione dello stesso, malgrado il proprio sincero sforzo a tal fine « Non vorrei mai che uno dei bottoni della tua giacca mi venisse sparato in faccia, aggiungendomi una nuova cicatrice… » soggiunse, riservandosi in maniera assolutamente inedita l’occasione di fare una battuta in implicito riferimento alla circonferenza toracica della propria gemella, quel genere di battute generalmente rivolte al suo indirizzo ma che, in quel contesto, avrebbe potuto permettersi di addebitare alla sorella, avendo, purtroppo per lei, quest’ultima a poter evidentemente vantare, al di sotto dei propri eleganti abiti, una coppia di seni più floridi rispetto ai suoi, questi ultimi compromessi nella propria abituale pienezza, come il resto del suo fisico, da quei trent’anni di immobilità e artificiale nutrizione forzata.

sabato 27 ottobre 2018

2710


« Il bello di essere un gran capo! » non poté ovviare a ironizzare il padre, nel confronto con la serenità di quella scelta da parte della figlia, di quell’annuncio atto a esprimere, senza alcuna particolare ragione di enfasi, la facilità con la quale ella avrebbe potuto ovviare di recarsi al lavoro, la banalità con la quale ella avrebbe potuto rinunciare a presenziare ai propri impegni professionali, con una naturalezza, con una spontaneità quasi pari a quella che ci si sarebbe potuti attendere nel vederla confrontarsi con la scelta propria di qual paio di scarpe indossare.

Un’ironia priva di malizia, la sua, in verità, che non avrebbe avuto a doversi riconoscere meno che lieta, meno che felice, e felice, soprattutto, nel confronto con la libertà della figlia innanzi al proprio lavoro e a un lavoro che ella, in tal maniera, stava dominando senza esserne, altresì, dominata, stava controllando senza esserne, altrimenti, controllata. Un dominio che ella aveva conquistato in sola grazia al proprio impegno, aveva meritato in sola conseguenza ai propri sforzi, alla propria manifesta bravura, in una realtà che, generalmente, avrebbe veduto simili posizioni, tali ruoli riservati, in maniera quasi aristocratica, a una ristretta cerchia di persone, e di persone quasi mai scelte, effettivamente, per le proprie abilità, per le proprie capacità. Un dominio che, banalmente, egli stesso non aveva mai avuto occasione di conoscere, né mai avrebbe potuto avere occasione di conoscere, non, quantomeno, nel porsi a confronto con la triste evidenza di quanto, pur dopo una vita intera  di duro lavoro e di tasse regolarmente pagate, non solo stesse occupando praticamente l’identica mansione con la quale aveva iniziato in un sempre più lontano passato, ma, peggio, non stesse ancora neppure riuscendo a cogliere all’orizzonte l’ombra della propria pensione, continuamente posticipata da impietose riforme atte a definirlo sempre e perennemente idoneo al lavoro, malgrado la propria tutt’altro che giovanile età e un’aspettativa tutt’altro che volta al ringiovanimento. Laddove quindi, a differenza sua, la propria bambina, in sol conseguenza alla straordinarietà della propria forza d’animo, aveva avuto occasione di riservarsi occasione di una simile ascesa professionale e sociale, per Jules non avrebbe potuto esserci altro che ragione di gioia, di soddisfazione, al di là di qualche, ineluttabile, frecciatina che, in momenti simili a quello, non avrebbe potuto negarsi occasione di riservarsi.
Un bacio e un abbraccio furono il consueto saluto che padre e figlia ebbero a scambiarsi prima che egli iniziasse ad allontanarsi, e ad allontanarsi per fare obbligato ritorno al proprio posto di lavoro, positivamente animato, in tal senso, dal solo pensiero di quanto prima avesse iniziato, prima avrebbe finito, e prima, necessariamente, avrebbe quindi potuto fare ritorno dalla propria altra bambina, la propria personale versione de “La bella addormentata nel bosco”, a concedersi, a sua volta, un po’ di tempo in sua compagnia, nell’occasione sino a pochi giorni prima insperata di qualche quieta chiacchiera al suo fianco.

« Un saluto ai piccoli! » soggiunse, prima di voltare l’angolo e, in ciò, di lasciare definitivamente quell’area, nonché lo sguardo di Rín, lì intenta a osservarlo allontanarsi con un sereno sorriso in viso.
« … non mancherò! » rispose ella, quasi sottovoce, non abbisognando, dopotutto, di gridare quella replica già nota al padre, sostanzialmente rappresentando, tutto ciò, il consueto scambio di frasi con il quale erano soliti congedarsi l’uno dall’altro.

Rimasta sola nel corridoio, con un profondo respiro la donna ebbe a riempire i propri polmoni di ossigeno, prima di ruotare la propria sedia e di dirigersi, con ferma convinzione, in direzione del più vicino presidio infermieristico, nella volontà di domandare loro dal dottor Tavaglione, il fisioterapista che, sapeva, avrebbe seguito nei giorni seguenti, nelle settimane seguenti e, se necessario, nei mesi seguenti, la ripresa della sua gemella, in un percorso che, per esperienza personale, sapeva non sarebbe stato semplice, ma che, era certa, Maddie avrebbe affrontato con passione, nella volontà di riprendere quanto prima il controllo della propria vita, già rimasta intrappolata su quel letto troppo a lungo per potersi riservare volontà di ulteriore temporeggiamento.
Anche Rín, in verità, all’epoca dell’incidente, aveva dovuto affrontare qualche giorno di coma, tre per la precisione, dopo i quali si era risvegliata e si era ritrovata posta a confronto con l’orrore proprio della sua nuova vita, e di quella vita che immediatamente era stato chiaro non sarebbe potuta più essere la stessa di prima. Tre giorni di vuoto, dei quali ella non ricordava assolutamente nulla, e tre lunghi mesi di sudore e fatica, nell’impegno tutt’altro che metaforico volto a tentare di reimpossessarsi, quantomeno, della parte superiore del proprio corpo, laddove, nell’immediato, non erano persino mancati dubbi sulla possibilità, per lei, di poter vivere quello stile di vita il quale, tuttavia, poi era divenuto il proprio. E, se c’era una cosa che ella ricordava, e ricordava con un certo affetto, e, perché no?, con un certo orgoglio, era proprio come fossero stati quei tre mesi, ancor più dell’incidente stesso e della perdita di sua madre e di sua sorella, a sbloccare, in lei, quella parte del proprio animo, del proprio carattere, in grazia al quale, successivamente, era stata in grado di compiere tutto ciò che aveva compiuto. Proprio in quei tre mesi, nella fatica della ripresa e della lenta ripresa del controllo del proprio corpo, ancora bambina, e una bambina che, proprio in tale periodo aveva compiuto i dieci anni senza, in ciò, ritrovare volontà di reale occasione di festeggiamento, ella aveva maturato la consapevolezza di non voler gravare sul padre più del necessario, nel comprendere quanto egli avrebbe dovuto faticare per riuscire a mantenere insieme la loro famiglia, nel comprendere quanto egli avrebbe avuto difficoltà a proseguire nella propria vita quotidiana, privato di sua moglie, loro madre, e con una figlia bloccata in un letto d’ospedale, sua sorella. Così, la piccola Rín, divenne improvvisamente grande, e lo divenne grazie anche al sostegno, al supporto di un medico estremamente competente che seppe restituire forza al suo corpo a partire dalla sua stessa mente, e seppe restituire forza alla sua mente a partire dal suo stesso corpo.
Per tale ragione, al risveglio di Maddie, Rín si era quindi e immediatamente mobilitata per cercare il miglior fisioterapista e la miglior psicologa che il proprio tutt’altro che banale patrimonio avrebbe potuto permetterle di assumere, il dottor Tavaglione e la dottoressa Marchetti: per assicurare anche alla propria gemella la stessa fortunata assistenza che, più di trent’anni prima, le era stata parimenti concessa. Un’assistenza per il suo corpo, e per la sua mente, in grazia alle quali superare il dramma proprio di quel lungo, lunghissimo, interminabile coma, nonché la tragedia della perdita di loro madre e, nel suo caso, del proprio braccio destro, e avere la possibilità, in ciò, di non essere travolta dagli eventi, quanto e piuttosto di diventare capace di travolgere, a sua volta, il mondo a lei circostante, per imporre, con la forza di una vera donna Mont-d'Orb qualunque ostacolo avrebbe avuto la sfortuna di porsi innanzi a lei.
Quello era il suo sogno, quello era stato il suo desiderio più recondito in tanti anni, per una vita intera: avere l’occasione, accanto alla propria gemella, di ergersi potente innanzi a qualunque difficoltà, a qualunque limite, a qualunque antagonista, per eliminarla, per superarlo, per schiacciarlo, spazzando via tutto ciò non soltanto dalla propria vista, ma dalla faccia stessa del pianeta. Perché laddove, sola, tanto ella era già riuscita a realizzare, tanto era già riuscita a conquistare, insieme a Maddie, insieme a quella metà del suo io che, troppo a lungo, aveva temuto perduta, nulla sarebbe stato in grado di arrestarle, nulla sarebbe stato in grado di fermarle… e, di ciò, ben presto, tutti avrebbero avuto occasione di rendersi conto!

« E’ tempo di iniziare a darsi da fare, sorellina… » commentò fra sé e sé, nell’avanzare all’interno di quel lungo corridoio luminoso, con schiena dritta, fronte alta ed espressione fiera, quasi, allorché essere bloccata su una sedia a rotelle, ella avesse lì a doversi riconoscere non dissimile da un’antica regina, da una temibile trionfatrice, in parata sul proprio carro da guerra fra la folla osannante, inneggiante il suo nome « Hai riposato già troppo a lungo. C’è un mondo là fuori che ti aspetta, e che aspetta di essere conosciuto da te. Ma, soprattutto, ci sono io là fuori che ti aspetto… e che ti aspetto da così tanto tempo, da così tanti anni, che quasi non riesco a capacitarmi del fatto che tu, ora, sia tornata da me! »

venerdì 26 ottobre 2018

2709


« Quindi, se non ho frainteso, mia sorella sarebbe rimasta intrappolata per tutto questo tempo all’interno del proprio corpo, ben cosciente di tutto quello che attorno a lei stava avvenendo…? » domandò l’altra, a verificare di aver ben compreso il discorso propostole dalla psicologa, e un discorso che, a modo suo, avrebbe potuto avere dei risvolti terribilmente inquietanti, dal punto di vista di quanto Maddie, in tutto ciò, doveva aver vissuto nel corso di quegli ultimi tre decenni, e tre decenni di prigionia all’interno del proprio stesso corpo, e di un corpo che, tuttavia, non avrebbe avuto a poter in alcun modo controllare.
« Questa è certamente un’ipotesi che non ha a poter essere esclusa quietamente esclusa. » confermò Jacqueline, benché, ancora, evidentemente tutt’altro che soddisfatta anche a confronto con una tale interpretazione, per quanto da ella stessa così appena proposta « Ciò non di meno… io credo che il caso in questione abbia a dover essere considerato ancora diverso. E, soprattutto, temo di non essere ancora in grado di discriminare in che termini “diverso”, di preciso. » concluse, scuotendo appena il capo con aria autonomamente contrariata da tutto ciò, dalla propria incapacità a offrire le risposte che pur i suoi due interlocutori stavano palesemente attendendo da parte sua, e, tuttavia, non potendo negare, nel proprio intimo, con onestà intellettuale nei propri stessi confronti, di star provando una certa curiosità innanzi a quel caso, nel confronto con quella situazione, e quella situazione, con quel caso forse unico al mondo, certamente meritevole di essere approfondito.

A nulla, innanzi alla posizione assunta dalla strizzacervelli, valse l’insistenza propria di Rín o di Jules. E per quanto, certamente, in quanto cliente pagante, Rín avrebbe potuto persino spingersi a giocare la carta del cambio di medico per la propria gemella laddove ella non si fosse dimostrata più collaborativa nei loro confronti, il curriculum proprio della dottorezza Marchetti avrebbe avuto a dover essere considerato più che sufficiente per garantirle quell’opportunità di silenzio, e quel silenzio, allora, non argomentabile qual evidenza di incompetenza da parte sua, quanto e piuttosto dimostrazione di quella professionalità che, in quel momento, non le avrebbe potuto permettere di offrire una risposta superficiale e, in questo, potenzialmente dannosa, e dannosa per la psiche della povera Maddie, la quale, certamente, non avrebbe avuto a potersi considerare priva di palesi ragioni di potenziale disagio a confronto con l’evidenza della propria situazione.
Così, nella consapevolezza di quanto Jacqueline Marchetti avrebbe avuto a dover essere considerata una fra le professioniste migliori alle quali mai avrebbe potuto appellarsi, Nóirín decise di conservare tutta la razionale freddezza della quale avrebbe potuto dimostrarsi capace, nel ringraziare la dottoressa e nel limitarsi a concordare, con lei, le nuove date nelle quali, già a partire dall’indomani, sarebbe tornata, per riprendere con tranquillità il dialogo con Maddie e, in questo, sperare di giungere, presto o tardi, a una conclusione degna di poter essere condivisa con entrambi loro. Un obbligato posticipo al futuro che, in verità, non avrebbe potuto essere serenamente accolto da parte sua, così come anche suo padre ebbe immediatamente a comprendere, riservandosi tuttavia la premura di attendere l’uscita di scena della dottoressa per esprimere un proprio umile commento sulla questione…

« Lo vedo, sai…? » esordì Jules, con tono dolcemente premuroso, appoggiandole delicatamente una mano sulla spalla sinistra « Anche senza una formazione da strizzacervelli, so riconoscere l’insoddisfazione sul volto di mia figlia. Ed è proprio quella che, in questo momento, spinge la tua mandibola contro la mascella, tendendo la pelle sui tuoi zigomi e rendendo la tua espressione simile a quella che avevi già a cinque anni, ogni qual volta ti rendevi conto di non essere ancora riuscita a ottenere quello che volevi. » le confidò, dimostrando quanto, al di là di ogni disgrazia occorsa, egli non avesse mai voluto trascurarla, né mai avrebbe voluto porla in secondo piano rispetto a niente e a nessuno, neppure nel confronto con tutte le pur comprensibili emozioni concernenti, in passato, la perdita della propria altra figlia e, nel presente, il suo ritorno, e il suo ritorno così miracolosamente insperato.
« Cosa vuoi che ti dica…? » sorrise ella, piegando appena la testa ad accarezzare, con la propria guancia, la mano così presente sulla propria spalla « So bene che per Maddie non può essere facile riprendersi, tanto fisicamente, quanto mentalmente, dopo trenta e più anni trascorsi in coma… ma… dannazione! Sapere che mia sorella è oltre quella porta, ed è viva, è cosciente, così come probabilmente non ero più in grado di sperare sarebbe tornata a essere, mi rende freneticamente irrequieta. E tutto quello che vorrei, in questo momento, sarebbe prenderla e portarla fuori di qui, per non protrarre, di un solo, ulteriore, istante, l’insopportabile calvario che entrambi abbiamo dovuto affrontare in questi anni. » dichiarò, esprimendosi con assoluta sincerità verso il genitore, così come da sempre non si era mai negata opportunità di compiere, unico membro della propria famiglia sul quale avrebbe sempre potuto contare, dopo la perdita di sua madre e di sua sorella « Sono una sciocca egoista… lo so! »
« Bambina mia… » scosse il capo l’anziano uomo, escludendo categoricamente quell’ultima affermazione, così come, subito dopo, ebbe a esplicitare verbalmente « … se c’è una persona che non conosce la parola egoismo, in questo mondo marcio, ti assicuro che quella sei proprio tu! » sancì, per poi proseguire in una diversa direzione, nel decidere di non insistere ulteriormente sull’argomento nel ben sapere di non aver bisogno alcuno di ricordarle tutti i propri meriti, tutti i sacrifici che ella, sin dalla più tenera età, aveva compiuto per sua sorella e, in fondo, anche per lui « E’ normale che tu ora abbia desiderio di portare tua sorella fuori di qui… il Cielo solo sa quanto io stesso vorrei sollevarla di peso da quel letto per ricondurla a casa, non sopportando l’idea di lasciarla qui una sola, altra notte. Ma, per il suo bene, dovremo riuscire a portare ancora un po’ di pazienza… ancora qualche giorno, qualche settimana al massimo, e poi Maddie sarà nuovamente fra noi. » profetizzò, in una stima forse ottimistica, e, ciò non di meno, neppur così irrealistica, a giudicare dai pur straordinari progressi da lei compiuti in quei primi giorni dal suo risveglio « E, a quel punto, conoscendola, il problema maggiore sarà cercare di tenerla ferma a casa! » concluse, non trattenendo una risatina, laddove, almeno un tempo, fra le due quella irrefrenabile, che difficilmente avrebbe accettato di trascorrere quieta il proprio tempo in casa, magari a fare i compiti, avrebbe avuto a doversi considerare proprio la piccola Maddie… la scapestrata di casa.

Una risatina, quella di Jules, di fronte alla quale non poté che unirsi anche Rín, non riuscendo a offrir torto all’analisi offerta dal genitore e, anzi, concordando pienamente con essa, soprattutto nell’ultima frase, in quell’ultima ipotesi che, seppur apparentemente paradossale nel riferirsi a una persona, in quel momento, bloccata in un letto dall’atrofizzazione dei propri muscoli, non avrebbe potuto essere considerata meno che realistica anche da parte sua, nel non poter dimenticare tutti i guai che ella le aveva fatto passare, quand’ancora bambine.

« Inutile dire quanto tu abbia ragione. » confermò poi, sorridendo e annuendo verso il padre « Dobbiamo solo avere ancora un po’ di pazienza… e, dopo di che, dovremo averne molta di più per riuscire a sopportarla! » riprese a ridacchiare, felice di potersi finalmente permettere di scherzare su di lei, di poter nuovamente affrontare un pensiero in riferimento alla propria gemella con leggerezza, e con la leggerezza di chi, alfine, uscito da un lungo, lunghissimo incubo, qual, anche per lei, non avrebbero potuto che essere quegli ultimi tre decenni, straordinari successi a parte.
« Ora è meglio che io vada… ho potuto prendere mezza giornata di permesso, ma devo proprio rientrare in ufficio. » sospirò Jules, rinunciando, almeno per il momento, all’idea di entrare a salutare la figliuola, ben consapevole di quanto, altrimenti, non sarebbe mai riuscito a ritornare al lavoro « Tornerò stasera, verso le 18.30. » puntualizzò poi, in un promemoria utile, anche e soprattutto a se stesso, per potersi permettere, allora, di allontanarsi « Tu cosa pensi di fare…? »
« Resto ancora un po’. » annunciò la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, rigirandosi verso il padre per poterlo così salutare « Devo ancora andare a parlare con il fisioterapista, che da domani inizierà a lavorare con Maddie. E, poi, credo che mi fermerò a parlare un po’ con lei… per un giorno dovranno fare a meno di me, in azienda. »

giovedì 25 ottobre 2018

2708


A quasi quarantatré anni, quindi, Nóirín Mont-d'Orb avrebbe avuto a dover quindi essere riconosciuta come una donna pienamente affermata, forte e indipendente, come da sempre era stata e come, sin da quel lontano giorno di trentatré anni prima aveva voluto essere, per onorare il nome della sua sorella gemella insieme al proprio. Responsabile del Dipartimento di Ricerca e Sviluppo della sede locale di una grande azienda internazionale, titolare di un blog con quasi centomila visitatori unici mensili e di un profilo Instagram con più di dieci milioni di seguaci, oltre che ex-campionessa paralimpica nonché fondatrice e direttrice di una delle più importanti Onlus nel settore dell’assistenza legale a persone con disabilità fisiche o mentali, Rín era stata più volte presente sulle copertine di diverse riviste nazionali del proprio Paese e non solo, riuscendo, in sola grazia al proprio impegno, ai propri sforzi, e alla propria determinazione, ad accumulare una piccola fortuna, valutata in alcune centinaia di milioni di euro.
Una piccola fortuna la sua, grazie alla quale ella aveva quindi potuto alleviare le difficoltà della propria famiglia, di suo padre, in primo luogo, ma, soprattutto, di sua sorella. Dopo oltre vent’anni di coma, infatti, Maddie avrebbe dovuto essere irrimediabilmente abbandonata dal sistema sanitario pubblico, e destinata, in ciò, a gravare, unicamente, sulle spalle del proprio genitore sino al momento in cui egli, impossibilitato a mantenerla attaccata alle macchine, si sarebbe ritrovato costretto a cessare quanto, da tutti, ritenuto semplice accanimento terapeutico a suo discapito. Grazie a Rín, tuttavia, le era stata concessa occasione di essere trasferita in una costosa clinica privata, là dove nessuno avrebbe mai posto in dubbio il suo diritto a esistere, almeno sino a quando tutte le spese sarebbero state regolarmente pagate. E se pur in molti non si erano risparmiati occasione di tacciare simile scelta qual animata da semplice e ottuso egoismo da parte della sua gemella, Maddie non era stata abbandonata, né mai lo sarebbe stata, anche laddove, alla fine, non si fosse miracolosamente risvegliata… così come, in lode al Cielo, era altresì avvenuto.

Quando, alfine, la porta della stanza di Maddie ebbe ad aprirsi, lasciando fuoriuscire l’elegante figura della dottoressa Marchetti, la prima a muoversi verso di lei ebbe, quindi, proprio a essere Rín, la quale, lì vestita con abiti non meno eleganti rispetto a quelli della propria interlocutrice, con un tailleur-pantalone in tonalità verdi scure, e contraddistinta da una femminilità volutamente non meno marcata, in nulla lasciatasi penalizzare dalla propria condizione fisica, si parò con fermezza innanzi a lei, attendendo speranzosamente da parte sua qualche risposta, qualche notizia utile a potersi concedere nuova occasione per festeggiare insieme al padre…

« Come sta…?! » domandò, non riuscendo a trattenersi dal domandare, non perché non avesse fiducia nella propria interlocutrice e nel fatto che ella avrebbe espresso un qualche parere, per quanto necessariamente ancor immaturo, quanto e piuttosto perché realmente impaziente nei confronti del giorno in cui avrebbe potuto condurre la sorella fuori da lì, e restituirla alla vita, e a quella vita dalla quale, proprio malgrado, si era vista esiliata tanto a lungo.
« In ripresa. » rispose con un sereno e rassicurante sorriso la psicologa, annuendo appena a quella richiesta e non palesando il benché minimo imbarazzo nell’avere a rivolgersi a lei, così come, malgrado quanto da Rín compiuto, ancora in molti non avrebbero mancato di destinarle, in una vera e propria difficoltà a rapportarsi con una persona invalida « Fisicamente e mentalmente, sua sorella sta dimostrando di essere una donna straordinariamente forte, signora Mont-d'Orb. Anche troppo forte, considerando quanto ha affrontato… » confermò e annotò, in un’ultima frase che, quasi, avrebbe avuto a intendersi più una sorta di nota per se stessa ancor prima che una reale comunicazione all’interlocutrice.
« E’ mia sorella gemella: non potrebbe essere da meno! » sancì la prima, non priva di un moto d’orgoglio in quell’affermazione, nulla di meno potendosi attendere da Maddie, quella bambina dalla quale si era separata trentatré anni prima e che pur, nel suo cuore, era sempre rimasta accanto a lei, accompagnandola in ogni proprio fallimento e in ogni proprio trionfo, sostenendola e incoraggiandola, motivandola ad andare sempre avanti, per giungere a quel risultato a dir poco straordinario.
« Non ne ho dubbi. Siete due gocce d’acqua… » sorrise Jacqueline, con fare quietamente accomodante, in un’affermazione che, pur vera, avrebbe avuto qualche difficoltà a ritrovarsi confermata in quel momento, in quel frangente, in conseguenza dell’aspetto necessariamente ancor emaciato della sua paziente, frutto di tanti, troppi anni di obbligata immobilità in quel letto d’ospedale, nonché del lungo sfregio presente sul suo volto, longitudinale all’occhio sinistro, conseguenza di una scheggia di vetro che, quasi, le era costato anche metà della propria vista e che, invece, fortunatamente, non le aveva imposto ulteriore danno se non quello proprio di una spiacevole cicatrice, ancor visibile dopo tre decenni dall’incidente « … ciò non di meno, non sono ancora riuscita a ben inquadrare il caso nel quale abbia a doversi collocare sua sorella. »
« Cosa intendere dire, dottoressa…? » domandò Jules, alle spalle della figlia, non per spingerla, così come lei mai avrebbe tollerato venisse fatto, quanto e piuttosto soltanto per prendere parte a quel dialogo, a sua volta non meno interessato al fato della sua bambina, di colei che, in fondo, ai suoi occhi, avrebbe avuto a doversi ancora considerare la bambina di trentatré anni prima, non avendo avuto occasione di vederla crescere, di vederla divenire la donna che pur, fisicamente, era inequivocabilmente divenuta.
« Premesso che, come stavo spiegando prima a Maddie, non esiste un vero e proprio comportamento univoco predefinito per coloro che, come lei, si riprendono da un periodo di coma, e da un periodo di coma tanto lungo, e, in effetti, anzi, lei ha da considerarsi un caso pressoché unico al mondo per la durata di tale condizione; la sua reazione al mondo circostante appare quantomeno complicata da interpretare… » dichiarò, non celando i propri dubbi, nell’aggrottare appena la pelle vellutata della sua liscia fronte, al di sopra di una coppia di sopracciglia praticamente perfette nel proprio naturale disegno « Certamente non ha da collocarsi fra coloro i quali si riprendono dal coma come da un lungo sonno, ignari del tempo trascorso. La serenità con la quale ha accolto entrambi voi, malgrado gli ineluttabili cambiamenti propri di questi ultimi trent’anni; la maturità con la quale ha reagito alla propria attuale condizione, e, persino, alla perdita del proprio braccio destro, da lei neppur notato nella propria mancanza, nell’aver, piuttosto, preferito rivolgere la propria attenzione, non senza un certo imbarazzo, nei riguardi del catetere, a quanto mi è stato raccontato dagli infermieri; ma, anche e banalmente, il suo stesso vocabolario, contraddistinto dall’uso di un lessico assolutamente incompatibile con la formazione propria di una bambina di nove-dieci anni: tutto ciò esclude categoricamente che la signorina Mont-d'Orb abbia a doversi considerare meno della donna matura che appare essere anche e soprattutto a livello mentale. »
« E questo dovrebbe significare… cosa? » questionò Rín, non potendo che constatare la veridicità quanto effettivamente da lei fatto notare, banalità forse, a fronte delle quali, tuttavia, probabilmente complice l’emozione per il ritorno della propria gemella, ella non si era concessa occasione di riflettere, non cogliendo nulla di strano, nulla di inappropriato nel comportamento della propria amata sorella, almeno sino a quel momento, almeno sino a quando, senza particolare necessità di studi accademici, quella dottoressa non glielo aveva fatto notare.
« Nulla di particolare, non si preoccupi. » escluse quietamente l’altra, scuotendo il capo « In diversi casi, è già accaduto di persone che, riprendendosi dal coma, hanno asserito di aver avuto costantemente percezione del mondo a loro circostante, ritrovandosi pienamente immersi in esso e, ciò non di meno, incapaci a interagire con esso: per queste persone, il tempo trascorso non avrebbe avuto a dover essere giudicato qual perduto, quanto e piuttosto qual diversamente vissuto, perfettamente percepito, giorno dopo giorno, anno dopo anno… e, in questo, sopportato, tollerato nel proprio progresso solo in conseguenza all’amore del propri cari, alla vicinanza di coloro che, anche per dieci o quindici anni, non si sono mai dati per vinti, e hanno continuato a visitarli, a parlare con loro, a pregare accanto a loro, offrendo il dono della propria presenza. » commentò, offrendo, indirettamente, un necessario e sentito tributo a quanto anche da Jules e Rín compiuto per un tempo che, francamente, ella stessa non avrebbe mai avuto forza di sostenere, fosse stata al loro posto.

mercoledì 24 ottobre 2018

In memoria di mia nonna

NOTA INTRODUTTIVA: Questa mattina, intorno all'una, il telefono di casa ha squillato per comunicarmi la tragica notizia della dipartita di mia nonna Gaetana "Nella" Visicaro, nata il 17 maggio 1924 da Francesco Visicaro e Maria Concetta Parisi, e madre di mio padre. Mia nonna si è spenta nel sonno, così come da sempre aveva sperato di poter fare e, in questo, non posso che essere felice per lei, per quanto il vuoto che lascerà nelle vite di coloro che l'hanno amata sarà incommensurabile.
Dopo la fine della telefonata, la prima cosa che ho fatto è stata quella di prendere il mio Breviario, un suo dono, e di recitare una parte dell'Ufficio dei Defunti. Poi, mi sono seduto alla scrivania e ho scritto di getto il breve racconto che segue, una digressione fra Midda e i propri bambini sulle proprie radici e, in particolare, sulla nonna che, per lei, è stata sicuramente un riferimento importante, e della quale ho già narrato in molteplici, altre, occasioni, una fra tutte ne "La canzone di Midda". Ora sono le quattro del mattino, e, dopo aver concluso questa narrazione, credo che potrò concedermi anche io l'occasione di piangere.
Arrivederci nonna... grazie per ogni cosa e scusami se, forse, non sono riuscito a essere il nipote che avresti voluto fossi.


« Mamma…? » la apostrofò il piccolo Tagae, sollevando lo sguardo dall’esecuzione dei calcoli matematici sui quale ella stava allora impegnando lui e sua sorella, come ogni mattina, in accordo a quello che, ormai da più di un anno, sin da quel lungo momento di prigionia a bordo della nave della Loor’Nos-Kahn, aveva definito essere il loro piano di studi.
« … non vale farsi aiutare… » lo rimproverò con diligente severità Liagu, aggrottando la fronte senza neppure spostare il volto dal foglio sul quale avrebbe avuto a doversi riconoscere china in quel momento, e, ciò non di meno, non risparmiando un’impietosa occhiataccia al fratello, osservandolo di sbieco.

A sua volta impegnata, nel contempo degli attenti calcoli dei propri figli, nello studio e, per la precisione, nello studio della lingua franca parlata fra le stelle, di quel compromesso che i primi viaggiatori fra le stelle si erano riservati per riuscire a comunicare reciprocamente senza, in ciò, veder prevaricata la cultura dell’uno piuttosto che quella dell’altro, nel preferire una lingua a un’altra; Midda Namile Bontor non poté ovviare a trattenere un sorriso nel confronto con la reazione di Liagu, in molti comportamenti della quale, sovente, non avrebbe potuto ovviare a ritrovare, malgrado l’assenza di qualunque relazione di sangue, quella propria della sua compianta sorella Nissa, quando ancora avrebbero avuto a dover essere ricordate bambine.
Come Nissa prima di lei, anche Liagu, infatti, non avrebbe mancato di offrire un carattere per lo più docile, quasi sommesso nei confronti di quello più vivace e impetuoso del fratello, salvo, nella propria apparente mitezza, non risparmiare i propri rimproveri, anche e soprattutto a discapito dello stesso Tagae, nel momento in cui le colpe del medesimo avrebbero avuto a doversi dimostrare evidenti, ed evidenti innanzi al proprio personalissimo metro di giudizio, allo stesso modo in cui, anche a lei non erano mai state risparmiate, a suo tempo, e in effetti per tutto il resto della propria esistenza, dalla sua gemella. Un parallelismo quasi dolce, quello che non avrebbe potuto ovviare a identificare esistente fra lei e Nissa e fra Tagae e Liagu, che pur, a confronto con il tragico dramma della propria esperienza personale, non avrebbe potuto quasi avere a che temere, nell’eventualità che, a loro volta, anche i propri figli seguissero le stolide orme della loro genitrice e della zia mai conosciuta.
Scuotendo allora la testa, quasi a scacciare fisicamente quei cattivi pensieri dalla propria mente, Midda non poté comunque ovviare a rispondere all’appello del figlioletto, con buona pace dei timori espressi dalla bimba sull’eventuale aiuto che egli avrebbe potuto richiederle…

« Dimmi, Tagae. » lo invitò a esprimersi, inserendo un segnalibro all’interno del testo di grammatica che stava leggendo, per poter così rivolgere tutta la propria attenzione verso il pargolo.
« Perché tu hai due nomi e papà ne ha uno solo…? » domandò questi, in un interrogativo assolutamente estraneo ai calcoli che avrebbe dovuto star eseguendo, a dimostrare quanto, in effetti, la sua mente non fosse poi così concentrata sugli stessi.
« In che senso…? » questionò ella, colta in sincero contropiede da tale domanda, e, per questo, per un fugace istante persino impossibilitata a ricordare il proprio stesso nome, allor oggetto di legittima curiosità da parte del bambino.
« Tu ti chiami Midda Namile Bontor… mentre papà si chiama solo Be’Sihl Ahvn-Qa. » osservò Liagu, intervenendo nella questione e dimostrando tutta la propria attenta preparazione anche sotto quel frangente « Due nomi… Midda e Namile. No…? »  cercò conferma, ora interrompendo a propria volta i calcoli in corso per potersi dedicare, con curiosità, all’argomentazione sollevata dal fratello.
« Beh… sì. » sorrise divertita la donna, dovendosi sforzare nell’ovviare a scoppiare a ridere nel vedersi ricordato il proprio stesso nome dai figlioli, allor attratti da quella disparità con l’ingenuità propria dei bambini, nelle più innocenti domande dei quali non avrebbe potuto che essere colta la continua ricerca di piccole e grandi verità, sulla vita, sull’universo, e su tutto il resto.
« E perché…? » insistette Tagae, incrociando le braccia sul tavolo, e così appoggiandosi per far leva e sollevarsi un po’ di più verso la genitrice adottiva, non avendo ancora ricevuto da questa una risposta al proprio interrogativo.
« E’ una tradizione della gente dell’isola dove sono nata… » sorrise la donna, offrendo lumi attorno a simile arcano, in quella che, probabilmente, non avrebbe avuto a dover essere considerata poi una grande rivelazione, e che pur altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta che la verità dei fatti « A Licsia, a rendere onore alle proprie radici, alla propria Storia, a tutti i nuovi nati, accanto a un primo nome proprio, viene sempre posto un secondo nome, ereditato dai nonni per i bambini, e dalle nonne per le bambine. » argomentò quietamente, passando con lo sguardo da Tagae a Liagu e viceversa « Namile era la mamma di mia mamma, mentre Ronae era la mamma di mio papà: così a mia sorella venne dato il nome Nissa Ronae, e a me, invece, Midda Namile, a ricordarci sempre di essere parte di una storia più grande di noi, che è esistita prima di noi e che continuerà a esistere anche dopo che noi non saremo più. »
« E nonna Namile vive ancora a Licsia…? » domandò il pargolo, evidentemente desideroso di conoscere maggior dettagli nel merito di quella figura così intimamente connessa alla sua mamma, in un quesito forse ingenuo e, ciò non di meno, corretto nella propria formulazione.
« No, piccolo mio. » scosse il capo ella, con un sorriso ora necessariamente malinconico, nel porsi ben consapevole di aver perduto molte, troppe occasioni di addio in quel lontano giorno del proprio passato nel quale aveva deciso di allontanarsi da casa propria per esplorare il mondo, per vivere tutte quelle meravigliose avventure la narrazione delle quali da sempre l’aveva attratta « Nonna Namile è salita al cospetto degli dei molti anni or sono. »
« Della dea Thyres…? » questionò Liagu, fondamentalmente ignorante nel merito del culto del quale, pur, la madre avrebbe avuto a dover essere considerata fedele professante, e, ciò non di meno, avendole sentito invocare, o imprecare, quel nome così tante volte da averlo ormai quietamente acquisito come dato di fatto.
« Della dea Thyres, e di tutti gli altri dei del nostro pantheon. » confermò Midda, sospirando appena « E’ innanzi al loro giudizio che anche io, un giorno, avrò a ritrovarmi, dovendo rendere conto di tutte le azioni che ho compiuto in vita mia, di coloro che ho amato, di coloro che ho odiato; di coloro a cui ho graziato la vita e di coloro a cui, invece, l’ho negata; di quando sono stata coraggiosa e, anche, di quando invece ho agito vigliaccamente, sottraendomi alle mie responsabilità, sottraendomi ai miei doveri. » spiegò, in quello che, almeno dal proprio punto di vista, avrebbe avuto a doversi considerare il senso stesso della vita, un senso che, ella, aveva quietamente accettato molti anni prima « Comunque è interessante che mi stiate chiedendo di nonna Namile, sapete…? »
In silenzio i due bambini la osservarono, attendendo che la retorica alla base di quella domanda potesse concretizzarsi in una qualche spiegazione nel merito di quanto, ovviamente, essi non avrebbero potuto vantare alcuna conoscenza pregressa.
« Nonna Namile non è stata soltanto una nonna, per me e Nissa: è stata, in effetti, la nostra tutrice, il nostro mentore. » spiegò, rievocando giorni di un lontano passato, e di quel lontano passato in assenza del quale, tuttavia, quel loro stesso presente non sarebbe mai stato « E’ stata lei a insegnarci a leggere, a scrivere e a far di calcolo… che, nel mio mondo, è molto più di quanto la maggior parte delle persone possono vantare di essere in grado di compiere. » puntualizzò, non qual ragione di demerito per la scarsa cultura del proprio pianeta d’origine, quanto e piuttosto qual ragione di merito per la sua mai abbastanza compianta nonna Namile « E quante gliene abbiamo combinate… gliene ho combinate! » soggiunse poi, sorridendo divertita a quel ricordo « Vedete, non è che io fossi proprio un’allieva modello… »

Una rivelazione, quella che ella ebbe così a condividere con i due bambini, che non poté mancare che esaltare il piccolo Tagae, a sua volta poco entusiasta di aver a che fare tutti i giorni con lo studio e i compiti, e che, parimenti, non poté mancare di suscitare un sospiro di malcelato rimprovero da parte di Liagu, la quale, al contrario, sembrò quasi voler criticare la scelta della madre di condividere loro quel dettaglio, offrendo al fratello ragioni utili per dimostrare ancor meno entusiasmo rispetto a quanto già non fosse solito riservarsi nel confronto con lo studio.

« E nonna Namile come reagiva alle tue marachelle…? » domandò quindi la bambina, sperando in una risposta che potesse imporsi utile monito innanzi alle eventuali velleità di ribellione del fratello.
« Oh… sempre con tanta pazienza. Tanta pazienza e tanto amore. Ma, anche, tanta severità. » puntualizzò Midda, sorridendo a quel ricordo « E, probabilmente, se la notte in cui io sono scappata di casa l’avessi incontrata, mi avrebbe fatto passare la voglia di imbarcarmi con una bella pedata sul fondoschiena, rispedendomi a letto con la promessa di darmi il resto la mattina successiva! » ridacchiò, ritrovandosi, quasi senza volerlo, gli occhi lucidi di lacrime, nel confronto con una simile immagine mentale, con una tale idea, quanto mai realistica di ciò che sarebbe potuto avvenire « Per fortuna, o purtroppo, non l’ho incontrata… e, in effetti, non ho neppure mai avuto occasione di salutarla o di dirle addio. Così come non ho avuto neppure occasione di dire addio a mia madre… e a tante altre persone a cui ho voluto bene e che mi hanno voluto bene. » continuò a parlare, in un discorso sempre più dolceamaro, necessariamente carico di rimpianti e di sensi di colpa al confronto con l’idea delle proprie colpe, e di quelle stesse colpe delle quali, un giorno, avrebbe dovuto rendere conto agli dei tutti, ma che, per intanto, non avrebbero potuto ovviarle incommensurabile tristezza all’idea di quanto dolore, purtroppo, ella dovesse aver imposto in quella fatidica notte a tutte le persone colpevoli, soltanto, di averla amata.

E se, senza rendersene conto, ella ebbe a ritrovarsi il volto rigato da calde lacrime, fu questione di un attimo che, ancora una volta senza maturarne reale coscienza, ella ebbe anche a ritrovarsi stretta nell’abbraccio dei due bambini, i quali, levatisi dalle proprie sedie, erano così corsi uno alla sua sinistra, l’altra alla sua destra, per stringersi a lei, e per dimostrarle tutto il proprio affetto, tutta la propria vicinanza, in quell’intimo confronto con emozioni, evidentemente, troppo grandi per poter essere quietamente gestite anche dalla leggendaria Figlia di Marr’Mahew, dall’Ucciditrice di Dei, dalla Campionessa di Kriarya, dalla donna da dieci miliardi di crediti.

« Scusate… non so cosa mi sia preso. » sussurrò Midda, scuotendo appena il capo nell’angoscia che, in quel momento, le stava serrando la gola.
« Mamma… non essere triste. » la invitò il piccolo Tagae, tentando di consolarla laddove, in caso contrario, anch’egli non avrebbe potuto ovviare a sentirsi in colpa, e a sentirsi in colpa per aver fatto stupidamente piangere loro madre con una domanda del tutto inconsulta.
« Mamma… » la richiamò anche Liagu, stringendosi a lei già a sua volta con le lacrime agli occhi, non potendo ovviare a provare empatia per il dolore così provato dalla genitrice « Io sono certa che nonna Namile ti voglia ancora tanto bene, e che ti osservi ogni giorno, vegliando su di te insieme agli dei tutti, e raccontando loro con orgoglio come ti abbia cresciuta bene, come ti abbia insegnato tante cose, e ti abbia permesso di essere la mamma straordinaria che sei ora con noi. »

Parole cariche di infantile ingenuità, e, al contempo, di ferma convinzione, quelle proprie della piccola Liagu, che non poterono concedere altra possibilità alla donna se non quella di una completa esplosione di lacrime, e di calde lacrime che, dal suo volto, discesero allora sino al mento, e da lì a bagnarle la gola e il petto, nel mentre in cui ella ebbe a stringere con dolcezza, e con delicata forza, i due bambini a sé. Lacrime, le sue, or non più soltanto di dolore, ma anche di gioia, e di gioia per l’amore che, probabilmente immeritato, le stava venendo tributato da quei due pargoli, e quei due pargoli a confronto con i quali, più sovente di quanto mai avrebbe potuto credere, ella non avrebbe potuto ovviare a scoprirsi allieva ancor prima che maestra, imparando da loro decisamente più di quanto mai avrebbe potuto loro insegnare.
E lungo, incredibilmente lungo, fu quell’abbraccio, e quell’abbraccio dal quale i due bambini non si sottrassero, anzi stringendosi a lei, e a lei stringendosi nell’intento di trasmetterle, con la forza dei propri abbracci, tutto il proprio affetto, tutta la dimostrazione della propria presenza. E solo quando, alfine, ella ebbe a ritrovare il proprio perduto equilibrio emotivo, essi accettarono di lasciarla, per ritornare a sedersi ai propri posti, attorno a quel tavolo nella sala mensa della Kasta Hamina eletto a propria scuola, con il proposito di riprendere i calcoli interrotti, avendo decisamente saziato la propria voglia di conoscenza nel merito di quel particolare inconsueto proprio del suo nome.
Ma, a interrompersi in tale ripresa, allora, fu proprio la piccola Liagu, colei che pocanzi tanto severamente aveva giudicato il fratello per la distrazione riservatasi rispetto ai loro compiti, riprendendo voce verso la madre e promuovendo qualcosa di assolutamente inedito per loro, ma anche per lei…

« Anche Tagae e io meritiamo un secondo nome. » sancì con ferma convinzione, in quella che, in effetti, non avrebbe avuto a dover essere intesa qual una proposta, quanto e piuttosto, una risoluzione, una decisione già presa e che, in tutto ciò, stava semplicemente venendo comunicata.
« … come…? » esitò Midda, temendo di non aver compreso.
« L’hai detto tu. » intervenne Tagae, nell’aver ben colto l’iniziativa della sorella « Bisogna rendere onore alle proprie radici, alla propria Storia… »
« Anche noi vogliamo essere parte della storia tua e di papà. » incalzò Liagu, annuendo con ferma convinzione « Siamo vostri figli. E nonna Namile deve poter essere fiera anche di noi, davanti agli dei! »

Un nuovo nodo in gola non poté che attentare, ancora una volta, alla respirazione della donna guerriero, la quale, così incalzata dai propri figli, non avrebbe potuto desiderare altro che concedersi nuovamente occasione di pianto, e di commosso pianto per quel dono meraviglioso da essi rappresentato, un dono che mai avrebbe realmente meritato e che pur, in quel momento, in quel frangente, avrebbero avuto a doversi considerare parte della propria vita.
Ma, sforzandosi di mantenere un certo contegno, un certo decoro, ella si impedì, allora, di cedere ancora una volta tanto facilmente alle lacrime, e si sforzò di deglutire, e di inspirare a fondo dal naso, a imporre al proprio cuore di affrontare con quanta più quiete possibile quella situazione…

« Come si chiama la mamma di papà…? » insistette la bambina, evidentemente desiderosa di quell’informazione, di quel dettaglio, per conoscere quello che avrebbe assunto, per propria esplicita volontà, qual proprio nuovo nome.
« Ras’Meen… » rispose, riportando per un istante il pensiero all’immagine di quella donna straordinaria, in compagnia della quale si era trattenuta troppo poco tempo, ma che non avrebbe potuto ovviare a ricordare con sincero affetto e incommensurabile gratitudine, e gratitudine per aver messo al mondo il proprio amato Be’Sihl « Si chiama Ras’Meen. » ripeté, augurandosi che ella potesse godere ancora di ottima salute, benché fossero ormai passati diversi anni dal loro incontro.
« E allora d’ora in poi io mi chiamerò Liagu Ras’Meen! » sancì la prima, fiera di poter accogliere quel nome, e legare maggiormente il proprio presente al passato della propria famiglia, di una famiglia consapevolmente adottiva, ma di una famiglia che non avrebbe potuto amare più di quanto non amasse, e che, ne era certa, non l’avrebbe potuta amare di più di quanto non l’amasse.
« E tuo papà…? » domandò Tagae, avendo compreso il ragionamento della sorella e desiderando, a sua volta, ricevere il proprio secondo nome.
« Nivre… » replicò ella, costretta a stringere le labbra per contenere l’emozione propria nello scandire il nome di suo padre, e di quel padre che, sperava, ancora stesse attendendo il suo ritorno dall’altra parte dell’universo, nel loro pianeta natale.
« Quindi tu sarai Tagae Nivre. » definì Liagu, ribattezzando in tal maniera anche proprio fratello « Ora dobbiamo solo imparare a scrivere i nostri nuovi nomi! » soggiunse poi, osservando la carta innanzi a sé, con i calcoli incompiuti, e ritrovandosi, tuttavia, desiderosa di lasciar perdere quell’esercizio per dedicarsi a quel nuovo compito e a quel nuovo compito che non avrebbe potuto ovviare a entusiasmarli.

E per quanto, in cuor suo, la donna guerriero non avrebbe potuto essere effettivamente certa dell’eventualità che nonna Namile, o che sua madre Mera, insieme agli dei, stessero allor volgendo a lei uno sguardo d’orgoglio, tante, troppe avrebbero avuto a doversi considerare le sue mancanze e le sue colpe, l’ultima fra tutte le quali l’uccisione della propria stessa gemella Nissa; a confronto con tutto quello, innanzi alla fierezza dimostrata dai propri figli adottivi nel confronto con quei nomi, e con quei nomi allor pretesi quali propri, e pretesi quali propri per reclamare, quale propria, anche la Storia della propria famiglia, e di quella famiglia nella quale non si erano semplicemente ritrovati a nascere, ma avevano volontariamente deciso di essere parte, e di essere parte con tutto il proprio impegno, con tutto il proprio affetto, Midda Namile Bontor non avrebbe potuto ovviare a essere meno che assolutamente certa di quanto, insieme agli dei, nonna Namile, sua madre Mera, e tutti gli antenati suoi e di Be’Sihl, stessero allor volgendo proprio in direzione di quei due pargoli mai conosciuti in vita uno sguardo d’orgoglio, reclamando innanzi agli dei tutti la propria parentela con loro, con quella coppia di bambini che non avrebbero potuto non voler amare, e non voler amare con tutto l’affetto proprio di una famiglia.
Così, che ella potesse volerlo o meno, una nuova coppia di lacrime ebbero a farsi strada dalle sue gote sino al suo mento, nella certezza di quanto, al momento in cui anch’ella avrebbe avuto a doversi presentare al cospetto degli dei, accanto a tutte le proprie colpe, a tutte le proprie mancanze, certamente una cosa buona avrebbe potuto addurla: essere stata destinataria dell’amore di quei due bambini.

« Liagu Ras’Meen… » apostrofò la piccola, nel mentre in cui ebbe così ad alzarsi dalla propria sedia per potersi spostare verso quella della bambina, genuflettendosi accanto a lei per stringerla in un dolce abbraccio e schioccarle un bacio sulla guancia, rialzandosi, poi, e spostandosi verso suo fratello, al quale destinò il medesimo trattamento « Tagae Nivre… » lo chiamò, risollevandosi per osservarli con incommensurabile amore e orgoglio « Nonna Namile non ha avuto, purtroppo, l’occasione di conoscervi… ma se c’è qualcosa di cui oggi sono certa è quanto, al cospetto degli dei, ella stia ora elargendo le proprie benedizioni su di voi, bambini miei. » dichiarò, a parafrasare quanto prima suggeritole dalla stessa bambina « Siete certamente il suo orgoglio, bambini… credetemi. »

martedì 23 ottobre 2018

2707


In quieta attesa per la fine del colloquio di Maddie con la psicologa stavano attendendo, fuori dalla stanza di Maddie, suo padre Jules e sua sorella Rín, i quali, pur fremendo per poter trascorrere altro tempo con lei, non avrebbero voluto in alcun modo ostacolare alcun genere di medico, soprattutto laddove questi avrebbe potuto essere d’aiuto per il completo recupero psicofisico di quella figlia e gemella temuta perduta per sempre. Entrambi, con dimostrazione di straordinario senso critico, non avrebbero potuto ignorare quanto quegli ultimi tre decenni e più di immobilità, bloccata su quel letto d’ospedale, non avrebbero potuto concludersi in pochi istanti, né, tantomeno, in pochi giorni… neppure laddove la non più così piccola Maddie aveva dimostrato straordinaria forza di volontà nel riuscire a riprendersi, e a riprendere a esprimersi in tempi così incredibilmente brevi. Ovviamente fra riuscire a parlare, e riuscire a camminare, o, ancor più, riuscire a ritornare padrona della propria vita, anche con un braccio in meno, e, purtroppo, con quello che era stato per lei il braccio dominante, non avrebbe potuto essere considerato un passaggio immediato, ragione per la quale, allora, tanto l’uno, quanto l’altra, padre e sorella, non avrebbero potuto che dimostrarsi pronti a concederle tutto l’aiuto del quale avrebbe abbisognato, così come, del resto, era stato sino a quel momento.
E senza nulla voler togliere a Jules e a tutti i sacrifici che egli non si era mai negato per il bene delle proprie figliole; semplicemente mirabile, in verità, avrebbe avuto a doversi considerare la reazione di Rín sin dal giorno dell’incidente, sin da quel tragico tardo pomeriggio nel quale, in un colpo solo, si era vista privata della madre, della propria gemella e, anche, delle proprie gambe…

Laddove in molti, al posto di quella bambina di neppure dieci anni, non avrebbero ovviato a disperarsi per tanta tragedia, spingendosi a perdere ogni desiderio di vita, ogni speranza per l’indomani, anche laddove contraddistinti da un’età decisamente più matura rispetto a quanto, ovviamente, ella non avrebbe avuto possibilità di dimostrare; per la piccola Rín tutto ciò ebbe, altresì, a tradursi in un impegno maggiore nei confronti della quotidiana esistenza, e in un impegno motivato dalla consapevolezza di aver a dover vivere addirittura il doppio rispetto a quanto mai non avesse vissuto sino a quel momento, tanto per sé, quanto per la sorella drammaticamente addormentata in quel letto d’ospedale. Un intento, un impegno, quello del quale in tal modo si era autonomamente fatta carico, di fronte al quale ella non si era mai sottratta. E un impegno che, pertanto, l’aveva condotta ad affrontare anche la propria disabilità con uno sguardo diverso, con un animo differente, rispetto a quanto avrebbe potuto altresì essere, riservandosi occasione di interpretarlo non qual un limite ma, anzi e piuttosto, quale una sfida, e una sfida che avrebbe dovuto vincere per non disonorare il dono che la sorte le aveva concesso, nel riservarle l’onere proprio dell’essere l’unica, reale superstite di quell’infausto evento. Praticamente immediata, quindi, all’epoca era stata la sua ripresa, vedendola ricominciare quanto prima a frequentare la scuola e tutte le attività nelle quali, un tempo, lei e sua sorella non si erano mai negate occasione di impegnarsi, indifferente a tutte le nuove difficoltà che, a confronto con le stesse, avrebbe avuto a vedersi poste di fronte. E se, a margine di tanta dedizione, di tanta rinnovata passione nei confronti della vita da parte della propria figlioletta, Jules non ebbe a poterle dedicare tutto il tempo che pur avrebbe desiderato potersi riservarsi occasione di rivolgerle, proprio malgrado, e indirettamente, a sua volta vittima di quella tragedia, e vittima nella misura nella quale, improvvisamente, ebbe a ritrovarsi vedovo, e senza alcuna possibilità di aiuto, di sostegno, fisico o finanziario, nel far fronte alle nuove condizioni delle proprie due bambine; Rín non ebbe mai a riservarsi ragione di turbamento, dimostrando, a dispetto della propria giovane, giovanissima età, straordinaria premura nei confronti del padre, e mai riservandosi possibilità di gravare su di lui… anzi.
In un panorama tanto complicato per la famiglia Mont-d'Orb, con Jules sempre diviso fra il lavoro, le visite a Maddie e le poche faccende di casa che l’altra figliuola gli avrebbe riservato opportunità di svolgere per non avere a sentirsi troppo colpevole nel confronto con quella bambina ritrovatasi costretta a crescere troppo in fretta; gli anni della ribellione adolescenziale, per la giovane Rín, furono così dedicati non tanto a vane manifestazioni studentesche volte, per lo più, a saltare qualche lezione, nel mai realmente consapevole intento di protestare contro il ministro di turno per motivazioni mai meglio definite, quanto e piuttosto ad agire, e a vederla agire concretamente al fine di rivendicare i propri diritti, e i propri diritti a essere libera di muoversi nel proprio quartiere, nella propria città, al di là di tutto ciò che, presto, iniziò a essere identificato con i termini di “barriere architettoniche”. In un mondo, in una società imperdonabilmente incapace ad accettare le diversità, e, ancor meno, le disabilità, e, soprattutto, ipocritamente ignara di tale proprio limite, di simile propria mancanza di riguardo per tutti coloro che, in tal maniera, sarebbero stati più o meno direttamente discriminati, ella volle dichiarare guerra, e guerra aperta, a tutti quegli ostacoli, piccoli e grandi, che le avrebbero impedito di poter avere libero accesso, banalmente, alla propria scuola, a un supermercato, a un museo e, talvolta, persino a un bagno pubblico, in una protesta, una manifestazione mai animata da un qualunque senso di vittimismo, come i suoi detrattori spesso non mancarono di accusarla compiere, ma, sempre e comunque, da una fiera volontà di far valere le proprie ragioni. Una ricerca accorata, la sua, in favore della propria autodeterminazione sociale, e della propria possibilità di esistere all’interno della comunità, e di esistere a dispetto del fatto che le sue gambe avessero a doversi considerare inermi, che in più di un’occasione finì, inutile a dirlo, a porla anche nei guai, vedendola coinvolta in vere e proprie risse, nell’impossibilità a farsi ascoltare in qualunque altro modo, nell’incapacità, da parte del resto del mondo, di concederle qualcosa di più di qualche dimostrazione di accondiscendente buonismo utile a nulla. Dopotutto, per una giovane donna disabile desiderosa di vivere al pieno la propria vita, ritrovarsi a confronto con un mondo inconsapevolmente patriarcale, e profondamente intollerante, e intollerante con qualunque diversità, fosse questa derivante dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale o da una qualsivoglia disabilità, non sarebbe potuto essere semplice… e molte, forse troppe, furono le occasioni nelle quali, stanca di non riuscire a essere ascoltata in quanto donna e in quanto disabile, ebbe a far valere in altro modo le proprie ragioni.
Superata, tuttavia, tale complicata età e conclusi gli studi superiori, al fine di non gravare ulteriormente sul proprio genitore e, anzi, di riuscire in qualche maniera a contribuire anche alle spese da questi sostenute per mantenere la sorella in quel letto d’ospedale, spese che, a un certo punto, iniziarono a essere sempre meno coperte dal sistema sanitario nazionale e sempre più gravanti sulle loro finanze, sul suo già modesto stipendio da impiegato, Rín non ebbe a mancare di cercare immediatamente un lavoro, tentando, ciò non di meno, di proseguire, in parallelo, la propria formazione e la propria formazione accademica. E così, lavorando di giorno e studiando di notte, senza mai concedersi possibilità di stanchezza, fisica o psicologica, obbligatoriamente costretta a concedersi qualche anno di studio in più del dovuto, ma egualmente e forse ancor più contraddistinta dalla fierezza di avercela comunque fatta, a venticinque anni conseguì la propria laurea in ingegneria, con il massimo dei voti, la lode e la dignità di pubblicazione, un pezzo di carta forse banale, e pur indispensabile per poter così sperare in un salto di qualità dal punto di vista professionale e, soprattutto, economico, in un percorso di vita nel quale continuò a dedicare, in ogni giorno, in ogni istante, quella doppia passione, quella duplice energia, perennemente motivata dalla consapevolezza di dover vivere tanto per sé, quanto e comunque per la propria amata gemella.
Un percorso di vita, il suo, che, ovviamente, non mancò di vederla spingersi a eccellere anche sotto profili diversi da quelli quietamente scolastici, accademici o lavorativi. Perché se da adolescente tanto ardore aveva posto nel lottare per i propri diritti, simili battaglie non avrebbero avuto a doversi considerare dimenticate… al contrario: forte, ormai, di un’indiscutibile maturità anagrafica, Rín non ebbe a riservarsi esitazione alcuna nel proseguire la propria guerra al sistema e alla cosiddetta civiltà al fine di veder effettivamente riconosciuti i propri diritti e i diritti di chiunque, come lei, stava ormai venendo definita con il termine politicamente corretto, ma egualmente ipocrita, di diversamente abile. Una lotta che, se dal punto di vista pubblico la portò a costituire un’Onlus impegnata a offrire sostegno economico e legale a tutte le numerose cause civili che non mancarono di essere da lei promosse al fine di costringere diverse amministrazioni locali e non solo ad agire concretamente in favore di una vera parità di diritti per tutti; dal punto di vista personale la vide continuare a impegnarsi nel nuoto, e a impegnarsi addirittura a livello agonistico, arrivando, persino, a prendere parte ai cosiddetti giochi paralimpici e a conseguire, con le lacrime agli occhi, un oro e due argenti ad Atene, nel 2004, che non mancò di dedicare, innanzitutto, a sua sorella, ma anche alla madre e al padre, senza l’amore dei quali mai avrebbe potuto raggiungere un traguardo simile.

lunedì 22 ottobre 2018

2706


Riuscire a ricostruire la dinamica degli eventi presumibilmente occorsi non fu né semplice, né immediato per Midda Bontor. Non, soprattutto, nel dover prestare ben attenzione a ovviare all’eventualità di ritrovarsi a essere spiacevolmente sbugiardata, e sbugiardata, allora, nella necessaria messa in scena che ebbe a doversi riservare nel confronto con quella strizzacervelli, in tal senso animata dalla speranza di non concedere alcuna occasione a quella versione alternativa della propria amica di comprendere quanto, in lei, qualcosa non andasse e quanto, soprattutto, ella non avrebbe avuto a doversi minimamente fraintendere per una rediviva Madailéin Mont-d'Orb.
Alla fine di una lunghissima chiacchierata, tuttavia, Midda aveva avuto occasione di chiarirsi le idee sotto molteplici punti di vista, soprattutto a riguardo degli accadimenti spiacevolmente occorsi alla propria controparte locale…

Poco prima di compiere dieci anni, in quello che Jacqueline ebbe a definire qual l’anno 1985, Maddie e Rín, erano sopravvissute a un terrificante incidente automobilistico, qualsiasi cosa simile parola volesse significare, nel corso del quale, purtroppo, aveva altresì e tragicamente perduto la vita loro madre, in quel momento impegnata alla guida del loro veicolo. Un pesante autoarticolato, complice la stanchezza di un lungo viaggio da parte del suo tanto sventurato quanto colpevole conducente, non aveva rispettato una precedenza a un incrocio: così laddove, un istante prima, due bimbe stavano scherzando allegramente sul sedile posteriore dell’auto della madre, di ritorno da un quieto pomeriggio trascorso a nuotare in piscina, un istante dopo soltanto un groviglio di sangue e lamiere avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto presente. E se, purtroppo per tutti loro, per la loro genitrice non vi era stata occasione di scampo, uccisa sul colpo quando l’altro mezzo aveva quasi tagliato a metà la loro auto, tale la violenza dell’impatto subito, per le due bambine, pur sopravvissute almeno nell’immediato, l’esito della questione non aveva avuto occasione di delinearsi in termini particolarmente più favorevoli, propriamente più fortunati.
Esplosa dalla medesima carrozzeria dell’auto al momento dell’impatto, con impeto non dissimile da quello che ci si sarebbe potuti attendere dal proiettile di una pistola, una scheggia di metallo aveva violentemente attraversato il corpo della piccola Rín, trapassandole il morbido l’addome e fuoriuscendo, senza fatica alcuna, senza incontrare ostacolo alcuno, dalla sua schiena: in ciò la bambina si era improvvisamente ritrovata spinta a una distanza estremamente prossima a conseguire il triste fato della madre, e per quanto il tempestivo intervento dei soccorsi era stato in grado di concederle salva la vita, le conseguenze di quell’evento si erano dimostrate immediatamente evidenti all’attenzione dei medici che la operarono, definendo, per lei, non solo la perdita di qualche metro di intestino e di un rene, ma anche e ancor peggio uno stato di completa paralisi, coinvolgente la metà inferiore del suo corpo, per effetto del drammatico danno riportato dalla sua colonna vertebrale.
Più sfortunato, comunque, rispetto al già tragico epilogo della schiena della piccola Rín, era stato altresì il fato del braccio destro della propria gemella, della sventurata Maddie, il quale, ritrovatosi a essere praticamente ridotto a un ammasso informe di carne, ossa, metallo e vetri al momento dell’impatto, subendone in pieno tutta la violenza, tutta la forza, non aveva potuto essere in alcun modo salvato da parte dei chirurghi, dovendo essere da questi irrimediabilmente amputato nell’estremo tentativo di contenere l’altrimenti inarrestabile dissanguamento della bambina. Una scelta, la loro, che almeno nell’immediato aveva offerto evidenza di aver contenuto il rischio maggiore, ma che, per cause mai meglio definite, forse riconducibili all’incidente stesso, forse a una qualunque complicazione operatoria, non aveva condotto tuttavia la piccola Maddie a riprendersi, ritrovandola, altresì, in ciò condannata a un infausto stato di coma profondo: per più di trent’anni, trentatré per la precisione, ella era così stata mantenuta in vita soltanto dalle macchine, quelle macchine che l’avevano aiutata a respirare, l’avevano idratata, l’avevano nutrita, offrendo al suo corpo, pur estraniatosi al resto del mondo da lei circostante, occasione di sopravvivere tanto a lungo. Un’occasione, la sua, che in verità era stata realmente tale solo grazie all’amore dei suoi cari, di suo padre e di sua sorella, che mai, neppure per un fugace momento, si erano concessi occasione di dubitare delle sue possibilità di riprendersi, di risvegliarsi, neppure quando i giorni, sommandosi, erano divenuti settimane, e poi mesi, e poi stagioni, e poi anni, e addirittura lustri e decenni, vedendo il resto del mondo andare avanti, nel mentre in cui la piccola Maddie lì giaceva, da chiunque altro ormai data fondamentalmente per morta.

Trentatré anni: tanti erano passati da quando quell’incidente l’aveva vista precipitare in quell’isolamento dalla realtà, l’avevano vista cadere addormentata in un lungo sonno, e un sonno dal quale, alla fine, si era ripresa, si era risvegliata. E lei, bambina l’ultima volta che aveva potuto osservare il mondo, si era ritrovata improvvisamente donna, intrappolata all’interno di un corpo che non avrebbe potuto conoscere, senza più il proprio braccio destro, senza più la propria mamma, e con un padre invecchiato e una sorella a sua volta irriconoscibile, oltre che intrappolata su una sedia a rotelle.
Tante, troppe cose a confronto con le quali non aveva avuto occasione di dimostrarsi stupita, sorpresa, addirittura spaventata, così come sarebbe stato ovvio avvenisse. Tante, troppe cose a confronto con le quali se anche Jacqueline fosse stata la peggiore fra tutte le strizzacervelli di quel mondo, quasi obbligatorio sarebbe stato per lei cogliere quanto qualcosa non andasse. E, francamente, se anche Jacqueline Marchetti fosse valsa la decima parte della decima parte di Carsa Anloch, comunque non avrebbe potuto rivelarsi tanto sciocca da non cogliere quanto, qualcosa, in lei non andasse.

“Sono fregata…” non poté che concludere Midda, prendendo in tal maniera al vaglio anche l’eventualità di provare ad affrontare apertamente, con lei, la realtà dei fatti, e quella realtà atta a presentarla non qual la vera Madailéin Mont-d'Orb, quanto e piuttosto una versione alternativa della medesima, una versione alternativa proveniente da un altro mondo, da una altro universo, lì precipitata a seguito dell’invito offertole dal semidio proprio sposo di risvegliarsi “… e sarà così che mi chiuderanno in un manicomio per il resto della mia esistenza.” concluse in maniera autonomamente critica il proprio stesso flusso di coscienza, escludendo quell’eventualità, avendosi a riconoscere già in una situazione sin troppo complicata per potersi permettere di renderla ancora più complessa, ancora più ingarbugliata.
« … è tanto… da digerire… » si limitò quindi a commentare, cercando di dimostrarsi quanto più possibile confusa, benché tale confusione, simile disorientamento avrebbero avuto a doversi considerare spiacevolmente tardivi nel confronto con quanto, piuttosto, avrebbe dovuto già aver provato sin dal primo istante del proprio risveglio.
« Lo immagino. » annuì sempre accondiscendente la sua interlocutrice, osservandola con espressione serenamente impassibile, apparentemente ignara di tutte quelle tutt’altro che piccole incongruenze che avrebbero avuto a dover essere addebitate alla propria paziente « Ed è proprio per questa ragione che è importante che tu abbia a prenderti tutto il tempo necessario per… “digerire”… quanto è accaduto. »
Midda si limitò ad annuire, ipotizzando che meno allora avrebbe avuto a esprimere e meglio sarebbe stato per lei, e per la posizione che avrebbe desiderato difendere.
« Come ti ho già detto sin da subito, trovo il tuo caso estremamente affascinante, Maddie. » riprese Jacqueline, sciogliendo elegantemente l’intreccio delle proprie gambe solo per potersi rialzare dalla sedia sulla quale si era accomodata, sistemandosi delicatamente la gonna necessariamente sollevatasi un po’ tropo lungo le proprie splendide cosce « Avrai tempo di spiegarmi come hai vissuto questi ultimi trentatré anni della tua esistenza, ma da quello che traspare, per come ti sei comportata sino a ora, è già chiaro quanto, in questo momento, in te non sia una bambina di nove anni appena risvegliatasi da un lungo sonno, quanto e piuttosto una donna di esperienza… e una donna di esperienza così come soltanto potresti essere avendo vissuto un’intera vita. » osservò, in parole che avrebbero potuto essere intese quali trasparenti del fatto che ella avesse, in effetti, colto già tutto di lei e della propria situazione « E nei prossimi giorni, quanto spero mi concederai occasione di fare è proprio conoscere questa donna… » asserì, strizzando appena l’occhio sinistro, con fare di amichevole complicità verso di lei, in quanto avrebbe avuto allora a doversi riconoscere qual ben lontano da una possibile conclusione del loro dialogo.