11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

lunedì 23 novembre 2020

3469

 

Fu necessario tutto l’autocontrollo della Figlia di Marr’Mahew per evitare che ella si mettesse a gridare, in quella che sarebbe allor stata una reazione assolutamente legittima e a dir poco giustificata nel confronto con quanto lì stava accadendo. Una reazione assolutamente legittima e a dir poco giustificata, la sua, che pur non le avrebbe concesso il benché minimo beneficio, in termini tali per cui, quindi, ella si sforzò di ovviare all’isteria del momento, nella volontà, nella necessità di mantenere quantomeno il controllo su di sé, là dove, evidentemente, l’aveva già perduto nel confronto con il resto del mondo a lei circostante.

“Thyres...” gemette di nuovo nella propria mente, or non con intento di imprecazione, quanto e piuttosto con intento di supplica “... fa che non sia io la responsabile di tutto questo!”

Chiunque avesse avuto possibilità di ascoltare un simile pensiero, sicuramente avrebbe considerato quantomeno egocentrico un simile approccio al problema da parte della donna guerriero, e di quella donna che, a prescindere dalla straordinaria portata di tutte le proprie imprese passate, non avrebbe potuto ovviare a riconoscere, pur, semplicemente qual una donna, e qual una donna mortale, priva di qualunque possibilità di annichilire un’intera città in così breve tempo e, soprattutto, dormendo. Purtroppo però il suo non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual egocentrismo.
Qualche tempo prima, infatti, Midda Bontor aveva finalmente posto la parola fine a una lunga e controversa vicenda in contrasto alla regina Anmel Mal Toise, una leggendaria figura, propria di un’epoca ormai dimenticata, ricordata dal mito in maniera estremamente controversa tanto qual la Portatrice di Luce, quanto l’Oscura Mietitrice. Il tutto aveva avuto inizio nel giorno in cui ella aveva recuperato una perduta reliquia proprio offerente riferimento a tale terribile figura, soltanto per scoprire quanto, purtroppo, così facendo, ella aveva liberato un’oscura minaccia a discapito non soltanto del mondo intero, quanto e piuttosto dell’universo intero. E se per anni ella aveva quindi dovuto combattere contro simile avversaria, sospingendosi addirittura a superare, sulle ali della fenice, i confini del proprio stesso pianeta, per immergersi nelle immensità siderali; alla fine di tutto aveva avuto possibilità di maturare consapevolezza con un’inimmaginabile verità: quella contro cui aveva lottato non era mai stata, realmente, la regina Anmel Mal Toise, quanto e piuttosto un’emanazione del suo malvagio potere, legato alla corona e in attesa di essere accolto da colei che, recuperandola attraverso una lunga serie di prove mortali, se ne era dimostrata degna, qual legittima erede della medesima. Così, quindi, ella aveva potuto porre fine a quella lunga vicenda accogliendo in sé tale potere, simile retaggio, soltanto per iniziare a vivere, in ciò, un nuovo, terribile incubo.
L’appellativo di Portatrice di Luce, e di Oscura Mietitrice, infatti, non avrebbero avuto a dover essere fraintesi qual enfatiche definizioni per Anmel Mal Toise: il potere da lei posseduto, infatti, avrebbe avuto a doversi intendere pari, se non addirittura superiore, a quello di una divinità e di una divinità della Creazione e della Distruzione, incarnando, in sé, entrambi tali principi. Un potere, invero, troppo grande per una singola persona, troppo grande per qualunque persona: un potere che, quindi, nei millenni passati aveva corrotto Anmel Mal Toise e che, se ella non fosse stata prudente, avrebbe corrotto anche lei.
Onde evitare di correre rischi in tal senso, Midda Bontor si era ripromessa di ovviare a fare ricorso a tale potere, benché, in immediata conseguenza all’acquisizione del medesimo, non si fosse riservata scrupolo a creare, addirittura, un’intera, nuova dimensione, e a resuscitare un’intera civiltà, da lei stessa, in passato, estinta, per abitarla. Ciò non di meno, e proprio malgrado, l’impegno da lei preso in un tale voto non aveva avuto occasione di perdurare a lungo. E così, in tempi decisamente recenti, la Portatrice di Luce era tornata a colpire, seppur involontariamente, resuscitando chiunque fosse mai stato ucciso per mano sua nel corso della propria lunga, e purtroppo sanguinaria, esistenza. Migliaia e migliaia di non morti che, letteralmente dalla notte al giorno, si erano ritrovati nuovamente a piede libero, non quali consueti zombie, quanto e piuttosto trasformati in creature immortali dotate di intelletto e ricordi della propria esistenza passata: i ritornati. E per quanto, a differenza rispetto all’occasione precedente, in tale nuova occorrenza ella non avesse avuto la benché minima intenzione di agire in tal senso, i suoi poteri erano stati attivati, a sua insaputa, da un tranello onirico tesole da un vicario di Anmel Mal Toise, secondo-fra-tre: non il secondo-fra-tre, tuttavia, che ora avrebbe avuto a dover essere inteso al proprio servizio, e che, in maniera scherzosa, era stato ribattezzato come Bob da Nóirín Mont-d'Orb, versione alternativa della propria defunta gemella Nissa proveniente da un universo parallelo; quanto e piuttosto un altro secondo-fra-tre, facente riferimento a un’altra Anmel Mal Toise, e un’altra Anmel Mal Toise proveniente da un’altra realtà all’interno della complicata varietà del multiverso, per dare la caccia alla quale, nel suo mondo, prima ancora di Nóirín, era già giunta un’altra se stessa di nome Madailéin Mont-d'Orb.
Il fatto, quindi, che esistesse un precedente, e un precedente tutt’altro che di trascurabile importanza, nell’aver, proprio malgrado, mutato per sempre gli equilibri interni al proprio mondo con l’avvento dei ritornati, e di ritornati, oltretutto, in taluni casi neppur effettivamente oriundi di tale pianeta ma provenienti da altri mondi contraddistinti da un ben diverso livello di progresso tecnologico; non avrebbe potuto concedere serenità all’animo della donna guerriero. Non, quantomeno, all’idea che, ancora una volta, secondo-fra-tre potesse aver trovato un modo di sfruttare i suoi poteri, e di sfruttare i suoi poteri di Oscura Mietitrice per cancellare la vita da Kriarya... se non dal mondo intero!

“Calma...” sospirò ella, scuotendo appena il capo e cercando di imporsi di continuare a ragione in maniera razionale a confronto con tutto ciò “Se non sogno, secondo-fra-tre non può accedere alla mia mente. E se non può accedere alla mia mente, non può sfruttare i miei poteri.”

Onde ovviare all’eventualità di nuovi “incidenti” pari a quello dei ritornati, Midda Bontor si era negata la possibilità di sognare nuovamente, ricorrendo all’uso di particolari sostanze, droghe, atte ad alterare i suoi processi mentali e a impedirle, in ciò, di sognare: una rinuncia importante, la sua, e che pur ella non aveva esitato a rendere propria anche, ed egoisticamente, con una certa serenità d’animo, giacché, proprio malgrado, nel corso della propria esistenza aveva già avuto troppe pessime occasioni di sogni da cui erano derivati spiacevoli problemi, in misura tale per cui, ove non avesse più avuto la possibilità di sognare... beh... forse sarebbe stato meglio per tutti, a iniziare proprio da lei.
Mitigando in tal maniera, quindi, l’eventualità che l’Oscura Mietitrice potesse aver compiuto un nuovo genocidio, il semplice fatto che ella fosse tuttavia la sola persona ancora in giro, in quel momento, non avrebbe propriamente deposto in suo favore. Anzi. A dirla tutta avrebbe avuto ad alimentare nuovi sospetti, nuovi timori in merito a una sua possibile responsabilità a tal riguardo.

“Forse non sono sola...” si volle costringere a pensare, a escludere nuovamente l’eventualità di essere stata proprio lei responsabile per tutto ciò.

E così, cercando di soprassedere sull’immagine offerta dal letto vuoto dei propri figli, immagine che l’avrebbe potuta spingere a perdere il senno per l’orrore implicito in essa; ella decise di muovere i propri passi in direzione dell’altra porta della propria camera da letto, e la porta che l’avrebbe condotta verso il corridoio e verso il resto della locanda, nella volontà, se necessario, di perlustrare ogni singola stanza per verificare se non vi fosse qualcun altro in giro oltre a lei.
Una scelta, la sua, che si rivelò psicologicamente provvidenziale, nel momento in cui, aprendo la porta della propria camera, ebbe a ritrovarsi a confronto con la mai così sublime immagine offerta dalla sua amica, e sorella d’arme, Har-Lys’sha, in rapido avvicinamento proprio verso di lei...

« Midda! » esclamò la giovane ofidiana, nel mentre in cui la sua voce quantomai gradita ebbe a risuonare quasi assordante nel silenzio lì imperante.

domenica 22 novembre 2020

3468

 

Kriarya: città del peccato.
Non esisteva, né era mai esistita, un’altra capitale simile in tutta Kofreya. E, forse, in tutto l’intero continente di Qahr.

Kriarya: città di ladri e prostitute, di mercenari e assassini.
Il declino di Kriarya, o, forse, la sua gloria, aveva avuto inizio in un’epoca ormai dimenticata da tutti, in concomitanza all’inizio dell’interminabile guerra fra il regno di Kofreya e il vicino regno di Y’Shalf. Simili in tutto, e pur diversi sotto ogni aspetto, Kofreya e Y’Shalf avrebbero potuto essere intesi al pari di due fratellastri, figli di medesima madre e pur di padri estranei: una condizione che non avrebbe necessariamente dovuto porli in antagonismo e che pur avrebbe potuto essere considerata più che giustificativa di qualunque inimicizia fra loro.
Così, in un’epoca ormai dimenticata da tutti, Kofreya aveva dichiarato guerra a Y’Shalf... o, forse, era stata Y’Shalf a dichiarare guerra a Kofreya, difficile a dirsi. E Kriarya si era improvvisamente ritrovata a essere la provincia più prossima al fronte bellico, con tutte le più spiacevoli conseguenze possibili.
Divenuta ben presto luogo di transito per le truppe, fossero esse regolari o meno, Kriarya aveva necessariamente veduto crescere, entro le proprie mura dodecagonali, un clima di violenza e di incertezza, che, ben presto, aveva veduto la maggior parte degli artigiani, dei contadini e degli allevatori abbandonare il campo, soltanto per essere sostituiti da locande, taverne, alberghi e, soprattutto, postriboli, all’interno dei quali, i prodi difensori del regno, avrebbero potuto trovare occasione per sfogare le proprie tensioni, le proprie ansie senza, in questo, ricorrere necessariamente ad atti di violenza a discapito di fanciulle meno disponibili rispetto a quelle professioniste. Ovviamente, ben presto, anche i mercenari iniziarono a prendere Kriarya come riferimento per i propri affari, fossero questi al fronte, fossero, altresì, di diversa natura. E accanto ai guerrieri e agli avventurieri in senso più lato, ineluttabile fu la comparsa degli assassini, gente priva di qualsivoglia parvenza di moralità e, in questo, non soltanto disposta a uccidere propria madre per un soffio d’oro, quanto e piuttosto desiderosa che qualcuno avesse a domandargli di farlo. E, ultimi ma non meno importanti, anche i ladri elessero ben presto quella capitale a propria dimora prediletta, nell’affinità elettiva che, in fondo, avrebbero potuto vantare con molti mercenari, e, soprattutto, nella prospettiva di facili guadagni a discapito di sprovveduti di passaggio.
Fu così che Kriarya iniziò a essere conosciuta come una città di ladri e prostitute, di mercenari e assassini: la città del peccato.


Ovviamente, in quel di Kriarya, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa una sì assoluta omogeneità di popolazione. Per quanto, in effetti, ladri e prostitute, mercenari e assassini, rappresentassero la parte più significativa della popolazione locale, molto avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuto l’indotto circostante, a incominciare, ovviamente, da tutti i locandieri, tavernieri e albergatori, con relativo personale di servizio, per proseguire poi con i mercanti, nonché, inutile a dirsi, con un comunque elevato numero di fabbri e maniscalchi, il cui operato non avrebbe mai avuto a ritrovarsi privo di domanda da parte di un tanto peculiare pubblico.
A dominare una tanto particolare situazione, ovviamente, non avrebbe potuto essere alcun aristocratico smidollato, alcun rappresentante di quell’incapace, pigra ed egocentrica organizzazione feudale che pur, in tutto il resto di Kofreya, spadroneggiava in maniera pur razionalmente incomprensibile sotto ogni punto di vista, forte soltanto di un evidente e sostanziale disinteresse da parte della gente comune nei riguardi di chi fosse al potere, almeno fino a quando lo stato delle cose veniva mantenuto inalterato, tanto nel bene quanto e soprattutto nel male. No. Ciò che avrebbe potuto essere riconosciuto adeguato per Kirsnya e Krezya, per Karesya e Lysiath, e ovviamente per Kerrya, sede della famiglia reale, non avrebbe potuto più essere adeguato per soddisfare il nuovo stato dell’arte di Kriarya. Ragione per la quale, nel corso degli anni, avvenne una quieta transizione verso un ben diverso sistema di governo, e un sistema di governo che, proprio malgrado, la famiglia reale di Kofreya dovette, alfine, tollerare: non che, da parte loro, ebbe a essere mai riconosciuto; ma, comunque, fu tollerato, nella consapevolezza che qualunque tentativo volto a ristabilire l’ordine costituito avrebbe, necessariamente, provocato disordini con i quali mai avrebbero avuto interesse a confrontarsi.
All’aristocrazia kofreyota, e alla gerarchia feudale, con il passare del tempo, si sostituì quindi un’oligarchia di supposti lord, che di tale avevano soltanto un formale titolo, non potendo vantare, nelle proprie vene, una sola goccia di sangue blu. Né, tantomeno, volendolo vantare, nel ritrovarsi, piuttosto, ben fieri del colore scarlatto del proprio sangue, e di quel sangue che, chi più, chi meno, tutti avevano versato in numerosi campi di battaglia, contro innumerevoli avversari, prima di giungere lì in quel di Kriarya e accoppare le persone giuste per conquistarsi il proprio territorio, il proprio dominio all’interno di una tanto caotica realtà. Violenti e sanguinari criminali, invero, ancor prima che flaccidi e vanagloriosi nobili, avrebbero avuto a dover essere presto riconosciuti i nuovi signori della città del peccato, in una tradizione che ebbe a riproporsi nel tempo, con volti sempre nuovi, nomi sempre nuovi, e, ciò non di meno, interessi del tutto simili.
E in un tanto particolare e inedito frangente, quella nuova e improbabile società basata su valori del tutto atipici, ebbe comunque a trovare il proprio equilibrio non soltanto per ovviare a facili collassi, quanto e piuttosto per avere addirittura a prosperare, crescendo e fortificandosi nel corso degli anni, dei decenni e, persino, dei secoli.

In assenza di un censimento preciso della popolazione della città sin dall’epoca del feudalesimo, da ben prima che Kriarya fosse quindi la città del peccato, difficile sarebbe stato per chiunque offrire una stima, fosse anche molto aleatoria, dell’attuale numero di abitanti di quell’urbe.
Dovendo essere costretti, lama alla gola, a offrire un numero, probabilmente questo non sarebbe stato inferiore alle diecimila anime, senza, tuttavia, spingersi a superare le trentamila: un numero di assoluto rispetto, per quella che, in effetti, avrebbe avuto probabilmente a dover essere intesa la più densamente popolosa città di Kofreya, seconda, in termini assoluti, soltanto a Kerrya, che pur si espandeva su una superficie più che doppia, se non tripla, rispetto a Kriarya.
Un numero importante, quindi, che ebbe a rendere ancor più inquietante quello che, in maniera del tutto inattesa, accadde una mattina. E una mattina in cui una fra le residenti più famose di tutta Kriarya, Midda Bontor, leggenda vivente conosciuta con molti appellativi fra i quali Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, Campionessa di Kriarya e Lysiath, ebbe a risvegliarsi dopo una serena notte di sonno trascorsa fra le braccia del proprio amato Be’Sihl Ahvn-Qa. Ed ebbe a risvegliarsi sola nella propria stanza da letto.
Nulla di sconvolgente, in verità, avrebbe avuto a dover essere inteso nel fatto che Midda Bontor potesse essersi risvegliata sola nella propria camera da letto. In effetti, anzi, ciò avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual la più quieta normalità, nell’essere Be’Sihl il comproprietario, nonché primo gestore, della locanda “Alla signora della vita”, e, in questo, nell’essere solito svegliarsi ben prima dell’alba per iniziare una lunga, lunghissima giornata lavorativa, che difficilmente sarebbe terminata prima di almeno diciotto ore più tardi. Inoltre, impossibile minimizzarlo, Be’Sihl era anche solito dedicarsi a prepararle la colazione, con una dedizione che, obiettivamente, era stata anche una delle ragioni per cui ella aveva finito di innamorarsi di lui, molti anni addietro.
Ma se l’essere sola nel proprio letto non avrebbe avuto a poterla turbare, di ben diverso intendimento avrebbe avuto a dover essere un altro dettaglio. E un dettaglio che ebbe a risaltare immediatamente alla sua attenzione, e all’attenzione di colei che, pur, difficilmente era solita lasciarsi sfuggire qualcosa, laddove ogni distrazione, ogni superficialità, avrebbe potuto costarle la vita.

“C’è silenzio.”

Un pensiero agghiacciante, il suo, nel confronto con l’evidenza non di “troppo silenzio”, rispetto a un ben diverso livello di consueto rumore di fondo proveniente dalla città attorno a lei, quanto e piuttosto di puro e semplice “silenzio”.
Un silenzio assoluto. Un silenzio totale. Un silenzio nel quale, quindi, persino il suo respiro, e il battito del suo cuore, apparivano frastornanti.
Portando istintivamente la mancina al fodero della propria spada, appeso alla testata del letto, ella sguainò la propria spada bastarda con un gesto elegante ma deciso, nel mentre in cui, nuda così come era, si levò dal letto senza alcun fugace senso di pudore. Il pudore, del resto, non le era mai stato proprio in passato, vedendola addirittura spingersi a combattere nuda vere e proprie battaglie. E, di certo, il pudore non avrebbe iniziato a esserle proprio in quel momento, all’interno di quella che, oltretutto, avrebbe avuto a dover essere intesa qual la propria camera da letto.
Con passi leggeri, praticamente impercettibili in una condizione di normalità, e pur terribilmente rumorosi in quel silenzio assoluto, ella ebbe a muoversi, spada alla mano, verso la finestra, e quella finestra che, affacciandosi sulla città, avrebbe dovuto mostrarle una via probabilmente non ancor brulicante di vita, ma, ciò non di meno, già percorsa, in diverse direzioni, da tutti coloro che, di buon ora, si stavano preparando ad affrontare una nuova giornata.
Ma, costringendosi a trattenere un gemito spontaneo a confronto con l’assurdità di quella visione, ella non poté che sbarrare gli occhi color ghiaccio con un inconsueto senso di terrore nel momento in cui, là fuori, non vide nessuno. Non poche persone... ma nessuno.

“Thyres...” imprecò mentalmente il nome della propria dea prediletta.

Le sue gambe, a quel punto, si mossero ancora prima che la sua mente potesse formulare qualunque altro pensiero, al fine di condurla, in maniera istintiva, in maniera automatica, fino a una delle due porte della propria camera da letto. E non alla porta che l’avrebbe condotta al corridoio, quanto alla soglia che l’avrebbe collegata a un’altra stanza, di poco più piccola, abitualmente occupata da Tagae e Liagu, i propri figli.
E aprendo con forse eccessiva forza quella porta, in termini tali da scardinarla in virtù della forza del proprio braccio destro in lucido metallo cromato, ella non poté che constatare, con orrore crescente, quanto quella stanza fosse, allora, oscenamente deserta.

sabato 21 novembre 2020

3467

 

Fu così che Korl Jenn’gs e Lora Gron’d lasciarono Nuova Korrynia, dopo essere stati la principale, se non l’unica, ragione per cui essa venne fondata.
E fu così che Korl Jenn’gs e Lora Gron’d lasciarono Nuova Korrynia nella maniera più improbabile possibile, in misura tale per cui, se soltanto qualche mese prima avessero loro suggerito simile eventualità si sarebbero probabilmente messi a ridere divertiti se non, addirittura, scandalizzati da simile prospettiva: al seguito della loro assassina, al seguito di Midda Namile Bontor.

Midda Namile Bontor era, e sempre sarebbe rimasta, la donna che li aveva uccisi. Ciò era avvenuto in un momento imprecisato di una mai meglio chiarita epoca passata in quel della città di Thermora, nel quarto pianeta del sistema binario di Fodrair, quand’essi erano impiegati all’interno della sicurezza della sede locale della Loor’Nos-Kahn.
In quell’epoca essi non avevano idea di qual genere di esperimenti e traffici illegali e, soprattutto, immorali, stesse conducendo la Loor’Nos-Kahn nella stessa Thermora, a discapito di poveri bambini innocenti. Per loro quello era soltanto un lavoro, e un lavoro che avevano accolto con quieto entusiasmo non qual prospettiva di vita futura, quanto e piuttosto come occasione per conquistarsi una qualche migliore occasione di vita futura. E quanto certamente non avrebbero potuto immaginare sarebbe stato che quel lavoro, per loro, avrebbe sol rappresentato la prematura fine delle proprie vite e la prematura fine delle proprie vite nel giorno in cui, sciaguratamente, ebbero a incrociare il cammino di Midda Namile Bontor.
Midda Namile Bontor era, e sempre sarebbe rimasta, la donna che li aveva uccisi. E nulla avrebbe potuto cambiare simile dato di fatto.
Ciò non di meno, per ragioni a loro ignote, la loro esistenza non era terminata con la prematura conclusione della loro vita. E attraverso dinamiche che forse mai sarebbero state chiarite, essi si erano ritrovati, improvvisamente e inaspettatamente, a riprendere coscienza di sé e del mondo a sé circostante in quel mondo. E in quel mondo così primitivo, così alieno, così estraneo a tutto ciò che avrebbero mai potuto immaginare possibile.
In effetti, non fossero stati nuovamente posti a confronto con la loro assassina, essi avrebbero potuto anche presumere che tutto ciò avesse a doversi intendere qual l’Aldilà. Un bizzarro Aldilà, ben lontano da qualsiasi immagine mentale si sarebbero mai potuti riservare a tal riguardo. E pur un Aldilà. Del resto, la loro stessa condizione di immortali avrebbe avuto a riservarsi una qualche ragion d’essere nel confronto con l’idea di un Aldilà. Ma quanto non avrebbe mai potuto avere ragion d’essere sarebbe stata la presenza della loro assassina, e della loro assassina nelle vesti di donna mortale, al pari di molti altri uomini e donne lì autoctoni, nativi di quel mondo, e di un mondo nel quale, chiaramente, estranei avrebbero avuto a doversi intendere proprio loro.
Quello non era quindi l’Aldilà. Ed escludendo l’eventualità che fosse l’Aldilà, l’unica considerazione, pur paradossale, che avrebbero potuto riservarsi l’opportunità di compiere sarebbe stata quella che, malgrado la propria morte, la loro esistenza stesse andando avanti. Quasi, in fondo, la morte avesse a doversi intendere qual un temporaneo imprevisto nel proprio personale cammino.
In questo, quindi, per quanto Midda Namile Bontor fosse, e sempre sarebbe rimasta, la donna che li aveva uccisi; avere a incancrenirsi stolidamente attorno a quell’idea, a quel pensiero, non avrebbe potuto che nuocere loro. E così eccoli lì, al seguito della loro assassina, improvvisamente eletta a loro, improbabile, alleata. Una socia in affari, quasi.

Lasciare Nuova Korrynia, per Korl Jenn’gs e Lora Gron’d fu, invero, più emotivamente complesso di quanto non avrebbero potuto immaginare sarebbe stato.
Quella cittadina, sotto un certo punto di vista, era quasi una loro figlia, un frutto del loro talento, del loro impegno creativo, e della loro volontà di contribuire in maniera positiva e propositiva all’interno di quel mondo. E, probabilmente, se soltanto avessero voluto, avrebbero potuto vivere lì per sempre, e nel loro caso non sarebbe stato soltanto un modo retorico di esprimersi, come i patriarchi di quella nuova concezione del mondo, e di un mondo che avrebbero potuto plasmare senza problemi secondo i propri capricci.
Lasciare Nuova Korrynia, in effetti, avrebbe rappresentato non soltanto lasciare tutto ciò, ma anche lasciare quella sicurezza psicologica di accettazione che ormai li contraddistingueva. Perché per quanto nessuno, in città, fosse consapevole della loro reale natura, oramai da tempo non erano più considerati stranieri entro quei confini e la loro opinione, le loro idee, non soltanto erano ben accette, ma addirittura richieste, invocate, ricercate.
Ma era giunto il momento di andare oltre a Nuova Korrynia. Oltre i limiti di quel piccolo esperimento personale, non cercato e non pianificato, per provare a iniziare a fare sul serio. E a iniziare a fare sul serio per così come avrebbero forse avuto la possibilità di compiere in quel di Kriarya, della grande e famigerata città del peccato.

Ovviamente, ed entrambi ne erano perfettamente consapevoli, non sarebbe stato semplice ricominciare tutto da capo.
Quasi come giocatori di squadra amatoriale desiderosa di esordire in un campionato professionistico, Korl Jenn’gs e Lora Gron’d si sarebbero allor avventurati a confronto con dinamiche nuove ed estranee a quanto avrebbero mai potuto immaginare esistente, con un livello di difficoltà sicuramente maggiore e, soprattutto, con maggiori possibilità di fallire, in quella che, forse, non avrebbe neppure potuto essere realmente qualcosa per cui avrebbero avuto a potersi intendere psicologicamente pronti.
Ma proprio come giocatori di una squadra amatoriale desiderosa di esordire in un campionato professionistico, Korl Jenn’gs e Lora Gron’d erano pronti a sopperire alle proprie carenze atletiche con un maggiore entusiasmo, e con l’entusiasmo proprio di chi, in fondo, desideroso non soltanto di divertirsi entro i confini della propria zona di conforto emotivo, ma anche di osare qualcosa di più. Dopotutto erano entrambi già morti, erano pressoché immortali e, in ciò, sarebbero stati forse costretti a trascorrere l’eternità in quel mondo: tanto valeva, quindi, cercare di vivere nella maniera più intensa possibile ogni occasione loro concessa... o, in caso contrario, non sarebbero stati diversi da quelle immote bambole prive di volontà che, alcuni mesi prima, Nissa Bontor aveva schierato all’esterno delle mura di Lysiath, lasciandoli lì per ore, giorni addirittura, in immobile e indifferente attesa di un ordine, di un comando, senza che lo scorrere del tempo potesse avere minimamente a influenzarli, né nel bene, né nel male.
Non sarebbe stato semplice ricominciare tutto da capo. Ma sia Korl Jenn’gs, sia Lora Gron’d erano pronti a farlo. E non erano soltanto pronti a farlo. Ma volevano farlo. E lo volevano al punto tale, quindi, da accettare quello che avrebbe potuto essere considerato un terrificante compromesso ma che, in fondo, sarebbe stato semplicemente il fondamento dell’inizio di un nuovo capitolo in quel secondo, e inatteso, volume della saga delle proprie esistenze: l’alleanza con la loro assassina.

Un’alleanza così inconsueta, per non dire innaturale, che evidentemente non avrebbe potuto ovviare a risultare tale anche innanzi al giudizio della stessa Midda Namile Bontor.
La quale, la prima sera in cui ebbero ad accamparsi dopo essere partiti da Nuova Korrynia, non mancò di rivolgere loro una domanda diretta a tal riguardo...

« Non vi pare strano tutto questo...? » questionò, aggrottando appena la fronte « Cioè... non per tirarmi la proverbiale zappa sul piede da sola, ma... credo che non vi siate dimenticati quanto io sia stata colei che vi ha ucciso. » sottolineò, a dimostrazione di quanto anch’ella non avesse obliato a tale dettaglio tutt’altro che insignificante « Siete certi, quindi, che vi possa andar bene... andare oltre? »

La questione, in sé, avrebbe dovuto essere intesa pressoché retorica, laddove, in fondo, ormai i giuochi erano fatti, il viaggio aveva avuto inizio e, a meno di non voler improvvisamente fare marcia indietro, difficilmente avrebbe potuto essere espressa una qualche perplessità a tal riguardo.
Ciò non di meno, Korl non poté che apprezzare l’onestà intellettuale con la quale la Figlia di Marr’Mahew volle affrontare la questione... e la volle affrontare in un momento in cui, oltretutto, avrebbe potuto anche essere considerata in una spiacevole minoranza. Dopotutto, soli nelle pianure di Kofreya, loro erano due ritornati contro tre donne mortali: tre donne sicuramente non comuni, certamente temibili avversarie, e, ciò non di meno, tre donne mortali che, a meno di non possedere allora un cannone al plasma, così come non avevano dato evidenza di star conducendo seco, non avrebbero mai potuto nulla a loro reale discapito.

« Non dico che sia semplice... o naturale. » ammise quindi egli, per tutta replica « Ma nel considerare quanto, per l’appunto, siamo morti, andare oltre è obiettivamente l’unica cosa che ci può permettere di vivere serenamente la nostra esistenza. »
« Mmm...? » domandò Lys’sh, incuriosita da quelle parole.
« Cosa accomuna tutte le storie di spettri? » domandò quindi Korl, scuotendo appena il capo « L’incapacità per lo spirito del defunto di andare oltre, superando l’idea della propria morte e cercando di trovare un senso nella propria nuova condizione d’esistenza. » analizzò, con voce quieta e pacata, in quella che era una riflessione tutt’altro che improvvisata da parte sua, avendo già avuto molte occasioni di confrontarsi a tal riguardo con Lora « Quindi... o ci dimostriamo pronti ad andare oltre, o tutto quello che ci può attendere è la vita dannata di uno spettro, legato a un mondo che ormai non gli appartiene più, a una vita che non è più propria, e a una visione viziata di tutto ciò che lo circonda. »

Un momento di silenzio non poté che seguire quelle parole, nel mentre in cui le tre sorelle d’armi ebbero a concedersi un’opportunità di riflessione attorno alle stesse.

« Per maggiori informazioni, si prega di consultare la mia gemella... » ironizzò alfine Midda, con un lieve sospiro, non riuscendo a concepire un esempio migliore a tal riguardo.
« Già! » esclamò allora Lora, incuriosita da quell’accenno « Avete poi scoperto che fine ha fatto...?! »