11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

venerdì 27 novembre 2020

3473

 

Purtroppo all’ofidiana fu sufficiente un lieve movimento del capo per esprimere tutto il proprio più disagiato diniego, giacché né al proprio udito, né al proprio olfatto stavano giungendo percezioni utili a suggerire la presenza di alcun’altra persona a parte loro.

« Usciamo in strada... » suggerì quindi la Figlia di Marr’Mahew, sospinta in tal senso dalla duplice necessità di verificare se, là fuori, non potesse essere rimasto qualcuno in circolazione e, al contempo, di allontanarsi per un istante da quegli ambienti per lei più che noti e amati, e che pur, in simile frangente, non avrebbero potuto ovviare ad apparire paradossalmente claustrofobici nel proprio offrirsi tanto vuoti, sì desolanti.

Purtroppo, però, anche al di fuori dei confini de “Alla signora della vita” non attendeva loro uno spettacolo più edificante... anzi.

Improprio sarebbe stato definire Kriarya una città abitualmente tranquilla. In ovvia e diretta conseguenza a una popolazione prevalentemente costituita da ladri e prostitute, mercenari e assassini, la città del peccato avrebbe avuto a dover essere intesa fondamentalmente sempre animata, sempre viva, a prescindere dall’ora del giorno o della notte.
L’unica fascia oraria appena meno animata avrebbe avuto a dover essere intesa quella a ridosso dell’alba, orario in cui anche i più indomiti bevitori erano costretti a cedere, crollando addormentati, nel migliore dei casi, in prossimità alla propria abitazione, o al luogo eletto a proprio domicilio, se non, direttamente, agli angoli delle strade, là dove, sovente, finivano per essere accatastati dagli stessi osti che troppo a lungo erano stati costretti a servirli e che, francamente, non desideravano avere a correre il rischio di un solo, ulteriore rigurgito rispetto a quanto, certamente, non era già loro mancato nel corso della nottata.
Al di là, tuttavia, di quel paio di ore antecedenti e successive all’alba, ore nel corso delle quali, comunque, in molti si ponevano già all’opera per affrontare al meglio quel nuovo giorno, Kriarya avrebbe potuto essere descritta in molti modi diversi, ma, certamente, non qual “tranquilla”, “calma”, “quieta”, “placida”. In effetti, e al contrario, aggettivi come “agitata”, “frenetica”, “caotica”, “convulsa”, probabilmente, si sarebbero potuti meglio adattare a quelle strade, strade nel percorrere le quali troppo facile sarebbe stato avere a perdere i propri averi o, ancor peggio, la propria vita.
In effetti, anche per Midda Namile Bontor, rare erano state le occasioni di quiete passeggiate lungo le vie dell’urbe nel corso della propria vita: giustappunto negli anni successivi agli eventi che l’avevano veduta essere riconosciuta come Campionessa di Kriarya, ella si era veduto riconosciuto quel minimo di sostanziale rispetto utile a ovviare a dover costantemente combattere per la propria vita. E la propria prolungata assenza dalla città, malgrado una inattesa e ideale sostituzione offerta dalla sopraggiunta Madailéin Mont-d'Orb, non aveva contribuito in positivo, costringendola in più di un’occasione, anche in quelle ultime settimane, a dover chiarire quanto ella non si fosse certamente rammollita con l’età, pronta, ove necessario, ad aprire la testa di chiunque avesse osato dubitare il contrario, per avere a cacciarci dentro, a forza di pugni, il concetto.
E se pur, soprattutto in grazia al proprio arto meccanico, ella avrebbe potuto effettivamente aprire una testa con la stessa semplicità con la quale chiunque avrebbe potuto schiacciare un cachi maturo, in effetti improbabile sarebbe stata l’eventualità che ella avesse a procedere in tal senso... benché, ovviamente, si sarebbe ben guardata dall’ammetterlo innanzi a chicchessia. L’essersi ritrovata investita dei poteri della Portatrice di Luce e, soprattutto, dell’Oscura Mietitrice, infatti, l’aveva costretta a rivedere profondamente il proprio stile di vita e il proprio approccio alla vita dei propri antagonisti, soprattutto a confronto con quel puro e semplice disinteresse che, da sempre, l’aveva contraddistinta.
Nel correre, proprio malgrado, il rischio di ritrovarsi a divenire una nuova Anmel Mal Toise, nel male ancor prima che nel bene, ella non aveva potuto mancare di mal giudicare la facilità con la quale era sempre stata solita estinguere le vite altrui, figlia della morale del proprio mondo che, a differenza di altri mondi successivamente visitati, non avrebbe mai attribuito maggior valore a una vita umana in quanto tale: così ella, per qualche tempo, si era addirittura negata l’occasione di girare armata, quasi la rinuncia fisica alla presenza di un’arma al proprio fianco avrebbe potuto aiutarla a minimizzare il rischio di nuove morti. Nuove morti che, comunque, erano egualmente arrivate in taluni momenti, ritrovandola comunque in difetto di un’arma in molti altri, quando, in effetti, le sarebbe potuta essere squisitamente utile.
Era stata per tale ragione che, alla fine, aveva deciso di cercare una sostituta per la propria perduta spada, e per quella spada bastarda che l’aveva accompagnata per oltre tre lustri prima di essere smarrita irrimediabilmente in una dimensione primigenia definita da Nóirín Mont-d'Orb con l’affascinante termine di tempo del sogno, mutuato da un’antica cultura del proprio mondo natale, in una realtà completamente estranea a quella. Purtroppo, però, oltre a riservarsi un indubbio valore sentimentale, recando seco il ricordo di moltissime avventure e disavventure, nonché l’amore del fabbro che l’aveva forgiata per la figlia alla quale l’aveva destinata, salvo poi farne dono alla stessa Midda Bontor qual giusto compenso per l’impegno che molti anni addietro aveva posto nel restituire la libertà a quella stessa figlia dopo che la stessa era stata fatta prigioniera da un viscido nobile kofreyota; la propria perduta spada avrebbe anche potuto vantare uno straordinario valore materiale, in una foggia a dir poco perfetta e in una rara lega di metallo dagli azzurri riflessi, il processo di lavorazione della quale, purtroppo, avrebbe avuto a doversi intendere qual un segreto ben custodito da pochi, pochissimi mastri artigiani figli del mare. Per tale ragione, quindi, ipotizzare di sostituirla non sarebbe stato affatto banale, anche laddove il costo della stessa non avesse avuto a doversi fraintendere problematico. E così, proprio malgrado, l’Ucciditrice di Dei aveva dovuto accontentarsi di una spada qualitativamente inferiore alla propria, accettandola al proprio fianco sol qual estemporaneo rimpiazzo in attesa di avere l’occasione utile a trovare una degna sostituta del quella perduta.

Spada o non spada, volontà o meno di uccidere un proprio qualunque antagonista, comunque, in quel particolare frangente si sarebbero riservati ben misero valore, nel non poter ravvisare da alcuna parte la benché minima fonte di pericolo, nel porsi, purtroppo, a confronto con una città completamente deserta per così come non sarebbe stata facile neppure da immaginare.

« Cielo... » gemette Lys’sh, dopo aver provato a spingere i propri sensi al limite delle loro possibilità, senza rilevare alcunché e, in questo, proponendosi sufficientemente sicura di quanto, purtroppo, la situazione non sarebbe andata a migliorare neppure là fuori « Non credevo che mi sarebbero mancati i timorosi bisbigli delle persone a confronto con il mio volto... » ammise, scoprendosi, in quel frangente, decisamente nostalgica anche di tutti quei pregiudizi con i quali, quotidianamente, era solita avere a confrontarsi.

Del resto, in quel di Kriarya, di tutto il regno di Kofreya e del mondo intero, prima del suo arrivo lì non vi era mai stata né ragione, né tantomeno volontà, per alcuno, di aver ad accettare quietamente la presenza di una donna rettile all’interno delle mura, o dei confini più in generale, di una città. Al contrario: in quel mondo, all’idea stessa di una donna rettile, erano associate molte creature decisamente poco ben disposte verso la specie umana, nella stessa identica misura, del resto, entro cui anche la specie umana sarebbe stata ben poco disposta verso quelle creature, e quelle creature comunemente considerate mostri mitologici.
E per quanto, in effetti, Lys’sh non avesse ancora avuto occasione di approfondire la natura stessa di quelle creature, per capire quanto, in effetti, avrebbero avuto a poter vantare una qualsivoglia relazione con lei o, più in generale, con la specie ofidiana; ella avrebbe avuto a doversi intendere quotidianamente impegnata allo scopo di chiarire quanto, in lei, non avesse a dover essere fraintesa alcuna aprioristica brama di strappare teste a morsi... a meno, ovviamente, di non essere spiacevolmente provocata, e provocata al di sopra di un ben elevato margine di tolleranza nei confronti degli idioti.

giovedì 26 novembre 2020

3472

 

Motivo per il quale, anziché lasciar cadere il discorso nel nulla, fu la stessa Midda Bontor a rincarare la dose, soggiungendo a quanto già detto un’altra, allor gratuita, stoccata a discapito dell’amica assente...

« Iniziasse almeno a farsi pagare! » suggerì, andando a completare la propria vestizione nell’indossare i resti di una lurida casacca stracciata, che, in effetti, era in grado di coprirla in misura persino inferiore alla fascia atta a stringerle i seni al petto « Eviterebbe i malumori di molte cagnette... »

Malgrado, ormai, Har-Lys’sha non potesse più considerarsi così aliena alla cultura e alle logiche proprie di quel mondo come lo avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nei giorni e nelle settimane immediatamente successive al loro arrivo; ella non avrebbe potuto negare quanto, ancora, alcuni particolari aspetti della visione del mondo presenti su quel pianeta e, più in particolare, in quel di Kriarya, città del peccato, ancora non le fossero di così immediata possibilità di comprensione, in termini tali per cui, per comprendere talune logiche, ella aveva francamente bisogno di qualche istante di riflessione, salvo, sovente, decidere di accettarle come dato di fatto, a confronto con quella che, comunque, persisteva come personalissima incapacità a capire il senso delle cose.
Così, anche in quel frangente, Lys’sh non avrebbe potuto dirsi certa del senso di quell’affermazione. E di quell’affermazione che, comunque, era certa essere un ritratto sincero delle meccaniche sociali all’interno della città del peccato. Per quale ragione, allora, delle prostitute potessero avere in antipatia Duva per le proprie scelte in camera da letto nel momento in cui ciò avveniva a titolo gratuito; ma, altresì, nulla avrebbero avuto a poterle rimproverare ove lo stesso comportamento fosse stato conseguenza di un’attività professionale... beh... francamente esulava dalle proprie personali possibilità di comprensione di quella mentalità. Benché, per l’appunto, non avrebbe avuto dubbio alcuno nel merito che quanto allora scandito dalla propria sorellona corrispondesse al vero.

« Non credo di comprendere il senso logico di tutto ciò... » ammise pertanto, scuotendo appena il capo.
« E chi ha mai detto che vi debba essere una logica nei comportamenti delle persone...?! » ammiccò la Figlia di Marr’Mahew, finendo di fasciarsi i piedi con dei calzari così rappezzati che, francamente, appariva dubbio il pensiero che avesse a esserci effettivamente qualcos’altro a parte le fasce e le corde atte a legarli alle sue estremità inferiori « Se tutti agissero in maniera logica, il mondo sarebbe un posto estremamente noioso... non trovi?! » concluse, levandosi in posizione eretta e spostandosi a recuperare anche il fodero della propria spada, come ultimo dettaglio a completamento del quadro d’insieme così offerto, e un quadro d’insieme che in quel di quelle terre ella era solita offrire praticamente da tutta la vita.

Chiunque avesse avuto occasione di incontrare Midda Bontor dieci, quindici o vent’anni prima, in effetti, avrebbe potuto quietamente testimoniare quanto, nel corso del tempo, il suo abbigliamento e, più in generale, il suo aspetto, fosse stato pressoché sempre lo stesso, in una quieta coerenza che, da sempre, era solita contraddistinguerà, tanto esteriormente quanto interiormente.
Certo, qualcosa era cambiato in lei, soprattutto durante gli anni trascorsi fra le immensità siderali. Il colore dei suoi capelli, innanzitutto, che dal nero corvino che molti anni addietro ella aveva adottato nella speranza di avere a distinguersi dall’immagine della propria sorella gemella, era finalmente tornato al proprio rosso naturale. Ma anche il suo braccio destro, quel braccio destro che le era stato portato via quand’ancora fanciulla, e che ella aveva rimpiazzato, per lungo tempo, con un grezzo arto d’armatura, in metallo nero dai rossi riflessi, animato da mistiche energie, ma che, in quegli ultimi anni, aveva a sua volta sostituito con qualcosa di decisamente più efficace ed efficiente, un arto in lucente metallo cromato, mosso da piccoli servomotori e alimentato da un nucleo di idrargirio, che era stato disegnato in tutto e per tutto speculare al corrispettivo mancino, e in grado, inoltre, di concederle una spaventosa forza sovrumana, essendo, in effetti, stato concepito per il lavoro pesante.
Piccole differenze, piccoli dettagli, utili più che altro a ravvisare lo scorrere del tempo e, idealmente, a distinguere le varie fasi della vita della Figlia di Marr’Mahew. Una vita che, ormai, forse e finalmente, aveva raggiunto un proprio equilibrio in misura utile da non avere a rendere necessarie ulteriori evoluzioni.
Un equilibrio, il suo, che tuttavia era appena stato violentemente turbato da quegli eventi e da quella misteriosa sparizione di massa...

« Vado bene così, o preferisci che abbia a indossare un abito da sera e un mantello...?! » domandò in direzione dell’ofidiana, con tono volutamente provocatorio, quasi la richiesta formulata dalla medesima fosse stata, a propria volta, un’assurdità priva di qualunque logica, uno sciocco capriccio che ella, in tal maniera, aveva voluto accontentare.
« Perché...? » esitò tuttavia Lys’sh, non potendo negarsi una certa improvvisa curiosità « Possiedi davvero un abito da sera...?! »
« ... andiamo. » la spronò quindi, riponendo la spada nel proprio fodero solo per poterle afferrare il destro con la propria mancina, in carne e ossa, e tirarla con sé verso l’uscita dalla sua camera da letto « E comunque no. Ovvio che non ho un abito da sera: che accidenti me ne potrei mai fare...?! » replicò, aggrottando la fronte a confronto con quell’idea quantomai ridicola.

Chiudendo, in tal maniera, quella breve parentesi faceta, al pari della porta della medesima camera ormai alle loro spalle, le due compagne d’armi, le due sorelle, tornarono immediatamente a focalizzarsi sul tempo presente, rinvigorite, nel proprio spirito, proprio da quel fugace momento di distrazione, necessaria valvola di sfogo a margine di un inizio di giornata decisamente troppo ricco di emozioni... e di emozioni tutt’altro che positive. E così, senza concedersi alcuna occasione di fiato, per non avere a rischiare di smarrire una qualunque evidenza sonora della presenza di qualcun altro vicino a loro, le due presero a perlustrare l’intera locanda, persino rivisitando le stanze già controllate da Lys’sh, non tanto per mancanza di fiducia nella sua capacità di riconoscere un ambiente vuoto, quanto e piuttosto nella purtroppo vana speranza di poter ritrovare un qualsivoglia indizio utile a comprendere cosa diamine potesse essere accaduto.
E per quanto “Alla signora della vita” non fosse una locanda così piccola, non soprattutto dopo la sua parziale ricostruzione a seguito dell’incendio con il quale, molti anni addietro, la stessa Midda Bontor aveva sostanzialmente distrutto l’intero livello superiore della costruzione originaria; la loro verifica ebbe a concludersi molto rapidamente, là dove, purtroppo, risultò estremamente evidente quanto non una sola anima avesse a essere lì presente, eccezion fatta per loro due.

“Duva... Be’Sihl... Seem... Arasha...” gemette in cuor suo l’Ucciditrice di Dei, spingendo il pensiero a tutti i volti amati di cui purtroppo non vi era traccia alcuna, inclusa persino la piccola Midda Elisee nell’innocenza dei suoi neppur cinque anni di vista, figlia di Seem, un tempo suo scudiero, e Arasha, la di lui sposa.

Per la donna guerriero, in tutto ciò, aggrapparsi alla speranza di non essere in alcun modo responsabile per quanto lì stava accadendo, e per quel potenziale genocidio, non avrebbe avuto a dover essere intesa soltanto un’eventualità, quanto e piuttosto una necessità, e una necessità per non avere a perdere completamente il senno per così come, altresì, sarebbe probabilmente stata giustifica a fare.

« Niente...?! » domandò in un alito di voce verso Lys’sh, nella speranza che almeno i suoi sensi acuti potessero essere in grado di percepire qualcosa di diverso da quel lugubre e assoluto silenzio.

mercoledì 25 novembre 2020

3471

 

« E’ possibile...?! » domandò quindi Lys’sh, non desiderando voler credere a una simile eventualità e, ciò non di meno, non potendola neppure escludere a priori, non dopo quanto accaduto in tempi recenti a Lysiath con i ritornati.
« Non mi sento di escluderlo. » commentò Midda, terribilmente seria nella propria voce, a confronto con uno scenario che definire terrorizzante sarebbe stato dir poco « Ciò non di meno, se così fosse, non capirei perché tu ne sia uscita indenne... » soggiunse poi, in quell’osservazione che, forse, sarebbe potuta essere intesa qual critica mossa a discapito della generosità riconosciutale dagli dei nel concederle, quantomeno, quella presenza amica al proprio fianco e che pur, ovviamente, non sarebbe voluta essere tale, più che felice, in un momento tanto disperato, di non essere completamente sola a confronto con tutto quello.

In effetti, partendo dal presupposto che tutto ciò stesse accadendo in conseguenza a un nuovo intervento del vicario dell’altra Anmel, difficile sarebbe stato offrire un qualche significato alla presenza di Lys’sh accanto a lei in quel frangente. Ove, infatti, in qualche modo, il secondo-fra-tre a lei avverso avesse trovato un modo per scatenare i poteri dell’Oscura Mietitrice allo stesso modo in cui, tempo addietro, l’aveva spinta a ricorrere, inconsapevolmente, a quelli della Portatrice di Luce; difficilmente avrebbe risparmiato anche una sola persona a lei vicina e, soprattutto, una persona a lei così amica come Lys’sh, pur andando, nel contempo di ciò, a colpire chiunque altro.
No. Quell’ipotesi non la convinceva per nulla...

« Prima di alimentare falsi convincimenti, riprendiamo a guardarci attorno. » invitò ella, pertanto, in direzione della sorellina, scuotendo appena il capo « Controlliamo il resto della locanda. E, se necessario, il resto della città intera, a verificare se, veramente, siamo le uniche rimaste in circolazione in tutta Kriarya... »

E, detto questo, fece atto di avanzare in direzione del corridoio lungo il quale era appena sopraggiunta la medesima ofidiana, ancora spada alla mano, pronta, all’occorrenza, a compiere quanto sarebbe stato necessario per riappropriarsi della propria vita.
Tuttavia non ebbe occasione, in effetti, di superare la soglia della propria stanza senza che Lys’sh avesse a fermarla, accennando un lieve colpetto di tosse per richiamarne l’attenzione...

« Ehm... » esitò quindi la giovane donna rettile, rendendosi conto di quanto potesse apparire veramente superficiale, da parte sua, avere a rivolgere riferimento in direzione di un simile tema in un tale momento, benché, proprio malgrado, non ne avrebbe potuto fare a meno « ... non è che, magari, stai dimenticando qualcosa...?! » accennò un lieve sorriso, il primo dall’inizio di quella storia, e un sorriso contraddistinto più da un certo senso di imbarazzo che non di divertimento.

Imbarazzo, quello così provato da Har-Lys’sha, forse utile a compensare quello che, in generale, e soprattutto in un tale frangente, non avrebbe altresì mai provato Midda Bontor innanzi all’idea della propria totale nudità e dell’eventualità di avere a perlustrare l’intera città senza neppure un velo a celarne le grazie.
Non che, ovviamente, Lys’sh non avesse avuto precedenti occasioni utili a ritrovarsi a confronto del corpo nudo della propria amica e non che, questo, quindi, avrebbe potuto ancora averle a riservare disagio alcuno, ammesso che mai gliene avrebbe potuto imporre: a motivare quel senso di imbarazzo, in lei, avrebbe piuttosto avuto l’eventualità, pur sperata, di avere a incontrare, presto o tardi qualcun altro e qualcun altro che, pertanto, avrebbe potuto avere di che intimidirsi innanzi alla tutt’altro che spiacevole avvenenza di quella tanto carismatica figura.
Insomma... per così come, malgrado tutto, ella stessa si era preoccupata di avere a rivestirsi prima di lasciare la propria camera; in quel frangente non avrebbe potuto ovviare a preoccuparsi che anche Midda avesse a fare altrettanto, in nome di quel quieto senso di vivere civile che, forse gratuitamente, pur prevedeva l’impiego di abiti, o di quanto utile a celare, per lo meno, alcuni punti più facilmente associabili a fraintendimenti di natura sessuale nei propri possibili interlocutori.
Tuttavia, allora come sempre, e soprattutto nel ritrovarsi a confronto con una crisi, per la Figlia di Marr’Mahew il senso del pudore avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un’inutile fonte di disturbo, a cui non avere, pertanto, a dedicare la benché minima attenzione. Non esibizionismo, quindi, avrebbe potuto essere giudicato il suo, quanto e piuttosto puro e semplice disinteresse attorno alla questione, in misura tale per cui, in quel frangente, ella non si sarebbe neppure resa conto di essere nuda se non fosse stata proprio Lys’sh a farlo presente. Né, almeno in un primo istante, ebbe realmente a ricollegare a cosa l’altra potesse star riferendosi, nel sollevare la mancina a mostrare la spada bastarda, a evidenziare quanto, in ciò, ella avesse tutto ciò che avrebbe potuto esserle utile.
Solo a confronto con un nuovo sorrisetto, ora in effetti divertito, della propria amica, ella ebbe a rendersi conto di star comunque dimenticando qualcosa di decisamente palese. E palese quanto gli abiti che, allora, non stava indossando.

« Stupidi preconcetti puritani... » sbottò quindi, rialzando lo sguardo dopo aver verificato la propria nudità, e voltandosi in direzione del baule posto ai piedi nel letto nel quale era solita conservare i propri abiti.
« Se soltanto Duva fosse qui, in questo momento, non ti risparmierebbe qualche battutaccia... » commentò quindi Lys’sh, non potendo fare a meno di immaginare le frecciatine che l’altra loro sorella avrebbe rivolto a Midda se soltanto ne avesse avuto allor l’occasione, magari sottolineando come, per lei, sarebbe stato sicuramente più facile avere a muoversi dopo essersi fasciata i seni, a ovviare al rischio di avere, altrimenti, a inciampare in essi.

Una possibile, e tutt’altro che inedita, nota a discapito della sua generosissima circonferenza toracica che, comunque, non avrebbe potuto ovviare al rischio di essere letta anche con una certa invidia nel porsi a confronto con forme tanto imperiose e, malgrado le proporzioni e la non più fanciullesca età, ancor decisamente sode, in misura tale da apparire quasi qual una sfida alle consuete leggi di natura.
Una possibile, e tutt’altro che inedita, nota a discapito della sua generosissima circonferenza toracica a confronto con la quale, pertanto, Midda non avrebbe allor mancato di rispondere a tono, rinfacciando all’amica la palese invidia presente a ispirare quelle parole, benché, in verità, Duva non avrebbe potuto avere nulla per cui rammaricarsi, potendo vantare, comunque e a propria volta, un’avvenenza e un fascino difficilmente eguagliabile.

« Se soltanto Duva fosse qui, in questo momento, le farei notare quanto con le scollature che sta indossando in questo periodo, l’ultima cosa che può permettersi di fare è una battutaccia a riguardo dei miei seni... » ironizzò allora Midda, iniziando a infilarsi i pantaloni dopo aver appoggiato, estemporaneamente, la spada sul letto « Senza dimenticare che, se a un certo abbigliamento sommiamo il viavai di amanti che entrano ed escono dalla sua camera, non c’è da stupirsi se alcune libere professioniste iniziano a lamentarsi per la sua concorrenza sleale. » osservò, serrando la cintura alla vita, prima di iniziare a fasciarsi i seni, anche per poter essere, obiettivamente, più comoda in battaglia... per quanto mai lo avrebbe ammesso, pena il ludibrio eterno.

Benché in quel momento nessuna fra loro avrebbe avuto a poter vantare l’umore giusto per dedicarsi a simili e facete chiacchiere, quella piccola parentesi non avrebbe potuto che essere riconosciuta quantomai gradita proprio in virtù di quanto stava accadendo, a permettere, per un fugace istante, alle loro menti di trovare un’occasione di effimera distrazione dall’altrimenti imperante follia dell’inizio di quel nuovo giorno.