11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 25 giugno 2018

2588


Adrenalina, la sua, che non mancò di essere percepita anche dalla controparte e che, da essa, venne altresì ed erroneamente accolta qual quell’espressione di paura, di timore, un segnale in grazia al quale decidere di attaccare, e di attaccare senza ulteriori attese, senza altre esitazioni.
Fu quindi questione di un fugace istante e la Figlia di Marr’Mahew venne a ritrovarsi posta sotto la carica di un enorme felino dal manto nero-violaceo ma, soprattutto, contraddistinto da ben sei zampe, nella presenza di una doppia coppia di estremità anteriori, in contrapposizione a una singola coppia posteriore. Sei zampe, quelle di quella sorta di pantera grande quanto una tigre, che non avrebbero mancato allor di tradire, almeno innanzi al giudizio della donna, la natura aliena di quella creatura, e una natura aliena che, con maggiore attenzione ai dettagli, non avrebbe potuto ovviare di essere parimenti confermata anche dal suo muso, e dalla presenza, in luogo a una sola coppia di occhi o di orecchie, anche in tal caso di un raddoppio, e di un raddoppio atto a lasciar apparire quel mostruoso felino simile a una strana fusione fra due diversi esemplari in un unico corpo, qual probabilmente ella non avrebbe mancato di giudicarli se soltanto, ormai, non avesse maturato una certa confidenza, una certa abitudine nel confronto con la straordinaria varietà del Creato al di fuori degli apparentemente troppo ristretti confini del proprio pianeta, e di un pianeta che mai aveva veduto una creatura simile, neppure all’interno delle proprie leggende, dei propri miti pur particolarmente variegati nelle proprie eterogenee possibilità.
Al di là di quei quattro occhi, di quelle quattro orecchie e di quelle sei zampe, nonché di dimensioni decisamente ragguardevoli, quella fiera non avrebbe avuto, almeno in apparenza, a vantare comportamenti estranei a quelli di qualunque altro grosso predatore felino, in termini tali per cui, se pur ella non avrebbe avuto a doverlo egualmente sottovalutare, non avrebbe parimenti avuto neppur a doverlo temere, e temere eccessivamente, nell’aver avuto molteplici occasioni di affrontare ogni qualsivoglia genere di antagonisti nel corso della propria esistenza, inclusi anche diversi grandi predatori felini, parenti di quello lì in suo contrasto schierato. E se qualcosa ella aveva avuto occasione di apprendere in tutto ciò, tale insegnamento sarebbe stato racchiuso nella consapevolezza di quanto i grandi predatori felini avrebbe avuto a doversi abitualmente considerare troppo intelligenti per permettersi occasione di confronto contro prede eccessivamente aggressive, incapaci ad accettare la propria sorte di vittima designata e, in ciò, altresì animate dall’evidente desiderio di porsi in loro contrasto, a un livello paritario, se non, addirittura, superiore. In altre parole, laddove ella fosse stata in grado di convincere quella fiera di non essere una cena, o colazione, facilmente digeribile, con estrema probabilità, e nell’ipotesi che avesse ragionato al pari di altri felini, essa si sarebbe ritirata, ripiegando su qualche più comoda alternativa.
Tuttavia… nel considerare qual propria attuale risorsa offensiva solo un bastone appuntito, in quali termini sarebbe stata in grado di imporsi realmente per far valere la propria posizione tanto da respingere quella minaccia?!
Nel cercare di riservarsi risposta a tale non immediato interrogativo, a tale non banale questione, la prima reazione della donna guerriero innanzi a quella carica non poté quindi che essere un movimento di evasione, e un movimento di evasione perfettamente calibrato al fine di sottrarsi solo all’ultimo istante utile a quell’aggressione, per non offrire, in ciò, alcuna possibilità alla controparte per deviare traiettoria e, in questo, egualmente raggiungerla. Un gesto quantomeno pericoloso, per non definirlo, più propriamente, un azzardo, e, ciò non di meno, un azzardo moderatamente poco rischioso, nel non aver a dover essere considerata nuova a tale genere di reazioni, tanto contro semplici fiere, quanto contro uomini o mostri di maggiore entità. E così come già in passato, anche in quell’occasione simile strategia, tale approccio, non ebbe a tradirla, concedendole, anzi, pieno successo nel veder la creatura costretta ad andare a sbattere violentemente contro l’albero anziché contro il suo corpo, nel mentre in cui, scivolando lateralmente, ella ebbe a riconquistare un’estemporanea parvenza di libertà.
Libertà, la sua, comunque squisitamente effimera, nel confronto con la necessaria difficoltà ad agire, e ad agire in maniera definitiva verso la propria controparte, nella sufficiente consapevolezza di quanto, qualunque genere di azione con quel bastone a suo ipotetico discapito, laddove non fosse stata definitiva, non fosse stata risolutiva, l’avrebbe semplicemente fatta arrabbiare in misura maggiore, negandole proprio malgrado qualunque speranza di concludere quello scontro con la fuga della bestia, la quale, in tal caso, alcuna pace avrebbe potuto riservarsi in assenza della sua morte, a vendicare il torto subito. E se pur uccidere quel predatore non avrebbe rappresentato, per la Figlia di Marr’Mahew, un evento inedito o, ancor meno, immorale, nell’aver già avuto occasione, in passato, di estinguere creature probabilmente più rare rispetto a quello strano felino; il suo spirito di competizione, o, forse, un qualche senso di pietà, la spinse a escludere tale eventualità, nel non volersi limitare a ucciderlo quanto, e piuttosto, per così come ripromessosi, a scacciarlo, dimostrando di non essere per lui una preda comoda. Così, quando inevitabilmente quell’enorme pantera ebbe nuovamente a cercarla, ella ebbe a reagire in maniera del tutto improvvisa, e soprattutto inattesa dal punto di vista proprio della sua antagonista, andando a colpirla, e a colpirla con moderata energia, in grazia al proprio braccio destro, a quell’arto potenzialmente capace di sollevare pesi disumani e di infrangere, di conseguenza, il cranio di quella creatura con un sol gesto, gesto che pur non ebbe a concretizzarsi in quel momento, nel preferire, ella, limitarsi a qualcosa di diverso, qual uno schiaffo, uno schiaffo severo, uno schiaffo potente, e potente abbastanza da rigettare la sua avversaria a quasi tre piedi dalla propria posizione iniziale, e pur non volto a ucciderla, non volto a stroncarne l’esistenza, quanto, e piuttosto, a intimidirla, a riportarla a quella giusta razionalità nel merito delle dinamiche, del rapporto che avrebbe avuto a dover esistere fra loro.
E se il suono secco di quello schiaffo ebbe a risuonare all’interno della quieta foresta, imponendo su ogni creatura lì presente un momento di rispettoso silenzio per quanto appena accaduto, e di timorosa attesa per quanto ancora avrebbe potuto allora accadere; dal punto di vista del grosso felino a sei zampe quell’atto, quel gesto, ebbe a essere accolto con indubbia sorpresa, vedendolo scuotersi confuso a confronto con un evento non soltanto inatteso, ma anche disturbante nella propria occorrenza, evidentemente tutt’altro che abituato a un simile genere di trattamento, tale da vederlo costretto a reagire esprimendo la propria contrarietà in un severo soffiare salvo, poi, rigirarsi verso una diversa direzione e intraprendere, quietamente, un altro cammino, nell’aver, in tutto ciò, perduto ogni interesse, ogni brama nei riguardi di quella preda, rivelatasi tutt’altro che desiderosa di essere tale.

« Io sopravvivo… tu sopravvivi. » sussurrò la Figlia di Marr’Mahew, a margine di quell’ultimo, soffiato commento da parte della propria avversaria, offrendole un lieve sorriso e un leggero movimento di diniego del capo « Dal mio punto di vista, è uno scambio vantaggioso per entrambi. » concluse, personalmente più che soddisfatta del risultato in tal maniera perseguito, secondo i propri desideri, in accordo con le proprie aspettative, e quelle aspettative, allora, non destinate a un inutile predominio, quanto e più semplicemente in accordo a una politica del vivere e del lasciar vivere, ognuno secondo le proprie vie.

E se, in tal maniera, quel confronto ebbe a concludersi in termini decisamente moderati, non prevedendo, in effetti, neppure un qualche spargimento di sangue da alcuna delle due parti coinvolte, Midda Bontor non poté ovviare a domandarsi quante altre di quelle creature avrebbero avuto a doversi considerare presenti lì attorno e, soprattutto, quanti altri concorrenti di quell’assurda guerra simulata avevano avuto occasione di incontrarle, con esiti eventualmente meno apprezzabili rispetto a quello da lei conseguito.
Possibile che anche l’obiettivo della loro ricerca avesse incrociato il cammino una di quelle pantere, non riservandosi una conclusione positiva quanto la sua...? Se così fosse stato, probabilmente quella loro intera missione avrebbe avuto a doversi considerare destinata al fallimento, laddove nulla più di qualche osso avrebbero potuto alfine recuperare, nella migliore delle ipotesi possibile.

domenica 24 giugno 2018

2587


Al di là dell’assurdità propria di giocare alla guerra, quel mondo non avrebbe potuto dispiacere alla Figlia di Marr’Mahew. Nella presenza di natura incontaminata e, ancor più, nell’assenza di affollate e caotiche metropoli costituite da interminabili torri in vetro e acciaio, con migliaia, milioni di persone lì freneticamente in movimento, ognuna rincorrendo in maniera effimera un qualche sogno di gloria, nel soddisfacimento di un qualche obiettivo, nel conseguire un qualche successo, negli affari così come nella propria vita quotidiana, sempre ritenuta unica e irripetibile e, altresì, così straordinariamente identica a quella di chiunque attorno a sé, in termini tali per cui che piacesse o meno, che fosse apprezzabile o meno, alla propria morte nulla sarebbe mutato nel Creato, nulla sarebbe né peggiorato, né migliorato, quasi, in effetti, non si fosse mai realmente vissuto, Midda Bontor non avrebbe potuto che ritrovare un ambiente piacevolmente prossimo a quelli propri del più semplice pianeta per lei natio, in una realtà forse non meno impietosa, sicuramente non più caritatevole, e, ciò non di meno, meno affollata e, in ciò, meno caotica rispetto a quelle che, sino a quel momento, aveva avuto modo di trovare fra le stelle dell’infinito firmamento.
Lì, in quel mondo non colonizzato, e non colonizzato nell’unica brama di mantenerlo in tal maniera a quieta disposizione dei ricchi concorrenti di quell’assurdo gioco, ella non avrebbe potuto che sentirsi, pertanto, quietamente a casa, e a casa nella misura utile a permetterle di potersi realmente arrangiare, e arrangiare con straordinario successo, priva dell’impaccio che, proprio malgrado, aveva sino ad allora dimostrato nel confronto con le più complesse regole di quei mondi progrediti, di quelle immense città brulicanti di vita. In ciò, pertanto, anche la prospettiva di doversi autonomamente procurare la propria cena, ebbe per lei a risultare meno complessa rispetto a quanto, eventualmente, Duva non avrebbe potuto immaginarsi, non avrebbe potuto attendersi da parte sua, vedendola, in breve, catturare e uccidere tre specie di grosse lepri, armate di un insolito corno in mezzo alla fronte, nonché un animale prossimo a una sorta di procione, se pur contraddistinto da una pelliccia a strisce, decisamente diversa da quella dei consueti procioni con i quali avrebbe potuto vantare confidenza. Una caccia decisamente proficua, e abbondante nei propri risultati, nei propri frutti, nella quale ella non aveva avuto a doversi particolarmente impegnare, nella mancanza di abitudine, di tali creature, a dover temere una figura umana, e che, in ciò, avrebbe garantito a lei, e se soltanto lo avesse desiderato anche a Duva, carne per quello e per i prossimi giorni, in un’alternativa indubbiamente più salubre rispetto a quella propria di quelle assurde porzioni alimentari.
Come nel suo mondo, tuttavia, accanto a facili prede, quanto, in quella foresta, nelle tenebre della notte e a distanza da qualunque recinto di sicurezza qual quello nel quale aveva lasciato Duva, non avrebbe potuto che attenderla, in una sorta di universale concetto di equilibrio, non avrebbe potuto altro che essere anche un sicuramente meno piacevole predatore e, allora, un predatore che, se soltanto ella non si fosse riuscita a dimostrare degna di sopravvivere, sarebbe stato egualmente felice di banchettare con le sue carni nella medesima misura nella quale ella avrebbe avuto a doversi considerare nel confronto delle tre lepri e del procione. E se, in tale inattesa, ma non imprevedibile lotta, ella avrebbe avuto a doversi quindi guadagnare il proprio diritto alla sopravvivenza, in una giusto, legittimo rispetto del cerchio della vita, a proprio svantaggio, in tutto ciò, avrebbe avuto a dover essere sottolineato quanto, suo malgrado, non avrebbe potuto vantare alcuna arma degna di essere definita tale, al di fuori, quantomeno, del suo braccio destro, quell’arto artificiale, in lucido metallo cromato che, come già sovente nel corso di quegli ultimi due anni, avrebbe nuovamente rappresentato, per lei, non soltanto la migliore risorsa difensiva ma, anche, l’unica opportunità offensiva nel confronto con la bestia che, fra quelle tenebre, l’avrebbe quindi attesa, con la promessa di uno scontro fisico totalmente impredicibile nel proprio sviluppo e, ancor più, nella propria conclusione.

Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, si rese conto di essere seguita da un’antagonista mentre stava ripercorrendo i propri passi per giungere al luogo dove aveva lasciato Duva a cenare e, presumibilmente, poi a riposare. A dispetto dell’errore commesso solo poche ore prima, quando quasi non si era resa conto di quel terzetto di bambocci, in quel momento, in quell’occasione, al di là di tutta la stanchezza accumulata, ella colse immediatamente il pericolo in agguato, benché, come tutti i migliori predatori del regno animale, anche quella creatura, qualunque cosa essa fosse, avrebbe avuto a dover essere elogiata per la propria discrezione, per la straordinaria capacità di muoversi producendo il minor rumore possibile. Ma quella, per lei, non avrebbe avuto a dover essere considerata la prima foresta, così come non avrebbe avuto a dover essere considerata la prima volta nella quale avrebbe avuto a doversi considerare oggetto dell’interesse di un predatore, e, se sino a quel momento era stata in grado di sopravvivere, una qualche ragione avrebbe avuto a dover essere identificata, e identificata in sensi tanto sviluppati, tanto allenati a percepire il pericolo, da permetterle, nei momenti più concitati, nel cuore delle battaglie più caotiche, di poter reagire, e agire, quasi come se fosse in grado di prevedere le mosse avversarie, anche quando l’avversario non avrebbe avuto neppur a essere identificato all’interno del raggio d’azione del suo sguardo.
Così, anche in quel momento, in quell’occasione, Midda non ebbe necessità di vedere la creatura che la stava pregustando qual propria cena, o, più probabilmente, colazione, per essere a conoscenza della sua presenza lì, vicino a lei, prossima a colpirla e a colpirla nella volontà di finirla, e finirla rapidamente, tanto quanto, per lo meno, ella aveva terminato le esistenze dei trofei che, a margine di ciò, stava conducendo seco attraverso la foresta. E benché, nella propria mancina, l’unica risorsa offensiva in suo possesso avrebbe avuto a dover essere identificata nelle fattezze proprie di un bastone, e di un corto bastone acuminato, evidente fu il pensiero, la supposizione, di quanto, allora, ben poca strada avrebbe potuto compiere nell’ipotesi di una propria fuga, e di una fuga che, in ciò, necessariamente avrebbe avuto a doversi riconoscere qual vana. Così proprio malgrado motivata ad affrontare l’imminente sfida, Midda scelse allora l’albero più robusto che fu in grado di individuare nelle proprie immediate vicinanze, e, ai suoi piedi, lasciò adagiare la selvaggina catturata, le prede da lei uccise, per poi appoggiare le spalle contro quello stesso albero e lì, in tal maniera protetta almeno su un fronte, porsi in quieta attesa dell’evolversi degli eventi.
E se, tale comportamento, simile scelta, nel confronto con un antagonista umano, sarebbe stata probabilmente equivocata qual espressione di paura, evidenza di timore, e di timore tale, addirittura, da bloccarla, e da bloccarla senza concederle ulteriore possibilità di movimento, condannandola a qualunque sorte avrebbe potuto per lei essere definita dal proprio avversario; innanzi a un predatore animale, alcuna possibilità di fraintendimento avrebbe potuto essere colta alla base di tutto ciò, non, quantomeno, nell’assenza di qualunque altro fattore utile a poter intendere la sua qual un’espressione di paura: non battito accelerato da parte del cuore al centro del suo petto, non respiro affannato a ossigenare i muscoli nella speranza di contrastare l’inevitabile, non altri segnali, odori, suoni, utili a evidenziare, da parte sua, un qualunque genere di timore. Solo calma, solo quiete, avrebbe avuto a dominarla in tutto ciò. Una calma, una quiete così assoluta, così costante e imperturbabile, a fronte della quale, dimostrando maggiore sensibilità rispetto a qualunque antagonista umano, quel predatore animale ebbe necessariamente a riservarsi qualche dubbio, qualche incertezza, evidentemente abituato a cogliere ben diversi segnali dalle proprie prede designate. Ciò non di meno, e per quanto, forse, esso avrebbe persino potuto decidere in favore di una ritirata, escludendo quell’insolita preda per destinare i propri sforzi, le proprie attenzioni, ad alternative più consuete; l’appetito di quella bestia avrebbe avuto probabilmente a doversi considerare decisamente marcato, e marcato nella misura utile, quantomeno, a impedirle un’effettiva possibilità di gratuita resa nel confronto con lei.
Ma, allorché attaccare, e attaccare improvvisamente e con violenza da propria preda, per finirla con un sol gesto, quell’animale evidentemente preferì agire con prudenza, e con prudenza utile, allora, quantomeno ad avvicinarsi a lei un passo alla volta, a garantirsi una più esplicita occasione di studio nel merito della propria potenziale cena e del suo atteggiamento tanto imperturbabile…

« Eccoti qui… » lo accolse Midda, in un flebile sussurro contraddistinto da un certo livello di interesse e, solo allora, una sempre piacevole scarica di adrenalina, e adrenalina utile a garantirle di offrirsi all’altezza della sfida in tal maniera promessale.

sabato 23 giugno 2018

2586


« … stupida. » sospirò Lys’sh, scuotendo appena il capo con aria rammaricata, osservando il cielo alfine declinato in tonalità di blu scuro e nero, nel tardivo, ma sopraggiunto, tramonto, e cercando, lungo la vastità del medesimo, fra i rami degli alberi sopra di loro, qualche stella nota, qualche riferimento riconoscibile anche da quell’inedito angolo di galassia « Sono proprio stata una stupida. »

Inconsapevolmente prossima alla medesima situazione emotiva di Duva, per quanto solo un paio di ore prima schieratasi in suo contrasto, anche la giovane ofidiana non aveva potuto ovviare a smaltire quella ragionevole irritazione cresciuta nel confronto con la violenta irragionevolezza dell’amica e, soprattutto, nel confronto con i suoi attacchi a sfondo razziale, ritrovandosi, quindi, obiettivamente in intimo imbarazzo per il comportamento che, a propria volta, non aveva mancato di tenere, nel reagire in maniera probabilmente troppo drastica a quelle provocazioni e nel decidere per quello scisma, per quella separazione del loro già ristretto contingente, in termini che non avrebbero potuto condurre alcuna fra loro a un qualche risultato positivo. E così, benché, da un lato, ella avesse dichiarato che la propria idea di amicizia non avrebbe potuto trascendere da un aperto confronto fra le parti, anche negli argomenti più delicati, anche nelle tematiche più controverse, per trovare, anzi, occasione di reciproca crescita in tal senso; paradossalmente, nel momento in cui si era ritrovata a dover agire, e a dover dimostrare con la pratica le proprie teorie, i propri principi, ella aveva altresì deciso di ritrarsi, di isolarsi e, in tal maniera, di escludere qualunque effettiva possibilità di chiarificazione con la controparte.
In ciò, al di là del proprio giudizio, ancor negativo, nel merito del comportamento di Duva, soprattutto nei confronti di Rula; Lys’sh non avrebbe potuto neppur ovviare a recriminare nel merito della propria reazione di fronte a esso, una reazione che, probabilmente, avrebbe potuto mantenere intatta la ragionevolezza delle proprie argomentazioni anche senza, in tal senso, condurre a una rottura fra loro e a una rottura che, secondo alcun genere di logica, avrebbe mai potuto garantire loro non soltanto una qualche occasione di reciproca crescita, ma, anche e soltanto, una nuova occasione di contatto, di riunificazione. Negazione loro imposta, in tal senso, non tanto da motivazioni di ordine emotivo o psicologico, quanto e piuttosto di natura estremamente pratica, fisica, nell’assenza, fra il loro equipaggiamento, di un qualunque mezzo di comunicazione, in ottemperanza alle regole lì vigenti. Giacché, per quanto simulazione di guerra quella avrebbe avuto a doversi riconoscere essere, ovviamente limitata avrebbe avuto anche a doversi considerare nelle proprie possibilità, nelle risorse in tal maniera impiegabili, a garantire, comunque, un certo equilibrio fra i vari concorrenti in giuoco: e così, a partire da qualunque mezzo di comunicazione, sino ad arrivare a qualunque mezzo di trasporto, entro i confini di quel mondo avrebbero avuto a doversi considerare vietati, e vietati nel voler ricondurre la sfida a un livello più forse primitivo, e, ciò non di meno, più egualitario, a non prevedere di poter alterare l’esito del conflitto in grazia a qualche scorciatoia tecnologica, allorché soltanto in grazia alle proprie effettive capacità belliche, alla propria formazione guerriera, lì comunque, in verità, sovente più ipotetica che reale.
Ovviamente, tutto ciò ella avrebbe potuto tranquillamente prenderlo in considerazione prima di riservarsi la tanto plateale, quanto stolida scenata che aveva reso propria nel decidere di allontanarsi, nel votare in favore di quella scissione, di quello scisma. Ma, forse, troppo abituata ad avere costantemente possibilità di contatto, e di contatto non soltanto i con propri compagni più vicini, ma anche con persone dall’altra parte dell’universo, in grazia a un progresso tecnologico semplicemente miracoloso, Lys’sh non aveva preso in esame le effettive conseguenze del proprio gesto, del proprio atto, in un contesto meno evoluto, in una situazione forse più simile a quella un tempo propria di Midda, e per la quale ogni partenza, ogni allontanamento, avrebbe quietamente potuto essere l’ultimo, nell’incognita di quanto, in un tempo successivo, sarebbe stata concessa una nuova opportunità d’incontro.
Tuttavia, stupida o meno che ella fosse stata, il danno avrebbe avuto a dover essere ormai considerato qual compiuto e poco, nulla avrebbe potuto essere fatto per arginarlo. E se indietro non avrebbero potuto tornare, laddove nel tentare di inseguire Duva e Midda, anche aiutata dai propri sensi ofidiani più sviluppati rispetto a quelli propri di un umano, con la sola eccezione della vista, avrebbe rappresentato un inutile spreco di tempo, di forze, in quella che sarebbe sembrata quasi più una grottesca versione di acchiapparello anziché una reale strategia d’azione; l’unica alternativa loro realmente offerta sarebbe quindi stata quella di anticipare il cammino delle proprie compagne, nel raggiungere per prime il loro comune obiettivo o, altresì, nello scegliere di abbandonare simile proposito e fare direttamente ritorno al punto di raccolta, per poter lì attenderne l’arrivo al termine della loro missione, del loro viaggio. Una scelta, quella così loro offerta, sostanzialmente obbligata, laddove per quanto la prima alternativa avrebbe sicuramente comportato un certo numero di rischi, non soltanto per Rula ma anche per lei, che di Rula, in quello scisma, si era resa responsabile; la seconda possibilità sarebbe altresì equivalsa, semplicemente, a una sorta di resa, a una dichiarazione di sconfitta, e una sconfitta della quale non avrebbe voluto rendere protagonista non tanto se stessa, il cui orgoglio non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto così marcato da spingerla a qualcosa di potenzialmente negativo, quanto e piuttosto la medesima Rula, la quale, probabilmente, non avrebbe avuto nulla in contrario nel confronto con simile idea, ma che, in tal maniera, in una tanto critica soluzione, sarebbe in tal modo stata ancora una volta minimizzata al ruolo di semplice compagna del capitano, senza vedersi riconosciuta quella dignità guerriera che, probabilmente, lo stesso Lange Rolamo aveva voluto augurarle nel decidere di inviarla con loro in quel mondo, in quella missione, e in una missione obiettivamente sicura, una missione sostanzialmente priva di qualunque concreto rischio fisico, soprattutto laddove accompagnata da un contingente qual quello così formato da Duva, Midda e Lys’sh.

« … domani si vedrà… » sussurrò la giovane ofidiana, scuotendo appena il capo e, in tal gesto, cercando di allontanare da sé tutti i propri pensieri, tutte quelle riflessioni che, obiettivamente, avrebbero avuto a dover essere riconosciute non soltanto qual inutili ma, persino, lesive, e lesive nel confronto con il sonno, con il riposo che, allora, le stavano negando, e le stavano negando dopo una giornata comunque sin troppo lunga.

Dopo un ultimo sguardo gettato in direzione delle stelle sopra di sé, del vasto firmamento che, da quel punto di vista, da quella prospettiva, non avrebbe potuto che apparirle insolitamente estraneo, Lys’sh decise quindi di chiudere gli occhi, augurandosi di poter presto dormire e, soprattutto, di dormire senza sogno alcuno ad animare quelle poche ore di riposo concordate. Un rifiuto, quello nel confronto con qualunque esperienza onirica, che avrebbe avuto a doversi considerare conseguenza di una memoria ancor troppo recente, ancor troppo vivida, dell’esperienza affrontata del tempo del sogno e in quella realtà nella quale, insieme a Midda e a molte altre figure a lei connessa, era stata attirata per volontà di un’orrida creatura apparentemente invincibile, e un’orrida creatura dalla quale sì erano riuscite a evadere, a fuggire, e a fuggire a caro prezzo, nel sacrificio di una fra loro, e, ciò non di meno, un’orrida creatura obiettivamente non sconfitta, in realtà non vinta, e che, pertanto, avrebbe potuto pretendere nuovamente la loro presenza in quella dimensione aliena in qualunque momento, in qualunque situazione… anche in quella stessa notte, entro i confini propri del pianeta della guerra, in uno sviluppo che, tuttavia, avrebbe incredibilmente complicato la loro già non semplice situazione, oltre che avrebbe potuto mettere quietamente a repentaglio il loro stesso domani.

« … niente brutti pensieri. » si raccomandò, come di consueto, prima di tentare di lasciarsi addormentare, un augurio dal sapore di raccomandazione in grazia al quale, in maniera quasi infantile, ella sperava di escludere qualunque possibilità in tal senso, qualunque eventualità sotto simile punto di vista, benché, certamente, non sarebbe stato un semplice pensiero positivo a proteggerla, a garantirle di eludere la minaccia propria di secondo-fra-tre.