11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

lunedì 6 luglio 2020

3329


Quando le truppe al seguito di Nissa videro volare la prima sequenza di proiettili, per un istante ebbero, umanamente e istintivamente, a temere il peggio, non frenandosi nel proprio incedere, e nel proprio incedere a seguito della loro condottiera, ma, comunque, esitando, ed esitando per il tempo utile a osservare quel lancio procedere alto al di sopra non soltanto di loro, ma anche dei loro compagni alle proprie spalle, del resto del loro esercito, della maggior parte del loro esercito, rimasti là dove la loro comandante aveva voluto avessero a restare.
Anche Nissa, ovviamente, non mancò di osservare quanto la propria gemella era stata in grado di organizzare, e di organizzare con un preavviso tanto ristretto. E, in questo, non poté che provare una certa stima per lei, una compassionevole stima nel confronto con tanta buona volontà, con tanto impegno pur destinato al nulla, nella quieta consapevolezza di quanto, allora, nessun proiettile, per quanto violento, per quanto distruttivo, avrebbe potuto avere a fermarli, neppure laddove incendiato, per così come mirabilmente dimostrato dalla loro passeggiata attraverso le fiamme. Per tal ragione, quindi, ella non frenò il proprio incedere, non rallentò i propri passi, proseguendo, anzi, con lo stesso piglio, con lo stesso impegno precedente, nella sola brama, nella sola volontà di raggiungere, quanto prima, le mura della città, per avere a bussare alle porte della stessa e, così, per avere a richiedere la resa incondizionata di tutti coloro che, in essa, si erano asserragliati, con la promessa, in cambio della loro collaborazione, di una morte pietosa, rapida e indolore, qual alternativa a quanto, certamente peggio, sarebbero potuti essere in grado di immaginare a discapito degli abitanti di Lysiath.

« Avanti! » ribadì, quindi, ai propri compagni e alle proprie compagne, per infondere loro fiducia, per non permettere loro di avere a demotivarsi, non in quel momento, non per così poco « Desidero che Lysiath sia nostra prima del meriggio! »

E se ella non ebbe a frenare il proprio incedere, i suoi luogotenenti, rimasti con il resto dell’esercito, con la maggior parte di quell’armata di non morti, ebbero a dimostrarsi degni della propria condottiera, non esitando, non fremendo, e restando quietamente immobili innanzi all’immagine propria del primo attacco mosso ipoteticamente a loro discapito, per quanto, allora, volato al di sopra delle loro teste, oltre di loro.
Del resto, al di là di ogni facile banalizzazione, per quanto nell’elenco delle vittime della Figlia di Marr’Mahew, lì riportate in vita dall’azione malevola di secondo-fra-tre, non avrebbero avuto a dover essere censiti soltanto anonimi soldati semplici, banali guardie capitate nel posto sbagliato al momento sbagliato e, in questo, finite per cadere, all’occorrenza anche innocentemente, sotto i colpi della donna guerriero: al contrario, ad animare, a popolare quelle schiere, quelle truppe, avrebbero avuto a dover essere identificati,  in una proporzione quasi maggioritaria, alcuni fra i più forti guerrieri di quello e di altri mondi, combattenti esperti, assassini prodigiosi, che avevano veduto la propria straordinaria parabola di vita interrompersi violentemente nel giorno in cui, per mille ragioni diverse, i loro cammini avevano avuto ragione di incrociarsi con quello della loro antagonista, poi divenuta loro ucciditrice. Uomini e donne, nella maggior parte dei casi, quindi, che difficilmente avrebbero avuto di che cedere al terrore di fronte a tutto ciò quando ancor avrebbero avuto a poter vantare di essere vivi, e uomini e donne che, ancora e a maggior ragione, non avrebbero potuto lasciarsi intimorire da tutto quello a confronto con la propria nuova condizione, e quella condizione innanzi alla quale nulla avrebbe potuto ferirli, nulla avrebbe potuto danneggiarli.
Del resto erano già morti. Ed erano tornati indietro dalla morte, riottenendo, addirittura, i propri corpi, esattamente per così come erano stati un tempo, con quieta indifferenza per ogni putrefazione e per ogni violenza subita: cosa avrebbe avuto, quindi, ragione di ferirli? Cosa mai avrebbe potuto danneggiarli?!
E senza il timore di un danno, senza l’intrinseca paura della morte propria di qualunque essere vivente, cosa mai avrebbe potuto fermarli…?!

« Lanciare! »

Il lontano grido di Midda Bontor, loro nemica, comandò allora una seconda raffica di colpi. Colpi che, al pari dei precedenti, si levarono alti nei cieli, compiendo un lungo moto parabolico, questa volta sufficiente per superare Nissa e il suo drappello, ma non per andar oltre l’esercito alle loro spalle, per così come era avvenuto. E se, la maggior parte di quei colpi ebbero a ricadere, pesantemente, sul terreno innanzi a loro, suggerendo ai loro antagonisti, ai manovratori di quelle catapulte, la necessità di un’ulteriore correzione nella propria mira, alcuni di quei proiettili giunsero, alfine, a travolgerli, colpendoli con tutta la forza della propria spinta, con tutta la durezza della propria solidità, e facendo necessariamente volare a destra e a manca molti dei loro corpi, o frammenti degli stessi, smembrandoli, all’occorrenza, in maniera violenta e impietosa.
E se pur, ancora una volta, una certa esitazione, un certo timore eco dei ricordi di una vita ormai non più loro, non poté che coinvolgere alcuni fra essi, l’assenza di qualunque percezione di dolore a confronto con quegli avvenimenti, con quella devastazione, con quelle mutilazioni, non poté fare altro che rinvigorire, a livello psicologico, l’armata dei morti, legittimando, ancora una volta, il loro incedere, e quell’incedere che, persino, avrebbe potuto considerarsi così desiderato dagli dei.

« Non muovetevi! » comandarono i luogotenenti, sparsi per tutta la vasta estensione delle truppe di Nissa, con particolare attenzione a color rimasti illesi a seguito di quella seconda scarica.
« E voi, ricomponetevi. » suggerirono ancora, a coloro i quali, al contrario, si erano visti travolgere da quei proiettili incendiati, venendo sbalzati a terra e sparsi in maniera disordinata lì attorno.

E se, una buona parte di coloro così colpiti, non ebbero difficoltà a rialzarsi e a rimettersi in posizione, all’occorrenza parzialmente ustionati dalle fiamme dei proiettili, o privi di un braccio, o di una mano, o di una qualunque porzione del proprio busto; un’altra, minoritaria, porzione fra gli stessi, e fra coloro che più erano stati smembrati in conseguenza di quell’offensiva, non ebbero occasione di offrire immediata replica a quell’ordine, abbisognando, chiaramente, di ancor un po’ di tempo per poter riconquistare il pieno controllo dei propri corpi, chi separato da una propria gamba, chi, addirittura, tagliato letteralmente in due tronconi, in uno spettacolo obiettivamente osceno, nauseabondo, e, pur, totalmente scevro da qualunque sensazione di dolore. E di un dolore che, in effetti, non avrebbe potuto caratterizzarli, nella propria nuova condizione di non morti.

« Ammetto che avrei preferito potermi riservare qualche soddisfazione in più… » sussurrò Midda, in direzione delle proprie amiche, osservando dall’alto della propria postazione di controllo e di comando l’evolversi degli eventi « … ma, comunque, potrebbe essere utile a disturbarli e a rallentarli. » constatò, speranzosamente, a confronto, comunque, con quel minimo di risultato conseguito « Aiutate, per favore, a correggere il tiro a coloro che ancora lo necessitano… nel mentre in cui io mi prepararò per la prossima mossa. »
« D’accordo. » annuì Lys’sh, senza esitazione a confronto con la richiesta della propria sorellona.
« Sì. » confermò a sua volta Duva, salvo, poi, riservarsi una certa curiosità nel merito di quelle parole « E, giusto per capire, la prossima mossa sarà…?! »

Midda non rispose immediatamente. Non a parole, quantomeno, nel rivolgere il proprio sguardo dritto in direzione della propria gemella sempre più prossima a loro, alla propria nemesi in avvicinamento, e a quella figura, sino ad allora, rimasta quieta, rimasta placida nel proprio incedere, ma che, certamente, non avrebbe avuto a proseguire, così, in eterno.

domenica 5 luglio 2020

3328


E sebbene impossibile sarebbe stato prevedere la conclusione di tutto quello, impossibile sarebbe stato riuscire a ipotizzare, con qualunque senso di critica realtà, l’esito di quella battaglia, quanto altresì avrebbe avuto a doversi intendere certo, quanto avrebbe avuto a non potersi negare, né allora, e neppure nel caso di una terrificante disfatta a discapito di quei figli e figlie di Lysiath; sarebbe certamente stata l’evidenza di quanto, allora, avessero già compiuto, e stessero ancor compiendo, con indiscutibile impegno, per dimostrarsi meritevoli del proprio diritto alla vita.
Midda, e come lei anche Duva e Lys’sh, che già molte spiacevoli situazioni di crisi avevano avuto a dover vivere e affrontare nel corso delle proprie vivaci esistenze, era, infatti, perfettamente consapevole di quanto, proprio un momento di crisi, e un momento di crisi qual necessariamente avrebbe avuto a potersi indicare esser l’attacco di un’armata di non morti a discapito della propria città, nell’intento di prenderne possesso uccidendo chiunque, lì, fosse stato trovato, avrebbe necessariamente sospinto la psiche delle persone a una qualche posizione forte, in un senso, quanto e piuttosto in un altro: in una situazione di crisi non avrebbero potuto esistere le sfumature di grigi fra il bianco e il nero, e chiunque, in base alla più autentica natura del proprio cuore, avrebbe reagito impegnandosi altruisticamente per il bene comune, nella quieta consapevolezza di non poter sopravvivere da solo, o egoisticamente per il bene personale, illudendosi stolidamente del contrario; avrebbe agito cercando una qualche occasione di salvezza, sospinto da un proattivo credo volto a rinnegare la fatalità del destino, o sarebbe rimasto in indolente rassegnazione, lasciandosi dominare dallo sconforto e attendendo la fine di tutto. E, sovente, proprio in tale dualistica divisione di animi, menti e cuori, avrebbe avuto a definirsi anche la condizione di vincitori e di vinti, giacché laddove uno si fosse arreso, ancor prima della battaglia, certamente non avrebbe mai potuto aver occasione di vincere, non avrebbe mai potuto dimostrare meritevole di poter godere di una nuova alba.
A confronto con ciò, gli abitanti di Lysiath avevano reagito con straordinaria positività, con ammirevole pro attività: certo, in una capitale con qualche centinaio di migliaia di abitanti, di ogni età, di ogni estrazione sociale, di ogni origine e storia, non erano mancate diverse reazioni, e reazioni contrastanti, a confronto con l’annuncio dell’imminente conflitto, per così come la loro nuova Campionessa aveva loro offerto il giorno precedente. Ciò non di meno, ed eccezion fatta per pur fisiologiche minoranze d’opposizione, praticamente tutti, in città, avevano dimostrato di aver compreso la gravità della situazione, e si erano subito dati da fare per reagire a confronto con la stessa, ponendo le basi per quella che forse non sarebbe potuta essere definita una sicura vittoria, ma che, quantomeno, non sarebbe stata neppure un’indubbia sconfitta.

« Lanciare! » sancì ella, ultimo comando in direzione di coloro addetti alla gestione degli onagri, e quel comando a confronto con il quale avrebbero tutti potuto quindi constatare l’efficacia degli sforzi compiuti non soltanto in quegli ultimi istanti, ma a partire dal giorno precedente, a partire dalla progettazione e dalla costruzione di quelle catapulte, in così breve tempo.

E in risposta a quella richiesta, le due dozzine di catapulte che erano state realizzate nel corso del giorno precedente furono azionate all’unisono, scandendo con forza tutta la violenza del proprio movimento al fine di proiettare alti nel cielo i propri proiettili, quelle pietre grezze rivestite di stracci imbevuti d’olio, a cui era così stato dato fuoco, quasi un olocausto gettato in direzione degli dei stessi, a invocarne l’aiuto nell’ora più oscura della Storia di Lysiath.

« Se anche non li dovesse fermare, speriamo che abbia quantomeno a rallentarli… » sussurrò Duva, in un quieto sospiro, quasi una preghiera, per quanto, personalmente, non avesse un qualche dio o dea, in particolare, a cui rivolgere le proprie richieste.

E se pur, allora, il fuoco aveva già dimostrato, entro certi limiti una certa inefficacia, la richiesta propria della Campionessa di incendiare i proiettili ebbe a permettere di seguire in maniera più chiara la parabola da questi compiuta nel cielo, e una parabola che, purtroppo, ebbe a vederli superare di gran lunga le schiere nemiche. E non tanto quelle in progresso verso di loro, quanto e piuttosto color in contrasto alle quasi desideravano in ciò rivolgersi, coloro che, a maggiore distanza, stavano quietamente attendendo eventuali ordini, se non dalla loro comandante, dai suoi luogotenenti, e da quei luogotenenti che pur, fedeli agli ordini ricevuti, stavano lì attendendo pazientemente.

« Correggere il tiro! » comandò Midda, dall’alto della propria posizione di osservazione, rivolgendosi ancora agli onagri e ai loro manovratori « Siamo andati lunghi di quasi mezzo miglio… »
« Purtroppo la traiettoria delle armi balistiche non è mai una scienza esatta… » cercò di minimizzare Lys’sh, tentando di non dare eccessivo peso al fatto che, purtroppo, quella prima scarica fosse andata spiacevolmente a vuoto « … almeno un paio di tiri, per prendere la mira, sono in genere necessari, a meno di non avere una fortuna sfacciata. »
« E la fortuna sfacciata, a noi, non piace… » ironizzò amaramente Duva, aggrottando appena la fronte a quell’osservazione e a quell’osservazione assolutamente ineccepibile, per quanto, in quel frangente, decisamente spiacevole nella realtà delle proprie conseguenze, se non fisiche, quantomeno emotive, nella possibile sfiducia che, da ciò, avrebbe potuto conseguire per le truppe.
« Meglio lunghi che corti… » intervenne tuttavia Midda, a offrire il proprio personale contributo alle osservazioni delle proprie amiche « … dimostra comunque che le nostre catapulte stanno funzionando. E stanno funzionando bene! »

Del medesimo punto di vista, probabilmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere anche color preposti alla gestione di quelle armi, giacché, contrariamente a quanto supposto da Duva, l’umore, dopo quel primo tiro pur andato a vuoto, ebbe a dimostrarsi dei migliori, non arrivando, forse, a vere e proprie dimostrazioni di entusiasmo da parte loro e, ciò non di meno, proponendoli tutti decisamente soddisfatti del risultato ottenuto, e di un risultato che, addirittura, aveva veduto quel primo attacco superare la linea delle schiere nemiche più lontane. Con rapidità, quindi, le catapulte vennero manipolate non soltanto al fine di riposizionarne i bracci in collocazioni utili al tiro, quanto e piuttosto di ricalibrarne la traiettoria, per ottenere una parabola più breve, che avesse, speranzosamente, a travolgere quindi i loro avversari o, quantomeno, che avesse a superarli questa volta sul fronte opposto, offrendo in tal maniera una chiara indicazione, poi, per un terzo, decisivo attacco.

« Ricaricare! » ordinò la Figlia di Marr’Mahew, senza rabbia nella propria voce, senza alcuna alterigia, quanto e piuttosto con tono incalzante, utile a non permettere ad alcuno di ignorare la tensione del momento, e quella giusta tensione in ascolto alla quale, allora, avrebbe potuto per loro essere colmata la distanza fra la vita e la morte.

E tutti agirono, ancora una volta secondo le sue richieste, ancora una volta secondo i suoi comandi, senza porli in dubbio, senza avere a sollevare la benché minima occasione di critica nel merito del perché di tutto ciò, animati, in tal senso, da quella razionale lucidità conseguente alla consapevolezza di quanto, se mai fossero sopravvissuti a quella giornata, ciò sarebbe certamente accaduto in grazia alla saggia guida e alla caparbia ispirazione di quella leggenda vivente.

« Incendiare i proiettili! »

sabato 4 luglio 2020

3327


« Thyres… »

Figlia del mare, Midda Bontor, come già i suoi genitori e i suoi nonni prima di lei, era solita rivolgere i propri pensieri a una singola divinità, pur all’interno del vasto e affollato pantheon tranitha. Thyres, signora dei mari, tuttavia, non era una dea come molte e, in questo, non era solita apprezzare preghiere di sorta dai propri seguaci: i figli del mare, fossero essi marinai o pescatori, del resto, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti ben consapevoli di quanto, obiettivamente, la loro dea, al pari del mare, non potesse essere né plagiata né corrotta, non in grazia di una preghiera, non per un qualche sacrificio, non per altro. Thyres, così come Tarth, il suo corrispettivo maschile, esigevano dai propri figli soltanto rispetto, il rispetto che qualunque marinaio, che qualunque pescatore, avrebbe avuto a dover rivolgere al mare, nella quieta certezza di quanto il mare non avrebbe mai potuto essere dominato, non avrebbe mai potuto essere controllato, ma avrebbe agito, sempre e comunque, secondo i propri desideri, secondo i propri capricci, capace di sorprendere, sempre e comunque, chiunque, dall’ultimo dei mozzi al più esperto e navigato comandante.
Figlia del mare, Midda Bontor, come già i suoi genitori e i suoi nonni prima di lei, raramente pregava Thyres, nella certezza di quanto, ella, non l’avrebbe ascoltata, preferendo piuttosto che ella dimostrasse da sola di essere in grado di arrangiarsi, di sopravvivere a ogni avversità, con quel piglio sol proprio, per l’appunto, di una vera figlia del mare. E, in questo, paradossalmente, Midda Bontor era piuttosto abituata a bestemmiare il nome della propria dea, anziché pregarlo.
Così come anche in quel momento.

« Non buono, vero…?! » commentò retoricamente Duva, ben comprendendo quanto non fosse buono già da sola, senza bisogno di conferme esterne, e, ciò non di meno, abbisognando di un confronto verbale con le proprie amiche, a cercare di contrastare l’oscena immagine di quei cadaveri ambulanti in quieto passaggio all’interno delle fiamme, quasi, allorché essere tutto ciò possibilità di sgradevole condanna, avesse a doversi intendere, piuttosto, una situazione altresì piacevole, quasi rinvigorente, qual, obiettivamente, rinvigorente avrebbe avuto a doversi riconoscere a livello psicologico.
« Non buono. » confermò Midda, trattenendosi da imprecare in maniera più colorita, non tanto per le proprie amiche, quanto e piuttosto per il resto delle truppe, degli uomini e delle donne che a lei, eletta loro Campionessa, stavano allor facendo riferimento con la speranza, sempre più blanda, di salvarsi « Va bene così, comunque. Non avevamo certezze che avrebbe funzionato. Avesse funzionato, sarebbe stato meglio… ma va bene così, comunque. » ripeté e ribadì, a cercare di rafforzare positivamente il concetto.

Invero, Midda non stava mentendo, non stava manipolando la realtà dei fatti, per quanto, obiettivamente, ella non avesse mancato di riporre molte speranze in quella prima carta così giuocata.
Ricorrere al fuoco, al tempo stesso, avrebbe avuto a doversi intendere il tentativo di chiudere, immediatamente, la partita, marcando, quasi senza impegno bellico, la vittoria di Lysiath, e, parimenti, l’impegno a tentare di meglio valutare in qual misura avrebbe avuto a doversi riconoscere l’effettivo potere di quegli anomali zombie. Un potere, purtroppo, così valutato in una misura decisamente spiacevole, avendo ereditato apparentemente le caratteristiche più importanti tanto dei non morti del suo mondo, quanto degli esperimenti della Sezione I, e avendo unito il tutto a una perfetta conservazione della propria coscienza, di quella coscienza, allor, mossa da intenti omicidi.
Al di là dell’esito di quella mossa, comunque, la strategia da lei ideata, pur probabilmente non degna di passare alla Storia, pur priva di mirabili colpi di genio, non avrebbe avuto a doversi ricondurre, esclusivamente, a quell’unica azione, ragione per la quale, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere ancora prematuro riservarsi l’opportunità di abbattersi, emotivamente e psicologicamente: quella battaglia era appena iniziata… e, a meno di qualche straordinario colpo di mano da parte di uno dei due fronti, avrebbe avuto a proseguire ancora a lungo.
Per ore, quantomeno, e, preferibilmente, per giorni. Giorni che avrebbero avuto a doversi riconoscere così necessari a garantire loro opportunità di giungere all’ultima e più disperata risorsa da tirare in giuoco…

« Arcieri, via. » ordinò allora, permettendo a quelle risorse di ritrarsi, di sottrarsi a eventuali controffensive da parte del nemico, il quale, certamente, non si sarebbe limitato ad avanzare in maniera inerme… non, quantomeno, sotto la guida di Nissa.
« Con cosa proveremo ora…? » domandò Lys’sh, al tempo stesso preoccupata e pur incuriosita da tutto ciò, e da quel genere di battaglia diversa da qualunque altra battaglia nella quale avesse mai avuto occasione di ritrovarsi a essere schierata in passato, proponendosi, nell’assenza di tecnologia, a modo suo più verace… e verace di quanto non avrebbe mai potuto riservarsi precedente occasione di sperimentare.

La Campionessa di Lysiath osservò con attenzione tanto la prima linea nemica, in avanscoperta e, lì, in indifferente movimento attraverso il lembo di terra ancor incendiato, quanto e con maggiore attenzione la seconda linea, il resto delle schiere agli ordini della propria gemella, quel vasto esercito rimasto in paziente attesa là dove il loro comandante li aveva lasciati, e lì, intenti allor a seguire l’evoluzione della situazione, con comprensibile interesse. Un interesse che, quindi, se non aveva mancato di vederli esitare innanzi a quelle fiamme improvvise, e quelle fiamme che, in maniera violenta, avevano avvolto i propri compagni, non aveva neppur tardato a vederli impegnarsi a esultare di entusiasmo a confronto con l’insuccesso proprio di tale crudele offensiva, nell’indomito proseguo del cammino del drappello in testa al quale avrebbe avuto a doversi intendere proprio la loro ispirata condottiera.

« Onagri! » tuonò quindi ella, rivolgendosi non tanto agli uomini con le presenti sulle mura, quanto a quelli schierati dietro alle mura, in quieta attesa di porre in essere qualunque suo ordine, di qualunque suo comando, così come allora e come non mancò di occorrere immediatamente a confronto con la sua richiesta.

L’elezione di Midda a Campionessa di Lysiath, pur sicuramente conseguenza dell’eccezionalità propria di quella situazione, avrebbe avuto a doversi riconoscere, indubbiamente, qual una delle fortune più grandi che quell’urbe, nella disgrazia propria di quella situazione, avrebbe allor potuto vantare.
Se infatti, la leggenda propria della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a dover essere associata a più duelli singoli che a vere e proprie battaglie o guerre, molte erano state le battaglie, e le guerre, a cui ella non aveva mancato di partecipare, soprattutto negli anni della propria giovinezza, e nel periodo in cui, ancora, ella abbisognava di crearsi un nome in quanto avventuriera mercenaria. E proprio in conseguenza alla propria partecipazione a molte battaglie in diverse guerre, ella non avrebbe avuto a potersi fraintendere del tutto estranea non solo alle dinamiche proprie delle stesse, quant’anche agli strumenti impiegati nel corso delle medesime…
… strumenti come quelle catapulte, e quelle catapulte che, nelle ultime ore, tutti gli artigiani, i falegnami, i maniscalchi e i carpentieri di Lysiath, non avevano mancato di impegnarsi a realizzare a tempo di primato, per soddisfare le sue richieste, per venire incontro a quanto a lei necessario a concedere una speranza concreta di sopravvivenza a quella capitale e ai suoi abitanti.

« Incendiare i proiettili! » comandò, nel mentre in cui grande frenesia, alle sue spalle, contraddistingueva l’opera degli uomini e delle donne lì sotto impegnati attorno a quelle armi, e a quelle armi con le quali non avrebbero potuto vantare alcuna precedente confidenza, e a confronto con le quali, pur, non avrebbero mancato di imporre tutto il proprio impegno per dimostrarsi meritevoli del proprio diritto alla vita.