11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

sabato 31 luglio 2021

3719


« Allontanati da lui, cane maledetto! » esclamò improvvisamente la voce di Rín, ma non provenendo dalla Rín già schierata innanzi a Be’Sihl, quanto e piuttosto, da un’altra Rín, e una Rín che ebbe a fare il proprio più che mai inatteso ingresso in scena, avanzando di gran carriera in direzione dello shar’tiagho.
« …?! » esitò lo stesso, non soltanto non avendo possibilità di comprendere cosa stesse accadendo, e, soprattutto, perché stesse accadendo proprio in quel momento, ma anche, e persino, non avendo neppure possibilità di comprendere a chi, la “nuova” Rín, stesse allor rivolgendosi.
« Speravo di avere più tempo prima che tu mi raggiungessi…! » replicò prontamente la prima Rín a essere giunta a lui, storcendo le labbra con un gesto di disgusto verso l’altra se stessa « Non credi che questo sia un trucco un po’ puerile, secondo-fra-tre?! » domandò poi, appellandosi in direzione dell’altra se stessa, e definendola in ciò qual il vicario di Anmel Mal Toise con potere d’azione all’interno del tempo del sogno.
« Oltre a rubarmi l’identità, vuoi togliermi anche le parole di bocca…?! » protestò la seconda Rín, proponendo un disappunto non meno evidente nel confronto con quell’evidentemente inattesa presenza accanto a Be’Sihl « Ciao, Be’S. » salutò poi all’indirizzo dell’amico « Perdonami se arrivo soltanto ora… ma secondo-fra-tre non ha reso facile riuscire a trovarti! »
« …! »

Solo pochi momenti prima, quello avrebbe avuto a dover essere ricordato qual un giorno memorabile per Be’Sihl Ahvn-Qa.
Come non avrebbe potuto che esserlo al pensiero che suo figlio Be’Loome stava per convolare a nozze con la giovane da lui amata, per avere occasione di reiterare insieme a lei la vita perfetta che già era stata concessa a lui stesso e a sua moglie Deeh’Od…?
Eppure, in pochi attimi, pochi, fugaci istanti, tutto quello era stato spazzato violentemente via dall’arrivo in scena dell’ultima persona che mai egli avrebbe potuto immaginare di avere occasione di ritrovarsi innanzi. E, quasi come se quegli ultimi due decenni non fossero mai esistiti, eccolo nuovamente ripiombare in quell’incubo che per lui un tempo era stato quieta quotidianità, dovendosi confrontare con situazioni improbabili, con mostri disumani e, soprattutto, con il costante rischio di avere a perdere il senno.
Possibile che tutto ciò fosse vero…?!
Possibile che la sua vita, in quegli ultimi vent’anni, fosse stata veramente una sofisticata illusione? Che Deeh’Od non fosse Deeh’Od, che i suoi figli non esistessero, e che nulla di tutto quello fosse mai realmente accaduto…?!
No. Non poteva essere così.
Forse… forse, erano quelle due Rín a non esistere…?
Forse tutto quello non stava accadendo realmente. E, di lì a breve, egli avrebbe avuto a risvegliarsi all’alba delle nozze di suo figlio Be’Loome, accanto alla propria amata sposa, rimproverandosi per essere stato così stupido da aver creduto che qualcosa di così palesemente simile a un incubo potesse essere vero.
Sì. Doveva essere così.
Quello doveva essere soltanto un sogno, un incubo in effetti, magari in conseguenza a inconsce ansie a confronto con l’idea di quel matrimonio. Dopotutto, a differenza di Deeh’Od, lui aveva accolto sin da subito con naturalezza e spontaneità quell’evento. E, forse, ora, il suo inconscio stava pretendendo da lui un giusto tributo a confronto con la non vissuta emotività del momento.

« … devo svegliarmi… » sussurrò fra sé e sé, ora cercando di ignorare le due Rín, nell’aver deciso non avessero a doversi considerare reali e, in tal senso, non avendo a considerare ulteriormente necessario rivolgere loro attenzione di sorta.

Rín si rese immediatamente conto della confusione propria dell’amico. E non ebbe a essere felice per tutto ciò. Ma, d’altra parte, quanto stava accadendo era unicamente colpa di secondo-fra-tre, il quale, non pago per i danni già compiuti, era riuscito a comprendere la verità dei fatti dietro il proprio finto allontanamento da lui quando, dietro le mentite spoglie di Desmair, aveva provato a ingannarla per convincerla della morte di Be’Sihl… morte che, ovviamente, non poteva essere realmente occorsa, o ella non avrebbe avuto possibilità di ricordarsi di lui né, tantomeno, di meditare vendetta a suo riguardo.
Avrebbe avuto a dover rendere atto al proprio antagonista di essere riuscito, almeno inizialmente, a ingannarla: allo stesso modo in cui Be’Sihl era stato imprigionato in quella realtà artefatta, e in quella realtà all’interno della quale chissà quanti giorni, settimane o mesi doveva aver trascorso; ella era stata condotta a quell’improbabile momento di confronto con Desmair, e un improbabile momento di confronto al quale, pur, in primo luogo ella aveva creduto. Almeno fino a quando non era stato lo stesso Desmair o, per meglio dire, secondo-fra-tre, a tradirsi, concedendole occasione di ampliare i propri orizzonti all’interno del tempo del sogno e di superare a propria volta quella mera convenzione di una separazione fra mente, cuore, anima e corpo… separazione, entro quei confini, invero inesistente, per così come si era premurato lui stesso di farle scoprire.
Ovviamente non era stato facile trarlo in inganno: per non tradirsi, ella era stata costretta a credere realmente a tutto ciò che stava accadendo, ignorando l’evidenza di quanto pur aveva potuto constatare, obbligandosi a credere di star realmente confrontandosi con Desmair così come, di lì a breve, di star realmente assistendo a quel malinconico epilogo della vita di Be’Sihl. Nella sua mente, nel suo cuore e nel suo spirito, ella aveva realmente covato vendetta contro secondo-fra-tre, e si era realmente convinta a tornare da Maddie, per radunare tutto il clan prima di dichiarare guerra al vicario, allo scopo di punirlo per le proprie colpe. E soltanto all’ultimo ella si era riservata occasione di rammentarsi della nota realtà dei fatti, e di quella realtà a confronto con la quale, quindi, non avrebbe potuto andarsene di lì se non dopo aver recuperato Be’Sihl.
In effetti, ella aveva realmente sperato di avere più tempo per agire nel confronti del proprio amico. Ma secondo-fra-tre l’aveva anticipata, e aveva fatto propria una mossa decisamente arguta, nel proporsi, ora, nelle sue stesse vesti, al fine di precipitare Be’Sihl sull’orlo della follia. Un intento, il suo, che a quanto ella stava constatando, aveva avuto chiaramente successo, spingendo lo shar’tiagho a porre in dubbio quella realtà… ma non nei termini in cui ciò avrebbe dovuto accadere.
E per quanto, allora, ciò che avrebbe ella fatto difficilmente avrebbe potuto essere da lui perdonato, Nóirín Mont-d'Orb non riuscì a riconoscere altra possibilità se non quella.

« Perdonami amico mio… » sospirò quindi, costretta ad agire ancor prima di pensare, là dove, altrimenti, si sarebbe ritrovata troppo esposta a secondo-fra-tre.

Richiamando a sé un enorme cannone al plasma, un’arma simile a quelle che avrebbero potuto essere proprie di Midda e delle sue sorelle siderali, ma che, nella realtà, non avrebbe mai potuto avere a esistere, là dove obiettivamente impossibile da maneggiare nelle proprie dimensioni smisurate, ella ebbe allora ad aprire il fuoco verso secondo-fra-tre, certa di non avere a poterlo sconfiggere con qualcosa di così banale e, ciò non di meno, speranzosa quantomeno di riuscire a distrarlo.
E di distrarlo per il tempo utile a permetterle di balzare, subito dopo, in avanti, agguantare Be’Sihl e fare ritorno alla realtà, abbandonando la follia e tutti i pericoli propri del tempo del sogno.

Così fu… e in un fugace istante Rín e Be’Sihl ebbero a comparire, in un’esplosione di fuoco, dinnanzi a Maddie, al centro de “Alla signora della luce”.

venerdì 30 luglio 2021

3718

 

« Chi sei...? » domandò allora, ben conoscendo quegli occhi ma, proprio malgrado, non avendo possibilità di associarli in maniera univoca alla propria proprietaria, là dove, in effetti, egli conosceva almeno sei persone dotate di quel medesimo sguardo, nel contare Midda e Nissa, Maddie e Rín, e, addirittura, Mera Ronae e Namile, le due figlie di Nissa.

Al di là, infatti, del disorientamento iniziale, conseguente all’udire quella voce, egli non avrebbe potuto essere certo dell’identità della figura che gli stava di fronte, benché, in verità, indossasse gli stessi abiti indossati da Nóirín Mont-d'Orb in occasione della loro ultima avventura insieme. Ma da quell’avventura, per lui, erano passati ben vent’anni... e vent’anni pieni di nuovi ricordi, di nuove avventure, in una nuova realtà tutta da scoprire, da esplorare, tale per cui, obiettivamente, difficile sarebbe stato poter riassociare quell’immagine alla sua proprietaria.
Ciò di cui egli era certo, comunque, nell’assenza della cicatrice in corrispondenza al di lei occhio mancino e nella presenza del di lei braccio destro, nonché nell’assenza dei tatuaggi volti a ben definire la sua origine tranitha e il suo passato da marinaio, avrebbe avuto a dover essere considerato chi ella improbabilmente avrebbe potuto essere: Midda Bontor.

« Nóirín Mont-d'Orb... Rín... » si presentò ella, con un quieto sorriso verso di lui « Non ho idea di quanto tempo sia passato dall’ultima volta che mi hai visto... ma sono proprio io. » specificò, necessariamente incerta a tal riguardo, benché, in effetti, egli avesse ad apparire addirittura più giovane di quanto non lo ricordasse essere « Purtroppo nel tempo del sogno anche il concetto di tempo, come quello di spazio, sono tutt’altro che assoluti. E secondo-fra-tre ne potrebbe aver approfittato per cercare di... »
« Aspetta... aspetta! » la fermò egli, levando le mani innanzi a sé, necessariamente confuso a confronto con quelle parole « Che cosa stai dicendo...?! Questo non è il tempo del sogno...! »

Midda Bontor era rimasta intrappolata per mesi all’interno della sua mente per colpa di Desmair. Mesi che, dal punto di vista della medesima erano stati addirittura anni. E anni nel corso dei quali ella aveva dovuto rinunciare a credere che tutto ciò che aveva sempre considerato realtà fosse effettivamente tale, salvo poi ritrovarsi a confronto con Be’Sihl... ed essere da lui condotta a maturare la consapevolezza dell’inganno nel quale era stata violentemente precipitata dal proprio sposo.
Questo egli lo ricordava perfettamente. Anche perché in più di un’occasione, soprattutto nei primi tempi di quella propria nuova vita, si era posto necessariamente il dubbio nel merito di quanto stesse allor affrontando, nell’eventualità che anche tutto ciò potesse essere nulla di più e nulla di meno rispetto a un elaborato inganno. Tuttavia, alla fine, Be’Sihl era stato costretto ad accettare la verità dei fatti, e la verità dei fatti di non essere più all’interno del tempo del sogno, là dove, proprio malgrado, non avrebbe potuto vantare la benché minima opportunità di controllo su quella realtà.
Il ritrovarsi, pertanto, a confronto con l’immagine di Rín che, a distanza di vent’anni e più, si stava lì riservando occasione utile a ricomparire nella sua vita, non avrebbe potuto evitare di sconvolgerlo. E sconvolgerlo nel proiettarlo violentemente a confronto con la prospettiva che nulla di tutto quello che aveva lì costruito, emotivamente, spiritualmente e fisicamente, potesse essere vero. E, peggio ancora, che neppure i suoi tre figli lo fossero...

... no.

Non avrebbe potuto essere così. Quella doveva essere la realtà.
Per forza di cose, quella doveva essere la realtà.

« Invec... » tentò di replicare la sua interlocutrice, salvo ritrovarsi a essere interrotta sul nascere dallo stesso shar’tiagho, tutt’altro che pronto a confrontarsi con qualunque argomentazione ella avrebbe potuto riservare qual propria.
« Prima che tu possa parlare, devi sapere che sono passati più di due decenni da quando mi sono risvegliato in questo mondo. » la anticipò, a chiarire le condizioni a contorno « E, credimi, non è stato facile per me accettare che questa fosse la realtà. A lungo... a lungo ho provato a trasportarmi via da qui, o quantomeno a manipolare il mondo a me circostante, per ritrovare conferma del fatto di essere ancora nel tempo del sogno. Ma non vi è stato mai successo... né in un senso, né nell’altro. Questo senza trascurare il fatto che quasi mi sono ammazzato cadendo dalle scale, e che nessuna nanotecnologia è intervenuta a rimettermi in sesto, per così come avrebbe dovuto accadere se questo fosse il mio corpo originale. E così, alla fine, non ho potuto fare altro che accettare che questa sia la realtà. » continuò a spiegare, parlando quasi senza respirare, in uno stato di crescente ansia e nella necessità di convincersi di non aver sbagliato ad agire per così come aveva agito « Una realtà diversa da quella in cui sono vissuto... e ciò non di meno la realtà. E una realtà in cui mi sono ritrovato costretto a vivere e, soprattutto, a reimparare a vivere, reinventando me stesso in un modo completamente diverso da tutto ciò che sono sempre stato. »
« ... vent’anni...?! » sussurrò l’altra, sgranando gli occhi a confronto con quel dato, e quel dato semplicemente sconvolgente, pur nell’ottica propria del tempo del sogno.
« E ora, nel giorno del matrimonio di mio figlio, tu compari all’improvviso per dirmi che nulla di tutto questo è vero...?! » protestò egli, scuotendo il capo, a rifiutare perentoriamente ogni possibile argomentazione a tal riguardo « No. Non è così che può funzionare... » insistette, storcendo le labbra « ... non è così che deve essere... »

Che quella realtà avesse qualcosa di strano, in fondo, Be’Sihl Ahvn-Qa lo aveva sempre saputo. Lo aveva capito sin da subito.
Perché, pur ammettendo che Deeh’Od potesse essersi salvata, nulla nel corso di quegli ultimi due decenni era mai andato storto, nulla era mai stato meno che perfetto, per così come neppure in un sogno avrebbe potuto essere. Troppo bello per essere vero...
Eppure... eppure per lui quegli ultimi due decenni erano stati reali. Aveva vissuto realmente quella vita. Aveva realmente amato Deeh’Od, aveva realmente amato i suoi tre bambini, vedendoli venire al mondo, vedendoli crescere, diventare grandi e, ora, addirittura, ritrovandosi pronto a celebrare il matrimonio del primo dei tre. E tutto ciò che aveva vissuto non poteva essere ignorato, non poteva essere banalizzato qual una mera illusione.
No...
... non era giusto.

« Be’Sihl… io… » esitò Rín, non sapendo obiettivamente in che termini avere a confrontarsi con tutto ciò, e con qualcosa che, obiettivamente, non aveva previsto né avrebbe mai potuto avere a prevedere, una quieta resilienza da parte sua a confronto con la verità e con una verità che pur, egli stesso, non avrebbe potuto ignorare di conoscere.

Prima che, tuttavia, il discorso potesse trovare una qualche possibilità di evolvere, in un verso o nell’altro, qualcosa di sconvolgente avvenne. E nella propria stessa occorrenza ebbe ancor più a minare ogni senso di razionalità attorno a tutto ciò.

giovedì 29 luglio 2021

3717

 

Inutile negarlo: all’alba del matrimonio di suo figlio, del suo primogenito, Be’Sihl Ahvn-Qa si ritrovò a essere travolto da un carico di emozioni persino superiore a quello che avrebbe potuto vantare di aver vissuto in occasione del proprio.
Perché se all’epoca del proprio matrimonio, la sua mente era stata distratta da ogni esitazione, da ogni dubbio, da ogni timore in relazione a Midda Bontor e alla correttezza del suo agire così facendo; a confronto con l’idea del matrimonio di Be’Loome egli non avrebbe potuto riservarsi alcuna occasione di distrazione esterna, tale da impedirgli di vivere al pieno quel momento, e di viverlo nella consapevolezza che quel fagottino che un tempo era stato capace di sorreggere con una sola mano, ormai avrebbe avuto a doversi riconoscere un uomo fatto e finito, e un uomo che in quel giorno si sarebbe sposato e, forse, di lì a un anno avrebbe potuto anche diventare a sua volta padre... facendo di lui un nonno.

... nonno Be’S...

Contando tutte le primavere che ricordava di aver vissuto sino a quel momento, e non le quaranta scarse proprie del suo attuale corpo, Be’Sihl avrebbe potuto vantare più di settant’anni: un’età persino superiore a quella che, attualmente, contraddistingueva suo padre, e un’età nella quale, quindi, ritrovarsi a essere nonno non avrebbe avuto a doverlo sorprendere minimamente. Ciò non di meno, e benché ormai lo fosse da quasi vent’anni, egli ancora a stento era in grado di riconoscersi come padre... ragione per la quale identificarsi come nonno non avrebbe potuto che disorientarlo e, forse, persino spaventarlo, a confronto con la quieta consapevolezza di quanto, ormai, nulla avrebbe più potuto turbare quella sua felice esistenza.
Non che egli, ovviamente, desiderasse perdere ciò che aveva. Non che egli, ancora, avrebbe potuto essere meno che grato agli dei per tutto quello che avevano deciso di concedergli. Ciò non di meno, e a distanza di tanto tempo, egli non aveva ancora avuto occasione di comprendere perché fosse accaduto tutto ciò. E una parte di lui, una parte chiaramente sciocca e autolesionista, continuava a temere l’eventualità del momento in cui tutto ciò sarebbe finito, avendosi a trasformare in un orrendo incubo.
Inspirando profondamente aria nei propri polmoni e, successivamente, espirandola, però, egli non avrebbe potuto mancare di ritrovare la propria serenità, razionalizzando tutto ciò come semplice ansia, e quell’ansia che pur, a differenza di Deeh’Od, non si era mai realmente concesso di vivere all’idea che il proprio primogenito fosse ormai diventato un uomo.

« Ehi... » lo richiamò la voce della sua sposa, cogliendolo alle spalle nel mentre in cui egli, osservando l’orizzonte innanzi al balcone della loro camera da letto, sembrava attendere il sorgere del sole, smarrito nei propri pensieri « ... che ci fai qui fuori...?! » gli domandò, abbracciandolo dolcemente da dietro e appoggiando le proprie labbra la centro della sua schiena nuda, in un bacio carico di dolcezza « Credevo che fossimo d’accordo con il fatto che oggi ci saremmo concentrati soltanto sul matrimonio, lasciando perdere ogni altra faccenda. » nel coglierlo lì fuori, infatti, ella non aveva potuto che equivocare il senso di tutto ciò, interpretandolo qual la frenesia propria di chi abituato a svegliarsi prima dell’alba per iniziare di buon ora a lavorare « Dai... torniamo a letto. »
« Stavo soltanto assaporando questi ultimi momenti. » sorrise egli, quasi con malinconia.
« Ultimi momenti...?! » ripeté ella senza capire, ma spostandosi un po’ preoccupata accanto a lui, per poterlo ora osservare in volto « ... perché dici così?! »
« No no. Non fraintendermi. » scosse il capo Be’Sihl, riconoscendo un pessimo abbinamento di parole per descrivere quella situazione « E’ che, dopo oggi, Be’Loome smetterà di essere il nostro bambino... e, forse, non mi ero concesso l’occasione di riflettere adeguatamente su tutto ciò prima d’ora. »
« E’ chiaro. » annuì ella, rasserenata a confronto con quelle parole « Nel momento in cui finalmente io accetto la cosa, tu decidi di iniziare ad avere dubbi a tal riguardo... » ridacchiò, aggrottando appena la fronte e tornando ad abbracciarlo « Hai sempre questo vizio di arrivare tardi alla consapevolezza delle cose. » lo stuzzicò giocosamente ella, ironizzando su quell’apparente inversione di ruoli fra loro.
« Già! » confermò egli, alzando il proprio mancino solo per avere a ricambiare l’abbraccio di lei, stringendola con dolcezza al proprio corpo e restando ancora a contemplare il paesaggio innanzi a loro, nel mentre in cui i primi bagliori del nuovo giorno, finalmente, si mostravano all’orizzonte.

Ovviamente, e a dispetto di quanto suggerito dalla sposa, Be’Sihl non ebbe a tornare a letto. E, in effetti, neppure la stessa Deeh’Od, la quale, in fondo, avrebbe avuto a doversi riconoscere non meno abituata rispetto al marito ad anticipare il nuovo sole per dedicarsi, quotidianamente, a tutti i lavori necessari a compiersi. Così, nell’essere entrambi svegli, e nell’avere necessità, comunque, di assicurarsi che tutto potesse essere pronto per ospitare la grande festa che avrebbe fatto seguito alla celebrazione nuziale, i due capifamiglia ebbero a rivestirsi e a iniziare quella nuova, speciale giornata secondo gli orari consueti, seppur non secondo le consuete faccende.
E tre ore più tardi, quando ormai tutto era stato predisposto e verificato, nonché riverificato, almeno un paio di volte, non poterono fare altro che avere a prepararsi effettivamente alla cerimonia, salire sul proprio carro insieme a Be’Rishil e Ras’Nihca, ed avviarsi alla volta del tempio ove sarebbe stato celebrato il rito. Un rito che, per la cronaca, non sarebbe stato certamente più breve del loro, avendo a prevedere, in effetti, addirittura due divinità in più rispetto a quelle che avevano benedetto la loro unione, benché tanto Be’Loome, quanto Reh’ashja si sarebbero ben volentieri accontentati di qualcosa di decisamente più modesto.

« Be’Sihl...?! »

E fu nel mentre in cui egli attendeva in corrispondenza dell’ingresso esterno del tempio l’arrivo dei suoi genitori, di suo fratello Be’Dorth e di tutti i suoi altri fratelli e sorelle, nonché relativi genitori e parenti assortiti, che una voce ebbe a costringere il suo cuore a perdere un battito o due, sorprendendolo come neppure l’apparizione dell’intero pantheon dei propri amati dei avrebbe mai potuto riservarsi occasione di fare.
Perché erano obiettivamente passati più di due decenni dall’ultima volta che aveva avuto occasione di ascoltare quella voce. E, soprattutto, non avrebbe mai potuto attendersi di avere nuovamente possibilità di ascoltarla. Benché, non per questo, avrebbe potuto dimenticarla.
Una voce che, in un sol istante, sembrò in grado di strapparlo dal proprio presente, dalla propria vita attuale, e da tutto ciò che egli conosceva e riconosceva come vita, per precipitarlo nel proprio passato, e in quel passato mai dimenticato ma al quale, necessariamente, aveva dovuto rinunciare a confronto con l’evidenza del presente, e di un presente che non avrebbe potuto permettergli occasione per tornare indietro.
Una voce che egli aveva imparato ad amare. Che egli amava. E che, malgrado tutto, non aveva mai smesso di amare, malgrado quegli ultimi vent’anni e tutto il più sincero sentimento da lui provato nei riguardi di Deeh’Od Eehl-Ei e dei loro, meravigliosi figli.
La voce di...

« ... Midda...?! »

Un gemito, il suo, che, soffocato dalle emozioni, non riuscì a lasciare il limite proprio delle sue labbra, risuonando in ciò pressoché incomprensibile per chiunque, inclusa la figura alle sue spalle, verso la quale egli ebbe allora prontamente a voltarsi per incontrare quei due occhi color ghiaccio che tanto bene conosceva.