11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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il Diario - l'Arte

News & Comunicazioni

Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

domenica 24 ottobre 2021

3803

 

A prima vista Orzloh Nevsit avrebbe potuto essere considerato un giovane ventenne come tanti altri. E, a conti fatti, Orzloh Nevsit era un giovane ventenne come tanti altri.
A rendere speciale Orzloh Nevsit anche innanzi al proprio stesso giudizio avrebbe avuto a dover essere intesa la sua appartenenza alla Progenie della Fenice. In un diritto, o forse un dovere, che tuttavia egli non aveva “meritato”, quanto e piuttosto “ereditato” dai propri genitori, così come loro lo avevano ereditato a propria volta dai loro genitori, in una lunga linea di sangue l’origine della quale avrebbe avuto a perdersi nella Storia.
Orzloh Nevsit era fiero di appartenente alla Progenie della Fenice. Non avrebbe potuto essere altrimenti, in verità. Sin da quando era nato, Orzloh Nevsit era stato cresciuto nel rispetto della dottrina della Progenie della Fenice, plasmando la propria visione del mondo su quella propria della Progenie della Fenice e null’altro ritrovando ragione di concepire al di fuori di ciò. Anche perché, se pur qualcuno l’avrebbe potuto considerare una sorta di fanatico religioso, Orzloh Nevsit era certo di non esserlo.
Così come lo erano stati i suoi genitori prima di lui, e i loro genitori ancor prima, e così come, alla fenice piacendo, un giorno lo sarebbero stati anche i suoi figli, e i figli dei suoi figli, quanto Orzloh Nevsit era altro non avrebbe avuto a dover essere inteso se non un combattente. E un combattente animato da una giusta causa. Giusta quanto avrebbe sol potuto esserlo la difesa dell’intero Creato dalla minaccia di Anmel Mal Toise, e di qualunque suo oscuro seguace.
Quanto, tuttavia, distingueva Orzloh Nevsit dai suoi genitori, e dei loro genitori ancor prima, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il contesto storico. E un contesto storico che proprio allo stesso Orzloh Nevsit aveva riservato la sventurata occasione di coesistere con Midda Namile Bontor... con colei che, nella propria incommensurabile stolidità, aveva reclamato il retaggio della Portatrice di Luce e dell’Oscura Mietitrice, diventando l’Erede di Anmel Mal Toise, la nuova Regina.
Pochi, pochissimi, prima di quella donna, e di quell’insopportabile donna, erano stati in grado di rintracciare il luogo ove la Progenie della Fenice aveva celato la corona di Anmel Mal Toise. E nessuno, prima di quella donna, e di quell’assurda donna, era stato in grado di superare le improbe prove atte a permettere di conquistare quel tesoro e il suo retaggio.
Indubbio, in tal senso, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quanto Midda Namile Bontor fosse stata in grado di cogliere in contropiede la Progenie della Fenice. Forse, se soltanto i secoli non avessero offerto l’erronea impressione che la questione con Anmel Mal Toise potesse essere stata del tutto archiviata, essi avrebbero avuto a riservarsi maggiore premura nel prevenire il sorgere di un Erede. Ma, obiettivamente, di tutta la sua linea di sangue, Orzloh Nevsit era stato il primo a essere effettivamente richiamato alle armi, dopo che, per secoli, millenni addirittura, la medesima appartenenza alla Progenie della Fenice era parsa divenire più una questione di effimera morale anziché di concreta pratica.
Midda Namile Bontor, tuttavia, aveva completamente rovesciato ogni equilibrio precedentemente venutosi a creare, ogni falso senso di sicurezza che il tempo aveva voluto imporre loro, imponendo alla Progenie della Fenice di ridestarsi prepotentemente dal proprio sonno, di riorganizzarsi, e di tornare, ancora una volta, a schierarsi per la difesa del Creato nel confronto con quella devastante minaccia.
Così era stato anche per Orzloh Nevsit. Il quale, ritrovatosi costretto ad abbandonare la bottega del falegname nel quale stava apprendendo abilmente un mestiere, e un mestiere che lo avrebbe portato un giorno a sperare di aprire una propria bottega, aveva dovuto imbracciare le armi tramandate di padre in figlio dalla notte dei tempi sino a lui, nel momento in cui sul lato sinistro del suo petto, in corrispondenza del suo cuore, era improvvisamente apparso il marchio della fenice, ed era apparso accompagnato da un dolore lancinante, e il dolore che avrebbe potuto essere per lui proprio nel momento in cui tale immagine gli fosse stata impressa a fuoco nelle carni, benché nessun ferro rovente gli fosse mai stato rivolto contro. Tale era il segnale. Tale era il richiamo utile a convocare alla guerra tutti i membri della Progenie della Fenice, ovunque sparsi nel mondo. E, ubbidendo a tal richiamo, Orzloh Nevsit aveva abbandonato la vita che pur stava cercando di costruirsi per rispondere a quel dovere, a quella missione voluta da una forza superiore persino a quella degli dei tutti.
In quei giorni, Orzloh Nevsit, come tutti i compagni e le compagne dei quali si era ritrovato a essere circondato, in una nuova, straordinaria famiglia, non avrebbe potuto che riconoscersi necessariamente confuso nel merito di quanto stesse succedendo. Perché se da un lato l’euforia non avrebbe potuto che contraddistinguere il successo da loro riportato nel catturare, alfine, l’Erede, e nel condurla sino a lì, dall’altro nessuno di loro avrebbe potuto comprendere le ragioni per le quali ella non stava venendo sigillata per i secoli a venire, per così come, in fondo, tutti loro erano certi sarebbe avvenuto, unica, giusta conclusione per quella già sufficientemente spiacevole vicenda.
Certo: Orzloh Nevsit non aveva mai avuto nulla a che fare, direttamente, con Midda Bontor, ragione per la quale difficile sarebbe stato presumere che ella potesse meritare la morte innanzi al suo giudizio.
Ma laddove ella era l’Erede, quale altro fato avrebbe mai potuto confarle?! Non erano forse sufficienti i danni che ella aveva già prodotto sino a quel momento, nel riversare nel mondo dei vivi una nuova schiera di non morti e di non morti quali mai si erano veduti in passato?! Non era forse sufficiente il controllo che ella aveva già assunto sulla città di Kriarya e, in parte, su quella di Lysiath, elevandosi a furor di popolo a quel ruolo di regina già proprio della sua predecessora?! Cos’altro avrebbe avuto a servire loro per decidere di condannarla...?
Eppure i loro capi avevano giudicato necessario attendere. Avevano voluto concedersi la possibilità di dialogare con lei, con l’Erede in persona. E a Orzloh Nevsit, così come a tutti i suoi compagni e compagne, null’altro avrebbe potuto essere allor concesso di fare se non dimostrare pazienza, attendendo l’evolversi di quella situazione.
Sperando che nulla, tuttavia, avesse a riservare loro ragione di pentimento per quella scelta...

« Uhm...?! »

Ad attrarre l’attenzione di Orzloh Nevsit, in quella giornata come altre, fu un suono sordo, simile alla caduta di qualcosa di pesante su un suolo morbido, qual del resto era, in molti punti, il pavimento in terra battuta sotto i loro piedi, in quel complesso sotterraneo.
Egli non avrebbe potuto considerarsi certo di aver udito effettivamente quel suono. Ciò non di meno, e nell’assenza di alternative migliori con le quali avere a occupare il proprio tempo, decise di indagare nel merito di ciò, muovendosi quindi con attenzione a comprendere cosa mai potesse aver generato un simile tonfo. E se nei corridoi nulla apparve evidente, là dove, fra l’altro, i pavimenti in pietra difficilmente avrebbero potuto giustificare quanto da lui allor udito; più probabile avrebbe avuto a dover essere intesa l’origine di tale suono da una delle varie stanzette laterali, per lo più, a quel livello superiore, lasciate comunque vuote o adibite a estemporanei magazzini, per il parcheggio di quanto, pur, destinato a essere stoccato più in basso.
Fu proprio nel muovere il proprio interesse verso tali zone che, allora, egli ebbe occasione di cogliere una più che corretta ragione per gridare l’allarme. E di coglierla nella presenza tutt’altro che piacevole, di un branco di non morti, e di un branco di non morti spuntati da chissà dove ma, improvvisamente, presenti all’interno della loro area, e di quell’area che già tanto sforzo aveva valso loro in passato per essere bonificata da simile, negromantica, piaga.

« Alle armi! Alle armi! » urlò pertanto, per richiamare l’attenzione di chiunque potesse udirlo, nel mentre in cui, senza indugio alcuno, ebbe a sfoderare la propria spada « Fratelli e sorelle della Progenie... a me! »

sabato 23 ottobre 2021

3802

 

Har-Lys’sha non avrebbe potuto asserire di possedere, in fede, alcuna particolare motivazione per porsi in antagonismo a quei non morti. Ella non aveva avuto con loro alcun rapporto quando erano in vita, né mai avrebbe potuto averne nel considerare le diverse epoche nel corso delle quali erano vissuti. Ed ella non avrebbe potuto neppure disapprovarne l’esistenza allo stato attuale delle cose, avendo, a buon titolo, persino a trovare gradevole la loro quieta presenza, rispetto alla maggior parte delle altre creature e, più in generale, alla maggior parte delle civiltà.
Per chi dotata come lei di un sensibilissimo udito, in fondo, qualunque genere di aggregazione civilizzata non avrebbe potuto ovviare a sottoporla a una difficile prova di sopportazione, e una prova di sopportazione che, in fondo, ella si era abituata ad affrontare sin dalla propria più tenera età, al pari di qualunque ofidiano, o feriniano, o canissiano... o altro esponente di diversa specie contraddistinta da un eguale sensibilità uditiva. E se già abbandonare i mondo fra le stelle, nei quali era nata e cresciuta, in favore di quella realtà così primitiva era stato indubbiamente utile a rimuovere da quell’assordante equazione molto frastuono, anche in quel mondo, anche nelle sue città, non avrebbe potuto mancare ragione di che scoprirsi stanca e provata. Ma in quella necropoli, e in quella necropoli predominata dalla morte e, soprattutto, dai non morti, ella non avrebbe potuto che scoprirsi piacevolmente rasserenata, e rasserenata dal silenzio a lei circostante, e quel silenzio finalmente realmente riconoscibile in quanto tale. In ciò, quindi, ella non avrebbe avuto a poter muovere alcuna personale accusa a discapito di quelle presenze, e di quelle presenze che, sotto molteplici aspetti, avrebbero avuto quindi a doversi intendere persino più gradite rispetto agli uomini e alle donne della Progenie della Fenice.
Proprio malgrado, però, in quel particolare momento, in quel particolare contesto, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a muovere le proprie armi in contrasto a quegli zombie, riversando contro tutta la propria più genuina violenza nella necessità di aprire la via innanzi a sé. Una sfida, comunque, impari, quella in siffatta maniera formulata, a confronto con la quale ella non avrebbe mai potuto avere a concedersi possibilità di sconfitta, a meno di qualche improbabile errore, fosse anche e soltanto per la differenza di velocità fra gli uni e l’altra. Una lentezza, quella intrinsecamente propria degli zombie, che già avrebbe potuto facilitare la vita di qualunque antagonista umano e che, innanzi a un’ofidiana non avrebbe potuto che risultare a dir poco intollerabile. E a ben vedere, anzi, se soltanto ella non avesse avuto a doversi preoccupare anche allo scopo di liberare la via al proprio amato Howe, forse avrebbe potuto anche pensare di scivolare impunemente fra quelle creature, sospingendosi al proprio obiettivo senza colpo ferire.
La propria premura verso il proprio compagno d’armi, comunque, non avrebbe avuto a doversi riconoscere sol limitata al non risparmiare allora i propri colpi a discapito dei loro estemporanei antagonisti, quanto e piuttosto a premurarsi costantemente di non averlo a lasciare troppo indietro rispetto a sé, là dove, in quell’oscurità, ella ne era consapevole, egli non avrebbe più potuto avere alcuna possibilità di orientarsi. E così, allorché raggiungere nel minor tempo possibile la propria metà, ella non mancò di accertarsi, costantemente, che Howe fosse dietro di lei, rallentando quando necessario in termini utili da ridurre la propria efficacia ed efficienza combattiva a livelli adeguati a quelli dell’uomo da lei comunque amato, impegnandosi, in ciò, a non lasciarlo trasparire, per così come era certa che, altrimenti, avrebbe rappresentato un duro colpo per il di lui amor proprio.

« Siamo arrivati. » comunicò alfine, raggiungendo il muro da lei individuato come potenziale via di accesso ai sotterranei controllati dalla Progenie della Fenice.
« Dove... di grazia?! » domandò Howe, non riuscendo a comprendere quanto ella desiderasse allor intendere e non desiderando neppure avere più a consentire troppi sottintesi fra loro, a confronto con l’evidenza del risultato degli ultimi.
« Dobbiamo abbattere la parete davanti a noi. » spiegò quindi, sempre e soltanto in un alito di voce « Non potremo evitare di fare rumore, ma una volta aperto il passaggio, anche gli zombie si riverseranno lì dentro e la Progenie della Fenice sarà troppo impegnata con loro per avere a interessarsi di noi, non sapendo neppure della nostra esistenza. »

Una tattica sicuramente ardita, quella così elaborata dalla giovane donna rettile, a confronto con la quale, certamente, sarebbe stato ormai tardi ipotizzare di ritirarsi. Tuttavia, in assenza di alternative migliori, anche quell’idea ardita avrebbe avuto il proprio indubbio valore innanzi al giudizio di Howe, il quale, dopotutto, qual vecchi compagno d’armi di Midda Namile Bontor non avrebbe potuto certamente negare di essersi dovuto impegnare in molte, altre, egualmente ardite tattiche, e tattiche in grazia alle quali non aveva mai mancato di riportare a casa la propria pellaccia brunita.
Per questa ragione, quindi, egli non ebbe a sollevare alcuna obiezione innanzi a tutto ciò, benché, a conti fatti, la via individuata da Lys’sh avesse a doversi intendere tutt’altro che diretta per conseguire i propri scopi. E con buona pace di ogni prudenza, ebbe a schierarsi accanto all’amata, pronto a compiere quanto sarebbe stato necessario.

« Vado...?! » domandò egli, appoggiando il palmo della propria sinistra sulla parete innanzi a loro.

E Lys’sh, che ben conosceva le potenzialità dell’amato e, soprattutto, ben aveva compreso lo spessore di quella parete e la resistenza che essa avrebbe potuto offrire alla di lui sollecitazione, tenendone accuratamente conto in quella che non avrebbe avuto di certo a doversi fraintendere qual una scelta potenzialmente suicida a loro discapito; si limitò inizialmente soltanto ad annuire, salvo poi rendersi conto di quanto quel suo gesto non avrebbe potuto che passare inosservato alla di lui attenzione, spingendola a una soluzione decisamente più diretta...

« Vai! » confermò verbalmente.

Il braccio sinistro di Howe, o, per lo meno, quello con il quale egli era nato e cresciuto, gli era stato negato diversi anni prima a opera della crudeltà di Nissa. Ciò non di meno, chiunque in quel momento avesse avuto occasione di osservarlo, non avrebbe avuto possibilità di comprendere quanto accaduto, di cogliere l’evidenza di quella mutilazione, là dove, se qualcosa di buono egli aveva riportato dal proprio breve viaggio nelle vastità siderali, tale avrebbe avuto a dover essere intesa una protesi di ultima generazione: non un braccio da lavoro, come quello che, al contrario, Midda Bontor aveva preferito mantenere, dopo esserselo visto impiantare all’interno di un carcere come strumento utile a garantire la sua efficienza ai lavori forzati; quanto e piuttosto una fedele replica meccanica dell’arto perduto, il movimento della quale era sì garantito da piccoli servomotori alimentati da un nucleo all’idrargirio al pari di quelli della Figlia di Marr’Mahew, ma che, nella propria superficie esterna era stata ricoperta di un tessuto artificiale in tutto e per tutto assimilabile alla pelle umana, tanto da un punto di vista passivo, quanto e ancor più da un punto di vista attivo. Un surrogato perfetto del suo perduto arto, quindi, che gli aveva restituito la propria piena indipendenza, oltre che tutta la propria integrità fisica, in termini incontrovertibilmente piacevoli e, per l’appunto, addirittura migliori a confronto con quelli ricercati dalla propria vecchia amica per se stessa. Ovviamente, la differenza fra il suo arto e quello di Midda, avrebbe avuto a dover essere inteso anche dal punto di vista delle prestazioni e delle prestazioni in termini di forza: forza, quella della donna guerriero, che in grazia a tale protesi era cresciuta in maniera smisurata, ma che, al contrario, per lui era rimasta quasi normale...
... quasi laddove, comunque, in momenti di necessità, egli avrebbe potuto concedersi occasione di sollecitare in maniera maggiore i propri servomotori, per garantirgli quella spinta in più necessaria, a esempio, a far crollare un antico muro di pietra.

venerdì 22 ottobre 2021

3801

 

… soprattutto nel momento in cui, allorché affrontarli in maniera consapevole e moderata, essi avrebbero avuto a presentarsi qual un’imprevista sorpresa a margine di una già tanto spiacevole situazione, e in una situazione nella quale, oltretutto, non avrebbe neppure potuto mettersi a gridare, imprecando il nome di qualche dio o dea secondo l’ispirazione del momento.

“Eddai... non può essere vero!”

Tardiva fu la comprensione di Howe nel merito di quanto Lys’sh aveva cercato di dirgli. Perché in quei gesti, e nei gesti attraverso i quali ella era convinta di avergli trasmesso una visione quanto più possibile precisa del pericolo che avrebbe avuto a correre passando da lì sotto; egli aveva frainteso un suggerimento, da parte sua, nel merito della necessità dover giungere alle spalle dei propri antagonisti mentre essi erano così impegnati in chiacchiere, tramortendoli prima che potessero avere a offrire qualunque genere di allarme, in quella che, per carità, aveva giudicato essere una premura probabilmente eccessiva e a confronto con la quale, tuttavia, non si sarebbe tirato indietro, nel ben valutare quanto, con un diverso approccio al problema, sicuramente le loro possibilità di successo, e di un successo da conseguirsi in maniera rapida e discreta, sarebbero aumentate rispetto a un confronto frontale.
Solo uno stretto cono di luce avrebbe avuto a doversi intendere tutto ciò che gli stava venendo concesso dalla situazione attuale per potersi proteggere dagli attacchi di quei nemici. E dagli attacchi di quei nemici fra i quali egli era in tal maniera piombato, lasciandosi calare, forse un po’ troppo audacemente, dall’alto. Uno stretto cono di luce a confronto con il quale la sua lama dorata ebbe allor a scintillare vivacemente accanto al suo impegno volto a respingere ogni non morto contro di lui avesse allor a proiettarsi, infierendo senza pietà alcuna contro le loro carni mummificate e, ancor più, contro le loro ossa. In effetti, egli non avrebbe avuto a dimostrare pietà neppure in contrasto ad avversari mortali, ove si fosse trovato in una situazione equivalente circondato non da zombie quanto e piuttosto da comuni antagonisti umani, ragione per la quale, certamente, non avrebbe avuto a riservarsi occasione di freno in contrasto a corpi defunti da secoli e lì rianimati soltanto in grazia alla negromanzia.
E se pur, così facendo, egli avrebbe potuto concedersi una certa possibilità di resistere a quella situazione decisamente avversa, al tempo stesso non avrebbe neppure avuto possibilità di eludere quella trappola letale, e quella trappola letale nella quale era andato a calarsi di propria, incosciente ma spontanea, iniziativa, fosse anche e soltanto nell’assenza di qualunque possibilità utile a orientarsi e a orientarsi in direzione di quella che avrebbe avuto a dover essere intesa la giusta direzione verso la quale proseguire... direzione allor quantomai distante da ogni possibilità di riconoscimento all’interno di quelle tenebre, e di quella negromantica bolgia.
Fortunatamente per lui, in tutto ciò egli non avrebbe avuto a doversi fraintendere solo. E per quanto, all’occorrenza, il fraintendimento intercorso fra loro avrebbe avuto certamente a doversi intendere spiacevole, soprattutto per la letale minaccia in contrasto alla quale si era inconsapevolmente sospinto; Lys’sh non avrebbe mai avuto a lasciarlo solo lì sotto, per così come anche egli stesso era certo ella non avrebbe tardato a prendere posizione.
Ciò avvenne, e avvenne, in verità, non più tardi di una manciata di istanti dopo il suo arrivo lì sotto. Una manciata di istanti nel corso dei quali, ovviamente, egli non si era potuto negare confronto con quegli zombie, respingendoli, mutilandoli, smembrandoli nel colpire pressoché alla cieca; e, ciò non di meno, soltanto una manciata di istanti, tempo utile alla stessa per avere a lasciarsi calare dietro di lui lungo quel medesimo cammino verticale.

« Dobbiamo aprirci la via verso settentrione... » sancì ella, con poche, misurate parole praticamente sussurrate, a indicare al compagno il giusto percorso.
« ... e poi dobbiamo parlare della tua capacità di mimare gli zombie. » non riuscì a negarsi occasione di puntualizzare egli, in una frase obiettivamente inutile in quel momento, e che avrebbe potuto quietamente risparmiarsi a confronto con la necessità di mantenere il maggior silenzio possibile, e, ciò non di meno, in una frase che non ebbe a trattenere, in scherzosa polemica verso la donna amata.

Nella necessità di riuscire a mantenere una certa discrezione nel merito della loro presenza in quel luogo, onde evitare di porre in allarme i propri antagonisti, il fatto che i propri attuali avversari avessero a dover essere identificati quali zombie non avrebbe potuto che deporre a loro favore.
Perché, con buona pace di qualunque possibile stereotipo cinematografico che anche la stessa Lys’sh avrebbe potuto vantare qual proprio, nelle fantasiose interpretazioni del concetto di zombie a confronto con le quali, in passato, si era ritrovata posta innanzi; in quel mondo gli zombie avrebbero avuto a doversi riconoscere decisamente silenziosi... terribilmente silenziosi, nel considerare quanto non soltanto avrebbe avuto a dover essere negata loro la possibilità di un cuore battente o di un petto respirante, ma anche e soltanto la necessità di emettere suoni, prerogativa propria di chi, piuttosto, interessato a comunicare, in termini che pur non avrebbero avuto a riguardare tali creature.
Così, fatta eccezione per il suono delle ossa infrante e delle membra mutilate, nonché, ovviamente, del respiro proprio di Howe e di Lys’sh, nessun altro genere di rumore avrebbe potuto attrarre interessi sgraditi da parte della Progenie della Fenice: non versi di dolore, inesistenti da parte di chi incapace a provare qualunque genere di sensazione; non il clangore delle armi, là dove le sole lame in azione avrebbero avuto a dover essere giudicate proprio quelle dei due amati.
Ovviando, comunque, a rispondere in quel momento, là dove, dopotutto, avrebbe dovuto anzi impegnarsi a cercare di contenere più possibile quella pur giustificabile volontà polemica da parte sua, la giovane ofidiana si limitò a indicare la direzione entro la quale avrebbero avuto a doversi muovere, e a indicarla con il proprio stesso corpo, intraprendendo tale percorso e facendo del tutto affidamento sul fatto che, dietro di lei, egli non avrebbe mancato di restarle vicino, assicurandosi che alcuna minaccia potesse averla a raggiungere dal lato posteriore nel mentre in cui, necessariamente, ella si poneva impegnata ad aprire la via sul fronte anteriore.
Howe, dal canto suo, già più che appagato dall’essersi riservato quel giusto apostrofo nel merito di quanto accaduto, non si volle concedere ulteriore insistenza, almeno per il momento, a tal riguardo, posticipando a momenti migliori quel pur necessario beffeggiamento a di lei discapito per il sicuramente involontario scherzo che ella gli aveva riservato. E, sopperendo perfettamente al ruolo a lui da lei tacitamente riservato, egli non mancò di avanzare, e di avanzare seguendola in maniera puntuale, quasi ricalcando le di lei orme a ogni singolo, nuovo passo dal lei compiuto. Necessità, la sua, non soltanto derivante da quello specifico contesto di negromantico assedio, o, anche, dall’amore da lui provato verso di lei, quanto e piuttosto dalla semplice evidenza di quanto, lì sotto, sarebbe stato semplicissimo per lui avere a smarrire il contatto con lei se soltanto avesse permesso a più di un piede di distanza di separarli, tanto per l’affollamento di zombie attorno a loro ma, ancor più, per le tenebre lì imperanti. E quelle tenebre che egli non era minimamente in grado di superare con il proprio sguardo.
Al contrario rispetto a lui, Lys’sh non avrebbe avuto ad accusare alcuna difficoltà di orientamento in quell’oscurità, là dove, anzi, la propria percezione della realtà a lei circostante avrebbe potuto intendersi quantomai precisa in quel momento. E precisa in termini tali da permetterle di individuare e riconoscere il punto preciso oltre il quale avrebbero potuto concedersi di ricongiungersi all’altro sotterraneo, e al sotterraneo allo presidiato dalla Progenie della Fenice. Un passaggio, il loro, sol ostacolato allora dalla presenza di una parete di pietra, e una parete di pietra che avrebbero avuto a dover rimuovere per giungere a destinazione.