11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Con l'episodio 2925, inizia oggi una nuova avventura della nostra serie regolare, la cinquantasettesima, dal titolo "Un bagliore di speranza"!

Questa avventura, oltre a ricollegarsi a "Il tempo del sogno", tornerà, nella propria ambientazione iniziale e in diversi, necessari riferimenti, alla seconda avventura della serie
"Reimaging Midda".
Ergo, per chi dovesse avere piacere ad approfondire i retroscena, l'invito non può che essere a recuperare "Camminando sui vetri rotti".

Per tutti gli altri, come di consueto... buona lettura!

Sean, 29 maggio 2019

martedì 25 giugno 2019

2952


Il tramonto, in ciò, ebbe a rappresentare per tutti un’occasione di estemporanea tregua, utile a permettere, a entrambe le parti, di concedere riposo alle stanche membra dei sopravvissuti, di fare la conta dei morti, bruciandone i cadaveri prima che questi potessero avere possibilità di ritornare alla vita, e di ritornare alla vita in termini nei quali alcuno avrebbe avuto piacere a incontrarli, e, soprattutto, di pianificare l’operato per il giorno successivo. Una fase, quest’ultima, nel merito della quale troppo facile sarebbe stato ritenere un impegno non poi così marcato da parte di coloro i quali avrebbero avuto a prendere simili decisioni, nel considerare come, in fondo, in quell’angolo di mondo, il tempo sembrava essersi fermato e, malgrado il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni, e l’alternarsi di intere generazioni impegnate su quel confine, nulla avrebbe avuto apparentemente a poter mutare, e a ogni nuova alba tutto sarebbe ricominciato esattamente secondo le dinamiche proprie del giorno precedente.
Una tregua quasi obbligata, quella propria del tramonto, giacché alcuno, fossero figli di Kofreya, fossero figli di Y’Shalf, o fossero figli di madre ignota, avrebbe avuto piacere a restare là fuori nella notte, e a restare là fuori in compagnia di coloro i quali avrebbero potuto animare quelle notti. Che li si volesse definire gula, secondo la pronuncia kofreyota, piuttosto che ghūl, seguendo altresì quella y’shalfica, le creature che, calate le tenebre, avrebbero preso il posto dei soldati in quel confine di guerra non avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual antagonisti piacevoli, né, tantomeno, quel genere di compagnia con la quale qualcuno avrebbe potuto augurarsi di avere occasione di intrattenersi. Attratti dall’odore del sangue, inebriati dal sapore proprio del dolore dei moribondi e bramosi di carne umana, i gula o ghūl che dir si sarebbe voluto, avrebbero lì imperversato sino ai primi raggi della nuova alba, quando il sole li avrebbe ricacciati ovunque avesse a doversi riconoscere il loro rifugio, il loro covo, cercando, in quelle ore di oscurità, occasione di nutrimento, in qualche sventurato soldato rimasto indietro, o, all’occorrenza, in qualche cadavere dimenticato. E guai a coloro i quali fossero lì stati sorpresi da quel branco di bestie affamate: in loro contrasto, anche la violenza più brutale, anche le armi più affilate, avrebbero potuto poco, perché, ad animare l’incedere di quei mostri alcuno spirito di conservazione sarebbe stato riconoscibile, non in misura maggiore a quello proprio di un branco di zombie, benché, a differenza di questi ultimi, i gula possono morire… con tanto impegno, con tanta fatica, ma possono comunque morire.
Date simili premesse, in un tale contesto, solo un idiota non avrebbe fatto rapido ritorno al proprio accampamento, nel rinunciare alla sicurezza là offerta, al ristoro e al riposo lì presentato, nel preferire piuttosto restare lì fuori, non tanto ad affrontare i gula quanto, e addirittura, a volerli studiare. E, a dirla tutta, in quegli ultimi tre giorni, di idioti su quel confine di guerra, avrebbero avuto a potersene contare addirittura cinque: una donna dai capelli color del fuoco e dagli occhi color del ghiaccio, un biondo belloccio e muscoloso, uno shar’tiagho dallo spirito affilato forse più della spada, e due giovani i quali, nella propria bellezza e nella propria straordinaria fisicità, avrebbero avuto sicuramente a rappresentare l’esemplificazione perfetta di quanto l’incrocio fra diverse etnie avrebbe potuto sol produrre i frutti migliori, figli dei regni desertici centrali, sì, da parte di padre, così come la bronzea pelle non avrebbe potuto ovviare a rendere evidente, e pur, di madre forse kofreyota, forse tranitha, forse y’shalfica… e comunque allor utile a donar loro, appunto, quella bronzea pelle, in luogo al manto color della notte proprio del loro illustre genitore.
… sì… insomma: i cinque idioti avremmo dovuto essere riconosciuti proprio noi!

« Stiamo tutti bene…?! » domandai, al calar del sole, quando, per l’appunto, i due eserciti avversari iniziarono a ritrarsi e soltanto noi ci ritrovammo, in tal maniera, lì apparentemente smarriti, nonché necessariamente ansimanti, almeno nel mio caso personale, in conseguenza alla nuova lunga, lunghissima, ed estenuante giornata appena trascorsa « … accidenti: da queste parti le… mmm… come potreste dire “palestre”?!... vabbè… dicevo, da queste parti non vi serve proprio preoccuparvi di fare esercizio fisico: ho bruciato così tante calorie nelle ultime ore da farmi sentire autorizzata a mangiare come una fogna nei prossimi tre mesi! »
« “… mangiare come una fogna…”?! » ripeté Howe, aggrottando appena la fronte nel confronto con quel modo di dire, che avevo cercato di riadattare nella lingua locale, commettendo, forse, un errore nella scelta di qualche termine o nella composizione finale della frase « Cosa intendi dire…? Perché mai dovresti mangiare come una fogna…?! » mi guardò con serio sospetto, nonché con un certo disgusto, evidentemente non apprezzando l’immagine così rievocata.

In effetti, come già avrebbe potuto accadere nel tentare di tradurre letteralmente alcuni modi di dire da una lingua all’altra nel mio mondo natio, non sempre la resa finale avrebbe avuto a doversi considerare comprensibile o, eventualmente, apprezzabile: basti pensare quanto l’italiana “pioggia a catinelle”, in inglese abbia a diventare “piovono gatti e cani”… con ben poco riguardo per le bestie in questione.
Così, non senza darmi della stupida, non potei allor ovviare a rimproverarmi per aver connesso il cervello con qualche istante di ritardo, e qualche istante di ritardo allor atto a concedermi di dire una frase che, decontestualizzata, avrebbe potuto farmi apparire animata da qualche insalubre intento coprofago. E, subito, ebbi a scuotere il capo e a sollevare le mani, a tentare di arginare la questione…

« E’ solo un modo di dire del mio mondo… si usa per indicare chi mangia senza ritegno, ingurgitando qualsiasi cibo gli venga posto innanzi! » tentai di esplicitare, a contenere l’equivoco.
« “… qualsiasi…”?! » incalzò l’altro, continuando a guardarmi con stranito sospetto e sempre più palese disgusto nei miei riguardi « Per Lohr… ringrazio gli dei tutti di non essere io a baciare quelle labbra, a questo punto! » sottolineò, riservandomi tutto il suo più marcato dissenso all’idea di avere in qualche modo a che fare intimamente con me.
« Howe! » protestai, per un momento spaventata all’idea del fraintendimento che, da quella semplice frase, poteva star venendo in tal maniera alimentato… salvo, ancora una volta, collegare il cervello con qualche istante di ritardo, e solo allora comprendere quanto, alla base di quel botta e risposta, altro non avesse a doversi intendere che il suo divertito desiderio di prendersi giuoco di me, in termini a confronto con i quali stavo chiaramente più che collaborando, a mia insaputa.

E proprio nel mentre in cui, entro i confini del mio allor chiaramente rallentato intelletto, ebbi a maturare consapevolezza nel merito dello scherzo del quale mi ero resa destinataria, il mio interlocutore non poté mancare di scoppiare a ridere fragorosamente, accompagnato da un sommesso sghignazzare a opera di H’Anel e M’Eu, i quali, lì prossimi, avevano assistito alla scena senza pensare di intervenire…
… infami!

« Howe! » ripetei, ora con tono a metà fra il divertito, l’arrabbiato e l’imbarazzato, nel capire quanto, posta innanzi a quelle risate, egli avesse avuto modo di guidarmi in quel giuoco a mio discapito non diversamente rispetto a quanto non fosse solito riservare al proprio fratello d’arme e di vita.
« Ti avevo capita sin da subito… » ammise egli, scuotendo appena il capo a cercare di lasciar scemare l’ilarità che ancora stava caratterizzando le sue parole e il suo volto « … ma non ho potuto evitare di cogliere l’occasione al volo per divertirmi un po’ a vederti imbarazza! »
« E voi due cosa avete da ridacchiare…?! » mi rivolsi allora verso i due figli di Ebano, accigliandomi con fare inquisitore a loro discapito « Avreste potuto intervenire subito e siete rimasti zitti! Accidenti a voi! » li rimproverai, pur non potendo, ovviamente, non capire e giustificare la loro posizione e il loro divertimento a confronto con tutto quello… dopotutto me l’ero cercata!

lunedì 24 giugno 2019

2951


Al di là di simili gratuite recriminazioni, tuttavia, difficile sarebbe stato per me potermi ergere a giudice della mia controparte, soprattutto a confronto con l’evidenza di quanto, da parte mia, non avessi poi agito in termini migliori… anzi! Con manifesta stolidità, anche io avevo lasciato il mio “Ebano”, per inseguire la mia missione, e, in ciò, per concedere un senso alla mia vita e a quella vita che sino a quel momento, malgrado il suo amore, malgrado la sua tenerezza, malgrado la sua straordinaria virilità, non aveva ancora avuto occasione di sentirsi realmente vissuta, non in tutta la propria pienezza, non così come l’inebriante gusto proprio dell’adrenalina nelle mie vene, e di quell’adrenalina conseguente alla sfida propria a situazioni e ad antagonisti sempre più forti, sempre più pericolosi, non avrebbe potuto ovviare a impormi.
Al di là di tale parentesi, la giovane figlia dei regni desertici centrali, tale più che altro per il proprio sangue, ancor prima che per una reale confidenza con quei lontani territori nordici, non avrebbe potuto vedersi attribuire alcun torto nella propria affermazione: il retaggio di loro padre, del prode Ebano, rifulgeva in ogni singola azione di quei due giovani, i quali, lì come in ogni altra avventura da noi sino a quel momento vissuta insieme, non avrebbero potuto ovviare a dimostrarsi assolutamente a proprio agio, e più che degni, in ciò, di quel riferimento alla passata gloria del loro genitore. Anzi… dal mio personale punto di vista, nell’ammirazione che non avrei potuto ovviare a provare a confronto con l’eleganza di quei loro gesti mortali, francamente H’Anel e M’Eu avrebbero anche potuto fregiarsi di lodi ancor maggiori, qual, per l’appunto, quella propria del nome che, talvolta, per puro fraintendimento, mi veniva attribuito: Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra. Un nome, per così come ho già sottolineato, nel merito del quale non avrei potuto vantare alcun credito, essendo stato conquistato dalla Midda titolare di questa dimensione, e in relazione al quale, quindi, non desideravo minimamente poter essere associata.
Ciò non di meno, la fama propria di Midda Bontor, in queste terre pari a una vera e propria leggenda vivente, non avrebbe potuto ovviare a precederla e a precederla anche fra coloro i quali, altresì, non avrebbero avuto a poter vantare alcuna reale confidenza nei suoi riguardi, né, tantomeno, di averla effettivamente mai conosciuta, o, anche e soltanto, incontrata, seppur di sfuggita. In ciò, quindi, il mio aspetto necessariamente assimilabile a quello proprio del mito, e la mia complicità con le persone e, ancor più, le situazioni proprie della vera Figlia di Marr’Mahew, non avrebbero potuto ovviare ad alimentare spiacevoli equivoci in tal senso. Spiacevoli non soltanto perché atti a suggerire un qualche mio interesse di indebito approprio di crediti della mia controparte, quanto e piuttosto perché in fin troppi giovani mercenari, nel desiderio di farsi un nome, e di legare la propria fama all’idea propria di colui o colei che aveva sconfitto e ucciso la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, non avrebbero mancato di pormi alla prova, di sfidarmi e, in ciò, di attentare alla mia esistenza, costringendomi, mio malgrado, a calarmi ancor più nelle vesti di colei da cui, altresì, avrei anche gradito poter prendere le distanze, non essendo mio interesse poter essere scambiata per lei o, peggio, ad appropriarmi della sua vita.

« Dietro di te! » mi avvisò M’Eu, intervenendo con tempismo perfetto per concedermi la possibilità di proiettarmi a terra e, subito dopo, di rialzarmi roteando rapidamente con il mio intero corpo e, soprattutto, con le due scuri con le quali, allor, mi stavo impegnando a combattere quella battaglia, e quelle due scuri che proiettai, allora, in pieno petto a un giovane vestito con i colori propri della Confraternita del Tramonto, il quale, non mi fossi mossa per tempo, avrebbe affondato la propria spada nella mia schiena, trapassandomi da parte a parte.
« … ancora?! » mi lamentai con necessario fastidio, sgranando gli occhi nel riconoscere quanto, il mio attentatore, non avesse lì a doversi considerare un membro dell’esercito y’shalfico, quanto e piuttosto un supposto alleato kofreyota, e un alleato kofreyota che, evidentemente, si doveva esser lasciato guidare, in tal senso, dall’avidità, e da quell’avidità volta a costringerlo a cercar, per l’appunto, un confronto con la Figlia di Marr’Mahew, allorché impegnarsi nel compito per il quale stava allor venendo pagato, ossia l’opposizione al nemico invasore « Ma vi sembro, per caso, una figlia di Y’Shalf?! » protestai, scuotendo il capo « Non posso sembrarvi una figlia di Y’Shalf per il semplice fatto che, se fossi una figlia di Y’Shalf, non sarei certamente qui a combattere, nel ritrovarmi, piuttosto, rinchiusa in qualche harem, con uno scomodo burqa in testa! » argomentai, in direzione della mia ultima vittima, nel mentre in cui, con un duplice movimento di polsi, ebbi a disincastrare le mie armi dal suo petto, lasciando sprizzare da esso due violenti getti di sangue e lasciando quel corpo morto libero di afflosciarsi al suolo, vittima non tanto della mia controffensiva, quanto e piuttosto della sua stupidità « Senza contare che, a causa del vostro stupido maschilismo, non è che le donne abbondino in questo campo di battaglia! » soggiunsi, a puntualizzare quanto, allora, avrebbe dovuto essere sufficientemente semplice ricordare che le uniche due donne visibili nel raggio di mezzo miglio fossero schierate con Kofreya.

Sono perfettamente consapevole del fatto che se mio padre e mia sorella, o anche il mio amato Eliud, mi avessero vista in quel momento, probabilmente avrebbero fatto fatica a riconoscermi. Perché in luogo alla giovane timida di un tempo, a quella donna insicura e impacciata che ero sempre stata, al punto tale dal ritrovarmi a frequentare in maniera regolare una terapista, in quel contesto, in quello scenario di guerra, circondata dalla morte, calpestando corpi e budella sparse, e, soprattutto, mostrandomi in buona parte ricoperta da sangue e da altri generi di sgradevoli fluidi corporei, mi stavo ergendo con assoluta sicurezza, in compagnia dei miei nuovi amici, dei miei nuovi alleati, di quella piccola squadra nella quale, ormai, avrei avuto a dovermi riconoscere perfettamente integrata e che, da mesi, era divenuta per me quanto di più prossimo a una famiglia, se non, appunto, la mia nuova famiglia.
In ciò, della Madailéin Mont-d'Orb di un tempo, ben poco avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto qual ancora presente, sostituito, in effetti, da qualcosa probabilmente di ben più prossimo a quella Midda Namile Bontor con la quale stavo continuamente venendo confusa, stavo insistentemente venendo scambiata. O, più probabilmente, e come mi piace pensare, la vecchia Maddie, insoddisfatta di sé e della propria vita, si era finalmente evoluta nella propria versione definitiva, e in quella versione che, in altri universi, altre se stesse avevano già avuto occasione di raggiungere per in tempi diversi. Come per la mia mentore, o come per la titolare di quel piano di realtà…

« Grazie, M’Eu! » sorrisi, grata al giovane figlio di Ebano « Te ne devo una! » riconobbi il mio debito nei suoi riguardi, laddove, senza quell’avviso, molto probabilmente in quel momento avrei sgradevolmente concluso la mia avventura.
« Scaliamola dalla lista dei miei debiti e andiamo in pareggio… » suggerì egli, ridacchiando e scuotendo appena il capo, a escludere la necessità, o l’interesse, di un qualche credito nei miei riguardi.

Quella, ormai, era quindi divenuta la mia vita. E una vita nella quale mi sarei potuta ritrovare quietamente impegnata a dialogare con i miei amici nel cuore di una battaglia, schivando assalti, a volte da parte di avversari, altre persino di supposti alleati, nel mentre in cui, quasi con estraneazione psicologica falciavo vite attorno a me, e le falciavo non per un qualche reale interesse in tal senso, ma, semplicemente, per la necessità di sopravvivere a quella battaglia, e a quella battaglia dalla quale non avrei potuto trovare occasione di domani senza agire in tal maniera, senza accettare di mettermi in giuoco e di mettermici con tutta me stessa, e con forse immorale indifferenza nei confronti di così tanti omicidi dei quali, in tutto ciò, mi stavo macchiando.
E sol quando, alfine, il sole ebbe a precipitare alle nostre spalle, verso occidente, entrambi gli schieramenti, ormai decimati, ebbero a preferire ritirarsi, ognuno verso il rispettivo fronte, non avendo interesse a combattere di notte e, soprattutto, non avendo interesse a esaurire completamente le proprie risorse, in quella che, in fondo, null’altro avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non un’altra, consueta giornata, come tante, su quel fronte di guerra. Una giornata come un’infinità vi erano lì state negli anni, nei decenni precedenti, e così come ancora, non avrebbero mancato di continuare a essere per gli anni, e i decenni successivi, in una guerra forse priva di una reale ragione d’origine e, ciò non di meno, altrettanto priva di una qualche reale speranza di conclusione.

domenica 23 giugno 2019

2950


Perché complicata…?!
Beh… tanto per iniziare, complicata perché Be’Wahr e io non apparteniamo neppure al medesimo piano dimensionale. E questo, credo, avrebbe a poter essere considerata un’ottima motivazione a tal riguardo sotto molteplici punti di vista, tale per cui, in effetti, addirittura sconsigliato sarebbe stato ipotizzare un simile rapporto, una tale relazione, tanto per lui, tanto per me.
Ma ancor più di tutto ciò, perché, in fondo, il mio incarnare una versione alternativa, e, fra l’altro, persino un po’ più giovane, della loro antica amica e compagna, di quella loro sorella d’arme, sodale in così tante avventure passate, non avrebbe potuto offrire altro, a quei due, se non la possibilità di una seconda occasione con lei, e un’occasione nel merito della quale, evidentemente, non si erano mai negati opportunità di speranza, senza, ciò non di meno, neppur osare sperare. Un dettaglio, questo, del quale sarei stata stolida a non dimostrare coscienza, a non comprendere quanto, almeno all’inizio, chiunque, fra gli alleati di Midda, e fra coloro che non ebbero problemi a riconoscermi fiducia, simpatia, se non, addirittura, amicizia, ciò ebbe a occorrere, invero, non tanto per qualche mio merito, quanto e piuttosto, semplicemente, per il mio volto, per la mia voce, e per quel volto e per quella voce che, in fondo, non avrebbero potuto ovviare a ricordare loro la mia corrispettiva, e, sotto molteplici punti di vista, a potermi considerare, in ciò, per l’appunto, l’evidenza di una rinnovata occasione per avere occasione di trovare, in me, quanto non si erano potuti, o voluti, concedere occasione di vivere accanto a lei.
E se, allora, nel confronto con Howe e Be’Wahr, la questione in sospeso avrebbe avuto a doversi chiaramente riconoscere in un sentimento mai esplicitato nei suoi riguardi, e in un sentimento che, altresì, con me, il mio belloccio e muscoloso biondo non ebbe esitazione a tentare di esprimere, venendo, oserei dire, più che ricompensato nel proprio ardire, con buona pace per il suo fratello d’arme, dimostratosi, per una volta tanto, meno attento rispetto a lui a cogliere una fortunata occasione; in altri casi, innanzi ad altre persone, e alle relative vicende personali, la questione in sospeso avrebbe avuto, magari, a esplicitarsi in termini a confronto con i quali, probabilmente, la stessa Midda non avrebbe avuto alcuna possibilità di intuizione, di immaginazione, e a confronto con i quali, allora, dovetti essere io stessa a trovare possibilità di scendere a patti, sperando, in tal senso, di non aver a compiere troppi danni.
Danni, per esempio, qual avrebbero avuto a poter essere compiuti nel confronto di una coppia di giovani, ai miei occhi nulla più di semplici ragazzi benché, nel confronto con le ridotte aspettative di vita di quel pianeta già, a tutti gli effetti, una donna e un uomo del tutto adulti e più che pronti a poter vivere le proprie vite per così come avrebbero potuto preferire, che, scoprii, avere una questione in sospeso con la mia corrispettiva locale da ben più di un decennio, e da quando, per la precisione, ella ebbe a salvare le loro vite in un periodo molto particolare della reciproca storia personale, e in un periodo così particolare che, se soltanto Midda avesse avuto a compiere una sola, semplice scelta diversa, quei due bambini, i bambini che essi erano all’epoca, avrebbero avuto più che piacere persino a poterla iniziare a chiamare “mamma”. E proprio quei due giovani, poco più che ragazzi, nel vedermi fare ritorno nelle proprie vite, nella propria quotidianità, non avevano voluto rinunciare all’occasione di provare a vivere, in mia compagnia, quel rapporto che, in passato, per molteplici, e sicuramente corrette motivazioni, e pur motivazioni esterne alla loro possibilità di azione, di intervento, non avevano potuto, ancor più che voluto, riservarsi opportunità di vivere. Ragione per la quale, in effetti, in quella sconfinata marea di testosterone, alimentata dai soldati di Kofreya, dai soldati di Y’Shalf, e dai mercenari della Confraternita, almeno un’altra esponente del gentil sesso avrebbe avuto a dover essere identificata qual presente, e qual presente a non più di un paio di metri da me… anzi… a non più di sei piedi da me, per esprimermi nel rispetto della corrente unità di misura, alternativa al sistema metrico decimale: una giovane, e sicuramente affascinante, donna di nome H’Anel. La quale, a sua volta, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual a non più di un paio di passi da un altrettanto giovane, e altrettanto affascinante, uomo di nome M’Eu, suo fratello.

« Come va, ragazzi…?! » apostrofai al loro indirizzo, non potendo ovviare a sentirmi responsabile, e a sentirmi responsabile per la loro presenza lì, insieme a noi, in quel particolare momento, una presenza che, in fondo, avrebbe allor avuto a doversi giustificare solo ed esclusivamente in conseguenza alla mia sopraggiunta presenza nella loro realtà, e alla mia sopraggiunta presenza accompagnata dal fuoco della fenice, e di quella fenice che già, nel loro lontano passato, aveva giuocato un ruolo a dir poco chiave per la loro stessa salvezza.
« Ce la caviamo, Maddie… non ti preoccupare! » cercò di sorridere M’Eu, a mostrare quanto allora avesse a doversi riconoscere a proprio agio in quella situazione, e in quella situazione contraddistinta da sudore, sangue e altri liquidi che avrebbero fatto meglio a restare all’interno dei corpi dei rispettivi proprietari, benché, allora, strappati a forza da essi insieme alle loro vite, saturando l’aria a noi circostante di un fetore a dir poco nauseante, e un fetore con il quale, pur, ero dovuta da tempo scendere a patti, per permettermi di vivere quel genere di vita.
« Impossibile non preoccuparmi per voi! » esclusi categoricamente, non potendo ovviare, in quel momento, a temere più per le loro vite ancor prima che per la mia, e, in tal senso, a combattere in maniera sin troppo meccanica, nel ritrovare la mia attenzione costantemente riportata a loro, ad assicurarmi che stessero bene… per quanto, ovviamente, star bene nel cuore di una battaglia avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un concetto sufficientemente relativo.
« Non dimenticarti il sangue di chi scorre nelle nostre vene! » sancì, giustamente orgogliosa, la splendida H’Anel, scuotendo appena il capo, a escludere la necessità di tanto interessamento da parte mia « Tu potrai essere la Figlia di Marr’Mahew, ma noi siamo i figli di Ebano! » dichiarò, promuovendo orgogliosamente il nome di loro padre, nel contempo in cui ebbe ad attribuirmi un titolo, invero, non mio e del quale non avrei mai voluto, né potuto, appropriarmi, in quanto appartenente alla mia controparte.
« Spiacente, ma non conosco questa Marr’Mahew… » ridacchiai per tutta risposta « Se proprio vuoi appellarmi come la figlia di qualcuno, dovrai accontentarti di mio padre Jules! » soggiunsi, per quanto, con tutto il rispetto che mai avrei potuto provare per il mio genitore, certamente il suo nome non avrebbe avuto a poter competere con quello proprio del celebre Ebano… non, quantomeno, all’interno di quel contesto e, soprattutto, in quella specifica realtà e in quel particolare mondo.

H’Anel e M’Eu, in quel particolare contesto bellico, avrebbero avuto infatti a dover essere considerati qual contraddistinti da una certa aura di celebrità, e da una certa aura di celebrità allor conseguente al loro genitore, il quale, ironia della sorte, o del multiverso, io avevo già avuto occasione di conoscere in diverse versioni alternative, fra cui, addirittura, quella propria del mio stesso mondo natale. Nel mio mondo d’origine, infatti, Ma’Vret Ilom’An, il padre di H’Anel e M’Eu, già noto alle cronache con il nome di Ebano, in riferimento al nero della sua pelle e di quella pelle da figlio dei regni desertici centrali, avrebbe potuto vantare un nome diverso, Eliud Jeptoo, e qualche anno in meno, seppur, in fondo, una storia contraddistinta comunque da un comune rapporto con… beh… con me!
Eliud, infatti, il mio bel paramedico di origine keniota, altri non avrebbe avuto a dover essere ricordato, nel mio cuore, qual l’unico altro addio che mi ero dovuta concedere prima della partenza, accanto a quelli volti all’indirizzo di mio padre e di mia sorella, e che mi ero dovuto concedere qual necessaria chiusura a una storia d’amore nel confronto con la memoria della quale alcun genere di critica avrei mai potuto muovere, alcun genere di negatività avrei potuto identificare, alcun genere di rimprovero avrei mai potuto sollevare. Un addio sufficientemente doloroso, il mio, a confronto con la memoria del quale, al di là di una doverosa simpatia nei riguardi della mia controparte locale, non avrei mai potuto ovviare a interrogarmi su come Midda avesse potuto rinunciare, in più di un’occasione nel corso della propria vita, al proprio di rapporto con Ma’Vret… e a quel rapporto, accanto al quale, avrebbe potuto godere anche dell’incommensurabile affetto indiscriminato di quei due pargoli. O pargoli, quantomeno, essi era ancora quand’ella li aveva incontrati per la prima volta, conquistandosi un posto importante nei loro cuori e nelle loro vite.