11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 11 gennaio 2019

lunedì 18 marzo 2019

2853


Chiusasi in bagno, in maniera probabilmente infantile e pur giustificabile nel confronto con la propria paradossale situazione personale, e con quella situazione che, idealmente, l’avrebbe potuta raffigurare come una bambina risvegliatasi in un corpo adulto, Maddie per un lunghissimo istante ipotizzò di non lasciare quello spazio protetto per il resto della propria vita. E non tanto per proteggere se stessa dagli altri, ma per proteggere gli altri da se stessa e dal pericolo delle proprie assurde fantasie, quelle fantasie di mondi lontani, di realtà assurde, estranee a ogni concetto di verità e, ciò non di meno, evidentemente appassionanti, coinvolgenti, laddove in grado di plagiare anche i suoi familiari.
Ciò non di meno quel bagno era a casa di sua sorella. E privare sua sorella e la sua famiglia di un bagno per il resto della propria esistenza non sarebbe stata una cosa carina da fare, così come, bussando sulla porta, la stessa Rín cercò allora di ricordarle…

« Maddie… per favore. Apri la porta… » domandò, con tono quanto mai cortese, gentile, premuroso verso di lei, probabilmente più preoccupato per lei stessa che per sé a differenza di quanto, dal punto di vista opposto, avrebbe potuto esser giudicato prioritario « Non so che cosa ti abbia sconvolta, ma sono comunque sufficientemente certa che barricarsi nel mio bagno non abbia a doversi riconoscere qual la soluzione migliore. » argomentò, puntando allora sull’ironia, quasi sul giuoco, per stemperare la tensione, e permettere a qualunque cosa stesse accadendo di non avere a degenerare in termini spiacevoli, se non, addirittura, drammatici o tragici « Per inciso… potrei probabilmente aver bisogno di usarlo tipo adesso. »
« Avevi ragione, Rín… sono folle. E la mia follia è contagiosa. » replicò Maddie, dall’interno del bagno, esitando ancora a concederle ascolto, a riconoscerle fiducia, non tanto per lei, quanto e piuttosto per se stessa « Ti prego. Chiama qualcuno e fammi internare. »
« Ti ho già chiesto scusa per le mie parole di prima… » ricordò l’altra, nel riconoscere quanto avesse a doversi considerare esistente un certo parallelismo fra quelle parole e quanto da lei prima pronunciato, prima scandito, in un momento sicuramente di mancanza di tatto da parte sua, sola conseguenza della propria comunque umana emotività « … e, comunque, io non credo realmente che tu sia pazza. Anzi. » soggiunse, cercando di ritrovare una qualche connessione emotiva con lei, per così come prima era stata in grado di ottenere e come, altresì, in quel momento sembrava purtroppo aver perduto « Probabilmente abbiamo tutti sbagliato a banalizzare l’esperienza che hai vissuto come Midda Bontor, e a ridurla a una mera fantasia, a una sorta di sogno. Perché è chiaro quanto nulla di tutto quello sia stato soltanto un sogno… non per te, quantomeno. »

Un momento di silenzio ebbe a seguire quell’ultima affermazione, dimostrando quanto, da dietro quella porta chiusa, Maddie stesse probabilmente riflettendo su quelle stesse parole e sulle loro implicazioni.
Un momento di silenzio, quello così imposto anche a Rín, nel confronto con il quale facile sarebbe stato per lei avere a insistere ulteriormente, a incalzare in quella direzione, in quel discorso, in termini nei quali, tuttavia, non volle riservarsi possibilità di intervento, per non offrire l’impressione sbagliata e, in ciò, per non offrire l’idea di star in qualche maniera agendo al fine di manipolare la psiche della propria interlocutrice, per così come, sinceramente, ora non avrebbe potuto ovviare a ritenere di aver sbagliato, insieme a tutti gli altri, a tentare di compiere, spingendola, per tutta risposta, a dubitare di sé, a dubitare delle proprie possibilità, a dubitare delle proprie scelte e a trasformarsi nella figura timida e impacciata che, in quel momento, si era rinchiusa nel suo bagno. Una colpa a dir poco blasfema, nel momento in cui, a confronto con tutto ciò, l’alternativa avrebbe avuto a poter essere quella incarnata dall’immagine di Midda Bontor: non un personaggio di fantasia, quanto e piuttosto colei che sua sorella era stata sino a un paio di anni prima, sino al momento del suo risveglio, e al momento in cui, dall’essere una straordinaria donna guerriero, si era ritrovata altresì intrappolata in un corpo che, probabilmente, non avrebbe potuto neppure aver a riconoscere, tanto estraneo avrebbe avuto a dover essere considerato nel confronto con i propri ricordi, e quei ricordi che, non senza un certo concorso di colpa, ella aveva accettato di poter ascoltare, e ascoltare per quanto tali, solo in quel momento, avendo in ciò effettiva occasione di coglierne il dramma, di comprenderne il patimento… e di comprenderlo, probabilmente, in maniera più profonda di quanto nessun altro, sino a quel momento, avrebbe potuto vantare di essere stato in grado di compiere.
Così, per quanto Rín fosse ovviamente consapevole di quanto Midda Bontor e il suo mondo non avrebbero avuto a dover essere giudicati qual realmente esistenti, al tempo stesso ella non avrebbe potuto ovviare a comprendere quanto, parimenti, il rinnegare tutto ciò altro non avrebbe avuto a doversi interpretare in altro modo se non al pari del rinnegare anche la reale natura della propria stessa sorella, ingabbiandola all’interno di una quotidianità non soltanto a lei estranea, ma, in tutto ciò, a lei necessariamente avversa, nel costringerla, allora, a sentirsi sì inadeguata a quel mondo in misura inversamente proporzionale a quanto, al contrario, avrebbe avuto a poter vantare confidenza con l’altro. E quando, con un gesto lento e incerto, Maddie ebbe a girare la chiave nella serratura della porta del bagno, per poi aprire un lieve spiraglio attraverso la stessa a concedersi occasione di cercare nuovo contatto visivo con la gemella, negli occhi azzurro ghiaccio di quest’ultima ella non poté cogliere alcun altro sentimento se non un amore illimitato, e un amore a confronto con il quale qualunque questione avrebbe potuto trovare risposta, qualunque ostacolo avrebbe potuto essere superato, qualunque problema avrebbe potuto essere risolto.
Un amore, quello presente nello sguardo premuroso di Rín, che non mancò di colpire profondamente Maddie, restituendole fiducia nella misura utile a domandarle, allora, cosa intendesse dire…

« Midda Bontor sei tu. » asserì Rín, senza esitazione alcuna a quell’interrogativo, annuendo quietamente a enfatizzare il valore di quell’affermazione « Santiago e Lourdes lo hanno capito sin da subito, senza neppure conoscerti. A papà, a me, a Jacqueline e a tutti gli altri, invece, non è stata concessa la medesima sensibilità infantile, in termini tali per cui, allorché permetterti di essere ciò che sei, altro non abbiamo fatto, in questi mesi, che spingerti a tentare di divenire ciò che noi credevamo tu saresti dovuta essere. E nel tuo amore per noi, nella tua fiducia per noi, tu ci hai dato retta, finendo soltanto per perderti, per perdere te stessa, il tuo vero io… » spiegò, decisa a condurre a termine quel discorso, e quel discorso dal quale, forse, sarebbe potuto dipendere il destino stesso della propria famiglia, e della propria famiglia nella misura in cui, ovviamente, Maddie avrebbe sempre e comunque fatto parte di essa « L’errore più grande di Nissa è stato quello di interpretare la tua libertà di scelta come un tradimento, e un tradimento verso di sé, verso il suo amore: ora, a me, è data la possibilità di correggere tale colpa, di riscattare la sua memoria, nel non ripetere il suo stesso cammino e nel non cercare di costringerti a essere qualcosa che tu non sei. » puntualizzò, tendendo attraverso la porta socchiusa una mano verso la sorella, a cercare con lei un contatto fisico, oltre che visivo ed emotivo « Ho avuto modo di sentirti più viva in quest’ultima mezz’ora, nell’ascoltarti narrare del tuo arrivo in Kriarya, che in qualunque altro momento della tua vita, dal giorno del tuo risveglio: neppure nel raccontarmi del tuo incontro con Desmond eri stata capace di trasmettermi emozioni tanto forti come quelle che, al contrario, ora hanno contraddistinto il tuo primo confronto con Be’Sihl. Ed è per questo che non ho più dubbio alcuno, e non voglio avere più dubbio alcuno, nel dirti… tu sei Midda Bontor! »

Confusa, attonita, a tratti spaventata, e pur anche emozionata, Maddie non avrebbe saputo come porsi a confronto con quelle parole, e con quelle parole che, nel loro insieme, avrebbero potuto rendere propria forza sufficiente a scardinare il senso stesso della sua realtà, capovolgendolo così come mai avrebbe potuto immaginare essere possibile. Perché, in quelle parole, per la prima volta dal proprio risveglio, ella non avrebbe potuto ovviare a cogliere non soltanto l’amore che pur mai le era stato negato, ma anche quell’autentica fiducia in sé che, nel ritrovarsi a essere posta a confronto con una realtà a lei estranea, e atta ad annichilire ogni ricordo del proprio mondo e del proprio passato, ineluttabilmente le era stata negata.

domenica 17 marzo 2019

2852


«  ̶  Mi piaci…  ̶  confermai pertanto, annuendo nel confronto con quel suo proclama, dopo averne soppesato con attenzione ogni singola parola, nel desiderio di non avere a esprimere un giudizio troppo affrettato che avesse a poter essere frainteso e frainteso qual una sorta di scherno nei suoi riguardi, a suo possibile discapito  ̶  Davvero!  ̶  insistetti, offrendogli un quieto sorriso a supporto della sincerità propria di quella mia presa di posizione  ̶  Quindi… cosa mi diresti se ti proponessi di aggiungere al credito che sono speranzosa vorrai concedermi anche l’affitto di una camera…?  ̶  gli proposi, ben lieta all’idea di aver a fare riferimento a un simile padrone di casa, e a un padrone di casa che, in un sicuramente razionale ed egoistico calcolo di interessi e profitti, non avrebbe quantomeno tentato di sgozzarmi nella notte su richiesta del suo protettore, laddove i possibili e futuri interessi di quest’ultimo, e i miei, non avessero avuto occasione di coincidere. »
« Devo essere sincera… ma quando ti ho chiesto di parlarmi di lui, mi sarei aspettata che ti impegnassi a rievocare un evento un po’ più… come dire?... romantico, della vostra vita insieme. » aggrottò la fronte Rín, quantomeno critica nel confronto con quella storia, e quella storia che, era chiaro, non avrebbe offerto margine di manovra a momenti particolarmente sentimentali, nell’evidenza di quanto, in quel periodo della propria vita, sua sorella avrebbe avuto chiaramente a poter vantare il medesimo spessore emotivo di un carciofo… o forse anche meno.
« Lasciami il tempo di arrivarci… » la rimproverò Maddie, scuotendo il capo «  ̶  Ancora una volta, un’affermazione quantomeno audace da parte tua.  ̶  replicò quindi il locandiere, sorridendo e scuotendo il capo con aria quasi divertita  ̶  O davvero credi che i tuoi splendidi occhi saranno sufficienti a convincermi della sincerità del tuo cuore…?!  ̶  soggiunse, dandomi le spalle per un attimo, e in quello stesso istante in cui, per la prima volta, sembrò voler palesare un qualche interesse in mio favore, per così come, sino a quel momento, non aveva reso propria alcuna particolare evidenza, in ciò, fra l’altro, non puntando verso dettagli di me decisamente più popolari, quanto e piuttosto verso i miei occhi, e quegli occhi che, in effetti, per lo più avrebbero avuto a considerarsi soliti intimorire gli interlocutori, anziché attrarli. »
« … ecco, almeno lui si salva. » commentò quasi fra sé e sé la sorella, levando gli occhi al cielo, a ricercare in qualche forza superiore la pazienza utile a trattenersi dal commentare in maniera più vivace quel racconto, e quel racconto che, in verità, non avrebbe deposto propriamente a favore della propria gemella, a buon dire « A meno che parlando di “occhi” non desiderasse riferirsi a qualcos’altro… » soggiunse, arricciando appena le labbra e domandandosi quanto, in fondo, non stesse riconoscendo maggiore credito del dovuto a Be’Sihl.
« Fu anche il mio dubbio, in verità. » confermò la prima, non rimproverandola ulteriormente per quella breve interruzione e, anzi, proseguendo quieta nella propria narrazione « Al punto tale che, nel mentre in cui, ancora, egli mi stava volgendo le spalle, volli porlo alla prova, nel tentativo di porlo in imbarazzo e in imbarazzo nel confronto con l’evidenza di quanto non ai miei occhi aveva allor rivolto la propria pur sicuramente discreta attenzione, ma a un altro particolare di me… »
«  ̶  Mi onora sapere che giudichi splendido il verde dei miei occhi…  ̶  lo provocai, attendendomi da parte sua una quieta conferma, e una quieta conferma utile a dimostrare quanto, probabilmente, non avesse sollevato lo sguardo dai miei seni, e dai miei seni che, in quel momento, si ponevano costretti all’interno di una casacca di morbido tessuto verde smeraldo. » ammiccò verso la sorella, a discriminare il perché della scelta di quel particolare colore, in sostituzione a quello corretto dei loro occhi.
« Sorprendendomi, tuttavia, egli non ebbe esitazione alcuna a replicare, e a replicare in termini tali da pormi metaforicamente, ma definitivamente, con le spalle al muro:  ̶  Sono anche io un uomo, e non posso negare di trovare decisamente interessante la tua procacità.  ̶  ammise, salvo immediatamente soggiungere  ̶  Ma, te ne prego, non mi considerare in termini sì negativi da non reputarmi in grado di distinguere i tuoi occhi dai tuoi seni, o da credermi tanto falso da rivolgere un elogio ai tuoi occhi avendo altresì a interessarmi solo ed esclusivamente ai tuoi seni.  ̶  sancì, tornando a voltarsi verso di me e a presentarmi, innanzi allo sguardo, un piatto di zuppa, accompagnato da un bicchiere di vino, lì evidentemente eletti a mia cena  ̶  Quando vorrò complimentarmi con gli dei per la sensuale bellezza dei tuoi seni lo farò e lo farò in maniera assolutamente esplicita. Per intanto, tuttavia, accontentati di sentirmi apprezzare i tuoi occhi, e quei due occhi azzurri così simili a due gemme preziose per avere l’occasione di tentare di conquistare i quali, sono certo, in molti si dannerebbero l’anima.  ̶  »
« Bum! » esplose Rín, sgranando gli occhi e riunendo le mani in quello che avrebbe potuto sembrare l’inizio di un applauso e che, altresì, ebbe a dimostrarsi il tentativo di enfatizzare maggiormente il suono onomatopeico così appena scandito, a dimostrare quanto potente avesse avuto a doversi riconoscere la replica propria del locandiere al tentativo di provocazione da parte della sorella « Che tipo, questo Be’Sihl! » soggiunse poi, annuendo ripetutamente con un sorriso divertito nell’immaginare la scena, per così come rievocata dalle parole appena udite « E tu ci hai messo davvero quindici anni prima di convincerti a tentare una storia con lui?! »
« Che vuoi che ti dica? » si strinse ella fra le spalle, con aria sconsolata « Avevo ancora il cuore a pezzi per essere stata costretta a lasciare Salge, l’uomo con cui credevo veramente avrei avuto la possibilità di trascorrere tutta la mia vita. E, come ti stavo accennando pocanzi, Be’Sihl, all’inizio, ebbe addirittura a intimidirmi, nella propria piena consapevolezza di sé, di quanto avesse a desiderare dalla propria vita e, ancora, di come ottenerlo, in misura tale per cui, al di là di ogni considerazione, non avrei potuto evitare di esitare a confronto con lui, nel timore di compromettere quel rapporto nascente. » tentò di giustificarsi, per quanto, ovviamente, anch’ella non avrebbe potuto ovviare a rimproverarsi all’idea di tutti gli anni che aveva sprecato nel non concedersi quell’occasione « Se a questo aggiungi la complicità professionale, e non solo, che ebbi occasione, di lì a breve, di scoprire con Ebano… beh… diciamo che, se anche attesi quindici anni per concedermi un’occasione con lui, tale periodo non mi vide comunque condurre una vita sentimentale priva di spunti di… riflessione. »
« … chiamiamoli così… » ridacchiò la gemella, scuotendo appena il capo, senza alcun giudizio di critica a discapito della propria interlocutrice, quanto e piuttosto, semplicemente, accogliendo quietamente la verità dei fatti per così come da lei narrati, e narrati con assoluta sincerità « Del resto, per quello che hai avuto occasione di descrivere in “Un ricatto letale”, anche Ma’Vret non avrebbe avuto a dover essere frainteso qual uno spiacevole compagno di riflessioni… anzi. » la incalzò, guardandola con fare scherzosamente malizioso, nel voler porre l’accento su quanto ella non si fosse fatta mancare alcuna occasione di divertimento nella propria vita passata e, in tal senso, ritrovandosi anch’ella ormai a smarrire estemporaneamente il senso della realtà, nel riferirsi allora tanto a Be’Sihl, ma anche a Salge, Ma’Vret e chiunque altro, quali a persone reali, e non a semplici frutti dell’immaginario della propria sorella, nei di lei lunghi anni di coma.

E se Maddie non avrebbe potuto essere più che felice di tutto ciò, confrontandosi con gioiosa serenità con la propria gemella su tali temi, e, soprattutto, sulla propria vita come Midda Bontor; un fugace momento di lucidità non mancò di riportare la sua attenzione alla verità dei fatti, e alla verità di quanto, allora, allorché permettere a Rín di non farla smarrire nei propri deliri, aveva finito per trascinarla seco in essi, ritrovandosi a disquisire quietamente con lei dei propri passati amori quasi fossero realmente esistiti… e quasi, per trentatré lunghi anni, ella non avesse vissuto la propria esistenza costretta in un letto, alimentata a forza dalle macchine, nel mentre in cui la propria mente, cieca e sorda alla realtà, la teneva in ostaggio all’interno di quel fantastico mondo immaginario… un mondo sì fantastico e pur, ciò non di meno, comunque immaginario. Tristemente immaginario.

« Cielo… » sussurrò, mutando repentinamente espressione e ritrovandosi, in ciò, sinceramente spaventata da se stessa e da quella che, quietamente, non avrebbe potuto indicare in altro modo se non qual follia, e una follia che, oltretutto, stava rischiando di divenire contagiosa.

sabato 16 marzo 2019

2851


« Riprovaci… » la invitò Rín, inarcando un sopracciglio con fare critico « … che tu ti sia espressa in tal maniera, francamente, non ci credo. E ho qualche dubbio anche sulla reazione di Be’Sihl, decisamente più composta di quanto non sarebbe stato umano attendersi in un tale scenario. » precisò, escludendo in tal maniera la veridicità di quell’ultima parte del racconto, evidentemente abbellito, nei propri toni, per distrarla dal disastro della quale la propria gemella aveva appena confessato di essersi resa protagonista.
« Uff… » sbuffò Maddie, gonfiando le guance con fare giocosamente infastidito da quel velato rimprovero da parte della propria ascoltatrice, la quale aveva così dimostrato di non volerle concedere cieca fiducia o, forse e piuttosto, di conoscerla meglio di quanto ella non avrebbe avuto a poter scommettere che fosse, nel rifiutare da parte sua… o, per meglio dire, da parte di Midda, una risposta tanto composta « … diciamo che stavo soltanto cercando di aggiungere un po’ di epicità alla scena, rivedendo in minima parte i dialoghi. Ma, all’atto pratico, non c’è stata poi una sostanziale differenza nei contenuti… soltanto nei toni. » ammise pertanto, cercando, comunque, di riservarsi comunque una minima possibilità di rivalsa nei riguardi della storia da lei narrata, e di quella storia che non le era stata concessa occasione di alterare a proprio piacere, secondo i propri gusti « Comunque sia, ecco quanto Be’Sihl ebbe a dirmi, rivolgendosi a me per la prima volta con braccia incrociate al petto e sguardo decisamente critico nei miei riguardi:  ̶  Se mi posso permettere l’interrogativo, straniera, hai in programma di fermarti a lungo in città…? Lo domando unicamente allo scopo di valutare se mi conviene cambiare mestiere, nel considerare la misura in cui potresti essere in grado di danneggiarmi da qui alla tua ripartenza…  ̶  »
«  ̶  Esagerato…  ̶  ridacchiai per tutta risposta, scuotendo il capo  ̶  Si tratta soltanto di qualche piatto e un paio di sedie… non ti ho mica dato fuoco al locale!  ̶  dichiarai, a cercare di porre la questione entro un più razionale punto di vista, in quella che, con il proverbiale senno di poi, mi rendo ora conto essere stata una profezia quantomeno ironica nella propria formulazione, nel considerare come, di lì a tre lustri più tardi, avrei effettivamente finito con il dare fuoco alla sua intera locanda, se pur non in conseguenza a una semplice rissa, sia chiaro  ̶  Il mio nome è Midda Bontor… e se vorrai concedermi un minimo di credito, e ti assicuro che, da qui a un mese, sarai ampliamente ripagato: formula una cifra, e te la raddoppierò!  ̶  »
«  ̶  Un’affermazione quantomeno audace da parte tua, Midda Bontor.  ̶  accennò egli, quindi, un sorriso divertito, nel voler in tal maniera reagire a quella che, da parte della medesima, avrebbe avuto più a ipotizzarsi qual una provocazione, rispetto a un’effettiva occasione di accordo, almeno dal suo personalissimo punto di vista  ̶  E, aiutami a comprendere, in quale modo stai ipotizzando di poter accumulare così tanto oro in così poco tempo…?! Vorresti forse impiegare questa tua predisposizione ai guai per porti al servizio del primo lord disponibile a offrirti un ingaggio…?!  ̶  ebbe a domandarmi, nel riconoscermi, in tal senso, qual una combattente allorché una qualunque altra figura professionale, negandosi di cadere nella facile trappola di ben più banali alternative. »
«  ̶  Non proprio del primo… diciamo di colui che riuscirà a stuzzicare maggiormente la mia fantasia.  ̶  sorrisi per tutta risposta  ̶  Il dramma di ogni avventuriero è quello di riuscire a trovare nuove avventure a cui potersi dedicare, in fondo: e colui che sarà in grado di offrirmele, e di offrirmele insieme a un giusto compenso, certamente, incontrerà soltanto il mio favore e la mia fedeltà.  ̶  »
«  ̶  Se lo dici tu, non posso fare altro che crederti, Midda Bontor.  ̶  ripeté ancora il mio nome, soppesandone ogni singola sillaba, quasi stesse assaporando un liquore molto invecchiato, da trattenere delicatamente sulla punta della lingua allo scopo di poterne cogliere ogni diversa intonazione  ̶  Ciò non di meno, concedimi la possibilità di diffidare di tanta ammirevole ricerca di indipendenza e autodeterminazione da parte di chi desiderosa di avere a rivendersi qual mercenaria al miglior offerente…  ̶  puntualizzò, in quella che quasi apparve, allora, qual una critica, e una critica non particolarmente velata nel confronto con il mio intento. »
« In silenzio ebbi quindi a osservarlo, e osservarlo con serietà, nel non volergli concedere gratuita occasione d’offesa a mio discapito e, ciò non di meno, non essendo in tutto ciò realmente in grado di discriminare quanto, dietro a tali parole, avesse a doversi considerare presente una qualche offesa. » puntualizzò, storcendo appena le labbra verso il basso « Se, infatti, facile sarebbe stato definire tutto quello qual una spiacevole aggressione, nello sguardo di quell’uomo, e in quei suoi meravigliosi occhi quasi arancioni, non ebbi a cogliere una qualche evidenza di concreto antagonismo nei miei riguardi, quanto, e piuttosto, quasi una certa delusione. E una delusione che, in quel mentre, ebbi a comprendere in diretta conseguenza all’idea che, ambizione nella mia esistenza, avesse a essere quella di divenire mercenaria. » rimembrò, perdendosi per un istante con il proprio sguardo glaciale a fissare il nulla innanzi a sé, o forse, e piuttosto, a rievocare le memorie sempre più distanti di quegli eventi sicuramente lontani, ma mai dimenticati « In effetti, fu quasi come se egli stesso avesse ben inteso quanto, al di là di ogni volutamente evidente entusiasmo, per me, tutto quello, avesse a doversi riconoscere semplicemente qual un piano di riserva, una soluzione alternativa a quanto, altresì, avrei potuto preferire avesse a poter essere riconosciuta la mia quotidianità, lontano da quella città, lontano da quel regno e, più in generale, dallo stesso continente, per poter, altresì, essere libera di viaggiare lungo i mari, continuando lungo quella strada per seguire la quale, dieci anni prima, avevo addirittura abbandonato i miei cari, la mia famiglia.  »
« Possibile che, con uno sguardo e poche parole, quell’uomo, il nome del quale ancora ignoravo, fosse stato così capace di cogliere la verità alla base di quanto, lì, era divenuto il mio presente? » proseguì, senza minimizzare la sorpresa propria in tutto ciò, e in quella così dimostrata straordinaria capacità, da parte di Be’Sihl, di comprenderla, di capirla in termini nei quali soltanto un vecchio amico sarebbe stato in grado di compiere, pur non avendolo mai visto prima di quel giorno, pur non avendolo mai incrociato prima di quel momento.
«  ̶  Ancora non conosco il tuo nome… ma posso già dire che mi piaci, locandiere.  ̶  affermai quietamente, cercando allora di dissimulare la sorpresa che in tal maniera mi era stata imposta da parte sua  ̶  Ma… permettimi una nota polemica, te ne prego: laddove ti poni in tal severa maniera nel confronto con l’idea che io abbia a ricercare un mecenate, come puoi scendere a patti con il pensiero di aver a dover servire un lord della città…?! Perché, per quanto mi risulta, nessuno vive, opera, o muore, in quel della città del peccato, senza avere un signore al quale far riferimento.  ̶  sorrisi sorniona, certa di aver appena imposto un bello scacco, se non addirittura uno scacco matto, al mio interlocutore, in quella disfida morale a chi avesse a doversi considerare più retto in accordo ai propri ideali, ai propri principi. »
«  ̶  Ti sbagli, Midda Bontor.  ̶  scosse il capo egli, escludendo di incassare il colpo da me metaforicamente inferto, sciogliendo alfine la postura a braccia conserte che aveva conservato sino a quel momento, solo per avere ad appoggiare ambo le mani sul legno del bancone lì posto a divisione fra noi  ̶  Perché, a dispetto di quanto credi di sapere, io vivo, opero, e francamente non intendo morire, in quel della città del peccato, senza avere un signore al quale far riferimento.  ̶  sancì, non senza un certo orgoglio, e un orgoglio assolutamente giustificato nel considerare quanto stava lì asserendo, in un’eccezione più unica che rara alle leggi non scritte di Kriarya  ̶  Il mio nome è Be’Sihl Ahvn-Qa, e io sono e sempre resterò l’unico padrone della mia vita.  ̶  dichiarò, in parole che ebbero allora a risuonare ricche di una forza, di un’energia tale che, nel confronto con le stesse, non ebbi più possibilità di dubbio nel comprendere chi, fra tutti i presenti all’interno di quell’edificio, in quella bolgia, allora svenuta o quasi, di nerboruti bruti senza cervello, avesse a doversi riconoscere qual l’unico in grado di possedere quanto necessario per poter essere giudicato, da parte mia, degno di rispetto. »
« Un rispetto, quello che lì ebbe a conquistarsi innanzi al mio sguardo, che, devo essere sincera, quasi mi pose addirittura in soggezione, nell’essersi in tal maniera posto, in quel momento particolarmente complesso della mia vita, qual un esempio, qual un ideale a cui avere a tendere, per cercare di ritrovare la giusta rotta, per riconquistare me stessa, dopo che, come pur senza volerlo ammettere ad alta voce, temevo di essermi irrimediabilmente perduta. »