11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

venerdì 20 luglio 2018

2613


Quando, malgrado tutte le inevitabili difficoltà per lei proprie qual conseguenza di un senso della vista inferiore persino a quello di un umano, Lys’sh ebbe occasione di distinguere la sagoma di Rula, e di distinguerla nel mentre in cui ella stava venendo risucchiata all’interno di quell’enorme bocca, la certezza della fine della compagna non ebbe a essere posta in discussione, con tutto il carico di rabbia, di frustrazione, di dolore e di senso di colpa che, da ciò, non avrebbe potuto ovviare a derivare.
Benché a sua volta probabilmente prossima alla morte, e in ciò destinata a pagare in prima persona il prezzo della stolida scelta compiuta nel voler attraversare quel lago anche laddove nessun altro si stava in tal senso impegnando, la giovane ofidiana non avrebbe potuto ovviare a colpevolizzarsi per tutto ciò, conscia di quanto, se soltanto ella avesse agito diversamente, se soltanto non avesse insistito in quella direzione, allora entrambe sarebbero state quietamente al sicuro a passeggiare lungo la sponda di quel grande lago, limitandosi a contemplare serenamente la bellezza del luogo. Purtroppo così non era stato, purtroppo ella aveva voluto a tutti i costi intraprendere quella stupida scorciatoia, e, in ciò, aveva condannato a morte non soltanto se stessa, ma anche la giovane Rula, la sua protetta che, in lei, tanta fiducia aveva riposto, che a lei tanta fedeltà aveva destinato, al punto tale da essere alfine morta per lei, condannatasi in una maniera terribilmente stupida ad anticiparla fra le fauci di quell’oscenità celata sul fondo del lago.
Maledetto, stupido pianeta della guerra.
Maledetta, stupida missione di soccorso.
Maledetta, stupida Lys’sh.
Da quando lì erano arrivate, tutto era andato per il peggio, tutto era andato per il peggio anche e soprattutto per colpa sua. Se soltanto, infatti, ella non avesse dato vita a quell’assurdo scisma, a quella stolida separazione dalle proprie amiche, da Midda e da Duva, certamente nulla di tutto quello sarebbe accaduto.
Perché diamine si era voluta intromettere? Perché diamine aveva voluto a tutti i costi puntare i piedi in contrasto a Duva, pretendendo da parte sua un improvviso cambiamento nel suo comportamento, e nel suo comportamento nel confronto con Rula, laddove per anni, già da prima del suo arrivo a bordo, la loro relazione aveva avuto occasione di procedere tranquillamente in quei termini? A quale scopo sforzarsi di cambiare quella situazione, e quella situazione consolidata, soltanto per finire con il condannare a morte proprio colei in favore della quale avrebbe pur desiderato agire?
E se, pur, quasi consolatoria avrebbe avuto a dover essere intesa la propria prossima morte, nell’ineluttabilità del fato a cui, allora, si sarebbe vista condannata qual estrema, ultima conseguenza di tutte le proprie azioni, di tutto il proprio operato, quella prospettiva non avrebbe potuto, in alcuna maniera, concederle pace… non in quel momento, non nel confronto con la morte di quella giovane così straordinariamente ricca di vita e di voglia di vivere, e di lottare, e, ciò non di meno, così ancora incredibilmente ingenua su quanto, allora, avrebbe avuto a voler realmente significare andare in guerra.
Povera Rula…

« … » imprecò Lys’sh, sgranando gli occhi e, per un attimo, ritrovandosi a essere completamente dimentica di non avere neppure più fiato per vivere, figurarsi, quindi, per potersi permettere di imprecare.

Fiato a parte, quella muta imprecazione non avrebbe potuto essere da lei ovviata nel momento in cui, in maniera assolutamente spiazzante, il suo sguardo vide accadere qualcosa più in basso, sul fondo del lago, là dove il mostro l’attendeva e là dove esso avrebbe dovuto aver appena ucciso Rula.
Perché quell’enorme testuggine tentacolata ebbe a dimostrare, in termini del tutto inattesi, un certo disturbo, una chiara difficoltà, un evidente turbamento, e un turbamento che, allora, avrebbe avuto a doversi ricondurre all’ultimo boccone ingoiato. Quel boccone che, tutt’altro che vinto, tutt’altro che sconfitto, tutt’altro che giudicabile qual ingenuo nel proprio incedere a confronto con la guerra e con le sue impietose regole, non si era semplicemente condannato a morte ma, piuttosto, stava allor impegnandosi, con tutte le proprie forze, a guadagnarsi il proprio diritto alla vita, il proprio diritto al futuro, e, con essi, eguale vita ed eguale futuro anche per colei che, troppo velocemente, aveva allor decretato la sua triste dipartita.
Rula, infatti, intrappolatasi nelle fauci di quel mostro, stava riuscendo, faticosamente ma incredibilmente, a contrastare tutto ciò, a respingere la sua violenza, la sua forza, puntando con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, i piedi e la schiena fra il palato e la mandibola, e lì premendo, lì convogliando tutta se stessa, al solo, straordinario scopo di disarticolare quella mandibola, e, così, di porre fine allo scontro. E se, in tutto ciò, forse ella avrebbe avuto a dover vantare una possibilità su un milione, o una su un miliardo, quel suo coraggio, quel suo ardore, non passarono inosservati innanzi agli sguardi degli dei, o di chi per essi, i quali, evidentemente, non vollero lasciar tanto valore, tanto straordinario impegno, qual vano, qual fine a se stesso, e, in ciò, eventualmente destinato a fallimento, concedendole, altresì, il successo sperato, e concedendoglielo con un risultato persino maggiore di quanto ella non avrebbe mai potuto illudersi di ottenere.
Perché, con un improvviso schiocco secco, che riuscì a essere udito perfettamente anche in acqua, quella mandibola lasciò alfine la propria sede, vedendo Rula, in conseguenza di ciò, letteralmente saltare fuori da quella bocca, come una molla troppo a lungo compressa che, alfine, riesce a distendersi, e a distendersi per ben oltre la propria naturale portata, la propria consueta estensione. E se la speranza, alla base di simile azione, di un tale impegno, avrebbe avuto a doversi intendere quella di sorprendere, e di spaventare la creatura, costringendola a un’insperata ritirata, ciò fu quanto effettivamente accadde, e accadde in un instante, nel veder liberata Lys’sh dai tentacoli, e nel veder il mostro allontanarsi, rapidamente, da lì, tutt’altro che desideroso di correre il rischio di un nuovo confronto con quelle due ipotetiche prede, suo malgrado dimostratesi tutt’altro che collaborative, tutt’altro che disponibili a saziarlo.
Purtroppo, per quanto vittoriosa nel proprio intento, Rula non avrebbe avuto a doversi considerare propriamente salva. Così come anche Lys’sh, finalmente libera di muoversi e sol desiderosa di riconquistare la superficie e ritrovare il contatto perduto con l’aria sopra di loro, ebbe infatti a notare, la sua inattesa salvatrice, la sua compagna e amica, aveva dato fondo a ogni energia, e, soprattutto, a tutta l’aria all’interno del proprio corpo, per poter sperare, a propria volta, di riconquistare il mondo superiore. E, in ciò, come peso morto, ella non poté ovviare a lasciarsi semplicemente adagiare sul fondale del lago, fra le alghe, nell’essere in tal senso destinata lì a giacere, e a giacere per l’eternità...
… a meno che, ovviamente, l’ofidiana non decidesse di ricambiare il favore e, in ciò, di intervenire e di intervenire, pur in condizioni già indubbiamente precarie, allo scopo di salvare Rula, spingendosi, con tutte le proprie ultime forze, verso il fondo del lago, a recuperarne il corpo inanimato per risalire, insieme a lei, verso la superficie, nella speranza di, malgrado tutto ciò, non fosse troppo tardi per lei.
E se interminabile era stata la discesa, altrettanto interminabile, o forse in misura persino maggiore, ebbe a essere la risalita, e la risalita verso una meta apparentemente troppo distante, troppo lontana per poter permettere loro di salvarsi, per poter permettere loro di raggiungerla e di raggiungere, con essa, l’aria loro promessa. E se incredibilmente pesante, in quel momento, avrebbe avuto a risultare il corpo inanimato di Rula, non per un fugace istante, non per un effimero momento, Lys’sh prese in esame l’ipotesi di lasciarla andare, anche laddove, in caso contrario, forse nessuna delle due ce l’avrebbe alfine fatta: mai, infatti, l’ofidiana avrebbe potuto abbandonarla, mai avrebbe potuto tradirla, non in linea generale, e certamente non dopo quanto accaduto, dopo che quella giovane, impavida donna, tanto aveva rischiato per lei, tutto aveva posto in gioco per salvarla, anche in esplicito contrasto alle sue stesse richieste, ai suoi stessi ordini.
Qualunque cosa fosse accaduta, ancora una volta, o avrebbero raggiunto insieme la superficie, o insieme sarebbero lì affogate… in un’eventualità tutt’altro che remota, tutt’altro che di difficile concretizzazione, nel considerare quanto, ormai, Lys’sh avesse iniziato ad avvertire le proprie cellule celebrali esplodere come tante piccole bolle di sapone per l’eccessivamente prolungato periodo di forzata apnea.

giovedì 19 luglio 2018

2612


Malgrado l’invito in direzione opposta rivoltole dall’amica, Rula non prese neppure per un fugace istante in considerazione l’idea di ritirarsi. Non che non avesse timore per la propria sorte, non che ritenesse di poter realmente fare la differenza, non che avesse la benché minima idea su come procedere… ciò non di meno, ella avrebbe agito, e avrebbe agito allo scopo di fare tutto il possibile, e anche l’impossibile, per sperare di aiutarla, per cercare di restituirle la libertà così sottrattale, fosse questa anche l’ultima cosa che avrebbe avuto a poter compiere in vita: forse ella non avrebbe avuto a poter vantare l’abilità guerriera di Midda, l’audacia di Duva o la saggezza di Lys’sh, ma non avrebbe mai lasciato indietro una propria compagna, un membro della sua squadra e del loro equipaggio, quell’equipaggio ogni elemento del quale, era certa, avrebbe compiuto la sua medesima scelta in contrasto a qualunque possibile antagonista, senza, in ciò, alcuna ritrosia, alcun freno a tutela della propria vita, della propria incolumità.
Così, metaforicamente sorta all’invito dell’ofidiana, la giovane donna si spinse ancora più in basso, verso di lei, verso quella nuova sfida, disarmata ma non per questo frenata nel proprio incedere. E giunta a lei, non mancò di tentare, in ogni modo, di aiutarla, di permetterle di evadere da tutto ciò, stringendo le proprie mani attorno ai suoi polsi e cercando, vanamente, di tirare verso l’altro, di trascinarla verso la superficie, senza, tuttavia, in alcuna maniera essere in grado di opporsi alla forza di quei tentacoli, che in alcuna maniera apparvero ostacolati dai suoi sforzi, dal suo impegno.
Con il proprio sguardo, Lys’sh non poté che cercare di supplicarla di allontanarsi da lei, di allontanarsi da lì e di porre, almeno, se stessa in salvo, lontano dal triste fato di morte che, là sotto, di quel passo avrebbe atteso entrambe. Ma Rula, certamente non meno testarda rispetto alle proprie compagne, alle proprie alleate, non si lasciò convincere da quel nuovo, silenzioso, tentativo e, anzi, cercò in tal senso un nuovo approccio, una nuova tattica, scendendo lungo il corpo dell’amica e cercando di forzare, in ogni modo, la presa di quei tentacoli, contro di essi agendo con tutte le proprie energie, con le unghie e con i denti. Un’espressione potenzialmente metaforica, che pur, in quel particolare frangente, non ebbe a essere tale, vedendola letteralmente affondare unghie e denti in quel tessuto viscoso, su quella superficie scivolosa, per tentare, con le più primordiali armi che avrebbe potuto vantare, di offendere quelle carni, di ferire quella creatura, qualunque cosa essa fosse. Ma, malgrado tutti i propri sforzi,  malgrado tutto il più serio e apprezzabile impegno in tal senso, l’elasticità di quell’epidermide apparve inattaccabile ai suoi tentativi d’offesa, vedendo, lì sopra, semplicemente scivolare tanto le proprie unghie, quanto i propri denti.
E se Lys’sh, a fronte di tale immagine, non avrebbe potuto ovviare a provare un sincero sentimento di gratitudine verso di lei, laddove palese avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quel suo impegno in proprio soccorso, in proprio potenziale aiuto, ancora una volta, con le proprie mani, l’ofidiana cercò di respingerla, di spingerla ad allontanarsi da lei, e di riconquistare la superficie, iniziando a provare un certo affaticamento, una certa mancanza d’aria che, certamente, non avrebbe potuto ovviare anche a contraddistinguere l’altra e che, in ciò, avrebbe potuto sancire la loro fine ben prima di qualunque mostro avesse a doversi considerare nascosto al centro di quel lago. Ancora una volta, però, Rula non volle ascoltarla, non volle riconoscere ragione alcuna a quell’invito, e a quell’invito pur assolutamente ragionevole, nell’ubbidienza al quale, forse, almeno una di loro avrebbe potuto salvarsi, e avrebbe avuto l’occasione di raccontare alle altre cosa fosse accaduto all’altra. E, con cieca e sorda ostinazione, con pericolosa cocciutaggine, ella non soltanto non volle abbandonare quella sfida ma, anzi, decise, follemente, di anticipare la discesa di Lys’sh verso il fondo del lago, nuotando verso il basso e seguendo quei tentacoli per giungere, in tal modo, non a una semplice estremità della creatura, quanto e piuttosto al suo vero corpo, alla sua interezza, per cercare, una volta lì giunta, di ferirla, in un qualunque modo.
Sprofondando sempre più nelle profondità di quel vasto lago, per qualche istante Rula perse persino la cognizione del tempo, avvertendo un profondo dolore nel proprio petto, e un vivo pulsare nelle proprie tempie, tanto per la crescente differenza di pressione, quanto e ancor più per l’assenza di aria, per quella prolungata apnea che, presto, avrebbe richiesto, avrebbe preteso da lei il pagamento di un giusto prezzo. E per quanto, allora, quella sfida avrebbe probabilmente spaventato chiunque, avrebbe probabilmente visto retrocedere la maggior parte di tutti gli attuali visitatori del pianeta della guerra, così entusiasti all’idea di una battaglia simulata, così desiderosi di violenza e di morte nella sicurezza di un giuoco, e pur, probabilmente, più prudenti nel confronto con una vera sfida, con un vero combattimento a confronto con il quale il loro futuro avrebbe potuto essere posto realmente in dubbio, ciò non ebbe a rappresentare ragione di freno per lei, in quel momento indifferente a ogni prospettiva di tragico epilogo, laddove o lei e Lys’sh avrebbero vinto insieme, oppure avrebbero perduto insieme, senza altre possibili alternative, senza altre possibili soluzioni.
E se eterna apparve quella discesa, iniziando a farle temere di non avere neppure la possibilità di giungere là sotto, nelle oscurità di quelle torbide acque, oscurità a cui il suo sguardo ormai avrebbe avuto a doversi dire sufficientemente abituato, ella ebbe alfine a individuare, inaspettatamente, il proprio avversario, benché, allora, non avrebbe avuto a potersi considerare certa di quanto, lì sotto, stesse osservando.
Innanzi ai suoi occhi, infatti, sul fondale del lago, riccamente popolato da vegetazione acquatica, e, in particolare, da numerose alghe, quanto ebbe a cogliere, quanto ebbe a individuare qual origine di quei lunghi, lunghissimi tentacoli, fu una sorta di bizzarro ibrido fra un mollusco e una testuggine, un’enorme tartaruga aliena al centro della superficie superiore del guscio della quale, da un inatteso foro, avrebbero avuto a doversi considerare fuoriuscenti quei lunghi tentacoli, quelle estremità simili a quelle di una piovra, e utili, evidentemente, a permettergli di catturare le proprie prede, il proprio cibo, a grande distanza da essa, la quale, docilmente adagiata sul fondale, non avrebbe avuto a dover fare altro che attendere, e attendere quietamente l’arrivo del pasto fino alla propria enorme bocca, una bocca simile a una sorta di becco lì già aperta e già desiderosa di poter, allora, affondare le proprie affilate estremità all’interno delle morbide carni di Lys’sh.
In un altro momento, in un’altra occasione, quella strana creatura, quell’osceno mostro estraneo a qualunque genere di bestia ella avrebbe potuto vantare di conoscere, avrebbe avuto certamente occasione di sorprenderla, di spaventarla, forse e persino di disgustarla, nell’improprio effetto derivante dalla bizzarra commistione fra quei tentacoli e le forme proprie di una grande testuggine. Ciò non di meno, in quel momento, in quell’occasione, Rula non avrebbe potuto permettersi il lusso di sorprendersi, di spaventarsi, o di disgustarsi, non laddove il tempo a propria disposizione, e a disposizione della propria amica, avrebbe avuto a doversi considerare così poco, ormai ridotto ai minimi termini. Ragione per la quale, lasciandosi guidare più dall’istinto che da una vera e propria tattica, da una qualche razionale strategia, ella decise di agire, e di agire nell’unica maniera in cui, sperava, di poter recare un reale danno a quella creatura, un danno forse non sufficiente a ucciderla, non nell’immediato, quantomeno, e, ciò non di meno, probabilmente abbastanza doloroso da respingerla, da spaventarla, laddove, probabilmente, quel mostro non avrebbe avuto a doversi considerare qual abituato a essere aggredito, a essere attaccato.
E con poche, ultime e decise bracciate, ella scese, quindi, innanzi a quell’enorme testa, a quella grande bocca aperta nella quale, comodamente, metà del suo corpo avrebbe potuto essere risucchiata, e, lì, si raggomitolò, offrendosi, in apparente sacrificio, a quella creatura, a quel mostro, che non ebbe a disdegnarne il gesto e che, anzi, immediatamente cercò di stritolarla fra le proprie fauci, cercò di chiudere il proprio grande becco per accoglierla e ingoiarla, così, intera come si era presentata. Ma allorché cedere passivamente a quel morso, ritrovatasi nella bocca di quel mostro, ella ebbe a puntare i propri piedi contro la superficie del suo palato, per lì trovare un punto di appoggio e spingere, con tutte le proprie forze, premendo la schiena contro la parte inferiore della bocca della creatura, contro la sua lingua, nella volontà non soltanto di non permettere quella chiusura ma, anzi e ancor più incredibilmente, di forzarne l’apertura, e l’apertura in termini sufficientemente violenti da arrivare a poterle slogare la mandibola, e, in tal senso, a costringerla a rinunciare non soltanto a quello specifico pasto ma, forse, anche a qualunque altro pasto futuro, in un risultato tutt’altro che ovvio nella propria riuscita, nel proprio successo, e che pur, certamente, avrebbe avuto lì a doversi riconoscere l’unica soluzione della quale era riuscita a ipotizzare la riuscita.

mercoledì 18 luglio 2018

2611


Tutto avvenne tanto rapidamente al punto tale che Lys’sh non ebbe neppure il tempo di avvisare la propria compagna prima di ritrovarsi precipitata nella tiepida acqua del lago, in essa sprofondata per almeno una decina di piedi, e lì estemporaneamente privata persino della capacità di orientarsi, di comprendere in quale direzione fosse il cielo e in quale la terra. Per propria fortuna, a differenza della maggior parte degli ofidiani, Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare a suo agio tanto in terra quanto in acqua, laddove, il suo sangue impuro, non avrebbe avuto a doversi limitare semplicemente alla presenza di un antenato umano, ma anche di alcuni antenati appartenenti a una particolare razza di ofidiani anfibi, tale per cui, appunto, i suoi genitori non avevano mai avuto ragione per tenere né lei, né i suoi fratelli e sorelle, lontani dall’acqua, incitandoli, anzi, a cercare quanto più possibile di maturare confidenza con essa, fosse anche e soltanto in quegli stessi periodi di vacanza nel corso dei quali aveva anche imparato ad andare in canoa nonché a portare una barca a vela… con fiera approvazione da parte di Midda quando, per puro caso, avevano avuto occasione di affrontare il discorso.
Così, avviluppata dalle acque del lago divenute, da quella prospettiva, decisamente meno lucenti, indubbiamente meno affascinanti rispetto a quanto non avrebbe potuto apprezzare pocanzi, nel mostrarsi piuttosto torbide, inquietantemente oscure e tenebrose, Lys’sh non perse assolutamente la calma, e, al contrario, cercò subito non tanto di risalire in superficie, quanto e piuttosto di preoccuparsi per le ragioni per la quale era stata così precipitata sotto la superficie.

« … »

Fu proprio allora che, proprio malgrado, un’improvvisa stretta all’altezza della propria caviglia destra ebbe a sorprenderla, costringendola a un lieve grido, e a un grido che, sotto le acque del lago, la vide soltanto perdere parte della già scarsa, e incredibilmente preziosa, riserva di ossigeno presente nei propri polmoni, nel mentre in cui ebbe a sentirsi trascinare, e trascinare verso il basso, verso le profondità del lago.
Recuperato rapidamente il controllo di sé, la giovane ofidiana ebbe a tentare di colpire, e di colpire con tutta la violenza concessale dalla densità di quel liquido, atta a frenare sgradevolmente i propri movimenti, qualunque cosa la stesse in tal maniera trattenendo, muovendo in tal senso il proprio tallone sinistro e direzionandolo, a sensazione, là dove avrebbe potuto raggiungere il proprio avversario, il proprio antagonista. E fu così che, ad accogliere i propri colpi, ella ebbe a ravvisare la presenza di qualcosa di solido, sì, e pur, al tempo stesso, sgradevolmente soffice e viscoso, in termini tali da poter essere persino definito molliccio, per quanto la solida stretta impostale avrebbe avuto a testimoniare una realtà decisamente diversa. Qualunque cosa l’avesse catturata sembrava allora in grado di vanificare in maniera naturale alla violenza dei suoi attacchi, dei suoi colpi, costringendo il suo piede sinistro, semplicemente, a scivolare, e a scivolare verso il nulla, quasi stesse provando a aggredire qualcosa cosparso di olio o di sapone.
Comprendendo, quindi, di non poter fare molto per liberarsi, non in quelle condizioni, non senza l’ausilio di una qualche arma utile a scalfire l’indifferenza del proprio antagonista, Lys’sh non poté ovviare a sentirsi grada a qualunque dio in quel momento fosse giunto in suo soccorso nell’istante in cui vide affondare, proprio davanti a sé, uno dei loro fucili. Fucili finti, certo, armi giocattolo, è vero, e, ciò non di meno, oggetti dotati di una certa solidità, in grazia alla quale, pur non potendo allora sparare, avrebbe potuto permetterle di usarlo come oggetto contundente, e come oggetto contundente speranzosamente utile a svincolarsi da quella stretta potenzialmente letale.
Fra l’idea e l’azione fu questione di un attimo e, afferrata l’arma prima che potesse precipitare oltre la sua portata, Lys’sh colpì, e colpì con violenza qualunque cosa stesse avvolgendo la sua caviglia, senza neppur preoccuparsi se, in tali colpi, avrebbe potuto rischiare di ferire anche se stessa: se avesse dovuto scegliere fra fratturarsi la caviglia e morire lì sotto, certamente, la prima alternativa avrebbe avuto a doversi considerare quella da preferire. Così, comunque, non fu, e, forse anche in conseguenza alla sorpresa di colpi questa volta necessariamente più efficaci rispetto alle tallonate precedenti, ella riuscì ad avvertire la presa attorno al proprio piede destro allentarsi, e allentarsi quanto sufficiente per permetterle di evadere da essa e di iniziare a nuotare e a nuotare freneticamente verso la superficie, abbandonando, forse stolidamente, il fucile nella necessità di raggiungere quanto prima il cielo là sopra, a riprendere fiato, a riempirsi nuovamente i polmoni d’aria, laddove, ormai, avrebbe avuto a doversi considerare giunta al limite.
Quasi invertendo cielo e terra, e tuffandosi dal lago direttamente nell’aria, ella riemerse allora sino alla superficie, con foga tale da avvertire il proprio corpo lasciare quelle acque torbide ben oltre la linea della propria vita, sino, addirittura, ai propri glutei. E semplicemente estasiante, inebriante, fu la sensazione concessale da un nuovo, profondo contatto con il mondo superiore, con l’aria, avvertita qual straordinariamente frizzante nei propri polmoni, nel proprio petto che, in tale gioia, ebbe a gonfiarsi al massimo delle proprie capacità, a recuperare quanto sino a quel momento perduto e, soprattutto, a prepararsi al peggio, perché, malgrado tutto, ella non avrebbe avuto a doversi considerare così stupida da poter realmente credere che tutto avesse a doversi considerare qual così semplicemente conclusosi.

« Lys’sh! » sentì gridare il proprio nome, e lo sentì gridare dalla voce di Rula, la quale, evidentemente e fortunatamente, doveva essere riuscita a ovviare all’aggressione di quella creatura lacustre, qualunque cosa essa fosse.

Purtroppo, però, non ebbe neppure il tempo di comprendere ove la propria compagna avrebbe a doversi considerare geograficamente collocata attorno a lei che, nuovamente, ebbe a sentirsi aggredita, e afferrata, questa volta, non soltanto all’altezza della propria caviglia destra, quanto, e peggio, a intrappolare entrambe le gambe, a stringerle in una morsa e in una morsa destinata a trascinarla, allora, verso il basso, senza più volerle garantire nuova occasione di fuga.
Fu questione di un istante, quindi, e tutti gli sforzi compiuti per riemergere vennero vanificati, e vanificati nel sentirsi, con forza, con prepotenza, con violenza, trascinata ancora una volta verso il fondo del lago, circondata, ora, attorno alle proprie gambe, da quanto riuscì a percepire qual qualcosa di simile a un tentacolo, o forse a più di uno, oscenamente avviluppatisi alla parte inferiore del suo corpo, stringendo con straordinaria forza i suoi piedi, le sue caviglie, il suoi polpacci, le sue ginocchia e, finanche, le sue cosce, quasi un’enorme mano l’avesse così avvolta e la stesse stritolando non diversamente da una mera bambola, da un semplice giocattolo.
Lasciando scendere le proprie mani all’altezza di quei tentacoli viscosi, ella cercò di affondare le proprie dita in essi, a tentare, in qualche maniera, di imporre loro un qualche dolore: ma tentare di stringere quel tessuto, sarebbe equivalso a tentare di stringere una saponetta bagnata sotto la doccia, in termini tali per cui, purtroppo, qualunque sforzo, qualunque impegno, avrebbe avuto a doversi considerare vanificato. E nel mentre in cui, osservandosi attorno, ella tentò di individuare un nuovo segno della benevolenza di un qualche dio, nell’offrirle una nuova risorsa utile alla propria liberazione, quanto ebbe a presentarsi innanzi al suo sguardo fu, in maniera francamente inattesa, l’immagine della stessa Rula, intenta a nuotare nella sua direzione, sorpresa, spaventata certamente da quanto, lì, stava riuscendo a distinguere, e, ciò non di meno, decisa a raggiungerla ed, evidentemente, a concederle il suo aiuto per fuggire da lì.
Un aiuto che, tuttavia, avrebbe potuto troppo facilmente tradursi in una sgradevole condanna a morte anche per la medesima, nel momento in cui fosse stata a sua volta catturata da quei tentacoli, ragione per la quale, sollevando le mani nella sua direzione, la invitò silenziosamente ad arrestarsi e ad allontanarsi da lì, finché, ancora, avrebbe avuto a doversi considerare in tempo per farlo.