11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 11 gennaio 2019

domenica 24 marzo 2019

2859


Distratta da quei pensieri, distratta da quella riflessione nel merito della natura di quel sogno, chinando lo guardo a osservare il proprio corpo Maddie non poté ovviare a storcere le labbra verso il basso nel riconoscersi, proprio malgrado, ancora nelle proprie vere vesti. Laddove, infatti, quello aveva a doversi considerare un sogno, e un sogno così ricollegato alla propria fittizia vita come Midda Bontor, ella non avrebbe potuto ovviare a sperare di poter riconquistare le proprie sembianze originali, la tonicità del proprio corpo da donna guerriero, la pienezza della femminilità delle proprie forme: purtroppo tutto era rimasto uguale, e al suo sguardo, quanto allora ebbe ad apparire, fu miseramente il proprio vero corpo, con tutti i propri difetti, con tutti i propri limiti, con tutta la propria debolezza…

« Uff… » sbuffò, ormai scesa a patti con la natura onirica di quel momento e, in tal senso, divenuta immune al senso di inquietudine precedente, decisa, per il tempo che ancora le sarebbe stato concesso, a esplorare le possibilità di quel momento di sogno lucido, per così come troppo raramente ci si sarebbe potuti riservare opportunità « … perché neppure in un sogno posso assomigliare a Midda?! »
« Non ti distrarre… per carità divina. » gemette l’uomo, levando lo sguardo al cielo e portandosi le mani al volto, in un segno di evidente frustrazione da parte sua « Ci sei quasi… ti manca così poco per risvegliarti. » le confermò egli, in una frase a dir poco ironica da parte di un sogno, e di un sogno che ella aveva smascherato in quanto tale e che, razionalmente, non avrebbe dovuto voler ricercare il suo risveglio, non laddove, in ciò, avrebbe fondamentalmente smesso di esistere « Rispondimi, Midda… perché mi stavi cercando? »
« Non ti ricordavo così rompiscatole… sai? » replicò ella, scuotendo appena il capo e inarcando un sopracciglio a osservare con aria critica il proprio interlocutore « In effetti, forse, non sto facendo proprio un grande affare a cercarti… » soggiunse poi, domandandosi quanto quel sogno stesse distorcendo la realtà dei fatti e quanto, altresì, le stesse offrendo una qualche interessante profezia sul proprio possibile futuro con Basel « … non so che idea tu ti sia fatto di me, mio caro, ma sappi che anche se non sono Midda, non amo essere trattata con prepotenza o arroganza. » puntualizzò, non potendo ovviare, poi, a riservarsi un risatina divertita, nel confronto con il pensiero di star argomentando in tal maniera con un sogno.
« Ma tu sei Midda! » protestò Be’Sihl, strofinandosi il volto con le mani, a tentare di scaricare l’evidente nervosismo proprio di quel momento.

Un momento, quello nel quale egli era allora giunto, che, a dispetto di quanto mai ella avrebbe potuto intendere, aveva avuto occasione di conquistare dopo troppi mesi di distacco da lei, troppi mesi di lontananza fisica e psicologica dalla donna amata: mesi nel corso dei quali lo shar’tiagho era stato costretto ad abbracciare scelte, a compiere azioni la responsabilità delle quali avrebbe gravato sul suo cuore per il resto della propria esistenza, compromettendosi tuttavia più che volentieri per la donna amata.
In quei mesi Be’Sihl aveva viaggiato. Aveva combattuto. Aveva torturato e aveva ucciso, e aveva torturato e aveva ucciso in modi che, in passato, non avrebbe neppure immaginato di poter concepire. E lo aveva fatto nella sola volontà, nella sola speranza di poter riuscire a ricongiungersi a lei, sebbene, invero, in modi, in dinamiche diverse da quelle per loro lì attuali. Accidenti… per lei era arrivato persino a morire! E, per quanto ancora ella non lo sapesse, non potendo aver avuto alcuna occasione per scoprirlo, egli era stato resuscitato dalla morte in sola grazia alle nanotecnologie alla base della famigerata Sezione I, nel riconoscergli, in tal senso, una nuova occasione di vita subordinata al prezzo che, tuttavia, a lui sarebbe stato richiesto al momento della propria morte, e il prezzo proprio dell’impossibilità, allora, a morire realmente, trasformandosi nel corrispettivo tecnologico degli zombie del loro mondo d’origine.
In tutto ciò, essere posto a confronto, allora, a una così breve distanza dal raggiungimento del proprio obiettivo, e, in ciò, del risveglio di Midda, e, ciò non di meno, non essere ancora in grado di conquistarlo, e non essere in grado di conquistarlo perché ella stessa, vittima della trappola mentale nella quale l’aveva precipitata Desmair, non si stava dimostrando in grado di accettare la verità della propria stessa natura, non avrebbe potuto ovviare innervosirlo, e innervosirlo non tanto contro di lei, quanto contro quel destino avverso che, palesemente, non stava volendo dimostrare per lui alcuna pietà.

« … dannazione! » imprecò, liberando il viso dalla presenza delle proprie mani solo per avere occasione di inspirare profondamente aria nei propri polmoni, a cercare di imporsi un momento di lucidità « E allora proviamo in questo modo! » annunciò, più in una sorta di incitazione psicologica verso se stesso che nell’intento di un qualche avviso verso di lei, votando in favore di una diversa risoluzione, forse azzardata e, tuttavia, quantomeno giustificata dalla disperazione del momento.

Così, in maniera del tutto inattesa, imprevista e imprevedibile, giacché sino a quel momento egli si era persino astenuto dal cercare un qualsivoglia effimero contatto fisico con lei, ebbe allora a riservarsi un improvviso slancio fisico verso di lei, e uno slancio fisico che lo condusse, pertanto, a stringerla a sé e a premere con dolce fermezza le proprie labbra contro quelle di lei, alla ricerca dell’occasione di un appassionato bacio.
E se facile, e assolutamente giustificato, sarebbe stato, lì, per lei respingerlo, non avendo egli a poter vantare alcuna confidenza con lei, alcun pregresso rapporto utile a giustificare quel gesto, ciò non avvenne. Ed ella, al contrario, si chiuse con dolce naturalezza, con spontaneità, contro di lui, offrendosi quasi tutto ciò avesse a doversi considerare la cosa più naturale del mondo, ovvia nella propria occorrenza qual il mero battito del proprio cuore o il cadenzato movimento del proprio petto a ogni respiro.
Un bacio, quello che egli ebbe a cercare e che ella ebbe a offrire, che non mancò di riservarsi al contempo straordinaria dolcezza e incredibile passione, e che, nell’incontro delle loro labbra, ebbe a concretizzare due sentimenti, due emozioni, di due persone tanto diverse da aver forse a essere considerate reciprocamente antitetiche, agli antipodi di mondi fra loro addirittura separati, e che pur, per il tempo di quella comunione fisica, mentale, spirituale ed emotiva, ebbero a divenire un'unica, meravigliosa, entità. Un bacio, quello che egli ebbe a cercare e che ella ebbe a offrire, che, da parte di Be’Sihl, avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto qual funzionale al desiderio di riuscire a scuotere emotivamente la propria interlocutrice in termini sufficienti a permetterle di riprendere coscienza di sé, di ritrovare la propria vera natura e, con essa, di infrangere i terrificanti confini di quell’allucinazione nella quale era stata rinchiusa, quella prigione mentale dalla quale altrimenti non avrebbe mai potuto trovare occasione di salvezza; e, tuttavia, un bacio che, a margine di ciò, non avrebbe potuto essere comunque giudicato meno che desiderato, nel considerare quanto a lungo era stato da lui atteso, e quanto, in quegli ultimi mesi, tanto aveva dovuto compiere per potersi riconquistare la speranza propria di quella possibilità, e di quella possibilità di ritrovare la donna da lui così disperatamente amata. Un bacio, quello che egli ebbe a cercare e che ella ebbe a offrire, che, da parte di Maddie, avrebbe avuto a dover essere lì riconosciuto, almeno nelle proprie ragioni, nella propria arrendevolezza e complicità, qual il quieto abbandono a quella che, ancora, avrebbe avuto a doversi giudicare qual la fantasia propria di un sogno, e che pur, nel mentre di quel dolce crescendo, di quella appassionata reciproca ricerca di sé nell’altro, ebbe ad assumere lentamente, ma inesorabilmente, un ben diverso valore, e il valore proprio di qualcosa di autentico, qualcosa di importante, qualcosa di noto e pur forse dimenticato, o qualcosa di mai dimenticato e a cui, pur, in quegli ultimi mesi, in quegli ultimi anni, ella aveva rinunciato, e aveva rinunciato nell’impossibilità a ritrovare, non appartenendo, tutto ciò, al suo mondo, alla sua realtà, alla sua quotidianità: qualcosa che, allora e improvvisamente, ebbe a sorprenderla e, persino, a spaventarla, facendola ritrarre, pur in parte a malincuore, da lui, e spingendolo via da sé, nella necessità di comprendere cosa diamine stesse accadendo.

sabato 23 marzo 2019

2858


« Non te ne importare… » scosse il capo l’uomo, minimizzando il valore di tutto ciò e, in tal senso, confermandolo, e confermandolo al di là di quanto, allora, niente di tutto quello avrebbe avuto a potersi fraintendere qual normale, qual sensato, qual corretto « … guardami, Midda. » insistette, ancora chiamandola in quella maniera, per quanto, a confronto con il resto del mondo a loro circostante, improvvisamente anche la questione di quel nome avrebbe avuto a doversi considerare secondaria, una banalità priva di ogni significato « Guardami e rispondimi, te ne prego! »

Il resto del mondo a loro circostante, infatti, si era fermato.
E non si era fermato in romantica maniera metaforica. Né, tantomeno, per dare spazio a una qualche sfida da social network. Il mondo attorno a loro si era fermato nel senso più stretto del termine, nel senso più concreto di tale idea, per quanto folle quella stessa idea avrebbe avuto a potersi considerare.
Non soltanto le persone, ma anche gli animali, e persino gli oggetti attorno a loro, avevano interrotto qualunque azione, attiva o passiva, mostrandosi improvvisamente immobili, inanimati, statuari, in uno scenario che a volersi descrivere surreale o inquietante sarebbe equivalso a banalizzare la situazione. A partire dagli uccelli in cielo, passando per i cani a terra e, persino, gli insetti nell’aria, senza escludere, a margine di tutto ciò, le automobili per strada, le insegne luminose, il simbolo abitualmente lampeggiante indicante la presenza di una farmacia, ma anche, e addirittura, una cassetta di mele sfuggita di mano a un ragazzo, e che, in conseguenza di ciò, altra alternativa non avrebbe avuto se non sottomettersi alla forza di gravità e precipitare al suolo: tutto era stato posto in uno stato di sospensione, di ibernazioni, bloccati nel tempo e nello spazio come in un videogioco messo in pausa, o qualunque altra innaturale analogia idealmente immaginabile. Tutto… o quasi.
Perché, in un mondo trasformatosi, improvvisamente e inspiegabilmente, in un’istantanea, Maddie e il suo interlocutore ancora sembravano aver conservato la propria libertà d’azione, di movimento, in un dettaglio, forse, persino ancor più surreale o inquietante rispetto a tutto il resto.

« … cosa sta succedendo? » gemette ella, ovviando a mettersi a gridare, in quel frangente, soltanto perché troppo spaventata persino per poter pensare di mettersi a gridare « Cosa sta succedendo a tutti quanti…?! »
« Ti stai avvicinando alla verità… e, in questo, l’inganno di Desmair sta perdendo la propria consistenza. » proclamò l’uomo innanzi a lei, serio nei propri toni, riuscendo a resistere al desiderio di spingere le proprie mani in avanti, per toccarla, per cercare un contatto fisico con lei in quello che comprendeva essere un momento troppo delicato per potersi concedere, con un approccio allor troppo semplicistico, tale opportunità « Devi concentrarti, Midda… devi concentrarti sulla mia domanda: perché mi stavi cercando? »
« Io… » esitò la donna, umettandosi le labbra con aria confusa e, ovviamente, agitata, nel muovere lo sguardo freneticamente attorno a loro, a tentare di cogliere evidenza della presenza di qualche altra eventuale attività attorno a loro, e, a margine di ciò, ritrovandosi solo a verificare quanto, in lontananza, le immagini avrebbero avuto a doversi considerare sempre più sbiadite, nebulose, quasi sfocate, a conferma delle parole appena udite, e di quelle folli parole atte a dichiarare una perdita di consistenza del tessuto stesso della realtà « … Desmair?! » ripeté, elaborando con qualche istante di ritardo l’aver udito da lui pronunciare quel nome, e averlo udito, quindi, scandito con assoluta cognizione di causa, non qual una parola lì pronunciata fuori dal proprio contesto, quanto e piuttosto qual una quieta verità, una realtà concreta, nel riferimento a qualcuno di conosciuto, per quanto, al contrario, soltanto frutto della sua immaginazione, e di quell’immaginazione che aveva riciclato il personaggio antagonista di un vecchio film e l’aveva riadattato a modo proprio, qual semidio immortale.
« Perché mi stavi cercando…? » ripeté, tuttavia, il suo interlocutore, fermo ancora su quell’interrogativo, in attesa, apparentemente quieta, ma probabilmente decisamente più frenetica di quanto non desiderasse rendere evidente, di una risposta da parte sua.
« Perché mi chiami Midda…?! » reagì ella, scuotendo appena il capo nel rifiutare l’idea di offrire seguito a quella questione, non fino a quando non avesse avuto la possibilità di comprendere cosa stesse succedendo, in una situazione che, a ogni istante, sembrava delinearsi più qual un nuovo e paradossale incubo, allorché un evento concreto.
« Perché è il tuo nome: Midda Namile Bontor, figlia di Nivre e Mera Bontor, nata nell’isola di Licsia il ventitreesimo giorno del mese di Payapr. E non chiedermi l’anno preciso, perché quello non me l’hai mai voluto rivelare, in un insolito sfoggio di femminile vanità da parte tua… » sancì egli, scandendo con assoluta precisione quelle informazioni, quei dati dei quali ella non aveva, invero, ancora offerto evidenza nei propri racconti, in termini tali per cui, se quell’uomo avesse avuto a doversi giudicare un folle, tale follia avrebbe avuto a doversi riconoscere qual a dir poco sovrannaturale, nella misura utile, quantomeno, a estrarle determinate informazioni direttamente dalla mente « … e ora, per l’amore di tutti gli dei del Creato, rispondimi: perché mi stavi cercando…?! »

Un sogno… o, più probabilmente, un incubo: in alcun altro modo tutto quello avrebbe potuto trovare giustificazione nella propria occorrenza. Ed ecco spiegato come fosse stata in grado di rintracciare Basel… semplicemente non lo aveva ancora fatto!
Nulla di tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare reale. E, anzi, mischiando i propri fittizi ricordi della sua falsa vita come Midda a quelli della propria attuale, e vera vita come Maddie, la propria mente aveva creato quell’assurdo costrutto, in uno scenario tanto realistico quanto assurdo, e tale da presentare, innanzi ai suoi occhi, nelle ipotetiche vesti di Basel, il proprio amato Be’Sihl. Perché solo in quei termini tutte le informazioni in suo possesso avrebbero potuto avere senso: quell’uomo, coprotagonista di quel momento onirico, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto che qual lo stesso Be’Sihl…

« … cosa hai fatto ai capelli? » domandò ella, in un interrogativo che, obiettivamente, non avrebbe avuto alcun senso per Basel ma che avrebbe avuto a doversi riservare il proprio valore per Be’Sihl, un interrogativo che, allora, ella ebbe a formulare con aria sì stranita e pur comunque certa di aver risolto l’arcano, e, in tal senso, certa di essere in procinto di svegliarsi, giacché, comunemente, tale avrebbe avuto a essere la naturale evoluzione di un sogno nel momento in cui, alfine, rivelato nella propria effettiva natura, nel momento in cui, forse tardivamente, e pur efficacemente, la coscienza riprendeva finalmente il controllo sulla mente, restituendo a tutto il giusto senso di realtà.
« Davvero tu vuoi farmi questa domanda?! » obiettò Be’Sihl, aggrottando la fronte con occhi per un istante fuori dalle orbite, nel confronto con l’assurdità di quella questione in un contesto simile a quello nel quale si stavano lì ponendo precipitati « Da quando ti conosco non hai fatto altro che torturare i tuoi di capelli, nel migliore dei casi tagliandoli alla meno peggio con la tua stessa spada o, in alternativa, da quando siamo a bordo della Kasta Hamina, arrivando a non tenerli più lunghi di un dito! » protestò egli, in un’argomentazione a fronte della quale, invero, difficilmente ella avrebbe avuto possibilità di obiettare « Persino tua figlia è arrivata a fartelo notare, diamine… »

Be’Sihl aveva ragione: in uno dei loro ultimi dialoghi, il giorno stesso della ricomparsa di Desmair in maniera attiva nella sua vita, Liagu le aveva amorevolmente rimproverato il taglio eccessivamente spartano che aveva imposto ai propri capelli, tentando di spronarla ad apparire più bella, e bella almeno quanto la sua corrispettiva, di qualche anno più giovane, Maddie: un invito di fronte al quale, ovviamente, ella non aveva potuto sottrarsi, accettando di prometterle di smettere di tagliarli così corti, per poterli far ricrescere.
Che sogno strano. Che incubo assurdo. Abitualmente i sogni avrebbero avuto a doversi riconoscere contraddistinti da una certa incoerenza… ma, in quello, la coerenza con i propri ricordi si poneva altresì assoluta, e assoluta in maniera tale da spingerla a dubitare della natura stessa di quello stesso sogno, se non fosse stato che tale non avrebbe potuto essere altro: non nell’immobilità e nell’evanescenza del mondo a loro circostante, non nella presenza di Be’Sihl innanzi a lei.

venerdì 22 marzo 2019

2857


« Perché mi stavi cercando, Maddie…? » sorrise verso di lei, riconoscendo di dover essere probabilmente in imbarazzo per tanto interesse da parte sua e, ciò non di meno, ignorando la ragione del medesimo, soprattutto a confronto con quanto aveva presunto essere il suo desiderio nel loro recente passato, ossia quello di non avere a che fare ulteriormente con lui.

Dopo tante parole, a confronto, nuovamente, con quell’interrogativo, e senza, ora, occasione utile a eluderlo, la donna si ritrovò costretta a riservarsi un lungo momento di silenzio, e un lungo momento di silenzio in conseguenza alla necessità di individuare una risposta utile a quella stessa domanda. Perché, per quanto ella fosse certa della ragionevolezza di ritrovare Basel e di affrontarlo, difficile sarebbe stato, in verità, avere a condividere tale sicurezza con qualcuno e, in particolare, proprio con lui.
Cosa avrebbe dovuto dirgli? Avrebbe dovuto spiegargli la verità esistente dietro alle storie di Midda e, in ciò, condividere con lui il proprio turbamento a confronto con colui che, in quel mondo, in quella realtà, ai suoi occhi appariva qual il corrispettivo del proprio amato Be’Sihl…?!
Nel migliore dei casi, egli l’avrebbe presa per pazza. E difficile sarebbe stato non offrirgli torto.
Perché, improvvisamente, tutto quello che un istante prima sembrava così chiaro innanzi al suo giudizio, soprattutto a seguito della splendida chiacchierata in compagnia della propria gemella, ora non avrebbe potuto ovviare ad apparire terribilmente confuso? Perché il proprio cuore stava iniziando a battere e a battere a una velocità insolitamente accelerata nell’evidenza di una situazione di crisi, e una situazione di crisi a confronto con la quale non avrebbe potuto ovviare a dirsi terrorizzata dai risvolti che avrebbero potuto conseguire a ciò…?!

« Perché…?! » ripeté egli, con tono che desiderava mantenersi ancora quieto e, ciò non di meno, con una crescente serietà, o, per lo meno, tale interpretata nel confronto con il giudizio alterato della donna posta innanzi a lui, di quella donna che non aveva fatto altro che inseguirlo per giorni, cercarlo senza tregua, salvo, ora, non essere apparentemente più in grado di offrire una singola parola nel confronto con lui.

Il mondo attorno a Maddie parve rallentare, nel confronto con l’ansia generata da quel momento, da quel confronto. Un’ansia invero ingiustificata, e che pur, nel profondo del suo cuore, non avrebbe potuto essere equivocata in altro modo, nel non permetterle quasi di avere occasione di respirare.
Cosa aveva fatto...?! Aveva veramente mandato al diavolo la felicità che lì, finalmente, era stata in grado di conquistare, con il proprio compagno, con la propria famiglia, con il proprio lavoro, per inseguire la chimera rappresentata da quell’uomo e da quell’uomo a lei sconosciuto? Era stata davvero così stupida…?!
Era stata felice. Dopo trentatré anni di coma, e un ulteriore, interminabile anno speso a riconquistare la propria vita, il proprio corpo, la propria libertà, il fato le aveva concesso l’occasione di essere felice, insieme a Desmond, insieme alla sua famiglia, in quel nuovo mondo scevro di ogni follia. E quanto ella era stata in grado di fare, semplicemente, banalmente, era stato mandare tutto all’aria…
… per cosa poi? Per poter essere un personaggio nato dalla sua stessa immaginazione?!
Beh… in tal caso, forse, ci stava riuscendo meglio del previsto, giacché nel corso della propria vita come Midda, a ben vedere, avrebbero avuto a dover essere elencate di più le mosse azzardate rispetto a quelle assennate, di più gli errori rispetto alle scelte corrette. Tale era sempre stata Midda Bontor: l’incarnazione stessa della libertà, e della libertà di sbagliare, e di sbagliare non in maniera fine a se stessa, ma per crescere, per diventare continuamente una versione migliore di sé, anche a costo, in tal modo, di essere costretta a lasciare la felicità che avrebbe potuto contraddistinguerla, la serenità che avrebbe avuto a doversi riconoscere altresì alla base della propria quotidianità.
Ma essere Midda Namile Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, la Campionessa di Kriarya, la donna da dieci miliardi di crediti, non avrebbe dovuto essere frainteso qual qualcosa di semplice, qual qualcosa di gradevole. Non sempre. Perché ogni errore avrebbe avuto il proprio prezzo da pagare… e, in quel caso specifico, in quella propria rinnovata ricerca di autodeterminazione, ella si stava allor ponendo a confronto con il conto, e un conto che, forse, non avrebbe voluto saldare, per quanto, ormai, non vi fossero alternative.

« Perché, Midda…?! » insistette la voce di Basel, in quel momento quasi inudibile alle sue sorde orecchie, in quell’assurdo stallo nel quale la sua mente si stava allor ponendo, in un terrificante attacco di panico.

“…”

Se già il mondo attorno a Maddie era parso rallentare, innanzi a quell’ultimo interrogativo esso ebbe a fermarsi completamente a confronto con la sua percezione della realtà, in un arresto, in un blocco totale dovuto, nel dettaglio, a una singola parola da lui così pronunciata.
Una singola parola che, altro, non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non un nome e un nome volto ad appellarla, ma, allora, non ad appellarla come Maddie, quanto e piuttosto come…

“… Midda…?”

L’aveva veramente chiamata Midda…? Perché avrebbe mai dovuto chiamarla Midda...?!
Nella migliore delle ipotesi, ella aveva udito male, fraintendendo la pronuncia del proprio nome in quella diversa declinazione. Nella peggiore delle ipotesi, egli doveva averla realmente chiamata in tal maniera, e questo avrebbe potuto aprire dozzine di scenari, nessuno dei quali propriamente positivo.
Che ella si fosse sbagliata su quell’uomo e, allorché essere un possibile amico, avrebbe avuto a doversi considerare un pazzo visionario che aveva creato un pericoloso cortocircuito fra l’autrice e la sua protagonista? Che ella si fosse sbagliata su quell’uomo e, allorché essere stata lei a dare la caccia a lui, avrebbe avuto a doversi riconoscere esattamente l’opposto, con lui che, in maniera indubbiamente meritevole di lode, l’aveva perseguitata sino a quel momento senza rendere nulla di tutto ciò realmente palese al punto tale da offrire spazio a quell’impropria, e forse solo supposta, inversione delle parti? In effetti, rieleggendo gli eventi occorsi sino a quel momento, sino a quel giorno, sotto una tanto paranoica interpretazione della realtà, tutto avrebbe potuto acquisire un diverso significato, a partire dal salvataggio di Santiago, tutt’altro che casuale, sino a ritornare a quelle sue continue e ossessive apparizioni innanzi al suo sguardo, in termini tali da alimentare in lei la curiosità di conoscerlo meglio, con la volontà di scambiare con lui quattro chiacchiere per così come poi era stato.
Ma se tale avesse avuto a doversi considerare la realtà, a dir poco terrificante avrebbe avuto a doversi riconoscere la follia di quell’uomo, sospintosi a livelli ben oltre qualunque ipotesi di molestia o di persecuzione…
… no. A parlare, allora, avrebbe avuto a dover essere considerata soltanto la sua paura.
La stessa paura che, in quel momento, la stava bloccando. E attorno a lei stava bloccando la sua intera percezione del mondo…

… o forse no?!

« … ma cosa diavolo…?! » sgranò gli occhi la donna, così sorpresa da superare persino il concetto stesso di spavento o terrore, nell’impossibilità a credere a quanto allora stava accadendo.