11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Per le nostre Cronache è finalmente giunto il momento di spegnere undici candeline!
Tanti auguri, Midda's Chronicles!



E grazie a tutti coloro che, con il proprio affetto, hanno accompagnato il viaggio della Figlia di Marr'Mahew in questi primi undici anni!

Sean, 11 gennaio 2019

martedì 23 aprile 2019

2889


« Signorina Zaurr… » la apostrofò, di nuovo all’improvviso, la solita voce dell’anziana signora Corphra, evidentemente tutt’altro che desiderosa di avere a riconoscerle la serenità da lei domandata « Mi perdoni ancora una domanda: quando ha detto che passerà di nuovo per quel controllo…?! »
« Miseriaccia… » ebbe il tempo di sussurrare la giovane moglie del capitano Rolamo, prima che la battaglia avesse allor inizio.

Se la prima volta, infatti, l’occorrenza dello scambio di battute fra lei e quell’insistente interlocutrice le era stata perdonata in maniera benevolmente gratuita dagli dei, o da qualunque forza superiore in quel momento stesse orchestrando la gestione di quegli eventi, non vedendo subentrare a suo discapito alcuna immediatamente conseguenza, e, soprattutto, alcuna immediata e fatale conseguenza; quel secondo intervento, purtroppo, ebbe a dimostrare nei loro riguardi decisamente minore tolleranza. Minore tolleranza, per lo meno, per quanto allora utile a veder esplodere una violenta sequenza di spari che, fortunatamente non eccessivamente precisi nella propria mira, ebbero a scaturire dal basso verso l’alto, e verso l’alto allor rappresentato su un fronte dalla stessa signora Corphra, e sull’altro dalla povera Rula, necessariamente elette qual bersaglio di tanta furia, di simile violenza.
Un grido fu l’ineluttabile reazione della signora Corphra a quanto stava lì allor occorrendo, nel mentre in cui, tremante e con il pelo gonfio in volto e sulle mani, ebbe a ritirarsi rapidamente all’interno del proprio appartamento, finalmente allontanandosi, fortunatamente indenne, da quella pericolosa finestra. Un’imprecazione sibilata fra i denti fu, parimenti, l’obbligata reazione della povera Rula Taliqua, la quale, gettando un necessariamente rapido e disattento sguardo sotto di sé, fu costretta a lasciarsi andare, ad abbandonare la tanto faticosamente conquistata presa su quella conduttura, per concedere alla forza di gravità di fare il proprio necessario corso e, in ciò, di precipitarla al suolo, in termini che non avrebbero avuto allora a doversi considerare piacevoli e che, tuttavia, sarebbero sicuramente risultati meno sgradevoli rispetto al ritrovarsi colpita da uno dei fasci laser che, in quel momento, stavano venendo proiettati verso di lei, sempre con maggior cura della mira.
Così, abbandonandosi alle leggi della fisica, ella non cercò più di contrastare la propria caduta al suolo, quanto e semplicemente di accompagnarla, e di accompagnarla in misura tale da minimizzare i danni che, in conseguenza a quel pur non banale volo, avrebbero potuto conseguire per lei. Allorché irrigidire i propri muscoli, così come pur la situazione avrebbe potuto suggerirle a livello psicologico, ella si sforzò quindi di ammorbidirli, nella volontà non di contrastare il pur inevitabile urto, quanto e piuttosto di assorbirlo, e di assorbirlo, con la stessa flessibilità propria di un felino, o di un feriniano, consapevole di dover, in tal senso, impegnarsi ad accompagnare il contatto con il suolo, e, soprattutto, di dover dedicare tutta la propria attenzione, tutto il proprio sforzo, nel reindirizzare la propria energia cinetica in altra direzione differente da quella eguale e opposta a quella della medesima caduta, laddove, altresì, l’impatto sarebbe stato allor probabilmente letale. E se pur sol il tempo proprio di un battito di ciglia ebbe a esserle concesso per affrontare tutto quello, la scarica di adrenalina che non mancò di inebriarla in concomitanza a quegli eventi non poté ovviare a sconvolgerla, e a sconvolgerla nella misura allor utile a mantenere quel lucido controllo necessario per compiere tutto ciò e, in tal senso, per sopravvivere a se stessa e alla propria probabilmente mal commisurata audacia.
Volando a terra, così, coprendo i diversi piedi di altezza che ancor la separavano dal contatto con il suolo, la giovane donna si dimostrò capace di atterrare al suolo con una pur ammirevole grazia, e l’eleganza utile a vederla, in quel mentre, rotolare in avanti, in un paio di ben soppesate capriole, utili a rallentare il proprio moto, il proprio incedere, sino a un completo arresto, senza, in questo, aver a subire eccessivi danni, lì mirabilmente limitati soltanto a qualche escoriazione superficiale e a una leggera contusione, ma non alla ben più temuta frattura di un arto. E se pur quel nuovo balzo non ebbe a tradirla, ella non ebbe a potersi concedere neppure un fugace istante utile a gioire per il proprio successo… non laddove, quantomeno, non avesse desiderio di ritrovarsi sgradevolmente esposta a nuovi attacchi, e a nuovi attacchi che, certamente, non avrebbero avuto occasione di dimostrarsi meno letali di quanto non avrebbe potuto essere un’evoluzione meno apprezzabile di quel volo.

« Beh… direi che ci siamo. » sospirò ella, estraendo, allora, la propria arma, un efficace cannoncino sonico, e immediatamente aprendo il fuoco, nel generare, in tal senso, un’amplia e violenta onda d’urto che ebbe a travolgere chiunque innanzi a lei, senza esigere, da parte sua, una mira particolarmente appropriata né, tantomeno, l’effettiva individuazione dei propri antagonisti, sino a quel momento, obiettivamente, ancor neppure inquadrati nella propria presenza.

Diversamente da un’arma laser o da una al plasma, un’arma sonica avrebbe potuto vantare, infatti, accanto a un approccio non necessariamente letale, un campo di azione decisamente più amplio, ossia esattamente quanto lì necessario alla giovane donna per poter replicare all’attacco a lei rivolto pur non potendo vantare, sostanzialmente, alcuna reale confidenza nei riguardi della precisa posizione dei propri antagonisti né, tantomeno, del proprio numero: un’efficacia più grezza, sicuramente, ma non per questo meno marcata, il prezzo della quale, tuttavia, avrebbe avuto a doversi qualificare in tempi di ricarica decisamente maggiori rispetto a quelli propri delle alternative, tempi che, in effetti, per un’arma laser avrebbero avuto a doversi riconoscere praticamente immediati, mentre per un’arma al plasma avrebbero avuto a esigere del tempo, sì, ma in misura comunque inferiore rispetto a quello proprio di un’arma sonica.
Così, alla prima, violenta esplosione sonica, ella non ebbe a poter immediatamente lasciarne seguire una seconda, avendo in ciò a doversi riservare un intervallo d’attesa pericolosamente prolungato, e un intervallo d’attesa a confronto con il quale, allora, la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di approfittare dello scompiglio generale per rialzarsi, e per precipitarsi alla carica dei propri avversari, nella necessità di trasferire il livello di quello scontro da uno scontro a distanza a un impegno fisico, così da tentare di riservarsi un maggiore controllo sull’evoluzione di quel conflitto, e, soprattutto, sulla natura e sul numero dei propri antagonisti, l’incognita nel merito dei quali avrebbe avuto a doversi giudicare, a margine di tutto ciò, la sua carenza più marcata. Senza contare che, continuando a far fuoco con la propria arma sonica, ella avrebbe corso il rischio di aver a coinvolgere in quell’onda d’urto anche la propria compagna d’arme, nel momento in cui ella fosse avanzata all’interno del vicolo, in termini che, presumibilmente, di lì a breve avrebbero avuto a dover occorrere.
Dimenticando il cannoncino sonico appeso al proprio fianco, ed estraendo allora una corta daga, Rula non esitò a proiettarsi in avanti, e a proiettarsi in avanti nel sfruttare quei pochi istanti di quiete che le avrebbero potuto lì essere offerti in conseguenza al colpo sonico appena esploso, per raggiungere i propri antagonisti e, soprattutto, per scoprire chi essi avrebbero avuto a dover essere individuati essere. Antagonisti i quali, in quel contesto, non mancarono così di apparire al suo sguardo, alla sua attenzione, ancora a terra, ancora frastornati per quanto subito, e, in parte, già fuori combattimento, in una notizia quantomeno gradevole nel confronto con il loro numero inoppugnabilmente superiore, e superiore, per quanto ella ebbe la possibilità di contare in tale esordio, almeno nell’ordine di una dozzina di unità in più rispetto a quanto non avrebbe potuto essere considerata la loro corrente forza offensiva, composta, per il momento, soltanto da lei e da Duva… o, in effetti, soltanto da lei, laddove Duva, ancora, non aveva fatto la propria comparsa in scena.
Con colpi decisi, quindi, Rula si avventò innanzitutto sulle armi da  loro impugnate, per averle ad allontanare dalle loro mani e, in ciò, per aver a costringere quel conflitto a un diverso livello, e a un livello decisamente più fisico. Livello fisico occasione della quale, tuttavia, non le fu negato dall’insorgere di un uomo decisamente massiccio, un manrovescio del quale la raggiunse in maniera assolutamente inaspettata, slanciandola violentemente a diversi piedi di distanza dalla posizione da lei sino ad allora raggiunta…

lunedì 22 aprile 2019

2888


Negare una certa sorpresa a fronte del proprio inatteso successo, per Rula, sarebbe equivalso a mentire, e a mentire spudoratamente innanzitutto a se stessa.
Se, infatti, nel compiere quel salto ella aveva posto innanzi a sé tutto il proprio cuore, tutta la propria forza d’animo, negandosi ogni occasione di timore o di ripensamento, con un’audacia incommensurabile sì prossima all’autolesionismo; la parte più razionale della propria mente, del proprio intelletto, non avrebbe potuto ovviare a presupporre un pessimo esito negativo per tutto ciò, in misura tale per cui, che ella potesse accettarlo o meno, molto probabilmente avrebbe finito per schiantarsi spiacevolmente al suolo, rompendosi qualche osso e fallendo miseramente nel proprio proposito… o forse no. Perché, in verità, anche laddove ella non ne fosse uscita indenne, certamente quella sua caduta avrebbe finito per attrarre l’interesse, l’attenzione di coloro lì appostati a minaccia della propria amica, attirandone l’attenzione e finendo, necessariamente, per fungere da diversivo, esattamente per così come sarebbe stato utile avvenisse. Insomma, qualunque esito, per quel volo, avrebbe comunque condotto, speranzosamente, a un esito positivo anche per la sua missione. E solo ciò, dal proprio punto di vista, avrebbe avuto valore.
Al di là di quanto, a prescindere dalla propria sorte, il risultato finale non avrebbe avuto a mutare nelle proprie dinamiche, essere riuscita, in maniera sorprendentemente inattesa, a compiere quel volo, e a compierlo esattamente per così come immaginato, giungendo ad aggrapparsi indenne a quella conduttura, non mancò di rappresentare per la giovane donna un piacevole traguardo, e un piacevole traguardo utile non soltanto a rinfrancare la propria autostima, ma, anche, a offrirle conferma di quanto, probabilmente, ella fosse solita sottovalutare le proprie capacità, le proprie potenzialità, sminuendosi, immeritatamente, nel confronto con quanto, altresì, avrebbe potuto ottenere, con quanto avrebbe potuto raggiungere.
Più che lieta, quindi, ella non poté che scoprirsi essere innanzi a quel primo trionfo, galvanizzata in esso nelle proprie speranze di successo, in termini tali per cui, forse, schierarsi sola nel confronto con un numero imprecisato di non meglio definiti avversari, non avrebbe necessariamente rappresentato un suicidio. Ma prima di giungere a ciò, ella avrebbe avuto a dover conquistare una posizione migliore rispetto a quella da lei allora occupata. E, soprattutto, avrebbe dovuto raggiungere tale posizione, possibilmente, senza attirare l’attenzione dei propri potenziali antagonisti, in termini tali per cui, obiettivamente, ancora alcuna certezza avrebbe potuto essere da lei vantata. Il fatto di essere riuscita a compiere quel salto, infatti, non avrebbe necessariamente significato essere riuscita a compierlo senza attrarre, malamente, l’interesse degli uomini e delle donne lì appostati, e, in ciò, da un istante all’altro un qualche colpo di arma da fuoco, laser o al plasma che dir si volesse, avrebbe potuto quietamente raggiungerla, e sancire per lei una ben tragica conclusione al proprio solitario operato.
Fortunatamente, nell’inalterato rumore di fondo che ebbe ad accompagnare gli istanti successivi al suo balzo, Rula poté quietamente intuire quanto inosservato fosse riuscito a risultare il suo atto, sì plateale, e pur compiuto a una distanza tale da terra da non poter essere colto da alcuno, nell’assenza, da parte anche della più prevenuta sentinella, di ragioni utili a levare lo sguardo sin lassù, a condurre la propria attenzione verso quel punto. Così, rassicurata nuovamente di quanto, sino a qual momento, la fortuna stesse proverbialmente arridendo la sua audacia, la giovane donna si impegnò, con gesti leggeri e delicati, a ridiscendere lungo quella tubatura, nella speranza di raggiungere, con la stessa discrezione che sino a quel momento l’aveva accompagnata, il livello del suolo.

« Ehy… ma cosa ci fa lì appesa…?! »

Ad attrarre, tuttavia e spiacevolmente, la sua attenzione, intervenne allora una voce per lei non completamente ignota, sebbene, al tempo stesso, neppur effettivamente conosciuta.
In effetti, non fosse essa stata l’ultima voce udita a eccezion fatta della propria, probabilmente Rula non avrebbe neppure avuto possibilità di riconoscerla: ma non avendo avuto altre distrazioni nel mezzo di tutto ciò, la voce propria dell’ultima persona con cui aveva avuto occasione di parlare non avrebbe avuto a poter essere fraintesa nel proprio riproporsi, per quanto, in quel momento, in quel frangente, in termini quantomeno inattesi.

« Signora Corphra! » esclamò Rula, voltandosi in direzione dell’edificio dal quale era appena balzata fuori solo per poter distinguere, affacciata alla finestra sotto a quella dalla quale era volata, la sagoma di una donna feriniana sulla sessantina, con una coppia di pesanti occhiali appoggiati sul naso e uno sguardo di critica disapprovazione dietro quelle spesse lenti, intenta qual era, allora, a osservarla, e a osservarla con severità « Cosa fa lei lì alla finestra?! Mi avesse sorpresa un po’ di più, avrei potuto anche cadere e farmi male! » la rimproverò, osservandola con aria seria, e definendo, implicitamente, in tal maniera, tutta la propria più assoluta ragionevolezza nel ritrovarsi in quel momento lì appesa, quasi avesse a doversi considerare la cosa più normale del Creato.
« … ma… io… » esitò l’anziana signora, tutt’altro che convinta da quell’argomentazione, e da quell’argomentazione volta a condurla dalla parte del torto benché, obiettivamente, in tutto quello sua avrebbe avuto a doversi riconoscere quieta ragione per la questione così formulata.

Come sovente accade nella vita, e, in particolare, nei rapporti interpersonali, quanto importante, in quel momento, non avrebbe avuto a doversi considerare la ragionevolezza, o la colpa, dell’una piuttosto che dell’altra, quanto e semplicemente la confidenza con la quale l’una sarebbe stata in grado di imporre all’altra un senso di totale correttezza nel proprio incedere, lasciando percepire alla controparte di essere in torto, e di esserlo nella propria più semplice curiosità, quasi quel medesimo interrogativo avesse a doversi giudicare assolutamente inopportuno.
E se, pur, nel proprio intervento la signora Corphra era stata in grado di spiazzare la propria interlocutrice, lì sorpresa dalla sua voce, e dalle sue parole; la quieta fermezza del rimprovero che Rula ebbe a muoverle si dimostrò capace di spiazzarla, colpevolizzandola per quanto pur avrebbe avuto a doversi riconoscere un suo quieto diritto, e costringendola, in ciò, a chinare lo sguardo con aria tristemente rassegnata…

« Avanti, signora Corphra. Rientri in casa, per cortesia! » la incalzò la giovane donna, scuotendo appena il capo e facendole gesto con la mano di ritrarsi, preoccupata, in quel momento, non soltanto per se stessa ma anche per lei, laddove, se soltanto più in basso vi fosse stata evidenza di quello scambio di parole, troppo facilmente anche quell’anziana feriniana avrebbe potuto ritrovarsi esposta al fuoco avversario, ritrovandosi spiacevolmente coinvolta in una questione più grande di lei, e di fronte alla quale avrebbe avuto a doversi giudicare, a ragion veduta, del tutto innocente « Mi lasci finire di lavorare… tanto, come le ho promesso, ci risentiremo presto! » mentì spudoratamente, risultando tuttavia estremamente convincente nella propria interpretazione, al punto tale che, la sua diretta interlocutrice, altro non poté fare che annuire e ritrarsi all’interno dell’appartamento, richiudendo la finestra che aveva aperto solo per poterle rivolgere la parola.

Ancora un istante di silenzio e di immobilità fu quello che, dopo quel fugace momento di interruzione, Rula ebbe a volersi riservare e a volersi riservare nella necessità di comprendere se fosse stata capace, senza merito alcuno, di sfuggire all’attenzione dei propri supposti avversari o se, semplicemente, di lì a un istante dopo un qualche colpo d’arma da fuoco si sarebbe divertito a tirarla bruscamente giù da lì.
Fortunatamente, tuttavia, e come già pocanzi, la quiete che ebbe allora lì a imperare sembrò suggerire quanto, in gloria a qualunque divinità la stesse assistendo, nessuno, più in basso, si fosse reso conto di quanto stesse avvenendo, essendosi probabilmente ritrovate, le loro voci, coperte dal rumore di fondo di una città comunque viva e indaffarata, qual era quella a loro circostante. Così, tirando un profondo sospiro di sollievo, la giovane riprese la propria delicata e silenziosa discesa, sperando di non avere più a essere interrotta da nuovi, inattesi interventi.

domenica 21 aprile 2019

2887


Purtroppo anche quell’ennesimo attacco sfumò nel nulla, in una riconfermata situazione di fondamentale equilibrio fra le parti, e di un equilibrio che, né gli uni, né tantomeno l’altra, sembravano essere in grado di infrangere, malgrado tutti i propri sforzi. Poiché se da un lato l’affondo della sconosciuta ebbe a incontrare la difesa dell’ofidiana, dall’altro l’offensiva dello shar’tiagho ebbe a ritrovarsi, nuovamente, sfogata verso l’aria, e verso quella vuota aria che la loro avversaria ebbe premura di concedere ai suoi gesti, sottraendosi, con elegante rapidità al ruolo di vittima pensato per lei. E laddove quello stallo non pareva offrire spazio alcuno a sviluppi alternativi, null’altro riservando loro che un costante e continuo pareggio, fu allora che qualcosa accadde, e accadde a sparigliare le carte in tavola in maniera così improvvisa, e sorprendente, in termini tali per cui, che potessero desiderarlo o meno, Be’Sihl e Lys’sh non poterono ovviare a restarne sorpresi, offrendo, per un fugace istante, il fianco scoperto alla loro antagonista.
Nel mentre di quella situazione sfiancante, infatti, la porta dell’ascensore tornò ad aprirsi al loro piano, al loro livello, a presentare nuovamente, in maniera del tutto imprevista, e obiettivamente imprevedibile, proprio la medesima figura femminile contro la quale, in quel frangente, i due compagni della Figlia di Marr’Mahew si stavano ponendo impegnati a combattere…

« … » esitò Be’Sihl, voltatosi in quella direzione a temere il sopraggiungere di nuove minacce, e, in tal senso, ritrovatosi improvvisamente riportato indietro nel tempo… o quasi.

In fondo a quel corridoio, quasi come se effettivamente il normale flusso del tempo fosse stato improvvisamente soverchiato e ogni evento fosse stato ricondotto a pochi minuti prima, prima dell’inizio di quel conflitto, la medesima donna che, pur, ancora, si stava lì impegnando in loro contrasto, si offrì distrattamente intenta a lasciare la cabina dell’ascensore, trasportando seco i due pesanti sacchetti della spesa e parlando con un non meglio identificato interlocutore, attraverso i propri auricolari.

« … cosa vuol dire che stasera non vieni a cena?! » si stava lamentando, rivolgendosi nuovamente al proprio ignoto interlocutore o interlocutrice che dir si volesse in quel frangente, esattamente così come era avvenuto poco prima.

Ma se, poco prima, ad accogliere quella sconosciuta era stato un corridoio sgombro e privo di qualunque possibilità di interesse, fatta eccezione per la presenza dell’uomo e dell’ofidiana a quieta sorveglianza dell’ingresso dell’appartamento di Pitra Zafral in sostituzione alle due guardie lì originariamente presenti e già da tempo legate e imbavagliate dentro un ripostiglio; in quel momento, in quel mentre, a dare il bentornato a casa a quella figura, o, quantomeno, alla sua seconda istanza, non mancò di essere quel vero e proprio campo di battaglia, là dove un uomo e un’ofidiana stavano lottando apertamente in contrasto a… una donna a lei del tutto identica!

« Ahhhh! » ebbe così a gridare la nuova arrivata, sgranando gli occhi con fare spaventato e lasciando cadere a terra le due borse colme della propria spesa, nel mentre in cui, con una certa ansia, tento di rientrare nell’ascensore alle proprie spalle, l’accesso al quale, tuttavia, non appariva più possibile nell’essere, questi, probabilmente stato richiamato nel contempo di ciò a un altro piano dell’alta torre di vetro e metallo « Ahhhh! » insistette, picchiando un pugno contro quella porta chiusa, in un gesto irrazionale e pur lì giustificati dalla follia di eventi incomprensibili dal proprio personale punto di vista, così come, obiettivamente, anche da quello di due dei tre protagonisti della scena, i quali non avrebbero potuto obiettivamente comprendere il senso di quanto lì stava avvenendo.
« … ma che diav…?! » si ritrovò a essere necessariamente distratta anche Lys’sh, la quale sino a quel momento, sino a quelle grida, aveva tentato di non lasciarsi distrarre, salvò, a confronto con tutto ciò, non poter mancare di portare, per un breve, fuggevole, e tuttavia imperdonabile, istante il proprio sguardo in direzione di quei nuovi eventi, e di quei nuovi eventi assolutamente incomprensibili, soprattutto nel considerare quanto la prima sconosciuta lì sopraggiunta fosse ancora innanzi a loro, impegnata a cercare un’occasione utile per sopraffarli.

Occasione, quella da lei attesa, e che le venne quindi così offerta, che non ebbe a essere ignorata nella propria occorrenza. E per quanto, proprio malgrado, Be’Sihl e Lys’sh si fossero ben impegnati, sino a quel momento, a tentare di non offrire, né metaforicamente, né fisicamente, il fianco scoperto alla propria avversaria, quanto accadde in quel frangente lì portò, spiacevolmente, ad abbassare la guardia, a concedersi quel pur fugace, e ciò non di meno letale, momento di distrazione tale per cui, là dove un istante prima il combattimento avrebbe avuto a doversi considerare in stallo, un attimo dopo tutto si era risolto, e si era drammaticamente risolto nel peggiore dei modi possibili, vedendoli costretti entrambi a precipitare a terra privi di sensi, per effetto di una violenta scarica di energia attraverso i propri corpi.

« Ahhhh! » continuò a gridare, quasi isterica, la nuova arrivata, premendo in maniera compulsiva il pulsante per richiamare l’ascensore, nel mentre in cui, con sguardo terrorizzato, si ritrovò testimone di quegli eventi, della conclusione di quel conflitto e, in tal senso, della vittoria della propria inquietante sosia, chiunque ella fosse, su quella coppia un istante prima schierata in sua opposizione.
« E smettila di starnazzare come un’anatra spaventata… » protestò la sua immagine riflessa, volgendo a lei lo sguardo e, in tal senso, offrendole soltanto un giudizio impietoso, per quanto, in effetti, avrebbe avuto a doverla ringraziare per l’imprevista, ma utile, collaborazione così offertale.

In tal modo rimproverata, l’ultima sopraggiunta sulla scena si ammutolì di colpo, nell’iniziare ora a temere il peggio, e a temerlo per la propria stessa sopravvivenza.
Ma se pur, per un istante, vi fu una fuggevole parvenza di lucidità nella mente della donna schiacciata contro la porta dell’ascensore, breve fu il suo autocontrollo. Breve, per lo meno, quanto il tempo per colei che, un attimo prima le si stava proponendo qual un’immagine riflessa, per iniziare a distorcersi, rimodellandosi in maniera grottesca e oscena innanzi al suo attonito e terrorizzato sguardo, nel rimodellare, sotto la pelle, i suoi zigomi, le sue forme, le sue proporzioni, ad assumere caratteristiche diverse, ad assumere contorni diversi, e, addirittura, invero, caratteristiche allor non umane.
Perché laddove un attimo prima il gradevole viso di quella donna umana avrebbe avuto a dover essere riconosciuto impresso sul suo volto, un istante dopo il non meno gradevole, ma completamente alieno, viso di un’ofidiana aveva fatto la sua apparizione, nella scomparsa del suo naso, dei suoi capelli, delle sue orecchie, delle sue labbra, e nell’apparizione, altresì, sulla sua epidermide, di quelle sottili e vellutate scaglie componenti la sua pelle, in meravigliose sfumature smeraldine. E laddove i suoi occhi, un istante prima, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti quali quelli della propria attuale interlocutrice, un attimo dopo erano stati sostituiti da quelli altresì propri di un’ofidiana, con nere pupille verticali. Una mutazione, quella così in corso, che non restò confinata entro il limitare del suo volto, ma che, nel contempo di ciò, ebbe a sconvolgere il suo intero corpo, a partire dalla sua altezza, dalle proporzioni del suo fisico, per poi passare ai più minimi dettagli, inclusi gli stessi abiti che, quasi fossero una semplice estensione della sua carne, si ebbero a tradurre in forme e colori diversi. Forme e colori, quelli dei suoi abiti, del suo corpo e del suo volto, che non avrebbero potuto essere in alcun modo equivocati nel proprio intento di emulazione, nella propria volontà di rubare, ancora una volta, l’identità di qualcuno, e di qualcuno che, allora, avrebbe avuto a dover essere intesa, senza dubbio alcuno, senza la benché minima possibilità di incertezza, in quella della stessa Har-Lys’sha, lì priva di sensi a terra.
E nel ritrovare il proprio volto mutato in quello dell’ofidiana, il proprio corpo trasformato in quello di quella chimera, l’ultima sconosciuta lì sopraggiunta non poté ovviare a essere sopraffatta dal terrore, perdendo coscienza di sé e ricadendo come bambola inanimata sul pavimento, nel mentre in cui, finalmente, la porta dell’ascensore ebbe a riaprirsi, ormai inutilmente, dietro di lei.